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di Giuseppe Baiocchi 04/02/2017

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Gli ultimi anni dell’Impero asburgico vedono come assoluto protagonista Francesco Giuseppe I d’Austria – diventato imperatore a soli diciotto anni – marito di Elisabetta di Baviera, da tutti ricordata come Sissi, ed è stato per quasi sette decenni l’incarnazione della monarchia Austro-Ungarica.
La famiglia degli Asburgo segna in maniera significativa la storia europea ottocentesca, novecentesca e la morte dell’imperatore sarà notizia di immensa drammaticità per tutto l’impero che iniziava ad osservare la disgregazione politica e successivamente sociale dei suoi territori. Lo scrittore Joseph Roth immortala l’evento della morte dell’Imperatore e ce ne fa percepire l’atmosfera: “Quando fu seppellito, ero lì, uno dei tanti soldati della guarnigione di Vienna, con la nuova uniforme grigio-azzurra che di lì a qualche settimana avremmo portato al fronte, uno dei tanti che riempivano le strade. La commozione che nasceva dalla consapevolezza di vivere una giornata storica che si accompagnava alla contraddittoria tristezza per il declino di una patria che aveva educato i suoi figli all’opposizione (…) e mentre misuravo esarcerbato la vicinanza della morte, cui mi mandava incontro il defunto imperatore, mi sentivo preso dalla cerimonia per la sepoltura di Sua Maestà (…) capivo con chiarezza l’assurdità dei suoi ultimi anni, ma non potevo nascondermi che questa assurdità era stata anche una parte della mia fanciullezza (…) il freddo sole degli Asburgo si spegneva, ma era stato pur sempre un sole”.
[caption id="attachment_7740" align="aligncenter" width="1531"] Nella prima immagine: Francesco Giuseppe I d'Austria, (1830 – 1916), è stato Imperatore d'Austria (1848-1916) e Re d'Ungheria (1867-1916). Regnò sul neo riformato Impero austro-ungarico dal 1867 e sul Regno Lombardo Veneto fino al 1866. Apparteneva alla casa d'Asburgo-Lorena. Nella immagine di destra: cartina politica dell'Impero Austro-Ungarico.[/caption]
A cent’anni dalla scomparsa dell’Imperatore, la figura di Francesco Giuseppe viene valutata molto positivamente dagli abitanti della sua capitale: Vienna. Molte sono state, difatti, le iniziative e i festeggiamenti, organizzati in occasione del centenario della morte. La memoria di Francesco Giuseppe – come tutti gli altri sovrani asburgici – è molto forte in Austria e la motivazione non si ritrae solo nel “mito asburgico” celebrato dal grande filone letterario, ma è la consapevolezza storica - diffusasi nell’immaginario collettivo del paese -  che la stessa Austria è stata resa grande solo durante il periodo degli Asburgo: ovvero quel lasso di tempo storico che intercorre i secoli che vanno tra la metà del XVI secolo, fino alla prima metà del XIX secolo.
Il nome "Asburgo" deriva dall'Habichtsburg (contratto in Habsburg), castello situato nell'omonimo comune del cantone svizzero di Argovia, sulle sponde del fiume Aare. La "Rocca dell'Astore" - questo il significato in tedesco - è stata la sede originaria e feudo comitale della famiglia. Difatti erano cortigiani dell'Imperatore Federico I Hohenstaufen detto "Barbarossa", che seguivano nei cortei reggendo l'astore, da cui il nome. Il motto della dinastia A.E.I.O.U. viene in genere interpretato in: "Austriae est imperare orbi universo", tradotto "spetta all'Austria regnare sul mondo".
Il nome di Francesco Giuseppe è già di per sé singolare, poiché sembrerebbe riunire due grandi sovrani asburgici: il nonno Francesco (Francesco Giuseppe Carlo Giovanni d'Asburgo-Lorena) e lo zio Giuseppe II (Giuseppe Benedetto Augusto Giovanni Antonio Michele Adamo Davide d'Asburgo-Lorena). Per tre lunghi secoli questa famiglia porta l’eredità del Sacro Romano Impero (anche dopo la soppressione di “imperatore dei romani”).
Il cinquantesimo anno di Regno di Francesco Giuseppe è festeggiato con grandi opere pubbliche e manifestazioni imponenti. Alla soglia dei sessanta anni (nato nell’estate del 1830), è il sovrano di un impero di 624.856 chilometri quadrati con 45.000.000 di abitanti tra varie etnie: tedeschi, cechi, polacchi, ruteni, rumeni, croati, slovacchi, serbi, sloveni, italiani e ungheresi. La capitale Vienna è una delle città più vive e importanti dal punto di vista culturale in Europa e di conseguenza del mondo, come ci racconta lo scrittore austriaco Stefan Zweig, ne “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, 1942”: “Fra tutte le città europee, Vienna era sicuramente quella in cui questa aspirazione alla cultura era più appassionata. Poiché l’Austria e la sua monarchia avevano da secoli perduto ogni ambizione politica e non avevano conosciuto particolari vittorie nelle loro imprese militari, l’orgoglio patriottico aveva cominciato a manifestarsi nel desiderio di una supremazia in campo artistico. (…) Di qui erano passati i Nibelunghi, qui gli immortali sette astri della musica – Gluck, Haydn e Mozart, Beethoven, Schubert, Brahms e Johann Strauss – avevano illuminato il mondo con il loro fulgore, qui erano confluiti tutti i movimenti e le correnti della cultura europea. A corte, tra i ranghi dell’aristocrazia e in seno al popolo al sangue tedesco si univano quello slavo, ungherese, spagnolo, italiano, francese e fiammingo; saper fondere armonicamente questi contrasti in una nuova e peculiare realtà – quella dello spirito austriaco, della “viennesità” – fu l’elemento di vera genialità proprio di questa città musicale. Accogliente e dotata di una sensibilità particolare, questa città sapeva attrarre a sé, conciliandole, mitigandole e addolcendole, le forme più disparate. Era dolce vivere in una simile atmosfera di intesa e di accordo spirituale in cui ciascun cittadino riceveva quasi senza rendersene conto un’educazione cosmopolita e internazionale. Quest’arte dell’assimilazione, questa capacità di cambiare e adattarsi in modo armonico e impercettibile, si manifestava già nell’aspetto esteriore della città”.
[caption id="attachment_7741" align="aligncenter" width="1024"] Nella foto scorcio di Vienna, nella Mariahilfer Stra§e ai primi del 1900.[/caption]
Tornando ai festeggiamenti per il suo cinquantesimo anno di Regno, solo una persona sembra volersene restare in disparte: è l’Imperatrice Elisabetta (Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach) che tutti nell’Impero chiamano Sissi. Dopo il suicidio del figlio Rodolfo d'Asburgo-Lorena (1889) si è progressivamente ritirata a vita privata e il 16 luglio del 1898 - su consiglio dei medici della casa reale - parte per un viaggio curativo in Svizzera. L'Imperatore spera di vederla tornare rinfrancata dall'aria di montagna, ma il 10 settembre del 1898 alle 16.30 gli perviene la tragica notizia che la moglie è deceduta dopo un accoltellamento da parte di un anarchico italiano Luigi Lucheni, il quale poco dopo l’arresto confessò alla polizia le motivazioni del suo gesto: “Perché sono anarchico. Perché sono povero. Perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi”.
Quella dell’Imperatore e della sua consorte fu una grande storia d’amore, duratura nel tempo, malgrado alcune interpretazioni sui viaggi della regina apostolica d'Ungheria, regina di Boemia e di Croazia. E’ una storia d’amore che non viene intaccata dalla diversità caratteriale dei due personaggi: Francesco Giuseppe era nato, cresciuto e educato all’interno della corte degli Asburgo; Elisabetta è estroversa, amante dello sport, si sforza di vivere a corte. I loro rapporti non vengono incrinati neppure dalle grandi disgrazie familiari della corte, né dalle loro diverse visioni politiche, con l’Imperatrice Sissi anti-italiana e protettrice degli ungheresi:  avrà peso politico nel riconoscimento dell’Ungheria del 1867, trasformando l’Impero nella duplice monarchia austro-ungarica.
Un Impero multietnico retto con saggezza dall’Imperatore che dimostra grande capacità di tenere uniti tanti popoli e tante lingue. L’Impero austriaco è una costruzione che nasce nel 1804 come monarchia ereditaria, in seguito alla formazione del primo Impero francese da parte di Napoleone Bonaparte (Napoleone I). Il primo imperatore d'Austria fu Francesco I, che al tempo aveva anche il titolo di Sacro Romano Imperatore. Questo titolo fu abbandonò nel 1806 in seguito al disfacimento del Sacro Romano Impero. Per mantenere il titolo si proclamò imperatore d'Austria.
Dopo alcuni tentativi di riforma costituzionale, per gli Asburgo arriva la pesante sconfitta militare contro l’espansionismo tedesco a guida prussiana (a guida originale degli Hohenzollern che acquisiscono il titolo reale nel 1701) che con la battaglia di Sadowa (1866) impone la guida della cultura tedesca non più agli austriaci, ma ai prussiani. Francesco Giuseppe crea così il 12 giugno del 1867 “L’impero Austro-Ungherico” per poter avere ancora sul quadro geopolitico il titolo di Imperatore e non lasciarlo solamente a Napoleone III.
L’Impero di Francesco Giuseppe ha diversi punti di forza, come la sua multi-nazionalità, multi-confessionalità e multi-culturalità che vigono come carattere unico - in quel momento storico - sul  continente. Inoltre l’imperatore – per capacità e bravura personali - era riuscito ad essere percepito come il punto di riferimento e come garante della sicurezza di tutti gli stati facenti parte dell’Impero. Tuttavia all’inizio dell’ottocento all’interno delle singole nazioni, parte un travaglio sociale – di carattere nazionalista – derivante dalla nascita, in Francia, del concetto di nazione derivato dall’illuminista Rousseau. Successivamente i moti europei del 1848, accelereranno il flusso dell’autodeterminazione, che esploderà nei moti delle “rivoluzioni del 1848” chiamate “primavere dei popoli”, che si identificarono come movimenti rivoluzionari massonico-borghesi.
Questo nazionalismo era incrementato dopo l'Ausgleich, - “compromesso” utilizzato per indicare “l'Österreichisch-Ungarischer Ausgleich" (il compromesso Austro-Ungarico) -, ovvero la riforma costituzionale promulgata il 12 giugno 1867 da Francesco Giuseppe, con il quale l'Ungheria otteneva una condizione di parità con l'Austria all'interno della monarchia asburgica, segnando il passaggio dall'Impero Austriaco all'Impero Austro-Ungarico.
L'accordo non risolse il problema etnico, facendo rimanere molte disparità tra i popoli: la duplice monarchia mantenne su un livello piramidale le varie popolazioni dell'impero multi-etnico, ponendo al vertice solo gli austro-tedeschi e gli ungheresi, ed inserendo in minoranza le popolazioni slave. Infatti in base al ristretto suffragio censitario presente in entrambe le entità statali, i tedeschi ottennero il 67% dei seggi nel parlamento di Vienna e i magiari il 90% di quello di Budapest, anche se entrambe le popolazioni non superavano il 40-50% nei rispettivi Stati.
Ironicamente Robert Edler von Musil, nel suo celebre “L'uomo senza qualità”, sul problema dell'Ausgleich si esprimeva: “Questo concetto dello stato austro-ungarico era così stranamente congegnato che sembra quasi vano tentar di spiegarlo a chi non ne abbia personale esperienza. Non era fatto di una parte austriaca e di una parte ungherese che, come si potrebbe credere, si completavano a formare un tutto, ma di un tutto e di una parte, cioè di un concetto statale ungherese e di un concetto statale austroungarico, e quest'ultimo stava di casa in Austria, per cui il concetto statale austriaco era in fondo senza patria. L'austriaco esisteva soltanto in Ungheria, sotto forma di avversione; a casa sua si dichiarava suddito dei regni e dei paesi della Monarchia austroungarica rappresentati alla Camera, che sarebbe come dire un austriaco più un ungherese meno quest'ungherese; e non lo faceva per entusiasmo, ma per amore di un'idea che gli ripugnava, perché non poteva soffrire gli ungheresi, così come gli ungheresi non potevan soffrire lui, cosicché la faccenda diventava ancor più complicata. Molti perciò si definivano semplicemente polacchi, cèchi, sloveni o tedeschi, e questo produceva ulteriori divisioni”.
Il 28 Giugno del 1900 Francesco Giuseppe e la famiglia si trovano riuniti presso la sala del consiglio di Hofburg (la residenza ufficiale dell’Imperatore a Vienna), dove l’erede al trono Francesco Ferdinando (Francesco Ferdinando Carlo Luigi Giuseppe d'Asburgo Este) pur di sposare la contessa Sophie Chotek von Chotkowa (aristocratica di rango inferiore) rinuncia ad ogni diritto di successione. Per l’anziano Imperatore - dopo i dolori causati dalle morti del figlio e della moglie - spera di essersi assicurato così una vecchiaia tranquilla.
Dal punto di vista politico – come detto – l’Impero è eroso dai vari nazionalismi, soprattutto nell’area dei Balcani a causa della progressiva disgregazione dell’Impero Ottomano e dalle mire espansionistiche della Serbia. La monarchia asburgica si sente sempre più accerchiata a Sud dalla Serbia, ad Est dalla Russia zarista e ad ovest dall’Italia, che - pur facendo parte della Triplice alleanza -, non nasconde di volersi annettere il Trentino. Solo la Germania di Guglielmo II – con il suo temibile esercito – continua a restare saldamente al fianco degli austriaci.
[caption id="attachment_7742" align="aligncenter" width="1444"] Franz von Matsch, Omaggio dei Principi tedeschi all'Imperatore Francesco Giuseppe. I principi tedeschi guidati dall'Imperatore Guglielmo II porgono gli auguri all'Imperatore Francesco Giuseppe per i sessantanni del suo Regno. La scena si svolge nella sala da ricevimento dell'Imperatrice Maria Teresa e che oggi porta il nome di Maria Antonietta.[/caption]
Il 12 Giugno del 1914 i sovrani dei due paesi alleati si incontrano per discutere le voci di una alleanza della Romania con la Russia, elementi che inquietano l’animo dell’anziano Imperatore. Il Kaiser tedesco si dichiara pronto a tutto – anche ad una guerra – pur di difendere il prestigio degli Asburgo, ma Francesco Giuseppe vuole a tutti i costi evitare un conflitto che ritiene mortale per la sopravvivenza dell’Impero. Ovunque si respira un senso di fine imminente: scrittori, artisti, filosofi, architetti riflettono su questo senso di ineluttabile decadenza che diventerà l’inconfondibile marchio di tutta un’epoca. A Vienna Karl Kraus su una rivista satirica “la Fiaccola” scrive: “tutto è in attesa della fine imminente. A vostra grazia auguro una bella fine del mondo”.
Nonostante le problematiche politico-sociali, Vienna è la culla della civiltà. La civiltà asburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, uno malinconico di consapevole declino - sopportato con tacita dignità - e una elegante leggerezza spensierata. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell’ultima illusione mitteleuropea.
Nella sua accezione culturale, la mitteleuropa richiama la specifica civiltà vissuta dal multinazionale mondo asburgico, dov’è essenziale la componente ebraica. Si viene a creare una vita e una produzione culturale in ogni campo del pensiero e dell’arte che raggiunge vertici altissimi.
[caption id="attachment_7743" align="aligncenter" width="1648"] Tra i più noti esponenti della Finis Austriae ricordiamo Ludwig Josef Johann Wittgenstein, Adolf Loos, Arnold Franz Walter Schönberg, Oskar Kokoschka, Robert Edler von Musil, Arthur Schnitzler, Hugo von Hofmannsthal , René Karl Wilhelm Johann Josef Maria Rilke, Franz Kafka, Aron Hector Schmitz (Italo Svevo), Joseph Roth, Karl Kraus, Elias Canetti, Alexander Lernet-Holenia, Gregor von Rezzori.[/caption]
La cultura diviene così espressione della crisi epocale dell’Occidente, intesa come perdita dell'identità del soggetto, il quale cerca di differire la fine e strapparle qualche momento di piacere e d’abbandono nella letteratura, nell'arte, nell'architettura, nella filosofia, nella musica e in ogni campo culturale. Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità. Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro, e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell’imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata, ma più danzante e sorridente di quella parigina. La musica - l’arte piú apolitica - era sempre stata la liberazione e la catarsi dell’anima austriaca. "L’Austria è diventata dapprima spirito nella sua musica" , dirà Hofmannsthal quando già infuriava la guerra mondiale. Negli ultimi anni dell’imperial-regia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa piú intenso e pressante, assume delle proporzioni piú vaste e scende a un livello piú popolare; la dolce medicina si fa piú superficiale e accessibile. Dalla serenità di Mozart e dall’idillio di Schubert si giunge a Strauss e a Lehàr. Vienna capitale del piacere sarà anche capitale della musica, creando una notevole civiltà culturale per quanto riguarda il legame e l’affiatamento tra arte e pubblico. Anche i grandi musicisti come Gustav Mahler e Richard Strauss collaborano, a loro modo, allo splendore raffinato dell’età di Francesco Giuseppe. Gli anni che vedono Mahler alla direzione dell’Opera di Stato (1897-1907) segnano l’apogeo di questa festa culturale.
In campo architettonico, se i valori etici venivano ricoperti da valori estetici, dove quest’ultimi non si sviluppavano su base etica - un valore estetico che non si sviluppi su una base etica è esattamente sofisticazione -, l’architettura si trasforma proprio nel suo contrario, ovvero nel suo artificio, in una sola parola nel Kitsch.
La reazione in campo architettonico è immediata in Adolf Loos – architetto boemo, trapiantato a Vienna - che nei suoi scritti per la rivista Das Andere asserirà: “L’ornamento è delitto”. Come capitale del Kitsch, Vienna era diventata anche la capitale del vuoto di valori dell’epoca. Il lavoro, per certi versi straordinario in campo accademico e sicuramente precursore di un linguaggio architettonico successivo, portò Loos a razionalizzare l’architettura, ponendolo come uno dei padri fondatori del razionalismo europeo: semplificazione delle superfici, rigoroso studio volumetrico, superfici ampie e coperture nette, uso dell’intonaco bianco dove vige il decoro e non l’ornamento.
Il suo pensiero architettonico è alla base della salvezza di Vienna, alla base della sua purificazione - “ornamentale”- architettonica, quindi spirituale.
Lo scrittore Roberto Calasso, ne “La muraglia cinese, - la morgue dei simboli” coglie appieno il concetto, creando un parallelismo calzante con Kraus: "L'aura di queste due potenze indivise è l'equivoco. (...) In disparte «parlando nel vuoto», due esseri non concilianti insistono che fra i due oggetti sussiste una differenza: sono Adolf Loos e Karl Kraus. Rispettivamente nel 1908 e nel 1910 pubblicheranno ciascuno uno scandaloso saggio-manifesto in proposito, "Ornamento e delitto" e "Heine e le conseguenze". Già dai titoli si può capire come li spingesse una furia giuridica, che imponeva di coinvolgere la civiltà intera nelle loro insofferenze estetiche. Con uno dei suoi bruschi gesti da finto «buon americano», Loos constata subito un dato capitale - e cioè che, nel presente, «l'ornamento non ha alcun rapporto organico con la nostra civiltà» e perciò ha carattere degenerativo. Come un immenso corpo tatuato di delinquente, la città è distesa di fronte all'occhio impaurito. Sirene aberranti sporgono dalle rispettive facciate. «La casa ha un tumore, il bow-window. Sarà il surrealismo a dipingerlo: dalla casa prolifera un'escrescenza carnosa». L'insistente nominalismo ha dissolto, con un lavoro che occupa tutta la storia, il corpo delle immagini e dei simboli - la città ne è divenuta la morgue. Loos, nel suo slancio, vede già un'umanità illuminata che preferirà oggetti lisci, sgombri da immagini necrotiche, e dimenticherà l'ornamento che ha distrutto. Così non è stato: pur non avendo una apparente giustificazione liturgica, un corpo di immagini è risorto e ha ripreso possesso del mondo, guidato dalla Beatrice infera del Kitsch. Ma la nostra età è segretamente docetista e quel corpo è fantasmatico, puro involucro. Kraus volle ripercorrere all'indietro la storia della forma come involucro, fissarla nell'emblema di un nome. Incontrò Heine, veleno e ferita, il poeta disinvolto nello strazio, cosciente della degradazione e troppo dotato per non tentare di camuffarla: «Ma la forma, questa forma che è un involucro del contenuto, e non esso stesso, che è il vestito per il corpo, non la carne per lo spirito, questa forma doveva pur essere scoperta una volta, prima di stabilirsi per sempre. Se n'è incaricato Heinrich Heine». La precisione dell'attacco, che toccava la debolezza peculiare del romanticismo, incapace di produrre valori medi, per cui «ogni scivolata dal livello del genio significava uno scivolar giù a capofitto dal cosmo bel Kitsch», ha spesso impedito di vedere che in quel saggio non si osava tanto una «valutazione della poesia di Heine, ma la critica di una forma di vita». La stessa vita che trionfa oggi in una versione più scaltra. Ornamento e strumento reggono tuttora le sorti, nel chiasmo di due tendenze: «per l'una l'arte è uno strumento; per l'altra la vita è un ornamento». Questo mutuo omaggio, che corrompe l'arte e la vita, produce una compatta eufonia; ciò che va perduto è soltanto un ricordo: «l'arte mette in disordine la vita. I poeti dell'umanità ristabiliscono ogni volta il caos. I poeti della società cantano e si lamentano, benedicono e maledicono entro l'ordinamento del mondo»".
La vecchiezza dell’imperatore - monotono e puntuale - riverbera di un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano - uno dopo l’altro - la monarchia danubiana. “Mir bleibt doch nichts erspart(Proprio nulla mi è risparmiato): la frase tante volte ripetuta da Francesco Giuseppe di fronte alle sciagure familiari e politiche, riassume il passivo dramma della Finis Austriae e suggerisce subito la trasfigurazione mitica di questo crepuscolo, ammantandolo di dignitoso e burocratico senso del dovere.
Altro personaggio tangibile di tal epoca è Francesco Ferdinando Carlo Luigi Giuseppe d'Asburgo Este, individuo molto diverso dall’Imperatore: pragmatico con tendenze assolutistiche molto superiori a quelle dell’Imperatore, ha in mente un’idea dell’impero che confligge con l’idea di Francesco Giuseppe.
Francesco Ferdinando ha il sogno di trasformare la “Duplice monarchia” in una “Triplice monarchia” – il cosìdetto trialismo – dove la terza testa dell’aquila sarebbe dovuta essere quella del popolo slavo. L’imperatore – dal suo punto di vista – teme il mondo balcanico, soprattutto il suo carattere d'esaltazione, da sempre ritenuto pericoloso nei confronti degli altri popoli dell’Impero.
Inoltre, va citata, la scomoda situazione del suo matrimonio: Ferdinando si sposa nel 1900 con Sophie Chotek von Chotkowa – donna appartenente ad una antica famiglia nobiliare boema – ed essendo questa “di rango inferiore” agli Asburgo, vede la negazione da parte dello zio (l’Imperatore Francesco Giuseppe) da sempre legato ai matrimoni da un passo “politico” e non sentimentale. Francesco Giuseppe è consapevole che la grandezza degli Asburgo si è costruita tramite la politica matrimoniale, dove l’atto delle nozze è elemento fondamentale della costruzione del successo geopolitico della casata e quindi dell’impero.
Corre il 1912, quando una sera, lo scrittore Hugo von Hofmannsthal da Rodaun annotava: “La nostra vecchia Austria è assediata da ombre nere, da torbidi presagi. A volte mi domando con angoscia verso quali decenni sono avviati i nostri figli, a quale avvenire. Se fossimo uno Stato come gli altri, noi potremmo agire o rimandare l’azione ad altri tempi. Ma per l’Austria – è la mia sensazione – può venire soltanto il peggio. Nella monarchia, quanti problemi, un problema immenso. Quasi in rivolta gli slavi del Sud, non solo i serbi, ma i croati stessi (c’è la legge marziale, e gli arresti e le fucilazioni si susseguono, ma nessuno ne parla). In agguato i boemi, con gli occhi bene aperti, pronti ad approfittare e ad azzannare. In Galizia i ruteni sobillati da mestatori russi. In Italia un odio forte più dell’alleanza. E i russi che fremono, impazienti di saltarci alla gola. All’interno, metà indolenza e metà incoscienza, e problemi ormai troppo aggrovigliati, troppi nodi gordiani. Noi andiamo verso un tempo di tenebre. Ognuno, dentro di sé, lo sente. Noi possiamo perdere tutto da un momento all’altro. E, quello ch’è più grave, anche vincendo in realtà non conquistiamo nulla se non problemi e perplessità”.
Si giunge, così, al giugno del 1914. A Vienna presso il ministero della Guerra si stilano i piani per il viaggio che Sua Altezza Francesco Ferdinando, l’arciduca ereditario, compirà in Bosnia alla fine del mese. È deciso - nonostante minacce e avvertimenti - che l’arciduca assumerà il comando delle grandi manovre delle truppe imperial-regie che si terranno in quell'anno tra gli slavi del Sud. L’itinerario: Francesco Ferdinando salperà da Trieste il 24 giugno, farà una crociera tra le isole della Dalmazia, sbarcherà a Metkovic, proseguirà per Mostar e per Tercin. È deciso che vada a Sarajevo. Il 28 giugno del 1914 si compie l’assassinio dell’arciduca da parte del serbo-bosniaco Gavrilo Princip appartenente ai nazionalisti serbi della Mlada Bosna (Giovane Bosnia): è l’inizio della fine.
[caption id="attachment_7744" align="aligncenter" width="1637"] A sinistra: il serbo-bosniaco Gavrilo Princip. Nella foto centrale l'arciduca Francesco Ferdinando con la moglie, poco prima di essere uccisi. Nella foto di destra l'uniforme dell'erede al trono conservata in museo.[/caption]
Francesco Giuseppe convoca – in tutta fretta e per la prima volta in pubblico - Carlo Francesco Giuseppe Ludovico Umberto Giorgio Mario d'Asburgo-Lorena-Este (futuro Carlo I d’Austria) che fino al 1916 sarà l’erede a trono dell’Impero, dopo la scomparsa di suo zio Francesco Ferdinando.
Molti nell’Impero gridano alla vendetta, ma l’Imperatore frena, consapevole che un coinvolgimento in una guerra potrebbe portare economicamente e logisticamente l’Austria-Ungheria al collasso. L’appoggio militare incondizionato della Germania del Kaiser fanno si che il 25 luglio del 1914 l’ambasciatore asburgico rompa – senza autorizzazione dell’Imperatore – le relazioni con lo stato serbo, creando i presupposti per la guerra. Francesco Giuseppe è costretto suo malgrado a firmare la mobilitazione generale: “in questo momento solenne, sono perfettamente conscio di tutta la portata della mia decisione e della mia responsabilità davanti all’Onnipotente. Ho vagliato e ponderato tutto, con coscienza tranquilla intraprendo il cammino che il destino mi addita”. Martedì 28 luglio l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia, credendo che il conflitto rimanga circoscritto ai Balcani, ma quando due giorni dopo anche la Russia dello Zar mobilita l’esercito è chiaro a tutti che lo spazio per la diplomazia è finito: sta per iniziare la “Grande Guerra”. Il morale a Vienna è comunque alto, altissimo: Sigmund Freud - professore straordinario all’Università di Vienna – asserirà “Tutta la mia libido ora è per l’Austria, non sono mai stato tanto austriaco”.
Francesco Giuseppe, fino all’ultimo è contrario al conflitto. Asserirà ai suoi generali “ho conosciuto la guerra, ho ancora il ricordo di Solferino” – come ci racconta splendidamente Roth nella “Marcia di Radetzky” – è un evento che traumatizzò l’imperatore e che rimane in lui come un punto di riferimento. Ma alla guerra pensa il mondo politico, militare – non soltanto austriaco – perché si pensa e si ritiene che un breve conflitto avrebbe potuto costituire un elemento di aggregazione interna e quindi eliminare il pericolo del nazionalismo. Dunque rafforzare la coesistenza dall’interno, tramite una guerra breve e di piena efficacia, contro uno stato modesto e debole.
Sotto questo punto di vista, Francesco Giuseppe sapeva osservare più lontano “della Serbia” cogliendo i rischi di un conflitto ad effetto domino, che avrebbero poi trascinato l’Austria-Ungheria in un conflitto di logoramento che non permise la sopravvivenza dell’Impero, a causa dell’autodeterminazione dei popoli impostagli dagli Stati Uniti e dalle potenze vincitrici.
Unico punto, invece, di convergenza con lo Stato Maggiore dell’Imperial-regio esercito era nell’annientamento serbo, il quale avrebbe potuto rappresentare un punto di forza per eliminare il luogo di aggregazione del mondo slavo e di conseguenza il suo tramite verso la Russia – altra potenza multinazionale, situata alle porte dell’Impero.
Dal punto di vista militare, la situazione dell’Imperial-regio esercito è buona: è considerato uno degli eserciti più efficienti d’Europa, con l’Imperatore che in prima persona si occupa di curare l’apparato bellico, dotandolo di armamenti ed equipaggiamenti moderni, costruendo una serie di infrastrutture (strade e ferrovie) di rilievo, soprattutto nella penisola balcanica.
[caption id="attachment_7745" align="aligncenter" width="1000"] Alexander Pock, 4º Reggimento di fanteria "Ordine" - 1896[/caption]
Il modello tecnologico dell’esercito, mal si rispecchiava con l’apparato gestionale di questo: si trattava di un esercito – come molti altri corpi militari dell’epoca – che era stato costruito da un punto di vista tattico per operare con manovre di tipo settecentesco/ottocentesco - secondo la tattica napoleonica - con le grandi manovre per un attacco frontale di sfondamento, che durante la guerra mondiale non sarà più possibile (per lo sviluppo tecnologico dell’apparato bellico, in particolare quello della mitragliatrice, la quale rendeva impari il movimento di offesa con quello di difesa) come già avevano appurato gli Stati Uniti nei lunghi anni della guerra civile della seconda metà dell'ottocento.
Dopo pesanti sconfitte, nel 1915 l’Imperatore propone una pace negoziata, ma nessuno dei suoi generali, né i suoi alleati tedeschi ne vogliono sapere: “le cose ci stanno andando male, forse anche peggio di come sospettiamo: un popolo affamato non può sopportare molto altro”.
La sua salute è sempre più cagionevole e il venti novembre del 1916 si ammala di polmonite, ma nonostante la febbre, continua a lavorare fino alla sua ultima ora. Si spegne alle 21:05 del giorno successivo all’età di ottantasei anni. Per nove giorni, come da tradizione, i sudditi dell’Impero accorrono ad omaggiare la salma del loro vecchio Imperatore. Il trenta novembre, giorno delle esequie, per l’ultima volta si ripete un rituale vecchio di secoli: le porte della chiesa di Sant’Agostino – sepoltura degli Imperatori d’Austria – sono chiuse; il Gran Ciambellano dell’Impero – conte di Montenuovo – per due volte picchiava al portale ed ogni volta un frate cappuccino chiedeva “chi è?”. “Sono Francesco Giuseppe Imperatore d’Austria” rispondeva il Ciambellano, “non conosco Imperatori” asseriva il frate. Alla terza volta il conte di Montenuovo cambiava linguaggio: “sono tuo fratello Francesco Giuseppe, un miserabile peccatore” e le porte si aprivano. Fu l’ultimo funerale di un Imperatore d’Austria.
La scomparsa di Francesco Giuseppe, rappresenta solo simbolicamente la fine dell’Impero asburgico. Il suo lento declino va inscritto già nel “compromesso” del 1867, quando per placare la “questione ungherese” l’Imperatore concesse alla nobiltà magiara il regno in condizioni di parità con l’Austria. Questa operazione portò - come per paradosso – un aumento (e non una diminuzione) del nazionalismo, poiché a livello politico tutte le undici realtà etniche volevano pari diritti e pari rappresentanza in parlamento: diritti che non furono mai concessi e che portarono l’Austria-Ungheria a lotte intestine, molto prima del primo conflitto mondiale.
Il nazionalismo ambiva – come ci hanno tristemente descritto i regimi totalitari – alla perfezione umana. Lo stato Asburgico affidandosi alla fede cattolica – di contro – ambiva al perdono umano, dato dall’imperfezione naturale dell’uomo.
Un impero che perdonava il suo suddito – in quanto imperfetto – era una potenza tollerante, ma le regole erano rigide, proprio a protezione di quei valori cattolici che rappresentavano le fondamenta dell’Austria-Ungheria.
Questo spirito religioso, insieme ai valori, inizia a venire meno negli ultimi dieci anni dell’Impero. Lo scrittore che ne immortala l’essenza è Joseph Roth ne “La Cripta dei Cappuccini”: "Io ero miscredente, come i miei amici, come tutti i miei amici. Non andavo mai alla messa. (...) Per la verità, oggi sono credente, non so più perché l'odiassi. Era di 'di moda', per così dire. Mi sarei vergognato se avessi dovuto dire ai miei amici che ero andato in chiesa. Non c'era in loro una vera ostilità verso la religione, bensì una specie di orgoglio nel non riconoscere la tradizione nella quale erano cresciuti. Non è che volessero rinunciare alla sostanza della loro tradizione; ma essi, anzi noi - io ero dei loro - ci ribellavamo alle forme della tradizione, perché non sapevamo che la vera forma è identica alla sostanza e che era puerile scindere l'una dall'altra. Era puerile, come ho detto: e infatti noi allora eravamo puerili. La morte incrociava già le sue mani ossute sopra i calici dai quali noi bevevamo, lieti e puerili. Noi non la sentivamo la morte. Non la sentivamo perché non sentivamo Dio. Fra di noi il conte Chojnicki era l'unico che si attenesse ancora alle formalità religiose, ma anche lui non già per fede, bensì per il sentimento che la nobiltà lo obbligasse a seguire i precetti della religione. Noialtri che li, trascuravamo, ci considerava semianarchici. «La Chiesa romana» usava dire «in questo mondo marcio è l'unica ormai in grado di dare, di conservare una forma. In quanto racchiude nella dogmatica, come in un palazzo di ghiaccio, l'elemento tradizionale delle cosiddette 'antiche usanze', procura e concede ai suoi figli tutt'intorno, fuori da questo palazzo di ghiaccio che ha un ampio e spazio vestibolo, la libertà di coltivare l'indolenza, di perdonare l'illecito, e anzi di commetterlo. Mentre statuisce dei peccati, già li perdona. Non ammette assolutamente uomini perfetti: questo è il suo contenuto eminentemente umano. I suoi figli perfetti essa li santifica. Con questo ammette implicitamente l'imperfezione degli uomini. Anzi, ammette l'inclinazione al peccato nella misura in cui non considera più come umani quegli esseri che al peccato non sono soggetti: questi diventano beati o santi. Con ciò la Chiesa romana dà testimonianza della sua fondamentale propensione al perdono, alla remissione. Non esiste più nobile propensione del perdono. Considerate che non ne esiste di più volgare della vendetta. Non c'è nobiltà senza generosità, come non c'è brama di vendetta senza volgarità». Era il più vecchio e il più saggio fra noi, il conte Chojnicki; ma noi eravamo troppo giovani e troppo sciocchi per tributare alla sua superiorità quell'omaggio che essa certamente meritava. Lo ascoltavamo più per compiacenza che per convinzione e, per giunta, c'immaginavamo anche di fargli una gentilezza a starlo ad ascoltare. Per noi, cosidetti giovani, era un uomo maturo. Solo più tardi in guerra, ci fu dato di vedere quanto fosse veramente più giovane di noi. Ma solo troppo tardi, troppo tardi, ci accorgemmo che in realtà noi non eravamo più giovani di lui, bensì semplicemente senza età, per così dire 'innaturalmente' senza età. Mentre lui era naturale, degno dei suoi anni, autentico e benedetto da Dio".
Concluso il conflitto 1914-1918, l’Impero Asburgico esce sconfitto e la sentenza dei vincitori è scioccante per gli austriaci: “Delenda Austriae”. Lo avevano annunciato le forze socialiste, lo avevano proclamato i settori liberali, lo avevano decretato le logge massoniche, come dimostra lo storico François Fetjö in “Requiem per un impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico”.
Il torto dell’Austria? Essere una “monarchia papista”, come affermava con sdegno il primo ministro francese Georges Clemenceau. Cioè un impero, che all’ideale di Fede cattolica univa inscindibilmente un ideale di Civiltà cristiana. Era proprio questo, forse, che dava tanto fastidio alle forze rivoluzionarie. Nonostante deformazioni e manchevolezze, l’Austria esalava ancora il profumo del Sacro Romano Impero - del quale era legittima erede - soprattutto attraverso la dinastia degli Asburgo. Questo, per la Rivoluzione, non era tollerabile.
In extremis, l’imperatore Carlo I, palesemente esente da colpa politica poiché era asceso al trono quasi sul finire del conflitto dopo la morte di Francesco Giuseppe (1916), si appellò al presidente statunitense Woodrow Wilson, la stella ascendente nel panorama mondiale. Da oltreoceano arrivò la stessa sentenza: l’impero andava abolito e l’Austria smembrata in nome della libertà e dell’uguaglianza, elementi che si traducevano nella “autodeterminazione dei popoli” – ideologia che poi non sarà applicata con serietà e omogeneità, dagli stessi vincitori del conflitto soprattutto in ambito coloniale. L’Impero era tramontato.
 
Per approfondimenti:
_Marco Bellabarba, L'impero asburgico - Edizioni Il Mulino
_H. Broch, Hofmannsthal e il suo tempo, - Editori Riuniti 1981
_Gilberto Forti, Il piccolo almanacco di Radetzky - Edizioni Adelphi 1983
_Hugo von Hofmannsthal, L’Austria e l’Europa: saggi 1914-1928 - Edizioni Marietti, Casale Monferrato 1983
_Joseph Roth, La cripta dei Cappuccini - Edizioni Adelphi 1988
_Robert Musil, L’uomo senza qualità - Edizioni Einaudi 1970
_Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo,1942 - Edizioni Mondadori
_Claudio Magris, Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna - Edizioni Einaudi 2009
_Karl Kraus, Detti e contraddetti - 1992
_Alexander Lernet-Holenia, Lo Stendardo - Edizioni Adelphi
_Thomas Mann, Considerazioni di un Impolitico - Edizioni Adelphi
_Joseph Roth, La Marcia di Radetzky - Edizioni Adelphi
 
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Davide Quaresima del 27/11/2016

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"Tutta la mia esperienza, da quando sono al governo, mi ha mostrato che il potere temporale non è in grado di compiere la sua missione senza il sostegno del potere spirituale. Questo è - per altro - l’insegnamento della storia".
Da questa breve frase possiamo apprendere molto dalla concezione politica di António de Oliveira Salazar. Questi nacque da una famiglia di agricoltori a Santa Comba Dão il 28 aprile 1889. La difficile situazione economica in cui crebbe non gli impedì di compiere gli studi e di laurearsi in giurisprudenza nel 1914. Specializzatosi in economia politica quattro anni dopo, diventerà un rinomato professore presso l’Università di Coimbra.
Attuando una breve analisi della nazione iberica, in Portogallo nel 1910 la forma istituzionale - presente nel paese - era la Repubblica, ma di fatto il vero potere si trovava nelle mani dell’esercito. Di lì ad un quindicennio si succedettero ben 45 governi, quasi tutti guidati da militari, e addirittura due capi di governo furono uccisi.
I medesimi problemi si potevano riscontrare anche in campo religioso e sociale. Da tempo era in atto uno scontro tra clericali e anticlericali, e continui erano i conflitti tra le diverse anime del mondo sindacale.
Salazar, da sempre interessato alla politica, si candiderà alle elezioni del 1921: inaspettatamente il verdetto del popolo lo vedrà vincitore con la “Gioventù Cattolica Portoghese”, ma rinuncia al mandato poco tempo dopo. La sua scelta, molto probabilmente, fu dettata dalla difficile situazione istituzionale del paese.
Nel paese portoghese nel 1919, sussisteva la teoria della “vittoria mutilata” - proprio come in Italia - rafforzata da una esaltazione del sacrificio per la patria, che sopravvisse nei monumenti e nella Lega dei combattenti della Grande guerra. La popolazione, appoggiata dalla politica, si costruì l’idea del miracolo religioso, come le apparizioni di Fatima, le quali rappresentavano il bene assoluto. Dunque l’aumento della forza religiosa e la crescita di influenza della chiesa, andarono a rafforzare i movimenti di destra. Possiamo ben comprendere come fosse difficile gestire uno Stato in simili condizioni.
Dal 1926 le cose cambiano: il potere passa nelle mani del generale Carmona che con la sua dittatura pose fine allo Stato repubblicano. A Salazar venne offerto il ministero delle Finanze; si dovranno aspettare ancora quattro anni per vederlo leader del paese.
[caption id="attachment_6959" align="aligncenter" width="1000"]salazar-allesposizione-internazionale-in-portogallo-nel-1940 Salazar (il secondo partendo dalla destra) in uno scatto fotografico del 1940 all'esposizione internazionale in Portogallo in compagnia del generale António Óscar Carmona.[/caption]
Una piccola precisazione: Salazar non fu mai capo dello Stato, difatti il presidente del Portogallo rimase Carmona fino alla sua morte, avvenuta nel 1951. A succedergli saranno poi Francisco Craveiro Lopes e Américo Thomaz. Di fatto però le chiavi del paese vennero affidate a Salazar in qualità di Presidente del Consiglio, ma riuscì a cumulare temporaneamente le due cariche solo per tre mesi e tre giorni, in attesa del successore di Carmona.
La grande conoscenza della materia e la scelta di manovre decisamente austere (impose infatti un rigido controllo della spesa pubblica) porteranno il bilancio del Portogallo in attivo, un risultato epocale ed impensabile al tempo. Inoltre, introdusse organismi di finanziamento come la “Caixa Nacional de Crédito” e la “Caixa Nacional de Depositos” per un sostegno finanziario al mondo agricolo, investì inoltre il denaro pubblico per la costruzione di nuove infrastrutture come ponti, strade e reti per le telecomunicazioni.
Prima di parlare di quella che fu a tutti gli effetti la più lunga dittatura del novecento (rimase per ben 35 anni al potere, dal 1932 al 1968) occorre delineare i tratti caratteristici di questo dittatore -  molto spesso dimenticato - il quale seppe ritagliare per se e per il suo paese, un ruolo di primo piano nello scacchiere globale a cavallo degli anni della Seconda Guerra Mondiale. L'aspetto più interessante, che colpisce, è il suo carattere, legato all'enorme carisma.
Tutti coloro che lo conobbero ne parlarono come di un uomo tenace e di grande tempra, un esempio di integrità morale. Molto probabilmente fu grazie a queste caratteristiche, unite alle sue grandi conoscenze in settori chiave come l’economia e la politica a farlo divenire Presidente del Consiglio.
Solitario, distaccato ed eclettico sono alcuni degli termini più utilizzati per tratteggiare quello che divenne un eroe del popolo portoghese (verrà amato fino gli anni ’50-’60, quando in Portogallo si inizieranno a risentire i primi effetti negativi della sua politica), in grado di ingraziarsi militari, agrari, esponenti del mondo cattolico fino a divenire con il suo stato, membro della NATO nel 1949 (unica dittatura presente al suo interno).
Amante dell’ordine e contrario al “potere della folla”, riprese il concetto mussoliniano del "Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato" trasformandolo in "tutto per la nazione, nulla contro la nazione". 
Voleva rendere reale la visione corporativa della società che aveva in mente. Prese molti spunti dallo Stato Fascista italiano (pur discostandosene pubblicamente) e molte idee dalla Chiesa Cattolica di cui ammirava l’aspetto moralizzante. “Dio, Patria e Famiglia” saranno i capisaldi del pensiero salazarista. 
António Oliveira Salazar formatosi in un partito cattolico - al contrario di Mussolini - non aveva una formazione “rivoluzionaria”. Tuttavia, la sua ammirazione per il Duce fu grande almeno fino al 1938, motivata dalla comune avversione per democrazia liberale e comunismo, nonché da comuni obiettivi politico-sociali. Come tutti i nazionalisti, voleva creare un regime “originale”: si collocò al fianco di Mussolini, cercando di attenuare quei tratti della dittatura fascista che giudicava strettamente legati alla realtà italiana. Si potrebbe dire che Salazar volle dar vita a un “Mussolini portoghese” in vesti sacerdotali e dall’aspetto severo di un docente universitario.
Sul piano ideologico, attiva una ricerca per una “terza via” - tra la democrazia liberale e il socialismo - comune a vari movimenti politici europei. Cattolici, integralisti monarchici, nazional-sindacalisti, repubblicani nazionalisti e presidenzialisti con tendenze all’autoritarismo, intellettuali modernisti (figure simili a D’Annunzio o Marinetti), formavano un’élite che si rappresentava come una “generazione nuova”, proponeva una cultura differente dalla “cultura borghese”, e aspirava alla creazione di uno “Stato nuovo”. Da qui deriva l'istituzione "dell’Estado Novo".  La Repubblica - per i suoi errori politici - preparò il terreno fertile per la nascita dello "Stato Nuovo", difatti molti repubblicani, sia liberal-democratici, sia conservatori come Cunha Leal, finirono per opporsi al regime di Salazar. Ma nel frattempo altri autentici repubblicani - sul piano culturale attratti da Bergson, Nietzsche, Wagner, D’Annunzio e da un nazionalismo che trovava espressione in movimenti come la Cruzada Nacional Nun´Álvares manifestarono la loro sintonia con il progetto dell’Estado Novo. Analogamente, anche tra gli anarchici vi fu chi si trasformò in nazional-sindacalista o in repubblicano di destra. Si noti, inoltre, che da un punto di vista costituzionale l’Estado Novo rimase uno stato repubblicano: era infatti una “Repubblica corporativa”, non del tutto difforme da quella liberal-democratica. Tanto che si continuò a celebrare come festa nazionale il 5 ottobre - in ricordo del 5 ottobre 1910, quando venne proclamata la Repubblica portoghese - e non il 28 maggio, sebbene il golpe del 1926 fosse considerato una sorta di “marcia su Roma” del “fascismo alla portoghese”, ossia l’avvio del processo che portò allo "Stato Nuovo".
[caption id="attachment_6951" align="aligncenter" width="1200"] António de Oliveira Salazar (Santa Comba Dão, 28 aprile 1889 – Lisbona, 27 luglio 1970) è stato un politico ed economista portoghese, dittatore del Portogallo dal 1932 al 1968. La sua venerazione per il mito del Duce d'Italia, Benito Mussolini, era talmente forte da arredare parte del suo studio con una cornice del leader della rivoluzione fascista italiana.[/caption]
L'antropologo rumeno Mircea Eliade  definì il salazarismo "una forma cristiana di totalitarismo" - intendendo con ciò,  sottolineare che attraverso il cristianesimo veniva proposta una particolare pratica totalitaria. In quell’epoca, il cristianesimo manifestava una tendenza totalitaria, benchè avversa al modello “cesarista”, perché riteneva che l’unica via alla salvezza passasse dalla piena adesione alla propria dottrina. Analogamente, per Salazar la democrazia liberale e il comunismo dovevano essere sconfitti attraverso la “conversione” - concetto centrale nell’ideologia dell’Estado Novo. Beninteso, non si trattava di un “totalitarismo totale” - poiché il totalitarismo perfettamente compiuto rimane sempre una meta irraggiungibile - né di un espediente puramente retorico, ma di una pratica di governo tendenzialmente totalitaria. Per esempio, Salazar permise lo svolgimento delle elezioni con regolare scadenza come stabilito dalla Costituzione, ma tutte furono falsate per impedire il ritorno a un sistema liberal-democratico. Quando per le elezioni presidenziali del 1958 si candidò Humberto Delgado, Salazar modificò immediatamente la legge, facendo passare l’elezione del Presidente della Repubblica attraverso un collegio formato da figure necessariamente aderenti al regime (membri dell’Assemblea nazionale e della Camera corporativa, presidenti delle Camere ecc.). Da tale punto di vista, Marcelo Caetano (suo futuro successore) era più coerente: già nel 1938 affermò che uno Stato corporativo non doveva prevedere elezioni, ma l’adesione incondizionata all’União nacional (Unità nazionale).
Si trattò, dunque, di un corporativismo non integrale. In altri termini, il sistema era presentato come un corporativismo nazionale  - espressione della comune volontà di lavoratori e datori di lavoro - ma in realtà tutte le istituzioni corporative erano di formazione statale. D’altra parte, Salazar difficilmente avrebbe accettato l’idea di uno Stato nel quale gli organi di potere fossero costituiti davvero in modo corporativo, anche se in prospettiva le assemblee legislative avrebbero dovuto essere sostituite da nuovi organi composti per metà da tecnici. Questa forma ambigua e incompleta di Stato corporativo non soddisfaceva Marcelo Caetano, che aspirava a un corporativismo più compiuto e rapidamente costruito.
La sua fu una dittatura a tutti gli effetti; e come ogni totalitarismo che si rispetti aveva la propria polizia segreta, la PIDE (Polícia Internacional e de Defesa do Estado), formata nel 1933, e delle strutture di inquadramento di massa, tra le quali troviamo "l’Estatudo do Trabalho Nacional” e il “Segretariado pela Propaganda Nacional”. Pochissime furono le associazioni riconosciute nel paese e molto dure furono le repressioni perpetrate nei confronti di coloro che si fossero avvicinati ad ideali “distanti” dal regime salazarista (come il comunismo). Venne limitata la libertà di stampa e l’unico partito riconosciuto fu "l’União Nacional”, fondato nel 1931.
Una grande afflusso culturale, venne anche dal continente europeo, in particolare la Francia: senza dubbio la tradizione letteraria, filosofica e sociologica francese ebbe grande influenza, poiché se da un lato svolse un ruolo di opposizione alle dottrine razionaliste, dall’altro suscitò un particolare interesse per la produzione filosofica, musicale, giuridica e letteraria tedesca, nonché per quella italiana. Inoltre, l’ordinamento corporativo dell’Estado Novo traeva ispirazione sia dal corporativismo cattolico di Leone XIII, sia dal corporativismo fascista e sia dal “socialismo della cattedra” tedesco. La forma culturale portoghese si plasmò nel contesto europeo, in una logica di scambi e circolazione di idee. Non fu assolutamente una cultura autoctona, esclusivamente riversa su se stessa e sui suoi valori, anche se questi - come da visione nazionalista - fossero affermati con grande impeto.
Intanto nella vicina Spagna, scoppia la guerra civile e per il regime portoghese una vittoria dei “rossi” era percepita come una forte minaccia.
Così nella guerra civile spagnola (1936-1939), Salazar annunciò la neutralità del suo paese, inviando reparti di volontari - chiamati “viriatos” - i quali si recarono in Spagna a sostegno delle truppe del generale Francisco Franco. Provenienti in parte dalla Legião Portuguesa (LP), Salazar permise il passaggio di materiale bellico a favore dei franchisti (anche se storicamente i documenti che lo comprovano sono andati distrutti o persi). Di sicuro resta anche il fatto che alcuni portoghesi, si arruolarono volontariamente anche a fianco delle truppe repubblicane, nella lotta contro le forze nazionaliste. 
[caption id="attachment_6952" align="aligncenter" width="1000"] A destra una foto di gruppo in terra spagnola dei volontari portoghesi "Viriatos". A destra, tre figurini rappresentanti le divise di questi.[/caption]
La parola d’ordine per il Portogallo nel secondo conflitto mondiale fu: neutralità.
A costo di perseguitare fascisti e nazisti sul proprio territorio Salazar non vorrà mai entrare in guerra, professandosi sempre estraneo al conflitto in corso, anzi, sforzandosi di essere un vero e proprio equilibratore tra le potenze in gioco.
Si avvicinerà molto alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti ancora una volta per sottolineare la sua distanza dalle forze dell’Asse; intraprese relazioni economiche con la Germania alla quale fornì tungsteno, metallo ideale per armamenti e proiettili perforanti; con la Spagna intavolò trattative diplomatiche che sfociarono in un accordo nel quale quest’ultima si impegnava a non entrare in guerra, un grande successo per Salazar poiché evitava di far allargare il conflitto anche alla penisola iberica; ed infine permise agli USA di istallare delle basi nelle Azzorre per controllare l’Atlantico e l’accesso occidentale al Mediterraneo.
Salazar fu un politico ed un diplomatico accorto, in grado di ragionare lucidamente in un’Europa impazzita, sapendo sempre scegliere la via meno dolorosa per il suo paese. La vicinanza alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti permetteranno al Portogallo nel 1949 di aderire alla Nato e di essere ammesso poi nell’Onu.
Il portoghese è stato  un innovatore anche nella comunicazione, come lo fu parallelamente Mussolini in Italia. Per tutti i totalitarismi la propaganda rappresenta uno strumento fondamentale. Nel caso del Portogallo salazarista questa funzione-chiave venne affidata ad António Ferro, che diresse il Secretariado de propaganda nacional dal 1933 al 1949 - elemento che sta a significare la “moderna” concezione del potere. Saggia la scelta anche di Ferro, il quale proveniva dalla corrente del modernismo lusitano e poteva vantare conoscenze dirette con Fernando Pessoa e Almada Negreiros, dandogli un forte spessore e rendendolo una figura centrale all'interno del salazarismo. Come per Ferro, un ruolo fondamentale lo giocarono anche i nuovi cineasti, come António Lopes Ribeiro (che andò in Russia, incontrò Eisenstein e realizzò documentari di regime e film di finzione e propaganda) o Leitão de Barros (regista di opere di genere storico e organizzatore di grandi spettacoli popolari).
António Ferro, però, fu la vera mente della propaganda, il grande amplificatore dell’ideologia salazarista. Se il ruolo della propaganda in uno Stato totalitario è quello di riprodurre fedelmente l’ideologia ufficiale, attraverso grandi marce e pubbliche acclamazioni, nel caso del Portogallo vennero adottate modalità più discrete che portavano alla collaborazione di “tutti”. Per questo la rivista "Panorama" (organo del Secretariado nacional de informação che alla fine della guerra sostituì il Secretariado de propaganda nacional) arrivò a pubblicare testi di oppositori che raccontavano il paese senza manifestare dissenso verso l’Estado Novo.
[caption id="attachment_6953" align="aligncenter" width="1042"] 1932. Simpatica fotografia che vede immortalati Mendes dos Remedios, Antonio de Oliveira Salazar e Antonio Ferro. Da notare come Salazar abbia una scarpa "bucata".[/caption]
Lo stesso accadde con le raccolte di poesia o di racconti curate da scrittori che non s’identificavano con il salazarismo, o con le opere architettoniche e artistiche commissionate dal regime. Ritengo insomma che, soprattutto nel periodo in cui fu guidato da Ferro, il Secretariado ebbe poteri molto significativi.
Un altro aspetto fondamentale del regime portoghese fu il suo rapporto con le colonie. Storicamente queste ultime ricoprirono sempre un ruolo decisivo per quel piccolo paese ai margini della penisola iberica. Nel XV secolo, a fronte di una oggettiva impossibilità ad espandersi verso il continente il popolo portoghese diventò molto esperto di cose di mare. Alla corte di Enrico “il Navigatore” e dei suoi successori si svilupparono strumenti sofisticati per migliorare la navigazione e alle soglie dell’età moderna venne progettata la caravella, passata alla storia per il viaggio di Cristoforo Colombo. Il legame con il grande impero coloniale portoghese dei secoli XV e XVI era troppo forte per non essere difeso dalla dittatura salazarista.
Era necessario mantenere quelle terre per ovvi motivi: per l’acquisto di materie prima sconosciute e molto ricercate in Europa e per garantire allo stesso tempo al Portogallo una valida valvola di sfogo in caso di eccesso di manodopera metropolitana.
In Africa ne facevano parte la Guinea-Bissau, il Mozambico, le Isole di capo verde, Sao Tome e Principe e l’Angola; Timor e Goa erano invece in Asia. Salazar decise di tenere sotto controllo quelle terre mediante l’afflusso di popolazione bianca mandata in loco con lo scopo di arginare le sommosse e le rivendicazioni degli anni cinquanta. Per Salazar, queste, saranno sempre dei territori, da sfruttare e sottomettere anche con la forza. Sicuramente qui, il portoghese riprende a piene mani la tradizione dello sfruttamento coloniale europeo. 
[caption id="attachment_6956" align="aligncenter" width="1000"] Tutte le colonie dell'impero portoghese con le date della perdita dei territori.[/caption]
Il Portogallo salazarista dava l’immagine dell’Impero, un'espressione usata fino agli anni Cinquanta, quando le “colonie” divennero “province d’oltremare”, avviando un processo che portò nel 1962 alla revoca della “legge sull’indigenato” e al riconoscimento di tutti gli abitanti d’oltremare, bianchi o neri che fossero, come “cittadini portoghesi”. E la difesa di questo impero era il principale compito delle forze armate, in un secolo in cui il Portogallo non avrebbe comunque potuto giocare alcuna politica di potenza “offensiva”. Tale situazione accentuava, più che uno stato di soddisfazione, un diffuso orgoglio imperiale, un sentimento che accompagnerà il “fascismo portoghese” fino al suo capolinea nel 1974. Nonostante un'educazione scolastica fortemente ideologicizzata, pochi conoscevano la Guinea, Capo Verde, S. Tomé e Príncipe, l’Angola, il Mozambico, Timor o Macao (che non era propriamente una colonia), ma la maggioranza aveva una relazione sentimentale con l’Impero o con queste colonie. Perciò, solo tardivamente l’opposizione cominciò a parlare con chiarezza di autodeterminazione, il che avvenne nel 1958 con la candidatura alla Presidenza della Repubblica di Arlindo Vicente, appoggiata dai comunisti (designato come candidato del Fronte democratico nazionale, Vicende poi rinunciò a favore di Delgado, candidato unico dell’opposizione). Questa relazione sentimentale con "l’Oltremare” cominciò a svanire con la guerra coloniale. Fu il contatto con la realtà bellica a depotenziare il mito delle colonie, soprattutto per chi si ritrovò nel 1968-69 in Guinea, il “piccolo Vietnam” portoghese.
La guerra contribuì allo sfaldamento del regime e alla formazione del Movimento das Forças Armadas, artefice del golpe del 25 aprile 1974. Proprio il problema coloniale, iniziò a far delineare nel paese gruppi antisalazaristi - alcuni provenienti dalle file repubblicane più conservatrici, altri da quelle anarchiche o comuniste, mentre i cattolici mantennero quasi sempre una posizione filo-governativa - e il lento processo di formazione dell’opposizione, approdò a risultati significativi solo negli anni Sessanta-Settanta, con la disillusione nei confronti di Caetano,  con la guerra coloniale e la nascita del movimento militare.
Quando l’Onu riconobbe, nel 1961 l’autodeterminazione dei popoli d’Oltremare, immediatamente si accentuarono ancor di più i focolai delle rivolte (anche in patria). Il secolare impero portoghese, iniziò così a sgretolarsi di fronte ad un fenomeno oramai mondiale ed impossibile da arginare.
Negli anni ’60 si iniziò a comprendere quale direzione avrebbe preso il paese. Una dialettica più aperta e democratica all’interno della politica fece perdere molti consensi al partito salazarista e studenti, insegnati, operai e liberi professionisti si sentirono sempre più lontani da quegli ideali così opprimenti e asfissianti che avevano soggiogato il paese per così tanto tempo.
Nel 1968 Salazar venne colpito da un infarto invalidante a seguito di un incidente domestico e per questo fu costretto a lasciare il potere all’ex allievo Caetano, pronto a ricercare una politica di compromesso tra le varie anime del paese con l’intento, forse, di mantenere la situazione vigente ed evitare grossi sconvolgimenti.
Caetano si annunciava portatore di un “rinnovamento nella continuità”, ma alla fine la successione prevalse nettamente sul rinnovamento. Se si prende ad esempio la rinuncia ad una politica aperta verso le colonie, creata per non turbare i “falchi” del regime, si può capire la sua debolezza politica. Paradossalmente, furono simili decisioni a provocare la rivolta militare contro la dittatura; rivolta animata non solo da ufficiali di basso grado, ma anche da alcuni esponenti di alto rango delle forze armate come i generali Costa Gomes e Spínola.
Di fronte alle oggettive difficoltà economiche (vi erano enormi squilibri fra le diverse aree del paese) e ai moti insurrezionali delle colonie pronte a raggiungere la loro libertà anche attraverso la guerra, il governo Caetano resse fino - come detto - al 25 aprile 1974.
“Rivoluzione dei garofani” è la denominazione assegnata all’incruento colpo di Stato che riportò la democrazia in Portogallo. Venne chiamata così per un gesto di una fioraia che in una piazza di Lisbona offrì dei fiori ai soldati che li inseriranno nelle canne dei fucili. L’intento era quello di calmare le truppe governative ed evitare spargimenti di sangue. Il regime dittatoriale che aveva guidato il paese per quasi mezzo secolo era concluso. António de Oliveira Salazar se ne era già andato da quattro anni. Spirò a Lisbona il 27 luglio 1970.
 
Per approfondimenti:
_Adinolfi G., Ai confini del fascismo. Propaganda e consenso nel Portogallo salazarista (1932-1944), Edizioni Franco Angeli.
_Costa Pinto A., Fascismo e nazionalsindacalismo in Portogallo: 1914-1945, Roma: Antonio Pellicani (ed. or. 1994);
_Documenti diplomatici italiani 1994,Ottava serie 1935-1939, vol.V, Roma: Istituto poligrafico e Zecca dello Stato;
_Gentile E., La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista - Edizioni Carocci, Roma 2006
_Martins H. 1968, Portogallo, in: S.J. Woolf (ed.) 1968;
_Payne S.G., Il fascismo. Origini, storia e declino delle dittature che si sono imposte tra le due guerre - Edizioni Newton Compton, Roma
_Torgal L.R. 2009, Estados Novos Estado Novo Edizioni Imprensa da Universidade, Coimbra
_Woolf S.J., Il fascismo in Europa- Edizioni Laterza, Bari
 
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di Davide Bartoccini del 22/11/2016

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Eccentrico, brillante, folle; possedeva un cucciolo di leone prelevato dallo zoo di Berlino che portava sempre con se come mascot: Simba. Finì su decine di copertine di giornali dell’epoca, cosa che lo rese eccessivamente vanitoso, e il suo tentativo di fuga divenne leggenda. I suoi anni di guerra sono la sceneggiatura perfetta per un film di Hollywood. E infatti un film fu girato: Sfida agli inglesi del 1957.
[caption id="attachment_6894" align="aligncenter" width="1000"] Franz von Werra (Leuk, 13 luglio 1914 – Vlissingen, 25 ottobre 1941) è stato un aviatore tedesco che prestò servizio nella Luftwaffe durante la seconda guerra mondiale.[/caption]

Il Barone Franz von Werra, che si era arruolato nel 1939 con la Luftwaffe e aveva fin da subito partecipato alla campagna polacca: dove condusse la sua prima missione di mitragliamento a terra, appartenendo alla squadriglia tedesca della Jagdgeschwader 3 (JG/3). Il 19 maggio del 1940 il suo stormo, che era stato trasferito sul fronte occidentale. Qui si scontrò per la prima volta con un gruppo di Hurricane della Belgian Air Component incontrati nei cieli di Arras, nei pressi del Pas de Calais.

In quell’occasione von Werra mietè la sua prima vittima. Sempre nei pressi di Arras, una settimana dopo abbattè il suo prima aereo confermato: un Hurricane della RAF. Venne abbattuto il 5 settembre del 1940 dallo Spitfire del P/O Stapleton appartenente al 603° Sqd. (o secondo un’altra versione dall’australiano Paterson Hughes del 234° Sqd.) mentre volava sul suo BF-109, durante una missione nei cieli di Marden nell’Inghilterra meridionale. In seguito all’atterraggio di fortuna che ne preservò la vita, venne catturato dall’esercito inglese, condotto e interrogato al Kensington Palace a Londra e tradotto al campo per prigionieri di guerra di Grizedale Hall, nel Distretto dei Laghi.
Il 7 ottobre tentò la prima evasione, con scarso successo, motivo per il quale in novembre venne trasferito nel più sicuro campo di Swanwick, nei pressi di Derbv.
Inteso a evadere a tutti i costi, intraprese diversi tentativi di fuga, che si risolsero sempre in fallimenti, più o meno brillati. Il più celebre e rocambolesco lo vide spacciarsi, una volta evaso, per un pilota olandese (dunque alleato) che era stato vittima di un incidente in volo durante una missione di massima segretezza su di un bombardiere Wellington. Sotto il nome di Capitano Albert van Lott - necessaria copertura per giustificare il suo accento da “crucco” - indossò una tuta che si era fatto modificare da un altro detenuto, sarto da civile, facendosi accompagnare dalla polizia inglese al più vicino campo d’aviazione (Hucknall, Nottinghamshire), dove tentò di rubare un aereo in rullaggio sulla pista, un Hawaker Hurricane Mk.II, per poter tornare in Germania. Nello stesso frangente, obiettivo del barone, era quello di portare a termine - con inaspettato successo - una rocambolesca operazione di spionaggio sugli apparecchi avversari. Fermato mentre era in procinto di decollare dal maggiore Boniface, che saltò sull’ala impugnando la sua revolver d’ordinanza, venne trasferito via mare in Canada dove tentò nuovamente la fuga. Durante un trasferimento in una struttura di prigionia ad Halifax, saltò giù dal treno dei detenuti, riuscendo a nascondersi per giorni. Percorse a piedi 48 km, fino al fiume San Lorenzo, il quale fu attraversato approfittando del ghiaccio per raggiungere gli Stati Uniti, all’epoca ancora neutrali. Gli USA lo espulsero clandestinamente in Messico, di lì viaggio in treno: in Perù e successivamente in Brasile.
L’ambasciata tedesca lo fece rimpatriare. Tornò in Germania da eroe: il 18 aprile venne promosso al grado di Hauptmann dal Fürher in persona. Riprese a combattere durante l’invasione dell’Unione Sovietica al comando del I°/JG 53° equipaggiando con i Bf-109F finché il 25 ottobre del 1941 , a causa di un guasto al motore, precipitò nel Mare del Nord neo pressi di Vlissingen, per non essere più ritrovato. Franz von Werra, 22 vittorie accreditate, insignito della Crocie di Cavaliere di 1° classe, passò alla storia come l’unico pilota tedesco ad essere evaso da un campo di prigionia britannico.
Quando il maggiore Boniface lo fece scendere dall’Hurricane, puntandogli contro la canna della sua rivoltella "Webley", Von Werra gli disse che avrebbe scommesso una stecca di sigarette e che prima o poi sarebbe riuscito a tornare in Germania. L'inglese rilanciò scommettendo contro una bottiglia di champagne. Mentre von Werra era in Brasile, in procinto di tornare e imbarcarsi per l’Europa, si ricordò della scommessa vinta e inviò una cartolina alla base RAF di Hucknall: il destinatario era lo Squadron Leader Boniface, il quale gli doveva una bottiglia di champagne.
 
Per approfondimenti:
_Palmiro Boschesi, Il chi è della Seconda Guerra Mondiale, vol. 2 - Edizioni Mondadori 1975
 
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di Francesco Giubilei del 05/11/2016

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Il termine conservatore nella società italiana contemporanea ha assunto una accezione negativa, quanto anacronistica; quasi nessuno nel nostro paese si definisce conservatore: c’è chi si dichiara di destra, ma anche questa classificazione sembra essere sempre più desueta con le trasformazioni in atto nella politica e la scomparsa delle contrapposizioni tipiche del novecento. Etimologicamente il conservatore è colui che si oppone ai cambiamenti e predilige “chi, in politica, sostenendo il valore della tradizione, si oppone a qualunque ideologia progressista, e mira a conservare le strutture sociali e politiche tradizionali”.
[caption id="attachment_14828" align="aligncenter" width="1000"] Caspar van Wittel Title: Vista del Colosseo, con l'arco di Costantino - Olio su tela 1707.[/caption]
Leo Longanesi, con uno dei suoi fulminanti aforismi, sintetizza al meglio questa condizione: “sono conservatore in un paese in cui non c’è niente da conservare”.
Perché, se analizziamo le logiche che dominano la società del XXI secolo, non c’è nulla di più lontano dei precetti conservatori.
Gennaro Malgieri, nell’introduzione al suo libro "Conservatori. Da Edmund Burke a Russell Kirk", scrive una definizione breve, ma esaustiva del conservatorismo: “il conservatorismo, prima che una dottrina politica, è un sentimento spirituale e una vocazione culturale”.
Il conservatorismo si origina in contrapposizione ai cambiamenti portati dalla Rivoluzione francese e si afferma per tutelare i gruppi intermedi stritolati dal potere dello Stato centralizzato che ha distrutto i valori tradizionali, tra cui il concetto di comunità:
"grazie a valori sempre più imprescindibili, come tradizione (contrapposta a progresso), pregiudizio (contrapposto a ragione), autorità (contrapposta a potere), libertà (contrapposta a uguaglianza), proprietà privata (contrapposta a statalismo), religione (contrapposta a moralità), comunità (contrapposta a individuo)"

Secondo Moeller van den Bruck il conservatore non guarda al passato ma all’eterno: "Conservare non è ricevere per tramandare, ma innovare le forme, istituzionali o ideali, che consentono di rimanere radicati in un mondo solido di valori di fronte ai continui sobbalzi storici. Di fronte alla modernità in quanto epoca delle insicurezze, non basta più opporre le sicurezze del passato, bisogna invece ridisegnare nuove sicurezze assumendo e facendo proprie le stesse condizioni di rischio con cui essa si definisce. Il conservatore difende l’ordine costituito cercando di mantenere l’equilibrio sociale e politico nella decadenza della società e si domanda quali siano le perdite derivanti dall’avanzare della modernità che implica la sostituzione della tradizione con la ragione.

La stabilità è una condizione ogni giorno più rara a causa della presenza di un numero sempre maggiore di soggetti politici portatori di pensieri, idee e concezioni della vita, non solo diverse tra loro ma talvolta in antitesi. Per questo il ruolo dei conservatori diventa strategico, per mantenere i valori e le regole della tradizione preservando la società da rivoluzioni o sconvolgimenti atti a modificarne la struttura di base.
Carlo Mongardini e Maria Luisa Maniscalco nel libro Il pensiero conservatore dividono in tre diverse prospettive lo studio del conservatorismo:
1) l’analisi del conservatorismo come principio ideologico, cioè dell’insieme delle giustificazioni del conservare, del rapporto delle tendenze conservatrici con determinate condizioni storiche e più in generale delle ragioni del loro successo;
2) l’analisi del conservatorismo come filosofia politica e come teoria dei limiti del processo di trasformazione e di cambiamento;
3) l’analisi del conservatorismo come prassi politica, della sua applicazione nei diversi regimi politici, delle forme attraverso le quali si rende possibile conservare un
dato sistema sociale e politico.
Occorre soffermarsi sul ruolo dei conservatori nella società contemporanea con un’attenzione particolare al problema dell’ordine sociale dopo l’avvento delle masse, la necessità di un pensiero conservatore al giorno d’oggi nasce proprio dai profondi mutamenti in atto: il pensiero conservatore è una tendenza della società moderna, è un modo per esprimere esigenze e valori di continuità in una cultura complessa e che ha assunto il mutamento a valore primario. La continuità non può più essere affidata alla tradizione come mera ripetizione, anche irriflessa del passato. Occorre che essa sia costruita di volta in volta a fronte della complessità della società e di situazioni storiche mutevoli, a fronte di tendenze diverse dei processi economici e culturali e di nuovi bisogni emergenti. Questa è la problematica che il pensiero conservatore si pone. Ogni volta che la tendenza al mutamento si accentua, ogni volta che il controllo della realtà sfugge, si riaffaccia il principio conservatore come modo di riproporre la continuità e la forza della tradizione a fronte del mutamento.
Il conservatorismo è legato a valori universali che trascendono una singola epoca e sono validi in ogni periodo storico perciò,  realizzando una classificazione in categorie, può essere storico, ideale, funzionale e sociologico-trascendentale.
Il conservatore nella società contemporanea rischia però di cadere in un paradosso, non riconoscendosi in nessun valore da conservare, non gli resta che avvicinarsi a logiche progressiste con l’obiettivo di superare le leggi che regolano la società attuale. In quest’ottica, come nota George Simmel, si può conservare sia opponendosi ai mutamenti e mantenendo lo status quo, sia adattando tali mutamenti alla società corrente attraverso il principio del “conservare innovando”.
Qual è quindi il ruolo del conservatorismo? Tenere fede ai valori non negoziabili, certamente; ma anche aprirsi alle avventure del tempo nuovo non per avversarle sterilmente, ma partecipare ad esse con lo spirito di chi non vuole rinunciare a stabilire una certa idea di convivenza civile, fondata sulla dignità della persona e sull’irrinunciabile progetto ad edificare comunità differenti eppure convergenti con l’idea di un ordine universale fondato sul diritto naturale, sul rispetto dei popoli e delle culture, sulla sovranità e sull’autorità che protegge la libertà. Roger Scruton ha dedicato gran parte della propria vita allo studio del conservatorismo pubblicando diversi libri sull’argomento tra cui il Manifesto del conservatorismo e Essere conservatori. In quest’ultimo testo, nel capitolo VII, “Le verità del Multiculturalismo”, descrive la nascita del conservatorismo e il suo rapporto con l’Illuminismo: il conservatorismo come filosofia politica nasce con l’Illuminismo. Non sarebbe stato possibile che nascesse senza la rivoluzione scientifica, il superamento dei conflitti religiosi, l’ascesa dello Stato laico e il trionfo dell’individualismo liberale. La maggior parte dei conservatori riconosce i vantaggi contenuti nella nuova concezione della cittadinanza, che investe del potere il popolo, e nello Stato designato – e in parte eletto – come suo rappresentante.
Essi riconoscono altresì che la grande rivoluzione nelle questioni politiche che tale concezione implica. Dall’Illuminismo in poi, i conservatori iniziano a capire che la responsabilità va dall’alto verso il basso e non dal basso verso l’alto: chi governa deve rispondere ai governati e le responsabilità a tutti i livelli non sono più imposte, ma assunte. Ma nel contempo, i conservatori hanno lanciato un monito contro l’Illuminismo. Per Johann Gottfried Herder (1744-1803), Joseph de Maistre (1753-1821), Burke e altri, l’Illuminismo non doveva essere una completa rottura con il passato. La sua filosofia aveva infatti senso solo se inquadrata nel retroterra costituito da un patrimonio culturale che risaliva addietro nel tempo. L’individualismo liberale offriva una nuova e per molti versi stimolante visione della condizione umana, ma dipendeva da quelle tradizioni e istituzioni che saldavano assieme il popolo in forme che nessuna visione del mondo di tipo puramente individualistico poteva creare. L’Illuminismo parlava di una natura umana universale, governata da una legge morale universale, da cui lo Stato emergeva attraverso il consenso dei governati. L’azione politica doveva quindi essere plasmata dalle libere scelte degli individui, al fine di proteggere quelle istituzioni che rendevano possibile scegliere liberamente.
[caption id="attachment_6678" align="aligncenter" width="1000"] Anicet Charles Gabriel Lemonnier, Nel Salone di Madame Geoffrin - olio su tela, 1755.[/caption]
Era tutto bello, logico e stimolante. Ma non aveva senso se non si postulava l’esistenza dell’eredità culturale dello Stato-nazione e delle forme di vita sociale che avevano messo radice al suo interno.
Secondo Heidegger il conservatorismo “è chiamato a preservare la democrazia dell’essere che poggia su elementi essenziali: il Fuhrung, il comando; il Volk, il popolo; l’Erbe, l’eredità; la Gefolgschaft, la comunità dei seguaci; il Bodenstandigkeit, il radicamento della propria terra” e si caratterizza come contro-movimento in opposizione alla distruzione dei valori realizzata dal nichilismo. Si può quindi realizzare un confronto tra Ernst Jünger e Heidegger per cui: La diagnosi sulla “malattia” nichilista induce a prefigurare una nuova frontiera di “resistenza” e di “anarchia”, quella del “selvatico” in opposizione alla “svalutazione dei valori” che è propria del nichilismo, condizione diffusa e pericolosa. L’individuo è chiamato ad opporsi allo “sfaldarsi degli antichi ordinamenti” e alla “consunzione di ogni risorsa tradizionale”. Il conservatorismo, a differenza del tradizionalismo, funge da collegamento tra diverse generazioni permettendo di mantenere l’eredità del passato e trasmetterla a chi verrà dopo di noi: il passato è importante perché contiene le azioni di persone, senza il cui impegno e le cui sofferenze noi stessi non esisteremmo. Queste persone hanno delineato i contorni fisici del nostro Paese, ma hanno anche prodotto le sue istituzioni e le sue leggi e hanno combattuto per preservarle. Qualunque sia il concetto di trama degli obblighi sociali che noi abbiamo, abbiamo verso di loro un dovere di memoria. Noi non solo studiamo il passato, ma lo ereditiamo e l’eredità porta con sé non solo i diritti di proprietà, ma anche i doveri di amministrazione per conto di chi deve ancora venire. Le cose per le quali si è combattuto e alcuni hanno perso la vita non devono essere sperperate pigramente: sono proprietà di altri, di quelli che non sono ancora nati.
Il conservatorismo dev’essere visto in questa ottica, come parte di una relazione dinamica fra le generazioni. Le persone provano dolore per la distruzione di ciò che è loro caro, perché questo rovina il modello di amministrazione fiduciaria, in quanto taglia fuori coloro che sono stati prima e offusca l’obbligo verso coloro che verranno dopo. L’antitesi del conservatorismo è il progressismo, l’idea di progresso ha dominato il pensiero occidentale tra il 1750 e il 1900 legandosi strettamente alla fede nello sviluppo economico, le credenze progressiste non appartengono solo al capitalismo ma sono anche alla base del comunismo. Gli studiosi, tuttavia, sono tra loro in disaccordo su quando sia nato il concetto di progresso. Se J.B. Bury nel suo libro del 1920 "The Idea of Progress" lo fa risalire non prima del XVII secolo e della rivoluzione scientifica, altri studiosi come Ludwig Edelstein ed E.R. Dodds credono che derivi addirittura dall’antica Grecia. Una posizione condivisa da Robert Nisbet nel suo libro "History of the Idea of Progress" del 1980 che considera il progresso acquisito dalla filosofia cristiana della storia. In seguito la dottrina del progresso è fatta propria dal liberalismo classico (che enfatizza il concetto di libero mercato), dal liberalismo statalista (concetto di welfare state) e dal socialismo. Si crea così una contrapposizione tra i puritani, i liberali classici e i darwinisti che credono in varie forme del progresso e i reazionari, i cattolici tradizionalisti e i conservatori che invece ripudiano il concetto di progresso. Da qui nasce il progressismo, un’ideologia basata sull’inevitabilità del progresso storico e sociale che porterà a un’epoca storica caratterizzata dalla libertà totale, dall’uguaglianza sociale ed economica. Padri del progressismo sono Francis Bacon, Bentham, Mill, Rousseau, Marx, Comte, Edward Bellamy, Condorcet...
[caption id="attachment_6679" align="aligncenter" width="1000"] Da sinistra a destra: Francis Bacon, Jeremy Bentham, John Stuart Mill, Jean-Jacques Rousseau, Karl Heinrich Marx, Augusto Comte, Edward Bellamy, Marquis de Condorcet, solo alcuni dei più celebri progressisti.[/caption]
Il progressismo si articola in vari rami tra cui quello scientifico di Bacon che ritiene il progresso come lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche; al contrario per il progressismo sociale la natura umana può cambiare attraverso le riforme politiche. La trasformazione della società auspicata può avvenire solo grazie a un governo centralizzato che ha sufficienti poteri per farlo. Secondo i conservatori le riforme progressiste nascono invece da un’incomprensione di fondo della condizione umana e dalla non accettazione del ruolo del diavolo nel mondo. Il filosofo tedesco Hermann Lübbe, autore di decine di libri in Germania di cui alcuni pubblicate nel nostro paese come "Religione dopo l’Illuminismo" e "La politica dopo l’Illuminismo", ha stilato le Regole fondamentali del comportamento conservatore:
_È conservatrice la cultura derivata dal dolore per i danni arrecati a un patrimonio insostituibile, che sono il prezzo del progresso. Questo dolore non implica un cieco rifiuto del progresso. _È conservatrice la prassi della difesa di ciò a cui non si può rinunciare, contro le sue minacce attuali o prevedibili. [...] chi ritenga giusta e irrinunciabile una cosa simile e intenda salvarla in circostanze che mutano minacciosamente. _È conservatrice l’esigenza di validità di una regola distributiva dell’insieme degli argomenti, secondo la quale, sia nella scienza che nella politica, il progresso e non la tradizione abbia bisogno di essere giustificato. _È conservatore il riconoscere alla prevenzione delle catastrofi la priorità di fronte alla prassi della realizzazione di utopie. L’orientamento verso i mali che vanno indicati per la loro eliminazione è politicamente più sicuro di quello verso l’immagine di una felicità sconosciuta. I conservatori sono contrari non solo alla Rivoluzione francese come avvenimento in sé ma a tutti i cambiamenti economici e di ordine morale da essa derivati. Il conservatorismo delle origini si basa sulla società medievale europea e considera le conquiste della modernità le cause non dell’emancipazione dell’individuo ma della sua alienazione, perciò il pensiero conservatore si oppone al razionalismo e all’individualismo propugnato da Voltaire, Diderot e Kant. I temi centrali del conservatorismo, enunciati negli ultimi due secoli, non sono altro che dei corollari agli enunciati di Burke sulla Francia rivoluzionaria. Burke era ben consapevole del fatto che la Rivoluzione francese avesse, in fondo, una valenza europea, ma questa consapevolezza, per trovare conferma, dovette attendere le opere di ardenti tradizionalisti come Bonald, Maistre e Tocqueville, in cui è possibile notare i contorni di una filosofia della storia diametralmente opposta a quella del progressismo, oltre che una perspicace affermazione dell’importanza del feudalesimo e di altre strutture sviluppatesi storicamente, come la famiglia patriarcale, la comunità locale, la chiesa, la corporazione e la regione che, sotto gli effetti individualizzanti e centralizzati della filosofia del diritto naturale, sono quasi scomparse dal pensiero politico europeo in tutto il periodo che va dal XVII al XVIII secolo. Thomas Hobbes, John Locke e Jean-Jacques Rousseau guardarono sempre con ostilità alla società tradizionale, ai suoi gruppi e alle sue tradizioni. L’attenzione, nei loro scritti, era rivolta esclusivamente alla realtà concreta dell’individuo, lasciando nell’ombra l’organizzazione delle istituzioni.
[caption id="attachment_6680" align="aligncenter" width="1000"] Edmund Burke, padre filosofico del conservatorismo (Dublino, 12 gennaio 1729 – Beaconsfield, 9 luglio 1797), è stato un politico, filosofo e scrittore britannico.[/caption]
Burke, su tutti, rovesciò questa prospettiva individualistica totalizzante. Le Riflessioni e le sue accuse ai rivoluzionari e alle schiere di teorici del diritto naturale ebbero una funzione determinante nei notevoli cambiamenti registratisi in Europa nel passaggio dal XVIII al XIX secolo.
A infiammare l’Occidente, per mezzo della generazione immediatamente successiva alla pubblicazione delle Riflessioni, fu una vera e propria aufklärung, centrata essenzialmente su di un forte anti-Illuminismo. Le voci critiche di Louis de Bonald, Joseph de Maistre e René de Chateaubriand, in Francia, di Samuel Taylor Coleridge e Robert Southey, in Inghilterra, di Karl Ludwig Haller, Friedrich Carl Savigny e George Wilhelm Friedrich Hegel, in Germania, Juan Donoso y Cortés e Jaime Luciano Balmes, in Spagna, si fecero sentire in tutto l’Occidente. In America, furono John Adams, Alexander Hamilton e Randolph di Roanoke a lanciare precisi avvertimenti e proclami. Tutte queste voci critiche, sia europee che americane, riconoscevano come unico profeta Edmund Burke.
[caption id="attachment_6681" align="aligncenter" width="1000"] Da sinistra a destra (prima fila): Louis de Bonald, Joseph de Maistre, René de Chateaubriand, Samuel Taylor Coleridge, Robert Southey, Karl Ludwig Haller, Friedrich Carl Savigny, George Wilhelm Friedrich Hegel. Da sinistra a destra (seconda fila): Juan Donoso y Cortés, Jaime Luciano Balmes, John Adams, Alexander Hamilton, Randolph di Roanoke, Edmund Burke. A destra disegno riguardante il concetto di aufklärung (chiarimento, delucidazione).[/caption]
Essere conservatori, come scrive Jünger riprendendo una frase di Albrecht Erich Günther, significa “restare attaccati a ciò che era ieri ma come un vivere di ciò che sempre vale” e lo stesso Jünger, riferendosi a Rivarol nel libro dedicato al pensatore francese, Rivarol. Massime di un conservatore, descrive le istanze che caratterizzano il conservatorismo: un autore morto da centocinquant’anni, che cercò di affrontare come singolo la Rivoluzione allo stato nascente, che significato ha per il nostro tempo, cioè per un tempo in cui questa Rivoluzione si è consolidata, trionfante, in tutte le sue conseguenze e su tutta la linea, territorialmente e planetariamente, teoricamente e praticamente, nelle abitudini e nelle istituzioni? Da lungo tempo sono tramontati i regni che si discostarono dalle nuove idee, Prussia, Austria e Russia, e tra essi si potrebbe annoverare anche la Turchia; il fatto che siano stati scalzati quasi in un giorno e da ambo i lati dello scacchiere offre un’idea della forza livellatrice dell’attacco. Mentre in questo caso l’attacco suscita delle immagini meccaniche, come quelle delle corone infrante, in altri regni avversi al cambiamento esso sembra piuttosto operare chimicamente, per mezzo di una più sottile distinzione. Tutto ciò è da vedersi spazialmente, ma il trionfo delle idee del 1789 si ripete anche temporalmente nelle grandi spinte contro le potenze conservatrici e i regimi personalistici, contro gli imperi formati dalla massa, contro la monarchia restaurata, contro la regalità borghese e la borghesia fondiaria conservatrice. I castelli vengono distrutti o trasformati in musei, anche laddove si incontrano ancora i Re. La parola “conservatore” non appartiene alle creazioni felici. Racchiude un carattere che si riferisce al tempo e vincola la volontà di restaurazione di forme e condizioni divenute insostenibili. Oggi chi vuole ancora conservare qualcosa è a priori il più debole. In un articolo pubblicato sul numero 3 della rivista “La Destra” nel 1972 intitolato Perché non conservatore?, Mohler enuncia il cosiddetto paradosso dei conservatori: sorprendentemente, il conservatore non è più d’accordo con lo status quo. Secondo l’opinione corrente, il conservatore si aggrappa allo status quo o vuole addirittura ripristinare il passato: la sinistra, invece, sarebbe quella che vuole cambiare lo status quo e quindi spalancare la porta sul futuro. Il paradosso sta nel fatto che oggi i conservatori sono malcontenti e aspirano a un cambiamento mentre le forze progressiste, o di sinistra, un tempo rivoluzionarie, aspirano a mantenere lo status quo. I conservatori infatti: considerano catastrofiche l’attuale politica estera ed economica, non approvano né lo stato attuale dell’esercito né quelli dell’università e della scuola, e non accettano neppure il sesso sterile e industrializzato che si vuol propinare loro come un tranquillante. [...] Anche il meno convenzionale dei conservatori non avrebbe davvero mai osato pensare, fino a poco tempo fa, che si sarebbe improvvisamente trovato ad essere il vero rivoluzionario – l’unico, infatti, che non accetta lo status quo – ma è dell’opinione che ci dovrebbe essere una via migliore di quella sulla quale ci trasciniamo come un branco di pecore. Mohler prende le distanze dal tentativo di esportare il pensiero di Burke in ogni epoca e contesto, per lui quanto teorizzato da Burke è giusto se legato al suo tempo e all’Inghilterra, chi auspica un Burke tedesco sbaglia perché in Germania non avrebbe ragion d’essere.
 
Per approfondimenti:
_Francesco Giubilei, Storia del pensiero conservatore - Edizioni Giubilei Regnani 2016
_G. Malgieri, Conservatori. Da Edmund Burke a Russell Kirk - Edizioni Il Minotauro, Milano 2006;
_R. Nisbet, Conservatorismo: sogno e realtà - Edizioni Rubbettino, Soveria Mannelli 2012;
_G.A. Balistreri, Filosofia della Konservative Revolution: Arthur Moeller van den Bruck - Edizioni Lampi di Stampa;
_C. Mongardini e M.L. Maniscalco, Il pensiero conservatore. Interpretazioni, giustificazioni e critiche - Edizioni Franco Angeli, Milano 1999;
_G. Malgieri, Conservatori europei del Novecento. Un’antologia - Edizioni Pagine, Roma 2014;
_R. Scruton, Manifesto dei conservatori - Edizioni Raffaello Cortina, Milano 2007;
_R. Scruton, Essere conservatori - Edizioni D’Ettoris, Crotone 2015;
_E. Jünger, Rivarol. Massime di un conservatore - Edizioni Guanda, Milano 1992;
 
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di Gabriele Rèpaci del 25/10/2016

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La violenza commessa nel Libano ricadrà su di voi. Sarete pieni di terrore per gli animali che avete massacrato. Tutto questo vi succederà a causa del sangue che avete sparso e della violenza usata contro la nazione, le città e i tutti i suoi abitanti. (Bibbia, Libro di Abacuc, 2-17)

Il Libano è un piccolo lembo di terra che si estende tra la Siria e Israele. Questo paese un tempo considerato la “Svizzera del Medio Oriente”, per l’importanza regionale del suo sistema finanziario, è precipitato, tra il 1975 e il 1990, in una guerra civile che ha causato circa 250.000 morti e l’esodo di un milione di persone. Da allora, il “paese dei Cedri” è al centro di una competizione geopolitica da parte dei più importanti attori della regione mediorientale – da Israele alla Siria, fino all’Arabia Saudita e l’Iran – divenendo quasi un oggetto, più che un soggetto, delle dinamiche politiche del Medio Oriente.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, alla Francia è stato dato dalla Società delle Nazioni un mandato sul Libano e sulla vicina Siria che prima costituivano un'unica entità politica all’interno del vasto territorio dell’Impero Ottomano. La Francia li divise in due amministrazioni coloniali separate, creando un nuovo stato che toglieva Tiro, Sidone, Tripoli, la valle della Beqaa e la stessa Beirut alla Siria per annetterli al sanjak (distretto amministrativo) ottomano del Monte Libano, vera e propria spina dorsale della cristianità maronita. La Siria fu separata dai suoi porti più importanti e Damasco (centro del nazionalismo arabo e musulmano che si opponeva al dominio francese) fu indebolita a scapito di Beirut e del nuovo regime retto dai cristiani. Lo «stato del Grande Libano», proclamato dal generale francese Henri Gouraud il 31 agosto 1920, era così un’entità del tutto artificiale creata dai francesi. Dopo vent’anni di regime mandatario francese, l’indipendenza del Libano fu proclamata il 26 novembre del 1941, tuttavia la piena sovranità del paese venne raggiunta solo nel 1946 con l’evacuazione delle ultime truppe francesi.
[caption id="attachment_6549" align="aligncenter" width="1754"] A sinistra cartina del Libano oggi. A destra - il generale francese Joseph Eugène Henri Gouraud proclama, il 1°settembre del 1920, la proclamazione del "Grande Libano" (foto in alto a destra). 1945, il presidente del Libano Bishāra al-Khūrī saluta la folla dopo la partenza delle truppe coloniali francesi (in basso a destra).[/caption]
Secondo un Patto Nazionale non scritto, le differenti comunità religiose vennero rappresentate nel governo da un Presidente della Repubblica cristiano maronita, un Primo ministro musulmano sunnita e un Presidente del parlamento (speaker) musulmano sciita. Questo accordo funzionò per due decenni.
Il 15 luglio del 1958, sbarcarono a Beirut 15.000 marines americani per sedare gli scontri tra l’esercito fedele al Presidente filo occidentale Camille Chamoun e le milizie filo nasseriane di ispirazione ideologica nazionalista e panaraba, sostenute dal Premier Rashid Karame.
Negli anni successivi continuarono i conflitti tra le forze legate agli interessi della borghesia cristiana, sempre più esasperata dalla crescente forza sociale e politica dei palestinesi che erano affluiti in massa nel paese dopo il 1948, e le organizzazioni popolari riunite attorno ai partiti di sinistra sostenitori invece della causa dei fida’iyyn.
Dopo un vasto confronto militare tra guerriglieri dell’Olp ed esercito regolare libanese nel novembre del 1969, ve ne furono altri nel maggio del 1973 e nell’anno successivo a cui parteciparono militanti del partito delle Falangi (Kata’ib) di Pierre Gemayel, la più antica, meglio organizzata e meglio armata delle milizie maronite.
La «Sarajevo» della guerra civile libanese fu un incidente verificatosi a Ain Rummaneh, un quartiere cristiano di Beirut, il 13 aprile del 1975. Alcuni sconosciuti aprirono il fuoco durante una funzione religiosa a cui stava assistendo il leader delle Falangi, Pierre Gemayel, uccidendo la sua guardia del corpo ed altri due uomini. I miliziani maroniti, come rappresaglia, attaccarono un autobus palestinese di passaggio, massacrando 28 passeggeri, per la maggior parte fida’iyyn (combattenti) palestinesi di ritorno da una parata militare. Rappresaglia dopo rappresaglia la violenza si allargò a tutto il paese per lasciare sul terreno, soltanto nel primo anno e mezzo del conflitto, più di 30.000 morti, 200.000 feriti e 600.000 rifugiati. In questa prima fase della guerra civile due furono le coalizioni avverse. Da una parte il Fronte libanese composto da tre gruppi principali a larga predominanza maronita: quello del Presidente della Repubblica Suleiman Frangieh con il suo quartier generale nella località settentrionale di Zghorta; quello dell’ex Presidente Camille Chamoun sostenuto dai suoi 3.500 uomini armati e infine le Falangi di Pierre Gemayel che con una milizia di 15.000 uomini formava il nucleo forte della coalizione di destra. Dall’altra parte il Movimento nazionale libanese (Mnl): esso riuniva una quindicina di partiti di centro e di sinistra e aveva un carattere multi confessionale, disponendo del consenso di gran parte dei musulmani sunniti ma anche di alcuni cristiani e dei drusi. Druso era appunto il suo leader Kamal Jumblatt, dirigente del Partito Socialista Progressista (Psp) il quale poteva contare su una forza personale di 3.000 uomini. Tra le altri componenti del Mnl figuravano il Partito Comunista Libanese (LCP), il Partito Nazionalista Sociale Siriano (SSNP) fondato da Antun Saade, baathisti e nasseriani.
[caption id="attachment_6550" align="aligncenter" width="1754"] da sinistra a destra: Suleiman Kabalan Frangieh, Camille Nimr Chamoun, Pierre Gemayel, Kamal Jumblatt e Antun Saade. I leader degli schieramenti che hanno dissanguato il Libano nella guerra civile.[/caption]
Obiettivo primario del Fronte libanese era quello di annientare i palestinesi e distruggere la loro struttura militare e politica nel paese ripristinando l’egemonia politica della borghesia maronita sullo Stato. Le forze del Mnl intendevano invece sostenere la causa dell’Olp e avviare un processo di laicizzazione dell’intero Libano. Tra le due fazioni, furono in molti a non schierarsi: alcuni dirigenti maroniti e altri rappresentanti sunniti che cercheranno di accontentarsi di una ridistribuzione dei poteri, e i partiti rappresentanti le altre confessioni cristiane come armeni e greci-ortodossi. Gli sciiti, presenti per lo più nel sud, si riuniranno inizialmente nel Movimento dei diseredati (che poi diventerà Amal) fondato dal carismatico imam Musa al-Sadr, che dall’estate del 1976 scenderà a fianco del Mnl.
La prima fase della guerra, fino al gennaio del 1976, registrò una certa superiorità da parte del Fronte libanese, mentre l’Olp (eccetto alcune sue frange) rimase per il momento a guardare. All’inizio dell’anno però, le milizie maronite lanciarono una vasta offensiva contro i campi profughi palestinesi. L’Olp sembrò non avere scelta e scese in campo a fianco delle forze del Mnl. A questo punto intervenne la Siria, preoccupata per la crescente situazione di instabilità nel vicino Libano, troppo esposto secondo Damasco agli appetiti regionali di Israele. Gli interessi nazionali di Damasco imponevano infatti di mantenere un equilibrio di forze in Libano: ora che l’alleanza Olp-Mnl sembrava avere la meglio sul Fronte libanese Assad decise di intervenire per ripristinare la parità tra gli schieramenti.
I primi di giugno del 1976 le truppe siriane superarono il confine sostenendo le milizie del Fronte libanese, le quali prima liberarono dall’assedio una delle loro roccaforti Zahle, quindi passarono all’attacco dei palestinesi (nell’agosto del 1976 più di 3.000 civili palestinesi e libanesi vennero trucidati dalle “tigri” dell’ex Presidente Chamoun). La spirale di violenza venne momentaneamente interrotta da una breve tregua decisa dopo un mini-vertice arabo convocato in ottobre a Riyadh in Arabia Saudita. Ufficialmente la guerra civile venne dichiarata conclusa con l’invio nel paese di 30.000 «caschi verdi» (per lo più siriani) per sorvegliare il cessate il fuoco: le truppe di Damasco si dispiegarono in gran parte del paese arrivando a controllare alla fine del 1976 circa i due terzi del suo territorio (escluso il sud e la costa).
Poco più di un anno dopo, nel marzo del 1978, in risposta alle incursioni compiute dai guerriglieri palestinesi sul loro territorio, anche gli israeliani intervennero direttamente nello scenario libanese invadendo il sud del paese cercando di provocare lo scontro con le truppe siriane. La prima invasione israeliana del Libano si sarebbe conclusa nel giugno del 1978 dopo che il Consiglio di sicurezza dell’ONU creò una forza militare di interposizione composta da 6.000 uomini denominata UNIFIL.
Il 3 giugno del 1982 un gruppo di guerriglieri palestinesi sparò, appena fuori dall’Hotel Dorchester di Londra, all’ambasciatore israeliano Shlomo Argov, ferendolo gravemente. Gli attentatori di Argov facevano parte di al-Fatah-Consiglio Rivoluzionario una scissione di al-Fatah nata nel 1974 per iniziativa di Sabri Khalil al-Banna (Abu Nidal), nemica giurata del’Olp di Yasser Arafat e considerata da molti un’organizzazione semimercenaria. Tre giorni dopo, come ritorsione per tale attentato, le truppe israeliane, da mesi ammassate lungo il confine settentrionale col Libano, decisero di oltrepassare la frontiera: ebbe inizio l’operazione "Pace in Galilea", guidata dall’allora ministro della difesa Ariel Sharon.
[caption id="attachment_6551" align="aligncenter" width="1000"] Ariel Sharon, nella quinta guerra arabo-israeliana del 1982 "Pace in Galilea". Nato con il nome di Ariel Scheinermann, in ebraico אריאל שרון, è stato un politico e militare israeliano.[/caption]
Dal 5 giugno in poi tutti i principali campi profughi nel sud del Libano vennero sottoposti a incessanti bombardamenti da terra, dal cielo e dal mare. L’intenzione di Tel Aviv sembrava quella di radere al suolo i campi rendendoli permanentemente inabitabili. Nell’opera di annientamento dei palestinesi, Israele poteva contare sul volenteroso incoraggiamento maronita.
Poco tempo dopo, di fronte alla Knesset, l’allora Primo ministro israeliano Menachem Begin difenderà i massicci attacchi contro la popolazione civile: «Da quando in qua la popolazione civile del Libano meridionale è diventata “per bene”?», chiese con sarcasmo. "Neanche per un istante ho dubitato che la popolazione civile meritasse quella punizione" affermerà Begin. I prigionieri palestinesi vennero costretti a restare per lunghissime giornate, legati e bendati, sotto il sole cocente, senza ne cibo né acqua, spesso picchiati e costretti a soddisfare i loro bisogni corporali lì dove stavano. Molti di loro vennero condotti in Israele per essere incarcerati, stipati in camion o autobus sotto i colpi e gli insulti delle guardie, quando non vennero intrappolati a gruppi in reti e con queste trasportati, così appesi, dagli elicotteri.
Sebbene più volte Begin avesse assicurato di non volere uno scontro diretto con la Siria, le forze messe in campo da Tel Aviv e le manovre messe in atto dal suo esercito facevano pensare proprio il contrario: in poche settimane le truppe israeliane inondarono il sud del paese e raggiunsero la strada Damasco-Beirut, ingaggiando scontri con gli stessi soldati siriani e, di fatto, isolando i militari di Damasco presenti a Beirut dal novembre 1976. Assad rispose muovendo altre batterie di Sam nella Beqaa, ma questa volta Tel Aviv non attese la diplomazia e bombardò pesantemente le postazioni distruggendo tutte le rampe. Damasco sapeva di non poter combattere ad armi pari, ma non avendo scelta, il 9 giugno diede ordine ai suoi caccia di affrontare gli aerei israeliani: si scatenò una delle più memorabili battaglie aeree della storia mediorientale, dove ben settanta velivoli siriani soccomberanno contro un centinaio di quelli nemici. La battaglia di terra si rivelò ben più ostica per gli israeliani che incontrarono una coraggiosa resistenza da parte delle truppe siriane, prive di copertura aerea.
Nonostante un primo cessate il fuoco l’esercito di Tel Aviv continuò ad avanzare verso Beirut circondandone la parte occidentale, dove erano rimasti numerosi soldati siriani. L’assedio di Beirut Ovest continuò per ben nove settimane, fino al 9 agosto, con un Assad che non poteva far altro che assistere impotente.
Intanto il 23 agosto del 1982 Bashir Gemayel, figlio minore del fondatore delle Falangi lo sheikh Pierre, venne eletto Presidente grazie alla maggioranza semplice ottenuta in parlamento. Tuttavia il suo mandato durerà poco. Il 14 settembre infatti una spaventosa esplosione a Beirut Est, uccise Bashir insieme a una trentina di suoi collaboratori. Poco dopo le Forze Libanesi annunciarono di avere arrestato l’uomo che presumibilmente avrebbe piazzato la bomba, Habib Tanios Shartuni un membro clandestino del Partito Nazionalista Sociale Siriano (SSNP), ideologicamente legato a Damasco ed alleato fedele di Assad nel resistere alle ambizioni israeliane. In seguito tuttavia qualcuno avrebbe insinuato che a uccidere Bashir Gemayel sarebbero stati gli stessi israeliani a causa dell’opposizione del leader falangista alla proposta di Begin di un trattato di pace formale fra il Libano e Israele. Nessun libanese avrebbe mai contestato questa tesi.
L’assassinio di Bashir Gemayel ebbe come conseguenza immediata la tristemente nota carneficina di civili nei campi profughi di Sabra e Chatila, organizzata dal capo dei servizi segreti falangisti Elie Hobeika, con la complicità degli israeliani.
[caption id="attachment_6552" align="aligncenter" width="1000"] Libano, 1976. Una donna ‎palestinese implora un falangista di risparmiare la vita al proprio marito, storico scatto della ‎fotografa francese Françoise Demulder.[/caption]
A poche ore dalla morte di Bashir, il 15 settembre 1982, Sharon, rompendo l’accordo stipulato con il diplomatico statunitense Philip Habib, fece entrare il suo esercito a Beirut Ovest, occupandola completamente in 24 ore. Per giustificare un simile gesto l’allora ministro della difesa israeliano affermò che Arafat aveva lasciato dietro di sé 2.000 combattenti palestinesi che si nascondevano nei campi di Sabra e Chatila. Alle 6.00 del pomeriggio del 16 settembre, Amir Drori, capo del Comando Settentrionale Israeliano, autorizzò le milizie di Hobeika ad entrare nei campi per cercare i guerriglieri. L’eccidio di civili inermi iniziò immediatamente e andò avanti per tutta la notte, per il giorno dopo e la notte successiva: la carneficina non si fermerà prima delle 8.00 del mattino del 18 settembre. Circa un migliaio tra uomini, donne e bambini vennero brutalmente massacrati. Per tutte le quaranta ore dello sterminio le truppe israeliane fecero cordone intorno ai campi, e durante la notte lanciarono bengala affinché nei campi così illuminati i falangisti potessero proseguire il loro “lavoro”.
Il 16 dicembre 1982, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro, definendolo «un atto di genocidio» (risoluzione 37/123, sezione D). La definizione fu approvata con 123 voti favorevoli, 22 astenuti e nessun contrario.
Il massacro nei campi profughi fece sì che venisse inviata nel paese il 29 settembre 1982 una forza multinazionale di pace (MNF) e le truppe di Sharon si ritirarono da Beirut Ovest. In principio la missione era nata come iniziativa ONU, ma il veto dell'URSS annullò l'egida internazionale mentre il contingente era in navigazione verso il Libano, per cui la missione si trasformò in corso d'opera in uno sforzo eminentemente nazionale, di USA,Francia e Italia, cui si aggiunse nel febbraio 1983 la Gran Bretagna, con il 1' reggimento Dragoni della Regina.
[caption id="attachment_6553" align="aligncenter" width="1092"] Truppe italiane del 2°reggimento del battaglione Bersaglieri "Governolo" appartenenti alla Multi-national Force (MNF) in Libano in 1982[/caption]
Fu un momento cruciale durante il quale cambiarono rapidamente gli equilibri in campo: Assad non vide altra via che abbandonare lo scontro militare tradizionale e iniziò ad appoggiare e coordinare diversi gruppi guerriglieri palestinesi, militanti baathisti, comunisti e miliziani sciiti, organizzando attorno alla città di Baalbek nella valle della Beqaa il centro di arrivo, di addestramento e smistamento dei guerriglieri. Tra questi gruppi spiccava il Jihad Islamico, un’organizzazione islamista sciita che traeva la propria ispirazione dall’ideologia khomeinista, la quale si rese responsabile di una serie di rapimenti, omicidi e attentati verso ambasciate e basi militari, il più noto dei quali si verificò il 23 ottobre 1983, quando due camion bomba guidati da attentatori suicidi colpirono contemporaneamente le caserme dei marines statunitensi e del contingente francese uccidendo 241 soldati americani e 58 francesi.
Intanto il nuovo governo israeliano presieduto da Yitzhak Shamir, chiamato a sostituire il dimissionario Begin, decise per un ripiegamento delle sue truppe a sud del fiume Awwali lasciando i maroniti indifesi a fronteggiare gli attacchi congiunti di sciiti e drusi. Nel frattempo nella capitale, mentre i siriani conquistavano la parte meridionale, intensi combattimenti a Beirut Est costrinsero alla ritirata le milizie falangiste.
Preoccupati dal corso degli eventi, a Washington decisero di far intervenire la VI flotta della marina contro i combattenti palestinesi e drusi, arrivando a minacciare di colpire anche unità siriane. Nel settembre del 1983, si arrivò a un nuovo cessate il fuoco dal quale la posizione di Damasco uscì comunque rafforzata.
Intanto si intensificarono gli attacchi ai contingenti americani e francesi della forza multinazionale, che si ritirò completamente nei primi mesi del 1984.
La politica di Begin e dei suoi alleati americani sembrava davvero sconfitta: i soldati siriani erano ormai stabilmente nella valle della Beqaa, le montagne dello Shuf erano controllate dai drusi di Walid Jumblatt (figlio di Kamal, assassinato nel marzo 1977) mentre a sud le milizie sciite di Amal contrastavano abilmente le truppe israeliane.
A questo punto, privo del sostegno israeliano e della protezione del contingente internazionale, Amin Gemayel, fratello del defunto Bashir e nuovo leader delle Falangi, si recò a Damasco a omaggiare il suo acerrimo nemico, Hafez al-Assad.
Quest’ultimo, nel conflitto con Israele combattuto in territorio libanese è comunque riuscito a mantenere le proprie posizioni frustrando le ambizioni egemoniche di Tel Aviv.
A cavallo tra il 1985 e il 1988, ebbero luogo feroci combattimenti all’interno di quella che è stata chiamata la «Guerra dei Campi» che vide contrapposti la milizia sciita di Amal (sostenuta dalla Siria) da una parte e i palestinesi, la sinistra e i drusi dall’altra.
Il 22 settembre 1988, ebbe termine il mandato del presidente libanese Amin Gemayel, che era succeduto a suo fratello Bashir, assassinato nel settembre dell’82. I deputati, cui la costituzione dava il diritto di eleggere un nuovo presidente della Repubblica, non riuscirono a trovare un accordo neppure sulla data delle elezioni.
Amin Gemayel diede allora l’incarico ad un cristiano, il generale Michel Aoun, di formare un nuovo governo. Aoun - al momento dell’insediamento - annunciò il suo ambiziosissimo progetto: ristabilire in Libano l’autorità dello Stato, sciogliendo tutte le milizie armate e liberando il Paese dagli eserciti di occupazione israeliano e siriano. Migliaia di libanesi gli manifestarono il loro sostegno. Anche se cristiano, Aoun, a capo dell’esercito libanese, cominciò ad attaccare le stesse milizie cristiane restie alla consegna delle armi ed in primo luogo le Forze libanesi guidate da Samir Geagea.
[caption id="attachment_6554" align="aligncenter" width="1000"] In una foto recente a sinistra Amin Gemayel e a destra il militare cristiano Michel Aoun.[/caption]
Come era già avvenuto tra le file dei musulmani, scoppiò così una guerra tutta interna alla comunità cristiana. Una guerra particolarmente devastante. Il 14 marzo 1989, Michel Aoun fu in grado di lanciare la sua «guerra di liberazione» contro l’occupante nemico. I siriani risposero bombardando in maniera intensiva il settore cristiano di Beirut ed il palazzo presidenziale.
Aoun - sotto scacco - si rifugiò nell’ambasciata francese della capitale e accettò di lasciare il Libano alla volta di Marsiglia. I siriani penetrano allora nel settore cristiano di Beirut est, controllando ormai appieno tutto il paese. Il 22 ottobre 1989, i deputati libanesi riuniti a Ta’if, in Arabia saudita, sotto la pressione dei Paesi arabi e della comunità internazionale, firmarono un accordo - detto «d’intesa nazionale» - che pur senza rimettere in discussione il sistema confessionale libanese - ridisegnava un equilibrio dei poteri istituzionali (la maggior parte dei poteri passarono nelle mani del primo ministro che doveva essere un musulmano sunnita) e, soprattutto, riconosceva la presenza - definita «fraterna» - dell’esercito siriano in Libano. La mano siriana sul Libano venne ufficializzata il 22 maggio 1991 da un altro trattato - detto di «fraternità, cooperazione e coordinamento» - nel quale il Libano accettava di non prendere alcuna decisione importante in materia economica, di sicurezza e di politica estera senza un accordo preventivo della Siria. Da questo momento l’egemonia politica siriana sul Libano diventò assolutamente legale e accettata dalla comunità internazionale.
[caption id="attachment_14840" align="aligncenter" width="1000"] Soldati siriani davanti ad una casa martoriata dal conflitto il 27 maggio del 1988. Periferia sud di Beirut.[/caption]
Nel giugno del 1999, poco prima che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lasciasse il suo incaricò, Israele bombardò il sud del Libano, il più grave attacco contro il paese dall’operazione «Grappoli d’Ira» del 1996. Nel maggio del 2000, il nuovo premier Ehud Barak, ritirò le truppe israeliane dopo 18 anni di occupazione.
Nel 2005 anche la truppe siriane, in seguito alle proteste suscitate dall’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, abbandonarono definitivamente il paese.
Il 12 luglio del 2006 scoppiò l’ennesimo conflitto fra lo stato ebraico e il Libano. Il casus belli sarebbe stato il rapimento di due militari israeliani da parte di Hezbollah nei pressi della “linea blu”, la fragile demarcazione terrestre tracciata dall’Onu nel giugno del 2000, dopo il ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano.
Il conflitto ha ucciso più di seimila persone, la maggior parte delle quali era libanese e ha gravemente danneggiato le infrastrutture del paese. Anche dopo il cessate il fuoco una gran parte del sud del Libano è rimasta inabitabile a causa delle bombe a grappolo inesplose.
La crisi siriana ha determinato un riacutizzarsi dello scontro settario libanese che ha visto le fazioni sunnite sostenere i ribelli, mentre quelle sciite, e in particolare la milizia Hezbollah, legata all’Iran, sostenere il governo siriano. Lo sconfinamento del conflitto non ha solo coinvolto le cittadine al confine siriano, ma anche i grandi centri urbani, tra cui Beirut, Sidone e Tripoli dove si sono verificati scontri armati, rapimenti e attentati.
Parallelamente alla violenza settaria, in Libano si è ulteriormente inasprita la storica e profonda divisione politica che vede contrapposti i partiti antisiriani, guidati dall'Alleanza del 14 marzo, a quelli filosiriani, guidati dall'Alleanza dell'8 marzo. Ulteriore elemento di destabilizzazione è stato il massiccio afflusso di profughi in territorio libanese, che ha modificato l'equilibrio etnico-religioso in alcune zone del Libano.
Sebbene la situazione sia ancora sotto controllo non è improbabile che un eventuale caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria e il conseguente cambiamento dei delicati equilibri regionali non possa far sprofondare il piccolo «paese dei Cedri» in una nuova devastante guerra civile.
 
Per approfondimenti:
_Robert Fisk, Il martirio di una nazione. Il Libano in Guerra, Il Saggiatore, 2010
_Patrick Seal, Il leone di Damasco. Viaggio nel ‘Pianeta Siria’ attraverso la biografia del presidente Hafez al Assad, Gamberetti, 1995
_Rosita Di Peri, Il Libano contemporaneo. Storia, politica, società, Carocci, 2009
_Fadi S. Rahi, Il Libano politico. Tra partiti, famiglie e religioni nella situazione contemporanea, Marcianum Press, 2016
 
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Alberto Peruffo del 02/10/2016

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La battaglia di Legnano non fu l'unica seria sconfitta che l'imperatore Federico I Hohenstaufen detto Barbarossa ebbe a subire sul suolo lombardo per opera dei milanesi. Anni prima, quando la Lega Lombarda non esisteva ancora, l'imperatore venne coinvolto in una dura battaglia campale in alta Brianza, tra Como e Lecco nei pressi di Erba, in quel frangente dovette combattere per la vita in una situazione disperata, così come accadrà per la più famosa sconfitta degli imperiali del 1176. Questo accadde durante la seconda discesa del Barbarossa in Italia, quando, dopo la seconda dieta di Roncaglia (novembre del 1158), la città di Milano verrà dichiarata contumace e ribelle nell'aprile del 1159. Nel luglio dello stesso anno gli imperiali posero assedio alla città di Crema alleata di Milano, iniziando uno dei più lunghi e drammatici assedi della storia italiana, assedio che si concluse solo il 27 gennaio del 1160 senza che Milano potesse evitare questa disfatta. Se Milano, dal punto di vista militare, non era riuscita ad effettuare un soccorso alla città di Crema, dal punto di vista diplomatico aveva raggiunto diversi successi. Piacenza si era unità a Milano, ma, soprattutto, si era riusciti a creare un vasto fronte anti-imperiale con i normanni e il papato.
Il principale autore di questa azione diplomatica fu il papa inglese Adriano IV che per contrastare lo strapotere imperiale decise di sfruttare a suo vantaggio la guerra con i comuni. Il papa rimproverava all’imperatore la mancata eliminazione della repubblica costituita a Roma, la restituzione dei beni matildini al papato e il diritto ad esercitare direttamente le regalie. Adriano convocò, presso la sua sede di fuoriuscito, ad Anagni, i rappresentanti dei vari comuni in guerra con Federico. Qui nell’agosto del 1159 venne stipulata la prima alleanza tra comuni e chiesa, primo vero embrione della futura Lega Lombarda. Gli accordi furono tra i comuni di Milano, Brescia, Crema, Piacenza. Essi si impegnavano a non fare una pace separata. Pare che Adriano IV avrebbe promesso di scomunicare il Barbarossa. Adriano IV morì, però, il primo settembre dello stesso anno. Successivamente un difficile conclave si svolse in un clima di intimidazioni e di violenza, finendo poi in farsa quando vennero eletti due papi. Uno dei quali era quel Rolando Bandinelli, nemico giurato di Federico, che prese il nome di Alessandro III. Ad esso si oppose subito un papa filo-imperiale Vittore IV.
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Alessandro III si pose sotto la protezione dei Normanni ad Anagni, mentre Vittore, protetto da Ottone Wittelsbach e da Guido di Biandrate si rifugiò a pochi chilometri dalla sede del suo avversario, a Segni. Entrambi erano stati scacciati da Roma. In quelle sedi si consumò lo scisma quando i due papi si scomunicarono a vicenda. Lo scisma sarebbe durato diversi anni e a Vittore successe Guido da Crema che prese il nome di Pasquale III e infine da Callisto III, tutti considerati antipapi.
In qualità di difensore della chiesa, Federico, indisse un concilio a Pavia nel febbraio del 1160, dove il Bandinelli non si presentò. E, nella Pasqua di quello stesso anno, dal Duomo di Anagni, scomunicò l’imperatore tedesco. Dopo la presa di Crema il Barbarossa si spostò su Pavia, dove congedò una parte del suo esercito che aveva completato il turno di servizio per la Romfahrt.le non favoriva ancora operazioni su larga scala, inoltre l’assedio alla piccola ma decisa Crema, non invogliava certo ad intraprendere un assedio maggiormente oneroso, contro la munita città nemica di Milano. Venne la primavera del 1160 e con essa si aprì la stagione della guerra. Federico da Pavia si mosse a molestare le terre dei piacentini, i quali risposero in forze costringendo le deboli forze imperiali a rinserrarsi nella munita e fedele Pavia, evitando una incerta battaglia campale. I milanesi galvanizzati dai loro successi diplomatici e vedendo l’imperatore sulla difensiva, presero il coraggio per lanciare un offensiva su Lodi. La città, appena ricostruita, era però troppo grande e guarnita per poter essere assediata, anche con l’aiuto dei piacentini. In quell’occasione, durante il mese di giugno, i cavalieri di Federico si scontrarono con i carri falcati realizzati di Guitelmo, nella campagna tra Rho e Legnano. A parte l’iniziale sorpresa, nel campo avversario, l’invenzione milanese non sembra abbia avuto un successo tale da usare i carri negli scontri successivi.
Falliti i tentativi di occupare Lodi con la forza, i milanesi decisero di rivolgere le loro attenzioni a nord di Milano. Nella campagna brianzola vi erano ancora diversi feudi fedeli all’imperatore. Vi era anche la possibilità di infliggere un colpo decisivo alla nemica città di Como che, in quel momento, si trovava in difficoltà, stretta tra i milanesi e i comuni lariani, da sempre inesorabili nemici dei comaschi. Non meno importante era la necessità di rendere sicure le vitali vie commerciali verso i passi alpini. Nell’estate del 1160 l’esercito milanese si mosse a distruggere i suoi nemici in terra di Brianza. Con il conflitto tra Torriani e Visconti di un secolo dopo, la campagna militare di quell’anno, fu la peggiore guerra che la regione dovette sopportare nel corso della sua storia. Nel luglio del 1160 gli uomini di tre Porte milanesi, Porta Vercellina, Porta Comacina e Porta Nuova, sferrarono la loro offensiva sulla Martesana e il Seprio, devastando le terre fedeli all’imperatore controllate dal conte Goswino. Assediarono e conquistarono velocemente i castelli di Parravicino, Corneno d’Eupilio, Cesana ed Erba. Castelli non troppo muniti, che vennero espugnati e distrutti con semplici mezzi d’assalto, come scale e arieti, non costituendo un serio problema militare per le agguerrite truppe di Milano. Nello stesso periodo venne realizzato un ponte a Groppello sull’Adda. A questo punto i milanesi decisero di attaccare il castello di Carcano, la fortezza più difesa di tutta la Brianza. Carcano era un possesso vescovile milanese e quindi di diritto appartenente alla città di Milano, cosa che ancor più giustificava la conquista della fortezza. L’interdetto comminato dall’arcivescovo Pirovano sulla Martesana così recitava, secondo lo storico Bernardo Coiro: "E’ certo che il castello di Carcano è feudo dell’arcivescovo: ora poiché uomini ribelli alla chiesa e fautori di Federico, scomunicati e condannati, vi sono raccolti, li priviamo di ogni nobiltà e di ogni feudo, e confischiamo il castello a vantaggio della chiesa milanese”.
Il turrito maniero si ergeva in posizione strategica, a metà strada tra Lecco e Como, sui primi contrafforti delle Prealpi, controllava le strade dell’alta Brianza. Con la sua mole sovrastava le paludi dei Pian d’Erba, spesso inondate dalle esondazioni dell’alto Lambro, acquitrini e stagni rimanevano in quell’area a testimoniare l’esistenza dell’antico lago Eupili, il cui prosciugamento in epoca romana aveva lasciato gli attuali laghi di Alserio e Pusiano. Eretto nel X secolo per contrastare le devastanti incursioni ungare era posto su una collina, in cui una profonda incisione valliva, detta vallone di Carcano, causata da un torrente che scorreva da nord, lo proteggeva sia a settentrione che ad occidente, mentre una pendenza molto ripida lo isolava anche da est. Solo da sud il castello era facilmente attaccabile, anche se qui un profondo fossato con un ponte levatoio, insieme a robuste fortificazioni, ne rendevano arduo l’assalto. Due grandi torrioni, fungenti da mastio, formavano l’impianto centrale del castello. A difesa del maniera vi era un pugno di nobili delle famiglie degli Herba, Parravicini e, naturalmente, dei Carcano. I milanesi posero il loro campo a sud davanti il castello l’ultima settimana di luglio. Diversamente dalle fortezze conquistate nei giorni precedenti la rocca di Carcano necessitava di un lungo assedio. Vennero quindi approntate le macchine da guerra, a partire da grossi mangani e una torre lignea. Nel frattempo l’imperatore svevo, rimasto a Pavia, aveva radunato a Lodi un esercito per soccorrere le truppe a lui fedeli nell’alta Brianza. Secondo Ottone di Morena l’armata di soccorso comprendeva diversi contingenti descrivendone così la composizione:"Perciò il santissimo sovrano con i suoi fedelissimi era andato in aiuto di quelli di Carcano, con pochi cavalieri di Pavia, con i cavalieri e fanti di Novara, coi vercellesi, i comaschi, parte di quelli del Seprio e della Martesana, col marchese del Monferrato, il conte di Biandrate (ora dalla parte del Barbarossa) ed anche con pochi tedeschi, tra i quali vi era Bertoldo duca di Zabringhen, che con pochi suoi cavalieri era venuto a lui dalla Germania per un certo suo affare, il duca di Boemia ed il conte Corrado di Balhausen”.
L’esercito imperiale attraversò velocemente la Brianza e già il giorno 6 agosto poteva porre il campo a Vighizzolo di Cantù. L’8 agosto si accampava con l’esercito tra Tassera, presso il villaggio di Orsenigo, e il lago d’Alserio. I milanesi avevano saputo dell’arrivo dell’esercito nemico ma non vollero desistere dall’assedio, abbandonando le macchine ossidionali appena realizzate. Decisero anzi di radunare il loro esercito, raggruppando i vari accampamenti sparsi attorno a Carcano, richiamando altre tre Porte, lasciandone sola una a guardia di Milano. E’ probabile che i milanesi, fino all’ultimo, non pensassero ad uno scontro campale ma solo ad una azione dimostrativa dell’esercito imperiale indebolito dalla smobilitazione dell’inverno passato. Solo all’arrivo del nemico essi si resero conto di essere stati presi in trappola da un esercito di dimensioni paragonabile al loro. All’arrivo dell’imperatore da sud, l’esercito milanese venne a trovarsi in una situazione precaria, con alle spalle il castello di Carcano e davanti l’armata nemica. I milanesi erano pressoché circondati e, malgrado la loro posizione dominante che poteva offrire qualche vantaggio in caso si fossero posizionati sulla difensiva trincerandosi, erano impossibilitati a ricevere qualsiasi sostegno logistico da Milano. Federico aveva provveduto a far bloccare le strade principali, posizionando dei posti di blocco e ostruendo il passaggio con grossi tronchi d’albero, più per impedire la fuga al nemico che per impedire l’arrivo di vettovaglie. Era intenzione dello Svevo di attaccare accettando uno scontro campale certo di vincere, anche se la superiorità numerica apparteneva ai milanesi, con alcune centinaia di soldati in più rispetto all’esercito di Federico.
Il 7 agosto i milanesi furono affiancati da 200 cavalieri bresciani ma, cosa più importante, nottetempo il Carroccio riuscì a raggiungere smontato il campo dell’esercito milanese. Il Carroccio venne presto montato e preparato per la battaglia che si stava profilando. Mai un esercito comunale sarebbe sceso in campo per una battaglia decisiva senza il suo Carroccio. La notte tra l’8 e il 9 agosto i milanesi non la trascorsero solo montando il loro carro di guerra, vi furono soprattutto discussioni su come affrontare la difficile situazione. Nel campo vi erano numerosi chierici, oltre all’arcivescovo di Milano, Umberto da Pirovano, vi era il futuro arcivescovo della città, l’allora diacono Galdino. Quest’ultimo sarà uno dei più convinti sostenitori nel dare battaglia campale all’imperatore, attaccando subito il nemico senza aspettare le sue mosse. Così il cronista Ottone descrisse la situazione: "L 'imperatore aveva circondato milanesi e bresciani cosicché non si poteva portare loro cibo in nessun modo. Per cui erano sommamente atterriti i milanesi che non potevano ritornare a Milano e, stando li, non avevano la possibilità di procurarsi cibo ne sapevano che dovessero fare: infine, tuttavia, come spesso suole accadere, necessità trovò consiglio e si proposero di tentare la fortuna della battaglia, piuttosto che morire di fame restando lì”.
In effetti nulla si sapeva sulle intenzioni di Federico. Se l’imperatore si fosse limitato a bloccare il campo nemico, magari costruendo delle opere di difesa, avrebbe posto i milanesi nella condizione peggiore. Alla fine si giunse alla decisione di attaccare gli imperiali. L’indomani ci sarebbe stata la battaglia campale che avrebbe potuto decidere le sorti della guerra. La battaglia di Carcano, detta anche di Tassera, non fu un evento singolo ma fu caratterizzato da scontri separati nel tempo e nello spazio. Le colline moreniche e lo schieramento degli eserciti su una vasta area contribuirono nello spezzettare la giornata di Carcano in due battaglie separate. Martedì nove agosto, l’esercito imperiale si schierò per assaltare le posizioni lombarde. Muovendo dal suo accampamento, posto nella località di Tassera, Federico si schierò, con la cavalleria tedesca e alcuni altri cavalieri italici suoi alleati, a formare il suo fianco destro. Mentre sul lato sinistro si posizionarono gli eserciti dei comuni lombardi alleati provenienti da Novara, Como, Vercelli e altri contingenti minori delle altre città di Lodi e Cremona. Questi contingenti erano composti quasi esclusivamente di fanteria con solo duecento cavalieri al seguito. Le due ali avanzanti erano piuttosto distanti tra loro ed erano divise dall’orografia del terreno, fatta di basse colline moreniche intersecate da profondi impluvi ricchi di vegetazione. La decisione di uno spiegamento tanto ampio era forse dovuta al fatto che non si volesse lasciare una via di fuga ad un nemico che si riteneva debole e posto sulla difensiva. Nel campo milanese, presso il Carroccio, venne celebrata le messa, dove l’arcivescovo spronò alla lotta ricordando le cause della guerra e i torti subiti, concludendo poi così: “Dio è con noi e per noi sarà la vittoria”.
Dopo aver assistito alla messa e ricevuto l’assoluzione anche l’esercito milanese si spiegò per attaccare il nemico. Sulla sinistra con il carroccio si schierarono quelli di Porta Romana e di Porta Orientale, affiancati, a destra, da quelli di Porta Comasina. Sul fianco destro si disposero quelli delle rimanenti due Porte con i cavalieri bresciani.
Un piccolo contingente di armati venne lasciato a guardia del castello di Carcano in modo da non essere presi alle spalle dai nobili lì assediati. Le prime a muoversi contro il nemico furono le truppe di Porta Comasina. Si scontrarono presso l’accampamento degli imperiali di Tassera, riuscendo ad occuparlo e a saccheggiarlo, fino a che non vennero scacciati dalla cavalleria di Federico.
[caption id="attachment_6220" align="aligncenter" width="1000"] Il carroccio (La battaglia di Legnano)[/caption]
Federico nella sua avanzata si stupì nel vedere i milanesi che invece di rimanere sulla difensiva sferravano loro stessi l’attacco. Lancia in resta l’imperatore e i suoi cavalieri caricarono i nemici formati in larga parte di fanteria, i milanesi vennero travolti e fatti a pezzi, tanto che gli imperiali raggiunsero presto il Carroccio senza che i milanesi riuscissero a fare quadrato intorno ad esso. Così Ottone di Morena descrive il combattimento:
Pertanto i milanesi, lo stesso martedì, vigilia del beato Lorenzo, iniziarono il combattimento con l'imperatore. Questi con i suoi tedeschi ed alcuni altri irruppe con forza contro i milanesi, respingendoli fin quasi al loro Carroccio, dov'era la moltitudine dei fanti, dei quali uccise un gran numero, soprattutto di Porta Romana e di Porta Orientale, che volgarmente si chiamava Porta Renza: uccise anche i buoi del Carroccio, intaccò il carroccio stesso e ne portò via la croce dorata che era sulla pertica ed il vessillo ivi posto e condusse prigionieri nelle tende molti di loro, cavalieri e fanti”.
L’ala sinistra lombarda aveva ceduto senza opporre una valida resistenza al nemico, forse colti di sorpresa dalla carica della cavalleria mentre avanzavano vennero travolti e, ritirandosi, travolsero anche i soldati che avrebbero dovuto difendere il Carroccio. In questo caos la cavalleria milanese dell’ala destra, presa alla sprovvista, non riuscì a contrattaccare finendo per subire l’azione della cavalleria avversaria lanciata alla carica. Una volta raggiunto il Carroccio i milanesi della loro ala sinistra rinunciarono a combattere dandosi alla fuga inseguiti dai cavalieri nemici. Federico stesso, che aveva caricato tra le prime file, uccise con la sua spada i buoi a cui era aggiogato il Carroccio, a cui venne strappato lo stendardo di guerra che venne gettato nel fango. Trenta cavalieri impegnati alla difesa del Carroccio vennero uccisi sul posto. Successivamente il Barbarossa con alcuni soldati spinsero il Carroccio dentro un fossato, posto in direzione del lago di Alserio, facendolo così a pezzi.
Proprio in quell’area, vicino a Tassera, in un piccolo corso d’acqua che porta al lago, vennero ritrovate, in tempi moderni, armi risalenti alla battaglia, ora al Museo Archeologico di Milano. Esausto per la battaglia Federico stava tornando al suo accampamento, sotto al suo padiglione per riprendersi, quando, sulla sua ala sinistra, irruppero i milanesi dell’ala destra provenienti da occidente. L’imperatore con la distruzione del Carroccio pensava di aver distrutto la parte principale dell’esercito lombardo, non si avvide, invece, che quella era solo una parte, valutando per difetto il numero dei nemici. Il combattere in prima linea gli aveva fatto perdere la visione d’insieme del campo di battaglia, trascurando i collegamenti con i suoi alleati italiani dell’ala sinistra la cui sorte in battaglia non era stata altrettanto benevola.
Mentre il Barbarossa sfogava la sua furia sul Carroccio nel settore occidentale del campo di battaglia lo scontro si svolgeva tra milizie italiane. Malgrado i soli 200 cavalieri le fanterie imperiali, anche se poste sulla difensiva dalla cavalleria milanese, tenevano bene le loro posizioni e lo scontro rimase a lungo incerto. A sbloccare la situazione ci pensarono gli armati dei villaggi di Erba e Orsenigo che attaccarono alle spalle gli imperiali, impegnati a combattere duramente i milanesi sulla loro fronte. Le truppe dei comuni alleati a Federico vennero così presi su due lati cedendo di schianto. Lo storico Ottone così descrive il fatto:
"Ma dall'altro lato della battaglia, dove la maggior parte dei cavalieri milanesi e bresciani si trovavano davanti a novaresi, comaschi e molti altri, che erano su quel fronte, i reparti bresciani e milanesi, irrompendo insieme fecero di essi, e soprattutto dei novaresi, una grandissima strage. Presero molti prigionieri, molti ne uccisero e ne misero in fuga più di duemila (grazie anche all'intervento dei popolani di Erba ed Orsenigo). Venuta frattanto una fortissima pioggia ritornarono agli accampamenti, ma poco dopo però i milanesi ed i bresciani, riprese le armi, corsero a combattere”.
Corsero infatti a combattere sul lato dove vi era l’imperatore i cui cavalieri non riuscirono ad organizzare un’azione compatta, essendosi in maggior parte dispersi lungo il campo della battaglia precedente, intenti a far bottino e a uccidere i superstiti dell’ala sinistra milanese. Vistosi in inferiorità numerica e attaccato da tutti i lati, l’imperatore ordinò la ritirata. Ottone così scrive:
"Dal lato opposto l'imperatore, vedendosi lasciato con pochi tedeschi e non molti altri, decise che era meglio ritirarsi dalla battaglia piuttosto che essere vinto in campo. E così partì verso Como con quelli che aveva ancora con se, abbandonando li molte tende e molti prigionieri di guerra. I milanesi e i bresciani, saccheggiato l'accampamento dell'imperatore e ripresi molti che erano stati fatti prigionieri, abbandonano loro il campo con grande gioia e, come suole avvenire in cose di tal genere, con grande clamore ritornano all'accampamento e raccolgono i cadaveri dei loro, mandandone a Milano molti carri carichi. Da quella battaglia venne somma letizia e somma mestizia per i milanesi. Penso tuttavia che la gioia superasse il dolore”.
Lo sganciamento delle truppe imperiali fu favorito dal terreno impervio e dalla tempesta che nel frattempo era sopraggiunta. Un vero diluvio con tuoni e lampi che fecero decidere molti soldati a mettersi al riparo, abbandonando l’inseguimento del nemico ormai in fuga. Ad ogni modo la maggior parte della fanteria imperiale, lenta nei movimenti, venne fatta a pezzi dai cavalieri di Milano. Più agevole fu la ritirata dei cavalieri, anche se per un momento lo stesso imperatore corse il rischio di venire agguantato dai nemici, mettendo rapidamente fine alla guerra in favore dei milanesi. Accadde che il cavallo del Barbarossa, durante la fuga, rimase impigliato con le zampe in un filare di viti. Federico venne anche centrato da un colpo di lancia non parato dallo scudo ma, comunque, il corpo venne protetto dall’armatura.
L’imperatore stava poi per cadere prigioniero se, il conte di Lomello, non lo avesse raccolto sul suo cavallo, ed entrambi riuscirono, così, a mettersi in salvo. Il Barbarossa e i suoi si ritirarono così verso Montorfano per poi raggiungere la fedele Como dove si rinserrarono nel castello del Baradello, ricostruito dal Barbarossa solo l’anno prima. La giornata si era conclusa con l’insperata vittoria dei milanesi e dei loro alleati.
Le perdite imperiali assommavano a 2.000 tra caduti e feriti, ma anche prigionieri. Per i milanesi le perdite furono altrettanto pesanti, circa 2.000 morti, tra cui il console milanese Anselmo Mandelli, conte di Maccagno e signore di Montorfano. Una vittoria sofferta dunque, ma il bottino e il prestigio di aver battuto l’imperatore in campo aperto erano immensi. La perdita del Carroccio poteva ben essere ripagata con il ricco padiglione di Federico, dono del re inglese. Il bottino fu così cospicuo che non bastarono i carri per trasportarlo a Milano. Agli abitanti di Orsenigo ed Erba furono tributati grandi onori. A loro si deve in parte il successo della battaglia contro l’imperatore. I Consoli milanesi concessero loro l'esenzione di ogni tributo e la cittadinanza ambrosiana, ascrivendone i nomi tra gli abitanti di Porta Orientale, come parrocchiani di San Babila, venendo così equiparati agli abitanti della città di Milano, con tutti i vantaggi fiscali, tanto che il territorio erbese divenne una zona franca.
A supplemento della battaglia il giorno seguente vi fu un altro scontro sanguinoso nella stessa zona. Il 10 agosto giunsero a Carcano 280 cavalieri di Cremona e Lodi che, il giorno prima, si erano attardati a conquistare e a distruggere il ponte a Groppello sull’Adda.
Ignari della sconfitta degli eserciti imperiali il giorno prima, i cavalieri finirono inconsapevolmente in bocca ai milanesi che, già esaltati della vittoria sul Barbarossa, li fecero a pezzi. Solo pochi riuscirono a salvarsi dandosi alla fuga, alcuni trovarono la morte affogando in una palude, detta di Acquanera. In tutte queste vicende grandi assenti furono i nobili assediati nel castello. Durante la battaglia non cercarono di approfittarne con una sortita che certo avrebbe messo in difficoltà i milanesi, che potevano essere attaccati anche alle spalle, mentre erano impegnati con l’esercito imperiale. Forse gli assediati ritenevano la battaglia una facile vittoria imperiale per cui non era necessario rischiare la vita in prima persona. Ad ogni modo l’assedio sarebbe durato ancora soli undici giorni in cui il castello venne bersagliato dai mangani e respinse una serie di assalti. Una sortita notturna dei nobili assediati riuscì a incendiare e distruggere tutte le macchine d’assedio degli assedianti, senza che i milanesi fossero in grado di opporre una valida resistenza all’incursione nemica. L’assedio a Carcano finì il 19 agosto, quando i milanesi, senza più equipaggiamento ossidionale, si resero conto di non poter conquistare il difeso maniero, inoltre nuove minacce incombevano a sud di Milano. In definitiva la battaglia di Carcano fu una grande e insperata vittoria tattica che la mancata conquista del castello vanificava. Dal punto di vista strategico nulla cambiava rispetto a prima con i milanesi costretti ancora sulla difensiva.
 
Per approfondimenti:
_Lega Lombarda 1158-1162  Edizioni Chillemi
 
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di Davide Quaresima  del 27/09/2016

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Uno dei periodi più tormentati e tesi della recente storia repubblicana del nostro paese: i famosissimi Anni di Piombo.  Videro l’emergere di un movimento terroristico di estrema sinistra dal nome Brigate Rosse. Loro compito era quello di scatenare e guidare la rivoluzione proletaria per scardinare completamente il “dominio” delle multinazionali, in particolare di quelle statunitensi, piantatesi in Italia nel dopoguerra e portare infine a compimento il processo di liberazione nazionale avviato, dal loro punto di vista,  durante la Seconda Guerra Mondiale dai partigiani e mai conclusosi definitivamente per molti esponenti della sinistra del periodo.
I primi fermenti rivoluzionari sorsero nei numerosi circoli intorno alle università e alle fabbriche italiane alla fine degli anni ’60. In quei luoghi si discuteva degli avvenimenti più importanti del periodo come la Rivoluzione Culturale di Mao in Cina o delle imprese di Guevara e Castro in Sud America (e anche dei loro esiti fallimentari). Il tutto alimentato da un pieno di illusioni, speranze e voglia di fare da parte di molti giovani che coincise poi con il ’68.
E’ veramente difficile muoversi nella miriade di movimenti, organizzazioni e associazioni che sorsero in quegli anni, ma, quasi con certezza, si possono ricondurre le radici delle BR ad uno di essi, il CPM (Collettivo Politico Metropolitano). Quest’ultimo, nel 1970, decise di dare una svolta a quelle che erano solo parole. Nei primi mesi dello stesso anno iniziarono a circolare a Milano, nel quartiere Lorenteggio, dei volantini con su scritto “Brigata Rossa”.
Ufficialmente la nascita delle Brigate Rosse (a seguito delle conferme di alcuni ex-militanti) risalirebbe all’agosto del ’70 quando alcuni esponenti dell’estremismo di sinistra provenienti dell’Università di Trento (tra i quali i più famosi Renato Curcio e Margherita Cagol) e alcuni operai e impiegati delle fabbriche milanesi Sit-Siemens e Pirelli, si riunirono a Pecorile, in provincia di Reggio Emilia, per decidere di passare oltre la semplice propaganda e gettarsi sulla lotta armata con la quale, poi, accelerare definitivamente la caduta dell’imperialismo straniero.
Sostanzialmente, tre sono le fasi che caratterizzarono l’attività delle brigate rosse:
• La prima va dal 1970 al 1974 e viene definita di “propaganda armata”, contraddistintasi per attentati dimostrativi e per qualche sequestro;
• La seconda, invece, può esser considerata la più “famosa” e terribile, in quanto gli attacchi vennero diretti proprio contro il “cuore dello Stato”, e va dal 1974 al 1980.
• Infine, abbiamo la fase di divisione e dissoluzione, tra il 1981 e il 1988.
Il vero e proprio momento di svolta può esser ricercato in un biennio, quello tra il 1974-76, in cui molti esponenti delle prime Brigate Rosse vennero arrestati o uccisi.
Fu un momento di importante transizione che vide passare la gestione dell’organizzazione a nuove figure, tra le quali spiccava Mario Moretti, molto più intransigenti e spietati. Da questo momento si inizieranno a notare cambiamenti importanti, in particolar modo riguardo le azioni svolte (il raggio d’azione si amplierà sensibilmente) e la loro strutturazione/esecuzione diventò molto cruenta e puntuale.
[caption id="attachment_6200" align="aligncenter" width="1000"] Maggio 1974, capi delle Brigate Rosse - da sinistra a destra: Piero Morlacchi, Mario Moretti. Renato Curcio e Alfredo Bonavita.[/caption]
Come ho sostenuto in precedenza, gli anni ’60 e ’70 furono due decenni molto intensi e ricchi di avvenimenti nella storia del ‘900, e le Brigate Rosse non furono le sole ad agire nel mondo. Difatti, esse amavano ispirarsi ad altri movimenti ed organizzazioni del periodo come i Black Panthers, Che Guevara a Cuba ed in Bolivia e, in modo particolare, ai guerriglieri uruguayani Tupamaros, da cui “presero in prestito” anche il loro simbolo, la stella asimmetrica a cinque punte. Da loro le BR ebbero molto da apprendere.
Si parlava di lotta armata, o di esercito proletario, ma i primi morti (accidentali per giunta) arrivarono solo nel ’74. A morire furono due esponenti di destra, Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, freddati dai brigatisti della colonna veneta.
[caption id="attachment_6201" align="aligncenter" width="1000"] 06/11/2015. Scritte a vernice spray, con falce e martello, nella notte in via Zabarella, sul luogo che ricorda i due militanti del Msi Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci uccisi dalle Br. Questo atto dimostra, ancora una volta, la forte diatriba ancor oggi fortemente radicata tra "destra" e "sinistra".[/caption]
Questo evento è, a mio parere, fondamentale per comprendere meglio le dinamiche contrastanti all’interno del movimento brigatista poiché il comitato nazionale delle BR ammonì i propri militanti del Veneto ribadendo che colpire gli esponenti filo-fascisti non era la priorità. L’obiettivo più importante da perseguire era l’attacco al cuore dello Stato. Comprendere la differenza è fondamentale. Oramai siamo di fronte ad un movimento rivoluzionario e clandestino, molto ben organizzato a livello nazionale (con varie colonne sparse per il paese), in grado di assumersi la responsabilità anche di molti morti (ne rivendicheranno in tutto 86) pur di colpire alle fondamenta l’obiettivo principale, lo Stato. Stiamo entrando in pieno negli anni di piombo.
Il periodo successivo sarà ricco di eventi. L’8 settembre 1974 vennero arrestati Renato Curcio ed Alberto Franceschini, due tra i massimi esponenti del movimento. L’azione condotta dai carabinieri del generale Carlo Alberto dalla Chiesa inferse un colpo durissimo alle BR, ma allo stesso tempo consegnò, come ho già accennato in precedenza, la direzione dei brigatisti a Mario Moretti.
Moretti era fra gli esponenti più intransigenti; per lui la propaganda armata era solo una perdita di tempo. L’attacco al cuore dello Stato doveva essere effettuato immediatamente, ed in modo violento.
Nel ’75 Curcio fu liberato. Tra il ’75 ed il ’76 il numero delle vittime dei brigatisti crebbe sensibilmente. A cadere sotto i loro colpi furono tra gli altri il consigliere comunale della DC milanese Massimo De Carolis, il carabiniere Giovanni d'Alfonso, maresciallo Felice Maritano, l'appuntato di Polizia Antonio Niedda, il sostituto procuratore di Genova Francesco Coco (con lui furono uccisi anche i due agenti della scorta), il vice questore Francesco Cusano.
Abbiamo parlato del ruolo di Moretti. Nulla sarebbe stato possibile senza la morte di Margherita Cagol, compagna di Curcio, e il definitivo arresto di quest’ultimo nel 1976. Il “vertice storico” delle BR era oramai acqua passata, molti di coloro che avevano animato giovani studenti ed operai all’inizio degli anni ’70 erano morti o erano stati arrestati. La leadership di Mario Moretti era sempre più preponderante.
Dalle parole si doveva passare ai fatti. Le BR dovevano prendere una decisione nel breve termine. O si attaccava o si era attaccati. Lo Stato e tutti i suoi “servi” dovevano essere colpiti. Tra il ’78 e l’80 il numero di azioni, uccisioni, gambizzazioni e sequestri aumentò in modo esponenziale. I “vertici storici”, i veri teorici delle BR erano in carcere, e le nuove leve erano rappresentate da giovani che poco avevano a che fare con il primo movimento brigatista. Questo aspetto, sommato alla gestione Moretti e all’attività degli organi statali e di polizia sempre più tempestiva ci fa comprendere meglio il generale clima di instabilità e tensione.
Ma l’evento forse più conosciuto (e allo stesso tempo più ricco di aspetti oscuri e mai del tutto chiariti) che per sempre sarà legato nell’immaginario comune alle Brigate Rosse fu il sequestro e l’assassinio dell’On. Aldo Moro. Quest’ultimo fu rapito a Roma in Via Fani il 16 marzo 1978 mentre la sua scorta, composta da 5 uomini, fu eliminata completamente. Moro fu tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni creando un vero e proprio caso mediatico. Non era il primo sequestro dei brigatisti, ma era un vero e proprio “colpo allo Stato”.
[caption id="attachment_6203" align="aligncenter" width="1000"] Il cadavere dell'onorevole Aldo Moro viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 di colore rossa, rubata il 2 marzo 1978 all'imprenditore Filippo Bartoli nel quartiere Prati.[/caption]
Moro, presidente della DC, stava da tempo progettando un governo più aperto, che tenesse conto anche del Partito Comunista, e molte sono le stranezze e gli aspetti bui che circondano tutt’ora questa vicenda. Il corpo dello stesso Moro venne ritrovato in un auto parcheggiata contromano all’incrocio tra Via Caetani e Via Funari, vicino a via delle Botteghe Oscure e piazza del Gesù, sedi storiche rispettivamente del PCI e della DC.
La pubblica opinione e la politica italiana si scissero tra i fronti della “fermezza” e della “trattativa”; addirittura intervenne lo stesso Papa Paolo VI.
Le scissioni e le crepe si presentarono anche all’interno delle BR tra coloro che volevano da una parte il rilascio dell’ostaggio e dall’altra la sua uccisione. Prevalse la seconda fila con a capo Moretti.
L’uccisione di Moro contrassegnò il punto più “alto” e terribile dell’attività brigatista, ma allo stesso tempo segnò l’inizio della fine. Le separazioni e le divergenze aumentarono e molte furono le critiche dirette contro la direzione Moretti, oramai incapace di gestire operazioni a livello nazionale e di coordinare le varie colonne delle BR. Difatti possiamo parlare di ultima fase delle BR proprio a partire dagli anni ’80, dall’assassinio di Guido Rossa, quando iniziarono addirittura a perdere consensi dal mondo sindacale e dalla sinistra extraparlamentare. Le divisioni iniziarono ad assumere connotazioni ideologiche e il fronte brigatista si spaccò in miriadi di colonne, movimenti e organizzazioni con obiettivi e risultati differenti andando a rappresentare nelle successive azioni, appunto, solo se stessi.
Potremmo sostenere con certezza che, anche se omicidi ed attentati continuarono ad avvenire (in maniera sempre più sporadica), gli anni ’80 segnarono la fine delle Brigate Rosse.
Si è continuato ancora per molto tempo a parlare di loro, addirittura c’è chi parla di Nuove Brigate Rosse nel ventunesimo secolo; ma credo che quest’organizzazione, così temuta e terribile, abbia tratto tutta la sua linfa vitale da un determinato periodo di tempo, con idee, speranze e necessità di cambiare l’Italia (e il mondo intero) su molti aspetti, per poi iniziare a morire corrotta dalla sua stessa voracità.
Un ultimo pensiero lo vorrei rivolgere a tutte quelle persone, tra i quali ci sono magistrati, poliziotti e uomini delle scorte, che hanno cercato di contrastare legalmente questo fenomeno trovando molto spesso la morte durante il loro lavoro, il tutto per consegnare a noi oggi un’Italia migliore.
 
Per approfondimenti:
_Andrea Saccoman, Le Brigate Rosse a Milano. Dalle origini della lotta armata alla fine - Edizioni Feltrinelli
_Paolo Parisi, Il sequestro Moro - Edizioni Feltrinelli
_Pino Casamassima, Gli irriducibili, storie di  brigatisti mai pentiti - Editore Laterza
 
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di Riccardo Pizi del 10/09/2016

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I tedeschi pur essendo ormai egemoni all’interno di una Unione Europea, sempre più tecnocratica e centralista e sempre meno "kantianamente Europea", hanno avuto fondamentalmente una storia simile a quella italiana, ma con caratteristiche non del tutto uguali.
[caption id="attachment_5920" align="aligncenter" width="1482"] Versailles, Il Re di Prussia Guglielmo I viene proclamato Imperatore tedesco (dipinto di Anton von Werner, 1877)[/caption]

Proprio come noi la Germania è diventata tale, solo nella seconda metà dell’800, nel 1871 ad esser precisi. L’Italia aveva compiuto il suo processo di unificazione 10 anni prima, ma solo l’anno precedente al 71 l’unificazione italiana era riuscita ad imporsi su ciò che rimaneva dello Stato Pontificio. Di contro la Germania dopo le guerre austro-prussiane aveva strappato la guida della lingua "tedesca" all'Austria e si apprestava ad essere lo Stato che grazie allo sviluppo della techne prenotava rispetto alle altre potenze un futuro di prospero dominio politico-militare ed economico. L'Europa, dunque, dopo la paura della Francia Napoleonica, iniziava a temere una Germania unita come pericolo per la stabilità Europea.

Solo alla fine del 700 inizia ad esistere una consapevolezza nazionale tra gli abitanti del "Sacro Romano Impero della Nazione Germanica". Questo impero, nel corso dei secoli, aveva sempre meno forza unitaria, trovandosi ad essere poco più che una federazione di Stati Sovrani. Difatti "l’imperatore" era dotato di poteri che andavano poco oltre il simbolico, egli rappresentava semplicemente il territorio tedesco ma non aveva alcuna sovranità su di esso. A detenere il potere effettivo erano i Principi Elettori eletti tra circa 300 principati, ducati, granducati e città libere totalmente autonome (questo a differenza dell’Italia che venne invece suddivisa in zone d’influenza dopo il Congresso di Vienna) che spesso si facevano anche la guerra tra di loro. Ci si sentiva sassone, bavarese, svevo, frisone, prussiano o austriaco, ma non "tedesco".

 
[caption id="attachment_5908" align="aligncenter" width="1033"] Confederazione tedesca antecedente al 1871.[/caption]
L'idea, seppur embrionale, della Germania unita nasce solo nella lotta comune contro l'avanzata dell’imperatore francese Napoleone che, all'inizio dell'800, aveva occupato tutta la Germania, sciogliendo di fatto il Sacro Romano Impero e trasformandolo in una Confederazione di Stati a lui asserviti. Questa idea di una Germania unita, inizialmente con l’intento di liberarsi dal giogo dell’invasore francese, era accompagnata anche da richieste democratiche e liberali, inaccettabili per i governanti, ancora espressione dell’Ancien Régime. Un primo tentativo di arrivare a uno stato democratico e unitario fallì nei vari moti rivoluzionari del 1848.
 
Già analizzando il periodo rivoluzionario si può facilmente notare come le spinte all’unificazione non vennero promosse da personalità autenticamente liberali. Pur essendo le forze democratiche protagoniste nei moti del 48, la classe egemone fu soprattutto quella aristocratica, composta dai grandi proprietari terrieri prussiani (Junker; letteralmente i “giovani signori”) e della borghesia delle produzioni e del commercio; cosicché, nel pieno della rivoluzione industriale, la prima forma autentica di unità della nazione tedesca non fu politica ma economica, con la costituzione di una Unione doganale (Zollverein) nel 1834.
Come avvenne per Italia con la figura del primo ministro del Regno di Sardegna Camillo Benso di Cavour, l’unità della Germania si deve alla presenza preponderante di un analogo statista, Otto von Bismarck (1815-1898) che assunse la direzione del governo prussiano nel settembre 1862. In un certo senso La Prussia, analogamente al processo di unificazione avvenuto in Italia, ebbe la stessa funzione propulsiva riscontrata nel Piemonte di Vittorio Emanuele II.
A differenza dell’Italia, in cui agirono sin dall’inizio gruppi di ispirazione democratica e repubblicana risalente al pensiero e all’azione di Giuseppe Mazzini, in Germania mancò completamente la presenza di un’ideologia democratica che propugnasse tale azione unificante. Anche per questo non si verificò nulla di particolarmente eclatante se paragonato, ad esempio, alla spedizione di Garibaldi, che per l’unificazione italiana, rappresenta il fattore scatenante “dal basso” dell’istanza democratica e repubblicana.
Al contrario Bismarck era espressione della mentalità degli Junker, alquanto lontana dalle idee liberali e democratiche (se non diametralmente opposta ad esse).
Lo stesso procedere del processo di unificazione della Germania, attraverso guerre con gli Stati limitrofi non solo fu guidato dall’alto ma fu quasi esclusivamente appannaggio del gruppo di potere prussiano, sulla strada della formazione di una grande potenza industriale e militare.
Ulteriore differenza essenziale tra Germania e Italia è riscontrabile nella visione storiografica e nella mitografia nazionale delle guerre per l’unificazione. I conflitti ingaggiati dalla Prussia tra il 1864 ed il 1866, prima a fianco dell’Austria contro la Danimarca per la questione dei ducati di Schleswig ed Holstein, poi con l’Italia ed alcuni Stati della Confederazione Tedesca contro l’Austria ed altri Stati della suddetta confederazione per l’affermazione dell’egemonia prussiana sulla Germania, non rappresentano campagne di unificazione, ma Einheitskriege (ovvero “guerre di unità”) in cui il sentimento nazionale è drammaticamente già acquisito, tanto da venire nominate anche con l’atroce termine Bruderkrieg (“guerra dei fratelli”).
Se il popolo tedesco può dirsi a buon titolo erede del pensiero greco, dopo le due disastrose guerre mondiali la Germania ha pagato (forse più di tutte) il dramma dello smarrimento della ricerca della "chiarezza" europea (di derivazione greca)  per la ricerca della "certezza" che ha portato l'Europa verso il suicidio della volontà di potenza.
Nonostante tutto la Germania, riunificata nel 1989, si è riportata ancora fra le grandi del globo ed oggi è una potenza piuttosto temuta (se non predominante) all’interno dell’odierno panorama europeo. Questo può solo farci riflettere sullo spirito tedesco, ancora fresco, e sul contributo (positivo o negativo) che ancora può dare all'Europa.
 
 Per approfondimenti:
_Nelson Walter H. - Gli Hohenzollern dal grande elettore a Guglielmo II, Odoya Edizioni
_Pagano Salvatore - Le guerre di Federico II. La nascita della potenza prussiana, Edizioni Res Gestae
_Winkler Heinrich A. - Grande storia della Germania, Edizioni Donzelli (collana Saggi. Storia e scienze sociali)
_Edmund Husserl - L'idea di Europa, Raffaello Cortina Editore
 
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di Gabriele Rèpaci del 21/08/2016

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Il 31 maggio del 1973 venne promulgata la nuova costituzione siriana, che suscitò immediate proteste, soprattutto nella città conservatrice di Hama, perché il documento, composto di 156 articoli, ometteva di specificare che il presidente della repubblica doveva essere musulmano. Era un fatto che colpiva profondamente l’opinione pubblica in quanto, fin dagli anni ʼ30, la costituzione siriana stabiliva che il capo dello stato doveva appartenere alla fede islamica. A causa delle pressioni da parte della maggioranza sunnita del paese, Assad dovette fare un passo indietro e ripristinare la clausola inerente l’appartenenza all’Islam del presidente. In compenso fu mantenuto l’articolo secondo il quale la sharīʿa (legge islamica) non era la fonte principale della legislazione, ma una delle fonti principali. Hāfiz al-Asad dovette dimostrare di essere un buon musulmano.
[caption id="attachment_5655" align="aligncenter" width="1319"] La Mecca, è una città dell'attuale Arabia Saudita occidentale, situata nella regione dell'Hegiaz. Capoluogo della provincia omonima, è la città santa per i musulmani.[/caption]
Partecipò alle preghiere pubbliche e si recò in pellegrinaggio alla Mecca. In più occasioni, numerosi ulama rilasciarono dichiarazione favorevoli ad Assad, ribadendo che gli alawiti erano musulmani e non eretici; diedero una connotazione religiosa alla guerra del 1973, sostenendo che era un conflitto religioso contro i nemici dell’Islam e Assad ne era il leader e condannarono i Fratelli Musulmani come una “banda”.
Uno degli obiettivi che si pose il nuovo presidente in politica estera era quello di recuperare i territori perduti nella Guerra dei Sei Giorni e riscattare l’immagine del proprio paese dopo vent’anni di continue umiliazioni da parte degli israeliani. Per fare questo aveva bisogno di accrescere enormemente il potenziale bellico siriano fino ad allora sempre nettamente inferiore a quello nemico. E non è un caso, quindi, che dal febbraio 1971, dopo appena dieci settimane dal cambio di potere, Assad si recò in visita a Mosca e lo farà ancora una dozzina di volte fino al 1973.
[caption id="attachment_5656" align="aligncenter" width="1024"]assad Nella foto il capo supremo dell'URSS, Leonid Breznev (al centro) e Andrei Gromyko, il suo ministro degli esteri (alla sua sinistra). Il presidente siriano Hafez el-Assad all'aeroporto di Mosca (a destra di Breznev).[/caption]
Dopo numerose trattative i dirigenti sovietici accordarono a Damasco ingenti forniture militari (300 caccia da combattimento, più un centinaio di batterie Sam con 500 lanciamissili e almeno 400 unità di artiglieria contraerea) a patto, però, che ogni manovra e decisione siriana venisse presa in diretta consultazione con Mosca. Mentre cercava le armi per combattere, Assad trovava nell’Egitto di Sadat, l’alleato naturale e privilegiato per sconfiggere Israele. Agli inizi del 1971 il presidente siriano e il suo omologo egiziano iniziarono così a elaborare una serie di piani per un attacco congiunto sino ad arrivare all’agosto del 1973, quando nel quartier generale della marina egiziana di Raʾs at-Tin, si tenne una riunione segreta del Consiglio supremo delle forze armate siro-egiziane.
In quell’occasione le più alte cariche dei due eserciti firmarono il documento formale in cui si impegnavano a muovere guerra nel prossimo autunno. Ulteriori consultazioni fissavano la data e l’ora: il 6 ottobre alle 14.00.
In realtà Siria ed Egitto avevano obiettivi assai divergenti: Assad voleva la guerra perché era convinto che ogni colloquio con Israele non avrebbe portato a nessuna restituzione dei territori occupati; Sadat invece voleva il conflitto per aver maggior potere negoziale al tavolo della trattativa separata che già conduceva (apertamente, ma anche segretamente) con Tel Aviv tramite la mediazione americana. Per Damasco si trattava di una guerra di liberazione, per il Cairo era una mossa essenzialmente politica per rilanciare la propria diplomazia. Entrambi avevano bisogno l’uno dell’altro, e Sadat sapeva bene che Assad si sarebbe rifiutato di combattere se lo scopo comune non fosse stato la liberazione del Sinai e del Golan.
Il presidente egiziano scelse così di non rivelare le sue vere intenzioni al collega siriano, mentre quest’ultimo, troppo preso dai suoi obiettivi di guerra, non si poneva nemmeno il problema di quel che sarebbe potuto accadere dopo la fase bellica, né si garantì una rete diplomatica di sicurezza in caso di insuccesso.
In questo contesto, il 6 ottobre 1973 ebbe inizio la Guerra d’Ottobre (anche detta del Ramadan o dello Yom Kippur perché iniziata in concomitanza con le omonime festività musulmana ed ebraica): il massiccio attacco congiunto siro-egiziano colse di sorpresa i militari e i dirigenti israeliani, e mentre da nord i siriani riuscirono ad avanzare fino a conquistare importanti posizioni (compresa la vetta del Monte Hermon/ash-Shaykh), da sud, gli egiziani, si arrestarono subito dopo attraversato il Canale di Suez.
Sadat infatti decise di non avanzare nel Sinai, come invece si aspettava la Siria, la quale si troverà a combattere da sola per un’intera settimana, soccombendo alla fine ad Israele. Quest’ultimo infatti non dovendo più preoccuparsi di difendere i suoi confini meridionali poté concentrarsi interamente su quelli settentrionali costringendo le truppe di Damasco alla ritirata fino alle linee del 1967 e, in seguito anche al di là di esse.
[caption id="attachment_5660" align="aligncenter" width="1280"] I comandanti delle Forze di difesa Israeliane (FDI): Ariel Sharon, Haim Bar-Lev e Moshe Dayan si riuniscono per un piano di contrattacco.[/caption]

Nonostante l’arrivo di alcuni reparti iracheni, seguiti il giorno dopo da quelli sauditi e giordani, le forze siriane erano ormai allo sbando e i militari israeliani arrivarono a solo 35 km da Damasco, oltre venti chilometri più avanti delle linee della tregua del ’67. Dopo numerosi appelli inascoltati alla tregua (il 22 ottobre la risoluzione 338 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu chiedeva l’applicazione in tutte le sue parti della 242 del 1967) e l’intervento diretto di Mosca e Washington (gli Usa dichiararono l’allarme generale atomico di terzo grado), il 25 ottobre venne firmato un primo cessate il fuoco. Dopo una lunga guerra d’usura che si protrasse sul Golan alla metà del 1974 (il 21 aprile gli israeliani riuscirono a conquistare nuovamente il monte Hermon/ash-Shaykh), Damasco e Tel Aviv firmarono il 31 maggio 1974 un delicato accordo in base al quale la Siria recuperò un quarto del territorio conquistato da Israele più alcune zone, di scarsa estensione geografica ma simbolicamente importanti come la città di Quneitra.

[caption id="attachment_5661" align="aligncenter" width="1848"] soldati dell'IDF conquistano posizioni strategiche negli ultimi atti del conflitto.[/caption]

Da quel momento fino ad oggi, non vi furono più scontri diretti tra israeliani e siriani sui loro rispettivi territori sebbene il conflitto diplomatico e militare continuò, ma su altri campi di battaglia (come il Libano).Da allora la posizione siriana rimarrà invariata negli anni: la pace con Tel Aviv si avrà solo quando Israele si ritirerà entro i confini pre-1967 restituendo i territori occupati. Questo dovrà essere inserito in un accordo globale che comprenda il pieno riconoscimento dei diritti dei palestinesi, tra cui quello a vivere in uno stato indipendente. La Guerra d’Ottobre causò alla Siria danni valutati a 1800 milioni di dollari. Gli sforzi per la ricostruzione furono immensi. Ma il governo agì celermente introducendo misure di liberalizzazione economica per incoraggiare gli investimenti. Il terzo piano di sviluppo (1971-1975) portò a una crescita inaspettata. Spronò quindi il governo a rafforzare gli incentivi e a dare il via a un ambizioso quarto piano di sviluppo (1976-1980), che si scontrò con le ripercussioni economiche dei problemi regionali. Assad fu in grado di dare stabilità interna, successo nazionale e crescita economica che gli conferirono popolarità e legittimità. Solo nella seconda metà degli anni settanta lo stato siriano dovette far fronte tensioni e a minacce interne, causate dal coinvolgimento militare nella guerra civile libanese nel 1976, dalla diffusione di corruzione e nepotismo, da abusi delle forze di sicurezza, dalla composizione su base confessionale del sistema e dall’aumento delle diseguaglianze economiche. Negli anni tra il 1976 e il 1982 la Siria si ritrovò in una situazione di pre-guerra civile quando le forze islamiste, in particolare i Fratelli Musulmani, diedero vita a una campagna di attentati terroristici su vasta scala volti a destabilizzare il paese.

I Fratelli Musulmani (al-Ikhwān al-Muslimūn) furono fondati nel 1928 da un insegnante di scuola elementare Ḥasan al-Bannā a Isma'iliyya, sulla riva occidentale del Canale di Suez, in Egitto. Secondo al-Bannā l’Islam era un sistema totalizzante che tendeva a dare ogni risposta alla società contemporanea. La soluzione per risolvere i problemi che affliggevano le società musulmane era, secondo i Fratelli Musulmani, quella di creare un governo che applicasse i principi dell’Islam, realizzare la giustizia sociale per tutti gli egiziani e liberare tutta la valle del Nilo ed inseguito tutto il dār al-Islām (Casa dell’Islam) da qualsiasi potenza straniera. Queste idee si diffusero in Siria soprattutto a Damasco e ad Aleppo e presero corpo dopo il 1945. Per partecipare alle elezioni legislative i Fratelli Musulmani formarono nel 1949 il Fronte socialista islamico, che fu dissolto dal governo nel 1952 quando furono chiusi anche gli uffici e le scuole.
Il primo scontro fra Baʿth e la Fratellanza Musulmana avvenne nel 1963, subito dopo che il Baʿth era giunto al potere in Siria. Nel 1964-65 si ebbero delle manifestazioni in diverse città della Siria, soprattutto ad Hama che furono represse. Dal 1976, molti ufficiali e funzionari, così come liberi professionisti, medici e insegnanti siriani furono assassinati. La maggior parte di loro erano alawiti fatti oggetto degli attentati delle organizzazioni armate della Fratellanza Musulmana, come il Kata'ib Muhammad (Falangi di Muhammad) creato ad Hama nel 1965 da Marwan Hadid.
Il 16 giugno 1979, la Fratellanza Musulmana effettuò un attacco contro la Scuola di Artiglieria di Aleppo, uccidendo 83 cadetti. Un membro del corpo insegnante il capitano Ibrahim Yusuf, fece adunare i cadetti nella mensa e poi fece entrare degli uomini armati che aprirono il fuoco. Questo attentato fu opera di Tali'a muqatila (Avanguardia Combattente), un gruppo di terroristi collegato alla Fratellanza Musulmana e guidato dal giovane ingegnere di Quneitra Adnan Oqla.
Gli attentati facevano parte della vita quotidiana in Siria fin dall’intervento in Libano, nell’estate del 1976, ma non avevano mai raggiunto le dimensioni del massacro di Aleppo. Tale carneficina segnò l’avvio di una campagna terroristica di vasta scala contro gli alawiti, i quadri e le sedi del partito Baʿth, le caserme dei militari e della polizia e le fabbriche. Nella sola città di Aleppo tra il 1979 e il 1981, i terroristi uccisero oltre 300 persone soprattutto bathisti e alawiti, ma anche una dozzina di chierici islamici che avevano denunciato gli omicidi. Di questi il più importante fu lo Shaykh Muhammad al-Shami, ucciso nella sua moschea di Suleimaniya il 2 febbraio del 1980. Non vennero risparmiati nemmeno gli esperti russi di stanza in Siria: nel corso di una serie di incidenti avvenuti tutti nel gennaio del 1980 tra di loro si contarono una decina di morti e feriti. Altre vittime di rilievo del terrorismo islamista negli anni precedenti la strage nella Scuola di Aleppo furono: il comandante della guarnigione di Hama, colonnello Ali Haidar, ucciso nell’ottobre del 1976; il rettore dell’Università di Damasco, Muhammad al Fadl, assassinato nel febbraio del 1977; il comandante del corpo missilistico, brigadiere Abd al Hamed al Ruzzuq, giugno del 1977; il professore Ali Ibn Abid al Ali, dell’Università di Aleppo, novembre del 1977; il decano dei dentisti siriani, dottor Ibrahim Naama, marzo del 1978; il direttore degli affari di polizia presso il Ministero dell’Interno, colonnello Ahmad Khalil, agosto 1978; il pubblico ministero Adel Mini della Suprema Corte per la Sicurezza dello Stato, aprile 1979 ed infine il medico personale di Asad, il neurologo Mohammad Shahada Khalib, che verrà ucciso nell’agosto del 1979. I migliori soldati e gli ingegni più brillanti della nuova società che Assad stava cercando di costruire, caddero così uno dopo l’altro.
Ai primi di marzo del 1980, si ebbero diversi scontri armati fra insorti islamisti e forze di sicurezza. Nei pressi di Aleppo, centinaia di insorti furono uccisi e 8.000 arrestati, debellando l’insurrezione. Il 26 giugno 1980 Assad stesso sfuggì alla morte per un soffio. I terroristi islamici lanciarono due bombe a mano e aprirono il fuoco a colpi di mitra sulla soglia del Palazzo degli Ospiti, dove il leader siriano attendeva l’arrivo di un ospite d’onore. Con un calcio Assad scagliò lontano una delle granate, mentre uno degli uomini della sua scorta si gettò sull’altra, rimanendo ucciso sul colpo; la sua guardia del corpo personale, Khaled al Hussein, gettò a terra il presidente e gli fece scudo con il proprio corpo. La risposta immediata del regime fu l’esecuzione a sangue freddo di circa 550 Fratelli Musulmani detenuti nel carcere di Palmira.
L’8 luglio l’appartenenza alla Fratellanza Musulmana diventò un reato capitale e venne concesso un mese di tempo per abiurare a coloro che volessero abbandonare l’organizzazione. In seguito a questa legge, oltre un migliaio di appartenenti ai Fratelli Musulmani si consegnarono. Tuttavia gli attacchi e le rappresaglie continuarono senza sosta.
Tra agosto e novembre 1981 i terroristi effettuarono tre attacchi con auto-bombe contro obiettivi governativi e militari a Damasco, uccidendo centinaia di persone. Il 2 febbraio 1982, la Fratellanza scatenò una grande insurrezione ad Hama, prendendo il controllo della città. L’esercito rispose con estremo vigore, eliminando migliaia di guerriglieri e sconfiggendo, emarginandolo, il movimento islamista.
[caption id="attachment_5663" align="aligncenter" width="1302"] La città siriana di Hama dopo il 1982. Assedio e massacro di Assad.[/caption]
L’attacco ad Hama iniziò la mattina del 2 febbraio 1982, quando un’unità dell’esercito siriano venne aggredita dai terroristi comandati da Umar Jawwad (Abu Bakr). Altre cellule terroristiche vennero allertate via radio e i loro cecchini, appostati sui tetti, iniziarono a sparare sui soldati siriani. Abu Bakr diede così l’ordine dell’insurrezione generale ad Hama. Gli altoparlanti delle moschee vennero utilizzati per invocare il jihad contro il Baʿth, e centinaia di insorti islamisti attaccarono le case dei funzionari governativi e del partito Baʿth, e le caserme di polizia. Il 3 febbraio circa 70 bathisti vennero uccisi e gli insorti islamisti e altri attivisti dell’opposizione proclamarono Hama una “città liberata”, invocando l’insurrezione generale contro gli “infedeli” in tutta la Siria. Secondo il giornalista Patrick Seale autore de Il leone di Damasco. Viaggio nel 'Pianeta Siria' attraverso la biografia del presidente Hafez al Assad: «Ogni lavoratore, ogni aderente al partito, ogni paracadutista inviato ad Hama sapeva che questa militanza islamista doveva essere eliminata dalla città, costi quel che costi […]». L’esercito venne quindi mobilitato, il presidente Hāfiz al-Asad inviò ad Hama anche le Compagnie per la difesa della rivoluzione guidate dal fratello Rifʿat al-Asad e reparti armati del Mukhābarāt, il servizio di sicurezza siriano; si trattavano in tutto di 12.000 effettivi. Prima dell’attacco, il governo siriano chiese la resa dei ribelli, avvertendo che chiunque fosse rimasto in città sarebbe stato considerato un ribelle. L’assedio e i combattimenti durarono circa tre settimane; la prima settimana venne dedicata al ripristino del controllo della città, e le altre due a liquidare il terrorismo. Dopo l’assalto iniziale, il personale militare e di sicurezza rastrellò le zone occupate dai terroristi, che erano state bombardate per quattro giorni, e distrusse le gallerie utilizzate dagli islamisti. Non si saprà mai con esattezza il tragico bilancio delle vittime: i simpatizzanti del regime parlano di “solo” 3.000 morti; l’opposizione arriva a 20.000 e più. Redigere un accurato bilancio è complicato anche per il fatto che molti, soprattutto donne e bambini, riusciti a mettersi in salvo passando il cordone militare che circondava la città, vennero in un primo momento conteggiati fra i dispersi. La cifra che pare più verosimile oscilla fra le 5.000 e le 10.000 vittime. Da allora fino al 2011 nel paese non comparirà più alcuna forma di opposizione islamica e il gruppo siriano dei Fratelli Musulmani dovrà riorganizzarsi in esilio. Secondo la storica Mirella Galletti: «L’operato di Asad fu sostanzialmente condiviso dalla popolazione, anche tra molti sunniti, che lapidariamente sentenziarono: “Meglio un mese di Hama che quattordici anni di guerra civile come in Libano”» (Galletti 2014, p. 108).
Secondo l’opinione del presidente Hāfiz al-Asad, confermata dal giornalista Robert Dreyfuss autore del best seller Devil's Game: How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam, la Fratellanza Musulmana in Siria è stata aiutata dal governo giordano e quello iracheno in collaborazione con i Falangisti Libanesi, l’Esercito del Sud del Libano, il governo israeliano di destra di Menachem Begin e quello americano, il quale avrebbe presumibilmente sostenuto, finanziato e armato i Fratelli Musulmani, nel tentativo di rovesciare il regime siriano.
Una delle prove più schiaccianti del coinvolgimento statunitense fu la scoperta di equipaggiamenti “made in Usa”, nelle mani dei terroristi, soprattutto un sistema di comunicazioni particolarmente sofisticato che poteva essere venduto a paesi terzi solo dietro esplicita autorizzazione degli Stati Uniti.
Alla fine del 1983, Assad ebbe gravi problemi cardiaci e il paese trattenne il sospiro fino alla sua dimissione dall’ospedale. La sua figura era centrale per la stabilità del paese, non era stata ancora preparata la successione e si potevano quindi temere l’emergere della conflittualità e l’intervento dell’esercito. Il fratello Rifʿat possibile successore, fece un uso disinvolto delle Compagnie per la difesa della rivoluzione che utilizzò ad Hama.
Corrotto amante del lusso, venne criticato per aver favorito gli Usa quando inviò, per compiere gli studi, i figli a Washington, dove fece costruire un grande palazzo che fu presto dato alle fiamme, si dice dagli israeliani.
Durante la degenza di Hāfiz, Rifʿat inondò la Siria di poster dove appariva sorridente e la polizia regolarmente li strappava. Rifʿat chiese mutamenti nel comando dell’esercito che gli vennero rifiutati. Portò allora le sue truppe vicino al palazzo presidenziale. Hāfiz ordinò al cognato di condurre le sue forze regolari dall’altro capo della strada e per alcuni giorni i due schieramenti rimasero contrapposti. Hāfiz fece arrestare uno dei comandanti in capo delle Compagnie per la difesa della rivoluzione e l’opposizione ben presto terminò. Per porre fine a questa situazione precaria il Baʿth nominò Rifʿat uno dei tre vicepresidenti. La promozione fu di fatto una rimozione. Il generale Mustafà Tlās rimase al ministero della difesa, dove risiedeva il potere effettivo.
Nel maggio 1984, Rifʿat fu inviato a Mosca con una delegazione e non poté rientrare in Siria, essendo stato dichiarato persona non grata. Durante la sua assenza Hāfiz smantellò i centri del potere riducendo le Compagnie per la difesa da 60-70.000 uomini a 15-18.000 unità, e integrandole nell’esercito. Furono bloccate le attività di contrabbando del fratello. Solo a novembre Rifʿat ottenne il permesso di rientrare a Damasco, ma ormai non aveva più poteri: mantenne il suo posto nel comitato centrale ma non aveva diritto di parola. Gli furono tolte tutte le sue funzioni nel febbraio del 1998, al che seguì l’esilio in Spagna e in Francia.
Con la fine degli anni ottanta si aprì una nuova stagione politica per il regime di Damasco. Già dal 1986 il presidente siriano, in seguito a una visita a Mosca, cominciò a percepire i primi segnali del profondo cambiamento impresso all’Urss dalla nuova politica di Gorbačëv: la guerra fredda si stava ormai concludendo e il ruolo di Mosca sullo scenario mediorientale andava via via ridimensionandosi.
Assad pare che se ne accorse in tempo e, confermando ancora una volta il suo pragmatismo, si preparò ai nuovi equilibri cercando migliori relazioni con gli Stati Uniti, sempre più unico incontrastato attore della regione.
Così, in uno scenario che sembrava cambiare in fretta, Assad intendeva capitalizzare al meglio la sua nuova alleanza con Washington: l’adesione alla coalizione occidentale anti-Saddam nella guerra del Golfo del 1991, da una parte garantì alla Siria di mantenere le proprie truppe in Libano e, dall’altra evitò che un Iraq troppo potente potesse imporsi sugli equilibri regionali; sul piano diplomatico invece, con la convocazione da parte degli Stati Uniti della Conferenza di pace di Madrid, nell’autunno del 1991, il presidente siriano sperava finalmente di poter ottenere, attraverso un negoziato multilaterale, quella «pace giusta e globale» necessaria per far uscire il paese dal suo isolamento economico e politico. Questa volta fu la stessa amministrazione di Bush padre a convincere il ra’īs siriano a partecipare ai negoziati sulla base del principio «terra in cambio di pace» (secondo le risoluzioni Onu 242 e 338 che invocavano il ritiro israeliano completo dai territori occupati durante il conflitto del 1967). Ma non fu così e ancora una volta Assad si sentì raggirato da un’amministrazione Usa che promette ma non mantiene. Nel 1993, a Oslo, Israele raggiungerà un accordo con i palestinesi e, un anno dopo, con la Giordania. In questo scenario Assad vide avverarsi uno dei suoi peggiori incubi con lo stato ebraico sempre più stabilmente egemone nella regione e ancora padrone del Golan. L’altro duro colpo che l’anziano presidente dovette poi affrontare fu l’improvvisa morte, in un oscuro incidente stradale, del suo primogenito Bāsil, ormai destinato a succedere al padre alla guida del paese.
Già alla fine degli anni ottanta Assad aveva iniziato a spianare la strada al figlio, brillante ufficiale dotato di carisma e sorretto da un crescente seguito negli ambienti militari. Scomparso Bāsil, Assad richiamò in patria il suo secondogenito Bashār.
All’epoca ventottenne, il giovane Assad venne prima avviato a un’accelerata carriera militare e, quindi lanciato sulla scena politica e diplomatica regionale. In quegli stessi anni, il ra’īs di Damasco iniziò una vasta campagna di epurazione di tutti quegli elementi che avrebbero potuto ostacolare l’ascesa del giovane figlio: con l’accusa di corruzione o, più semplicemente, per ragioni di età, molte personalità autorevoli del partito e dell’esercito vennero messe da parte per far posto a Bashār e alla nuova generazione di ufficiali e amministratori del paese. Intanto Assad, ormai malato (ufficialmente di patologie cardiache) e logorato da più di trent’anni di lotte politiche, impiegò gli ultimi anni della sua vita per raggiungere il tanto atteso accordo con Israele. I contatti tra Damasco e Tel Aviv, dopo essersi interrotti nel 1996, ripresero con la mediazione di Washington verso la fine del 1999, ma anche questa volta, seppur a un passo dalla storica stretta di mano, il difficile compromesso non venne raggiunto. Così, l’incontro di Ginevra del febbraio 2000 tra il presidente americano Clinton e quello siriano Assad, fu l’ultima occasione per il ra’īs di Damasco per spiegare, ancora una volta che l’unica pace possibile per la Siria deve prevedere il ritiro totale israeliano dai territori occupati nel 1967.
Pochi mesi dopo, il 10 giugno 2000, Assad morì colpito – secondo i rapporti ufficiali – da un’ennesima crisi cardiaca e lasciò il paese nelle mani del trentaquattrenne Bashār.
Bashār al-Asad nacque a Damasco l’11 settembre del 1965. Dopo aver terminato gli studi primari e secondari all’Istituto Hurriyya si laureò nel 1988 in medicina all’Università di Damasco per poi specializzarsi in oftalmologia all’ospedale militare di Tishrīn.
Nel 1992 all’età di ventisette anni si recò in Gran Bretagna per proseguire la specializzazione e qui conobbe la sua futura moglie Asmā ʾ Akhras, cittadina britannica proveniente da una famiglia sunnita originaria di Homs.
Dopo la morte del fratello Bāsil, deceduto in un tragico incidente automobilistico, Bashār decise di tornare in patria dove il padre lo aveva designato suo successore.
Hāfiz riservò al suo secondogenito una formazione “accelerata” alla pratica del potere. Dapprima entrò nei ranghi delle forze corazzate (17 novembre 1994), venne nominato maggiore della Guardia presidenziale (gennaio 1995), si formò alla scuola di stato maggiore (1998) e fu infine nominato colonnello (1999). Subentrò al fratello nella carica di presidente della Società siriana di computer e si impegnò altresì in una campagna contro la corruzione negli uffici pubblici, il contrabbando e il traffico di droga che servì per contrastare possibili rivali. Alla notizia della morte del padre fu promosso dal grado di colonnello a quello di luogotenente e nominato comandante in capo delle forze armate. Nell’incontro con il Ministro della Difesa Mustafà Tlās, il capo di stato maggiore ʿAlī Aslan e il capo dei servizi di sicurezza interna Bahjat Sulaymān, gli venne assicurata la fedeltà delle istituzioni militari e della sicurezza.
In una sessione straordinaria, il parlamento varò un emendamento costituzionale che abbassava l’età richiesta per accedere alla presidenza della repubblica da quaranta a trentaquattro anni (l’età di Bashār). Il comando regionale del Baʿth si riunì nella notte per avanzare la candidatura di Bashār. Il congresso regionale iniziò i lavori come programmato da tempo (17 giugno 2000); proclamò all’unanimità a mani alzate Bashār capo del partito e del popolo (18 giugno); lo elesse segretario generale del Baʿth e lo propose alla presidenza della repubblica (20 giugno). Con un referendum plebiscitario, con il 97,29% dei voti, Bashār, unico candidato, fu eletto presidente della repubblica.
[caption id="attachment_5664" align="aligncenter" width="1225"] Il presidente siriano Bashar Hafiz al-Asad e sua moglie AsmāʾAkhras[/caption]

Fin da subito il giovane presidente dovette confrontarsi con la bellicosa amministrazione di George W. Bush il quale, in occasione del suo discorso sullo stato dell'unione del 29 gennaio 2002, inserì la Siria insieme a Iraq, Iran e Corea del Nord nel famigerato “Asse del Male” (in inglese “axis of evil”) ossia quel gruppo di stati che secondo l’allora presidente degli Stati Uniti sarebbero impegnati nel sostenere il terrorismo internazionale e sviluppare armi di distruzione di massa.Il progetto di destabilizzazione della Siria risale a dopo l’invasione anglo-americana dell’Iraq (marzo 2003) ed è divenuto operativo con l’attentato all’ex premier libanese Rafīq al-Harīrī (febbraio 2005). Il piano antisiriano è nato e si è sviluppato sulla base del presupposto che fosse necessario sottrarre il Libano a quella che gli analisti hanno definito “Mezzaluna Sciita” ovvero l’alleanza, nata in seguito alla caduta di Saddam Hussein, fra Iran, Siria, Iraq ed Hezbollah che potrebbe porre lo Stato d’Israele in grave pericolo in caso di un attacco militare israelo-occidentale all’Iran. Tuttavia, l’assassinio di Harīrī, la guerra israeliana al Libano nel luglio del 2006, il Tribunale internazionale per il Libano, creato per piegare Beirut con il pretesto della caccia ai responsabili dell’attentato di Harīrī, non sono serviti a nulla. Il Libano è rimasto parte di un’alleanza che, nel febbraio 2010, è divenuta addirittura militare tra la Repubblica Islamica dell’Iran, la Siria e Hezbollah. L’intesa è stata sancita in occasione dello storico vertice di Damasco del 25 febbraio, a cui hanno preso parte il presidente siriano Bashār al-Asad, quello iraniano Mahmud Ahmadinejad e il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah. Da quel momento sono cambiati gli equilibri regionali e Tel Aviv si è trovata a dover fare i conti con un’eventuale azione militare congiunta nel caso avesse deciso di aggredire uno dei tre componenti dell’alleanza. Alcuni partecipanti a quel vertice, dopo l’incontro, hanno fatto dichiarazioni estremamente chiare. Hassan Nasrallah ha detto: «Se il Libano viene aggredito, non ci sarà angolo sicuro in Israele». Il vice di Nasrallah Naem Qassem ha affermato il 10 marzo 2010: «Chi aggredisce l’Iran non può illudersi che il giorno dopo possa continuare a vivere come se nulla fosse successo». Il presidente iraniano Ahmadinejad ha osservato laconicamente: «Se Israele aggredisce (senza specificare chi), la questione (israeliana) verrà risolta una volta per sempre».

Fu dopo quel vertice che si rese necessario accelerare i tempi per appiccare il fuoco alla Siria.
L’opposizione siriana – che secondo i file desecretati da Wikileaks avrebbe ricevuto a partire dal 2006 cospicui finanziamenti da parte degli Stati Uniti – organizzò nel marzo 2011 una serie di manifestazioni nel paese per protestare contro la corruzione del governo e per chiedere delle riforme. Sul modello già seguito durante il fallito golpe contro Chavez in Venezuela nel 2002 e poi messo di nuovo in pratica in Ucraina nel 2013 vennero infiltrati e pagati professionisti per sparare sulla folla in modo da causare morti. È il caos. I maggiori media internazionali, fra cui spicca la qatariota Al Jazeera, accusarono il presidente Bashār al-Asad di sparare sul proprio stesso popolo. Si tratta sempre dello stesso scenario utilizzato dagli Stati Uniti per liberarsi di un capo di Stato poco docile agli ordini di Washington. Come da copione una volta mobilitata l’opinione pubblica, in nome della democrazia e dei diritti umani, si inviano i bombardieri e si distrugge il paese. Soltanto che questa volta si è presentato un inatteso problema: l’intervento della Russia. Il piano occidentale fallì.
Non si poté più defenestrare Assad con la forza. Fu necessario trovare un’altra soluzione. Ed è qui che entra in gioco l’ISIS. Il sedicente Stato Islamico, che secondo le rivelazioni dell’ex impiegato della National Security Agency Edward Snowden sarebbe nato grazie alla collaborazione fra i servizi di informazione britannico e americano e il Mossad israeliano, occupando lo spazio territoriale che collega la Siria e l’Iraq spezzerebbe in tal modo quella “Mezzaluna Sciita”, che da Teheran passa per Damasco per arrivare fino a Beirut, e che costituisce il principale ostacolo alle mire egemoniche di Washington e del suo principale alleato lo Stato d’Israele in Medio Oriente.
 
Bibliografia:
_Mirella Galletti, Storia della Siria contemporanea, Bompiani, 2014
_Lorenzo Trombetta, Siria. Dagli Ottomani agli Asad. E oltre, Mondadori Education, 2014
_Patrick Seal, Il leone di Damasco. Viaggio nel 'Pianeta Siria' attraverso la biografia del presidente Hafez al Assad, Gamberetti, 1995
_Frédéric Pichon, Siria: perché l'Occidente sbaglia? Saggio sul conflitto che insanguina il Medio Oriente, Fuoco Edizioni, 2016

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di Gabriele Répaci del 19/08/2016

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La Siria è ormai, da cinque anni a questa parte, argomento di interesse per i media internazionali a causa del sanguinoso conflitto che sta lacerando il paese. Nella terra dove circa 7000 anni fa l’uomo iniziò a scrivere, sono 273.520 le persone morte dall’inizio delle ostilità. Secondo le stime fornite dalle Nazioni Unite le vittime civili ammonterebbero a 79.585 unità di cui 13.694 sarebbero i bambini e 8.823 le donne senza contare i milioni di sfollati. Insomma una catastrofe umanitaria che ha pochi precedenti nella storia recente.
[caption id="attachment_4454" align="aligncenter" width="1920"] Palmyra (Παλμύρα), è la fedele traduzione dall'originale aramaico, Tadmor, che significa 'palma'[/caption]
Per comprendere come si sia giunti a tale carneficina è necessario ripercorrere brevemente la storia di questo paese degli ultimi settant’anni.
La Siria nacque, de facto, come una Repubblica parlamentare, democratica ed indipendente nel 1946 e negli anni subito successivi all’autonomia conobbe una dinamica politica notevole, dovuta non solo alla nascita di diversi partiti, ma anche, e soprattutto, allo sviluppo di un’opinione pubblica cosciente direttamente coinvolta nelle trasformazioni del paese.
È in questo clima di grande fermento culturale che il 7 aprile 1947 vide la sua nascita l’Ḥizb Al-Ba‘ath Al-‘Arabī (il Partito della Resurrezione Araba), meglio conosciuto come Baʿth, il quale svolgerà un ruolo importante nella storia del paese negli anni a seguire. Il partito, nato per volontà di due professori: Michel Aflaq, cristiano ortodosso appartenente alla classe media damascena, e Ṣalāḥ al-Dīn al-Bīṭār, sunnita di famiglia borghese, si proponeva sulla scena politica siriana guidato dal desiderio di creare un’unica “nazione araba” socialista e laica, che comprendesse al proprio interno, in tutt’uno omogeneo, tutti gli stati artificiali creati in Medio Oriente all’indomani del crollo dell’Impero Ottomano.
La base sociale del partito era rappresentata dalla piccola borghesia urbana sunnita e cristiana greco-ortodossa di Damasco e dai notabili delle campagne principalmente drusi e alawiti della pianura di Latakia. Nel 1953 in seguito alla fusione con il Partito socialista arabo (Psa) di Akram al-Hawrani prenderà il nome di Partito Socialista della Resurrezione Araba (Ḥizb Al-Ba‘ath Al-‘Arabī Al-Ishtirākī)
Nei tre anni successivi al conseguimento dell’indipendenza vi fu un mutamento repentino nella società tradizionale e nel sistema feudale rurale. Il governo parlamentare era soffocato da gruppi familistici, dal nepotismo e dalla corruzione. Le inefficienze governative e la debole struttura partitica non erano in grado di gestire il necessario periodo di transizione da una società tradizionale a una moderna.
Questi fattori, aggravati dalla guerra in Palestina, condussero alla destabilizzazione del paese. La modernizzazione dell’esercito ebbe un effetto dirompente nella società siriana e nel mondo arabo in generale. L’università era accessibile solo alle classi abbienti. Poiché un esercito moderno richiedeva l’addestramento di ufficiali con un certo livello di istruzione, le accademie e le scuole militari fornirono un’istruzione a un vasto numero di giovani che altrimenti sarebbero rimasti esclusi. Spesso gli istruttori erano francesi o russi, e quindi l’uso delle lingue straniere introdusse gli studenti ai valori, alle ideologie e alla moderna tecnologia occidentale. La carriera militare rappresentò il veicolo più accessibile di mobilità sociale. I militari divennero quindi la forza più coesiva della società siriana, contribuendo in maniera significativa alla formazione di una nuova classe media. Un altro fattore importante fu che venne impartita la medesima istruzione agli ufficiali, fatto che li contraddistinse dagli altri settori della società siriana, dove le differenze educative ponevano problemi di comunicazione.
La Siria si trovò subito coinvolta nel conflitto arabo-israeliano, che da allora influisce pesantemente sulla situazione interna, assorbendo enormi risorse umane ed economiche. La priorità data alla difesa ha inficiato e rallentato l’avvio alla soluzione dei problemi interni e lo sviluppo politico, sociale, economico del paese. Nelle prime elezioni generali del luglio 1947 ebbe la maggioranza il Blocco nazionalista, eroso dalle scissioni, il cui leader, Shukrī al-Quwwatlī, riottenne la carica nell’aprile 1948. Il Partito del popolo (Hizb al-shaʿb) e altre formazioni minori capeggiavano l’opposizione, sfruttando il malcontento causato dalla conduzione della guerra contro Israele. Il governo fu costretto a dimettersi nel dicembre 1948.
La Siria e l’intero mondo arabo vennero duramente scossi dagli avvenimenti in Palestina. La sconfitta araba del 1948 ha segnato l’inizio della fine dei vecchi regimi in Siria ed Egitto. I militari tornarono umiliati, accusando i politici e il vecchio sistema per la sconfitta. I giovani ufficiali siriani assunsero il ruolo di guardiani del prestigio del loro paese e si ritennero gli unici a incarnare la legittimità e l’onore dello stato.
La Siria è stato il primo stato arabo a subire i contraccolpi interni del conflitto arabo-israeliano del 1948. Dal 1949 al 1970 una serie di colpi di stato e tentativi di golpe destabilizzarono il paese. Si scontravano elementi nazionalisti e filooccidentali.
Il 30 marzo 1949, il colonnello di origine curda Husnī al-Zaʿīm capeggiò un colpo di stato, il primo di una serie di interventi militari che intendevano distruggere la legittimità del nuovo sistema politico formato sul modello europeo. Cercò di seguire una politica estera filo-occidentale, rinunciò al disegno della “Grande Siria” presente nelle aspirazioni del giovane stato, e allentò i rapporti con le monarchie hascemite di Giordania e Iraq. Il suo sistema autoritario e la strategia politica determinarono un colpo di stato (14 agosto 1949) guidato dal colonnello Samī Hinnāwī. Al-Zaʿīm e il primo ministro furono giustiziati.
Nel novembre del 1949 si tennero le nuove elezioni per un assemblea costituente. Il Partito del popolo conseguì la maggioranza relativa. Fu nominato presidente provvisorio Hāshim al-Ātasi, che si riavvicinò a Giordania e Iraq provocando l’opposizione dei militari che, sotto la guida del tenete colonnello Adīb al-Shīshaklī, deposero Hinnawī (2 dicembre).
Dalla fine del 1949 al 1951 il Partito del popolo governò il paese e in politica estera assunse una posizione di neutralismo isolazionista. Al-Shīshaklī compì un nuovo colpo di stato (29 novembre 1951) e, grazie alla costituzione approvata nel 1953, la dittatura fu trasformata in un sistema presidenziale, con al-Shīshaklī presidente. Furono adottate misure più liberali, ma l’esercito costrinse al-Shīshaklī alla fuga con un colpo di stato guidato dal capitano Mustafà Hamdun (25 febbraio 1954).
Nelle nuove elezioni del settembre 1954 si affermarono gli indipendenti e i populisti filo-occidentali che puntavano a far aderire la Siria al Patto di Baghdad sottoscritto da Turchia, Iran, Iraq e Pakistan (1955) in funzione antisovietica.
[caption id="attachment_4455" align="aligncenter" width="1671"] Nella foro Harold Macmillan, il primo ministro britannico, circondato da Feroz Khan, primo ministro del Pakistan, da Adnan Menderes primo ministro della Turchia e da John Foster Dulles, il ministro degli Esteri americano nel corso del Patto di Baghdad al Lancaster House il 28 luglio 1958 a Londra, Inghilterra.[/caption] Il nuovo governo intraprese il riavvicinamento a Iraq e Giordania; politica sconfessata dal governo nazionalista costituito il 12 febbraio 1955. Fu eletto presidente Shukrī al-Quwwatlī, che si era rifugiato in Egitto. Iniziò così il processo di integrazione della Siria con l’Egitto, dove erano saliti al potere i Liberi Ufficiali (23 luglio 1952) e si era imposto il colonnello Gamal Abd el-Nasser, il cui regime si fece portabandiera del panarabismo punto di riferimento di tutti i popoli arabi che rivendicavano la propria identità culturale e politica contro le potenze occidentali all'indomani della seconda guerra mondiale e che in Siria era incarnato dal Partito Baʿth. Fu stipulato un patto di mutua difesa con l’Egitto (20 ottobre 1955); fu costituito un comitato governativo per la federazione con l’Egitto (luglio 1956).  In occasione della crisi di Suez si creò un unico comando militare siro-giordano-egiziano (ottobre 1956) furono rotti i rapporti diplomatici con Francia e Gran Bretagna e l’esercito siriano fu posto sotto il comando egiziano (novembre 1956). L’anno seguente fu concluso un accordo di unità economica con l’Egitto (settembre 1957) e truppe egiziane sbarcarono in Siria (ottobre 1957). Il 1 febbraio 1958 fu annunciata ufficialmente l’unione tra Siria ed Egitto che prese il nome di Repubblica araba unita (RAU) presieduta da Nasser. Le condizioni che il presidente egiziano pose affinché la Siria entrasse nella neonata unione furono a dir poco umilianti: ritiro dell'esercito dalla vita politica e scioglimento di tutti i partiti Baʿth compreso.
[caption id="attachment_4456" align="aligncenter" width="1671"] Il leader egiziano Gamal Abd el-Nasser[/caption]

Da veri ingenui Ṣalāḥ al-Dīn al-Bīṭār e Michel Aflaq – il cui partito aveva voluto con insistenza tale unificazione - pensavano addirittura di poter diventare i consiglieri ideologici della RAU, fornendo a Nasser un corpus teorico e insegnando agli stessi egiziani il vero arabismo. Ma l’idea di panarabismo del leader egiziano era ben diversa da quella dei fondatori del Baʿth: mentre questi volevano abbattere le frontiere imposte dal colonialismo Nasser desiderava semplicemente controllare la politica estera siriana per tenere sotto scacco i suoi nemici sia arabi che occidentali. Il Ra’īs mise in piedi una struttura al contempo autoritaria e malferma. Tutte le decisioni venivano prese al Cairo, mentre a Damasco il potere venne lasciato nelle mani di un insulso colonnello della polizia, Abdel Hamed Sarraj, nominato ministro dell’Interno. La capitale siriana venne ridotta a un semplice capoluogo di provincia e le ambasciate estere presenti in città furono chiuse. Gli affari dell’unione, decretò Nasser, sarebbero stati gestiti da un gabinetto centrale del quale avrebbero fatto parte anche due siriani, mentre gli affari interni di Egitto e Siria, ribattezzati rispettivamente Regione Meridionale e Regione Settentrionale della RAU, sarebbero stati affidati a consigli esecutivi locali. Le due regioni avrebbero inviato a loro volta i propri delegati ad un’unica Assemblea generale, con sede al Cairo, composta da 400 egiziani e 200 siriani, ma non liberamente eletti bensì nominati da Nasser stesso. Quando il 28 settembre 1961 la Siria si separò dall’unione con un golpe di destra spalleggiato da Giordania e Arabia Saudita oltre che dalla grande borghesia siriana, spaventata dall'ondata di nazionalizzazioni decretata quell'anno da Nasser, nessuno in tutto il paese sparò un colpo in difesa della RAU. Dopo il colpo di stato che pose fine all’unione siro-egiziana assunse la carica di primo ministro Ma’mūn Kuzbarī e fu varata una costituzione provvisoria (15 novembre 1961). La Siria tornò ad essere uno stato sovrano con la stessa classe dirigente degli anni cinquanta, che reintrodusse norme favorevoli ai grandi proprietari terrieri. Questa situazione perdurò un anno e mezzo.

Nel febbraio 1963 la caduta in Iraq del regime di ʿAbd al-Karim Qāsem, e l’assunzione del potere da parte di un governo bathista, aprì la strada a un parallelo capovolgimento in Siria. L’8 marzo 1963 l’ancien régime fu rovesciato da un gruppo di giovani ufficiali impregnati di nazionalismo arabo e di idee socialiste, in gran parte bathisti.
Il Baʿth fu portato al potere dai militari, e da essi ricevette il sostegno per rimanervi. La ridotta classe operaia era in parte di tendenze pronasseriane, che dominavano nella popolazione rurale. La piccola borghesia era incerta e indebolita, mentre la media e alta borghesia e gli ambienti conservatori sunniti erano contrari alla dominazione bathista. I giovani ufficiali erano in buona parte reclutati fra le minoranze religiose, spesso erano sensibili alle dottrine marxiste e rappresentavano l’ala sinistra del partito. Il potere si concentrava sempre di più nelle mani dei militari. Fu intrapreso un percorso per uno sviluppo del cosiddetto socialismo arabo, tentando di liquidare le basi economiche della vecchia élite che era già stata eliminata politicamente. Fu applicata la riforma terriera. Dopo violenti scontri con le forze più conservatrici furono nazionalizzate le aziende commerciali e industriali.
Il 1963 è stato un anno decisivo nella storia moderna siriana. Con il colpo di stato bathista emerse una nuova composizione della classe politica siriana. Subirono un repentino mutamento le relazioni tra i sunniti e i non-sunniti, popolazione urbana e rurale, classi ricche e povere, gruppi politici conservatori e progressisti.
Dal 1942 le posizioni di potere erano concentrate nelle mani dei sunniti urbanizzati (soprattutto damasceni e, al secondo posto, aleppini), appartenenti alle classi agiate e ai partiti politici conservatori. I membri delle minoranze religiose (soprattutto quelle islamiche eterodosse) e gli abitanti delle aree rurali erano pesantemente sottorappresentati nelle istituzioni, ed erano discriminati sotto il profilo politico e socioeconomico.
Dopo l’8 marzo 1963, le relazioni tra questi gruppi cambiarono radicalmente, come è mostrato dal fatto che membri delle comunità islamiche eterodosse (soprattutto alawiti, seguiti da drusi e ismailiti) e provenienti dalle aree rurali povere (specialmente la regione di Latakia) si imposero e ottennero una sovrarappresentanza nelle principali istituzioni del potere. Dal 1963 la vita politica siriana fu dominata da persone della classe medio-bassa e da partiti politici progressisti. Fu dato impulso alla riforma agraria; furono nazionalizzate banche (1963), industria e commercio (1965).
Alla rivoluzione dell’8 marzo 1963, come viene chiamata dalla storiografia bathista, seguì un periodo di instabilità per il controllo dell’esercito e del Baʿth, diventato il partito dominante in un sistema politico quasi monolitico. Nacque una lotta, complicata da personalismi e polemiche, che portò alla frantumazione della direzione del partito. Nel novembre 1963 in Iraq i militari posero fine al regime bathista. In Siria continuò con alterne vicende una poco chiara lotta per il potere.
Dal maggio all’ottobre 1964 fu formato un governo moderato da al-Bīṭār, che riottenne la carica dal gennaio al febbraio 1966, ma si trattò di un episodio sporadico nella lotta fra due opposte fazioni militari.
La lotta intestina all’interno del partito venne risolta il 23 febbraio 1966, con l’ennesimo colpo di stato, che estromise l’ala moderata capeggiata Amin Al-Ḥāfiẓ nonché dai due fondatori del Baʿth Michel Aflaq e Ṣalāḥ al-Dīn al-Bīṭār a favore di quella radicale guidata da Salāh Jadid, Nūr al-Dīn al-Ātasī e Hāfiz al-Asad, che pur confermando gli ideali panarabi, dava la priorità alla creazione in Siria di uno stato forte retto dal partito e con un economia forgiata secondo le dottrine marxiste. Gli avversari vennero accusati di essere “agenti dell’imperialismo” e “traditori”; chi non riuscì ad abbandonare il paese venne arrestato, come al-Bīṭār. Aflaq invece trovò rifugio in Iraq dove la sua linea politica fu accettata dai dirigenti del partito a Baghdad che nel luglio del 1968 riconquistarono il potere. Da questo evento nacque la contrapposizione fra bathisti siriani e bathisti iracheni.
Salāh Jadid, divenuto nuovo segretario del Baʿth siriano, proseguì il riallineamento al blocco sovietico, e perseguì una politica intransigente nei confronti di Israele e Arabia Saudita, chiedendo la mobilitazione del popolo contro il sionismo, piuttosto che sostenere delle alleanze militari inter-arabe. Sul fronte interno, Jadid, alleatosi con l’ideologo Nūr al-Dīn al-Ātasī, nominato nuovo presidente della Repubblica di Siria nel febbraio 1966, tentò di far passare forzosamente la società siriana al socialismo, creando tensioni e difficoltà economiche. Fu avviato un programma di trasformazioni sociali e infrastrutturali, si realizzò l’alleanza governativa tra il Baʿth e il Partito comunista siriano, e praticamente venne nazionalizzata l’intera economia del paese.
Il sostegno popolare al regime subì un crollo in seguito alla sconfitta della Siria nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando Israele conquistò le alture del Golan. Ciò contribuì ad acuire le tensioni all’interno delle nuove fazioni e si ebbero scontri e manifestazioni, tanto che molti membri del comando militare del Baʿth furono estromessi o espulsi, portando alla formazione di un’altra fazione principale, oltre a quella legata all’apparato del partito guidato da Salāh Jadid; una fazione panaraba essenzialmente legata agli ambienti militari. Essa propugnava un atteggiamento più moderato sul socialismo e sulle relazioni internazionali, ed era rappresentata da Hāfiz al-Asad, allora Ministro della Difesa. La fazione del gruppo di Asad, contrariata dall’avventurismo di Jadid, chiese anche la normalizzazione della situazione interna mediante l’adozione di una costituzione permanente, la liberalizzazione dell’economia e la ricucitura dei legami con i gruppi non-bathisti messi fuori legge, così come il riavvicinamento ai paesi arabi conservatori come la Giordania e l’Arabia Saudita.
Nel 1969, al-Asad aveva eliminato dalle forze armate parecchi sostenitori di Jadid, che da quel momento perse il controllo sullo Stato. Nel settembre 1970 Jadid fece inviare un’unità siriano-palestinese dell’Esercito della Liberazione della Palestina (Jaysh al-tahrīr al-filaṣṭīnī), dislocato in Siria, in sostegno ai palestinesi che allora erano in rivolta contro la monarchia hascemita di Giordania. Ma l’operazione dovette essere sospesa quando Israele minacciò di intervenire direttamente in difesa del monarca giordano Hussein. Tale politica avventurosa e irresponsabile non venne sostenuta dalla fazione del Baʿth guidata da Asad, e il suo fallimento provocò lo scontro tra i gruppi di Jadid e di Asad presenti nel partito e nel’esercito.
Il 16 novembre del 1970, Hāfiz al-Asad “spodestò” definitivamente Jadid, e compì quello che venne definito “movimento correttivo” (al-ḥarakah al- tasḥiḥiyyah), presentando al popolo siriano il suo golpe come un aggiustamento della politica impopolare di Jadid.
[caption id="attachment_4459" align="aligncenter" width="1014"] General-Hafez-Assaad[/caption] Il generale Hāfiz al-Asad nacque il 6 ottobre 1930 a Qardaha, nell’area di Latakia, da una famiglia appartenente alla minoranza religiosa degli alawiti. L’origine di questa minoranza, diffusa principalmente fra Siria e Turchia, è ancora discussa, tuttavia secondo l’ipotesi maggiormente accreditata dagli studiosi, essa discenderebbe dai Nusayriti che nel IX secolo si scissero dallo Sciismo duodecimano accordando un carattere quasi profetico a Ibn Nusayr in quanto bāb o porta (rappresentate) dell’XI Imām al-Ḥasan al-ʿAskarī (m. 873). Secondo la religione nusayrita, le anime degli uomini, dopo essere state beneficiate dalla presenza divina, le si sono ribellate finendo esiliate sulla terra e condannate alla metempsicosi, che è eterna per le anime dannate, ma che può essere interrotta nel caso delle anime elette. A causa del carattere fortemente eterodosso della loro dottrina i Nusayriti furono sempre guardati con sospetto se non con aperta ostilità dall’ortodossia sunnita, in particolare dal noto teologo siriano medievale Ibn Taymiya (1263 – 1328), il quale emise una fatwa (responso giuridico islamico) in cui sosteneva che costoro fossero più pericolosi dei cristiani ed esortava i musulmani alla guerra di santa contro di loro. A tale fatwa fanno ancora oggi riferimento gli estremisti islamici impegnati a combattere contro il governo di Damasco.
Allievo alla scuola militare di Homs, il giovane Asad ne uscì nel 1955 con il grado di luogotenente e un brevetto di pilota da caccia. A partire dalla presa del potere da parte del Partito Baʿth, egli fece un’abile e paziente carriera politica. Nominato generale e comandante delle forze aeree nel 1965, divenne Ministro della Difesa nell’anno successivo. Da quel momento la sua scalata al potere divenne più celere, in quanto egli utilizzò i due posti chiave da lui occupati, quello di capo dell’aviazione e di Ministro della Difesa, per la conquista metodica dell’esercito prima ancora di quella dello Stato. Contemporaneamente, suo fratello, Rifʿat al-Asad, ebbe il permesso di creare dei corpi speciali, le Compagnie per la difesa della rivoluzione (Sarāyā difāʿat al-thawrah), i cui effettivi vennero reclutati nel suo villaggio natale di Qardaha, fra la popolazione alawita, e costituirono di fatto una sorta di esercito personale, usato dalla famiglia al-Asad per il colpo di Stato del 1970, avvenuto senza spargimento di sangue.
Il programma di liberalizzazioni economiche (infitah) promosso da Hāfiz al-Asad all’indomani della presa di potere nel 1970 fu diretto alla raccolta e alla mobilitazione del capitale privato nazionale. In cambio del riconoscimento della propria legittimità politica, il regime offrì alla borghesia urbana e mercantile maggiori spazi di libertà economica, la ripresa delle relazioni con i capitali arabi e europei, nonché l’opportunità di costruire una nuova classe di imprenditori, anch’essi impegnati nell’intermediazione tra capitali esteri e settori produttivi nazionali. Esemplificative furono le concessioni delle licenze per l’import-export assegnate a ditte private di proprietà di grandi famiglie damascene, o la diretta cooptazione degli intermediari commerciali privati all’interno dei diversi ministeri economici.
Nel febbraio del 1971 fu approvato un emendamento alla costituzione provvisoria del 1969 che autorizzava l’elezione a suffragio universale del generale Asad alla presidenza della repubblica per un periodo di sette anni, elezione che ebbe luogo il 12 marzo 1971 e nella quale Asad ottenne il 99,2 per cento dei suffragi. Il mandato settennale fu poi via via rinnovato sino al suo decesso. Fu poi eletto segretario del Baʿth (maggio 1971).
Nel 1972 il presidente Hāfiz al-Asad fondò il Fronte Nazionale Progressista ( al-Jabha al-Wataniyyah at-Taqaddumiyyah), ovvero una coalizione di partiti politici di orientamento socialista e panarabo, che supportavano il governo e il “ruolo di primo piano nella società” del partito socialista arabo Baʿth. Oltre al Baʿth, che era ovviamente il gruppo dominante, ne facevano parte il Partito Comunista, l’Unione Socialista Araba (Asu, residuo nasseriano dei giorni della RAU), il Movimento Socialista Arabo (Asm, i superstiti del partito di Akram al-Hawrani) e l’Organizzazione degli Unionisti Socialisti (ovvero, i nasseriani ex-bathisti).
[caption id="attachment_4458" align="aligncenter" width="1671"] Federazione delle Repubbliche Arabe firma dell'accordo del 1971. A sinistra: il presidente egiziano Anwar Sadat , il presidente sudanese Jaafar Nimeiri , il Colonnello Muammar Gheddafi e il presidente siriano Hafez al-Assad.[/caption] Ai quattro partiti non era però concesso di fare proselitismo tra gli studenti e nell’esercito, che restavano riserva di caccia del Baʿth. Il Fronte tuttavia non era puramente formale in quanto rifletteva le diverse tendenze di tipo radicale sorte durante le sollevazioni degli anni precedenti. Di conseguenza anche la base del regime di Asad iniziò ad allargarsi e alcuni leader del Fronte ottennero poltrone al governo.
Bibliografia:
_Mirella Galletti, Storia della Siria contemporanea, Bompiani, 2014
_Lorenzo Trombetta, Siria. Dagli Ottomani agli Asad. E oltre, Mondadori Education, 2014
_Patrick Seal, Il leone di Damasco. Viaggio nel 'Pianeta Siria' attraverso la biografia del presidente Hafez al Assad, Gamberetti, 1995
_Frédéric Pichon, Siria: perché l'Occidente sbaglia? Saggio sul conflitto che insanguina il Medio Oriente, Fuoco Edizioni, 2016