Teologia e magistero nel Pontificato di Papa Francesco I

Teologia e magistero nel Pontificato di Papa Francesco Idi don Mauro Tranquillo dello 03-11-2020

La parola chiave dell’ultimo anno del regno di Papa Francesco, apparentemente privo di grandi documenti dottrinali, è stata pronunciata dal Pontefice durante un evento che, nell’economia di questo pontificato, si potrebbe giudicare “minore”. Si tratta della 68ma Settimana liturgica nazionale, organizzata dal “Centro di azione liturgica”, presieduto dal noto Mons. Claudio Maniago (1959). Uno di quei movimenti nati poco prima del Concilio (1947) per diffondere le idee nuove del movimento liturgico in Italia.

Don Mauro Tranquillo, è sacerdote, della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, ordinato dal vescovo Bernard Fellay nel 2002 a 24 anni. È un catechista con formazione tomista e risiede a Montalenghe (TO), dove svolge lezioni di catechismo.

In questa occasione (il 24 agosto 2017 nell’aula Paolo VI) Papa Francesco ha pronunciato un discorso piuttosto banale nel contenuto, dove ribadisce le linee ormai classiche della nuova concezione della liturgia. Ne riassumiamo il contenuto perché rivelatore, prima di arrivare alla questione che ci interessa. Papa Bergoglio in primo luogo ci ricorda che i cambiamenti del rito conciliare sono “sostanziali” e non “superficiali”, esattamente come diceva Mons. Marcel François Marie Joseph Lefebvre (1905 – 91), e contrariamente alla vulgata “ratzingeriana” che parlava di “due forme dello stesso rito”. Poco oltre il Papa affermerà che non si è trattato solo di riformare i riti liturgici, ma di “rinnovare la mentalità”. Educare il popolo a sentire il soffio dello spirito, che i “profeti” hanno percepito prima del popolo stesso, è sempre stata una delle missioni del pedagogo modernista, populista per eccellenza.
Il discorso procede con uno dei concetti chiave del modernismo: i cambiamenti conciliari sono stati frutto del «bisogno», dovuto «ai disagi percepiti nella preghiera ecclesiale», che ha creato la «necessità di mettersi in moto». Come abbiamo visto e vedremo, fonte della rivelazione e voce dello Spirito Santo è sempre comunque il “bisogno” del popolo, nel quale risiede il divino, non certo dei princìpi rivelati da Dio a cui fare riferimento oggettivo. Che poi tali bisogni siano in realtà indotti da organi di influenza, dei quali il “Centro di azione liturgica” è un tipico esempio, è discorso che svela a chi giovi il modernismo nella Chiesa. Il Papa dice anche che Concilio e riforma liturgica sono «direttamente legati»: in questo senso dovrebbero restare “direttamente legati” anche il rifiuto della nuova messa e del Concilio, mentre le diaboliche operazioni del 1984 (indulto di Giovanni Paolo II) e del 2007 (motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI) sono riuscite a separare le due cose con un’operazione che solo dei modernisti potevano concepire. In effetti è solo vuotando di senso il rito tradizionale che lo si può far celebrare a chi accetta anche il nuovo: poiché gesti e parole dei due riti sono evidentemente in opposizione di contraddizione tra loro, una mente umana li può accettare entrambi solo se li vuota di qualsiasi significato reale, se diventano solo simboli di emozioni o di esperienze interiori, e non significativi di realtà oggettive. Con queste parole Papa Francesco ci fa capire che accettare il nuovo rito e celebrare (od assistere) al vecchio significa necessariamente accettare la dottrina del Concilio, essendo le due cose “direttamente legate”. Il vecchio rito può sussistere solo se senza significato dottrinale proprio (ecco perché è “straordinario” rispetto a un “ordinario”: è l’ordinario che detta il significato allo “straordinario”).
Il Papa prosegue ricordando i princìpi ispiratori della riforma liturgica: in primo luogo la «partecipazione del popolo». La liturgia, dice, è «per sua natura popolare, non clericale»; è azione non solo per il popolo ma del popolo, l’assemblea del quale (seguendo il Messale di Paolo VI) rende presente il sacerdozio del Cristo al pari della presenza del ministro consacrato.
Concetti chiaramente protestanti, visto che per la dottrina cattolica la liturgia è azione del Cristo tramite il sacerdote ordinato, certo in favore del popolo battezzato, che però non è attore ma unicamente passivo ricettore dei beni del culto ecclesiastico. Sappiamo come il mito della “partecipazione del popolo”, usato in un primo tempo in modo ambiguo, sia poi diventato uno dei fattori determinanti del nuovo rito, per espressa dichiarazione di Paolo VI, che riteneva tale criterio molto più importante della conservazione del patrimonio di Fede e Tradizione rappresentato dall’antica liturgia (cfr. i discorsi delle udienze del 19 e 26 novembre 1969). A questo concetto si ricollega l’idea più volte ribadita nel discorso di Papa Bergoglio per cui la liturgia è “vita”, esperienza, ha per agenti Dio e noi. Il sapore tipicamente modernista di tali affermazioni è chiaro a chiunque abbia anche solo sfogliato l’enciclica Pascendi.
Fin qui questo discorso non sarebbe stato molto diverso ai tempi di Paolo VI o di Ratzinger; quello che però ci preme sottolineare è l’uso dell’espressione che ha dato titolo e unità al nostro intervento: «possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile». Di primo acchito ci viene da pensare che tali parole servano a chiudere autorevolmente la discussione sulla “riforma della riforma”, uno dei mitologici cavalli di battaglia del ratzingeriano medio, riesumata poco tempo prima di questo discorso del Papa dall’immaginazione del Card. Robert Sarah (1945), nel suo intervento al Convegno del Summorum Pontificum tenutosi a Roma il 14 settembre 2017. Lo stesso cardinale, come Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, aveva tentato di dare un’interpretazione conservatrice al motu proprio Magnum principium del 3 settembre, con il quale il Papa aveva demandato totalmente alle conferenze episcopali la traduzione dei testi liturgici; interpretazione prontamente e pubblicamente smentita dal Papa con una lettera allo stesso Cardinale datata 22 ottobre.

Potere temporale: il 28-01-2017, Fra Matthew Festing (1949), già Gran Maestro dell’Ordine di Malta ha presentato le sue dimissioni al Sovrano Consiglio dell’Ordine di Malta, dopo che il Papa gli ha chiesto chiaramente di abbandonare il suo incarico. Le dimissioni di Festing sono arrivate dopo che nel dicembre dell’anno precedente l’Ordine aveva licenziato Albrecht Freiherr von Boeselager (1949), il Gran Cancelliere, con l’accusa di avere permesso la distribuzione di preservativi in paesi in via di sviluppo in Africa e in Asia da parte di una Ong che collaborava con l’Ordine. A quel punto, forse prendendo in esame la questione dei preservativi, Festing, in accordo col cardinale tradizionalista Raymond Leo Burke (1948), patrono dell’Ordine di Malta, avevano voluto l’allontanamento di Freiherr von Boeselager. Ma Papa Francesco non era mai stato d’accordo con questa decisione, anzi, pare non fosse proprio convinto della politica autorevole di Festing nell’affrontare le questioni interne all’Ordine. Per questo il Papa è intervenuto. Il Vaticano ha vinto la sua battaglia dentro l’Ordine di Malta. Ottenendo quanto voleva: le dimissioni del Gran maestro, Matthew Festing (in foto), e il reintegro del barone von Boeselager estromesso il 6 dicembre 2016.

Sarebbe bello se effettivamente l’espressione “irreversibile” di Papa Francesco cancellasse il mito conservatore della riforma della riforma; d’altro canto non dobbiamo pensare che l’espressione preannunci una qualche ulteriore riforma del rito della messa, spauracchio agitato da quel mondo anti-bergogliano che però accetta tutte le riforme conciliari, e ha bisogno di legittimare la messa di Paolo VI creando una “nuovissima messa” da rifiutare, per ora solo nella propria immaginazione, onde distinguersi nel culto dall’attuale pontefice (del quale però condividono le premesse dottrinali).
In realtà l’aggettivo “irreversibile”, pronunciato con insolita solennità “magisteriale” (le virgolette sono d’obbligo), è la chiave di questa fase storica del modernismo, e non solo a riguardo della questione liturgica. Abbiamo attraversato diverse fasi del modernismo e del suo metodo dialettico, delle quali è stato indiscusso protagonista Joseph Ratzinger. Alla fase di rottura con la dottrina cattolica, al momento del Concilio, è succeduta una fase di sintesi, indicativamente tra la fine del pontificato di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI stesso, durante la quale è stata ricomposta (secondo la logica dei novatori) la contraddizione tra “Tradizione” e “Vaticano II”. Con un’operazione eminentemente dialettica, già più volte esaminata, si è arrivati a diffondere lo slogan della cosiddetta “ermeneutica della continuità” o delle “due forme dell’unico rito romano”. Parole che non intaccavano in nulla la vita reale della comunità ecclesiale, saldamente mossa dalle istanze più progressiste, ma che erano utili a fornire una sorta di “neo-ortodossia conciliare” alle forze refrattarie ad ulteriori cambiamenti, distogliendole dal ritorno a un paradigma veramente cattolico e tradizionale. Tale indimostrata e indimostrabile “ortodossia intermedia della continuità” sarebbe stata utile come punto di raccolta dei conservatori al momento dello scoppio della nuova fase di rottura, iniziata non con l’elezione di Papa Bergoglio, ma con quell’evento eminentemente rivoluzionario (per il modo in cui avvenne) che fu l’abdicazione di Benedetto XVI. In questa successiva ed attuale fase, il dibattito “Tradizione/Concilio” (usiamo questi termini semplificatori per pura convenzione) appare ormai chiuso, sostanzialmente evacuato, irrilevante per la vita e l’esperienza ecclesiale odierna. Chi ha problemi con il nuovo corso può rivolgersi alla rassicurante ortodossia ratzingeriana, cosa che in effetti fanno gran parte degli oppositori di Papa Francesco, dai cardinali dei dubia fino ai Socci e ai don Minutella, con tutte le sfumature intermedie. Sul discorso precedente invece non si torna più, perché i risultati di quella fase dialettica sono ormai assorbiti da tutti (nessuno infatti di questi discute le dottrine conciliari) e considerati appunto irreversibili.
Di Amoris laetitia si può discutere, il Papa ci ha già assicurati che si tratta di un testo “tomista”. Nell’operazione “continuità”, affermarla è già crearla. Probabilmente agli oppositori una decina d’anni basterà a scomparire nell’isolamento, mentre tutta la Chiesa pacificamente se non entusiasticamente ha accettato e già da decenni pratica la comunione dei divorziati conviventi. Un’operazione molto simile a quella avvenuta nella prima fase di rottura, quella del Concilio. “Irreversibile” non è una novità perché detto della dottrina o della liturgia conciliare: nessun Papa modernista, da Paolo VI a Benedetto XVI, si è mai sognato di progettare un “ritorno indietro”. Irreversibile è parola che vuole autorevolmente chiudere una fase dialettica, indica che il tempo di vita di quel precedente dibattito è semplicemente scaduto. Alla “Tradizione” si possono anche fare concessioni, proprio perché è ormai fuori tempo e quindi innocua. Adesso bisogna impegnarsi sul fronte aperto da Amoris laetitia, naturalmente tagliando fuori dal discorso ogni contatto con la dottrina preconciliare. Si potrebbe esaminare la strategia di nomine episcopali, particolarmente in Italia, atta a eliminare ogni rappresentante dell’“ortodossia conciliare” da posti importanti, del tutto simile a quella operata da Paolo VI nell’immediato post-concilio: ma finiremmo per parlare di pura politica ecclesiale, mentre vogliamo focalizzarci sul processo di mutamento dottrinale in corso.

Interreligiosità: Nel testo del discorso di Papa Francesco I alla comunità ebraica nella Sinagoga di Roma, andato in scena il 18-01-2016, il Pontefice Massimo afferma come “Voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori, nella fede”, riprendendo le storiche parole pronunciate da Giovanni Paolo II, primo Papa a visitare la Sinagoga di Roma.

Per continuare il nostro esame con uno dei temi-chiave del pontificato bergogliano, da noi ampiamente commentato negli ultimi convegni, esamineremo ora il messaggio che il Papa ha rivolto ai partecipanti del XVI Congresso internazionale della Consociatio internationalis studio Iuris canonici promovendo, del 6 ottobre 2017, in occasione del centenario della promulgazione del codice piano-benedettino (1917). Per Papa Bergoglio, il lavoro di Papa Sarto sul diritto «segnò, all’indomani ormai della fine del potere temporale dei Papi, il passaggio da un diritto canonico contaminato da elementi di temporalità a un diritto canonico più conforme alla missione spirituale della Chiesa». Non c’è nemmeno da commentare l’inesattezza storica di questa affermazione; ma appare chiaramente il disprezzo per l’aspetto visibile e giuridico della Chiesa, aspetto che è la forma stessa, filosoficamente intesa, che definisce la Chiesa (non è, come sembra sempre dire Papa Francesco, una sorta di accessorio che è meglio perdere che conservare); la natura “spirituale” della missione della Chiesa viene, nella migliore tradizione gnostica, messa in contrapposizione con la sua essenza di società giuridicamente perfetta. Ma il discorso del Pontefice è molto esplicito nel seguito: il codice viene elogiato (nella visione bergogliana) per aver svolto un ruolo fondamentale “«nella emancipazione dell’istituzione ecclesiastica dal potere secolare, in coerenza col principio evangelico che impone di “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (cfr. Mt 22,15-22). Sotto questo profilo, il Codice ha avuto un doppio effetto: incrementare e garantire l’autonomia che della Chiesa è propria, e al tempo stesso – indirettamente – contribuire all’affermarsi di una sana laicità negli ordinamenti statali». Al di là della falsità dell’asserto, è chiaro che il Papa vuol presentare la laicità dello Stato in termini positivi, secondo il concetto tipico di Dignitatis humanae e di tutti i Papi post-conciliari, concetto condannato dal Magistero in numerosissime occasioni, e definito “manicheo” da Bonifacio VIII in Unam Sanctam, quasi che le due società non avessero un medesimo Principio da cui derivano, e l’inferiore non dovesse rispondere alla superiore.

C’è un’insistenza particolare sulla revisione del ruolo del diritto nella Chiesa, «dove il dominio è della Parola e dei Sacramenti, mentre la norma giuridica ha un ruolo necessario, sì, ma di servizio».  Revisione che è legata direttamente alla dottrina del Vaticano II: Francesco parla infatti del codice del 1983, ricordando come Giovanni Paolo II lo abbia presentato come la traduzione dell’ecclesiologia conciliare in linguaggio canonistico: «L’affermazione esprime il capovolgimento che, dopo il Concilio Vaticano II, ha segnato il passaggio da un’ecclesiologia modellata sul diritto canonico a un diritto canonico conformato all’ecclesiologia. Ma la stessa affermazione indica anche l’esigenza che il diritto canonico sia sempre conforme all’ecclesiologia conciliare e si faccia strumento docile ed efficace di traduzione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II nella vita quotidiana del popolo di Dio. Penso, ad esempio, ai due recenti Motu proprio che hanno riformato il processo canonico per le cause di nullità del matrimonio». Se da un lato si ammette che il ruolo del diritto, da costitutivo della società, è diventato accessorio (e che l’ecclesiologia conciliare non corrisponde alla precedente, anzi ne è il capovolgimento), dall’altro si ricorda che, anche in questo caso, il processo è lungi dall’essere concluso. Il richiamo alla nuova legislazione matrimoniale ci fa capire che non si può congelare nemmeno il diritto in una forma conchiusa, ma che la «traduzione degli insegnamenti del Vaticano II nella vita quotidiana del popolo di Dio» è un processo in infinito divenire, anche a livello canonico: l’influenza che deve esercitare il Concilio è «lunga nel tempo».

La natura di tali insegnamenti è esplicitata dal pontefice nella conclusione del messaggio: «collegialità, sinodalità nel governo della Chiesa, valorizzazione della Chiesa particolare, responsabilità di tutti i christifideles nella missione della Chiesa, ecumenismo, misericordia e prossimità come principio pastorale primario, libertà religiosa personale, collettiva e istituzionale, laicità aperta e positiva, sana collaborazione fra la comunità ecclesiale e quella civile nelle sue diverse espressioni». Il diritto canonico è visto quindi come strumento di irreversibilità e stabilizzazione della rifondazione della Chiesa. L’ecclesiologia conciliare, con il tocco di “profetismo” bergogliano, garantisce che lo spirito “pastorale” possa continuare il suo corso riaprendo la dialettica su nuovi temi.

A questa visione va collegato il cambiamento della dottrina sulla liceità della pena di morte. Nel Discorso dell’11 ottobre 2017 ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione, Papa Francesco aveva annunciato la revisione del catechismo su questo punto, poi effettivamente realizzata con un rescritto della Congregazione per la dottrina della Fede ex audientia Sanctissimi del 2 agosto 2018. Il Catechismo pubblicato da Giovanni Paolo II (di cui si festeggiava il venticinquennale), pur contenendo già le innovazioni conciliari, ammetteva ancora (seppur in maniera piuttosto teorica) che l’autorità civile potesse comminare la pena capitale in casi gravissimi. Invece, la modifica al numero 2267 del citato catechismo ci informa che, contrariamente a quanto affermato in passato, «la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo». Si specifica, seguendo la dottrina conciliare e wojtyliana, che la dignità umana non si può mai perdere, nemmeno per crimini gravissimi (san Tommaso d’Aquino faceva un discorso opposto).
Per quanto gravissima sia un’alterazione della dottrina cattolica su un ennesimo punto, ci preme sottolineare da quali princìpi provenga una tale possibilità, princìpi specialmente sottolineati da Papa Francesco nel discorso qui menzionato. Da dove può venire la conoscenza di una dottrina diversa da quella tramandata? forse si sono lette le fonti della Rivelazione in modo più accurato? forse finora l’infallibilità sonnecchiava? Papa Francesco risponde enunciando la tipica dottrina modernista sull’evoluzione del dogma, pur facendo anche un appello del tutto retorico al “Vangelo”. Vediamo cosa dice il discorso citato.

Interreligiosità: Viaggio apostolico di Sua Santità Francesco I negli Emirati Arabi Uniti dello 03-02-2019. Nella foto il Pontefice firma il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” con Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb (sulla destra).

 

Papa Bergoglio precisa chiaramente, a proposito del catechismo, che «non è sufficiente, [quindi,] trovare un linguaggio nuovo per dire la fede di sempre; è necessario e urgente che, dinanzi alle nuove sfide e prospettive che si aprono per l’umanità, la Chiesa possa esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce». Non si illuda chi vede nel nuovo corso ecclesiale un semplice mutamento di linguaggio: la fede di sempre non basta, né basta trovare un modo di esprimerla adatto all’uomo di oggi: si deve attuare un vero e proprio processo profetico, che guardi alle necessità (“sfide”) dell’uomo moderno come a una vera fonte della rivelazione divina. Francesco si fa più esplicito: «conoscere Dio, come ben sappiamo, non è in primo luogo un esercizio teorico della ragione umana, ma un desiderio inestinguibile impresso nel cuore di ogni persona. È la conoscenza che proviene dall’amore, perché si è incontrato il Figlio di Dio sulla nostra strada (cfr Lett. enc. Lumen fidei, 28)». Parole apparentemente affascinanti, ma che rivelano il pensiero modernista sulla fede: non ci sono delle verità rivelate da accettare, ma un “desiderio” del divino che è dentro l’uomo. Ovviamente tale desiderio non è legato alla rivelazione di verità esterne all’uomo (da accettare con la ragione illuminata dalla fede – e per ciò stesso immutabili), ma può essere esplicitato in tanti modi, secondo le circostanze di tempi o luoghi: così nascono le varie religioni e così sono possibili infiniti mutamenti delle dottrine, a seconda delle necessità e delle sensibilità dei tempi. Una società religiosa organizzata come la Chiesa cattolica non potrà ovviamente ignorare la mutata sensibilità, e a tempo debito dovrà fare propria l’esperienza del suo momento storico che rileggendo il Vangelo scopre “cose nuove”. Chi non lo facesse, indubbiamente resisterebbe allo “Spirito santo”, che altro non sarebbe che lo spirito del mondo e della storia. L’operazione, felicemente portata a termine per la libertà religiosa e l’ecumenismo al concilio, e per la “famiglia” al sinodo di Papa Bergoglio, è ora estesa al tema sensibile della pena di morte.
Il Papa infatti prosegue in modo anche più esplicito: «Questa problematica [della pena di morte] non può essere ridotta a un mero ricordo di insegnamento storico senza far emergere non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi Pontefici, ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana. Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale». Qui la “mutata consapevolezza del popolo” è chiaramente presentata come una “fonte” della dottrina cattolica. E continua: «La Tradizione è una realtà viva e solo una visione parziale può pensare al “deposito della fede” come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare». Chiaro il richiamo a una permanente rivelazione: non si deve trasmettere (sarebbe “conservare in naftalina”) ma progredire verso un “compimento”, in modo inarrestabile, pena il peccato contro lo Spirito santo, esplicitamente evocato poco sotto: «Non si può conservare la dottrina senza farla progredire né la si può legare a una lettura rigida e immutabile, senza umiliare l’azione dello Spirito Santo. “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri” (Eb 1,1), “non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio” (Dei Verbum, 8). Questa voce siamo chiamati a fare nostra con un atteggiamento di “religioso ascolto” (ibid., 1), per permettere alla nostra esistenza ecclesiale di progredire con lo stesso entusiasmo degli inizi, verso i nuovi orizzonti che il Signore intende farci raggiungere».
Difficilmente si potrebbe sperare in un’esposizione più chiara della dottrina modernista sull’evoluzione del dogma, benché Papa Francesco ripeta più volte che «non si tratta di un cambiamento di dottrina». Chi ragiona da cattolico e pensa che la dottrina della Chiesa corrisponda a una rivelazione conclusa che va trasmessa, non potrà non vedere una contraddizione insanabile, e si dovrà chiedere se la Chiesa abbia sbagliato finora o se sbagli Papa Francesco, in ultima analisi se Cristo abbia detto che la pena di morte è lecita oppure il contrario. Il modernista invece non vedrà contraddizioni: Dio non ha rivelato una dottrina, ma sta dentro di noi, e lo spunto datoci dal “Cristo storico” (che chissà poi che ha detto: non c’erano i registratori…) ci fa vivere un’esperienza religiosa che mettiamo in comune nella Chiesa, con formule concordate tra noi. Questa è l’azione “profetica” dello “Spirito santo”, che non cessa mai, specie quando cerchiamo di rivivere “l’entusiasmo degli inizi”. Così armonizzeremo in nuove formule i nostri rinnovati bisogni e desideri, suggeritici da quello spirito della storia che è Dio stesso, e al quale non bisogna resistere (e che comunque “non si può fermare”). Esattamente la dottrina che san Pio X condannò nell’enciclica Pascendi.
Il monumento del conservatorismo, che doveva congelare la famosa ortodossia conciliare, cioè il nuovo catechismo, ha resistito circa venticinque anni. Chi ha fatto propria la dottrina conciliare e wojtyliana sulla dignità umana, difficilmente troverà dei dubia da esporre su questo punto.
Il tema dell’irreversibilità è in realtà sotteso a un altro tema chiave del pontificato bergogliano, divenuto in molti momenti l’unico tema, quello dell’accoglienza dei migranti. Innanzitutto per Papa Francesco ad essere irreversibile è il fenomeno stesso: Scalfari ci ha ricordato, in un articolo su La Repubblica del 9 luglio 2017, che per Papa Francesco il meticciato (sic) è inevitabile e deve essere favorito, perché ringiovanisce la popolazione e favorisce l’accoglienza delle razze, delle religioni, delle culture. Il 22 settembre 2017, nell’incontro con i Direttori nazionali delle Migrazioni nella Sala Clementina, il Papa ha condannato qualsiasi resistenza, anche morale, all’apporto dei migranti: «Mi preoccupa […] che le nostre comunità cattoliche in Europa non sono esenti da queste reazioni di difesa e di rigetto, giustificate da un non meglio specificato dovere morale di conservare l’integrità culturale e religiosa originaria» (quindi l’integrità religiosa non sarebbe un valore, a differenza del meticciato: questo discorso ufficialissimo è la prova che Scalfari non si è inventato nulla, visto che i concetti sono i medesimi). Non per niente Famiglia Cristiana dell’11 ottobre 2017 sottolineava il silenzio dei media vaticani sul Rosario di difesa delle frontiere organizzato in Polonia, e riportava il fastidio di Papa Francesco davanti a tale iniziativa; il 19 ottobre seguente si faceva anche eco della minaccia del Primate polacco, Mons. Polack, di sospendere il clero che avrebbe preso parte all’iniziativa (fake news poi smentita, ma che fa sempre effetto). Sempre quel 9 ottobre il quotidiano Avvenire rendeva noto al pubblico italiano che il quotidiano di Soros in Polonia, Gazeta Wyborcza, era stata una delle poche voci critiche sull’evento.

Il 4 ottobre 2019 Papa Francesco ha partecipato ad un atto di adorazione idolatrica della dea pagana Pachamama. Ha permesso che questo culto avesse luogo nei Giardini Vaticani, profanando così la vicinanza delle tombe dei martiri e della chiesa dell’Apostolo Pietro. Ha partecipato a questo atto di adorazione idolatrica benedicendo un’immagine lignea della Pachamama. Il 7 Ottobre, l’idolo della Pachamama è stato posto di fronte all’altare maggiore di San Pietro e poi portato in processione nella Sala del Sinodo. Papa Francesco ha recitato preghiere durante una cerimonia che ha coinvolto questa immagine e poi si è unito a questa processione. Quando le immagini in legno di questa divinità pagana sono state rimosse dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina dove erano state collocate e successivamente furono gettate nel Tevere da alcuni cattolici oltraggiati da questa profanazione della chiesa, Papa Francesco, il 25 ottobre, si è scusato per la loro rimozione, e una nuova immagine di legno della Pachamama è stata restituita alla chiesa. In tal modo è incominciata un’ulteriore profanazione. Il 27 ottobre, nella Messa conclusiva del Sinodo, ha ricevuto una ciotola usata nel culto idolatrico della Pachamama e l’ha collocata sull’altare. Lo stesso Papa Francesco ha confermato che queste immagini in legno sono idoli pagani. Nelle sue scuse per la rimozione di questi idoli da una chiesa Cattolica, li ha chiamati specificamente Pachamama, nome di una dea della madre terra secondo una credenza religiosa pagana del Sud America. Svariate caratteristiche di queste cerimonie sono state condannate come idolatriche o sacrileghe dal cardinale Walter Brandmüller, dal cardinale Gerhard Müller, dal cardinale Jorge Urosa Savino, dall’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, dal vescovo Athanasius Schneider, dal vescovo José Luis Azcona Hermoso, dal vescovo Rudolf Voderholzer e dal vescovo Marian Eleganti. Infine, anche il cardinale Raymond Burke ha dato la stessa interpretazione in un’intervista.

Del resto numerosissime sarebbero le citazioni del Papa e dei vescovi sull’apporto dell’immigrazione, sull’eccellenza della società pluralista, dove è garantita l’imprescindibile libertà religiosa. Nel discorso ai partecipanti al convegno internazionale sulla libertà religiosa del 20 giugno 2014, Papa Francesco già diceva: «La libertà religiosa, recepita nelle costituzioni e nelle leggi e tradotta in comportamenti coerenti, favorisce lo sviluppo di rapporti di mutuo rispetto tra le diverse Confessioni e una loro sana collaborazione con lo Stato e la società politica, senza confusione di ruoli e senza antagonismi. Al posto del conflitto globale dei valori si rende possibile in tal modo, a partire da un nucleo di valori universalmente condivisi, una globale collaborazione in vista del bene comune». L’immigrato è per il Papa il “segno del tempo” in cui viviamo. In Evangelii gaudium esortava «i paesi a una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali». Nel discorso a Filadelfia del 26 settembre 2015 il Papa metteva in risalto il legame tra società multiculturale creata dall’immigrazione con la necessità della libertà religiosa.
Di fronte a quel massiccio segno del tempo che sono le migrazioni (inarrestabili, ovviamente), appare palese che la società cristiana non può più tornare. Masse di persone di altre fedi non possono restare soggette a uno Stato cattolico, quindi è il segno che la libertà religiosa è voluta da Dio e che il processo di fine della Christianitas è irreversibile. I fatti creano i nuovi dogmi. Non è un mero discorso di inevitabili opportunità politiche in circostanze nuove, è davvero un messaggio di quello spirito divino che si rivela nella Storia e nelle vicende dell’uomo. La società pluralista e liberale è frutto di nuove esigenze; l’ecumenismo e il diverso rapporto con le altre fedi è inevitabile; voler preservare un patrimonio religioso o culturale è resistere allo Spirito. Il fine dell’immigrazione di massa, il bene che deve portare, non è l’islamizzazione dell’Europa, ma la costruzione di una società in cui vige l’irreversibilità del laicismo. Tale inevitabilità di processi è più volte ricordata nel documento preparatorio per il Sinodo dei giovani del 2018: l’«elevata complessità» del fenomeno migratorio e il «rapido mutamento» che ne consegue sono semplicemente un «dato di fatto» (ineluttabile), non è possibile dire a priori se si tratti di un problema o di un’opportunità. Così «non va trascurato poi il fatto che molte società sono sempre più multiculturali e multireligiose. In particolare la compresenza di più tradizioni religiose rappresenta una sfida e un’opportunità: può crescere il disorientamento e la tentazione del relativismo, ma insieme aumentano le possibilità di confronto fecondo e arricchimento reciproco. Agli occhi della fede questo appare come un segno del nostro tempo, che richiede una crescita nella cultura dell’ascolto, del rispetto e del dialogo». Agli occhi della fede: le vicende umane diventano segno di ciò che ora si deve credere, di una nuova rivelazione modernisticamente intesa. La fede infatti è per il documento «dilatazione della vita»: non ci si riferisce mai a princìpi per il discernimento (che dovrebbe essere il tema del Sinodo), ma solo e sempre a fatti o ad intime esigneze. La fede così intesa sarà «luce per illuminare i rapporti sociali» e «costruire la fraternità universale» (sic). Si è già fatto notare come tutto questo coincida in modo impressionante con il piano di Soros, denunciato tra l’altro dal premier ungherese Viktor Orban all’università estiva di Tusnádfürdő il 24 luglio 2017.
Si è capito che l’irreversibilità di cui parla Francesco non è tanto quella di una situazione irreversibile, quanto di una marcia irreversibile. Tale marcia deve sfociare necessariamente verso qualcosa di ultimo. Per l’appunto, i novissimi. Ora proprio il 9 ottobre 2017 usciva su La Repubblica un nuovo resoconto dei colloqui tra Eugenio Scalfari e Bergoglio, nel quale il vecchio giornalista sosteneva quanto segue: «Papa Francesco ha abolito i luoghi dove dopo la morte le anime dovrebbero andare: inferno, purgatorio, paradiso. La tesi da lui sostenuta è che le anime dominate dal male e non pentite cessino di esistere, mentre quelle che si sono riscattate dal male saranno assunte nella beatitudine contemplando Dio». Non pare probabile che il Pontefice abbia espresso il suo pensiero esattamente nei termini indicati da Scalfari (che comunque non è mai stato smentito). Tuttavia… tuttavia moltissimi elementi ci fanno dedurre che Francesco condivida sostanzialmente il pensiero teilhardiano del Cristo cosmico, per cui tutto il mondo sarà alla fine divinizzato. Il panteismo è l’essenza del modernismo, diceva san Pio X, e l’enciclica Laudato si’ lascia ben poco adito a dubbi su questo punto (si veda la nostra conferenza a questo stesso convegno di Rimini nel 2015). Il mondo marcia dunque in modo irreversibile verso la divinizzazione, e la religione non può non evolvere in funzione di questo.

La Chiesa Evangelica Luterana in Italia (ELCI) esprime la sua gioia per la visita di Papa Francesco alla Christ Church della Congregazione Evangelica Luterana Roma. Qui con Jens-Martin Kruse (1969), pastore della Congregazione del Cristo romano nel suo caloroso benvenuto il 15-11-2015.

Ma Papa Francesco ha in molte altre occasioni espresso queste sue tesi, seppure non nei termini brutali indicati da Scalfari. Nel discorso per l’udienza generale di mercoledì 11 ottobre, Papa Francesco ricordava che «al termine della nostra storia c’è Gesù misericordioso», e quindi «tutto verrà salvato. Tutto.» Sandro Magister fa notare nel suo blog che quest’ultima parola, “tutto”, nel testo distribuito ai giornalisti accreditati presso la sala stampa vaticana era evidenziata in grassetto. Anche nell’udienza del precedente 23 agosto il Papa aveva ricordato, citando a modo suo il capitolo 21 dell’Apocalisse, che Dio alla fine avrebbe accolto nella sua tenda «tutti gli uomini», omettendo però il resto del brano nel quale si parla dello stagno ardente di fuoco e zolfo destinato agli increduli e ai peccatori. Simili omissioni si ritrovano in vari commenti ai brani della Scrittura, da quello nell’Angelus del 15 ottobre sulla parabola del convito nuziale, all’Angelus dll’8 ottobre sulla parabola dei vignaioli omicidi, fino all’omelia della Pentecoste del 4 giugno, dove Francesco ha troncato le parole del Salvatore risorto sul potere di rimettere i peccati (omissione già operata al Regina coeli del 23 aprile precedente). Alcuni esempi fra mille.
Sembra dunque che la creazione di un’unica indeterminata religione, dove non contano più i dogmi e il diritto, ma lo spirito che risiede nell’insieme dell’umanità che vive la storia, senza più barriere (“muri”) di credenze religiose, sia una tappa del movimento irreversibile verso la cristificazione (o divinizzazione) del mondo materiale, che arriverà alla fine di un inevitabile processo di purificazione storica, secondo la migliore tradizione gnostica. Ridurre il problema della situazione attuale della Chiesa a qualche dibattito di punti dottrinali sarebbe miope, specie se ci si focalizza sui mutamenti formali di una sola fase dell’evoluzione dottrinale dimenticando gli altri. Prendere posizione nettamente e in modo completo è sempre più una necessità.

 

 Per approfondimenti:
_La Tradizione Cattolica, La riforma irreversibile. Psicologia e strategia per una Chiesa in uscita che non rietri più, Rimini, 28-10-2017.

 

 

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