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Milano ambrosiana: l’altare d’oro firmato da Vuolvino

di Elisa Di Agostino 02/03/2017

Il 25 dicembre dell’800 avvenne un fatto straordinario per la storia d’Europa. A Roma, durante la messa di Natale, il papa Leone III incoronò Carlo imperatore. Nessuno portava più quella carica in occidente da dopo la deposizione di Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore romano nel 476 d.C..
L’imperatore passerà alla storia come “Carlo Magno”, il quale  riconquistò l’Italia Longobarda, combatté gli arabi in Spagna e unificò sotto un’unica bandiera un impero che dalla Francia arrivava sino all’attuale Ungheria. Sotto la sua guida, questi territori videro una ripresa della cultura e delle arti.

Raffaello Sanzio, Incoronazione di Carlo Magno – affresco, 500×670 cm , 1516-1517 – Città del Vaticano, Musei Vaticani

Venne inventato un nuovo carattere di scrittura, la minuscola carolina, che permise di unificare la grafia, allora diversa a seconda delle località, che comportò un risparmio di spazio per scrivere sui preziosi fogli di pergamena.
In storia dell’arte questo periodo è stato spesso definito «rinascenza carolingia». Ovunque si recuperarono i modelli classici, pur reinterpretati per dare vita a nuovi capolavori. Lo si vede a Roma con i mosaici bizantineggianti nel sacello di San Zeno in santa Prassede, a Lorsch dove viene costruita una porta a tre archi quasi come un arco di trionfo e nella capitale, Acquisgrana, dove viene costruita una cappella palatina di forma ottagonale ispirata al battistero di San Giovanni in Laterano e al mausoleo di Santa Costanza. I nuovi monumenti sono innovativi perché nascono per esigenze nuove in un’epoca diversa: è una rielaborazione del modello non una semplice imitazione.
E’ proprio in quest’epoca di grande fermento culturale che troviamo una delle prime opere d’arte firmate. Si tratta del magnifico altare della chiesa di Sant’Ambrogio a Milano.
Secondo Marina Righetti Tosti-Croce docente di Storia dell’arte medievale alla Sapienza dell’università di Roma: “Nel 784 accanto alla Basilica ambrosiana, fondata da Sant’Ambrogio nel 386, era stato costruito un monastero benedettino (…). La struttura, adatta alle necessità liturgiche di una fiorente comunità, era incentrata sull’altare dove erano deposte sia le reliquie dei santi Gervasio e Protasio, depositate da Sant’Ambrogio, sia quelle dello stesso fondatore“.
La facciata a capanna nel suo complesso si presenta alquanto bassa. Due logge – molto diverse – si sovrappongono tra loro, composte da archetti pensili che ne ingentiliscono l’esterno. La parte superiore del loggiato è costituita da cinque arcate, le quali differiscono in altezza, dove la più alta si presenta posizionata centralmente, mentre le arcate più basse si trovano verso i lati della facciata. Differentemente, quella inferiore consta di tre arcate uguali, che si uniscono con il portico, formando un’unica struttura. Ai lati della facciata ci sono due campanili risalenti a periodi storici differenti: quello situato a sud è similare ad una torre di difesa e prende il nome di “Torre dei Monaci” – risalente allo VIII secolo -venendo attribuita agli stessi monaci che vivevano all’interno dell’edificio; parallelamente – costruito con mattoni di scarso valore – la torre nord, definita “Torre dei Canonici“, è edificata nel XII secolo, ad eccezione degli ultimi due piani che sono stati costruiti successivamente, nel XIX secolo.
Internamente, la basilica è divisa in tre navate, ognuna delle quali terminante con un’abside. La spazialità è composta dall’alternanza di grandi pilastri appartenenti alla navata centrale con altri di dimensioni ridotte, facenti parte delle navate laterali. La pianta è longitudinale e le sue dimensioni sono identiche a quelle presenti nel quadriportico se non vengono presi in considerazione le absidi. La navata centrale è costituita da quattro campate quadrate e l’ultima campata quadrata – in prossimità del presbiterio – è ricoperta da una cupola, le altre differentemente presentano una volta a crociera. Nelle navate laterali si trovano i matronei. Lo studio della luce è stato pensato solamente passante dalle aperture presenti sulla facciata e dalle finestre che si trovano nell’abside. Proseguendo con l’analisi troviamo il sacello (cappella) di San Vittore in Ciel d’Oro – una cappella costruita nel IV secolo, prima della basilica stessa e dedicata dal vescovo Materno a San Vittore – un mosaico che raffigura alcuni santi, tra i quali anche Sant’Ambrogio. L’edificio sacro ha anche una cripta costruita nella seconda metà del X secolo. Sul catino absidale compare un mosaico che rappresenta il Cristo in trono, giudice, seduto con in mano il libro della legge aperto. Ai lati del Cristo si trovano i due santi martiri Gervasio e Protasio e sopra – in volo – due arcangeli, mentre ai suoi piedi compaiono tre medaglioni con le immagini di santi legati ad Ambrogio: Satiro e Marcellina, fratelli di Ambrogio, e Candida, martirizzata durante le persecuzioni romane.

La basilica di Sant’Ambrogio, il cui nome completo è basilica romana minore collegiata abbaziale prepositurale di Sant’Ambrogio, è una delle più antiche chiese di Milano e si trova in piazza Sant’Ambrogio. Essa rappresenta ad oggi non solo un monumento dell’epoca paleocristiana e medioevale, ma anche un punto fondamentale della storia milanese e della chiesa ambrosiana. Essa è tradizionalmente considerata la seconda chiesa per importanza della città di Milano.

All’interno del manufatto fu costruito, tra l’830 e l’840, il magnifico altare voluto dal vescovo Angilberto. Il committente è ritratto su una delle lastre nell’atto di offrire l’altare al santo. L’aspetto è quello di una grande cassa, quasi fosse un sarcofago fatto per contenere le reliquie dei santi. Il lato visibile dai fedeli è diviso in tre sezioni: in quella centrale vi è una grande croce con il Cristo Pantocratore al centro. Sulle braccia della croce campeggiano i simboli dei quattro evangelisti: il leone di Marco, l’aquila di Giovanni, il toro di Luca e l’angelo di Matteo. Nei quattro angoli vi sono i dodici apostoli divisi in quattro gruppi da tre, perfettamente simmetrici. Ai lati scene della vita di Cristo; le varie parti dell’opera sono separate da cornici decorate con pietre preziose e smalto cloisonné. La parte dell’altare rivolta verso l’officiante, è egualmente tripartita. Ai lati vi sono scene della vita del santo fondatore della Basilica ma al centro, sotto gli arcangeli Michele e Gabriele, è rappresentato il santo in due situazioni analoghe ma diverse. Da una parte Ambrogio incorona Angilberto, che è inginocchiato nell’atto di offrigli l’altare stesso, dall’altra incorona Vuolvino “magister phaber”.
Questa firma dell’artista, che si erge alla stregua del vescovo committente e a cui viene tributato l’onore di essere incoronato dal santo, testimonia l’importanza che questa figura andrà via via riacquistando nel corso del medioevo sino a giungere ai grandi maestri del Rinascimento. Vuolvino, maestro fabbro, conscio della straordinarietà della sua opera, è sicuramente l’ideatore di questo magnifico altare ma non lo ha realizzato tutto da solo: lo stile delle figure infatti, permette di identificare diversi artisti all’opera nelle varie formelle.
Sull’altare aureo corrono anche delle iscrizioni: in una si mettono in guardia i fedeli dal non farsi abbagliare dai materiali preziosi e a guardare al vero tesoro, cioè le reliquie del santo. In un’altra il vescovo spera che un dono tanto ricco possa garantire la protezione del santo sulla sua chiesa e sulla città.
Questo tributo, è determinato anche da una precisa scelta politica di Angilberto: Ambrogio infatti detenne anche il potere politico della città, cosi come i missi dominici che venivano inviati dall’imperatore per il controllo dei territori.
Le figure degli arcangeli, del santo che incorona l’artista e il committente si aprono, creando un’apertura che rende visibile la vera tomba di Ambrogio, posta al di sotto. E’ significativo che le scene cristologiche siano rivolte verso l’assemblea dei fedeli mentre le scene della vita del santo vescovo siano rivolte verso il clero: sono loro che devono ispirarsi al fondatore, alle sue opere e alla sua vita.
Le figure di Vuolvino e dei suoi allievi sono semplici, lineari e perfettamente caratterizzate. E’ stato messo spesso in relazione con le miniature del Salterio di Utrecht, realizzato un decennio prima.
In conclusione, riprendendo le parole del professor De Vecchi: “I personaggi delle scene sono quelli indispensabili al racconto ma, in compenso, affermano con decisione la propria presenza plastica contro lo sfondo neutro e i loro corpi ben costruiti risaltano in un panneggio netto e fasciante”.
Il genio di Vuolvino fu libero di esprimersi grazie alla rinnovata stabilità politica del governo carolingio, stabilità che purtroppo non durò a lungo, ma che permise un tale rifiorire delle arti che ancora oggi stupisce per bellezza e ricchezza.

 

Per approfondimenti:

_Angiola Maria Romanini e Marina Righetti Tosti Croce “arte medievale in Italia”, Sansoni editore;

_Pierluigi De Vecchi, “Arte nel tempo”, Bompiani editore.

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