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Il testamento di Pier Paolo Pasolini: Salò o le 120 giornate di Sodoma

di Maurilio Ginex 12/02/2017

Gli anni settanta sono stati per l’Italia un periodo storico molto particolare con eventi capaci di lasciare tracce indelebili all’interno delle coscienze delle persone. Il terrorismo politico, l’incessante illegalità dei partiti, una classe dirigente che portava avanti una “tolleranza repressiva” nei confronti di chi presentava un lucido sospetto, fascisti contro comunisti, risse, manifestazioni contro una polizia la quale picchiava duro, l’Italia della DC e della P2. I legami che avvenivano tra i tavoli degli uffici del Palazzo, stavano giocando il destino del popolo italiano, il quale faceva capo a un Paese che vedeva all’orizzonte un’unica e sola via: quella di una spoliticizzazione senza nessuna cura. In questo clima controverso, il 10 Gennaio del 1976 arrivava delle sale cinematografiche “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, del regista Pier Paolo Pasolini  dopo un’anteprima parigina del 22 Novembre 1975.

Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) è l’ultimo film scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini. Avrebbe dovuto essere il primo lungometraggio di una seconda trilogia di film considerata idealmente come la Trilogia della morte, successiva alla Trilogia della vita. L’idea di base s’ispira al libro del marchese Donatien Alphonse François De Sade Le centoventi giornate di Sodoma e il film presenta riferimenti incrociati con l’extratesto dell’Inferno di Dante, tra l’altro presenti nello stesso De Sade.

Salò rappresentò l’ultima grande opera di Pasolini, nella quale il tema trattato e il modo in cui l’autore lo affrontò, lasciarono nelle coscienze un vero e proprio testamento della sua vita. L’animo polemico del regista – nello stesso tempo amante della sfida a se stesso, ma soprattutto alla società – si incarna alla perfezione in quella pellicola che, per fatalità, sarà la sua ultima produzione. In quest’opera cinematografica, che sarebbe dovuta essere la prima di una seconda trilogia, intitolata “trilogia della morte” e successiva alla precedente “trilogia della vita”, si è concretizzato cinematograficamente uno dei temi più significativi dell’operato generale di Pasolini: l’analisi di un Potere che reprime con un’anarchica violenza la volontà e la corporeità dell’individuo. Una tematica come questa trova, come perfetto adattamento nella rappresentazione, la logica dantesca della suddivisione in gironi nell’Inferno della Divina Commedia. Il film suddiviso in quattro parti, inizia con un Antinferno e prosegue con i tre gironi, rispettivamente: delle manie, della merda e del sangue. Suddivisione che tra l’altro Pasolini decide di adoperare in un secondo momento, in cui si accorge che anche Sade – da cui mutua il titolo della sua opera e varie tematiche nei confronti del sesso – aveva alluso a Dante. Scrive, infatti, riguardo al film: “Mi sono accorto tra l’altro che Sade, scrivendo pensava sicuramente a Dante. Così ho cominciato a ristrutturare il film in tre bolge dantesche”. Un Potere che abbatte la soggettività del singolo e che si muove consumando, nel più grottesco dei modi possibili, le peggiori atrocità che possono essere compiute nei confronti dell’umano.

Pasolini tocca esattamente quell’assurdità generata dall’anarchica e priva di logica volontà di un potere, il quale vuole soltanto l’assoggettamento ad esso in quanto tale. La suddivisione in diverse parti che Pasolini attua nei confronti della sua opera è funzionale alla comprensione delle varie sfaccettature con cui il comando può manifestarsi sul soggetto, rendendolo – di conseguenza – un oggetto inerme del suo volere. Non è soltanto un potere che giostra la sua attività sul dolore fisico, visto come prodotto di lesioni e lacerazioni che portano alla morte – poiché questa tipologia è rappresentata nell’ultimo girone dedicato al sangue -, ma non visualizza l’unica tipologia di esecuzione del potere sull’individuo. Prima di arrivare alla morte del singolo, vi è una forma di tortura: quella sulla dignità, inflitta tramite le altre due logiche che il potere usa per annientare la singolarità del soggetto, la sua anima, la sua identità. Tipologie, quest’ultime, che trovano rappresentazione negli altri due gironi, delle manie e della merda.

 

Alcune delle scene cruente e blasfeme del film.

In Salò, ricorre in modo particolarmente incisivo, il tema della sessualità come strumento utilizzato dal potere, e dunque di chi lo incarna, per opprimere il soggetto. Un approccio alla sessualità, quello di Salò, che si discosta dal precedente approccio che Pasolini ebbe nei confronti della medesima, in quella che fu “la trilogia della vita”. Steve Della Casa , un critico cinematografico italiano, scrive nei riguardi di Salò: “Dopo aver raccontato l’ingenuità naturale del sesso in altre epoche (è questo il tema della “trilogia della vita”), Pasolini vuole con Salò raccontare come il sesso sia diventato a sua volta uno strumento di consumo, di oppressione sociale”.
Se prima il sesso veniva rappresentato attraverso la bellezza dei corpi che consumavano l’atto in sé, adesso questo diventa uno strumento per fare del corpo, non più un mezzo, ma un misero oggetto della perversione. Questi temi ricorrenti nel film e che Pasolini aveva maturato attraverso la lettura del Marchese De Sade, trovano ampio sviluppo anche nell’aria culturale parigina, dove a operare parallelamente vi era uno dei più grandi pensatori del Secolo, Michel Foucault. Quest’ultimo – anch’egli lettore del Marchese De Sad – nel 1976, anno di uscita di Salò in Italia, pubblicava “La volontà di sapere”, primo saggio di un’imponente storia della sessualità in tre volumi. In questo suo lavoro Foucault parla non più della sessualità in generale, ma della stessa come oggetto di sapere attraverso cui il potere può controllare l’uomo. Nelle ricerche foucaultiane, emblematico è l’approccio genealogico, che mutua dal metodo di Nietzsche, nei confronti del Potere che pervade la nostra società e dei rapporti che intercorrono tra questo e il Sapere, espresso attraverso le pratiche discorsive. La sessualità diventa un dispositivo di controllo, inteso come un insieme di accorgimenti localizzati sul metodo che tale sistema sviluppa per tenere sotto controllo – diventando a sua volta repressivo – in quanto da un lato viene reso interessante al singolo, poiché lo proibisce e dall’altro rappresenta una forma di assoggettamento dei corpi, sui quali si scaglia la volontà di chi esercita un potere.

Paul-Michel Foucault (1926 – 1984) è stato un filosofo, sociologo, storico, accademico e saggista francese.

Altro tema riscontrabile nell’opera di Pasolini – che parallelamente possiamo vedere affrontato nell’approccio foucaultiano – è il tema della prigione, rappresentata nel film tra esterni della Villa Aldini, nei pressi di Bologna e gli interni della Villa Sorra, nei pressi di Castelfranco Emilia. L’elemento costruttivo della prigione, viene inteso come una struttura, all’interno della quale vi è un controllo pervasivo assolutamente impossibile da sfuggire: il risiedere all’interno porta l’individuo, attraverso un processo di autoanalisi che il soggetto attua su di sè, a comportare una mutazione antropologica dell’essere.

Foucault scrive nel 1975 “Sorvegliare e punire”, saggio in cui affronta il tema della nascita della prigione all’interno del quale sviluppa il tema dei cosiddetti “corpi docili”, ovvero quei corpi che presentano la qualità della docilità, considerata  come la qualità che conferisce al corpo la caratteristica di essere sottomesso, manipolato o trasformato senza che vi sia poi di contro una forte resistenza che possa impedire tale processo. Scrive Foucault: “(…) la nozione di ‘docilità’ che congiunge al corpo analizzabile il corpo manipolabile. E’ docile un corpo che può essere sottomesso, che può essere utilizzato, che può essere trasformato e perfezionato(…)”. Parole che possono essere utili per guardare con occhio analitico come il regista bolognese sottopone i corpi dei ragazzini, che vengono rintanati dentro la Villa, alle crudeli volontà, sessuali e non, dei quattro signori che guidano la volontà generale all’interno di quella che si rivela essere una vera e propria prigione da cui è impossibile scappare. Impossibile è l’optare per una via d’uscita da un destino che è stato imposto dall’esterno. Quella Villa, quella struttura, rappresenta l’incarnazione materiale di una volontà di dominio verso cui non vi è alcun modo di opporre una resistenza che abbia un esito che sia positivo e atto a trasformare una situazione già data. A riguardo, un altro richiamo a Dante che viene servito, con una raffinatezza che soltanto un intellettuale come Pasolini possiede: è quello del Virgilio alle porte dell’Inferno, quando legge la scritta che narra “(…) lasciate ogni speranza, voi ch’intrate (…)”. Il richiamo a questo specifico momento dantesto, che rappresentò il passaggio dall’Anti-inferno all’Inferno, viene rappresentato da Pasolini attraverso le parole che il Duca – dal balcone della Villa – guardando i ragazzini raggruppati pronuncerà dicendo: “Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti (…)”.

Pier Paolo Pasolini, durante le riprese di Salò.

Toccanti e incisivi fino al più profondo cunicolo dell’anima sono i disparati temi affrontati in questa narrazione cinematografica, la critica mossa al sistema che attraverso il potere crea gli individui già assoggettati ad esso, dunque mutati nella loro condizione antropologica. Consumo, capitalismo e potere manipolatore sono le tessere di un mosaico che costituisce le forme di sapere, quest’ultime create da una realtà retrostante che dice Si o No, che legittima o meno. Pier Paolo Pasolini era ben consapevole di chi sfidava,con i suoi scritti “da corsaro” e con le sue allegorie cinematografiche cariche di peso concettuale. Sapeva che il suo approccio, a dir poco genealogico, nei confronti del concreto che non riusciva ad essere tale, sarebbero state arginate in una modalità altrettanto potente quanto le sue invettive. Salò, ha rappresentato l’ultimo capolavoro che vide acquisire la fisionomia di un vero e proprio testamento nei confronti delle generazioni future, dei giovani che lui tanto amava, in quanto rappresentavano un capitale sociale che potesse riporre nella terra i pilastri per l’avvenire. Non mancarono certamente le polemiche sul suo lato sessuale e le critiche sulla tematica che troppo spesso è stata politicizzata dalla sinistra o dalla destra. Un film, quello di Salò, che ovviamente può disgustare nella sua realissima e cruda rappresentazione al primo impatto, ma che certamente richiede un sforzo interpretativo come per tutti i film del maestro bolognese. Pier Paolo Pasolini, vive dentro chi lo vuole ricordare per quello che è stato: una guida per la cinematografia italiana, un’ispirazione per chi leggeva i suoi scritti e ne carpiva la potenza artistica della sua cultura e del suo operato, facendone forza creatrice, controverso – sicuramente – a livello umano. E oggi, nel 2017, il regista bolognese vive ancora dentro le coscienze, facendo vibrare la propria presenza al richiamo del singolo.

 

Per approfondimenti:
_Michel Foucault, la volontà di sapere, Milano, 1978
_Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Torino, 1976

 

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