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Hugo von Hofmannsthal: il bambino prodigio che vedeva prodigi

di Giuseppe Baiocchi 19/11/2017

Con Hugo von Hofmannsthal (1874-1929) introduciamo un personaggio che ha rappresentato una delle vere essenze di quest’epoca, poiché diversi tratti caratteristici della sua personalità sono pilastri fondativi della società asburgica.

Nella foto: Hugo von Hofmannsthal in divisa da Ulano nel 1897.

Considerato oggi al pari di Shakespeare o Goethe, Hofmannsthal con grande acume vive e assimila i valori della sua epoca e del suo ceto sociale: quell’alta borghesia, che sconfina nella piccola aristocrazia. Difatti il nonno Isaak Hofmann, grazie ad una fiorente attività tessile di rilievo imperiale, nel 1827 veniva nobilitato con il titolo di barone von Hofmannsthal e come distintivo araldico selezionò uno stemma a due campi con la foglia di gelso del baco da seta (per rappresentare la sua attività commerciale) e parallelamente le Tavole della Legge mosaica (rappresentanti le sue origini religiose).
La famiglia del poeta è un chiaro esempio della assimilazione ebraica, all’interno dell’Impero Austro-Ungarico, in specificato modo dell’obbiettivo della borghesia di elevarsi a ceto aristocratico attraverso il commercio e la cultura. Sarà proprio il matrimonio cristiano tra il nonno e la nonna Petronilla Ordioni nel 1839, nella Milano asburgica, a sancire quell’assimilazione sociale e culturale.
Figlio del direttore di banca viennese Hugo Hofmann von Hofmannsthal e della madre austriaca Anna Fohleutner, nelle discipline scolastiche il giovanissimo Hofmannsthal, presentava tratti di genio assoluto: la sua preparazione, lo aveva elevato al di sopra della media degli studenti, scatenando in lui una superbia, che per tutta la vita cercò di reprimere.
Intelligente e bello, il giovane studente si rese ben presto consapevole delle sue qualità intellettive e fisiche, le quali venivano supportate da quel titolo nobiliare che, in una scuola borghese, conferiva senza alcun dubbio un modello da seguire.
Se operiamo una piccola riflessione il Theresianum oppure il Kalksburger Adels-Internat dei Gesuiti, avrebbero senza alcun dubbio trascurato quel piccolo “edler von”, in quanto era la base della aristocrazia, insieme al “ritter von”.
Tale situazione portò lo studente modello ad un isolamento pacato e mai sopra le righe, poiché si trattava – come per Mozart – di un bimbo prodigio, il quale nella sua precocità:
“Nulla vuole né può ormai avere in comune con i compagni, ancora infantili (…) era senza dubbio sommerso dai problemi, compresi quelli del figlio unico, in cui il concentrato di attenzioni pedagogiche e affettive favorisce il narcisismo”. 
Il talento artistico – in una società ricoperta dall’orpello che sostituiva il vero valore – fu solo una componente subordinata alla grande genialità hofmannsthaliana, che basava tutta la sua attività su tre concetti fondamentali: la vita, il sogno e la morte. Difatti se da un lato lo scrittore austriaco ricercava l’estetismo edonistico, nel contempo possedeva profondo senso morale. Dirà: “Entro il limite più angusto, entro il compito più particolare v’è maggior libertà che non nel regno sconfinato dell’Utopia, che lo spirito moderno si immagina arena di quella libertà”.
Il ragazzo in piena conflittualità con questo stato di cose, troverà nell’elemento onirico, in specificato modo nel sogno, la sua personale soluzione: la fiaba immersa nel sogno, influenza la realtà, la quale si presenta solitaria e possiede caratteristiche oniriche, che rimangono unica consolazione della sua solitudine . La stessa immagine imperiale era situata al centro della sua fantasia e cardine della sua poesia. Questa sua diversità renderà Hofmannsthal un “bambino prodigio” che “vedeva prodigi” .
Una volta maturata la comprensione onirica disvelante della poesia, divenne vero poeta. Così la prima volta che si presentò al café Griensteidl, lo scrittore Zweig descrisse: “L’apparizione del giovane Hofmannsthal è, e tuttora rimane, memorabile quale uno dei grandi miracoli di precoce compiutezza; nella letteratura mondiale non conosco, all’infuori di Keats e di Rimbaud, alcun esempio di pari impeccabilità nel dominio della lingua, né altra simile vastità si slancio ideale, né tale compenetrazione della sostanza poetica sin nell’ultima riga come in questo genio grandioso, il quale già a sedici anni e diciassette anni si è iscritto negli eterni annali della lingua tedesca con versi incancellabili e con una prosa tuttora insuperata. I suoi inizi improvvisi e la sua già compiuta perfezione segnarono un fenomeno che a malapena si ripete nell’ambito di una generazione. (…) Un liceale capace di un’arte simile, di tanta ampiezza e profondità, di così sovrana conoscenza della vita prima di viverla. (…) Hofmannsthal si presentò in calzoni corti, un po’ intimidito, e incominciò a leggere. «Dopo alcuni minuti» mi narrava Schnitzler «ci facemmo attenti e cominciammo a scambiarci sguardi stupiti, quasi atterriti. Non avevamo mai udito da un vivente versi di tale perfezione, di tale plasticità impeccabile, di tale fluidità musicale; anzi dopo Goethe non li avevano quasi ritenuti possibili. Ma ancor più mirabile di questa maestria della forma, unica e non più raggiunta da alcuni nella lingua tedesca, era la conoscenza del mondo, la quale in un ragazzo che passava la giornata sui banchi di scuola non poteva venire che da una magica intuizione». Quando Hofmannsthal finì, tutti rimasero muti. «Io» mi disse Schnitzler «avevo la sensazione di avere incontrato per la prima volta un genio nato e mai in tutta la mia vita l’ho sentita così fortemente». Chi a sedici anni cominciava così – o meglio non cominciava, ma appariva già perfetto all’inizio – doveva divenire fratello di Goethe e di Shakespeare. (…) Tutto quello che il giovane liceale scriveva era come cristallo, illuminato dall’interno, oscuro e ardente a un tempo. Il verso, la prosa si plasmavano nelle sue mani come profumata cera d’Imetto, per un miracolo irriproducibile, ogni sua opera aveva sempre la misura conveniente, mai una lacuna o qualcosa di troppo; si sentiva che doveva essere misteriosamente guidato per quelle vie da una forza inconscia e incomprensibile fino a terre non ancora calcate. (…) Che cosa può toccare di più esaltante a una giovane generazione che l’avere accanto a sé, in carne e ossa, il poeta puro e sublime, colui che non si sapeva concepire se non con irraggiungibile sogno o visione, nelle forme leggendarie di Hölderlin, di Keats e di Leopardi?”
Grande esempio morale, Hugo von Hofmannsthal si scontrò ben presto con il problema religioso: l’opera spirituale del corpo è la cerimonia, mentre il rito monastico si identifica con la santità, la quale è pura grazia. Il poeta riuscì così a traslare i valori morali ed etici della religione nell’autenticità dell’arte. Fu proprio l’elemento artistico a disciplinare il suo narcisismo e questa accettazione fu dettata per risolvere la personale scissione caratteriale tra l’essere esteta e l’essere morale. Fu proprio tale scelta ad isolarlo e nel contempo a renderlo “libero” e non “santo”.
Ciò rese uno strappo insanabile con la società borghese alla quale apparteneva e verso la quale tanto faticosamente la sua famiglia aveva lottato per accedere: difatti l’artista non era mai propriamente “accettato” da tale realtà, che rimaneva chiusa indissolubilmente all’interno delle proprie sicurezze morali ed etiche, non aprendosi all’altro da sé.
Per tale ragione si identificherà come un “Io senza mondo”. Anche gli amici letterati del caffè non lo compresero mai del tutto, sia per i suoi sogni estetici, sia per la sua moralità, poiché da Altenberg a Kraus il linguaggio morale non rientrava nei canoni predefiniti del loro ambiente.
Mentre la stessa Vienna – da Musil a Strauss – scherzava con la fine imminente dell’Impero, Hugo von Hofmannsthal concede una grande rilevanza alla morte.
La serietà etica della morte è per lui il terzo cardine fondamentale, ritrovato ne La Morte di Tiziano (Der Tod des Tizian 1892) e dal Folle e la morte (Der Tor und der Tod 1893) fino alla maturità con Jedermann (1911).
La morte è elemento purificatore della moralità, dove l’arte poetica è strumento rituale meramente estetico, terrestre. La morte sostituisce la poesia rilkiana, e diviene vero strumento per operare il trapasso definitivo ed avviare il processo di vera grazia all’essere umano .
La poesia hofmannsthaliana si rivolge ad un popolo immaginario, che – nella nuova società borghese – si incontra all’interno del teatro, dove il poeta e drammaturgo compie grandi scene teatrali: il rituale onirico diviene rituale di scena.
Il teatro di Hofmannsthal trovò il compromesso – per egli di difficile accettazione in quanto di forte spirito morale -, tutto viennese, tra potenza della forma e forza onirica. Ha compiuto questo sforzo per amore e ricerca della bellezza: Davvero così potente è il sogno che si sprigiona dal teatro, davvero così potente da rendere il compromesso con quello stesso teatro legittimo e addirittura estremo al punto da poter essere imposto anche alla poesia lirica”.
In questa crisi morale dell’Impero – dove l’uomo non può raggiungere la vera santità, ma sostituisce questa con la finzione e il feticcio, vivendo un isolamento indiretto prima con se stesso, poi con la comunità che lo circonda -, l’elemento della trascendenza è l’unica soluzione che conduce verso l’altro.

Café Griensteidl, punto di ritrovo per i membri dei Circoli viennesi, intorno al 1896.

Non avendo un pubblico favorito, il poeta si espresse con talento anche all’interno dell’aristocrazia, altro ambiente dove Hofmannsthal aveva credito.
L’aristocrazia era il vero sole per il poeta, poiché era vista come speranza di una possibile rottura con il mondo borghese e ritroveremo i riflessi di questa condizione anche nelle sue opere, tra cui il conte Kari nell’Uomo difficile del 1921.
L’appartenenza a questa determinata classe – tralasciando il suo von – può avvenire in lui, solo mediante la trascendenza e non tramite le relazioni sociali.
Ma per l’artista-poeta la vita non svolgendosi in spazi ben delimitati, ma all’interno di quello simbolico e linguistico popolare, egli eleva il simbolo a linguaggio (e viceversa) ponendosi come vero interprete del popolo, anche se questo ignora la sua esistenza.
Popolo, dunque, personaggio da fiaba che legittima il poeta, il quale versa ad esso il suo tributo. Tale rapporto gerarchico, ci consegna nuovamente uno Hofmannsthal corporativo e impolitico, dove la Monarchia asburgica è elemento sia irreale che sacro-sociale. Difatti il poeta, una volta divenuto guida e radicatosi nella spiritalità popolare, diviene paritario all’aristocrazia e soggetto solo ed unicamente alla figura dell’Imperatore. Questa fu la strada di trascendenza poetica che Hofmannsthal condusse per affrancarsi una sua realtà sociale.
Fondamento del reale diviene l’Austria – simbolo di Franz Joseph I – valore simbolico di se stessa, all’interno della quale l’uomo deve ricercare, tramite il sogno (che apre al reale) -, il vero simbolo. Se l’individuo, per la perdita valoriale della società asburgica, dovesse ritrovarsi “senza sogni” resterebbe privo della parola, in quanto smarrirebbe il dominio simbolico del linguaggio. Questo, da solo, se viene espresso in forma discorsiva, viene ritenuto insufficiente e va ridotto al silenzio: entità capace di contemplazione e portatrice di riassimilazione linguistica. Hofmannsthal, per puro amore verso il linguaggio, con la celebre Lettera di Lord Chandos (1901), annuncerà il suo silenzio. Compito del poeta, sarà proprio ridare forma poetica al linguaggio per consegnargli una nuova voce “musicale”. Così voce poetica e musica si avvicinano, in quanto – spaziando “oltre il linguaggio”, ma “restando in esso” -, la musicalità della parola rende il linguaggio pieno di vero significato: unità e mistero si intrecciano. Vero amore per la lingua non è possibile senza ripudio della lingua .
Compito della poesia è quello di ricreare continuamente il mondo, ovvero di unire la realtà esterna (la vita) e il linguaggio, dove il simbolo si rafforza e si svela all’uomo. Sarà proprio il simbolo, generatore di ordine, che potrà riequilibrare gli aspetti umani dell’Impero su base morale: proprio il compimento ultimo del suo esserci per la morale .
Hofmannsthal aveva compreso benissimo la krisis del periodo storico e chi lo avvicina all’art pour l’art commette un errore. Tale interesse, verso la società vigente, proviene come atto eroico di salvaguardia e rafforzamento dello stile ancora salvabile. La sua segregazione mirava alla conservazione del “mondo di ieri”, non verso una genuflessione di carattere opportunistico. Un esempio ne fu il sodalizio artistico con Richard Strauss: spesso una complicità, che non arriverà mai a vera amicizia, ma che produrrà nel 1908 la conclusione del libretto per l’opera di Strauss Elettra .
In una esistenza morale senza prospettive vittoriose, il poeta viennese rappresentò il simbolo aristocratico di un’Austria in via d’estinzione: immersa in un vuoto di cui ancora non ne era divenuta simbolo.

 

Per approfondimenti:
_Hugo von Hofmannsthal, Il libro degli amici, Edizioni Adelphi, Milano, 1980;
_Hermann Broch, Hofmannsthal e il suo tempo, Piccola biblioteca Adelphi, Milano, 2010;
_Stefan Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori Libri S.p.A., Milano, 2016.

 

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