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di Giuseppe Baiocchi del 09/06/2016

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1701190693035{padding-top: 15px !important;}" el_class="titolos6"]Benito Mussolini è un uomo spregiudicato, nella sua carriera politica come nella vita privata non si è mai fatto troppi scrupoli: sa bene come gestire il potere per ottenere danaro e come utilizzare il danaro per ottenere il potere, mantenendolo.

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]

di Dario Neglia del 25/05/2016

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1471003871702{padding-top: 45px !important;}" el_class="titolos6"]
Agli inizi degli anni’50 può quindi dirsi che l’Italia aveva in gran parte compiuto quel cammino di “ritorno” nella vita politica internazionale.
In fondo, a paragonare la posizione raggiunta dal paese con quella occupata all’indomani dell’8 settembre 1943, il risultato era notevole: l’Italia aveva beneficiato dell’ERP, era stata membro originario del Patto Atlantico, era entrata altresì nel Consiglio d’Europa in quello stesso 1949, ed infine si era stabilizzata anche in chiave interna con le elezioni dell’aprile 1948.
Restavano ancora aperte solo due grandi questioni: la prima, quella dell’ingresso all’ONU, che si sarebbe risolta nel 1955; e la seconda, più grave, pressante e bruciante, la piaga aperta della Questione Triestina.
Sulla città di San Giusto la congiuntura del sistema politico internazionale parve accanirsi oltremodo. Come ha scritto De Castro, autore di un opera monumentale, forse la più importante sull’argomento:
 
Al problema di Trieste furono sempre precedenti, contemporanee o successive varie altre questioni, di solito molto importanti per i difficili equilibri internazionali che implicavano. Trieste servì come moneta di scambio, come spauracchio, come causa di remore, come anello di una difesa, come pomo della discordia, come tutto quanto essa non era o non avrebbe voluto, né dovuto essere. L’Italia, per la quale la questione giuliana, prima, e la triestina, poi, furono il maggior problema del dopoguerra, dovette sempre destreggiarsi cercando di parare i colpi che venivano a danneggiare la questione stessa, rimbalzando da altre situazioni internazionali .
 
Fu la guerra fredda, in poche parole, ad insinuarsi di continuo nelle maglie del problema triestino, elevando la contesa Italia-Jugoslavia al livello dello scontro bipolare Stati Uniti-Unione Sovietica e viepiù riflettendo i toni di quest’ultimo, ora di flebile compromesso, ora di contrapposizione aperta.
Per ironia della sorte, benché i toni cambiassero, l’unica parte danneggiata restava sempre la stessa: l’Italia.
Bisogna dire apertis verbis che la condotta statunitense in questo dossier non fu per nulla onorevole. Tutte le vicende che ruotarono intorno al problema del TLT, in sede di Conferenza di pace, lasciarono gli italiani e De Gasperi – per tacere di Tarchiani – con l’impressione di essere stati traditi da Washington. Gli Stati Uniti erano il principale patronus dell’Italia a livello internazionale e di certo avevano una particolare responsabilità nella vicenda; ma considerando il tutto da un altro punto di vista, si può dire che forse gli italiani peccarono un po’ di ingenuità.
Ancora una volta nelle parole di De Castro, questo rapporto ambivalente viene sintetizzato in modo perfetto:
Tutto ci portava verso gli Stati Uniti e tanto ci portava che, vedendo la buona accoglienza, poggiammo subito su di loro, senza renderci conto, altrettanto subito, che noi eravamo, per gli Stati Uniti stessi, uno dei pezzi della scacchiera internazionale, un pezzo di un certo valore — diciamo un alfiere, un cavallo — mentre il nostro problema numero uno, la nostra regina nei problemi scacchistici postbellici, la Venezia Giulia, era per loro soltanto una delle tante pedine, che bisognava giocare per salvare altri pezzi che, nel loro gioco erano i principali […] .
Le vicende relative alla sorte di Trieste si risolsero nella prima parte degli anni’50, ma una premessa fondamentale era stata posta pochi anni addietro: un comunicato ufficiale, rilasciato appena prima delle elezioni politiche italiane del 1948, la cosiddetta Dichiarazione Tripartita.

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di Dario Neglia del 24/05/2016

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1471007760502{padding-top: 45px !important;}" el_class="titolos6"]
All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia era un paese in macerie.
Lo era dal punto di vista materiale ovviamente, con un sistema economico-produttivo messo allo stremo dal conflitto, ma ancor di più lo era considerando gli aspetti immateriali. È stato scritto con parole caustiche: L’Italia del 1939-40 era già una grande potenza sui generis: era “l’ultima delle grandi potenze” o – come si diceva sin dall’800 – “la prima delle potenze minori”. Ma l’Italia che esce dalla seconda guerra mondiale è piuttosto e senz’altro “l’impotenza” fatta persona .
Per la seconda volta, e forse anche in modo più clamoroso della prima, era stato confermato il cliché che voleva gli italiani infidi e traditori. Le vicende dell’8 settembre, la fuga del Re da Roma, avevano lasciato strascichi pesanti, permettendo da un lato di salvare ciò che restava formalmente della Monarchia, ma infliggendo allo stesso tempo un colpo mortale al prestigio di casa Savoia.

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1471004473259{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" css=".vc_custom_1471004393074{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]

di Paolo Cartechini del 20/03/2016

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Lo zapping compulsivo mi porta ad esplorare mondi televisivi che molto spesso oserei definire incredibili e sconvolgenti. Nel bel mezzo di questo rituale serale, durante la trasmissione di Fabio Fazio, “che tempo che fa”, mi è capitato di ascoltare le parole dell ex Presidente del Consiglio dei Ministri, Romano Prodi, che discuteva sul passato politico italiano ed in particolare della successione di esecutivi durante la legisletura tra il 1996 e il 2001 in cui fu uno dei protagonisti. Egli disse che fu un errore non andare alle elezioni subito dopo la caduta del suo governo (non facendo mistero delle sue perplessità che nutriva riguardo i suoi successori). Ora, lungi da me giudicare un governo su ciò che fa in questa sede, vorrei puntare l attenzione su una frase detta da Prodi e da altri in altre sedi e circostanze e cioè “Governo eletto dal popolo” oppure “Presidente del Consiglio eletto dal popolo”.

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Liliane Jessica Tami del 17/03/2016[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1471007223140{padding-top: 45px !important;}" el_class="titolos6"]
L’eurogendfor è una superpolizia sovranazionale nata nel 2007 grazie al Trattato di Valsen. Firmato da Francia, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Romania e Polonia, tale accordo ha come scopo di reprimere i moti indipendentisti ed anti-austerity che sempre di più stanno scuotendo l’europa.
In Italia, per il momento, ha solo una sede a Vicenza.

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]

di Giuseppe Baiocchi del 26/03/2015

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1701108466311{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Queste le parole di Michele Molè dello Studio Nemesi, che sta progettando il Padiglione italia.
Alla inaugurazione dell’Expò (esposizione internazionale) di Milano 2015 manca poco più di un mese e non abbiamo sotto agli occhi “un paesaggio straordinario, il cui aspetto ricorda un’isola, ricca di spazi verdi e interamente circondata dall’acqua”, ma abbiamo un enorme cantiere di oltre 1 milione di mq che nonostante i 4000 operai e il lavoro 24 ore su 24 rischia di non essere completato nelle giuste tempistiche per clamorosi ritardi iniziali.
L’Italia ce la deve fare, l’Italia spero ce la farà: l’Expò di Milano che durerà 184 giorni sul tema del “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” è una grande occasione per ottenere commissioni a livello architettonico, ottenere posti di lavoro che al giorno d’oggi mancano e soprattutto far conoscere l’Italia e le nostre bellezze artistiche e culinarie.