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C’erano una volta uomini come Sergio Leone e Jack London

di Guido Dell’Omo del 18/01/2017

Di righe su Jack London ne sono state scritte senza riserbo, come non si è certo risparmiato inchiostro per parlare di Sergio Leone. Il primo, uno dei più grandi scrittori americani, fu reporter fotografico e marinaio per vocazione naturale, sulla cui storia e figura sono stati scritti ben 40 libri postumi alla sua morte. Il secondo, uno dei più grandi registi italiani, fu geniale e allo stesso tempo poco raffinato, come ha spesso ricordato anche l’attore e amico Carlo Verdone, il quale lo conosceva intimamente.
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Jack London, nome completo John Griffith Chaney London (1876 – 1916), è stato uno scrittore e giornalista statunitense, noto per romanzi quali Il richiamo della foresta, Martin Eden, Zanna Bianca, Il tallone di ferro.

Eppure Leone è stato dotato dalla provvidenza di una sensibilità fuori dal comune. Come si afferma sovente: con l’intelligenza si fa poco, poichè questa è spesso nient’altro che mero nozionismo. Per scrivere – o per produrre quella che a noi umani piace chiamare ‘arte’ – bisogna avere una sensibilità pronunciata, altrimenti il percorso può diventare arduo. Ma cosa c’entra uno degli scrittori americani più pagati della storia letteraria statunitense con il regista della “Trilogia del Dollaro” e della “Trilogia del Tempo“? Si può iniziare il discorso, prendendo in considerazione quello che senza dubbio è il vero capolavoro di Sergio Leone: “C’era una volta in America“. Il film si è rivelato per il regista un vero e proprio lavoro ventennale, comportandogli uno sforzo sovra-umano. Il film, del 1984, ha dovuto metabolizzare in decenni quella mole di emozioni che il regista aveva elaborato nel corso di tutti quegli anni e che rischiava di soffocare lo stesso Leone.

C’era una volta in America (Once Upon a Time in America) è un film del 1984 diretto da Sergio Leone, con Robert De Niro, James Woods e Elizabeth McGovern.

Durante la pellicola – potremmo dire quasi all’inizio, considerando che l’opera completa del maestro dura più di 4 ore – il giovane Noodles, che sarà poi interpretato da Robert de Niro – nei salti temporali adottati da Leone – una volta finito di salire gli scalini del palazzo popolare newyorkese, dove abitavano, intrattiene una conversazione con uno dei suoi compagni d’avventure di strada: “Ma che fai, non vai a casa?E cosa torno a fare? I miei litigano, mia madre prega tutto il giorno ad alta voce, ci hanno anche staccato la luce. Almeno qui in bagno riesco a leggere“.
Congedatosi dall’amico, Noodles si chiude la porta del bagno comune alle spalle, si siede sulla tazza del bagno e allunga la mano alla sua destra, verso un libro legato ad una cordicina, quasi nascosto. Per un momento la telecamera indugia sul libro e questo quando viene aperto, si legge chiaramente: Martin Eden, di Jack London.
Ora è il caso di fermarsi a riflettere un istante. Tra tutti i libri della letteratura americana, Sergio Leone ha scelto di far leggere a ‘Noodles’ proprio Martin Eden. Perché? La risposta è più semplice di quanto si creda, perché forse è inutile lasciarsi andare a inutili barocchismi e sdolcinate e pompose righe. Martin Eden, di Jack London, è il manifesto della sensibilità dell’uomo. E’ la prova che anche un rozzo marinaio, sudicio, abituato a vivere nello sporco, nell’umido, a scazzottarsi con gli amici al bar dopo aver ingerito litri di birra, può amare meglio di un uomo borghese con la testa piena di grandi nomi e grandi opere. In questo momento, quando Noodles prende in mano il capolavoro di Jack London, è come se scavalcasse i decenni: tutte le differenze che possono correre tra due giovani vissuti in anni e luoghi diversi, dove pare quasi di riuscire a intravedere lo scrittore-marinaio stringergli la mano, in un cenno di paterna comprensione. C’è una pagina in particolare del romanzo autobiografico del marinaio che riassume un brandello di vita e – con questa – la storia d’amore tra Deborah – interpretata da una meravigliosa Jennifer Connelly ancora bambina – e Noodles.
Recita così, quella che forse è una delle pagine più belle mai scritte sull’amore nella storia della letteratura: “che cosa poteva avere mai a che fare l’amore con le divergenze di pensiero di Ruth con l’arte, sulle scelte di vita, sulla Rivoluzione Francese o sul suffraggio universale? Quelle erano elaborazioni mentali, mentre l’amore andava oltre la ragione, era sovra razionale (…) Grazie ai filosofi della scuola scientifica ne conosceva il significato biologico e, proprio grazie ai raffinati processi di quel pensiero scientifico, arrivò alla conclusione che l’organismo umano raggiungesse i suoi più alti scopi proprio con l’amore, l’amore che non doveva essere messo in discussione, ma doveva essere accettato come la più grande ricompensa della vita. Di conseguenza considerava l’innamorato benedetto tra tutte le creature e si deliziava a pensare a quel ‘folle amante di Dio’, che si eleva sopra tutte le cose terrene, sopra la ricchezza e la razionalità, sopra la pubblica opinione e gli applausi, si eleva sopra la vita e ‘muore in un bacio“.
Ora è il caso di ricordare il discorso pronunciato da Deborah a Noodles. Lui, scugnizzo innamoratissimo di lei – meravigliosa creatura femminile – con due occhi che sono una sfida perpetua.

Neo fotogrammi, tre scene del film “C’era una volta in America”. Deborah (Jennifer Connelly) bambina e adulta insieme a Noodles (Robert De Niro).

Lei, troppo educata, composta, appartenente ad un ceto sociale diverso. Lo ama, ma sa che il loro amore non potrà essere realizzato. Almeno non in questa vita. Cita – allora – modificandolo per l’occasione un passo del Cantico dei Cantici, mentre si guardano negli occhi – come solo due bambini sanno fare, innamorati, dentro lo scantinato del ristorante del padre dove Deborah era solita allenare i suoi passi di danza classica: “il mio diletto è candido e rosato, le sue guance sono oro sopraffino, il suo collo è uno stelo soavissimo – anche se non se lo lava dalla Pasqua passata (…) I suoi occhi sono occhi di colomba, il suo corpo è risplendente avorio e le sue gambe sono due colonne di marmo (…) in calzoni così luridi che stanno in piedi da soli – egli è tutto una delizia ma sarà sempre un pezzente da due soldi, e perciò non sarà mai il mio diletto. Che peccato!”.
Non si somigliano Ruth e Deborah? Non si somigliano – forse – Martin e Noodles? Sergio Leone aveva capito prima di tutti l’affinità tra l’opera che stava portando avanti e quella già affermata di Jack London. Qual è il punto? Forse non c’è. O forse viene da pensare che ci si può impegnare molto a leggere fiumi di inchiostro, senza arrivare mai ad un pensiero così profondo. Se non si nasce con quella sensibilità che permette di soffermarsi su tutto, non vi è possibilità di creare nulla, soprattutto quando l’obiettivo è quello di diventare artisti a tutti i costi, sempre che si voglia usare questo termine iper-inflazionato.
La verità è proprio questa: oggi la maggior parte delle persone afferma di ‘voler diventare uno scrittore’, di ‘voler diventare un regista’. Ma non lasciatevi ingannare. Codesti individui vogliono solo acquisire lo status sociale dello scrittore o del regista. Vogliono – quando camminano per strada con la testa bassa – magari tenendo il bavero del giaccone stretto al collo, che la gente a bassa voce dica: “Guarda, quello è …, lo scrittore!” o “Guarda, quello è … il grande regista! Chissà dove starà andando, cosa starà pensando”. Quanto sono miseri questi personaggi.
Ridateci uomini come Jack London e Sergio Leone: veri, puri e nobili eppure sporchi e rudi, capaci di amare una donna come nessun altro, come capaci di piazzare un gancio come si deve in una rissa al bar.

 

Per approfondimenti:

_Jack London, Martin Eden, Edizioni Einaudi 2009

_Sergio Leone, C’era una volta in America – (1984) film storico-drammatico

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