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Sangue nero nel Mississippi: la nascita del blues

di Simone Ciccorelli 07/06/2017

Esistono diverse idee sulla nascita e sulla diffusione del Blues. Alcuni miti e leggende attribuiscono la sua nascita a uomini misteriosi venuti da lontano; un’idea che non rende così impossibile immaginare di vedere il fondatore giungere dondolando sulle sponde di un fiume in un cesto di vimini. E’ però possibile definire una teoria definitiva giunta a noi grazie a chi, in quel periodo storico, si è trovato avvolto da quel fascio di cotone che con il tempo prenderà il nome di Blues. Il cotone, appunto. E’ nelle piantagioni di cotone del Mississippi che tutto ha un inizio, negli anni in cui non era sufficiente essere un uomo o una donna per sentirsi considerato Umano.
La prerogativa indispensabile per definirsi tali era innanzitutto una: avere la pelle bianca. Il Blues parte da qui, da un abisso sociale, dagli abusi e dalle disuguaglianze a cui nessuno faceva caso e forse senza queste prerogative non sarebbe mai nato. Il Blues non sarebbe quindi mai nato senza gli schiavi. Non sarebbe mai nato senza l’inizio dell’importazione dei negri che, rapiti dalle loro terre di origine, venivano trasportati come bestie a partire dal 1600, in zone geografiche che oggi sono definite come Stati Uniti d’America. Nel corso della storia sono stati trasportati, torturati, sfruttati, uccisi e abbandonati oltre 200 milioni di esseri umani con la pelle nera. Si tratta del più grande sterminio della storia dell’uomo.

12 anni schiavo (12 Years a Slave) è un film del 2013 diretto da Steve McQueen. Tratto dall’omonima autobiografia di Solomon Northup, opera del 1853, il film ha vinto il Premio Oscar come miglior film nel 2014. Gli interpreti principali sono Chiwetel Ejiofor nel ruolo del protagonista, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Brad Pitt, quest’ultimo anche produttore della pellicola, e Lupita Nyong’o, vincitrice dell’Oscar alla miglior attrice non protagonista.

Le situazioni e le condizioni di schiavitù sono tuttavia mutate negli anni. Le lotte politiche e alcuni cambiamenti sociali trasformano la schiavitù da pratica legale e legittima a qualcosa che verrà abolito soltanto nel 1863 da Abraham Lincoln. Tutti quelli che fino al giorno prima erano identificati come dei comuni schiavi, sono subito stati definiti cittadini illegittimi dal XIII Emendamento e dunque, essendo un reato, rinchiusi nelle decine di carceri che sorgevano sul suolo americano in quegli anni e che, per una strana ironia, prevedevano dei programmi di lavoro per tutti i reclusi. Durante il periodo di schiavitù c’erano infiniti limiti imposti a questi uomini.
Erano rilegati ad una situazione permanente di sottomissione e visti come animali da lavoro da alimentare e gestire.
Questi uomini, però, proprio perché costretti al lavoro forzato, hanno spinto la loro volontà di vivere oltre ogni barriera. La cosa più accessibile, concretamente fattibile e umanamente concepibile è stata, ed è forse ancora oggi, la musica.
I loro strumenti erano asce, seghe, martelli, zappe, coltelli e pezzi di metallo. Suonavano lavorando. Svolgendo il loro consueto compito; a turno e a ritmo, scandendo suoni inusuali e cantando in coro.
Raccontavano quello che provavano, le loro emozioni e i loro desideri di una vita normale, facendo riferimento a un Dio e, il più delle volte, a loro stessi. Quello che per la prima volta è stato definito come “Blues Man” è stato un uomo che, nel 1903, in una stazione della zona del Mississippi, suonava qualcosa di mai ascoltato da nessuno prima e che soltanto poco tempo dopo verrà definito “Blues”. Suonava con la lama di un coltello le corde di una chitarra artigianale per ottenere l’effetto per cui oggi si usa lo Slide. La prima registrazione di un brano Blues risale al 1912, ma quello che era nato in quel momento come “genere” musicale, aveva fondato le sue radici 300 anni prima, rifacendosi alle sinfonie della musica orientale e islamica che nel corso della storia avevano influenzato le popolazioni africane.
Il Blues e la sua stesura derivano infatti dallo Spirituals: canzoni corali che parlavano di tristezza e della situazione di questi uomini costretti a lavorare nei campi. Raccontavano storie povere di libertà, ma al tempo stesso ricche di vita, passione, emozioni e sensibilità verso la Creazione, indipendentemente dall’attribuzione religiosa. Le prime chitarre venivano realizzate con cassette di sigari o di frutta. Si usava qualunque oggetto che fosse adattabile e che fosse a disposizione. La musica ricopriva la maggior parte delle loro giornate, durante e dopo il lavoro. Nel 1925, dopo un percorso di elaborazione del genere, si afferma il Folk Blues, cioè il blues dei campi che presto si trasformerà in Country Blues, unendo così anche la musica dei bianchi.

Skyland Outing, Virginia, 1895

E’ stato un passaggio che ha segnato la storia e non soltanto per il fatto che per la prima volta un bianco si avvicinava al genere per antonomasia appartenente ai negri, ma perché segna un passaggio generazionale in cui bianchi e neri facevano le stesse cose. I bianchi erano inizialmente esclusi dal genere, ma presto le due realtà musicali e sociali cominciarono a fondersi completamente, lasciandosi trasportare dai suoni. Sembra un’utopia oggi pensarla così, ma quello che smosse il desiderio di questi artisti non era la fama, il successo o il denaro. Nient’altro che la vera natura della musica e di quello che, se ben espressa, è in grado di trasmettere; nient’altro che la vita, il desiderio di creare qualcosa per la gioia di farlo e senza un rientro che non sia quello emozionale.
Nello stesso anno, nel 1925, uno step tecnologico importante apporta inevitabilmente delle modifiche al genere: la prima registrazione. Blind Lemon Jefferson è un antesignano, una figura dominante di tutti gli anni ’20. E’ sua la prima registrazione della storia del Blues. Un uomo per certi versi rimasto misterioso ai postumi; cieco, rude e sensibile, una figura su cui ancora oggi abbiamo molto da capire.

Blind Lemon Jefferson, pseudonimo di Lemon Henry Jefferson, (Coutchman, 24 settembre 1893 – Chicago, dicembre 1929), è stato un cantante e chitarrista statunitense di musica blues.

Non si unì mai alla sua famiglia nei campi e la mancanza della vista gli permise di essere escluso dal lavoro. Fu proprio lui, in Texas, ad incidere la prima registrazione blues. Rimane oggi uno dei pionieri musicali in assoluto riuscendo ad introdurre melodie che hanno permesso, decine di anni dopo, la nascita del rock and roll. Nel 1936, un venticinquenne di nome Robert Leroy Johnson inizia un percorso di registrazioni che dura circa sette mesi. Incide 29 brani che passeranno alla storia come se fossero stati scolpiti sulla pietra e che gli permetteranno di ricevere decine di riconoscimenti nei decenni successivi. Il suo lavoro influenzerà la formazione artistica di alcuni tra i migliori musicisti che noi oggi conosciamo, tra cui Bob Dylan, Eric Clapton, Muddy Waters, Jeff Beck, Jimi Hendrix e i Led Zeppelin. Due anni dopo Johnson muore in circostante ancora sconosciute, all’età di ventisette anni. Su di lui circolano storie che sfiorano il paranormale. Chi suonava con lui, o lo aveva sentito suonare un anno prima, non poteva credere ai propri occhi e alle proprie orecchie. Quel ragazzo che fino a un anno prima suonava a stento qualche accordo storpiato, nel giro di 12 mesi raggiunse capacità eclettiche, improbabili e mai viste prima. Lui stesso ha detto più volte di aver stipulato un patto con il diavolo, cedendo la propria anima ad un uomo con indosso una veste nera incontrato mentre passeggiava da solo durante una delle tante notti in cui era sbronzo nel tragitto per casa, nelle vie della sua città. Un uomo che, a sua detta, da quella volta non ha mai più rivisto. Qualcuno potrebbe anche crederci, ma in qualunque modo abbia fatto, Robert Johnson, non verrà mai dimenticato. Il suo carattere egocentrico e sempre attivo lo ha senza dubbio portato ad avere diversi nemici, bianchi o neri che siano, perché la gelosia e la cattiveria, purtroppo, non conoscono distinzioni. Le sue opere sono ancora oggi disponibili e ascoltandole è possibile rendersi conto di quanto quel patto da lui decantato, forse, non sia poi così impensabile. Con il passare degli anni il Blues e il Delta Blues hanno visto smussare le loro caratteristiche principali. La sua origine nera derivata dallo schiavismo ha incontrato le esigenze dei bianchi che, a loro volta, lo hanno modificato e amplificato. Il blues non è scomparso negli anni e non può scomparire. Questo perché, come la sofferenza, è qualcosa che resta legato all’esistenza che si trova dentro di noi. Si potrebbe anche dire che il blues non può scomparire perché è una musica nata dagli schiavi e che, in qualche modo, è un mondo che non se ne priverà mai del tutto. Piuttosto tende a cambiarne la forma. Il blues ha resistito. E’ ancora vivo e pulsante e, proprio come la schiavitù, non intende scomparire. Può cambiare la sua forma con il passare del tempo, forse. Ma la sostanza, densa e viva, è sempre la stessa. La storia del Blues è una storia di rivalsa in cui un gruppo di ragazzi, sopravvissuto al peggio, si è reso immortale. Un pugno di uomini che, senza impugnare un’arma (se non per suonare) si è preso una rivincita sulla vita, nonostante questa non gli abbia mai restituito neanche una parte di quanto gli abbia tolto. E’ la storia di una musica suonata da chitarre sporche di sangue e sudore, sullo sfondo di una distesa di piantagioni di cotone, lungo il Mississippi.

 

Per approfondimenti:
_The Blues, Dal Mali al Mississippi – Documentario di Martin _Scorsese
_Autobiografia di uno schiavo – Miguel Barret
_Autobiografia si Malcolm X
_La storia del Blues – Roberto Caselli

 

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