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La civiltà dei Campi delle Urne: la crisi mediterranea dell’età del bronzo

di Alberto Peruffo 26/02/2017

La fine del XIII secolo e l’inizio Del XII secolo a.C. vide grandi sconvolgimenti nel Mediterraneo orientale e nel vicino oriente con la distruzione di grandi città e la caduta di importanti imperi come quello egizio e quello ittita. Le distruzioni e le battaglie che ci sono state tramandate dai resoconti egizi sono però solo una parte di quello che accadde in quel periodo mentre, nel resto dell’Europa, non essendoci culture dotate di scrittura, non sappiamo cosa accadde esattamente in quest’epoca di grandi cambiamenti. Come per la caduta dell’impero romano, dove i primi responsabili dei cambiamenti furono i Germani, alla fine dell’età del bronzo furono invece i misteriosi “Popoli del Mare” a portare lo scompiglio tra le civiltà del Mediterraneo orientale. Dell’origine di queste popolazioni si è molto dibattuto e ancora non si è raggiunto una visione concorde tra gli storici. Fino a pochi anni fa si riteneva che i popoli che formavano questa coalizione marina, fermata da Ramesse III nella battaglia del delta del Nilo, provenissero per la maggior parte dall’Anatolia e dalla Libia. In realtà oggi si comincia a accettare l’idea che questi popoli appartenessero a un più grande contesto di migrazioni e spostamenti epocali che interessarono aree anche molto lontane dal Mediterraneo orientale.
Nella seconda metà del II millennio fu gran parte dell’Europa continentale a essere interessata da importanti spostamenti di popolazioni alla ricerca di condizioni di vita più favorevoli in un momento in cui le temperature globali si abbassavano, rendendo più difficoltosa la vita nell’emisfero settentrionale.
Proprio alle trasformazioni climatiche e a un veloce irrigidirsi del clima nel corso del XIII secolo a.C. che si deve imputare una serie di spostamenti di popoli da nord a sud del continente europeo, migrazioni i cui protagonisti più famosi furono la cosiddetta cultura dei Campi delle Urne, popoli indoeuropei che andarono ad interessare in particolare l’Europa centro occidentale e l’Italia.

La distruzione dell’Impero romano, di Thomas Cole. Dipinto allegorico (ispirato molto probabilmente al sacco di Roma dei Vandali del 455), quarto della serie “Il corso dell’Impero” del 1836,

Gli storici non conoscono i nomi di questi popoli, definendoli come appartenenti a un unica cultura materiale indoeuropea con il nome di “Cultura dei Campi delle Urne”, chiamati così per le loro usanze funebri di incenerire i morti. Civiltà proto celtica ma anche proto italica che si diffuse in Italia, in Francia e nei Balcani in quel periodo sottomettendo le popolazioni autoctone.
In Italia a farne le spese furono le locali e ricche e fiorenti culture delle Terramare costituite da popoli di razza Alpina e Mediterranea, presenti fin dal Mesolitico con l’antica cultura della ceramica Epi-Cardium. La fine delle Terramare sarà traumatico con lo spopolamento di intere zone lungo l’asta del Po e la conseguente migrazione verso l’Appennino centro meridionale. Se vaste zone dell’Italia settentrionale resteranno spopolate altre saranno occupate dai nuovi venuti, portatori della nuova cultura dei Campi delle Urne.
Molti i popoli di questa cultura che a più riprese varcheranno le Alpi verso l’Italia nel corso del XIII secolo a.C., i nomi delle stirpi coinvolte in questo processo epocale non ci sono note direttamente. Possiamo dedurre che la cultura Atestina sia l’espressione dei Paleoveneti, i cui mercanti e artigiani almeno due secoli prima del XIII secolo a.C. avevano cominciato a stanziarsi nell’Italia nord orientale, come dimostrano le prime necropoli a incinerazione della regione . Paleoveneti che, per il mondo accademico slavo, polacco e sloveno in particolare, presentano forti legami con la cultura di Lusazia (attuale Polonia), cultura affine a quella dei Campi delle Urne anche se con peculiarità proprie.
Interessante notare che in quella stessa area in epoca alto medioevale vi era stanziato il popolo Vendel che perpetua la sua esistenza nelle attuali popolazioni slave, così come i Vandali originano da quella stessa regione. Si può, poi, ipotizzare che i Veneti celtici dell’Armorica, protagonisti della prima battaglia navale oceanica documentata durante la conquista della Gallia da parte di Cesare, originassero dallo stesso ceppo dei Veneti stanziati alla fine dell’età del bronzo in Italia.
Parenti stretti dei Veneti dal punto di vista linguistico furono gli Illiri e i Latini, appartenenti alla cultura dei Campi delle Urne. Questi ultimi, insieme agli Italici, si stanzieranno in Italia centrale intorno al XIII secolo a.C. trovandosi isolati dal resto dei popoli dei Campi delle Urne più a nord separati dalla cultura Villanoviana, fusione quest’ultima tra i nuovi venuti indoeuropei e gli autoctoni che crearono una loro peculiare civiltà.
In Italia settentrionale i Campi delle Urne sono rappresentati dalla cultura di Canegrate che soppianta l’autoctona cultura di Polada, affine alle Terramare, la successiva assimilazione tra le nuove popolazioni indoeuropee e gli antichi abitanti genererà la cultura di Golasecca le cui genti rimarranno sempre in contatto con i popoli a nord delle Alpi condividendone l’evoluzione culturale. Le regioni dell’Insubria faranno da collegamento tra il mondo Mediterraneo e le culture centro Europee (in particolare con la cultura di Hallstatt), grazie proprio al facile accesso ai valichi alpini che garantiranno una certa prosperità a quei popoli stanziati nella Padania settentrionale.
Ci si può ora chiedere se queste conquiste dei popoli dei Campi delle Urne in Italia e nei Balcani di questo periodo possano essere connesse agli sconvolgimenti nel Levante e alla distruzione dei grandi imperi. Sempre più studiosi ritengono infatti che popoli provenienti dalla penisola italica possano essere stati coinvolti nella più famosa e studiata invasioni di quegli anni turbolenti in quella che fu la confederazione di vari popoli di diversa natura e provenienza, anche se ancora misteriosa per molti aspetti, che gli storici catalogano sotto il nome generico di Popoli del Mare così come vengono menzionati dai documenti egizi.
Viene oramai generalmente accettato che la civiltà Nuragica sia da associare al popolo dei Shardana o Sherden che già all’epoca di Ramesse II erano impiegati come mercenari dagli Egizi dopo che, da tempo, subivano i loro atti di pirateria.
Recenti ritrovamenti archeologici nel Mediterraneo occidentale indicano come questa bellicosa popolazione isolana costituisse una importante realtà talassocratica con ramificazioni importanti sulle coste spagnole dove, nella piana di La Mancha nella regione della Castiglia, si sono scavati torri fortificate concentriche simili ai nuraghi appartenenti alla cultura detta Los Millares risalente all’inizio del II millennio, civiltà bellicosa associata alla cultura megalitica e a quella della cultura dei Vasi Campaniformi entrambe diffuse nell’Europa di quel tempo, che aveva il monopolio dei minerali presenti in Spagna, in particolare lo stagno fino al 1800 a.C. quando venne soppiantata dalla cultura detta di El Argar anch’essa collegata commercialmente con la Sardegna e l’area micenea. La composizione etnica della Sardegna mostra inoltre una continuità dal suo sviluppo fino all’arrivo dei Punici in età storica.
Nel periodo delle invasioni dei Popoli del Mare i Shardana ebbero un ruolo determinante all’interno della coalizione, sempre presenti ad ogni tentativo di conquista dell’Egitto. È possibile che abbiano anche avuto la guida di popoli molto diversi tra loro, questi erano gli Ekwesh, Teresh, Lukka, Peleset, Tjekker, Sheklesh, Danu (Denyen), e Weshesh, oltre agli Shardana.
Tra questi interessanti sono i Teresh che diversi studiosi associano ai più tardi Tirreni.
Se si accetta l’assonanza dei nomi con i Teresh, associata alla loro perizia marinara sviluppatasi nel Tirreno intorno al XIII secolo a.C., si può pensare a un popolo di cultura Villanoviana installatosi in quel periodo lungo le coste dell’Italia occidentale, strettamente collegato alla cultura centro-europea dei Campi delle Urne che usava cremare i corpi nello stile appartenente ai popoli indoeuropei di quel periodo, tanto che questa cultura materiale viene spesso considerata come proto-celtica. Dai dati antropologici relativi agli Etruschi abbiamo una certa variabilità dei resti ossei, dove, pur rimanendo la morfologia mediterranea quella più diffusa, si trovano anche etnie provenienti da oltralpe come il tipo Dinarico e, più raramente, quello Nordico, ciò a conferma che vi fu comunque una contaminazione da parte dei popoli di cultura villanoviana che rimase nei caratteri morfologici degli Etruschi storici. Così come dal punto linguistico troviamo diversi termini di origine indoeuropea, molto probabilmente desunti dagli invasori dei Campi delle Urne i quali, una volta assimilati dagli indigeni non indoeuropei, cederanno molti termini del loro idioma alla lingua etrusca, in un processo non dissimile a ciò che accadde alla lingua dei Longobardi con l’italiano, tributario di molti termini germanici una volta che il processo di assimilazione tra i due popoli si concluse.

Nelle immagini: Ulpiano Checa, “L’Invasione dei barbari” 1887. Nella cartina di sinistra: L’Italia divisa in aree culturali e sociali.

Una importante prova della relazione tra i Tirreni e il mondo Egeo è la Stele di Lemno, in cui è incisa una lingua dai caratteri molto simili all’etrusco, dove alcuni studiosi vedevano la possibile origine degli etruschi nell’area dell’Egeo orientale. Vi è però la difficoltà nello spiegare come gli abitanti del territorio angusto di questa piccola isola abbiano potuto colonizzare ed influenzare una vasta regione dando vita ad una civiltà del tutto nuova. Inoltre non vi sono notizie storiche antecedenti ai Popoli del Mare di questo popolo stanziato in Egeo e, anzi, successivamente avremo la presenza dei Teresh nelle aree palestinesi e del Mediterraneo orientale.
A ogni modo già molti autori dell’antichità ritenevano la cultura etrusca autoctona e non influenzata da significativi apporti orientali, Dionigi d’Alicarnasso era convinto assertore dell’origine autoctona degli Etruschi mentre per Tito Livio sarebbero giunti in Italia dal nord. Alcuni antichi autori greci come Porfirio affermarono che l’isola di Lemno non fosse altro che una colonia, fondata in tempi remoti, dai Tirreni e non la loro patria d’origine.
Lo stesso Mirsilo di Lesbo (III sec. a.C.) racconta di come i Tirreni si dispersero verso l’Egeo e il Levante dopo una grave carestia in Italia.
Strabone poi riporta una tradizione che indicava come i Tirreni fossero salpati dai porti di Regisvilla o da Maltano nei pressi di Tarquinia e Vulci, unendosi a popolazioni sicule per imperversare nell’Ellade per poi stabilirsi lungo le coste orientali dell’Egeo. L’accenno ai Siculi è interessante poiché i Teresh sono spesso associati ai Shekelesh nei documenti egizi così come forte doveva essere la loro alleanza con i Shardana che li vedeva colonizzare insieme i territori della Palestina e dell’Anatolia.
L’ipotesi che associa i Shekelesh ai Siculi li vedrebbe come un popolo indoeuropeo associato alla cultura dei Campi delle Urne discesa nella penisola italica con altri popoli proto italici proprio durante il XIII secolo a.C., andando a formare la cultura Villanoviana. Alcuni storici hanno collegato i Siculi trasferitisi in Italia con l’antico popolo ungherese dei Siculi (Székely in ungherese, Secui in rumeno, in latino Siculi) che rimase in Pannonia ed oggi è presente in Transilvania dove si caratterizzano come una minoranza etnica coesa che li vede uniti nel chiedere una sempre maggior autonomia al governo centrale rumeno.
Al tempo delle invasioni dei Popoli del Mare i Shekelesh/Siculi non avevano ancora raggiunto la Sicilia ma si trovavano sul continente tanto che una tradizione latina riferita da Dionigi di Alicarnasso li vuole stanziati nel territorio laziale, nell’area di Albalonga, per un certo periodo di tempo prima della loro conquista della Sicilia orientale dove si stabilirono definitivamente, imponendosi sulle popolazioni autoctone degli Elimi e dei Sicani, la vicinanza dei Siculi con i latini verrebbe peraltro confermata dall’analisi linguistica fatta su iscrizioni del V secolo a.C. che indicherebbero il siculo imparentato al latino avvalorando la stirpe osco-ausonica dei Siculi. La stessa ricerca archeologica ha messo in evidenza la presenza di capanne nei pressi di Lentini uguali a quelle ritrovate sul Palatino a Roma.
Probabile che lo spostamento e la nuova migrazione dei Siculi dall’Italia centrale verso la Sicilia sia stato causato dall’arrivo successivo di nuove popolazioni indoeuropee come gli Osco-Umbri.
Un altro collegamento tra la Cultura dei Campi delle Urne e i nuovi arrivati nel Mediterraneo si ha con i ritrovamenti archeologici. Ad esempio il vaso a staffa di Skyros, dell’inizio del XII secolo prima della nostra era, presenta una nave con il motivo decorativo a prua della testa d’uccello in tutto uguale a quella delle navi dei Popoli del Mare, denotando un associazione culturale di questo simbolo nel Mediterraneo e l’Europa centrale della cultura indoeuropea dei Campi delle Urne dove il motivo ornamentale dell’uccello sulla prua della nave (Vogelbarke, letteralmente “nave uccello”) era molto diffuso, con la decorazione dei due cigni che trainavano la nave del sole, leggende che si tramanderanno fino all’epoca medioevale e oltre nei cicli epici del Graal e del Lohengrin.

Reperti bronzei e di rame, raffiguranti la “Vogelbarke”.

Vi è da notare poi come la diffusione delle “spade terribili”, cioè le spade Naue II o Griffzungenschwert (letteralmente “spade con impugnatura a forma di lingua”) sia associata alla diffusione degli Indoeuropei in quel periodo in tutto il bacino del Mediterraneo. Queste “spade terribili” rappresentano una delle armi più longeve, venendo impiegate in Europa per oltre 700 anni, avendo il loro centro di maggior sviluppo in Europa settentrionale per poi raggiungere le zone toccate dalle incursioni dei Popoli del Mare.
L’ipotesi che alcuni popoli dei Campi delle Urne che si affacciavano allora sul Mediterraneo abbiano, in una certa misura, partecipato alla coalizione dei Popoli del Mare è accreditato da diversi studiosi, come Renato Peroni che presume come i Micenei presenti in Italia abbiano indotto gli Italici a seguirli in scorribande lungo le loro rotte del Mediterraneo orientale, o come Gilda Bartoloni che intravvede rapporti pacifici tra le comunità italiche e quelle micenee. Più probabile che, come dice lo storico Alberto Palmucci, gli Italici e i loro alleati abbiano solamente sfruttato le conoscenze delle rotte dei Micenei stanziati in Italia non facendosi scrupolo di distruggere tutti i loro empori nella Penisola, come infatti è attestato dai recenti studi archeologici.
Di certo la fine del II millennio prima della nostra era fu un periodo di grandi migrazioni e di spostamenti di popoli indoeuropei, tra cui Persiani e Medi nell’altopiano iranico, e Semiti che si ricollocarono spesso a spese di civiltà stanziali dalla cultura materiale più progredita. In Europa la cultura dei Campi delle Urne rappresentò il fenomeno più importante di migrazione armata mai verificatosi fino ad allora, paragonabile alle invasioni germaniche del primo medioevo, questo portò ad un cambiamento nella composizione etnica di gran parte del continente e non vi è da escludere che alcuni Popoli del Mare possano essere appartenuti all’ampia famiglia della cultura dei Campi delle Urne che sottomisero con la forza varie popolazioni autoctone dell’Europa mediterranea, per poi andare a minacciare le civiltà più progredite del Levante, finendo poi per essere sconfitte da Ramsete III nella grande battaglia anfibia alle foci del Nilo.

 

Per approfondimenti:
_Alberto Palmucci “Le origini degli Etruschi. Da occidente ad oriente e da oriente a occidentale.” Corito Tarquinia DNA mito archeologia. Roma 2013
_Alberto Peruffo, “Le guerre dei popoli del mare. La battaglia del delta del Nilo e la fine dell’età del Bronzo”. Arbor Sapientiae Editore
 

 

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