Ut pictura poesis: dall’antichità al pieno Cinquecento

Ut pictura poesis: dall’antichità al pieno Cinquecentodi Giulia Faraglia del 09/02/2021

Questa massima attraverserà quasi indisturbata i secoli e, passando per Orazio, arriverà fino alla modernità regnando sovrana nella critica artistica. 

Quinto Orazio Flacco, (Quintus Horatius Flaccus; Venosa, 8 dicembre 65 a.C. – Roma, 27 novembre 8 a.C.), è stato un poeta romano.

Ma partiamo proprio dalle origini andando ad analizzare la frase di Orazio più nel profondo: ut pictura poesis mette profondamente in rapporto pittura e poesia, ponendole sullo stesso piano, un po’ come dire: “la poesia è come un quadro” o “un quadro è come una poesia”.
Il poeta spiega che esiste un tipo di poesia che piace maggiormente se vista da vicino, ed un’altra che piace solamente se guardata da lontano, o riosservata una seconda volta, o analizzata con un occhio critico, come avviene per la pittura. Fin dagli antichi il legame fra la poesia e la pittura è sempre stato oggetto di dibattito, Orazio le lega indissolubilmente sottolineando la capacità della poesia di generare immagini nella nostra mente e quella della pittura di descriverci una storia.
Se pensiamo all’antichità e alle due arti, il cui rapporto viene qui esplicitato e discusso, ecco che ci vengono in mente le elaborate ekphrasis: traduzione di un’immagine in parole. L’ekphrasis, attraverso la descrizione di un’opera, ad esempio, ha la potentissima capacità di farci vedere, nella mente, quello che è semplicemente scritto ed è proprio l’elemento visivo, uno dei tanti principi sui quali si basa il dibattito che si accende intensamente proprio in età moderna con il Rinascimento.
Un’epoca, questa, nella quale l’uomo è posto al centro di ogni cosa e le arti assumono tutte grande importanza. Fin dal Medioevo, è l’uomo di lettere ad avere un grande prestigio e ricevere grandi onori e ammirazione, nel Rinascimento, gradualmente, accanto a lui, si pone il pittore in particolare, che non è più solo artigiano, ma artista e soprattutto intellettuale: la pittura e la poesia sono entrambe arti liberali.
Da un punto di vista storiografico, se si vuole fissare un momento preciso nel quale è avvenuto il passaggio ad una concezione moderna del parallelo tra le due principali discipline umanistiche, sicuramente l’attenzione cadrà sulla pubblicazione del De pictura di Leon Battista Alberti (1404 – 72), nel quale egli introduce due concetti importanti: historia e compositio. Questi, applicati all’arte del dipinto, assumono significati precisi. Per historia, egli intende concepire un dipinto negli stessi termini di una narrazione vera e propria e, per compositio: “quel metodo di dipingere con il quale si possono comporre le diverse parti di un’opera pittorica” e, secondo il quale, ogni soggetto ha un suo ruolo effettivo nella narrazione (la historia, appunto). Proseguendo Alberti scrive che le diverse parti della historia “sono costituite dai corpi, quelle dei corpi dalle membra, quelle delle membra dai singoli piani” e per far comprendere meglio ciò che intendeva, utilizza una metafora che trasferisce alla pittura un modello di organizzazione derivato dalla retorica: “le parole vanno a formare la frase, le frasi formano la clausola, le clausole formano il periodo”.

Leon Battista Alberti (Genova, 14 febbraio 1404 – Roma, 25 aprile 1472) è stato un architetto, scrittore, matematico, umanista, crittografo, linguista, filosofo, musicista e archeologo italiano; fu una delle figure artistiche più poliedriche del Rinascimento. Il suo primo nome si trova spesso, soprattutto in testi stranieri, come Leone.

Oltre all’Alberti, ad interessarsi dell’unione tra espressione dipinta e quella retorica, fu anche Leonardo Da Vinci (1452 – 1519), che, nel 1498, avrebbe riunito il materiale per un trattato sulla pittura, poi mai completato. Il trattato, concluso da Francesco Melzi, ma che vede la luce solo nell’edizione parigina del 1651, era una somma di appunti dell’artista, riguardo, soprattutto, all’apparenza fenomenica dell’oggetto naturale, cioè della mimesi della natura come si presenta all’occhio in quanto prima forma di conoscenza del mondo. L’apparenza fenomenica di un oggetto si lega strettamente al senso della vista, elemento che verrà ripreso in particolar modo nel Barocco, periodo che analizzeremo nel prossimo testo. Un altro aspetto molto importante che Leonardo introduce sapientemente e che verrà nuovamente affrontato soprattutto nel Settecento e in particolare dal filosofo tedesco Lessing, è il fattore tempo. Leonardo spiega che il poeta è vinto dal pittore, poiché, nel momento in cui, con le parole, descrive delle parti del corpo che compongono un figura all’interno di un’opera, le divide temporaneamente, mentre, un pittore, le mostra “in un tempo” come si presentano in natura. La precedenza di valore della pittura sulla poesia emerge soprattutto in quella che forse è la pagina più famosa degli scritti sulla pittura di Leonardo: “se tu poeta figurerai la sanguinosa battaglia […] in questo caso il pittor ti supera, perché la tua penna sia consumata innanzi che tu descriva a pieno quel che immediate il pittore ti rappresenta con la sua scienza”. E’ anche vero, però, che come ha notato Gombrich studiando gli appunti e i disegni di Leonardo inerenti al moto dell’acqua e dell’aria, prevale la parola e il linguaggio metaforico per rendere più chiaro l’aspetto visivo del fenomeno che descrive.
Il concetto di mimesi della natura elaborato da Leonardo, viene presentato anche da Benedetto Varchi (1503-1565) nella Lezione seconda della maggioranza dell’arti e qual sia più nobile, la scultura o la pittura tenuta la terza domenica di Quaresima nel 1546. L’impianto aristotelico della Lezione seconda, divisa in un proemio e in tre dispute, è messo in luce dallo stesso Varchi, che più volte nel testo sostiene di “favellare aristotelicamente”. Fra le tre dispute, la più rilevante è la terza, intitolata In che siano simili ed in che differenti i Poeti ed i Pittori. Varchi, riprendendo ciò che aveva già affermato nel Proemio, sostiene che il fine della poesia e della pittura è il medesimo, “ciò è imitare la natura”, tanto che queste due arti “vengono ad essere una medesima e nobili ad un modo”. Varchi, infatti, arriva a parlare di arti sorelle proprio perché, secondo lui, il processo aristotelico di imitazione era simile sia nella poesia che nella pittura. Ma permaneva fra loro una sostanziale differenza: “il poeta l’imita colle parole, ed i pittori coi colori, e, quello che è più, i poeti imitano il di dentro principalmente, ciò è concetti e le passioni dell’animo, se bene molte volte descrivono ancora, e quasi dipingono colle parole i corpi, e tutte le fattezze di tutte le cose così animate come inanimate; ed i pittori imitano principalmente il di fuori, ciò è i corpi e le fattezze di tutte le cose”. La poesia rappresenta l’anima, il pittore rappresenta il corpo. In questo modo la poesia e la pittura sono due arti complementari.
Una codificazione teorica più compiuta della pittura, riprendendo il concetto della poetica aristotelica, viene elaborata da Ludovico Dolce (1508 – 68) nel suo Dialogo della pittura intitolato l’Aretino, pubblicato a Venezia nel 1557. Utilizzando la poetica aristotelica come strumento critico per esaminare le opere d’arte, Dolce introduce l’interpretazione letteraria dell’opera. La sua teoria è la seguente: la tragedia aristotelica è composta di tre elementi fondamentali, ovvero, il racconto, il pensiero e il carattere, che possono essere ritrovati nel processo di creazione di un dipinto. Quello che Aristotele chiama racconto è l’invenzione, cioè quello che si vuole rappresentare, quindi l’idea che può essere tanto del poeta quanto del pittore. Il pensiero che sta dietro un’opera letteraria o poetica, nella pittura è il disegno, ovvero ciò che sta dietro al progetto dell’opera d’arte e che riesce a trovare le modalità adeguate alla realizzazione delle intenzioni del pittore. Infine, il carattere di un’opera è data proprio dal colore: la vivacità di ciò che è rappresentato, ciò che suscita maggiormente i sentimenti. Oltre la mimesi e la rappresentazione e quindi l’aspetto esteriore di un dipinto, fondamentale nel dibattito è anche la ricezione dell’osservatore. Importante sia che legga una poesia o un racconto, sia che osservi un quadro o una statua. In riferimento a questo fu sempre Da Vinci a dare il la. Dall’unione del suo genio creativo, artistico e scientifico, nasce la riflessione, sopra accennata, ma qui ora approfondita, circa l’importanza della vista. Nel Libro di Pittura di Leonardo, sopra citato, leggiamo: “L’occhio, che si dice finestra dell’anima, è la principale via donde il comune senso può considerare le infinite opere della natura”. La pittura è in grado di raggiungere un pubblico più vasto di quello delle lettere, e, sfruttando l’immediatezza espressiva che le è propria, è in grado di “movere” l’animo dello spettatore in maniera molto più efficace rispetto alla poesia. Sottolineando la relazione tra pittura e modalità della visione fisica, nasce una vera e propria fenomenologia del mondo visibile che avrà una lunga eco nei secoli a venire, in particolare con il Barocco. Ma anche in piena Controriforma, con gli scritti del Cardinale Gabriele Paleotti (1552 – 97), vescovo di Bologna. Nel suo Discorso intorno alle immagini sacre, in risposta all’iconoclasmo proposto dai riformisti, afferma che l’esercizio stesso di creare immagini è “virtù degnissima e nobilissima”. E’ sottintesa la preferenza per la pittura, soprattutto quale mezzo per elevarsi a Dio ed adorarlo, ma anche perché: “le pitture servono come libro aperto alla capacità di ognuno, per essere composte di linguaggio comune a tutte le sorte di persone, homini, donne, piccoli, grandi, dotti, ignoranti”. Una riflessione questa, non così scontata, fortemente sentita dal Cardinale: i racconti, le poesie e tutto ciò che è scritto, implica una capacità, quella cioè di saper leggere, che oggi abbiamo tutti, ma che all’epoca non era così, in particolar modo tra il popolo di Dio, che era composto soprattutto dai più poveri, il semplice contadino, l’umile fabbro, il falegname, il pescatore e via dicendo, questi, non sapevano leggere una poesia, ma sicuramente sapevano “leggere” un dipinto.

Giovanni Paolo Lomazzo (Milano, 26 aprile 1538 – Milano, 27 gennaio 1592) è stato un pittore e trattatista italiano dell’età del Manierismo.

L’universalità del linguaggio visivo enfatizzata da Paleotti, viene proposta anche da Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1592), pittore e trattatista milanese, che nel suo Trattato dell’arte della pittura, enfatizza la potenza comunicativa delle immagini dipinte: una pittura “farà senza dubbio rider con chi ride, pensar con chi pensa, rammaricarsi con chi piange” e ancora “la pittura, opera silenziosa che colpisce immediatamente la vista, può sfruttare, ancora di più, quel potere persuasivo che ci spinge a rispecchiarsi nelle emozioni rappresentate”. Secondo il critico, quindi, non solo la pittura riesce a trasmettere emozioni, ma queste vengono in qualche modo corrisposte dall’osservatore, un po’ come se fosse di fronte ad uno specchio. Lomazzo afferma anche che la potenza comunicativa delle immagini dipinte è superiore a quella delle “immagini mentali” del poeta, quelle cioè, che la nostra mente crea quando leggiamo un racconto o una poesia. Questo elemento delle immagini mentali, verrà ripreso più avanti in pieno Seicento.
In conclusione immagino che chi legge avrà notato che le “tesi” sono praticamente tutte a favore della pittura, non è stata una libera scelta, in quanto, le informazioni riguardo al tema dell’ut pictura poesis nelle trattazioni cinquecentesche, vedono una scarsissima presenza di poeti o letterati che parteggiano per la propria disciplina. Nel Seicento, che analizzerò nel prossimo scritto, la situazione cambia e sarà ancora più interessante il confronto tra le due arti.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata