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Finis opus? Una breve riflessione sul lavoro

di Fabrizio Fratus 26/01/2017

In linea di massima possiamo affermare che con la spinta illuminista, la rivoluzione borghese e il colonialismo, nel settecento inizia un nuovo modello per la creazione della ricchezza: la nascita delle fabbriche. I pilastri del concetto teorico sono la base della nuova società di cui siamo figli.
Il sistema industriale, basato sulla produzione di beni materiali in serie, ha dominato la società occidentale sino alla fine della seconda guerra mondiale e poco oltre. Nella seconda metà del secolo scorso, il progresso tecnologico con lo sviluppo organizzativo e comunicativo, unito alla forte scolarizzazione diffusa, all’interno della globalizzazione è andato affermandosi in un nuovo modello denominato dai sociologi “post-industriale” il quale si basa sulla produzione di beni immateriali (servizi), dando origine a nuovi sistemi di economia e di lavoro.

Foto della galleria delle macchine all’Esposizione universale del 1900 a Parigi.

La divisione dell’assetto mondiale della società post-industriale regge su diversi tipi di paesi, a primeggiare sono le nazioni denominate “primo mondo” in cui si producono idee le quali successivamente vengono brevettate, ed è principalmente la società dei servizi.
Proseguendo con l’analisi si trovano stati “emergenti” principalmente facenti parte degli accordi Bric e Civetas e sono da considerare i paesi “fabbrica” della terra. Per concludere, vi sono i popoli che vivono in territori dove l’accumulo di ricchezza è praticamente nullo: sono i paesi del “terzo mondo” i quali sopravvivono svendendo le materie prime – di cui paradossalmente sono i maggiori possessori -, con una subordinazione militare nei confronti del primo mondo.
Grazie alla comunicazione, ai mass media, al web e soprattutto all’economia su scala mondiale, la globalizzazione ha preso il sopravvento omologando tutti quei modelli di vita e quei sistemi politici che hanno portato alla formazione del pensiero di “fine della storia”. Se nel secolo precedente il comunismo distribuiva la ricchezza in parti uguali – avendo il deficit nell’incapacità produttiva – il sistema capitalista ha prodotto ricchezza, senza essere in grado di ridistribuirla.
La nostra “storia” prosegue e nuove sintesi sono in via di sviluppo in un mondo sempre più devastato da guerre e migrazioni; consapevoli che la crescita non si è conclusa – in quanto il mondo è “finito” e globalizzato, con lo sviluppo dei paesi emergenti sempre più rapido – ma va operata una modalità di “decrescita” controllata.
Credere nella crescita e nell’aumento del PIL è sciocco, soprattutto per i paesi senza materie prime. I dati economici degli ultimi anni di tutto il continente europeo parlano chiaro: la crescita del lavoro è fittizia e basata unicamente sulla perdita di diritti, come dell’abbassamento dei salari. Grazie alla tecnica – dal greco τέχνη (téchne), “arte” nel senso di “perizia“, “saper fare“, “saper operare” – oggi è possibile promuovere un modello differente dove le ore lavoro possano essere minori. Il lavoro dovrebbe essere suddiviso tra lavoratori e disoccupati e insieme ad una nuova concezione basata su comunità e decrescita si arriverebbe a una nuova società improntata non più sulla diseguaglianza e l’esclusione, ma sull’inclusione e l’appartenenza alla propria comunità.

 

Per approfondimenti:
_Pertosa, Pallante, Solo una Decrescita Felice (Selettiva e Guidata) ci può Salvare – Edizioni Lindau
_Serge Latouche, La scommessa della decrescita – Edizioni Feltrinelli
_Massimo Fini, Il denaro «Sterco del demonio»
_Valentina Pazé, Il comunitarismo – Edizioni la terza

 

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