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Max Stirner. La potenza dell’individuo ovvero l’Unico (der Einzige)

di Danilo Serra 28/02/2018

«Perché non avete il coraggio di fare veramente di voi stessi, completamente e in ogni caso, il centro, la cosa fondamentale?» Max Stirner, L’unico e la sua proprietà.

“L’unico e la sua proprietà” (Der Einzige und sein Eigentum) è l’opera capitale di Johann Kaspar Schmidt, meglio noto come Max Stirner (dal tedesco ‘stirn’, ovverosia ‘fronte alta’), pubblicata in una prima edizione nell’ottobre del 1844 presso l’editore Wigand di Lipsia. Nel testo, l’autore si scaglia polemicamente contro ogni posizione filosofico-teologica che pretende di descrivere oggettivamente l’essere umano comprendendone le esigenze e i più naturali bisogni. La sua è anzitutto una reazione allo hegelismo e una critica serrata a taluni concetti che, a parer suo, non hanno permesso all’uomo di riconoscersi e, anzi, hanno annientato progressivamente la sua individualità – la sua unicità – a favore di scopi più ‘alti’ e nobili: Dio, stato, patria, famiglia, umanità.

Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, La lunga ombra 1805.

Nell’apparato teorico elaborato da Stirner nelle quasi quattrocento pagine che compongo “L’unico e la sua proprietà”, l’uomo non è più concepito come oggetto di una rappresentazione, dal momento che per sua stessa natura è «indicibile». Egli è l’«Unico» (‘Einzige’ in tedesco) e, in quanto tale, ha nell’unicità il suo tratto distintivo. Questo non basta a definirlo; l’Unico infatti sfugge alle più argute definizioni, è indefinibile e, proprio perché indefinito, non ha bisogno di essere ‘etichettato’, determinato, definito. Nella definizione, ciò che è definito viene compreso, determinato, afferrato, diventa suo oggetto. La cosa definita è oggettivata, si fa etichetta e, in certo senso, si esaurisce nella definizione. La cosa è definita poiché ha acquisito una nomina, è stata nominata. La nomina esiste in quanto atto imposto, è il frutto dell’imposizione, impone il proprio statuto. Nominare è il verbo della chiamata. Quando si nomina, si chiama innanzi qualcosa. Io nomino te: ti chiamo. La definizione chiama a sé ciò che definisce, lo contrassegna, impone cioè un segno peculiare. Definire, in tal senso, vuole dire ‘segnare’, ‘imprimere’, imporre un segno, un marchio, un sigillo. La definizione è la ‘cosa marchiata’, ciò che ha ricevuto una determinata segnatura.
Per Stirner, l’Unico non può – e non deve – essere definito. La definizione, infatti, intaccherebbe la sua natura e, riducendolo in una definizione, svuoterebbe (annullerebbe) la sua unicità. L’Unico è in quanto indefinibile: questo è il segreto del suo essere se stesso, singolare, originale, irripetibile, unico. Non esiste un solo concetto in grado di nominarlo, esprimerlo: «Si dice di Dio: ‘Nessun nome può nominarti’. Ciò vale per me: nessun concetto mi esprime, niente di quanto viene indicato come mia essenza mi esaurisce: sono solo nomi» (M. Stirner, “L’unico e la sua proprietà”, p. 380). Ma l’Unico è tale in un senso ancor più forte. Egli fonda la sua causa su di sé, ha in sé il fondamento, nulla è all’infuori di sé. A tal proposito, Stirner è inequivocabile:
«Dio e l’umanità hanno fondato la loro causa su nulla, su null’altro che se stessi. Allo stesso modo io fondo allora la mia esistenza su me stesso, io che, al pari di Dio, sono il nulla di ogni altro, che sono il mio tutto, io che sono l’unico […] Io non sono nulla nel senso della vuotezza, bensì il nulla creatore, il nulla dal quale io stesso, in quanto creatore, creo tutto» (M. Stirner, “L’Unico e la sua proprietà”, p. 13).
Con uno stile dissacrante e provocatorio, il pensatore tedesco esalta il principio di autoaffermazione (o autodeterminazione) e si affida alla dialettica nulla-tutto per chiarire la sua posizione. Stirner scrive: «Io ho fondato la mia causa su nulla». Come ha fatto notare Franco Volpi nel saggio “Il nichilismo”, la tesi – che apre e chiude il libro di Stirner – secondo la quale ‘io’ ho fondato la mia causa su nulla (auf nichts in tedesco) esprime «la negazione e il rifiuto di ogni fondamento che trascenda l’esistenza originaria e irripetibile dell’individuo» (F. Volpi, Il nichilismo, p. 30). Non c’è nulla che sta sopra di me. Non c’è, ovvero, un fondamento o principio che sta alla base di me – dell’Unico. Perché? La risposta è nella proposizione: «io fondo allora la mia causa su me stesso». L’Unico si concepisce come causa di sé e, proprio perché fondatore di se medesimo, appare al contempo avvolto dal nulla e dal tutto. È il nulla di ogni altro: non è gli altri, non fonda gli altri. È il tutto di se stesso: sta a suo fondamento, è pura autoaffermazione. Il concetto di Unico è fortemente legato a quello di proprietà (in tedesco ‘Eigentum’).
«Proprietario del mio potere sono io stesso, e lo sono nel momento in cui so di essere unico […] Ogni essere superiore a me stesso, sia Dio o l’uomo, indebolisce il sentimento della mia unicità e impallidisce appena risplende il sole di questa mia consapevolezza» (M. Stirner, “L’unico e la sua proprietà”, p. 381).

Georg Friedrich Kersting, Uomo che legge alla luce della lampada.

L’Unico è difatti per Stirner «proprietario» del suo potere, «potenza» integralmente ripiegata su di sé che, di conseguenza, non ha punti d’appoggio esterni, non si definisce nel rapporto con l’altro. È, al contrario, «egoismo», creatura auto-determinante, vale a dire ‘dominus’ del proprio stato, orgoglioso del proprio io.
L’Unico di Stirner è un concetto formidabile che provoca l’uomo e spinge a guardare la vita e a guardarsi nella vita, con altri occhi e altre prospettive. Il premio è il «nuovo paradiso», l’aprirsi di uno sguardo nuovo sul mondo. Egli è il ribelle che annienta tutto il resto per riaffermare la sua libertà, l’uomo in rivolta che è «negazione di tutto ciò che nega l’individuo e glorificazione di tutto ciò che lo esalta» (cfr. A. Camus, “L’uomo in rivolta”). Nell’Unico «ogni essere supremo, compresa l’umanità, viene annientato, e la teologia si ribalda in antropologia». C’è dunque da un lato una negazione, una parte distruttiva, un annientamento; dall’altro una vera parte costruttiva, un ribaltamento, un cambio di prospettiva che è essenzialmente un guadagno, il guadagno della propria individualità. L’individuo non è più schiacciato da esseri e concetti (Dio, stato, umanità…) che opprimevano e occultavano la sua natura. La battaglia contro ciò che vi era di più alto – e perciò lo calpestava e indeboliva il suo sentimento di unicità – è vinta. L’insurrezione è realizzata. L’io è finalmente pensato in tutta la sua potente unicità e ricondotto a se stesso. Stirner compie così il suo inno all’egoismo, a quell’egoismo capace di supportare e sostenere l’Unico, l’io vero, elevandolo a fonte, sorgente, centro, cosa fondamentale del proprio sé. Ad esistere è solo lui e ciò che conta per lui è lui stesso, nient’altro che sé: l’Unico, proprietario del suo potere, cosciente della sua unicità.

 

Per approfondimenti:
_A. Camus, L’uomo in rivolta (1951), Bompiani, trad. it. di L. Magrini, Milano 2017;
_M. Stirner, L’Unico e la sua proprietà (1844), trad. it. di L. Amoroso, Adelphi, Milano 1979;
_F. Volpi, Il nichilismo, Laterza, Roma-Bari 2009.

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