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Il rock: evoluzione e metodologie interpretative

di Simone Ciccorelli 10/03/2017

Cosa pensano oggi i reduci degli anni d’oro del rock? Non saranno stanchi di provare nostalgia? O forse il loro amore è stato così vero e vivo da non assopirsi mai? Ecco. Questa, forse, potrebbe essere la risposta: “Quel genere che ha fatto da colonna sonora a quelli che si potrebbero definire i loro anni migliori, i più spensierati, quelli della giovinezza”.
C’era chi condiva le sue serate con dell’heavy rock, o chi magari preferiva qualcosa di più leggero. C’era anche chi – nel desiderio del relax – ascoltava i Pink Floyd e da loro assorbiva tutta la linfa vitale per la meditazione e per l’evasione in ogni mondo parallelo possibile. Ma oggi, cosa ascolterebbero le medesime persone? Cosa pensano di quel genere ormai “andato” e scomparso, sia nella cultura, che nella sua evoluzione? Il rock ha forse perso definitivamente la sua anima e la sua identità così per come lo abbiamo conosciuto. Chi prima godeva della chitarra Punk dei Ramones oggi si disorienta, a meno che non ritorni ad ascoltarli ancora una volta all’infinito, fino a conoscere tutti i brani perfettamente a memoria, mimando delle “invisible guitars” sui mezzi pubblici o semplicemente a casa, passando da una stanza all’altra e saltando all’inizio di un assolo per la felicità. Perché chi ama o ha amato il rock sa bene di cosa parlo.
In qualche modo ascoltarlo nel proprio salotto a tutto volume porta a quella che chiamo un “follia positiva”. E se fossimo tutti figli di una chitarra elettrica? Mi spiego meglio: se la realtà odierna, fosse il frutto delle evoluzioni e delle influenze che la disciplina musicale del Rock ha avuto nella società?
Nato nei primi anni del 1940 il Rock’n’Roll ha portato una escalation non solo musicale, ma anche generazionale, arrivando al suo apice più estremo negli ultimi anni ’70 con il coinvolgimento di tre generazioni e una partecipazione ai concerti mai vista prima nella storia della musica. E’ proprio grazie al coinvolgimento delle masse che il rock trova il suo definitivo coronamento e come ogni paradosso – che abita questo mondo dalla sua origine -, anche l’inizio della sua fine.
Se si pronuncia la parola “Rock”, a venire in mente non sono degli strumenti musicali, ma delle icone. Elvis – ad esempio – non è solamente un uomo, un cantante, un musicista, ma un simbolo indelebile di un periodo storico e musicale che ancora oggi viene rimpianto, anche da chi non è suo contemporaneo.

Elvis Aaron Presley (1935 – 1977) è stato un cantante e attore statunitense. È stato il più celebre cantante di tutti i tempi, fonte di ispirazione per molti musicisti e interpreti di rock and roll e rockabilly, tanto da meritarsi l’appellativo de il Re del Rock and Roll o The King. La sua presenza scenica e la mimica con cui accompagnava le sue esibizioni hanno esercitato notevole influenza sulla cultura statunitense e mondiale. In particolare, i movimenti oscillatori e rotatori del bacino, oltre a destare scandalo presso chi li interpretò come movenze di un amplesso, gli procurarono l’appellativo di Elvis the Pelvis (“Elvis il bacino”), anche se egli stesso non amava molto questo soprannome, come più volte ammise durante le rare interviste concesse all’inizio della carriera.

E’ poi arrivo il periodo del Folk, negli anni ’60 che intraprese una strada alternativa al Rock and Roll classico, grazie al suo esponente di punta: Sir Bob Dylan. La sua armonia vocale povera, unita al minimalismo strumentale ha dato vita al testo, al racconto, alla voce e all’emozione che ne derivano, creando qualcosa di nuovo che ha plasmato una simbiosi perfetta con il cantante.
Gli artisti folk hanno influenzato tutta la scena musicale successiva. Avviene qui una contaminazione che dà inizio ad una cascata musicale ricca di alternative, all’interno dello stesso genere, che porta ogni artista a possedere una propria identità musicale ed estetica. Quest’ultima poi, diverrà elemento fondamentale per completare l’immagine del musicista e aggiungere al soggetto una personalità anche “artistica”: aspetto sempre in secondo piano fino a quel momento.
L’invasione britannica degli anni sessanta, rappresenta un aumento del volume degli ascoltatori, ma anche l’ampliamento del raggio d’azione estetico degli artisti, capaci in pochi anni di conquistare la scena mediatica di copertine e reti televisive internazionali. Il pubblico, ben fornito di simboli, possiede una conoscenza musicale che gli permette di recepire i cambiamenti facendoli propri, personificando automaticamente gli atteggiamenti, le sensazioni e gli stili di vita degli autori che più stimano in quel dato momento. Nei primi anni sessanta cominciano infatti a comparire sulla scena i primi suoni distorti, con chitarre elettriche accentuate, affiancate dai primi “urlatori”.
Inizia così in questi anni, il binomio tra “rock americano” e “rock britannico” in cui le influenze reciproche e le identità andavano a mescolarsi, sempre con una certa rivalità “silenziosa” nelle scelte e nelle innovazioni. Ciononostante è l’Inghilterra ad aggiudicarsi la nomina di “patria del rock and roll” durante tutti gli anni sessanta.
Furono proprio i Beatles, con la loro prima visita negli Stati Uniti, ad aprire la strada all’Invasione britannica nel 1964, anche grazie al contributo dell’apparizione televisiva nella serie tv “I Sullivan“. L’apparizione nelle reti televisive, denota un fatto di rilievo sulla scena musicale: l’influenza musicale del genere rock, apportato alla società di massa, creando una grande impronta culturale e divulgativa della disciplina musicale.

The Beatles è stato un gruppo musicale rock inglese, originario di Liverpool e attivo dal 1960 al 1970. La formazione ha segnato un’epoca nella musica, nel costume, nella moda e nella pop art. Ritenuti un fenomeno di comunicazione di massa di proporzioni mondiali a distanza di vari decenni dal loro scioglimento ufficiale – e dopo la morte di due dei quattro componenti – i Beatles contano ancora un enorme seguito e numerosi sono i loro fan club esistenti in ogni parte del mondo.

Negli stessi anni, ecco approdare sulla scena gli Immancabili Rolling Stones. Il loro genere è diverso da quello dei Beatles e di Elvis, ormai messo quasi nel dimenticatoio se non fosse per qualche irriducibile fan o per qualche stralcio generazionale: venne comunque mitizzato nuovamente pochi anni dopo, fino ai nostri giorni. Gli Stones, grazie al loro suono crudo che univa blues e garage rock, riscuotono un successo impressionante. In termini quantitativi si classificano alla pari dei Beatles. Il gruppo riesce ad imporsi sulla scena musicale grazie ad un suono originale, che diverrà unico nel suo genere e successivamente verrà ripreso – con le dovute modifiche – da tutta la scena rock. Ma non è solamente l’aspetto musicale ad alimentare il successo degli Rolling Stones. La componente estetica e caratteriale dei suoi componenti: su tutti Mike Jagger e Kate Richards, cambiano completamente l’aspettativa del pubblico nei confronti dei Rocker.

The Rolling Stones è un gruppo musicale rock britannico, composto da Mick Jagger (voce, armonica, chitarra), Keith Richards (chitarre, voce), Ronnie Wood (chitarre, cori) e Charlie Watts (batteria, percussioni). È una delle band più importanti e tra le maggiori espressioni della miscela tra i generi della musica rock e blues, quel genere musicale che è l’evoluzione del rock & roll anni cinquanta, da loro rivisitato in chiave più dura con ritmi lascivi, canto aggressivo, continui riferimenti al sesso e alle droghe.

Le due band “si spartiscono” l’intera scena mondiale già nei primi mesi del 1966. Sarà il sentimento di ribellione delle nuove generazioni che alimenterà l’onda del rock con il suo impatto sulla storia del mondo, non soltanto all’interno della sfera musicale (vedi John Lennon e il Movimento per la Pace partito dal 1970). Gli stessi enti pubblicitari e comunicativi forniranno alla società questi artisti come possibile rimedio al “male del mondo“, come se fossero un anestetizzante per le sensazioni di impotenza che andavano nascendo nella società di consumo di massa già in quegli anni.
Assistiamo a una rivoluzione sociale e musicale del pianeta, con il fattore consumistico che si impone nella vita dei cittadini e che prende il predominio con le radio e le tv ormai insediate nei salotti di tutte le case e i palinsesti televisivi che scandiscono i ritmi di vita e i piaceri famigliari. Si giungerà al punto in cui – proprio per mezzo della tv e della radio -, l’individuo medio (costretto ad ascoltare la musica dal vivo e a goderne sul momento), potrà scegliere tra diversi canali e differenti generi, fino a poterne imitare il look.
Da quel dato-momento in poi, la concezione della musica stessa è mutata. Non più soltanto armonia e gioia, ma prodotto. Un prodotto che, con gli anni, si è evoluto insieme a noi ed è impossibile da fermare. Che ci piaccia o no.
Nacquero presto generi come il punk e il freakbeat: suoni freschi e nuovi in questa cascata di novità che andava crescendo sempre di più in modo inarrestabile tra l’entusiasmo delle folle, che a loro volta davano vita a sottogeneri musicali “di nicchia”. Così, dalla scena underground al “mainstream” era ormai assodata negli anni ’70 la supremazia Rock in tutto il mondo occidentale.
E’ il concerto di Woodstock del 1969, il quale consolida questa realtà e pone ancor più l’attenzione a tutte le migliori discografiche del genere, consacrando la nuova cultura giovanile. Al festival parteciparono infatti più di mezzo milione di persone. Jimi Hendrix diede il via ad un nuovo modo di suonare e di concepire strettamente la musica che, fino a quel momento non aveva ancora preso la “piega” psichedelica che da qui in poi andrà dilagando.

Il festival di Woodstock si svolse a Bethel, una piccola città rurale nello stato di New York, dal 15 al 18 agosto del 1969, all’apice della diffusione della cultura hippie. Vi ci si riferisce spesso con l’espressione 3 Days of Peace & Rock Music, “tre giorni di pace e musica rock”.

Gran parte del rock attinse dalla sua metodologia e dalle nuove ricerche messe in atto dallo scrittore e psicologo Timothy Leary che sperimentò gli effetti artistici derivati dall’assunzione di nuove droghe dette psichedeliche: principalmente i suoi studi facevano riferimento al “peyote” e all’ LSD.
Il genere Rock Psichedelico si sviluppò inizialmente negli Stati Uniti e fornì spunti fondamentali per la crescita artistica di tutto l’underground statunitense, tra cui nomi troviamo inevitabilmente il gigante Frank Zappa, che con gli anni modificò il rock fino a renderlo musica universale mescolando tutti i generi inventati nel ventesimo secolo: jazz, rock, blues ed elettronica.
Occorre sottolineare quanto la cultura del rock iniziò ad influire anche sulla sfera intellettuale contemporanea, grazie a figure di spicco come i Velvet Underground, Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen Tucker. A concludere il mosaico delle figure principali del rock psichedelico troviamo, nemmeno a dirlo, i Pink Floyd. Nati negli anni sessanta come gruppo rock psichedelico, si evolveranno nel tempo fino a diventare la formazione di Rock Progressive di maggior successo mondiale con oltre duecentodieci milioni di dischi venduti (finora). Il loro apporto positivo e rivoluzionario deriva da una struttura musicale semplice, con melodie sottili e taglienti, che coinvolgono l’ascoltatore sorreggendolo in un viaggio a volte costante, a volte imprevedibile. Le loro liriche sono incentrate sulla psicologia e sulla denuncia sociale, con una particolare attenzione all’aspetto Live, con scenografie maestose e ricercate, con un tema principale all’interno di ogni disco che veniva ripercorso dall’inizio alla fine, come un grande e spettacolare racconto, sempre unico.

I Pink Floyd sono stati un gruppo musicale rock britannico formatosi nella seconda metà degli anni sessanta che, nel corso di una lunga e travagliata carriera, è riuscito a riscrivere le tendenze musicali della propria epoca, diventando uno dei gruppi più importanti della storia. Sebbene agli inizi si siano dedicati prevalentemente alla musica psichedelica e allo space rock, il genere che meglio definisce l’opera dei Pink Floyd, caratterizzata da una coerente ricerca filosofica, esperimenti sonori, grafiche innovative e spettacolari concerti, è il rock progressivo.

Le realtà musicali che abbiamo qui percorso insieme mettono in risalto una cosa su tutte: la possibilità di analizzare nel dettaglio le conquiste e allo stesso tempo le sconfitte di quella che è stata la nostra società, come lo è anche oggi.
Uno spaccato sociale immenso, che passa dalla felicità e dalla passione per la musica fine a se stessa, arrivando fino al trasporto nel mondo della droga causato anche dal desiderio di emulare i propri rocker preferiti. Che tale pratica sia condivisa o meno, questa è stata ed è purtroppo una delle realtà più significative degli anni ’60 e ’70, cruciali per lo sviluppo di tutto il genere.
Da qui in poi, con l’inizio degli anni ottanta, mutano nuovamente tutti gli schemi musicali fino a quel momento esplorati. Nascono in concomitanza Music Television (MTV) e il suono digitale. Con la nascita di MTV viene esasperata la sfera dell’immagine e delle influenze sui costumi, con i musicisti sempre più artisti di riferimento delle masse. Inizia così l’epoca delle mode passeggere: agli stili di vita preimpostati, al predominio dell’immagine, alle capigliature cotonate e all’esplosione di altri generi musicali come l’Hip Hop, il Rap e la musica Dance. E’ impossibile, da qui in poi, continuare a parlare di rock senza tenere in considerazione gli altri generi. Lo spazio che divideva fino a quel momento, comincia ad assottigliarsi sempre di più, in maniera progressiva e sempre più veloce, unificando tutto in una unica cultura Pop. Le radio svolgono un ruolo secondario ormai, poiché sono le trasmissioni televisive – come MTV – a monopolizzare usi e costumi di ogni genere ormai “ridotto” a Pop.
Il rock ha appassionato l’umanità, la quale ha creduto che la musica potesse essere espressione di un mondo migliore. Inconsapevoli sognatori di una realtà guidata dall’elemento musicale dove il cantante – stella e guida imperitura – potesse guidarli attraverso quella vita quotidiana che appariva sempre più opprimente con la cadenza lavorativa e le problematiche della politica mondiale.  Sognavano un posto migliore, con canzoni che univano e allontanano ogni male, anche se questo per qualcuno, non potrà che essere costituito dal silenzio e dalla mancanza di uomini di cui oggi non rimangono che le voci che nessuno potrà mai portare via. Il significato di intere generazioni e di un’epoca va colto nelle sottigliezze della realtà, poiché se a dividerci ci sono oramai quaranta anni, mai come oggi è possibile sentirsi vicini al piacere di una voce malinconica che non chiede altro se non un posto tranquillo e sereno in cui condividere con qualcuno la felicità racchiusa in una vita semplice, fatta di amore, affetti, libri e buona musica. Il Rock siamo noi ogni volta che esploriamo nuovi generi e non ci facciamo fermare da barriere sociali preimpostate o dai giudizi altrui. Il Rock diventa “Altro”quando smettiamo di affidarci alla speranza e prendiamo in mano la nostra vita, come fosse una chitarra, cominciando a suonare fino allo sfinimento.
Il Rock siamo noi quando, presi dallo sconforto, componiamo nuove vie d’uscita, fino a rivedere la luce. E anche se non è il sole di un palcoscenico, noi sappiamo che il suo valore è più o meno lo stesso, anche senza gli applausi delle altre persone. Il Rock siamo noi che non molliamo e che mai soccomberemo. Fino all’ultima chitarra. Fino all’ultimo respiro.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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