Tag Archives: CoreaDelNord

image_pdfimage_print

L’immigrazione palestinese. Una sfida per l’identità europea

L’immigrazione palestinese. Una sfida per l’identità europea

di Luca Steinmann del 05/05/2017

Quale futuro si prospetta per i giovani palestinesi dei campi profughi? Di fronte alla guerra, allo sradicamento e all’assenza di una patria a molti non resta altro che l’opzione migratoria. A partire dal 2015, infatti, sono tantissimi i ragazzi che hanno approfittato dell’apertura delle frontiere garantita da Angela Merkel per attraversare il Mediterraneo e stabilirsi in Europa. Quasi ogni famiglia di palestinesi dei campi profughi della Siria e del Libano ha almeno un proprio figlio che oggi vive nel vecchio continente.

E’ il caso della famiglia di Leena, ragazza di 20 anni palestinese nata e crescita nel campo profughi di Yarmouk, a Damasco, in Siria. Dopo che parte di Yarmouk è caduta sotto il controllo dell’Isis diventando conseguentemente obiettivo dei bombardamenti del regime siriano, la sua famiglia è fuggita in Libano. Suo fratello, poi, ha deciso di non fermarsi e di continuare il proprio viaggio fino in Germania, dove oggi vive in un campo profughi di Berlino insieme a tanti suoi connazionali. La storia della famiglia di Leena è la stessa di quella di milioni di altri siriani-palestinesi. Oggi il Libano ospita circa un milione di profughi provenienti dalla Siria, oltre al milione di palestinesi già precedentemente presenti sul territorio e a un terzo milione di esuli provenienti prevalentemente da Iraq (400mila), Eritrea e Somalia (200mila), Bangladesh, Afghanistan e Filippine.

Molti dei palestinesi in fuga dalla Siria non si fermano in Libano, ma continuano il viaggio verso l’Europa. Il motivo? Innanzitutto le conflittualità in corso all’interno di alcuni loro campi profughi. Ma anche le difficili condizioni di segregazione e abbandono che questo popolo vive nel Paese dei Cedri ormai da decenni. A raccontalo è Samaa Abu Sharar, giornalista e ricercatrice palestinese-libanese di base a Beirut e animatrice della fondazione Majed Abu Sharar.

I palestinesi del Libano sono apolidi” spiega “non hanno nazionalità ma solo un documento che attesta che sono dei rifugiati”. Lo Stato del Libano, però, non ha mai voluto concedere la nazionalità a queste persone a causa soprattutto della conflittualità interna al mondo musulmano. La concessione della cittadinanza ai palestinesi, popolazione prevalentemente sunnita, genererebbe infatti uno squilibrio demografico all’interno di un Paese fragilmente diviso tra sciiti e sunniti e in cui gli equilibri tra le parti sono molto precari. Non essendo titolari della nazionalità libanese ai palestinesi è preclusa ogni forma di partecipazione politica, di impiego, di istruzione e di sanità pubblica. Le scuole, gli ospedali e ogni forma di welfare all’interno dei campi sono garantiti dalle Nazioni Unite, che non sono però mai riuscite a promuovere una vera forma di integrazione della comunità palestinese nella società libanese.

Ai giovani sono vietate le professioni specializzate e intellettuali, per esempio quella giornalistica. E’ per questo che spinge la gran parte di loro a vivere nell’eterna opzione migratoria. “I giovani palestinesi non hanno generalmente un’idea precisa dell’Europa” continua Samaa Abu Sharar “l’emigrazione rappresenta per loro soprattutto un mezzo per ottenere condizioni migliori di quelle che hanno in Libano, dove altrimenti resterebbero”.

E’ proprio per garantire loro condizioni migliori che Samaa organizza corsi di giornalismo all’interno dei campi profughi palestinesi. “Il nostro obiettivo è quello di dare ai giovani una formazione nel campo mediatico che altrimenti non avrebbero perché possano informarsi e scrivere autonomamente e diventare padroni del proprio destino”. L’obiettivo della sua fondazione, infatti, non è quello di incentivare i palestinesi alla fuga verso l’Europa, ma di fornire loro gli strumenti perché possano avere successo anche sul territorio in cui sono nati. Un messaggio, questo, di grande attualità per tutta l’Europa. I massicci flussi migratori, infatti, stanno incidendo profondamente sulle società in cui sono diretti e causando forti squilibri politici. Che, col tempo, potrebbero aumentare. E’ cosa poco nota, per esempio, che tra le centinaia di migliaia di siriani entrai in Germania negli ultimi anni ci sono anche tantissimi palestinesi, registrati dalle autorità tedesche come siriani proprio perché molti di loro sono effettivamente nati e cresciuti in Siria. Una presenza palestinese così massiccia in Germania potrebbe influenzare profondamente tutta l’Europa. La Germania è infatti il Paese leader nel processo di formazione di un’identità europea condivisa. Tale Paese è, per ovvi motivi storici, molto vicino alla sensibilità ebraica e fonda la propria identità nazionale anche e soprattutto sui rapporti con lo Stato d’Israele.

La presa di coscienza dell’ingresso in terra tedesca di così tanti palestinesi, persone visceralmente avverse a Israele, potrebbe portare a un profondo dibattito e a forti accuse di chi ha permesso l’affermazione di questa presenza, cioè Angela Merkel e il suo governo. E con loro anche tutto il processo di integrazione europea. La mancata risoluzione del conflitto arabo-israeliano e la destabilizzazione del Medio Oriente sono dunque questioni che riguardano direttamente tutta l’Europa, perché sono uno dei più forti motori dei flussi migratori.

 

Note:
_Su gentile concessione del quotidiano svizzero “Il Corriere del Ticino” pubblichiamo questo reportage andato in stampa nel febbraio del 2017, scritto da Luca Steinmann: corrispondente in Italia del Corriere del Ticino e reporter reduce di un recente viaggio in Libano, dove ha tenuto una serie di corsi di giornalismo all’interno dei campi profughi palestinesi.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading

Il Medio Oriente tra influenze esterne e difficili alleanze

Il Medio Oriente tra influenze esterne e difficili alleanze

di Luca Steinmann del 15/04/2017

La conflittualità tra sciiti e sunniti che sta insanguinando tutto il Medio Oriente ha certamente fondamenta teologiche. Ma non solo: essa è soprattutto la conseguenza della contrapposizione tra diversi Paesi, in primis tra l’Iran e l’Arabia Saudita, che si contendono il potere e la titolarità del comando della regione. Per farlo non esitano a finanziare e supportare gruppi di combattenti in reciproco conflitto. E’ così che in Siria gli sciiti di Hezbollah combattono Jabhat al Nusra e l’Isis. Quando però gli interessi di entrambe le parti sono convergenti esse sono in grado di fermare la conflittualità e trovare un compromesso, mostrando dunque quanto in tutto ciò la componente teologica sia estremamente marginale.
 
Ciò è particolarmente evidente osservando le divisioni all’interno dei palestinesi dei campi profughi. Frammentati in diversi gruppi, alcuni fedeli all’asse sciita altri ai sunniti, alcuni di essi sono il vero e proprio braccio armato di organizzazioni o Stati terzi, che sfruttano le divisioni dei palestinesi per tentare di promuovere i propri interessi ed estendere il proprio controllo territoriale. Parte del campo di Ein el Hilwee, per esempio, è oggi caduta sotto il controllo del gruppo terroristico di Jabhat al Nusra, il cui nucleo locale è capeggiato dal giovane ed emergente leader Bilal Bader. Classe 1989, capelli lunghi fino alla vita, viso glabro e abbigliamento semplice: Bader si è messo alla testa di un gruppo di 60 jihadisti che stanno dando battaglia ai palestinesi che non accettano la loro presenza e non condividono i loro obiettivi. Come sta avvenendo in tutto il Medio Oriente, anche qui i gruppi radicali sunniti si fronteggiano con quelli sciiti. Gli equilibri interni ad ogni campo profughi, però, sono del tutto particolari.
A Ein el Hilwee, ad esempio, il gruppo di Bilal Bader – quindi di al Nusra – ha raggiunto un’intesa con Ansar Allah, braccio armato palestinese degli sciiti di Hezbollah. Mentre in Siria, a pochi kilometri di distanza, il Partito di Dio attacca le postazioni jihadiste in nome della difesa dal terrorismo, in questa zona tale formazione non esita ad acconsentire un accordo strategico con quelli che dovrebbero essere i propri principali nemici sul campo di battaglia.

Hezbollah o Ḥizb Allāh (in arabo: حزب اﷲ‎), ossia Partito di Dio, è un’organizzazione paramilitare libanese, nata nel giugno del 1982 e divenuto successivamente anche un partito politico sciita del Libano. Foto di Mahmoud Zayyat

Una situazione del tutto inedita che mostra come la descrizione di questo conflitto sia molto difficile per chi non lo vive in prima persona. Ciò che è certo è che, all’interno del conflitto tra sciiti e sunniti, tantissimi attori stanno tentando di strumentalizzare i gruppi palestinesi per promuovere i propri interessi, armandoli e finanziandoli. I fucili che Bilal Bader ha in dotazione, ad esempio, costano circa 3000 dollari l’uno: difficile pensare che dietro il loro acquisto non ci siano dei ricchi finanziatori esterni. Chi questi siano, però, è difficile da stabilire con certezza. Non sarebbe la prima volta, che dei gruppi terroristici vengono assistiti e finanziati da governi stranieri o da partiti politici che siedono in parlamento. L’amministrazione americana è da tempo accusata – da diverse fonti – di avere supportato gruppi di cosiddetti “ribelli moderati” in Sira, molti dei quali sono risultati essere terroristi, col fine di destabilizzare il regime di Assad.
Altri governi, soprattutto quello dell’Arabia Saudita e quelli dei Paesi del Golfo, non hanno per lo meno mai messo in atto accurati controlli perché dei finanziamenti privati partissero dai propri Paesi per finire nelle tasche del sedicente Stato Islamico.
Un’operazione non dissimile avvenne ancor prima in Libano, proprio tra i palestinesi. Nel 2007 un gruppo di 300 jihadisti del gruppo di Fatah al Islam, legati ad al Qaeda e provenienti da tutto il mondo, si impossessò del campo profughi palestinesi di Nahr el Bared a Tripoli, nel nord del Libano. Si trattava di persone provenienti dall’esterno del campo originarie soprattutto da Siria, Kuwait, Arabia saudita, Marocco, Giordania e Afghanistan. Pesantemente armati, vi fecero ingresso e iniziarono a imporre le proprie regole ma anche a tentare di farsi accettare dalla locale popolazione palestinese regalando dolci ai bambini e tentando di prendersi come spose delle giovani donne del posto.
Da lì essi tentarono un colpo di mano contro lo Stato libanese: in nome della causa palestinese, attaccarono prima una banca nel centro di Tripoli, in seguito iniziarono a prendere di mira le postazioni dell’esercito libanese, dando vita ad una guerra che durò diversi mesi e che generò tantissimi morti prima che i terroristi venissero sconfitti e cacciati. Molti di loro vennero uccisi, altri riuscirono a fuggire, lasciando dietro di sé solo macerie. Per cacciarli, infatti, le truppe libanesi utilizzarono bombe e missili che, dall’esterno, riversarono sulle case di Nahr el Bared, costringendo la popolazione alla fuga e demolendo gran parte dell’area urbana. Secondo molti degli abitanti del campo quanto avvenne nel 2007 fu un tentativo di strumentalizzazione della causa palestinese da parte dei terroristi per mettere in atto una rivolta contro le autorità in modalità analoghe di quanto avverrà a partire dal 2011 in Siria.

 

Note:
_Su gentile concessione del quotidiano svizzero “Il Corriere del Ticino” pubblichiamo questo reportage andato in stampa il 01/03/2017, scritto da Luca Steinmann: corrispondente in Italia del Corriere del Ticino e reporter reduce di un recente viaggio in Libano, dove ha tenuto una serie di corsi di giornalismo all’interno dei campi profughi palestinesi.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading

Il comunismo della Corea del Nord: il racconto di due ragazze in fuga

Il comunismo della Corea del Nord: il racconto di due ragazze in fuga

di Luca Steinmann del 14/09/2016

Al dilà del fiume Yalu si vede una alta barriera di filo spinato. Dietro di essa parte una grande pianura incolta che si estende fino all’orizzonte, ricoperta solo da arbusti e da qualche baracca fatiscente. Le uniche persone che si scorgono sono dei soldati in divisa che marciano lungo la rete. Al dilà del fiume e dietro la rete inizia la Corea del Nord.

dal Coreano 압록강 , il fiume che segna il confine della morte: Yalu.

Dandong è una città della Cina nordorientale che si affaccia sul fiume Yalu e guarda in direzione di Pyongyang, la capitale della Corea del Nord. Per i nordcoreani è l’unico ponte sul mondo sul quale affacciarsi e osservare cosa succeda al di fuori delle severissime leggi con cui il presidente Kim Jong Un (김정은)  controlla il loro Paese e le loro vite. Noi – io e il cameraman Brando – ci siamo spinti fin qui per incontrare due ragazze nordcoreane che quel filo spinato lo ha scavalcato illegalmente per fuggire. E che ora vogliono attraversare clandestinamente tutta la Cina – Paese alleato della Corea del Nord – per raggiungere il Laos, presentarsi alla locale ambasciata della Corea del Sud e fare richiesta di asilo politico.

Il primo incontro con loro è in rifugio non lontano dal confine, da dove inizierà il viaggio. Per affrontarlo si sono affidate a una rete di trafficanti di esseri umani che le accompagneranno in questo pericoloso tragitto. Se le autorità cinesi le scoprissero le rispedirebbero immediatamente in patria, dove verrebbero immediatamente punite con la morte. Emily e Lily sono due ragazze di di 25 e 23 anni che incontriamo in un appartamento fornito loro dai trafficanti. Siamo le prime persone occidentali che abbiano mai visto e in un primo momento non si fidano. Dopo un po’ di tempo trascorso insieme, però, vincono la diffidenza ed accettano di farsi seguire durante la loro fuga. Noi, loro e i trafficanti. Clandestinamente attraverso tutta la Cina.

Emily è alta e appariscente. Capelli lunghi con maiches bionde, rossetto sulle labbra, unghie smaltate, abiti colorati e ricercati. La cura che riserva al suo aspetto lascia trasparire la ricchezza materiale del suo passato. E’ infatti figlia di un alto funzionario del governo nordcoreano ed è cresciuta nel lusso. Dopo la morte del padre, però, la sua famiglia è stata abbandonata nella povertà dal regime. Lei, allora, una notte ha scavalcato la barriera di filo spinato, ha attraversato a nuoto il fiume ed è fuggita in Cina.

Lavoratrici Nord Coreane in fila per due entrano sul luogo di lavoro, scortate da un commissario del Regime Comunista.

 

Lily è di corporatura minuta, più timida e riservata. Anche lei è fuggita dalla Corea del Nord oltrepassando il filo spinato e attraversando il fiume, in un punto in cui l’acqua era bassa e si riusciva a toccare il fondo. Anche lei non conosceva nessuno fuori dal suo Paese e quando è approdata dall’altra parte si è ritrovata completamente sola. In Cina le ragazze si sono rifugiate in una Chiesa evangelica, la quale ha dato loro rifugio. E’ lì che si sono conosciute. Ed è tramite essa che sono entrate in contatto con Durihana, un’organizzazione sudcoreana di ispirazione protestante e legata al governo di Seul che si occupa di organizzare le fughe clandestine delle persone dalla Corea del Nord. Durihana si avvale di una rete di trafficanti che organizza il viaggio dei profughi attraverso la Cina e altri Paesi per farli arrivare in Corea del Sud, dove il governo si occuperà del loro futuro. E’ a Durihana che le ragazze hanno deciso di affidarsi per la loro fuga.
I trafficanti sono spesso a loro volta degli ex profughi nordcoreani rimasti a lavorare per l’organizzazione dopo la fuga. E’ il caso di Jamie, che accompagnerà le ragazze nella prima tratta del tragitto. Minuta e silenziosa, ha con sé tre copie di passaporti cinesi falsificati. Uno è per sé, gli altri li consegna alle ragazze.
Il viaggio inizia una mattina all’alba. Le ragazze e Jamie salgono su un bus pubblico e molto affollato. Noi le seguiamo. Ci viene però tassativamente vietato di rivolgere loro parola o di sederci al loro fianco. La presenza di due occidentali è inusuale su questa tratta e rischieremmo di attirare troppo l’attenzione su di loro.
Eppure le ragazze non sembrano volersi nascondere. Al contrario, sono vestite in modo piuttosto appariscente: entrambe indossano un giubbotto rosa e scarpe sportive, le loro unghie sono smaltate, sulla fronte portano occhiali da sole dalle lenti colorate. Per non farsi riconoscere non cercano di nascondersi, ma di mimetizzarsi tra le migliaia di cinesi in viaggio sugli stessi convogli.
La prima tratta in bus dura circa sei ore e ci porta fino alla stazione di una grande città cinese, dove prendiamo un treno per iniziare un lunghissimo viaggio di 44 ore. Nonostante i numerosi controlli della polizia nessuno si accorge che i loro documenti sono falsi. In due giorni attraversiamo tutta la Cina e arriviamo nello Yunnan, la provincia più meridionale della Paese, che confina con il Laos, la nostra meta.
il-viaggio
Scesi dal treno prendiamo un altro autobus che ci conduce in una cittadina vicino al confine, circondata da una fitta giungla tropicale. Il giorno dopo le ragazze dovranno attraversarla a piedi per varcare il confine. Ad accompagnarle sarà un altro gruppo di trafficanti locali, ai quali Durihana ha appaltato il compito. Jamie infatti ci saluta. La aspetta altrove qualcos’altro da fare per Durihana.
Passiamo una notte in albergo. L’indomani mattina un Suv nero con i vetri oscurati aspetta le ragazze di fronte all’ingresso. Sono i trafficanti, che le fanno salire a bordo e mettono in moto, puntano dritto in direzione della giungla che dovranno attraversare. Noi attraverseremo il confine legalmente e le aspetteremo dall’altra parte.
Il giorno dopo le riincontriamo sempre vicino al confine, ma dal lato del Laos. Arrivano a bordo di un furgoncino, accompagnate dai trafficanti e da altri tre clandestini con cui hanno fatto il viaggio. Saliamo sullo stesso furgone e continuiamo il tragitto insieme verso Vientiane, la capitale. Dopo una altra giornata arriviamo. Ad aspettarci c’è un pastore protestante coreano, uno degli organizzatori di Durihana. E’ dagli anno 90 che organizza la fuga delle persone dalla Corea del Nord e ha stretti contatti con il governo di Seul. Ricevute le ragazze le accompagna fino all’ambasciata della Sud Corea, all’interno della quale ci sono dei funzionari che le aspettano. Essi hanno già un programma pronto per spedirle in Corea del Sud, dove seguiranno un programma di inserimento sociale per iniziare una nuova vita.
E’ il momento di salutarci. Emily piange, Lily si trattiene a stento. Le emozioni sono un misto di gioia e malinconia. La gioia di avere portato a termine un viaggio lungo e pericoloso. La malinconia di dovere iniziare una nuova vita in cui ogni contatto con tutto ciò che hanno conosciuto fino ad adesso sarà impossibile.

 

Riportiamo l’intervista integrale alle due ragazze
come si vive in Corea del Nord?
All’asilo mi insegnavano che i cristiani sono dei crudeli assassini che tagliano le vene dei bambini e ne rivendono il sangue all’estero, il quale viene comprato dagli Stati Uniti e dalla Corea del Sud. Per fortuna, ci dicevano, la Corea del Nord è uno Stato potentissimo che da solo tiene testa a questi nemici e difende da loro i propri cittadini”. A raccontarlo è Jamie, 30 anni, ex profuga scappata da qualche anno dalla Corea del Nord e che oggi lavora come trafficante per permettere ad altri suoi connazionali di fuggire. Durante la lunga attraversata della Cina racconta come si vive in Corea del Nord e perché ha deciso di scappare. Di costituzione minuta, i suoi capelli sono nerissimi e coperti da un cappellino da baseball. All’anulare sinistro porta una fede cristiana.
“In Corea del Nord la religione è vietata. La sola fede ammessa è la venerazione per il presidente Kim Jong Un e per suo padre Kim Il Sung. Le uniche due celebrazioni pubbliche a cui al popolo è permesso di partecipare sono in occasione dei loro compleanni. Per tutto il resto dell’anno non esiste alcun momento comunitario né vi è il tempo per condurre una vita normale. Durante il giorno le persone vanno a scuola o al lavoro, la sera si seguono le lezioni politiche o si sta in casa. Non esistono bar, ristoranti o centri di ritrovo. Nessuno potrebbe permettersi di andarci perché, a parte una ristretta cerchia di burocrati governativi, si vive nell’estrema povertà e si soffre ogni giorno la fame. Quasi tutti dopo il lavoro zappano la terra per ricavarne qualcosa di commestibile. In tanti muoiono di malnutrizione. E’ successo ai miei vicini di casa che una sera, stremati, hanno cenato con le radici di una pianta. Sono morti nella notte, avvelenati”.

Kim Jong-un è nato a Pyongyang, 8 gennaio 1983. è un politico, militare e dittatore comunista nordcoreano.

Esistono forme di resistenza intera al regime?
Esiste una resistenza silenziosa di persone che si riuniscono segretamente per pregare. Sono dei cristiani che si ritrovano negli scantinati delle case. Di più non osano, perché già ciò che fanno è molto pericoloso. Se qualcuno li vede e fa la spia vengono immediatamente prelevati dai soldati e scompaiono per sempre. La stessa sorte tocca a chi venga udito parlar male del presidente o chi venga trovato in possesso di un computer o un cellulare.”
Cosa succede alle persone che scompaiono?
Alcune vengono subito uccise. Le altre vengono internate nei campi di prigionia, dove sono costrette ai lavori forzati fino alla fine dei loro giorni. Vicino al mio villaggio c’é uno di questi campi. I prigionieri devono scavare nel terreno ed estrarre pietre che poi vengono rivendute in Cina. L’unico modo per uscirvi è pagando un’alta cauzione. Con i soldi in Corea del Nord si aprono molte porte”.
Tu come hai fatto a fuggire?
“Dopo la morte di mio padre la mia famiglia faceva la fame. Mia mamma è riuscita ad ottenere un permesso per andare a svolgere un lavoro stagionale in Cina da dove mandava i soldi a casa. Con quei soldi e con degli altri prestatimi dai vicini di casa ho corrotto una guardia doganale e ottenuto un permesso per andare a trovarla. Arrivata in Cina l’ho raggiunta e siamo fuggite in una chiesa protestante, che ci ha dato rifugio. Ho vissuto clandestinamente in uno scantinato della parrocchia per 10 anni insieme ad altre 10 ragazze, ci hanno insegnato a leggere la Bibbia e a pregare e così mi sono convertita al Cristianesimo. Attraverso la chiesa ho conosciuto Durihana, che mi ha fatto fuggire in Corea del Sud e poi negli Stati Uniti. Mi ha fornito una nuova identità e fatto iniziare una nuova vita”.

 

Non esistono numeri ufficiali circa la le persone fuggite dalla Corea del Nord dal 1953 (anno della divisione della Corea) ad oggi. I pochi dati disponibili sono forniti dalla Fondazione Durihana, organizzazione sudcoreana di ispirazione evangelico-protestante che si occupa dei profughi scappati dal Nord. La propria missione nel medio termine è quella di crescere educare a Cristianesimo le nuove generazioni di nordcoreani fuggiti. L’obiettivo nel lungo periodo è quello di creare una unica chiesa protestante coreana che possa contribuire alla riunificazione del Paese. Nata nel 1999, Durihana ha iniziato ad occuparsi dell’inserimento sociale dei profughi all’interno della società sudcoreana.

Ki Won Chun fondatore di “Durihana” organizzazione cristiana con sede in Corea del Sud che aiuta gli abitanti della Corea del Nord a fuggire dal paese clandestinamente.

Con gli anni ha ampliato il proprio raggio d’azione, andando ad occuparsi direttamente dell’organizzazione delle fughe clandestine. Per questo motivo il pastore Ki Won Chun è stato arrestato nel 2002 in territorio cinese mentre tentava di fare fuggire un gruppo di nordcoreani in Mongolia. Oggi Durihana ha sedi e organizza attività in Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone. In 17 anni di esistenza ha gestito il reinserimento sociale di circa 730 profughi.

 

Per approfondimenti:
_Corea del Nord, Quel viaggio rocambolesco per la libertà – Corriere del Ticino

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading