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L’anarco-individualismo di Stirner nelle radici del pensiero di Hobbes

di Maurilio Ginex  del 16/10/2016

L’anarco-individualismo è una corrente filosofica che ripone al centro di tutto l’individuo singolo. Questo è assorto nel suo individualismo e mosso da un egoismo che lo porta all’interesse esasperato per se stesso a discapito dell’altro.

Max Stirner fu il più importante teorico di tale corrente. L’impostazione della sua filosofia, molto spesso vittima di un’errata interpretazione, gli costò molte accuse.
Venne definito un anarchico senza logica poiché l’errata interpretazione della sua opera non mise in risalto il fatto che all’interno fossero riposti dei precetti etici che potessero perfettamente rispecchiare il mondo terreno.
L’egoismo stirneriano , conosciuto anche come “egoismo etico”, rappresenta una sponda per lo sviluppo della critica mossa a tutto ciò che sta al di fuori dell’egoista ,ovvero l’individuo di Stirner, e a tutto ciò che può ledere alla sua persona.
La sua opera “l’unico e la sua proprietà”, rappresenta esattamente questo scenario in cui “l’unico” rappresenta l’individuo e “la sua proprietà” si identifica con la sua libertà. Quest’ultima non può e non deve essere lesa da niente e il suo nemico principale è rappresentato da quell’insieme di Stato, Chiesa, Liberali e quant’altro che Stirner non si priva di criticare e contro cui muove, con violenza e tenacia come fosse un arma, il diritto di esistere da parte dell’individualismo del singolo.
E’ all’interno della sua autentica filosofia con il martello che il singolo con le sue qualità, doti, caratteristiche ha il diritto di essere libero di agire nel modo migliore in cui crede. Stirner si scaglia anche contro società di stampo comunista che invece cercano di abolire il concetto di singolo, poiché in contrapposizione al loro sistema, autoritario e repressivo, dovrebbero far fronte allo sviluppo di una dissidenza. Però Stirner non fa distinzioni per ideologia o per fazioni politiche ed è proprio in questa sua caratteristica che si riscontra la funzione morale della sua speculazione.
Se dovessimo ritrovarci a fare una storia di quest’idea di egoismo, che muove l’individuo verso la sopravvivenza e la difesa della propria persona nella sua totalità, salterebbe subito alla mente il concetto di uomo analizzato da Thomas Hobbes all’interno dello Stato di natura.

Particolare di copertina del “Leviatano” dove Hobbes espone la propria teoria della natura umana, della società e dello stato. Leviatano È il grande mostro di cui più volte parla la Bibbia. T. Hobbes chiamò così lo Stato politico (Leviathan, 1651), a significare il carattere di un dio mortale che domina i comportamenti umani e tutto decide per loro.

Hobbes giunge alla conclusione che la condizione che vive l’individuo, nello stato di natura, sia quella dell’ “homo homini lupus”. Letteralmente: “l’uomo è un lupo per l’uomo”. In questa constatazione, da contestualizzare all’interno dell’ottica della sua politica, il filosofo spiega come la natura dell’individuo sia fondata sull’istinto di sopravvivenza e sopraffazione sull’altro. Però se da un lato vi è un istinto aggressivo che porta l’uomo a distruggere l’altro per arrivare ai propri fini, allo stesso tempo vi è di fondo il timore di essere vittima dello stesso trattamento. Dunque l’animo umano in Hobbes si trova ad oscillare, contraddittoriamente, tra il sentimento di aggressione e la paura di essere aggredito che fa forza che muove. E’ un continuo “bellum omnium contra omnes”, “guerra di tutti contro tutti”, in cui conta principalmente il concetto di “mors tua , vita mea” (morte tua, vita mia).
I due egoismi filosofici in questione sono da un punto di vista ontologico differenti . Il fine delle due concezioni è il medesimo, ciò che cambia è il mezzo attraverso il quale si giunge a tale fine. Mentre in Stirner vi è di fondo un’etica da seguire che potrebbe presupporre anche un atteggiamento stoico nei confronti dell’altro purchè sia protetta la libertà propria, in Hobbes vi è quel sentimento di aggressività che porta l’uomo, infatti, ad essere un lupo verso l’altro. Se in Hobbes lo stato di guerra che l’individuo vive nei confronti dell’altro può trovare la sua conclusione attraverso la costituzione dello Stato, in Stirner tale costituzione porrebbe fine alla conclusione della libertà individuale.
Queste due concezioni filosofiche e politiche la cui genesi abbraccia due periodi storici differenti, rispettivamente l’Ottocento con Stirner e il Seicento con Hobbes, potrebbero trovare attraverso una corretta analisi un terreno fertile in ciò che è stato il conseguente mondo formatosi con il Postmodernismo. Termine che nel ‘900 venne usato per vari ambiti culturali ma che sta ad indicare quelle società in cui il capitalismo e l’alta finanza si sono estese a livello globale e hanno pervaso ogni struttura e sovrastruttura ricercando soltanto il fine utilitaristico nell’attività del singolo.
Il fine utilitaristico è l’accumulo di denaro e per tale accumulo l’uomo non può che essere un lupo per l’altro uomo. L’ambizione, che porta alla corruzione, genera il sentimento di aggressività di cui Hobbes parla. Ma in questo scenario in cui la competitività genera il vuoto attorno ai singoli, Stirner potrebbe trovare il suo terreno fertile all’interno di quegli individui che vivono una condizione di sottomissione da parte di quelle società che negano il libero arbitrio e recintano il campo d’azione del singolo. Emblematica è la differenza stirneriana tra “rivoluzione” e “ribellione”, in cui la prima rappresenta un modo per capovolgere un sistema e impiantarne un altro e la seconda consiste in un azione mossa da un impeto egoistico determinato dall’insoddisfazione del singolo. Nel concetto di ribellione risiede la morale stirneriana che oggi dovrebbe essere l’identità di quella forza hegeliana che muove il tutto.

 

Per approfondimenti:
_Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà – Edizioni Adelphi
_Thomas Hobbes, Leviatano – Edizioni BUR classici

 

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