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L’affermazione dello stato d’Israele e la cancellazione della Palestina

di Gabriele Rèpaci 11/07/2017

Nel 1947 gli inglesi decisero di rimettere il mandato della Palestina alla neonata ONU – succeduta alla Società delle Nazioni – e in quello stesso anno cominciarono le manovre diplomatiche per costituire una maggioranza favorevole alla costituzione di uno Stato ebraico in Palestina.
Il Segretario Generale dell’ONU incaricò della questione il Primo Comitato dell’Assemblea Generale che a sua volta decise, con 13 voti favorevoli, 11 contrari e 29 astenuti, di incaricare un Comitato Speciale di 11 membri (Australia, Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, India, Iran, Jugoslavia, Olanda, Perù, Svezia, Uruguay) di studiare la questione e riferire all’Assemblea per decidere il destino della Palestina. Gli 11 commissari del Comitato Speciale (UNSCOP) che non avevano nessuna conoscenza della situazione, arrivarono il 14 giugno 1947.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Trygve Lie e membri del Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina (UNSCOP) si riuniscono al Lake Success il 9 gennaio 1948 sulla questione israelo-palestinese.

Durante la loro permanenza nel paese, nel luglio 1947, due cacciatorpediniere britannici intercettarono la nave Exodus con 4.554 immigrati ebrei clandestini diretti in Palestina. I passeggeri, tranne 130, si rifiutarono di sbarcare in Francia e il governo britannico rimandò la nave in Germania. L’episodio della Exodus sollevò una grande emozione e portò l’opinione pubblica, nell’ignoranza della questione palestinese, a sposare la causa sionista e stabilì una correlazione tra il genocidio nazista degli ebrei europei e la creazione di uno Stato ebraico in Palestina.

Exodus 1947 (in ebraico Yetzi’at Eiropa Tashaz, cioè Exodus Europa 5707, dove 5707 è l’anno 1947 secondo il calendario ebraico) è il nome di una nave, anche conosciuta come President Warfield, che nel 1947 fu incaricata di trasportare gli ebrei che partivano illegalmente dall’Europa per raggiungere la biblica Terra di Israele, allora sotto il controllo britannico con l’antico nome romano di Palestina.

Gli 11 commissari dell’UNSCOP, dopo aver ascoltato l’Esecutivo Sionista che presentava una proposta di spartizione della Palestina, partirono per un giro di informazione nei campi di raccolta dei profughi ebrei in Europa.
L’UNSCOP completò il suo rapporto il 31 agosto 1947 e presentò due relazioni. La relazione di maggioranza (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Olanda, Perù, Svezia, Uruguay) presentò un piano di “spartizione con unione economica” che divideva la Palestina in uno Stato arabo, uno Stato Ebraico e una zona internazionale di Gerusalemme sotto la giurisdizione dell’ONU. La superficie dello Stato Arabo Palestinese sarebbe dovuta essere di 4.476 miglia quadrate, pari al 42,88% del totale, e quello dello Stato Ebraico di 5.893 miglia quadrate pari al 56,47%; 68 miglia quadrate (0,65%) avrebbero costituito la zona internazionale. Lo Stato Ebraico avrebbe avuto una popolazione di 498.000 ebrei e 497.000 palestinesi , quello arabo palestinese 725.000 palestinesi e 10.000 ebrei; Gerusalemme 105.000 palestinesi e 100.000 ebrei.
La relazione di minoranza (India, Iran, Jugoslavia) presentò un “piano per lo Stato federale” che prevedeva l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme capitale che avrebbe avuto “un governo federale e due governi nazionali, uno ebraico e uno arabo”.
Per studiare il rapporto dell’UNSCOP, e per guadagnare tempo, si costituì un “Comitato ad hoc” che cominciò i suoi lavori il 25 settembre 1947 e a sua volta nominò, il 22 ottobre 1947, due “Sottocomitati”. Il primo “Sottocomitato” (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Polonia, Sudafrica, Stati Uniti, Uruguay, Russia, Venezuela) raccomandò l’adozione del Piano di spartizione proposto dall’UNSCOP con qualche piccola modifica. Il secondo “Sottocomitato” (Afghanistan, Colombia, Egitto, Iraq, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria, Yemen) chiese invece la Costituzione dei Sottocomitati in modo che rappresentassero tendenze opposte e propose di chiedere il parere della Corte Internazionale di Giustizia prima di prendere una decisione, di risolvere la questione dei profughi ebrei lasciando loro la libertà di scegliere il luogo nel quale vivere e di formare un’assemblea costituente palestinese che garantisse i diritti umani e politici di tutti i cittadini e i diritti delle minoranze.
Il Comitato ad hoc si riunì, il 19 novembre 1947, per esaminare le relazioni dei due Sottocomitati e decise di adottare quella del primo. Infine l’Assemblea Generale si riunì il 24 novembre per discutere del rapporto del Comitato ad hoc che presentò il rapporto del Primo Sottocomitato che riprese quello del Comitato Speciale formato dal Primo Comitato dell’Assemblea Generale. Per raggiungere la maggioranza dei due terzi è stata necessaria una azione concentrata di lobby da parte dei sionisti americani, un’intensa attività dissuasiva statunitense e un energico intervento del rappresentante sovietico. Alcuni membri misero in evidenza la non titolarità dell’ONU di disporre del territorio palestinese. Altri denunciarono le minacce di ripercussioni economiche sui loro Paesi in caso contrario e le pressioni personali a cui sono stati sottoposti.
Il tentativo di dare una parvenza di legalità al costituendo Stato ebraico passò con 33 voti a favore, 13 contrari e 10 astensioni. Il 29 novembre l’Assemblea Generale dell’ONU adottò la risoluzione 181 in cui raccomandava la spartizione del territorio della Palestina secondo il piano proposto dall’UNSCOP.
Questo piano incontrò il favore dei sionisti, ma non dei palestinesi e l’impasse diede il via alle ostilità fra le comunità. Nel maggio 1948 i britannici si ritirarono e contemporaneamente i sionisti proclamarono lo Stato di Israele; questi eventi segnarono un’escalation del conflitto, caratterizzata dallo scontro tra Israele e Stati arabi. All’inizio del 1949, Israele, uscito vittorioso dalla guerra, firmò una serie di armistizi che estero le sue frontiere ben oltre quanto previsto dal piano ONU del 1947.

Da sinistra a destra: Territori riconosciuti a Israele dall’ONU e conquiste del 48-49; mappa della distribuzione della popolazione nel 1946; David Ben Gurion legge a Tel Aviv la proclamazione dello Stato di Israele il 14 maggio.

Il risultato del conflitto fu dunque la fine della Palestina come entità territoriale a sé: tre quarti del territorio del mandato furono occupati da Israele e la Giordania annesse la Cisgiordania, Gerusalemme Est compresa; Gaza, popolata principalmente da profughi, restò sotto il controllo egiziano. Nei successivi venti-trent’anni il conflitto israelo-palestinese fu oscurato dal più vasto conflitto arabo-israeliano, combattuto tra Israele e la coalizione di Stati guidata dall’Egitto, dove nel 1952 gli Ufficiali Liberi (al-Ḍubbāt al-Aḥrār) avevano deposto re Fārūq instaurando la Repubblica. Per i palestinesi il 1948 fu l’anno della Nakba – letteralmente “disastro” o “catastrofe” – una sconfitta che andò ben oltre la disfatta militare. Circa 700-750.000 profughi, la gran parte dei circa 1.300.000 palestinesi allora residenti in Palestina, furono costretti ad abbandonare le aree passate sotto il controllo di Israele; alcune stime hanno portato tuttavia il totale dei profughi a circa 900.000.
L’esodo del 1948-49 e le sue motivazioni hanno costituito per mezzo secolo uno dei maggiori motivi di frizione e di polemica del contenzioso arabo israeliano. Per decenni infatti le fonti israeliane e filo-israeliane, anche quella più in buona fede, hanno cercato di eludere il problema della responsabilità dello Stato ebraico sostenendo che l’esodo era stato prevalentemente, se non interamente, volontario o dettato comunque dagli incitamenti dei governi e comandi arabi, che esortavano i palestinesi a lasciar liberi i villaggi per le operazioni degli eserciti in campo, che li avrebbero comunque “riportati a casa” in breve tempo. Questa tesi è passata per lungo tempo nella percezione dei mass media e dell’opinione pubblica occidentali, puntualmente contestata dalle fonti palestinesi e dagli analisti. In anni recenti sono venute anche le opere dei cosiddetti “nuovi storici” di Israele, studiosi come Benny Morris e Ilan Pappé, i quali hanno riconosciuto e documentato la responsabilità dei sionisti in questo campo. A titolo d’esempio, proprio lo storico Benny Morris – analizzando un rapporto dei servizi di intelligence israeliani dell’epoca – ha scritto che il 55% dell’esodo va ascritto direttamente o indirettamente alle operazioni militari delle forze regolari ebraiche, un altro 15% agli attacchi dell’Irgun Zvai Leumi e della Banda Stern, un 2% all’opera di “disinformazione” ebraica e un 2% a precisi ed espliciti ordini di espulsione, in totale quindi il 74%; solo il 5% fu dovuto a ordini o appelli dei comandi e delle autorità arabe, mentre un buon 10% va ascritto a quello che Morris ha definito “la paura generale” di attacchi ebraici o di rappresaglie per attacchi arabi contro le vicine località controllate da forze ebraiche.
Questa paura è stata sistematicamente suscitata e alimentata proprio dalle azioni delle forze ebraiche, spesso con una obiettiva convergenza fra unità regolari e gruppi terroristici. Esemplare da questo punto di vista l’azione contro il villaggio di Deir Yassin alle porte di Gerusalemme, condotta il 9 aprile 1948 dall’Irgun Zvai Leumi con il concorso della Banda Stern e la acquiescenza del comando locale della Haganah; un azione che è passata alla storia per la sua crudeltà e perché, ancora prima della proclamazione dello Stato d’Israele, ebbe un ruolo determinante nel dare avvio all’esodo palestinese e nel determinare quella “paura generale” di cui parla Morris.
All’alba di quel 9 aprile due unità dell’Irgun e della Banda Stern attaccarono il villaggio, che faceva parte del territorio assegnato dall’ONU alla Zona internazionale di Gerusalemme; dopo aver facilmente neutralizzato un piccolo nucleo di resistenza locale, gli attaccanti – riferì l’ufficiale della riserva e storico militare Meir Pa’il sul giornale Yedioth Ahronoth del 4 aprile 1972 – «cominciarono a rastrellare le case. Tiravano su tutto ciò che vedevano, donne e bambini compresi. I comandanti non provarono a fermare il massacro». Alla fine i morti furono 254, in maggioranza appunto donne e bambini. L’impatto della strage sulla popolazione palestinese fu enorme; nei mesi successivi, all’arrivo delle forze sioniste il grido: «Deir Yassin, Deir Yassin», spesso rilanciato con i megafoni degli aggressori, era sufficiente a provocare vere e proprie ondate di panico e fughe di massa.

Il massacro di Deir Yassin ebbe luogo il 9 aprile 1948, quando circa 120 combattenti sionisti appartenenti all’Irgun e alla Lehi (comunemente nota come “banda Stern”) attaccarono il villaggio palestinese di Deir Yassin (Dayr Yāsīn, in arabo traslitterato), vicino Gerusalemme, che contava allora circa 600 abitanti.

Ma se Deir Yassin fu l’episodio più tristemente noto, assurto a simbolo del martirio e della resistenza palestinese, non fu affatto l’unico. Ci fu ad esempio il massacro di al-Dawayima presso Hebron, nel giugno 1948 con l’uccisione – secondo il già citato professor Meir Pa’il – di almeno 50 civili, mentre fonti locali palestinesi parlano di almeno 200, e quella di Safsaf, presso Safed, il 29 ottobre 1948, dove alcune decine di uomini furono uccisi dopo essere stati catturati mentre le donne furono indotte a lasciare il villaggio. Casi emblematici furono poi quelli di Haifa e di Ramle e Lod, non semplici villaggi ma città importanti.
Ad Haifa l’attacco contro la città, condotto da forze ebraiche molto superiori agli arabi che la difendevano, fu preceduto da trasmissioni in cui si diceva: «È giunto il giorno del giudizio, oggi è tale giorno (…). In nome di Dio allontanate dai quartieri arabi le donne e i bambini». Alla mezzanotte del 22 aprile 1948 cominciò il bombardamento della città araba con i mortai mentre dalle sovrastanti pendici del Monte Carmelo venivano fatti rotolare bidoni di olio infuocato e gli altoparlanti continuavano a trasmettere avvertimenti e minacce. Migliaia di palestinesi presero così la fuga, ammassandosi nel porto, nel quartiere tedesco (controllato dagli inglesi) e stipandosi su autobus e barche che si allontanavano dalla città. A Lod (Lydda) e Ramle la popolazione fu terrorizzata con bombardamenti aerei e di artiglieria; poi, al momento dell’ingresso in città l’11 luglio furono compiute veloci scorribande intimidatorie nelle strade, accompagnate dal lancio di volantini; la mattina dopo a Lod, in risposta a sporadici tiri di cecchini, si scatenò una vera e propria caccia all’arabo con sparatorie indiscriminate che provocarono la morte di almeno 250, o forse addirittura 400, abitanti arabi. Subito dopo, nel pomeriggio del 12 luglio, iniziò l’espulsione sistematica della popolazione. Raccontò Yitzhak Rabin nelle sue memorie (pubblicate negli Stati Uniti nel 1979) che Ben Gurion seguiva le operazioni dal Quartier generale e alla domanda su cosa si dovesse fare con la popolazione araba «fece un gesto energico e conclusivo con la mano e disse: “Espellerli!”».
Così fu determinata, in tante località della Palestina, la sorte della popolazione araba. Dispersi nei campi di raccolta dei paesi confinanti, per i primi tre lustri i profughi vissero sotto il peso della Nakba, tra scoramento e frustrazione, ma illudendosi ancora di poter contare su una rivincita degli Stati arabi. Poi a metà degli anni sessanta sarebbe venuto il tempo della maturazione e della sofferta coscienza di dover contare solo sulle proprie forze e su una autonoma volontà di riscatto.
Mentre gli altri palestinesi erano rinchiusi nei campi profughi, diventavano cittadini in Giordania, restavano non cittadini nella Striscia di Gaza, i 160.000 palestinesi rimasti nel neonato Stato ebraico furono sottoposti a governo militare nel 1948. Questo regime sarebbe durato per diciotto anni e la memoria di questo periodo oscuro ha avuto un ruolo importante nella formazione dell’identità dei palestinesi che oggi vivono in Israele; portando tra l’altro a un punto di rottura le relazioni tra minoranza e maggioranza. I capi della comunità ebraica si mostrarono impreparati ad affrontare la situazione binazionale creatasi nella Palestina dopo la fine del Mandato. Erano infatti intenzionati a creare uno Stato puramente ebraico. Pur avendo accolto favorevolmente la risoluzione del 1947 sulla partizione, che comportava la creazione di uno Stato ebraico con una popolazione costituita all’incirca dallo stesso numero di ebrei e palestinesi, non si può escludere che già nel 1947, fossero convinti che la guerra e i loro piani di espulsione avrebbero pressoché azzerato la presenza palestinese. In ogni caso, a fronte di un ampio dibattito relativo a tutti gli altri aspetti della vita politica, si constata l’assenza, alla vigilia della fondazione dello Stato di Israele, di un dibattito sistematico sullo status dei palestinesi residenti in Israele.
La legalità del governo militare imposto alla minoranza palestinese nell’ottobre 1948 trovava un fondamento nei cosiddetti “regolamenti di emergenza” emanati dai britannici, nel 1945, contro le organizzazioni clandestine ebraiche.
Questi regolamenti, che conferivano ai governatori militari un potere notevole sulla popolazione sottoposta alla loro giurisdizione, diventarono uno strumento pericoloso nelle mani di governatori militari spietati, quando non sadici, tratti in genere dalle unità non combattenti e in età di pensionamento. Il loro comportamento crudele si concretizzò – in maggioranza – in angherie nei confronti della popolazione con una serie di abusi non molto dissimili da quelli cui sono in genere sottoposte le reclute. Ma il governo militare israeliano ebbe anche altri aspetti. Il suo carattere militare consentiva di perseguire la politica di confisca delle terre nel nome della “sicurezza” e “dell’interesse pubblico”.
Gli attivisti politici anche solo vagamente sospettati di aderire al nazionalismo palestinese erano tranquillamente espulsi o incarcerati.
A seguito della catastrofe del 1948, il popolo palestinese – frustrato, diviso e in larga parte disperso nei campi profughi – si ritrovò privo sia di una leadership reale che di organizzazione autonome. Il tentativo del muftì di Gerusalemme Amīn al-Ḥusaynī di formare a Gaza un sedicente “governo di tutta la Palestina” si dissolse nel nulla. La bandiera della “liberazione della Palestina” veniva agitata dai regimi arabi, e soprattutto da quelli nazional-rivoluzionari, da un lato come strumento della loro politica estera, dall’altro per tacitare le proprie masse popolari che vedevano la “sopraffazione sionista” come un affronto all’intera nazione araba.
Anche le azioni di guerriglia che periodicamente si verificavano nella “Palestina occupata” (come veniva definito lo Stato di Israele), quando non erano dovute a iniziative individuali o di singoli gruppi andavano inquadrate nella strategia dei paesi arabi confinanti e in primo luogo dell’Egitto di Nasser, cui si affiancherà la Siria all’inizio del 1963 con l’avvento al potere del Partito Baʿth; mentre la Giordania, prima con re Abdallah e poi con re Hussein, cercherà di fatto un modus vivendi con lo Stato ebraico, con il quale del resto aveva condiviso la spartizione del territorio palestinese.
Base principale delle unità di commandos era, negli anni cinquanta la Striscia di Gaza amministrata dall’Egitto; da lì avvenivano la maggior parte delle infiltrazioni. A questo stillicidio gli israeliani reagirono subito duramente, con spedizioni di rappresaglia al di là dei confini non solo egiziani; fra i più massicci e sanguinosi raid ricordiamo quello del 14 ottobre 1953 contro il villaggio giordano di Qibya, dove vennero uccisi 69 civili, e quello del 21 febbraio 1955 a Gaza, con l’uccisione di 38 soldati egiziani e il ferimento di altri 44, operazioni entrambe condotte da un reparto speciale denominato Unità 101 e comandato da un prominente ufficiale di nome Ariel Sharon.
L’attacco del febbraio 1955, fra l’altro, contribuì a convincere Nasser che con Israele non c’era alcuna possibilità di dialogo, mentre l’esistenza delle basi di commandos a Gaza fu tra i motivi che spinsero il governo israeliano a partecipare nell’ottobre 1956 alla sciagurata avventura coloniale franco-britannica di Suez.
Fu questo un primo momento di svolta nella vicenda della Palestina, cui allora il mondo guardava in modo occasionale e distratto. La lezione di Suez indusse Nasser ad attribuire maggior credito alla “carta palestinese”, sia come elemento di mobilitazione panaraba che come strumento di pressione per una possibile soluzione negoziata di una crisi che andava ormai al di là del contenzioso arabo-ebraico per investire gli equilibri e le egemonie a livello regionale; e dall’altro lato la seconda disfatta dopo quella del 1949, con il rapido e travolgente successo delle forze israeliane nel Sinai, convinse quei palestinesi che – con Yāsser ʿArafāt, allora presidente dell’Unione studentesca – avevano partecipato alla guerra nelle file dei “commandos” egiziani della necessità di imboccare la via di una autonoma organizzazione, senza “delegare” agli Stati arabi la causa della liberazione della Palestina. Fu comunque un processo di maturazione e organizzazione graduale, che richiese alcuni anni di gestazione.

Yāsser ʿArafāt (Il Cairo, 24 agosto 1929 – Clamart, 11 novembre 2004) è stato un politico palestinese, ed è stato un combattente, ed una figura di spicco del panorama politico mondiale

Fu necessario dunque aspettare la prima metà degli anni Sessanta perché i termini “Palestina” e “identità palestinese” tornassero a far parte del quotidiano vocabolario politico. Il 28 maggio 1964 si riunì a Gerusalemme Est il “Primo congresso nazionale palestinese”, su iniziativa della Lega degli Stati Arabi e soprattutto di Nasser, con un richiamo nel nome, ma una cesura espressa in quel “primo”, rispetto ai “congressi palestinesi” degli anni venti.
L’assise alla quale parteciparono più di 400 delegati scelti fra i notabili residenti in Giordania e nei campi della diaspora, si concluse con costituzione formale dell’OLP – Organizzazione per la Liberazione della Palestina – e l’adozione di quella che veniva definita la Carta nazionale palestinese. Il documento affermava che la Palestina «è la patria del popolo arabo palestinese e parte integrante della nazione araba», proclamava «nulla e senza effetto» la Dichiarazione Balfour del 1917 e «totalmente illegale» la creazione dello Stato d’Israele e indicava l’obiettivo strategico nella «liberazione di tutta la Palestina»; ma non conteneva nessun riferimento ad un futuro Stato indipendente palestinese.
Venne nominato Presidente dell’OLP Ahmad al-Shuqayrī, notabile palestinese nativo di Acri (ʿAkkā), legato all’Egitto e all’Arabia Saudita. Nel settembre successivo il vertice arabo riunito al Cairo ratificò la nascita dell’OLP, definita “supporto della entità palestinese”, e decise la creazione di un Esercito per la Liberazione della Palestina, vera e propria armata regolare articolata in brigate da inquadrare negli eserciti arabi del fronte. Da tutti questi elementi risultava chiaramente come l’OLP fosse allora una organizzazione verticistica, creata e diretta dall’alto e concepita non come un autonomo organismo di lotta, ma come strumento della politica degli Stati arabi e quindi da essi strettamente condizionata; non c’era traccia dei concetti di specifica identità nazionale palestinese e di lotta popolare di liberazione, quali sono venuti maturando dopo il trauma del giugno 1967 e il conseguente impetuoso sviluppo della Resistenza.
Quei concetti tuttavia erano già attuali anche se relegati nell’ombra, dietro le quinte della politica ufficiale, dove un gruppo di intellettuali palestinesi erano all’opera per creare una organizzazione diversa, almeno allora alternativa all’OLP e fondata sulla convinzione che artefice della liberazione dovesse essere lo stesso popolo palestinese. Era il gruppo guidato da Yāsser ʿArafāt e del quale facevano parte uomini come Fārūq al-Qaddūmī, Khaled al-Hassan, Khalīl al-Wazīr e Ṣalāḥ Khalaf, tutti destinati a costituire in futuro il vertice politico-militare dell’OLP rinnovata.
Dopo la disfatta del 1956 nel Sinai, ʿArafāt si era trasferito dal Cairo in Kuwait dove lavorava come ingegnere, e lì aveva iniziato a stabilire il collegamento con altri intellettuali e professionisti della diaspora che condividevano la sua delusione e le sue idee. Nel 1959 il gruppo diede vita alla rivista “Our Palestine” (La nostra Palestina), che riuscì ad avere una discreta diffusione e che cominciava a battere il tasto di un autonomo “nazionalismo palestinese”, dibattendo anche i problemi organizzativi del costituendo movimento di liberazione.
Negli anni fra il 1961 e il 1963 la nuova organizzazione cominciò a prendere corpo, si definirono le strutture politiche e militari e fu scelto il nome: al-Fatḥ che derivava da FTḤ, acronimo inverso dell’espressione araba Ḥarakat al-Taḥrīr al-Filasṭīnī (Movimento di Liberazione Palestinese). Al-Fatḥ si presentò sulla scena pubblica il 1 gennaio 1965, pochi mesi dopo la creazione dell’OLP, con un comunicato militare diffuso a Beirut sulla prima azione contro “il nemico sionista”: un modesto attentato, riuscito solo in parte, contro una installazione idrica ma che sarà celebrato come l’inizio della lotta armata di liberazione.
Il movimento di ʿArafāt non aveva nessun rapporto con l’OLP, anzi era del tutto inviso all’organizzazione di al-Shuqayrī e ai regimi arabi per la sua autonomia e per la sua visione della lotta palestinese, che contestava fra l’altro anche il fatto che una parte del territorio nazionale fosse sotto dominio arabo (cioè giordano ed egiziano). Ne conseguì che al-Fatḥ fu resa di fatto illegale nei paesi arabi: ʿArafāt venne arrestato in Siria e in Libano, dove resterà in carcere diversi giorni, Abu Iyad (Ṣalāḥ Khalaf) verrà incarcerato in Egitto mentre Abu Jihad (Khalīl al-Wazīr) verrà arrestato in Siria e a Gaza; e il primo “martire” della guerriglia – secondo la terminologia abituale – cadrà ucciso non dal “nemico sionista” ma dai soldati giordani al suo rientro da un’azione oltre confine. Un inizio difficile, dunque; in ogni caso gli attori erano ormai pronti, anche se non potevano sapere che di lì a poco si sarebbe alzato il sipario su un dramma ben superiore alle loro aspettative.
Conclusa la Guerra di Suez, la tensione sulla frontiera tra Siria e Israele continuò a salire a partire dal 1957. Nel 1958 Israele iniziò i lavori per la deviazione delle acque del Giordano e cercò di estendere gradualmente il controllo su una fascia di territorio lungo la frontiera con la Siria. L’esercito israeliano cominciò a sparare sui cittadini siriani che andavano a lavorare nelle loro terre nelle immediate vicinanze della linea di cessate il fuoco stabilita con gli accordi di armistizio del 1949. Man mano che i contadini siriani arretravano gli israeliani si impossessavano delle loro terre. I tentativi di resistenza vennero stroncati con la politica di “difesa attiva” e “rappresaglia preventiva”.
Nella notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio 1960, le truppe israeliane attaccarono il villaggio di Tawafik e lo rasero al suolo. Nel marzo dello stesso anno altri raid israeliani in territorio siriano estesero il controllo militare israeliano sulle terre a est del lago di Tiberiade. Gli attacchi, che causarono decine di morti e feriti, proseguirono nel 1961 e 1962. L’occupazione delle zone smilitarizzate, il continuo ampliamento dei territori conquistati e i raid israeliani sempre più massicci provocarono ripetute condanne da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU tra il 1963 e il 1967.
Nel 1965 le incursioni israeliane diventarono più frequenti in Siria e Cisgiordania, con ripetuti attacchi contro le città di Qalqīlya e Jenin. Nello stesso anno al-Fatḥ intraprese la lotta armata con sporadiche azioni contro installazioni militari israeliane. All’attività di guerriglia, Israele rispose bombardando i centri abitati in Siria e in Cisgiordania. L’esercito giordano rafforzò il controllo sui campi profughi e lungo le linee del cessate il fuoco. Nonostante gli arresti di massa degli attivisti palestinesi in Giordania, le truppe israeliane intensificarono le azioni di “rappresaglia”. Un’operazione militare israeliana su vasta scala colpì nel novembre del 1966 la regione di Hebron. Tra le decine di villaggi bombardati, particolarmente colpito fu quello di As Samu’ dove vennero abbattute 125 case, la scuola e l’unica fabbrica. A partire dal maggio 1966 Israele riceverà massicce forniture di armi dagli Stati Uniti che inizialmente si aggiunsero all’armamento francese, per poi sostituirlo. La pressione israeliana sulla Siria si fece costante. Il 14 luglio 1966 l’aviazione israeliana bombardò massicciamente le istallazioni militari siriane. Il 15 luglio i caccia israeliani inseguirono quelli siriani in profondità nel loro territorio e li abbatterono. Motivo dichiarato degli scontri furono le infiltrazioni dei contadini e pastori siriani che Israele considerava “soldati camuffati”. Inoltre Israele accusava la Siria di dare rifugio ai guerriglieri palestinesi.
I bombardamenti israeliani si intensificarono nei primi mesi del 1967. Il governo siriano chiese a quello egiziano di intervenire in virtù di un accordo di difesa comune. Il governo egiziano cercò di fare pressione su Israele per limitare le azioni contro la Siria e il 22 maggio 1967, ed annunciò di voler chiudere lo stretto di Tiran, nelle acque territoriali egiziane, alla navigazione israeliana, aperto dopo la Guerra di Suez nel 1957.
Lo stretto non veniva comunque usato da navi israeliane da almeno due anni. Il 3 luglio il presidente americano Lyndon Johnson diede il via libera ad un attacco su vasta scala. Il 5 giugno i caccia israeliani distrussero a terra l’aviazione egiziana e il 7 giugno le truppe di Tel Aviv conquistarono il deserto del Sinai egiziano e raggiunsero il Canale di Suez che venne bloccato.
L’esercito egiziano, intrappolato nel Sinai venne annientato. Migliaia di prigionieri egiziani vennero uccisi e i loro corpi gettati in fosse comuni. La Siria annunciò di accettare il cessate il fuoco deliberato dal Consiglio di Sicurezza l’8 giugno. Nel pomeriggio venne bombardata Damasco. Il bombardamento della capitale siriana continuò il 9 giugno, mentre le truppe israeliane occuparono l’altopiano siriano del Golan e procedettero in direzione di Damasco. In sei giorni l’esercito di Tel Aviv conquistò quelle regioni palestinesi che erano sfuggite al suo controllo nel 1948.
Nei nuovi territori palestinesi conquistati si tentò di ripetere la grande pulizia etnica compiuta tra il 1947 e il 1949. Già il 7 giugno le truppe israeliane procedettero alla demolizione della città di Qalqīlya. Due terzi degli edifici vennero distrutti con cariche esplosive e bulldozer. Ai corrispondenti stranieri fu vietato avvicinarsi. Lo stesso mercoledì cominciò l’abbattimento di Emmaus, Yalo e Beit Nuba, tre villaggi nei dintorni di Latrun, famosa per l’omonimo monastero, vicino Gerusalemme. Gli abitanti dei tre villaggi rasi al suolo e gran parte degli abitanti di Qalqīlya vennero espulsi prima verso Ramallah poi oltre il Giordano. Il giorno dopo, giovedì 8 giugno, i bulldozer iniziarono la distruzione di Beit Sura. L’opera di distruzione durò fino al 27 giugno. Tutto il territorio venne dichiarato zona militare chiusa. Altre cittadine subirono la stessa sorte, lo stesso giorno 8 giugno: Beit Mersin e Beit Awa. La zona di Gerusalemme fu la più colpita e la stessa Città Santa non sfuggì all’opera di cancellazione del paesaggio storico palestinese. Parte del centro storico di Gerusalemme venne distrutto. Il 17 giugno alle quattro del mattino le truppe israeliane circondarono il popolare quartiere Haret il-Maghrebe (dei Marocchini) a ridosso della Spianata delle Moschee e ordinando agli abitanti di andarsene. I bulldozer cominciarono a demolire le case mezz’ora dopo.
Seimila abitanti vennero cacciati via. Oggi al posti dell’antico quartiere c’è una piazza in cui è vietato l’ingresso ai palestinesi. Lo stesso giorno, il 17 giugno 1967, vennero espulsi gli abitanti del quartiere Haret il-Yahud (dei Giudei).
Anche in altre zone l’esercito conquistatore procedette alla distruzione dei centri abitati e all’espulsione degli abitanti. Alcuni paesi nella regione di Hebron vennero evacuati e il villaggio di Sufir subì distruzioni. Il 13 giugno 1967 il generale Herzog, comandante militare della Cisgiordania appena occupata, informò la stampa che l’esercito israeliano aveva organizzato “un servizio autobus per trasportare gli arabi in Transgiordania”.
Se da una parte questo era vero, dall’altro era vero anche che l’aviazione israeliana continuò a bombardare le colonne dei profughi con il napalm.
La distruzione dei centri abitati, anche con bombardamenti al napalm, proseguì a guerra finita per tutto il 1967, ma già entro la fine di giugno la nuova versione della pulizia etnica aveva prodotto centinaia di migliaia di nuovi profughi.
In un mese le truppe israeliane avevano considerevolmente diminuito il numero degli abitanti della Cisgiordania. Anche la Striscia di Gaza fu teatro di espulsioni di massa. Decine di migliaia di abitanti, già profughi del 1948, vennero scortati fino al Canale di Suez. Stessa sorte toccò agli abitanti della regione siriana occupata. I centri abitati furono quasi tutti distrutti e gli abitanti espulsi. Poche migliaia della minoranza drusa siriana del Golan verranno risparmiate.
I profughi siriani furono di 117.000. I nuovi profughi palestinesi, cacciati al di là dei confini della Palestina mandataria furono, secondo lo storico Nur Masalha, circa 320.000. Una cifra destinata a crescere per la metodica pressione israeliana ad allontanare la popolazione.
La Guerra dei sei giorni mise in evidenza la fragilità degli Stati arabi e l’incapacità dei governi nel difendere i propri paesi. La perdita di prestigio dei regimi nazionalisti di ispirazione panaraba si rifletté sull’OLP ma nel frattempo accelerò, presso i palestinesi, la crescita di un movimento di protesta che venne assunto dai nuovi movimenti di guerriglia. Il fenomeno assunse dimensioni di massa soprattutto in Giordania, dove ai palestinesi rifugiati sin dal 1948, se ne aggiunsero altre centinaia di migliaia espulsi dalla Cisgiordania occupata dagli israeliani. La crisi dell’OLP emerse nel dicembre 1967 con le dimissioni di Ahmad al-Shuqayrī a cui succedette Yahya Hammuda, il comandante dell’armata dell’Organizzazione. Alla IV sessione del CNP (Consiglio Nazionale Palestinese) riunitosi al Cairo nel luglio 1968 parteciparono per la prima volta come membri effettivi, esponenti dei gruppi di guerriglia (al-Fatḥ, As-Sa’iqa, FPLP). Nel febbraio 1969 (V sessione) venne eletto a presidente del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione Yāsser ʿArafāt capo di al-Fatḥ, il gruppo maggioritario che impresse all’OLP un radicale cambiamento rendendola più autonoma e trasformandola in una “cornice” delle formazioni combattenti. Venne inoltre rivista la Carta Costituzionale approvata nel 1964.

La carta ci mostra dapprima la situazione nel 1967 che vedeva Israele raggiungere la sua massima espansione attraverso le offensive del Sinai, della Cisgiordania e del Golan. Nella seconda parte viene illustrata la sistemazione prevista dal piano Allon che prevedeva la restituzione dei territori occupati ad eccezione di Gerusalemme Est e di alcune zone strategiche. La terza parte evidenzia la restituzione della penisola del Sinai all’Egitto da parte israeliana nell’ambito dell’accordo di pace tra i due paesi. Estratto dalla rivista geopolitica di Limes (Le carte a colori di Limes 5/07 La Palestina impossibile).

Tra il 1969 e il 1970 la guerriglia si trovava al suo culmine. Dalle basi in Giordania e in Libano i fida’iyyn (combattenti) compirono incursioni in Palestina scontrandosi con l’esercito d’occupazione. L’aviazione israeliana bombardò incessantemente il Libano e la Giordania spingendo i governi dei due paesi a cercare di limitare le attività della resistenza. Gli scontri con gli eserciti libanese e giordano aumentarono. Ma l’esistenza in Libano di un sistema multi-partitico, di partiti democratici e organizzazioni di massa spinse il governo a firmare nel 1969 un accordo con la guerriglia (detto Accordo del Cairo) col quale venne legalizzata l’attività politica e armata palestinese.

L’attività di al-Fatḥ e FPLP, i due gruppi armati più consistenti, minacciava tutto l’equilibrio regionale che aveva al centro la stabilità della Giordania da cui dipendeva la supremazia israeliana.
In Giordania il movimento della guerriglia giunse nel 1970 ad uno scontro con il regime monarchico. La scintilla venne accesa dal triplice dirottamento di aerei civili effettuato da guerriglieri del FPLP. L’esercito bombardò e poi occupò le città e i campi profughi causando decine di migliaia di vittime in quello che sarà poi ricordato come Settembre nero. Con la mediazione di Nasser, venne firmato un accordo al Cairo fra ʿArafāt e re Hussein, il base al quale cessarono i combattimenti e i palestinesi armati si ritirarono dai centri abitati e si radunarono nella valle del Giordano. Nonostante l’accordo la repressione continuò e nel luglio del 1971 l’esercito giordano occupò definitivamente le basi dei fida’iyyn, ormai isolati e lontani dai centri abitati. I dirigenti della guerriglia si trasferirono in Libano dove negli anni Settanta concentrarono la loro attività politica e militare.
In Libano, oltre che con l’intervento israeliano quasi quotidiano nel sud del paese, l’OLP dovrà presto misurarsi con le milizie della destra libanese. Il Partito Falangista Libanese (al-Katā’eb al-Lubnāniyya) guidato da Pierre Gemayel, il Partito Nazionale Liberale (Numūr al-aḥrār) guidato da Camille Chamoun e il Movimento Marada (Tayyār Al-Marada) del Presidente della Repubblica Suleiman Frangieh con il suo quartier generale nella località settentrionale di Zghorta formarono milizie armate col proposito di disarmare i palestinesi. Anche la sinistra libanese guidata dal leader druso Kamal Jumblatt, solidale con i palestinesi, si armò. La «Sarajevo» della guerra civile libanese fu un incidente verificatosi a Ain Rummaneh, un quartiere cristiano di Beirut, il 13 aprile del 1975. Alcuni sconosciuti aprirono il fuoco durante una funzione religiosa a cui stava assistendo il leader delle Falangi, Pierre Gemayel, uccidendo la sua guardia del corpo ed altri due uomini. I miliziani maroniti, come rappresaglia, attaccarono un autobus palestinese di passaggio, massacrando 28 passeggeri, per la maggior parte fida’iyyn palestinesi di ritorno da una parata militare. Rappresaglia dopo rappresaglia la violenza si allargò a tutto il paese per lasciare sul terreno, soltanto nel primo anno e mezzo del conflitto, più di 30.000 morti, 200.000 feriti e 600.000 rifugiati.
La prima fase del conflitto, segnata da stragi di popolazioni inermi (la più atroce fu quella degli abitanti del campo profughi di Tel al-Zaʿtar il 12 agosto 1976) si concluse dopo l’intervento siriano nel 1976, lasciando il paese diviso in zone controllate da milizie armate antagoniste che ad intervalli più o meno lunghi ripresero le ostilità.
Con il perdurare di una situazione di conflittualità permanente e con la scomparsa delle strutture dello Stato, i partiti cedettero il terreno dell’azione politica alle milizie armate che mano a mano diventarono sempre più mono-confessionali. Lo scontro assunse una dimensione confessionale e la lotta fra le classi sociali sembrava passare in secondo piano mentre lo Stato israeliano continuava a bombardare il paese. Gli accordi di Camp David fra Egitto e Israele, firmati il 17 settembre 1978, neutralizzarono l’esercito egiziano e permisero all’esercito israeliano di intensificare le sue attività belliche sugli altri fronti. I raid aerei contro il Libano si susseguirono sempre più intensi. Il 12 marzo 1978, le truppe israeliane invasero il Libano meridionale. In quattro giorni di ininterrotti bombardamenti l’aviazione israeliana uccise oltre 700 persone. Il 29 novembre le truppe israeliane tornarono a occupare il Libano meridionale. Il 26 aprile 1981 l’esercito israeliano si ritirò dal Sinai egiziano. Il 7 giugno Israele bombardò il reattore nucleare di Osiraq, alle porte di Baghdad. Il 17 luglio, un bombardamento aereo israeliano più violento del solito uccise 300 persone a Beirut.
In luglio si raggiunse un accordo di cessate il fuoco tra l’OLP e il governo israeliano. Per undici mesi il confine restò tranquillo, tranne che in due occasioni di bombardamenti israeliani a cui i gruppi armati palestinesi e della sinistra libanese non risposero. Il 14 dicembre 1981 il governo israeliano annetté “giuridicamente” il Golan.
Il 3 giugno del 1982 un gruppo di guerriglieri palestinesi sparò, appena fuori dall’Hotel Dorchester di Londra, all’ambasciatore israeliano Shlomo Argov, ferendolo gravemente. Nonostante gli attentatori facessero parte della fazione di Abū Niḍāl, nemica giurata dell’OLP e considerata da molti un gruppo semi-mercenario, il 4 giugno Israele decise di invadere il Libano per sradicare dal paese l’organizzazione guidata da Yāsser ʿArafāt.
In 8 giorni l’esercito israeliano giunse alle porte di Beirut. Dal 5 giugno in poi tutti i principali campi profughi nel sud del Libano vennero sottoposti a incessanti bombardamenti da terra, dal cielo e dal mare. L’intenzione di Tel Aviv sembrava quella di radere al suolo i campi rendendoli permanentemente inabitabili. Nell’opera di annientamento dei palestinesi, Israele poteva contare sul volenteroso incoraggiamento maronita.
Poco tempo dopo, di fronte alla Knesset, l’allora Primo ministro israeliano Menachem Begin difenderà i massicci attacchi contro la popolazione civile: «Da quando in qua la popolazione civile del Libano meridionale è diventata “per bene”?», chiese con sarcasmo. «Neanche per un istante ho dubitato che la popolazione civile meritasse quella punizione» affermerà Begin. I prigionieri palestinesi vennero costretti a restare per lunghissime giornate, legati e bendati, sotto il sole cocente, senza ne cibo né acqua, spesso picchiati e costretti a soddisfare i loro bisogni corporali lì dove si trovavano. Molti di loro vennero condotti in Israele per essere incarcerati, stipati in camion o autobus sotto i colpi e gli insulti delle guardie, quando non vennero intrappolati a gruppi in reti e con queste trasportati, così appesi, dagli elicotteri.
In 8 giorni l’esercito israeliano giunse alle porte di Beirut. A fine del mese si contarono 30.000 libanesi e palestinesi uccisi. Oltre la metà erano bambini di 13 anni. Dopo aver distrutto le città e i campi profughi del Libano meridionale, le truppe israeliane entrarono a Beirut Est controllata dalle milizie falangiste addestrate e armate da Tel Aviv e posero d’assedio Beirut Ovest. Dopo 77 giorni di intensi bombardamenti si raggiunse un accordo per l’evacuazione dei combattenti palestinesi dalla città sotto il controllo di una forza multinazionale che giunse a Beirut il 21 agosto. Il 1 settembre ebbe termine l’evacuazione dei combattenti palestinesi, il 13 si ritirò in anticipo sui tempi previsti la forza multinazionale che avrebbe dovuto garantire la protezione delle popolazioni civili dopo l’evacuazione dei combattenti palestinesi, il 14 venne ucciso Bashir Gemayel (capo delle milizie falangiste posto a presidente della repubblica il 23 agosto), che verrà sostituito dal fratello Amin.

Da sinistra a destra. Menachem Wolfovitch Begin (Brest-Litovsk, 16 agosto 1913 – Tel Aviv, 9 marzo 1992) è stato un politico israeliano, Primo ministro di Israele dal 1977 al 1983. Fu insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1978. Shlomo Argov (dicembre 1929 – 23 febbraio 2003) è stato un diplomatico israeliano. Era l’ambasciatore israeliano nel Regno Unito, il cui tentato assassinio ha portato alla guerra del Libano del 1982. Bashir Gemayel (Beirut, 10 novembre 1947 – Beirut, 14 settembre 1982) è stato un politico libanese.

L’assassinio di Bashir Gemayel ebbe come conseguenza immediata la tristemente nota carneficina di civili nei campi profughi di Sabra e Chatila, organizzata dal capo dei servizi segreti falangisti Elie Hobeika, con la complicità degli israeliani. A poche ore dalla morte di Bashir, il 15 settembre 1982, Sharon, rompendo l’accordo stipulato con il diplomatico statunitense Philip Habib, fece entrare il suo esercito a Beirut Ovest, occupandola completamente in 24 ore. Per giustificare un simile gesto l’allora ministro della difesa israeliano affermò che ʿArafāt aveva lasciato dietro di sé 2.000 combattenti palestinesi che si nascondevano nei campi di Sabra e Chatila. Alle 6.00 del pomeriggio del 16 settembre, Amir Drori, capo del Comando Settentrionale Israeliano, autorizzò le milizie di Hobeika ad entrare nei campi per cercare i guerriglieri. L’eccidio di civili inermi iniziò immediatamente e andò avanti per tutta la notte, per il giorno dopo e la notte successiva: la carneficina non si fermerà prima delle 8.00 del mattino del 18 settembre. Circa un migliaio tra uomini, donne e bambini vennero brutalmente massacrati. Per tutte le quaranta ore dello sterminio le truppe israeliane fecero cordone intorno ai campi, e durante la notte lanciarono bengala affinché nei campi così illuminati i falangisti potessero proseguire il loro “lavoro”.
Il 16 dicembre 1982, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro, definendolo «un atto di genocidio» (risoluzione 37/123, sezione D). La definizione fu approvata con 123 voti favorevoli, 22 astenuti e nessun contrario.
Con la partenza dei combattenti palestinesi da Beirut e la loro dispersione in otto paesi arabi, l’OLP, il cui gruppo dirigente si era installato a Tunisi, perdette la sua ultima base territoriale ai confini con la Palestina. La decisione di lasciare Beirut e lo sgomento seguito ai massacri di Sabra e Chatila portarono a una scissione in seno ad al-Fatḥ. Le divergenze degenerarono spesso in scontri armati fra i miliziani di al-Fatḥ dislocati nella valle della Beqāʿ e quelli nel nord del Libano.
ʿArafāt tornò a Tripoli che venne assediata dalle forze dei dissidenti di al-Fatḥ e dalle truppe siriane. L’assedio terminò con la partenza di ʿArafāt e dei combattenti a lui fedeli a bordo di due navi dirette nello Yemen (dicembre 1983). Sulla via per lo Yemen, ʿArafāt si fermò in Egitto e incontrò il presidente egiziano Mubārak. L’incontro sollevò molte polemiche perché ruppe l’isolamento politico imposto all’Egitto dalla Lega degli Stati Arabi dopo gli accordi di pace separata con Israele. Le divergenze fra le principali componenti dell’OLP (al-Fatḥ, FPLP, FDLP) sorte dopo gli scontri di Tripoli e la rottura con la Siria, si acutizzarono e raggiunsero il loro culmine dopo la firma “dell’intesa giordano-palestinese” in base alla quale l’OLP avrebbe optato per una confederazione giordano-palestinese nell’eventualità di un ritiro israeliano dai territori palestinesi occupati nel 1967.
Alla XVII sessione del CNP ad Amman nel novembre 1984 parteciparono i delegati di al-Fatḥ ma non quelli del FPLP e del FDLP. La crisi accennava a istituzionalizzarsi nel marzo 1985 con la creazione del “Fronte di salvezza palestinese” a cui parteciparono i dissidenti di al-Fatḥ e i piccoli gruppi con sede a Damasco e a cui si aggiunse poi il FPLP. Anche il FDLP e il PC palestinese, che proprio in quegli anni cominciava a raccogliere consensi, erano contrari all’accordo con la Giordania ma restarono fuori dal “Fronte di salvezza”. La creazione del “Fronte di salvezza” non avrà conseguenze pratiche. L’attacco ai campi profughi palestinesi da parte delle milizie di Amal, che tentarono di estendere il loro controllo all’intero settore ovest di Beirut, e l’abrogazione dell’accordo giordano-palestinese da parte di re Hussein nel febbraio 1986 posero fine alla questione. Ma l’OLP dopo il 1982 aveva già cambiato fisionomia. Avendo cambiato obiettivi e perso la base territoriale delle proprie milizie, alla dirigenza dell’OLP restava solo la gestione del Fondo Nazionale Palestinese che era diventato fonte di sostentamento per migliaia di militanti che vivevano alla giornata in campi allestiti nei vari paesi arabi o in giro per il mondo. In esilio, lontana da qualsiasi comunità palestinese, la dirigenza dell’OLP che si identificava con quella di al-Fatḥ, verrà colta di sorpresa dallo scoppio di quella che passerà alla storia come la Prima Intifada.
Fin dai primi giorni dell’occupazione di Cisgiordania e Gaza (giugno 1967), la resistenza assunse delle modalità scaturite dall’esperienza della lotta di massa, fra le due guerre mondiali, contro l’occupazione inglese. Ma nella coscienza politica palestinese vi era un dato nuovo, emerso dopo la Nakba e si trattava della consapevolezza della minaccia all’esistenza stessa della società e dell’identità dei Territori Occupati. Tanto più che al momento dell’occupazione le truppe israeliane tentarono di ripetere la cacciata della popolazione dai territori.

La prima intifada (anche semplicemente “intifada”, che in arabo significa “rivolta”) fu una sollevazione palestinese di massa contro il dominio israeliano che iniziò nel campo profughi di Jabaliya nel 1987 e presto si estese attraverso Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Cominciò la creazione di insediamenti per coloni nei territori appena conquistati. A tale scopo vennero requisite le terre coltivate e sequestrate le fonti d’acqua. La colonizzazione israeliana era accompagnata da una repressione politica ed economica sistematica: i palestinesi assistettero ad una riedizione del processo di trasformazione della Palestina. Fu così che si sviluppò una forma di resistenza passiva che si riassunse nel termine sumud col quale si indicava la volontà di restare aggrappati alla propria terra a qualsiasi costo. Era soprattutto nel consolidarsi del sumud, divenuto con gli anni base di una nuova coscienza nazionale, nell’accumulo di esperienze nell’affrontare l’operato del sistema di occupazione, tendente ad espropriare i palestinesi nel loro paese e nell’intollerabilità delle condizioni di vita imposte, che andavano individuati i motivi principali dell’esplodere dell’Intifada o “insurrezione”. L’esperienza del sumud era ben diversa da quella della guerriglia che ha contraddistinto l’azione politica e militare dei palestinesi della diaspora.
La scintilla che fece esplodere il malcontento – a lungo covato nei confronti della nuova occupazione – fu un incidente automobilistico avvenuto l’8 dicembre 1987. Un veicolo militare israeliano investì nella Striscia di Gaza, una macchina ferma ad un distributore di benzina con a bordo quattro lavoratori palestinesi del campo profughi di Jabālyā. Quattro passeggeri rimasero uccisi, altri feriti.
Migliaia di palestinesi, nei giorni seguenti, scesero nelle strade per protestare. Durante i funerali delle vittime, nel campo di Jabālyā, dove 60.000 palestinesi vivevano in condizioni di totale povertà in un agglomerato che già aveva subito gli attacchi brutali dell’esercito israeliano durante le sommosse del 1971, la situazione si infiammò immediatamente, anche grazie al diffondersi di una voce secondo la quale l’incidente era stato, in realtà, un deliberato atto di vendetta per la morte di un israeliano, pugnalato due giorni prima a Gaza. Già la stessa notte una postazione dell’esercito di occupazione israeliano venne presa a sassate e un palestinese venne ucciso. Il giorno dopo cominciarono i primi scioperi e manifestazioni e l’esercito israeliano sparò sulla folla uccidendo alcuni manifestanti . La rivolta si allargò a macchia d’olio in tutti i Territori Occupati. I manifestanti affrontarono l’esercito israeliano armati di pietre, fionde e molotov: ebbe così inizio l’insurrezione popolare, conosciuta dal mondo con il nome arabo di Intifada.
Non passò molto tempo che la rivolta, scoppiata in modo spontaneo, venne inquadrata in un sistema segreto di organizzazione e coordinamento. Già dai primi anni ’80 esisteva nei Territori un’organizzazione denominata “struttura popolare”: questa era formata da una rete di “comitati popolari” (modellati sui “comitati nazionali” del 1936 eletti direttamente dagli abitanti del villaggio o del quartiere cittadino) che detenevano una grande libertà d’azione a livello locale e che si occupavano dei vari aspetti della vita civile palestinese colmando il vuoto lasciato dall’amministrazione israeliana, la quale si sarebbe dovuta occupare di fornire servizi e strutture alla popolazione civile dei Territori Occupati.
Alla fine del dicembre 1987, però venne creato, nella clandestinità, un “Comando Nazionale Unificato” (CNU) allo scopo di coordinare il movimento e i vari “comitati popolari” e dare indicazioni generali d’azione.
Inizialmente composto dall’avanguardia politica locale, in seguito il controllo del CNU (Comitato nazionale unificato), venne assunto dal comitato esecutivo dell’OLP (L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina), attraverso i rappresentanti delle sue maggiori componenti. Dal gennaio 1988, il CNU emise dei “comunicati”, numerosi volantini e documenti contenenti istruzioni riguardanti le diverse attività di protesta che andavano dagli scioperi generali alle manifestazioni. Pamphlet, giornali e manuali dell’Intifada vennero pubblicati contenenti analisi di carattere generale dell’occupazione ma anche istruzioni precise su obiettivi e modalità della rivolta. Il primo comunicato clandestino del CNU venne distribuito nei Territori Occupati il 4 gennaio 1988 e proclamò uno sciopero generale. La struttura organizzativa era quindi una piramide il cui vertice era costituito dal “Comando Nazionale Unificato” e alla cui base si trovavano invece diverse organizzazioni e sindacati. Questi però ad un certo punto non si rivelarono efficaci alla conduzione operativa della rivolta (anche se il sindacato acquisì un ruolo sicuramente significativo nel regolare ed organizzare la forza lavoro) e vennero così formati dei “comitati di base” che mantennero un costante collegamento con il CNU. La composizione fluida di questo sistema coordinativo ostacolava i servizi segreti israeliani nel tenerli sotto controllo e nell’infiltrare agenti. Per la prima volta i palestinesi presero in mano il proprio destino senza consultare la direzione dell’OLP a Tunisi, che però non si fece attendere per molto: l’OLP, infatti, cercò di guadagnare un suo ruolo già nel gennaio 1988.
Il punto di forza era rappresentato dai “comitati popolari” che permisero a tutta la struttura organizzativa di penetrare in modo capillare, raggiungere e coinvolgere i palestinesi di tutte le comunità e villaggi. Per questo la rivolta riuscì a mantenere la sua efficacia e forza finché rimase in piedi la struttura decentrata dei “comitati” con un CNU che svolgeva un ruolo di moderatore, fino alla fine del 1988. Con il tempo, però, si verificò un declino dell’iniziativa locale, un rafforzamento delle spinte centralizzatrici e una crescita di autorità del CNU che, a metà della rivolta, era formato da giovani docenti universitari, studenti radicali ed ex politici. Questa trasformazione indebolì senza dubbio la rivolta poiché venne a diminuire il pieno coinvolgimento della base popolare, cuore e anima della Prima Intifada. Con l’Intifada nacque Hamas, acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya (Movimento Islamico di Resistenza), emanazione dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani.
La leadership era formata da giovani universitari, per la maggior parte provenienti dai campi profughi, rappresentanti una nuova realtà nella società palestinese. Hamas cominciò ad emergere come possibile alternativa all’OLP agli inizi degli anni ’90, grazie al suo intenso lavoro sociale attraverso associazioni caritatevoli, istituti educativi laici e religiosi e una rete di moschee.

Nella foto a sinistra: Paesi (in verde scuro) che riconoscono lo Stato della Palestina Nella foto di destra: Manifestazione a favore di Ḥamās a Betlemme

Le prime misure adottate dal governo israeliano per sedare la rivolta consistettero nell’espulsione di alcuni leader. I servizi segreti interni (Shin Bet) diedero la caccia ai dirigenti clandestini dell’Intifada, ma il movimento popolare riuscì a far emergere nuove figure. La repressione non fece altro che aumentare la partecipazione e l’intensità dell’Intifada. I palestinesi riuscirono con mezzi primitivi a mettere in crisi l’apparato militare israeliano: così Rabin, con l’inizio del 1988, mise in atto una politica ancora più dura e repressiva di quella già fino ad allora portata avanti. Iniziò allora un periodo cupo durante il quale l’esercito perdette ogni freno: gli abusi e gli eccessi di brutalità, che comunque non erano mancati nel passato, contro la popolazione civile si moltiplicarono. Già alla fine del 1990 si contarono 1.025 vittime, più di 37.000 feriti e quasi 40.000 arrestati. La risposta israeliana alle manifestazioni era caratterizzata da un’estrema durezza: da ambo le parti fu una lotta senza quartiere. Il 30 ottobre 1991, a Madrid, si riunì una “Conferenza Internazionale per la Pace in Medio Oriente”. La Conferenza, seguita alla Prima guerra statunitense contro l’Iraq, era stata proceduta da svariati atti preliminari.
Nel maggio 1989, Yāsser ʿArafāt, presidente dell’OLP e leader di al-Fatḥ aveva dichiarato “decaduta” la Carta dell’OLP (quella elaborata nel 1964 e rivista nel 1968). Negli ultimi mesi del 1989 e nei primi del 1990 l’emigrazione di ebrei sovietici verso Israele, conobbe un’accelerazione senza precedenti e nell’ottobre 1991 l’Unione Sovietica ristabilì le relazioni diplomatiche con Israele, interrotte nel 1967. Nel gennaio del 1991 erano stati assassinati a Tunisi tre capi di al-Fatḥ. Dei 15 fondatori del movimento rimanevano in vita Yāsser ʿArafāt e l’inoffensivo Fārūq al-Qaddūmī, formalmente capo del Dipartimento politico, ma nei fatti privo di qualsiasi potere contrattuale.
L’OLP non era formalmente ammessa alla Conferenza, ma partecipava ai lavori una folta delegazione di palestinesi emersi negli anni dell’Intifada come leader popolari ben accetti alla dirigenza dell’OLP a Tunisi. Dopo la fine dell’Unione Sovietica, i negoziati proseguirono a Washington, ma si interruppero dopo l’espulsione di 415 attivisti palestinesi decisa dal governo Rabin nel dicembre 1992. Il 13 luglio 1993 il capo dell’OLP, Yāsser ʿArafāt, firmò una lettera indirizzata al capo del governo israeliano, Yitzhak Rabin, in cui si impegnava a “rinunciare al terrorismo” e a “riconoscere lo Stato d’Israele”. Il 13 settembre 1993 L’OLP e Israele firmarono alla Casa Bianca una “Dichiarazione di principi”, in seguito nota come “Oslo I”, che avrebbe dovuto portare a un “autogoverno dei palestinesi”. Il 1994 si aprì all’insegna del proseguimento dei massacri dei palestinesi.

Gli accordi di Oslo, ufficialmente chiamati Dichiarazione dei Principi riguardanti progetti di auto-governo ad interim o Dichiarazione di Principi (DOP), sono una serie di accordi politici conclusi a Oslo (Norvegia) il 20 agosto 1993.

Il 25 febbraio il colono Baruch Goldstein irruppe nella Moschea d’Abramo a Hebron e uccise 29 fedeli in preghiera. Proseguirono le trattative fra l’OLP e il governo Rabin. Pochi giorni dopo verranno firmati accordi riguardanti questioni economiche (Parigi, 29 febbraio 1994), sulle modalità di applicazione della “Dichiarazione dei principi” (Il Cairo, 4 maggio 1994), sull’estensione del regime dell’autonomia alla Cisgiordania (Washington, 28 settembre 1995), in seguito noto come “Oslo II”.
Nell’ottobre 1994 Israele e Giordania firmarono un trattato di pace. Il 4 novembre 1995 venne ucciso – da un colono estremista – il presidente israeliano Yitzhak Rabin.
Punto centrale degli accordi era la creazione di un’Autorità Nazionale Palestinese con corpi di polizia e servizi di informazione ai quali venne ben presto chiesto di partecipare alla repressione. Già nell’aprile 1995 la polizia palestinese, presente allora solo a Gaza, arrestò 170 presunti “simpatizzanti di Hamas”, mentre il governo diede una forte accelerazione alla politica degli “omicidi mirati” uccidendo Yaḥyā ʿAyyāsh, leader di Hamas. Il 20 gennaio 1996 si organizzarono le elezioni vinte da al-Fatḥ che ottenne l’80% dei seggi del “Consiglio Legislativo”. ʿArafāt venne eletto “Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese”.
La creazione dell’ANP non fermò la continua erosione del territorio palestinese con la creazione di nuovi insediamenti per coloni israeliani. Il 27 settembre 1996 l’apertura di un tunnel sotto la collina della Spianata delle Moschee divenne motivo di una protesta popolare. La polizia israeliana sparò sui manifestanti e uccise 44 persone, mentre circa 700 rimasero ferite. Il 25 febbraio 1997 cominciarono i lavori di costruzione di un grande insediamento a Gerusalemme Est, in violazione degli stessi accordi di Oslo, mentre gli Stati Uniti posero il veto a una risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il 14 maggio 1998, in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita dello Stato d’Israele, l’IDF sparò sui manifestanti palestinesi, ne uccise 9 e ne ferì 200. Il mese dopo il governo israeliano approvò un piano per l’ampliamento del territorio di Gerusalemme. In ottobre l’ANP firmò a Wye River un nuovo accordo in cui si impegnava a “reprimere i gruppi ostili alla pace”.
Il 28 settembre 2000, il capo del Likud, il generale Ariel Sharon, si recò sulla Spianata delle Moschee accompagnato da centinaia di poliziotti. Le manifestazioni di protesta che esplosero spontaneamente a Gerusalemme vennero represse secondo le solite modalità: la polizia sparò sui manifestanti, ne uccise 7 e ne ferì 250. La protesta popolare ben presto dilagò dando inizio a un nuovo periodo di forte mobilitazione popolare che verrà in seguito definito come Seconda Intifada o Intifada di al-Aqṣā. Ben presto i moti popolari cedettero il passo all’azione di gruppi armati. Infatti, in base agli accordi di Oslo erano stati introdotti nei Territori Occupati ingenti quantità di armi e di uomini armati provenienti dall’estero, all’evidente scopo di spostare sul terreno militare lo scontro tra il disarmato e pacifico movimento di resistenza popolare palestinese e l’esercito di occupazione israeliano.
La repressione dei moti popolari dell’ottobre 2000, proseguì con uso massiccio di armi pesanti. Nel febbraio 2001, il generale Sharon sostituì Ehud Barak alla guida del governo israeliano. I raid con elicotteri da guerra israeliani si intensificarono e alla fine di marzo l’esercito israeliano invase le zone assegnate alla polizia palestinese secondo gli accordi di Oslo. Da parte palestinese, continuarono gli attentati su tutto il territorio israeliano. 
In aprile le vittime civili palestinesi della Seconda Intifada salirono a 400. Il 18 maggio, un attentatore suicida palestinese si fece esplodere in un supermercato uccidendo cinque soldati israeliani. Pochi minuti dopo l’attentato i caccia F16 israeliani bombardarono le città di Ramallah, Nāblus e Ṭūlkarem causando decine di morti. In luglio vennero creati dieci nuovi insediamenti israeliani nei Territori Occupati.
Il 29 agosto venne ucciso a Ramallah Abū ʿAlī Muṣṭafā, leader del FPLP (Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), con due missili lanciati dall’esercito israeliano. Per tutta risposta il 17 ottobre un commando del FPLP uccise il ministro israeliano Rehavam Ze’evi. Il 18 l’aviazione israeliana bombardò le sei città affidate all’ANP nei Territori Occupati uccidendo 40 civili palestinesi. In dicembre i caccia F16 bombardarono l’ufficio del capo dell’ANP ʿArafāt a Gaza accusato di “non fare abbastanza per combattere il terrorismo”. ʿArafāt venne confinato nel suo ufficio a Ramallah sotto assedio israeliano. Il 16 gennaio 2002, la polizia dell’ANP arrestò il nuovo leader del FPLP Ahmad Saʿdāt.
Si alternarono attentati suicidi palestinesi a bombardamenti e omicidi mirati israeliani. In aprile l’esercito israeliano occupò di nuovo la città di Betlemme, Qalqīlya e Ṭūlkarem, precedentemente consegnate all’ANP.
Alla fine di marzo del 2002 Israele lanciò, colpendo aree residenziali, la più grande offensiva militare dai tempi dell’inizio dell’Occupazione della Cisgiordania nel 1967. Chiamata Operazione “Scudo difensivo”, l’invasione di città palestinesi raggiunse livelli incredibili di violenza nei confronti della popolazione civile, la distruzione di edifici e infrastrutture governative, l’incendio di numerosi negozi, centri e attività commerciali, danni incommensurabili al patrimonio culturale e distruzioni di infrastrutture civili. L’esercito israeliano tagliò acqua ed elettricità dalla maggior parte delle aree e impose pesanti coprifuoco sugli abitanti della città. Tutte le città palestinesi e il loro tessuto sociale ed economico hanno subito un livello incomparabile di violenza e distruzione, ma la parte più grave dell’Operazione “Scudo difensivo” è stata condotta nel campo profughi di Jenin, la cui invasione è stata etichettata da tutte le organizzazioni per la difesa dei diritti umani come “crimine di guerra”.

Frammento fotografico dell’operazione “scudo difensivo”. L’operazione è stata una grande operazione militare condotta dalle Forze di difesa israeliane nel 2002, nel corso della Seconda intifada. È stata la più grande operazione militare nella Cisgiordania, dopo la guerra dei sei giorni del 1967. L’obiettivo dichiarato era quello di porre fine all’ondata di attacchi terroristici palestinesi. Il casus belli fu l’attentato suicida avvenuto il 27 marzo al Park Hotel a Netanya; un attentatore palestinese si fece esplodere, uccidendo 30 persone e ferendone altre 140.

L’offensiva ha avuto inizio con l’attacco al quartier generale di Yāsser ʿArafāt a Ramallah. L’esercito entrò a Betlemme, Ṭūlkarem, Qalqīlya il 1 aprile e Jenin e Nāblus il 3 e 4 aprile. Queste aree vennero dichiarate “zone militari chiuse”, ogni via d’accesso venne bloccata e fu impedito il passaggio ai soccorsi umanitari e medici. Jenin venne assediata e l’accesso alla città impedito dal 3 al 18 aprile circa. Un fuoco sostenuto, l’assalto dei carri armati e missili sparati dagli elicotteri Apache diedero il via all’attacco contro il campo profughi. Poiché i blindati non poterono entrare nei vicoli, i bulldozer demolirono le case sui due lati delle strade. Con la morte di ʿArafāt, nel novembre 2004 vennero indette le elezioni presidenziali per la designazione del suo successore.
Il primo dei quattro round di elezioni municipali – che si svolsero tra il dicembre 2004 e il dicembre 2005 – inaugurò per i palestinesi un anno di appuntamenti con le urne. Nel gennaio 2005 Maḥmūd ʿAbbās fu eletto dopo una campagna elettorale che mostrò forti divisioni all’interno di al-Fatḥ: Marwān Barghūthī – che dall’aprile 2002 era detenuto nelle carceri israeliane – si presentò come candidato alternativo ad ʿAbbās. La candidatura di Barghūthī creò scompiglio nelle file di al-Fatḥ – diversi sondaggi prevedevano un testa a testa fra i due leader per la presidenza – ma venne ritirata un mese prima delle elezioni. Il ritiro di Barghūthī e il rifiuto di Hamas di presentare un proprio candidato consegnarono la vittoria ad ʿAbbās, che prevalse con il 62,5% dei voti. Il successo di ʿAbbās era però più fragile di quanto le percentuali potessero far supporre: ʿArafāt era stato eletto dieci anni prima con quasi il 90% dei voti in elezioni che avevano visto un affluenza molto più alta – il 71% dell’elettorato contro il 45% del 2005 – e la vittoria di ʿAbbās si doveva, in buona parte, alla trattativa dell’ultimo minuto con la “nuova guardia” del partito che aveva portato al ritiro di Barghūthī. La crisi di al-Fatḥ fu resa evidente dall’andamento delle consultazioni successive, dove gli islamisti presentarono le proprie liste. Hamas ottenne un sostanziale successo dapprima nelle elezioni locali: dal primo round – in cui l’organizzazione conquistò oltre il 35% dei voti, e 13 municipi su 28 – al quarto – quando essa si impose a Nāblus, Jenin e al-Bireh – il movimento islamista mostrò per la prima volta quanto fosse solido il consenso di cui godeva nei Territori, anche al di fuori delle proprie tradizionali roccaforti di Gaza e Hebron. Alla vigilia delle elezioni per il Consiglio la “minaccia” nei confronti del monopolio di al-Fatḥ aveva dunque assunto tratti molto concreti. Numerosi osservatori dubitavano tuttavia che Hamas sarebbe riuscita a replicare il buon risultato locale in un’elezione nazionale; immaginare una sconfitta di al-Fatḥ – centro della politica palestinese dalla fine degli anni Sessanta – per opera di quella che era principalmente considerata un’organizzazione terroristica sembrava impossibile. L’esito del voto del 25 gennaio 2006 fu dunque per molti versi un fulmine a ciel sereno e uno shock per la comunità internazionale: non solo Hamas vinse le elezioni, ma si impose in modo netto, aggiudicandosi quasi il 45% delle preferenze e 72 seggi su 132, mentre al-Fatḥ si fermò al 41% e 45 seggi. Hamas ottenne così la maggioranza assoluta dei seggi del Consiglio e la possibilità di formare un governo. Nel marzo 2006 Ismāʿīl Haniyeh – tra i fondatori di Hamas – divenne così il primo ministro dell’ANP.
Per il movimento islamista la scelta di partecipare alle elezioni rappresentò una svolta fondamentale: per la prima volta Hamas accettava di partecipare al sistema politico creato dagli accordi di Oslo, pur senza riconoscerli apertamente.
La dirigenza del movimento aveva già discusso questa possibilità nel 1996, ma allora era stata scelta la strada del boicottaggio. Nel 2005 il contesto era cambiato, per via della crisi di al-Fatḥ e del crollo catastrofico del processo di Oslo.
La Seconda Intifada era stata combattuta da tutti i gruppi armati palestinesi, ma aveva rafforzato Hamas rispetto ai suoi concorrenti politici. La delusione per l’esito di Oslo aveva premiato politicamente la credibilità di chi vi si era sempre opposto fin dall’inizio, e fin dall’inizio della rivolta di Hamas era stata sempre in prima linea nello scontro con Israele. Tracciando un parallelo col Libano degli Hezbollah, politicamente vicini all’organizzazione islamista, Hamas si trovava nelle condizioni migliori per rivendicare come un successo della resistenza il ritiro unilaterale israeliano da Gaza, avvenuto pochi mesi prima delle elezioni. Capace di coniugare un seguito di massa con l’efficienza delle proprie milizie, rinforzate da una schiera apparentemente inesauribile di aspiranti kamikaze, Hamas venne duramente colpita da Israele; tuttavia la repressione finì per favorire gli islamisti. Hamas non dipendeva per la sua attività dalla macchina dell’ANP, che fu quasi interamente distrutta nelle fasi più violente dell’Intifada; l’organizzazione fu inoltre in grado di mantenere un’unità logistica e una catena di comando incomparabilmente più solide rispetto a quelle di al-Fatḥ, preda invece di incontrollate spinte centrifughe. Le risorse della sua rete di assistenza, dopo il collasso dell’ANP, erano più che mai fondamentali per le impoverite famiglie palestinesi; inoltre i quadri del movimento si erano fatti negli anni una reputazione di onestà, abnegazione ed efficienza che contrastava con la gestione disinvolta di al-Fatḥ. Anche la politica israeliana di esecuzioni mirate produsse risultati controproducenti: gli omicidi di alti dirigenti di Hamas come lo shaykh Aḥmad Yāsīn e Abd al-Aziz al-Rantissi rafforzarono il consenso verso gli islamisti senza intaccarne la capacità politica e operativa. La morte di Yāsīn in particolare, assassinato da un razzo lanciato da un elicottero mentre stava uscendo da una moschea a Gaza, fece di lui un martire e decine di migliaia di persone parteciparono ai suoi funerali.
Hamas affrontava dunque la prospettiva di partecipare alle elezioni locali e nazionali da un nuovo punto di vista: la forza dell’organizzazione era cresciuta, il momento era politicamente propizio e il crollo del processo di pace offrì la possibilità di compiere un simile passo senza dover sottoscrivere la linea politica di al-Fatḥ. Gli osservatori internazionali, non furono tuttavia gli unici ad essere sorpresi dalla vittoria di Hamas: secondo Khaled Hroub la stessa leadership dell’organizzazione non si aspettava una vittoria così netta, ma puntava piuttosto a svolgere un ruolo di “cane da guardia” nei confronti di al-Fatḥ. Agendo dall’interno delle istituzioni dell’ANP, Hamas avrebbe potuto controllare al-Fatḥ cercando di far pesare nel dibattito le ragioni della resistenza. L’ingresso nell’ANP avrebbe inoltre potuto garantire qualche protezione rispetto alla repressione israeliana. Questo tentativo di sperimentare un cauto ingresso nel sistema andò però oltre le previsione della leadership e Hamas si trovò ad affrontare direttamente la responsabilità di governare l’ANP, in un momento di grande tensione. Il nuovo premier Ismāʿīl Haniyeh – dirigente dalle posizioni pragmatiche che aveva sostenuto l’idea della partecipazione di Hamas alle elezioni già nel 1996 – assunse la carica lanciando appelli di relativa moderazione e cercando di formare un governo di unità nazionale con le altre organizzazioni.
Tanto il programma elettorale che quello del governo, e altri documenti dello stesso periodo, rappresentavano un’evoluzione in senso pragmatico rispetto a precedenti occasioni; a partire dal 2002 l’organizzazione, assieme ad altri gruppi, aveva anche proposto inutilmente a Israele di discutere una tregua – in termini islamici una hudna – e ne aveva dichiarate diverse unilateralmente a partire dal 2003.
L’impressione di molti osservatori fu che Hamas volesse esplorare le possibilità offerte dal nuovo contesto avviando una trattativa indiretta – il cui onere formale sarebbe toccato al Presidente ʿAbbās – che si fosse concentrata sulla prospettiva di una tregua a tempo indefinito fondata sui termini della soluzione dei “due popoli due Stati”. Un tale meccanismo avrebbe consentito di trattare con Israele senza affrontare scogli formali quali il riconoscimento dello Stato ebraico o l’adesione agli accordi di Oslo.
Il contesto post-elettorale mise tanto al-Fatḥ quanto Hamas davanti a uno scenario, il cui nodo problematico riguardava la definizione della loro relazione reciproca e di quella con la società palestinese. Fin da subito, tuttavia, gli eventi iniziarono a precipitare, portando ben presto Hamas e al-Fatḥ in rotta di collisione. Israele dichiarò di non riconoscere il nuovo governo, rifiutandosi di effettuare i trasferimenti di fondi che erano dovuti all’ANP e arrestando decine di esponenti di Hamas, tra cui diversi parlamentari e ministri. La comunità internazionale, almeno per quanto riguarda Stati Uniti e Unione Europea, seguì la medesima linea, sospendendo i finanziamenti o cercando di aggirare il governo di Hamas. Il boicottaggio contribuì a esasperare la tensione fra Hamas e al-Fatḥ, creando un conflitto politico e istituzionale. La macchina amministrativa dell’ANP, e in particolare i servizi di sicurezza, era costituita da personale vicino ad al-Fatḥ, poco propenso a collaborare con il nuovo esecutivo. Mentre il governo era boicottato dai paesi arabi donatori, questi ultimi continuavano a finanziare la presidenza di ʿAbbās e a fornire addestramento ai servizi di sicurezza a lui vicini. Pochi mesi dopo le elezioni del gennaio 2006 al-Fatḥ rifiutò per la prima volta di prendere parte al governo di unità nazionale proposto da Hamas; nello stesso tempo la presidenza dell’ANP attuò una specie di golpe non violento nei confronti del governo appropriandosi di competenze nel campo legislativo e amministrativo. A partire dal quel momento vi fu uno stillicidio tra sostenitori delle due organizzazioni, che lasciarono sul campo diverse decine di morti prima della fine dell’anno. A dicembre, la minaccia di ʿAbbās di convocare nuove elezioni nel caso non si fosse trovato un accordo per il governo di unità nazionale innalzò ulteriormente la tensione, solo temporaneamente smorzata dalla costituzione di un fragile esecutivo d’intesa formato da rappresentanti di quasi tutte le liste elette al Consiglio. Gli scontri fra Hamas e al-Fatḥ ripresero a maggio e il conflitto esplose in modo definitivo il mese successivo. All’inizio di giugno quattro giorni di combattimenti a Gaza provocarono 500 feriti; la battaglia si concluse con la vittoria di Hamas. ʿAbbās reagì esautorando il governo di Haniyeh e nominando Salām Fayyāḍ primo ministro, mentre i militanti di al-Fatḥ iniziarono una serie di rappresaglie contro le strutture e i militanti di Hamas in Cisgiordania. Nonostante la situazione rimanesse tesa Hamas riuscì a consolidare il suo controllo sulla Striscia di Gaza. Gli eventi del giugno 2007 determinarono dunque una drammatica spaccatura istituzionale – tra la presidenza e il governo dell’ANP – e territoriale tra Gaza e Cisgiordania. Israele reagì isolando completamente Gaza; il blocco aggravò ulteriormente le condizioni della popolazione residente nonostante l’espansione del sistema dei tunnel verso l’Egitto, che consentiva di contrabbandare generi di prima necessità. Hamas si dimostrò tuttavia in grado di mantenere l’ordine, senza tuttavia rinunciare a colpire Israele con ripetuti lanci di razzi artigianali – i famosi Qassam – verso le località israeliane più vicine ai confini di Gaza.

Col termine striscia di Gaza (in arabo: قطاع غزة‎, Qiṭāʿ Ghazza; in ebraico: רצועת עזה, Retzu’at ‘Azza) si indica un territorio palestinese confinante con Israele ed Egitto nei pressi della città di Gaza. Si tratta di una regione costiera di 360 km² di superficie popolata da circa 1.760.037 abitanti di etnia palestinese, di cui 1.240.082 rifugiati palestinesi.

Alle 11.30 del mattino del 27 dicembre 2008 Israele scatenò una massiccia offensiva aerea contro la Striscia di Gaza, denominata Operazione “Piombo Fuso”. L’obiettivo ufficiale dichiarato dal governo israeliano era porre fine al lancio di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza verso Israele. Ma, come ha commentato il giornalista israeliano Michel Warschawski in un suo articolo scritto nei giorni dell’attacco: «La carneficina di Gaza non è una reazione “sproporzionata” ai razzi lanciati dai militanti della Jihad Islamica e altri gruppuscoli palestinesi sulle località israeliane vicine alla Striscia di Gaza, ma un’azione premeditata da molto tempo, come d’altronde riconosce la maggior parte dei commentatori israeliani».
Il 3 gennaio Tel Aviv invase la Striscia con forze di terra. Il 7 gennaio il bilancio delle vittime era già di 639 palestinesi morti e tremila feriti. Gli israeliani morti undici. Oltre ai centri di potere e alle case dei leader di Hamas, i caccia israeliani bombardarono università, moschee e i tunnel al confine con l’Egitto.
Il 6 gennaio l’artiglieria israeliana rase al suolo una scuola gestita dall’ONU uccidendo 40 persone, tra cui molti bambini: le immagini di questa tragedia faranno il giro del mondo scatenando reazioni unanimi di condanna. Il 18 gennaio Hamas e Israele annunciarono il cessate il fuoco: il bilancio dei 22 giorni di attacchi militari fu di 1.400 palestinesi uccisi dall’esercito israeliano. Tra i morti, centinaia furono i civili inermi, compresi di 300 bambini, oltre 115 donne, circa 100 anziani e circa 200 giovani non armati. 240 poliziotti vennero uccisi nei bombardamenti che hanno colpito le stazioni di polizia lungo la Striscia di Gaza e la cerimonia dei cadetti che si stava svolgendo a Gaza City nelle prime ore dell’Operazione “Piombo Fuso”. Questi numeri si basavano sui dati raccolti dai delegati di Amnesty International a Gaza e su casi documentati da Ong e personale medico di Gaza.
Secondo le organizzazioni palestinesi per i diritti umani, due terzi dei morti furono composti da civili. Amnesty, che ha portato avanti la sua indagine tra gennaio e febbraio 2009, non ha però avuto né le risorse né il tempo per verificare queste informazioni.
Si contarono circa 5.300 feriti (di cui 350 gravi), molti resi disabili a vita, intere aree della Striscia ridotte ad un cumulo di macerie, decine di migliaia di persone ridotte senza una casa a cui far ritorno e l’economia di Gaza, già disastrata, subì il tracollo definitivo.
Da parte israeliana, 3 civili morirono colpiti da razzi lanciati dalla Striscia di Gaza, mentre 84 persone rimasero ferite. Nove soldati vennero uccisi durante i combattimenti a Gaza (4 colpiti da fuoco amico) e 113 feriti.
L’8 luglio del 2014 Israele lanciò una nuova campagna militare nella Striscia di Gaza con il nome in codice “Margine di Protezione”. Anche in questo caso come per “Piombo Fuso” l’intento dichiarato era quello di fermare il lancio di missili verso il proprio territorio. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nei 51 giorni della guerra, che si è conclusa il 26 agosto, i bombardamenti e le incursioni via terra dell’esercito israeliano hanno causato la morte di più di 2.200 palestinesi, di cui 1.462 civili, un terzo dei quali bambini.
L’attuale approccio alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese ha portato a un’impasse, e la questione che va avanti da più di un secolo sembra destinata a durare per due ragioni principali. Prima ragione: le possibilità di uno Stato palestinese sostenibile in Cisgiordania e a Gaza, come molti analisti convengono, sono esili, grazie alla malandata configurazione dell’area e allo spazio ridotto. Sta invece emergendo ciò che resta di uno Stato, sotto la tutela di Israele – un insieme di bantustan palestinesi. Seconda ragione: la negazione israeliana del diritto al ritorno dei rifugiati implica che le tensioni tra i palestinesi e giordani dell’Est in Giordania continueranno. Anche in Israele l’antagonismo tra ebrei e arabi è destinato inevitabilmente a continuare, a causa della mancata risoluzione del problema palestinese e all’insistenza di Israele nell’essere uno Stato esclusivamente ebraico, e non uno Stato per tutti i suoi cittadini.
Perché si possa mai realizzare una pace duratura, è necessario superare la formula dei “due popoli due Stati” venutasi a consolidare con gli accordi di Oslo.
La soluzione dello stato unico è stato l’approccio palestinese alla risoluzione del conflitto con Israele, fin da quando l’OLP non adottò manifestamente nel 1988 la strategia dei due Stati. Al-Fatḥ adottò tale idea verso la fine degli anni Sessanta, ma per un breve periodo, senza aver riflettuto seriamente sulle modalità istituzionali e senza identificazione dei passaggi attraverso i quali avrebbe potuto essere raggiunta o cosa avrebbe significato sotto il profilo delle strategie militari e politiche. L’idea fu esposta all’opinione pubblica nel 1974, nel famoso discorso di Yāsser ʿArafāt, capo dell’OLP, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ciò che ʿArafāt chiedeva in poche parole, era la desionizzazione di Israele. La reazione di Israele e dei suoi sostenitori fu immediata e inequivocabilmente negativa: tale progetto era un espediente per la distruzione dello Stato ebraico. Dal quel momento la formula dello stato unico cadde nell’oblio, tranne che per alcuni attivisti risoluti. I critici di tale soluzione mettono l’accento sulla mancanza di sostegno pubblico al progetto derubricandolo a una mera utopia. La verità è che è molto più irrealistico pensare di continuare a parlare della soluzione dei due Stati. Recentemente il parlamento israeliano ha approvato in via definitiva una legge che permetterà ai cittadini israeliani di appropriarsi forzosamente di terreni privati in territorio palestinese, limitandosi a compensare i proprietari con una somma in denaro. La legge avrà inoltre valore retroattivo, e legalizzerà di fatto qualsiasi insediamento presente in terra palestinese. La verità è che Israele ha già fatto lo stato unico, ora si tratta di trasformare questo stato in una vera democrazia dove ebrei, cristiani e musulmani possano vivere in pace con rispetto reciproco e senza nessuna discriminazione.

 

Per approfondimenti:
_Edward Said, La questione palestinese. La tragedia di essere vittima delle vittime, Roma, Gamberetti, 1995;
_Massimo Massara, La terra troppo promessa. Sionismo, imperialismo e nazionalismo arabo in Palestina, Milano, Teti editore, 1979;
_Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Milano, BUR, 2003;
_Nathan Weinstock, Storia del sionismo. Dalle origini al movimento di liberazione palestinese, 2 voll., Roma, Samonà e Savelli, 1970;
_Elias Sanbar, Il palestinese. Figure di un’identità: le origini e il divenire, Milano, Jaca Book, 2005;
_Janet Abu-Lughod, The Demographic Transformation of Palestine, in Id., The Transformation of Palestine: Essays on The Origin and Development of The Arab-Israeli Conflict, Northwestern University Press, Evanston, 1971;
_Marco Allegra, Palestinesi. Storia e identità di un popolo, Roma, Carocci, 2010;
_Ilan Pappé, Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli, Torino, Einaudi, 2005;
_Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Roma, Fazi, 2008;
_Tom Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, Milano, Mondadori, 2001;
_Antonio Moscato, Israele senza confini. Politica estera e territori occupati, Roma, Sapere 2000, 1984;
_Giancarlo Paciello, La conquista della Palestina. Le origini della tragedia palestinese, Pistoia, Editrice CRT, 2004;
_Nakba. L’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, Roma-Salerno, Fondazione Internazionale Lelio Basso, 1988;
_Guido Valabrega, Il Medio Oriente dal primo dopoguerra a oggi, Firenze, Sansoni, 1973;
_Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882-1948, Washington, Institute for Palestine Studies, 1992;
_Nur Masalha, A Land Without a People, Transfer and the Palestinians 1949-1985, Londra, Faber & Faber, 1997;
_Patrick Seal, Il leone di Damasco. Viaggio nel ‘Pianeta Siria’ attraverso la biografia del presidente Hafez al Assad, Roma, Gamberetti, 1995;
_Patrick Seal, Abu Nidal, una pistola in vendita. I mille volti del terrorismo internazionale, Roma, Gamberetti, 1994;
_Robert Fisk, Il martirio di una nazione. Il Libano in Guerra, Milano, Il Saggiatore, 2010;
_Khaled Hroub, Hamas: un movimento tra lotta armata e governo della Palestina raccontato da un giornalista di Al Jazeera, Milano, Mondadori, 2006;
_Michel Warschawski, Israele-Palestina. La sfida binazionale: un sogno Andaluso del XXI secolo, Roma, Sapere 2000, edizioni multimediali, 2002;

 

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