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Hermann von Kanzler, l’ultimo generale di Cristo

di Giuseppe Baiocchi del 02/09/2018

Quando si riflette sul senso legittimo delle unioni degli Stati pre-unitari, confluiti forzatamente sotto il futuro Regno d’Italia, si deve necessariamente analizzare l’importanza dello Stato Pontificio. Difatti quelle battaglie – combattute da uomini vigorosi, valorosi e cattolicissimi –, sono avvenute per difendere una causa non solo territoriale (non solo legittimistica, dato dal regime di legittimità che attraversava i secoli, esistendo da più di mille anni), ma soprattutto etica, in quanto lo Stato della Chiesa – essendo un ente politico di difesa alla libertà del Papa –, doveva consentire al Pontefice di insegnare alle genti i dettami del Vangelo e le indicazione del Magistero Ecclesiastico, senza influenze estere.

Nella foto del 1860 Hermann von Kanzler. Tra le Onorificenze pontificie ricordiamo: Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Gregorio Magno, Medaglia commemorativa della restaurazione dell’autorità pontificia, Medaglia di Castelfidardo, Croce di Mentana, Medaglia dell’assedio di Roma. Per Onorificenze straniere ricordiamo: Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie), Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di Francesco I (Regno delle Due Sicilie), Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia).

Dopo la caduta dello Stato Pontificio (1870), la Santa Romana Chiesa è stata sempre più in balia del potere laico cavouriano del motto «libera Chiesa in libero Stato» e dei poteri civili fonte di quelli occulti, i quali portando un aumento considerevole di quella che molti storici affermano essere l’eresia «modernista» del secolo XX. Il modernismo si scatena anche per via dell’assenza di strumenti temporali dati al Papa per difendersi, poiché governa «un francobollo di terra», quello che in fondo era – prima dei patti Lateranensi (1929) – lo Stato della Chiesa. Pio IX (1792 – 1878) governa, dopo il 1870, una scrivania sopra la quale segretari male accorti, conniventi, possono coartare l’azione del Papa nella sua podestà magisteriale. La storia ci ha narrato efficacemente che tutto questo è avvenuto; addirittura l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini (1927 – 2012) cantò le lodi della caduta dello Stato Pontificio, parlando di «liberazione da un fardello»: un gesto da evitare, almeno per i tanti morti papalini, che hanno difeso la Roma millenaria dei Papi da certa invasione cattolica e straniera.
Prima dell’avvento del Risorgimento, di stampo massonico-liberale, il Pontefice non aveva mai avuto bisogno di un esercito ben organizzato, come quello del 1855-1870: difatti a nessuna potenza cristiano-cattolica sarebbe venuto in mente di invadere le terre pontificie. Per Pio IX tutto diventerà chiaro nel 1860, quando le legazioni romagnole a marzo e quelle marchigiane e umbre in novembre furono sottratte al potere dello Stato Pontificio. Difatti il piccolo esercito papalino, si componeva di circa ventimila uomini che all’epoca erano quasi tutti di lingua italica, tranne due reggimenti di Guardia Svizzera a lingua tedesca, ma con il diminuire del patrimonio territoriale di S.Pietro, scese anche il numero dei suoi soldati e nell’ultimo anno di pontificato non arrivava a 13.000 unità. Dal 1850 fu ri-organizzato nella sua formazione tattica e nella foggia uniformologica, seguendo il modello francese di Napoleone III, considerato il miglior esercito sul continente: era ben equipaggiato, ben istruito ed agguerrito.
Massimo generale, della Breccia di Porta Pia, fu il barone Hermann von Kanzler (1822 – 1888) proveniente dal Granducato di Baden (1806 – 1918). Egli è stato uno dei massimi condottieri dell’Esercito pontificio, nonché l’ultimo: dopo di Kanzler, non è stato elevato nessun militare al grado di generale (oggi il massimo grado delle Guardie Svizzere è colonnello). Per il badese la correttezza e l’onore di essere cattolici sono sempre stati posti al primo posto nella sua vita: l’essere fedele a Dio e alla sua Chiesa. Gentiluomo, abile generale, fervente cattolico: egli è stato un personaggio coltissimo e una delle più nobili figure della Roma Papale.

Due rare foto del generale badese entrambe scattate nella cittadina di Anzio (da sinistra a destra): Guardie nobili dello Stato Pontificio con il generale Kanzler; a villa Albani siede in posa insieme allo Stato Maggiore Pontificio: De Charrette, Albert, Caimi.

Figlio di Markus Kanzler e Magdalena Krehmer, nasce a Weingarten il 28 marzo del 1822 e trascorre la giovinezza a Bruchsal e nella vicina Mannheim, completerà i suoi studi. Successivamente decide di intraprendere la carriera militare, presso l’accademia di Karlsruhe, uscendone come Sottotenente del IV Reggimento fanteria. Promosso Tenente il 25 maggio del 1841, nel gennaio del 1844 si dimette dall’esercito granducale per essersi rifiutato, come cattolico, di battersi a duello con un collega sfidante. A seguito delle dimissioni deciderà di soggiornare per alcuni mesi in Inghilterra, dove – da uomo colto quale era –, apprende la lingua che parlerà insieme all’italiano, al francese e allo spagnolo. Tale caratteristica deve porci la riflessione di come Kanzler, sapendo ben cinque lingue, si prestasse già naturalmente ad entrare nell’esercito Pontificio, da sempre di carattere e caratura internazionale.
Così il primo settembre del 1845, ripresa la carriera militare, si pone al servizio del Papa-Re, venendo promosso Sottotenente il 12 marzo del 1847: è lo stesso anno in cui si unisce in matrimonio con una delle donne di spicco dell’aristocrazia bolognese, Letizia Piepoli. La loro storia d’amore non era destinata ad essere fortunata: la Piepoli morirà appena un anno dopo, nel parto per mettere alla luce suo figlio, che seguirà sfortunatamente anche la madre. Il trauma per la doppia perdita è per Kanzler molto dura e per superare l’evento si getterà a fondo nelle vita militare, dove tra il 1848 e il 1854, parteciperà a diverse battaglie per la difesa dello Stato Pontificio, le quali lo faranno avanzare di grado e insignirlo dei cavalierati di San Gregorio Magno e di San Silvestro, diventando Colonnello il primo maggio del 1859. Sempre a Roma conoscerà la sua seconda moglie, la contessa Laura Vannutelli, con la quale si unisce il 2 maggio 1860, vigilia della partenza del condottiero pontificio per le Marche, dove fino alla sede di Ancona lo seguì la consorte: donna di spiccata intelligenza che sarà sempre degna compagna, permettendogli anche negli anni successivi di estendere e mantenere le relazioni sociali adeguate allo status che avrebbe rivestito. Dalla loro unione nascerà Rodolfo von Kanzler (1864 – 1924), uno degli archeologi a capo della Santa Sede; fino al 1896 sarà membro della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e fu considerato il più abile conoscitore della topografia della Roma antica, avente un ruolo primario negli scavi sotto la Basilica di San Pietro e nelle catacombe.
Il 27 settembre di quello stesso anno Kanzler viene promosso Generale, mentre contrasta i moti insurrezionali contro i reparti italiani nelle Marche. Il 19 ottobre viene nominato comandante dei depositi di ogni arma esistente nella capitale. Il tedesco aveva in mano tutto l’armamento bellico dello Stato Pontificio. Cogliendo anche l’occasione della morte del generale Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (1806 – 1865), Kanzler il 15 ottobre del 1865 viene promosso Tenente Generale, subentrando al belga Federico Francesco Saverio de Mérode (1820 – 1874), come Pro-Ministro delle armi. Tale scelta provenne direttamente da Pio IX, che aveva avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo. In effetti egli, il cui ultimo impegno è stato quello di Ispettore della Fanteria, è l’uomo più adatto in quel determinato momento. Lavoratore instancabile e eccellente organizzatore, costituiva un punto di equilibrio tra le milizie indigene e estere di Santa Romana Chiesa, gestendo le due brigate comandate dal marchese Giovanni Battista Zappi (1816 – 1885) e quella del conte Raphael de Courten (1809 – 1904).
Il 15 dicembre il Papa approva il suo piano organico dell’esercito, che nei mesi successivi viene posto in applicazione, così da fornire milizie per garantire l’ordine pubblico e per proteggere le frontiere contro le truppe regolari sabaude, almeno fino all’arrivo dei rinforzi francesi di Napoleone III. Viene iniziata anche una decisa campagna contro il brigantaggio, favorito inizialmente per motivi politici, ma successivamente combattuto per via delle notevoli problematiche venutasi a creare per Pio IX.
Nel autunno del 1867 si arriva verso una nuova offensiva garibaldina, che non prende impreparato il suo esercito: sfruttando le nuove linee ferroviarie esistenti il generale rintuzza le puntate offensive dei volontari, attento parallelamente a non lasciare indifesa Roma. Fu il primo caso in cui la ferrovia veniva utilizzata come arma tattica per la guerra. Tale strategia diede il tempo alla Francia Imperiale di intervenire a difesa del Sommo Pontefice. Proprio l’aver lasciato truppe di Zuavi a Roma, si rivelerà fondamentale per la capitolazione del colpo di mano garibaldino, parallelo a Mentana, dei fratelli Enrico e Giovanni Cairoli. I due rivoluzionari con settanta compagni e due barche cariche di armi avevano disceso il Tevere, ma giunti presso il Ponte Milvio constatarono che nessuno era ad attenderli in armi: semplicemente il popolo romano non era insorto, poiché grazie alle riforme tecnologiche e infrastrutturali di Pio IX, quest’ultimo era apprezzato dalla popolazione di Roma. Si fermarono presso Villa Glori, dove furono assaliti il 23 ottobre del 1867 dagli Zuavi pontifici e furono sopraffatti dopo un lungo combattimento, anche all’arma bianca. 
Alla testa del suo esercito il 3 novembre a Mentana, insieme al generale francese Balthazar Alban Gabriel de Polhes (1813 – 1904), marcia verso le postazioni garibaldine a Monterotondo. L’esercito pontificio era costituito da truppe veterane molto motivate (erano volontari) e di prolungato inquadramento, numericamente di 3.000 uomini di cui 2.500 del corpo di spedizione francese. Quest’ultimo veniva composto da truppe regolari e truppe mercenarie: lo stipendio dei soldati prevedeva non solo una retribuzione economica (50 centesimi al giorno), ma anche il vitto e l’alloggio. I fucili papalini erano all’avanguardia poiché erano muniti del modello Chassepot 166, a retrocarica munito di otturatore e caricato a cartuccia di cartone. Il fucile permetteva di caricare ben 12 colpi al minuto: quasi il doppio di quelli italiani. La cavalleria, costituita da circa 150 dragoni e 50 cacciatori a cavallo, possedeva un’artiglieria di circa 10 pezzi. Kanzler proseguendo con i suoi uomini lungo l’antica via Nomentana – che darà nome poi alla città di Mentana -, in direzione Monterotondo, giungono in prossimità della tappa intermedia di Mentana nel primo pomeriggio.

Il generale badese Hermann Kanzler, passa in rivista le truppe di spedizione franco-pontificie dopo la battaglia di Mentana del 6 novembre 1867.

Di fronte alle sue truppe il villaggio si presenta sul lato di una collina a forma di promontorio, cinto da un muraglione con il fronte un antico castello medievale volto proprio verso la Nomentana. Alcune miglia a sud, tre compagnie di Zuavi pontifici vengono inviati lungo il Tevere, verso Monterotondo ed il fianco destro del fronte garibaldino. La colonna principale invece con i dragoni in avanguardia e i francesi in retroguardia prosegue verso l’obiettivo lungo la Nomentana. Kanzler punta quasi ad accerchiare l’esercito che in quel momento stava avanzando, prendendo un primo e inaspettata contatto con gli avamposti di Garibaldi, già a sud di Mentana mentre è in corso un trasferimento di volontari in direzione Tivoli. Li sospingono in una località denominata Vigna Santucci, a circa 1,5 chilometri a sud-est del villaggio. Qui la posizione è difesa da tre battaglioni di camice rosse, schieratesi a sinistra sul Monte Guarnieri e da destra nella fattoria della Vigna Santucci. Alle 14:00 del pomeriggio gli assalitori conquistano le posizioni e posizionano l’artiglieria sul Monte Guarnieri in vista del villaggio e del vicino altopiano. Garibaldi schiera l’artiglieria sull’altura nord: il Monte San Lorenzo e la gran parte delle truppe all’interno e intorno al villaggio murato dal castello in posizioni fortificate. Contro tali difese si infrangono i ripetuti assalti franco-pontifici con relativi contrattacchi, continuati fino all’inizio della notte. A questo punto viene programmato un incontro con un contrattacco di aggiornamento su entrambi i fianchi dello schieramento papalino, ma senza successo da parte dei garibaldini. Nel frattempo le tre compagnie di Zuavi che hanno marciato lungo il Tevere occupano la strada fra Mentana e Monterotondo, inducendo Garibaldi a recarsi personalmente sul luogo, lasciando l’esercito a difendere Mentana. Sarà a questo punto che la strategia di Kanzler colpisce nel segno: il corpo francese attacca le camicie rosse, sfondando le linee, inducendo i difensori alla rotta verso Monterotondo o verso il castello, dove si arrenderanno la mattina seguente. Garibaldi stesso ripiega nel Regno d’Italia con 5.000 uomini, inseguito fino al confine dai dragoni pontifici. Al termine della giornata i franco-pontifici hanno registrato 32 morti e 140 feriti, mentre i garibaldini 150 morti, 220 feriti e 1.700 prigionieri. Kanzler torna a Roma trionfante e viene accolto dal beato Pio IX come un eroe, rivolgendosi a lui con la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso: «Canto l’arme pietose e ‘l capitano/che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo./Molti egli oprò co ‘l senno e con la mano,/molto soffrì nel glorioso acquisto;/e in van l’Inferno vi s’oppose, e in vano/ s’armò d’Asia e di Libia il popol misto./Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi/segni ridusse i suoi compagni erranti».
La battaglia di Mentana, quindi, sancisce l’allontanamento di Napoleone III dalle simpatie del movimento insurrezionale garibaldino, assicura allo Stato Pontificio tre ulteriori anni di vita dei quali il Sovrano Pontefice profitterà per tenere il Concilio Vaticano I, nel giugno del 1868, fino al luglio del 1870, quando verrà sospeso a causa della presa di Roma da parte sabauda.
Pio IX riuscì anche ad approvare il Pastor Aeternus, una costituzione dogmatica del Concilio Vaticano I sulla Chiesa di Cristo, approvata il 18 luglio 1870, che definì due dogmi della Chiesa cattolica: il primato papale e la sua infallibilità.
Le speranze di pace si concludono, dopo qualche mese, poiché il 20 settembre del 1870 il Regio esercito aprirà una breccia nelle mura Aureliane nei pressi di Porta Pia, segnando così la fine del glorioso Stato Pontificio. Seppur l’attuale storiografia ha scritto di una facile vittoria del generale sabaudo Raffaele Cadorna (1815 – 1897), i combattimenti furono cruenti. La mattina di martedì 20 settembre l’artiglieria sabauda inizia il cannoneggiamento: il Ferrero sparava in direzione dei Tre Archi e un quarto d’ora dopo l’Angioletti apriva il fuoco contro Porta San Giovanni. Seguirono subito dopo il Mazè de la Roche e il Cosenz con i loro tiri contro Porta Pia e Porta Salaria. Verso le 8:00 Roma, alla sinistra del Tevere, fu circondata da un cerchio di fuoco e di fumo e Cadorna, da Villa Albani, telegrafa a Firenze asserendo: «breccia tra Porta Pia e Salaria già bene inoltrata». Nel frattempo la Porta San Giovanni brucia, sebbene il sabaudo Angioletti sia tenuto lontano dai tiri della batteria pontificia di Daudier. Ai Tre Archi il muro, che sostiene il piccolo terrapieno su cui son posati i cannoni di difesa, si sta riducendo in frantumi: per gli artiglieri papalini il maneggio dei pezzi diviene impossibile e già durante tutta la notte, da questo lato, erano avvenute delle scaramucce, con morti e feriti da ambo le parti. A Porta Pia, fin dalle 6:45, dal “gabinetto del Ministro” Ungarelli si comunica che il maresciallo Sterbini ha segnalato al comando di piazza che «a Porta Pia è stato smontato un pezzo (ce n’erano due soli), e che detta posizione è in pericolo». Proseguendo con la cronaca, alle 8:13 da Santa Maria Maggiore il generale Zappi telegrafa: «Porta Pia perduta, nostra sezione artiglieria ritirata, cioè un pezzo smontato, l’altro mandato a Monte Cavallo, perché difenda la strada di Porta Pia, ove nemico ha impiantata artiglieria». Già alle 7:35 Girolamo Bixio (1821 – 1973), con un bombardamento nel quartiere della Lungara aveva innescato delle fiamme su tre diversi gruppi di case.
Eppure il generale Kanzler, sembra non prestar fede alle parole del Pontefice Pio IX, il quale aveva lasciato disposizione, tramite una lettera, di difendersi unicamente «a una protesta atta a constatare la violenza e nulla più», prescrivendo «di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone».

La breccia, qualche decina di metri sulla destra di porta Pia, in una foto d’epoca.

La resistenza prosegue, poiché l’esito non sembrerebbe scontato: se i cannoni dei pontifici valevano poco, i loro fucili svedesi, i Remington Rolling Block, si palesavano di molto superiori ai Carcano di cui facevano uso i sabaudi; infine la conformazione dell’urbe e le difese riequilibravano parzialmente il dislivello numerico delle due compagini belliche. Dai ricordi dello scrittore Edmondo De Amicis, soldato del regio-esercito: «il fuoco dei cannoni pontifici, da quella parte, era già cessato: ma i soldati si preparavano a difendersi dalle mura. […] Gli Zuavi tiravano fittissimo dalle mura del Castro Pretorio, e uno dei nostri reggimenti ne pativa molto danno».
Alle 9:30, dopo quattro ore di combattimento, il cuore di Pio IX sanguinava per il prolungato micidiale combattimento: conoscendo la fedeltà di Kanzler, non poteva sospettare che il generale, per decoro militare, intendesse resistere oltre. Il Papa comandò così, senza attendere l’avviso del generale badese, che fosse issata sulla cupola di San Pietro la bandiera bianca. Occorse del tempo prima che si riuscisse a comunicare l’ordine sovrano al colonnello Achille Azzanesi (1823 – 1888), il quale a sua volta lo trasmise al tenente Carletti. Quando alle 10:00 il dispaccio Azzanesi giunse, sulla cupola, da qualche minuto la bandiera bianca sventolava sull’asta della croce dominante la basilica e alla breccia il fuoco cessò alle 10:10, quando un ufficiale, spedito dal de Tourssures, ebbe innalzata la bandiera bianca.
Da una parte all’altra si era combattuto con grandissimo vigore e non pochi morti giacevano sul terreno, ma le truppe che avevano superato la breccia – oltre ai prigionieri Zuavi di villa Bonaparte, nelle cui adiacenze si era aperto il varco -, contro tutte le regole belliche, secondo le quali alzato il vessillo bianco ciascuno è obbligato ad arrestarsi dove si trova, tirarono diritto in città spingendosi a piazza del Quirinale, a piazza di Spagna, al Pincio e a piazza del Popolo.
Nel pomeriggio Cadorna si incontra con Kanzler, alle 14:00 presso Villa Albani, per stipulare la capitolazione; intanto le truppe pontificie dovrebbero ritirarsi nella città Leonina, che resterebbe al Papa. Sottoscritta la capitolazione, Pio IX che aveva amicizia e stima del generale badese, doveva risolvere la problematica del suo uomo migliore che non aveva rispettato i suoi ordini e che poteva dar adito alla propaganda sabauda, riguardo alla “liberazione” del Pontefice.
Infatti da ben 10 anni il governo papale aveva smentito sempre con vigore, che gli stranieri militanti nello Stato Pontificio non rappresentavano un ostacolo verso una conciliazione con il neonato Regno d’Italia. Bisognava dunque giustificare l’ordine di resistere ad oltranza che il Papa Pio IX avrebbe dato anche contro ogni speranza di buon esito, e nello stesso tempo rimanere sempre il Princeps pacis per eccellenza.
Dopo attenta riflessione e sotto consiglio dei suoi uomini più fidati, il Papa scrisse una seconda lettera in tutto simile alla prima, meno che in due frasi le quali furono così modificate: dove era scritto «ai primi colpi di cannone» si sostituì «appena aperta la breccia» e allo stralcio «a qualunque spargimento di sangue» fu eliminato il “qualunque”, mettendovi «a un grande spargimento di sangue».
La lettera, così emendata, fu pubblicata ne La Civiltà Cattolica del 7 gennaio 1871. Così per un senso cavalleresco e di amicizia verso il suo generale migliore, il Pontefice preferì lasciar ricadere su se stesso la responsabilità di una ventina di morti (i sabaudi ebbero 48 morti e 141 feriti; i pontifici 20 morti e 55 feriti) e di tutti i danni causati alla città da 5 ore di fuoco.
Con il tramonto del sole, il 20 settembre segnò l’estremo fato del principato civile della Chiesa. La mattina del 21, non appena al chiarire del giorno furono aperte le bronzee porte della Basilica Vaticana, vi si affollarono i militari pontifici, che pregarono sulla tomba di San Pietro, Principe degli Apostoli. Di lì a qualche ora l’esercito pontificio sarebbe stato un mero ricordo storico: ufficiali e soldati, disarmati, sarebbero stati tratti prigionieri a Civitavecchia, dove rimpatriati, molti di questi non avrebbero più rivisto Roma.
Anche Hermann Kanzler fa parte di questo destino, ma egli per sua decisione si stabilirà, con la famiglia, presso il Vaticano dedicandosi negli anni seguenti all’assistenza degli ufficiali e dei soldati pontifici che non hanno aderito a prestare servizio nell’esercito italiano. Si dedica con successo a studi di carattere militare ed astronomico e continua ad essere nominalmente Pro-Ministro fino al 1888, rimanendo ad esercitare le sue funzioni di comandante in Capo delle truppe e delle armi papali – anche se solo simbolicamente.

Quattro dei principali attori militari dello Stato Pontificio negli anni 1850/1870: il belga Federico Francesco Saverio de Mérode (1820 – 1874), il badese Hermann Kanzler (1822 – 1888), il francese Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (1806 – 1865) e il francese Georges de la Vallée de Rarecourt marchese de Pimodan (1822 – 1860).

Dopo l’avvento al soglio pontificio di Leone XIII (1810 – 1903), che lo nominerà barone (da cui si può aggiungere l’appellativo di von), torna ad abitare a Roma, alternando la permanenza in città con lunghi soggiorni nella villa che ha acquistato a Borgo Buggiano in Toscana.
L’ultimo generale di Cristo verrà meno nella notte tra il 5-6 gennaio 1888. Tutta la sua famiglia è sepolta al Verano, accanto alle tombe di alcuni Zuavi pontifici, ma oggi la sua lapide versa in uno stato di totale abbandono, non avendo la sua linea di successione lasciato alcun erede. Francamente appare triste che la Chiesa non ricordi e soprattutto non abbia cura di coloro che l’hanno sempre servita fedelmente. Di lui ci rimangono le carte Kanzler-Vannutelli, in origine composte da 90 unità attivistiche per gli anni 1824-1906: esse costituiscono i documenti appartenuti all’ultimo comandante dell’esercito pontificio e pro-ministro delle armi di Pio IX, nonché la corrispondenza ideale del cognato, il frate domenicano Vincenzo. Le carte sono divise in due serie: le carte denominate Kanzler-Vannutelli A costituite da 75 pezzi archivistici, tra registri, volumi, rubriche e pacchi di carte sciolte, probabilmente relativi al versamento del 1931. Essa contiene numerosa documentazione relativa agli ordini del giorno: rapporti, corrispondenze, memorie, telegrammi e gli avvenimenti che videro coinvolti l’esercito pontificio tra il 1867 e 1870, nonché la documentazione precedente a partire dal 1831 di argomenti militari e successivi al 1870. La seconda serie invece, carte Kanzler-Vannutelli B, è conservata in 15 buste, ed è probabilmente la parte acquisita dopo il 1937. Essa costituisce il vero archivio privato della famiglia Kanzler-Vannutelli, contenendo la corrispondenza privata del generale, di sua moglie Laura Vannutelli, ma anche dei loro antenati, coprendo un periodo che va dal 1824 al 1906. Un’ultima parte della documentazione è relativa agli scritti personali del domenicano Vincenzo Vannutelli dove si rileva una corrispondenza molto interessante con gli attori maggiori del panorama orientale-cristiano dell’ultimo quarto dell’Ottocento.
Curioso e degno di nota, inoltre, un brano tratto da un’opera inedita di don Giuseppe Clementi (1865 – 1944) e del conte Edoardo Soderini (1853 – 1934), che ci dimostra la situazione a Roma il giorno prima del 20 settembre 1870: «Nel pomeriggio del 19 il passaggio fu animatissimo su la strada di Porta Pia; né vi mancarono preti, frati, fin qualche vescovo: questa è stata sempre una delle passeggiate predilette dagli ecclesiastici. Qualche colpo di moschetto, sparato dagli avamposti a Villa Patrizi si faceva sentire, ma non impressionava; né maggior impressione producevano i rari colpi di cannone tirati dall’Aventino in direzione di Porta San Sebastiano. C’era da domandarsi se si era proprio alla vigilia di un bombardamento o non piuttosto di una festa. Con siffatte manifestazioni dello spirito pubblico si poteva pensare sul serio a una lunga resistenza? C’era bene chi andava spargendo notizie che, se vere, l’avrebbero giustificata, anzi imposta: si sussurrava che il Cadorna dovrebbe levar presto il campo per correre a rinnovare le gesta di Palermo a Firenze dove affermavano scoppiata una rivoluzione e proclamata la repubblica; girava anche un’altra fola: quarantamila austriaci sbarcati in Ancona si dirigevano su Roma per raffermare in soglio il Pontefice-Re. Pio IX nel pomeriggio, accompagnato dai camerieri segreti De Bisogno e Samminiatelli, si andò alla Scala Santa; sebbene grave di anni e d’incomodi, volle salirla ginocchioni, appoggiandosi al braccio di monsignor De Bisogno. Giunto alla cappella del sancta sanctorum pregò a voce alta e commossa. Uscito dal santuario, pregatone dallo Charette, benedì le truppe accampate sulla spianata della basilica […]. Mentre in carrozza se ne tornava in Vaticano, da vari gruppi di persone gli fu gridato: “Santità, non partite”. Si temeva che nella notte s’imbarcasse a Ripagrande per l’estero. Rientrato nei suoi appartamenti, diresse al Kanzler l’ordine di cessare la resistenza non appena si fosse fatta rilevare la violenza, di cui andava a esser vittima».

Diversi erano invece i militari pontifici di lingua italiana (da sinistra a destra): conte Raphael de Courten (Sierre, 2 gennaio 1809 – Firenze, 24 dicembre 1904), divenne Generale di brigata il 7 agosto 1860 e combatté nella campagna delle Marche e dell’Umbria (1860), in quella dell’Agro-Romano (1867) e infine alla Breccia di Porta Pia; il marchese Giovanni Battista Zappi (Rimini 1816 – Roma 1885), divenne Generale di brigata nel 1860 e combatté alle principali battaglie fino alla Presa di Roma nel 1870; marchese Giovanni Lepri di Rota (Roma, 15 aprile 1826 – Roma, 1 giugno 1885) divenne colonnello nel 1864 e combatté nelle principali battaglie per la difesa dello Stato, prestò servizio anche nella Guardia Nobile; Azzanesi Achille (Roma, 1823 – Roma, 1888), divenne colonnello comandante nel 1870, assumendo il comando della prima zona di difesa che comprendeva la città Leonina ed il vaticano.

Il testo esatto della lettera di Pio IX, che come abbiamo detto fu modificato, è il seguente: «Signor generale, Ora che si va a consumare un gran sacrilegio e la più enorme ingiustizia, e la truppa di un Re cattolico senza provocazione, anzi senza nemmeno l’apparenza di qualunque motivo cinge di assedio la capitale dell’Orbe, sento in primo luogo bisogno di ringraziare lei, signor generale, e tutta la truppa nostra della generosa condotta finora tenuta, dell’affezione mostrata alla Santa Sede e delle volontà di consacrarsi interamente alla difesa di questa metropoli. Siano queste parole un documento solenne che certifichi la disciplina, la lealtà, il valore della truppa al servigio di questa Santa Sede. In quanto poi alla durata della difesa, sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta, atta a constatare la violenza e nulla più, cioè di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone. In un momento in cui l’Europa intera deplora le vittime numerosissime, conseguenza di una guerra fra due grandi nazioni, non si dica mai che il Vicario di Gesù Cristo, quantunque ingiustamente assalito, abbia ad acconsentire a qualunque spargimento di sangue. La causa nostra è di Dio, e noi mettiamo tutta nelle sue mani la nostra difesa. Benedico di cuore lei signor generale e tutta la nostra truppa».
Hermann Kanzler rivolgendosi ai suoi soldati, dopo l’avvenuta capitolazione romana, si espresse verso di loro con un congedo anticipato: «Soldati! È giunto il momento in cui dobbiamo separarci ed abbandonare il servizio a Sua Santità, che più di altra cosa ci stava a cuore: Roma è caduta, ma grazie al vostro valore, alla vostra fedeltà, alla vostra mirabile unione, è caduta onorevolmente. Taluno forse si lagnerà che la difesa non sia spinta più oltre, ma una lettera di Sua Santità, che in seguito sarà pubblicata, vi spiegherà il tutto. Questa testimonianza dell’Augusto Pontefice sarà di conforto a tutti e il più bel compenso che nelle attuali e tristi circostanze potevamo ottenere. Debbo infine farvi conoscere che venendo per forza maggiore dispersa l’armata, Sua Santità si è degnata di sciogliere tutti dal loro giuramento di fedeltà. Addio cari commilitoni, ricordate del vostro capo, il quale serberà indelebile e cara la memoria di voi tutti. Viva Pio IX, Viva Cristo-Re».
In conclusione tali avvenimenti, per la fragilità delle conquiste effettuate, imponevano al Regno d’Italia ed alla sua dirigenza una ferrea azione di difesa dei nuovi territori appena conseguiti, anche tramite una finta propaganda, oggi ampliamente svelata. A 150 anni dall’Unità d’Italia, tali nemici “reazionari” sembrano non essere più presenti e la difesa ferrea della propaganda risorgimentale non è più necessaria. Oggi possiamo permetterci di andare a conoscere esattamente che cosa è effettivamente avvenuto, come è stato interpretato e come è stato poi raccontato. Infine successivamente costruire la nostra ricerca sulla base dei documenti e dei dati oggettivi, che spesso fa emergere una realtà che è diversa da quella che si conosce come storia tramandata ed acquisita e tale piccolo contributo mira a preservare una memoria, possibilmente con una maggiore conoscenza di causa, degli eventi che hanno contraddistinto il crollo di uno degli Stati secolari di lingua italica più importanti della penisola.

 

Per approfondimenti:
_Valerio Castronovo, Un mondo al plurale – Dalla metà del Seicento alla fine dell’Ottocento, La Nuova Italia, Milano, 2009;
_Cerchiai, Di Benedetto, Gatto, Mainardis, Manodori, Matera, Rendina, Zaccaria, Storia di Roma, Newton Compton Editori, Roma, 2008;
_Giuseppe Baiocchi, Il beato Pio IX: storia dell’ultimo Papa regnante, dasandere.it, 31-05-2018, https://dasandere.it/il-beato-pio-ix-storia-dellultimo-papa-regnante/;
_Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994;
_Giulio Cesare Carletti, L’esercito Pontificio dal 1860 al 1870, Viterbo, Tip. Soc. Agnesotti & C., 1904;
_ Archivio Segreto Vaticano, Carte Soderini-Clementi, b. 11, cap. lxxxiv, pp. 3-27;
_Archivio Segreto Vaticano, Carte Kanzler, b 16;
_La Civiltà Cattolica, 7 gennaio 1871, pp. 107-8;
_P. Raggi, La Nona Crociata, Libreria Tonini, Ravenna, 1992;
_Edmondo De Amicis, Le tre capitali. Torino-Firenze-Roma, Vigonglo, Torino, 1997.

 

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