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Ipazia, nel nome della scienza. Il coraggio di ricercare la Verità

di Danilo Serra del 05/07/2016

Un tempo camminava per le vie di Alessandria d’Egitto una donna che, con grande franchezza e coscienza critica, si rivolgeva faccia a faccia ai potenti della città, mostrando loro tutta la sua eleganza e potenza retorica. Tra il IV e il V secolo dopo Cristo, in un’epoca chiamata ad annunciare la fatale caduta dell’Impero Romano d’Occidente, ha vissuto una delle menti più sagge ed affascinanti dell’intera storia dell’umanità. Il suo nome divenne ben presto una leggenda, un mito, un’icona mondiale della libertà di pensiero e conoscenza: Ὑπατία, Ipazia.

La sua sapienza era impressionante, fenomenali erano le sue conoscenze matematiche, astronomiche e filosofiche. Molti studiosi accorrevano da lei, ascoltando in silenzio le sue preziose lezioni. Una delle sue più grandi qualità fu la trasmissione del sapere. Non amava rinchiudersi all’interno di una nicchia ben definita. Lei reclamava la strada e per strada, come a scuola, si trovava a suo agio. La sua missione era quella di divulgare e diffondere pubblicamente Platone, Aristotele, Plotino, rendendo la filosofia qualcosa di più «politico» e popolare. Nella storica città di Alessandria, molti rispettavano ed apprezzavano quella donna dalla straordinaria saggezza che, per amore della conoscenza, andava giro-vagando alla ricerca del senso. In un famoso epigramma, il poeta Pallada (IV-V) compose, con precisione retorica, uno degli elogi più belli e puri di Ipazia:

 
ὅταν βλέπω σε, προσκυνῶ, καὶ τους λόγους.
τῆς παρθένου τὸν οἶκον ἀστρῷον βλέπων
εἰς οὐρανὸν γάρ ἐστι σοῦ τὰ πράγματα,
Ὑπατία σεμνή, τῶν λόγων εὐμορφία,
ἄχραντον ἄστρον τῆς σοφῆς παιδεύσεως.
 
 
Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine,
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura.
(Pallada, Antologia Palatina, IX, 400)
 
Fu il padre, Teone Alessandrino (355 ca.-405 ca.), ad indirizzare la brillante Ipazia sulla via della scienza. Lui era un insegnante dal grande fascino intellettuale, un impeccabile matematico autore di puntuali commenti ad opere celeberrime come gli Elementi di Euclide e l’Almagesto di Tolomeo. Ipazia ereditò dal padre la vocazione nella ricerca, la passione nello studio e la responsabilità dell’insegnamento. Come il padre, anche lei commentò varie opere di autori legati all’ambiente astronomico e matematico (Apollonio, Tolomeo, Diofanto). Non è possibile accedere alle sue opere poiché, col tempo, esse sono andate perdute. Non abbiamo, oggi, nessun vero materiale scritto e firmato direttamente da Ipazia. Conosciamo la sua storia, il pensiero e la sua vita grazie, soprattutto, all’interessamento di due celebri storici della Chiesa, Filostorgio (368-439) e Socrate Scolastico (380-440 ca.), i quali cominciarono a scrivere della saggia donna di Alessandria all’incirca vent’anni dopo la sua morte. Un’importante biografia di Ipazia fu scritta anche dal filosofo Damascio (V-VI), l’ultimo scolarca della scuola di Atene (chiusa nel 529 in seguito ad un decreto dell’imperatore Giustiniano).
Socrate Scolastico esaltava la brillante mente filosofica di Ipazia, degna rappresentante e discendente del neoplatonismo (secondo Socrate Scolastico, lei era la terza caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino). Filostorgio, da parte sua, puntava l’accento sulle lezioni di matematica, grazie alle quali “introdusse molti alle scienze matematiche”. Ma Ipazia non fu solamente un’insegnante, una pungente comunicatrice, una libera scienziata rivolta in direzione della verità. Fu una donna dalle mille risorse, intellettuale dalla vibrante genialità e dall’infinita curiosità. Le sue intuizioni diedero vita a rivoluzionarie invenzioni tecniche: l’astrolabio, strumento che consente – tra le altre cose – di misurare l’altezza delle stelle, della luna e del sole sull’orizzonte; l’idroscopio, capace di misurare il peso dei liquidi; l’aerometro, utilizzato per misurare la densità dei liquidi.
Ipazia era la Sapienza, così assoluta ed imponente, così tenera e leggiadra. Era la Bellezza che aveva deciso di scendere nella vita, di farsi vita, illuminando d’immenso la terra dei mortali. Era una donna accarezzata dalla meraviglia. Una donna che ragionava, che dubitava, che problematizzava le questioni. Non era nata per abbracciare il silenzio e sottomettersi ad una realtà maschilista, spiazzante, onnipervasiva. Lei doveva urlare la sua libertà, il suo nome, la sua cultura. Il suo grido penetrò nelle anime di numerosi uomini. Non c’erano dubbi, nessuno tra i contemporanei poteva eguagliarla: il suo grado di cultura era troppo elevato. Per questo motivo, secondo Socrate Scolastico, “l’invidia s’armò contro di lei”. Ipazia dava fastidio, faceva paura, incuteva timore. Così, in un giorno di marzo dell’anno 415, poco prima di Pasqua, una folla di fanatici «cristiani» capeggiati dal lettore Pietro, attese il suo ritorno a casa. Quando Ipazia giunse nei pressi della propria abitazione, gli uomini la presero con foga, la trascinarono fino ad una chiesetta, le strapparono le vesti e la uccisero brutalmente colpendola con i cocci, facendola a pezzi, bruciando quei resti del corpo con estrema malvagità, nel nome di Dio, cancellando ogni traccia fisica di lei.
Socrate Scolastico e Filostorgio accusarono Cirillo (370-444), il potente Vescovo di Alessandria (la cui potenza accrebbe a partire dal 391, in seguito alla proclamazione dei decreti teodosiani che confermavano quanto stabilito dall’Editto di Tessalonica del 380: il Cristianesimo religione di stato), definendolo senza mezzi termini “mandante e responsabile principale” di quell’orrendo delitto. Così, in seguito a quell’eccesso di fanatismo, morì Ipazia. Così, per paura e per invidia, si spense la grande donna, la nemica “pagana” della forte comunità cristiana di Alessandria d’Egitto.
Una domanda, per concludere, noi posteri cerchiamo di porla: Quanta paura genera l’intellettuale nell’animo dello stolto?
 
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