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Il Medio Oriente tra influenze esterne e difficili alleanze

di Luca Steinmann del 15/04/2017

La conflittualità tra sciiti e sunniti che sta insanguinando tutto il Medio Oriente ha certamente fondamenta teologiche. Ma non solo: essa è soprattutto la conseguenza della contrapposizione tra diversi Paesi, in primis tra l’Iran e l’Arabia Saudita, che si contendono il potere e la titolarità del comando della regione. Per farlo non esitano a finanziare e supportare gruppi di combattenti in reciproco conflitto. E’ così che in Siria gli sciiti di Hezbollah combattono Jabhat al Nusra e l’Isis. Quando però gli interessi di entrambe le parti sono convergenti esse sono in grado di fermare la conflittualità e trovare un compromesso, mostrando dunque quanto in tutto ciò la componente teologica sia estremamente marginale.
 
Ciò è particolarmente evidente osservando le divisioni all’interno dei palestinesi dei campi profughi. Frammentati in diversi gruppi, alcuni fedeli all’asse sciita altri ai sunniti, alcuni di essi sono il vero e proprio braccio armato di organizzazioni o Stati terzi, che sfruttano le divisioni dei palestinesi per tentare di promuovere i propri interessi ed estendere il proprio controllo territoriale. Parte del campo di Ein el Hilwee, per esempio, è oggi caduta sotto il controllo del gruppo terroristico di Jabhat al Nusra, il cui nucleo locale è capeggiato dal giovane ed emergente leader Bilal Bader. Classe 1989, capelli lunghi fino alla vita, viso glabro e abbigliamento semplice: Bader si è messo alla testa di un gruppo di 60 jihadisti che stanno dando battaglia ai palestinesi che non accettano la loro presenza e non condividono i loro obiettivi. Come sta avvenendo in tutto il Medio Oriente, anche qui i gruppi radicali sunniti si fronteggiano con quelli sciiti. Gli equilibri interni ad ogni campo profughi, però, sono del tutto particolari.
A Ein el Hilwee, ad esempio, il gruppo di Bilal Bader – quindi di al Nusra – ha raggiunto un’intesa con Ansar Allah, braccio armato palestinese degli sciiti di Hezbollah. Mentre in Siria, a pochi kilometri di distanza, il Partito di Dio attacca le postazioni jihadiste in nome della difesa dal terrorismo, in questa zona tale formazione non esita ad acconsentire un accordo strategico con quelli che dovrebbero essere i propri principali nemici sul campo di battaglia.

Hezbollah o Ḥizb Allāh (in arabo: حزب اﷲ‎), ossia Partito di Dio, è un’organizzazione paramilitare libanese, nata nel giugno del 1982 e divenuto successivamente anche un partito politico sciita del Libano. Foto di Mahmoud Zayyat

Una situazione del tutto inedita che mostra come la descrizione di questo conflitto sia molto difficile per chi non lo vive in prima persona. Ciò che è certo è che, all’interno del conflitto tra sciiti e sunniti, tantissimi attori stanno tentando di strumentalizzare i gruppi palestinesi per promuovere i propri interessi, armandoli e finanziandoli. I fucili che Bilal Bader ha in dotazione, ad esempio, costano circa 3000 dollari l’uno: difficile pensare che dietro il loro acquisto non ci siano dei ricchi finanziatori esterni. Chi questi siano, però, è difficile da stabilire con certezza. Non sarebbe la prima volta, che dei gruppi terroristici vengono assistiti e finanziati da governi stranieri o da partiti politici che siedono in parlamento. L’amministrazione americana è da tempo accusata – da diverse fonti – di avere supportato gruppi di cosiddetti “ribelli moderati” in Sira, molti dei quali sono risultati essere terroristi, col fine di destabilizzare il regime di Assad.
Altri governi, soprattutto quello dell’Arabia Saudita e quelli dei Paesi del Golfo, non hanno per lo meno mai messo in atto accurati controlli perché dei finanziamenti privati partissero dai propri Paesi per finire nelle tasche del sedicente Stato Islamico.
Un’operazione non dissimile avvenne ancor prima in Libano, proprio tra i palestinesi. Nel 2007 un gruppo di 300 jihadisti del gruppo di Fatah al Islam, legati ad al Qaeda e provenienti da tutto il mondo, si impossessò del campo profughi palestinesi di Nahr el Bared a Tripoli, nel nord del Libano. Si trattava di persone provenienti dall’esterno del campo originarie soprattutto da Siria, Kuwait, Arabia saudita, Marocco, Giordania e Afghanistan. Pesantemente armati, vi fecero ingresso e iniziarono a imporre le proprie regole ma anche a tentare di farsi accettare dalla locale popolazione palestinese regalando dolci ai bambini e tentando di prendersi come spose delle giovani donne del posto.
Da lì essi tentarono un colpo di mano contro lo Stato libanese: in nome della causa palestinese, attaccarono prima una banca nel centro di Tripoli, in seguito iniziarono a prendere di mira le postazioni dell’esercito libanese, dando vita ad una guerra che durò diversi mesi e che generò tantissimi morti prima che i terroristi venissero sconfitti e cacciati. Molti di loro vennero uccisi, altri riuscirono a fuggire, lasciando dietro di sé solo macerie. Per cacciarli, infatti, le truppe libanesi utilizzarono bombe e missili che, dall’esterno, riversarono sulle case di Nahr el Bared, costringendo la popolazione alla fuga e demolendo gran parte dell’area urbana. Secondo molti degli abitanti del campo quanto avvenne nel 2007 fu un tentativo di strumentalizzazione della causa palestinese da parte dei terroristi per mettere in atto una rivolta contro le autorità in modalità analoghe di quanto avverrà a partire dal 2011 in Siria.

 

Note:
_Su gentile concessione del quotidiano svizzero “Il Corriere del Ticino” pubblichiamo questo reportage andato in stampa il 01/03/2017, scritto da Luca Steinmann: corrispondente in Italia del Corriere del Ticino e reporter reduce di un recente viaggio in Libano, dove ha tenuto una serie di corsi di giornalismo all’interno dei campi profughi palestinesi.

 

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