Art-Bonus. La critica situazione dei Beni Culturali in Italia

Art-Bonus. La critica situazione dei Beni Culturali in Italiadi Giuseppe Baiocchi del 23/08/2016

Vorrei iniziare questo articolo rivolgendo una domanda al ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini chiedendogli se oggi sappiamo valorizzare il nostro patrimonio artistico.

L’italiano standard non si sente “cittadino” poiché dalla sua fondazione l’Italia ha un rapporto difficile con il concetto di cittadinanza. Forse per la mancanza di rivoluzioni non possediamo l’idea di una appartenenza biunivoca del territorio (noi apparteniamo al territorio e il territorio appartiene a noi). Non c’è l’idea di essere custodi, ovvero l’agire per chi verrà dopo di noi, come dicevano i nativi americani, oggi quasi del tutto annientati: “tutto questo non l’abbiamo ereditato dai nonni, ma l’abbiamo in prestito dai nipoti”.

Oggi nel nostro paese avviene la retorica “del petrolio d’Italia” inventata da Mario Pedini, ministro dei Beni Culturali divenuto noto per essere uscito sulle liste della P2. Se noi riflettiamo bene sul significato di petrolio, capiamo immediatamente che si tratta di un esempio inaccostabile con i nostri Beni Culturali. Il petrolio per dare energia deve bruciare, il petrolio è una sostanza nera che si trova sotto il terreno e che nessuno vede e soprattutto in genere nei paesi dove si cerca, sono presenti i concessionari che arricchiscono non i cittadini, ma un gruppo ristretto di persone. Tutto ciò può difatti rispecchiarsi con il patrimonio culturale in Italia. Sono, senza nasconderlo, molto critico verso l’attuale ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini.

Il Ministro dei beni e delle attività culturali e del Turismo Dario Franceschini

La riforma del Mibact è un cambiamento profondo che supera la contrapposizione ideologica tra tutela e valorizzazione”. Parlava così l’attuale ministro dei Beni Culturali nel 2014 dopo l’approvazione del consiglio dei ministri per il cosìdetto Art Bonus, ossia il decreto Cultura e Turismo. Vediamo di cosa si tratta.
Una riorganizzazione del sistema culturale italiano nel quale il contributo dei privati nella gestione e nella valorizzazione di siti e musei diventa di grande rilievo e per incentivare investimenti a coloro che si propongono come mecenati dell’arte il loro credito di imposta viene alleggerito fino al 65%.
Gli scopi della riforma sono molteplici, dall’ammodernamento della struttura del ministero, l’integrazione tra cultura e turismo, valorizzazione delle arti contemporanee, taglio delle figure dirigenziali e distinzione tra tutela e valorizzazione. La gestione di alcuni musei, venti dei quali (i più grandi) dotati di super Manager, vengono sottratti al controllo delle soprintendenze. Tra le altre cose quella dei musei gratis la prima domenica del mese. “Siamo riusciti a riportare l’attenzione per la cultura al centro delle scelte del governo e del dibattito del paese. L’obiettivo è quello di riavvicinare gli italiani al patrimonio culturale e questa per me è una cosa veramente di sinistra”.
Secondo il mio modesto parere Dario Franceschini si sta rivelando uno dei peggior ministri dei Beni Culturali che l’Italia ricordi, poiché nella riforma ha inserito le Soprintendenze sotto le Prefetture. Il Ministro ha dato il via allo smantellamento delle soprintendenze come le avevamo conosciute fino a ieri, attraverso l’istituzione di nuove commissioni regionali per il patrimonio culturale (art. 39 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), commissioni che di fatto scavalcano la soprintendenze in molti compiti. Più recentemente, accettando passivamente il decreto Madia del 2015, che ha alterato i rapporti tra prefetture e soprintendenze, Franceschini ha avvallato che quest’ultime fossero poste sotto il controllo delle prime, affidando così alle prefetture la direzione della tutele del patrimonio paesaggistico, erodendo ulteriormente il ruolo delle soprintendenze.
Poco tempo fa il Capo del governo Matteo Renzi ha scritto in un libro che soprintendente è la parola più brutta del vocabolario e che l’Arte deve dare solo emozione, di contro,  quando diventa storia dell’Arte è solo noia.
Questa riforma attua quel programma mettendo tutto sul piano della mercificazione e togliendo invece le armi alla tutela. Il soprintendente è una figura che non può e non deve essere sotto il controllo della prefettura, proprio perché soprintende.
La prefettura è quell’organo che decide se si fanno o non si fanno le grandi opere. Un esempio concreto: si può fare un autostrada in questa valle incontaminata? Il prefetto, risponde al governo e le Soprintendenze erano una garanzia poiché erano un potere autonomo che rispondeva alla scienza e alla coscienza.
Se si legano le mani alle soprintendenze si potrà fare ciò che si vuole al territorio: nuove mani sul territorio, nuove mani sulla città. Scelta ancora più agghiacciante è quella per cui il governo ha deciso che i consigli scientifici vengono nominati dagli enti locali e dal ministro. A Napoli sarebbero De Luca e De Magistris a nominare i membri del consiglio scientifico di Capodimonte. In nessun paese occidentale la scienza viene lottizzata dal governo con il manuale Cencelli. “Io lo trovo non di sinistra, ma sinistro” per riusare le parole di un grande storico dell’arte come Tomaso Montanari.
Inoltre, concetto fondamentale è quello della valorizzazione che avanza e si differenzia rispetto alla tutela. Per fare chiarezza: in precedenza sotto la tutela del Bene vi era la sua valorizzazione. Oggi si tende più a valorizzare (con spostamenti e altre operazioni) che a tutelare l’integrità del bene stesso.
Se prendiamo Pompei la sua rinascita di oggi si deve senza alcun dubbio dal governo di Enrico Letta, poichè Massimo Osanna (soprintendente di Pompei) fu nominato da Massimo Bray. Matteo Renzi cerca ancora una volta di fare il “taglianastri” appropriandosi di lavori di governi passati.

E’ stata ‘fredda’ e velocissima la stretta di mano tra Enrico Letta e Matteo Renzi nella cerimonia di passaggio delle consegne con la campanella Roma 22 febbraio 2014.

In parlamento è presente una legge, la quale  prevede che le opere d’arte per uscire dall’Italia non passino più per gli uffici di esportazione delle soprintendenze, ma passino attraverso una autocertificazione di valore. Si autocertifica che un opera valga meno di un quantitativo. Una volta stabilito ciò si può portare all’estero, e solo successivamente la sua fuoriuscita si fanno dei controlli a campione.
Qualora la autocertificazione non fosse corretta, la sanzione è irrilevante: si tratta di una multa, ma una volta che l’opera si trova in un caveau di un paradiso fiscale, questa non si potrà più recuperare, come sanno bene i carabinieri del nucleo di tutela che cercano di salvare il salvabile.
Si rischia molto, anche qui, in nome del mercato. Si pensa che il mercato si autoregoli, ma in Italia si è detto ancora per tempo che la proprietà privata non è un diritto assoluto. Massimo Severo Giannini grande giurista e politico italiano asseriva: “la tela e i colori sono di proprietà privata, ma il fatto che sia un Caravaggio appartiene a tutti gli italiani” c’è una super proprietà collettiva di tutti gli italiani.
Un esempio che lascia perplessi è l’installazione inguardabile allo Spedale degli Innocenti a Firenze di Filippo Brunelleschi. Lo Spedale è il primo spazio urbano del Rinascimento, è il primo luogo dove la grammatica e i vocaboli architettonici vengono riusati in un modo che Brunelleschi ripensava l’antico riadattandolo in nuove forme originali, il germe della città moderna. Generazioni di architetti si sono idealmente “inginocchiati” di fronte a questo manufatto. Le nuove porte del museo degli innocenti lasciano basiti: due enormi porte in ottone con un carattere scultoreo che alterano una delle architetture più belle e più sacre del mondo. Bisogna, in questo paese, riavere il diritto di osservare le bellezze artistiche e architettoniche come sono nella loro naturale essenza. Allora la mia domanda viene spontanea: la generazione dei geometri che ha creato delle periferie orrende non dovrebbe piuttosto impegnarsi nel redimerle le periferie, invece che immettere ancora bruttezza in luoghi del cuore di tutti gli italiani?

Lo Spedale degli Innocenti – (spedale deriva dall’antico dialetto fiorentino) – (“ospedale dei bambini abbandonati”, col nome che si ispira all’episodio biblico della Strage degli Innocenti) si trova in piazza Santissima Annunziata a Firenze.

Come si può arrivare ad applicare una porta di ottone allo Spedale degli innocenti? Chi risponde? Questo studio architettonico di Firenze (che non citerò) con committenza al museo, ha avuto una soprintendenza che in questo caso non ha funzionato; riprendendo Montanelli “le soprintendenze le paghiamo per dire di NO, se ci dicono si che le paghiamo a fare?”.
L’architettura per inserire installazioni moderne forzate non può distruggere l’antico, ma deve dedicarsi (soprattutto ora) a rendere più belle le parti nuove delle città che sono diventate brutte.
Il no in questo momento è l’unica prospettiva più sicura del sì. Se si viaggia per le coste italiane, noi tutti vorremmo che le sovraintendenze e i cittadini direbbero più sì o più no al cemento? Questo paese è stato sfigurato più dai sì o più dai no? Questo è un paese di cortigiani, è un paese educato a dire sempre di sì ai poteri forti, a chi arrivava con il libretto degli assegni in mano.
Io credo sia importante, invece, dire di NO e passare giustamente da gufo. Perché chi è il gufo? Si sente dire impropriamente “gufo” o “gufi” con l’inerenza di essere disfattisti o portar male, ma i più forse non sanno che Gufo, è semplicemente: “colui che vede chiaro nella notte“. Dunque semmai il contrario: gufo è colui che vede cose che possono esistere e sono nascoste, sono velate dall’apparenza. Finchè la partitocrazia continuerà ad usare sloagan come per gli ultimi tre governi non eletti dal popolo italiano, la strada è molto in salita. Bisogna, invece, riflettere su Sì a che cosa e sul NO a che cosa. La retorica sì/no è sempre sbagliata. Alla speculazione io direi di no, francamente.
Come sono stato contrario allo spostamento dei Bronzi di Riace ad Expò 2016. Molti asseriscono che questa, appunto, operazione sarebbe stata un’occasione per mostrare al “mondo” le splendide sculture bronzee, che di contro sono poco viste. Io rispondo che in un paese come questo non ha senso considerare il meridione come un corpo morto da cui estrarre organi pregiati per portarli altrove.

La sfida vera di questo paese è fare la Salerno/Reggio-Calabria non portare in giro i bronzi di Riace. Bisogna mettere i cittadini italiani (e non), in grado di arrivare a Reggio Calabria, ma non si può immaginare che la soluzione sia portare le opere fuori città o fuori Regione. Tutti li hanno visti una volta nella vita, sui propri libri scolastici, non hanno bisogno di marketing hanno bisogno di una strada per arrivarci, hanno bisogno di alberghi dove dormire. Hanno bisogno di strutture, ma l’idea semplicistica che tutto si risolva muovendo le opere è sbagliato. Sono i cittadini che si devono muovere. 
Nel caso liturgico, l’opera d’arte non deve essere esposta come un feticcio in un luogo che non gli appartiene. I quadri di altare, ad esempio, sono concepiti per l’uomo in preghiera, nasce per un contesto vivo, non per un museo astratto.
Bisogna, oggi, camminare il patrimonio, camminare le città e non andare negli ambienti scuri dei musei con un “faretto che ci illumina” un quadro fuori contesto.
Per concludere una facile base di partenza sarebbe quella di dare l’accesso gratuito a tutti i musei italiani. Dobbiamo capire che la gestione odierna dei musei non funziona poiché i più importanti sono in mano ai privati che ne prendono tutto o quasi il guadagno. I musei italiani statali rendono ogni anno 150000000 di euro. 50000000 di questi, sono destinati ai concessionari privati e 100000000 euro sono un po’ pochi, se ci pensiamo due soli giorni di spesa militare. Siamo sicuri che sia un affare? Se si facesse entrare le persone gratis nei musei – come avviene nel resto di Europa – ci sarebbe un economia dettata dal movimento delle persone: l’economia del patrimonio non è il biglietto.
Altro elemento per risollevare le sorti di questa disciplina sarebbe l’introduzione della storia dell’arte in tutte le scuole fin dalle elementari per imparare la storia dell’arte come una lingua viva e insegnare l’italiano ai nuovi italiani che arrivano sulle barche e sulle nostre coste tramite soprattutto i nostri monumenti. L’Italia si è costruita tramite la lingua delle parole e la lingua dei monumenti e entrambi oggi devono continuare a dialogare insieme: lì siamo diventati nazione e lì possiamo ridiventarlo.
 
Bibliografia
_Tomaso Montanari, Patrimonio Culturale, ripartire dall’ABC – i corsivi del Corriere della Sera
_Tomaso Montanari, Privati del patrimonio – Edizioni Einaudi
_Tomaso Montanari, le pietre e il popolo – Edizioni Minimum fax
_Salvatore Settis, Se Venezia muore – Edizioni Einaudi
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L’uomo solo al comando

L’uomo solo al comandodi Giuseppe Baiocchi del 17/06/2016

Sarà per il codice civile, sarà per la riforma militare, per il suo azzardare politico, per l’amore verso il popolo francese, per le sue idee rivoluzionarie ideologiche ben mascherate, per il suo talento militare, che oggi Napoleone Bonaparte, nonostante abbia fatto precipitare l’Europa in una guerra totale per il suo ego, è considerato da tutti un personaggio elegante, puro e soprattutto eterno, degno, quasi, di una certa stima.

(se escludiamo noi italiani, che ci rammarichiamo per la trafugazione artistica operata dal corso Buonaparte, poi francesizzato in Bonaparte). Questa analisi, indagherà, sulle interpretazioni artistiche di tre pittori di rilievo che hanno avuto l’onore e il talento di raffigurare con i loro pennelli uno degli uomini più affascinanti della storia umana: Napoleone. 
Il Primo Console supera le Alpi al Gran San Bernardo, di Jacques-Louis David.
Dipinto nel 1801, forse è il quadro più significativo che inquadra Napoleone trionfante.
Bonaparte è ritratto nel momento in cui attraversa le Alpi ed è rappresentato con il riferimento alla grande storia di Annibale e Carlo Magno i quali anch’essi attraversarono le alpi (particolare in basso a sinistra del dipinto).
Louis David immagina Bonaparte in arcione, proprio perché il cavallo da più potenza all’uomo (i grandi monumenti sono monumenti equestri) gli dà il dominio. Napoleone che non ha posato si disinteressa del suo volto reale e lo comunica al pittore, il quale deve raffigurare il dinamismo dell’imperatore francese, la forza che esso esprime. Tra i tanti dipinti di Napoleone eroici, questo certamente sovrasta tutti, il cavallo si imbizzarrisce e il dito del corso indica la meta che gli uomini devono seguire e che certamente seguiranno.
La forza bethoveniana della “poetica della statua”, qui è imperante: siamo di fronte ad un quadro, che ha potenza statuaria eroica classicheggiante.

Jacques-Louis David ammirò il “piccolo caporale” dalla battaglia di Lodi (1796) e finì per diventare il pittore ufficiale dell’imperatore. La sua stima fu così forte che nel presente quadro dipinto per il Re di Spagna Carlo IV (Napoleone ne chiese tre copie personali) l’imperatore appare più bello, più forte, più potente (potenza data dal cavallo, difatti oggi noi usiamo il termine “cavalli” proprio per indicare una automobile più potente rispetto ad un’altra) e tutto per conquistare un mondo, o meglio il mondo del nuovo secolo dell’800 dove a livello artistico si ha l’ultima concrezione di un monumento o un soggetto come fosse di una scultura antica classica e siamo di fronte ad un periodo storico che rende nuovo omaggio al mondo classico, oggi chiamato Neoclassico (nel design, Napoleone creò lo stile impero, anch’esso neoclassicheggiante).

“Bonaparte valica le alpi al passo del Gran S.Bernardo”, 1800-1801. Olio su tela. Rueil, Musèe National du Chateau de la Malmaison.

Napoleone, allegoria di Jean Baptiste Mauzaisse (olio su tela, Museo Nazionale del Château de Malmaison (Rueil-Malmaison).

Esempio tardivo d’allegoria, questo quadro esposto al Salone del 1833 ( n°3130) contribuì ad aumentare il culto napoleonico. Cosa ci mostra? Ci fa osservare un Bonaparte eroe assoluto, levato al cielo.
L’allegoria mostra come Mauzaisse voglia dipingere Napoleone con un dipinto realistico che però è situato nell’aldilà, ma la cosa straordinaria che Napoleone non è raffigurato come un Dio, ma come mortale (vestito con l’ uniforme da colonnello dei cacciatori a cavallo della sua guardia) non è né sacro, né divino, ma è nella storia. Bonaparte e lì, e ci osserva con sguardo severo, ma nello stesso tempo è onnisciente.
L’imperatore, dunque, non è morto, ma sopravvive nel mondo senza tempo della storia in uno spazio indefinito, assimilato al cielo. E’ e resterà eterno nella memoria.
L’angelo nero della morte, posata la sua falce, viene come sconfitta: Napoleone vince la morte perché eterno e questa capendo la rilevanza del mortale che ha davanti lo incorona con la “corona del tempo”.
Napoleone seduto su questa nuvola, schiaccia con il piede l’aquila, simbolo della potenza, poiché esso è al di sopra di tutto: della vita, della morte, del potere: è eterno nella storia.
Il “piccolo caporale” osserva in modo fiero lo spettatore, scrivendo la sua opera sulle tavole del tempo.
Un’ambiguità persiste nel pittore Mauzaisse e la realizzazione della sua opera, molto pesante e molto realista nel suo modo di mostrare l’evento.

Quest’ambiguità non si spiega dalle scelte sociali e politiche dell’artista, il quale artista ufficiale, dipingeva per la borghesia al potere e per i commercianti realistici, materialistici e atei, dipinge un lavoro essenzialmente intellettuale per un pubblico colto, insensibile alla dottrina napoleonica che diffidano, ma che comunque “accettano” nella storia, poiché Bonaparte vi è entrato dalla porta principale.

Napoleone, allegoria di Jean-Baptiste Mauzaisse

Napoleone nello Champagne di Jean-Louis Dulong

Ultima opera scelta, sicuramente meno nota, ma non meno significativa è questo dipinto di Jean-Louis Dulong che ritrae uno dei Napoleoni più umani che la sua storia pittorica ricordi, siamo lontani qui dall’eroe conquistatore o il sant’uomo. Questo è un primo imperatore del popolo, attento alle sue disgrazie.
Esposto nel Salon nel 1835, che trae ispirazione da una celebre canzone di Pierre-Jean de Béranger (1780-1857), Les Souvenirs du Peuple (il dono del popolo), evoca l’incontro tra Napoleone ed una giovane serva delle campagne francesi nel 1814.
Una sera, l’imperatore, affaticato dalle battaglie, si ferma in una trattoria nella zona dello Champagne e grida “Dio, che battaglia!”.
Dopo essersi addormentato presso ad un fuoco, si sveglia e consola la giovane serva che piange per lo sfortunato destino della Francia. Egli afferma che si sarebbe allora recato a Parigi per vendicarla ed asciugare le sue lacrime. Sono questi i ricordi che racconta la giovane ragazza, diventata poi nonna, ai suoi nipoti. “parlaci di lui nonna, raccontaci di lui!”
Opera molto debole tecnicamente, il quadro di Dulong è però interessante per l’immagine di Napoleone che trasmette: è umano ed è in mezzo a noi, in una abitazione di umili fattezze, perché tiene a noi! Questo è il messaggio, Napoleone è vicino al popolo, attento ai suoi malori, che Dulong ben rappresenta.
La religione non par così lontana : Il quadro può ricordare la Maddalena ai piedi del Cristo.
La giovane serva, illuminata dal fuoco del camino, sembra sfiorata dalla grazia del grande uomo nel quale ha piazzato tutta la sua speranza.
Napoleone è presentato quindi come l’unico capace di salvare la Francia. Così si spiega il lato luminoso di questa scena intima.

Dulong, pittore popolare e bonapartista, secondario nello scacchiere artistico ottocentesco si sforza di far capire al popolo la differenza tra Napoleone I, il quale amava i ceti popolari e se ne prendeva cura e Luigi Filippo duca d’Orléans che dava scarsa attenzione alla “plebe” in favore della borghesia.

Napoleone nello Champagne di Jean-Louis Dulong

Concludendo in tutto il suo percorso artistico Bonaparte ha lasciato dietro di sè mille sfaccettature, tutte diverse e tutte uniche: il glorioso, l’eterno, il patriota e tante altre, ma rimane nella nostra memoria ancora oggi un uomo solo al comando non riuscendo a definirlo ancora nella cerchia “dei buoni o dei cattivi” ma solamente come Napoleone Bonaparte e tutto questo ci affascina.

Hôtel des Invalides, Parigi, Tomba di Napoleone (1840)




Gli amanti si baciano sempre

Gli amanti si baciano sempredi Giuseppe Baiocchi del 16/06/2016

Tutta la ricerca pittorica e il pensiero di Magritte sembrano essere condizionati da un shock in adolescenza: aver visto la madre annegata, tirata fuori dal fiume e non aver potute vederne il volto, ma il corpo e la testa coperti da un lenzuolo. E’ evidente che se in chiave freudiana lui pensa a quel momento lo riproduce anche quando racconta una cosa diversa (è chiaro che nell’amore il riferimento alla madre c’è sempre) c’è un edipismo naturale e quindi si può pensare che la madre ritorni anche qui, dove noi vediamo un bacio. E’ il bacio di un epoca, in cui fra gli esseri umani c’è un impossibilità di comunicare. Qualche anno dopo Antonioni (il registra) farà dell’incomunicabilità la sua poetica.

 

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Questo è l’antefatto: siamo nel 1928 e da qualche anno Magritte aderisce al surrealismo, ultimo movimento d’avanguardia del 1924. Gli Amanti sono dipinti male, non possiamo considerarlo un buon dipinto (come gran parte dell’arte moderna), ma è molto chiaro e perfino didascalico e Magritte dice guardando il suo interlocutore: “i miei occhi hanno visto il pensiero per la prima volta” e possiamo dire che Magritte è un pittore che non dipinge la realtà, ma i pensieri degli uomini e i sogni degli uomini e tra l’altro dice anche: “c’è un interesse nel ciò che è nascosto e in ciò che il visibile non ci mostra” quindi è chiaro che qui c’è qualcosa che è nascosto: sono un uomo con la cravatta e una donna che si baciano nel pensiero di baciarsi.

 

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Ma questo è il punto di arrivo di una serie di opere che è interessante vedere: Il Bacio di Hayez dove nel quadro romantico del 1859 (un attimo prima che Hayez diventasse il pittore dell’unità d’Italia) rappresenta un’Italia di due amanti che producono un modello che è quello dello Stil Novo, quello di Dante e Beatrice, ma anche in questo caso l’amore è così forte, che inconsapevolmente e non per una ragione di pensiero o filosofica non si vedono i volti: i due si baciano e in qualche modo il bacio diventa un fatto interiore.

 

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Passa qualche anno e dal bacio di Hayez passiamo al Bacio di Klimt: anche qui siamo un’attimo prima di qualcosa, del futurismo, delle avanguardie (1907/1908, il futurismo nasce nel 1909) e qui non c’è avanguardia, c’è un mondo bizantino che rinasce, c’è il mosaico e l’idea di questi corpi che sono uniti in questo motivo decorativo, non hanno profondità, si vedono appena le gambe e anche in questo caso il volto di lei è quasi esibito come il sacrificio e il viso maschile non si vede.

Arrivando a pochi anni fa un autore d’avanguardia Maurizio Cattelan (che ha fatto molte cose divertenti e discutibili), con il marmo di Carrara ha creato una scultura in cui la morte domina la nostra mente (alluvioni, stragi, terremoti, guerre) dunque vi sono dei corpi, coperti da un sudario: in questo caso l’opera resiste al tempo perchè l’ha realizzata in marmo di Carrara e non è più idea, ma diventa corpo e il corpo del divenire non è altro che quello dell’opera d’arte e il corpo reale non si vede, ma lo intuisci e quindi in qualche misura questa opera di Cattelan è figlia di quella di Magritte e rappresenta qualcosa che sta dietro alla realtà: tutto il surrealismo è in realtà questo, perchè quando noi sogniamo, mentre nella realtà le nostre azioni sono determinate dalla ragione (quindi so quello che farò, so dove andrò) il sogno mi prende e non sopporta imperativo. Ci sono alcuni verbi come amare, non puoi ordinare ad uno di amarti, sognare (non puoi ordinare di farlo) però quel sogno ti prende ed è più forte di te: ed è come se questo bacio degli Amanti di Magritte avesse la caratteristica di un bacio sognato di cui il pittore rappresenta non quello che la realtà è, ma quello che può accadere contro la sua stessa volontà.




La follia odierna in un quadro del 1490

La follia odierna in un quadro del 1490di Giuseppe Baiocchi del 08/06/2016

La follia non è soltanto confusione, come oggi è il mondo politico e informativo, ma è anche nobile, la follia è bella e mi sono chiesto quanto la follia sia fondamentale per esprimere bellezza.

Nel caso di Hieronymus Bosch egli non era certamente folle come Ligabue o come Van Gogh, ma rappresenta la follia.

Il quadro è piccolo e risale al 1490, arrivando al Louvre dalla collezione Benua nel 1918, viene poi prestato in Olanda e fa parte forse di un quadrittico. Rappresenta la condizione, prima di Franco Basaglia, che la follia sia reclusione e violenza contro chi è diverso, che è il dato con cui si è punito chi era diverso, sul piano delle idee, sul piano delle libertà sessuali, sul piano dei comportamenti sociali, sul piano di non credere che il lavoro sia il fondamento della vita dell’uomo. Dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre il lavoro è una dannazione. Noi abbiamo una meravigliosa costituzione che ha come primo punto “la Repubblica Italiana è basata sul lavoro” ma il lavoro vuol dire la dignità e la libertà dell’individuo, ma l’ottimo sarebbe l’ozio del Paradiso terrestre.

 

Il dipinto è l’opposto del paradiso perchè i “folli” che vorrebbero essere ancora in paradiso, venivano nel 1400 avviati su barche verso un destino disperato, che è quello degli extra-comunitari, dei clandestini nella speranza però, che non gli accadesse di naufragare e per liberare la società dai “folli” li caricavano sulle barche.
Tra i pazzi, c’è anche un prete, un frate (cosa bizzarra) e vi è anche un altro elemento particolare: la bandiera musulmana, la mezzaluna che richiama il mondo islamico, quindi diversi elementi attualissimi. Che cosa voleva raccontarci Bosch con questo quadro?
Voleva asserire, che l’uomo sia che sia volto come il frate o come la suora al cielo, in realtà è attratto dai beni materiali, quindi la suora come la monaca di Monza e per altro verso il frate si può portare con se anche un desiderio materiale o scegliere questa strada non per il cielo, ma per il bene materiale. Ci sono dei simboli come le ciliege (una ciliegia tira l’altra) che sono i riferimenti del vizio, in alto c’è il gufo che è un altro simbolo del male e vi è anche l’idea che in questo “albero della cuccagna” al posto dell’albero, (che poi diventa un albero vero), ci siano delle fette di carne disossata, che vengono probabilmente tagliate per dare da mangiare a questa gente, la quale in parte è sulla barca, in parte sotto la barca, chiedendo di poter bere: perchè anche nel mare i sensi e il vizio vogliono essere coltivati, quindi è un quadro assolutamente surrealista.
Quindi abbiamo l’elemento fondamentale del quadro: un frate qualunque, una suora che stanno divertendosi ed è folle, poichè la monaca è il simbolo della castità e penitenza, tanto meno il frate. Quindi entrambi cantando hanno vicino dall’albero della cuccagna, un pezzo di pane ed è quello che si giocano. Intorno vi sono dei folli veri, che urlano, vi è una donna (più o meno pia) che cerca di aiutare qualcuno che sta rannicchiato sotto la barca e in sostanza questa barca che va verso il niente. Continuando ad analizzare il racconto (non precisissimo nei dettagli) potremo capire cosa vuol fare l’uomo sulla destra con la testa che sporge sull’acqua, sembra quasi sputare per un eventuale drink salato anzichè vino; vi è poi il “folletto” che sta rannicchiato poco più in alto a rimembrare il nulla della sua mente. Sono tutti individui che possono essere interpretati sul piano letterale/simbolico. Cosa c’è oggi? Oggi c’è una cosa strana: che il principio democratico, per cui si vota qualcuno perchè governi è fatto saltare dall’obbligo di mettere insieme una cosa e l’altra, ovvero la destra e la sinistra e quindi la nave dei folli è il fatto che qualcuno abbia deciso che non ci sia rappresentanza.
Dunque noi oggi viviamo una situazione di follia per i cittadini, i quali non soltanto vedono la parte che hanno votato, con quella osteggiata, ma si vedono mettere insieme quelli che sono l’uno contro l’altro, ci hanno tolto la cosa più bella: la preferenza, la quale con le liste chiuse è stata eliminata.

Dunque la nave non sa dove sta andando e il fatto che questo decidere di mettere insieme quelli che si odiano e che non ti rappresentano più, è chiaramente peggio della follia. I pazzi di corte (erano meglio allora) erano autorizzati a dire tutto quello che volevano e dice Michel Foucault: “la follia e il folle diventano importanti nella loro ambiguità, minaccia e derisione, vertiginosa irragionevolezza e meschina ridicolaggine degli uomini“.

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Cioè la definizione che da Foucault della follia corrisponde abbastanza a quello che noi viviamo oggi. Poi hai il Bipolarismo, cioè due blocchi che si dovrebbero opporre, ma in questo momento non sono opposti (forse non lo saranno mai più) che cosa era il Bipolarismo? Era un personaggio titanico, oggi abbattuto, o forse parzialmente abbattuto che è Berlusconi..non essendoci più lui, non c’è più il Bipolarismo, è evidente che non ci sarà più.

 
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