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Un faro “torinese” in Somalia

di Alberto Alpozzi del 23/06/2016

Il Capo Guardafui, in somalo Gees Gwardafuy, per gli antichi Ras Asir, si trova nel Corno d’Africa a 50 km. dalla città di Alula, nella regione autonoma del Puntland, al vertice nordorientale della Somalia, dove il continente africano divide l’oceano Indiano dal golfo di Aden. Si presenta come un promontorio a 244 metri sul livello del mare, costituito da un roccione calcareo nero sormontato da una testa di marmo rosa, che richiama, vista da sud, la figura di un leone accovacciato.

Noto sin dall’antichità e descritto già nel I secolo d.C. nel Periplo del Mare Eritreo, antico documento che descriveva le rotte nel mar Rosso, golfo Persico e Oceano Indiano, era chiamato dai greci Αρωμάτων ἀκρτήριον Aromatum Promontorium cioè promontorio delle spezie o capo degli aromi (guarda qui una carta d’epoca). Era tristemente noto per i molteplici naufragi a causa delle dense foschie portate dai monsoni di sud-ovest e per i pirati somali.
L’occupazione italiana in Africa Orientale fa edificare un fondamentale faro a Capo Guardafui, nel 1924, dopo diversi decenni di incarti, rilievi e indecisioni si può dire abbia un’anima torinese.
Il progetto, redatto dalla Regia Marina Militare, venne realizzato durante il governatorato del torinese Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, quadrunviro della marcia su Roma; la lanterna, un’ottica girevole, ad incandescenza a vapori di petrolio, con una potenza di 7250 candele con una visibilità fino a 40 miglia, venne realizzata grazie ai progetti dell’ing. Vittorio Croizat, anch’egli torinese, che già era stato “l’inventore delle lampadine a petrolio che illuminarono Torino prima della luce elettrica” (Stampa Sera 19 febbrario 1953).
Successivamente, il primo faro fu modificato per corrosione atmosferica nel 1930 e venne realizzato, sotto il governatorato di Guido Corni il “nuovo faro Crispi”. Estrapoliamo una descrizione dallo stesso Corni: “nel 1929, presentando il traliccio in ferro del Faro Crispi segni di avanzata corrosione dovuta all’azione dell’aria marina, feci montare la lanterna su di una torre in pietra rossa e dura del luogo, cerchiata di anelli in cemento armato e recante una scure, simbolo del littorio”.
Oggi il faro è in totale stato di abbandono, non più funzionante è una torre di pietra alta 19 metri a forma di fascio littorio.
Il libro “il Faro Mussolini”, dunque, è una appassionata e meticolosa indagine che esplora i luoghi dove le vite di enigmatici Sultani si sono intrecciate con corrotti avventurieri, entra nei palazzi dove furono stretti accordi segreti e si consumarono inganni che hanno segnato gli avvenimenti cruciali della storia coloniale italiana.
Protagonista di questa ricerca è il faro intitolato allo statista Francesco Crispi, che dopo 50 anni di incartamenti e diplomazia, fu eretto dall’Italia di Mussolini sul Guardafui, diventando il più grande fascio littorio esistente e simbolo dell’Impero.
Un avvincente viaggio nella Somalia Italiana, la più lontana colonia d’oltremare, che riscopre un capitolo esotico e trascurato in un inedito racconto attraverso documenti che escono per la prima volta dagli archivi e le parole di uomini, le cui imprese silenziose e spesso esemplari si sono intrecciate con la Storia. I luoghi e le opere di un tempo perduto che hanno caratterizzato un’Italia dimenticata.
Per approfondimenti:
_Alberto Alpozzi, Il faro Mussolini, 001 Edizioni
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