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Crisi e metamorfosi

di Alessandro Poli e Maurilio Ginex  14/11/2017

Un tema annuale incentrato sui due termini Crisi e Metamorfosi pare naturale per un’associazione quale DAS ANDERE, legata al nome dell’architetto viennese Adolf Loos, protagonista e contemporaneo dell’architettura mitteleuropea, e spettatore della finis Austriae. Questo momento epocale non indica però soltanto un periodo storico coincidente con lo scoppio della prima Guerra Mondiale (1914) e il crollo dell’Impero asburgico, ma è la metafora della fine di un mondo, della crisi e metamorfosi del mondo di ieri caro a Stefan Zweig: la fine venne imposta dal senso di cambiamento, dalle inquietudini e dalle perplessità che cominciavano a farsi strada dal termine dell’Ottocento e, prendendo a prestito gli studi di Aldo Giorgio Gargani sull’ambito filosofico e scientifico della Fine Austria, da un sapere senza fondamenti, da una cultura che congeda definitivamente il primato della soggettività moderna e le sue certezze.
Quell’epoca, di contro, sembra parli ancora di noi e dell’oggi, avendo molto in comune con i timori che viviamo in quest’inizio millennio. C’è indubbiamente un’analogia tra l’epoca di Wittgenstein, Heidegger, Musil o Kafka e la contemporaneità. Siamo forse ancora immersi nel temibile e atroce destino di Samsa, il protagonista de La metamorfosi, che trovandosi con le sembianze di uno scarafaggio vive l’impatto con il mondo che lo individua come un estraneo. Kafka, con Gregor Samsa, costruisce un paradigma per una società in crisi, poiché in lui confluisce l’angoscia di fronte a un mondo che ti vede scollato dagli schemi convenzionali, un “diverso” drammaticamente distante ed estromesso dalla società. Così, l’apparente naturalità del tema scelto, se messa in rapporto alla decennale crisi globale e a quella subita dal territorio Piceno, martoriato dal terremoto, diventa un dovere, un’urgenza e un bisogno riflessivo non più prorogabile.
Il concetto di crisi racchiude difatti in modo pervasivo la vita dell’individuo odierno. La crisi ha causato le innumerevoli e drammatiche storie di uomini che nell’oblio esistenziale, per mancanza di occupazione, tentennano nel perdersi o no. La crisi è il sintomo di un male collettivo, di una società con minori punti di riferimento rispetto al passato e sempre più proiettata nel calderone dell’oblio dei diritti. La crisi economico-finanziaria ha portato la società a snaturarsi dalla propria spontaneità nel condurre l’esistenza. L’economia è diventata la struttura egemonica dell’essere umano poiché è proprio in conformità a essa che oggi si contano le mancanze individuali. La crisi genera un cambiamento radicale, una metamorfosi dell’approccio stesso alla vita e bisogna percepirla come una forza agente, la quale forgia le coscienze nella loro evoluzione morale, etica, sociale, tecnica e inventiva.

Di là dal fenomeno prettamente economico, la crisi ha quindi invaso lo spirito globale, nazionale, individuale e locale. L’autenticità dell’essere è minata e diventa un coraggioso eroe chi, di fronte a una crisi normalizzata nel suo sviluppo senza soluzione, sceglie a partire da se stesso e non dall’imposizione degli stimoli esterni; è sempre lo spirito che deve cambiare, perché lo spirito veicola l’agire di una comunità tesa al miglioramento.Le tensioni economiche e politiche nazionali e continentali sono poi diventate ancor più forti in uno specifico luogo come il Piceno, colpito nel 2016 da forti terremoti. E oggi, a oltre un anno di distanza dal sisma, sono ancor più visibili i suoi effetti: dopo i danni strutturali, architettonici, abitativi e paesaggistici – fin da subito evidenti – sono pian piano emersi quelli psicologici, affettivi ed economici. Il deterioramento e la metamorfosi del tessuto sociale, spirituale ed economico, sono ormai evidenti.

Ma se provassimo ad operare lo sforzo di intendere il concetto di crisi in termini di cambiamento, si potrebbe riflettere sull’intento di concedere una valenza positiva alla questione trattata. La crisi è anche da intendersi come qualcosa che, quando si manifesta, oltre a spezzare un equilibrio precedente porta in grembo la capacità di creare un cambiamento, una metamorfosi che può imboccare due strade: l’una quella dello “sviluppo” del male collettivo che la crisi ha generato nell’immediato, dunque senza margini di miglioramento rispetto al prima, l’altra che parla di un “progresso” rispetto a una condizione precedente e di un mutamento positivo che prevede un passo avanti della civiltà.
D’altronde, l’etimologia greca e latina della parola “crisi” ci ricorda i suoi sinonimi originari, che sono scelta, decisione, giudizio e per quanto nell’uso comune abbia assunto un’accezione negativa, si può ritrovare nella parola “crisi” una sfumatura positiva in quanto momento di riflessione, valutazione, discernimento, comprensione – tutti presupposti per una possibile rinascita.
E la stessa metamorfosi – consequenziale alla crisi – è innata nel DNA dell’uomo più di quanto si pensi: è la sua prima natura. La metamorfosi è la modificazione strutturale o funzionale di un organismo vivente. In zoologia è l’insieme dei cambiamenti, talora profondi e complicati, che subiscono organismi di molti gruppi animali al termine del loro sviluppo embrionale, per raggiungere la forma dell’adulto. E il cambiamento metamorfico inteso come trasformazione di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa, è l’elemento tipico di racconti mitologici o di fantasia, già consacrato e chiaro in quell’enciclopedia della mitologia classica che sono Le metamorfosi di Ovidio.
Dunque, in un futuro prossimo ci attende un rinnovamento del sapere, forse della tecnica (si spera), sicuramente del tessuto urbano, economico e socio-locale; ma il mondo di ieri non va nostalgicamente rimpianto o ricostruito com’era. La crisi costringe a una revisione di programmi, ma non solo al ripiegamento; costringe a una libertà in grado di incarnare e realizzare il potere delle metamorfosi. Un “sistema critico” è un sistema in bilico tra ordine e caos, tra grandi potenzialità e crollo definitivo; più importante è non precludersi e rimanere estromessi dall’ambito delle ragioni, creazioni ed emozioni che caratterizzano l’essere umano, un artigiano del proprio avvenire, capace di unire la capacità tecnica con lo spirito .

 

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