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Jean de la Varende e la letteratura di quel “piccolo mondo antico”

di Giuseppe Baiocchi del 16-06-2022

Jean Mallard de La Varende Agis de Saint-Denis (1887 – 1956) nacque nella Malouinières Bonneville presso il comune di Chamblac del dipartimento dell’Eure. Vi abitava costantemente e qui scriveva e coltivava le sue terre. I La Varende – gente leale, energica, di alta, antichissima nobiltà – furono, per secoli, marinai, soldati, prelati.
Regionalisti soprattutto – come tutti i loro pari normanni – ma sempre partecipi alla complessa storia di Francia: cattolici e monarchici se pur non sempre docili sudditi, anch’essi, forse, si mescolarono nelle fazioni variegate: ora condottieri, ora seguaci di bande armate. In ultimo, durante e dopo la rivoluzione, versarono il loro sangue scioano (degli Chouan in lingua bretone) per il folle sogno di rimettere in trono un re fantasma. Insomma gentiluomini campagnoli – hobereaux –, fieri dei loro avi, continuatori delle loro gesta, attaccati con fede incrollabile (fin sotto Luigi Filippo che disprezzarono) alla tradizione ed alla terra. Jean de La Verande, l’ultimo discendente di questa razza, è l’animatore prodigioso d’un mondo scomparso o che va scomparendo.

Jean Mallard de La Varende è figlio di Gaston Mallard de La Varende (1849 – 87), ufficiale di marina, e di sua moglie di origine bretone, Laure Fleuriot de Langle (1853 – 1940). Nacque il 24 maggio 1887 a Chamblac (Eure), presso il castello di Bonneville, proprietà di famiglia. Non conoscerà suo padre, che muore lo stesso anno, il 27 luglio.

La vita d’una volta e di ieri, rurale e guerriera – e ciò che resta, insopprimibile, dell’autentico temperamento normanno – riappaiono, potentemente evocati, nelle sue novelle e nei suoi romanzi. Jean de La Verande, dal cui fondo par che riemergano, sobbollendo, antichi fermenti atavici, è scrittore realistico e magico, rude e delicato, austero e passionale, acuto indagatore di stati d’animo, a volte mistico. Da tutto ciò una prosa saporosa, pittoresca, singolare, inimitabile. Quanto alla sua biografia disse allo scrittore cattolico Domenico Giuliotti (1877 – 1956): «Fin dall’infanzia scrivo, dipingo, costruisco modellini di navi. A 10 anni, nei giorni piovosi, mi è stata affidata la classe per raccontare storie: ho solo ampliato il mio pubblico. Per le navi sono figlio di un marinaio, nipote di un ammiraglio, e quando mio padre morì, mio nonno si è preso cura di me: è stato sotto la sua guida divertita che ho iniziato questa collezione che è uscita dalle mie mani e che oggi ingombra cinque stanze di casa mia, diorami e modellini navali in 160 vetrine, le cui varie mostre avevano cominciato a farmi conoscere. Scrivevo romanzi, racconti, per me stesso, per non far morire tutto ciò che sapevo e conoscevo. Presto arrivai a pubblicare i miei scritti e qualcuno si innamorò di queste storie modeste facendo arrivare gli editori. La mia prima collezione, Pays d’Ouche, ricevette l’elogio per l’opera “I Vichinghi” e, curiosamente, la leggenda narra che noi stessi siamo discendenti dei Vichinghi: ma, rimane forse una leggenda. Il mio secondo libro, Nez-De-Cuir, fu molto vicino a vincere premio Goncourt1; certo contava il valore di Plisnier, ma forse c’erano intorno a questo premio, quell’anno, influenze non del tutto letterarie. Il terzo, “Il Centauro di Dio” ha vinto il Grand Prix de l’Académie Francaise2. Da allora, sembra che il favore del pubblico sia arrivato a me. I miei libri sono ricevuti con molta indulgenza. Infastidisco alcuni critici; mi attaccano duramente, ma forse sono più alfabetizzati che umani, e anche politici. Il Centauro di Dio giunge alla 6a edizione, il mio ultimo libro, pubblicato 5 mesi fa, dove cerco di mettere in evidenza i manutentori della terra e della tradizione che tanto hanno fatto, in tutto il nostro paese, per la bellezza e la forza della nazione, e che il movimento democratico ha voluto far sparire mentre cercava di deriderli, riducendo la loro azione»3.
Il 12 dicembre 1919, sposò Jeanne Kullmann, e a coppia vive presso la magione di Bonneville. Da questa unione nacque un figlio, Éric de La Varende (1922 – 79). Dal 1920 al 1932 fu docente presso l’École des Roches, a Verneuil-sur-Avre, in Eure. In casa mantiene il suo dominio, i suoi giardini, scrive il suo primo libro, da lui pubblicato nel 1927, L’Initiation artistique, testo di una sua conferenza. Scrive anche alcuni racconti e realizza, nel tempo libero, un centinaio di modelli di navi di tutte le epoche.
Gli inizi di La Varende in letteratura furono difficili. Ha subito molti rifiuti da parte degli editori parigini, per i suoi contenuti “politicamente scorretti”, ma ha pubblicato alcuni racconti al Mercure de France, l’antico giornale che ebbe direttore un certo François-Auguste-René, visconte di Chateaubriand. È l’edititrice Henriette Maugard, di Rouen, che garantirà la sua notorietà pubblicando una serie di racconti, Pays d’Ouche (1934), preceduti dal duca di Broglie.
Lo stesso editore pubblicò nel 1936 il suo Nez-de-Cuir, gentilhomme d’amore. È il frutto di una lunga ricerca iniziata negli archivi di famiglia, quando scopre le lettere del prozio Achille Périer, conte di La Genevraye (1787 – 1853), gravemente ferito nel 1814 nella battaglia di Reims, il quale indossava una maschera che gli varrà il soprannome di “Naso di cuoio”. La Varende interrogò gli anziani e iniziò a scrivere il suo romanzo nel 1930 per farlo pubblicare nel 1936. Le edizioni Plon ripubblicarono questo primo romanzo l’anno successivo: fu un successo. Quell’anno ha ottenuto tre voti al Prix Goncourt. Le pubblicazioni si susseguiranno quindi, al Plon o al Grasset.
I suoi successi letterari hanno un unico scopo, ovvero quello di rinsaldare l’antica magione di famiglia, il castello di Bonneville, a Chamblac : l’edificio è costruito in mattoni rosso-arancio, su un vecchio basamento in pietra calcarea. La residenza si presenta come una facciata composta da un piano terra, un primo piano ed un sottotetto; accostata agli angoli nord e sud da torrette quadrate con copertura a sesto acuto, e aperta da grandi finestre settecentesche con piccoli vetri all’inglesine. Su questa facciata, un balcone unico decora il piano nobile. Sul retro, due ali senza carattere gli conferiscono una pianta a U, impreziosita, nel cortile, da una torretta con tetto a mansarda, e da una solida veranda in mattoni. Tutto è ricoperto di ardesie blu, che hanno portato lo scrittore a scrivere le seguenti righe: “Le Chamblac è rosa e blu, con ferri neri. Non si può fare altro per lui. Vedendolo, penso a una signora che esce dal salone di bellezza: «Niente più speranze, signora, abbiamo tutto, ed è tutto completo»5.

Il castello di Bonneville si trova nella città di Chamblac, nel dipartimento dell’Eure. Fu la residenza dello scrittore Jean de La Varende dal 1919 al 1959. È classificato come monumento storico dal 9 maggio 1978.

I suoi libri sono acclamati dalla critica, specialmente nei circoli di destra, come Samuel William Théodore Monod (Maximilien Vox 1894 – 1974), e dai circoli di estrema destra come Thierry Maulnier (1909 – 88) e Robert Brasillach (1909 – 45). Nel 1936 entra a far parte della Société des gens de lettres e vince il premio Vikings per la sua raccolta Pays d’Ouche pubblicata due anni prima.
In pochi anni i romanzi si susseguono, dove colloca, sotto falsi nomi, i suoi personaggi spesso tratti da storie di famiglia ma che si ritrovano in molti dei suoi scritti. La famiglia di La Bare e quella di Tainchebraye, la famiglia di Anville e quella di Galart; tanti nomi che il lettore conosce vivendo accanto a loro, in terra normanna, o in soggiorno, come li concepiva La Varende.
Lo scoppio della guerra vede la sua unica grande tragedia della sua vita: la morte della moglie, vittima di un bombardamento della Lutwaffe tedesca durante la guerra lampo.
Durante l’occupazione nazista si concentra sulla scrittura e pubblica i suoi racconti sulle riviste dell’epoca: sfortunatamente per il suo lavoro, la maggior parte di queste riviste è conquistata da tesi collaborazioniste. È quindi erroneamente associato a questa tendenza, perché fu sempre molto critico nei confronti della democrazia, essendo egli di fede istituzionale monarchica. I suoi scritti sono solo racconti letterari, con intrighi fuori dal suo tempo. Fedele alle sue convinzioni, ha rifiutato di mettere la sua penna al servizio del regime di Vichy o dell’ideologia dei giornali collaborazionisti.
Una delle sue opere maggiori possiamo inquadrarla nel Centauro di Dio. Questo romanzo appartiene al primo ciclo de La Varende, “Tainchebraye-La Bare”, che comprende i tre romanzi: Nez-de-Cuir, gentilhomme d’amore (1937), Man’ d’Arc (1939) e Le Centaure de Dieu (1938). Questo romanzo quando si legge, crea nel lettore un duplice ideale: quello del nobile campagnolo e quello del Santo Sacerdote, dell’apostolo. Il primo, preoccupato sopra ogni altra cosa di durare e di restar fedele a se stesso; il secondo, avido di darsi e di perdersi per salvare gli altri. L’uno, volto alla terra, uomo del tempo e della storia, forte della sicurezza delle tradizioni avite; l’altro, sdegnoso dei beni misurabili, non offuscato dagli innovamenti, sicuro com’è dell’eternità che nulla altera. Personaggi che seducono, affascinano – simbolo da parte dell’autore della più profonda ammirazione. Nel romanzo è instillato quel culto del passato, che traspare in tutti gli altri libri del Varande, il quale non scrive per rivendicare una certa forza e ragione nella nobiltà, occultata oggi dal silenzio più profondo e quindi assordante, ma per una sua personale inquietudine verso i suoi personaggi tristi e magnifici, come narrato nel suo Nez-de-Cuir (Naso di cuoio, celebrato nella cinematografia da Yves Allégret nel 1952).
Così il Centauro di Dio resterà ai posteri con la sua duplice testimonianza verso la gloria degli avi scomparsi e della parallela angoscia della coscienza dei figli. L’ideale dell’aristocrazia di campagna e quella dell’apostolo, inteso come sacrificio e liberazione: il sacrificio di Gastone, che la decaduta grandezza della famiglia protagonista dei La Bare fa finta di non avvertire, si accosta alla stima verso Manfredo, cadetto fuori dal comune in cui – per riprendere Gustav Mahler – la tradizione è trasmettere il fuoco e non adorare le ceneri. Una cosa è certa: il passato si dimostra sempre solidissimo poiché il presente non è adatto a sostituire i solidi valori d’un tempo. Aspirazioni divergenti che rendono questa fatica letteraria un riflesso storico con il presente di difficile comprensione. Del resto, il suo rispetto per l’arte gli interdiceva forse di assumere una posizione troppo netta fra gli opposti, col rischio di consegnarci un libro a mo di tesi.
Nei fatti che ci narra, come nelle umili realtà quotidiane in cui penetriamo, dissimulate, all’interno dell’azione e della lotta naturale e salvifica, troviamo la luce sufficiente per rischiarare e abbastanza ombra per accecare quelli che vorranno non vedere lo scoglio del problema non di una generazione, ma di un’intera società. La stessa che con l’idealismo cartesiano e successive rivoluzioni politiche – come quella francese – hanno rovesciato il thelos (il fine) di una esistenza valoriale basata sull’organicità del mondo e sull’esistenza del Dio cristiano, messo da parte o addirittura ucciso nell’epoca del relativismo e della velocità del capitale. Per questo l’abate di La Bare diventerà – come l’autore stesso àncora di salvezza per alcuni e pietra di scandalo per altri. E come avvenne nel paese normanno quando giunse la notizia della sua morte, egli non avrà l’unanimità dei suffragi nel mondo dei lettori: “un santo” penseranno gli uni; “un rinnegato”, diranno gli altri. Il lettore verrà giudicato dalla sua stessa “sentenza”. Il Centauro di Dio esige dal lettore questo esame di coscienza, li costringe a questa libera scelta. Ecco, senza dubbio alcuno, una ragione, fra molte altre, di stimarlo con un grande libro.
Questo tradizionalista cattolico dalla fede tormentata – accettò di assistere alle funzioni nella chiesa di Notre-Dame de Chamblac, dopo 29 anni di assenza (causatogli dal Novus Ordo Missae del Concilio Vaticano II), grazie alla nomina di un sacerdote tradizionalista, Quintin Montgomery Wright (1914 – 96) il quale celebrava solo secondo il Messale di San Pio V – era un devoto simpatizzante dell’Action française di Charles Maurras (1868 – 52) e negli anni Cinquanta è stato redattore della rivista monarchica Aspects de France, continuazione di Action française.
Questa posizione politica molto tradizionalista lo avvicina ad altri autori che furono rapidamente dimenticati dopo la loro morte, come Henry Bordeaux (1870 – 1963), Paul Charles Joseph Bourget (1852 – 1935) o Michel de Grosourdy de Saint-Pierre (1916 – 87), ma letti durante la loro vita. Tuttavia, le sue opere, ristampate in parte grazie all’associazione Présence de La Varende, hanno avuto una certa eco in un certo ambiente cattolico e monarchico.

Una delle prime pubblicazioni del romanzo sulle chouannerie: Man’d’Arc – Rombaldi Editore del 1944.

Dal 1961 si sono succedute due associazioni legate a La Varende: dal 1961 al 1989: “Amici di La Varende” e dal 1992: “Presence de La Varende” che, come il suo predecessore, pubblica ogni anno materiale inedito, oltre ad articoli dedicati all’uomo e al suo lavoro.
Tra i duecento racconti pubblicati, la regione normanna (in particolare il paese di Ouche ) e il mare, costituiscono le strutture principali dei suoi intrighi. A questi, naturalmente, si aggiungono racconti e romanzi, le cui edizioni numerate sono oggi ricercate. L’attrazione del mare, la sua passione per la navigazione, ma anche, per la Bretagna e per la Spagna, la messa in scena di preti di campagna, di contadini o anche aristocratici e la nostalgia per l’Ancien Régime, costituiscono l’essenziale filo conduttore del suo lavoro. La sua opera, sia sentimentale che romantica, è molto legata alla terra, nel senso di patria. Cerca di magnificare la purezza pur sapendo come descrivere l’uomo con le sue ansie, mancanze ed errori. Le storie sono spesso basate su una sorta di trasmissione ideale delle tradizioni rurali del passato, sia nei casolari vernacolari che nei castelli: per lui tutto è legato da un doppio filo. I signori e i loro discendenti sono “contadini del re”, mentre i contadini e gli uomini del villaggio sono parte della famiglia dei castellani. In tutto ciò il castello è una residenza utile, “un organismo necessario alla ruralità, anzi, alla società”.
Il suo lavoro è da mettere in linea con quelli dei suoi maestri letterari, in particolare jules-Amédée Barbey d’Aurevilly (1808 – 89) e Gustave Flaubert (1821 – 80), anch’essi Normanni. A loro dedicò saggi (uno per Barbey, due per Flaubert).
La ricerca della parola giusta, compresi i “normandismi”, la frase appropriata, giri di parole a volte piacevolmente arcaici, l’immagine utile: tutto, nel linguaggio di La Varende, è fatto, si direbbe, in modo che il lettore prenda piacere nella narrazione più che nello stile del testo. L’opera di questo autore appartiene a una corrente del XIX secolo, dove si incontravano gli amanti della Francia e delle sue ex province. Il periodo tra le due guerre, nelle sue crisi sociali e politiche, ha messo in luce le correnti regionaliste risvegliate da Frédéric Mistral (1830 – 1914) e dal già citato d’Aurevilly.
Scrittori come La Varende, Alphonse Van Bredenbeck de Châteaubriant (1877 – 1951), Joseph de Pesquidoux (1869 – 1946) hanno sentito arrivare la fine di un mondo rurale che si sono affrettati a descrivere. Questi scritti nascondono poi una parte di romanticismo misto a un naturalismo da scudiero. La Varende sottolinea il dramma vissuto dai suoi personaggi, afflitti dall’onore che hanno ereditato dai loro antenati, l’onore del castello che deve essere mantenuto, l’onore della terra, che deve essere amata.
Tra i demoni di La Varende c’è la Rivoluzione francese. Non a caso, non ne parla quasi mai, anche se è presente ovunque, nel senso che, con lui come nella storia di Francia, c’è un “prima” e un “dopo”. Lo scrittore salta questo periodo che detesta: «Il 13 luglio conta per me perché è l’atto di Charlotte [Corday], come il 15 luglio perché è la nascita di Rembrandt. Riesco a ingoiare il 14 tra questi due giorni»6. In alternativa racconta i grandi personaggi del 17°secolo: Anna d’Austria, Suffren, Saint Vincent de Paul, e molti altri, o trabocca nel secolo successivo, ma con parsimonia, o soprattutto fa rivivere un XIX secolo dove i suoi personaggi sono nobili al servizio del re, o alla sua causa. In Man’d’Arc la giovane Manon – una “Giovanna d’Arco” degli Chouan al servizio della causa della coraggiosa duchessa di Berry (1798 – 1870)7 –, accompagna i suoi due nobili padroni che sono “veri uomini” ma è lei, la contadina, che ha più affinità con la principessa. Questo romanzo già citato e precedente al Centauro di Dio rivela ancora una volta l’affinità tra il contadino e il nobile e la lontananza verso l’altro ceto sociale, quello di estrazione borghese, fautore – appunto – della rivoluzione. Sul tema vandeano, oltre questo romanzo sulle Chouannerie normanne, ha scritto due monografie, una sul generale bretone Georges Cadoudal (1952) e Mes contes de Chouannerie pubblicato postumo nel 2018.

Jean de La Varende con i suoi modellini navali.

Pertanto, la scrittura di La Varende serve ideali chiari che sono: il re, la vera nobiltà, il mondo contadino, la religione cattolica. Fa sì che i suoi personaggi cerchino onore, coraggio, avventura, rispetto. Il suo mondo è allo stesso tempo rinchiuso nelle sue tradizioni ancestrali, una certa etichetta “hobereaute”, eppure alcune figure sono ritratte con un personaggio che vuole rompere con le abitudini delle cronache delle castellane, sprofondando nel dramma oltre che nell’umorismo di leggera derivazione britannica.
La Varende è, per questo, uno di quegli autori francesi che l’epoca contemporanea ha volutamente lasciato da parte facendolo cadere nell’oblio. Sebbene regolarmente ripubblicato, in particolare dalle edizioni Grasset e Flammarion, il suo lavoro è assente dalle antologie letterarie. L’attaccamento di La Varende alla sua provincia ancestrale, la Normandia, lo colloca tra gli scrittori regionalisti. Certamente è vero che i normanni dell’Ottocento, dall’archeologo Arcisse de Caumont (1801 – 73) e dal suo amico studioso Auguste Le Prévost (1787 – 1859), hanno fatto della Normandia una terra regionalista, dal punto di vista letterario, e infatti nel regionalismo, che considera l’ex provincia un’entità sopravvissuta agli sconvolgimenti rivoluzionari, c’è un innegabile attaccamento alla storia regionale, ma l’oblio dell’autore ha carattere ideologico poiché va contro il nuovo sistema di vedere il mondo che “non è il migliore possibile, ma l’unico possibile.
Appassionato di mare, non avendo mai potuto imbarcarsi a causa delle fragili condizioni di salute, Jean de La Varende ha prodotto un’impressionante collezione di modellini di barche e navi, composta da oltre 2.000 modelli. Parte di questa collezione è tuttora conservata al castello di Chamblac. Era anche un membro corrispondente dell’Académie de Marine e nel dicembre 1933, Jean de La Varende fu nominato Cavaliere al Merito Marittimo come pittore e archeologo navale.
La Varende ci ricorda la bellezza e la nobiltà di quel piccolo mondo antico, ed oggi dovremo mostrarci un po’ più messianici e ricordare da dove veniamo e soprattutto chi siamo, poiché altrimenti un popolo che non conosce se stesso non sa più ri-conoscersi e tutto questo patrimonio patriarcale sarà presto dissolto, fuso in una sorta di massa “culturale” informe che ci servirà vagamente da “guida storica” in cui riposeranno le nostre coscienze infantilizzate, stupefatte e, ahimè, sempre più ignoranti.

1Il Prix Goncourt è un premio per la letteratura francese, assegnato dall’Académie Goncourt all’autore della “migliore e più fantasiosa opera in prosa dell’anno”. Il premio prevede una ricompensa simbolica di soli 10 euro, ma si traduce in un notevole riconoscimento e vendita di libri per l’autore vincitore;
2Il Grand Prix du Roman è un premio letterario francese, creato nel 1914, e assegnato ogni anno dall’Académie française. Insieme al Prix Goncourt, il premio è uno dei più antichi e prestigiosi premi letterari in Francia;
3Jean de La Varende, Il Centauro di Dio, Istituto di Propaganda Libraria, 1945, post-fazione di Domenico Giuliotti;
4Alla morte di La Varende nel 1959, il castello passò al figlio Éric Mallard de La Varende (1922 – 79), poi ad una delle sue figlie che sposò una Broglie. Il castello ora appartiene al principe Charles-Edouard de Broglie, sindaco di Chamblac, e a sua moglie, la principessa Laure (nata Laure Mallard de La Varende);
5 Jean de La Varende , Castelli della Normandia. Itinerario sentimentale, Plon, Paris, 1958, p. 53.
6Jean de la Varende, Maison Vierge, 1942, p.6;
7Maria Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone fu principessa delle Due Sicilie per nascita e duchessa di Berry per matrimonio.

 

Per approfondimenti:
_Pierre Coulomb, La Varende, éditions Dominique Wapler, Paris, 1951.
_ Anne Brassié, La Varende. Pour Dieu et le roi, Paris, Librairie académique Perrin, 1993;
_Michel Herbert, Bibliographie de l’œuvre de La Varende, Paris, aux dépens d’un amateur, 1964-1971, 3 vol.

 

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