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La Real Brigata Estense: fidelitati et costantiae in adversis (1859-63)

di Fulvio Izzo del 14-06-2022

L’11 giugno 1859, costretto dal precipitare degli avvenimenti della II guerra “d’indipendenza” (battaglie di Montebello e Magenta, abbandono di Milano da parte delle truppe austriache), Francesco V Duca di Modena1 lascia la capitale, a capo della Brigata Estense, per passare la frontiera, il 14, e giungere nello stesso giorno a Mantova, dove si attesta con le proprie truppe, che entrano a far parte del II Corpo d’Armata austriaco comandato dal principe Eugenio Liechtenstein. Sono al suo seguito l’intero Stato Maggiore, il Real Reggimento Estense di Linea, il battaglione dei Reali Cacciatori del Frignano, il Corpo di Cavalleria dei reali Dragoni Estensi, la Ducale Artiglieria da campagna, il Reale Corpo dei Pionieri, elementi del Genio e della Sanità e la Guardia Nobile d’Onore Estense. Quest’ultima, divisa nei distaccamenti di Modena, Reggio e Massa Carrara, aveva il compito di servire da scorta d’onore alla famiglia ducale.
Le truppe modenesi non vengono impegnate nella battaglia di Solferino e l’armistizio di Villafranca del luglio successivo le sorprende di stanza nella provincia di Padova, pronte a ritornare in patria, al momento che i negoziati sanciranno il rientro nei loro Stati sia del Granduca di Toscana, che del Duca di Modena. In proposito Napoleone III, nel proclama indirizzato al popolo francese del 3 maggio afferma che «lo scopo di questa guerra è di restituire l’Italia a se medesima e non di farla mutar di padrone».

A sinistra: Giovanni Antonio Magini (Padova 13 giugno 1555 – Bologna 11 febbraio 1617). Titolo: Ducato di Modena, Reggio et Carpi, col Dominio della Garfagnana. Epoca: 1599. Tecnica: Incisione all’acquaforte su rame acquerellata a mano. Misura: Cm.55×41. Descrizione: La carta, che faceva parte dell’atlante “Italia”, fu pubblicata dal figlio Fabio a Bologna nel 1620 e divenne da subito il modello cartografico della Romagna più seguito per tutto il XVII° secolo. A destra: Francesco V Ferdinando Geminiano d’Austria-Este (Modena, 1º giugno 1819 – Vienna, 20 novembre 1875) appartenente alla linea Austria-Este, figlio maggiore del duca Francesco IV d’Austria-Este e della principessa Maria Beatrice di Savoia (1792-1840), fu l’ultimo sovrano regnante del Ducato di Modena e Reggio.

Il Governo rivoluzionario di Modena, però, agendo di sorpresa e con l’avallo dissimulato del Piemonte – il cui re ratifica i trattati con la forma limitativa “per quel che mi concerne”, non intendendo rinunciare alla politica delle annessioni – dichiara decaduto il Duca e proclama l’annessione dell’antico stato al Piemonte. Di fronte al fatto compiuto, con l’ulteriore tolleranza e connivenza della Francia, compensata dalla cessione di Nizza e della Savoia, non c’è più nulla da fare: Napoleone dichiara, al Moniteur del 9 settembre, che “gli Arciduchi non saranno ricondotti nei loro stati da forze straniere”.
L’art. 19 del trattato di Zurigo del 10 novembre ribadisce i diritti del Granduca di Toscana, del Duca di Modena e del Duca di Parma, ma rimane un semplice pezzo di carta senza alcun valore. A commento degli accadimenti, nelle sue Memorie, Francesco V amaramente avvertirà: «Napoleone fa il suo mestiere, ma il resto d’Europa non fa il suo; ma lo sconterà, giacche la monarchia ereditaria è impossibile con le massime alla moda, che non generano che l’alternativa di licenza e di tirannica dittatura sui popoli»2. Inizia così l’odissea della Brigata Estense che segue il suo sovrano nell’esilio su territorio austriaco.
Fin dal 1847 esiste fra l’Imperatore d’Austria ed il duca di Modena un trattato di reciproco intervento ed assistenza militare, nel caso di attacco esterno sempre che ne venga fatta richiesta. Con l’art. 5 ci si riservava poi di regolamentare con successiva convenzione tutte le questioni di copertura delle spese di mantenimento delle truppe nel momento in cui vi fosse stato impiego sul territorio dell’altra parte contraente, prevedendo per il momento il solo caso -il più possibile- di intervento austriaco sul territorio del ducato.
Ed in sostanza, non essendosi mai verificata la circostanza che truppe estensi avessero dovuto operare su territorio austriaco, l’obbligo di provvedere alle spese di mantenimento ebbe esecuzione unilaterale.
Alla luce dei nuovi eventi, il governo imperiale onora immediatamente l’impegno assunto ed una dichiarazione del Ministro degli Affari Esteri conte Rechberg assicura alle truppe estensi l’accoglienza sul territorio austriaco ed il loro sostentamento. Tutto ciò preoccupa non poco il governo italiano, tanto che Cavour il 16 marzo 1861 scrive a D’Azeglio, Ministro Plenipotenziario a Londra, facendo presente che l’Austria non solo rifiuta di riconoscere la nuova Italia, ma si riserva di far valere le proprie pretese sugli stati centrali della penisola: «Queste riserve e queste pretese non si limitano affatto a semplici parole, ma sono accompagnate da atti concreti e significativi. Basti ricordare che il Governo Austriaco mantiene costantemente sul nuovo confine le truppe modenesi che hanno seguito il Duca. Queste truppe hanno conservato le loro bandiere e le loro insegne e sono ancora organizzate come in tempo di guerra, sono sempre pronte ad invadere il vecchio territorio del loro signore» .
All’atto del suo arrivo a Mantova nel giugno 1859, l’armata regolare ducale ammonta a 3.623 uomini con 229 cavalli (510 dragoni con 82 cavalli; 335 Artiglieri con 137 cavalli; 169 Pionnieri e 2.453 uomini di Infanteria di Linea) compresi molti ufficiali Superiori e subalterni e 156 sottufficiali e soldati della Milizia di Riserva.
Quest’ultima era stata istituita dopo i moti del ’31, su spontanea offerta delle popolazioni rurali: ogni città con popolazione superiore a 500 anime, vi provvedeva con l’uno e mezzo per cento dei suoi abitanti, in modo da avere, in media, una forza di 7.500 uomini, fornita da una restante popolazione di 500.000 abitanti pari a cinque sesti dell’intera popolazione dello stato. Disponendo che non fossero distolti dai lavori agricoli, questi uomini venivano inquadrati in tre reggimenti: 1° Modena, 2° Reggio, 3° Oltreappennino, ma utilizzati il meno possibile e non potevano essere impiegati contro truppe regolari.

Figurini del saggio illustrativo “Dal Ducato di Modena a Torino capitale”. Portano la firme di Gibe (2011).

Prima di acquartierarsi definitivamente a Bassano, la Brigata, destinata a far parte del X e poi del V Corpo d’Armata austriaco, prende stanza nella provincia di Padova, poi lungo le valli del veronese, quindi in provincia di Vicenza e più tardi a Marostica, Crespano ed Asolo; nel dicembre ‘60, cessando di appartenere al V Corpo d’Armata, viene aggregata all’VIII il cui comando è affidato a S.A.I. il generale di cavalleria Arciduca Alberto il quale, nel rivolgere il saluto alle truppe, così si esprime nei riguardi dei modenesi al suo servizio: «Colgo questa occasione onde significare il lieto e sommo mio piacere nell’avere alle dipendenze una truppa che in un tempo come ora, in cui sotto spregevoli pretesti viene riputato virtù l’infrangere la fede giurata, con rara abnegazione dà in faccia a tutte le truppe d’Europa il nobile esempio di immacolata fede all’Augusto suo Sovrano» ; in occasione delle manovre autunnali del 1861, avrà ancora l’opportunità di esprimere nei loro confronti parole di sentito apprezzamento: «io ritengo dovere esprimere la mia più sentita e meritata riconoscenza a tutte le truppe della Brigata, come a parte integrante di quel Corpo d’armata, che sta sotto i miei ordini: truppe distinte per prodezza, illesa fedeltà verso il loro Sovrano, e come a devoti e fidi compagni d’arme delle truppe del Corpo stesso, e destinate colle medesime a dividere un giorno i trofei di una gloria, che ci spetta»4. Poco dopo lo scioglimento di questo Corpo, il 16 settembre 1863, anche la Brigata Estense sarà congedata.
Nonostante i quattro anni di esilio, la Brigata rimane fedele alla consegna e si stringe sempre più intorno al suo Sovrano, mai abbandonata dalla speranza e dalla volontà di rientrare nella propria terra per restaurare l’antica legittimità. Blandizie, promesse e minacce non intaccano il giuramento d’onore prestato, anzi le rare diserzioni naturalmente verificatesi e le vacanze causate dal termine del periodo di coscrizione, da malattie o da morti vengono oltremodo compensate dalla continua affluenza di tanti giovani che giungono volontariamente dal Ducato, scegliendo di servire il loro re e di combattere la battaglia per l’indipendenza del loro paese, anzicché essere arruolati nell’esercito usurpatore e divenire italiani per forza5.
Nel numero del 30 novembre 1861 la Civiltà Cattolica non esita a commentare: «Si ha bella dimostrazione nell’accorrere che fanno tanti giovani, sfidando gravissimi pericoli, per avere l’onore e la ventura di servire sotto la bandiera del Duca nella Brigata Estense. Questa, come si sa, mantenendo inviolato il proprio onore militare, seguì il suo Sovrano là dove l’ospitalità dell’Imperatore d’Austria consentivale di prendere stanza; e mai non fallì al suo dovere. Infinite imposture sparsero i diarii liberaleschi contro codesta Brigata. Ora la dicevano composta quasi per intero di tedeschi sotto divisa estense; ora ne crescevano stranamente il numero, fino a trasformarla in minaccioso esercito; ora per contro ne fingevano così attenuate le file per continue diserzioni, da dover oggimai essere sciolta. Il vero è che la Brigata Estense si mantiene in quel numero ed in quella forza che erasi determinato nel suo organamento; che è tutta composta di volontari estensi, i quali, per mezzo dell’arduo cimento di scampare alle spie ed alle guardie piemontesi, preferiscono esulare dalla patria, cimentandosi all’esser trattati come disertori, se cadono in mano ai presenti dominatori di essa, per correre a vestire la divisa del loro Duca; che codesta brigata infine è una permanente protesta contro l’usurpazione piemontese. Onde ognuno vede la bella lode che le si addice. Ma per giunta è certo che il numero di quelli che si presentano per esservi ammessi supera di gran lunga quello dei morti e dei congedati, e che, se le circostanze lo permettessero, la Brigata estense potrebbe in poche settimane essere raddoppiata, tanto solo che il Duca volesse arrolarvi i modenesi che, anche per abborrimento dei loro conquistatori, bramano di essere ascritti.
Nel passato settembre il Duca e la Duchessa visitarono codesta bella truppa a Bassano, e vi passarono alquanti giorni. E fu spettacolo degno di ammirazione e commoventissimo quello dell’esultanza, dell’affetto, della devozione a tutta prova con cui quelle milizie si studiarono di provare agli augusti loro Sovrani il proprio desiderio di vederli tornati in possesso del loro trono e de’ loro Stati. Certo che Francesco V ne fu tocco fino all’intimo del cuore, e tempo verrà, speriamo, che tanta fedeltà avrà il suo degno premio»6.

Si giunge addirittura a dover rifiutare l’arruolamento di molti volontari per non aggravare le spese di mantenimento a cui, ad un certo punto, lo stesso Duca volontariamente contribuisce con le sostanze del suo patrimonio privato, istituendo un fondo che servirà anche per l’assistenza di individui e famiglie bisognose: dal febbraio 1860 al settembre 1863 contribuirà con 26.436 fiorini per sussidi, 68.441 per armi e munizioni; da marzo a tutto settembre ‘63 con 77.370 fiorini per completamento degli assegni, oltre ad ulteriori sovvenzioni agli ufficiali che passeranno, dopo lo scioglimento, al servizio austriaco e ad altre grosse somme elargite negli ultimi momenti, per l’assistenza della Brigata e per sussidi personali agli uomini della truppa .
Con decreto del 27 settembre ‘59, Farini, il dittatore delle Provincie Modenesi e Parmensi, promette a quanti si presentino entro il 15 ottobre facoltà di “impune rimpatrio”. Gli ufficiali saranno integrati con i rispettivi gradi nell’esercito nazionale o saranno ammessi a far valere il loro diritto a pensione; ai sottufficiali ed ai soldati verrà corrisposta un’indennità di viaggio. In caso contrario sarà decretata la perdita dello status di cittadino, con la conseguente privazione di ogni diritto civile e politico, e si paventa addirittura l’imputazione di lesa maestà ed alto tradimento. Il decreto è persino spedito tramite posta a moltissimi ufficiali e uomini di truppa7.
Ferma è la risposta sia dell’ufficialità estense che di tutta la reale Brigata: «In un’epoca in cui gli elementi tutti del disordine e del sovvertimento, dopo il riportato passeggiero trionfo, congiurano ad organizzare ogni possibile resistenza al ristabilimento del legittimo potere nell’Italia centrale, in simile epoca una voce leale, che pur di tratto in tratto riesce a farsi largo in mezzo al frastuono ed all’imperversare della rivoluzione, ritrova un eco spontaneo in tutti quanti i cuori onesti, che battono in petti Italiani a qualunque Stato appartengano della penisola […] Le truppe e l’Ufficialità estense resistettero già alla seduzione ed alle arti maligne, che il partito sovvertitore suscitava contro di esse, allorquando predisponeva i suoi piani. Si opposero, senza esitare, e finché le circostanze il permisero, all’irrompere di quelle orde di fuoriusciti, che insultavano all’integrità del Ducato. Seguirono finalmente, costrettivi da preponderanti armate, e non da interna sommossa, l’Augusto loro Sovrano in suolo amico. L’Ufficialità e le Truppe Modenesi attestarono con ciò, ed in modo che non ha d’uopo di ulteriori conferme, il pregio che annettono al dovere di sudditi, e la fede incorrotta che serbano ai propri giuramenti […] Gli Ufficiali ed i soldati estensi conoscono per prova l’attaccamento e la devozione, che la generalità dei loro concittadini nutre costantemente verso l’Augusto legittimo Sovrano, e sanno quale sdegno mal represso, e quali lagnanze le presenti calamità suscitino per ogni dove, e principalmente nelle campagne del Ducato […] L’appressarsi che fa la rivoluzione al centro della cattolicità, gli atti consumati in una considerevole parte dello Stato Ecclesiastico contro alla sovranità del Sommo Pontefice, simili affatto a quelli che subirono gli altri sovrani dell’Italia centrale, sveleranno sempre più al mondo le tendenze sovversive delle rivoluzioni medesime, e promuoveranno senza dubbio uno sviluppo al quale i fedeli sudditi e le truppe Estensi sperano di prender parte onorata, contribuendo con tutte le loro forze al ristabilimento dell’ordine, della religione e della legittimità nella loro disgraziata patria. L’Ufficialità Estense, 1 ottobre 1859»8.
«I fortunati, i timonieri, diremo così, di quella fazione rivoluzionaria che attualmente tiranneggia negli Stati di Modena e Parma, si avvisarono di emanare un loro decreto, con cui sotto le più belle lusinghe e promesse, e sotto gravi comminatorie ove non si accettino, intimano il richiamo entro il 15 del corrente ottobre a tutti gli Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati, che trovansi raccolti sotto le bandiere di S.A.R. l’Augusto Nostro Sovrano. Noi non sappiamo se quei signori, meditando questo loro decreto, osassero ripromettersene alcun effetto: bensì sappiamo che chi ne ha avuta cognizione, per la loro premura di indirizzarlo officiosamente fin qui, lo ha riguardato colla meritata indignazione, e possiamo sapere fin d’ora che collo stesso sdegnoso disprezzo lo rigetterà qualsiasi altro dei nostri militari sotto i cui occhi potrà ancora cadere.

Rievocazione storica dell’associazione “Brigata estense”.

Per quei signori, se vogliono, potrà starne mallevadore l’Indirizzo dell’Ufficialità Estense, che leggevasi pure nel numero 223 del 1.° corrente Ottobre della Gazzetta di Verona, al quale, al caso, opportunamente li rimettiamo. E siccome dopo quel recentissimo Indirizzo ci crediamo dispensati da ogni ulteriore protesta contro il quanto indegno, altrettanto inutile tentativo di seduzione di quel decreto, se noi stesso lo portiamo ora a pubblica cognizione, non facciamo già per alcun valore che vi possiamo attaccare, o che possa realmente avere; sibbene per richiamare l’attenzione degl’illusi, degli uomini di buona fede, degli amici della legalità, se ancora ne contino tra le loro file i rivoluzionari, sulla intestazione del medesimo. Dalla quale potranno facilmente riconoscere se essa combini troppo con ciò che fin ora si lesse ne’ pubblici fogli, che l’esaudimento dei voti delle assemblee rivoluzionarie italiane dovea dipendere dalla saggezza, dall’approvazione, dal consentimento dell’Europa.
E così la qualifica di Provincie Modenesi e Parmensi non li lascerà troppo in dubbio sulla sorte riservata dalla medesima a due Stati, che prima godevano della loro autonomia, che anche in ristretto circolo è sempre di lustro e di vantaggio a quei paesi a cui Dio l’ha concessa. Gli è per invitare gli uomini conscienziosi a queste considerazioni, che noi abbiamo superato la nostra ripugnanza nell’occuparci del menzionato Decreto. La Reale Brigata Estense, 10 ottobre 1859»9.

Dopo l’incendio rivoluzionario del 1860, che porta alla conquista manu militari delle terre pontificie e degli stati napoletani, i progetti delle forze controrivoluzionarie -che cercano di organizzare la resistenza antipiemontese per il ripristino della legittimità- prendono in considerazione anche l’ eventuale possibilità dell’impiego della Brigata.
Ed in effetti lo Stato Pontificio, in occasione dell’invasione delle Marche e dell’Umbria, contatta il Duca per chiederne il soccorso. A questo fine Monsignor Nardi si reca in missione segreta a Vienna per interessare l’Imperatore e conseguentemente Francesco V e trattare le condizioni. Per evitare però che l’operazione possa configurarsi come un intervento di forze regolari straniere, si conviene di non coinvolgere le truppe nella loro specificità di armata modenese, ma di permettere ai singoli uomini di accorrere come volontari.
Francesco favorisce incondizionatamente il progetto: è pronto a considerare il servizio da prestare alle dipendenze della Santa Sede come continuazione degli obblighi assunti dai propri uomini ed a ritenere non sciolto il giuramento nei riguardi della sua persona, anche nel caso i cui la Brigata continui a servire il Papa. Nei primi giorni di settembre si approntano già i preparativi per il trasferimento, che deve avvenire con l’imbarco sulle navi del Lloyd austriaco, per effettuare la traversata dell’Adriatico. Ma «la flotta nemica dinanzi ad Ancona, l’irruzione sarda per terra, l’ingresso di Garibaldi a Napoli resero impossibile la partenza delle mie truppe, e quindi il soccorso, che sarebbesi con esse apportato a Sua Santità, la qual cosa fu per alcuni giorni il mio bel sogno» . Il Duca scrive una lunga lettera esplicativa a Monsignor Nardi10.
Miglior sorte non ha il tentativo della Corte Napoletana in esilio, che pensa alla Brigata Estense come parte di un corpo di spedizione per intervenire nelle regioni meridionali, dove il fuoco della rivolta antipiemontese divampa con grande intensità.
Di questo progetto si rinvengono tracce nel diario di Henri de Cathelineau11, il discendente del famoso eroe vandeano Jacques il santo d’Angiò, che nell’agosto del 1861 viene chiamato da Francesco II di Borbone a Roma, per organizzare la guerriglia e la riconquista.
Dopo aver rinviato il progetto -per il sopraggiungere dell’inverno- di una spedizione negli Abruzzi guidata da un Principe Reale (Don Alfonso Conte di Caserta), si decide di stabilire contatti con tutti i principi spodestati, per riunire le forze controrivoluzionarie.
«Il Re mi parlò del Duca di Modena -riferisce Cathelineau-. Bisogna convenire, disse, che è un principe straordinario. Non ha mai voluto riconoscere nè Luigi Filippo, nè la regina di Spagna, nè Napoleone. Lui solo ha ragione, lui solo è coerente con i principii che noi rappresentiamo.
Si decide pertanto di affidare allo stesso Cathelineau ed al cognato, il Marchese di Kermel, una missione intesa a verificare la disponibilità del Duca al progetto. Cathelineau e Kermel incontrano nell’autunno del ’61 sul lago di Costanza, dove si era ritirata in esilio con i figli, la duchessa reggente di Parma, Maria Luisa di Borbone figlia della duchessa di Berry; a Frohsdorf, in Austria, la contessa di Chambord, Maria Teresa d’Austria-Este, sorella del duca di Modena e moglie di Enrico V di Francia, che esprime loro le proprie preoccupazioni: «Il Re di Napoli è attorniato da persone poco fidate! non temete che sia vittima di sleali consiglieri?»; ed a Brouzée la duchessa di Berry, Maria Carolina di Borbone.
Finalmente incontrano anche Francesco V, gli consegnano una lettera del re di Napoli ed il colloquio va certamente a buon fine, se si considera che Cathelineau scrive nel suo diario: «Non posso dire ciò che accadde in queste poche ore, ma rientrando in albergo ringraziai Dio che mi aveva suggerito ciò che bisognava dire per far trionfare la causa che difendevo» .
Notizie più chiare si ricavano dal rapporto che il Marchese di Kermel, rientrato a Roma al termine della missione, presenta ai sovrani napoletani e di cui fa menzione in alcuni appunti, riportati da Cathelineau nel proprio diario: «Consegno a S.M. la Regina una lettera della duchessa di Berry, una lettera per il Re ed il rapporto di Cathelineau scritto in modo da non compromettere nessuno[…] riferisco anche che si è convenuto che Cathelineau, dopo essersi assicurato della volontà del Re di confermare le decisioni prese, sarebbe tornato a Vienna per accordarsi col Duca di Modena sulla scelta del momento opportuno per agire. La Regina mi risponde che il Re vuole contattare personalmente il Duca di Modena.
L’indomani il Re mi fa buona accoglienza e mi chiede familiarmente di raccontargli il nostro viaggio, di parlargli di tutte le persone che avevamo visto e soprattutto delle intenzioni del Duca di Modena. Faccio del mio meglio e, arrivato al punto più interessante, dico al Re:
– Chiedo perdono a V.M. se ripeto integralmente tutto ciò che ho l’incarico di riferire. Monsignore il Duca di Modena ha posto a Cathelineau questa domanda: ‘Il Re di Napoli non nutre, riguardo al governo francese, qualche speranza d’aiuto?’
-Monsignore, non è possibile, gli risponde Cathelineau, perché il Re non vuole servirsi che di legittimisti. Poi gli ha illustrato tutto ciò che V.M. è decisa a fare ed anche la necessità che un principe reale guidi l’insorgenza negli Abruzzi.
Il Duca risponde allora che se V.M. è decisa a rientrare nei suoi stati col solo contributo del partito legittimista, egli l’aiuterà con le sue truppe e col suo danaro e che bisogna lavorare tutto l’inverno per essere pronti ad agire in primavera.
V.M. deve avere fiducia nella missione di Cathelineau, che è totalmente riuscita poiché il Duca di Modena ha offerto volontariamente la sua Brigata Estense ed il suo patrimonio.
– Sono felicissimo, mi disse il Re, non potrò ringraziare mai abbastanza Cathelineau; mi ha reso un grande servigio acquistando alla mia causa i favori del Duca di Modena. Ditegli che sono deciso a servirmi di ogni mezzo: dell’Austria, del Duca di Modena, della signora Duchessa di Parma, degli Spagnoli. Bisogna che quel focolaio di reazione esistente negli Abruzzi sia favorito sino al momento propizio; che la bandiera della legittimità sventoli costantemente[…] Dite a vostro cognato ciò che è deciso fra noi, ditegli soprattutto che occorre agire con prudenza, perché mi è giunta voce che a Roma già conoscono questi ultimi progetti […] In una ultima udienza il Re mi disse:
-Avete visto la Regina e Monsignor Gallo?
-Si, Maestà, ed è per questo che avevo bisogno di vedere V.M., perché mi hanno detto che Cathelineau non deve più occuparsi dell’affare del Duca di Modena. Il Re allora mi disse: ‘Io ve ne dirò la ragione che non è conosciuta né dalla Regina né da Monsignor Gallo; figuratevi che sono stato informato che qui a Roma il Governo ha ricevuto questo dispaccio: il Signor Cathelineau è partito da Roma per andare a Vienna a trovare il Duca di Modena, con una lettera del Re di Napoli. Il Duca ha promesso al Re delle truppe.
Ora, come volete che mandi Cathelineau dal Duca di Modena? Mi è necessario dare un taglio netto a tutti questi sospetti’. Il Re, parlando del dispaccio sembrava molto preoccupato e passeggiava nervosamente […] Stupefatto gli espressi la mia meraviglia e non potei fare a meno di insinuargli che egli doveva avere, nel suo entourage, qualcuno che lo tradiva, perché, in verità, chi avrebbe potuto conoscere le cose così bene? […] Qualche giorno dopo arrivò una lettera di Monsignor Gallo che richiamava mio cognato a Roma il più prontamente possibile; si voleva rinunciare a tutti i progetti».

E’ questa un’ulteriore possibilità per le forze legittimiste che sfuma e che ripropone all’attenzione il clima creatosi nell’entourage borbonico, dove le disparità di vedute, le rivalità e la mancanza di piani accuratamente predisposti, portano ad una successione disarticolata di ordini e contrordini, di marce e contromarce che finiscono col fiaccare il momento della decisione.
Intanto, un successivo decreto di amnistia, nei riguardi delle truppe modenesi, di identico contenuto di quello del Farini, viene emanato da Vittorio Emanuele il 21 settembre 1862; in esso viene comminata la perdita dei diritti politici e civili e la decadenza dal diritto di possedere o acquistare beni nello stato o di disporre degli stessi -che sono sottoposti a sequestro- per tutti i militari estensi che si trovino sul suolo austriaco al servizio del Duca di Modena e che non rientrino, entro sei mesi, nel territorio del Regno d’Italia, escludendoli altresì dal diritto a pensione o ai gradi nell’esercito italiano, fermo restando l’obbligo del servizio militare cui possano essere tenuti nel Regno.
Al fine di non pregiudicare interessi e di non permettere che i suoi fedeli sudditi si sottopongano ad ulteriori così gravosi sacrifici, Francesco V, nel febbraio del ‘63, autorizzerà il congedo dei suoi uomini: «Noi, che abbiamo avute sì luminose prove della fedeltà dei nostri soldati, non vogliamo lasciar credere che esigiamo sacrificj, i quali potrebbero danneggiare interessi d’intere famiglie. Sappiamo, e stiamo certi, che Noi riconosceremo avere essi interamente adempiuto al loro obbligo d’onore e di dovere verso di Noi coll’essersi, per ormai quattro anni, nelle circostanze più difficili mantenuti in una fedeltà, di cui vi sono ben rari esempj nel mondo; e che, se minacciati essi, i loro eredi e le loro famiglie, di poter perdere in tutto od in notabile parte le loro sostanze e rendite, non considereremo per nessuna mancanza verso di Noi l’atto col quale l’uno o l’altro ci chiederà la propria dimissione» .
A tutti i congedati poi riconosce il «diritto, nel caso di restaurazione del legittimo ordine di cose, a riprendere servizio col grado che avrà lasciato, ove il voglia, e ne sia atto e capace: altrimenti verrà pensionato o provveduto con impiego civile, calcolandoglisi gli anni del servizio effettivo prestato. Chi, lasciando al presente il servizio, avesse fin d’ora diritto ad una pensione, potrà, in caso di restaurazione dell’ordine legittimo, far valere le proprie ragioni per ottenere gli arretrati pel tempo intermedio, ritenendo ben inteso che nulla abbia frattanto percepito dal Governo usurpatore» .

L’emanazione del decreto piemontese preoccupa il Gabinetto di Vienna che teme, in presenza delle agevolazioni offerte agli esiliati per il ritorno in patria, una diserzione in massa. Ma questi timori risultano poi assolutamente infondati
Ben pochi, infatti, sono coloro che lasciano la Brigata: sei ufficiali in stato di servizio attivo, un ottantenne ufficiale superiore dello Stato Maggiore, cinque ufficiali dei Reggimenti della Milizia di Riserva ed all’incirca 160 uomini tra sottufficiali e soldati. Francesco V ne è orgoglioso e commenta: «l’effetto del decreto del galantuomo [così chiama Vittorio Emanuele II] è stato nullo nella brigata»12.
Eppure col passar del tempo la situazione degli uomi va facendosi sempre più precaria e difficile, se si considera che, comunque, sono sempre da ritenersi “ospiti” in terra straniera anche se amica, che le indennità vanno sempre più riducendosi sino ad essere pagato il solo soldo di pace, e che il nuovo regime parlamentare-rappresentativo austriaco cerca ogni motivo per osteggiare la loro permanenza sul suolo dell’Impero .
Difatti il destino della Brigata è ormai segnato. Fin dal 1862 la Giunta della Camera dei Deputati austriaca, in occasione dell’esame del bilancio dello stato, nel deliberare lo stanziamento dei fondi per il mantenimento del piccolo esercito modenese, sollecita il Governo a risolvere -entro la fine dell’esercizio amministrativo- la questione del finanziamento «ponendo un termine a questo stato di cose del tutto anomalo».
La proposta viene portata in discussione alla Camera, la quale l’accetta, nonostante l’appassionata difesa del rappresentante del Governo, Conte Rechberg, che così ricorda all’assemblea i doveri morali e giuridici assunti col trattato: «Debbo tornare sulle condizioni dei Ducati, che sono possedimenti austriaci. Toscana è una secondogenitura, Modena una terzogenitura. La Toscana venne assunta onerosamente, scambiandola colla Lorena. Estinguendosi la stirpe maschile di quella linea, quel Ducato retrocede all’Austria. Debbo anche richiamarmi ai trattati dell’anno 1847, i quali sono abbastanza noti a questa camera. Appoggiata appunto a questi trattati, l’Austria, al cominciare della guerra dell’anno 1859 chiese, in base agli obblighi assunti, l’aiuto militare di quei Ducati. Il duca di Toscana non si trovò in grado di prestare il soccorso domandato; il duca di Modena fu il solo tra gli antichi alleati, che si fosse attenuto all’Austria anche nelle disgrazie. Riconobbe il vincolo dei trattati del 1847, e quando le truppe austriache si trovavano costrette alla ritirata, venne preso quell’accordo, di cui parla il rapporto della commissione ed il quale consiste in ciò, che le truppe estensi, ritiratesi sul territorio austriaco, abbiano a venire mantenute dall’Austria, sino a che esse combattono accanto alle sue truppe, od il Duca di Modena sarà rimesso ne’ suoi dominii. Quindi emerge lo stipulato dovere di mantenere la data parola al Duca di Modena. E’ questo un dovere, che corrisponde al patto conchiuso: è un dovere dell’onore dell’Austria di non abbandonare un fedele alleato, dopoché egli le è stato fedele nella sfortuna. Del resto il Governo si è, in confronto alla commissione, obbligato di impiegare tutti i mezzi legali per sollecitare la fine di questo stato di cose. Il Governo per quanto sta nelle sue forze, agirà in modo da corrispondere ai desiderii della commissione stessa»13.
Nonostante ciò Francesco V si sente ferito, sfiduciato ed umiliato e comprende che la classe politica austriaca, ormai anch’essa imbevuta delle idee nuove, non è più affidabile e che le forze sane sono isolate e del tutto impotenti. Così reagisce e si sfoga col suo fedele De Volo: «Appena oso più sperare! L’Austria è dunque all’altezza dei tempi, sa mancare di parola e abbandonare chi si affida a lei. Il ministro della guerra vi fa un’ ignobile ed iniqua figura, mi dà buone parole, mi chiede proposte, io gliele faccio avere e mi do la pena di scrivere di pugno, egli non ha neppure l’educazione di rispondere ad un SOVRANO e ad un membro della famiglia imperiale e dietro alle spalle dà il colpo di grazia alla mia truppa[…] Voglio, dopo che il sacrificio sarà consumato, stabilirmi in Baviera ove a mia giustificazione pubblicherò tutto dopo aver fatta una protesta formale contro la violazione dei trattati anche per parte della potenza che senza di quelli deve logicamente sciogliersi colle teorie e tendenze moderne[…] E’ un’infamia, potranno farmi ciò che vogliono, ma un’infamia non me la faranno fare quegli eunuchi politici» , e dopo pochi giorni ribatte: «Io non segnerò decreto di morte dei miei, né tacitamente vi acconsentirò, ma… farò anzi scandalo[…] i miei debbono sapere tutto se venissero sciolti o cessasse l’assegno. Lo scrissi[…] che io non avrei riguardo a nessuno e che non peccherò né di connivenza né di apatia né di pietà, sotto la quale parola qui intendono che in famiglia si deve sempre avere una passiva rassegnazione ed ingoiare in silenzio qualunque ingiustizia» .
Il Parlamento liberal-costituzionale però, sensibile agli intrighi di Torino, cancella totalmente dall’esercizio finanziario del 1863 la voce di spesa per il mantenimento della Brigata e solo l’intervento diretto dell’Imperatore permette di protrarre il finanziamento14.
Tuttavia prende ormai definitiva consistenza l’evento dello scioglimento della Brigata15 ed in tale previsione cominciano a balenare, tra soldati e ufficiali, impossibili progetti di impiego autonomo della stessa: «Molti vedevano quanto sarebbe stato opportuno di formare una legione italiana da tutti gli elementi sani della nazione e contrarii alle usurpazioni, che sarebbe stato un centro e una protesta permanente contro i fatti compiuti, ed un legame fra l’Austria e l’Italia non meno che fra i legittimisti delle diverse parti della penisola; in fine un nucleo prezioso nella prossima guerra che, per quanto dicano gli ottimisti, dovrà presto o tardi riaccendersi. Tale legione avrebbe riunito a se le popolazioni di campagna per un’insurrezione che evrebbe dato un carattere nazionale alla reazione contro il Piemontesismo ed il vassallaggio francese, formando detta legione nello stesso tempo l’embrione di un’armata federale Italiana che sola potrebbe unire le viste nazionali col rispetto alla giustizia ed ai diritti dei singoli Stati Italiani. Questi erano ragionamenti belli e buoni; erano lusinghe che traevano loro appoggio dal vero, dalla giustizia e dall’interesse politico ancora»16.
Intanto, Francesco V addiviene ad un accordo con le autorità austriache per il passaggio delle sue truppe nei ranghi dell’esercito imperiale. Tutti gli appartenenti all’armata ducale possono essere ammessi al servizio imperiale nei corpi corrispondenti; gli ufficiali conservano i loro gradi ed il rango di anzianità; gli inabili al servizio attivo o a quello c.d. di pace, una volta transitati, vengono collocati a riposo e pensionati conformemente alle norme modenesi.
I sottufficiali ed i soldati sono liberi di entrare come volontari e “senza capitolazione” nell’armata imperiale o di ingaggiarsi per 4 anni; resta comunque salva la facoltà di lasciare in qualsiasi momento il servizio austriaco, in caso di chiamata del Duca alle antiche bandiere; anche per quest’ultimi sono assicurati i diritti alla pensione ed al trattamento di invalidità.
Lo scioglimento viene annunciato dal Duca, dalla sua residenza di Wildenwart in Baviera, con il sovrano Ordine del Giorno del 16 agosto 1863: «Soldati! Dal Comando dell’Armata I.R. in Italia avrete udito che lo scioglimento della Brigata Estense deve in breve aver luogo[…] Gli ufficiali che volessero rimpatriare per riunirsi alle loro famiglie o per ricondurle alle loro case, ed i soldati poi in specie, che scegliessero il rimpatrio, non mancheranno neppur essi con ciò ai loro doveri verso di Noi. Questi ultimi però rammentino che il Governo usurpatore probabilmente gli obbligherà a servirlo e a dare un giuramento; gli costringerà a farsi istrumenti delle barbarie che tutto dì commette sui loro fratelli italiani del mezzodì della Penisola, in gran parte fedeli al loro Re legittimo, pel quale combattono con rara costanza; gli obbligherà a tener soggetti anche colla forza i popoli dello Stato pontificio, del Nostro Stato, o di quello di altri Sovrani legittimi d’Italia che subirono la Nostra sorte. Se anche Noi rispetteremo i motivi che gli indurranno a secondare le brame loro e delle loro famiglie col rimpatriare, dovremo però, in caso d’una restaurazione del potere legittimo, distinguere fra coloro che non servirono l’inimico, o che furono forzati assolutamente a prendere servigio e si condussero anche d’altronde da uomini onesti, e quelli che volontariamente l’avessero servito, od in altro modo avessero rinegato il loro passato […] Fra poco Noi saremo in mezzo a voi, Nostri fedeli soldati, purtroppo per farvi, per ora almeno, l’ultimo soggiorno, e per ringraziare la Nostra ottima Ufficialità e la truppa di quanto fecero tutti per Noi; per darvi ancora un attestato di stima e di affetto, distribuendovi una medaglia commemorativa per la fedeltà e costanza nelle avversità che mi avete sì luminosamente addimostrate, qualità ben più rare che il semplice valor militare. La colpa non è vostra se in questi ultimi tempi non avete avuto occasione di dimostrarlo. Non disperiamo però che possa ancor sorgere un giorno fortunato in cui Iddio coronasse le vostre virtù, dandovi nello stesso tempo la soddisfazione di spiegare come militari questa gloriosa qualità»17.

A sinistra: Fidelitati et costantiae in adversis (retro della medaglia). A destra: la bandiera del regimento.

Nella sua solitudine, Francesco V continua ad essere tormentato da una unica preoccupazione: «La sorte di vecchi soldati non assicurata è il punto scuro di tutto; fatto questo si potrebbe tollerare il resto. Il soldato in generale vede due pericoli. Se torna a casa di essere requisito, se prende servizio in Austria di essere esiliato, decaduto dai diritti civili. E’ certo che il governo usurpatore exploite lo scioglimento onde nessuno se la passi bene e tutti soffrano dopo essere stati fedeli, onde mai più altri siano tenuti ad esserlo» .
Il 24 settembre è il giorno dell’ultimo saluto e del conferimento della medaglia commemorativa “Fidelitati et costantiae in adversis”, istituita con Decreto del 31 luglio 1863 come pegno d’onore, di stima, di affetto e di gratitudine e intitolata Medaglia della Emigrazione.
Sulla spianata di Cartigliano, dinanzi al palazzo Cappello nei pressi di Bassano, tutte le truppe comandate dal fedele Generale Saccozzi vengono passate in rassegna per l’ultima volta dal Duca e dalla Duchessa Adelgonda e dopo la celebrazione della messa, Francesco V, nel distribuire la medaglia, rivolge loro l’ultimo saluto: «Guardie Nobili d’Onore, Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati della Brigata Estense! Il momento di darvi l’attestato della Nostra stima e gratitudine è giunto. La Provvidenza non ha permesso di poterlo dare, come speravamo, nella Patria Nostra, dopo aver fatto con voi una gloriosa campagna. Ricevete oggi quindi dalle Nostre mani il contrassegno delle vostre virtù, quali soldati e sudditi fedeli. Tutti sino all’ultimo hanno soddisfatto ai proprj doveri. Vi ringraziamo, e ricevete ora l’espressione della Nostra incancellabile gratitudine. La Duchessa, Nostra amatissima consorte e vostra Sovrana, venuta qui espressamente per vedervi ancora una volta, divide in tutto questi Nostri sentimenti.
Conservate puro ed onorato il distintivo, che oggi vi consegniamo. Coloro che non rimpatriano, e che sono la quasi totalità degli Ufficiali ed un numero notabile di sotto-ufficiali e soldati, lo portino con orgoglio in mezzo all’Armata in cui entrano, e che lo apprezzerà. Quelli che ritornano al proprio paese, lo custodiscano con cura sino a migliori tempi, e sopra tutto mantengano nel loro cuore i sentimenti di cui sono animati in questo giorno, e li propaghino nelle loro famiglie, in seno delle quali auguriamo loro che possano tranquillamente rimanere […]. Nato e cresciuto fra voi, Ci conoscete abbastanza per immaginarvi ciò che proviamo in questa separazione, e nel darvi, se non altro, per ora, come facciamo, un Addio a tutti, ci lusinghiamo che in qualsiasi circostanza non dimenticherete il vostro legittimo Sovrano, che rimarrà sempre affezionato a quelli, che non cesseranno di seguire la via dettata dall’onore e dalla coscienza.
Nell’augurarvi da Dio ogni bene, desideriamo di potervi ritrovare un giorno nel numero maggiore possibile, riuniti di nuovo intorno a queste onorate bandiere, che conserveremo preziosamente presso di Noi, facendo voti di poter tutti assieme contribuire al trionfo della causa della religione e della giustizia. FRANCESCO, Bassano 24 settembre 1863»18.

Nel pomeriggio il Duca riceve presso la sua residenza di Bassano, dal corpo degli ufficiali guidato dal Generale Saccozzi, le bandiere della Brigata. E’ una cerimonia commovente e nello stesso tempo composta. Tutti gli ufficiali si affollano intorno al Duca ed alla Duchessa e baciano loro le mani bagnandole di lacrime, come il cronista si affretta ad evidenziare ed il Duca salutandoli per l’ultima volta esclama: “Addio, miei ragazzi, ricordatevi di me e siate sempre degli uomini d’onore”.
Il giorno dopo scrive a Bayard de Volo: «Non occorre dirle cosa sento, sono del tutto sbalordito oggi; ieri sinchè li vedevo era meno, ma oggi incomincia il dolore quieto che abbatte, e non posso occuparmi d’altro che di loro che mi furono sì ingiustamente strappati da una politica che tratta di ragion inversa del contegno dell’altro cioè al peggio chi è più amico. Ciò non porterà benedizione a chi tiene così la parola data» .
Anche il Generale Saccozzi sente il dovere di salutare i suoi uomini ed il 30 settembre emana il suo ultimo ordine del giorno: Un solo ufficiale e circa 1.200 tra sottufficiali e soldati riprendono la via della patria, mentre l’altra metà delle truppe, con la intera Ufficialità, sceglie volontariamente l’esilio.
Con circolare del Ministero della Guerra del 1863 , il Governo italiano dispone che i reduci estensi chiamati con la leva sino al 1855 vengano completamente sciolti da ogni obbligo di ulteriore servizio militare e sono collocati in congedo assoluto. Gli altri, che avevano servito nella Real Brigata dal 1856 al 1859, vengono arruolati, ma sono poi congedati con l’obbligo di “correre la sorte delle altre cerne estensi levate nell’anno cui appartengono”.

Per i soldati che dopo il 1859 hanno prestato servizio sotto l’ex Ducato viene disposto l’arresto ed il giudizio dinanzi al Consiglio di guerra, come disertori o renitenti. In caso di condanna per diserzione si dispone per un nuovo arruolamento per tutto il tempo prescritto alle loro classi, non tenendosi conto del servizio già prestato nella Brigata; nel caso invece di condanna per renitenza sono incorporati nell’esercito nazionale e dalla ferma non viene detratto il tempo prestato in servizio sotto la bandiera estense e quello trascorso in carcere a seguito di condanna19.
La maggior parte degli ufficiali e dei soldati che scelgono di rimanere in esilio transita nelle file dei reggimenti dell’Impero austriaco, e ad essi l’I. R. Tenente Maresciallo Luigi Pokorny di Furstenschild, il 5 ottobre 1863, all’atto della prestazione del giuramento, rivolge queste parole: «Soldati! Quali soldati d’onore avete dato al mondo un raro esempio di forza d’animo, fedeltà ed attaccamento all’Augusto vostro Sovrano. Il destino altrimenti dispose di quanto una tanta fedeltà, eternamente duratura nelle pagine della Storia, avrebbe meritato. Sua Altezza Reale lasciò al libero vostro arbitrio di ritornare ai patrj lari, in seno alle vostre famiglie: varj ne fecero uso. Voi però preferiste di rispondere, da valenti militari, alla graziosa concessione offerta dal magnanimo cuore di Sua Maestà Imperiale Reale Apostolica, nostro clementissimo Imperatore e Signore, e siete in procinto di entrare nelle file dell’Armata Imperiale.
Senza essere vincolati menomamente, voi potete, se e quando così alla Divina Provvidenza piacerà, seguire ad ogni chiamata le onorate bandiere di quell’Augusto Sire, che fino ad ora vostro Sovrano salutaste.
Da questa generosa maniera, colla quale è suprema mente di Sua Maestà che voi siate contemplati, vogliate apprendere quanto si tenga in onore e stima nell’I. R. Armata la provata fedeltà militare.
Dell’Austria i guerrieri di tante nazioni salutandovi, vi chiamano i benvenuti. Io in loro nome vi stringo la mano, e vi consegno la vostra nuova bandiera, pur essa vessillo della legittimità e della religione, ed in cui pure risplende il glorioso stemma estense. Vi consegno il nostro, e d’ora in poi pure il vostro, sacro palladio d’onore, al quale giurerete fedeltà, e che al pari di noi difenderete sino all’ultimo sangue».

Il Giornale della Brigata si chiude con queste parole: «Col 1° ottobre l’esistenza della Reale brigata Estense era pur troppo di fatto e del tutto cessata. Essa soggiacque vittima del turbinio rivoluzionario. Gli individui di lei che in quel dì rimanevano, o stavano per essere congedati od erano divenuti soldati Austriaci. Gli uni dovevano poco dopo rivedere la loro patria, ma desolata ed in preda di un nemico usurpatore; quelli che stavano per spargersi per paesi diversi onde trovarsi intanto un asilo e una nuova carriera onorata, dovevano separarsi da tutti i loro compagni[…] La sventura fu immensamente grande, ma, come pur ci disse l’amatissimo Sovrano, l’onore era salvo. –Sì era salvo l’onore; tutti, anche negli ultimi e ben disastrosi e difficilissimi momenti dell’esistenza della brigata, fecero a gara per mantenervelo. Come onorato e senza macchia si ripiegò il nostro vessillo, onorata e senza macchia si chiuse l’esistenza della truppa Estense. Dessa nella sua dissoluzione non lasciava appresso gli onesti, qualunque ne fosse il partito politico, tracce ingrate di se e della memoria sua. Come sempre seppe anche sin allora osservare la più stretta e la più perfetta disciplina, e niun atto d’insubordinazione o d’intemperanza qualsiasi ne ha macchiato gli estremi istanti. Potranno esservi, lo diciamo con verità ed in uno con orgoglio, potranno esservi, potranno formarsi forse truppe che l’eguaglino, ma che la superino o possano superarla in costanza, in abnegazione ed in tutte le virtù del vero soldato, non mai. Non meritava certamente la sorte toccatale, ma con pazienza e rassegnazione sublimi ha saputo sottomettervisi. Anche in quel grande disastro tutti i membri di lei furono sorretti da una speranza, dalla speranza, che il sacrificio fosse transitorio. E di poter fra non molto rilevarsi e contribuire al trionfo della causa santa che sempre propugnarono»20.
Com’era stato previsto, la sua odissea non era ancora finita.

I soldati aventi diritto a pensione, circa 329, che scelgono di rimanere in territorio non italiano, si stabiliscono tra Mantova ed il Veneto e si dibattono tra gli stenti della misera pensione e l’ostilità delle popolazioni locali, che la propaganda rivoluzionaria spinge ad atteggiamenti di grave intolleranza nei loro confronti.
La situazione è denunciata al vecchio generale Saccozzi che tiene una fitta corrispondenza con i suoi ex militari: «i nostri fuori di patria -scrive un tenente- nessuno li può vedere, non trovano chi li darebbe né lavoro, né un bicchier d’acqua, e creda Eccellenza che siamo malevisi più noi che gli Austriaci»; il medico della Brigata riferisce: «di ingiurie e vilipendi non si difetta»; un sergente racconta che alcuni datori di lavoro «avendo saputo essere un rinegato, lo hanno rifiutato»; un altro perde il posto di maestro in un collegio «perché fu scoperto essere emigrato estense, e più[…] aver fatto parte delle Reali Truppe»; «fanno veramente compassione, ma d’altronde bisogna convincersi che sono all’elemosina e che non trovano da lavorare essendo troppo malevisi da queste popolazioni»21.
Per gli uomini passati nell’esercito imperiale la situazione è meno difficile, vivendo in un ambiente militare che, per sua natura, può considerarsi protetto ed esclusivo, anche se la società civile e politica, convertita alle nuove idee, non nasconde il suo astio: «i nostri nemici –scrive un maggiore- non cessano ancora di perseguitarci in ogni maniera, in ciò si distinguono innanzi tutto varj Signori Deputati della camera bassa, i quali non solo sputano il veleno contro gli Estensi, ma ancora contro il militare austriaco»; ed ancora: «l’essere modenese è la più cattiva raccomandazione» . Ma il morale è ancora alto, tanto da far riscontrare ancora incrollabili manifestazioni di fedeltà e di orgoglio: «io non mi pentirò mai di una condotta che onora me ed i miei compagni di fede e d’infortunio presso tutti i contemporanei che non hanno affatto perduto il buon senso e per cui molto più ci onoreranno i posteri nella storia».

S.A.R. il Granduca di Modena Francesco V concede la medaglia “fidelitati et constantia in adversis” alla Brigata Estense durante il suo scioglimento avvenuto Cartigliano Veneto il 24 settembre 1863 (fotografia 48×37).

«Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati estensi! Ancora una parola del vostro Generale sul punto di lasciarvi: una parola di riconoscenza e di affetto per le tante prove datemi di ossequiosa subordinazione, e di cieca obbedienza, durante i quattro anni e mesi trascorsi lontani dal patrio suolo; e più specialmente per la calma dignitosa e l’ordine con cui, addolorati certo, ma insieme sottomessi ai Decreti della Provvidenza, avete saputo contenervi nell’atto dell’inatteso scioglimento di questa Reale Brigata; contegno che vi ha maritata la stima e l’ammirazione della stessa I. R. Armata Austriaca, ove molti di voi vanno a far parte, e degli uomini d’onore, che apprezzano le virtù militari nelle avversità. Ovunque andrete, in qualsivoglia luogo io sarò, rimanga fra noi indissolubile il vincolo dello scambievole amore; e la Medaglia commemorativa, di cui ha degnato fregiarci il nostro Augusto Sovrano in questi ultimi momenti, sia simbolo della nostra inconcussa fedeltà verso di lui, sia sprone a tutti di onorata e valorosa condotta nella carriera avvenire, sia segnale di riunione quando il vostro vessillo ritorni ad alzarsi.
Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati! Io vi do un affettuoso addio; e grato verso ciascuno dell’ajuto datomi sin qui nel difficile disimpegno de’ miei doveri, mi dico pronto sempre, per quanto sarà da me, ad adoperarmi a vantaggio di tutti, e specialmente di quelli, i quali per qualsiasi causa furono costretti passare in pensione. Il Generale Comandante Saccozzi m.p.».
In verità, non solo non si verificano ripensamenti sulle scelte effettuate, ma si nutrono ancora sentimenti di rivalsa e speranze di liberazione del Ducato, tanto più che dalla Patria giungono notizie che riferiscono di una popolazione affatto contenta della nuova amministrazione e in attesa del miracolo: «le domande dei campagnoli, per conoscere se e quando possa ritornare il nostro Sovrano ne’ Suoi Stati, sono continue[…] turbe di contadini senza mistero si protestano pronti ad ogni istante a tutto sacrificare e ad insorgere a pro del Sovrano nostro» . Lo stesso Duca continua ancora a pensare ad una restaurazione, tanto da elaborare, nel 1865, un progetto che intitola «Massime da osservarsi pel caso di una ristorazione in Italia» che invia al suo ministro Bayard de Volo , ma è forse solo un’esercitazione letteraria. Con l’inesorabile trascorrere del tempo però, i sogni, le illusioni e le speranze si affievoliscono, ed alcuni veterani, pur di continuare a battersi, vanno a saldare, in Messico, il loro conto in sospeso, al fianco di Massimiliano d’Asburgo, risolvendo così la loro inattuale vicenda22.
Per quelli che rimangono, il sogno si spegne definitivamente con l’infrangersi delle speranze che erano state riaccese dal conflitto tra Austria ed Italia del 1866, nel quale ciò che rimaneva della Brigata fece «onore all’antica loro bandiera, poiché, oltre ad essere alcuni caduti gloriosamente sul campo, non pochi si esposero senza risparmio ai gravi pericoli della guerra e, se ne riportarono salva la vita, non ne ebbero illesa la persona»23.
Al termine del conflitto la maggior parte di essi rientra in Italia grazie all’amnistia concessa a seguito del trattato di pace del 3 ottobre 1866, amnistia che prevedeva tra l’altro la cessione dei territori mantovani e veneti, dove già da tempo molti di essi si erano stabiliti.

 

 

 

Per approfondimenti
1 Francesco V, duca di Modena, nasce nel 1819 figlio di Francesco IV d’Austria-Este e di Maria Beatrice Vittoria di Savoia. Profonda impressione lasciano nel suo animo adolescente i fatti del 1831, quando con la famiglia è costretto a riparare a Mantova. Sale al trono del ducato nel 1846 alla morte del padre, della cui politica si fa continuatore; una politica decisa e ferma che non concede spazio alle lusinghe liberali: tra l’altro è uno dei pochissimi sovrani europei che si rifiuta sistematicamente di riconoscere la monarchia francese degli Orléans. Queste convinzioni lo inducono anche a favorire i matrimoni delle sorelle con due dei più importanti esponenti del legittimismo europeo: Enrico duca di Bordeaux e conte di Chambord, capo della casa Capetingia e pretendente borbonico al trono di Francia, che sposa nell’ottobre del 1846 la principessa Maria Teresa, e don Juan di Borbone, figlio secondogenito del pretendente carlista al trono di Spagna, le cui nozze con la principessa Maria Beatrice verranno celebrate nel febbraio dell’anno successivo. Le insurrezioni che nel 1848 scuotono l’Europa e che nel ducato emiliano principiano come innocuo tafferuglio –la cosiddetta rivoluzione delle giunchiglie– vedono il duca Francesco concedere l’istituzione di una guardia civica e l’insediamento, nel municipio cittadino, di un’amministrazione liberale. Il precipitare degli eventi però convince il duca della necessità di allontanare e mettere in salvo la consorte, duchessa Aldegonda di Baviera, e i suoceri della sorella Maria Beatrice, don Carlos di Spagna e sua moglie, in quel periodo ospiti alla reggia; egli stesso, dopo aver istituito un Consiglio di Reggenza e sciolto le truppe dal giuramento di fedeltà, prende la via di Mantova e Verona, da cui si reca poi a Vienna, dove leva una fiera e accorata protesta contro gli stati usurpatori. Gli avvenimenti bellici mettono in grado il generale Sambuy, comandante in capo degli eserciti di ambedue i ducati emiliani, di allontanare il commissario regio piemontese giunto a Modena il 24 giugno; pochi giorni dopo un’avanguardia austriaca fa il suo ingresso in città, dove il duca può rientrare il 10 di agosto. Nel novembre successivo uno studente in farmacia, tale Luigi Rizzatti, attenta alla vita di Francesco V, senza gravi conseguenze: sarà, anzi, lo stesso duca a disarmarlo. Meno di un mese prima, il 19 ottobre 1848, la duchessa Aldegonda aveva dato alla luce una bambina, Anna Beatrice, che morirà però nel luglio seguente e verrà sepolta a Modena, nella cappella ducale della chiesa di San Vincenzo. La coppia non avrà altri figli.
Al fine di andare incontro e nel contempo regolare quel nazionalismo che tante crisi aveva scatenato negli ultimi trent’anni, il duca elabora un progetto di Lega tra gli stati italiani. Tale Lega era stata inizialmente concepita sotto l’egida austriaca, mentre il disegno definitivo prevede che l’impero asburgico vi prenda parte solo per le provincie italiane e con potere pari a quello degli altri contraenti (qualcosa di molto simile a quello che Vienna era stata costretta a fare per le provincie tedesche). E’ prevista anche la possibilità di un ingresso piemontese, pur con qualche limitazione. Troppo forte è però il timore tra i regnanti italiani che l’Austria finisca col prendere il sopravvento all’interno della Lega ed ogni tentativo di creare un organismo sovranazionale è perciò destinato a fallire. Maggiori i risultati raggiunti in politica interna: un forte incremento dell’agricoltura, la nascita e lo sviluppo di una moderna rete ferroviaria, la completa revisione dei Codici e il Concordato col pontefice Pio IX sono solo alcuni dei successi ottenuti in quegli anni. Con lo scoppio della Seconda Guerra d’Indipendenza la situazione per i ducati emiliani si fa critica: Francia e Sardegna hanno dichiarato guerra all’Austria; il granduca Leopoldo II di Toscana lascia Firenze la sera del 27 aprile del 1859, dopo di lui è la volta di Luisa Maria di Borbone, vedova di Carlo III e duchessa reggente di Parma, il 22 maggio si spegne a Caserta re Ferdinando II delle Due Sicilie. Il 28 aprile le truppe piemontesi occupano Massa e Carrara, il 17 maggio il ducato estense viene annesso al Regno di Sardegna con un proclama del commissario sabaudo Ponza di San Martino. Consapevole del pericolo, Francesco V ha già provveduto ad allontanare da Modena la duchessa, e con lei partono anche i più importanti tesori delle collezioni artistiche estensi.
Rifiutando di appellarsi a quella neutralità che peraltro non aveva impedito la caduta di Firenze e Parma, il duca tiene fede al trattato stipulato con l’Austria nel ’47 e soltanto dopo che le truppe imperiali si sono ritirate oltre il Mincio ammette l’insostenibilità della propria posizione nel conflitto. Nominato Reggente il ministro dell’interno conte Luigi Giacobazzi e letto nella Piazza d’Armi un proclama chiarificatore della propria condotta, prende congedo dai sudditi la mattina dell’11 giugno, dirigendosi alla volta di Mantova: non tornerà a Modena mai più. Il 15 giugno, appena quattro giorni dopo la partenza del duca, il nuovo governo, deposto il Reggente, decreta la confisca dei beni allodiali, e con altrettanta sollecitudine scioglie la Compagnia di Gesù. Ancora più grave il provvedimento preso dal commissario piemontese Luigi Carlo Farini che dà incarico ad una apposita commissione di raccogliere e pubblicare tutti i documenti – in italiano e francese – dell’archivio estense sulle «licenze ed arbitri degli ultimi due Duchi di Modena, sulle opere sovversive d’ogni ordine civile e sulle offese contro i diritti della proprietà e delle famiglie», operando una scelta dei testi a dir poco faziosa. Il 20 agosto l’Assemblea Costituente dichiara decaduto il duca Francesco V ed esclude dal governo “sotto qualsiasi forma la dinastia d’Austria-Este e qualunque principe della Casa di Asburgo-Lorena”. In questa stessa estate nella Bassa tra Modena e Reggio e nel Frignano scoppiano rivolte legittimiste: bande di contadini attaccano la residenza del sindaco di Cortile; altri insorgenti entrano a Modena inneggiando al duca e minacciando di morte i rivoluzionari; a San Martino da Secchia, Motta di Rovereto, Sant’Antonio, Sozzigalli i contadini raggiungono il considerevole numero di quattrocento armati e marciano guidati da militari della Milizia di riserva e assistiti da sacerdoti della zona. Cercano di conquistare sia il nord e cioè il Po, sia Mirandola e Carpi, ma a Modena Farini ordina al generale Ribotti di reprimere la rivolta e questi, al comando di ingenti forze, esegue immediatamente, avendo facilmente ragione delle bande duchiste. La repressione non si fa attendere: viene decretato lo stato di assedio nei dodici paesi insorti e ai contadini arrestati vengono inflitte dure condanne (su questi avvenimenti cfr. L. Tadolini, Viva Francesco V! Le insorgenze antirisorgimentali nel ducato di Modena e Reggio, in Controrivoluzione n. 30-33, feb.-sett. 1994; Id., Una splendida pagina dell’Antirisorgimento, il Ducato Estense rivendica la propria identità, in Ibidem, n. 47-49 dic.’96-maggio 1997).
L’11 e il 12 marzo 1860 l’ex ducato di Modena entra, per via plebiscitaria, a far parte del neonato Regno d’Italia. Francesco V, in una lettera al conte Bayard de Volo, così commenta: «Se si votasse senza imbrogli, né pressioni esterne, né terrorismo liberalesco siamo certi che l’immensa maggioranza voterebbe pel distacco dal Piemonte. I liberali direbbero che gl’ignoranti campagnoli non sono maturi per le loro teorie, ma come si concorda ciò col voto universale su cui vogliono fondare i governi?». Dieci giorni dopo indirizza agli stati sovrani d’Europa una nuova lettera di protesta, la terza, anch’essa inascoltata.
Il governo italiano gli intenta anche causa con l’accusa di aver sottratto molti dei preziosi oggetti d’arte che componevano le collezioni modenesi e ingenti somme di denaro alla Cassa di Finanza. Dopo tre anni di discussioni la Giustizia italiana ammette la propria incompetenza a pronunziarsi, dal momento che il Duca aveva disposto di quel denaro e di quei beni quando ancora esercitava in Modena piena sovranità. Per quel che riguarda gli oggetti d’arte della Galleria estense in particolare, essi vengono riconosciuti come facenti parte del patrimonio personale del duca, spettantigli cioè per eredità od acquisto, dunque al di là di ogni pretesa da parte dello Stato italiano. Tuttavia è lo stesso Duca che, con uno straordinario atto di generosità, dona alla città di Modena quanto aveva portato con sé nel ’59, ad eccezione della Bibbia di Borso d’Este e di altri due codici miniati; unica condizione della donazione è che gli oggetti d’arte prendano definitivamente il nome di «Collezione Estense», nome che ancora conservano; nel 1866 gli vengono, di contro, restituiti i beni allodiali.
Del prestigio di cui il duca sempre gode a livello internazionale è testimonianza l’offerta che gli viene fatta, nel maggio del 1862, della corona del Messico. Francesco V garbatamente rifiuta e avanza la candidatura di uno dei suoi nipoti spagnoli. Le cose andranno diversamente e sarà un altro arciduca, Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore, a rimetterci la vita. Attestati di stima gli vengono poi da molte delle Case Regnanti d’Europa, quand’anche esse siano costrette a riconoscere il Regno d’Italia, stima reciproca alimentata nel corso dei molti viaggi che il duca intraprende in quegli anni, particolarmente frequenti quelli a Roma, dove giunge sempre via mare, a Civitavecchia, per non attraversare i territori italiani, e dove, con la duchessa Aldegonda, frequenta la corte di altri due sovrani spodestati, Francesco II e Maria Sofia di Borbone, residenti a palazzo Farnese.
Sino alla fine rimane fermo nella sua intransigente posizione nei confronti della usurpatrice Casa Savoia, e quando parla del suo capo, è solito dire: «il Galantuomo e il suo padrone [Napoleone III]». A Vienna, in occasione dei funerali dell’Imperatore Ferdinando, cui partecipa anche il principe Umberto di Savoia, rifiuta di avere con lui alcun rapporto, anche protocollare, ignorandolo totalmente e, compiaciuto commenta: «Nulla si fece che derogasse al nostro decoro né ai nostri diritti».
Francesco muore a Vienna il 20 novembre del 1875 all’età di 56 anni; la salma verrà tumulata nella cripta della Kapuzinerkirche alla presenza del fiore della nobiltà legittimista europea e dello stesso imperatore Francesco Giuseppe, che in un telegramma alla vedova lo definisce «un amico fedele, provato in tempi difficili». Con Francesco V si estingue il ramo diretto della casata degli Austria-Este: erede universale per via testamentaria- con l’obbligo di assumere il glorioso cognome – è nominato l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, figlio di Carlo Ludovico e di Annunziata delle Due Sicilie, nipote dell’imperatore d’Austria.
Francesco Ferdinando morirà assassinato con la moglie a Serajevo, nel 1914, ed essendo i suoi figli – in quanto nati da matrimonio morganatico – automaticamente esclusi dalla successione, il titolo passerà all’ultimo imperatore d’Austria-Ungheria, Carlo I, ed è assunto dal suo secondogenito, l’arciduca Roberto, marito della principessa Margherita di Savoia. La duchessa vedova, Aldegonda di Baviera, ritiratasi nella sua terra d’origine, muore nell’ottobre del 1914, dopo aver assistito allo scoppio del primo conflitto mondiale. Cinque anni dopo, con la morte di Maria Teresa, unica figlia del fratello di Francesco V, Ferdinando, che sposando Luigi III Wittelsbach era diventata l’ultima regina di Baviera, si estingueva la Casata degli Austria-Este;
2Francesco V d’Austria Este, Memorie di quanto disposi, vidi ed udii dall’11 giugno al 12 luglio 1859, Modena, Aedes Muratoriana 1981, p. 118;

3 Doc. n. 16, in I Documenti Diplomatici italiani, Prima Serie 1861-70 vol. I, Ministero degli Affari Esteri, Roma 1952;

4 T. Bayard De Volo, Vita di Francesco V Duca di Modena, Modena, III, Aedes Muratoriana 1983, p. 145. L’accoglienza da parte delle truppe austriache alla Brigata modenese è molto calorosa, «d’altronde l’inserimento delle truppe estensi in una grande unità dell’esercito imperiale era avvenuto più di una volta negli ultimi decenni, a partire dalla spedizione contro il Murat nell’aprile-maggio del 1815 nell’Italia Centrale, quando un battaglione estense combatte a Tolentino agli ordini dello Starckemberg. Successivamente truppe modenesi parteciparono alla riconquista dei moti menottiani del febbraio 1831, alla repressione della Garfagnana e dell’Oltreappennino estensi occupati da insorti toscani, spedizione quest’ultima che si concluse con l’attacco e la presa di Livorno nel maggio del 1849. Sempre soldati modenesi avevano dato buona prova, meritando encomi e decorazioni da parte dei Comandi austriaci» (Gasparini Casari, op. cit., pp. 61 sg.);

5Sul rilevantissimo fenomeno il giornale mazziniano L’Unitario scrive: «E’ con dolore e vergogna che dobbiamo annunziare che contadini estensi si sottraggono all’obbligo della leva con fuga infame! […]. Che la maledizione di Dio e degli uomini piombi sul capo sciagurato di quei vivissimi traditori della patria, e più tremenda ancora su quei perfidissimi che li consigliarono allo esecrato tradimento, loro somministrando i mezzi per condurlo ad effetto […]. Ci si assicura, ciò che pare incredibile, che costoro fuggono insieme raccolti. Possibile che queste masse compatte non destino in alcuno sospetti? Ohhh!! Prenda il Governo risolutamente le più energiche rigorosissime misure, e ci liberi da tanta piaga! Non sarebbe difficile indovinare i subornatori. Bando alla moderazione e mano di ferro!» (in Civiltà Cattolica, Vol. I, S. V, 1862, p. 231);

6Civiltà Cattolica, Vol. XII, S. IV, 1861, p. 624. L’articolista poi continua: «Se queste cose non fossero tanto notorie, e bisognassero di prove, queste si avrebbero prontissime all’uopo nelle stesse sperticate bugie che, per accreditare il contrario, si spacciano dai giornali del Governo piemontese. A che pro battersi i fianchi ogni ventiquattr’ore, per strillare che la Brigata modenese del Duca non è più che un branco di disperati, i quali adocchiano l’istante propizio per disertare, se veramente fosse così? Leggiamo, per esempio, nell’Opinione del 23 novembre un brandello della Gazzetta di Modena del 21, in cui si affastellano le parole di malcontento, di rinnegati, di traditori, di licenziati, di disertori, di malviventi per dimostrare che oggimai la Brigata Estense è ridotta a pochi individui. Dunque, dobbiamo conchiudere, essa dee trovarsi in istato floridissimo. La Perseveranza di Milano su questo punto va più schiettamente, e confessa che i disertori e refrattari Modenesi, scappando dall’onor di divenir soldati del Piemonte, giungono a drappelli in Mantova, d’onde passano ad essere incorporati nell’esercito del Duca; ed i pochi che s’erano potuti incorporare tra i piemontesi, se la svignano quasi tutti oltre il Po» (ivi, p. 625). La stessa Civiltà Cattolica, nel luglio ’62 ritorna sull’argomento: «I liberatori d’Italia si sentono ognora trafitti da un pruno che sta loro negli occhi, e per niun modo poterono fin qui levarsi quel fastidio; onde di tanto in tanto si sfogano in grida di dolore e di rabbia. Il pruno consiste in quell’eletta di fedeli soldati che, seguito il Duca di Modena nella sua ritirata degli Stati Estensi invasi da forze cento volte più poderose degli usurpatori, pure gli stettero fin qui devotissimi al fianco, a nulla valendo, quanto al farli disertare dalla loro bandiera, né le promesse, né le minacce, né le beffe, né le calunnie, né altro qualsiasi degli argomenti solidi ad usarsi dai restauratori dell’ordine morale» (Vol. III, S. V, 1862, p. 240);

7Cfr. Anonimo, Cinquantadue mesi d’esilio delle Ducali truppe Estensi, Venezia, Tipografia Emiliana 1863;

8 Indirizzo dell’Ufficialità Estense in occasione del decreto 27 settembre 1859 del Dittatore delle Provincie Modenesi e Parmensi;

9 Indirizzo della Reale Brigata Estense in occasione del decreto medesimo, Ibidem, pp. 60 sg;

10«Essendo impossibile di esporle tutto per telegrafo, credo bene spedirle un corriere latore della presente. Io sono da due giorni a Bassano, ma non credetti ancora di mettere al segreto troppe persone, affine di evitare precoci giudizi, che appoggiati a sfavorevoli circostanze scoraggerebbero anche i più fermi. I pochi Ufficiali Superiori coi quali parlai della cosa, senza occultarne la parte onorifica e lusinghiera, ne scorgono peraltro le materiali difficoltà. Essi prevedono che il generale Lamoricière sarà quanto prima assediato per terra e per mare in Ancona dall’intera armata e flotta sarda, e che senza ajuti esteri (e purtroppo niuno vede donde potrebbero venirgli) un poco prima, un poco dopo, dovrà cedere la piazza, per quanto abilmente ed eroicamente la difenderà. Secondo essi il contingente delle mie truppe è per sé stesso scarso, affine di cambiare essenzialmente le condizioni delle parti belligeranti, tutto al più ne differirebbero di ben pochi giorni il risultato finale. Ciò non consente, se vi fosse anche un barlume di speranza, che prolungando la difesa di Ancona, la piazza potesse essere soccorsa, o che una diversione sul Po od altro permettesse di riprendere l’offensiva, tutti accorrerebbero con entusiasmo. Sopra tutto ciò, avvi sempre la minaccia della probabile comparsa di una flotta nemica nell’Adriatico, contro la quale non si è neppure ottenuto a Vienna l’ordine di mettere alla bocca del golfo, cioè fra la Vallona e il Capo di S. Maria, una crociera di semplice osservazione; per cui ove i miei fossero imbarcati su bastimenti da trasporto non atti ad una valida resistenza e difesa, si rischierebbero migliaia di esistenze di fronte ad un esito più che incerto, pericoloso. I sudd. Ufficiali superiori mi riflettevano altresì, che se per i non italiani, dopo una brillante difesa, è sempre a contarsi su di una onorevole e vantaggiosa capitolazione; pei nostri invece che la Sardegna, mediante il Decreto di Farini 15 ottobre 1859, considera fuori della legge, la sorte che li attende sarebbe delle più deplorevoli, e trarrebbe seco lo scioglimento della Brigata, il rientro forzato dei singoli componenti in patria, per assoggettarveli ad un prolungamento indebito di servizio militare. A questa assai triste prospettiva, si contrappone il confronto di un avvenire irto esso pure di difficoltà, ma non escludente un possibile migliore successo. Ove in fatti la Brigata seguiti a tenersi nelle sue attuali guarnigioni, non le si toglie la speranza di prendere parte gloriosa alla difesa della Venezia, la quale, secondo la opinione degli Ufficiali summenzionati avrebbe a svolgersi in una guerra generale traente seco la scomparsa del sistema bonapartista in Francia e la conseguente caduta dell’edifizio rivoluzionario in Italia. Ad onta di tutte queste gravi obbiezioni, dietro la mia insistenza per pure far trionfare l’idea della spedizione, si concluse, che ove il Generale Lamoricière riportasse qualche sebbene parziale vantaggio contro le truppe regolari che gli stanno a fronte, e che si sapesse almen garantito il tragitto da alcune navi austriache poste in osservazione verso la bocca dell’Adriatico, la cosa potrebbe essere fattibile ancora, e così i miei soldati mostrerebbero la loro devozione alla Santa Sede e l’orrore all’infame attacco, che subisce per parte di potere sleale ed invasore. Le raccomando pertanto di adoperarsi per ottenere la crociera di osservazione, affinché si sappia almeno se e fino a quando il tragitto rimarrebbe libero. Se Iddio intanto facesse trionfare anche solo parzialmente il bravo Lamoriciére, la pregherei a farmi sapere in quanti giorni sarebbero a Venezia ed a Trieste i bastimenti necessari all’imbarco. Conti che in questa ipotesi due mila soldati di infanteria coll’indispensabile bagaglio e munizioni si imbarcherebbero a Venezia, ed altri mille, coi cavalli, i cannoni, ed il grosso bagaglio a Trieste, sperando che il Governo darà man forte, perché la strada da Udine a Nabresina ultimata e servibile, ma non aperta ancora al pubblico, sia attivata per questa occasione. Pel momento conviene limitarsi a semplici predisposizioni prese con cautela e quasi in secreto, giacché tutto quanto divulgasse anzi tempo il progetto (e purtroppo alcuni giornali hanno già commesso qualche indiscrezione) contribuirebbe a mandarlo a vuoto. Anche nei telegrammi conviene essere prudenti e guardinghi, perché gl’impiegati, purtroppo non tutti meritevoli di fiducia, ben presto indovinano e i termini di convenzione ed anche le cifre, di che ho fatto esperienza assai svantaggiosa in addietro. Dunque per riassumermi dirò: che sotto l’impressione delle tristi notizie attuali, ed incerti se il mare Adriatico continui ad essere libero dai nemici, nulla di ostensibile può farsi intanto a pro della spedizione. Il mandare le batterie, senza la Brigata, è un semplice allarme infruttuoso, anzi dannoso, perché atto a precludere le vie all’invio successivo della Brigata medesima. Se prima della spedizione, Lamoricière si troverà obbligato a chiudersi in Ancona per sostenervi l’assedio, qual pro, quandanche riescisse eseguibile, ne verrebbe da questo aumento di difensori, i quali nella inevitabile arresa, essendo italiani, sacrificano se stessi, senza aver avvantaggiato la Causa del Santo Padre? Ma se al contrario Lamoricière riportasse vantaggi, che sebbene passeggeri riaprissero l’adito a qualche speranza, ed allo stesso tempo una crociera di osservazione al sud di Ancona, mantenesse libero il passaggio, allora metterò in opera i mezzi morali che sono in mio potere, per eccitare l’entusiasmo della truppa, e 24 e 48 ore dopo giunte nuove rassicuranti, potrò effettuare la spedizione, confidando che non si perda tempo per difetto di mezzi di trasporto. Io credo che dal momento della decisione, che diverrà immediatamente palese, sino a quello dell’imbarco non debbano passare più di tre o quattro giorni» ( T. Bayard de Volo, op. cit., IV, pp. 568 sg.);

11 H. De Cathelineau, Sa vie et ses Mémoires pp.187-90;

12 In G. Bertuzzi, Lettere dall’esilio di Francesco V, ultimo duca di Modena, in Atti e Memorie cit., Serie X, Vol. II, 1967, p. 235;

13 Anonimo, Cinquantadue mesi… cit., pp. 24 sg;

14 «Ancora testè a Torino si facea gran festa perché, supposto dover essere tolto dall’Austria l’assegno pel mantenimento di tali truppe, si credea pure che tra poco sarebbero sciolte. Ma, con buona loro pace, la cosa va al rovescio, ed il loro desiderio non sarà punto appagato. L’Austria fu fedele al suo dovere d’onore e di gratitudine verso il leale suo alleato, e mantenne i fondi assegnati per la Brigata Estense; e questa continua a meritarsi col suo contegno le più belle lodi. L’ultima volta che S. M. l’Imperatore d’Austria passò a rassegna le milizie dell’ottavo corpo d’esercito, volle assistere allo sfilare della Brigata Estense; della quale, avuti a sé gli ufficiali, parlò in questa sentenza “Che era ben grato al Duca per avergli procurato il piacere di vedere le brave sue truppe, che, in tempi così difficili e così ricchi di seduzioni, sapevano dare sì bello esempio di fedeltà al legittimo sovrano”. Certo è che dovendosi, per motivi d’economia modificare alcun che dell’Amministrazione, fu offerto il congedo a chiunque avesse compiuto il tempo della capitolazione. Or egli avvenne che pochissimi l’accettassero, ed i più di que’ pochissimi sol perché non più atti a portare le fatiche ed i disagi della vita militare. Gli altri rimasero, impegnandosi molti a durare nel servizio i sei ed otto anni; sicchè la Brigata sul cominciare del Maggio contava più di 3.000 uomini» (Civiltà Cattolica, Vol. III, Serie. V, 1862, pp. 240 sg.);

15 Il giornale Scharf annunzia difatti che «molto probabilmente, benché non sia certo, la Brigata Estense sarà tra poco sciolta; gli ufficiali che già appartennero alle milizie austriache, vi ripiglieranno il loro posto col proprio grado; quegli altri che vorranno entrarvi, saranno ammessi, del pari che i sott’ufficiali e soldati; ed a chi vorrà far altrimenti, sarà dato un giusto compenso e lasciata piena balia di tornarsene alla sua patria» (in Civiltà Cattolica, Vol. V, Serie V, 1863, p. 246);

16 Giornale della Reale Ducale Brigata Estense, Aedes Muratoriana, Modena 1977, ristampa anastatica, p. 285;

17 Anonimo, Cinquantadue mesi… cit., pp. 69 sg.

18 Anonimo, Cinquantadue mesi… cit., pp. 76 sg.

19 Cfr. Civiltà Cattolica, Vol. VIII, S. V, 1863, pp. 363 sg.

20 Giornale della Reale Ducale Brigata Estense, cit., pp. 326 sg.

21 In A. Menziani, Dopo lo scioglimento della Brigata Estense: le vicende dei militari ducali nella corrispondenza del Generale Agostino Saccozzi (1863-1865), in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Provincie Modenesi, Serie XI, Vol. X, 1988, pp. 269 sg.

22 Prima che a Massimiliano, la corona del Messico è offerta a Francesco di Modena che nelle sue memorie così ricorda: «Al conte Rechberg, che venne espressamente per rinnovarmi la proposta relativa al Messico, della quale avevo già parlato al conte De Volo, dissi, senza mistero alcuno, che io era bensì grato del pensiero avuto a mio riguardo e della stima che gli ottimi Signori messicani mi attestavano; ma che risguardando io la piccola sovranità di Modena, più come un dovere che come un diritto, non ero disposto in modo alcuno a rinunziarvi, nemmeno a fronte di qualsiasi compenso, fosse pure brillante, vantaggioso, lusinghiero. Cosicchè ove avessi dovuto sottopormi di nuovo all’ufficio di sovrano, reso dai tempi ognor più arduo e pesante, l’avrei fatto solo per lo Stato di Modena e pei miei sudditi, ai quali mi sentivo legato da vincoli di reciproco affetto, non mai per un estraneo paese, da cui, meno poche eccezioni, non potevo essere risguardato se non come un intruso, e dove non avevo titolo veruno di preventiva generale simpatia» (in T. Bayard De Volo, III, op. cit., p. 216).

23 In A. Menziani, op. cit., p. 290. 

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