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Una storia diversa di gente normale

di Paolo Cartechini del 20/06/2016

Torna in scena la guerra; in particolare la guerra in Iraq. A narrarla è il regista Gianluca Maria Tavarelli in un film indipendente ma ambiziosissimo che si fonde con agilità al linguaggio mitico e tragico.
La pellicola è stata girata in Tunisia del sud, vicino al confine con l’Algeria e prende il titolo da una famosa canzone di Fabrizio de André, “una storia sbagliata”. Questa canzone era stata dedicata dal poeta e cantautore al regista Per Paolo Pasolini e alla sua tragica e controversa fine in quanto, riportando le parole di de André: « …a noi che scrivevamo canzoni, come credo d’altra parte a tutti coloro che si sentivano in qualche misura legati al mondo della letteratura e dello spettacolo, la morte di Pasolini ci aveva resi quasi come orfani. Ne avevamo vissuto la scomparsa come un grave lutto, quasi come se ci fosse mancato un parente stretto. » e nel film ritorna il concetto di fine, di assenza legata alla morte, alla solitudine subita e voluta e alla rabbia che si lega alla ricerca spasmodica di spiegazioni e forse anche ad una sottile vendetta.

Quindi ancora guerra e morte e un viaggio di una vedova, Stefania (Isabella Ragonese) che vola in Iraq alla ricerca della famiglia del kamikaze che in un attentato le ha ucciso il marito (Francesco Scianna). Il dolore per la tragica perdita muta il carattere della protagonista che da giovane donna della provincia di Gela che non aveva mai preso un aereo si spinge oltre i suoi limiti, ove il suo cuore non aveva mai osato di osare, ponendola di fronte alla realtà di un conflitto in una terra sconosciuta e senza speranza fino al punto di porre la sua vita e quella di altri individui in pericolo pur di arrivare al suo scopo.
Il film è un alterarsi di presente e passato; un gioco di flashback che dipingono la trasformazione psicologica dei personaggi causata dal conflitto che attraversa il film come un’ombra discreta ma costantemente presente; un conflitto che scava nei cuori voragini profonde, che disgusta ma attrae come una dipendenza o un’ossessione disincantatrice, disumano e disumanizzante. Il finale tuttavia lascia allo spettatore la speranza nella possibilità di un dialogo (muto) tra opposti mai così vicini, legati indissolubilmente dalla sofferenza e dalla rassegnazione all’assenza di chi s’è amato e si ama ancora. Pietà per i morti e per i vivi che con dignità raccolgono le macerie della loro vita andando avanti con coraggio e, parafrasando un’altra canzone di Faber, chiudendo le pagine sul loro dolore.
Questo film è necessario non solo perché unico, più che raro, punto di vista narrativo di stampo cinematografico “europeo” della guerra in Iraq ,a anche come chiave di lettura per l’attuale dibattito politico su di un’eventuale intervento militare nelle zone scosse dalla furia dell’IS (Islamic State) ed in particolare, in quanto ci riguarda più da vicino, su di un intervento in Libia. Gli orrori che vediamo di giorno in giorno, ci scuotono dentro irrimediabilmente ma questa pressione voluta dai miliziani dell’IS non devono farci perdere il senno o farci smarrire i punti fermi e le esperienze assimilate con i precedenti conflitti e le conseguenze ad essi conseguenti. Nei momenti di crisi le domande da porsi possono essere molto spesso ingenue ma tutte necessarie e anche il cinema può insegnarci a trovarle in noi stessi e a porcele; le risposte però sta a noi darle.
 
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