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Rappresentare l’Italia nel Nuovo Mondo: Alberto Tarchiani (2)

di Dario Neglia del 25/05/2016

Agli inizi degli anni’50 può quindi dirsi che l’Italia aveva in gran parte compiuto quel cammino di “ritorno” nella vita politica internazionale.
In fondo, a paragonare la posizione raggiunta dal paese con quella occupata all’indomani dell’8 settembre 1943, il risultato era notevole: l’Italia aveva beneficiato dell’ERP, era stata membro originario del Patto Atlantico, era entrata altresì nel Consiglio d’Europa in quello stesso 1949, ed infine si era stabilizzata anche in chiave interna con le elezioni dell’aprile 1948.
Restavano ancora aperte solo due grandi questioni: la prima, quella dell’ingresso all’ONU, che si sarebbe risolta nel 1955; e la seconda, più grave, pressante e bruciante, la piaga aperta della Questione Triestina.
Sulla città di San Giusto la congiuntura del sistema politico internazionale parve accanirsi oltremodo. Come ha scritto De Castro, autore di un opera monumentale, forse la più importante sull’argomento:
 
Al problema di Trieste furono sempre precedenti, contemporanee o successive varie altre questioni, di solito molto importanti per i difficili equilibri internazionali che implicavano. Trieste servì come moneta di scambio, come spauracchio, come causa di remore, come anello di una difesa, come pomo della discordia, come tutto quanto essa non era o non avrebbe voluto, né dovuto essere. L’Italia, per la quale la questione giuliana, prima, e la triestina, poi, furono il maggior problema del dopoguerra, dovette sempre destreggiarsi cercando di parare i colpi che venivano a danneggiare la questione stessa, rimbalzando da altre situazioni internazionali .
 
Fu la guerra fredda, in poche parole, ad insinuarsi di continuo nelle maglie del problema triestino, elevando la contesa Italia-Jugoslavia al livello dello scontro bipolare Stati Uniti-Unione Sovietica e viepiù riflettendo i toni di quest’ultimo, ora di flebile compromesso, ora di contrapposizione aperta.
Per ironia della sorte, benché i toni cambiassero, l’unica parte danneggiata restava sempre la stessa: l’Italia.
Bisogna dire apertis verbis che la condotta statunitense in questo dossier non fu per nulla onorevole. Tutte le vicende che ruotarono intorno al problema del TLT, in sede di Conferenza di pace, lasciarono gli italiani e De Gasperi – per tacere di Tarchiani – con l’impressione di essere stati traditi da Washington. Gli Stati Uniti erano il principale patronus dell’Italia a livello internazionale e di certo avevano una particolare responsabilità nella vicenda; ma considerando il tutto da un altro punto di vista, si può dire che forse gli italiani peccarono un po’ di ingenuità.
Ancora una volta nelle parole di De Castro, questo rapporto ambivalente viene sintetizzato in modo perfetto:
Tutto ci portava verso gli Stati Uniti e tanto ci portava che, vedendo la buona accoglienza, poggiammo subito su di loro, senza renderci conto, altrettanto subito, che noi eravamo, per gli Stati Uniti stessi, uno dei pezzi della scacchiera internazionale, un pezzo di un certo valore — diciamo un alfiere, un cavallo — mentre il nostro problema numero uno, la nostra regina nei problemi scacchistici postbellici, la Venezia Giulia, era per loro soltanto una delle tante pedine, che bisognava giocare per salvare altri pezzi che, nel loro gioco erano i principali […] .
Le vicende relative alla sorte di Trieste si risolsero nella prima parte degli anni’50, ma una premessa fondamentale era stata posta pochi anni addietro: un comunicato ufficiale, rilasciato appena prima delle elezioni politiche italiane del 1948, la cosiddetta Dichiarazione Tripartita.

Il 20 marzo 1948 le tre potenze occidentali alleate (Stati Uniti, Gran Bretagna, e Francia) rilasciarono un comunicato ufficiale: in quella che era stata una vera e propria escalation propagandistica tra i due blocchi per influenzare l’esito delle elezioni italiane, l’URSS si era giocata la carta riguardante la promessa di una restituzione integrale delle colonie all’Italia, e gli occidentali avevano rilanciato (in maniera del tutto sconsiderata) proclamando che Roma sarebbe tornata in possesso nientemeno che dell’intero TLT!! Vi sono state diverse interpretazioni storiche circa la ratio di questo avventato proclama; ciò che pare certo, ad ogni modo, è che qualunque fosse la motivazione degli Alleati, essi non si accorsero che così facendo avrebbero letteralmente incatenato la politica estera italiana in quest’ambito. E così infatti fu.
Per tutta la durata del lunghissimo (dieci anni) negoziato diplomatico su Trieste, il governo italiano sarebbe stato condannato a non poter prescindere dalla Dichiarazione Tripartita, perché – non è difficile da capire – da quel momento in avanti accettare qualsivoglia compromesso sarebbe stato percepito come una sconfitta da parte dell’opinione pubblica italiana. La Dichiarazione ormai aveva fissato un livello di aspettativa al di sotto del quale non si poteva andare, e poco importa che si trattasse di un’aspettativa del tutto irrealizzabile. A peggiorare ulteriormente le cose per il nostro paese, il 28 giugno del 1948 il PCI veniva espulso dal COMINFORM: adesso Tito non era più un nemico da contrastare, ma addirittura un quasi-alleato da blandire con lusinghe, aiuti finanziari e militari, perché stava lì a dimostrare la frantumazione del compatto blocco sovietico, e di certo non andava scontentato con qualche scelta pro-Italia riguardo Trieste.

Josip Broz Tito

Dunque gli anni si susseguirono senza che l’Italia potesse riuscire a trovare una soluzione ad essa favorevole del problema; e verrebbe da dire che, date le premesse, era nell’ordine delle cose che andasse così. A partire dal 1952, tuttavia, iniziò una fase diplomatica molto più dinamica che si sarebbe infine risolta con lo sbrogliamento della matassa.
In questa sede non è necessario né opportuno ripercorrere tutti i passaggi della snervante dialettica negoziale che interessò Italia, Alleati, e Jugoslavia a partire dal 1952. La girandola di incontri e scontri, proposte e controproposte, che si ebbe è stata giustamente definita, a tratti, «diplomazia allo stato puro» .
Ciò che importa, invece, è citare che anche in questo caso si ebbe un summit dirimente da parte italiana a cui parteciparono De Gasperi, e tutti i principali ambasciatori nelle capitali occidentali, compreso quindi Tarchiani.
Citata in varie fonti, la riunione diplomatica avrebbe dovuto scegliere la linea da tenere riguardo la questione Triestina, in particolare in risposta ad una proposta americana che si presentava come l’ennesimo sforzo fatto dagli statunitensi, di sicuro non all’altezza di quanto previsto dalla Dichiarazione Tripartita, ma d’altra parte quanto di meglio si potesse ottenere in quel frangente.
Dalle memorie di Tarchiani emerge in maniera molto chiara la contrapposizione tra i diplomatici da un lato, i quali tutti – chi più, chi meno – erano ormai propensi ad accettare la soluzione di compromesso proposta da Washington; e De Gasperi dall’altro, uomo politico in tutto e per tutto, che lucidamente capiva di non poter prescindere dalla Dichiarazione Tripartita, pena il suo futuro al governo.
Gli schieramenti erano ormai, da una parte, quello di chi avrebbe voluto chiudere la questione, accettando il massimo che da essa si sarebbe potuto cavare; dall’altra parte, quello di chi, come lo statista trentino, non accettava di piegarsi e dimenticare quanto gli anglo-franco-americani avevano un tempo promesso.
Tra questi due gruppi, Tarchiani era di certo l’esponente di punta del primo.
Egli infatti aveva capito più di ogni altro che il tempo era ormai (e probabilmente era sempre stato) un fattore che danneggiava la posizione italiana.
Bisognava accettare ciò che gli statunitensi avevano proposto, sebbene così facendo la Dichiarazione Tripartita sarebbe divenuta ipso facto uno chiffon de papier; poiché del resto – secondo quanto Tarchiani riteneva – essa già di fatto lo era; bisognava solo accettare la proposta americana, senza modifiche, e premendo affinché la si ponesse a Tito a carattere ne varietur: ovvero, traducendo il gergo diplomatico, prendere o lasciare.
Ma purtroppo questa non fu la decisione del Presidente del Consiglio. La volontà di proseguire sulla strada della ricerca della “soluzione migliore”, senza capire che tale era ormai l’accettazione rassegnata del “male minore”, portò al fallimento dell’azione degli americani, che avevano sperato di risolvere una questione ormai senza via d’uscita con una proposta loro. Tarchiani nel suo diario non nascose l’amarezza non solo a causa di un aspro diverbio che l’aveva contrapposto a De Gasperi, verso cui nutriva infinita stima ed affetto, ma soprattutto per aver mandato al macero una soluzione che, nelle sue parole,
 
[…] se riusciva ci dava Trieste, Capodistria, Isola, e Pirano; se non riusciva per intero, ci dava comunque assai più di quello che avemmo in seguito; se non riusciva affatto, non metteva minimamente in pericolo il poco, pochissimo, che riuscimmo poi con tante fatiche ad ottenere nel 1954 .
 
Fortunatamente però, l’inerzia non è una legge che si applica a lungo nelle relazioni internazionali, così una volta che fu modificato il contesto in cui si svolgeva il dramma di Trieste le carte in tavola vennero sparigliate ed aumentò la volontà di tutti i partecipanti a che la questione fosse risolta.
A partire dal ’53 si verificarono cambiamenti importantissimi: in America Eisenhower sostituiva Truman come Presidente degli Stati Uniti; in Inghilterra Churchill ritornava a ricoprire la carica di Primo Ministro; e in Italia, non da ultimo, si concludeva l’era degasperiana.
La politica italiana entrò nella fase turbolenta occupata dai deboli governi centristi: esecutivi instabili, ma che paradossalmente proprio per questo non potevano permettersi che la questione Triestina restasse loro appesa sul capo, come una spada di Damocle.
Ad agosto del ’53 si ebbe una riprova di questo e si toccò pericolosamente l’acme: un’agenzia di stampa jugoslava pubblicò un comunicato incredibilmente duro in cui con tono intransigente si dichiarava la necessità per la Jugoslavia di «riprendere seriamente in esame l’atteggiamento jugoslavo di fronte al problema triestino».
A Palazzo Chigi saltarono i nervi un po’ a tutti, e Pella decise addirittura, per la prima (e finora unica!!) volta nella storia della Repubblica Italiana, di mobilitare tre divisioni ed una batteria anti-aerea di sede a Gorizia, per inviarle al confine nordorientale.
Questa piccola crisi, che rientrò in breve tempo, dimostrò ormai a tutti che il problema andava risolto, per non rischiare di peggiorare oltre le cose. Gli americani, decisero di fare un ultimo disperato tentativo, e Tarchiani cercò in ogni modo di convincere Roma a supportare per l’ultima volta gli sforzi di Washington. Agli inizi di febbraio del nuovo anno, 1954, sia Pella sia Tito acconsentirono a tenere a Londra degli incontri segretissimi tra i rappresentanti dei tre paesi coinvolti. Il modello era il seguente: i due plenipotenziari americano e inglese avrebbero incontrato i rappresentanti jugoslavo e italiano separatamente, prima l’uno e poi l’altro, con l’obiettivo di trovare un compromesso che andasse bene ad entrambe le parti, ovviamente.
La proposta che infine venne partorita ancora una volta non era favorevole all’Italia, ed ancora una volta Scelba, che a febbraio aveva sostituito Pella a capo del Governo, si trovò a dover decidere se bere dall’amaro calice pur di chiudere la ferita, o proseguire in modo disperato e senza certezze. Con sofferenza, decise infine che la proposta americana andava accettata.
Fu così che, non senza l’incontro di un funzionario americano con Tito stesso per convincere quest’ultimo, il 5 ottobre 1954 venne parafato l’Accordo di Londra, che in sostanza traduceva con un memorandum quella che era la situazione del TLT sul terreno, con pochissime rettifiche di confine; la zona B sarebbe rimasta ufficialmente alla Jugoslavia, mentre l’Italia finalmente avrebbe ripreso possesso della Zona A, compresa Trieste.
In fin dei conti, quasi mai nella storia la diplomazia ha potuto modificare al tavolo negoziale ciò che è stato già deciso manu militari, e di certo le vicende relative al TLT non sono che un ulteriore esempio di ciò.
L’asimmetria di fondo nella questione, con la Zona B da subito nelle mani di Tito, mentre – si badi bene – l’Italia non raggiunse mai la medesima condicio possidentis riguardo la Zona A misero il nostro paese in una posizione a dir poco malagevole per trattare con Belgrado, impedendo a Roma di poter impostare le trattative come meglio avesse creduto.
confini-oggi
Questo, ad ogni modo, non toglie che solo la buona volontà del Maresciallo avrebbe potuto portarlo a cedere del territorio, in cambio di qualche tornaconto beninteso; in alternativa, restava solo la violenza, cosa a cui nessuno voleva fare ricorso, dopo neanche dieci anni dalla fine della guerra e soltanto per una “futile” questione come Trieste, né l’Unione Sovietica né gli Stati Uniti, né la Francia né l’Inghilterra, e probabilmente in verità neanche l’Italia.
In conclusione, il 1954 fu l’anno della fine del lungo calvario compiuto dalla città di Trieste, e per estensione anche della «Via crucis» percorsa dall’Italia dopo l’8 settembre 1943.
La fase del dopoguerra aveva ormai chiuso tutte le questioni rimaste in sospeso, l’anno successivo sarebbero caduti anche i veti reciproci dei due blocchi e l’Italia, insieme a molti altri paesi, sarebbe stata ammessa al Palazzo di vetro newyorkese. Si era chiuso un lungo capitolo e se ne apriva un altro, molto diverso. Quanto a Tarchiani, una volta compiuta la missione per riportare Trieste dentro i confini nazionali, si concluse anche il suo periodo come ambasciatore negli Stati Uniti.
L’ultimo anno, appunto il ’54, fu venato da una certa malinconia per il diplomatico, probabilmente in parte dovuta al cambio di sede ed alla messa a riposo . Ma al di là di questo, sembra in realtà che la tristezza di Tarchiani provenga più che altro dalla constatazione di essere ormai fuori posto: non solo gli Stati Uniti non erano più quelli di un tempo ed egli non riusciva più a comprenderli, ma anche la stessa Italia era cambiata, diversa da quella che aveva conosciuto dieci anni fa, e pare che nel nuovo orizzonte non vi fosse spazio per uomini come lui.
Tarchiani appartenne sempre, infatti, a quella generazione eroica di uomini che ricostruirono il paese dalle macerie della guerra, sia in senso materiale sia soprattutto cercando faticosamente di riacquistare il rango e il prestigio perduti. L’ambasciatore fu insomma un rappresentante dell’Italia degasperiana, in tutto e per tutto, quindi non meraviglia che una volta che lo stesso De Gasperi fu uscito di scena , anche Tarchiani capì che era venuto il suo tempo.
Da ultimo, chi fu l’ambasciatore Tarchiani, e cosa resta di lui oggi? Un testimone del suo tempo, certo, a conferma della famosa massima del cancelliere Von Bülow che voleva la diplomazia essere principalmente «una poltrona in prima fila per il dramma della storia», ma anche qualcosa di più.
Tarchiani fu l’ambasciatore politico par excellence tra le tante nomine politiche del dopoguerra; in molti casi egli stesso si trovò a dover impostare di sana pianta l’azione da compiere negli Stati Uniti, senza che gli provenissero informazioni di dettaglio da Roma. Ciò che lo mosse fu la sua ferma convinzione che l’Italia avrebbe dovuto reintegrarsi nel mondo occidentale, schierarsi dalla parte della democrazia e del libero mercato: in una parola, non rinnegare la propria storia e la propria identità, ambedue aspetti che portavano consequenzialmente il nostro paese – e Tarchiani fu tra coloro che lo capirono prima e più degli altri – non ad appartenere al gruppo dei neutrali, non a scendere in campo dalla parte di Mosca, bensì al contrario a non poter fare a meno di abbracciare l’orizzonte atlantico- europeo, sforzandosi in particolare di diventarne uno dei pilastri portanti.
La vulgata vuole che, in fondo, i diplomatici siano sempre un po’ malati di esterofilia, ed in questo Tarchiani non fece eccezione. Il fascino che gli Stati Uniti emanavano su di lui fu all’origine della sua incondizionata fiducia nei confronti dell’America, a volte mal riposta, altre volte tradita, ma senza che si trattasse mai di una specie di culto fine a sé stesso.
Fu Tarchiani il miglior ambasciatore italiano di quel tempo? Probabilmente no, se si giudica la finezza della sua analisi politica, probabilmente sì se si considera il contributo fattuale che egli diede nel definire le relazioni italo-statunitensi dell’epoca. In fin dei conti, egli fu sempre e soltanto un autentico servitore dello Stato animato da grande patriottismo, e questa – checché ne dica la vulgata – è la più importante ed indispensabile caratteristica per fare il diplomatico, ed ancor prima esserlo.
A posteriori, si può dunque veramente stimare infondata la preoccupazione di De Gasperi, quando questi decise di affidare la missione di rappresentare la “nuova Italia” in America ad un uomo come Tarchiani: metafora di un decennio di storia italiana e modello per le generazioni a venire, pur nell’oscurità dei tempi egli non avrebbe mai dimenticato quale fosse la sua bussola:
 
Così con un abbraccio ci lasciammo. Vidi ancora De Gasperi, mi pare il giorno seguente, 20 febbraio 1945 all’aerodromo di Ciampino, ove venne a salutarmi ed abbracciarmi con estrema cordialità, mentre salivo, col mio piccolo drappello di collaboratori, su di un bimotore militare americano che doveva condurmi a Casablanca, ove ne avremmo trovato un altro per Washington. Tutto era quanto mai incerto in questa spedizione. Nessuno, tanto meno io, era in grado di prevedere a un dipresso quel che sarebbe avvenuto subito e in seguito. Eravamo in mano di un destino impenetrabile. Sapevamo soltanto che di qua e di là avremmo spese senza risparmio le nostre forze ad aiutare l’Italia.
 
 
Per approfondimenti:
_S. Romano, Guida alla politica estera italiana, Milano, Rizzoli, 2002
_G. Mammarella e P. Cacace, La politica estera dell’Italia. Dallo Stato unitario ai giorni nostri, Bari, Laterza, 2010
_ P. Craveri, Prefazione a D. Fracchiolla, Un ambasciatore della “nuova Italia” a Washington. Alberto Tarchiani e le relazioni tra Italia e Stati Uniti 1945-1947, Milano, Franco Angeli, 2012
_A. Tarchiani, Dieci anni tra Roma e Washington, Mondadori, Milano, 1955
_A. Ciarrapico, Le ombre della storia, Aracne, Roma, 2012
_A. Varsori, L’Italia nelle relazioni internazionali dal 1943 al 1992, Bari, Laterza, 1998
_D. De Castro, La questione di Trieste, vol. I, Lint, Trieste, 1981
 
 
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