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La battaglia di Carcano

La battaglia di Carcano

di Alberto Peruffo del 02/10/2016

La battaglia di Legnano non fu l’unica seria sconfitta che l’imperatore Federico I Hohenstaufen detto Barbarossa ebbe a subire sul suolo lombardo per opera dei milanesi. Anni prima, quando la Lega Lombarda non esisteva ancora, l’imperatore venne coinvolto in una dura battaglia campale in alta Brianza, tra Como e Lecco nei pressi di Erba, in quel frangente dovette combattere per la vita in una situazione disperata, così come accadrà per la più famosa sconfitta degli imperiali del 1176. Questo accadde durante la seconda discesa del Barbarossa in Italia, quando, dopo la seconda dieta di Roncaglia (novembre del 1158), la città di Milano verrà dichiarata contumace e ribelle nell’aprile del 1159. Nel luglio dello stesso anno gli imperiali posero assedio alla città di Crema alleata di Milano, iniziando uno dei più lunghi e drammatici assedi della storia italiana, assedio che si concluse solo il 27 gennaio del 1160 senza che Milano potesse evitare questa disfatta. Se Milano, dal punto di vista militare, non era riuscita ad effettuare un soccorso alla città di Crema, dal punto di vista diplomatico aveva raggiunto diversi successi. Piacenza si era unità a Milano, ma, soprattutto, si era riusciti a creare un vasto fronte anti-imperiale con i normanni e il papato.
Il principale autore di questa azione diplomatica fu il papa inglese Adriano IV che per contrastare lo strapotere imperiale decise di sfruttare a suo vantaggio la guerra con i comuni. Il papa rimproverava all’imperatore la mancata eliminazione della repubblica costituita a Roma, la restituzione dei beni matildini al papato e il diritto ad esercitare direttamente le regalie. Adriano convocò, presso la sua sede di fuoriuscito, ad Anagni, i rappresentanti dei vari comuni in guerra con Federico. Qui nell’agosto del 1159 venne stipulata la prima alleanza tra comuni e chiesa, primo vero embrione della futura Lega Lombarda. Gli accordi furono tra i comuni di Milano, Brescia, Crema, Piacenza. Essi si impegnavano a non fare una pace separata. Pare che Adriano IV avrebbe promesso di scomunicare il Barbarossa. Adriano IV morì, però, il primo settembre dello stesso anno. Successivamente un difficile conclave si svolse in un clima di intimidazioni e di violenza, finendo poi in farsa quando vennero eletti due papi. Uno dei quali era quel Rolando Bandinelli, nemico giurato di Federico, che prese il nome di Alessandro III. Ad esso si oppose subito un papa filo-imperiale Vittore IV.
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Alessandro III si pose sotto la protezione dei Normanni ad Anagni, mentre Vittore, protetto da Ottone Wittelsbach e da Guido di Biandrate si rifugiò a pochi chilometri dalla sede del suo avversario, a Segni. Entrambi erano stati scacciati da Roma. In quelle sedi si consumò lo scisma quando i due papi si scomunicarono a vicenda. Lo scisma sarebbe durato diversi anni e a Vittore successe Guido da Crema che prese il nome di Pasquale III e infine da Callisto III, tutti considerati antipapi.
In qualità di difensore della chiesa, Federico, indisse un concilio a Pavia nel febbraio del 1160, dove il Bandinelli non si presentò. E, nella Pasqua di quello stesso anno, dal Duomo di Anagni, scomunicò l’imperatore tedesco. Dopo la presa di Crema il Barbarossa si spostò su Pavia, dove congedò una parte del suo esercito che aveva completato il turno di servizio per la Romfahrt.le non favoriva ancora operazioni su larga scala, inoltre l’assedio alla piccola ma decisa Crema, non invogliava certo ad intraprendere un assedio maggiormente oneroso, contro la munita città nemica di Milano. Venne la primavera del 1160 e con essa si aprì la stagione della guerra. Federico da Pavia si mosse a molestare le terre dei piacentini, i quali risposero in forze costringendo le deboli forze imperiali a rinserrarsi nella munita e fedele Pavia, evitando una incerta battaglia campale. I milanesi galvanizzati dai loro successi diplomatici e vedendo l’imperatore sulla difensiva, presero il coraggio per lanciare un offensiva su Lodi. La città, appena ricostruita, era però troppo grande e guarnita per poter essere assediata, anche con l’aiuto dei piacentini. In quell’occasione, durante il mese di giugno, i cavalieri di Federico si scontrarono con i carri falcati realizzati di Guitelmo, nella campagna tra Rho e Legnano. A parte l’iniziale sorpresa, nel campo avversario, l’invenzione milanese non sembra abbia avuto un successo tale da usare i carri negli scontri successivi.
Falliti i tentativi di occupare Lodi con la forza, i milanesi decisero di rivolgere le loro attenzioni a nord di Milano. Nella campagna brianzola vi erano ancora diversi feudi fedeli all’imperatore. Vi era anche la possibilità di infliggere un colpo decisivo alla nemica città di Como che, in quel momento, si trovava in difficoltà, stretta tra i milanesi e i comuni lariani, da sempre inesorabili nemici dei comaschi. Non meno importante era la necessità di rendere sicure le vitali vie commerciali verso i passi alpini. Nell’estate del 1160 l’esercito milanese si mosse a distruggere i suoi nemici in terra di Brianza. Con il conflitto tra Torriani e Visconti di un secolo dopo, la campagna militare di quell’anno, fu la peggiore guerra che la regione dovette sopportare nel corso della sua storia. Nel luglio del 1160 gli uomini di tre Porte milanesi, Porta Vercellina, Porta Comacina e Porta Nuova, sferrarono la loro offensiva sulla Martesana e il Seprio, devastando le terre fedeli all’imperatore controllate dal conte Goswino. Assediarono e conquistarono velocemente i castelli di Parravicino, Corneno d’Eupilio, Cesana ed Erba. Castelli non troppo muniti, che vennero espugnati e distrutti con semplici mezzi d’assalto, come scale e arieti, non costituendo un serio problema militare per le agguerrite truppe di Milano. Nello stesso periodo venne realizzato un ponte a Groppello sull’Adda. A questo punto i milanesi decisero di attaccare il castello di Carcano, la fortezza più difesa di tutta la Brianza. Carcano era un possesso vescovile milanese e quindi di diritto appartenente alla città di Milano, cosa che ancor più giustificava la conquista della fortezza. L’interdetto comminato dall’arcivescovo Pirovano sulla Martesana così recitava, secondo lo storico Bernardo Coiro: “E’ certo che il castello di Carcano è feudo dell’arcivescovo: ora poiché uomini ribelli alla chiesa e fautori di Federico, scomunicati e condannati, vi sono raccolti, li priviamo di ogni nobiltà e di ogni feudo, e confischiamo il castello a vantaggio della chiesa milanese”.
Il turrito maniero si ergeva in posizione strategica, a metà strada tra Lecco e Como, sui primi contrafforti delle Prealpi, controllava le strade dell’alta Brianza. Con la sua mole sovrastava le paludi dei Pian d’Erba, spesso inondate dalle esondazioni dell’alto Lambro, acquitrini e stagni rimanevano in quell’area a testimoniare l’esistenza dell’antico lago Eupili, il cui prosciugamento in epoca romana aveva lasciato gli attuali laghi di Alserio e Pusiano. Eretto nel X secolo per contrastare le devastanti incursioni ungare era posto su una collina, in cui una profonda incisione valliva, detta vallone di Carcano, causata da un torrente che scorreva da nord, lo proteggeva sia a settentrione che ad occidente, mentre una pendenza molto ripida lo isolava anche da est. Solo da sud il castello era facilmente attaccabile, anche se qui un profondo fossato con un ponte levatoio, insieme a robuste fortificazioni, ne rendevano arduo l’assalto. Due grandi torrioni, fungenti da mastio, formavano l’impianto centrale del castello. A difesa del maniera vi era un pugno di nobili delle famiglie degli Herba, Parravicini e, naturalmente, dei Carcano. I milanesi posero il loro campo a sud davanti il castello l’ultima settimana di luglio. Diversamente dalle fortezze conquistate nei giorni precedenti la rocca di Carcano necessitava di un lungo assedio. Vennero quindi approntate le macchine da guerra, a partire da grossi mangani e una torre lignea. Nel frattempo l’imperatore svevo, rimasto a Pavia, aveva radunato a Lodi un esercito per soccorrere le truppe a lui fedeli nell’alta Brianza. Secondo Ottone di Morena l’armata di soccorso comprendeva diversi contingenti descrivendone così la composizione:”Perciò il santissimo sovrano con i suoi fedelissimi era andato in aiuto di quelli di Carcano, con pochi cavalieri di Pavia, con i cavalieri e fanti di Novara, coi vercellesi, i comaschi, parte di quelli del Seprio e della Martesana, col marchese del Monferrato, il conte di Biandrate (ora dalla parte del Barbarossa) ed anche con pochi tedeschi, tra i quali vi era Bertoldo duca di Zabringhen, che con pochi suoi cavalieri era venuto a lui dalla Germania per un certo suo affare, il duca di Boemia ed il conte Corrado di Balhausen”.
L’esercito imperiale attraversò velocemente la Brianza e già il giorno 6 agosto poteva porre il campo a Vighizzolo di Cantù. L’8 agosto si accampava con l’esercito tra Tassera, presso il villaggio di Orsenigo, e il lago d’Alserio. I milanesi avevano saputo dell’arrivo dell’esercito nemico ma non vollero desistere dall’assedio, abbandonando le macchine ossidionali appena realizzate. Decisero anzi di radunare il loro esercito, raggruppando i vari accampamenti sparsi attorno a Carcano, richiamando altre tre Porte, lasciandone sola una a guardia di Milano. E’ probabile che i milanesi, fino all’ultimo, non pensassero ad uno scontro campale ma solo ad una azione dimostrativa dell’esercito imperiale indebolito dalla smobilitazione dell’inverno passato. Solo all’arrivo del nemico essi si resero conto di essere stati presi in trappola da un esercito di dimensioni paragonabile al loro. All’arrivo dell’imperatore da sud, l’esercito milanese venne a trovarsi in una situazione precaria, con alle spalle il castello di Carcano e davanti l’armata nemica. I milanesi erano pressoché circondati e, malgrado la loro posizione dominante che poteva offrire qualche vantaggio in caso si fossero posizionati sulla difensiva trincerandosi, erano impossibilitati a ricevere qualsiasi sostegno logistico da Milano. Federico aveva provveduto a far bloccare le strade principali, posizionando dei posti di blocco e ostruendo il passaggio con grossi tronchi d’albero, più per impedire la fuga al nemico che per impedire l’arrivo di vettovaglie. Era intenzione dello Svevo di attaccare accettando uno scontro campale certo di vincere, anche se la superiorità numerica apparteneva ai milanesi, con alcune centinaia di soldati in più rispetto all’esercito di Federico.
Il 7 agosto i milanesi furono affiancati da 200 cavalieri bresciani ma, cosa più importante, nottetempo il Carroccio riuscì a raggiungere smontato il campo dell’esercito milanese. Il Carroccio venne presto montato e preparato per la battaglia che si stava profilando. Mai un esercito comunale sarebbe sceso in campo per una battaglia decisiva senza il suo Carroccio. La notte tra l’8 e il 9 agosto i milanesi non la trascorsero solo montando il loro carro di guerra, vi furono soprattutto discussioni su come affrontare la difficile situazione. Nel campo vi erano numerosi chierici, oltre all’arcivescovo di Milano, Umberto da Pirovano, vi era il futuro arcivescovo della città, l’allora diacono Galdino. Quest’ultimo sarà uno dei più convinti sostenitori nel dare battaglia campale all’imperatore, attaccando subito il nemico senza aspettare le sue mosse. Così il cronista Ottone descrisse la situazione: “L ‘imperatore aveva circondato milanesi e bresciani cosicché non si poteva portare loro cibo in nessun modo. Per cui erano sommamente atterriti i milanesi che non potevano ritornare a Milano e, stando li, non avevano la possibilità di procurarsi cibo ne sapevano che dovessero fare: infine, tuttavia, come spesso suole accadere, necessità trovò consiglio e si proposero di tentare la fortuna della battaglia, piuttosto che morire di fame restando lì”.
In effetti nulla si sapeva sulle intenzioni di Federico. Se l’imperatore si fosse limitato a bloccare il campo nemico, magari costruendo delle opere di difesa, avrebbe posto i milanesi nella condizione peggiore. Alla fine si giunse alla decisione di attaccare gli imperiali. L’indomani ci sarebbe stata la battaglia campale che avrebbe potuto decidere le sorti della guerra. La battaglia di Carcano, detta anche di Tassera, non fu un evento singolo ma fu caratterizzato da scontri separati nel tempo e nello spazio. Le colline moreniche e lo schieramento degli eserciti su una vasta area contribuirono nello spezzettare la giornata di Carcano in due battaglie separate. Martedì nove agosto, l’esercito imperiale si schierò per assaltare le posizioni lombarde. Muovendo dal suo accampamento, posto nella località di Tassera, Federico si schierò, con la cavalleria tedesca e alcuni altri cavalieri italici suoi alleati, a formare il suo fianco destro. Mentre sul lato sinistro si posizionarono gli eserciti dei comuni lombardi alleati provenienti da Novara, Como, Vercelli e altri contingenti minori delle altre città di Lodi e Cremona. Questi contingenti erano composti quasi esclusivamente di fanteria con solo duecento cavalieri al seguito. Le due ali avanzanti erano piuttosto distanti tra loro ed erano divise dall’orografia del terreno, fatta di basse colline moreniche intersecate da profondi impluvi ricchi di vegetazione. La decisione di uno spiegamento tanto ampio era forse dovuta al fatto che non si volesse lasciare una via di fuga ad un nemico che si riteneva debole e posto sulla difensiva. Nel campo milanese, presso il Carroccio, venne celebrata le messa, dove l’arcivescovo spronò alla lotta ricordando le cause della guerra e i torti subiti, concludendo poi così: “Dio è con noi e per noi sarà la vittoria”.
Dopo aver assistito alla messa e ricevuto l’assoluzione anche l’esercito milanese si spiegò per attaccare il nemico. Sulla sinistra con il carroccio si schierarono quelli di Porta Romana e di Porta Orientale, affiancati, a destra, da quelli di Porta Comasina. Sul fianco destro si disposero quelli delle rimanenti due Porte con i cavalieri bresciani.
Un piccolo contingente di armati venne lasciato a guardia del castello di Carcano in modo da non essere presi alle spalle dai nobili lì assediati. Le prime a muoversi contro il nemico furono le truppe di Porta Comasina. Si scontrarono presso l’accampamento degli imperiali di Tassera, riuscendo ad occuparlo e a saccheggiarlo, fino a che non vennero scacciati dalla cavalleria di Federico.

Il carroccio (La battaglia di Legnano)

Federico nella sua avanzata si stupì nel vedere i milanesi che invece di rimanere sulla difensiva sferravano loro stessi l’attacco. Lancia in resta l’imperatore e i suoi cavalieri caricarono i nemici formati in larga parte di fanteria, i milanesi vennero travolti e fatti a pezzi, tanto che gli imperiali raggiunsero presto il Carroccio senza che i milanesi riuscissero a fare quadrato intorno ad esso. Così Ottone di Morena descrive il combattimento:
Pertanto i milanesi, lo stesso martedì, vigilia del beato Lorenzo, iniziarono il combattimento con l’imperatore. Questi con i suoi tedeschi ed alcuni altri irruppe con forza contro i milanesi, respingendoli fin quasi al loro Carroccio, dov’era la moltitudine dei fanti, dei quali uccise un gran numero, soprattutto di Porta Romana e di Porta Orientale, che volgarmente si chiamava Porta Renza: uccise anche i buoi del Carroccio, intaccò il carroccio stesso e ne portò via la croce dorata che era sulla pertica ed il vessillo ivi posto e condusse prigionieri nelle tende molti di loro, cavalieri e fanti”.
L’ala sinistra lombarda aveva ceduto senza opporre una valida resistenza al nemico, forse colti di sorpresa dalla carica della cavalleria mentre avanzavano vennero travolti e, ritirandosi, travolsero anche i soldati che avrebbero dovuto difendere il Carroccio. In questo caos la cavalleria milanese dell’ala destra, presa alla sprovvista, non riuscì a contrattaccare finendo per subire l’azione della cavalleria avversaria lanciata alla carica. Una volta raggiunto il Carroccio i milanesi della loro ala sinistra rinunciarono a combattere dandosi alla fuga inseguiti dai cavalieri nemici. Federico stesso, che aveva caricato tra le prime file, uccise con la sua spada i buoi a cui era aggiogato il Carroccio, a cui venne strappato lo stendardo di guerra che venne gettato nel fango. Trenta cavalieri impegnati alla difesa del Carroccio vennero uccisi sul posto. Successivamente il Barbarossa con alcuni soldati spinsero il Carroccio dentro un fossato, posto in direzione del lago di Alserio, facendolo così a pezzi.
Proprio in quell’area, vicino a Tassera, in un piccolo corso d’acqua che porta al lago, vennero ritrovate, in tempi moderni, armi risalenti alla battaglia, ora al Museo Archeologico di Milano. Esausto per la battaglia Federico stava tornando al suo accampamento, sotto al suo padiglione per riprendersi, quando, sulla sua ala sinistra, irruppero i milanesi dell’ala destra provenienti da occidente. L’imperatore con la distruzione del Carroccio pensava di aver distrutto la parte principale dell’esercito lombardo, non si avvide, invece, che quella era solo una parte, valutando per difetto il numero dei nemici. Il combattere in prima linea gli aveva fatto perdere la visione d’insieme del campo di battaglia, trascurando i collegamenti con i suoi alleati italiani dell’ala sinistra la cui sorte in battaglia non era stata altrettanto benevola.
Mentre il Barbarossa sfogava la sua furia sul Carroccio nel settore occidentale del campo di battaglia lo scontro si svolgeva tra milizie italiane. Malgrado i soli 200 cavalieri le fanterie imperiali, anche se poste sulla difensiva dalla cavalleria milanese, tenevano bene le loro posizioni e lo scontro rimase a lungo incerto. A sbloccare la situazione ci pensarono gli armati dei villaggi di Erba e Orsenigo che attaccarono alle spalle gli imperiali, impegnati a combattere duramente i milanesi sulla loro fronte. Le truppe dei comuni alleati a Federico vennero così presi su due lati cedendo di schianto. Lo storico Ottone così descrive il fatto:
Ma dall’altro lato della battaglia, dove la maggior parte dei cavalieri milanesi e bresciani si trovavano davanti a novaresi, comaschi e molti altri, che erano su quel fronte, i reparti bresciani e milanesi, irrompendo insieme fecero di essi, e soprattutto dei novaresi, una grandissima strage. Presero molti prigionieri, molti ne uccisero e ne misero in fuga più di duemila (grazie anche all’intervento dei popolani di Erba ed Orsenigo). Venuta frattanto una fortissima pioggia ritornarono agli accampamenti, ma poco dopo però i milanesi ed i bresciani, riprese le armi, corsero a combattere”.
Corsero infatti a combattere sul lato dove vi era l’imperatore i cui cavalieri non riuscirono ad organizzare un’azione compatta, essendosi in maggior parte dispersi lungo il campo della battaglia precedente, intenti a far bottino e a uccidere i superstiti dell’ala sinistra milanese. Vistosi in inferiorità numerica e attaccato da tutti i lati, l’imperatore ordinò la ritirata. Ottone così scrive:
Dal lato opposto l’imperatore, vedendosi lasciato con pochi tedeschi e non molti altri, decise che era meglio ritirarsi dalla battaglia piuttosto che essere vinto in campo. E così partì verso Como con quelli che aveva ancora con se, abbandonando li molte tende e molti prigionieri di guerra. I milanesi e i bresciani, saccheggiato l’accampamento dell’imperatore e ripresi molti che erano stati fatti prigionieri, abbandonano loro il campo con grande gioia e, come suole avvenire in cose di tal genere, con grande clamore ritornano all’accampamento e raccolgono i cadaveri dei loro, mandandone a Milano molti carri carichi. Da quella battaglia venne somma letizia e somma mestizia per i milanesi. Penso tuttavia che la gioia superasse il dolore”.
Lo sganciamento delle truppe imperiali fu favorito dal terreno impervio e dalla tempesta che nel frattempo era sopraggiunta. Un vero diluvio con tuoni e lampi che fecero decidere molti soldati a mettersi al riparo, abbandonando l’inseguimento del nemico ormai in fuga. Ad ogni modo la maggior parte della fanteria imperiale, lenta nei movimenti, venne fatta a pezzi dai cavalieri di Milano. Più agevole fu la ritirata dei cavalieri, anche se per un momento lo stesso imperatore corse il rischio di venire agguantato dai nemici, mettendo rapidamente fine alla guerra in favore dei milanesi. Accadde che il cavallo del Barbarossa, durante la fuga, rimase impigliato con le zampe in un filare di viti. Federico venne anche centrato da un colpo di lancia non parato dallo scudo ma, comunque, il corpo venne protetto dall’armatura.
L’imperatore stava poi per cadere prigioniero se, il conte di Lomello, non lo avesse raccolto sul suo cavallo, ed entrambi riuscirono, così, a mettersi in salvo. Il Barbarossa e i suoi si ritirarono così verso Montorfano per poi raggiungere la fedele Como dove si rinserrarono nel castello del Baradello, ricostruito dal Barbarossa solo l’anno prima. La giornata si era conclusa con l’insperata vittoria dei milanesi e dei loro alleati.
Le perdite imperiali assommavano a 2.000 tra caduti e feriti, ma anche prigionieri. Per i milanesi le perdite furono altrettanto pesanti, circa 2.000 morti, tra cui il console milanese Anselmo Mandelli, conte di Maccagno e signore di Montorfano. Una vittoria sofferta dunque, ma il bottino e il prestigio di aver battuto l’imperatore in campo aperto erano immensi. La perdita del Carroccio poteva ben essere ripagata con il ricco padiglione di Federico, dono del re inglese. Il bottino fu così cospicuo che non bastarono i carri per trasportarlo a Milano. Agli abitanti di Orsenigo ed Erba furono tributati grandi onori. A loro si deve in parte il successo della battaglia contro l’imperatore. I Consoli milanesi concessero loro l’esenzione di ogni tributo e la cittadinanza ambrosiana, ascrivendone i nomi tra gli abitanti di Porta Orientale, come parrocchiani di San Babila, venendo così equiparati agli abitanti della città di Milano, con tutti i vantaggi fiscali, tanto che il territorio erbese divenne una zona franca.
A supplemento della battaglia il giorno seguente vi fu un altro scontro sanguinoso nella stessa zona. Il 10 agosto giunsero a Carcano 280 cavalieri di Cremona e Lodi che, il giorno prima, si erano attardati a conquistare e a distruggere il ponte a Groppello sull’Adda.
Ignari della sconfitta degli eserciti imperiali il giorno prima, i cavalieri finirono inconsapevolmente in bocca ai milanesi che, già esaltati della vittoria sul Barbarossa, li fecero a pezzi. Solo pochi riuscirono a salvarsi dandosi alla fuga, alcuni trovarono la morte affogando in una palude, detta di Acquanera. In tutte queste vicende grandi assenti furono i nobili assediati nel castello. Durante la battaglia non cercarono di approfittarne con una sortita che certo avrebbe messo in difficoltà i milanesi, che potevano essere attaccati anche alle spalle, mentre erano impegnati con l’esercito imperiale. Forse gli assediati ritenevano la battaglia una facile vittoria imperiale per cui non era necessario rischiare la vita in prima persona. Ad ogni modo l’assedio sarebbe durato ancora soli undici giorni in cui il castello venne bersagliato dai mangani e respinse una serie di assalti. Una sortita notturna dei nobili assediati riuscì a incendiare e distruggere tutte le macchine d’assedio degli assedianti, senza che i milanesi fossero in grado di opporre una valida resistenza all’incursione nemica. L’assedio a Carcano finì il 19 agosto, quando i milanesi, senza più equipaggiamento ossidionale, si resero conto di non poter conquistare il difeso maniero, inoltre nuove minacce incombevano a sud di Milano. In definitiva la battaglia di Carcano fu una grande e insperata vittoria tattica che la mancata conquista del castello vanificava. Dal punto di vista strategico nulla cambiava rispetto a prima con i milanesi costretti ancora sulla difensiva.

 

Per approfondimenti:
_Lega Lombarda 1158-1162  Edizioni Chillemi

 

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L’unificazione tedesca del 1871: breve confronto con l’analogia italiana

L’unificazione tedesca del 1871: breve confronto con l’analogia italiana

di Riccardo Pizi del 10/09/2016

I tedeschi pur essendo ormai egemoni all’interno di una Unione Europea, sempre più tecnocratica e centralista e sempre meno “kantianamente Europea“, hanno avuto fondamentalmente una storia simile a quella italiana, ma con caratteristiche non del tutto uguali.

Versailles, Il Re di Prussia Guglielmo I viene proclamato Imperatore tedesco (dipinto di Anton von Werner, 1877)

Proprio come noi la Germania è diventata tale, solo nella seconda metà dell’800, nel 1871 ad esser precisi. L’Italia aveva compiuto il suo processo di unificazione 10 anni prima, ma solo l’anno precedente al 71 l’unificazione italiana era riuscita ad imporsi su ciò che rimaneva dello Stato Pontificio. Di contro la Germania dopo le guerre austro-prussiane aveva strappato la guida della lingua “tedesca” all’Austria e si apprestava ad essere lo Stato che grazie allo sviluppo della techne prenotava rispetto alle altre potenze un futuro di prospero dominio politico-militare ed economico. L’Europa, dunque, dopo la paura della Francia Napoleonica, iniziava a temere una Germania unita come pericolo per la stabilità Europea.

Solo alla fine del 700 inizia ad esistere una consapevolezza nazionale tra gli abitanti del “Sacro Romano Impero della Nazione Germanica“. Questo impero, nel corso dei secoli, aveva sempre meno forza unitaria, trovandosi ad essere poco più che una federazione di Stati Sovrani. Difatti “l’imperatore” era dotato di poteri che andavano poco oltre il simbolico, egli rappresentava semplicemente il territorio tedesco ma non aveva alcuna sovranità su di esso. A detenere il potere effettivo erano i Principi Elettori eletti tra circa 300 principati, ducati, granducati e città libere totalmente autonome (questo a differenza dell’Italia che venne invece suddivisa in zone d’influenza dopo il Congresso di Vienna) che spesso si facevano anche la guerra tra di loro. Ci si sentiva sassone, bavarese, svevo, frisone, prussiano o austriaco, ma non “tedesco“.

 

Confederazione tedesca antecedente al 1871.

L’idea, seppur embrionale, della Germania unita nasce solo nella lotta comune contro l’avanzata dell’imperatore francese Napoleone che, all’inizio dell’800, aveva occupato tutta la Germania, sciogliendo di fatto il Sacro Romano Impero e trasformandolo in una Confederazione di Stati a lui asserviti. Questa idea di una Germania unita, inizialmente con l’intento di liberarsi dal giogo dell’invasore francese, era accompagnata anche da richieste democratiche e liberali, inaccettabili per i governanti, ancora espressione dell’Ancien Régime. Un primo tentativo di arrivare a uno stato democratico e unitario fallì nei vari moti rivoluzionari del 1848.
 
Già analizzando il periodo rivoluzionario si può facilmente notare come le spinte all’unificazione non vennero promosse da personalità autenticamente liberali. Pur essendo le forze democratiche protagoniste nei moti del 48, la classe egemone fu soprattutto quella aristocratica, composta dai grandi proprietari terrieri prussiani (Junker; letteralmente i “giovani signori”) e della borghesia delle produzioni e del commercio; cosicché, nel pieno della rivoluzione industriale, la prima forma autentica di unità della nazione tedesca non fu politica ma economica, con la costituzione di una Unione doganale (Zollverein) nel 1834.
Come avvenne per Italia con la figura del primo ministro del Regno di Sardegna Camillo Benso di Cavour, l’unità della Germania si deve alla presenza preponderante di un analogo statista, Otto von Bismarck (1815-1898) che assunse la direzione del governo prussiano nel settembre 1862. In un certo senso La Prussia, analogamente al processo di unificazione avvenuto in Italia, ebbe la stessa funzione propulsiva riscontrata nel Piemonte di Vittorio Emanuele II.

A differenza dell’Italia, in cui agirono sin dall’inizio gruppi di ispirazione democratica e repubblicana risalente al pensiero e all’azione di Giuseppe Mazzini, in Germania mancò completamente la presenza di un’ideologia democratica che propugnasse tale azione unificante. Anche per questo non si verificò nulla di particolarmente eclatante se paragonato, ad esempio, alla spedizione di Garibaldi, che per l’unificazione italiana, rappresenta il fattore scatenante “dal basso” dell’istanza democratica e repubblicana.
Al contrario Bismarck era espressione della mentalità degli Junker, alquanto lontana dalle idee liberali e democratiche (se non diametralmente opposta ad esse).
Lo stesso procedere del processo di unificazione della Germania, attraverso guerre con gli Stati limitrofi non solo fu guidato dall’alto ma fu quasi esclusivamente appannaggio del gruppo di potere prussiano, sulla strada della formazione di una grande potenza industriale e militare.
Ulteriore differenza essenziale tra Germania e Italia è riscontrabile nella visione storiografica e nella mitografia nazionale delle guerre per l’unificazione. I conflitti ingaggiati dalla Prussia tra il 1864 ed il 1866, prima a fianco dell’Austria contro la Danimarca per la questione dei ducati di Schleswig ed Holstein, poi con l’Italia ed alcuni Stati della Confederazione Tedesca contro l’Austria ed altri Stati della suddetta confederazione per l’affermazione dell’egemonia prussiana sulla Germania, non rappresentano campagne di unificazione, ma Einheitskriege (ovvero “guerre di unità”) in cui il sentimento nazionale è drammaticamente già acquisito, tanto da venire nominate anche con l’atroce termine Bruderkrieg (“guerra dei fratelli”).
Se il popolo tedesco può dirsi a buon titolo erede del pensiero greco, dopo le due disastrose guerre mondiali la Germania ha pagato (forse più di tutte) il dramma dello smarrimento della ricerca della “chiarezza” europea (di derivazione greca)  per la ricerca della “certezza” che ha portato l’Europa verso il suicidio della volontà di potenza.
Nonostante tutto la Germania, riunificata nel 1989, si è riportata ancora fra le grandi del globo ed oggi è una potenza piuttosto temuta (se non predominante) all’interno dell’odierno panorama europeo. Questo può solo farci riflettere sullo spirito tedesco, ancora fresco, e sul contributo (positivo o negativo) che ancora può dare all’Europa.

 

 Per approfondimenti:
_Nelson Walter H. – Gli Hohenzollern dal grande elettore a Guglielmo II, Odoya Edizioni
_Pagano Salvatore – Le guerre di Federico II. La nascita della potenza prussiana, Edizioni Res Gestae
_Winkler Heinrich A. – Grande storia della Germania, Edizioni Donzelli (collana Saggi. Storia e scienze sociali)
_Edmund Husserl – L’idea di Europa, Raffaello Cortina Editore

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

 

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Il «caso Heidegger». Introduzione al nichilismo europeo

Il «caso Heidegger». Introduzione al nichilismo europeo

di Francesco Di Turi del 01/08/2016

Diceva Hegel che l’ovvio, proprio perché tale, resta sempre non conosciuto poiché assunto come mero dato senza pensarlo. Se nelle cose della filosofia quasi sempre ciò che è ovvio è anche fragwürdig, ossia «degno di essere domandato»; nei suoiarcana, questo stesso ovvio diventa das Fragwürdigste, «la cosa fra tutte che è più degna di domanda». E cosa c’è di più ovvio sul piano storico di affermare che l’uscita da un conflitto qual è stato la Seconda Guerra Mondiale sia stata un’uscita con conseguenze profonde per tutta l’Europa e non certo solo per la Germania? Quindi, proprio perché cosa ovvia e proprio perché prendiamo sul serio Hegel, c’è da chiedersi se siamo davvero sicuri di aver già meditato a sufficienza cosa è stato per l’Europa lo scontro tra le tre ideologie più potenti della storia: il liberalismo-democratico, il comunismo e il fascismo-nazionalsocialismo. Tre ideologie legate a doppio filo al senso stesso della filosofia occidentale la quale si pone nei loro confronti come madre. Continue reading

La tempesta storica perfetta (3)

La tempesta storica perfetta (3)

di Francesco Di Turi del 30/06/2016

Il ritorno quali tratti dominanti degli elementi identitari e, diciamo pure, tradizionali, non è un semplice fatto che riguarda alcune nazionalità o la maggior parte di esse. Quello in atto è un vero e proprio rivolgimento storico che sta riplasmando l’intero globo. Per usare un linguaggio hegeliano, oggi più che mai appropriato, diciamo che è uno snodo nella storia dello Spirito che si scrolla di dosso il vecchio mondo per crearne uno nuovo dai caratteri inediti e pur tuttavia figlio di ciò che abbandona.
Questa marea di ritorno del fattore culturale è ormai un fatto più che assodato, tanto che alcuni autorevoli studiosi di diverse discipline hanno rilevato fin dal principio questa tendenza fondamentale, collocandola storicamente, e a ragione, allo spartiacque costituito dal dissolversi della Cortina di ferro.

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