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Peter Altenberg (Richard Engländer) e la poesia del frammento

di Giuseppe Baiocchi del 30-08-2021

Per chi si reca nel famoso Cafe Central di Vienna, vicino all’ingresso, scorgerà una tipica statua che i viennesi – i pochi che si recano ancora al caffè turistico per eccellenza – conosco oramai bene, anche se mal fatta. Ebbene l’opera  rappresenta un personaggio, che spesso sconfina nella leggenda: il poeta Peter Altenberg. Analizzando più approfonditamente Richard Engländer, siamo davanti ad uno scrittore molto particolare, che raramente si ha il piacere di leggere. Calvo, dai baffi spioventi alla slava, si presentava leggermente trasandato e possedeva molte amicizie discutibili: dai letterati ai camerieri, fino alle prostitute.

Peter Altenberg nella cittadina di Gmunden nell’Alta Austria. Dall’inizio degli anni 1880, la famiglia Engländer si reca per le vacanze estive nel Salzkammergut, principalmente a Ischl, che divenne Bad Ischl solo nel 1907. Il figlio maggiore Richard, che poi si fa chiamare Peter Altenberg come scrittore, rimane fedele al Salzkammergut per tutta la vita – il suo posto preferito è Gmunden. Molti dei suoi schizzi e scene poetiche trattano esplicitamente o implicitamente esperienze e osservazioni in questo paesaggio e contengono tutte le sfaccettature dell’opera di Altenberg: la densità poetica con cui sa dipingere le persone come paesaggi in piccole istantanee, la tendenza all'”idealizzazione kitsch” o il pathos vuoto con cui getta i suoi giudizi sul calpestio dei segni di punteggiatura selvaggi, e la sua dubbia tendenza alla pedofilia.

Di contro, se il lettore dovesse pensare ad un individuo burbero e rissoso, rischierebbe di commettere un macroscopico errore: Richard era una di quelle persone dalla calma frizzante, parsimonioso, buongustaio e scrupoloso come ogni vero viennese.
Nell’ambiente austriaco, prese uno pseudonimo particolare: Peter Altenberg, nome che identificava la donna di un suo antico amore – non corrisposto – e il cognome da una cittadina viennese sul «bel danubio blu»; entrambi retaggi della sua memoria.
Altenberg elabora una nuova modalità di leggere la realtà. Innanzi tutto egli si considerava un’osservatore, più che uno scrittore: difatti la sua vita rispecchia quella che Musil definiva l’esistenza di un «uomo senza qualità», ovvero un individuo di talento, ma che mal riusciva ad esprimersi in un singolo settore, per ritrovarsi alla soglia dei quarant’anni senza lavoro, né obiettivi.
Proprio per tale esistenza di «genio senza capacità», egli plasmerà la forma letteraria dell’effimero, del frammento, di quello che Adolf Loos affermava essere unicamente «un nuovo modo di vedere».
In una Vienna che si dibatteva tra lo storicismo architettonico e lo Jugendstil, Peter Altenberg – insieme ad altri pochi amici coraggiosi, come lo stesso Loos e Kraus – tenta una sintesi letteraria composta di attimi, di immagini di vita, che può essere vista come una delle varie forme di nichilismo europeo, ma che non avviene nell’immediato, ma per fasi.
Fu proprio il congedo con tale realtà impregnata nell’ornamento – simbolo di un ideale defunto – a far sì che Altenberg si legasse alle teorie architettoniche rivoluzionarie di Adolf Loos, che «parlando nel vuoto» esprimeva concetti di essenzialità.
Nella prima fase di componimento, il viennese sembra avere più tatto e sensibilità anche nella forma e lo si denota dalle opere Wie ich es sehe (Come la vedo io) e Ashantee; di contro il suo ultimo periodo, dopo Pròdrŏmŏs, denota un aumento di esasperazione nelle immagini proiettate su carta, per arrivare fino all’amara rassegnazione.
Figlio di un commerciante ebreo della media borghesia, Engländer dopo aver fallito per diverse volte il suo percorso di studi, ebbe come unico credo l’autenticità del proprio Io e intraprese un’esistenza fatta di alcolismo e stravaganza geniale.
Fu solo grazie a Karl Kraus che l’editore berlinese Samuel Fischer (1859 – 1934), pubblicò nel 1896 Wie ich es sehe (Il mio modo di vedere) che gli conferì un suo primo iniziale successo. Lo stesso Peter Altenberg, nel 1901, dirà di se stesso: «Sono forse poesie le mie piccole poesie le mie piccole cose? Niente affatto. Sono estratti! Estratti di vita. La vita dell’anima, così come quella di ogni giorno concentrata in due o tre pagine, liberata dal superfluo […] Io amo il metodo abbreviato! Lo stile telegrafico dell’anima! Vorrei descrivere un uomo in una frase, un’esperienza dell’anima in una pagina, un paesaggio in una parola! Punta, artista, mira fa’ centro! Basta».

Peter Altenberg nel 1907 al Cafe Central viennese. Così Alfred Polgar citò lo storico caffè: “Un vero centralista, chiuso nel suo caffè, ha la sensazione di essere scacciato nel mondo duro, esposto a strane coincidenze, anomalie e crudeltà dell’ignoto”. “Café Central si trova al di sotto della latitudine di Vienna, sul meridiano della solitudine. I suoi abitanti sono principalmente persone la cui misantropia è forte quanto il desiderio di persone che vogliono stare da sole, ma vogliono anche compagnia mentre lo fanno”.

L’autore si rende perfettamente conto della fine imminente dell’Impero, di quella società e di quella civiltà. Così si congeda dal tradizionale aforisma poetico o letterario, per crearne un altro fatto delle decantate «piccole cose»: una letteratura del «non detto», dove l’ermetismo di senso, risiede propriamente nel silenzio, vero significato profondo della vita.
È lo stesso filosofo Massimo Cacciari (1944), nel suo Krisis. Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein del 1976, che riflettendo su Altenberg lo apostrofa come: «Esasperata autoriflessione […] coscienza dei limiti invalicabili del linguaggio, ma è anche consapevolezza del proprio fallimento e della propria impotenza, convinzione di essere ormai approdato al limite del dicibile». Talento straordinario in perenne crisi con se stesso, il frammento (l’estratto di vita) rappresenta la verità della tradizione, uccisa dalla sovrastruttura del kitsch.
Sempre nel 1901 scrive Was der Tag mir zuträgt (Ciò che mi porta il giorno), dove si renderà conto perfettamente del suo fallimento nell’ideale di mutare la società che lo circonda. Quattordici anni dopo, lo stesso Altenberg asserì: «Nei miei libri, per quanto si sia in grado di leggere fra le righe, è descritta l’eterna, terribile lotta fra tutto ciò che è e come invece dovrebbe essere».
 Il viennese si pone così, nei primi del Novecento, in tono eroico: crede e spera che esista ancora la possibilità di poter istruire e risvegliare l’uomo dalla non-autenticità di fine Ottocento e la sua stoica opposizione si baserà principalmente sulla sua esistenza, composta dal valore della tradizione.
L’uomo può essere scosso, unicamente tramite un forte colpo dei sensi, che avviene tramite l’aforisma. Ma la fine degli anni dieci del Novecento, saranno per Peter Altenberg pesantissimi, per via del tracollo finanziario del fratello, il quale gli donava una cospicua somma – fondamentale – per lo scrittore.

Peter Altenberg si trova ancora oggi al Café Central, anche se solo come una figura di cartapesta. Si siede vicino all’ingresso, lanciando uno sguardo piuttosto cupo, ma curioso sugli ospiti mentre arrivano.

Entrato in crisi depressiva, la quale aggravava la situazione precaria del suo alcolismo, l’autore si somministrerà ingenti quantitativi di barbiturici, che condurranno Richard Engländer al manicomio, dove sarà «salvato» solo dall’amico Loos.
Piegato su se stesso, muterà la sua letteratura, che sarà unicamente rivolta verso il suo passato.
Arriviamo così a Märchen des Leben (Favole della vita), ultimo manifesto della lotta contro «l’incanto» di una società in piena crisi spirituale, economica e sociale. Le sue ultime produzioni, dal 1909 al 1913 seguono tutte l’elemento unificatore del ricordo e della memoria e in conclusione la sua opera del 1915 Fechsung (Racconto) attuerà la definitiva rassegnazione della sconfitta di una guerra ormai perduta contro la società – la stessa che successivamente l’Impero dell’Austria-Ungheria perderà militarmente.
Lo scrittore del Cafe Central di Vienna , si renderà conto, così, dell’inutilità della lotta, che lo porterà ad un isolamento all’interno di quella che il britannico Isaiah Berlin definì, nel suo Quattro saggi sulla libertà, come la chiusura all’interno della propria «cittadella interiore». Così, per citare Giuseppe Farese (1933): «L’invalido della vita, costretto per sopravvivere a mostrare a se stesso e agli altri che in lui «arde la favilla», può appunto produrre soltanto «campioni senza valore»; e tuttavia proprio in quei campioni che noi leggiamo il «vuoto dei valori» del suo tempo; il grazioso specchietto di Altenberg riflette l’Austria che tramonta».
 

Per approfondimenti
_Giuseppe Baiocchi, Finis Austriae. Sul tramonto dell’Europa, Il Cerchio, 2017, Rimini;
_Peter Altenberg, Favole della vita, Adelphi, 1981.
_Cacciari M., Krisis, Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein, Adelphi, 1976, Milano.

 

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