Alberto da Giussano tra realtà e mito

Alberto da Giussano tra realtà e mitodi Alberto Peruffo del 27/07/2016La figura di Alberto da Giussano è ultimamente tornata d’attualità come simbolo identitario, tanto che in Lombardia è di recente la polemica che vuole la ricorrenza del giorno della battaglia di Legnano come data simbolo per celebrare la festa della Regione.

La battaglia di Legnano in un dipinto di Amos Cassioli

Ma cosa c’è di vero nel mito dell’Alberto da Giussano e cosa è fantasia?
Molte sono state le polemiche all’uscita del film del regista Renzo Martinelli “Il Barbarossa” nel 2009. Accusato di non rispettare i fatti storici e di aver creato un opera ideologicamente schierata.
In effetti la trama del film non rispecchia in alcun modo quello che venne tramandato dai cronisti contemporanei ai fatti. A ben vedere però l’arte cinematografica ha ben poco a che spartire con lo studio della storia, tanto che nessun film, che pretende di trattare argomenti storici, riesce a realizzare un analisi della realtà storiografica, questo perché la storia e il cinema presentano linguaggi diversi, difficilmente conciliabili. Un film, pur ispirandosi a dati reali deve poi rendere appetibile la trama al pubblico.
Le vicende di Alberto da Giussano, a cui è ispirato il film, rappresentano un mito nato due secoli dopo gli avvenimenti della battaglia di Legnano tra i comuni lombardi e l’impero, ma cosa c’è di vero nel mito?
Per i lombardi nessuna vicenda storica raggiunse mai l’epicità dello scontro contro il Barbarossa. La lotta e le strutture politiche che ne conseguirono diedero ai comuni del regno d’Italia la consapevolezza della loro forza, facendone un episodio fondante delle città stato lombarde. Da qui fiorirono una gran quantità di leggende e miti che, soprattutto nel popolo, si trasmisero per generazioni. Il racconto di Alberto da Giussano alla battaglia di Legnano del 1176 fu certo il più pregnante di significati.
Della figura di Alberto da Giussano il primo a riportarne le gesta nelle sue cronache storiche fu Galvano Fiamma nel XIV secolo a ben 150 anni dallo svolgimento dei fatti. Non sappiamo a quali fonti faccia riferimento, molte delle quali andarono perse, probabilmente si ispirò anche a tradizioni orali che fiorirono copiose negli anni successivi l’epica vittoria sull’imperatore.
Essendo lo storico più vicino cronologicamente ai fatti vale la pena soffermarvisi per cercare di districare il mito dalla realtà.
Lo storico milanese scrisse che i Milanesi si preparano per poter resistere all’imperatore Federico Barbarossa, venne fatta una società di novecento uomini che giurano che nessuno sarebbe fuggito dal campo di battaglia per paura della morte e non avrebbero permesso che nessuno tradisse il comune di Milano; e inoltre giurarono che sarebbero scesi in campo a combattere contro l’imperatore ogni giorno. A quel punto la comunità scelse le armi e il vessillo e ad ognuno venne dato un anello in mano; e vennero reclutati come cavalieri al soldo del comune così che, se qualcuno fosse fuggito, sarebbe stato ucciso. Capo di questa società era Alberto da Giussano che aveva il vessillo del comune. Poi venne fatta un’altra società di fanti scelti per la custodia del carroccio, i quali tutti giurarono di preferire morire che fuggire dal campo di battaglia.” (Chronica Galvanica cap. 291 f. 81v)
Ancora sulla battaglia di Legnano Galvano Fiamma riporta la sua versione dei fatti che nell’anno 1176, l’imperatore entrava nel territorio milanese. Soltanto i Pavesi e i Comaschi erano con lui tra tutti gli italici. La Cronaca di Leone narra che arrivò presso il giorno della festa dei santi martiri Sisinno, Alessandro e Martirio. Alberto da Giussano aveva il vessillo della comunità e con lui c’erano due fratelli, giganti fortissimi, ossia Ottone e Rainero, che portavano il vessillo per il loro fratello: sempre (gli) furono compagni sulla destra e sulla sinistra. Iniziata la battaglia, la Galvano riporta la leggenda secondo cui dall’altare tre martiri vennero viste alzarsi tre colombe e posarsi sull’albero del carroccio. Accortosi di ciò, l’imperatore fuggi terrorizzato. Da allora, quel giorno divenne festa solenne (Chronica Galvanica cap. 294 f. 82v).
Lo storico di epoca viscontea presenta Alberto impegnato nell’importante ruolo di alfiere a cui era affidato il vessillo riferimento per i cavalieri di Milano. Solo nel XVI secolo con il Corio il guerriero lombardo sarebbe diventato il comandante della compagnia della morte.
In Galvano Fiamma la figura di Alberto pare idealizzata. Alberto difendeva il vessillo insieme ai suoi due fratelli, Otto e Rainiero, cosa normale per l’epoca che un piccolo gruppo di armati fosse designato all’esclusiva difesa del vessillo da cui dipendeva la compagine degli armati. Essi sono di aspetto gigantesco e qui si raccoglie forse una remota tradizione classica che vede i Galli Insubri, gli antichi abitanti di Milano, come giganteschi e bellicosi. Polibio li descriveva alti, belli e ottimi soldati, così come Giulio Cesare ne apprezzava la disciplina e la prestanza fisica, e anche la loro dote naturale ad organizzarsi militarmente, ciò dovuto anche a causa della posizione strategica di Milano.
A quello della statura, vera o presunta dei tre eroi, nel racconto di Galvano Fiamma si associava il mito della triade, numero sacrale dalle remote origini indoeuropee. Tre erano gli eroi a guardia del vessillo rappresentante la città di Milano, tre i santi milanesi a cui venne dedicata la vittoria e tre le colombe che, per intervento divino, fecero perdere la battaglia al Barbarossa.
Persino i corpi speciali che combatterono a Legnano erano tre; la compagnia della morte, la guardia del Carroccio e i carri falcati di cui accenna Galvano.
Un’altra tradizione di origine indoeuropea e, in particolar modo germanica, si ritroverà legata nella compagnia della morte che Galvano Fiamma, ma ancor più nel Corio, era rappresentata come una società di guerrieri che seguivano il loro capo legati da giuramenti sacri che li votava ad una causa ben precisa, oltre al sacrificio della propria stessa vita. E’ chiaro che la tradizione della compagnia della morte si formò in tempi successivi a Legnano, nell’aurea di leggenda e di apologia che seguì la battaglia negli ambienti milanesi del secolo successivo, in un epoca di forti conflitti tra guelfi e ghibellini dove fiorivano le societas militari e religiose, in particolare quelle legate a circoli penitenziali e di carità cristiana.
Che il racconto di Galvano Fiamma fosse imperniato su una visione mitologica ed escatologica degli avvenimenti lo ritroviamo anche nell’anacronismo dei carri falcati inseriti nella sua cronaca, ma, in realtà, realizzati da mastro Guitelmo e utilizzati nella campagna tra Rho e Legnano nel 1160, senza per altro caratterizzarsi di una particolare efficienza bellica.
Infine la figura di Alberto da Giussano, ingigantita da Galvano Fiamma e dagli storici successivi, doveva essere anche una risposta da parte milanese e, poi, italiana alla figura del Barbarossa che, il giorno di Legnano, ebbe a combattere valorosamente come una furia, coprendosi di gloria.
Storicamente vi è da segnalare un Alberto, ma da Carate, che era tra i consoli di Milano all’epoca della battaglia di Legnano e successivamente, nel 1177, rettore sempre per la città milanese. Così come era stato tra i firmatari del patto istitutivo della Lega nel marzo del 1167, insieme ad un altro delegato milanese, Alberto Longo. Che Galvano Fiamma abbia voluto, deliberatamente, cambiarne la provenienza per ragioni personali è difficile crederlo. Considerando anche che le due figure, quella narrata dallo storico e quella ritrovata sui documenti coevi alla battaglia furono personaggi del tutto diversi. Mai Galvano Fiamma attribuisce un magistero particolare al suo Alberto da Giussano, cosa che invece avrebbe potuto fare per accrescerne l’importanza.
In realtà vi era un Alberto de Gluxano, cioè da Giussano, il cui nome compare in una pergamena attribuita da alcuni storici agli anni finali del secolo, per la precisione il 1196, in cui, assieme ad un elenco di nomi per una supplica al vescovo di Milano degli abitanti di Porta Comacina, vi si legge anche quello di Alberto. La coincidenza di questo Alberto con quello descritto da Galvano Fiamma è comunque speculativa, non essendoci nessuna prova o conferma a riguardo.
Sappiamo però che la famiglia guelfa dei da Giussano era una realtà storica ben documentata fin dal IX secolo, quando i da Giussano ebbero il prestigioso incarico di accogliere solennemente l’arcivescovo di Milano Ansperto da Biassono, il 20 giugno 869, scortandolo sino alla basilica di Sant’Ambrogio.
I da Giussano furono quindi una ricca famiglia della feudalità minore proveniente dal lontano contado milanese, il “Castrum de Gluxiano”, che, come la maggior parte della nobiltà milanese, era stata fatta venire, con le buone o con le cattive, a risiedere in città, dove le famiglie nobili realizzavano case fortificate appropriandosi d’intere porzioni di quartieri chiusi all’esterno vivevano così con i loro, famigli, cioè; famigliari, servi e protetti a loro fedeli.
Al tempo della guerra con il Barbarossa i da Giussano, oltre alle terre avite, possedevano proprietà e palazzi a Milano, risiedendo nel quartiere di San Bartolomeo, appartenente alla contrada di Porta Nuova, dove si schieravano in tempo di guerra.
Un Otto da Giussano era presente in documenti legali del 1183 e successivamente del 1190, e, anche se, niente indica che possa essere il fratello del più famoso Alberto, non si può neppure escluderlo. La famiglia guelfa dei da Giussano, dopo aver ricoperto importanti incarichi nell’amministrazione milanese nei secoli successivi a Legnano, si estinse nel XVIII secolo e i documenti di famiglia andarono purtroppo irrimediabilmente perduti.
Nulla però vieterebbe che un rappresentante della nobile famiglia abbia militato nella cavalleria milanese durante la battaglia di Legnano. Ne ci sarebbe da stupirsi se un da Giussano possa avere avuto l’onore di combattere come alfiere, protetto dai suoi fratelli, e, magari, anche di distinguersi nel duro scontro di quella giornata di fine maggio. Se poi le gesta del nobile cavaliere vennero tramandate oralmente per poi essere riprese e rielaborate da Galvano Fiamma non è dato sapere. Troppo diverso il racconto da Chansons de geste tramandatoci dallo storico del trecento da quello che effettivamente avrebbe dovuto essere il vero Alberto da Giussano, la cui figura storica rimarrà per sempre un mistero.
Successivamente il mito di Alberto da Giussano si evolse contemporaneamente con l’epoca storica in cui il mito e le vicende della battaglia venivano raccontate e di volta in volta riadattate. Dal racconto escatologico di Galvano Fiamma si passò all’esaltazione del mito della cavalleria del Corio, in un epoca infarcita di poemi cavallereschi, per poi arrivare alla rielaborazione risorgimentale dove il nostro eroe venne considerato un patriota antesignano della causa d’indipendenza dal dominio tedesco.
I miti sono parte integrante della storia dei popoli ed è ad essi che si fa riferimento nelle vicissitudini politiche pur riadattandone i contenuti e prescindendo dalla realtà storica da cui tali miti provengono. Basti pensare alla resistenza e al suo mito, necessario per legittimare la nascita e l’esistenza della Repubblica Italiana, mito che in realtà ha poco a che vedere con la complessa realtà storica.

Statua di Alberto da Giussano

Oggi, in un epoca nella quale gli Stati nazionali hanno sempre minor peso a favore delle istituzioni globalizzate, il mito di stampo nazionalista di Alberto da Giussano è passato ad indicare una volontà di rivolta alla globalizzazione in senso identitario, favorevole alle comunità locali all’interno di organismi sovranazionali che ricordano il Sacro Romano Impero dell’epoca del Barbarossa. Così, nel suo film, Martinelli ridà al mito di Alberto da Giussano un significato che, più di altri in passato, si avvicina alla realtà dei fatti di quel particolare periodo storico in cui non si contestava l’imperatore o l’impero ma si chiedeva una maggior autonomia politica e fiscale.
 
Per approfondimenti:
_Il trionfo della Lega Lombarda 1174-1176, “Chillemi edizioni”
 
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Gli antichi e i moderni, giganti e nani, una storia infinita

Gli antichi e i moderni, giganti e nani, una storia infinitadi Giuseppe Baiocchi del 24/06/2016Così come noi lo conosciamo oggi, il medioevo è un epoca lunghissima disseminata di molteplici eventi. Il medioevo delle invasioni barbariche non è simile al medioevo della Firenze di Dante, non vi può essere confronto, ma il rischio di morire di peste, che ci fosse una guerra devastatrice, soprusi e abusi, ingiustizie, morire giovani e molto altro: tutto ciò era certamente vero al tempo di Giulio Cesare, di Pericle, nel medioevo, nel Re sole, nei Savoia e fino ad oggi, come si evince dal contesto ucraino, o nel medio oriente.

La particolarità di questa epoca, che di riflesso è giunta fino ai giorni nostri è l’idea che si ha del medioevo stesso, da sempre considerato un periodo oscuro e arretrato. 
Se si chiedeva ad un uomo “medievale” in che epoca egli pensasse che vivesse, questi avrebbe risposto sicuramente che non era “medievale” appunto (evo-medio, periodo di mezzo), ovvero fra il prima e il dopo. Anche noi stessi non conosciamo quale epoca si succederà alla nostra e questa incognita era certamente la stessa anche per loro. Dunque se si avesse chiesto (non al contadino, ma ad un intellettuale, quale un frate, uno scrittore) l’identità ad un uomo, oggi per noi questo medievale risponderebbe che lui era un “moderno” che la loro epoca era moderna, la migliore. E’ ovvio.
Perché non erano più “gli antichi”. Loro hanno molto chiara questa idea che il mondo è cambiato, cambiato rispetto alla antichità.
La concezione antica del mondo, il quale viveva per aree di influenza, come quella mediterranea, iberica, nord continentale non esiste più. La caduta dell’impero romano (476 d.C.) muta a poco a poco questi meccanismi creando quella che oggi noi occidentali chiamiamo Europa: nascono così  le etnie degli inglesi, francesi, tedeschi, italiani, le quali prendono il posto di quelle che un Cicerone conosceva e che divideva per Goti, Franchi, Cartaginesi.
Altro elemento si riscontra nella architettura: gli edifici antichi sono crollati e vengono usati come materiale di riporto, ma la vera forza dell’uomo che noi oggi identifichiamo come medievale era la fede in Dio. Questi uomini riconoscendo la grandezza e la maestosità degli antichi, ne riconoscono anche la loro unica grande debolezza: la mancata conoscenza e credenza di Gesù Cristo, poichè questo non si era ancora rilevato. Nel medioevo la maggior parte dei popoli sono tutti cristiani fin dalla prima ora.
L’uomo medievale dunque si sentiva superiore all’uomo antico, per via della fede in Dio che gli assegnava più conoscenza, soprattutto spirituale. Essi vivono dopo la venuta di Cristo e non durante il suo arrivo, quindi considerano la loro epoca la migliore.
Una frase coniata da un filosofo medievale molto famosa asserisce: “gli antichi erano dei giganti, noi in confronto siamo dei nani, però noi saliamo sulle spalle di quei giganti e vediamo più lontano di loro”. L’uomo medievale conserva gelosamente i tomi antichi, scritti in greco e latino, ma oltre alla sapienza proprio la fede permette loro di elevarsi al di sopra dell’età dello splendore classico.
Si definiscono “moderni” e per secoli riconoscono la loro superiorità soprattutto per quello che compiono: hanno la sensazione di vivere in un mondo in crescita, in progresso, dove si creano nuove tecnologie. I professori di Oxford iniziano nel duecento a studiare fisica e ottica scrivendo libri in latino, non è il latino di Cicerone perché inventano termini nuovi.
Nel campo dell’architettura, gli architetti conosco benissimo la differenza tra le loro cattedrali e i templi classici, ma non ne vedono un limite o un problema, poiché considerano la loro epoca la migliore delle epoche. Edificano edifici moderni fino al punto che nel basso medioevo gli artisti, gli architetti, i filosofi, i letterati convinti di vivere nel mondo perfetto iniziano a riflettere sull’ignoranza degli individui alto-medievali.
Se prendiamo ad esempio la Divina Commedia di Dante Alighieri, questa cento anni dopo non era poi considerata il capolavoro scontato che è oggi, per via del suo latino che per un letterato
basso-medievale era considerato “rozzo” (il latino alto-medievale era ricco di terminologie nuove, le quali vengono considerate di basso livello qualche secolo dopo). Essi scrivono un latino molto migliore, si arriva alla percezione di tornare alla perfezione del latino di Cicerone, “come quello degli antichi” questo era il motto degli umanisti che fissano questi concetti come regole da seguire indiscutibili.
L’entrata in scena di Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti (siamo già nel tardo-medioevo, 1400) a Firenze segna una svolta nel pensiero: si inizia a screditare l’architettura romanica e gotica alto-basso medievale. Ha così inizio il primo “futuro del classico” ovvero la riproposizione del classico come stile che rappresenta il bello per eccellenza (bellezza deriva dalla natura, la natura da Dio).

Cupola di S.Maria del Fiore a Firenze – Filippo Brunelleschi

Così per S.Maria del Fiore, Brunelleschi partecipando al concorso per finire il Duomo di Firenze progetta non più guglie o i pinnacoli, ma una cupola “come quelle antiche”. Il risultato è stupefacente: vince il bando.
E così dunque vi è poco da fare, se si vuole essere moderni non bisogna più progettare le grandi cattedrali come quelle di Notre Dame, o il Duomo di Milan. A poco a poco le chiese medievali iniziano ad essere definite “gotiche”. Ma perché gotiche? Chi sono i Goti? Sono i barbari che hanno distrutto l’impero romano d’occidente. Le cattedrali verranno chiamate gotiche nel momento in cui il gusto comincia a mutare e vengono fuori nuovi architetti che vogliono far “rinascere” la cultura in tutte le sue forme, da qui Rinascimento.
Il “gotico moderno” per un neo rinascimentale era considerato barbaro, di cattivo gusto, un poco come noi oggi consideriamo l’arte contemporanea o alcune architetture avveniristiche e gli architetti del 400 erano innamorati del Phanteon, dell’Anfiteatro Flavio non di Notre Dame, rinascono gli archi e le colonne: Serlio inventerà la famosa serliana e l’architettura torna classicheggiante come non mai, un “neoclassico” propriamente detto. Perché cosa è neoclassico? Ritorno al classico, poiché l’uomo in ogni secolo ha cercato nell’architettura un’identità per la propria epoca e lo ha sempre fatto attraverso il reinterpretare lo stile classico greco e romano, si guardi Palladio, Schinkel, Speer o Piacentini.
Inizia a serpeggiare, così, l’idea che l’uomo medievale per edificare degli edifici spirituali così orribili doveva proprio vivere in tempi oscuri. L’arrivo dei barbari, appunto, (il termine barbaro significava tutto ciò che è diverso da me, ovvero dai romani intesi come civiltà) portò ad interpretare la coniazione di nuovi termini in latino come un imbarbarimento della lingua dotta per eccellenza. L’epoca medievale viene considerata patetica, barbara, oscura: da qui il grande falso storico del medioevo come secolo oscuro.
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L’uomo del Rinascimento, invece, si autodefinisce “moderno” definendo barbaro quello medievale e antico l’uomo classico. Il passaggio per loro (a differenza dell’uomo medievale che interpretava la sua superiorità rispetto all’uomo classico data dalla fede in Dio) avviene con il crollo dell’ultimo impero antico, greculo, ovvero quello bizantino, 1453 crolla Costantinopoli (antica Bisanzio) da parte del nuovo impero Ottomano e gli antichi ereditieri dell’Impero romano d’oriente cessano di esistere.
Successivamente la scoperta dell’America il 12 ottobre del 1492 ad opera di un genovese Cristoforo Colombo che credeva di aver scoperto una nuova via per l’India segna il passaggio di consegne con l’epoca moderna. Ma se pensiamo che la navigazione ha fatto passi da gigante proprio nel medioevo, con l’invenzione della bussola e molte altre migliorie navali, possiamo riflettere che un’po’ l’America l’hanno scoperta anche i “barbari” medievali.
L’ultimo evento che succede per il cambio di mentalità, già in atto, è la riforma protestante, quando Lutero si reca alla chiesa di Wittemberg e fissa sulla porta della chiesa le sue 95 tesi, le quali spiegano che il Papa insegna del credo blasfemo, sbagliato, chi crede nel Papa non crede nulla del significato vero del cristianesimo. Era molto tempo in verità che il Papa ingannava la opolazione credente con la pratica della vendita delle indulgenze, il procreare figli illegittimi, scatenare guerre, accumulare danaro, creare l’inquisizione, mantenendo il suo popolo nell’ignoranza.
Il Cristianesimo è degenerato quasi subito, proprio con i tempi “barbari medievali”. Così l’uomo rinascimentale riabilita anche il cristianesimo e anche per questo è superiore a tutto e tutti. I  secoli dei Papi, dell’Inquisizione, dell’incastellamento erano oscuri. Si inventa anche la stampa, mentre nel medioevo si usava ancora scrivere i libri a mano.
Diviene per tutti, dunque, “periodo di mezzo” proprio perché considerato vergognoso e di scarso valore che tale epoca si è trovata nel mezzo di due epoche gloriose: quella classica e quella appunto “moderna” (rinascimentale).  Nasce il termine medio-evo ovvero età di mezzo proprio per non concedere neanche un nome a quel periodo storico.
Successivamente gli storici hanno asserito che, di contro, il medioevo è una grande epoca per via delle grandi innovazioni tecnologico/culturali. Oggi nessuno oserebbe affermare di abbattere Notre Dame, come invece era normale asserire ad un viaggiatore del seicento o del settecento che giungeva in carrozza davanti alla chiesa francese sperando ogni volta che questa fosse abbattuta. per la sua “incommensurabile bruttezza” e lasciar posto ad un edificio nuovo, neoclassico. 
Quindi oggi, contemporaneamente, il medio-evo rimane ancora il “secolo oscuro”! Corsi e ricorsi storici: ma la nostra epoca non ci appare tecnologicamente superiore alle arretratezze novecentesche? La domanda è emblematica.
 
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