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Robert Edler von Musil: cantore dell’uomo nuovo senza qualità

Robert Edler von Musil: cantore dell’uomo nuovo senza qualità

di Giuseppe Baiocchi  del 05-08-2020

Il filone letterario della Finis Austriae, non può certamente  ignorare Robert Edler von Musil (1880 – 1942). Nato nell’austriaca Klagenfurt, lo scrittore si pone come uno degli autori più importanti del periodo. Durante gli studi, superò l’esame di ingegnere nel luglio del 1901 e si appassionò verso alcuni autori, tra cui ricordiamo Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844 – 1900) dal quale trasse il concetto dell’irrazionalismo, Ralph Waldo Emerson (1803 – 1882), Maurice Polydore Marie Bernard Maeterlinck (1862 – 1949) e Ernst Waldfried Josef Wenzel Mach con la psicologia della Gestalt.

Nel luglio 1888, la famiglia Musil fece un’escursione ad Achensee. Ce n’è una fotografia che sembra un sociogramma della famiglia: l’amico di casa, l’insegnante di affari Heinrich Reiter, è in trono al centro dell’immagine, nelle immediate vicinanze della sua destra Hermine Musil, Alfred Musil in piedi sullo sfondo, e il piccolo Robert Musil, appena otto anni, in costume tradizionale di Steyr, con un lungo bastone e un’espressione piuttosto seria visibilmente seccato vicino a quest’uomo, contro il quale si appoggia. A destra il letterato in età giovanile.

Il giovane Musil, si porrà come anti-metafisico, criticando aspramente l’immutabilità di alcuni aspetti etico-morali, poiché questi possono essere svalutati dal continuo fluire delle energie interrelazionali fra individui, dovuti dall’attività analitico-sperimentale.
Tale pensiero fu rafforzato facendo sue le teorie empiristiche e sensitive di Mach, dove le sensazioni – non vincolate ad un individuo umano – sono plasmate meramente dai rapporti funzionali – i quali una volta stabilizzatosi divengono sostanze. Queste «finzioni» – legate ad un principio utilitaristico – permetteranno all’uomo, l’orientamento fra il suo Io e gli enti, al cui novero Musil inserisce anche il tempo e lo spazio. Più il fine è funzionale, più la realtà può essere plasmata: questa modalità sarà la sua chiave per uscire dalla crisi di senso della sua epoca.
Ciò che permetterà a Musil di superare il pensiero di Mach, sarà proprio l’applicazione alle forme del carattere reale e non fittizio: tale pensiero – di forte vincolo intellettuale – proviene nella speranza del continuo mutamento. Dunque la forma dell’Io deve essere definita dall’interno e non da forme imposte dalla società, poiché è plasmato in forma organica ed è soggetto al mutamento, che lo apre al possibile, rendendolo vivo con il reale. Essenziale nel suo pensiero sarà la logica motivazionale: tale concetto si riconosce partendo dai valori essenziali, i quali devono necessariamente emergere fra il soggetto, l’oggetto e l’anima del mondo.
Sarà proprio questa funzionalità, insieme alla variabilità dei valori, a slegare la logica motivazionale dall’arbitrio e dal soggettivismo.

Edizione tedesca de L’uomo senza qualità di Robert Musil.

Sono tutti concetti che ritroviamo in alcune sue novelle, come Vereinigungen (Unioni) del 1910 e attraverso il suo saggio Der mathematische Mensch (L’uomo matematico del 1913), dove l’equazione differenziale consente di determinare il valore di una variabile ponendo questa in rapporto con le altre ed inserendo i presupposti per far sì, che tale valore non risulti definito come indipendente in sé, ma divenga determinabile unicamente con il sistema cui è avvalorato. Celebre la sua citazione: «L’intelletto però si spande all’intorno, e appena tocca il sentimento, diventa spirito». Spirito, dunque, come vero luogo costruttivo in cui la forma-uomo viene a crearsi, in quanto insieme organico, dove tutto è in costante ridefinizione. Sarà proprio questa proprietà umana intrinseca salvarlo dalla rigidità degli Asburgo.
Siamo all’origine della sua fenomenologia, la quale nel 1913 si affermerà in Confessione politica di un giovanotto dove l’unione tra scienza e arte – spregiudicatezza e libertà – porta l’uomo a riconoscere il buono nel malvagio e il brutto nel bello, stravolgendo il pregiudizio atavico tramandato dalla società.
Nasce, nell’autore austriaco, la struttura del saggismo: la forma soggettiva dell’esserci del possibile che aumentando di potenza e perfezione entra in relazione con la mutevolezza dell’unicum esistenziale. Come scrive la professoressa Bianca Cetti Marinoni: «Vivere “saggisticamente” significa dunque per Musil sottrarsi alla pretesa del reale di porsi come immutabile e di imporre i suoi valori come univocamente definiti. E d’altra parte il suo stesso abito mentale di uomo di scienza induceva l’ingegnere e psicologo sperimentale Musil, al massimo rispetto della realtà fattuale e dei suoi valori, la cui certezza e stabilità sono il presupposto non solo di ogni calcolo e di ogni ipotesi scientifica, ma più in generale di ogni forma di vita organizzata».
È la formalizzazione intellettuale il vero pericolo: il rischio che la forma – con la sua capacità di ridefinizione – si assolutizzi, creando i presupposti per la società borghese di fine Ottocento, dove l’identità dell’individuo si irrigidisca non consentendo così il suo umano sviluppo. Prima del suo capolavoro letterario Robert Musil ha combattuto la Grande Guerra come ufficiale dell’Imperiale e regio esercito.
Fu di stanza come ufficiale al fronte italiano in Südtirol oltre che al confine con l’altopiano di Asiago, dove partecipò alla Quinta battaglia dell’Isonzo. Durante la permanenza al fronte sud-tirolese – dove gli fu conferita la medaglia di bronzo – fu redattore a Bolzano dal 1916, del Tiroler Soldaten-Zeitung, una rivista di propaganda per la quale scrisse diversi articoli pubblicati anonimamente.

Da sinistra a destra: soldati austroungarici leggono il Tiroler Soldaten-Zeitung di Musil; Robert Musil nel 1917, infine gruppo di soldati davanti alla canonica di Palu del Fersina: il quinto da sinistra (1915). Museo-storico-della-guerra-di-Rovereto.

Tali scritti, pur con i limiti imposti dal carattere militare della pubblicazione, presentano una critica esplicita alle svariate manchevolezze, errori, difetti, dell’Austria-Ungheria e alla sua assenza esistenziale: quella del senso dello Stato, di un’idea unificante della compagine imperiale. Nel 1917 il padre di Musil fu nobilitato dall’Imperatore Karl I e ricevette il titolo di Edler von, che Robert eredita. Nonostante il titolo e la promozione a capitano (novembre 1917), lo scrittore aveva scarsa attitudine alla presunzione.
Nel 1918 venne fondato un nuovo giornale propagandistico, Heimat, nella cui redazione Musil conobbe lo scrittore Franz Werfel. L’autore ha trattato anche l’argomento spinoso del pangermanismo. Nel 1923 scriverà, non concludendolo, il saggio Der deutsche Mensh als Symptom (L’uomo tedesco come sintomo), ponendo la cultura tedesca come problematica alla civiltà, in quanto aveva già intravisto uno allontanamento culturale da Goethe e Kant, dove la téchne dell’industria nazista aveva prevalso sullo spirito tedesco, portando alla distruzione tale civiltà.
In questo interessante scritto, rilevante è come Musil aveva perfettamente compreso le mire pangermaniste dei ministri militari dell’Imperatore, i quali osservavano un’Austria-tedesca e non dell’Austria-Ungheria. Una critica a tal pensiero può giungerci, diversamente, dal fattore – centrale – in cui il “meticciato razziale” che componeva l’Impero multietnico asburgico non fu un fattore di forza, ma di dissoluzione. Difatti le più grandi menti che l’Austria-Ungheria produsse, siano esse di carattere letterario, musicale, architettonico, filosofico e artistico avevano tutti il legante culturale tedesco. La forza trainante spirituale, culturale era germanica e non certamente slava, boema o ungherese. Bisogna abbandonare il falso mito dell‘Austria-Felix, che strizza l’occhio a determinati ambienti progressisti, nei quali l’inter-nazionalità veniva vista come un vantaggio nei confronti dell’organizzazione politico-culturale: fu l’esatto contrario.
Di contro la grandezza, di questo primo esperimento politico europeo, rimaneva sì l’unione di più popoli uniti sotto un’unica grande bandiera, ma con dei cardini prettamente occidentali e tedeschi: crollati gli ultimi, per via dei focolari nazionalisti delle altre etnie – complice una errata politica di rappresentanza, ad ogni modo normale per quell’epoca – l’Impero è collassato su se stesso.
Non a caso Franz Werfel osservò come : «Anche l’idea dell’antica Austria volle che l’uomo che l’abitava fosse trasformato e rifuso. Pretese da esso che non fosse soltanto un Tedesco, un Ruteno, un Polacco, ma qualcosa di più, qualcosa al di sopra. Sarebbe un’esagerazione chiamare questo sacrificio richiesto dall’idea un vero e proprio sacrificium nationis. Ma certo fu qualcosa di simile. Rinuncia ad una comoda affermazione di se stessi, rinuncia all’eccitante abbandono degli istinti del proprio sangue, rinuncia all’indomito bisogno di trionfo della propria stirpe. Solo chi compiva questa rinuncia, chi era deciso a questo sacrificio, poteva ottenere la consacrazione superiore dell’idea, veniva ricreato, si trasformava, da Tedesco o Ceco che era, nell’uomo nuovo, nell’Austriaco (pur sempre a trazione culturale tedesca). La grande idea destinava quest’uomo ricreato, questo Austriaco, a divenire un maestro. Egli doveva diffondere la luce della propria umanità provata dal sacrificio, affinché tutti quelli che erano ancora giovani, ancora barbari, ancora legati alla terra, fossero illuminati e convertiti da questa luce. Questa destinazione […] si è conclusa col tramonto della vecchia Austria».
Furono proprio le spinte centrifughe nazionali a distruggere l’apparato monarchico-istituzionale degli Asburgo. Quando si parla di perdita di sé, perdita delle radici, bisogna ricondurre tale pensiero proprio a questo fattore decisivo. Paradossalmente l’austriaco, antesignano del proprio tempo, capì l’impossibilità nazionalistica della volontà di potenza che – dopo il primo conflitto mondiale – portò alla distruzione di ogni fede, di ogni regola di vita. L’individuo mitteleuropeo rimasto privo di una cultura crolla sotto i colpi di un capitalismo che plasma e unisce egoisticamente la nuova società dominante. Lo storico Roberto Coaloa scrive: «Oggi, non c’è più la Kakania di Musil, ossessionata dal Reich guglielmino come modello. C’è il Quarto Reich di Angela Merkel, che esercita spavaldo il suo predominio. Non c’è più il partito tedesco dell’Austria-Ungheria, che prima della Grande Guerra aveva, di fatto, esautorato il potere degli Asburgo alleandosi pericolosamente con Guglielmo II. Oggi c’è il Quarto Reich di Frau Merkel, che con il suo eccesso di burocratismo minaccia gli equilibri economici e le conquiste sociali in Europa, sviluppatesi nel corso del Novecento. È il ritorno dell’uomo tedesco, compiaciuto, che osserva la sua pancia piena e non vede al di là del proprio ombelico, antesignano dell’uomo senza qualità».
Edler von Musil si sentiva essenzialmente austriaco con tutte le sue complessità e contraddizioni: con l’esautorazione imperiale, nel dopoguerra, divenne uno scrittore tedesco.
Dopo la presa del potere di Hitler (1933) avendo sposato Martha Heimann (1874 – 1949), di origini ebraiche, nel 1938 emigrò con la famiglia in Svizzera a Ginevra, dove lavorò a Der Mann ohne Eigenschaften (L’Uomo senza qualità) iniziato a Berlino nel 1930, senza tuttavia completarlo per il decesso avvenuto il 15 aprile del 1942.
Sarà proprio nel già citato capolavoro (1930 – 42), che avverrà il trionfo della razionalità strumentale, in cui «l’azione parallela» diviene contenitore astratto dove tutte le cose ritornano per meccanica determinazione esteriore.

Immagine di Robert Musil in età avanzata.

Nella crisi del soggetto della Mitteleuropa, l’apatia del protagonista Ulrich, il cui personaggio è privato delle sue qualità – per via dell’irrigidimento metafisico –, fa divenire il soggetto propriamente «senza qualità».
Riprendendo ancora una volta il concetto greco gnōthi seautón (conosci te stesso), il protagonista potrà uscire dal dedalo ideologico, unicamente «saggiando» tutte le alternative e le possibilità che si presenteranno, per riuscire nel mirabile intento di ricondurle all’uomo, ovvero reindirizzarle al proprio Io, per operare nuovamente la propria crescita interiore. Paradossali sono i vari personaggi del romanzo, i quali osteggiano la ricchezza interiore, ma in realtà sono oggetto e specchio della società cristallizzata.
Lo scritto, facente uso di una perfetta ironia tutta musiliana, risparmierà – di contro – ad alcuni personaggi, che non osteggiano superiorità o cambiamento, la sua satira più aspra.
La pietà invece la riserverà per alcune figure che, contrariamente ai suoi princìpi, negano il dominio delle forme oggettive, assolutizzando l’elemento soggettivo: anche l’angoscia subentra a tratti, poiché la ragione viene pietrificata da un elemento motivazionale, che rifiuta l’oggettività in quanto tale. L’accento posto da Musil, in questo capolavoro della letteratura occidentale, è stato quello di porre il problema sul rapporto uomo-vita, lottando contro l’assolutizzazione dell’individuo.
Per approfondimenti:
_Baiocchi G., Finis Austriae. Sul tramonto dell’Europa, Il Cerchio, Rimini, 2019;
_Bartocci C., Racconti matematici, Einaudi, 2006;
_Musil R., Sulla stupidità e altri scritti, Mondadori, Milano, 1986;
_Cetti Marinoni B., L’uomo senza qualità, Enaudi, Torino, 2014;
_Werfel F., Nel crepuscolo di un mondo, Mondadori, Milano;
_Coaloa R., Robert Musil. «Gli uomini di qualità vengono da Berlino», 03-03-2015;

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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Amedeo Guillet e i miracoli di Allah

Amedeo Guillet e i miracoli di Allah

di Giuseppe Baiocchi  del 29-07-2020

Nato nel 1909 a Piacenza da famiglia aristocratica, con una lunga tradizione militare, il barone Amedeo Guillet è un brillante gentiluomo che conduce una vita spensierata tra ricevimenti, incontri galanti e gare di equitazione. Divenuto sottotenente nel 1931, dopo aver studiato all’accademia militare di Modena, entra ben presto nella squadra italiana equestre selezionata per le olimpiadi del 1936 a Berlino, nella Germania nazista di Hitler. Tutto sembra scritto per Amedeo, quando nell’inverno del 1934 gli eventi precipitano e Mussolini annuncia al mondo le sue mire coloniali in Africa orientale: in poche settimane l’Italia si ritrova in uniforme.
Guillet non è un membro della rivoluzione fascista, ma il patriottismo e la fedeltà alla casa Savoia hanno il sopravvento inducendolo a lasciare la sua vita comoda e agiata per un’avventura dagli esiti imprevedibili, in nome di una guerra lontana. Nell’Agosto del 1935 Amedeo Guillet arriva nel Corno d’Africa e per il giovane italiano è l’inizio di un’ avventura che durerà otto anni.
amedeo-guillet

Amedeo Guillet, noto anche con il nome di Ahmed Abdallah Al Redai (احمد عبد الله‎). Nato a Piacenza il 7 febbraio 1909 e deceduto a Roma il 16 giugno del 2010, è stato un ufficiale, guerrigliero e diplomatico italiano.

Le ostilità iniziano il 3 ottobre 1935 quando le truppe italiane varcano il confine tra Eritrea ed Etiopia, cogliendo di sorpresa le truppe del Negus, Hailè Selassiè.
Il tenente Guillet è a capo di un contingente di duecento combattenti libici, in maggioranza beduini, chiamati “Spahis”: soldati mercenari che combattono con il proprio cavallo e le proprie armi per 10 lire al giorno. Il Barone conquisterà la loro fiducia, apprendendo la loro lingua e trattandoli come fratelli. Instaurerà con loro quella correttezza e serietà reciproca, tanto che uno dei suoi spahis gli salverà la vita nel suo primo combattimento durante la campagna. Nel conflitto si distinguerà per un sanguinoso corpo a corpo con il nemico, salvandosi miracolosamente per ben due volte da morte certa.
L’avanzata dell’esercito italiano appare inesorabile: corre il cinque maggio del 1936 e le truppe di Badoglio entrano ad Addis Abeba. Quattro giorni dopo le milizie del generale Rodolfo Graziani occupano Dire Dawa: la guerra è finita, l’Etiopia è italiana e Adua vendicata. Amedeo Guillet torna in patria dove gli verrà conferita la sua prima medaglia.

A sinistra disegno di uno Spahis libico. A destra il tenente Guillet insieme ad uno Spahis.

La vittoria in Etiopia segna il trionfo del fascismo, ma Amedeo Guillet non è ad Addis Abeba per festeggiare l’arrivo delle truppe italiane: da Roma gli si ordina di recarsi in Libia, nella bianca Tripoli fatta edificare in gran parte dal governatore Italo Balbo. E’ proprio quest’ultimo a chiedere a Guillet di organizzare la solenne cerimonia per l’arrivo in Libia di Benito Mussolini, essendo stato nominato organizzatore e responsabile della parte equestre della cerimonia.
Il piacentino provvede al reperimento e all’addestramento dei cavalli che monteranno il Duce e i gerarchi al suo seguito: la cerimonia prevede che il Capo del Governo, seguito da Achille Starace e dagli altri fascisti, attraversi a cavallo la città, salga sulla collina e sollevi solennemente in aria la cosìdetta “spada dell’Islam” (fatta forgiare a Firenze). Quello che agli occhi contemporanei potrebbe essere inteso come un eclatante gesto propagandistico del regime aveva uno scopo ben preciso. Nel 1934, Mussolini avviò una politica di incoraggiamento nei confronti della religione islamica, definendo le popolazioni locali “musulmani italiani della quarta sponda d’Italia”, adoperandosi in prima persona per far costruire e restaurare scuole coraniche e moschee, installando strutture per i pellegrini diretti alla Mecca, ordinando l’edificazione a Tripoli di una Scuola Superiore di Cultura Islamica.

Il 20 marzo 1937, nei pressi di Tripoli, Mussolini, benché firmatario dei Patti Lateranensi con la Chiesa, decise di farsi conferire il titolo di protettore dell’islam. Secondo l’interpretazione del Duce, essendo subentrato in Libia il governo italiano al posto di quello ottomano, tale titolo gli spettava di diritto in quanto, in qualche modo, erede dell’autorità del califfo.

Come leggere oggi questo gesto umanitario, da parte di un totalitarismo che nel 1938 avrebbe promulgato, per scelte geopolitiche, le leggi razziali? Ebbene il  fascismo (dopo l’embargo) insieme ad alcuni settori del mondo islamico riconoscevano nella Francia, nel Regno Unito dei nemici comuni e il regime voleva sfruttare tale fattore a proprio vantaggio. Questa unione era venuta alla luce dopo gli accordi sanciti dal trattato di Versailles del 1919, dominato dalle potenze definite “plutocratiche” franco-anglo-americane le quali non avevano soddisfatto pienamente né le richieste avanzate dal Regno d’Italia, né quelle avanzate dal mondo islamico.
Dopo i trionfi di Tripoli, il nostro protagonista torna in Italia per essere operato alla mano ferita, in un paese che si dibatte fra le sanzioni economiche e l’autarchia.
Nella convalescenza napoletana, dagli zii, ritrova una delle sue cugine: Beatrice Gandolfo. Per tutti Bice, conosciuta da bambina, questa ormai  ha 18 anni ed è divenuta affascinante. Dopo una rapida frequentazione i due non hanno dubbi: vogliono sposarsi.
Ancora una volta nella vita del Barone un imprevisto: il governo fascista promulga la “legge matrimoniale” stabilendo come, per i dipendenti pubblici (quindi anche gli ufficiali militari), il matrimonio debba fungere come elemento obbligatorio per l’avanzamento ad incarichi superiori. Guillet, che non aveva mai voluto sposarsi fino a quel momento, comprende che maritarsi con sua cugina semplificherebbe la sua ascesa militare. Contrariamente Amedeo decide di non ottemperare il matrimonio con Beatrice per una mera questione di onore e lealtà verso questa, non volendo approfittare del rito per effettuare l’avanzamento di carriera. Prometterà alla sua futura moglie il matrimonio, solo dopo la sua promozione. Esiste solo una strada per l’avanzamento di grado: quella dell’acquisizione del merito sul campo di battaglia. Arriva la giusta occasione con la guerra del generalissimo Franco in Spagna. Nell’agosto del 1937 accetta la proposta del generale Luigi Frusci, comandante della Divisione Fiamme Nere di prender parte alla spedizione di sostegno italiana ai nazionalisti nella guerra civile spagnola (1936-1939).
Asserirà sulla guerra spagnola: “non ero un fascista, ma ho fatto la guerra di Spagna e direi che la rifarei perché altrimenti tutta e dico tutta la Spagna, sarebbe diventata comunista. Io non sono contro a questo e quello, ma la Spagna comunista non la vedo di buon occhio né per l’Italia, né per l’Europa”.
L’Italia del governo fascista non dichiara ufficialmente guerra alla Spagna per ragioni diplomatiche, ma invia reparti sotto la dicitura “Corpo Truppe volontarie” – un vero e proprio esercito nella realtà.  Guillet, con a capo uno squadrone di arditi, organizza i primi camuffamenti: vestito con pantaloni alla zuava e scarponi da montagna si introduce nella penisola iberica sotto falso nome, spacciandosi come “Alonso Grazioso“. Guiderà eroicamente l’assalto di San Pedro de Romeral permettendo la conquista di Santander e sarà lo stesso Francisco Franco a premiare il suo valore con medaglie e decorazioni. Dopo otto mesi, essendo ferito ad una gamba, per il tenente arriva il momento di tornare in Africa. Ricoverato allo ospedale di Tripoli, Amedeo conosce una giovane libica ebrea che studia medicina. Per le nuove leggi razziali, volute dal regime, deve lasciare l’Università. Per Guillet tutto ciò risulta intollerabile e l’ufficiale chiederà aiuto addirittura ad italo Balbo, riuscendo alla fine ad aiutare la ragazza. In questo frangente in Guillet si è spezzato qualcosa. Inizia a mettere in discussione i dogmi del regime in nome di una giustizia regia superiore, morale.
Amedeo Guillet è un uomo libero che si oppone alle ingiustizie e la sua indole generosa gli permette di costruire un rapporto privilegiato con le popolazioni indigene.
Nel 1939 deve tornare in Africa Orientale, nel frattempo sotto l’amministrazione di Amedeo Savoia Duca D’Aosta. Per le sue grandi doti umane, il piacentino viene scelto per una missione delicatissima: il vicerè d’Etiopia, offre a Guillet  il comando di un reparto indigeno: avrà il compito di portare ordine e legalità in una vasta area infestata da bande guerriere e predoni.

Nella foto si sinistra: il Barone Amedeo Guillet (di spalle) riceve istruzioni dal Viceré D’Etiopia Amedeo Savoia Duca D’Aosta nella zona di Amba Ghiorghis sui monti etiopi del Semièn, vicino all’attuale città etiope di Shire sul confine dell’Eritrea. Nella immagine di destra, mappa politica dell’Impero coloniale italiano nel 1939.

Il tenente tornando in Eritrea trova un paese molto diverso da quello lasciato: l’Italia aveva cambiato il volto della sua stessa colonia. Asmara è simile alla sua patria, gli eritrei sono affezionati agli italiani, un affetto che non trova similitudini in Libia, dove la situazione è molto diversa.  Guillet assume ora il controllo del territorio. In una delle sue quotidiane ronde a cavallo, il gruppo squadroni Amhara torna dal recupero di alcuni capi bestiame rubati. Il capo indigeno, felicissimo del recupero, ospita il suo reggimento, ed è qui che il Barone conoscerà la bellissima Khadija, la figlia del capo-villaggio. La ragazza vuole sposare un capo-guerriero e la passione per Guillet esplode subitanea. Amedeo si congeda, ma alcuni uomini lo seguono: vogliono arruolarsi e diventare suoi soldati; anche Khadija si unisce al gruppo, decisa a condividere la guerra di Guillet. La bella indigena cerca in ogni modo di attirare la sua attenzione, ma il comandante la tratta con distacco. Un giorno, complice la morte di un commilitone, Amedeo sconfortato, cede alle lusinghe della donna, la quale da quel momento diventa la sua compagna.
Con a suo fianco Khadija e sempre accompagnato dalla sua banda di fedelissimi, il tenente Guillet prosegue la sua missione.
Qualcosa in lui sta già cambiando, questa guerra gli appare insensata, lontana dai principi appresi in accademia. Le sue convinzioni vacillano, non si riconosce più nell’ immagine del perfetto soldato italiano. Il giovane ufficiale inizia così a prendere decisioni impensabili: una volta catturata la banda del principale guerrigliero del Negus, deciderà di sua iniziativa di sovvertire il regolamento, che asseriva come “Qualunque ribelle armato deve essere passato per le armi”.
Il Barone osserva i volti fieri di quei nemici, decide di risparmiarli, proponendo loro di arruolarsi nei suoi reparti e di diventare suoi soldati: Chi non vuol venire, può non venire, chi vuol venire viene ma il primo che tradisce lo uccido. Chiedo scusa, ma io ho parlato così” si espresse Amedeo in una intervista Rai di quasi dieci anni fa.
Queste decisioni verranno tacitamente accettate da Amedeo Savoia Duca d’Aosta, che conosce la bravura del suo comandante e vi si affida pienamente.
Il Viceré deciderà, addirittura, di creare un intero reggimento di cavalleria indigena: un’unità speciale autonoma e di grande impatto, incaricando nuovamente Guillet, il suo uomo migliore. In un mese e mezzo Amedeo darà vita al “Gruppo Bande Amhara a cavallo” comprendente combattenti diversissimi per etnia, religione e tradizioni, un’amalgama inconsueta che soltanto un grande conoscitore di uomini come il piacentino, poteva riuscire a governare.

La foto a sinistra ritrae il Barone Amedeo Guillet nel 1940 agli ordini della sua “Banda Amhara a cavallo” in operazione di guerra. A sinistra il logo del gruppo armato indigeno.

Nel frattempo il mondo scivola inesorabile verso la seconda guerra mondiale: il 10 giugno del 1940 l’Italia entra in guerra.
L’Africa Orientale italiana nel 1940 non era preparata per sostenere una guerra prolungata. Le scorte disponibili erano valutabili in 6 mesi e la colonia era nell’impossibilità di ricevere rifornimenti. La consistenza numerica delle truppe era decisamente superiore a quella del nemico, ma la scarsità di mezzi e materiali era gravissima. Per tali motivi le operazioni offensive si limitarono all’occupazione della città di Cassala (4 luglio 1940), venti chilometri oltre la frontiera Eritrea in Sudan e successivamente alla conquista della Somalia britannica e francese. Nonostante ciò, fu subito chiaro quanto la situazione dell’esercito coloniale italiano in Africa Orientale fosse disperata, visti i ritardi dell’operazione Leone Marino (l’invasione dell’Inghilterra da parte dei tedeschi) e gli scarsi progressi in Africa Occidentale da parte del generale Graziani. Le forze in Africa Orientale sarebbero state alla mercé di un nemico che riceveva con continuità aiuti e rifornimenti.
Cassala era stata presa come primo obbiettivo di una strategia di conquista di parte del Sudan, rivelatasi poi velleitaria a causa dell’inferiorità, soprattutto qualitativa in mezzi meccanizzati rispetto all’esercito inglese. Nel gennaio del 1941, incapaci di resistere alla pressione britannica, le truppe coloniali italiane dell’Africa orientale, tallonate dal vicino nemico, si ritirarono ordinatamente in direzione Agordat per tentare una prima difesa, attestando le truppe, circa 17.000 uomini, sulla linea Cherù – Aicota. I tre giorni di aspri combattimenti, consentiranno al Regio esercito di respingere gli attacchi dei reparti inglesi sulla direttrice di Cherù e su quella di Aicota.
A questo punto, il comandante dello scacchiere nord, generale Luigi Frusci (già comandante di Guillet in Spagna), ordinò il ripiegamento su Agordat, commettendo un gravissimo errore di valutazione: le truppe inglesi, per lo più meccanizzate, al contrario di quelle italiane appiedate, riuscirono ad attaccare separatamente le due colonne in ripiegamento, arrecando gravissime perdite. I “tank” Matilda MK II, sbilanciavano la situazione verso la vittoria britannica, poichè tali carri armati erano invulnerabili all’artiglieria italiana. Il Regio esercito ripiegò in disordine per sfuggire al contatto con i carri armati inglesi. 
Il 21 gennaio, durante il ripiegamento delle truppe italiane verso le posizioni fortificate di Agordat, Amedeo Guillet entra nella leggenda: gli viene chiesto di rallentare il nemico di un nutrito reparto esplorante: “la Gazelle Force” per permettere all’esercito in rotta di arrivare alle montagne e riordinarsi.
Così racconta l’ufficiale britannico della gazelle Force: “Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalleria indigena, guidata da un ufficiale su un cavallo bianco, la caricò da Nord, piombando giù dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati galopparono fino a trenta metri dai nostri cannoni, sparando dalla sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri cannoni, voltati a 180 gradi sparavano a zero. Le granate scivolavano sul terreno senza esplodere, mentre alcune squarciavano addirittura il petto dei cavalli. Ma prima che quella carica di pazzi potesse essere fermata, i nostri dovettero ricorrere alle mitragliatrici”.
La carica della cavalleria, portò lo scompiglio fra i terrorizzati soldati anglo-indiani. Le cariche sono diverse e nella seconda carica l’esercito anglo-indiano è scompaginato nello schieramento. L’azione spericolata è un’ idea geniale, molto coraggiosa: attaccare nel mezzo dello schieramento, facendo affidamento sul fatto che le mitragliatrici e l’artiglieria  non potevano sparare senza rischiare di colpire la fanteria indiana, coinvolta all’arma bianca. 

Nella cartina di sinistra, movimenti del Regio esercito nelle operazioni in Africa Orientale. Nella foto di centro il tenente Renato Togni, nato a Frascati (Roma) autore dell’eroica “carica di alleggerimento”. A destra: soldati italiana battono in ritirata nel marzo del 1941.

Nel combattimento, eroica la carica del tenente di Cavalleria Renato Togni (medaglia d’oro al Valore Militare alla memoria) vice-comandante del gruppo e amico personale di Amedeo. Togni accortosi, dopo il successo della prima carica, che tre carri Matilda stavano per prendere alle spalle Guillet, carica con i suoi trenta cavalleggeri. Salvò la situazione, ma rimase ucciso giungendo a ridosso dei mezzi inglesi, falciato da una scarica di mitragliatrice, cadde sul cofano di un carro britannico. Quel giorno il Gruppo Bande Amhara ebbe 176 morti, la perdita di 100 cavalli e 260 feriti.
Nonostante le pesanti perdite subite dal nemico (nel frattempo riavutosi dalla sorpresa), il tenente Barone Guillet ottiene una importante vittoria, permettendo alle truppe italiane in ritirata di raggiungere indisturbate gli altipiani etiopi dove i carri armati britannici non potevano raggiungerli. Quella di Amedeo Guillet fu l’ultima carica di cavalleria nella storia militare dell’Africa.
Gli eventi precipitano anche in Africa del Nord, dove il cinque gennaio del 1941 gli inglesi spezzano il fronte italiano e riconquistano Sīdī Barrānī in Libia (Presa dal generale Bergonzoli il 16 Settembre del 1940). All’inizio del 1941 l’avanzata dell’esercito inglese sta ormai travolgendo le truppe italiane in Africa orientale. Dopo sei giorni di resistenza nella gola di Ad Teclesan in Eritrea, l’esercito italiano viene spazzato via dal nemico: è la disfatta. Gli italiani si arrendono e lasciano Asmara agli inglesi.

Scatto sulla strada per Sīdī Barrānī. Truppe inglesi avanzano verso il territorio italiano in Libia. ©Recolored-war in colour.

Nell’Aprile del 1941, le truppe britanniche conquistano l’Eritrea: l’Italia non ha più il suo Impero e l’esercito italiano è costretto alla ritirata. Nel caos che ne consegue gli indigeni disertano, i civili fuggono. Il tenente Guillet ferito ad un piede, si rende conto di essere isolato dal resto dell’esercito italiano e contemporaneamente dimenticato dal nemico. Così rimasto solo con un centinaio di soldati indigeni a cavallo, decide di non arrendersi e sulla sua testa arriverà presto una taglia di mille sterline d’oro: vivo o morto. Dismessa l’uniforme militare, il tenente indossa il turbante e la futa, tipica dell’abbigliamento indigeno, i tratti del volto mediterranei e la conoscenza perfetta della lingua araba lo aiutano a cambiare identità: il suo nuovo nome è Ahmed Abdallah al Redai. Ha con sé la sua compagna indigena e alcuni suoi fedeli combattenti: la sua guerra diviene una guerriglia facendo nascere il mito del “Comandante Diavolo” (Cummandar es Shaitan).
Io mi considero l’uomo più fortunato che abbia mai visto (…) naturalmente ho sofferto, ma la fortuna si paga” queste sono state le parole di Amedeo Guillet, una vera e propria leggenda italiana, un eroe per questo paese, oggi quasi sconosciuto. 
Una scelta difficile quella di rimanere in territorio africano, ma decisa.  Il tenente italiano pensava che finché avesse combattuto in Eritrea, avrebbe trattenuto le truppe inglesi, che altrimenti sarebbero finite in Libia, ma il diritto internazionale di guerra non prevedeva che una parte di un esercito nemico sconfitto o arreso, potesse continuare un conflitto, dopo la firma della resa da parte del generale. Il comandante firmando per tutti, compresi gli ufficiali, aveva decretato la sconfitta.
Amedeo ha in mente una strategia precisa: far credere che gli italiani sono ancora in grado di reagire, per nulla sfiancati dal conflitto e capaci di negoziare con determinazione un ruolo in Africa. Per il tenente Amedeo Guillet inizia una nuova guerra: la sua guerra privata africana.
Cacciati gli italiani, il Negus torna in Etiopia (da ricordare come il negus ristabilì la schiavitù del suo stato feudale) e ha l’obiettivo, sempre sognato, di annettere l’Eritrea avvalendosi del contributo strategico inglese. Amedeo non ha intenzione di abbandonare la causa e cerca di infiammare gli animi eritrei, facendo leva sui sentimenti anti-etiopico. Il nostro uomo riarma dunque i volontari che hanno avuto l’intenzione di seguirlo e lo fa sfruttando le caserme abbandonate del Regio Esercito che non sono state prese in consegna ancora dai britannici. Guillet in breve tempo diventa un eroe nazionale eritreo, idolatrato dai soldati che in lui vedono un combattente vicino alla cultura eritrea: coraggio, devozione, sacrificio sono i valori universali che scatenano il consenso tra le truppe. Nel nome di questi valori i suoi uomini lo seguiranno ovunque: nessuno di loro tradirà mai il leggendario “comandante diavolo“.
Vivendo costantemente sotto falsa identità di semplice “yemenita” rimasto bloccato in Africa dopo il crollo dell’impero italiano, in Guillet avviene una conversione interiore: inizia a pregare cinque volte al giorno come un musulmano, crede in Dio ma non dà peso al rito devozionale cattolico.
Il tenente italiano non è più l’uomo arrivato nel 1940 in Africa: non è più un italiano, non è più un ufficiale, non è più un cattolico. Si è spogliato della sua identità: è diventato un indigeno tra gli indigeni, come la figura leggendaria di Lawrence d’Arabia. Ma a differenza dell’inglese che aveva un impero alle spalle ed era foraggiato da milioni di sterline d’oro, con cui poteva comprare la fedeltà delle bande arabe che lo portarono ad occupare la città di Aqaba, Amedeo Guillet non ebbe denaro e sostegno da nessuna forza politica. Il piacentino Guillet, travestito di tutto punto, condusse le sue bande eritree in una lotta contro i britannici senza quartiere e senza esclusioni di colpi: sabotò ferrovie, linee telegrafiche, fece saltare ponti, saccheggiò depositi militari; fu una guerriglia che non dette tregua. Le azioni della sua banda vennero considerate inizialmente opera di fuorilegge locali, poi la stampa (sempre in cerca di notizie) iniziò a comprendere l’importanza del soldato italiano, iniziando a ricamare merletti intorno al mito del “comandante diavolo” e attorno alle sue gesta: capaci in una carica di cavalleria di sconfiggere i carri armati di sua maestà britannica.
Qui scese inesorabile il velo della censura inglese: tutto venne inserito in un rapporto “Top Secret” dagli agenti britannici, che consideravano prioritario eliminare Guillet. Con la sua morte, la ribellione eritrea sarebbe scemata e il Negus avrebbe potuto espandere i propri domini.
Il capo dell’Intelligence inglese in Africa Orientale è a quel tempo il maggiore Max Harari, il quale bracca sempre più il Barone Amedeo Guillet. L’alta taglia messa sopra la sua testa lo rende una preda appetitosa per i cacciatore di taglie arabe, ma nessuno intende tradirlo, nè lo tradirà mai. 
Amedeo si recherà, travestito da arabo, al presidio britannico in Eritrea denunciando l’avvistamento di se stesso in altri luoghi, depistando così le indagini dell’Intelligence. Mai fu riconosciuto o catturato (intascò anche i soldi della taglia) nessuno comprese mai che sotto i panni del delatore indigeno si celava il nemico.
Guillet dunque non si arrende anche se braccato, continua a combattere e si permette perfino di prendersi gioco dei servizi segreti inglesi.
Ma la storia di Guillet non è un frutto del caso, Amedeo ha una disciplina ed un’ educazione ferrea che, unite ad una vasta cultura e intelligenza, lo portano a diventare il genio che conosciamo. Il maggiore Max Harari, nel frattempo, interroga chiunque lo abbia conosciuto: raccoglie metodicamente qualsiasi informazione, documento o pettegolezzo che lo riguardi. Oramai Guillet sa di avere i giorni contati, la messa in scena con gli inglesi non può continuare ancora a lungo, le ferite riportate in diverse battaglie e le febbri malariche lo stanno stremando e saranno i suoi stessi uomini a convincerlo a curarsi. Una volta catturato l’italiano, anche la loro guerriglia sarebbe precpitata verso una rapida fine. Nel rassegnato dolore Amedeo Guillet scioglie la banda e cerca di recarsi in Yemen. Lascerà anche la sua donna Khadija, tra le lacrime, rimanendo solo. Accompagnerà l’italiano solo lo yemenita Daifallah. I due uomini in poco tempo raggiungono Massaua, per poi ripartire.
Guillet e Daifallah durante il viaggio per lo Yemen, vengono buttati in mare dai contrabbandieri e sfuggendo ai pescecani raggiungeranno a nuoto la penisola di Buri, addentrandosi nel deserto della Dancalia, dove stanchi e affamati verranno malmenati da alcuni pastori nomadi e lasciati in fin di vita, vicino ad un pozzo. Durante la notte verranno salvati da un mercante che fu scambiato da Guillet per un angelo dell’aldilà. Il tenente era in preda alle allucinazioni.
Al Sayed Ibrahim al Yemani, come un buon samaritano, sfama e disseta i due sventurati e li accoglie nella sua casa. Guillet dopo essersi ripreso decide di tentare nuovamente la strada per lo Yemen. Giunto nuovamente a Massaua: spacciandosi per uno yemenita malato di mente, riesce ad ottenere il permesso per un passaggio regolare. Alla fine del dicembre del 1941, finalmente arriva nel porto di Hodèida dove pronuncerà le parole che lo consacreranno alla fede islamica: “non vi è altro Dio all’infuori di Dio e Maometto è il mio profeta”. Gli yemeniti si insospettiscono: credendolo una spia inglese lo incarcerano. Saranno proprio gli inglesi, nel frattempo venuti a sapere di Guillet, a volere la sua estradizione. L’Imam Ahmed Ibn Yahia, vicino politicamente allo Stato italiano, lo libera e lo promuove Gran Maniscalco di corte.

A sinistra Guillet in abiti arabi. A destra l’Imam yemenita Ahmed Ibn Yahia.

Tra l’Imam e Amedeo nasce un rapporto di stima, il sovrano lo fa curare è gli elargisce uno stipendio da colonnello. Dopo un anno trascorso nello Yemen, per l’italiano è tempo di ripartire: gli inglesi mettono una nave della crociera a disposizione di tutti i civili italiani che vogliono tornare in patria. Guillet non si lascia sfuggire l’occasione, passando ancora una volta sotto al naso dei britannici, imbarcandosi clandestinamente al porto di Massaua. Guillet viaggierà nascosto nel manicomio della nave per 40 giorni di navigazione, compiendo il periplo dell’Africa, arrivando in Italia il 2 settembre del 1943. Dopo anni di guerre, avventure e peripezie, Amedeo Guillet è di nuovo a casa, ma l’Italia che trova è un paese allo sbando: siamo alle porte della guerra civile. Amedeo è già maggiore, la sua ambita promozione l’ha ottenuta da tempo, ma nessuno era riuscito a comunicarglielo. Possiede una sola idea: mantenere la parola data ai guerrieri che lo stanno aspettando in Africa. Per questo motivo tiene segreta la sua presenza verso i familiari che lo stanno aspettando, compresa la sua promessa sposa Beatrice Gandolfo. La scelta del Barone è quella della via più difficile, la più illogica, la meno conveniente: continuare a combattere. Chiede di essere inviato e paracadutato in Etiopia, in modo da poter ricontattare le tribù a lui fedeli e continuare così la guerriglia. Il ministero della guerra autorizza il Barone piacentino ad attuare il suo piano in Etiopia, ma in pochi giorni si arriva all’otto settembre. L’Italia è nel caos con i nemici inglesi che diventano alleati. Al quartier generale Guillet trova le porte sbarrate, ma non si arrende. Ha giurato fedeltà al Re che vuole intercettare. Il sovrano è fuggito da Roma e si è recato a Brindisi. Solo lui può scioglierlo dal suo impegno e restituirlo alla vita civile. Qui si denota come la monarchia è l’unico faro, l’unica luce che guida Amedeo attraverso l’Italia divisa in due, alla ricerca del monarca.

Amedeo arriva a Brindisi e dialoga con Vittorio Emanuele III il quale, ascoltata la sua storia, asserisce: “Lei ha fatto il suo dovere, le sono molto grato. Si ricordi che noi passiamo, ma l’Italia rimane e bisogna sempre servirla in ogni modo, perché la cosa più grande che possiamo avere è la nostra patria”.
Tornato a casa, Amedeo Guillet si riunisce a Beatrice Gandolfo, non prima di averla informata del suo trascorso africano.
A Napoli, il 21 settembre 1944 il “comandante diavolo” si sposa. Dal matrimonio nasceranno due figli: Paolo e Alfredo. A soli 37 anni Guillet viene promosso generale. Passano due anni e l’Italia è già Repubblica. Per Amedeo la carriera militare non ha più senso, ma sciolto dal vincolo di fedeltà voluto da Umberto II, accetterà di lavorare con i servizi segreti militari: le sue conoscenze linguistiche facevano di lui un operatore di grande valore e affidamento.

Le due donne della vita di Amedeo: Khadija e Beatrice Gandolfo.

Guillet tornerà anni dopo in Eritrea, in missione per lo Stato italiano, e avrà modo di rincontrarsi con Khadija per volere soprattutto di Beatrice. Sua moglie voleva ringraziare l’africana per essersi presa cura del marito, facendole avere in dono un bracciale. Amedeo e Khadija si incontrano in una sala da tè: entrambi sanno che quella è l’ultima volta che si vedranno. Si trattengono alcune ora senza parlare. L’africana lo saluterà stringendo il bracciale della moglie con grande dignità e fierezza.
Con questo viaggio in Africa, la storia di Amedeo Guillet sembra conclusa ed invece negli anni cinquanta Guillet decide di sfruttare l’esperienza e le conoscenze accumulate: inizierà la carriera diplomatica insieme alla moglie Beatrice Gandolfo. Sarà ambasciatore d’Italia in Egitto (1950), in Yemen (1952), in Giordania (1962), in Marocco (1968) e in India (1971).
Il singolare destino di Amedei Guillet è quello di trovarsi in situazioni estreme, sempre accompagnato dalla sua proverbiale fortuna. Sopravvissuto illeso a due incidenti aerei nella stessa giornata, sarà anche testimone diretto e indenne di ben due colpi di stato, sia in Yemen che in Marocco. Senza farsi scoraggiare dalle difficoltà, l’ambasciatore Guillet promosse il dialogo tra cristiani, ebrei e musulmani: custodiva nella propria casa, la reliquia di una spina della corona di Cristo, mentre nella sua scuderia si trovava l’ultimo discendente del cavallo di Maometto. Dettagli simbolici, certo, ma indici di valori concreti.
Amedeo ha vissuto gli ultimi anni in Irlanda, la patria dei suoi antichi nemici. Diventò fraterno amico di Max Harari, il maggiore che nel 1941 gli aveva dato la caccia. Vittorio Dan Segre divenne suo biografo. Nel novembre del 2000 il capo dello Stato italiano Carlo Azelio Ciampi conferisce al generale Amedeo Guillet la massima onorificenza italiana: la Gran Croce dell’ordine militare della Repubblica.

Il Barone Amedeo Guillet in età avanzata, dopo aver ricevuto l’onoreficenza nel 2000.

A 91 anni Amedeo torna in Africa per rivedere i luoghi della sua guerra e gli eritrei lo accolgono come un eroe, anzi come il primo patriota dell’indipendenza eritrea. E’ lo stesso presidente Isaias Afewerki ad ospitarlo con onori degni di un capo di stato.
Prima di concludere la sua vita a Roma il 16 giugno del 2010 all’età di 101 anni, Amedeo Guillet torna a trovare l’uomo che nel deserto della Dancalia gli salvò la vita: Al Sayed Ibrahim al Yemani. Il mercante non riconosce l’anziano italiano, rammaricandosi di non potergli offrire dell’acqua poiché il crollo del muro del pozzo ha reso quest’ultimo inutilizzabile. Accogliendo cordialmente l’ospite, gli narra la storia a chi lo viene a trovare: il salvataggio nel deserto di due yemeniti moribondi. Il vecchio mercante è sicuro che quegli uomini siano stati inviati da Allah, che spesso mette alla prova la fede e la carità dei suoi fedeli ponendo sul loro cammino eventi speciali e soprannaturali. Amedeo non ha dubbi: quel viandante yemenita di cui parla Al Sayed è lui. Amedeo sta per svelare la sua identità, ma non volendo distruggere il mito dei due forestieri inviati da Dio, tace.
Congedatosi Amedeo paga alcuni operai, che nella stessa notte aggiusteranno il pozzo del vecchio mercante, per far avere ad Al Sayed un’altra straordinaria novella da raccontare ai pellegrini del deserto. Quello stesso deserto dove si sono incrociati i destini di eroi senza nome e senza tempo: testimoni delle prodezze del tenente Guillet, delle scorrerie del comandante diavolo e dei miracoli di Allah.
 
Per approfondimenti:
_La guerra privata del tenente Guillet, di Vittorio Dan sagre – Edizioni Corbaccio;
_Gli italiani in africa orientale – la nostalgia delle colonie, di Angelo del Boca – Edizioni Mondadori;
_Gli italiani in africa orientale – la caduta dell’Impero, di Angelo del Boca – Edizioni  Mondadori;
_7 anni di guerra;
_Sebastain O’Kelly, Vita, avventure e amori di Amedeo Guillet un eroe italiano in Africa Orientale – Edizioni Rizzoli, Milano;
_Mario Mongelli, Amedeo Guillet un gentiluomo italiano senza tempo – Edizioni Rivista Militare, Roma 2007.
 
Un ringraziamento particolare al Dott. Emidio Ciabattoni per aver innescato quella scintilla che poi mi ha portato all’approfondimento dell’uomo Guillet.

 

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20°incontro DAS ANDERE – “Il cortile della frontiera”. Primo De Vecchis, Belen Perez Chada e Dolores Perez Demaria

20° incontro DAS ANDERE

“Il cortile della frontiera”. Di De Vecchis, Belen Chada e Dolores Demaria

Per la prima volta l’associazione culturale Das Andere ha sperimentato una due giorni di rassegna culturale. Ospiti le argentine Maria Belen Perez Chada (architetto) e Dolores Perez Demaria (drammaturga) che insieme a Primo De Vecchis (dottore di ricerca in Letterature comparate) hanno dissertato sul tema de “Il cortile della frontiera” che attraverso la storia, l’architettura, l’arte e la musica hanno analizzato il tema dell’immigrazione, oggi giorno problematica imperante della nostra società.

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L’evento è stato ripreso dal video-maker Stefano Scalella e le foto sono state eseguite da Marta Peroni.
Nella giornata di venerdì 21 ottobre si è analizzato il Contesto storico sui processi migratori verso la Repubblica Argentina dal 1880 al 1960 e creazione dello Stato nazionale.

Giuseppe Baiocchi (architetto e presidente della associazione) ha toccato anche il manufatto architettonico del “conventillo” indagando sulla creazione del soggetto portegno.
Proprio questa struttura ricettiva per immigrati (italiani, polacchi, spagnoli) fa nascere all’interno del patio della struttura quella socialità e convivialità anima del popolo argentino.

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Nella giornata di sabato le ragazze hanno raccontato al pubblico, numerosissimo in entrambe le giornate, il tema del capitalismo, globalizzazione e tecnologia. Il corpo e la città. Primo De Vecchis per entrambi gli incontri si è prestato come traduttore ed è grazie al suo contributo che l’evento si è potuto svolgere.

Un grazie doveroso ai maestri Luigi Travaglini e Luigi Sabbatini (della associazione chitarristica picena) che hanno eseguito tre brani sulla musica argentina:
_Julian Aguirre: Tres Aires Populares argentinos
_Astor Piazzolla: Tango n. 2 (dalla “Tango Suite”)
_Astor Piazzolla: Lo que vendra

Luigi Travaglini (a sinistra) e Luigi Sabbatini (a destra). Due maestri della associazione Chitarristica Picena.

Maria Belen Perez Chada e Dolores Perez Demaria portano avanti un progetto di “drammaturgia urbana” nel quartiere storico San Telmo di Buenos Aires; hanno costruito un itinerario con una serie di indicazioni, che dall’acqua (Rio de la Plata) porta a una libreria.

Hanno adoperato le stesse indicazioni per ricostruire un itinerario all’interno di Ascoli, dove si inizia con la Libreria Rinascita e si finisce nel fiume Tronto. Alcune tappe di questo percorso di riscoperta percettiva urbana sono state intervallate dalla lettura di alcuni brani dell’acquaforte portegna di Roberto Arlt. Alla fine del percorso i partecipanti hanno tracciato su dei fogli di carta le proprie impressioni visive e uditive, i propri pensieri, e questi sono stati raccolti in un unico spazio, che racchiude così le molteplici visioni della stessa storia. È stato solo un piccolo esempio di coinvolgimento del pubblico in questa sorta di drammaturgia urbana estemporanea.

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In conclusione, oltre al pubblico, l’associazione ringrazia tutte le istituzioni che in maniera non onerosa hanno patrocinato l’evento:
_L’Università degli studi di Camerino (UNICAM)
_L’Ordine degli architetti di Ascoli Piceno
_La Regione Marche
_Il Comune di Ascoli Piceno
_La Legislatura portegna di Buenos Aires
_La Libreria Rinascita
_L’Associazione chitarristica picena
_L’Istituto di Storia Contemporanea (ISML)
_Tipico Ascoli

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19°incontro DAS ANDERE – “Costruire Abitare Pensare”. Di Danilo Serra, Adelmo Tancredi, Raffaele Mennella

19° incontro DAS ANDERE

“Costruire Abitare Pensare”. Di Serra, Tancredi, Mennella

Nella splendida cornice di pubblico del Polo culturale S.Agostino si è svolto il Festival della associazione Das Andere intitolato “Costruire Abitare Pensare”.

Città serena, una delle opere presentate da Erika D’Elia per la Rassegna culturale sullo spazio Urbano

Una rassegna di filosofia, architettura, psicologia, musica e arte. L’associazione manda un augurio di pronta guarigione all’Arch.Valeriano Vallesi che non ha potuto moderare l’incontro per motivi di salute.

Francesco Mecozzi e le sue installazioni artistiche

Nel patio del manufatto edilizio si sono esposte le opere artistiche dei maestri Mecozzi, D’Elia e Tamburrini che hanno reso speciale la giornata. L’evento, in collaborazione con l’Associazione Chitarristica Picena guidata dal maestro Luigi Travaglini, si è svuluppato con interventi puntuali dei relatori intervallati dall’ensemble di chitarre che hanno suonato musiche sullo spazio Urbano.

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Difatti proprio la spazialità Urbana è stata al centro del progetto culturale che Das Andere ha elaborato per la stagione 2016.
Il dott.Danilo Serra ha dissertato sulla “responsabilità dell’abitare” – successivamente il Dott.Adelmo Tancredi ha affrontato il tema degli “aspetti comunicativi dell’abitare”, prima di lasciare la parola all’architetto Raffaele Mennella, il quale ha relazionato la tematica “dell’espressionismo e della nuova oggettività: l’architettura tra tradizione e innovazione nella Repubblica di Weimar”. L’arch.Giuseppe Baiocchi ha condotto l’incontro insieme al Dott.Alessandro Poli.


Il servizio fotografico è stato a cura di Jacopo D’Emidio, mentre le riprese (in onda su You Tube) sono state ancora una volta documentate dal Video Maker Stefano Scalella.

Il maestro Stefano Tamburrini si è dilettato durante l’incontro nello schizzare volti dei relatori e del pubblico presente come ricordo della giornata di studi.

Un ringraziamento sincero e doveroso a Giuseppe Lori, Manuel Scortechini e Primo De Vecchis senza i quali questo evento non avrebbe avuto luogo.
L’Associazione ringrazia gli altri enti che hanno contribuito all’evento come il Comune di Ascoli Piceno, la Libreria Prosperi, L’associazione di storia Contemporanea ISML di Ascoli, L’Ordine degli Architetti di Ascoli, L’Universita degli studi di Camerino UNICAM e Tipico Ascoli.

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il filosofo palermitano Danilo Serra spiega al pubblico “Le responsabilità dell’abitare”

Il Dott.Adelmo Tancredi disserta sugli “aspetti comunicativi dell’abitare”

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Nonostante l’argomento di forte interesse architettonico, con rammarico l’associazione fa presente la forte mancanza degli architetti ascolani.

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L’architetto Mennella durante la sua lectio magistralis “sull’espressionismo e della nuova oggettività: l’architettura tra tradizione e innovazione nella Repubblica di Weimar”.

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Il professor Enrico Antonini, uno dei componenti dell’ensemble di chitarre della associazione chitarristica picena.

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Tutti i ritratti del pittore Stefano Tamburrini

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Art-Bonus. La critica situazione dei Beni Culturali in Italia

Art-Bonus. La critica situazione dei Beni Culturali in Italia

di Giuseppe Baiocchi del 23/08/2016

Vorrei iniziare questo articolo rivolgendo una domanda al ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini chiedendogli se oggi sappiamo valorizzare il nostro patrimonio artistico.

L’italiano standard non si sente “cittadino” poiché dalla sua fondazione l’Italia ha un rapporto difficile con il concetto di cittadinanza. Forse per la mancanza di rivoluzioni non possediamo l’idea di una appartenenza biunivoca del territorio (noi apparteniamo al territorio e il territorio appartiene a noi). Non c’è l’idea di essere custodi, ovvero l’agire per chi verrà dopo di noi, come dicevano i nativi americani, oggi quasi del tutto annientati: “tutto questo non l’abbiamo ereditato dai nonni, ma l’abbiamo in prestito dai nipoti”.

Oggi nel nostro paese avviene la retorica “del petrolio d’Italia” inventata da Mario Pedini, ministro dei Beni Culturali divenuto noto per essere uscito sulle liste della P2. Se noi riflettiamo bene sul significato di petrolio, capiamo immediatamente che si tratta di un esempio inaccostabile con i nostri Beni Culturali. Il petrolio per dare energia deve bruciare, il petrolio è una sostanza nera che si trova sotto il terreno e che nessuno vede e soprattutto in genere nei paesi dove si cerca, sono presenti i concessionari che arricchiscono non i cittadini, ma un gruppo ristretto di persone. Tutto ciò può difatti rispecchiarsi con il patrimonio culturale in Italia. Sono, senza nasconderlo, molto critico verso l’attuale ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini.

Il Ministro dei beni e delle attività culturali e del Turismo Dario Franceschini

La riforma del Mibact è un cambiamento profondo che supera la contrapposizione ideologica tra tutela e valorizzazione”. Parlava così l’attuale ministro dei Beni Culturali nel 2014 dopo l’approvazione del consiglio dei ministri per il cosìdetto Art Bonus, ossia il decreto Cultura e Turismo. Vediamo di cosa si tratta.
Una riorganizzazione del sistema culturale italiano nel quale il contributo dei privati nella gestione e nella valorizzazione di siti e musei diventa di grande rilievo e per incentivare investimenti a coloro che si propongono come mecenati dell’arte il loro credito di imposta viene alleggerito fino al 65%.
Gli scopi della riforma sono molteplici, dall’ammodernamento della struttura del ministero, l’integrazione tra cultura e turismo, valorizzazione delle arti contemporanee, taglio delle figure dirigenziali e distinzione tra tutela e valorizzazione. La gestione di alcuni musei, venti dei quali (i più grandi) dotati di super Manager, vengono sottratti al controllo delle soprintendenze. Tra le altre cose quella dei musei gratis la prima domenica del mese. “Siamo riusciti a riportare l’attenzione per la cultura al centro delle scelte del governo e del dibattito del paese. L’obiettivo è quello di riavvicinare gli italiani al patrimonio culturale e questa per me è una cosa veramente di sinistra”.
Secondo il mio modesto parere Dario Franceschini si sta rivelando uno dei peggior ministri dei Beni Culturali che l’Italia ricordi, poiché nella riforma ha inserito le Soprintendenze sotto le Prefetture. Il Ministro ha dato il via allo smantellamento delle soprintendenze come le avevamo conosciute fino a ieri, attraverso l’istituzione di nuove commissioni regionali per il patrimonio culturale (art. 39 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), commissioni che di fatto scavalcano la soprintendenze in molti compiti. Più recentemente, accettando passivamente il decreto Madia del 2015, che ha alterato i rapporti tra prefetture e soprintendenze, Franceschini ha avvallato che quest’ultime fossero poste sotto il controllo delle prime, affidando così alle prefetture la direzione della tutele del patrimonio paesaggistico, erodendo ulteriormente il ruolo delle soprintendenze.
Poco tempo fa il Capo del governo Matteo Renzi ha scritto in un libro che soprintendente è la parola più brutta del vocabolario e che l’Arte deve dare solo emozione, di contro,  quando diventa storia dell’Arte è solo noia.
Questa riforma attua quel programma mettendo tutto sul piano della mercificazione e togliendo invece le armi alla tutela. Il soprintendente è una figura che non può e non deve essere sotto il controllo della prefettura, proprio perché soprintende.
La prefettura è quell’organo che decide se si fanno o non si fanno le grandi opere. Un esempio concreto: si può fare un autostrada in questa valle incontaminata? Il prefetto, risponde al governo e le Soprintendenze erano una garanzia poiché erano un potere autonomo che rispondeva alla scienza e alla coscienza.
Se si legano le mani alle soprintendenze si potrà fare ciò che si vuole al territorio: nuove mani sul territorio, nuove mani sulla città. Scelta ancora più agghiacciante è quella per cui il governo ha deciso che i consigli scientifici vengono nominati dagli enti locali e dal ministro. A Napoli sarebbero De Luca e De Magistris a nominare i membri del consiglio scientifico di Capodimonte. In nessun paese occidentale la scienza viene lottizzata dal governo con il manuale Cencelli. “Io lo trovo non di sinistra, ma sinistro” per riusare le parole di un grande storico dell’arte come Tomaso Montanari.
Inoltre, concetto fondamentale è quello della valorizzazione che avanza e si differenzia rispetto alla tutela. Per fare chiarezza: in precedenza sotto la tutela del Bene vi era la sua valorizzazione. Oggi si tende più a valorizzare (con spostamenti e altre operazioni) che a tutelare l’integrità del bene stesso.
Se prendiamo Pompei la sua rinascita di oggi si deve senza alcun dubbio dal governo di Enrico Letta, poichè Massimo Osanna (soprintendente di Pompei) fu nominato da Massimo Bray. Matteo Renzi cerca ancora una volta di fare il “taglianastri” appropriandosi di lavori di governi passati.

E’ stata ‘fredda’ e velocissima la stretta di mano tra Enrico Letta e Matteo Renzi nella cerimonia di passaggio delle consegne con la campanella Roma 22 febbraio 2014.

In parlamento è presente una legge, la quale  prevede che le opere d’arte per uscire dall’Italia non passino più per gli uffici di esportazione delle soprintendenze, ma passino attraverso una autocertificazione di valore. Si autocertifica che un opera valga meno di un quantitativo. Una volta stabilito ciò si può portare all’estero, e solo successivamente la sua fuoriuscita si fanno dei controlli a campione.
Qualora la autocertificazione non fosse corretta, la sanzione è irrilevante: si tratta di una multa, ma una volta che l’opera si trova in un caveau di un paradiso fiscale, questa non si potrà più recuperare, come sanno bene i carabinieri del nucleo di tutela che cercano di salvare il salvabile.
Si rischia molto, anche qui, in nome del mercato. Si pensa che il mercato si autoregoli, ma in Italia si è detto ancora per tempo che la proprietà privata non è un diritto assoluto. Massimo Severo Giannini grande giurista e politico italiano asseriva: “la tela e i colori sono di proprietà privata, ma il fatto che sia un Caravaggio appartiene a tutti gli italiani” c’è una super proprietà collettiva di tutti gli italiani.
Un esempio che lascia perplessi è l’installazione inguardabile allo Spedale degli Innocenti a Firenze di Filippo Brunelleschi. Lo Spedale è il primo spazio urbano del Rinascimento, è il primo luogo dove la grammatica e i vocaboli architettonici vengono riusati in un modo che Brunelleschi ripensava l’antico riadattandolo in nuove forme originali, il germe della città moderna. Generazioni di architetti si sono idealmente “inginocchiati” di fronte a questo manufatto. Le nuove porte del museo degli innocenti lasciano basiti: due enormi porte in ottone con un carattere scultoreo che alterano una delle architetture più belle e più sacre del mondo. Bisogna, in questo paese, riavere il diritto di osservare le bellezze artistiche e architettoniche come sono nella loro naturale essenza. Allora la mia domanda viene spontanea: la generazione dei geometri che ha creato delle periferie orrende non dovrebbe piuttosto impegnarsi nel redimerle le periferie, invece che immettere ancora bruttezza in luoghi del cuore di tutti gli italiani?

Lo Spedale degli Innocenti – (spedale deriva dall’antico dialetto fiorentino) – (“ospedale dei bambini abbandonati”, col nome che si ispira all’episodio biblico della Strage degli Innocenti) si trova in piazza Santissima Annunziata a Firenze.

Come si può arrivare ad applicare una porta di ottone allo Spedale degli innocenti? Chi risponde? Questo studio architettonico di Firenze (che non citerò) con committenza al museo, ha avuto una soprintendenza che in questo caso non ha funzionato; riprendendo Montanelli “le soprintendenze le paghiamo per dire di NO, se ci dicono si che le paghiamo a fare?”.
L’architettura per inserire installazioni moderne forzate non può distruggere l’antico, ma deve dedicarsi (soprattutto ora) a rendere più belle le parti nuove delle città che sono diventate brutte.
Il no in questo momento è l’unica prospettiva più sicura del sì. Se si viaggia per le coste italiane, noi tutti vorremmo che le sovraintendenze e i cittadini direbbero più sì o più no al cemento? Questo paese è stato sfigurato più dai sì o più dai no? Questo è un paese di cortigiani, è un paese educato a dire sempre di sì ai poteri forti, a chi arrivava con il libretto degli assegni in mano.
Io credo sia importante, invece, dire di NO e passare giustamente da gufo. Perché chi è il gufo? Si sente dire impropriamente “gufo” o “gufi” con l’inerenza di essere disfattisti o portar male, ma i più forse non sanno che Gufo, è semplicemente: “colui che vede chiaro nella notte“. Dunque semmai il contrario: gufo è colui che vede cose che possono esistere e sono nascoste, sono velate dall’apparenza. Finchè la partitocrazia continuerà ad usare sloagan come per gli ultimi tre governi non eletti dal popolo italiano, la strada è molto in salita. Bisogna, invece, riflettere su Sì a che cosa e sul NO a che cosa. La retorica sì/no è sempre sbagliata. Alla speculazione io direi di no, francamente.
Come sono stato contrario allo spostamento dei Bronzi di Riace ad Expò 2016. Molti asseriscono che questa, appunto, operazione sarebbe stata un’occasione per mostrare al “mondo” le splendide sculture bronzee, che di contro sono poco viste. Io rispondo che in un paese come questo non ha senso considerare il meridione come un corpo morto da cui estrarre organi pregiati per portarli altrove.

La sfida vera di questo paese è fare la Salerno/Reggio-Calabria non portare in giro i bronzi di Riace. Bisogna mettere i cittadini italiani (e non), in grado di arrivare a Reggio Calabria, ma non si può immaginare che la soluzione sia portare le opere fuori città o fuori Regione. Tutti li hanno visti una volta nella vita, sui propri libri scolastici, non hanno bisogno di marketing hanno bisogno di una strada per arrivarci, hanno bisogno di alberghi dove dormire. Hanno bisogno di strutture, ma l’idea semplicistica che tutto si risolva muovendo le opere è sbagliato. Sono i cittadini che si devono muovere. 
Nel caso liturgico, l’opera d’arte non deve essere esposta come un feticcio in un luogo che non gli appartiene. I quadri di altare, ad esempio, sono concepiti per l’uomo in preghiera, nasce per un contesto vivo, non per un museo astratto.
Bisogna, oggi, camminare il patrimonio, camminare le città e non andare negli ambienti scuri dei musei con un “faretto che ci illumina” un quadro fuori contesto.
Per concludere una facile base di partenza sarebbe quella di dare l’accesso gratuito a tutti i musei italiani. Dobbiamo capire che la gestione odierna dei musei non funziona poiché i più importanti sono in mano ai privati che ne prendono tutto o quasi il guadagno. I musei italiani statali rendono ogni anno 150000000 di euro. 50000000 di questi, sono destinati ai concessionari privati e 100000000 euro sono un po’ pochi, se ci pensiamo due soli giorni di spesa militare. Siamo sicuri che sia un affare? Se si facesse entrare le persone gratis nei musei – come avviene nel resto di Europa – ci sarebbe un economia dettata dal movimento delle persone: l’economia del patrimonio non è il biglietto.
Altro elemento per risollevare le sorti di questa disciplina sarebbe l’introduzione della storia dell’arte in tutte le scuole fin dalle elementari per imparare la storia dell’arte come una lingua viva e insegnare l’italiano ai nuovi italiani che arrivano sulle barche e sulle nostre coste tramite soprattutto i nostri monumenti. L’Italia si è costruita tramite la lingua delle parole e la lingua dei monumenti e entrambi oggi devono continuare a dialogare insieme: lì siamo diventati nazione e lì possiamo ridiventarlo.
 
Bibliografia
_Tomaso Montanari, Patrimonio Culturale, ripartire dall’ABC – i corsivi del Corriere della Sera
_Tomaso Montanari, Privati del patrimonio – Edizioni Einaudi
_Tomaso Montanari, le pietre e il popolo – Edizioni Minimum fax
_Salvatore Settis, Se Venezia muore – Edizioni Einaudi
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Alberto da Giussano tra realtà e mito

Alberto da Giussano tra realtà e mito

di Alberto Peruffo del 27/07/2016

La figura di Alberto da Giussano è ultimamente tornata d’attualità come simbolo identitario, tanto che in Lombardia è di recente la polemica che vuole la ricorrenza del giorno della battaglia di Legnano come data simbolo per celebrare la festa della Regione. Continue reading

Un “giuramento vitruviano” per l’Italia Nostra

Un “giuramento vitruviano” per l’Italia nostra

di Giuseppe Baiocchi del 04/07/2016

L’eclissi della memoria incombe su tutti noi, minaccia la convivialità civile, insidia il futuro, toglie respiro al presente.

La città è la forma ideale e tipica delle comunità umane, l’Italia oggi deve esserne il simbolo supremo, ma se oggi il nostro paese dovesse venire meno bisogna cercare solo in noi stessi: nei politici, nei cittadini e nei tecnici, poiché oggi stiamo perdendo (lentamente, ma inesorabilmente) la memoria della nostra cultura, diventando ostili a noi stessi.

 

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L’Italia dall’antifascismo all’anticomunismo: il triennio 1947/1949

L’Italia dall’antifascismo all’anticomunismo: il triennio 1947/1949

di Giuseppe Baiocchi del 18/06/2016

Dalla fine del conflitto alla guerra fredda, se si deve guardare ad una cronologia, bisogna osservare un triennio fondamentale: dall’ 8 agosto del 1945 fino al momento in cui Truman lancia la proposta della guerra fredda, di fronte alla aggressione crescente della Unione Sovietica nei confronti dell’Europa dell’Est, in qualche modo rappresentata dalle crisi di Berlino del 1948.
La guerra fredda comincia quando Truman abbandona il sogno rooseveltiano di creare una unità mondiale delle forze vincitrici della 2°guerra mondiale, comprendente anche l’Unione Sovietica. Franklin Delano Roosevelt, quando accettò di stipulare l’alleanza con Stalin dopo l’invasione tedesca dell’URSS, fece abbandonare al presidente ogni remora ideologica antisovietica, e buona parte delle critiche aspre mosse dall’ opinione pubblica americana consapevole delle nefandezze staliniane (le famose “purghe staliniane”). La teoria del presidente americano vacillò quando i russi non si presenteranno alla conferenza per la riorganizzazione planetaria dopo la guerra.

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I panni sporchi del regime – Le ragioni di una sconfitta (1)

I panni sporchi del regime – Le ragioni di una sconfitta (1)

di Giuseppe Baiocchi del 13/06/2016

Si è aggirato per anni negli Italiani un luogo comune, un pensiero ripetuto come una convinzione sottaciuta e condivisa, una certezza tramandata a mezza bocca, un qualcosa che si pensa, ma non si dice. In molti hanno creduto che il fascismo fosse stato, sì è vero, una dittatura che ha strappato con violenza la libertà agli italiani e avesse eliminato ogni opposizione, dissenso, libertà di stampa, partiti politici, ma almeno (è questo il pensiero segreto, forse indicibile) i fascisti non rubavano, non erano corrotti, non corrompevano, non abusavano, non favorivano, non piegavano lo stato ai propri interessi, anzi (è questo il luogo comune) apparivano disinteressati, puliti, irreprensibili. In molti, anche in buona fede, lo credevano, ma non era vero, almeno per i dirigenti.
 
Le ragioni di una sconfitta.

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