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Il testamento di Simone Weil

di Maurilio Ginex 21/07/2017

Nell’epoca del nichilismo più radicale e consolidato, l’uomo nel suo impatto con l’essere trova il dispersivo senso di vuoto, poiché non potendo disporre di punti di riferimento scelti e individuati secondo inclinazione, si ritrova ad essere oggetto di una logica pervasiva che sceglie al posto suo. Tale logica pone le sue radici in un processo storico, che oggi converte l’inclinazione pulsionale dell’individuo in arido asservimento di fronte a una forzata settorializzazione del lavoro, che a sua volta settorializza le scelte dell’uomo non permettendogli di rispondere a una domanda interiore su una ipotetica larga scala di possibilità, ma ponendolo in una condizione tale in cui si perde l’autenticità di qualsiasi scelta che sarà inconsapevolmente veicolata dai limiti posti dall’ odierna realtà.
La scrittrice francese Simone Adolphine Weil,  negli anni ’30 del Secolo passato, filosofa e attivista impegnata a tal punto da abbandonare la sua professione di insegnante e studiosa e entrar a lavorare come operaia alla Renault di Parigi, attraverso le sue a-sistematiche analisi della realtà pose in rilievo, parallelamente allo sviluppo dell’economia, il metodo di sviluppo della settorializzazione lavorativa e l’analisi della mancata variazione delle condizioni dell’uomo sul lavoro.

Simone Adolphine Weil (Parigi, 3 febbraio 1909 – Ashford, 24 agosto 1943) è stata una filosofa, mistica e scrittrice francese, la cui fama è legata, oltre che alla vasta produzione saggistico-letteraria, alle drammatiche vicende esistenziali che ella attraversò, dalla scelta di lasciare l’insegnamento per sperimentare la condizione operaia, fino all’impegno come attivista partigiana, nonostante i persistenti problemi di salute.

Gli anni in cui opera Simon Weil, si configurano come lontani soltanto per categorie di interpretazione e temporalità, ma nello specifico risultano essere le radici della realtà, la quale progressivamente è andata sviluppandosi arrivando alla contemporaneità. La nostra realtà – parafrasando Nietzsche risulta essere quella di un nichilismo radicale -, ingloba nella sua essenza capitalistica i destini dei singoli individui, che non hanno inconsapevolmente nessun potere decisionale di fronte allo scegliere sul sé individuale. Oggi i limiti del possibile sono veicolati dall’economia, intesa non come spiegazione di processi che portano al progresso o al regresso di una nazione, ma intesa come “ideologia” che veda come unico scopo la mercificazione di tutto per una finalità unica che è l’accumulo di denaro.
Tale finalità intesa come unica e sola non può ammettere certamente il concetto di auto gratificazione che l’individuo vivrebbe nel momento in cui fosse posto nelle condizioni di scegliere una qualsiasi posizione che si adatti alle sue inclinazioni, poiché in questo caso sarebbe possibile scindere la felicità scaturita dalla bellezza di ciò in cui ci si impegna lavorando e la felicità derivata dal guadagno finale.
Il sistema di cui siamo individui costituenti non permette questa scissione, dato che il progresso della tecnologia misto a quella forma di economia aberrante promuove le tesi di un capitalismo che – nell’ottica di Simone Weil -, pone l’uomo in una condizione incontrollata di asservimento a un qualcosa di normalizzato e imposto. Un esempio tangibile potrebbe risiedere nelle Università, le quali oggi sono scelte in base a ciò che per l’individuo, ragazzo o adulto che sia, sembra più conveniente ai fini di una “sicurezza” nella propria collocazione futura.
L’annientamento pulsionale viene normalizzato plagiando l’individuo verso l’idea che soltanto alcune tra le scelte possibili, siano le giuste e adeguate: l’uscir fuori dai dettami di un sistema imposto renderebbe l’individuo come “diverso” e lo porrebbe come estraneo agli occhi di una collettività cieca. E’ proprio su questo contesto che si dipana la contrapposizione tra campi scientifici e campi umanistici, che vede in auge i primi a discapito dei secondi. Simone Weil , a suo tempo, nello scontro effettivo e pratico con il lavoro, quasi come se fosse una ricerca antropologica sul campo, lavorando all’interno della Renault, comprese come l’individuo gettato dentro quelle fabbriche non avesse la possibilità di sovvertire un sistema che lo schiacciava, sulla scia di questa alienazione definì la società come una macchina, la quale nella sua essenza comprime il cuore dell’individuo.
Sulla scia di tale lezione e alla luce della comprensione delle contraddizioni della nostra realtà, non possiamo che ri-definire l’odierna società nello stesso modo in cui a suo tempo la definì la Weil, poiché oggi non c’è spazio per il cuore, non c’è spazio per le inclinazioni, non c’è spazio per le passioni autentiche, ma bisogna sopperire alla datità oggettiva di un sistema che gioca su un unico perno che è, per come direbbe Edmund Husserl, la prosperity.
Quest’ultimo, un concetto che rappresenta in un’unica parola questo unico fine che gli individui difendono accuratamente tramutando il denaro da mezzo per lo stare al mondo a un fine unilaterale, sotto il quale tutto diventa sovrastruttura dipendente. Ma tuttavia , nelle parole e nelle analisi di Simone Weil, nonostante vi fosse questa idea che l’uomo non avesse prospettive di miglioramento della propria condizione, si potrebbe inserire l’idea che un testamento, in fondo, sia stato lasciato all’umanità. Un testamento da approfondire accuratamente, attraverso una comprensione che passa tramite l’analisi dell’uomo stesso, il quale viene sottomesso al giogo di un potere, difatti la Weil a suo tempo non riuscì a vedere nessuna prospettiva di miglioramento delle condizioni lavorative di quegli impiegati nelle fabbriche della Renault. Di contro la scrittrice non sta asserendo che non si debba combattere, dato l’abbattimento della legittimità nell’avere i diritti, ma esorta a disertare il concetto di asservimento in forma implicita.
Un asservimento, che deve essere combattuto in ogni forma, nella speranza che possa mutare – dal lavoro senza sosta degli operai degli anni ‘30 – verso l’imposizione gratuita di una scelta, di fronte a un percorso universitario da iniziare.
Tale procedura non deve essere percepita e acquisita come tale , ma di contro deve risultare come quella forza che spinge il vitalismo dell’antropologia umana. Nel combattere bisogna far penetrare e rendere visibile chi siamo, mettendo in gioco pulsioni e inclinazioni, così da rendere inerme ogni forma di sopore imposta. Per concludere riprendo le parole del grande Albert Camus: “mi rivolto dunque sono”.

 

 Per approfondimenti:
_Simone Weil, acuta e lucida interprete della realtà e delle sue contraddizioni, attraverso le sue teorie risulta difficile collocarla all’interno di canoniche correnti filosofiche;
_G. Fornero e S. Tassinari, “Le filosofie del Novecento” – Edizioni Bruno Mondadori, Milano;
_Edmund Husserl, “la crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendetale” – Edizioni il Saggiatore, Milano;
_Albert Camus, “l’uomo in rivolta”, Edizioni Bompiani, Milano, 1951.

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