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Politica e Verità

di Arturo Verna  del 01/07/2016

La politica è l’arte di “condurre“ la polis; nell’immagine tradizionale il politico è il nocchiero (il pilota) che guida la nave per mari tempestosi e ne garantisce l’arrivo a destinazione, l’attracco al porto sicuro. In quanto tale, la politica è l’arte di salvaguardare la polis a fronte del rischio cioè della minaccia cui questa nel suo essere è sottoposta: la polis, infatti, è per sua natura a rischio perché non sussiste di per sé e può venire meno. Politico è appunto chi è chiamato a fronteggiare tale rischio. Con che non lo è indifferentemente chiunque ma solo chi è capace di esercitare la sua arte, cioè di mettere in sicurezza la polis. E, poiché è politico solo se riesce a difendere la polis, lo è a parte post, perché solo quando ha effettivamente esercitato (o tentato di esercitare) la sua arte si sa se colui al quale è affidata la conduzione della polis è veramente un politico e non un millantatore. Invece, è possibile sapere prima quali requisiti un politico debba possedere, perché all’uopo si può fare riferimento all’essenza della polis.
Che cos’è la polis? Innanzi tutto, è una comunità in cui ciascuno si relaziona all’altro. La sua radice è economica: senza soddisfare i bisogni non si è ma nessuno è in grado di soddisfare i propri bisogni da sé, perché i bisogni sono infinitamente correlati l’uno all’altro per cui per poterne soddisfare uno occorre che ne sia già stato soddisfatto un altro. Quindi, ogni bisogno è mezzo per la soddisfazione di un altro. Sicché nessuno può esistere da solo perché ciascuno abbisogna che altri predispongano per lui i mezzi di cui ha bisogno per soddisfare il suo bisogno: diversamente, non riesce a soddisfarlo, perché è costretto a procedere infinitamente a ritroso per predisporre i mezzi atti allo scopo.

La polis è, appunto, lo stato di reciproca utilità (quindi, di dipendenza) in cui ciascuno produce per l’altro i mezzi per soddisfare il suo bisogno ossia in cui ciascuno riesce a essere grazie ai mezzi che altri predispongono per lui. Pertanto, è una comunità fondata sul lavoro. E, poiché nessuno esiste senza il lavoro altrui, la polis viene “prima” (a priori) di chi la compone, non perché si da senza di lui ma perché questi non riesce ad essere senza tale relazione. Più propriamente, la polis non viene né prima né dopo ma è “tutti” ossia ciascuno nel suo essere essenzialmente produttivo: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni!

Ivan Konstantinovic Ajvazovskij – Tempesta in mare 1873

In quanto arte di condurre la polis, la politica le deve essere di vantaggio e, poiché la polis è la reciproca utilità di chi la compone ossia dei cittadini nei loro rapporti produttivi, la politica deve mirare alla loro utilità (al “bene comune” che non è un bene unico, lo stesso per tutti, ma ciò che per ciascuno è il suo bene). Più precisamente, il politico deve occuparsi della conservazione della polis ma la polis in tanto viene conservata in quanto i cittadini traggono dalla relazione in cui si trovano la loro utilità e tanto più si conserva quanto più i cittadini riescono a trarla: al contrario non si conserva se in essa i cittadini non ottengono più la loro utilità: non è polis quella nel cui nome si sacrifica l’utilità dei cittadini. Ma, se è utile alla polis solo ciò che è utile ai suoi cittadini, sono essi misura della politica: la possibilità di giudicare del politico (dell’efficacia della sua azione) costituisce un diritto inalienabile del cittadino.
Scopo della politica è, dunque, che i cittadini riescano nella polis a soddisfare interamente i loro bisogni, perché è per il raggiungimento di questo fine (appunto, del massimo dell’utilità possibile) che la polis sussiste. Pertanto, vera polis è quella nella quale, grazie al politico che la guida, tutti i cittadini, realizzando pienamente se stessi, raggiungono la felicità (il “benessere”, cioè la completezza che include anche il suo avvertimento). Per ciò stesso, il politico (chi è veramente tale), in primo luogo, dovrà mostrare di avere la forza per agire contro nemici interni o esterni, perché il raggiungimento del massimo di utilità presuppone la massima riduzione del rischio che ciò che è stato raggiunto venga meno: disporre di un esercito (per fronteggiare i nemici esterni) e di una forza di polizia (per fronteggiare i nemici interni ossia coloro le cui azioni non si risolvono in reciproca utilità) – cioè essere in grado di esibire una forza deterrente tale da fare paura – costituisce un prerequisito che non può mancare: senza esercito e polizia non c’è politica. Tuttavia, la politica non si risolve in questo potere “dissuasivo”, perché l’esercizio della forza costituisce una condizione negativa potendosi dare anche senza politica, rectius anche in una politica che non è veramente tale. Lo Stato deve fare paura ma non basta fare paura per essere Stato.
Se, positivamente, il compito della politica consiste nella promozione della felicità, al politico è richiesta la conoscenza di ciò che è veramente utile. Il politico è il “cane di nobile razza”, che abbaia a chi non conosce e fa festa a chi conosce, l’animale “filosofo” che agisce sulla base del principio della conoscenza. Poiché solo ciò che lo è veramente è utile ossia poiché utile è solo il vero (ciò che è falsamente utile è inutile), quanto più il politico conosce il vero tanto più è in grado di promuovere la felicità dei cittadini. Il che non significa che la politica si risolva in teoresi ma che la “decisione”, in cui consiste l’agire politico cioè la scelta di ciò che promuove la felicità, presuppone la teoresi. Pertanto, il politico deve essere filosofo. Ma non vale la reciproca: il filosofo può bene non essere un politico ossia in politica può fallire, perché, pur conoscendo il vero, può errare nelle sue decisioni. Infatti, la contemplazione non basta alla “decisione” perché fornisce solo i fini mentre i mezzi vanno di volta in volta rinvenuti tra le opportunità che le circostanze (la cultura, la storia, il proprio tempo ecc.) offrono; ma il calcolo delle opportunità non è mai esatto: l’azione si colloca in un “ambiente” che la può deviare dalla sua destinazione originaria. La politica richiede anche l’istinto (il “fiuto”) che a chi conosce può mancare.
Nell’azione promotrice della felicità il politico deve guardarsi dal far valere i propri interessi. Perché l’utile che la sua azione si ripropone è quello dei cittadini, non il suo. Per ciò stesso, per essere veramente tale, si deve astenere anche dal soddisfare i bisogni dei cittadini. La politica, che è l’arte di guidare la polis e di promuovere la felicità dei cittadini, non è l’arte del soddisfare i loro bisogni perché il politico nell’atto in cui ne soddisfa i bisogni li annulla come tali risolvendoli in sudditi. Soddisfacendo i bisogni dei cittadini, soddisfa in realtà solo il suo bisogno di dominarli perché assolutizza il suo potere che non viene messo in questione da nessuno in quanto tutti ne dipendono: la tirannide si consolida garantendo panem et circenses, soddisfazione dei bisogni e divertimento, perché, se non espropria tutti del peso di pensare a se stessi (perfino dal peso di organizzare il proprio tempo libero), lascia a ciascuno la possibilità di riconoscerla per ciò che è quindi di non dipenderne. “Penso a tutto io, tu non devi pensare più a nulla”: è questo il fondamento del potere assoluto, del dominio integrale sull’altro.
Pertanto, la promozione della felicità dei cittadini può consistere soltanto nell’istaurazione delle condizioni per il suo raggiungimento: veramente utile è ciò in virtù di cui ciascuno può conseguire il suo (che è inconfondibile con l’altrui). Perché ciascuno può soddisfare i propri bisogni non solo grazie ai mezzi che altri mettono a disposizione ma anche grazie all’autocoscienza: infatti, data la possibilità di avvertirne di infiniti, per soddisfarli occorre prendere coscienza di quali siano quelli veramente costitutivi. Un bisogno c’è alla semplice condizione di venire avvertito, sicché ciascuno potenzialmente ne ha di infiniti; ma ogni bisogno viene avvertito come essenziale, quale lacuna che deve venire colmata, sicché solo alcuni, tra quelli che ciascuno avverte, possono costituire il suo essere. Ché abbisognare significa mancare per essere ma, se si manca di tutto, non si è e, se non si è, neppure si abbisogna. Avere bisogni significa, quindi, farne una cernita, scegliere di soddisfarne alcuni perché li si ritengono costitutivi del proprio essere. Il che presuppone la conoscenza di sé; ma questa si risolve in volontà perché grazie ad essa ciascuno lascia “cadere” (quali semplici desideri) alcuni bisogni, che pure avverte, per essere così come deve. In altri termini, il portatore di bisogni non si affida a ciò che avverte attualmente ma all’intelligenza di sé perché è il suo sapersi a fondare il bisogno (a non risolvere la mancanza, che avverte, in desiderio): il bisogno, quello che per lui è veramente tale e che concretamente si dispone a soddisfare, è ciò che egli vuole. Orbene, la conoscenza di sé non si da spontaneamente nella polis, perché la polis la presuppone, ed è il risultato dalla politica: il compito della politica è quindi l’educazione all’intelligenza cioè l’organizzazione di un sistema scolastico in cui possa compiersi la formazione della personalità.
 
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