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Utopia e speranza nell’epoca della totale immanenza

di Federico Nicolaci del 13/07/2017

Simili a novelli Amleto, oggi i giovani non provano più “meraviglia” di fronte allo spettacolo di questo mondo, ma disgusto, pessimismo, rassegnazione, perfino cinismo. Del resto, come biasimarli? Chi, di fronte a questo mondo out of joint, disgiunto e disgregato, non è a volte sopraffatto da un disincantato pessimismo? Tutti gli orizzonti di senso sono caduti, il mondo si è fatto piatto e soffocante. In cosa ancora credere? In cosa ancora sperare?
Sulla soglia di questo abisso, che coincide con la più radicale spoliazione di senso in cui l‘umanità si sia imbattuta, ciascuno di noi è spinto a pensare, poiché “pensare” è davvero “oltre-passare”. È solo questa consapevolezza che può venire in soccorso ai giovani: “per quanto corrotto sia il mondo, tu sei venuto al mondo per ricomporlo”. La ricomposizione del mondo, il rinvenimento di un senso che non sia il cimitero di pseudo-valori in continuo mutamento creati e distrutti dalla comunicazione pubblicitaria, è infatti ciò a cui anela il nostro tempo, l‘utopia del nostro saeculum obscurum.
Eppure utopia non è una parola nuova: utopia è la parola con cui si schiude l’età della modernità, che nel suo complesso è tutta una grande utopia. In questo senso “utopia” non è qualcosa di “altro” rispetto al nostro presente, ma è quel “non-luogo” che è il nostro presente. Ou-topia non indicherebbe allora la terra promessa verso cui siamo in cammino, ma la condizione stessa in cui versa l’uomo contemporaneo, il quale da tempo ha preso stabile dimora sull’isola di Utopia. Per certi versi noi siamo infatti cittadini di quella nuova Atlantide descritta all’alba della modernità da Sir Bacon. Qual è infatti la legge, il nómos di “Utopia“, di cui siamo cittadini? Un nómos, perfetta immagine del logos.
Noi viviamo in un’epoca tutta informata dal trionfo di un potentissimo impianto tecnico/scientifico. Il logos – concepito come vera natura dell’uomo – è ciò da cui precede l’ordine di Utopia, un ordinamento politico perfettamente concorde con il logos, garante dello “augmentum scientiarum” (la costante crescita del sapere scientifico) in quanto utile all’uomo. Utopia infatti è “il luogo del benessere“, il luogo della creazione di duraturi stati di benessere. L’isola in cui “la magia” del sapere tecnico-scientifico può la salvezza dell’uomo, la sua eudemonia (la felicità come fine ultimo dell’agire umano).
Ma il sapere, per “potere” – per produrre il crescente stare bene – deve operare una fusione con il potere politico. Allora Utopia – o la migliore forma di repubblica – nasce nel momento in cui sapere e potere si fondono e cioè l’istanza di progresso si radica fino al cuore del potere politico, diventando la “causa” dello stesso potere politico. È qui che nasce l’idea di una sovranità che si legittima, in virtù della crescita del sapere (e del benessere) che il suo ordinamento rende possibile.
Lo Stato cessa di essere l’immagine di una societas peregrina, di una umanità in cammino verso la propria essenza, per diventare lo stabile presupposto dell’incessante procedere verso nessun-luogo (u-topia) del progresso tecnico-scientifico. Come si sviluppa dunque questo “abbraccio” di sapere e potere? Con la subordinazione del politico al progresso tecnico, da cui direttamente dipende l’aumento indefinito del benessere, che è l’anima spirituale della modernità.
La ricerca dell’utile non è propria del capitalismo, ma di tutta un’epoca: “ipsissima res sunt veritas et utilitas” (assolutamente proprie della cosa sono, la verità e l’utilità), – solo per citare Francis Bacon.
Il moderno politico, non conosce altra causa che non sia la tutela del progetto tecnico-scientifico e quindi cura il suo stesso e implicito fine: l’utile. Qui si scatenano le potenze del moderno: nell’istante in cui il telos, il fine dello Stato, diventa il progresso tecnico, è evidente che la tecnica è diventata – de facto – l’obiettivo di coordinamento dell’intera società. Il sistema funziona sempre più automaticamente, in virtù della razionalità implicita delle sue norme di funzionamento, escludendo ogni necessità di decisione politica. Se infatti quest‘ultima è decisione sullo stato d’eccezione, come dice Carl Schmitt, l’annullamento di ogni “eccezione” nega al politico ogni “luogo” in Utopia.
Questa è la crisi della politica che noi oggi viviamo: la mancanza di una causa, che non si riduca alla tutela, alla promozione e alla protezione del progetto tecnico-scientifico.

La nuova Atlantide (in inglese New Atlantis) è un racconto utopico incompiuto, scritto da Francesco Bacone nel 1624 e pubblicato postumo nel 1627. Bacone narra di un gruppo di 50 viaggiatori che, partiti dal Perù per andare in Asia, naufragano nell’isola di Bensalem, nei mari del Sud. Il nome stesso dell’isola deriva dalla conflazione dei nomi di Betlemme e Gerusalemme. Attraverso il racconto in prima persona di uno dei naufraghi, si conosce la cultura e la vita del popolo dell’isola. Cristianizzati grazie ad un’arca contenente una Bibbia inviata direttamente da san Bartolomeo, i bensalemiti vivono in pace fra loro, coltivando la sapienza attraverso i viaggi che alcuni di loro compiono nel mondo civilizzato per carpirne le invenzioni più utili. Sono in grado di parlare più lingue: l’ebraico, il greco, il latino classico, lo spagnolo ma non sembra l’inglese. La famiglia e il matrimonio sono le basi della società di Bensalem. L’istituzione più importante dell’isola è la Casa di Salomone o Collegio delle Opere dei Sei Giorni, istituita dal re Atlantideo Solamona, il quale diede il suo nome la sua fondazione. In un lontano passato l’isola non era isolata come nel momento dell’arrivo dei naufraghi (1612 circa) e ciò caratterizza il mistero attorno a questa popolazione, la quale “conosce molte cose delle nazioni del mondo ma nessuno conosce loro”. Nella “House of Solomon” i bensalemiti si dedicano ad esperimenti scientifici realizzati con il metodo baconiano, per controllare la natura e applicare la conoscenza per migliorare la società.

Ma Utopia, non è solo eu-topia: essa sta a significare anche “negazione del luogo”. Ovvero “non luogo” che ha fatto di tutti i luoghi un unico spazio – il villaggio globale – e di tutte le convinzioni “la convinzione” sull’efficacia della tecnica per il raggiungimento di qualsiasi scopo. Utopia è così negazione del luogo soprattutto nel senso di “sradicamento”.
Essere cittadini di nessun luogo (Utopia), significa essere infatti consegnati alla sradicante istanza di incessante progresso verso nessun luogo: Utopia, che si configura così come l’eterno presente, l’eterno ritorno dell’uguale.
L’uomo, risucchiato nel vortice del progresso tecnico-scientifico, procede sempre “avanti”, rimanendo tuttavia sempre nello stesso “non-luogo”. La coercizione al progresso e all‘incessante superamento si traduce nel trionfo dell’attualità e quindi nella rottura di ogni possibilità di tradizione. Tutto diventa il continuo necessario superamento di sé. Lo si nota non solo nella moda (mo-dificazione, movimento), non solo nei prodotti di consumo – consumati, prima ancora del loro utilizzo (perché in linea di principio già superati) -, ma lo vediamo nei rapporti tra gli individui, i quali hanno a tal punto assorbito le istanze di incessante rinnovamento tanto da rifletterle nei loro rapporti reciproci: ciò che vediamo è un immedesimarsi di volta in volta con ciò che è presente, che è subito superato e dimenticato. Rincorrendo “un altro” che è sempre “oltre” come può l’uomo contemporaneo amare ciò che attraversa?
Ma se il nostro tempo è perfetto compimento di Utopia, quale significato dare oggi, alla parola Utopia? Evidentemente un altro significato: se Utopia è il nome del nostro presente, pensare Utopia significa ripensare il nostro tempo.
Certo, questo ripensamento è un compito arduo, perché è la seduzione di Utopia è potente: la via dello sradicamento “promette” eudemonia, felicità, lo stare bene; “Vieni qui! Perché qui starai bene! Qui la tua eudemonia sarà oggetto di vero e potente culto! Qui sarà coltivata”!

Lucas Cranach il Vecchio: “L’età dell’oro” (particolare). L’eudemonismo è la dottrina morale che riponendo il bene nella felicità (eudaimonia)[1] la persegue come un fine naturale della vita umana. Dall’eudemonismo va distinto l’edonismo che si propone come fine dell’azione umana il «conseguimento del piacere immediato» inteso come godimento (come pensava la scuola cirenaica di Aristippo) o come assenza di dolore (secondo la concezione epicurea).

Ma questa via inganna, seduce ingannando: il prezzo di quella eudemonia promessa – una terra promessa, situata sempre al di là – è l’anima dell’uomo. Ciò che l’uomo perde consegnando la sua anima all’istanza di incessante progresso e movimento infinito, è proprio eudemonia! Cioè la possibilità – per citare Nietzsche – di radicarsi nella terra e quindi aprirsi alla linfa della pienezza. Sradicato dalla terra, l’uomo è svuotato e questo vuoto, non può essere colmato da nessun progresso, da nessun andare. Più l’umanità procede verso nessun luogo e più sprofonda nell’abisso del non-senso. Perché dal momento in cui il tuo unico senso è la volontà, è il procedere infinito, l’uomo precipita nel vuoto del non-senso, in un delirio che non ha termine, insensato. Allora il vuoto del non-senso è il prodotto di quell’Utopia, che pensa ad eudemonia come ad un prodotto, come a qualcosa che tu produci o una terra che tu raggiungi, una terra promessa.
Ripensare l’Utopia, significa sottrarre perciò Utopia all’idea di progresso, per riportarla nel suo radicamento nel suo significato più profondo, che è quello di speranza. La speranza che l’uomo possa in ogni momento ricordare se stesso: in ogni istante puoi fare “esodo” dall’isola di Utopia, in ogni attimo puoi rimetterti in viaggio verso te stesso. Come Ulisse: questo viaggio è un Odissea.
In ogni istante vi è la possibilità per l’uomo di mettere in crisi il proprio presente, in discussione se stesso: la filosofia serve proprio a questo e ci giunge in aiuto, nel momento del massimo sconforto.
Cos‘è del resto la filosofia se non questo “itinerario”? Philo-sophia, un mettersi in cammino verso se stessi, per liberarsi dalle catene che ci legano in nessun luogo, l‘irrompere di una crisi di immedesimazione con il mondo. Il mondo può essere mutato solo se prima l’uomo ri-pensa l’idea del proprio rapporto con il mondo e quindi l’idea che forma il suo agire, ma ciò significa – appunto – ripensare il rapporto che ogni singolo individuo ha con se stesso.
Perché solo ripensando l’idea che informa il rapporto dell‘uomo con il mondo è possibile ripensare il rapporto dell‘uomo con se stesso. La filosofia è la speranza che l’umanità, l’uomo, il singolo esserci, possa in ogni momento riattivare questo contro-movimento non verso qualcosa che è “al di là”, non verso qualcosa di “altro”, ma come un movimento che a non altro tende se non a ricondurre il ricercante stesso a sé, alle sorgenti del suo esserci.
Filosofia è questo ricordare, è una lotta contro l’oblio, specialmente nel tempo della dimenticanza e del trionfo dell’attualità. Ciò che è dimenticato non é però negato: il dimenticato può essere in ogni momento ricordato (ricordare, ovvero rimettere nel cuore), ponendolo al centro del nostro esserci. Questo è il pensiero filosofico vero: un movimento che riporti l’uomo a raccogliersi in se stesso, richiamandolo dalla dispersione in questo mondo disgiunto. Allora Utopia diviene sinonimo di speranza, il più umano dei sentimenti, ma non per modo di dire – solo l’uomo è capace di sperare, perché solo l‘uomo è capace di trascendenza. Ed è proprio alla nostra trascendenza, ovvero al carattere estatico del nostro esserci, che la speranza ci riconsegna. Utopia allora diventa la speranza di una gioventù, capace di ridare un senso e un fine elevato alla propria esistenza, a partire dalla coscienza di sé in quanto uomini aperti per essenza alla dimensione che mai tramonta e in cui ogni uomo è chiamato a cercare il proprio senso.

 

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