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Finis Austriae: l’ultimo sole di Francesco Giuseppe

di Giuseppe Baiocchi 04/02/2017

Gli ultimi anni dell’Impero asburgico vedono come assoluto protagonista Francesco Giuseppe I d’Austria – diventato imperatore a soli diciotto anni – marito di Elisabetta di Baviera, da tutti ricordata come Sissi, ed è stato per quasi sette decenni l’incarnazione della monarchia Austro-Ungarica.
La famiglia degli Asburgo segna in maniera significativa la storia europea ottocentesca, novecentesca e la morte dell’imperatore sarà notizia di immensa drammaticità per tutto l’impero che iniziava ad osservare la disgregazione politica e successivamente sociale dei suoi territori. Lo scrittore Joseph Roth immortala l’evento della morte dell’Imperatore e ce ne fa percepire l’atmosfera: “Quando fu seppellito, ero lì, uno dei tanti soldati della guarnigione di Vienna, con la nuova uniforme grigio-azzurra che di lì a qualche settimana avremmo portato al fronte, uno dei tanti che riempivano le strade. La commozione che nasceva dalla consapevolezza di vivere una giornata storica che si accompagnava alla contraddittoria tristezza per il declino di una patria che aveva educato i suoi figli all’opposizione (…) e mentre misuravo esarcerbato la vicinanza della morte, cui mi mandava incontro il defunto imperatore, mi sentivo preso dalla cerimonia per la sepoltura di Sua Maestà (…) capivo con chiarezza l’assurdità dei suoi ultimi anni, ma non potevo nascondermi che questa assurdità era stata anche una parte della mia fanciullezza (…) il freddo sole degli Asburgo si spegneva, ma era stato pur sempre un sole”.

Nella prima immagine: Francesco Giuseppe I d’Austria, (1830 – 1916), è stato Imperatore d’Austria (1848-1916) e Re d’Ungheria (1867-1916). Regnò sul neo riformato Impero austro-ungarico dal 1867 e sul Regno Lombardo Veneto fino al 1866. Apparteneva alla casa d’Asburgo-Lorena. Nella immagine di destra: cartina politica dell’Impero Austro-Ungarico.

A cent’anni dalla scomparsa dell’Imperatore, la figura di Francesco Giuseppe viene valutata molto positivamente dagli abitanti della sua capitale: Vienna. Molte sono state, difatti, le iniziative e i festeggiamenti, organizzati in occasione del centenario della morte. La memoria di Francesco Giuseppe – come tutti gli altri sovrani asburgici – è molto forte in Austria e la motivazione non si ritrae solo nel “mito asburgico” celebrato dal grande filone letterario, ma è la consapevolezza storica – diffusasi nell’immaginario collettivo del paese –  che la stessa Austria è stata resa grande solo durante il periodo degli Asburgo: ovvero quel lasso di tempo storico che intercorre i secoli che vanno tra la metà del XVI secolo, fino alla prima metà del XIX secolo.
Il nome “Asburgo” deriva dall’Habichtsburg (contratto in Habsburg), castello situato nell’omonimo comune del cantone svizzero di Argovia, sulle sponde del fiume Aare. La “Rocca dell’Astore” – questo il significato in tedesco – è stata la sede originaria e feudo comitale della famiglia. Difatti erano cortigiani dell’Imperatore Federico I Hohenstaufen detto “Barbarossa“, che seguivano nei cortei reggendo l’astore, da cui il nome. Il motto della dinastia A.E.I.O.U. viene in genere interpretato in: “Austriae est imperare orbi universo”, tradotto “spetta all’Austria regnare sul mondo“.
Il nome di Francesco Giuseppe è già di per sé singolare, poiché sembrerebbe riunire due grandi sovrani asburgici: il nonno Francesco (Francesco Giuseppe Carlo Giovanni d’Asburgo-Lorena) e lo zio Giuseppe II (Giuseppe Benedetto Augusto Giovanni Antonio Michele Adamo Davide d’Asburgo-Lorena). Per tre lunghi secoli questa famiglia porta l’eredità del Sacro Romano Impero (anche dopo la soppressione di “imperatore dei romani”).
Il cinquantesimo anno di Regno di Francesco Giuseppe è festeggiato con grandi opere pubbliche e manifestazioni imponenti. Alla soglia dei sessanta anni (nato nell’estate del 1830), è il sovrano di un impero di 624.856 chilometri quadrati con 45.000.000 di abitanti tra varie etnie: tedeschi, cechi, polacchi, ruteni, rumeni, croati, slovacchi, serbi, sloveni, italiani e ungheresi. La capitale Vienna è una delle città più vive e importanti dal punto di vista culturale in Europa e di conseguenza del mondo, come ci racconta lo scrittore austriaco Stefan Zweig, ne “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, 1942”: “Fra tutte le città europee, Vienna era sicuramente quella in cui questa aspirazione alla cultura era più appassionata. Poiché l’Austria e la sua monarchia avevano da secoli perduto ogni ambizione politica e non avevano conosciuto particolari vittorie nelle loro imprese militari, l’orgoglio patriottico aveva cominciato a manifestarsi nel desiderio di una supremazia in campo artistico. (…) Di qui erano passati i Nibelunghi, qui gli immortali sette astri della musica – Gluck, Haydn e Mozart, Beethoven, Schubert, Brahms e Johann Strauss – avevano illuminato il mondo con il loro fulgore, qui erano confluiti tutti i movimenti e le correnti della cultura europea. A corte, tra i ranghi dell’aristocrazia e in seno al popolo al sangue tedesco si univano quello slavo, ungherese, spagnolo, italiano, francese e fiammingo; saper fondere armonicamente questi contrasti in una nuova e peculiare realtà – quella dello spirito austriaco, della “viennesità” – fu l’elemento di vera genialità proprio di questa città musicale. Accogliente e dotata di una sensibilità particolare, questa città sapeva attrarre a sé, conciliandole, mitigandole e addolcendole, le forme più disparate. Era dolce vivere in una simile atmosfera di intesa e di accordo spirituale in cui ciascun cittadino riceveva quasi senza rendersene conto un’educazione cosmopolita e internazionale. Quest’arte dell’assimilazione, questa capacità di cambiare e adattarsi in modo armonico e impercettibile, si manifestava già nell’aspetto esteriore della città”.

Nella foto scorcio di Vienna, nella Mariahilfer Stra§e ai primi del 1900.

Tornando ai festeggiamenti per il suo cinquantesimo anno di Regno, solo una persona sembra volersene restare in disparte: è l’Imperatrice Elisabetta (Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach) che tutti nell’Impero chiamano Sissi. Dopo il suicidio del figlio Rodolfo d’Asburgo-Lorena (1889) si è progressivamente ritirata a vita privata e il 16 luglio del 1898 – su consiglio dei medici della casa reale – parte per un viaggio curativo in Svizzera. L’Imperatore spera di vederla tornare rinfrancata dall’aria di montagna, ma il 10 settembre del 1898 alle 16.30 gli perviene la tragica notizia che la moglie è deceduta dopo un accoltellamento da parte di un anarchico italiano Luigi Lucheni, il quale poco dopo l’arresto confessò alla polizia le motivazioni del suo gesto: “Perché sono anarchico. Perché sono povero. Perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi”.
Quella dell’Imperatore e della sua consorte fu una grande storia d’amore, duratura nel tempo, malgrado alcune interpretazioni sui viaggi della regina apostolica d’Ungheria, regina di Boemia e di Croazia. E’ una storia d’amore che non viene intaccata dalla diversità caratteriale dei due personaggi: Francesco Giuseppe era nato, cresciuto e educato all’interno della corte degli Asburgo; Elisabetta è estroversa, amante dello sport, si sforza di vivere a corte. I loro rapporti non vengono incrinati neppure dalle grandi disgrazie familiari della corte, né dalle loro diverse visioni politiche, con l’Imperatrice Sissi anti-italiana e protettrice degli ungheresi:  avrà peso politico nel riconoscimento dell’Ungheria del 1867, trasformando l’Impero nella duplice monarchia austro-ungarica.
Un Impero multietnico retto con saggezza dall’Imperatore che dimostra grande capacità di tenere uniti tanti popoli e tante lingue. L’Impero austriaco è una costruzione che nasce nel 1804 come monarchia ereditaria, in seguito alla formazione del primo Impero francese da parte di Napoleone Bonaparte (Napoleone I). Il primo imperatore d’Austria fu Francesco I, che al tempo aveva anche il titolo di Sacro Romano Imperatore. Questo titolo fu abbandonò nel 1806 in seguito al disfacimento del Sacro Romano Impero. Per mantenere il titolo si proclamò imperatore d’Austria.
Dopo alcuni tentativi di riforma costituzionale, per gli Asburgo arriva la pesante sconfitta militare contro l’espansionismo tedesco a guida prussiana (a guida originale degli Hohenzollern che acquisiscono il titolo reale nel 1701) che con la battaglia di Sadowa (1866) impone la guida della cultura tedesca non più agli austriaci, ma ai prussiani. Francesco Giuseppe crea così il 12 giugno del 1867 “L’impero Austro-Ungherico” per poter avere ancora sul quadro geopolitico il titolo di Imperatore e non lasciarlo solamente a Napoleone III.
L’Impero di Francesco Giuseppe ha diversi punti di forza, come la sua multi-nazionalità, multi-confessionalità e multi-culturalità che vigono come carattere unico – in quel momento storico – sul  continente. Inoltre l’imperatore – per capacità e bravura personali – era riuscito ad essere percepito come il punto di riferimento e come garante della sicurezza di tutti gli stati facenti parte dell’Impero. Tuttavia all’inizio dell’ottocento all’interno delle singole nazioni, parte un travaglio sociale – di carattere nazionalista – derivante dalla nascita, in Francia, del concetto di nazione derivato dall’illuminista Rousseau. Successivamente i moti europei del 1848, accelereranno il flusso dell’autodeterminazione, che esploderà nei moti delle “rivoluzioni del 1848” chiamate “primavere dei popoli”, che si identificarono come movimenti rivoluzionari massonico-borghesi.
Questo nazionalismo era incrementato dopo l’Ausgleich, – “compromesso” utilizzato per indicare “l’Österreichisch-Ungarischer Ausgleich” (il compromesso Austro-Ungarico) -, ovvero la riforma costituzionale promulgata il 12 giugno 1867 da Francesco Giuseppe, con il quale l’Ungheria otteneva una condizione di parità con l’Austria all’interno della monarchia asburgica, segnando il passaggio dall’Impero Austriaco all’Impero Austro-Ungarico.
L’accordo non risolse il problema etnico, facendo rimanere molte disparità tra i popoli: la duplice monarchia mantenne su un livello piramidale le varie popolazioni dell’impero multi-etnico, ponendo al vertice solo gli austro-tedeschi e gli ungheresi, ed inserendo in minoranza le popolazioni slave. Infatti in base al ristretto suffragio censitario presente in entrambe le entità statali, i tedeschi ottennero il 67% dei seggi nel parlamento di Vienna e i magiari il 90% di quello di Budapest, anche se entrambe le popolazioni non superavano il 40-50% nei rispettivi Stati.
Ironicamente Robert Edler von Musil, nel suo celebre “L’uomo senza qualità”, sul problema dell’Ausgleich si esprimeva: “Questo concetto dello stato austro-ungarico era così stranamente congegnato che sembra quasi vano tentar di spiegarlo a chi non ne abbia personale esperienza. Non era fatto di una parte austriaca e di una parte ungherese che, come si potrebbe credere, si completavano a formare un tutto, ma di un tutto e di una parte, cioè di un concetto statale ungherese e di un concetto statale austroungarico, e quest’ultimo stava di casa in Austria, per cui il concetto statale austriaco era in fondo senza patria. L’austriaco esisteva soltanto in Ungheria, sotto forma di avversione; a casa sua si dichiarava suddito dei regni e dei paesi della Monarchia austroungarica rappresentati alla Camera, che sarebbe come dire un austriaco più un ungherese meno quest’ungherese; e non lo faceva per entusiasmo, ma per amore di un’idea che gli ripugnava, perché non poteva soffrire gli ungheresi, così come gli ungheresi non potevan soffrire lui, cosicché la faccenda diventava ancor più complicata. Molti perciò si definivano semplicemente polacchi, cèchi, sloveni o tedeschi, e questo produceva ulteriori divisioni”.
Il 28 Giugno del 1900 Francesco Giuseppe e la famiglia si trovano riuniti presso la sala del consiglio di Hofburg (la residenza ufficiale dell’Imperatore a Vienna), dove l’erede al trono Francesco Ferdinando (Francesco Ferdinando Carlo Luigi Giuseppe d’Asburgo Este) pur di sposare la contessa Sophie Chotek von Chotkowa (aristocratica di rango inferiore) rinuncia ad ogni diritto di successione. Per l’anziano Imperatore – dopo i dolori causati dalle morti del figlio e della moglie – spera di essersi assicurato così una vecchiaia tranquilla.
Dal punto di vista politico – come detto – l’Impero è eroso dai vari nazionalismi, soprattutto nell’area dei Balcani a causa della progressiva disgregazione dell’Impero Ottomano e dalle mire espansionistiche della Serbia. La monarchia asburgica si sente sempre più accerchiata a Sud dalla Serbia, ad Est dalla Russia zarista e ad ovest dall’Italia, che – pur facendo parte della Triplice alleanza -, non nasconde di volersi annettere il Trentino. Solo la Germania di Guglielmo II – con il suo temibile esercito – continua a restare saldamente al fianco degli austriaci.

Franz von Matsch, Omaggio dei Principi tedeschi all’Imperatore Francesco Giuseppe. I principi tedeschi guidati dall’Imperatore Guglielmo II porgono gli auguri all’Imperatore Francesco Giuseppe per i sessantanni del suo Regno. La scena si svolge nella sala da ricevimento dell’Imperatrice Maria Teresa e che oggi porta il nome di Maria Antonietta.

Il 12 Giugno del 1914 i sovrani dei due paesi alleati si incontrano per discutere le voci di una alleanza della Romania con la Russia, elementi che inquietano l’animo dell’anziano Imperatore. Il Kaiser tedesco si dichiara pronto a tutto – anche ad una guerra – pur di difendere il prestigio degli Asburgo, ma Francesco Giuseppe vuole a tutti i costi evitare un conflitto che ritiene mortale per la sopravvivenza dell’Impero. Ovunque si respira un senso di fine imminente: scrittori, artisti, filosofi, architetti riflettono su questo senso di ineluttabile decadenza che diventerà l’inconfondibile marchio di tutta un’epoca. A Vienna Karl Kraus su una rivista satirica “la Fiaccola” scrive: “tutto è in attesa della fine imminente. A vostra grazia auguro una bella fine del mondo”.
Nonostante le problematiche politico-sociali, Vienna è la culla della civiltà. La civiltà asburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, uno malinconico di consapevole declino – sopportato con tacita dignità – e una elegante leggerezza spensierata. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell’ultima illusione mitteleuropea.
Nella sua accezione culturale, la mitteleuropa richiama la specifica civiltà vissuta dal multinazionale mondo asburgico, dov’è essenziale la componente ebraica. Si viene a creare una vita e una produzione culturale in ogni campo del pensiero e dell’arte che raggiunge vertici altissimi.

Tra i più noti esponenti della Finis Austriae ricordiamo Ludwig Josef Johann Wittgenstein, Adolf Loos, Arnold Franz Walter Schönberg, Oskar Kokoschka, Robert Edler von Musil, Arthur Schnitzler, Hugo von Hofmannsthal , René Karl Wilhelm Johann Josef Maria Rilke, Franz Kafka, Aron Hector Schmitz (Italo Svevo), Joseph Roth, Karl Kraus, Elias Canetti, Alexander Lernet-Holenia, Gregor von Rezzori.

La cultura diviene così espressione della crisi epocale dell’Occidente, intesa come perdita dell’identità del soggetto, il quale cerca di differire la fine e strapparle qualche momento di piacere e d’abbandono nella letteratura, nell’arte, nell’architettura, nella filosofia, nella musica e in ogni campo culturale. Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità. Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro, e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell’imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata, ma più danzante e sorridente di quella parigina. La musica – l’arte piú apolitica – era sempre stata la liberazione e la catarsi dell’anima austriaca. “L’Austria è diventata dapprima spirito nella sua musica” , dirà Hofmannsthal quando già infuriava la guerra mondiale. Negli ultimi anni dell’imperial-regia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa piú intenso e pressante, assume delle proporzioni piú vaste e scende a un livello piú popolare; la dolce medicina si fa piú superficiale e accessibile. Dalla serenità di Mozart e dall’idillio di Schubert si giunge a Strauss e a Lehàr. Vienna capitale del piacere sarà anche capitale della musica, creando una notevole civiltà culturale per quanto riguarda il legame e l’affiatamento tra arte e pubblico. Anche i grandi musicisti come Gustav Mahler e Richard Strauss collaborano, a loro modo, allo splendore raffinato dell’età di Francesco Giuseppe. Gli anni che vedono Mahler alla direzione dell’Opera di Stato (1897-1907) segnano l’apogeo di questa festa culturale.
In campo architettonico, se i valori etici venivano ricoperti da valori estetici, dove quest’ultimi non si sviluppavano su base etica – un valore estetico che non si sviluppi su una base etica è esattamente sofisticazione -, l’architettura si trasforma proprio nel suo contrario, ovvero nel suo artificio, in una sola parola nel Kitsch.
La reazione in campo architettonico è immediata in Adolf Loos – architetto boemo, trapiantato a Vienna – che nei suoi scritti per la rivista Das Andere asserirà: “L’ornamento è delitto”. Come capitale del Kitsch, Vienna era diventata anche la capitale del vuoto di valori dell’epoca. Il lavoro, per certi versi straordinario in campo accademico e sicuramente precursore di un linguaggio architettonico successivo, portò Loos a razionalizzare l’architettura, ponendolo come uno dei padri fondatori del razionalismo europeo: semplificazione delle superfici, rigoroso studio volumetrico, superfici ampie e coperture nette, uso dell’intonaco bianco dove vige il decoro e non l’ornamento.
Il suo pensiero architettonico è alla base della salvezza di Vienna, alla base della sua purificazione – “ornamentale”- architettonica, quindi spirituale.
Lo scrittore Roberto Calasso, ne “La muraglia cinese, – la morgue dei simboli” coglie appieno il concetto, creando un parallelismo calzante con Kraus: “L’aura di queste due potenze indivise è l’equivoco. (…) In disparte «parlando nel vuoto», due esseri non concilianti insistono che fra i due oggetti sussiste una differenza: sono Adolf Loos e Karl Kraus. Rispettivamente nel 1908 e nel 1910 pubblicheranno ciascuno uno scandaloso saggio-manifesto in proposito, “Ornamento e delitto” e “Heine e le conseguenze”. Già dai titoli si può capire come li spingesse una furia giuridica, che imponeva di coinvolgere la civiltà intera nelle loro insofferenze estetiche. Con uno dei suoi bruschi gesti da finto «buon americano», Loos constata subito un dato capitale – e cioè che, nel presente, «l’ornamento non ha alcun rapporto organico con la nostra civiltà» e perciò ha carattere degenerativo. Come un immenso corpo tatuato di delinquente, la città è distesa di fronte all’occhio impaurito. Sirene aberranti sporgono dalle rispettive facciate. «La casa ha un tumore, il bow-window. Sarà il surrealismo a dipingerlo: dalla casa prolifera un’escrescenza carnosa». L’insistente nominalismo ha dissolto, con un lavoro che occupa tutta la storia, il corpo delle immagini e dei simboli – la città ne è divenuta la morgue. Loos, nel suo slancio, vede già un’umanità illuminata che preferirà oggetti lisci, sgombri da immagini necrotiche, e dimenticherà l’ornamento che ha distrutto. Così non è stato: pur non avendo una apparente giustificazione liturgica, un corpo di immagini è risorto e ha ripreso possesso del mondo, guidato dalla Beatrice infera del Kitsch. Ma la nostra età è segretamente docetista e quel corpo è fantasmatico, puro involucro. Kraus volle ripercorrere all’indietro la storia della forma come involucro, fissarla nell’emblema di un nome. Incontrò Heine, veleno e ferita, il poeta disinvolto nello strazio, cosciente della degradazione e troppo dotato per non tentare di camuffarla: «Ma la forma, questa forma che è un involucro del contenuto, e non esso stesso, che è il vestito per il corpo, non la carne per lo spirito, questa forma doveva pur essere scoperta una volta, prima di stabilirsi per sempre. Se n’è incaricato Heinrich Heine». La precisione dell’attacco, che toccava la debolezza peculiare del romanticismo, incapace di produrre valori medi, per cui «ogni scivolata dal livello del genio significava uno scivolar giù a capofitto dal cosmo bel Kitsch», ha spesso impedito di vedere che in quel saggio non si osava tanto una «valutazione della poesia di Heine, ma la critica di una forma di vita». La stessa vita che trionfa oggi in una versione più scaltra. Ornamento e strumento reggono tuttora le sorti, nel chiasmo di due tendenze: «per l’una l’arte è uno strumento; per l’altra la vita è un ornamento». Questo mutuo omaggio, che corrompe l’arte e la vita, produce una compatta eufonia; ciò che va perduto è soltanto un ricordo: «l’arte mette in disordine la vita. I poeti dell’umanità ristabiliscono ogni volta il caos. I poeti della società cantano e si lamentano, benedicono e maledicono entro l’ordinamento del mondo»“.
La vecchiezza dell’imperatore – monotono e puntuale – riverbera di un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano – uno dopo l’altro – la monarchia danubiana. “Mir bleibt doch nichts erspart(Proprio nulla mi è risparmiato): la frase tante volte ripetuta da Francesco Giuseppe di fronte alle sciagure familiari e politiche, riassume il passivo dramma della Finis Austriae e suggerisce subito la trasfigurazione mitica di questo crepuscolo, ammantandolo di dignitoso e burocratico senso del dovere.
Altro personaggio tangibile di tal epoca è Francesco Ferdinando Carlo Luigi Giuseppe d’Asburgo Este, individuo molto diverso dall’Imperatore: pragmatico con tendenze assolutistiche molto superiori a quelle dell’Imperatore, ha in mente un’idea dell’impero che confligge con l’idea di Francesco Giuseppe.
Francesco Ferdinando ha il sogno di trasformare la “Duplice monarchia” in una “Triplice monarchia” – il cosìdetto trialismo – dove la terza testa dell’aquila sarebbe dovuta essere quella del popolo slavo. L’imperatore – dal suo punto di vista – teme il mondo balcanico, soprattutto il suo carattere d’esaltazione, da sempre ritenuto pericoloso nei confronti degli altri popoli dell’Impero.
Inoltre, va citata, la scomoda situazione del suo matrimonio: Ferdinando si sposa nel 1900 con Sophie Chotek von Chotkowa – donna appartenente ad una antica famiglia nobiliare boema – ed essendo questa “di rango inferiore” agli Asburgo, vede la negazione da parte dello zio (l’Imperatore Francesco Giuseppe) da sempre legato ai matrimoni da un passo “politico” e non sentimentale. Francesco Giuseppe è consapevole che la grandezza degli Asburgo si è costruita tramite la politica matrimoniale, dove l’atto delle nozze è elemento fondamentale della costruzione del successo geopolitico della casata e quindi dell’impero.
Corre il 1912, quando una sera, lo scrittore Hugo von Hofmannsthal da Rodaun annotava: “La nostra vecchia Austria è assediata da ombre nere, da torbidi presagi. A volte mi domando con angoscia verso quali decenni sono avviati i nostri figli, a quale avvenire. Se fossimo uno Stato come gli altri, noi potremmo agire o rimandare l’azione ad altri tempi. Ma per l’Austria – è la mia sensazione – può venire soltanto il peggio. Nella monarchia, quanti problemi, un problema immenso. Quasi in rivolta gli slavi del Sud, non solo i serbi, ma i croati stessi (c’è la legge marziale, e gli arresti e le fucilazioni si susseguono, ma nessuno ne parla). In agguato i boemi, con gli occhi bene aperti, pronti ad approfittare e ad azzannare. In Galizia i ruteni sobillati da mestatori russi. In Italia un odio forte più dell’alleanza. E i russi che fremono, impazienti di saltarci alla gola. All’interno, metà indolenza e metà incoscienza, e problemi ormai troppo aggrovigliati, troppi nodi gordiani. Noi andiamo verso un tempo di tenebre. Ognuno, dentro di sé, lo sente. Noi possiamo perdere tutto da un momento all’altro. E, quello ch’è più grave, anche vincendo in realtà non conquistiamo nulla se non problemi e perplessità”.
Si giunge, così, al giugno del 1914. A Vienna presso il ministero della Guerra si stilano i piani per il viaggio che Sua Altezza Francesco Ferdinando, l’arciduca ereditario, compirà in Bosnia alla fine del mese. È deciso – nonostante minacce e avvertimenti – che l’arciduca assumerà il comando delle grandi manovre delle truppe imperial-regie che si terranno in quell’anno tra gli slavi del Sud. L’itinerario: Francesco Ferdinando salperà da Trieste il 24 giugno, farà una crociera tra le isole della Dalmazia, sbarcherà a Metkovic, proseguirà per Mostar e per Tercin. È deciso che vada a Sarajevo. Il 28 giugno del 1914 si compie l’assassinio dell’arciduca da parte del serbo-bosniaco Gavrilo Princip appartenente ai nazionalisti serbi della Mlada Bosna (Giovane Bosnia): è l’inizio della fine.

A sinistra: il serbo-bosniaco Gavrilo Princip. Nella foto centrale l’arciduca Francesco Ferdinando con la moglie, poco prima di essere uccisi. Nella foto di destra l’uniforme dell’erede al trono conservata in museo.

Francesco Giuseppe convoca – in tutta fretta e per la prima volta in pubblico – Carlo Francesco Giuseppe Ludovico Umberto Giorgio Mario d’Asburgo-Lorena-Este (futuro Carlo I d’Austria) che fino al 1916 sarà l’erede a trono dell’Impero, dopo la scomparsa di suo zio Francesco Ferdinando.
Molti nell’Impero gridano alla vendetta, ma l’Imperatore frena, consapevole che un coinvolgimento in una guerra potrebbe portare economicamente e logisticamente l’Austria-Ungheria al collasso. L’appoggio militare incondizionato della Germania del Kaiser fanno si che il 25 luglio del 1914 l’ambasciatore asburgico rompa – senza autorizzazione dell’Imperatore – le relazioni con lo stato serbo, creando i presupposti per la guerra. Francesco Giuseppe è costretto suo malgrado a firmare la mobilitazione generale: “in questo momento solenne, sono perfettamente conscio di tutta la portata della mia decisione e della mia responsabilità davanti all’Onnipotente. Ho vagliato e ponderato tutto, con coscienza tranquilla intraprendo il cammino che il destino mi addita”. Martedì 28 luglio l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia, credendo che il conflitto rimanga circoscritto ai Balcani, ma quando due giorni dopo anche la Russia dello Zar mobilita l’esercito è chiaro a tutti che lo spazio per la diplomazia è finito: sta per iniziare la “Grande Guerra”. Il morale a Vienna è comunque alto, altissimo: Sigmund Freud – professore straordinario all’Università di Vienna – asserirà “Tutta la mia libido ora è per l’Austria, non sono mai stato tanto austriaco”.
Francesco Giuseppe, fino all’ultimo è contrario al conflitto. Asserirà ai suoi generali “ho conosciuto la guerra, ho ancora il ricordo di Solferino” – come ci racconta splendidamente Roth nella “Marcia di Radetzky” – è un evento che traumatizzò l’imperatore e che rimane in lui come un punto di riferimento. Ma alla guerra pensa il mondo politico, militare – non soltanto austriaco – perché si pensa e si ritiene che un breve conflitto avrebbe potuto costituire un elemento di aggregazione interna e quindi eliminare il pericolo del nazionalismo. Dunque rafforzare la coesistenza dall’interno, tramite una guerra breve e di piena efficacia, contro uno stato modesto e debole.
Sotto questo punto di vista, Francesco Giuseppe sapeva osservare più lontano “della Serbia” cogliendo i rischi di un conflitto ad effetto domino, che avrebbero poi trascinato l’Austria-Ungheria in un conflitto di logoramento che non permise la sopravvivenza dell’Impero, a causa dell’autodeterminazione dei popoli impostagli dagli Stati Uniti e dalle potenze vincitrici.
Unico punto, invece, di convergenza con lo Stato Maggiore dell’Imperial-regio esercito era nell’annientamento serbo, il quale avrebbe potuto rappresentare un punto di forza per eliminare il luogo di aggregazione del mondo slavo e di conseguenza il suo tramite verso la Russia – altra potenza multinazionale, situata alle porte dell’Impero.
Dal punto di vista militare, la situazione dell’Imperial-regio esercito è buona: è considerato uno degli eserciti più efficienti d’Europa, con l’Imperatore che in prima persona si occupa di curare l’apparato bellico, dotandolo di armamenti ed equipaggiamenti moderni, costruendo una serie di infrastrutture (strade e ferrovie) di rilievo, soprattutto nella penisola balcanica.

Alexander Pock, 4º Reggimento di fanteria “Ordine” – 1896

Il modello tecnologico dell’esercito, mal si rispecchiava con l’apparato gestionale di questo: si trattava di un esercito – come molti altri corpi militari dell’epoca – che era stato costruito da un punto di vista tattico per operare con manovre di tipo settecentesco/ottocentesco – secondo la tattica napoleonica – con le grandi manovre per un attacco frontale di sfondamento, che durante la guerra mondiale non sarà più possibile (per lo sviluppo tecnologico dell’apparato bellico, in particolare quello della mitragliatrice, la quale rendeva impari il movimento di offesa con quello di difesa) come già avevano appurato gli Stati Uniti nei lunghi anni della guerra civile della seconda metà dell’ottocento.
Dopo pesanti sconfitte, nel 1915 l’Imperatore propone una pace negoziata, ma nessuno dei suoi generali, né i suoi alleati tedeschi ne vogliono sapere: “le cose ci stanno andando male, forse anche peggio di come sospettiamo: un popolo affamato non può sopportare molto altro”.
La sua salute è sempre più cagionevole e il venti novembre del 1916 si ammala di polmonite, ma nonostante la febbre, continua a lavorare fino alla sua ultima ora. Si spegne alle 21:05 del giorno successivo all’età di ottantasei anni. Per nove giorni, come da tradizione, i sudditi dell’Impero accorrono ad omaggiare la salma del loro vecchio Imperatore. Il trenta novembre, giorno delle esequie, per l’ultima volta si ripete un rituale vecchio di secoli: le porte della chiesa di Sant’Agostino – sepoltura degli Imperatori d’Austria – sono chiuse; il Gran Ciambellano dell’Impero – conte di Montenuovo – per due volte picchiava al portale ed ogni volta un frate cappuccino chiedeva “chi è?”. “Sono Francesco Giuseppe Imperatore d’Austria” rispondeva il Ciambellano, “non conosco Imperatori” asseriva il frate. Alla terza volta il conte di Montenuovo cambiava linguaggio: “sono tuo fratello Francesco Giuseppe, un miserabile peccatore” e le porte si aprivano. Fu l’ultimo funerale di un Imperatore d’Austria.
La scomparsa di Francesco Giuseppe, rappresenta solo simbolicamente la fine dell’Impero asburgico. Il suo lento declino va inscritto già nel “compromesso” del 1867, quando per placare la “questione ungherese” l’Imperatore concesse alla nobiltà magiara il regno in condizioni di parità con l’Austria. Questa operazione portò – come per paradosso – un aumento (e non una diminuzione) del nazionalismo, poiché a livello politico tutte le undici realtà etniche volevano pari diritti e pari rappresentanza in parlamento: diritti che non furono mai concessi e che portarono l’Austria-Ungheria a lotte intestine, molto prima del primo conflitto mondiale.
Il nazionalismo ambiva – come ci hanno tristemente descritto i regimi totalitari – alla perfezione umana. Lo stato Asburgico affidandosi alla fede cattolica – di contro – ambiva al perdono umano, dato dall’imperfezione naturale dell’uomo.
Un impero che perdonava il suo suddito – in quanto imperfetto – era una potenza tollerante, ma le regole erano rigide, proprio a protezione di quei valori cattolici che rappresentavano le fondamenta dell’Austria-Ungheria.
Questo spirito religioso, insieme ai valori, inizia a venire meno negli ultimi dieci anni dell’Impero. Lo scrittore che ne immortala l’essenza è Joseph Roth ne “La Cripta dei Cappuccini”: “Io ero miscredente, come i miei amici, come tutti i miei amici. Non andavo mai alla messa. (…) Per la verità, oggi sono credente, non so più perché l’odiassi. Era di ‘di moda’, per così dire. Mi sarei vergognato se avessi dovuto dire ai miei amici che ero andato in chiesa. Non c’era in loro una vera ostilità verso la religione, bensì una specie di orgoglio nel non riconoscere la tradizione nella quale erano cresciuti. Non è che volessero rinunciare alla sostanza della loro tradizione; ma essi, anzi noi – io ero dei loro – ci ribellavamo alle forme della tradizione, perché non sapevamo che la vera forma è identica alla sostanza e che era puerile scindere l’una dall’altra. Era puerile, come ho detto: e infatti noi allora eravamo puerili. La morte incrociava già le sue mani ossute sopra i calici dai quali noi bevevamo, lieti e puerili. Noi non la sentivamo la morte. Non la sentivamo perché non sentivamo Dio. Fra di noi il conte Chojnicki era l’unico che si attenesse ancora alle formalità religiose, ma anche lui non già per fede, bensì per il sentimento che la nobiltà lo obbligasse a seguire i precetti della religione. Noialtri che li, trascuravamo, ci considerava semianarchici. «La Chiesa romana» usava dire «in questo mondo marcio è l’unica ormai in grado di dare, di conservare una forma. In quanto racchiude nella dogmatica, come in un palazzo di ghiaccio, l’elemento tradizionale delle cosiddette ‘antiche usanze’, procura e concede ai suoi figli tutt’intorno, fuori da questo palazzo di ghiaccio che ha un ampio e spazio vestibolo, la libertà di coltivare l’indolenza, di perdonare l’illecito, e anzi di commetterlo. Mentre statuisce dei peccati, già li perdona. Non ammette assolutamente uomini perfetti: questo è il suo contenuto eminentemente umano. I suoi figli perfetti essa li santifica. Con questo ammette implicitamente l’imperfezione degli uomini. Anzi, ammette l’inclinazione al peccato nella misura in cui non considera più come umani quegli esseri che al peccato non sono soggetti: questi diventano beati o santi. Con ciò la Chiesa romana dà testimonianza della sua fondamentale propensione al perdono, alla remissione. Non esiste più nobile propensione del perdono. Considerate che non ne esiste di più volgare della vendetta. Non c’è nobiltà senza generosità, come non c’è brama di vendetta senza volgarità». Era il più vecchio e il più saggio fra noi, il conte Chojnicki; ma noi eravamo troppo giovani e troppo sciocchi per tributare alla sua superiorità quell’omaggio che essa certamente meritava. Lo ascoltavamo più per compiacenza che per convinzione e, per giunta, c’immaginavamo anche di fargli una gentilezza a starlo ad ascoltare. Per noi, cosidetti giovani, era un uomo maturo. Solo più tardi in guerra, ci fu dato di vedere quanto fosse veramente più giovane di noi. Ma solo troppo tardi, troppo tardi, ci accorgemmo che in realtà noi non eravamo più giovani di lui, bensì semplicemente senza età, per così dire ‘innaturalmente’ senza età. Mentre lui era naturale, degno dei suoi anni, autentico e benedetto da Dio“.
Concluso il conflitto 1914-1918, l’Impero Asburgico esce sconfitto e la sentenza dei vincitori è scioccante per gli austriaci: “Delenda Austriae”. Lo avevano annunciato le forze socialiste, lo avevano proclamato i settori liberali, lo avevano decretato le logge massoniche, come dimostra lo storico François Fetjö in “Requiem per un impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico”.
Il torto dell’Austria? Essere una “monarchia papista”, come affermava con sdegno il primo ministro francese Georges Clemenceau. Cioè un impero, che all’ideale di Fede cattolica univa inscindibilmente un ideale di Civiltà cristiana. Era proprio questo, forse, che dava tanto fastidio alle forze rivoluzionarie. Nonostante deformazioni e manchevolezze, l’Austria esalava ancora il profumo del Sacro Romano Impero – del quale era legittima erede – soprattutto attraverso la dinastia degli Asburgo. Questo, per la Rivoluzione, non era tollerabile.
In extremis, l’imperatore Carlo I, palesemente esente da colpa politica poiché era asceso al trono quasi sul finire del conflitto dopo la morte di Francesco Giuseppe (1916), si appellò al presidente statunitense Woodrow Wilson, la stella ascendente nel panorama mondiale. Da oltreoceano arrivò la stessa sentenza: l’impero andava abolito e l’Austria smembrata in nome della libertà e dell’uguaglianza, elementi che si traducevano nella “autodeterminazione dei popoli” – ideologia che poi non sarà applicata con serietà e omogeneità, dagli stessi vincitori del conflitto soprattutto in ambito coloniale. L’Impero era tramontato.

 

Per approfondimenti:
_Marco Bellabarba, L’impero asburgico – Edizioni Il Mulino
_H. Broch, Hofmannsthal e il suo tempo, – Editori Riuniti 1981
_Gilberto Forti, Il piccolo almanacco di Radetzky – Edizioni Adelphi 1983
_Hugo von Hofmannsthal, L’Austria e l’Europa: saggi 1914-1928 – Edizioni Marietti, Casale Monferrato 1983
_Joseph Roth, La cripta dei Cappuccini – Edizioni Adelphi 1988
_Robert Musil, L’uomo senza qualità – Edizioni Einaudi 1970
_Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo,1942 – Edizioni Mondadori
_Claudio Magris, Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna – Edizioni Einaudi 2009
_Karl Kraus, Detti e contraddetti – 1992
_Alexander Lernet-Holenia, Lo Stendardo – Edizioni Adelphi
_Thomas Mann, Considerazioni di un Impolitico – Edizioni Adelphi
_Joseph Roth, La Marcia di Radetzky – Edizioni Adelphi

 

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