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L’Egitto: all’ombra delle piramidi, un colonialismo semi-permanente

di Gabriele Rèpaci 12/03/2017

Il brutale omicidio del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, avvenuto tra il gennaio e il febbraio del 2016 in circostanze non ancora del tutto chiare, ha riacceso i riflettori dell’opinione pubblica del nostro paese sull’Egitto paese noto ai più per le Piramidi, la Sfinge e le favolose spiagge di Sharm el-Sheikh. Questo breve saggio, senza alcuna pretesa di sistematicità, ripercorrerà le fasi salienti della storia dell’Egitto moderno dall’epoca del Pascià modernizzatore Muhammad ʿAlī alla Presidenza di Abd al-Fattah al-Sisi, inquadrando le vicende interne del paese nel più ampio contesto internazionale.
La spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto nel 1798-1799 e la successiva presenza francese fino al 1801 vengono tradizionalmente considerate lo spartiacque della storia moderna del paese. Grazie all’impresa napoleonica, infatti la società egiziana ed in particolar modo il suo ceto intellettuale vennero scosse dal vento della modernità. Ci si rese conto che l’Egitto era rimasto per secoli escluso dal progresso scientifico e tecnologico. Ricchezza, benessere, scienza e cultura: furono in molti a percepire che un profondo iato aveva separato la società tradizionale dai più avanzati paesi europei.

Due dipinti di Jean-Léon Gérôme. A sinistra “Vista del Cairo” (dettaglio), 1890. A destra “Napoleone e il suo stato maggiore in Egitto, 1824-1904.

Uno di questi fu sicuramente l’albanese Muhammad ʿAlī (1769 – 1849) considerato dagli storici il padre fondatore dell’Egitto moderno. Giunto nel paese con il contingente inviato da Istanbul nel 1801, dopo il ritiro dei francesi, si proclamò nel 1805 Pascià d’Egitto ottenendo l’assenso del sultano. Dopo aver fatto massacrare i bey mamelucchi, per consolidare il proprio potere si appoggiò ai funzionari e ai militari di origine ottomana (Turchi, Albanesi, Greci, ecc.) e ai mamelucchi circassi allineati al potere. Questa elite «turco-circassa» dominerà l’Egitto fino alla fine dell’Ottocento.
Consapevole dell’arretratezza che separava il paese dalle società occidentali avanzate, il sovrano decise di avviare alcune riforme volte a modernizzare l’apparato statale. In primo luogo favorì la formazione e lo sviluppo di una burocrazia relativamente efficiente. Essa provvide innanzi tutto a una sistematica recensione catastale delle terre, indispensabile per un efficace prelievo fiscale. L’opera del nuovo governo si indirizzò poi a distruggere il vecchio sistema semi-feudale di riscossione delle imposte agrarie (iltizām), un retaggio ottomano, per centralizzare nella burocrazia l’economia e canalizzarla al tesoro pubblico. Le fondazioni pie islamiche (i waqf), svincolate per tradizione dal controllo dello stato e improduttive dal punto di vista fiscale, furono per così dire «nazionalizzate» e incamerate anch’esse nel tesoro pubblico. Infine alle truppe albanesi, poco disciplinate, sostituì un esercito nuovo, composto inizialmente di schiavi neri razziati in Sudan e, in seguito, a partire dal 1823, di coscritti egiziani, inquadrati sotto il comando di ufficiali turco-circassi. Questo, in sintesi, fu il programma che Muhammad ʿAlī si prefisse, riuscendo in gran parte nello scopo.

David Roberts, Intervista con il viceré egiziano al palazzo di Alessandria, Olio su Pannello, 1849.

Nel 1820 intraprese la conquista del Sudan per poi intervenire nella guerra d’indipendenza greca su richiesta del sultano ottomano. Avendo ormai a disposizione un esercito ben addestrato, nel 1830 decise di sfidare apertamente la Sublime Porta invadendo la Siria. L’esercito egiziano guidato da suo figlio Ibrāhīm giunse dapprima a Damasco, senza praticamente incontrare resistenza, per poi spingersi a nord fino a Konya e nel 1833 arrivò a minacciare la stessa Istanbul. Il sultano ottomano Mahmūd, spaventato, chiese e ottenne l’intervento della Russia; ma, a questo punto, la Francia e la Gran Bretagna, che in precedenza avevano mantenuto un atteggiamento passivo, si sentirono minacciate nei propri interessi. Da un lato, non volevano in alcun modo che la Russia si affacciasse al Mediterraneo; dall’altro, preferivano di gran lunga salvaguardare il debole e indebitato impero ottomano piuttosto che vedere affermarsi nel Levante l’aggressiva potenza di un nuovo ambizioso Egitto. Così nel 1840 Muhammad ʿAlī dovette per sempre rinunciare all’audace progetto di fare del suo paese lo stato egemone del Vicino Oriente, non senza prima avere però ottenuto che il titolo di Pascià d’Egitto diventasse ereditario.
Ormai malato, Muhammad ʿAlī rinunciò al trono nel 1848 e morì l’anno seguente. Ad ʿAbbās Ḥilmī I (1848-1854), molto conservatore, succedette Saʿīd (1854-1863), che al contrario riprese la politica di modernizzazione avviata da Muhammad ʿAlī, in particolare autorizzando lo scavo del Canale di Suez. Due grandi riforme risalgono al suo regno: le terre concesse a titolo vitalizio divennero a titolo ereditario: cominciò a formarsi una classe di grandi proprietari, mentre i gradi superiori dell’esercito vennero aperti agli egiziani di origine.
Ismāʿīl (1863 – 1879) instaurò nel 1866 un’Assemblea consultiva eletta a suffragio indiretto. L’anno dopo ottenne il titolo di khedivé (vicerè). Allo scopo di «europeizzare» l’Egitto, Ismāʿīl avviò grandi opere infrastrutturali: ferrovie, aperture di molte scuole, tribunali, tutti massicciamente finanziate mediante prestiti contratti sulle piazze europee a tassi esorbitanti. Le opere pubbliche divorarono le riserve del tesoro senza migliorare significativamente la situazione sociale delle campagne e della proprietà terriera. Il debito egiziano divenne così grande che nel 1876 il khedivé ne sospese il pagamento.
A questo punto, per controllare le finanze egiziane, gli europei – in particolare inglesi e francesi – istituirono una Cassa del debito pubblico (Casse de la Dette) col compito di risanare le finanze e garantire alle potenze il recupero dei crediti. Venne formato un governo in cui un inglese deteneva il portafoglio delle finanze e un francese il portafoglio dei lavori pubblici. Le due maggiori potenze coloniali si avviavano così alla gestione duale dell’Egitto, tenendo sotto il proprio controllo i gangli vitali del potere politico ed economico.
Ismāʿīl tentò di riprendersi la sua indipendenza, ma gli europei ottennero – dal sultano ottomano – il suo rimpiazzo con il più docile Tawfīq (1879-1892). In seno all’opposizione, alcuni ufficiali egiziani (non più turco-circassi) acquistarono una crescente importanza sotto la guida del colonnello nazionalista Aḥmad ʿUrābī, il quale nel 1882 divenne ministro della guerra. La tensione crebbe e scoppiarono sommosse ad Alessandria. In luglio, dopo un ultimatum, le navi britanniche bombardarono la città. Le truppe inglesi sbarcarono a Suez e ad Alessandria i primi di agosto.ʿUrābī tentò di resistere alla testa dell’esercito egiziano, ma le sue forze furono sbaragliate a Tell el-Kebīr il 14 settembre del 1882. Dopo essere stato catturato e processato, venne inviato in esilio a Ceylon.

Alphonse de Neuville, La battaglia di Tel el Kebir. La battaglia di Tell al-Kebir fu combattuta fra i soldati dell’esercito egiziano, comandati da Ahmad ʿUrābī ed il corpo di spedizione britannico guidato dal generale Garnet Wolseley nei pressi di Tel el Kebir, a circa 80 km a est del Cairo, il 14 settembre 1882, durante la guerra anglo-egiziana del 1882. Il generale Wolseley, dopo aver effettuato un’audace marcia forzata notturna con le sue truppe per portarsi di sorpresa a ridosso delle posizioni difensive egiziane, sferrò la mattina successiva un attacco generale che in breve tempo provocò la completa sconfitta del nemico. La vittoria britannica in questa battaglia decise rapidamente l’esito della guerra e garantì il controllo de facto dell’Egitto da parte dell’Impero britannico fino alla metà del XX secolo.

Nonostante al khedivé – vassallo del sultano ottomano – venne concesso di rimanere in carica, da allora in poi sarà la Gran Bretagna ad esercitare il controllo effettivo del paese attraverso il suo console generale al Cairo.
Nel novembre 1914 l’Impero ottomano entrò in guerra contro l’Inghilterra e i suoi alleati. Il mese seguente i britannici instaurarono un protettorato sull’Egitto e deposero ‘Abbās Hilmī II che venne rimpiazzato dallo zio Husayn Kāmil, che prese il titolo di sultano e al quale Fu’ād succederà nel 1917.
Alla fine del 1918, una delegazione (wafd) di notabili egiziani, guidati da Saʿd Zaghlūl, richiese la fine del protettorato. Il Wafd diverrà ben presto un potente movimento politico. Quando gli inglesi arrestarono Zaghlūl nel marzo 1919, scoppiarono manifestazioni e scioperi in tutto il paese. I britannici ristabilirono l’ordine, poi avviarono trattative che tuttavia non decollarono. Alla fine Londra proclamò unilateralmente la fine del protettorato nel febbraio 1922.
In realtà il governo inglese aveva solo in apparenza rinunciato al suo dominio coloniale sull’Egitto. La Gran Bretagna infatti, continuava a esercitare il proprio controllo non solo sull’esercito e la polizia (il comandante in capo dell’esercito, il sirdar, era inglese) ma anche sulla politica estera del paese. La costituzione, promulgata nel 1923, instaurò un regime parlamentare riservando tuttavia al Re ampi poteri (designazione del Primo ministro, diritto di scioglimento dell’Assemblea ecc.). La vita politica egiziana dal 1923 al 1945 può essere riassunta come una lotta tra tre forze: il Re (Fu’ād fino al 1936 e poi Fārūq) che tentava di esercitare il proprio potere, gli inglesi, attenti a tutelare i loro interessi, e il Wafd, portavoce della nuova elite egiziana che si opponeva sia alle prerogative del Re che alla presenza inglese.
Nonostante il Wafd vincesse regolarmente le elezioni, il Re riusciva a tenerlo quasi sempre ai margini del potere, manovrando i partiti minori. Dopo un periodo relativamente liberale, tra il 1930 e il 1933, Fu’ād impose un regime molto autoritario. Nel 1936, l’ascesa al trono di Fārūq, popolare all’inizio del suo regno, e il ritorno del Wafd al potere contribuirono a distendere l’atmosfera. Nello stesso anno, l’Egitto firmò con la Gran Bretagna una trattato che ne instaurava (almeno sulla carta) l’indipendenza. Ciò si accompagnava a un’alleanza militare (ventennale), dato che le truppe inglesi si trovavano ormai acquartierate nella zona del Canale di Suez. Le capitolazioni vennero abolite. Lo status del Sudan però, restò in sospeso.

Egitto, 1919: la foto ritrae i membri del partito del WAFD con il suo leader Saʿd Zaghlūl

In questo periodo cominciarono a diffondersi in tutto il mondo arabo movimenti riconducibili al fascismo. Nel 1933 su iniziativa dell’avvocato Ahmad Husayn nacque il Partito del Giovane Egitto (Hizb Misr al-Fatâ). Dotato di un ala paramilitare, le Camicie Verdi (al-Qumsân al-Khadrâ’), invocavano la liberazione dell’Egitto (e del Sudan) dall’occupazione britannica, l’instaurazione di un regime protezionista per difendere l’industria nazionale dalla competizione straniera, ed una rigida riforma dei costumi che proibisse quelle attività come il consumo e la vendita di bevande alcoliche, la prostituzione e il cinema: considerate contrarie alla morale islamica. Secondo quanto riportato da Maurice Bardèche nel suo libro “I Fascismi sconosciuti“, lo stesso Nasser – il cui regime in seguito avrebbe concesso asilo a numerosi criminali di guerra nazisti -, si fece manganellare e arrestare dalla polizia partecipando ad una manifestazione delle Camicie Verdi.
Non risulta difficile comprendere, come mai in Egitto durante la Seconda guerra mondiale la maggioranza della popolazione manifestasse apertamente simpatie verso le potenze dell’Asse. Nel febbraio 1942, quando l’armata tedesca raggiunse l’est della Libia gli egiziani diedero libero sfogo alle loro emozioni. Migliaia di dimostranti si riversarono nelle strade gridando slogan come: «Avanti, Rommel!» poiché vedevano nella sconfitta britannica l’unica via per scacciare le truppe di occupazione fuori dal paese. Gli inglesi furono colti dal panico e iniziarono a bruciare documenti e carte ufficiali e a evacuare i cittadini britannici e i loro sostenitori verso il Sudan. Tuttavia la sconfitta nella battaglia di el-Alamein, nell’ottobre del 1942, frustrò le ambizioni italo-tedesche e quelle dei loro simpatizzanti in Egitto.
A partire dal 1945 il paese cominciò a soffrire di gravi problemi sociali (sovrappopolazione rurale, disoccupazione urbana, inflazione, ecc.) che i governi successivi non riuscirono a risolvere. I movimenti ostili al regime, in particolar modo i Fratelli Musulmani, accrebbero notevolmente i loro consensi presso i ceti più umili.
Sul fronte esterno, la creazione della Lega araba nel marzo 1945, al Cairo, permise all’Egitto di porsi alla guida dei paesi arabi, ma il suo prestigio cominciò a vacillare quando Israele, nel 1948-1949, mise in scacco cinque paesi arabi coalizzati (Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq) e si impose come nuovo stato.
La guerra di Palestina e il disastro affrontato dalle truppe arabe e in particolare da quelle egiziane, senza dubbio catalizzarono il consolidamento degli Ufficiali liberi (al-Ḍubbāt al-Aḥrār), che avrebbe condotto alla rivoluzione del 1952.
Nel 1951 il governo denunciò il trattato anglo-egiziano del 1936: le truppe britanniche vennero fatte oggetto di ripetuti attacchi, al punto che il 25 gennaio, a Ismailiyya, alcuni soldati inglesi uccisero una cinquantina di poliziotti egiziani che avevano assaltato le loro caserme. Il giorno seguente, il «sabato nero», le sommosse devastarono il Cairo: vennero incendiate diverse centinaia di edifici, perlopiù di proprietà di occidentali. L’esercito riuscì a riportare la calma, ma per il regime era giunta ormai la fine.
Nella notte fra il 22 e il 23 luglio 1952 alcuni militari egiziani, gli Ufficiali liberi (organizzazione creata nel 1949), realizzarono un colpo di stato e costrinsero Re Fārūq all’abdicazione, esiliandolo. Istituirono un Consiglio superiore della rivoluzione e misero il generale Muḥammad Naǧīb a capo del governo. La monarchia venne abolita nel 1953 e Naǧīb divenne Presidente della Repubblica.
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Nelle immagini, da sinistra a destra: il Re egiziano Fārūq ibn Fuʾād, il generale Muḥammad Naǧīb e i danni agli edifici occidentali del Cairo, dovuti alla sommossa che successivamente sfociò nel colpo rivoluzionario militare.

Il golpe venne accolto con freddezza dalle grandi potenze: l’Unione Sovietica parlò di un putsch «fascista», mentre gli inglesi assicurarono che gli avvenimenti avevano origine puramente interna e non avevano nulla a che vedere con il contrasto anglo-egiziano. Il primo provvedimento a essere preso dalla giunta rivoluzionaria fu una riforma agraria che scalzasse i vecchi proprietari terrieri. La legge 178 del 9 settembre 1952 prevedeva:
a) la limitazione della proprietà fondiaria a 200 feddan (acri) per famiglia, anche se un supplemento di 100 feddan era messo a disposizione di mogli e figli del proprietario;
b) la redistribuzione delle terre espropriate ai contadini poveri o nullatenenti nel giro di cinque anni;
c) l’indennizzo ai proprietari espropriati;
d) la nascita di cooperative agricole tra i contadini più indigenti;
e) la nascita di sindacati dei lavoratori agricoli.
La legge del 1952 venne ulteriormente ritoccata nel 1958 e nel 1961. I partiti politici vennero vietati all’inizio del 1953; un anno più tardi la stessa sorte toccò ai Fratelli Musulmani. I negoziati con gli inglesi sfociarono in un accordo sul Sudan nel 1953; poi, nell’ottobre 1954, nell’abrogazione del trattato del 1936. Venne deciso che l’evacuazione della zona del Canale da parte dei britannici si sarebbe dovuta compiere entro il giugno 1956.
Nel 1954, un giovane membro degli Ufficiali liberi, il luogotenente Gamāl ʿAbd al-Nasser, conquistò il potere a spese di Naǧīb. Verso i Fratelli Musulmani, che avevano tentato di assassinarlo in ottobre, Nasser avviò una spietata repressione tanto che uno dei capi più prestigiosi di tale organizzazione, ʿAbd al-Qādir ʿAwda, verrà impiccato. Il movimento non rialzerà più la testa fino agli anni settanta.
Nel 1956 una nuova costituzione instaurò un regime presidenziale forte e, di fatto, un regime a partito unico (l’Unione nazionale). Il 23 giugno di quello stesso anno, un plebiscito eleggerà Nasser Presidente (Raʾīs) della Repubblica con il 99, 9 per cento dei voti.

Nella foto a sinistra il generale Gamāl ʿAbd al-Nāṣir Ḥusayn. Considerato una figura centrale nella storia moderna del Vicino Oriente nella seconda metà del XX secolo. Nazionalizzò il Canale di Suez e respinse le pretese di Francia e Regno Unito per continuare a controllare il Canale, guadagnando un’altissima popolarità presso le masse arabe. Grande sostenitore dell’anticolonialismo e del panarabismo, Gamāl ʿAbd al-Nāṣer fondò con Jawaharlal Nehru e Josip Broz Tito il Movimento dei paesi non allineati. Perse parte del proprio prestigio dopo la sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele, ma mantenne un ruolo chiave in tutti i futuri dialoghi tra le parti avverse.

Appena insediato il neo presidente si preoccupò di elaborare una teoria della programmazione economica e sociale che lo portò ad attuare un intervento sempre più pesante nei confronti dell’iniziativa privata. La riforma agraria già iniziata da Naǧīb venne ulteriormente portata avanti. Anche altre attività economiche furono investite e scosse dalla volontà riformatrice del nuovo capo egiziano: banche, compagnie di assicurazione, agenzie commerciali, società di navigazione, già in buona parte dipendenti dal capitale estero, furono nel giro di pochi anni sottratte all’iniziativa privata, sottoposte al controllo dello Stato e poi nazionalizzate, dando origine a una peculiare forma di capitalismo di stato definita dal suo ideatore «socialismo arabo». Seguirono le leggi per la protezione sociale: previdenza, sanità, diritto all’istruzione, sicurezza sul lavoro degli operai di fabbrica e dei dipendenti del settore terziario, blocco dei licenziamenti e assicurazione di un lavoro a tutti i diplomati e laureati. Furono mantenuti prezzi politici per i generi alimentari di prima necessità.
Per effetto di tali provvedimenti le condizioni economiche del paese migliorarono: le entrate passarono da 228 milioni di lire egiziane del 1952-53 a 1.379 milioni del 1961-62. L’istruzione, che nel 1952 copriva il 40 per cento della popolazione in età scolare, nel 1960 salì a coprirne il 70 per cento. Le malattie oftalmiche, che colpivano quasi tutti i bambini della popolazione rurale, dopo una vasta campagna sanitaria e igienica, furono debellate negli anni Sessanta.
In politica estera Nasser assunse una posizione nettamente anti-colonialista e antimperialista sostenendo attivamente i movimenti di liberazione nazionale dei paesi del Terzo Mondo. In tale ottica, il leader egiziano partecipò, nell’aprile del 1955 alla Conferenza di Bandung dove si erano riuniti i principali leader dei paesi emergenti nel tentativo di trovare una terza via tra le opposte egemonie degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. L’atteggiamento del Raʾīs spaventò Israele e le potenze occidentali, sempre meno disposte a fornire aiuti militari all’Egitto. Nasser, nonostante il suo anticomunismo, cominciò a rivolgersi all’Urss, che diede il suo assenso alla fornitura di armi attraverso la Cecoslovacchia alla fine del 1955. In cima alla lista dei progetti del presidente egiziano figurava la costruzione di una grande diga ad Assuan. Il suo finanziamento fu oggetto di trattative con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma Washington, preoccupata sia dalla politica estera del Raʾīs che dal possibile incremento della produzione cotoniera egiziana che si sarebbe verificato in seguito alla costruzione della diga, la interruppe nel luglio del 1956. Per tutta risposta Nasser decise di finanziare la diga nazionalizzando la Compagnia che gestiva il canale di Suez.
La sera del 26 luglio 1956, in un discorso ad Alessandria tra la folla esultante, il leader egiziano annunciò che per troppo tempo le risorse del canale erano confluite nelle tasche degli occidentali. Il canale e la sua Compagnia vennero perciò trasformati in una proprietà dello Stato egiziano a cui dovevano andare tutti i proventi.
Disse Nasser: «Oggi siamo tutti qui per porre assolutamente fine a un passato sinistro e se ci rivolgiamo verso questo passato è unicamente allo scopo di distruggerlo. Non permetteremo che il canale di Suez sia uno Stato nello Stato. Oggi il canale di Suez è una società egiziana le cui azioni sono possedute dall’Inghilterra per il 44 per cento. L’Inghilterra ha goduto fino a oggi dei benefici di queste azioni. Il reddito del canale, nel 1955, è stato valutato a 35 milioni di lire egiziane cioè a 100 milioni di dollari: di tale somma ci è stato attribuito solo un milione di lire egiziane, vale a dire 3 milioni di dollari. Ecco dunque la società egiziana, creata per il benessere dell’Egeo secondo quanto proclamava l’Atto di concessione! La povertà non è un disonore; lo è lo sfruttamento dei popoli. Ci riprendiamo tutti i diritti perché questi fondi sono nostri e questo canale è proprietà dell’Egitto. La Compagnia è una società anonima egiziana e il canale fu aperto grazie alle fatiche di 120.000 egiziani, che trovarono la morte durante l’esecuzione dei lavori. Sotto il nome di Società del canale di Suez, di Parigi, si nasconde solo uno sfruttamento. Noi costruiremo la diga e otterremo tutti i diritti che abbiamo perduto. Manteniamo le nostre aspirazioni e i nostri desideri. I 35 milioni di lire egiziane che la Compagnia incassa ce li prenderemo per il benessere dell’Egitto. Oggi dunque dichiaro, cari cittadini, che costruendo la diga edificheremo una fortezza d’onore e di gloria. Dichiariamo che tutto l’Egitto è un solo fronte unico e un blocco nazionale inseparabile. Tutto l’Egitto lotterà fino all’ultima goccia di sangue per la costruzione del Paese».
Le cancellerie degli Stati economicamente e politicamente più coinvolti andarono in preda al panico. Contro il Raʾīs egiziano l’Occidente scatenò un’isterica campagna di stampa: mentre la nazionalizzazione della Compagnia del Canale veniva equiparata alla militarizzazione della Renania o all’Anschluss o all’annessione del Sudeti, Nasser era bollato come «fantoccio sovietico», «fascista», «Hitler del Nilo»; ma questi ultimi epiteti conseguivano presso le masse arabe l’effetto contrario a quello desiderato da chi li aveva coniati, sicché la popolarità del Raʾīs ne usciva rafforzata.
Contemporaneamente gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia studiavano le possibili soluzioni della crisi: o rovesciare Nasser con un colpo di Stato sostenuto da un intervento militare e insediare al Cairo un governo fantoccio, o esercitare pressioni per indurlo ad accettare che il Canale venisse controllato da un ente internazionale.
Prevalse, a Londra e a Parigi, l’idea della guerra. Mentre i rappresentanti egiziani discutevano pazientemente alle Nazioni Unite e si manifestavano disposti ad una soluzione di compromesso che sarebbe stata firmata a Ginevra alla fine di ottobre, i governi inglese e francese guadagnavano tempo, per preparare in segreto l’aggressione armata.
Gli Stati Uniti non erano d’accordo con questa opzione, perché non intendevano lasciare ai due Stati europei uno spazio d’azione nel Terzo Mondo: il colonialismo di vecchio stampo, doveva essere archiviato per sempre e sostituito dal neocolonialismo fondato sull’egemonia finanziaria.
L’intesa franco-britannica si allargò anche verso lo Stato d’Israele, che assisteva preoccupato da molto tempo alla crescita della potenza militare egiziana. Parigi cominciò fin dai primi di agosto a rifornire Tel Aviv di considerevoli quantitativi d’armi, violando in tal modo quel patto tripartito del 1950 con cui Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna si erano impegnati a mantenere l’equilibrio militare tra Egitto e lo Stato d’Israele.
Nella notte tra il 29 e il 30 ottobre, mentre l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale era monopolizzata da quanto stava avvenendo in Ungheria, Israele – adducendo come motivazione, che nella striscia di Gaza operavano terroristi i quali programmavano attentati – invase il Sinai e una volta inflitte gravi perdite all’esercito egiziano, marciò speditamente verso il canale. Gran Bretagna e Francia finsero di presentare un ultimatum per costringere le parti ad arrestarsi e, al prevedibile rifiuto di Nasser, passarono all’attacco. Il 31 ottobre l’aviazione franco-britannica bombardò gli aeroporti egiziani e i sobborghi del Cairo. Il 5 novembre le truppe coalizzate europee sbarcarono a Porto Said e procedettero velocemente verso sud, lungo il canale in direzione delle città di Suez e di Ismailiyya.
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La crisi di Suez fu un conflitto che nel 1956 caratterizzò l’occupazione militare del canale di Suez da parte di Francia, Regno Unito ed Israele, a cui si oppose l’Egitto. La crisi si concluse quando l’Unione Sovietica minacciò di intervenire al fianco dell’Egitto e gli Stati Uniti, temendo l’allargamento del conflitto, costrinsero britannici, francesi ed israeliani al ritiro. Fu un conflitto ricordato dagli storici per varie particolarità: per la prima volta Stati Uniti e Unione Sovietica si accordarono per garantire la pace; per la prima volta il Canada s’espresse e agì in contrasto verso il Regno Unito; fu l’ultima invasione militare del Regno Unito senza l’avallo politico degli Stati Uniti, segnando secondo molti la fine dell’Impero britannico; allo stesso modo, fu l’ultima invasione militare della Francia e quindi ultimo atto dell’impero coloniale francese; e fu infine una delle poche volte in cui gli Stati Uniti furono in disaccordo con le politiche d’Israele.

L’opinione pubblica mondiale, rappresentata all’Onu, dimostrò subito grande ostilità nei confronti della guerra e condannò l’aggressione tripartita all’Egitto. La Siria e la stessa Arabia Saudita sospesero le forniture di petrolio agli aggressori. L’India prese in considerazione l’idea di uscire dal Commonwealth. L’Unione Sovietica minacciò un intervento nucleare. Gli Stati Uniti videro nell’azione franco-britannica e israeliana un motivo di grave turbativa della delicata situazione strategica del Medio Oriente che miravano a controllare. La Gran Bretagna e la Francia, isolate, furono perciò costrette ad accettare il cessate il fuoco imposto dall’Onu e quindi a ritirare – umiliate – le loro truppe. Israele oppose maggiore resistenza, ma infine nei primi del 1957, abbandonò il Sinai e Gaza. Nell’aprile del 1957 il canale fu riaperto alla navigazione e, contrariamente alle aspettative degli europei, gli egiziani si rivelarono perfettamente in grado di gestirne il traffico e di pilotare le navi. I proventi del canale costituirono da allora in poi, insieme al turismo e allo sfruttamento del petrolio del Sinai, una delle voci più importanti dell’economia nazionale.
L’Egitto aveva subito una sconfitta militare, ma Nasser aveva raccolto uno straordinario successo politico, emergendo come il leader incontrastato del mondo arabo.
Oltre ad aver segnato la sconfitta delle ambizioni imperiali europee in Africa e in Asia e accelerato il processo di indipendenza delle nazioni ancora soggette al dominio coloniale, la guerra di Suez del 1956 ebbe come fondamentale conseguenza il rafforzamento dei legami tra l’Egitto e l’Unione Sovietica che si impegnò a rifornire d’armi il regime di Nasser e ad aiutare tecnicamente e finanziariamente  – attraverso prestiti concessi a condizioni più che vantaggiose – i piani di sviluppo economico, in primo luogo i lavori per la diga di Assuan.
Nel 1954, un colpo di Stato aveva portato al potere in Siria Shukrī al-Quawatlī, appoggiato dalla sinistra. Questi aveva subito dimostrato particolari simpatie per l’Urss e aveva preso le distanze dagli Stati Uniti. Nel 1957 il partito Baʿath aveva trionfalmente vinto le elezioni. A Damasco le condizioni sembravano particolarmente propizie, per stringere un legame privilegiato con l’Egitto rivoluzionario di Nasser, eroe del mondo arabo. L’idea di un’unione organica con i siriani tuttavia non entusiasmava il Raʾīs, il quale non aveva nessuna ambizione a governare gli affari interni del paese, tanto meno accollarsene i problemi. Quel che il leader egiziano propugnava era piuttosto la «solidarietà araba», intendendo con essa che gli arabi dovessero allearsi con lui e spalleggiarlo nella lotta contro le grandi potenze. Lo attraeva l’idea di controllare la politica estera siriana per tenere sotto scacco i suoi nemici, sia arabi che occidentali.
Alla fine comunque Nasser si renderà conto che, se voleva la rosa, avrebbe dovuto prendersi anche tutte le spine. Il 1 febbraio 1958 fu annunciata ufficialmente l’unione tra Siria ed Egitto che prese il nome di Repubblica araba unita (RAU) presieduta dal leader egiziano.
Il Raʾīs mise in piedi una struttura al contempo autoritaria e malferma. Tutte le decisioni venivano prese al Cairo, mentre a Damasco il potere venne lasciato nelle mani di un insulso colonnello della polizia, Abdel Hamed Sarraj, nominato ministro dell’Interno. La capitale siriana venne ridotta a un semplice capoluogo di provincia e le ambasciate estere presenti in città furono chiuse. Gli affari dell’unione, decretò Nasser, sarebbero stati gestiti da un gabinetto centrale del quale avrebbero fatto parte anche due siriani, mentre gli affari interni di Egitto e Siria, ribattezzati rispettivamente Regione Meridionale e Regione Settentrionale della RAU, sarebbero stati affidati a consigli esecutivi locali. Le due regioni avrebbero inviato a loro volta i propri delegati ad un’unica Assemblea generale, con sede al Cairo, composta da 400 egiziani e 200 siriani, ma non liberamente eletti bensì nominati da Nasser stesso. Quando il 28 settembre 1961 la Siria si separò dall’unione con un golpe di destra – spalleggiato da Giordania e Arabia Saudita oltre che dalla grande borghesia siriana, spaventata dall’ondata di nazionalizzazioni decretata quell’anno da Nasser – , nessuno in tutto il paese sparò un colpo in difesa della RAU.
La secessione della Siria fu vissuta da Nasser come uno smacco personale, come il segno del fallimento di una politica – a suo avviso – generosa. Non si rese conto che fu proprio il suo spirito accentratore e dispotico a provocare la fine di quell’esperimento politico. Egli tuttavia non volle seppellire il riferimento alla Repubblica araba unita che rimase il nome ufficiale del solo Egitto fino alla fine della sua presidenza (e oltre).
Nel settembre 1962 scoppiò nello Yemen una insurrezione militare, che proclamò la repubblica. Nasser appoggiò il capo degli insorti il colonnello Sallāl e in suo aiuto mandò armi e truppe, impegnandosi in una lunga ed estenuante lotta con le forze rimaste fedeli all’imam Muḥammad al-Badr che godevano dell’appoggio dell’Arabia Saudita e della Giordania. Nel 1964 venne promulgata una nuova costituzione che portò all’elezione di un’Assemblea nazionale formata da membri dell’Unione Socialista Araba, l’unica organizzazione politica riconosciuta.
A metà degli anni sessanta si moltiplicarono gli incidenti tra Israele da un lato e Siria e Giordania dall’altro. Ciò spinse Nasser ad agire. Nel maggio 1967 richiese il ritiro delle forze dell’ONU (poste a schermo tra Israele ed Egitto) e chiuse lo stretto di Tiran alla navigazione israeliana. Il 31 maggio il Re di Giordania firmò un accordo di difesa con il Cairo. Israele reagì il 5 giugno, radendo al suolo gran parte dell’aviazione egiziana. Cominciò così la guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno), che per l’Egitto si risolse in un disastro: Israele occupò la totalità del Sinai e dei suoi pozzi petroliferi. Nasser si assunse le responsabilità della sconfitta e offrì le proprie dimissioni che furono però respinte a furor di popolo.
La disastrosa disfatta militare degli arabi nel 1967 è stata cruciale per la storia del Medio Oriente. Ha segnato contemporaneamente la fine del nasserismo e il definitivo consolidamento di Israele. Ha determinato uno dei problemi di più difficile soluzione della storia delle relazioni internazionali del XX secolo: quello dell’indipendenza e dell’identità del popolo palestinese, problema la cui apparente irrisolvibilità è a tutt’oggi ben nota. Ha indirettamente alimentato lo sviluppo del radicalismo islamico, sia nei territori occupati da Israele sia, più globalmente, in tutto il mondo arabo. È proprio in risposta all’esaurirsi della spinta ideale del socialismo «laico» di Nasser che, prima in Egitto e poi nel resto del mondo musulmano, si sviluppò, e attecchì il cosiddetto fondamentalismo islamico contemporaneo.
La sera del 28 settembre del 1970, Nasser, vittima del diabete e del superlavoro, ebbe una terza crisi cardiaca e morì nella sua casa di Manshiyyat el-Bakri, a 52 anni. Il suo corpo venne trasportato nella vecchia sede del consiglio della rivoluzione, il palazzo al-Qubbah. I funerali furono imponenti e gli osservatori ne rimasero impressionati: milioni di egiziani seguirono il feretro in lacrime, sconvolti da un dolore senza dubbio sincero. Con lui moriva, nonostante i limiti della sua azione, un uomo che aveva sfidato l’arroganza delle potenze coloniali e che aveva incarnato il riscatto del mondo arabo dinnanzi all’Occidente.
Il vicepresidente Anwar al-Sādāt prese il posto di Nasser, successione approvata dal referendum dell’ottobre 1970. Nato nel 1918 come il suo predecessore, durante la Seconda guerra mondiale aveva avuto a che fare con delle spie tedesche e aveva trascorso qualche tempo in carcere per aver progettato di uccidere alcuni collaboratori filo-britannici. Nel 1952 era stato lui ad annunciare al mondo la rivoluzione degli Ufficiali liberi. Nel 1971 la denominazione RAU, mantenuta anche dopo il 1961, fece posto a quella di Repubblica araba d’Egitto. Lo stesso anno Sadat destituì il suo maggior rivale Ali Sabri, difensore dell’ortodossia nasseriana (in seguito sarà incarcerato). Cominciò anche a correggere alcuni provvedimenti del suo predecessore: vennero restituiti, almeno in parte, i beni confiscati dopo il 1961. E nel 1972, in segno di distensione nei confronti dell’Occidente, cacciò dal paese i consiglieri militari sovietici.
Intanto in Siria, il 16 novembre del 1970, Hāfiz al-Assad aveva preso il potere destituendo Ṣalāḥ Jadīd. Il nuovo presidente era deciso più che mai nel recuperare i territori perduti nella Guerra dei Sei Giorni e riscattare l’immagine del proprio paese dopo vent’anni di continue umiliazioni da parte degli israeliani. Mentre cercava le armi per combattere, Assad trovava nell’Egitto di Sādāt, l’alleato naturale e privilegiato per sconfiggere Israele. Agli inizi del 1971 il presidente siriano e il suo omologo egiziano iniziarono così a elaborare una serie di piani per un attacco congiunto sino ad arrivare all’agosto del 1973, quando nel quartier generale della marina egiziana di Raʾs at-Tin, si tenne una riunione segreta del Consiglio supremo delle forze armate siro-egiziane.
In quell’occasione le più alte cariche dei due eserciti firmarono il documento formale in cui si impegnavano a muovere guerra nel prossimo autunno. Ulteriori consultazioni fissavano la data e l’ora: il 6 ottobre alle 14.00.
In realtà Siria ed Egitto avevano obiettivi assai divergenti: Assad voleva la guerra perché era convinto che ogni colloquio con Israele non avrebbe portato a nessuna restituzione dei territori occupati; Sādāt invece voleva il conflitto per aver maggior potere negoziale al tavolo della trattativa separata che già conduceva (apertamente, ma anche segretamente) con Tel Aviv tramite la mediazione americana. Per Damasco si trattava di una guerra di liberazione, per il Cairo era una mossa essenzialmente politica per rilanciare la propria diplomazia. Entrambi avevano bisogno l’uno dell’altro, e Sādāt sapeva bene che Assad si sarebbe rifiutato di combattere se lo scopo comune non fosse stato la liberazione del Sinai e del Golan. Il presidente egiziano scelse così di non rivelare le sue vere intenzioni al collega siriano, mentre quest’ultimo, troppo preso dai suoi obiettivi di guerra, non si poneva nemmeno il problema di quel che sarebbe potuto accadere dopo la fase bellica, né si garantì una rete diplomatica di sicurezza in caso di insuccesso.
In questo contesto, il 6 ottobre 1973 ebbe inizio la Guerra d’Ottobre (anche detta del Ramadan o dello Yom Kippur perché iniziata in concomitanza con le omonime festività musulmana ed ebraica): il massiccio attacco congiunto siro-egiziano colse di sorpresa i militari e i dirigenti israeliani, e mentre da nord i siriani riuscirono ad avanzare fino a conquistare importanti posizioni (compresa la vetta del Monte Hermon/ash-Shaykh), da sud, gli egiziani, si arrestarono subito dopo attraversato il Canale di Suez.

Nella foto centrale Moshe Dayan: generale e politico israeliano. Dopo la morte di Levi Eshkol, nel 1969, divenne primo ministro Golda Meir. Dayan, rimase al dicastero della difesa. Era ancora in carica quando, il 6 ottobre 1973, iniziò la Guerra del Kippur. I primi due giorni di guerra furono traumatici per Israele. Dayan porta indubbiamente alcune responsabilità nelle sconfitte iniziali. Assieme alle altre massime autorità civili e militari, aveva sottovalutato i segnali d’allarme che provenivano da diverse fonti. Si era rifiutato di mobilitare le Forze di Difesa Israeliane per lanciare un attacco preventivo contro Egitto e Siria, in quanto credeva che le stesse IDF avrebbero potuto vincere con facilità anche se gli arabi avessero attaccato per primi. Dopo le pesanti sconfitte dei primi due giorni di guerra, le ottimistiche idee di Dayan cambiarono radicalmente. Fu sul punto di annunciare “la caduta del Terzo Tempio” ad una conferenza stampa, dimenticandosi di parlarne prima con la Meir. Cominciò anche a parlare apertamente di usare armi di distruzione di massa contro gli arabi. Riuscì comunque a recuperare il controllo della situazione e condurre la guerra fino alla vittoria finale. Anche se la Commissione Agranat, sorta per indagare su quanto non aveva funzionato nella guerra dell’ottobre 1973, non attribuì responsabilità particolari alla dirigenza politica del paese, a cui Dayan apparteneva, un’ondata di proteste da parte dell’opinione pubblica costrinse lui e Golda Meir a dimettersi.

Sādāt infatti decise di non avanzare nel Sinai, come invece si aspettava la Siria, la quale si troverà a combattere da sola per un’intera settimana, soccombendo alla fine ad Israele. Quest’ultimo infatti non dovendo più preoccuparsi di difendere i suoi confini meridionali poté concentrarsi interamente su quelli settentrionali costringendo le truppe di Damasco alla ritirata fino alle linee del 1967 e, in seguito anche al di là di esse.
Nonostante l’arrivo di alcuni reparti iracheni, seguiti il giorno dopo da quelli sauditi e giordani, le forze siriane erano ormai allo sbando e i militari israeliani arrivarono a solo 35 km da Damasco, oltre venti chilometri più avanti delle linee della tregua del 1967. Dopo numerosi appelli inascoltati alla tregua – il 22 ottobre la risoluzione 338 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu chiedeva l’applicazione in tutte le sue parti della 242 del 1967 – e l’intervento diretto di Mosca e Washington (gli Usa dichiararono l’allarme generale atomico di terzo grado), il 25 ottobre venne firmato un primo cessate il fuoco.
Muhammad Heikal, confidente di Sādāt, avrebbe in seguito dichiarato che la scelta di non avanzare sino ai passi del Sinai presa dal presidente egiziano fece perdere al paese un’occasione storica: «Sono convinto – disse Heikal – che se avessimo raggiunto ed occupato i passi, l’intero Sinai sarebbe stato liberato, ed una simile vittoria avrebbe trascinato con se incalcolabili conseguenze politiche».
Nel 1973 Il Cairo ristabilì le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte nel 1967, i quali intendevano facilitare i negoziati tra Egitto e Israele. Nel 1975 gli egiziani rioccuparono la parte occidente del Sinai e il Canale venne riaperto.
L’apertura economica (infitāh) e l’abbandono graduale delle opzioni socialiste, contraddistinsero l’opera di denasserizzazione dell’epoca di Sādāt. La svolta ebbe avvio nella primavera del 1974 e proseguì nel 1977. Furono approvate alcune leggi che promossero gli investimenti mettendo fine al monopolio del sistema bancario. Si cercò di facilitare la circolazione del denaro consentendo di acquistare valuta estera per mezzo della valuta locale. Le transazioni commerciali, vennero stimolate ricorrendo alla diminuzione o addirittura all’abolizione dei carichi fiscali e doganali. Vennero create enclave extraterritoriali per favorire la presenza di investitori europei e americani.
I risultati economici dell’apertura furono però modesti, se non addirittura negativi. La liberalizzazione del mercato portò contemporaneamente sia a un incremento delle importazioni e dunque al deficit della bilancia dei pagamenti, sia al vertiginoso aumento dell’inflazione, che raggiunse il 40 per cento. Per quanto riguarda il deficit della bilancia dei pagamenti, esso fu di 833 milioni di dollari nel 1974 ma di ben 3.166 milioni di dollari nel 1976. Le richieste di nuovi beni con le connesse difficoltà di approvvigionamento condussero ad un fiorente mercato nero. Inoltre, l’Egitto divenne strettamente dipendente dall’aiuto esterno per riequilibrare il debito; e la dipendenza economica non poteva che risolversi in dipendenza politica. L’inflazione provocò un divario tra la crescita dei prezzi e quella dei salari che, formalmente aumentati, in realtà diminuirono perdendo potere d’acquisto. La speculazione e la concorrenza provocarono la nascita di una ristretta élite di milionari (pare circa 500 già alla fine del 1975) corrotti e rapaci, spregiativamente chiamati «gatti grassi». A fronte dei nuovi ricchi, la situazione delle masse peggiorò sensibilmente, soprattutto nelle campagne.
Nel gennaio del 1977, in seguito alla decisione del governo di tagliare drasticamente i sussidi governativi alle famiglie povere per poter ottenere nuovi prestiti dal Fondo monetario internazionale, una rivolta cieca e distruttiva, innescata dagli studenti – che subito mobilitò i disperati delle baraccopoli -, esplose da Alessandria al Cairo sino all’Alto Egitto. La violenza dei moti convinse il presidente a far intervenire l’esercito insieme alla polizia. La repressione fu durissima: si ebbero settantanove morti (ufficiali), circa mille feriti e millecinquecento arresti.
Per logorare la sinistra egiziana e quella base nasseriana, che continuavano a godere di consensi fra le fasce più povere della popolazione, Sādāt decise di sfruttare il fondamentalismo religioso. È in tale ottica che nel 1971 aprì le porte delle prigioni per liberare i Fratelli Musulmani precedentemente incarcerati da Nasser. Il movimento fondato da Ḥasan al-Bannā poteva così ricominciare una lenta ricostruzione, e rimodellare la propria ideologia in funzione delle esperienze acquisite. I Fratelli Musulmani rilasciati dalle carceri si rivelarono buoni alleati di Sādāt sostenendone la politica di infitāh, che doveva ai loro occhi rappresentare una opportunità di cogliere per la costruzione di una società islamica. Dal 1976 con il placet del regime, ripresero in maniera sistematica la pubblicazione della rivista «al-Daʿwa», dalla quale diffonderanno il loro messaggio.
Il condizionamento della scelta «islamica» di Sādāt sulle istituzioni fu notevole. Nel 1978 venne promulgata la cosiddetta «legge della vergogna»: un testo grazie al quale venivano istituiti tribunali per la salvaguardia della morale pubblica, che potevano giungere a emettere sentenze molto pesanti, fino a privare il colpevole dei diritti politici. Si ravvivò così l’antica pratica della legge islamica della hisba: si tratta del dovere comunitario di «ordinare il bene e proibire il male» che, oltre a prevedere l’istituzione di un funzionario (il muhtasib), responsabile della moralità pubblica, del controllo dei divertimenti e della correttezza delle transazioni commerciali, vincola il singolo individuo a correggere il «peccatore», eventualmente attraverso esposti ai tribunali ordinari. Gli emendamenti alla Costituzione nel 1980 prevedevano che la sharīʿa diventasse la fonte primaria del diritto; mentre nella Costituzione del 1971 era solo una delle fonti principali.
Nel 1977 Sādāt si recò a Gerusalemme – iniziativa condannata da tutti i paesi arabi – secondo i quali il successore di Nasser si era macchiato di tradimento. Tale decisione lo avrebbe portato direttamente nella tomba. Nella Knesset, il presidente egiziano ascoltò in silenzio Menachem Begin rievocare l’antica storia della nascita di Israele, di Davide e Golia, del minuscolo stato che si batteva contro giganti per la propria sopravvivenza. Se il silenzio significava assenso, allora il mondo arabo aveva visto Sādāt acconsentire al riconoscimento dello Stato di Israele. «Ha parlato al mondo dal parlamento del suo nemico» scrisse all’epoca il giornalista inglese Robert Fisk sull’Irish Times. «Ma non ha detto se pensa, sedendosi con gli israeliani, di aver anche firmato la sua condanna a morte».
Nel settembre 1978, infine, gli accordi di Camp David, sotto l’egida del presidente americano Jimmy Carter, stabilirono i termini di un trattato di pace separata, firmato a Washington. L’accordo consisteva fondamentalmente nella restituzione del Sinai all’Egitto (che però non avvenne subito, ma nel giro di tre anni, visto che solo nel 1982 le ultime truppe israeliane abbandonarono la penisola); nell’avvio di normali relazioni diplomatiche tra i due paesi; nella garanzia della vendita a Israele per quindici anni del petrolio del Sinai. La pace con lo stato ebraico ebbe tuttavia il suo prezzo: l’Egitto venne escluso dalla Lega araba, che trasferì a Tunisi la propria sede e cessarono gli aiuti finanziari arabi.
Il 6 ottobre 1981, durante una parata militare per ricordare l’inizio della guerra del Kippur contro Israele, tre soldati infiltrati si staccarono dal corteo, gettarono tre granate verso il palco e spararono contro il presidente. Sādāt fu crivellato di proiettili e morì quasi subito. Gli attentatori erano legati al movimento integralista Al-Jihād di ʿAbd al-Salām Faraj e guidati dal tenente Khāled al-Islambulī, condannato a morte un anno dopo. Il vicepresidente dell’Egitto, Ḥosnī Mubārak, rimase ferito e, dopo l’attentato a Sādāt, ne prese il posto.
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Nella prima foto a sinistra Golda Meyer dialoga con Muḥammad Anwar al-Sādāt, durante la prima visita a Gerusalemme del leader egiziano. La seconda immagine è scattata pochi secondi dopo l’attentato fatale al primo ministro egiziano, da parte degli esponenti del partito Al-Jihād di ʿAbd al-Salām Faraj.

Contrariamente a quanto era avvenuto con Nasser non ci furono manifestazioni di emozione o di cordoglio popolare per la morte del suo successore. Il popolo egiziano aveva così implicitamente condannato la politica di Sādāt.
A Sādāt succedette il vicepresidente Ḥosnī Mubārak, già comandante in capo dell’aviazione. Mubārak cercò prima di tutto di preservare la stabilità del paese e la sua stessa posizione: verrà riconfermato presidente nel 1987, nel 1993, nel 1999 e nel 2005. Mantenne i legami militari ed economici con gli Stati Uniti, ma riallacciò anche i rapporti con i paesi arabi: nel 1989 il paese rientrò nella Lega araba. Nel 1991 impegnò l’Egitto nella guerra del Golfo, all’interno della coalizione anti-irachena.
Sotto Mubārak si è avuta una continua accelerazione del liberismo economico promosso da Sādāt nonostante le resistenze della burocrazia e dei lavoratori. Sebbene le liberalizzazioni e le privatizzazioni abbiano arginato l’inflazione contribuirono ad aggravare le diseguaglianze sociali: fu la fine dello stato sociale che Nasser aveva tentato di instaurare. Sul piano politico, Mubārak si mostrò inizialmente abbastanza liberale, ma a partire dal 1985 dovette far fronte alle rivendicazioni dell’islamismo radicale. Alla violenza, che crebbe e toccò l’apice negli anni 1992-1997, il regime rispose in modo sempre più brutale. I leader islamisti, per lo più imprigionati, annunciarono una sospensione degli attentati nel 1998. Fino alla fine del regime di Mubārak la vita politica del paese restò dominata, nonostante un pluripartitismo di facciata, dal Partito Nazionale Democratico (al-Ḥizb al-Waṭanī al-Dīmuqrāṭī).
Con i moti di Piazza Taḥrīr che, nel febbraio 2011, portarono al rovesciamento di Mubārak, il movimento della Fratellanza Musulmana ha acquisito una grande forza, che lo ha portato, in seguito, a vincere le elezioni godendo dei favori degli USA. 

Muḥammad Mursī nel suo periodo di governo ha applicato i dettami del Fondo monetario internazionale con una politica anti-popolare e repressiva contro tutte le forme di crescente mobilitazione e organizzazione del proletariato egiziano. La disuguaglianza nei salari è continuata a crescere mentre le condizioni di vita dei settori popolari sono continuate a peggiorare. Il numero della popolazione egiziana che viveva con meno di due dollari al giorno è passata dal 20 per cento del 2005 al 40 per cento nel 2012.

La disoccupazione, colpiva soprattutto la popolazione giovanile salendo dal 9,7 per cento nel 2009 al 13 per cento nel 2013. Nel frattempo il rallentamento economico dell’economia egiziana ha raggiunto il 2,2 per cento, mentre l’inflazione è aumentata del 10 per cento. La delusione delle aspettative popolari egiziane riposte nel governo islamista, con un peggioramento delle condizioni di vita e un aumento dei prezzi dei beni essenziali, ha spinto il paese verso una rinascita delle proteste sociali in Egitto. Una parte importante delle mobilitazioni si è verificata proprio nei centri di lavoro con un incessante incremento degli scioperi. Nel 2012, anno in cui ha assunto l’incarico Mursī, si sono svolti in Egitto circa 3400 proteste di carattere socio-economico, con il governo della FM che non ha esitato a reprimere con maggiore durezza di Mubārak i movimenti operai e sindacali. Decine e decine di arresti sono stati operati contro i dirigenti sindacali con la proclamazione di una legge anti-sciopero basata su quella attuata dai colonialisti britannici per sopprimere la rivolta del 1919. Al fianco delle politiche anti-operaie e anti-popolari, venne imposta una riforma costituzionale mirata all’islamizzazione delle istituzioni dello Stato e della società. La nuova Costituzione, sospesa in seguito al colpo di Stato del luglio 2013, riproponeva la conservazione dell’articolo 2 così come formulato nel 1971 e riformato nel 1980: «L’Islam è la religione dello Stato, l’arabo la lingua ufficiale, i principi della sharīʿa sono la principale fonte della legislazione». A tale norma si aggiungeva, in maniera del tutto inedita, come frutto della negoziazione tra i Fratelli Musulmani e i Salafiti, una nuova disposizione. Si trattava del famigerato art. 219, il quale enucleava una nozione esplicita dei principi della sharīʿa, definendoli, in maniera ampia e generica come l’insieme delle sue fonti fondamentali, dei principi tratti dalle fonti (usul) e dal fiqh, nonché dalle altre fonti riconosciute dalle scuole giuridiche sunnite. Inoltre, per la prima volta nella storia costituzionale dei paesi islamici, veniva attribuita una funzione di interpretazione della legge sacra, in via esclusiva all’Università teologica di al-Azhar. Sul piano internazionale il governo Mursī ha sostenuto «materialmente e moralmente» la guerra contro la Siria, chiedendo l’attuazione della no-fly zone sopra il territorio siriano (proponendo l’aviazione egiziana a svolgere tali operazioni), denunciando l’intervento del Hezbollah sciita libanese al fianco del popolo siriano e del governo Assad e chiedendo per quest’ultimo il giudizio «per crimini di guerra».
Da questi fattori nacque la grande mobilitazione unitasi nel movimento Tamàrrud (che in arabo significa ribellione), che ha raccolto più di 22 milioni di firme contro Mursī in tutti i settori e classi della società egiziana, anche all’interno di istituzioni e organismi statali in tutte le regioni del paese. Da qui la rivolta che ha portato in piazza 30 milioni di persone in tutto l’Egitto a cavallo tra giugno e i primi di luglio del 2013 e che ha visto la risposta di massa della classe media e in parte minore della classe operaia. Il 3 luglio del 2013, le Forze Armate egiziane hanno risposto alle richieste del popolo, rovesciando il governo Mursī e prendendo in mano la guida del paese.
Ciò ha posto Stati Uniti e UE in seria crisi, in quanto per la prima volta in 40 anni l’Esercito egiziano è andato in una direzione opposta rispetto alle volontà di Washington. Il ruolo e la posizione geo-strategica fondamentale dell’Egitto, fa si che nessuna potenza imperialista può permettersi di perdere la sua influenza e controllo su questo paese.
Alcune cifre ci aiutano a capire: gli investimenti di capitali degli Stati Uniti verso l’Egitto ammontano a circa 1.400 milioni di dollari ai quali si aggiungono i 1.300 milioni di dollari che ogni anno vengono versati all’esercito egiziano. L’Unione Europea fornisce inoltre aiuti con un potenziale che può raggiungere i 5.000 milioni di dollari di esborso totale. Il FMI ha concesso un prestito di 4.800 milioni di dollari e la Banca Mondiale ha «donato» 6.000 milioni di dollari.
Nessuno dei principali attori politici, militari e sociali in campo in Egitto può pertanto esser considerato immune dall’influenza delle potenze imperialiste. A seguito del rovesciamento di Mursī e la formazione del governo di transizione «controllato» dall’Esercito, Washington e Bruxelles non hanno condannato tale atto come «colpo di stato» con tutte le conseguenze giuridiche che ne sarebbero conseguite, ma hanno riconosciuto il nuovo governo cercando di mantenere la propria forte influenza sull’Egitto, intervenendo direttamente per la mediazione verso i Fratelli Musulmani e Mursī ed adoperando pressioni sull’esercito affinché non intervenisse contro la Fratellanza Musulmana in piazza.
Mediazione che ha solo rimandato lo scontro dei Fratelli Musulmani con il corpo militare egiziano. Il primo atto seguito all’offensiva delle Forze Armate e del governo di transizione sono state le dimissioni dalla carica di vicepresidente di El-Baradei, uomo USA (da molti considerato l’individuo che avrebbe dovuto guidare il governo di transizione), principale leader del campo liberale anti-Mursī. A questo punto la Casa Bianca annunciò il blocco delle esercitazioni con l’Esercito egiziano e i governi europei accusarono i militari e minacciarono la rivalutazione degli aiuti. La Turchia si schierò con i Fratelli Musulmani contro l’Esercito. L’Arabia Saudita rispose alle minacce di sanzioni degli USA e dell’UE nei confronti dell’Egitto, assicurando ai militari il proprio intervento per colmare le perdite. Il Generale al-Sisi rifiutò le chiamate di Obama. L’uomo degli USA, El-Baradei venne posto sotto accusa di tradimento. L’UE decise di bloccare le forniture all’Esercito egiziano e discusse su possibili «ripensamenti» inerenti gli aiuti economici.
L’atteggiamento ostile dell’Occidente nei confronti della giunta militare egiziana ha spinto il presidente Abd al-Fattah al-Sisi a rivolgersi alla Russia di Putin. Mosca e il Cairo il 19 novembre 2015 hanno firmato un accordo intergovernativo per l’utilizzo di tecnologie russe e del loro impiego nella costruzione della prima centrale elettronucleare nella regione di El-Dabaa affacciata sul mar Mediterraneo, e un ulteriore accordo sulle condizioni del prestito Russo. L’importo del prestito sarà di 25 miliardi di dollari. Grazie all’intesa con l’Egitto, Putin potrebbe riuscire a realizzare il grande obiettivo del nazionalismo russo: lo sbocco sul Mediterraneo, mai riuscito all’Urss, ma che è ora alla portata di Mosca.
Con la sconfitta di Hillary Clinton, artefice della scalata dei Fratelli Musulmani al potere e l’arrivo del magnate newyorkese Donald Trump alla Casa Bianca, i rapporti tra Washington e il Cairo potrebbero migliorare. La vittoria del tycoon è un’ottima notizia per al-Sisi, che avrà mano libera nella repressione degli oppositori interni e un margine di manovra più ampio in politica estera.
È cominciata una nuova guerra fredda fra Stati Uniti e Russia e in questo scenario l’Egitto potrebbe esserne, come lo fu all’epoca di Nasser, uno dei principali teatri.

 

Per approfondimenti:
_Massimo Campanini, Storia dell’Egitto contemporaneo. Dalla rinascita ottocentesca a Mubarak, Edizioni Lavoro, Roma 2005.
_Bruno Aglietti, L’Egitto dagli avvenimenti del 1882 ai nostri giorni, Ipocan, Roma 1965.
_Paolo Minganti, L’Egitto moderno, Sansoni, Firenze 1959
_Guido Valabrega, Il Medio Oriente. Aspetti e Problemi, Marzorati editore, Milano 1980.
_Jean Lacouture, Nasser, Editori Riuniti, Roma 1972
_Maurice Bardèche, I Fascismi sconosciuti, Ciarrapico, Roma 1969.
_Il programma del Partito “Giovane Egitto”, in Oriente Moderno, Anno 18, Nr. 9 (Settembre 1938), pp. 491-494. Consultabile all’url: http://www.jstor.org/stable/25810190
_Gamāl ʿAbd al-Nasser, Filosofia della Rivoluzione, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2011.
_Jack Damal e Marie Leroy, Nasser. La vita, il pensiero, i testi esemplari, Sansoni, Firenze 1970.
_Gianfranco Peroncini, La guerra di Suez, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1986.
_Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, BUR, Milano 2003.
_Patrick Seale, Il leone di Damasco. Viaggio nel ‘Pianeta Siria’ attraverso la biografia del presidente Hafez al Assad, Gamberetti, Roma 1995.
_Robert Fisk, Il martirio di una nazione. Il Libano in Guerra, Il Saggiatore, Milano 2010.

 

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