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L’ultimo volo del Piccolo Principe

L’ultimo volo del piccolo principe

di Davide Bartoccini del 06/09/2016

Pilot did not return and is presumed lost” scrive sconvolta e restia una penna come tante penne, al comando di un ufficiale come tanti ufficiali. E’ la triste consuetudine che si compie.
In una base alleata della Corsica, nei pressi di Borgo, un attendente come tanti attendenti compila un registro di squadriglia come tanti registri, in un giorno di guerra come troppi giorni. Sono le 14.00 passate, e anche il tempo concesso alle speranze è scaduto. Il Lockheed P38 F-5 partito di buon mattino per una ricognizione fotografica sulle coste della Provenza non è rientrato. E’ un altro pilota che non fa ritorno: presunto morto o disperso, l’ennesimo. Si chiama Antoine de Saint-Exupéry. Tutti gli uomini che combattono prima di essere qualcosa, sono qualcuno, e lui era uno scrittore. Si disgrega lì la normalità della consuetudine ripetuta così tante volte.

C’era una leggenda romantica e popolare sulla scomparsa dell’autore di “Vol de nuit”, di “Pilote de guerre”, di “Le Petit Prince” (1943, un anno prima): quella che fosse volato via, che fosse silenziosamente scomparso come il suo principe dai capelli d’oro. Come il racconto senza una pagina di un moderno Icaro in eterno volo verso il Sole, che tramonta solo per lui più di quarantatre volte al giorno, quando si sente triste. Ma la storia ci ha svelato quella verità che spesso disincanta. Antoine de Saint-Exupéry venne abbattuto al largo delle coste di Marsiglia. E’ certo. Lo ha ammesso, dopo 64 anni di segreto celato nel dispiacere, Horst Rippert, allora pilota della Luftwaffe tedesca.

Horst Rippert, pilota della Luftwaffe e Antoine de Saint-Exupéry pilota della Armée de l’air

A dei ricercatori che lo intervistarono con la scusa di essere autori di un libro sui Messerschimitt disse: “Smettete di cercare la verità su Saint-Exupéry. Sono io che l’ho abbattuto”. Esordì così Rippert all’età di 88 anni. Aveva capito cosa cercavano veramente. Dei 28 abbattimenti riconosciutigli alla fine della guerra, uno più di tutti pesava su di lui: un peso insostenibile. Quando il sommozzatore Luc Varnell, il responsabile di un’associazione di recupero di aerei caduti, Lino von Gartzen, e il giornalista Jacques Pradel trovarono il relitto (rottami estratti dal mare, poi ricomposti, si trovano al museo di Le Bourget) e il bracciale che portava sempre al suo polso de Saint-Exupéry. La verità scansò l’ultimo dubbio a cui aggrapparsi.
Quando ho saputo di chi si trattava” – disse – “ho a lungo sperato che non si trattasse di lui”. Horst a quel tempo aveva 24 anni, Antoine 44. Il mondo li affidò a nazioni avverse che li allevarono nel revanscismo. Il fato li fece scontrare. Il giovane asso da caccia Rippert lo vide spuntare improvvisamente sotto di se, da una coltre di nubi spesse, era in rotta verso Marsiglia: un Lightning P-38 con coccarde azzurre e rosse, e la croce di Lorena come emblema, quello della Francia Libera. Volava basso, troppo basso, Antoine. A 2.000 metri sorvolava la costa intento a fotografare le spiagge prescelte per l’Operazione Anvil probabilmente (poi rinominata Dragoon: lo sbarco alleato nella costa meridionale della Francia concertato con lo sbarco in Normandia).
Ragazzo mio, sei un po’ imprudente e se non te la squagli in fretta ti impallino” – Pensò Rippert, manovrando senza fretta per metterglisi in coda con altitudine e sole a favore. Ma quell’aereo da ricognizione continuava a bordeggiare, senza dar minimamente segno d’essersi accordo del caccia avversario.
Mi sono lanciato nella sua direzione e ho tirato, non verso la fusoliera ma mirando alle ali“ – racconta Horst – “Colpito! Lo zinco è esploso, e lui giù, dritto nel mare. Nessuno si è gettato con il paracadute, nessuno è ricomparso tra le onde“. “L’ho saputo qualche giorno dopo che era Saint-Exupery. Ho sperato, e spero ancora che non fosse lui”.
Paradosso della guerra: “lo adoravo e gli ho sparato”. Un aereo anonimo come tanti aerei abbatte un aereo anonimo come tanti altri aerei. A dividerli un conflitto mondiale, ad accomunarli l’amore per il cielo, la passione per il volo, i pensieri di fronte ai tramonti silenziosi ammirati a più di cinquemila metri, o il rullaggio delle eliche al decollo che leva i capelli al vento.
Ho sperato e continuato a sperare, assurdamente, che non fosse lui. A scuola avevamo adorato tutti i suoi libri, sognato con le sue avventure nell’emisfero Sud. Come sapeva descrivere il cielo, le paure e le emozioni dei piloti! Era leggendolo che molti di noi avevano scoperto la passione di volare. Se avessi saputo che in quella carlinga era lui, giuro, non avrei sparato. Su tutti, ma non su di lui!”.
Quando nei giorni seguenti le frequenze alleate regolarmente captate dalle basi tedesche appresero che de Saint-Exeupèry era stato abbattuto durante una missione ricognitiva nel sud della Francia di Vichy, ed era disperso, Rippert e i suoi compagni collegarono i due episodi e intuirono dolorosamente che l’apparecchio abbattuto poteva essere quello scomparso. Subentrò la vergogna, le riflessioni sul senso assurdo della guerra, la debolezza del colpevole, ignaro e impossibilitato a rimediare.
Quel giorno del ’44 il gruppo di giovani piloti tedeschi decise di mantenere il segreto. Nessuno doveva sapere che uno di loro aveva ucciso il poeta del cielo dal naso che pizzicava la luna. Insieme a lui avevano assassinato una parte di loro stessi, piloti d’avventura ispirati dalle sue eterne parole. Le circostanze della morte di de Saint- Exupéry rimasero un mistero che alimentò a lungo la leggenda della sua scomparsa: quasi sulle impronte indelebili del il Piccolo Principe, pubblicato l’anno prima. Caduto sulle Alpi per un guasto al motore, suicida, scomparso semplicemente tra dolci sogni e miraggi dovuti all’assenza d’ossigeno per l’alta quota come narrava egli stesso in Pilota di Guerra (1940)?
Hugo Pratt, il celebre fumettista, disse di lui:
Infondo cosa voleva? Voleva sparire? Il fatto è che è sparito veramente in una forma per così dire letteraria, romantica. Meglio così, che un uomo che decide di sparire o è sparito, non sia più ritrovato; diventa un fatto leggendario e diventa un mito per le generazioni future”.
E per me così è stato. Una morte coerente per un poeta aviatore il quale corpo non è mai stato trovato, come un personaggio di una favola che è volato via.
Come il personaggio della sua favola, che riconosce i mali del mondo, e tenta di evitare il dolore che può provare chi ti ama e non potrà rivederti domani, o un altro domani :  Questa notte.. sai non venire. Sembrerà che io mi senta male.. Sembrerà un po’ che io muoia. E’ così. Non venire a vedere. Non ne vale la pena..
Non è stato un serpente a portare via Antoine, ma a me piace comunque pensarla così. Non mi sembri così potente, non hai nemmeno le zampe” disse il Piccolo Principe –  “Posso portarti più lontano di un bastimento” – disse il serpente.

 

Per approfondimenti:
_Antoine de Saint-Exupéry,  il piccolo principe – Edizioni Feltrinelli

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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L’uomo solo al comando

L’uomo solo al comando

di Giuseppe Baiocchi del 17/06/2016

Sarà per il codice civile, sarà per la riforma militare, per il suo azzardare politico, per l’amore verso il popolo francese, per le sue idee rivoluzionarie ideologiche ben mascherate, per il suo talento militare, che oggi Napoleone Bonaparte, nonostante abbia fatto precipitare l’Europa in una guerra totale per il suo ego, è considerato da tutti un personaggio elegante, puro e soprattutto eterno, degno, quasi, di una certa stima.

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Dell’attentato di Parigi e dell’Isis

Dell’attentato di Parigi e dell’Isis

di Giuseppe Baiocchi del 14/11/2016

La Francia si mobilita, e la mobilitazione è da sempre indice inconfondibile della preparazione alla guerra. Ma andiamo con ordine.
Ieri Parigi, capitale della Francia e cuore dell’Europa, è stata colpita per la seconda volta in un anno da un attentato terroristico rivendicato dallo Stato Islamico, l’ISIS.
Questa volta le vittime sono ingenti: 40 le vittime, distribuite tra lo stadio nazionale parigino, mentre si giocava la partita di qualificazione agli Europei, e tra i diversi bar e ristoranti della città. L’eccidio più sanguinoso è stato però quello del teatro Bataclan che, con le sue 118 vittime, passerà ormai alla storia come una vera e propria esecuzione.
All’alba del giorno successivo, ogni popolo europeo si riscopre in cuor suo francese.
Buonsenso suggerirebbe di versare una lacrima anche per le vittime civili libiche al tempo falciate dal raid aereo francese per la cattura di Gheddafi, ma d’altronde la storia insegna che esistono sempre due pesi e due misure.
Dubbi permangono sulla vera natura del Califfato, la cui sola sigla basta per incutere terrore in Occidente. Facciamo chiarezza.
L’ISIS, o IS, sta per “Stato Islamico dell’Iraq e della Siria”. Trattasi di un gruppo terroristico di natura jihadista che incarna quel fondamentalismo islamico che, attraverso una multiforme costellazione di soggetti e raggruppamenti, promuove la ‘jihad’, guerra santa, contro coloro che a vario titolo sono considerati infedeli.
L’Isis nasce come una costola di Al Qaeda: Al Baghdadi fu infatti il primo successore di Abu Musab al Zarqawi, il capo di Al Qaeda dopo la morte di Osama Bin Laden.
Lo scopo dell’Isis è la creazione di un Califfato nei territori conquistati dai militanti dello Stato Islamico in Siria e Iraq. I jihadisti impongono qui la “Sharia”, ovvero la legge islamica.
Abu Bakr al Baghdadi ha annunciato la nascita del Califfato nel giugno 2014. Questa sanguinosa storia comincia però nel 2012, quando al Baghdadi sostiene la nascita in Siria di Jabat al Nusra, una falange qaedista mirata a rinnovare la strategia di al Qaeda evitando gli errori commessi in Iraq.
All’inizio, infatti, si è cercato di adottare un approccio accondiscendente nei confronti della popolazione locale, reclutando milizie volontarie del luogo e non solo stranieri, come invece faceva al Qaeda. La situazione muta radicalmente all’atto di fondazione dell’ISIS, che arriverà ad inglobare Jabat al Nusra.
Non sono certamente mancati gli scontri interni al gruppo: Al-Joulani, uno dei capi del gruppo, si staccó presto dall’Isis dichiarando di essere fedele ad Al Zawahiri, il nuovo capo di Al Qaeda.

Nella foto (da sinistra a destra): Osama Bin Laden, Abu Musab al Zarqawi, Al-Joulani, Al Baghdadi

La rete dell’Isis, però, ha finito per ammortizzare queste secessioni interne estendendo i suoi tentacoli anche al di fuori dei confini dell’autoproclamato Califfato. Fregiandosi del titolo di organizzazione terroristica più ricca di sempre, finanziando le proprie casse attraverso gli introiti derivanti dai riscatti pagati e agli ingenti finanziamenti proveniente dal Qatar, l’ascesa dell’ISIS appare oggi incontrollabile.
Tuttavia, grazie agli sforzi congiunti dell’esercito siriano e di quello iracheno, ma soprattutto grazie all’intervento di Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa il Califfato sta arretrando sia in Siria che in Iraq e non gode più dello stesso sostegno mediatico, economico e diplomatico che inizialmente gli era stato concesso.
L’Isis ha annunciato attentati contro la Russia in seguito all’intervento militare di Mosca partito il 30 settembre, col quale sono stati sistematicamente colpiti più di 1600 obiettivi dei jihadisti in tutto il territorio siriano e con conseguente avanzata dell’esercito governativo siriano.
Intanto, sono molti gli occidentali reclutati grazie al web e convinti a unirsi a questa controproducente guerra tragicamente denominata “santa”.
 
“Combattete nella via di Dio, contro coloro che vi faranno guerra, però non accedete, poichè Dio non ama quelli che eccedono.
Uccideteli quindi ovunque li trovate e scacciateli da dove essi vi avranno scacciati. Però non li combattete presso il tempio sacro, almeno che essi non vi attacchino in quello, e se essi attaccheranno uccideteli:
tale è la ricompensa dei miscredenti. Se però essi desistono, certamente Dio è indulgente e compassionevole. Combatteteli finchè non vi sia più discordia civile e sia la religione solo quella di Dio; se però essi desistono, allora non vi sia più ostilità se non contro gli iniqui.”
Sebbene tali parole siano contenute nel testo sacro dell’Islam, il Corano, la retorica del “musulmano cattivo” nell’opinione pubblica inscindibile dall’intera comunità islamica, va combattuta. Difficile è raccontare, in special modo alle famiglie delle vittime innocenti, che lo spettro di “Allahu akbar” (Allahu è grande) è stato, se non creato, ingigantito da noi stessi occidentali che, qualche anno fa, invocavamo a gran voce la caduta dell’ultimo grande leader nord africano, il colonnello Gheddafi, avvenuta poi proprio grazie ai raid aerei francesi in una controversa operazione per giunta mai approvata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite.
I bombardamenti francesi non autorizzati non hanno però provocato nella comunità internazionale uno sdegno per le sorti della popolazione libica di eguale portata a quello cui assistiamo in queste ore per la Francia.
 
Questa provocante affermazione non vuole certamente essere un’apologia di Gheddafi, dittatore sanguinario, ma vuole piuttosto analizzare come l’Europa abbia incentivato la formazione del Califfato, anche grazie alla distruzione dei capisaldi che, nel bene e nel male, arginavano il caos che oggi ci si ritorce contro. L’immigrazione incontrollata cui stiamo assistendo da anni non è che l’ennesima conseguenza del crollo di queste barriere. L’Italia, dal canto suo, non ha mai mostrato di essere in grado di gestire una politica estera autonoma che fosse espressione di una volontà nazionale decisa, al punto che ancora oggi la fermezza mostrata da Craxi a Sigonella nell’ottobre 1985 è ricordata con nostalgia e orgoglio. I terroristi dell’Isis, coloro che oggi festeggiano gli eventi di Parigi e minacciano Washington, Londra e Roma, sono stati addestrati, armati e finanziati dalle stesse potenze occidentali che ora rischiano di essere colpite da nuovi attentati terroristici.
La speranza è che i musulmani presenti in Europa, gli stessi che oggi invece condannano il sangue sparso in nome del loro Dio, non dovranno sopportare la nuova violenza mediatica degli islamofobi di entrambi gli schieramenti.
 
Gli eventi di Parigi richiedono una soluzione, anche militare se necessario. Carl von Clausewitz nel suo celeberrimo saggio “Della Guerra” asseriva come la guerra, appunto, non sia che una prosecuzione della politica con altri mezzi. Quel dialogo che andrebbe sempre ricercato tra le parti, oggi appare un metodo di risoluzione datato è inutile. Un conflitto armato, del resto, non arresterà il fondamentalismo islamico su scala internazionale, ma è innegabile che la sconfitta militare dell’Isis ne attenuerebbe di molto l’influenza, sia propagandistica che religiosa. Dunque, la mia proposta di risoluzione è quella di un intervento armato risolutore che dia una spallata finale alla guerra santa di questi criminali, per poi analizzare e reimpostare un discorso di salvaguardia, non solo dell’Europa ma anche delle popolazioni civili siriane e irachene, duramente colpite da questi mesi di assedio e bombardamenti. Tristemente nota è la vendita delle schiave siriane che cadono nelle mani del Califfato. La guerra dovrebbe essere sempre evitata. Ma, come affermai tempo addietro per l’antica Palmira, davanti a certe forme di orrore pare ormai un passo inevitabile da compiere.
 
 
Per approfondimenti:
_http://www.cittanuova.it/…/Libia_e_Isis_Chi_fornisce_le_arm…
_http://www.lintellettualedissidente.it/…/la-lotta-tra-russ…/
_http://www.repubblica.it/…/news/missili_elicotteri-12953581/
_http://associazionedasandere.blogspot.it/…/la-caduta-degli-…
 
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