Mario Draghi e l’Italia: il testamento di un’espressione geografica

Mario Draghi e l’Italia: il testamento di un’espressione geografica

di Giuseppe Baiocchi del 03-02-2021

Mario Draghi (1947), romano, ha accettato con riserva l’incarico – concessogli dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – per la nuova formazione del nuovo Governo per l’anno solare 2021. Al netto dell’autorevolezza del personaggio, il quale vanta un curriculum vitae forse tra i più invidiabili in circolazione, la Repubblica italiana è dalla XVI Legislatura bloccata da Governi tecnici o Governi non eletti: si guardi al Governo Monti (2011-12), al Governo Letta (2013-14), Renzi (2014-16), Gentiloni (2016-18), Conte I (2018-19) e Conte II (2019-21).
La totalità dei media italiani suonano squilli di tromba trionfali, asserendo come in questo momento di emergenza – l’Italia vive in uno Stato emergenziale dal 1946 –, la soluzione “tecnica” sembra inevitabile, scontata, “responsabile”. Come affermavano i latini De gustibus non est disputandum.
Con Mario Draghi, addirittura individuo più europeista di Giuseppe Conte, l’Italia grida presente all’Europa. Un ente, quello europeo a cui l’Italia si è affidata già da parecchio tempo ed a cui continua – per usare termini bollati come “populisti” – a versare sangue nel più tradizionale romanzo gotico di stokeriana memoria.

Ironie: Sua Eccellenza l’Arcivescovo da domani alle 12 consentirà l’esibizione al pubblico – presso il museo diocesano – della sua collezione di Draghi impagliati.

Il Paese Italia, araldo dell’Euro-zona, è costretto a finanziarsi con una moneta di cui non possiede il controllo dell’emissione (art. 128 TFUE), e che viene procurata solo ed esclusivamente sui mercati finanziari con l’emettendo di titoli di Stato a tassi d’interesse che rispondono alle logiche speculative degli “animal spirits” di keynesiana memoria. Tali trattati, oramai del datato credo liberista vietano infatti alla Banca Centrale Europea (BCE) di finanziare l’investimento pubblico acquistando direttamente titoli di Stato sulle aste primarie, cioè monetizzando la spesa degli Stati (art. 123 TFUE).
Dunque molto prima di Draghi, già l’Italia nel 1981 aveva sancito – con brindisi di europeismo antinazionale – la divisione tra il Tesoro e la Banca d’Italia, iniziando quel processo a valanga chiamato semplicemente “debito pubblico” dato dall’aumento del costo di finanziamento dello Stato.
La firma in Olanda del trattato di Maastricht (1992) ha fatto sì che l’Italia abbia consegnato la ricchezza nazionale nelle mani di mercati speculativi, trasformando il danaro in risorsa scarsa che lo Stato presentava “a prestito” dai privati: non è un caso che dal 1971 abbiamo una moneta sganciata dalla risorsa scarsa dell’oro, la quale si crea dal nulla – senza debito pubblico.
Fu proprio il nuovo eroe nazionale Draghi – per parafrasare le testate giornalistiche nazionali – che varò il celebre allentamento quantitativo, accreditando da una camera scura migliaia di miliardi di euro sul conto di riserva delle banche commerciali presso la Banca Centrale Europea.
La crisi pandemica legata al COVID19 ha semmai ulteriormente confermato che non sussiste nessun requisito geopolitico, né spirituale per una solidarietà para-nazionale che possa estrinsecarsi su scala continentale. Ciò che viene effettivamente offerto all’Italia è un Meccanismo di Stabilità a condizionali ridotta: una trappola che il nostro Paese doveva assolutamente evitare e che con Draghi diversamente attuerà (si guardi il MES).
Proprio quest’ultimo sembra la grande ghigliottina che ci aspetta tra le urla festanti dei giacobini: l’attivazione di tale meccanismo presuppone, secondo le norme del trattato che lo disciplinano, l’accettazione di un protocollo d’intesa – definito “programma di correzioni macroeconomiche” -, con cui lo Stato ricevente s’impegna al “consolidamento fiscale” e, nel caso di alto rapporto debito/PIL, alla “ristrutturazione del debito”. In traduzione corrente, tale descrizione sta ad indicare l’attuazione di grandi tagli alla spesa pubblica, alle politiche sociali, alla sanità, alle infrastrutture e ulteriori privatizzazioni, con effetti destabilizzanti sul tessuto economico e sociale. Ironico il suo soprannome: Meccanismo di instabilità.

Quello di Draghi era un profilo gradito in tutta Europa. Durante l’estate si era ingraziato i paesi indebitati dell’eurozona appoggiando la decisione del suo predecessore di effettuare acquisti straordinari per sostenere il valore dei loro titoli di stato. Allo stesso tempo, però, aveva evitato l’inimicizia dei paesi ricchi del Nord firmando insieme a Trichet le dure lettere in cui la BCE elencava le riforme e i tagli di spesa che i vari governi dovevano impegnarsi a fare per avere accesso ai programmi di acquisto straordinario. Come hanno raccontato Alessandro Speciale e Jana Randow nella loro biografia di Draghi, L’Artefice, il futuro governatore della BCE riteneva di aver capito quale fosse la ricetta del successo. Ad alcuni amici spiegò che bisognava abbracciare la linea dura tedesca, dimostrandosi allo stesso tempo sensibili verso i problemi della periferia europea. Il risultato fu che quando a novembre Draghi si insediò ufficialmente nella Eurotower di Francoforte, il popolare tabloid tedesco Bild, che sarebbe diventato poi il suo più feroce critico, gli regalò un pickelhaube, il famoso elmetto chiodato di cuoio e ottone indossato dai militari prussiani (l’elmetto era un cimelio storico e risaliva alla guerra del 1870 tra Prussia e Francia).

Dunque sembra tramontato il progetto di emissioni straordinarie di titoli, sulle aste primarie, per almeno 100 miliardi. Ovvero l’emissione dei Minibot, quei biglietti di Stato aventi corso legale (cioè ad accettazione obbligatoria) esclusivamente sul territorio nazionale per l’acquisto di beni e servizi, avrebbe comportato il più classico potere legislativo di uno Stato sovrano. Si trattava dunque dell’emissione di denaro senza debito che de facto non avrebbe violato la lettera dell’art. 128 del TFUE, poiché non si sarebbe denominato in euro avendo un corso legale solo entro i confini nazionali, e non nell’Eurozona. Insomma, biglietti di Stato, messi in circolazione dal Ministero delle Finanze e garantiti dalla Stato in attesa del ripristino della piena funzionalità della Banca d’Italia. Si avrebbero così due monete a corso legale in circolazione sullo stesso territorio nazionale, come nei primi tempi della moneta unica, fino a quando non si sarà pronti a ripudiare il corso legale dell’euro.
Sicuramente l’Europa – oramai più matrigna, che madre –, avvertendo il rischio di una deriva italiana assolutamente non contraria, ma semplicemente non allineata, con la tecnocrazia di Bruxelles, ha pensato bene di “felicitarsi ampiamente” per la scelta fatta dall’Italia di inserire il deus ex machina europeo per eccellenza Mario Draghi, antico studente dei gesuiti, come nuova guida per il Paese, per apportare il giusto “coraggio” nelle scelte obbligate che la penisola deve contrarre con l’Unione Europea. Draghi certamente è unicamente il prodotto finito di un processo: quello della perdita della Sovranità economica, prodomo di un abbattimento dello Stato nazionale, seguito da uno smarrimento culturale e sociale. Pessimismo cosmico leopardiano? Nulla affatto.
La nostra società, italiana ed europea, non è minata solo dal nostro mero dato economico, ma in egual misura da quello sociale e culturale. Viviamo in una società secolarizzata, orizzontale, piatta che persegue esattamente i principi illuministici, quindi massonici, della Rivoluzione francese e che – parafrasando il tutto in chiave contemporanea – potremo riassumere con la volontà (non immediata) di voler imporre una società multietnica, multirazziale, fondamentalmente atea e panteistica con il nuovo mito dell’uomo androgino: una società dove il femminismo è di casa e la macchina del fango sempre pronta in azione.
Tale sistema per riuscire totalmente nel suo intento – ammesso che già non abbia stravinto la sua sfida storica –, sta usando i mezzi di informazione come “propaganda Goebbels”.
Non è un caso che la piattaforma cinefila Netflix – insieme a tutte le marche di moda (tramite i cartelloni pubblicitari) – oggi proponga sotto la luce del giorno e con totale normalità, film e serie tv – di carattere storico – totalmente fantasiosi e devianti.
Se inquadrabile in tre grandi macro-filoni, i film propinati indicano innanzi tutto un elemento totalmente relativista dove – soprattutto oggi – il male non è più il male e il bene non è più il bene (si guardi Dracula o altre serie tv). Non esiste più il mito dell’eroe europeo, senza macchia, intriso di valori morali ed etici che è di insegnamento al lettore, ma si assiste ad un modesto “antieroe” un po’ buono ed un po’ cattivo che guida la trama degli eventi. Dunque la mistificazione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: tutto è relativo. Non a caso un grande scrittore britannico come Gilbert Keith Chesterton (1874 – 1936) nel suo capolavoro Ortodossia asseriva come: «Questa è anche la ragione per cui i nuovi romanzi muoiono così velocemente, mentre le vecchie fiabe durano per sempre. Nella vecchia fiaba l’eroe è un comune mortale; sono le sue avventure a essere straordinarie, e lui rimane turbato perché è ragazzo normale. Ma nel romanzo psicologico moderno l’eroe è anomalo, e l’elemento centrale della storia non è centrato. Ecco perché le avventure più sfrenate non riescono a sortire un effetto adeguato su di lui, e il libro risulta monotono. Si può creare una storia su un eroe circondato da draghi, ma non su un drago circondato da draghi. La fiaba racconta che cosa farà un uomo sano di mente in un mondo impazzito. Il sobrio romanzo realistico di oggi narra che cosa farà un uomo sostanzialmente matto in un mondo monotono».

Elliot Page, l’attore nominato all’Oscar meglio conosciuto per il film del 2008 “Juno”, è uscito come transgender, condividendo la notizia in un lungo post sui social media. Page, 33 anni, che è stata accreditata in ruoli cinematografici e televisivi come Ellen Page, attualmente recita nella serie di supereroi di successo di Netflix “The Umbrella Academy”. Pochi istanti dopo il suo annuncio, sia il servizio di streaming che l’ account Twitter dello show hanno twittato il loro supporto: “Sono così orgoglioso del nostro supereroe! TI AMIAMO ELLIOT! Non vedo l’ora di vederti tornare nella terza stagione! ” ha scritto Netflix.

Secondo punto del filone è quello del ritorno al mito pagano-barbarico, del ritorno al primitivismo, datoci da serie tv, nelle quali germani o celti, in sostanza barbari, combattono l’impero romano (fonte di inesauribile civiltà per la nostra cultura), spesso lo vincono e che ci ricordano le antiche tesi, oramai smentite, di Jean-Jacques Rousseau e del suo “mito del buon selvaggio”. Anche qui ci perviene il simbolo del tatuaggio, del piercing, della donna leader indiscussa anche in battaglia (sic!) e di quanto questa civiltà decadente possa proporci. Ultimo, ma non meno importante, l’inserimento di elementi trans-gender e multi-razziali in tutti i film storici propinati. L’obiettivo in questo caso è quello di far entrare nella memoria collettiva che il nostro continente ha avuto sempre sia gli uni, che gli altri: il che ovviamente è falso.
Con tale, raffinato, sistema di controllo e monitoraggio della cultura e della società tutta, in breve tempo le future generazioni, non ricorderanno più che il francese Arsenio Lupin è un ladro gentiluomo protagonista (e soprattutto di pelle bianca) ideato da Maurice Leblanc nel 1905, ma semplicemente diverrà il nero Assane Diop della Netflix: rivisitazione della classica storia francese del ladro gentiluomo, che purtroppo dall’abbigliamento appare poco gentiluomo e pochissimo ladro.
Questo per far comprendere semplicemente che l’obiettivo finale, che spero noi di questa generazione non ricorderemo, sarà quello di creare – seguendo i diritti utopici dell’uomo e del cittadino – una società mondializzata, all’interno della quale non vi sia più uno Stato-nazione (forma statale creata dalla stessa Rivoluzione Francese, ma oramai per gli stessi fondatori datata); non vi sia più una razza distinta con le proprie etnie sottostanti, ma un’unica razza: quella fantasiosa definita “umana” (vi è la Specie umana: piccoli rimasugli di antropologia. Per Darwin, non proveniamo forse dagli animali? Eppure non si può quasi più parlare di razze!); infine l’eliminazione (già in corso: genitore 1, genitore 2) del genere: non più dunque l’uomo e la donna, ma l’uomo androgino, il potente, ma sterile, umanoide fornito da entrambi i sessi, come uno dei diavoli sconfitto dal Principe delle Milizie Celesti San Michele Arcangelo. Non è certamente un caso che siamo prossimi all’approvazione in senato del Ddl Zan-Scalfarotto, il testo di legge che si aggiunge alla legge Mancino con alcune modifiche, quali il genere, l’orientamento sessuale e l’identità di genere e che vuole sanzionare gesti e azioni violenti di stampo omo-transfobico. Appare lampante che si tratterebbe di una legge per una parte esigua e minoritaria – non superiore allo 0,2% della popolazione – totalmente anti-costituzionale, come più di un giurista ha effettivamente proclamato. Eppure tale legge non era stata mai inserita all’interno dell’accordo di programma del Conte I, governo – come precedentemente affermato -, mai eletto dai cittadini. Possiamo dunque parlare di democrazia diretta?
Dunque tale appiattimento etnico, culturale e soprattutto consapevole è mirato propriamente al controllo delle masse. Popolazione che è oramai ai minimi storici per la lettura, per la comprensione del testo – con la scuola ridotta ad un quiz televisivo – e per la capacità di elaborazione cognitiva. Una popolazione che perde il proprio Io, non percepisce più la propria provenienza, elimina il fuoco della tradizione, si spoglia dell’elemento del sacro, è destinata a scomparire. “L’altro da me” diviene arricchimento, solo unicamente quando l’individuo è ben consapevole della propria dimensione storico-cultuale: contrariamente avviene l’esatto opposto, “l’altro” ti fagocita.
Questa sembra la nostra triste fine. Non ci saranno rivolte – per quanto romanticamente se ne parli nei caffè – e sapete perché? Perché questo sistema è sufficientemente arguto e professionale da lasciare non solo la libertà di espressione (che nel muro di gomma del web si perde e dunque diviene elemento sostanzialmente inutile), ma grazie ai “sussidi” concede in misericordia un pasto caldo a tutti: le grandi rivolte sono sempre avvenute per fame.
L’eliminazione dell’identità avviene non solo nel campo economico e in quello culturale, ma in tutte le discipline, quali l’architettura e l’arte. Non è un caso che l’architettura internazionalista, ovvero “razionale”, dell’angolo retto, dal colore bianco e dal tetto piano, sia oramai una costante che rovina i nostri paesaggi. Difatti tali architetture se traslate in altri punti terrestri del globo, apparrebbero sempre gli stessi e non darebbero nessuna identificazione di matrice tipologica, vernacolare e soprattutto di identità culturale di un popolo che nell’architettura si è sempre saputa riconoscere e far conoscere. Diviene pacifico che in un mondo ideale globalizzato, anche nell’architettura tutto deve divenire ugualitario, identico, senza più differenze materiche, metriche, stilistiche o decorative. Stesso procedimento con l’arte, dove l’astrattismo più analitico è oramai padrone della scena. Dipinti, di cui non si comprende oramai più nulla, sono sponsorizzati come grandi opere d’arte, in cui il pathos è da lungo tempo scomparso e l’unica felicità dell’acquirente è quella di leggere la didascalia del dipinto per possedere quella “felicità nozionistica” oramai di moda. Tale sottocultura si è oramai ramificata in tutti i settori disciplinari della società e tale sistema, statene certi, imploderà unicamente dal di dentro.
 

Nell’aprile 2019, “l’attivista per l’ambiente” Greta Thumberg,16enne, mostra in San Pietro lo slogan “Unitevi allo sciopero per il clima”. E riceve la benedizione del Papa: “Vai avanti così”. Le tematiche socio-politiche prendono la priorità su quelle dell’interiorità e dell’anima.

Ultima, ma non meno importante è Santa Romana Chiesa, la quale è scesa dal ruolo divino, verticale, Santo, ultraterreno e si è fatta materia, socialità, partito. Papa Francesco incarna certamente tutta questa società, essendo un Pontefice duro nella realtà ecclesiale e sorridente ai media, un ottimo attore del sistema che ci circonda che parla solo di ambiente, migranti, politica e poco o niente di santi, miracoli, liturgia (ammesso che ne abbiamo ancora una), dottrina sociale della Chiesa. Per questo ultimo settore, quello ecclesiastico, unicamente un miracolo della provvidenza può certamente – in qualsiasi momento – rimettere le cose a posto.
La nostra società dunque appare in caratteri molto più parossistici come il capolavoro letterario mitteleuropeo di Joseph Roth “La marcia di Radetzky” (1932), nel quale le ultime generazioni non sono che un sole pallido delle precedenti: sempre peggio, sempre verso il baratro, simbolo di un’Italia sempre più “espressione geografica”, ritrovandosi con giustezza nelle parole di Klemens von Metternich (1773 – 1859). 

 

 

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