Giovanni Piccioni una “volpe da Montagna” al servizio del Papa (1/2)

Giovanni Piccioni una “volpe da Montagna” al servizio del Papa (1/2)di Giuseppe Baiocchi del 31-10-2021

Sono le 7,45 del 20 Marzo del 1868, quando le freddi carceri del Forte Malatesta di Ascoli Piceno, vedono uscire la salma di Giovanni Piccioni (1798 – 1868), un personaggio odiato dalla classe politica massonica ascolana, quindi italiana, poiché da lì a due anni la “Roma eterna” papalina sarà costretta a soccombere all’aggressione sabauda e l’Unità italiana sarà completata con più di un plebiscito accomodante.
Ma chi fu il Piccioni, etichettato dalla vulgata post-unitaria come “Brigante”? Fu sicuramente un patriota papalino, per la precisione comandante degli Ausiliari pontifici. Così lo descriveva il comandante della colonna mobile degli Abruzzi e dell’Ascolano Maggiore Generale Ferdinando Pinelli (1810 – 65) lo 03-02-1861: «progenie di ladrone – che – s’annida sui monti (…) vile e genuflesso (…) indifferente ad ogni principio politico, avido solo di preda e di rapina, egli è prezzolato scherano del Vicario, non di Cristo, ma di Satana; pronto a vendere ad altri il loro pugnale, quando l’oro carpito alla stupida credulità dei fedeli non basterà più a sbramar la sua voglia. (…) sacerdotal vampiro, che colle zozze labbra succhia da secoli il sangue della Madre nostra».

Bartolomeo Pinelli, Due ‘Briganti’ riposati nella ‘Campagna’, studio per la tavola IV della Nuova raccolta di cinquanta costumi de ‘Contorni di Roma’ (1823), firmato e datato 1818, acquerello e grafite su carta (Collezione privata ).

Giovanni Piccioni nasce nella parrocchia di Farno, precisamente nella frazione di San Gregorio di Monte Calvo il 17 maggio del 1798, lo stesso anno in cui il capoluogo Ascoli Piceno vedeva abbattuta presso la Piazza del Popolo – agorà principale dell’urbe – della Statua di Gregorio XIII (innalzata nel 1577) ad opera dei giacobini francesi occupanti. I genitori, appartenenti alla società di campagna, Giovan Battista Piccioni e Antonia della villa S. Gregorio, lo portano a battesimo da don Filippo de Rubeis nella Chiesa di San Pietro in Fleno. L’educazione, durante l’infanzia, cattolica secondo i precetti di Santa Romana Chiesa, furono per lui la roccia su cui basare tutta la sua esistenza e la sua rettitudine, senza scadere nel bigottismo. Particolarmente un altro prete don Marco, fratello del padre, gli fece da precettore: fu chiaramente messo in guardia dalle idee liberali, massoniche (carbonare) e rivoluzionarie che correvano in quegli anni in tutta la penisola.
Questa sfumatura diviene fondamentale se si vuole comprendere l’evoluzione storica dell’Unità d’Italia e la caduta del Trono e dell’Altare, ovvero di quelle Monarchie Assolute che costituivano la conformazione politica dell’Italia pre-unitaria. Ebbene il nuovo potere borghese, nato dalle ceneri della rivoluzione francese (1789) si afferma in quasi tutta Europa. In Italia il tentativo di impadronirsi del potere è più rallentato, grazie anche alla presenza del Papa, nonostante le scorribande napoleoniche. La borghesia per auto-affermarsi crea – appunto – l’entità della Massoneria che a sua volta ha una sua spiritualità dettata da un altro “Creatore” il grande architetto dell’universo o la Dea Ragione (a seconda dei distretti): chiaramente si riprende a piene mani l’idealismo cartesiano, ovvero “l’uomo fondamento del reale”; l’uomo sarà al centro di questo progetto, non più il Dio cristiano. Un concetto filosofico che sarà ripreso dai più grandi filosofi tedeschi come Kant, Hegel ed infine Marx.
A queste dottrine seguiranno le più sanguinose guerre che la storia umana ricordi.  In tempi non sospetti Mons. Henri Delassus (1836 – 1921) nel suo capolavoro “Il problema dell’ora presente. Antagonismo tra due civiltà” esponeva con lucidità estrema quello che doveva divenire realtà qualche secolo dopo. Riferendosi alla Carboneria italiana, divisa in Vendite (a differenza della Massoneria, che si divideva in Loggie), in specificato modo alla Carboneria dell’Alta Vendita guidata dall’uomo senza volto “Nubius” (1824 – 48), Delassus ci riporta un documento risalente al 1817: «Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicesimo e perfino dell’idea cristiana, la quale, se rimanesse in piedi sopra le rovine di Roma, né sarebbe più tardi la perpetuazione. Ma per giungere più certamente al nostro scopo e non prepararci da noi stessi dei disinganni che prolunghino indefinitivamente o compromettano il buon successo della causa, non bisogna dar retta a questi vantatori francesi, a questi nebulosi tedeschi, a questi inglesi malinconici che credono di poter uccidere il cattolicesimo ora con una canzone oscena, ora con un sofisma, ora con un triviale sarcasmo arrivato di contrabbando come i cotoni inglesi. […] Con questo passaporto (dell’ipocrisia), noi possiamo cospirare con tutto il nostro comodo e giungere, a poco a poco, al nostro scopo. […] Il Papa, chiunque sia, non verrà mai alle Società segrete; tocca alle Società segrete di fare il primo passo verso la Chiesa e verso il Papa, collo scopo di vincerli tutti e due. Il lavoro al quale noi ci accingiamo non è l’opera d’un giorno, né di un mese, né di un anno. Può durare molti anni, forse un secolo: ma nelle nostre fila il soldato muore e la guerra continua. […] Quello che noi dobbiamo cercare di aspettare, come gli ebrei aspettano il Messia, è un Papa secondo i nostri bisogni. […] Con questo solo noi andremo più sicuramente all’assalto della Chiesa, che non cogli opuscoletti dei nostri fratelli di Francia e coll’oro stesso dell’Inghilterra. E volete sapere il perché? Perché con questo solo, per stritolare lo scoglio sopra cui Dio ha fabbricato la sua Chiesa, noi non abbiamo più bisogno dell’aceto di Annibale, né della polvere da cannone e nemmeno delle nostre braccia. Noi abbiamo il dito mignolo del successore di Pietro ingaggiato nel complotto, e questo dito mignolo val per questa crociata tutti gli Urbani II e tutti i S.Bernardi della Cristianità. Questa convinzione che la sovversione dell’ordine sarebbe avvenuto soltanto dall’infiltrazione nelle gerarchie ecclesiastiche era una pietra miliare nell’azione dettata dall’Alta Vendita ».
Fatta questa precisazione doverosa sui princìpi di una invasione militare storica, senza una dichiarazione di guerra formale, l’adolescenza di Giovanni Piccioni passò anche per la sua abitazione presso la Rocca di Monte Calvo, sopra il lago di Talvacchia, ed ancora oggi una targa sopra l’architrave del portale d’ingresso così recita: «Ad Dei gloriam; haec domus diruta et arsa ob insano furore MDCCCIV; inde Joacchinus ed Joanne Piccioni instauraverunt MDCCCXLVII» (In gloria di Dio; questa casa fu distrutta e bruciata dall’insano furore nel 1804; finché Gioacchino e Giovanni Piccioni non la restaurarono nel 1847). Qui conoscerà Angela Capponi, sua futura moglie alla fine degli anni Cinquata dell’800 da cui ebbe ben nove figli: Leopoldina Piccioni (1822-23), Leopoldo Piccioni (1823 – 98), Gioacchino Piccioni (1831 – 1907), Giorgio Piccioni (1836 – 63), Giovan Battista Piccioni (1842 – 1908), ed ancora le figlie Rosalia, Michelina, Giacinta.
Le prime gesta militari lo vedono impegnato nei moti rivoluzionari fallimentari del 1830-31, all’elezione di Papa Gregorio XVI (1765 – 1846), capitanato da Giuseppe Sercognani (1780 – 1844) del “Regime Unitario” ex colonnello della Repubblica cisalpina.
Il Piccioni a San Gregorio di Acquasanta e a Rocca di Monte Calvo respinse le truppe repubblicane e divenne a 33 anni una figura dominante della reazione al colpo di Stato avvenuto ad Ascoli il 22 febbraio del 1831 che vedeva nelle figure dei conti Giuseppe Rosati-Sacconi, Orazio Piccolomini-Centini, Serafino Panichi, dell’avvocato Francesco Talianini e dal dott.Francesco Merli, il Comitato Provinciale di Governo. Attaccatissimo alla Santa Sede, alle sue direttive, sanfedista dal 1817, dedicò la sua vita alla causa papalina.
Ancora le cronache storiche lo vedono impegnato, nel 1849, come capitano dei Volontari Pontifici, sotto l’energica guida del montegallese Don Domenico Taliani Comandante Superiore dello stesso corpo nominato dal Segretario di Stato dello Stato Pontificio Sua Eminenza Card. Giacomo Antonelli (1806 – 76) per conto del beato Pio IX (1792 – 1878).
La situazione dello Stato Pontificio alla metà dell’Ottocento – Regno che comprende le attuali regioni italiane del Lazio, Marche, Umbria e Romagna -, era delicatissima e piena di insidie. I moti unitari, spinti da quasi cinquant’anni di illuminismo, laicismo, relativismo avevano minato lo spirito dello Stato Pre-Unitario: lo stesso Pontefice Pio IX, Mastai-Ferretti da Senigallia, dopo un primo pontificato vicino al movimento unitario – che ricordo per il Papa significava unicamente una confederazione di Regni, sotto la religione cattolica, uniti da un’economia comune -, dopo la Repubblica Romana macchiatasi dei sanguinosi reati del triunvirato mazziniano, aveva finalmente compreso il piano di assogettazione massonica dell’Unità della penisola italiana, che iniziava ad intravedere nel Regno di Piemonte e Sardegna della dinastia Savoia, la testa di ponte per un cambio radicale nella cultura, nell’identità, nella lingua di tutte le popolazioni italiche. Gli “Stati Canaglia”, come venivano denominati i pacifici Regni Pre-Unitari, dovevano cadere.

Sul muro della casa di Rocca di Montecalvo, una lapide ricorda la lotta di Giovanni Piccioni. Rocca di Montecalvo è frazione del comune di Acquasanta Terme, la quale è composta da due nuclei di case: Rocca di Sotto (m. 658) e Rocca di Sopra (m. 700). Si trova lungo le pendici montuose che scendono nella valle del torrente Castellano, da cui dista qualche centinaia di metri, all’altezza dell’inizio del lago di Talvacchia. Il suo territorio confina anche con quello di Cervara che si trova a nord-ovest, a circa due chilometri in linea d’aria, ed è collegata da un sentiero, praticabile, che attraversa valli e boschi. Da Ascoli Piceno è raggiungibile con la machina tramite la strada che da Porta Cartara conduce a Valle Castellana. Il bivio per Rocca di Montecalvo si trova, a destra, un chilometro circa dopo lo sbarramento della diga di Talvacchia.

Fu così che, quando il 24 novembre del 1848, dopo l’omicidio brutale del primo ministro papalino il conte Pellegrino Rossi (1787 – 1848), Pio IX fu costretto alla fuga da Roma, caduta in mano alla Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini, la storia tocca il nostro Capitano Piccioni.
Di gran concerto, da Gaeta, il Pontefice pensò bene di attuare una controffensiva immediata partendo dalla provincia conservatrice dell’ascolano, già capace precedentemente di dare ripetute sconfitte alle truppe regolari napoleoniche che occupavano il territorio dello Stato Pontificio sotto Pio VII.
Il territorio della Marca Pontificia, possedeva uomini da sempre, storicamente, molto legati allo Stato Pontificio, forti nella tenacia dei propositi e nel ricordo delle gesta dei padri, formati da una natura aspra, un clima rigido, una povertà contadina e guidati dai curati del luogo che ricordavano come l’idea liberale sabauda provenisse dal tentativo demoniaco del secolo di distruggere l’uomo e la fede. Geograficamente l’ascolano, molto vicino al confine con il Regno delle Due Sicilie – nel 1848 ancora libero ed indipendente – era luogo perfetto per dare supporto alle truppe irregolari papaline, le quali per sfuggire ai soldati di linea repubblicani potevano sconfinare e ricevere supporto. L’habitat favoriva l’imboscata: ineguale, accidentato, montuoso, intersecato da fossi e burroni, privo di articolazioni stradali e cosparso a macchia di radure.
Don Taliani, aveva alle dipendenze il Maggiore Palomba (reclutatore della truppa e rifornitore di armi e munizioni), il Maggiore Francesco De Angelis e il Maresciallo dei Carabinieri papalini Scipione Alboni. Nei 1.500 uomini reclutati, divisi per bande che setacciavano il territorio alla ricerca delle truppe regolari, Giovanni e Leopoldo Piccioni controllavano insieme tutto il territorio che corre da Rosara a San Gregorio di Monte Calvo; altri territori controllati erano l’acquasantano, Mozzano e dintorni, Castel Trosino, Spelonga e Montegallo.
Una prima descrizione dell’uomo lo ritrae di altezza medio-bassa (1,69 m.), dagli occhi chiari, naso aquilino, mento oblungo, fronte spaziosa, barba misto-lunga, colorito diafano con una corporatura media. I volontari indossavano principalmente un cappellino pretino, degli scarponi da montagna, dei calzoni corti spesso neri, l’uniforme comunemente chiamata “federiga” sulla quale veniva appesa un’effige in rame raffigurante l’angelo costode o la madonna del Santissimo pianto come coccarda; mentre le armi comuni potevano essere due pistole o uno scavezzo a spadino. Le truppe irregolari, con il sacerdote in testa, spesso marciavano intonando inni Sacri.
Chiaramente questa sorta di guerra clandestina è atroce, da ambo le parti: le truppe del Taliani sono anch’esse spietate e non danno quartiere con coloro che avevano tradito il Regno. Spesso chi veniva catturato era decapitato e la sua testa appesa come “monito” dai suoi antichi commilitoni su una picca: questa era la punizione per chi tradiva Cristo e il Papa. La durezza degli scontri è talmente alta che lo stesso don Taliani verrà sospeso a divinis dal Vescovo Zelli nel 1849, ma il montegallese continuò incurante a celebrare la Santa Messa prima e dopo gli scontri, definiti “stimata e religiosissima opera”.
Gli scontri, “la reazione all’azione” repubblicana, iniziarono per paradosso un Giovedì Santo del 5 aprile del 1849, quando le truppe dell’ascolano Matteo Costantini (1786 – 1849), colui che veniva denominato “Sciabolone” – ex Brigante, ora passato alla paga della Giovine Italia –, che manteneva in mano alla Carboneria il borgo di Arquata, lasciò la città in direzione Acquasanta per un pattugliamento di routine, lasciando unicamente 25 uomini in difesa.
Fu così che scattò l’attacco dei Volontari Pontifici, tutti spelongani, che entrarono ad Arquata passando per la porta Sant’Agata, capitanati da Fabriziani. Armati con utensili di fortuna, ma anche con diversi fucili, conquistarono presto il centro del Paese al grido di «Viva il Papa Re!», costringendo il contingente – capitanati da un tenente svizzero – a retrocedere dentro la Rocca di Arquata. I papalini non ricevendo gli aiuti promessi da don Taliani (provenienti da Montegallo), si ritirarono in serata a Spelonga, mentre parallelamente Giovanni Piccioni si trovava con 700 uomini ad Acquasanta. Anche Balzo ed Uscerno – i paesini che oggi formano “Montegallo” (che non esiste realmente, ma contraddistingue solo un territorio) erano pronti a fornire uomini alla causa di Pio IX.
Il giorno dopo 200 uomini di don Domenico Taliani avevano già divelto le insegne repubblicane e posto nuovamente quelle dello Stato Pontificio, quando gli uomini di Fabriziani tornarono ad Arquata.

La Santa Messa in rito antico era la liturgia usata dai sacerdoti cattolici del tempo. Nella liturgia cattolica, la messa tridentina è quella forma della celebrazione eucaristica del rito romano che segue il Messale Romano promulgato da papa Pio V nel 1570 a richiesta del Concilio di Trento, che trasmette la liturgia in uso a Roma, il cui nucleo risale al III-IV secolo. Fu mantenuta, con modifiche minori, nelle edizioni successive del Messale Romano fino a quella promulgata da papa Giovanni XXIII nel 1962, precedente alla revisione ordinata dal Concilio Vaticano II. Per quattro secoli fu la forma della liturgia eucaristica della maggior parte della Chiesa latina fino alla pubblicazione dell’edizione del Messale promulgata da papa Paolo VI nel 1969 a seguito del Concilio Vaticano II, che rivoluzionò la liturgia in cui il sacerdote non aveva più le spalle all’assemblea, ma – de facto – a Cristo. Il pagliativo della riprogettazione dell’Altare Maggiore, provocò ulteriori aggravamenti di carattere architettonico-cultura con l’abbattimento di numerosissimi beni culturali negli anni Settanta del 900. Considerata forma extraordinaria del rito romano dal motu proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI del 2007, l’usus antiquior del rito romano ha avuto una nuova diffusione fino al 2021, quando il motu proprio Traditionis custodes di papa Francesco ha reso l’uso del Messale del 1962 soggetto alla supervisione del vescovo diocesano e ha sancito che il Messale riformato dopo il Concilio Vaticano II è «l’unica espressione della lex orandi del Rito romano». Il rito antico è oggi ancora celebrato quasi in tutte le diocesi del mondo,

Ascoli Piceno rimane scossa per la presa pontificia della Rocca di Arquata e inviò un corpo di spedizione per sedare “la rivolta”. Ma altre negative notizie dovevano giungere per i repubblicani: l’11 aprile, infatti, alcune Guardie Nazionali e dei Carabinieri in una perlustrazione sul Monte Rosa, furono attaccati dalle bande del Piccioni e subirono perdite ingenti.
Il compito di stanare i volontari del prete, è affidato al Colonnello Rosselli il quale guida la IV Compagnia della Legione del Tronto e un distaccamento di Carabinieri. Arrivati nel paesino di Coperso mettono in fuga alcuni papalini che inseguiti dagli infaticabili uomini riescono a trovare scampo solo nelle selve del Monte Teglia e del Ceppo. Altri scontri proseguono fino a notte a San Gregorio, dove si rifugiava Piccioni con i suoi uomini: anche il capitano deve ritirarsi dai duri attacchi del Colonnello. Il giorno seguente comunque gli uomini di Rosselli sono costretti a loro volta al ripiegamento, non solo per essere stati tagliati alle spalle da altri ribelli che avevano assediato Acquasanta, ma per i ripetuti attacchi che i soldati ricevevano durante gli spostamenti.
Durante la ritirata si assiste ad un omicidio delle truppe repubblicane: il diciottenne Domenico Laudi, un pastorello, viene scambiato per un “brigante” e trucidato sul posto. Parallelamente ad Acquasanta, il capitano Matteo Costantini è assediato dai volontari pontifici, i quali si ritirano dopo aver catturato negli scontri eminenti personaggi dell’Ascoli Repubblicana, tra i quali si ricordano Tito Calandri (figlio del Preside di Ascoli) e Pietro Parracini (Ispettore della Pubblica Sicurezza).
Acquasanta rimane dunque in mano repubblicana ed è da lì, che il 14 aprile del 1849 partono le truppe del Colonnello Rosselli alla volta di Arquata in mano agli uomini di Fabriziani e don Taliani.
Gli uomini della Giovine Italia, occupano Capodirigo: l’azione perfettamente pensata dal colonnello repubblicano, induce i papalini a lasciare la città di Arquata per mettersi alla macchia.
La rocca di Arquata viene trattata come una città ribelle: arresti dei più importanti uomini del paese e soprattutto l’arresto del Priore del Convento dei Riformati, rei non solo di aver nascosto le armi ai “briganti”, ma di aver infiammato i loro spiriti semplici con le loro omelie. La casa di Fabriziani è incendiata a Spelonga dove si pensò bene di prendere in ostaggio il curato del paese e lo stesso padre del capitano Fabriziani.
Anche il paese di Colle doveva subire l’ira del Colonnello Rosselli, ma una burrasca estiva ne ferma gli intenti: nel paese si invoca il miracolo, poiché si pregava da due giorni la Madonna della Salute, molto venerata. Il 19 dello stesso mese è la volta del rogo della casa di don Taliani nel territorio montegallese e di altri importanti arresti.
Alla conclusione della retata, nonostante l’occupazione da parte repubblicana di Arquata, Acquasanta e Montegallo, le forze papaline, rintanate nelle selve circostanti rimasero praticamente intatte.
Nonostante una certa propaganda, per stroncare definitivamente i volontari pontifici, il Triunvirato romano, decise di inviare ad Ascoli altre truppe, capitanate dal Colonnello Marchetti e dal generale Garibaldi, il quale era già passato per Ascoli Piceno il 25 gennaio di quello stesso anno e si rivolse agli ascolani con queste parole: «ricordatevi di non essere più dei sacrestani del Papa […] se fossero stati altri tempi vi direi: fate una rivoluzione; per oggi vi comando moderazione e calma», ebbene mai parole furono così poco ascoltate. Infatti – curiosità vuole – dirigendosi il giorno dopo per Rieti, “l’eroe per la libertà” si espresse sugli ascolani in questo modo: «Vidi le robuste popolazioni di montagna e fummo bene accolti e festeggiati ovunque e scortati da loro con entusiasmo. Quei dirupi risuonarono degli evviva alla libertà italiana, e da lì a pochi giorni, quel forte ed energico popolo, corrotto e messo su dai preti, sollevavasi contro la Repubblica Romana, ed armavasi con le armi somministrate dai neri traditori, per combatterla» .
Ma Garibaldi era destinato a non tornare più nella città ascolana. Difatti gravissime notizie giungevano da Roma: i francesi comandati dal generale Nicolas Charles Victor Oudinot (1791 – 1863) avevano occupato Civitavecchia, mentre gli austriaci liberavano la Romagna e scendevano per le Marche e l’Umbria; gli spagnoli erano sbarcati a Fiumicino, mentre i Borbonici avevano varcato i confini a Terracina in direzione Roma. Il Triunvirato romano, intento a difendere la città eterna, rimando ogni piano su scala nazionale di difesa dal cosidetto “bringantaggio” ed addirittura le truppe ad Ascoli furono richiamate a Roma per la sua difesa.
Così il 30 aprile le truppe di Giovanni Piccioni e quelle di don Silvestri avevano liberato Coperso e Acquasanta. Fu così che il 1 maggio tra urla festanti di gioia della popolazione locale – che tanto aveva sofferto per l’occupazione forzata dei repubblicani – anche ad Arquata sventolava nuovamente la bandiera pontificia sulla torre più alta della città. Tutti i paesi della Valle del Tronto erano nuovamente sotto il controllo dei papalini.
Ascoli è pronta a cadere, soprattutto dopo la fuga del carbonaro Calindri in direzione marittima a San Benedetto del Tronto. L’8 maggio cadono Maltignano e Mozzano per mano di truppe borboniche. Piccioni scrive al conte Marco Sgariglia Gonfaloniere della città: «risoluto di occupare la Vostra città.. senonché ripristinarvi il Governo Pontificio. Il mio ingresso sarà più che pacifico.. qualora che ci si faccia opposizione.. assaliremo la città da tutti i lati.. e metteremo a sacco e foco, nulla riguardando».
Il giorno seguente una banda di 300 pontifici attaccano Porta Cappuccina ad Ascoli Piceno, con l’ausilio di diverse famiglie fedeli alla Sacra Pantofola di Pio IX che avevano occupato alcune case attaccando le poche Guardie Civiche rimaste in città. Dopo due ore di scaramucce la difesa repubblicana sembra reggere e passò alla storia – dalla propaganda carbonara – come un’incredibile vittoria insperata. De facto non ci fu nessun ferito da nessuna delle due parti, salvo pochi giorni dopo l’ennesima sconfitta – presso la vicina Rosara – di alcuni Carabinieri e Guardie civiche inseguite fino a Porta Pia dai volontari di Giovanni Piccioni.
Dunque la situazione non poteva essere delle migliori per i liberali, quando Antonio Orsini (1788 – 1870) – appena nominato “Commissario straordinario” da parte del Triunvirato Romano – giunse ad Ascoli Piceno la sera del 16 maggio, con la città che stava cedendo alle pressioni degli insorti, con i borbonici che avevano sconfinato su Maltignano e le truppe francesi si erano oramai portate a poche centinaia di metri dalle mura.
Come ci ricorda lo storico Giorgio Enrico Cavallo «Libri, opuscoli e giornali anticattolici venivano pubblicati senza problemi. Pio IX, nel breve Gravissimus supremi, parlava di “odio acerrimo e del tutto diabolico contro la nostra religione”. […] Gli indizi di una presenza luciferina nella Rivoluzione europea c’erano tutti, come ormai sappiamo: basti tornare a quel Voltaire che chiamava Frères en Belzebuth i propri migliori amici. […] Nel 1863, Giosuè Carducci (1835 – 1907) dava alle stampe la prima edizione del celebre inno A Satana: “Salute, o Satana/O ribellione/O forza vindice/De La ragione!/Sacri a te salgono/Gl’incensi e i vòti!/Hai vinto il Geova/Dei sacerdoti”!
L’inno che risente profondamente della cultura massonica (Carducci era appassionato libero muratore), ottenne un vasto eco. […] L’inno, va detto, non era tutto “farina del sacco” di Carducci. Lo spunto veniva da un noto passo di Proudhon (1809 – 65) che val bene citare per comprendere il quadro europeo […].

A sinistra Giovanni Piccioni, a destra il farmacista Luigi Piccioni, pronipote di Giovanbattista.

Nel 1877, Mario Rapisardi (1844 – 1912) pubblicò a Milano il suo poema Lucifero, che accolse l’applauso anche di Giuseppe Garibaldi, il quale scrisse una lettera di elogi al poeta catanese, firmandosi “vostro correligionario” in Lucifero. […] Nell’Ottocento il culto di Satana si è esteso a macchia d’olio tra Europa ed Americhe. […] Come la rivoluzione francese, anche quella italiana ebbe una componente demoniaca, nel senso di elogio del diavolo quale naturale oppositore alla Chiesa. […] il regno della rivoluzione è il regno del diavolo […] Perché il diavolo […] è il primo rivoluzionario».
Ad attendere Orsini accorrono i Malaspina, gli Sgariglia, gli Arpini ed altri cognomi filo repubblicani. Dalle sue parole emerse come: «Io vado per le brevi: uso formale e leggi militari; chi manca viene severissivamente punito; so discernere il reo dall’innocente, l’istigatore dall’ingannato; ma piombo con mano ferrea su tutti coloro che hanno osato prendere le armi a sostegno del delitto, del furto, dell’assassinio […]. Tutti quelli che, per i loro antecedenti si conoscono indebitamente avversi all’attuale ordine politico ed aderenti al brigantaggio, non possono portare armi di sorta: se rinvenuti con le armi alla mano, o se nelle loro abitazioni trovansi armi e munizioni da guerra, quale che sia la quantità, saranno arrestati e tradotti innanzi alla Giunta Militare: provato il fatto, entro il termine di 24 ore, saranno fucilati. Tutti quelli che presteranno aiuto ai briganti o li ricovereranno saranno punti con la fucilazione. Quei villaggi che, per caso, opponessero resistenza o si opponessero al ristabilimento dell’ordine, saranno trattati secondo il diritto di guerra […] dovendosi sempre rispettare l’Augusta Religione».
Non solo: il Commissario straordinario ordinava tramite circolare come gli stemmi pontifici abbattuti nei luoghi sacri dovevano essere ripristinati ed ancora ordinava ai parroci ascolani l’imposizione – durante l’omelia dal pulpito – di leggere le disposizioni prese dal nuovo governo per estirpare quello che veniva definito come “brigantaggio”. I sacerdoti refrattari sarebbe stati fucilati senza processo secondo le disposizioni militari.
Al 15 maggio del 1849 le cittadine di Offida, Montalto, Montelparo, Ortezzano, Patrignone, Comunanza, Monterinaldo, Montemonaco, Montefortino erano in mano papalina.
Agatone De Luca Tronchet e Vincenzo Vallorani vengono nominati per la riconquista dei paesi menzionati; guidano rispettivamente le truppe dei volontari fermani e un drappello di finanzieri. I Paesi abbandonati dalle truppe in eterno movimento dei coscritti Trono e Altare, tornano nelle mani dei mazziniani che il 23 maggio bruciano tutte le insegne e i simboli dello Stato Pontificio in un enorme falò a Montalto.
Ripresa gran parte della provincia Orsini puntò ora ad abbattere Giovanni Piccioni in una battaglia risolutiva. Comanda a due colonne di soldati capitanati dal Tenente Gaggiano di stanarlo sulle montagne di Rosara. L’incontro tra le due fazioni è duro, violento e gli uomini di Piccioni hanno infine la meglio con le truppe repubblicane in fuga. Successivamente le truppe dei mazziniani subirono degli arresti anche in diverse località montane come Balzo e Propezzano. Le sconfitte acuiscono gli aguzzini in città: Orsini giudica sommariamente 156 detenuti politici con un processo da farsa hitleriana. Solo alcune operazioni diplomatiche ascolane riuscirono a scongiurare le esecuzioni, commutando, il 27 maggio dello stesso mese, la pena capitale in quella dei lavori forzati a vita. L’azione torna di nuovo in mano agli ex soldati dello Stato Pontificio che il 29 maggio conquistate le colline intorno all’ascolano e comandate da don Taliani e Giovanni Piccioni alle 14:00 iniziarono dai declivi a moschettare i difensori repubblicani, i quali riuscirono solo con un assalto alla baionetta – uscendo da Porta Solestà – a metter in fuga i reazionari. Ma il giorno dopo, il 30 maggio del 1849 – le stesse unità combattenti di don Taliani, Piccioni e Cecchini attaccarono nuovamente le mura cittadine. Obiettivo era per i papalini non la presa della città, ma l’instabilità istituzionale dei repubblicani nei riguardi della popolazione, in attesa dell’arrivo delle truppe alleate austriache. Anche nel teramano Mons. Domenico Savelli organizzava una nuova spedizione per l’ascolano in vista dell’imminente ristabilizzazione dell’Ordine costituito. L’Orsini circondato in città anche da uomini poco fedeli alla causa repubblica, perché costretti (si veda il Segretario Generale al Governo di Ascoli Raffaele Trevisani e il capo delle truppe cittadine Colonnello Cavanna, fervente sostenitore del precedente Papa Gregorio XVI) o da spie al servizio del Papa (come il Colonnello Freddi, il quale fu uno dei primi a disertare dopo la restaurazione successiva), i primi giorni di giugno lascia la città. La motivazione pubblica è una spedizione contro i briganti, ma in realtà si tratta di una vera e propria fuga, nella quale fa in tempo a prendere in ostaggio tre preti sanfedisti don Ferdinando Piccinini, l’ex frate Organtini e Padre Maestro Giuseppe Luciani; in ostaggio anche il marchese papalino Carlo Malaspina. Lasciano Ascoli Piceno 530 fanti e 50 carabinieri a cavallo; al suo seguito si riconosce “Sciabolone”, quel Matteo Costantini a capo dei suoi 56 volontari del “Battaglione ascolano monilizzato”. Arrivato in segretezza ad Offida, saccheggia il denaro papalino di 500 scudi, per pagare i soldati oramai senza paga da mesi: il denaro restante lo trattiene per mantenersi la sua schiera armata per almeno altri tre mesi. Il giorno dopo sarà a Montalto, rendendo chiaro alle truppe papaline l’intento di ritirata verso Roma. Lasciò Montalto per Force con meno di 350 uomini: la metà aveva già disertato abbandonandolo.

Antonio Orsini (Ascoli Piceno, 9 febbraio 1788 – Ascoli Piceno, 18 giugno 1870) è stato un mazziniano e naturalista. Farmacista e scienziato viene ricordato per il suo impegno militare e politico nella Repubblica Romana. Senatore del Regno d’Italia, ricevette il titolo di nomina regia che ricevette nell’anno 1861 insieme all’onorificenza dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Fu anche eletto consigliere provinciale del mandamento di Arquata. Morì ad Ascoli il 18 giugno 1870.

Siamo arrivati al 7 giugno del 1849 ed Ascoli torna libera città sotto lo Stato Pontificio: Giovanni Piccioni iniziò l’attacco con i suoi uomini da porta Tornasacco; mentre don Taliani sferravano l’offensiva a Porta Solestà. Dopo numerose perdite la Guardia Civica riesce ancora a respingere l’attacco, ma nei giorni successivi tutta la provincia torna nelle mani del Papa Re Pio IX.
Orsini nell’arrivare a Force dovette anche difendersi dagli attacchi dei volontari pontifici nei pressi di Montedinove, sul torrente Pallone vicino il bosco di Rovetino. Arrivato in città si incontra con un altro repubblicano doc Capitano Serafino Wiser che lo aggiorna sulla caduta di gran parte della Marca fermana, Fermo compresa. Orsini è circondato a Force. Il 15 giugno tenta una sortita a Monte della Torre per forzare il blocco senza riuscirci. Infuriano i combattimenti fin sotto Porta S.Pietro di Force tra i due schieramenti, che vedono ben 2.000 papalini assediare la cittadina. Infine per togliere valore alla conquista della città per mano papalina, Antonio Orsini si dimette dalla carica che il Triunvirato gli ha concesso. Il 18 giugno con l’arrivo delle truppe austriache comandate dal Tenente Tommaso Withedenscky Force capitola. L’Ufficiale austriaco contravvenendo ad ordini superiori che impartivano “il disarmo incondizionato di tutti i repubblicani” concede a tutti gli ufficiali mazziniani dei salvacondotti. Così Orsini, tagliata la barba e qualificandosi come il Sottotenente Francesco Pinelli, riuscì a sgattaiolare fino a Foligno.
Ad Ascoli nel frattempo, caduta San Benedetto del Tronto in mano austriaca, il 21 giugno vengono abbattuti l’Albero della libertà in piazza del popolo e riposizionati gli antichi stemmi del Papa. Il giorno dopo le truppe austriache acquisiscono la città marchigiana. Sono comandate da un viennese Maggiore Karl Streel il quale con un proclama ordinava come venisse ristabilito il Governo Pontificio e decaduto quello repubblicano: la città dopo il Te Deum in Cattedrale, aveva per le strade urla festanti inneggianti Pio IX. Gli austriaci lasciarono l’ascoli papalina il 5 luglio, con il comandante Streel, vero gentiluomo e militare, esprimersi nei confronti degli ascolani con queste parole: “ottimi cittadini per la esemplare condotta tenuta nel ripristino del Governo Pontificio”.
Il ristabilimento dello Stato Pontificio nella città di Ascoli Piceno, sembra anche segnare la fine della carriera avventurosa di Matteo Costantini detto “Sciabolone”, che viene arrestato dai reazionari – suoi antichi compagni d’arme – il 28 luglio con l’accusa di furto, concussione, rapina; trasferito nel carcere di Fermo, dopo processo, fu condannato al carcere a vita. Morirà da cattolico, il 13 novembre nel carcere di Ripatransone alle 12:00 del anno del Signore 1849.
Giovanni Piccioni da alcune lettere ritrovare tra scambi epistolari di alte gerarchie pontificie, emerge in senso positivo: si legge che il Piccioni sia stato «vero eroe che si è rovinato per l’attaccamento al Governo». La Santa Sede rimborsò tutti i montanari sanfedisti che avevano contribuito al ristabilimento del Governo pontificio, pagando un caro prezzo in beni materiali. Così furono concesse alle popolazioni dell’arquatano e del montegallese la somma di 2.000,00 scudi. Contrariamente Giovanni Piccioni non chiese nulla né per sé, né per la sua famiglia: i veri eroi, rovinati dalle orde repubblicane, nonostante fossero stati i leader più rappresentativi e artefici delle vittorie più clamorose degli scontri, evidentemente già aspettavano le prossime battaglie. Purtroppo la loro unica richiesta, non fu esaudita, poiché nella visita di Pio IX ad Ascoli il 17 e 18 maggio del 1857, il Pontefice si rifiutò di incontrare in udienza la sua famiglia, trincerandosi dietro una “ragione di Stato” (nel Palazzo Vescovile di Ascoli Piceno in Piazza Arringo, ancora oggi – al piano nobile – vi è la targa recanti lo stemma del Beato Pio IX per il suo soggiorno nell’ascolano). Al suo processo (nel 1864) che lo vedrà condannato a 16 anni di carcere, egli parlerà della sua esperienza: «nel 1848 erasi stabilita in Roma una cosidetta “Direzione Organica” ad oggetto di sostenere in questa Provincia il Governo Pontificio. La Direzione mi incaricò di organizzare un Battaglione Pontificio di Volontari, di cui fui fatto Maggiore. Restaurato il Governo ne ebbi una medaglia ed una pensione di 3 Scudi Romani al Mese».

 

Per approfondimenti

_Galanti Timoteo, Dagli Sciaboloni ai Piccioni – Il “brigantaggio” politico nella Marca pontificia ascolana dal 1798 al 1865 – Edigrafital, Roma, 1990;

_Giorgio Enrico Cavallo, Risorgimento: guerra alla Chiesa, Edizioni Radio Spada, Carmenate, 2020;

_Don Luigi Pastori, Ascoli sotto l’albero della libertà. Manoscritto n°40, Biblioteca AP, Montalto, 1940;

_Giovanni Spadoni, L’insorgenza marchigiana durante il Regno italico;

_Archivio di Stato di Ascoli Piceno Governo Pontificio – Delegazione Apostilica, Fasc- 1-7 e 1-12, 1831;

_Archivio Segreto Vaticano, Segreteria, Nunziature, 1833, busta 99-100;

_Archivi parrocchiali esistenti nelle Chiese di: Arquata, Acquasanta Terme, Castel Trosino, Chiesa del Carmine (AP), Ceraso, Farno, Fleno, Lisciano (AP), Montegallo, Mozzano, Piedicava di Acquasanta, Pascellata, Rocca Monte Calvo, San Gregorio, Santa Maria a Corte, Valle Castellana, Venarotta, 1750 – 1870;

_Enrico Liburdi, La rivoluzione del 1831 nelle Provincie di Fermo e Ascoli, Macerata, 1935;

_Domenico Spadoni, Il Governo pontificio ed i primi processi carbonici marchigiani. Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia patria per le Marche, 1916.

 

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