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L’irresistibile Onegin

di Marzia Casillidel 10/06/2016

Ho trascorso un giorno intero dentro casa, con le finestre serrate, le tende chiuse, la tv spenta. Ho alzato il riscaldamento al massimo, girato per casa a piedi nudi, con addosso solo una lunga maglia a mezza manica, fumando, bevendo, ascoltando passaggi da Dylan a Vedder.
Ho letto e analizzato l’Onegin di Aleksandr Sergeevič Puškin (Mosca 1799 – S.Pietroburgo 1837) dalla traduzione di Giudici fino a tarda notte.

Piort Konchalovsky “ritratto del poeta Aleksandr Puskin”

Era la prima volta in vita mia, escludendo Iliade Odissea ed Eneide e compagnia bella, che leggevo un romanzo in versi, quasi non sapevo nemmeno che ne esistessero altri!
E’ che siamo sempre in svantaggio, non importa quante cose sappiamo,
sono sempre meno rispetto a quelle che dovremmo e vorremmo sapere.
Comunque l’Onegin è fantastico, ha questa incredibile capacità di fluirti dentro, di comunicare i sentimenti dei personaggi, è così intimo e naturale che ci si dimentica delle 389 stanze e delle rime, della composizione dei versi e tutto il resto, stai li a leggere e a perderti in questo stronzetto di Onegin che all’inizio ti sta un po’ antipatico, tutto arrogante e saccente com’è a nemmeno 19 anni, eppure quel distacco, quel disinteresse ostentato all’amore e alla vita, è qualcosa che invece pian piano ti riguarda, e allora ti vien voglia di sporgerti ancora di più dentro di lui, dentro la storia.
Per una gran parte del tempo, soprattutto quando si prende gioco della ragazza che lo ama, stai li a remargli contro, a odiarlo quasi, perché certo è molto più facile simpatizzare per l’amico Lenskij, giovane poeta innamorato dell’amore pieno di entusiasmo e accelerazioni interiori romantiche, ma poi improvvisamente c’è un passaggio sottile pressappoco alla fine del romanzo in cui ti ritrovi a prendere le sue difese, e a capire quel suo acerbo male di vivere, quello che Baudelaire avrebbe definito spleen, ti scopri complice del suo ideale decadentista che lo vede molto più sensibile ed esposto di tutti i Lenskij del mondo, capisci che il suo non è cinismo spietato, semplicemente lui è quel tipo d’uomo che non perde tempo con cose che non hanno un’anima, e le cose che ce l’hanno sono poche a questo mondo e ci metti del tempo a capire chi e quali sono.

1899 I. E. Repin: Il duello tra Onegin e Lenskij

E allora stai li a dispiacerti per lui, per il suo fuori tempo cronico, il suo amore inutile, e te lo immagini, no anzi lo vedi proprio con quelle spalle larghe che si appoggiano a una staccionata nella gelida campagna russa, gli occhi lucidi, grandi e neri, che scuote la cascata di capelli biondastri, e infreddolito pensa che la vita è una vera fregatura, restarne a distanza aveva senso e logica, e tu sei li che annuisci sulle pagine di un libro e ti ripeti : sono d’accordo amico.
Vorresti andare lì e abbracciarlo, dirgli, ti capisco.
Lui che adesso si è innamorato di lei, e sa bene quanto sia stato incredibile che sia capitato proprio a lui, uno dei cuori più difficili da scalare, ma essere innamorati caro Onegin, non serve a niente,vero amico mio? Perché anche se lei ti ama, avete sbagliato i tempi.
E non è forse la storia di molti? Se non di tutti.
Onegin, con me potresti parlarne per ore davanti a una birra media, ti metterei una mano sulla spalla e ti direi che alla fine vecchio mio, non è male vivere d’istanti. Non è male.
Evidentemente Puskin lo aveva capito bene, che l’amore ha un ritmo scordato.
Ma ciò che stupisce di questo romanzo in versi, non è la storia, non è nemmeno il carattere irrequieto e cinico del personaggio, simile a una versione russa di Martin Eden, ciò che stupisce è la vicinanza, l’attualità sentimentale, la crisi esistenziale che attraversa il personaggio e che come un inevitabile buco nero trascina il lettore in miscugli di dubbi, lotte interiori, peccati commessi con strategia e cognizione.
Ci si ritrova complici, infelici e svuotati almeno quanto lui.
Ormai siamo talmente abituati a vedere la poesia come qualcosa di così lontano, fuori dal nostro tempo, che non la leggiamo più, e nemmeno più si sprecano a pubblicarla, ma quando ti ritrovi a leggere una roba del genere, ti accorgi che il nostro tempo ha perso molto. L’abilità del poeta sta nella fiducia, nella fiducia che ha nel lettore, perché la poesia non è tenuta a dirti tutto, sta li a provocarti, a scuoterti e incendiarti.
La poesia arriva in punti dell’anima in cui la prosa, troppo spessa e grossa non passerà mai. Mai.

Ralph Fiennes interpreta Eugenio Onegin nel film di Martha Fiennes del 1999

In quanto a Puskin, c’è da dire che sembra proprio un autore contemporaneo, ha saputo fotografare alla perfezione non solo il travaglio interiore di un animo giovane che si sentiva già vecchio, ma gli ha trasportato addosso tutto il retaggio culturale dell’epoca, e mentre lo si legge è assolutamente impossibile pensare che venga fuori dall’ottocento.
Ancora una volta mi sento in dovere di ringraziare la letteratura, che come disse il mio buon Pavese, mi difende dalle offese della vita.
 
Bibliografia:
_Eugenio Onegin di Aleksandr Puškin traduzione di Giovanni Giudici, Garzanti, Milano, 1975
 
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