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Jean de la Varende e la letteratura di quel “piccolo mondo antico”

Jean de la Varende e la letteratura di quel “piccolo mondo antico”

di Giuseppe Baiocchi del 16-06-2022

Jean Mallard de La Varende Agis de Saint-Denis (1887 – 1956) nacque nella Malouinières Bonneville presso il comune di Chamblac del dipartimento dell’Eure. Vi abitava costantemente e qui scriveva e coltivava le sue terre. I La Varende – gente leale, energica, di alta, antichissima nobiltà – furono, per secoli, marinai, soldati, prelati.
Regionalisti soprattutto – come tutti i loro pari normanni – ma sempre partecipi alla complessa storia di Francia: cattolici e monarchici se pur non sempre docili sudditi, anch’essi, forse, si mescolarono nelle fazioni variegate: ora condottieri, ora seguaci di bande armate. In ultimo, durante e dopo la rivoluzione, versarono il loro sangue scioano (degli Chouan in lingua bretone) per il folle sogno di rimettere in trono un re fantasma. Insomma gentiluomini campagnoli – hobereaux –, fieri dei loro avi, continuatori delle loro gesta, attaccati con fede incrollabile (fin sotto Luigi Filippo che disprezzarono) alla tradizione ed alla terra. Jean de La Verande, l’ultimo discendente di questa razza, è l’animatore prodigioso d’un mondo scomparso o che va scomparendo.

Jean Mallard de La Varende è figlio di Gaston Mallard de La Varende (1849 – 87), ufficiale di marina, e di sua moglie di origine bretone, Laure Fleuriot de Langle (1853 – 1940). Nacque il 24 maggio 1887 a Chamblac (Eure), presso il castello di Bonneville, proprietà di famiglia. Non conoscerà suo padre, che muore lo stesso anno, il 27 luglio.

La vita d’una volta e di ieri, rurale e guerriera – e ciò che resta, insopprimibile, dell’autentico temperamento normanno – riappaiono, potentemente evocati, nelle sue novelle e nei suoi romanzi. Jean de La Verande, dal cui fondo par che riemergano, sobbollendo, antichi fermenti atavici, è scrittore realistico e magico, rude e delicato, austero e passionale, acuto indagatore di stati d’animo, a volte mistico. Da tutto ciò una prosa saporosa, pittoresca, singolare, inimitabile. Quanto alla sua biografia disse allo scrittore cattolico Domenico Giuliotti (1877 – 1956): «Fin dall’infanzia scrivo, dipingo, costruisco modellini di navi. A 10 anni, nei giorni piovosi, mi è stata affidata la classe per raccontare storie: ho solo ampliato il mio pubblico. Per le navi sono figlio di un marinaio, nipote di un ammiraglio, e quando mio padre morì, mio nonno si è preso cura di me: è stato sotto la sua guida divertita che ho iniziato questa collezione che è uscita dalle mie mani e che oggi ingombra cinque stanze di casa mia, diorami e modellini navali in 160 vetrine, le cui varie mostre avevano cominciato a farmi conoscere. Scrivevo romanzi, racconti, per me stesso, per non far morire tutto ciò che sapevo e conoscevo. Presto arrivai a pubblicare i miei scritti e qualcuno si innamorò di queste storie modeste facendo arrivare gli editori. La mia prima collezione, Pays d’Ouche, ricevette l’elogio per l’opera “I Vichinghi” e, curiosamente, la leggenda narra che noi stessi siamo discendenti dei Vichinghi: ma, rimane forse una leggenda. Il mio secondo libro, Nez-De-Cuir, fu molto vicino a vincere premio Goncourt1; certo contava il valore di Plisnier, ma forse c’erano intorno a questo premio, quell’anno, influenze non del tutto letterarie. Il terzo, “Il Centauro di Dio” ha vinto il Grand Prix de l’Académie Francaise2. Da allora, sembra che il favore del pubblico sia arrivato a me. I miei libri sono ricevuti con molta indulgenza. Infastidisco alcuni critici; mi attaccano duramente, ma forse sono più alfabetizzati che umani, e anche politici. Il Centauro di Dio giunge alla 6a edizione, il mio ultimo libro, pubblicato 5 mesi fa, dove cerco di mettere in evidenza i manutentori della terra e della tradizione che tanto hanno fatto, in tutto il nostro paese, per la bellezza e la forza della nazione, e che il movimento democratico ha voluto far sparire mentre cercava di deriderli, riducendo la loro azione»3.
Il 12 dicembre 1919, sposò Jeanne Kullmann, e a coppia vive presso la magione di Bonneville. Da questa unione nacque un figlio, Éric de La Varende (1922 – 79). Dal 1920 al 1932 fu docente presso l’École des Roches, a Verneuil-sur-Avre, in Eure. In casa mantiene il suo dominio, i suoi giardini, scrive il suo primo libro, da lui pubblicato nel 1927, L’Initiation artistique, testo di una sua conferenza. Scrive anche alcuni racconti e realizza, nel tempo libero, un centinaio di modelli di navi di tutte le epoche.
Gli inizi di La Varende in letteratura furono difficili. Ha subito molti rifiuti da parte degli editori parigini, per i suoi contenuti “politicamente scorretti”, ma ha pubblicato alcuni racconti al Mercure de France, l’antico giornale che ebbe direttore un certo François-Auguste-René, visconte di Chateaubriand. È l’edititrice Henriette Maugard, di Rouen, che garantirà la sua notorietà pubblicando una serie di racconti, Pays d’Ouche (1934), preceduti dal duca di Broglie.
Lo stesso editore pubblicò nel 1936 il suo Nez-de-Cuir, gentilhomme d’amore. È il frutto di una lunga ricerca iniziata negli archivi di famiglia, quando scopre le lettere del prozio Achille Périer, conte di La Genevraye (1787 – 1853), gravemente ferito nel 1814 nella battaglia di Reims, il quale indossava una maschera che gli varrà il soprannome di “Naso di cuoio”. La Varende interrogò gli anziani e iniziò a scrivere il suo romanzo nel 1930 per farlo pubblicare nel 1936. Le edizioni Plon ripubblicarono questo primo romanzo l’anno successivo: fu un successo. Quell’anno ha ottenuto tre voti al Prix Goncourt. Le pubblicazioni si susseguiranno quindi, al Plon o al Grasset.
I suoi successi letterari hanno un unico scopo, ovvero quello di rinsaldare l’antica magione di famiglia, il castello di Bonneville, a Chamblac : l’edificio è costruito in mattoni rosso-arancio, su un vecchio basamento in pietra calcarea. La residenza si presenta come una facciata composta da un piano terra, un primo piano ed un sottotetto; accostata agli angoli nord e sud da torrette quadrate con copertura a sesto acuto, e aperta da grandi finestre settecentesche con piccoli vetri all’inglesine. Su questa facciata, un balcone unico decora il piano nobile. Sul retro, due ali senza carattere gli conferiscono una pianta a U, impreziosita, nel cortile, da una torretta con tetto a mansarda, e da una solida veranda in mattoni. Tutto è ricoperto di ardesie blu, che hanno portato lo scrittore a scrivere le seguenti righe: “Le Chamblac è rosa e blu, con ferri neri. Non si può fare altro per lui. Vedendolo, penso a una signora che esce dal salone di bellezza: «Niente più speranze, signora, abbiamo tutto, ed è tutto completo»5.

Il castello di Bonneville si trova nella città di Chamblac, nel dipartimento dell’Eure. Fu la residenza dello scrittore Jean de La Varende dal 1919 al 1959. È classificato come monumento storico dal 9 maggio 1978.

I suoi libri sono acclamati dalla critica, specialmente nei circoli di destra, come Samuel William Théodore Monod (Maximilien Vox 1894 – 1974), e dai circoli di estrema destra come Thierry Maulnier (1909 – 88) e Robert Brasillach (1909 – 45). Nel 1936 entra a far parte della Société des gens de lettres e vince il premio Vikings per la sua raccolta Pays d’Ouche pubblicata due anni prima.
In pochi anni i romanzi si susseguono, dove colloca, sotto falsi nomi, i suoi personaggi spesso tratti da storie di famiglia ma che si ritrovano in molti dei suoi scritti. La famiglia di La Bare e quella di Tainchebraye, la famiglia di Anville e quella di Galart; tanti nomi che il lettore conosce vivendo accanto a loro, in terra normanna, o in soggiorno, come li concepiva La Varende.
Lo scoppio della guerra vede la sua unica grande tragedia della sua vita: la morte della moglie, vittima di un bombardamento della Lutwaffe tedesca durante la guerra lampo.
Durante l’occupazione nazista si concentra sulla scrittura e pubblica i suoi racconti sulle riviste dell’epoca: sfortunatamente per il suo lavoro, la maggior parte di queste riviste è conquistata da tesi collaborazioniste. È quindi erroneamente associato a questa tendenza, perché fu sempre molto critico nei confronti della democrazia, essendo egli di fede istituzionale monarchica. I suoi scritti sono solo racconti letterari, con intrighi fuori dal suo tempo. Fedele alle sue convinzioni, ha rifiutato di mettere la sua penna al servizio del regime di Vichy o dell’ideologia dei giornali collaborazionisti.
Una delle sue opere maggiori possiamo inquadrarla nel Centauro di Dio. Questo romanzo appartiene al primo ciclo de La Varende, “Tainchebraye-La Bare”, che comprende i tre romanzi: Nez-de-Cuir, gentilhomme d’amore (1937), Man’ d’Arc (1939) e Le Centaure de Dieu (1938). Questo romanzo quando si legge, crea nel lettore un duplice ideale: quello del nobile campagnolo e quello del Santo Sacerdote, dell’apostolo. Il primo, preoccupato sopra ogni altra cosa di durare e di restar fedele a se stesso; il secondo, avido di darsi e di perdersi per salvare gli altri. L’uno, volto alla terra, uomo del tempo e della storia, forte della sicurezza delle tradizioni avite; l’altro, sdegnoso dei beni misurabili, non offuscato dagli innovamenti, sicuro com’è dell’eternità che nulla altera. Personaggi che seducono, affascinano – simbolo da parte dell’autore della più profonda ammirazione. Nel romanzo è instillato quel culto del passato, che traspare in tutti gli altri libri del Varande, il quale non scrive per rivendicare una certa forza e ragione nella nobiltà, occultata oggi dal silenzio più profondo e quindi assordante, ma per una sua personale inquietudine verso i suoi personaggi tristi e magnifici, come narrato nel suo Nez-de-Cuir (Naso di cuoio, celebrato nella cinematografia da Yves Allégret nel 1952).
Così il Centauro di Dio resterà ai posteri con la sua duplice testimonianza verso la gloria degli avi scomparsi e della parallela angoscia della coscienza dei figli. L’ideale dell’aristocrazia di campagna e quella dell’apostolo, inteso come sacrificio e liberazione: il sacrificio di Gastone, che la decaduta grandezza della famiglia protagonista dei La Bare fa finta di non avvertire, si accosta alla stima verso Manfredo, cadetto fuori dal comune in cui – per riprendere Gustav Mahler – la tradizione è trasmettere il fuoco e non adorare le ceneri. Una cosa è certa: il passato si dimostra sempre solidissimo poiché il presente non è adatto a sostituire i solidi valori d’un tempo. Aspirazioni divergenti che rendono questa fatica letteraria un riflesso storico con il presente di difficile comprensione. Del resto, il suo rispetto per l’arte gli interdiceva forse di assumere una posizione troppo netta fra gli opposti, col rischio di consegnarci un libro a mo di tesi.
Nei fatti che ci narra, come nelle umili realtà quotidiane in cui penetriamo, dissimulate, all’interno dell’azione e della lotta naturale e salvifica, troviamo la luce sufficiente per rischiarare e abbastanza ombra per accecare quelli che vorranno non vedere lo scoglio del problema non di una generazione, ma di un’intera società. La stessa che con l’idealismo cartesiano e successive rivoluzioni politiche – come quella francese – hanno rovesciato il thelos (il fine) di una esistenza valoriale basata sull’organicità del mondo e sull’esistenza del Dio cristiano, messo da parte o addirittura ucciso nell’epoca del relativismo e della velocità del capitale. Per questo l’abate di La Bare diventerà – come l’autore stesso àncora di salvezza per alcuni e pietra di scandalo per altri. E come avvenne nel paese normanno quando giunse la notizia della sua morte, egli non avrà l’unanimità dei suffragi nel mondo dei lettori: “un santo” penseranno gli uni; “un rinnegato”, diranno gli altri. Il lettore verrà giudicato dalla sua stessa “sentenza”. Il Centauro di Dio esige dal lettore questo esame di coscienza, li costringe a questa libera scelta. Ecco, senza dubbio alcuno, una ragione, fra molte altre, di stimarlo con un grande libro.
Questo tradizionalista cattolico dalla fede tormentata – accettò di assistere alle funzioni nella chiesa di Notre-Dame de Chamblac, dopo 29 anni di assenza (causatogli dal Novus Ordo Missae del Concilio Vaticano II), grazie alla nomina di un sacerdote tradizionalista, Quintin Montgomery Wright (1914 – 96) il quale celebrava solo secondo il Messale di San Pio V – era un devoto simpatizzante dell’Action française di Charles Maurras (1868 – 52) e negli anni Cinquanta è stato redattore della rivista monarchica Aspects de France, continuazione di Action française.
Questa posizione politica molto tradizionalista lo avvicina ad altri autori che furono rapidamente dimenticati dopo la loro morte, come Henry Bordeaux (1870 – 1963), Paul Charles Joseph Bourget (1852 – 1935) o Michel de Grosourdy de Saint-Pierre (1916 – 87), ma letti durante la loro vita. Tuttavia, le sue opere, ristampate in parte grazie all’associazione Présence de La Varende, hanno avuto una certa eco in un certo ambiente cattolico e monarchico.

Una delle prime pubblicazioni del romanzo sulle chouannerie: Man’d’Arc – Rombaldi Editore del 1944.

Dal 1961 si sono succedute due associazioni legate a La Varende: dal 1961 al 1989: “Amici di La Varende” e dal 1992: “Presence de La Varende” che, come il suo predecessore, pubblica ogni anno materiale inedito, oltre ad articoli dedicati all’uomo e al suo lavoro.
Tra i duecento racconti pubblicati, la regione normanna (in particolare il paese di Ouche ) e il mare, costituiscono le strutture principali dei suoi intrighi. A questi, naturalmente, si aggiungono racconti e romanzi, le cui edizioni numerate sono oggi ricercate. L’attrazione del mare, la sua passione per la navigazione, ma anche, per la Bretagna e per la Spagna, la messa in scena di preti di campagna, di contadini o anche aristocratici e la nostalgia per l’Ancien Régime, costituiscono l’essenziale filo conduttore del suo lavoro. La sua opera, sia sentimentale che romantica, è molto legata alla terra, nel senso di patria. Cerca di magnificare la purezza pur sapendo come descrivere l’uomo con le sue ansie, mancanze ed errori. Le storie sono spesso basate su una sorta di trasmissione ideale delle tradizioni rurali del passato, sia nei casolari vernacolari che nei castelli: per lui tutto è legato da un doppio filo. I signori e i loro discendenti sono “contadini del re”, mentre i contadini e gli uomini del villaggio sono parte della famiglia dei castellani. In tutto ciò il castello è una residenza utile, “un organismo necessario alla ruralità, anzi, alla società”.
Il suo lavoro è da mettere in linea con quelli dei suoi maestri letterari, in particolare jules-Amédée Barbey d’Aurevilly (1808 – 89) e Gustave Flaubert (1821 – 80), anch’essi Normanni. A loro dedicò saggi (uno per Barbey, due per Flaubert).
La ricerca della parola giusta, compresi i “normandismi”, la frase appropriata, giri di parole a volte piacevolmente arcaici, l’immagine utile: tutto, nel linguaggio di La Varende, è fatto, si direbbe, in modo che il lettore prenda piacere nella narrazione più che nello stile del testo. L’opera di questo autore appartiene a una corrente del XIX secolo, dove si incontravano gli amanti della Francia e delle sue ex province. Il periodo tra le due guerre, nelle sue crisi sociali e politiche, ha messo in luce le correnti regionaliste risvegliate da Frédéric Mistral (1830 – 1914) e dal già citato d’Aurevilly.
Scrittori come La Varende, Alphonse Van Bredenbeck de Châteaubriant (1877 – 1951), Joseph de Pesquidoux (1869 – 1946) hanno sentito arrivare la fine di un mondo rurale che si sono affrettati a descrivere. Questi scritti nascondono poi una parte di romanticismo misto a un naturalismo da scudiero. La Varende sottolinea il dramma vissuto dai suoi personaggi, afflitti dall’onore che hanno ereditato dai loro antenati, l’onore del castello che deve essere mantenuto, l’onore della terra, che deve essere amata.
Tra i demoni di La Varende c’è la Rivoluzione francese. Non a caso, non ne parla quasi mai, anche se è presente ovunque, nel senso che, con lui come nella storia di Francia, c’è un “prima” e un “dopo”. Lo scrittore salta questo periodo che detesta: «Il 13 luglio conta per me perché è l’atto di Charlotte [Corday], come il 15 luglio perché è la nascita di Rembrandt. Riesco a ingoiare il 14 tra questi due giorni»6. In alternativa racconta i grandi personaggi del 17°secolo: Anna d’Austria, Suffren, Saint Vincent de Paul, e molti altri, o trabocca nel secolo successivo, ma con parsimonia, o soprattutto fa rivivere un XIX secolo dove i suoi personaggi sono nobili al servizio del re, o alla sua causa. In Man’d’Arc la giovane Manon – una “Giovanna d’Arco” degli Chouan al servizio della causa della coraggiosa duchessa di Berry (1798 – 1870)7 –, accompagna i suoi due nobili padroni che sono “veri uomini” ma è lei, la contadina, che ha più affinità con la principessa. Questo romanzo già citato e precedente al Centauro di Dio rivela ancora una volta l’affinità tra il contadino e il nobile e la lontananza verso l’altro ceto sociale, quello di estrazione borghese, fautore – appunto – della rivoluzione. Sul tema vandeano, oltre questo romanzo sulle Chouannerie normanne, ha scritto due monografie, una sul generale bretone Georges Cadoudal (1952) e Mes contes de Chouannerie pubblicato postumo nel 2018.

Jean de La Varende con i suoi modellini navali.

Pertanto, la scrittura di La Varende serve ideali chiari che sono: il re, la vera nobiltà, il mondo contadino, la religione cattolica. Fa sì che i suoi personaggi cerchino onore, coraggio, avventura, rispetto. Il suo mondo è allo stesso tempo rinchiuso nelle sue tradizioni ancestrali, una certa etichetta “hobereaute”, eppure alcune figure sono ritratte con un personaggio che vuole rompere con le abitudini delle cronache delle castellane, sprofondando nel dramma oltre che nell’umorismo di leggera derivazione britannica.
La Varende è, per questo, uno di quegli autori francesi che l’epoca contemporanea ha volutamente lasciato da parte facendolo cadere nell’oblio. Sebbene regolarmente ripubblicato, in particolare dalle edizioni Grasset e Flammarion, il suo lavoro è assente dalle antologie letterarie. L’attaccamento di La Varende alla sua provincia ancestrale, la Normandia, lo colloca tra gli scrittori regionalisti. Certamente è vero che i normanni dell’Ottocento, dall’archeologo Arcisse de Caumont (1801 – 73) e dal suo amico studioso Auguste Le Prévost (1787 – 1859), hanno fatto della Normandia una terra regionalista, dal punto di vista letterario, e infatti nel regionalismo, che considera l’ex provincia un’entità sopravvissuta agli sconvolgimenti rivoluzionari, c’è un innegabile attaccamento alla storia regionale, ma l’oblio dell’autore ha carattere ideologico poiché va contro il nuovo sistema di vedere il mondo che “non è il migliore possibile, ma l’unico possibile.
Appassionato di mare, non avendo mai potuto imbarcarsi a causa delle fragili condizioni di salute, Jean de La Varende ha prodotto un’impressionante collezione di modellini di barche e navi, composta da oltre 2.000 modelli. Parte di questa collezione è tuttora conservata al castello di Chamblac. Era anche un membro corrispondente dell’Académie de Marine e nel dicembre 1933, Jean de La Varende fu nominato Cavaliere al Merito Marittimo come pittore e archeologo navale.
La Varende ci ricorda la bellezza e la nobiltà di quel piccolo mondo antico, ed oggi dovremo mostrarci un po’ più messianici e ricordare da dove veniamo e soprattutto chi siamo, poiché altrimenti un popolo che non conosce se stesso non sa più ri-conoscersi e tutto questo patrimonio patriarcale sarà presto dissolto, fuso in una sorta di massa “culturale” informe che ci servirà vagamente da “guida storica” in cui riposeranno le nostre coscienze infantilizzate, stupefatte e, ahimè, sempre più ignoranti.

1Il Prix Goncourt è un premio per la letteratura francese, assegnato dall’Académie Goncourt all’autore della “migliore e più fantasiosa opera in prosa dell’anno”. Il premio prevede una ricompensa simbolica di soli 10 euro, ma si traduce in un notevole riconoscimento e vendita di libri per l’autore vincitore;
2Il Grand Prix du Roman è un premio letterario francese, creato nel 1914, e assegnato ogni anno dall’Académie française. Insieme al Prix Goncourt, il premio è uno dei più antichi e prestigiosi premi letterari in Francia;
3Jean de La Varende, Il Centauro di Dio, Istituto di Propaganda Libraria, 1945, post-fazione di Domenico Giuliotti;
4Alla morte di La Varende nel 1959, il castello passò al figlio Éric Mallard de La Varende (1922 – 79), poi ad una delle sue figlie che sposò una Broglie. Il castello ora appartiene al principe Charles-Edouard de Broglie, sindaco di Chamblac, e a sua moglie, la principessa Laure (nata Laure Mallard de La Varende);
5 Jean de La Varende , Castelli della Normandia. Itinerario sentimentale, Plon, Paris, 1958, p. 53.
6Jean de la Varende, Maison Vierge, 1942, p.6;
7Maria Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone fu principessa delle Due Sicilie per nascita e duchessa di Berry per matrimonio.

 

Per approfondimenti:
_Pierre Coulomb, La Varende, éditions Dominique Wapler, Paris, 1951.
_ Anne Brassié, La Varende. Pour Dieu et le roi, Paris, Librairie académique Perrin, 1993;
_Michel Herbert, Bibliographie de l’œuvre de La Varende, Paris, aux dépens d’un amateur, 1964-1971, 3 vol.

 

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Tintin l’avventuriero belga creato dall’arte di Hergé

Tintin l’avventuriero belga creato dall’arte di Hergé

di Giuseppe Baiocchi del 02-04-2022

Il treno di periferia che, partito da Bruxelles, vi sbarca a Louvain-la-Neuve contiene già tutti gli elementi di un’immagine di Tintin. Né arcaico, né futurista, è semplicemente senza età: consumato dall’uso, modesto, mantenuto in buono stato e insolitamente pittoresco rispetto alla timida estetica belga. Ci si aspetta di veder spuntare un capostazione alla Hergé: grassottello, berretto in testa e fischietto tra i baffi, su sottofondo di una canzone di Charles Trenet. Poi le pareti rosso mattone di una serie di casamenti tutti uguali – residenze studentesche, qualche negozio – intrecciati nel verde, cinque minuti a piedi su un camminamento liscio ed è già ora di imbarcarsi. Ed eccoci giunti sul binario d’imbarco. Louvain-la-Neuve, nuova città universitaria creata nel Brabante Vallone dopo la disputa linguistica del 1967-68 che costrinse gli studenti francofoni ad abbandonare l’antica università di Louvain-Leuwen (ad una trentina di km dalle Fiandre), è stata edificata sull’ampia piattaforma che copre un parcheggio e alcune vie di scorrimento.

Da sinistra a destra: Georges Remi e suo fratello minore Paul nel 1918; Gli scout di Saint-Boniface a Thusis; Periplo in Germania con i “routiers” di Saint Boniface nel settembre del 1929.

Qui sorge il museo di Hergé dedicato a Georges Prosper Remi (1907 – 83) il fumettista creatore di uno dei più grandi fumetti europei: Tintin. Ma come ha fatto un semplice ketje , nato belga sotto l’imperioso scettro e la non meno imperiosa barba di Leopoldo II detto “il congolese”, a diventare in settantasei anni uno dei fari del XX secolo? Come ha fatto un piccolo boy-scout pasticcione, il cui solo merito era di avere una certa mano nel disegno, a imporsi quasi suo malgrado attraverso il fumetto come un genio dell’eterna infanzia e dell’arte moderna, oggi riconosciuto degno di un museo alla sua gloria? Cosa ha trasformato Georges Remi l’oscuro in Hergé il chiaro?
La storia inizia alle 7.30 del 22 maggio 1907 a Etterbeek, comune limitrofo di Bruxelles. In casa di Alexis Remi, 24 anni, che lavorava nelle confezioni sartoriali, e di Elisabeth Dufour, 25 anni, casalinga – lui vallone, lei fiamminga – nasce il primo figlio, battezzato con il nome di Georges-Prosper, detto Georges. Remi Georges: che il lettore non dimentichi queste iniziali.
Niente sorride al bambino. Non i genitori, scialbi e convenzionali piccoli borghesi di un regno industrioso, e meno ancora l’avvenire, chiuso come il cielo basso del loro “plat pays”. Ma Georges si impegna: è un ragazzino obbediente e studioso ma, soprattutto, ha una smodata passione per il disegno, fonte di evasione e di ammirazione da parte dei compagni. I piedi tra le scorie e il naso tra le stelle, non per niente il “surrealismo” è un minerale nativo nel Belgio di Magritte. I quaderni dello scolaro si coprono di schizzo che rappresentano per lo più dei soldati – la Prima Guerra Mondiale è scoppiata quando aveva sette anni.
La seconda, e decisiva, nascita di Georges Remi si colloca nel 1921, quando entra tra i boy-scout della scuola media Saint-Boniface dove è stato ammesso in quinta moderna. Messosi in luce per le sue doti di “bravo ragazzo” elegante, cortese e che sa sbrogliarsela, diventa capopattuglia degli Scoiattoli con il nome di Volpe Curiosa. Nonostante i valori cattolici del suo ambiente, il prode movimento giovanile recentemente fondato da Robert Baden-Powell lo apre al vasto mondo dove il sogno e l’avventura sono finalmente permessi. «Lo scoutismo è la resurrezione in pieno XX secolo dell’antico ideale della cavalleria cristiana» affermava il generale appena dieci anni dopo: il riferimento cattolico è a quel tempo una sorta di marchio di resistenza in una società troppo vicina geograficamente al dramma russo, reduce della rivoluzione bolscevica del 1917.
I campi estivi portano Volpe Curiosa e la sua truppa in Italia, Svizzera, Austria, Spagna. Questi Paesi di un’Europa vista finora solo sui libri di geografia sono già l’estero per il giovane brussellese che fantastica di lontani orizzonti. Per raggiungere di più esotici dovrà ricorrere all’immaginario. Fin dai suoi inizi infantili Georges Remi si è servito del disegno per raccontare delle storie. La sua immaginazione da feuilleton trovava un naturale sfogo nella punta della matita e mentre cominciavano a uscire i primi giornalini illustrati per ragazzi lui si era inventato una casareccia arte del racconto a immagini fisse, ma concatenate, animate dal lettore grazie alla prodigiosa macchina da ellissi costituita dall’intervallo bianco che le separava e insieme le univa. Un’arte già «sonora» grazie alla nuvoletta del fumetto che per il momento serviva solo a esprimere la sorpresa (un punto esclamativo) o la perplessità (un punto interrogativo). Nel 1921 L’Epatant pubblica a disegni le avventure di Charlot, uno degli idoli dell’adolescente affascinato dai primi balbetii del cinema, peraltro ancora muto.
È questo il talento che i boy-scout scoprono in Georges per sfruttarlo ne Le Boyscout belge, rivista mensile del movimento. A partire dal 1924 il giovane disegnatore firma le illustrazioni «Hergé» (dalle iniziali G.R. invertite). Hergé ha diciannove anni quando, nel luglio 1926, compone il suo primo fumetto per il giornale scout: Les Extraordinaires aventures de Totor, C.P. des Hannetons, presentato come un “grande film comico” della presunta compagnia “United Rovers”. Le ventisei tavole, dalle vignette classicamente sottotitolate ma già con, qua e là, qualche fumetto esclamativo, vorrebbero in effetti essere un «film di carta» che rispecchia goffamente la passione di Georges per le comiche e i western americani che va regolarmente a vedere con la madre nei primi cinema aperti a Bruxelles. Totor, l’eroe dal viso rotondo contrassegnato da due punti per gli occhi e da una virgola per il naso, ha sulla fronte una ciocca spiaccicata che sembra aspettare solo un colpo di vento per drizzarsi a ciuffo. L’anno precedente Hergé si è inserito nella vita attiva. Lavora al servizio abbonamenti del quotidiano Le Vingtième Siècle. Un giornale conservatore, «molto conservatore» lo definisce Paul Jamin, amico e scout e in seguito assistente di Georges. «Le inserzioni pubblicitarie – ricorda divertito – esortava il lettore, che spesso le scambiava per informazioni, a preferire la cioccolata “cattolica” alla cioccolata “Victoria”, che invece era liberale» . Per completare il quadro, Jamin descrive il direttore del giornale, l’abate Wallez, come un despota tonante e perentorio: «L’abate, uomo di destra e simpatizzante con il fascismo, conosceva Mussolini»; Nobert Wallez esercita una forte impressione sul giovane impiegato di cui non tarda a intuire il promettente talento e di cui diventa l’onnipotente mentore. Tanto più che il reverendo direttore ha per fedele segretaria una graziosa ragazza, Germaine Kieckens, alla quale Georges è tutt’altro che indifferente.

I principali protagonisti del fumetto Tintin: ; il cane Milou; Dupond e Dupont; il capitano Haddock; il professor Tournesol – © Hergé-Moulinsart 2022.

La figura tutelare di Wallez fa confluire intorno a sé i vari temi, finora sparpagliati, del destino di Georges Remi: la fondamentale ideologia di un «piccolo Belgio» timorato e tendenzialmente antisemita – come del resto tutta l’Europa. L’ideale cavalleresco dello scoutismo e il suo culto della purezza: le amicizie giovanili «per la vita e per la morte», lo portano alla prima pubblicazione, il 10 gennaio del 1929 nel suo personale Tintin nel Paese dei Soviet su Petit Vingtième, supplemento settimanale per i ragazzi di cui Hergé è stato nominato redattore-capo, segna lo sbocciare di un autore che ancora non crede in se stesso: «Non era una cosa – dichiarerà a Chancel – nata per durare: era un gioco, una specie di scenetta da recitare intorno al fuoco del campo scout». Un gioco, si, ma nel quale, «proprio per gioco, l’ho fatto entrare in politica – precisa Hergé a Numa Sadoul, autore di un’importante serie di interviste con il disegnatore. Non dimentichiamo che Le Vingtième Siecle era un giornale cattolico e che, a quell’epoca, dire “cattolico” equivaleva a dire “anticomunista” e questa era già una consolazione”. I bolscevichi vi venivano letteralmente mangiati vivi! Fui senza dubbio influenzato dall’atmosfera del giornale, ma anche da un libro intitolato Moscou sans voiles (Mosca senza veli) di Joseph Douillet, console del Belgio a Rostov sul Don, che denunciava con violenza i vizi e le turpitudini del regime. Vista la fonte a cui attingevo, ero sinceramente convinto di trovarmi sulla strada giusta. E poi, avevo la benedizione del mio direttore».
Il successo di quest’avventura in bianco e nero, tutta dialogata a fumetti e senza sottotitoli, in cui Totor si trasforma in un Tintin con il ciuffo rialzato sulla fronte dalla corsa dell’automobile, è tale che l’abate Wallez decide di mettere in scena un «autentico» rientro a Bruxelles del piccolo reporter. L’8 maggio 1930 una comparsa (scout) travestita da Tintin-mugik sbarca alla Gare du Nord con in braccio un fox-terrier tinto di bianco per l’occasione, tra gli evviva di centinaia di ragazzini già divenuti suoi fan. Ovviamente Germaine Kieckens si vede un’ulteriore prova del genio del suo direttore («Era un essere eccezionale»!) il quale si affretterà a pubblicare sotto forma di album quelle prime tavole di Tintin (5.000 esemplari andati a ruba) in edizione limitata, numerata e recante la dedica di Tintin e Milou in persona. «Georges firmava “Tintin” e io “Milou” con un piccolo scarabocchio canino» racconta a Benoit Peeters la compiacente segreteria che Hergé, su insistenza di Norbert Wallez, sposerà nel 1932.
Nel 1931 la stessa trovata pubblicitaria saluta il complemento, su “Le Petit Vingtième”, di Tintin in Congo, dedicato alla gloria paternalista – “razzista” sarà il severo giudizio di alcuni commentatori contemporanei, contraddetti nel dicembre 2012 da un giusto arbitraggio della corte d’appello di Bruxelles – della colonia africana concessa da Leopoldo II ai sudditi belgi. Stavolta Tintin sbarca con in testa il casco coloniale e Germaine precisa che per l’occasione sono state ordinate «delle carrozze a cavalli con a bordo uomini neri» per scortare i nostri eroi dalla Gare du Nord fino alla sede del giornale. L’album, già disponibile, viene venduto insieme a un omaggio: «un oggetto artistico congolese di grande valore» .
Nel frattempo Hergé ha cominciato a pubblicare sul suo giornale delle gag di una o due pagine su Quick et Flupke, gamins de Bruxelles (Quick e Flupke, monelli di Bruxelles) che manda avanti di pari passo con le avventure di Tintin e Milou. Già travolto dal successo, sgobba della mattina alla sera malgrado il fattivo aiuto della moglie.
Dal 1930 il giornale “Coeurs vaillants” di Parigi pubblica le storie di Tintin con grande soddisfazione di Hergé che vede così allargarsi il numero dei suoi lettori. Ben presto però scopre con delusione e dispetto che le sue immagini a «fumetti» sono state sottolineate alla vecchia maniera dall’editore francese, che teme l’incomprensione delle sue pecorelle. Certamente alla fine Hergé finirà per imporre la propria concezione «moderna», ma dovrà battersi contro le riserve nutrite dall’abate Courtois, direttore del settimanale giovanile francese, nei confronti di un eroe «senza famiglia»: reticenze vinte nel 1935 con la creazione ad hoc, da parte di Hergé, della serie «familiare» Jo, Zette et Jocko in cinque episodi, con le avventure che continuarono ad uscire regolarmente fino al 1944.
Sempre negli anni Trenta, in Belgio, nasceva il rexismo (1935 – 45), un partito nazionalista belga guidato dal cattolico Léon Joseph Marie Ignace Degrelle (1906 – 94). Degrelle conosceva Hergé dall’infanzia degli scout ed i due erano molto amici. Fu così che il Maestro illustrò a Degrelle la copertina di uno dei suoi libri. Solo più tardi il rexismo, vicino al fascismo clericale spagnolo, divenne il simbolo, in Belgio, della collaborazione con gli occupanti tedeschi.
Questa breve collaborazione con il partito, costò ad Hergé alcune problematiche nel dopoguerra. Non solo, ma Degrelle pubblicò successivamente (scritto nel 1990, ma pubblicato nel 2000) Tintin mon copain (Tintin amico mio), dove attraverso delle relazioni autobiografiche Léon Degrelle, sosteneva di essere stato l’ispirazione fisica e morale di Hergé per la creazione di Tintin, conducendo una vita avventurosa parallela a quella dell’eroe dei fumetti. Il libro verrà stampato in 1.000 copie, di cui 850 immediatamente sequestrate e distrutte: abbiamo tra le mani un libro controverso. Molto difficile da trovare, per molto tempo, fino a quando alcuni rari siti non lo hanno offerto in pdf in rete.

Nella prima foto Adolf Hitler durante la prima guerra mondiale con il cane bianco; nella seconda immagine, un giovane Léon Degrelle con i pantaloni da golf; la portina del romanzo “Tintin mon copain”; infine nell’ultima immagine, partiamo da un antefatto: Degrelle durante la conquista francese dei tedeschi fu catturato dagli Alleati e passerà attraverso 21 prigioni prima di essere finalmente depositato nel campo di concentramento di Vernet. Il 24 luglio verrà rilasciato per ordine del maresciallo Pétain. Conoscendolo vivo, il suo amico Hergé fece un disegno molto eloquente per festeggiarlo: in questa vignetta, vediamo il giornalista Tintin camminare per una strada mentre un terminale indica che sta andando in direzione di Bruxelles e proviene da Tolosa. Non è un caso, poiché il campo di Vernet si trova a 60 chilometri da Tolosa. Attraverso Tintin, sembra essere dunque Degrelle che Hergé rappresenta.

Ma allora cos’è davvero questo libro sovversivo? Tintin mon Copain, infatti, è soprattutto simile a un’autobiografia di Léon Degrelle in cui condivide la sua amicizia con Georges Rémi alias Hergé, e la sua influenza sul personaggio di Tintin.
In realtà, Degrelle è nato in una famiglia cattolica con valori radicati. Frequenterà la facoltà di giurisprudenza a Lovanio dove appare già come un uomo dalla forte personalità e pieno di carisma. Incontrerà poi, un po’ per caso, l’abate Norbert Wallez che – come detto – dirige il piccolo quotidiano “Le Vingtième siècle”. Fu lì che conobbe un giovane designer di nome Georges Rémi. I due uomini, poco più che ventenni, hanno in comune di essere stati scout e di aver avuto la stessa educazione cattolica. Ben presto, simpatizzano nonostante le loro notevoli differenze. Hergé è piuttosto timido, discreto, un “raschietto di carta” tranquillo e poco abile con il gentil sesso. Degrelle, al contrario, è uno spaccone, un chiacchierone pacato che non usa mezzi termini, un avventuriero ad alta energia e un donnaiolo molto seducente. Nonostante le loro differenze, i due uomini furono legati da un’amicizia incrollabile. A quel tempo Degrelle stava già scrivendo alcuni articoli per Le Vingtième Siècle mentre Georges Rémi si occupava della realizzazione delle illustrazioni. Curiosità vuole che – forse come sostiene lo stesso Degrelle –, l’idea del fumetto così come lo conosciamo oggi, si crea nella testa di Hergé dopo aver ricevuto un regalo messicano dallo stesso Degrelle, che in quel periodo si trovava in Messico come corrispondente per il giornale Le Vingtième Siècle circa lo sterminio in Messico dei cristeros. Il presente del vallone fu proprio un fumetto, un formato che già circolava negli Stati Uniti, ma che era sconosciuto in Europa. Degrelle continua sempre a sostenere nella sua biografia, che per sdebitarsi Hergé inserì i pantaloni da golf al suo personaggio proprio per rendere omaggio alla trovata del suo amico Degrelle. Ed ancora il rexista prosegue nella sua notizia più rivelante: il suo fedele cane Snowy che lo segue ovunque, fu ispirato osservando una foto nella trincea tedesca che mostrava un cagnolino bianco dal muso indagatore, sguardo accattivante e sornione che era ai piedi di un soldato tedesco. E chi era questo soldato? Nel suo libro Degrelle ammette anche di avere «quasi paura di rivelarlo»: questo soldato era un certo Adolf Hitler.
Al di là delle indiscrezioni, si è anche detto a volte che l’autore di Tintin avesse negato la sua relazione con il “Beau Léon” come veniva chiamato Degrelle: fu una bugia. Difatti l’11 gennaio del 1973 Hergé, che era al culmine della sua popolarità, dichiarò: «Degrelle era un uomo rispettabile, era lui stesso sul fronte orientale e non vi mandò certo solo qualche povero diavolo. E militarmente, si è comportato lì come un eroe». L’amicizia era un sentimento sacro per Hergé e non avrebbe mai negato quello che aveva mantenuto per anni con Degrelle. Certamente la verità, sulle indiscrezioni di Degrelle, è sicuramente morta con i due uomini.
Tornando al suo fumetto per eccellenza, eccoci appena rientrati dal Congo, dove Tintin et Milou si imbarcano per l’America dei gangster di Chicago e dei pellerossa espropriati dai petrolieri. Ormai Hergé è libero di viaggiare a suo piacimento fin nei paesi più lontani, ma sempre senza muoversi dalla sua mansarda e sempre sulle ali fittizie del suo inviato speciale, più raddrizzatore di torti che giornalista. Tintin e Milou sono appena rientrati in Bruxelles che già ripartono in senso inverso, stavolta diretti in Oriente. Inizialmente nel Medio con l’avventura egizio-indiana de I Sigari del Faraone, nel 1932; poi nell’Estremo, con Il loto blu, che conferirà al fumetto una inaspettata connotazione politico-sociale. Difatti Hergé si schiera a favore del popolo cinese aggredito nel 1931 dal Giappone – la poco conosciuta invasione della Manciuria, primo atto della Seconda Guerra Mondiale. Questa presa di posizione umanista in un conflitto in atto è una scelta personale fondata, per la prima volta, su una realtà scrupolosamente documentata.
A questo riguardo, nel 1934 Hergé viene assistito e consigliato da un giovane studente cinese delle Belle Arti di Bruxelles, Chang Chong-jen, il quale calligrafa addirittura gli ideogrammi contestatari sulle bandiere presenti nelle vignette «Abbasso l’imperialismo» o «Aboliamo i trattati ineguali». I due resteranno legati da un’intensa amicizia fino al ritorno in patria – e anche dopo – di Chang nel 1935. Tale è l’impatto de Il loto blu che nel 1939 la moglie del maresciallo nazionalista Chang Kai-shek (1887 – 1975) invita Hergé in Cina, ma l’imminente guerra in Europa impedirà all’artista di recarvisi.

Tintin nel Congo belga: una vignetta dove il nostro protagonista è in compagnia di un missionario cattolico che insegna ai bimbi neri a leggere e scrivere e li evangelizza.

A partire da I sigari del Faraone, Casterman, erede dell’antica casa editrice di Tournai, è diventato il felice editore degli albi di Tintin, pubblicati in anteprima da Le Petit Vingtième. Nel 1937 il primo ad uscire per i tipi di Casterman è L’orecchio spezzato: la trama del nuovo episodio riporta il nostro eroe all’Ovest, in un’immaginaria repubblica – ovviamente delle banane – dell’America centrale: il San Theodoros. Hergé si diverte a mettere in scena un caricaturale armamentario a base di piraña, cerbottane, teste mummificate, caudillos (Alcazar), rivoluzioni e bombe a miccia.. Ma l’oggetto-chiave dell’intreccio, il feticcio Arumbaya, è ispirato a un’autentica statuetta precolombiana esposta nel museo brussellese del Cinquantenario dove il disegnatore è andato a documentarsi, allo stesso modo che l’Aniota, il terribile uomo-leopardo del Congo, era stato ripreso da una celebre statua esposta al Museo reale dell’Africa Centrale, a Tervuren. Come dire che per Hergé le storie, anche se semplici pochades, erano credibili solo se ancorate a una realtà verificabile.
A questo punto il papà di Tintin ricapitola i punti fermi di un’opera già vista ma tutt’altro che premeditata. Ne sono prova le seguenti osservazioni personali: «Si parte sempre da un’idea semplice, che permette di coinvolgere Tintin in importanti eventi di portata internazionale evitando il più possibile l’uso del testo e dando la massima importanza al movimento. Ed ecco che ritroviamo – sempre in 124 pagine in bianco e nero, arricchite nell’album da quattro tavole fuori testo a colori, il nostro piccolo reporter in Scozia, in kilt e berretto con pompon, alle prese con dei falsari e un buon vecchio gorilla tipo King Kong. Ma la guerra incombe e di fronte alla minaccia tedesca l’amore per l’ordine e i pregiudizi conservatori di Hergé vacillano. Nel 1938 applica alla lettera i precetti artistici enunciati, rivelando le proprie preoccupazioni politiche. Tintin viene coinvolto nel turbine di un drammatico complotto in atto tra pseudo immaginari Stati centro-europei: la Sildavia del buon re Muskar (un Belgio travestito da paese slavo) e la Borduria, armata dall’infame Musstler (contrazione dei nomi di Mussolini e Hitler). Sarà in questo episodio delle avventure di Tintin, intitolato Lo scettro di Ottokar, che la diva Castafiore emetterà i suoi primi gorgheggi..
Pieno di buona volontà e patriota, Hergé si presentò durante la mobilitazione (a metà settembre 1939), tranne per il fatto che il 12 aprile 1940 fu ritenuto inabile per motivi di salute e rimandato a casa in congedo non retribuito. Così emigra in Francia, soggiornando nella regione parigina poi al Puy de Dôme con lo stilista Marijac, ma con la capitolazione, il re Leopoldo III chiede ai suoi sudditi di riprendere le loro attività. Hergé torna in Belgio ma il Petit Vingtième non esiste più!
Durante i mesi di maggio e giugno 1940, l’esercito tedesco schiacciò in due Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio e Francia.
L’acuta consapevolezza della tragedia in atto, il 10 maggio 1940 che vide il Belgio soccombere davanti allo strapotere della Wehrmacht, non impedisce a Hergé, fautore della «neutralità» raccomandata da Leopoldo III e desideroso di conservare il lavoro di cui vive, di fare una scelta tutt’altro che illogica dal punto di vista del suo ambiente di formazione, ma gravida di conseguenze nei confronti della storia.
Visto che Le Vingtième Siècle e Le Petit Vingtième hanno chiuso i battenti lasciando in sospeso la pubblicazione di Tintin nel paese dell’oro nero, il giovane e ormai celebre disegnatore accetta il posto di capo-redattore di Soir-Jeunesse, supplemento del grande quotidiano brussellese. Piccolo problema, da metà giugno il ribattezzato Le Soir è nelle mani dei nazisti. Sarà soprannominato “La sera rubata”.
Censura permettendo, Hergé vi pubblica Il granchio d’oro in cui il capitano Haddock fa la sua prima apparizione tra due bicchieri di scotch. Poi, nel 1941, La stella misteriosa e, nel 1942, Il segreto del Liocorno. Questo sarà poi seguito da Il tesoro di Rackam il Rosso in cui entra per la prima volta in scena il professor Girasole e alla fine del quale Tintin, Milou, Haddock traslocheranno al castello di Moulinsart. La famiglia Tintin, quasi al completo, con la sola assenza di Lampion. A partire dal 1942 Hergé ha accettato le nuove condizioni di Casterman imposte dalle restrizioni riguardanti la carta da stampa: sessantaquattro pagine per album, ma a colori.
Al momento della liberazione, il 2 settembre del 1944, i giornalisti rimasti al Le Soir furono quindi processati per collaborazionismo. La maggior parte viene condannata a morte, con una pena poi trasformata in pochi anni di carcere. Anche Hergé ha problemi: il 7 settembre 1944, tre giorni dopo la liberazione, la polizia giudiziaria effettua una perquisizione nella sua abitazione. Le Soir viene chiuso e tra i collaboratori di Hergé che avranno problemi vediamo il pittoresco Jacques Van Melkebeke, grande appassionato di letteratura popolare, pittore e fecondo fornitore di trame per Tintin, raccomandato da Edgard Jacobs che a quel tempo aiutava Hergé a rifare a colori i precedenti albi in bianco e nero.
Dopo questo episodio, ancora una volta Hergé spiazza tutti con Tintin nella terra dei nazisti, pubblicato sul secondo numero di La Patrie che però non sfuggi alla censura nel settembre del 1944, nonostante il contenuto del fumetto.
Solo il 22 dicembre 1945, il dossier di Hergé fu archiviato, ma l’accusa propriamente dei partigiani verso Hergé quale fu? Quella di aver continuato a disegnare album sotto l’occupazione? Quindi aver contribuito a risollevare il morale di tante persone in questi tempi difficili e aver permesso a molte di loro di scappare per un momento e dimenticare la guerra? È per questo che quest’uomo è stato quasi condannato a morte? È per questo che il suo nome compare ancora nella “galleria dei traditori” del Museo della Resistenza di Bruxelles?
Ma in fondo, ciò che ha animato i persecutori di questo grande maestro è la gelosia: la gelosia del talento poiché queste persone non collaboravano minimamente, ma la gelosia del mediocre che si vendica su personaggi di grande valore.
Egli è profondamente rattristato per la malattia nervosa della madre – che nell’aprile del 1946 si spegnerà in un asilo per malati di mente – Georges ha perso il sacro fuoco, soffre di depressione e a un certo punto pensa addirittura di emigrare in Argentina. Si limita a lavoretti pubblicitari, ai produttori derivati e a rifare a colori per Casterman i primi album in bianco e nero.

Hergé, “Aviation nel 1939-1945”. Tintin nei panni di un alto ufficiale tedesco.

La sua immagine è stata molto offuscata fino al giorno in cui Raymond Leblanc (1915 – 2008), un ex doganiere e combattente della resistenza, decise di chiamare Hergé per creare il giornale “Tintin” ed il primo numero del settimanale esce il 26 settembre 1946. Hergé assume la direzione artistica del nuovo giornale e con immutata fedeltà agli amici dei giorni bui, impone come capo redattore Jacques Van Melkebeke, rilasciato a piede libero. Il numero di settembre Il tempio del sole, continuazione de Le sette sfere di Cristallo.
Dopo qualche tempo, Hergé allestisce un vero e proprio studio per stare al passo con i ritmi di pubblicazione e gli ordini derivati legati a Tintin.
Nel 1946 ricicla un’idea che aveva avuto con Jacobs nel 1944: produrre una serie di cartoline che costituissero un’enciclopedia su temi specifici. Ogni carta sarà accompagnata dal personaggio Tintin vestito con un costume appropriato. Saranno quelli che chiamiamo i chromos che animeranno finalmente la sezione documentari del quotidiano Tintin.
Tra il 1946 e il 1950 apparvero i Discorsi del capitano Haddock sulla storia della marina. Dal 1950 le edizioni lombarde pubblicano color chromos indipendentemente dal giornale, offerte in cambio dell’acquisto di “Francobolli Tintin”. Un modo per avere un bel disegno e un po’ di contesto storico. Tintin ha quindi assunto la posa e il costume legati al contesto presentato. Un po’ come se Tintin avesse conosciuto diverse vite.
Vengono lanciate sette collezioni, tra cui “Aviation nel 1939-1945”. Troviamo così Tintin come un ufficiale inglese, americano, francese o… tedesco: è l’humor di Hergé, senza filtro, accademico, non politicizzato; un artista libero, non un prezzolato a pagamento – un comportamento che Hergé ha mantenuto anche sotto il dominio nazista, dove diverse opere furono censurate.
Dopo un ritorno al Paese dell’oro nero dove Hergé riprende non senza umorismo il filo della storia petrolifera interrotto della guerra, Tintin farà compiere al fumetto un grande passo in avanti. L’obiettivo è niente meno che la Luna – vent’anni prima che l’uomo vi pose realmente piede. Abbordando il campo della fantascienza, Hergé si assicura la consulenza di uno specialista, conosciuto anche lui a Le Soir: Bernard Heuvelmans (1916 – 2001). Il progetto si rivela talmente vasto che viene deciso di dedicargli due episodi, Obiettivo Luna e Uomini sulla Luna, la cui pubblicazione durerà ben quattro anni, dal 1950 al 1954 – subendo, nel 1951, una lunga interruzione sul giornale “Tintin”: decide così di allargare i propri orizzonti, circondandosi di collaboratori (una segretaria, coloristi, grafici) e di fondare sull’elegantissima avenue Louise gli “Studios Hergé” di cui il gioviale e devoto disegnatore fiammingo Robert Frans Marie De Moor (1925 – 92), principale responsabile dell’arredamento, diventerà ben presto il pilastro. Grazie a questa équipe, il razzo a scacchi bianchi e rossi può riprendere la crociera e finalmente “allunare”. Il 18 novembre 2012, a Parigi, un album di Obiettivo Luna con le dediche congiunte di Hergé e dei tre astronauti di Apollo XI (1969), verrà venduto a 35.525 euro. La gloria di Hergé è al culmine. La stampa si contende l’elegante disegnatore, che per giunta è anche uno squisito conversatore. I suoi albi si vendono a milioni di copie e ben presto verranno pubblicati in un centinaio di lingue e dialetti. I suoi personaggi vengono portati sullo schermo, come Le Mystère de la Toison d’Or, Les Oranges bleues, con Jean-Pierre Talbot nella parte di Tintin. La sua produzione assume caratteristiche sempre più personali. A L’affare Girasole (1954), in cui spunta Serafino Lamion, succedono nel 1956 Coke in stock e, soprattutto, Tintin in Tibet nel 1958. In questa traslucida, mistica e introspettiva vicenda in cui Tintin, partito alla ricerca del suo Chang perduto, incontra un adorabile uomo delle nevi: lo yeti. Hergé sembra davvero ritrovarsi uccidendo dentro di sé ciò che uno psicanalista junghiano, brevemente consultato in Svizzera, ha definito “il demone della purezza”.

Da sinistra a destra: Il sergente Remi (a sinistra) nel 1926; Hergé, la moglie Germaine e il suo amico cinese Tchang a Bruxelles nel 1934; Edgar Pierre Jacobs (a sinistra), Jacques Van Melkebeke (al centro) ed Hergé (a destra); Hergé agli studi Boulogne-Billancourt con Jean-Pierre Talbot, durante la promozione del film Tintin e il mistero del vello d’oro, nel 1961.

Nel 1960 esce I gioielli della Castafiore: stavolta si tratta di un’avventura priva di viaggi e dove, per ammissione dell’autore, “non succede niente”, ma la sua trama è una godibile commedia umana in cui si dispiega la sottile tavolozza di quello straordinario mago del racconto e delle immagini che è Hergé.
Gli “Studios Hergé lavorano a pieno ritmo, ma il capo vagola nelle nebbie della malinconia. I suoi rapporti con la Germaine sono tesi, a volte insopportabili, ma la coppia insiste per salvare le apparenze. Finché un bel giorno Hergé decide di introdurre nella sua squadra alcuni nuovi collaboratori. Tra di essi c’è una giovane, modesta e incantevole colorista di nome Fanny Vlamynck alla quale, molto tempo dopo, Hergé finirà per dichiararsi. Separatosi con la moglie, con la quale tuttavia rimane in corrispondenza, ne divorzierà solo nel 1977 per sposare Fanny. Accanto a lei la sua vita diviene serena e lieve, con la nuova moglie viaggia spesso e lontano dal vecchio continente; lui si appassiona alla pittura, ci si brucia le ali e alla fine diventa un collezionista illuminato: da Alechinsky e Fontana fino alla pop-art americana; tra gli amici della coppia ci sono i grandi intellettuali come il filosofo Michel Serres.
Ebbene nella concezione di vita di Hergé qualcosa dopo la guerra si è rotto, qualcosa cambia ed abbraccia il calore dell’età moderna, liberale. Nel maggio del 1977, alcuni giorni dopo il matrimonio con Fanny, Hergé acquista un triplice ritratto di se stesso fatto da Andy Warhol, che viene personalmente a Bruxelles per trovare e omaggiare il padre di Tintin. Nel 1981 riceve Chang Chong-jen, l’amico cinese finalmente rintracciato a Shanghai. Steven Spielberg gli spalanca le porte di Hollywood.. Purtroppo questa fase serena di tardivi riconoscimenti e onori coincidono anche con un esaurimento di vena creativa. Quando si accetta il mondo e non lo si “combatte” più tramite il talento, in questo caso fumettistico, ci si sente svuotati, non si hanno più energie vitali, ideologiche.
Tintin non è più il suo alter ego: «Odio Tintin, sapesse quanto lo odio» – arrivò a dichiarare al suo disegnatore Jacques Martin. Il suo genio si disperde nei lavoretti degli Studios Hergé con una produzione imbarazzante: sette anni per due numeri Volo 714 destinazione Sydney e Tintin e i Picaros; quanto all’ultimo episodio, provvisoriamente intitolato Tintin e l’Alph-art, in cui l’autore sembra voler distruggere tutti i feticci, compresa l’arte contemporanea, uscirà sotto forma di un album di schizzi nel 1986: forse l’ultimo guizzo del genio. 1986: molto dopo la morte di Georges Prosper Remi, avvenuta il 3 marzo 1983 a Bruxelles per i postumi di una leucemia.

L’équipe al completo nel 1958: da sinistra a destra ci sono Bob De Moor, Joseph Loeckx, Jacques Martin, Michel Desmarets (di spalle), Baudouin van den Branden, Josette Baujot, Hergé, France Ferrari, Fanny Vlamynck e Alexis Remi, il padre di Hergé.

 

Per approfondimenti:
_I 24 album de Le Avventure di Tintin, pubblicati in oltre 80 lingue e dialetti da Caterman e da numerosi editori internazionali;
_Museé Hergé (catalogo), Bruxelles, Edizioni Moulinsart, 2011;
_Philippe Goddin, Hergé chronologie d’une oeuvre, Bruxelles, edizioni Moulinsart, 2000;
_Numa Sadoul, Tintin e moi, entretiens avec Hergé, Bruxelles, edizioni Moulinsart, 2003;
_Michel Serres, Hergé mon ami, Bruxelles, edizioni Moulinsart, 2000;
_Léon Degrelle, Tintin mon copain, edizioni Pelican d’or, 2008;
_Pierre Assouline, Hergé, edizioni Gallimard, Parigi, 1996.

 

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L’uomo solo al comando

L’uomo solo al comando

di Giuseppe Baiocchi del 17/06/2016

Sarà per il codice civile, sarà per la riforma militare, per il suo azzardare politico, per l’amore verso il popolo francese, per le sue idee rivoluzionarie ideologiche ben mascherate, per il suo talento militare, che oggi Napoleone Bonaparte, nonostante abbia fatto precipitare l’Europa in una guerra totale per il suo ego, è considerato da tutti un personaggio elegante, puro e soprattutto eterno, degno, quasi, di una certa stima.

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Dell’attentato di Parigi e dell’Isis

Dell’attentato di Parigi e dell’Isis

di Giuseppe Baiocchi del 14/11/2016

La Francia si mobilita, e la mobilitazione è da sempre indice inconfondibile della preparazione alla guerra. Ma andiamo con ordine.
Ieri Parigi, capitale della Francia e cuore dell’Europa, è stata colpita per la seconda volta in un anno da un attentato terroristico rivendicato dallo Stato Islamico, l’ISIS.
Questa volta le vittime sono ingenti: 40 le vittime, distribuite tra lo stadio nazionale parigino, mentre si giocava la partita di qualificazione agli Europei, e tra i diversi bar e ristoranti della città. L’eccidio più sanguinoso è stato però quello del teatro Bataclan che, con le sue 118 vittime, passerà ormai alla storia come una vera e propria esecuzione.
All’alba del giorno successivo, ogni popolo europeo si riscopre in cuor suo francese.
Buonsenso suggerirebbe di versare una lacrima anche per le vittime civili libiche al tempo falciate dal raid aereo francese per la cattura di Gheddafi, ma d’altronde la storia insegna che esistono sempre due pesi e due misure.
Dubbi permangono sulla vera natura del Califfato, la cui sola sigla basta per incutere terrore in Occidente. Facciamo chiarezza.
L’ISIS, o IS, sta per “Stato Islamico dell’Iraq e della Siria”. Trattasi di un gruppo terroristico di natura jihadista che incarna quel fondamentalismo islamico che, attraverso una multiforme costellazione di soggetti e raggruppamenti, promuove la ‘jihad’, guerra santa, contro coloro che a vario titolo sono considerati infedeli.
L’Isis nasce come una costola di Al Qaeda: Al Baghdadi fu infatti il primo successore di Abu Musab al Zarqawi, il capo di Al Qaeda dopo la morte di Osama Bin Laden.
Lo scopo dell’Isis è la creazione di un Califfato nei territori conquistati dai militanti dello Stato Islamico in Siria e Iraq. I jihadisti impongono qui la “Sharia”, ovvero la legge islamica.
Abu Bakr al Baghdadi ha annunciato la nascita del Califfato nel giugno 2014. Questa sanguinosa storia comincia però nel 2012, quando al Baghdadi sostiene la nascita in Siria di Jabat al Nusra, una falange qaedista mirata a rinnovare la strategia di al Qaeda evitando gli errori commessi in Iraq.
All’inizio, infatti, si è cercato di adottare un approccio accondiscendente nei confronti della popolazione locale, reclutando milizie volontarie del luogo e non solo stranieri, come invece faceva al Qaeda. La situazione muta radicalmente all’atto di fondazione dell’ISIS, che arriverà ad inglobare Jabat al Nusra.
Non sono certamente mancati gli scontri interni al gruppo: Al-Joulani, uno dei capi del gruppo, si staccó presto dall’Isis dichiarando di essere fedele ad Al Zawahiri, il nuovo capo di Al Qaeda.

Nella foto (da sinistra a destra): Osama Bin Laden, Abu Musab al Zarqawi, Al-Joulani, Al Baghdadi

La rete dell’Isis, però, ha finito per ammortizzare queste secessioni interne estendendo i suoi tentacoli anche al di fuori dei confini dell’autoproclamato Califfato. Fregiandosi del titolo di organizzazione terroristica più ricca di sempre, finanziando le proprie casse attraverso gli introiti derivanti dai riscatti pagati e agli ingenti finanziamenti proveniente dal Qatar, l’ascesa dell’ISIS appare oggi incontrollabile.
Tuttavia, grazie agli sforzi congiunti dell’esercito siriano e di quello iracheno, ma soprattutto grazie all’intervento di Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa il Califfato sta arretrando sia in Siria che in Iraq e non gode più dello stesso sostegno mediatico, economico e diplomatico che inizialmente gli era stato concesso.
L’Isis ha annunciato attentati contro la Russia in seguito all’intervento militare di Mosca partito il 30 settembre, col quale sono stati sistematicamente colpiti più di 1600 obiettivi dei jihadisti in tutto il territorio siriano e con conseguente avanzata dell’esercito governativo siriano.
Intanto, sono molti gli occidentali reclutati grazie al web e convinti a unirsi a questa controproducente guerra tragicamente denominata “santa”.
 
“Combattete nella via di Dio, contro coloro che vi faranno guerra, però non accedete, poichè Dio non ama quelli che eccedono.
Uccideteli quindi ovunque li trovate e scacciateli da dove essi vi avranno scacciati. Però non li combattete presso il tempio sacro, almeno che essi non vi attacchino in quello, e se essi attaccheranno uccideteli:
tale è la ricompensa dei miscredenti. Se però essi desistono, certamente Dio è indulgente e compassionevole. Combatteteli finchè non vi sia più discordia civile e sia la religione solo quella di Dio; se però essi desistono, allora non vi sia più ostilità se non contro gli iniqui.”
Sebbene tali parole siano contenute nel testo sacro dell’Islam, il Corano, la retorica del “musulmano cattivo” nell’opinione pubblica inscindibile dall’intera comunità islamica, va combattuta. Difficile è raccontare, in special modo alle famiglie delle vittime innocenti, che lo spettro di “Allahu akbar” (Allahu è grande) è stato, se non creato, ingigantito da noi stessi occidentali che, qualche anno fa, invocavamo a gran voce la caduta dell’ultimo grande leader nord africano, il colonnello Gheddafi, avvenuta poi proprio grazie ai raid aerei francesi in una controversa operazione per giunta mai approvata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite.
I bombardamenti francesi non autorizzati non hanno però provocato nella comunità internazionale uno sdegno per le sorti della popolazione libica di eguale portata a quello cui assistiamo in queste ore per la Francia.
 
Questa provocante affermazione non vuole certamente essere un’apologia di Gheddafi, dittatore sanguinario, ma vuole piuttosto analizzare come l’Europa abbia incentivato la formazione del Califfato, anche grazie alla distruzione dei capisaldi che, nel bene e nel male, arginavano il caos che oggi ci si ritorce contro. L’immigrazione incontrollata cui stiamo assistendo da anni non è che l’ennesima conseguenza del crollo di queste barriere. L’Italia, dal canto suo, non ha mai mostrato di essere in grado di gestire una politica estera autonoma che fosse espressione di una volontà nazionale decisa, al punto che ancora oggi la fermezza mostrata da Craxi a Sigonella nell’ottobre 1985 è ricordata con nostalgia e orgoglio. I terroristi dell’Isis, coloro che oggi festeggiano gli eventi di Parigi e minacciano Washington, Londra e Roma, sono stati addestrati, armati e finanziati dalle stesse potenze occidentali che ora rischiano di essere colpite da nuovi attentati terroristici.
La speranza è che i musulmani presenti in Europa, gli stessi che oggi invece condannano il sangue sparso in nome del loro Dio, non dovranno sopportare la nuova violenza mediatica degli islamofobi di entrambi gli schieramenti.
 
Gli eventi di Parigi richiedono una soluzione, anche militare se necessario. Carl von Clausewitz nel suo celeberrimo saggio “Della Guerra” asseriva come la guerra, appunto, non sia che una prosecuzione della politica con altri mezzi. Quel dialogo che andrebbe sempre ricercato tra le parti, oggi appare un metodo di risoluzione datato è inutile. Un conflitto armato, del resto, non arresterà il fondamentalismo islamico su scala internazionale, ma è innegabile che la sconfitta militare dell’Isis ne attenuerebbe di molto l’influenza, sia propagandistica che religiosa. Dunque, la mia proposta di risoluzione è quella di un intervento armato risolutore che dia una spallata finale alla guerra santa di questi criminali, per poi analizzare e reimpostare un discorso di salvaguardia, non solo dell’Europa ma anche delle popolazioni civili siriane e irachene, duramente colpite da questi mesi di assedio e bombardamenti. Tristemente nota è la vendita delle schiave siriane che cadono nelle mani del Califfato. La guerra dovrebbe essere sempre evitata. Ma, come affermai tempo addietro per l’antica Palmira, davanti a certe forme di orrore pare ormai un passo inevitabile da compiere.
 
 
Per approfondimenti:
_http://www.cittanuova.it/…/Libia_e_Isis_Chi_fornisce_le_arm…
_http://www.lintellettualedissidente.it/…/la-lotta-tra-russ…/
_http://www.repubblica.it/…/news/missili_elicotteri-12953581/
_http://associazionedasandere.blogspot.it/…/la-caduta-degli-…
 
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