image_pdfimage_print

La guerra di Vandea e il pensiero reazionario

di Giuseppe Baiocchi 26/02/2018

La cultura europea del Settecento giunse a dare compiuta organicità verso le ideologie della ragione, dell’esperienza e della libertà: cardini principali per una possibile, nuova, emancipazione del genere umano. L’aspirazione a un programma di riforme in sintonia con queste istanze borghesi-massoniche – la nuova classe dirigente che ambiva ad acquisire un potere maggiore nei confronti del clero e dell’aristocrazia -, fu talmente intensa da dar vita a un movimento culturale e d’opinione che divenne simbolo della contrapposizione tra un sistema definito “vecchio” ed un altro citato come “nuovo”. Dunque la tradizione si scontrava intellettualmente con l’innovazione progressista. L’illuminismo (lumières in francese) ebbe il suo polo d’attrazione nella Francia Ancien Régime, vedendo protagonisti alcuni pensatori, che pochi anni più tardi entreranno nell’orbita dei “giacobini”, quali François-Marie Arouet (Voltaire 1694-1778), Denis Diderot (1713-1784), Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert (1717-1783), Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), Étienne Bonnot de Condillac (1715-1780), Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), Claude-Adrien Helvétius (1715-1771), Paul Heinrich Dietrich (Paul Henri Thiry d’Holbach 1723-1789) e Marie-Jean-Antoine-Nicolas de Caritat (1743-1794).
Il motivo principale di questa iniziale rivolta intellettuale fu dovuta principalmente per alcune gravi mancanze di metodo, da parte della classe aristocratica francese. Difatti l’assolutismo nell’aristocrazia è nemico del concetto di aristocrazia feudale, poiché si tende a centralizzare, disossando e disarticolando lo Stato, sostituendo ad una superstruttura burocratico-statale, una forma virile e diretta di autorità, di responsabilità e di parziale, personale sovranità. Luigi XVI creò il vuoto intorno a sé, perché la vana aristocrazia cortigiana di palazzo nulla più poteva significare e quella militare – la famosa Maison du Roy – era ormai priva di rapporti diretti con il paese. Distrutta la struttura differenziata che faceva da collante fra la nazione e il sovrano, restò appunto la nazione disossata, cioè la nazione come massa, staccata dal sovrano e dalla sua sovranità. Con un sol colpo, la rivoluzione spazzò facilmente quella superstruttura e mise il potere fra le mani della pura massa. L’assolutismo aristocratico prepara dunque le vie alla demagogia e al collettivismo. Lungi dall’avere carattere di vero dominio, esso trova il suo equivalente solo nelle antiche tirannidi popolari e nel tribunato della plebe, forme parimenti collettivistiche.
I philosophes erano convinti assertori della presenza , in tutte le persone, di un “lume naturale” – da cui il nome del movimento -, d’una comune capacità di conoscere e ragionare che andava eletta a principio guida delle azioni umane: in questa modalità, si aveva esatta convinzione, che la storia si sarebbe incanalata verso un’età di pace e progresso, allontanandosi dal tempo dei conflitti politici e del fanatismo religioso. Oggi sappiamo con certezza che, seppur le nostre società abbiano adottato tale sistema politico-filosofico, tale pensiero non ha prodotto un nuovo regno di “pace”, ma ha creato nuove e più atroci conflitti, all’insegna dei diritti e della democrazia.
Basti osservare il periodo del “terrore” post-rivoluzionario, fino agli interventi “umanitari” degli Stati Uniti nel Medio-Oriente.
A partire dall’elogio della ragione e dell’esperienza, i filosofi elaborarono infatti una critica radicale della tradizione – intesa nel senso politico, religioso e filosofico – e di ogni genere di assunto dogmatico: secondo loro la fondatezza d’una teoria non poteva riposare sul valore dell’autorità, ma solo sull’analisi razionale dei fatti. In tal modo, l’attività filosofica diventava sinonimo per eccellenza di spirito critico, cioè di un metodo di ricerca che aveva quali suoi cardini basilari l’osservazione empirica, l’indagine scientifica, le esperienze verificabili e le dimostrazioni razionali. Per gli illuministi, inoltre, la conoscenza non era contemplazione della verità, ma strumento di intervento sulla realtà al servizio della felicità dell’intero genere umano. Anche qui si denotano pienamente le nuove caratteristiche borghesi: la felicità non era difatti una caratteristica dell’aristocrazia, così come non esisteva nemmeno il concetto di vacanza.
La felicità, difatti, era un’idea nuova per l’Europa. L’aristocrazia non pensava come elemento cardine alla felicità, ma ragionava in termini di grandezza, di potenza, di fede, di giustizia all’interno di un dato ordine. Forse conoscevano il piacere: brutale, rapido, senza prospettive d’avvenire, che poteva costituire un’avventura all’interno di vite dominate dai doveri di carica.
Le comodità, i piaceri della vita, la sorpresa delle novità, il gusto del tempo libero e dei viaggi, tutto ciò che dà fascino a questo mondo, erano elementi completamente estranei: vi era unicamente la volontà di Dio e questa veniva rispettata da generazioni.
Le prime reazioni alla Rivoluzione avvennero in Vandea, oggi uno dei 96 dipartimenti francesi, che fu teatro della più sanguinosa guerra civile che abbia opposto la rivoluzione e l’Ancien Régime. Per tutto l’Ottocento e oltre, i termini “Vandea” e “vandeano”, a torto o a ragione, hanno indicato una visione ideologica di impronta reazionaria, cattolica, monarchica e legittimista.
La causa scatenante della rivolta fu la ribellione contro la leva obbligatoria proclamata dalla Convenzione del febbraio 1793. L’arrivo dei reclutatori, non troppo diversi da quelli regi del passato, suscitò proteste e malcontento in molte zone della Francia, ma a Sud del Corso della Loira e nei suoi dintorni accese subito le polveri delle prime spontanee sommosse popolari.
A Cholet, ai primi di Marzo, venne ucciso il comandante della guardia nazionale; pochi giorni dopo, a Machecoul, furono massacrati alcune centinaia di “patrioti”. A capo della rivolta erano Jacques Cathelineau (1759 – 1793) soprannominato “le saint de l’Anjou” e Jean Nicolas Stofflet (1753 –1796). Quasi subito si unirono agli insorti gli alti prelati e gran parte dei parroci, ancora scottati dagli effetti della costituzione civile del clero e dalle confische dei beni ecclesiastici. Ben presto le sommosse si trasformarono in un’insurrezione generalizzata, a cui la Convenzione diede la patente di “complotto aristocratico”. In realtà, la partecipazione dei nobili fu episodica e quasi mai nelle posizioni di comando.

Pierre-Narcisse Guérin, “Henri de La Rochejaquelein” (particolare) – 1817.

Come ha scritto lo storico François Furet (1927-1997) si trattava di una: «massa di qualche decina di migliaia di uomini, contadini, tessitori, piccoli notabili di campagna, riuniti al suono della campana a martello nel villaggio (…) e poco inclini, dopo il combattimento, ad allontanarsi dalle loro case». Era un’armata eterogenea, male equipaggiata, con armamenti improvvisati, che però nei primi mesi travolse e umiliò le sparse truppe repubblicane in virtù della sua preponderanza numerica.
A Ottobre, sotto la guida di un generale di ventun anni, Henri du Vergier, conte de La Rochejaquelein (1772 – 1794), 80.000 vandeani di ogni strato sociale, protetti da 30.000 soldati, varcarono la Loira diretti a Nord, forse per congiungersi con le navi inglesi che pattugliavano la costa bretone. Famosa rimase la frase del giovane du Vergier poco prima di un suo importante successo strategico: «Se mio padre fosse fra noi, vi ispirerebbe più fiducia, poiché mi conoscete appena. Io del resto ho contro di me la mia giovinezza e la mia inesperienza; ma ardo già di rendermi degno di comandarvi. Andiamo a cercare il nemico: se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi; se mi uccidono, vendicatemi!».
Incalzati dai repubblicani, con l’inverno alle porte, iniziarono la ritirata. Al comando delle truppe rivoluzionarie, il generale Turreau eseguì l’ordine di trasformare la Vandea in un deserto. Da Febbraio a Maggio del 1794 le sue “colonne infernali” fecero letteralmente terra bruciata: incendiarono i villaggi, rasero al suolo le abitazioni e massacrarono le popolazioni. 5.000 persone vennero ghigliottinate o fucilate e altrettante annegate nella Loira.
Le guerre “vandeane” proseguirono fino alla caduta di Napoleone nel 1815, ma diedero sicuramente lo slancio verso le prime teorie conservatrici e reazionarie. Possiamo inquadrare quattro grandi pensatori di tale pensiero: Joseph de Maistre (1753-1821), Edmund Burke (1729-1797), Filippo Anfossi (1748-1825) e il visconte Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald (1754 –1840).
Una delle prime voci a innalzarsi contro la rivoluzione fu quella del diplomatico savoiardo Joseph de Maistre. Nelle sue “Considerazioni sulla Francia” del 1797 tracciò le linee-guida del pensiero reazionario che avrebbe poi improntato la Restaurazione: ripristinare il Trono e l’Altare abbattuti dalla Rivoluzione francese, che aveva provocato la dissacrazione dei valori fondati sulla natura (prodotto di Dio), la religione e la tradizione. Gli orrori del Terrore erano stati una giusta punizione di Dio alla presunzione della ragione individualistica propria dell’Illuminismo ed erano giustificabili solo nell’ottica cristiana del sacrificio, come conseguenza della mancata sottomissione degli uomini alle due autorità che rappresentano l’ordine voluto da Dio: il Papa e il Re.
Nelle sue “Considerazioni sulla Francia” del 1796, egli attribuì alla Rivoluzione un carattere satanico, per sottolineare i mali che a suo dire ne erano derivati. In particolare le sue critiche si appuntarono sulla rottura, provocata dai rivoluzionari, del legame che tradizionalmente univa i sovrani alla Chiesa, anche in qualità di suoi difensori. Questa alleanza infatti è, per de Maistre, la base stessa dell’obbedienza dei popoli e quindi della società: spezzarla significa mettere a repentaglio l’ordine pubblico e sociale, fino all’anarchia, il peggiore dei mali.

Il conte Joseph-Marie de Maistre, è stato un filosofo, politico, diplomatico, scrittore, magistrato e giurista italiano di lingua francese. Ambasciatore del re Vittorio Emanuele I presso la corte dello zar Alessandro I dal 1803 al 1817, poi da tale data fino alla morte ministro reggente la Gran Cancelleria del Regno di Sardegna, de Maistre fu tra i portavoce più eminenti del movimento controrivoluzionario che fece seguito alla Rivoluzione francese e ai rivolgimenti politici in atto dopo il 1789; propugnatore dell’immediato ripristino della monarchia ereditaria in Francia, in quanto istituzione ispirata per via divina, e assertore della suprema autorità papale sia nelle questioni religiose che in quelle politiche, de Maistre fu anche tra i teorici più intransigenti della Restaurazione, sebbene non mancò di criticare il Congresso di Vienna, a suo dire autore da un lato di un impossibile tentativo di ripristino integrale dell’Ancien Régime (peraltro ritenuto di sola facciata) e dall’altro di compromessi politici con le forze rivoluzionarie.

Padre del conservatorismo, che non mira a restaurare una situazione precedente, ma unicamente a conservare determinati valori immutabili, Edmund Burke costruisce la sua critica alla rivoluzione attorno al valore della tradizione, che è il deposito non solo della storia di un popolo, ma anche della sua identità. Nel suo “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”, asserirà come: «L’età della cavalleria è finita. Quella dei sofisti, degli economisti e dei contabili è giunta; e la gloria dell’Europa giace estinta per sempre».
Nel loro passato, sostiene, uomini e nazioni trovano il senso di ciò che sono e di quello che possono diventare: ciò esclude brutali strappi rivoluzionari, ma ammette il cambiamento nelle forme di un lento rinnovamento che non recide le radici ma semmai dà loro linfa nuova e le rafforza.
Quello che egli chiama pregiudizio è un’opinione consolidata, perché elaborata nel tempo e dal tempo confermata nella sua validità. E così, lo spirito di cavalleria di cui parla Burke è l’insieme dei valori propri dell’Europa moderna, che la rivoluzione intende distruggere.
Terzo protagonista lo inquadriamo nel Vicario generale dei Domenicani, Filippo Anfossi, il quale diviene celebre per il suo scritto “Contro la sovranità popolare”, attraverso il quale attacca frontalmente il principio dell’origine contrattuale dello Stato e della società. Lo fa, da un lato, asserendo che dietro i proclami di libertà e uguaglianza non si celavano altro che spietate tirannie e, dall’altro, ribadendo che Dio ha voluto le società civili organizzate secondo un principio di naturale disposizione gerarchica delle parti, come avviene nel corpo umano, dove è naturale che il capo comandi e che le membra servano, ma dove il capo e le membra collaborano allo stesso fine della vita e del bene di tutto l’insieme.
Se si attua un ragionamento verso la storiografia europea, il bonapartismo portando in avanti gli ideali della rivoluzione gettò l’intera Europa nel caos per soddisfare la giacobina volontà di potenza di Napoleone. Lo stesso concetto di nazionalismo, nato dalla Rivoluzione, si è evoluto in varie strade tortuose, tra le quali ricordiamo il bolscevismo, il fascismo e il nazismo: ovvero quanto di peggio l’evoluzione umana abbia potuto produrre. Stralci di questo pensiero rimangono ancora oggi nella vita politica dei nostri giorni ed ancora ci giungono notizie di violenza.
A sua volta, in un’opera dal titolo “Saggio analitico sulle leggi naturali dell’ordine sociale” del 1800, il filosofo francese visconte Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald, già deputato all’Assemblea costituente nel 1790 e poi esule, cercò di giustificare sul piano teorico, in contrapposizione al razionalismo illuminista e alle tendenze egualitarie emerse durante la rivoluzione francese, i codici normativi e istituzionali fondati sul principio di autorità e sul diritto divino.
Altre “reazioni” avvennero in Inghilterra e in Germania, nelle temperie culturale degli ultimi tre decenni del Settecento, in ambito artistico e letterario si manifestarono nuove istanze, che nascevano da un ripensamento del ruolo e dei limiti della ragione e che portarono a una riaffermazione del valore delle passioni e dei sentimenti. Al centro di queste rivendicazioni vi era la contestazione di un’idea di ragione quale entità astratta e valida universalmente, sempre uguale a se stessa, per privilegiare un concetto di ragione storicamente determinata, soggetta a limiti di volta in volta variabili e alle convenzioni culturali e linguistiche. La diversità storico-geografica delle lingue era indice di varietà dei modi di pensare e testimoniava la sedimentazione dei valori dei differenti popoli nelle varie epoche, che andavano compresi dall’interno, al di fuori di rigidi schemi razionali o parametri universali. A partire da questa constatazione vi fu un recupero del Medioevo, non più visto come l’epoca buia della decadenza e della superstizione, come era (ed è, in difetto) considerata dagli illuministi, ma come un’era europea unificata dal cristianesimo. Si cominciarono perciò a recuperare le tradizioni folcloristiche che affondavano le loro radici nell’epoca medievale e a vedere in queste tradizioni l’elemento coagulante di un’idea di nazione come comunità di individui legati da una storia e da valori comuni.
Il poeta tedesco Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) divenne famoso nel 1774 con la pubblicazione dei romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther”, che rappresentò il manifesto di una poetica anti-illuminista fondata sul primato del sentimento e delle passioni. Il suo capolavoro fu il dramma “Faust”, alla cui composizione Goethe dedicò più di un trentennio della sua vita: nel protagonista si incarna lo Streben, ossia lo sforzo incessante dell’uomo di superare i propri limiti, di non appagarsi mai in nessuna situazione.
Sempre in Germania, a Jena, nel 1796, i fratelli Wilhelm August (1767-1845) e Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel (1772-1829), Johann Christian Friedrich Hölderlin (1770-1843) e Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg (Novalis 1772-1801) diedero vita a un cenacolo intellettuale dal quale ebbero origine le idee di un nuovo movimento artistico-letterario, il Romanticismo che modificò radicalmente il modo di considerare l’uomo, la natura, l’arte, la religione, la politica. In primo luogo per i romantici la natura – al pari dell’anima – si fondava si un principio di ordine spirituale ed era un’entità organica, vivente e in divenire, non riconducibile a schemi oggettivi o meccanici e non conoscibile per via razionale.

Caspar David Friedrich – Due uomini in contemplazione della luna, Olio su tela 1819.

Secondo i romantici gli antichi vivevano in una comunione immediata con la natura, irrimediabilmente persa nella modernità, che aveva prodotto una frattura insanabile, fonte di infelicità, tra l’uomo e il suo ambiente naturale e spirituale. A tale comunione ormai perduta l’uomo moderno continuava ad aspirare spinto dalla nostalgia, pur essendo consapevole della sua irraggiungibilità. La vita umana veniva caratterizzata così da una tensione infinita verso ciò che stava al di là della realtà concreta. I romantici tedeschi coniarono il termine “Sehnsucht” – letteralmente desiderio di desiderare – per indicare l’insaziabile inquietudine che portava l’uomo a tendere verso una realtà ulteriore, pur sapendo che essa, nella sua più intima essenza, era impossibile da attingere, poiché i processi di meccanizzazione, poi accellerati dalla rivoluzione industriale, furono la causa della frattura insanabile tra l’uomo e la natura prodotta dalla modernità.
La potenza della téchne, della scienza – ovvero tutte quelle modalità di dominio sull’ente -, che con la filosofia moderna e contemporanea avrebbero fatto dell’uomo il fondamento del reale, hanno sostanzialmente svuotato di contenuto il Dio della tradizione, il Dio cristiano.
L’uomo moderno e contemporaneo – che fonda i suoi cardini intorno al concetto di metafisica, derivante dall’idealismo tedesco -, ha sostituito il divino, con il credo di poter essere proprio “lui” il fondamento ultimo del reale, in quanto soggettività assoluta.
Non a caso Friedrich Wilhelm Nietzsche scrisse che: “Dio è morto”, annunciandolo nelle piazze.
Tuttavia il grande filosofo tedesco, era consapevole che non si trattasse di una chiacchiera da pazzo, di un folle. Di contro, la presa di coscienza drammatica di un avvenimento che ha completamente ribaltato la comprensione di tutta la nostra epoca.

 

Per approfondimenti:
_Jean-Jacques Rousseau, “Il contratto sociale” – Einaudi, 2005;
_Voltaire, “Trattato sulla tolleranza” – Feltrinelli, 1995;
_Francesco Giubilei, “Storia del pensiero conservatore” – Giubile-Regnani editore;
_Joseph de Maistre, “Considerazioni sulla Francia” – Contro-rivoluzione, 2010;
_Edmund Burke, “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia” – Ideazione;
_Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald, “Saggio analitico sulle leggi naturali dell’ordine sociale” – versione digitale;
_Johann Wolfgang Goethe, “Faust”, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2013;
_Johann Wolfgang Goethe, “I dolori del giovane Werther”, Feltrinelli, 2014;
_Friedrich Wilhelm Nietzsche, “La Gaia scienza” – Adelphi, 1977.
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Documento senza titolo Documento senza titolo

Scarica gratis






Seguici


Collaborazioni