01 Ago Nikolaj Romanov: la favola triste dell’ultimo Zar
[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Giuseppe Baiocchi 02/08/ 2017
[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1701193011002{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]In Siberia il 17 luglio del 1918 Nikolaj Aleksandrovič Romanov, la moglie Aleksandra Fëdorovna Romanova (nata Alice Vittoria Elena Luisa Beatrice d'Assia e di Renania) e i cinque figli, svegliati bruscamente nel cuore della notte vengono condotti in cantina. Da sedici mesi sono prigionieri nelle mani dei rivoluzionari. I carcerieri chiedono loro di posare per un ritratto: il governo bolscevico vuole mostrare al mondo che sono in buona salute. Il deposto Zar Nikolaj II stenta a comprendere: l’Imperatore di tutte le Russie, l’erede della dinastia che ha governato per tre secoli sul più grande paese del mondo, passerà alla storia come l’ultimo Zar. Quali eventi hanno travolto uno degli uomini più potenti della terra?
Questa è la storia dei tre giorni che decisero la fine degli Zar e la nascita di una Russia diversa.
Il conto alla rovescia inizia giovedì 28 Febbraio 1917, quando Nikolaj Romanov attraversa in treno le gelide steppe russe in un viaggio che avrebbe cambiato il corso della storia.
Il treno imperiale corre a tutto vapore verso Pietrogrado (dal 1914 al 1924, oggi attuale San Pietroburgo). Nikolaj è deciso a fermare la ribellione che minaccia la Russia e la sua stessa famiglia.
Tre giorni più tardi sarebbe sceso da quel treno come un cittadino qualunque, anzi come un uomo incalzato dalla morte. Travolti dagli eventi di Febbraio lo Zar e la sua famiglia vivranno abbastanza per osservare la bandiera rossa sventolare sul Palazzo Imperiale a sancire il trionfo di Vladimir Il'ič Ul'janov detto Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre del 1917.
Nicola II Romanov, (in russo: Николай Александрович Романов), Nikolaj Aleksandrovič Romanov, nasce a Carskoe Selo, il 18 maggio 1868, (6 maggio del calendario giuliano) e sarà assassinato a Ekaterinburg, il 17 luglio del 1918. E'stato l'ultimo Zar (Imperatore) di Russia.
A Mogilev, il 27 Febbraio del 1917, lo Zar è al fronte: la Russia, alleata con la Francia e la Gran Bretagna è in guerra contro l’Impero Ottomano, l’Impero Austro-Ungarico e lo Stato tedesco a guida prussiana. L’immane tragedia della Prima Guerra Mondiale è al suo apice. Un dispaccio da Pietrogrado porta notizie allarmanti: i rivoltosi hanno occupato le zone nevralgiche della città e la situazione è sull’orlo del precipizio. L’onda della rivolta che ormai infiamma il paese, può trascinare con se migliaia di soldati ormai pronti alla ribellione.
Bisogna comprendere come la monarchia assoluta zarista vivesse “fuori dal mondo”, ricevendo sempre notizie pacate. Di contro la situazione dopo il 27 Febbraio è già catastrofica: i soldati della capitale sono in rivolta e Nikolaj II, si ostina a credere che si tratti di semplici tafferugli. Lo Zar, una volta compreso la gravità della situazione, diviene risoluto per un'azione di intervento, la quale anticipi il dilagare dei tumulti nel resto del paese.
All’alba del 28 Febbraio, il treno imperiale lascia Mogilev – sul fronte meridionale – e si dirige alla volta di Pietrogrado, 900 km più a Nord. Nikolaj Aleksandrovič Romanov si lascia alle spalle una guerra, verso la quale ogni famiglia russa aveva già pagato un pesante tributo di sangue. La guerra per la Russia zarista fu un disastro: enormi le perdite in vite umane e incalcolabili le sofferenze, ma l’evento che fa crollare il regime è l’impatto che la guerra produce sul fronte interno, sull’economia, sui rifornimenti a Pietrogrado.
Nikolaj II aveva cercato in ogni modo di evitare il conflitto contro suo cugino, il Kaiser Friedrich Wilhelm Viktor Albrecht von Hohenzollern (Guglielmo II), ma la travolgente ondata di nazionalismo anti-germanico lo aveva convinto a dichiarare la guerra. Lo Zar si era illuso che lo scontro fosse stato risolto nel giro di qualche settimana, ma a tre anni di distanza quasi sei milioni di russi sono morti e del massacro non si vede la fine. Il paese nel 1917 è spossato dalla guerra e non è casuale che la rivoluzione scoppi proprio nel terzo anno del conflitto: la rivolta bolscevica nasce dal freddo, dalla fame e dalla voglia di deporre le armi.
In quel terzo anno di battaglie il Romanov è lontano dal cuore del suo Impero, dove scoppia la rivolta, la quale genera i primi frutti. Scrive Nikolaj sul suo diario: “il problema sta nelle terribili condizioni dei nostri reggimenti, i fucili scarseggiano e non possiamo più contare sulle nostre malandate ferrovie. Disordini sono scoppiati qualche giorno fa a Pietrogrado, perfino le truppe ne prendono parte! E’ così doloroso essere lontano e ricevere solo notizie cattive e frammentarie”.
Le proteste operai degenerano in aperta ribellione solo il 25 Febbraio 1917, cioè tre giorni prima che il treno imperiale lasci il fronte. Per intercettare i rifornimenti destinati alle truppe, bande di operai e soldati allo sbando - spinti dalla fame - occupano le stazioni ferroviarie. La vera scuola della rivoluzione è stata proprio l’esercito zarista: è lì che molti contadini analfabeti, cresciuti negli sperduti villaggi della grande Russia, entrano in contatto con le idee rivoluzionarie.
I risentimenti covati per secoli nell’animo russo, esplodono improvvisamente contro l’autorità e i suoi simboli. Le ribellioni scatenate dalla fame, ora trovano un nuovo corso nel fiume della rivoluzione.
Ryzhenko Pavel Viktorovich, Il Calvario dello Zar - Trittico
Lo Zar è in ansia per le sorti dei suoi cari: le notizie sono incomplete e la Zarina è oggetto di un forte risentimento popolare in quanto tedesca.
A poche decine di chilometri dalla capitale in rivolta, nel Palazzo imperiale di Tsarskoe Selo si trascorre un’altra notte di ansia. All'esterno la temperatura è di quindici gradi sotto lo zero e a causa dei tumulti, il riscaldamento e l’elettricità funzionano a singhiozzo. La Zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova è di origini germaniche, ed è nipote della Regina Vittoria, dalla quale ha ricevuto un'educazione rigorosamente britannica. Da ventitré anni vive in Russia, ma non si sente ancora a suo agio nell’alta società pietroburghese. Lei e Nikolaj hanno eletto a residenza ufficiale il palazzo di Campagna di Carskoe Selo distante cinquanta chilometri dai clamori della capitale. Negli ultimi mesi, l’origine tedesca della Zarina ha scatenato l’odio dell'opinione pubblica, che l’accusa di passare “segreti militari” al nemico.
Per lo Zar Nikolaj II invece, la moglie Aleksandra è l’unico vero sostegno, essendo la persona a cui ricorre nei momenti più difficili: “Mia amata, ti ringrazio con tutto il cuore per la tua dolce e lunga lettera. Tu sei la ricompensa al peso delle mie responsabilità e alle mie preoccupazioni. Non so come avrei potuto sopportare tutto questo se Dio non avesse deciso di darti a me come moglie e amica. Questi pensieri mi è più facile metterli su carta per la mia sciocca timidezza. Ora mi sento di nuovo forte, ma mi manchi terribilmente. Ti bacio con affetto”.
Il matrimonio tra Nikolaj e Aleksandra non fu un’unione dettata dalla Ragion di Stato, ma fu il coronamento di un amore profondo e sincero, che avrebbe accompagnato la coppia per tutta la loro vita.
Quando nel 1894 Nikolaj la chiese in sposa, lei fu al settimo cielo. Vivere in Russia non sarebbe stato facile, ma lei non esitò un solo istante. L’incanto del loro fidanzamento venne scosso da un inatteso shock: il padre di Nikolaj, lo Zar Aleksandr III Aleksandrovič, morì improvvisamente e sulle spalle del giovane Nikolaj piombarono tutte le responsabilità dell’immenso Impero russo. Quando i consiglieri di corte annunziarono allo Cesarevič che era diventato Zar, Nikolaj scoppiò in lacrime asserendo: “Non sono pronto a essere uno zar. Non ho mai voluto esserlo. Non so nulla su come si governa. Non ho la minima idea di come si parli ai ministri" – e non imparò mai a farlo veramente. La parola Zar deriva dal titolo latino Caesar, attraverso l'antico slavo cĕsarĭ (цѣсарь). La contrazione della parola deriva dall'abitudine di abbreviare i titoli nei manoscritti ecclesiastici in antico slavo. Nikolaj non ebbe mai quella spinta interiore, che può far di un uomo un vero leader, quella volontà politica necessaria per governare un paese così vasto e frammentato.
Laurits Tuxen, L'incoronazione dello Zar Nikolaj II. La cerimonia avvenne presso la Cattedrale della Dormizione al Cremlino di Mosca il 14 maggio 1896. La titolatura completa degli zar di Russia iniziava con: "Per grazia di Dio, Noi Imperatore e autocrate di tutte le Russie - di Mosca, Kiev, Vladimir, Novgorod, Zar di Kazan', Zar di Astrachan', Zar di Polonia, Zar di Siberia, Zar del Chersoneso Taurico, Zar di Georgia, Signore di Pskov e Granduca di Finlandia, Smolensk, Lituania, Volinia, e Podolia; Principe di Estonia, Livonia, Curlandia e Semigallia, Samogitia, Bielostock, Carelia,Tver', Jugra, Perm', Kirov, Bulgaria e altri territori; Signore e Granduca di Novgorod, Černigov; Sovrano di Rjazan', Polotsk, Rostov, Jaroslavl', Bielozero, Udoria, Obdorsk, Kondia, Vicebsk, Mstilav e di tutti i territori del nord; e Sovrano di Iveria, Cartalia e delle terre di Kabardinia e dei territori Armeni; Sovrano ereditario e Signore della Circassia e principe delle montagne e altro; Signore del Turkestan, Erede di Norvegia, Duca di Schleswig-Holstein, Stormarn, Ditmarsch, Oldenburg e così via, così via, così via".
Il giorno dell’incoronazione milioni di persone giunsero a Mosca da ogni angolo dell’Impero, ma l’evento gioioso si trasformo in tragedia, quando più di mille persone persero la vita calpestate dalla folla, per l’incompetenza della polizia.
Nikolaj e Aleksandra ne furono sconvolti, ma gli addetti ai cerimoniali li convinsero a non interrompere le celebrazioni. L’immagine del nuovo Zar - alla memoria del popolo russo -, sarà per sempre quella di un giovane monarca che danza allegramente, nel giorno in cui centinaia di sudditi hanno perso la vita per rendergli omaggio.
Sulla reputazione di Nikolaj II pesa anche un altro massacro: quarantotto ore prima che il treno iniziasse la sua corsa, l’esercito zarista aprì il fuoco sulla folla e quaranta dimostranti vennero uccisi nella centralissima piazza Znamenskaja. L’ordine di Nikolaj di reprimere le proteste nel sangue, peggiora ulteriormente la situazione: i soldati riconosco madri e sorelle tra gli scioperanti ed è la goccia che fa "traboccare il vaso”. Quella stessa notte alcuni reggimenti si sollevano contro i loro ufficiali e si uniscono ai rivoltosi: il prestigio della monarchia non era mai sceso così in basso. Tra i primi a ribellarsi è il celebre reggimento Preobraženskij, dove a diciannove anni lo stesso Nikolaj aveva raggiunto il grado di colonnello. Lo Zar si considerava – ed in qualche modo era – un tipico ufficiale, egli avrebbe preferito comandare un reggimento, piuttosto che essere l’Imperatore di tutte le Russie.
La situazione avrebbe richiesto uno statista determinato, ma Nikolaj II era un gentiluomo, il tipico rappresentante di quella aristocrazia di teste coronate che trascorrevano la loro elegante esistenza tra feste e crociere nelle più raffinate località d’Europa. Nonostante i legami di sangue che l’univano alle Case regnanti di mezzo mondo, il Romanov aveva un’esperienza di governo assai limitata.
Per natura era un gentiluomo vittoriano: amava le battute di caccia, si dilettava nello scattare foto ai suoi cari, presenziava i salotti, conversando amabilmente e disprezzando le anime vili. Era anche un ottimo padre di famiglia. Tra il 1895 e il 1910 Nikolaj e Aleksandra mettono al mondo quattro figlie Ol'ga (1895), Tat'jana (1897), Marija (1899) e Anastasija (1901).
Tuttavia, le figlie – per effetto della legge Salica, ripristinata dallo Zar Paolo I Petrovič Romanov - non potevano ereditare il Trono. La legge Salica, difatti, prevedeva che solamente un erede maschio poteva aspirare alla successione.
Dopo la nascita dell'ultima figlia passarono ancora tre anni prima che la Zarina partorisse il tanto atteso erede: Aleksej Nikolaevič, nato nella reggia di Peterhof il 12 agosto 1904. Qualche tempo dopo il lieto evento, i genitori scoprirono con grande costernazione che il principe era affetto da emofilia, un'incurabile patologia del sangue trasmessagli dalla madre.
La vita del giovanissimo Naslednik Cesarevič (letteralmente figlio dello zar - era usato per il primogenito maschio), era fortemente in pericolo e un gigantesco soldato lo sorveglia di giorno e di notte. La famiglia imperiale si vedrà costretta a proibirgli anche i giochi più innocenti. Quello che doveva essere il giorno più felice per la coppia, fu invece l’incubo peggiore della loro esistenza.
La Zarina è sempre in ansia con il piccolo Aleksej, sentendosi in colpa, poiché la malattia è ereditaria per via femminile, ma si trasmette solo ai maschi. Per il figlio primogenito e unico erede maschio del vasto Impero, anche uno spigolo scoperto, rappresenta una minaccia letale: il più piccolo taglio o livido può causargli una emorragia inarrestabile.
Foto della famiglia Romanov. Da sinistra a destra: le Granduchesse Tat'jana Nikolaevna Romanova e Marija Nikolaevna Romanova, lo Zar Nikolaj Aleksandrovič Romanov, la Zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, la Granduchessa Anastasija Nikolaevna Romanova, lo Cesarevič Aleksej Nikolaevič Romanov e la granduchessa Ol'ga Nikolaevna Romanova.
La sera del 27 Febbraio, poche ore dopo che Nikolaj II si era messo in viaggio, Pietrogrado era già nelle mani dei ribelli. Una nuova entità politica è nata e quel giorno i soldati con gli operai fondarono il primo consiglio rivoluzionario: il Soviet di Pietrogrado, che otto mesi più tardi sarà il protagonista della rivoluzione bolscevica d’Ottobre.
Nikolaj II non comprende il reale accadimento all’interno del paese, non intravede il baratro che gli si prospetta, poiché crede ciecamente – essendo stato educato fin dalla nascita in tale maniera – nel suo potere assoluto, concessogli da Dio. Per lo Zar, l’assenza della Monarchia significherebbe caos e guerra civile, ed egli si sente investito di questa responsabilità: evitare la disfatta è un suo compito strettamente personale. Il giuramento di incoronazione lo legava ai principi della autocrazia, elementi che rendevano inconcepibile l’idea stessa di una costituzione: tale concessione – stabilitasi oramai in tutte le monarchie europee – era ritenuta un peccato mortale. Vi è una palese contraddizione tra la natura dell’uomo e un essere piuttosto gentile, timido, cui non piace scendere in discussioni animate. Considera suo dovere di monarca, essere “duro”, autoritario e a volte anche dispotico.
Scrive la Zarina negli attimi di grande concitazione: “Amore mio sii determinato, la Russia ha bisogno che tu lo sia. Fai vedere a tutti che sei il padrone e la tua volontà sarà ubbidita. Il tempo della gentilezza e dell’indulgenza è finito: adesso è il tempo della volontà e dell’obbedienza. Che Dio mi aiuti ad essere il tuo angelo custode. (…) Mio prezioso e amato tesoro, gli scioperi e le rivolte in città sono sempre più irritanti, si tratta di bande di teppisti, giovinastri che vanno in giro urlando che non c’è pane e lo fanno solo per surriscaldare gli animi, come gli operai che impediscono ai loro colleghi di lavorare. Se facesse più freddo probabilmente se ne starebbero tutti a casa, ma tutto questo passerà presto”.
Già la sera del 28 Febbraio la linea ferroviaria per Pietrogrado non è più sicura per lo Zar. Dopo aver viaggiato a tutto vapore per ventisei lunghe ore, a meno di duecento chilometri dalla capitale il treno imperiale è costretto a fermarsi nella piccola stazione di Malaja Vishera, poiché la scorta dello Zar viene informata che i binari per Pietrogrado sono bloccati e la via è caduta nelle mani dei ribelli. Per la prima volta nella sua vita Nikolaj II si rende conto di non potersi muovere liberamente nel suo Regno. A malincuore lo Zar ordina di invertire la direzione e andare verso Pskov, sede del quartier generale dell’esercito del Nord.
Quale catena di eventi ha potuto portare un capovolgimento di ruoli così umiliante? La Russia si era trovata sull’orlo della Rivoluzione già qualche anno prima, quando la politica espansionistica del Giappone aveva scatenato la guerra russo-giapponese (1904/1905). Per raggiungere il mare del Giappone, alla flotta del Baltico, ci vollero mesi per circumnavigare l’Africa, poi l’Asia e solo per essere affondata dalle navi nipponiche nello stretto di Tsushima: una disfatta che umiliò la Russia di fronte al mondo intero. L’inattesa sconfitta fu un duro colpo per il prestigio dello Zar Nikolaj II e contribuì ad inasprire le tensioni sociali che attraversavano ormai tutti i settori della società russa.
Scioperi a catena paralizzarono Pietrogrado e altre grandi città. Nel Gennaio 1905, l’esercitò aprì il fuoco sui manifestanti che manifestavano per le vie della capitale e la storia ricorda quell’episodio come “La Domenica di sangue”.
Da quel giorno lo Zar divenne per i “rossi” Nikolaj "il sanguinario". La ribellione si diffuse per tutto il paese e lo Zar fu costretto a promettere riforme liberali: per la prima volta la Russia avrebbe avuto un parlamento, la cosìdetta Duma - termine proveniente dalla parola russa думать (dumat’), "pensare" o "considerare" -, ma non appena l’ordine fu ristabilito, delle azioni punitive restituirono il controllo assoluto dello Zar su tutto l’Impero. La Duma di Stato fu spogliata di ogni potere e tutto tornò all'origine o almeno così parve.
Dodici anni più tardi Nikolaj Aleksandrovič Romanov si ritrova in una situazione analoga, ma questa volta sedare la ribellione sarà molto più difficile. Dagli scritti della Zarina: “Che terribili giorni devono essere questi per te, Dio ti ha dato una croce pesante da portare. Il nostro caro comune amico, prega per te dall’aldilà e ci è più vicino che mai. Quanto vorrei sentire la sua voce consolatrice che arriva dritta la cuore”.
L’amico scomparso di cui parla Aleksandra è meglio noto come Grigorij Efimovič Rasputin: un contadino siberiano semi-analfabeta, la cui ascesa al potere sotto i Romanov aveva dato scandalo. Il finto monaco era un eccentrico ed era considerato da alcuni un “santo” e da altri “un arrampicatore sociale”. La sua misteriosa abilità nell’alleviare le sofferenze del piccolo Cesarevič Aleksej avevano convinto la zarina che Rasputin le fosse stato inviato da Dio.
Si potrebbe, perfino affermare, che la Monarchia cade in disgrazia per colpa “dell’effetto Rasputin”. La sua influenza sulla Casa Imperiale probabilmente non fu mai così grande, ma le voci scandalistiche sul suo libertinaggio sessuale e la sua influenza a corte distrussero l’immagine pubblica della Monarchia zarista. Il rocambolesco assassinio di Rasputin non era servito a liberare la zarina dalla sua morbosa ossessione religiosa, né tantomeno a liberare Nikolaj II dal suo progressivo isolamento. Dunque nel 1917, il treno giunge al comando di Pskov e il Romanov, vuole subito organizzare con i suoi generali più esperti una repressione efficace.
L’ultimo Zar era un patriota e un conservatore: per lui l’esercito era l’essenza stessa della Russia. Amava l’esercito più di qualunque istituzione e se vi erano personalità di cui si fidava ciecamente questi erano i suoi ufficiali. Ma giunto nel quartier generale, Nikolaj II nota nei suoi ufficiali uno strano senso di imbarazzo per l’assenza del generalissimo Nikolai Vladimirovich Ruzsky, il quale non è lì a rendergli omaggio. La sua defezione è uno schiaffo al protocollo militare, denso di significati.
Dalle memorie personali di una guardia dello Zar Nikolaj II: "Quando sono stato presentato per la prima volta a Sua Maestà, il Sovrano, egli guardandomi negli occhi affettuosamente, chiese: «Sei un parente del nostro Toumanoff?». Sentivo che Sua Maestà era felice di vedere un altro Toumanoff vicino a lui. Io avevo 21 anni, quando mi sono unito ad uno dei più brillanti reggimenti della guardia, come ufficiale. Con tutto l'ardore appassionato del mio cuore, ho riempito di adorazione la figura dello Zar. Più di tutto mi colpì il suo aspetto, in modo particolare gli occhi affettuosi, - capaci di bruciare gli angoli più nascosti delle nostre anime - i quali non potranno mai essere dimenticati da nessuno che ebbe la fortuna di vederli".
Alle 22.00 del 01 Marzo 1917 presso la Stazione di Pskov, Nikolaj convoca al quartier generale Ruzsky per un incontro privato che riveli l’umore del suo Stato Maggiore. Per capire la posizione dei generali, bisogna tener conto che erano divisi tra la lealtà verso la dinastia dei Romanov e la fedeltà alla Russia e all’esercito, che per i militari rappresentavano entrambi, elementi di pari importanza. Aleggiava, dunque, una reale preoccupazione che se avessero continuato a sostenere “quello” Zar, l’esercito si sarebbe dissolto: un ammutinamento generale li avrebbe costretti ad arrendersi alla Germania guglielmina e la Russia stessa sarebbe sparita per sempre.
Nikolai Vladimirovich Ruzsky è convinto che ulteriori spargimenti di sangue servirebbero solo ad infiammare le folle ancor di più. Il suo “consiglio” è l'autorizzazione immediata della Duma, su ordine diretto dello Zar, per formare un governo di unità nazionale, il quale conceda al popolo una costituzione.
Nessuno aveva mai parlato allo Zar di tutte le Russie, come questo generale aveva osato fare a Pskov e per Nikolaj fu certamente un dramma. Certo, Ruzsky stesso dovette fare i conti con la preoccupazione diffusa, tra gli ufficiali, che il tentativo di imporre con la forza un’autorità zarista a Pietrogrado avrebbe mandato in frantumi quello che restava dell’esercito Imperiale e della disciplina militare.
Nikolaj II è sorpreso e disgustato: non si fida dei politicanti della Duma e una costituzione per lui, equivale al caos. Quella stessa notte tra l’uno e il due Marzo 1917, lo Zar scopre che la proposta del generale indisciplinato è condivisa da quasi tutti gli altri ufficiali dello Stato Maggiore e solo in quell’istante il Romanov si rese conto di essere completamente solo.
Quando la crisi comincia, Nikolaj II crede ancora di poter controllare la situazione, ma venutosi a trovare di fronte ad una rivoluzione che dilaga nella capitale con guarnigioni intere che si ammutinano e generali che rifiutano di sedare la ribellione, si rende conto che non ha alternative. Contro tutte le sue più radicate convinzioni Nikolaj è costretto ad accettare la proposta dei suoi generali: autorizzerà un governo della Duma e darà alla Russia una Costituzione.
Via telegrafo il generale Ruzsky comunica la decisione dello Zar al presidente della Duma Michail Vladimirovič Rodzjanko: “Sua Maestà, lo Zar Nikolaj II ha dato il suo consenso per la creazione di un consiglio dei ministri che risponda alla Duma”. Nonostante la concessione Imperiale, Rodzjanko non è soddisfatto: i suoi ripetuti allarmi sono stati sistematicamente ignorati, con lo Zar che non ha voluto mai riconoscere al parlamento un ruolo attivo. Oramai è troppo tardi e il responsabile del precipitare della situazione è lo Zar stesso. La sua arroganza nel prendere decisioni senza consultare nessuno finirà per costargli la corona. Prosegue ancora il presidente della Duma: “E’ evidente che né sua Maestà, né voi vi rendete conto di quanto accade qui. E’ scoppiata una terribile rivoluzione e sedarla non sarà facile. Le truppe non si limitano a disobbedire, ma arrivano persino ad uccidere gli ufficiali”.
Da questo scambio è chiaro che solo l’abdicazione di Nikolaj Aleksandrovič Romanov poteva soddisfare la folla dei rivoluzionari e rivoltosi. Alla richiesta di ulteriori dettagli Rodzjanko aggiunge: “Ovunque le truppe prendono le parti della Duma e il popolo e chiede con forza l'abdicazione dello Zar, in favore del figlio Aleksej Nikolaevič, con la reggenza di Michail Aleksandrovič Romanov, fratello minore del sovrano”.
Se operiamo un’analisi sulle rivoluzioni, dobbiamo stabilire come gli eventi accadino sempre velocemente: quello che oggi sembra un ragionevole compromesso, domani è già un sogno impossibile. Inizialmente la Duma, chiede a Nikolaj II di formare un governo che avrebbe avuto il sostegno di una larga maggioranza parlamentare, ma quando la guarnigione di Pietrogrado si ribella e nascono i Soviet (consiglio degli operai), la Duma si convince che solo l’abdicazione dello Zar, può riportare l’ordine.
Dagli scritti di Nikolaj Romanov, l’ultimo Zar di tutte le Russie: “Questa mattina è venuto Ruzsky e mi ha letto la sua lunga conversazione via telegrafo con Rodzjanko. Secondo quanto riportato la situazione a Pietrogrado è tale che un governo della Duma, sarebbe ormai impotente, perché dovrebbe competere con il partito social-democratico, rappresentato dal Comitato dei Lavoratori: i Soviet di Pietrogrado. Mi chiedono di abdicare”. Nikolaj II non si dà ancora vinto: prima di accettare l’esilio decide di consultare ancora una volta i comandanti militari, sperando ancora in un loro appoggio, ma nessuno è più disposto a sostenerlo. Per le 02:00 arrivano via telegrafo le risposte dei generali al fronte e tutti concordano: lo Zar deve abdicare.
I generali prima di ogni altra cosa, si considerano generali russi, che combattono una guerra russa e se la monarchia serve alla causa patriottica - per vincere la guerra -, sono pronti a sostenerla, ma nel tentativo di Febbraio 1917, molti di loro non si fidano più della capacità di Nikolaj II nella conduzione vittoriosa del conflitto. Messi di fronte alla scelta fra lo Zar e la Russia, scelgono sempre e solo la seconda. L’ultimo Romanov a sedere sul trono Imperiale è come stordito: tutti i generali più fidati lo hanno abbandonato al suo destino e il suo isolamento è completo e senza appello. Come appunterà sul suo diario, alle 15.00 del pomeriggio del 2 marzo 1917 Nikolaj Aleksandrovič Romanov rinuncia al Trono.
Michail Aleksandrovič Romanov, (San Pietroburgo, 28/11/1878 – Perm', 12/06/1918), è stato fratello minore dello Zar Nikolaj II di Russia. Allo scoppio della prima guerra mondiale, Michele chiese allo zar Nicola II il permesso di tornare in Russia e di entrare nell'esercito, con l'accordo che anche sua moglie e suo figlio sarebbero venuti. Tornò a casa come generale russo, e comandò la Divisione Selvaggia, formata da ceceni e daghestani. Le fonti archivistiche, indicano come il 12 giugno del 1918 a Michele fosse ordinato da un gruppo di uomini di lasciare l'albergo a Perm' dove viveva in reclusione forzata, anche lui prigioniero del governo rivoluzionario bolscevico. Con il suo segretario furono portati in periferia, dove furono uccisi entrambi a colpi d'arma da fuoco e i loro corpi bruciati. Secondo la versione fornita dai sovietici, gli assassini erano lavoratori locali che odiavano il regime zarista ed erano infastiditi dalla vita lussuosa di Michail. I documenti, di contro, mostrano che l'ordine di giustiziarli fu impartito dalla Čeka di Perm'.
Questo gesto sarà l’inizio della sua caduta: non potrà mai immaginare la sua amara e triste fine. Lui che fino a quel momento aveva deciso della vita e della morte di 160.000.000 di russi, adesso è un uomo come tanti. Tutto quello che aveva conosciuto e amato nella sua vita era sul punto di sparire per sempre.
Dal diario della Zarina: “Il mio cuore è in pezzi in questo momento di ribellione e angoscia. Penso a te, completamente solo. Non sappiamo nulla di te e tu non sai nulla di noi. (…) Loro ti informeranno sulla situazione: è spaventoso! Ci sono due forze contrapposte: la Duma e i Rivoluzionari. Due serpenti che spero si divorino l’uno contro l’altro. E’ chiaro che non vogliono che tu mi incontri prima di aver firmato qualche documento, magari una Costituzione o qualche altro abominio del genere”.
Sempre a Pskov alle 21:30 dello stesso 02 Marzo, arrivano due uomini esausti. Sono Vasily Vitalyevich Shulgin e Aleksandr Ivanovič Gučkov gli emissari della Duma: portano allo Zar la richiesta di abdicazione. Nikolaj II e Gučkov già si detestavano, per cui c’è un ulteriore elemento di tensione, quando ad arrivare con la scomoda richiesta è proprio il suo antagonista politico. Gučkov è uno di quei monarchici, che vorrebbe escludere i Romanov dalla politica attiva, ma è disposto a tutto pur di mantenere l’istituto monarchico come simbolo di ordine e legittimità. La grande maggioranza dei rappresentanti della Duma sono spaventati dal rischio di una rivoluzione sociale. Lo Zar fino a quel momento era stato un essere divino ed ora si trovava in questa piccola fangosa città di Pskov con questi due politicanti arrivisti – perché tali li considera – che si presentano con la richiesta di abdicazione: pensate che profonda umiliazione.
Ma Nikolaj II ha in serbo un colpo di scena: con freddezza informa gli emissari della Duma, che arrivano tardi, poiché l’abdicazione è già un fatto compiuto. Il nuovo Zar non sarà però il piccolo Aleksej Nikolaevič, ma suo fratello minore, il Gran Duca Michail Aleksandrovič Romanov.
E’ una decisione fuori da ogni protocollo, nata da un incontro privato e decisivo – avuto poche ore prima - con il dottore Sergey Petrovich Fedorov, una delle ultime personalità di cui aveva ancora fiducia. Quando la parola “abdicazione” era stata pronunciata, un pensiero lo tormentava nell’animo: l’incerta salute del figlio, avrebbe permesso ad Aleksej di regnare? Il dottore fu chiaro e diretto: Cesarevič Aleksej avrebbe forse potuto raggiungere l’età adulta, ma sarebbe sempre stato alla mercé di un incidente. Ascoltando le parole di Fedorov, Nikolaj II si rese conto delle implicazioni che l’elezione del figlio avrebbero comportato per la dinastia, già fortemente in pericolo. Inoltre se avesse firmato l’abdicazione in favore di Aleksej sarebbe stato per sempre separato da lui e in quel momento Nikolaj decide: il Cesarevič non sarà mai Zar.
Nel prendere la decisione di abdicare in favore del fratello Nikolaj Romanov non immaginava che tale scelta avrebbe creato ulteriori problemi. Sicuramente era preoccupato e si sentiva colpevole per aver spezzato la legittimità della successione, non avendone il diritto. Infine la fedeltà alla Costituzione soccombe, di fronte all’attaccamento di un padre per un figlio gravemente malato. Gli emissari del Duma, ignari dell’incontro non si aspettano un cambiamento nella linea di successione.
Aleksej Nikolaevič Romanov (Peterhof, 12/08/1904 – Ekaterinburg, 17/07/1918) è stato l'ultimo erede al trono dell'Impero russo, primo maschio e ultimogenito dello zar Nikolaj II e della zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, dopo le sorelle Ol'ga, Tat'jana, Marija e Anastasija. Fu barbaramente ucciso, nella dimora-prigione di Ekaterinburg, la notte del 17 luglio del 1918 dai sicari della Čeka bolscevica.
Nikolaj Aleksandrovič Romanov si ritira nel suo studio: le carte militari che fino a quel giorno avevano riempito il suo tavolo, ora non ci sono più: è presente solo il testo di abdicazione.
Così scrive quella notte: “In questi giorni di grave lotta contro il nemico esterno, che da tre anni sta cercando di assoggettare la nostra patria, il signore Iddio ha voluto sottoporre la Russia ad un’altra prova. Lo scoppio di disordini popolari, minaccia di produrre un effetto disastroso sulla futura condotta di questa dura guerra. Il destino della Russia, l’onore del suo eroico esercito, il benessere del popolo e tutto il futuro della nostra amata Patria, richiedono che la guerra – qualunque ne sia il costo – si avvii ad una conclusione decorosa. In questi giorni decisivi per la vita della Russia, noi consideriamo nostro dovere – verso la nazione – di unire tutte le forze del paese per un rapido conseguimento della vittoria. D’accordo con la Duma abbiamo ritenuto opportuno rinunciare al trono dello Stato russo e cedere l’autorità suprema. Non desiderando separarci dal nostro amato figlio, trasmettiamo la nostra successione al nostro fratello, il Gran Duca Michail Aleksandrovič Romanov e gli diamo la nostra benedizione perché ascenda al trono dello Stato russo. Voglia il signore Iddio aiutare la Russia”.
Manca poco alla 00:00 e Nikolaj Romanov raccoglie la penna, ma prima di firmare ha un ultimo moto d’orgoglio: vuole lasciare un segno sul suo ultimo atto ufficiale e retrodata la firma alle 15:05 del pomeriggio, alcune ore prima dell’arrivo degli emissari, perché nessuno pensi che la decisione dello Zar sia stata influenzata dalla Duma.
Lo Zar Nikolaj II adesso è un uomo come gli altri, il cittadino Col.Nikolaj Romanov. La notizia irrompe al Palazzo Imperiale come una cannonata e il testo dell’abdicazione è su tutte le prime pagine.
Quasi ventiquattro ore dopo, anche il nuovo Zar Michail Aleksandrovič Romanov rinuncia al trono firmando il manifesto fattogli avere dal politico socialista Aleksandr Fëdorovič Kerenskij. Il fratello minore di Nikolaj non possiede ambizioni politiche e nessuna voglia di farsi carico di una situazione ampiamente compromessa. In tre soli giorni una delle dinastie più antiche del mondo crolla come un castello di carte: la fine della monarchia è salutata con manifestazioni di giubilo in tutto l’Impero. La popolazione, ignara del regime comunista successivo, festeggiava i lieti eventi, non rendendosi minimamente conto di cosa si sarebbe evoluto il bolscevismo della rivoluzione.
Segue il diario di Nikolaj: “all’ 01:00 ho lasciato Pskov con il cuore gonfio, per tutto quello che ho dovuto subire: intorno a me c’è solo tradimento, codardia, inganno”.
L’ultimo Zar (de iure fu Michail) è costretto ora a proseguire il viaggio incerto, prigioniero sul suo stesso treno imperiale. Ci vorranno sette giorni perché possa riunirsi alla sua famiglia a Tsarskoye Selo. Nei mesi che seguono la Russia precipiterà in un bagno di sangue: una spaventosa guerra civile tra l’armata bolscevica – l’anima più radicale della rivoluzione, definita “Rossa” e “L’armata Bianca” dei restauratori controrivoluzionari. Tale spargimento di sangue- senza esclusione di colpi – si concluderà il 17 Giugno del 1923 con la vittoria dei rivoluzionari bolscevichi che fondarono l’Unione Sovietica.
Nikolaj, il discendente di Pietro il Grande e Ivan il Terribile, giunge il 9 Marzo alle ore 11:45 a Carskoe Selo – antica residenza imperiale – come un cittadino qualunque: le nuove guardie non lo riconoscono neppure.
Dopo tre secoli di dominio assoluto, la prima famiglia di Russia sparisce fra le quinte delle Storia. Nella Russia scossa dal terremoto della Rivoluzione, quest’uomo timido e schivo è ancora percepito come una grave minaccia. Nikolaj Romanov ha 49 anni, gli resterà ancora un anno da vivere, prima che la morte lo liberi definitivamente da quel ruolo e quel potere che non ha mai voluto. Prigioniero del Governo provvisorio di Aleksandr Kerenskij, in seguito all'aggravarsi della situazione politica, il colonnello Romanov viene trasferito per ragioni di sicurezza in Siberia. In seguito alla Rivoluzione d'ottobre e alla salita al potere di Lenin, il Soviet degli Urali reclama i prigionieri reali come “bottino di guerra” della Rivoluzione.
A Ekaterinburg i prigionieri condividono l'abitazione con le guardie addette alla loro sorveglianza e sono sottoposti a numerose angherie. Vista l'avanzata della "Legione cecoslovacca" appartenente all'Armata Bianca controrivoluzionaria, il soviet locale dà ordine di accelerare i tempi dell'esecuzione. L'operazione viene affidata a un commissario della Čeka: questa fu un corpo di polizia politico, creato il 20 dicembre 1917 da Lenin e Feliks Edmundovič Dzeržinskij, il quale durò fino al 1922, per combattere i nemici del nuovo regime russo. Il commissario Jakov Jurovskij, organizza in gran segreto la fucilazione e il successivo occultamento dei corpi. Di fronte al diniego di numerosi čekisti, che si rifiutano di sparare sull'intera famiglia, è creato un commando composto da ex prigionieri di guerra austriaci e ungheresi, che hanno abbracciato - alcuni per paura, altri per sopravvivenza - la rivoluzione bolscevica.
Così nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, il commissario sveglia l'ex Zar e tutta la famiglia, dando l'ordine di preparare i bagagli per una partenza. I Romanov e gli altri prigionieri del seguito, sono condotti nello scantinato della casa e Jurovskij ordina di disporsi per una fotografia di notifica, dopodiché chiama il commando.
Letta una improbabile sentenza l'ex Zar di tutte le Russie viene falciato dal fuoco. L'esecuzione durò venti minuti e la scena dovette essere altrettanto pietosa: nella confusione che ne seguì, il primo a cadere fu proprio Nikolaj II; di seguito la Zarina Aleksandra Fëdorovna; poi i membri del séguito, e infine i cinque figli, Ol'ga, Tat'jana, Marija, Anastasija, Aleksej. Alcune delle figlie non morirono con i colpi delle armi da fuoco immediatamente, per via dei gioielli che avevano sotto il corpetto: furono trucidate e finite a baionettate. Jurovskij dichiarerà: «I gioielli e i diamanti cuciti negli abiti facevano rimbalzare i proiettili sui corpi delle donne che, ferite e spaventate, non smettevano di dibattersi in preda al dolore e al terrore. Il mio aiutante dovette consumare un intero caricatore e poi finirle a colpi di baionetta».
I corpi vennero portati nel vicino bosco di Koptiakij e, dopo una previa divisione, furono bruciati a metà strada i corpi di Aleksej e Marija, mentre gli altri vennero denudati, fatti a pezzi e gettati nel pozzo di una vecchia miniera. Infine i resti furono sciolti con acido solforico e dati alle fiamme: era necessario che i controrivoluzionari non trovassero alcuna traccia dell'esecuzione avvenuta.
Nel 1990 in un bosco di betulle alla periferia di Ekaterinenburg (un tempo Sverdlovsk) i corpi vengono ritrovati in una fossa poco profonda - identificati con la tecnica forense convenzionale delle impronte genetiche -, rinvenuta in un bosco di betulle.
Konvojcem Alexander Levčenkovym, L'inferno della casa ipatʹevskogo.
Il 16 luglio del 1998 la famiglia zarista è inumata nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo (ex Pietrogrado) in seguito a un funerale di Stato presenziato dal presidente Boris El'cin.
Il 30 aprile 2008, in seguito alla pubblicazione dei test del DNA da parte del laboratorio statunitense, il quale aveva in esame i resti ritrovati nell'estate, vengono definitivamente identificati i corpi della granduchessa Marija e dello zarevič Aleksej. Lo stesso giorno le autorità russe comunicano ufficialmente che l'intera famiglia è stata identificata.
Nel 2000 la Chiesa Ortodossa russa, guidata dal Patriarca Aleksej II, ha canonizzato e dichiarato santi martiri Nikolaj Aleksandrovič Romanov e la sua famiglia, per il contegno da loro tenuto durante la deportazione e la prigionia, per il fatto di aver – come attestano diari e lettere ritrovati dopo la morte – concesso in nome della fede il perdono ai loro carnefici e di aver auspicato la fine della guerra civile anche davanti alla possibilità di venire salvati dall'incipiente arrivo dell'armata bianca. Nikolaj II in prigionia rifiutò, addirittura, l'offerta di fuga propostagli da una lettera anonima inviata dallo stesso Consiglio dei Soviet.
L'ex Zar giustificò il diniego con un'altra lettera nella quale sosteneva che nell'azione si sarebbe sparso troppo sangue. Un'ulteriore prova di tale rassegnazione, e che è stata determinante nei lavori del Clero ortodosso, è la lettera inviata a tutti i familiari dalla granduchessa Ol'ga, dove ella scrive: "Papà chiede a tutti (...) che non cerchino di vendicarlo (...) poiché il male che adesso domina nel mondo diventerà ancora più grande. Il male, infatti, non può sconfiggere il male, ma solo l'amore può farlo (...)". San Nikolaj II, Imperatore martire e "grande portatore della Passione", unitamente a santa Aleksandra, sant'Aleksej, santa Ol'ga, santa Tat'jana, santa Marija, sant'Anastasija e santa Elizaveta sono festeggiati il 17 luglio.
Lo Zar e la sua famiglia sono stati ufficialmente riabilitati dal Presidium della corte suprema russa il 01 ottobre 2008, dopo una lunga battaglia legale. La corte ha riconosciuto come illegale l'esecuzione dello Zar e della famiglia. In questo caso sarebbe previsto il risarcimento danni, ma solo per gli eredi di primo grado, che in questo caso sono defunti.
La Russia, oggi capeggiata dal leader Vladimir Vladimirovič Putin è riuscita nella mirabile operazione di realizzare quell’analisi storica necessaria per la crescita e per il bene del paese, che l'Italia ancora non ha compiuto. Tale consapevolezza storica – che rende grande un popolo – è stata dimostrata ancora con più veemenza quest’anno, dove nella data del 17 Luglio 2017 migliaia di russi hanno sfilato a Ekaterinburg per l’anniversario della esecuzione della famiglia imperiale, il 17 luglio 1918: per una memoria storica e per una dignità culturale.
Per approfondimenti:
_Marzia Sarcinelli, L' ultimo Zar. Nicola II, Alessandra e Rasputin - Mursia Editore;
_Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924 - Edizioni Oscar Mondadori;
_Simon Sebag Montefiore, I Romanov - Edizioni Mondadori;
_Roberto Pazzi, Cercando L'imperatore - Edizioni Bompiani.
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Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Trygve Lie e membri del Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina (UNSCOP) si riuniscono al Lake Success il 9 gennaio 1948 sulla questione israelo-palestinese.[/caption]
Exodus 1947 (in ebraico Yetzi'at Eiropa Tashaz, cioè Exodus Europa 5707, dove 5707 è l'anno 1947 secondo il calendario ebraico) è il nome di una nave, anche conosciuta come President Warfield, che nel 1947 fu incaricata di trasportare gli ebrei che partivano illegalmente dall'Europa per raggiungere la biblica Terra di Israele, allora sotto il controllo britannico con l'antico nome romano di Palestina.[/caption]
Da sinistra a destra: Territori riconosciuti a Israele dall'ONU e conquiste del 48-49; mappa della distribuzione della popolazione nel 1946; David Ben Gurion legge a Tel Aviv la proclamazione dello Stato di Israele il 14 maggio.[/caption]
Il massacro di Deir Yassin ebbe luogo il 9 aprile 1948, quando circa 120 combattenti sionisti appartenenti all'Irgun e alla Lehi (comunemente nota come "banda Stern") attaccarono il villaggio palestinese di Deir Yassin (Dayr Yāsīn, in arabo traslitterato), vicino Gerusalemme, che contava allora circa 600 abitanti.[/caption]
Yāsser ʿArafāt (Il Cairo, 24 agosto 1929 – Clamart, 11 novembre 2004) è stato un politico palestinese, ed è stato un combattente, ed una figura di spicco del panorama politico mondiale[/caption]
La carta ci mostra dapprima la situazione nel 1967 che vedeva Israele raggiungere la sua massima espansione attraverso le offensive del Sinai, della Cisgiordania e del Golan. Nella seconda parte viene illustrata la sistemazione prevista dal piano Allon che prevedeva la restituzione dei territori occupati ad eccezione di Gerusalemme Est e di alcune zone strategiche. La terza parte evidenzia la restituzione della penisola del Sinai all’Egitto da parte israeliana nell’ambito dell’accordo di pace tra i due paesi. Estratto dalla rivista geopolitica di Limes (Le carte a colori di Limes 5/07 La Palestina impossibile).[/caption]
Da sinistra a destra. Menachem Wolfovitch Begin (Brest-Litovsk, 16 agosto 1913 – Tel Aviv, 9 marzo 1992) è stato un politico israeliano, Primo ministro di Israele dal 1977 al 1983. Fu insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1978. Shlomo Argov (dicembre 1929 - 23 febbraio 2003) è stato un diplomatico israeliano. Era l'ambasciatore israeliano nel Regno Unito, il cui tentato assassinio ha portato alla guerra del Libano del 1982. Bashir Gemayel (Beirut, 10 novembre 1947 – Beirut, 14 settembre 1982) è stato un politico libanese.[/caption]
La prima intifada (anche semplicemente "intifada", che in arabo significa "rivolta") fu una sollevazione palestinese di massa contro il dominio israeliano che iniziò nel campo profughi di Jabaliya nel 1987 e presto si estese attraverso Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.[/caption]
Nella foto a sinistra: Paesi (in verde scuro) che riconoscono lo Stato della Palestina Nella foto di destra: Manifestazione a favore di Ḥamās a Betlemme[/caption]
Gli accordi di Oslo, ufficialmente chiamati Dichiarazione dei Principi riguardanti progetti di auto-governo ad interim o Dichiarazione di Principi (DOP), sono una serie di accordi politici conclusi a Oslo (Norvegia) il 20 agosto 1993.[/caption]
Frammento fotografico dell'operazione "scudo difensivo". L'operazione è stata una grande operazione militare condotta dalle Forze di difesa israeliane nel 2002, nel corso della Seconda intifada. È stata la più grande operazione militare nella Cisgiordania, dopo la guerra dei sei giorni del 1967. L'obiettivo dichiarato era quello di porre fine all'ondata di attacchi terroristici palestinesi. Il casus belli fu l'attentato suicida avvenuto il 27 marzo al Park Hotel a Netanya; un attentatore palestinese si fece esplodere, uccidendo 30 persone e ferendone altre 140.[/caption]
Col termine striscia di Gaza (in arabo: قطاع غزة, Qiṭāʿ Ghazza; in ebraico: רצועת עזה, Retzu'at 'Azza) si indica un territorio palestinese confinante con Israele ed Egitto nei pressi della città di Gaza. Si tratta di una regione costiera di 360 km² di superficie popolata da circa 1.760.037 abitanti di etnia palestinese, di cui 1.240.082 rifugiati palestinesi.[/caption]
Con il nome Palestina (in greco: Παλαιστίνη, Palaistine; in latino: Palaestina; in arabo: فلسطين, Falasṭīn; in ebraico: פלשתינה?, Palestina) viene indicata la regione geografica del Vicino Oriente compresa tra il Mar Mediterraneo, il fiume Giordano, il Mar Morto, a scendere fino al mar Rosso e i confini con l'Egitto.[/caption]
Nella foto risalente al 1931, scorcio urbano di Petah Tiqwa o Petah Tikva (letteralmente "Soglia verso la speranza", nota come Em Hamoshavot, ossia "Madre delle Colonie") è una città di 210.376 abitanti di Israele situata nel Distretto Centrale, a nord est di Tel Aviv. La sua giurisdizione comprende 39.000 dunam (39 km²) per una densità di 5.394 abitanti per km². Nella seconda immagine, Edmond Benjamin James de Rothschild (19 agosto 1845 – 2 novembre 1934) è stato un banchiere francese. Filantropo francese e attivista per gli affari umanitari per la nazione ebraica e membro della prominente famiglia Rothschild.[/caption]
Israel Zangwill (a sinistra) nacque in una famiglia di ebrei russi emigrati, (Londra, 21 gennaio 1864 – Midhurst, 1º agosto 1926) è stato uno scrittore, drammaturgo e umorista inglese. Theodor Herzl (Pest, 2 maggio 1860 – Edlach, 3 luglio 1904) è stato un giornalista, scrittore e avvocato ungherese naturalizzato austriaco. Ebreo-ungherese di lingua tedesca di origine ashkenazita, fu il fondatore nel 1897 del movimento politico del sionismo, che si proponeva di far sorgere nei Territori Coloniali del Mandato britannico della Palestina uno Stato Ebraico.[/caption]
Le forze ottomane erano attestate su una forte linea fortificata che andava dalla città di Gaza, sulla costa, fino alla località di Beersheba, che era al capolinea della ferrovia che si estendeva a nord di Damasco. Il comandante inglese sul campo, Dobell, scelse di attaccare Gaza il 26 marzo 1917, utilizzando un piccolo movimento aggirante. Un secondo attacco alla fortezza di Gaza fu lanciato un mese dopo, il 17 aprile. Questa volta l'attacco venne appoggiato dal fuoco dell'artiglieria navale, gas asfissianti ed un piccolo numero di carri armati. Tuttavia, anche questo si risolse in un fallimento: si trattò infatti di un semplice assalto frontale contro postazioni ben fortificate, ed il suo insuccesso fu dovuto più che altro alla mancanza di flessibilità, piuttosto che a reali difetti in sede di pianificazione. Il suo costo fu di 6.000 caduti solo da parte inglese, e costò la rimozione dal comando dei generali Dobell e Murray. Al loro posto su insediato il generale Sir Edmund Allenby, che ricevette l'ordine tassativo di conquistare Gerusalemme entro Natale. Dopo aver visto di persona le difese ottomane, il generale richiese rinforzi: tre ulteriori divisioni di fanteria, aerei ed artiglieria. La richiesta stavolta venne accolta e, nel mese di ottobre, gli inglesi furono nuovamente pronti per attaccare. L'esercito ottomano aveva tre fronti attivi: Mesopotamia, Arabia e fronte di Gaza. Inoltre, era costretto a tenere truppe in difesa di Costantinopoli e nel settore (ormai calmo) del Caucaso. Le truppe a Gaza erano di appena 35.000 uomini, suddivisi nelle tre postazioni difensive di Gaza, Tel el-Sheria e Beersheba. Allenby poteva contare invece su 88.000 soldati ben equipaggiati.[/caption]
L'accordo Sykes-Picot, ufficialmente Accordo sull'Asia Minore, è un accordo segreto tra i governi del Regno Unito e della Francia, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente in seguito alla sconfitta dell'impero ottomano nella prima guerra mondiale.[/caption]
Londra, 30 marzo 1930: il Gran Mufti di Gerusalemme Amīn al-Ḥusaynī arrivo alla stazione Victoria di Londra con la delegazione araba. Muḥammad Amīn al-Ḥusaynī (in arabo: محمد أمين الحسيني; Gerusalemme, 1897 – Beirut, 4 luglio 1974) è stato un politico palestinese, Gran Mufti di Gerusalemme, fu uno dei principali leader nazionalisti arabi radicali degli anni trenta, indicato anche come un precursore del fondamentalismo islamico, malgrado i suoi lavori non abbiano mai inteso coinvolgere aspetti regolati dalla teologia islamica.[/caption]
Nella foto di sinistra, soldati britannici dopo aver recuperato la vecchia città di Gerusalemme alla porta di Damasco, nel novembre del 1938. Nella foto di destra, vista di Gerusalemme nel 1939.[/caption]
A sinistra, Koloman Moser: stampa di francobollo su Francesco Giuseppe Asburgo-Lorena; a destra mappa etnica dell'Impero austro-ungarico.[/caption]
Thomas Lawrence, Principe di Metternich - 1815, Kunsthistorisches Museum[/caption]
Da sinistra a destra: Lilly König, Ritratto di Francesco Giuseppe a cavallo durante le guerre risorgimentali - 1855; Karl Philipp zu Schwarzenberg, indicato anche come Carlo I di Schwarzenberg (Vienna, 15 aprile 1771 – Lipsia, 15 ottobre 1820), è stato un feldmaresciallo austriaco; il conte Karl Ferdinand von Buol-Schauenstein (Vienna, 17 maggio 1797 – Vienna, 28 ottobre 1865) è stato un politico austriaco. Fu molto noto per i famosi "quattro punti" legati alla Guerra di Crimea e al tradimento più famoso della storia: dopo aver firmato un accordo di alleanza con la Prussia (20 aprile 1854), determinò la sensazione che un ingresso dell'Austria in guerra al fianco di Francia e Gran Bretagna fosse imminente. Buol prese contatti con il ministro degli Esteri francese Édouard Drouyn de Lhuys, conservatore, e ai primi di luglio del 1854 furono redatti i 4 punti che dominarono il corso diplomatico della guerra. Queste clausole dovevano essere accettate dalla Russia affinché si potessero aprire le trattative di pace: 1) I principati danubiani dovevano essere protetti da una garanzia europea; 2) La navigazione sul Danubio doveva essere libera; 3) Le restrizioni all'accesso di navi da guerra europee nel Mar Nero previste dalla Convenzione degli stretti del 1841 dovevano essere riviste; 4) I russi dovevano abbandonare le loro pretese di protettorato sui sudditi cristiani della Turchia.[/caption]
Ferdinando Massimiliano d'Asburgo-Lorena (Vienna, 6 luglio 1832 – Santiago de Querétaro, 19 giugno 1867), membro della Casa d'Asburgo, principe imperiale e arciduca d'Austria, fu imperatore come Massimiliano I del Messico. Con l'appoggio di Napoleone III (1852-1870) di Francia e di gruppi conservatori messicani, venne proclamato imperatore del Messico il 10 aprile 1864, ma molti governi stranieri (e buona parte degli stessi messicani) rifiutarono di riconoscere il suo governo. Nel 1867 venne fucilato dagli oppositori repubblicani. Questo evento colpì fortemente il pittore francese Manet, che gli dedicò il celebre dipinto: "L'esecuzione dell'imperatore Massimiliano" (sulla destra).[/caption]
Rodolfo d'Asburgo-Lorena, Arciduca d'Austria e Principe della Corona d'Austria, Ungheria e Boemia (Vienna, 21 agosto 1858 – Mayerling, 30 gennaio 1889), arciduca d'Austria. Era figlio di Francesco Giuseppe I Imperatore d'Austria, Ungheria e Boemia e di sua moglie ed imperatrice Elisabetta. Avrebbe dovuto essere l'erede al trono di Francesco Giuseppe, ma la sua morte, avvenuta per suicidio insieme alla sua amante, la baronessa Maria Vetsera, nel casino di caccia di Mayerling, nel 1889, impedì questo, destando scalpore in tutto il mondo e alimentando voci di cospirazione internazionale.[/caption]
Temistocle Guerrazzi, Giovanni delle Bande Nere, agli Uffizi (particolari). Il condottiero nasce a Forlì, il 6 aprile del 1498 e muore a Mantova il 30 novembre 1526, è stato un condottiero italiano del Rinascimento.[/caption]
Nelle tre immagini, da sinistra a destra: L'Italia nel 1494, all'albore della campagna di Carlo VIII. La cartina mostra i vari Stati in cui era divisa la penisola; ritratto di Francesco I (nato François d'Orléans; 1494 – 1547) è stato Re di Francia dal 1515 alla sua morte; Pieter Paul Rubens, Allegoria di Carlo V dominatore del mondo - 1607, Salisburgo, Residenz Galerie.[/caption]
Fotogramma del film "Il mestiere delle armi" di Ermanno Olmi. Nell'immagine l'attore Hristo Jivkov, il quale interpreta Ludovico di Giovanni de' Medici, detto Giovanni delle Bande Nere o dalle Bande Nere.[/caption]
Nella foto di sinistra: rievocazione di picchieri svizzeri, posizione di resistenza ad una carica di cavalleria; nella foto di destra: ricostruzione di quadrato di picchieri e moschettieri.[/caption]
Nell'immagine di sinistra: Johannes Lingelbach, "Il sacco di Roma"; a destra statua bronzea di Frundsberg presso il municipio di Mindelheim.[/caption]
Nella prima immagine di destra, l'inaugurazione - da parte francese - il 17 novembre del 1869, dell'apertura del Canale di Suez. Nell'immagine centrale, vista satellitare del canale, fino al corno d'Africa. Nell'ultima planimetria cartina politica dell'Eritrea: prima colonia del regno d'Italia.[/caption]
Nella prima immagine, planimetria di Tientsin - possedimento italiano in Cina. Nella foto centrale fanteria montata italiana in Cina durante la Rivolta dei Boxer. Nella foto di destra la piazza Regina Elena a Tientsin con il Monumento ai Caduti e la colonna della Vittoria.[/caption]
Durante la permanenza in Cina del Corpo di spedizione italiano, rimane la ricca testimonianza di due ufficiali "fotografi": Il tenente medico Giuseppe Messerotti Benvenuti di Modena (al centro) armato di una Kodak e il tenente Luigi Paolo Piovano di Chieri con una Goertz (a sinistra). Entrambi non mancheranno di fotografare anche gli orrori della repressione, ovvero le fucilazioni, le decapitazioni, le gogne e le macerie. Nella foto di destra: truppe della Alleanza delle otto nazioni, Tianjin 1900.[/caption]
Mappa che mostra i movimenti militari del regio-esercito italiano nella regione che oggi chiamiamo Libia. Nell'immagine centrale una stampa raffigurante i combattimenti durante le conquiste contro l'esercito ottomano. Nella foto di destra, bersaglieri al riparo di una trincea durante gli scontri vicino Sidi Messri.[/caption]
I Regi corpi truppe coloniali (RCTC) erano dei corpi delle forze armate del Regno d'Italia nei quali vennero raggruppate tutte le truppe di ogni colonia, fino alla fine della seconda guerra mondiale in Africa. Tali truppe dipendevano direttamente dai governatori delle colonie italiane. Erano corpi autonomi pluriarma, con unità di fanteria, artiglieria, cavalleria e genio proprie. Dal 1924 ai RCTC di Tripolitania e Cirenaica e alle forze armate dell'AOI vennero aggregate le legioni e battaglioni della Milizia Coloniale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Tutti gli Ufficiali erano nazionali del Regio Esercito, i sottufficiali sia nazionali che indigeni, mentre la truppa era nella quasi totalità composta da eritrei, somali, etiopi, libici ed in piccola parte yemeniti e sudanesi. Queste truppe furono impiegate su tutti i fronti africani a partire dalla guerra d'Eritrea e dalla guerra di Abissinia, poi nella guerra italo-turca, fino riconquista della Libia. Nella campagna di conquista dell'Etiopia il RCTC d'Eritrea fornì un intero Corpo d'armata eritreo. Nel 1940 erano presenti 182.000 ascari nell'Africa Orientale Italiana e 68.000 nazionali, mentre 74.000 ascari erano di stanza in Libia durante la seconda guerra mondiale.[/caption]
L'immagine ritrae la battaglia di Culqualber, combattuta in Abissinia (l'attuale Etiopia) dal 6 agosto al 21 novembre 1941 fra italiani e britannici. Eroica la resistenza dei reali-carabinieri del regio-esercito.[/caption]
Due dipinti di Jean-Léon Gérôme. A sinistra "Vista del Cairo" (dettaglio), 1890. A destra "Napoleone e il suo stato maggiore in Egitto, 1824-1904.[/caption]
David Roberts, Intervista con il viceré egiziano al palazzo di Alessandria, Olio su Pannello, 1849.[/caption]
Alphonse de Neuville, La battaglia di Tel el Kebir. La battaglia di Tell al-Kebir fu combattuta fra i soldati dell'esercito egiziano, comandati da Ahmad ʿUrābī ed il corpo di spedizione britannico guidato dal generale Garnet Wolseley nei pressi di Tel el Kebir, a circa 80 km a est del Cairo, il 14 settembre 1882, durante la guerra anglo-egiziana del 1882. Il generale Wolseley, dopo aver effettuato un'audace marcia forzata notturna con le sue truppe per portarsi di sorpresa a ridosso delle posizioni difensive egiziane, sferrò la mattina successiva un attacco generale che in breve tempo provocò la completa sconfitta del nemico. La vittoria britannica in questa battaglia decise rapidamente l'esito della guerra e garantì il controllo de facto dell'Egitto da parte dell'Impero britannico fino alla metà del XX secolo.[/caption]
Egitto, 1919: la foto ritrae i membri del partito del WAFD con il suo leader Saʿd Zaghlūl[/caption]
Nelle immagini, da sinistra a destra: il Re egiziano Fārūq ibn Fuʾād, il generale Muḥammad Naǧīb e i danni agli edifici occidentali del Cairo, dovuti alla sommossa che successivamente sfociò nel colpo rivoluzionario militare.[/caption]
Nella foto a sinistra il generale Gamāl ʿAbd al-Nāṣir Ḥusayn. Considerato una figura centrale nella storia moderna del Vicino Oriente nella seconda metà del XX secolo. Nazionalizzò il Canale di Suez e respinse le pretese di Francia e Regno Unito per continuare a controllare il Canale, guadagnando un'altissima popolarità presso le masse arabe. Grande sostenitore dell'anticolonialismo e del panarabismo, Gamāl ʿAbd al-Nāṣer fondò con Jawaharlal Nehru e Josip Broz Tito il Movimento dei paesi non allineati. Perse parte del proprio prestigio dopo la sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele, ma mantenne un ruolo chiave in tutti i futuri dialoghi tra le parti avverse.[/caption]
La crisi di Suez fu un conflitto che nel 1956 caratterizzò l'occupazione militare del canale di Suez da parte di Francia, Regno Unito ed Israele, a cui si oppose l'Egitto. La crisi si concluse quando l'Unione Sovietica minacciò di intervenire al fianco dell'Egitto e gli Stati Uniti, temendo l'allargamento del conflitto, costrinsero britannici, francesi ed israeliani al ritiro. Fu un conflitto ricordato dagli storici per varie particolarità: per la prima volta Stati Uniti e Unione Sovietica si accordarono per garantire la pace; per la prima volta il Canada s'espresse e agì in contrasto verso il Regno Unito; fu l'ultima invasione militare del Regno Unito senza l'avallo politico degli Stati Uniti, segnando secondo molti la fine dell'Impero britannico; allo stesso modo, fu l'ultima invasione militare della Francia e quindi ultimo atto dell'impero coloniale francese; e fu infine una delle poche volte in cui gli Stati Uniti furono in disaccordo con le politiche d'Israele.[/caption]
Nella foto centrale Moshe Dayan: generale e politico israeliano. Dopo la morte di Levi Eshkol, nel 1969, divenne primo ministro Golda Meir. Dayan, rimase al dicastero della difesa. Era ancora in carica quando, il 6 ottobre 1973, iniziò la Guerra del Kippur. I primi due giorni di guerra furono traumatici per Israele. Dayan porta indubbiamente alcune responsabilità nelle sconfitte iniziali. Assieme alle altre massime autorità civili e militari, aveva sottovalutato i segnali d'allarme che provenivano da diverse fonti. Si era rifiutato di mobilitare le Forze di Difesa Israeliane per lanciare un attacco preventivo contro Egitto e Siria, in quanto credeva che le stesse IDF avrebbero potuto vincere con facilità anche se gli arabi avessero attaccato per primi. Dopo le pesanti sconfitte dei primi due giorni di guerra, le ottimistiche idee di Dayan cambiarono radicalmente. Fu sul punto di annunciare "la caduta del Terzo Tempio" ad una conferenza stampa, dimenticandosi di parlarne prima con la Meir. Cominciò anche a parlare apertamente di usare armi di distruzione di massa contro gli arabi. Riuscì comunque a recuperare il controllo della situazione e condurre la guerra fino alla vittoria finale. Anche se la Commissione Agranat, sorta per indagare su quanto non aveva funzionato nella guerra dell'ottobre 1973, non attribuì responsabilità particolari alla dirigenza politica del paese, a cui Dayan apparteneva, un'ondata di proteste da parte dell'opinione pubblica costrinse lui e Golda Meir a dimettersi.[/caption]
Nella prima foto a sinistra Golda Meyer dialoga con Muḥammad Anwar al-Sādāt, durante la prima visita a Gerusalemme del leader egiziano. La seconda immagine è scattata pochi secondi dopo l'attentato fatale al primo ministro egiziano, da parte degli esponenti del partito Al-Jihād di ʿAbd al-Salām Faraj.[/caption]
Muḥammad Mursī nel suo periodo di governo ha applicato i dettami del Fondo monetario internazionale con una politica anti-popolare e repressiva contro tutte le forme di crescente mobilitazione e organizzazione del proletariato egiziano. La disuguaglianza nei salari è continuata a crescere mentre le condizioni di vita dei settori popolari sono continuate a peggiorare. Il numero della popolazione egiziana che viveva con meno di due dollari al giorno è passata dal 20 per cento del 2005 al 40 per cento nel 2012.[/caption]

Nelle immagini da sinistra verso destra: il sergente Marc Bloch nel 1914 in posa per una foto; Il capitano Bloch (il secondo da sinistra) in una foto con altri ufficiali d'armata; soldati francesi posano in una foto nel 1918 a conflitto terminato.[/caption]
Nelle immagini da sinistra a destra: Marc Bloch, Lucien Febvre e un numero della rivista "Les Annales".[/caption]
Due fotogrammi: Il primo rappresenta un momento cruciale del film "Suite francese" (Suite française) del 2014 diretto da Saul Dibb, basato sulla seconda parte - intitolata Dolce - dell'omonimo romanzo di Irène Némirovsky, pubblicato postumo nel 2004, a più di sessant'anni dalla sua stesura. Viene rappresentato l'evento in cui la wehrmacht reimposta il fuso orario francese, modificandolo con quello tedesco: un simbolo dell'occupazione tedesca del 1940. Nella seconda immagine la motorizzata tedesca sfila, passando sotto l'arco di Trionfo a Parigi.[/caption]
Nella prima immagine, cartina politica della Francia nel 1941. Nelle due immagini successive Nikolaus Barbie detto Klaus (Bad Godesberg, 25 ottobre 1913 – Lione, 25 settembre 1991) è stato un ufficiale tedesco. Fu il comandante della Gestapo nella suddetta città francese durante l'occupazione nazista della Francia. Scampato al processo di Norimberga, dopo la seconda guerra mondiale ha partecipato ad attività di intelligence, lavorando per i servizi segreti americani e nascondendosi, dal 1955, in Bolivia, dove operò attivamente per i servizi boliviani sotto lo pseudonimo di Klaus Altmann, venendo infine arrestato e processato negli anni ottanta.[/caption]
La distruzione dell'Impero romano, di Thomas Cole. Dipinto allegorico (ispirato molto probabilmente al sacco di Roma dei Vandali del 455), quarto della serie "Il corso dell'Impero" del 1836,[/caption]

Nelle immagini: Ulpiano Checa, "L'Invasione dei barbari" 1887. Nella cartina di sinistra: L'Italia divisa in aree culturali e sociali.[/caption]
Reperti bronzei e di rame, raffiguranti la "Vogelbarke".[/caption]
Gli anni venti sono gli anni dei primi saloni aeronautici internazionali, delle trasvolate aeree e degli innumerevoli record di volo e di distanza compiuti dall'aeronautica italiana. Nella foto Secondo Mona con Italo Balbo.[/caption]
Il Savoia-Marchetti S.55 fu un idrobombardiere/aerosilurante bimotore prodotto dall'azienda italiana Savoia-Marchetti dagli anni venti e protagonista per un decennio in svariati ruoli nella Regia Aeronautica. Autore di celebri trasvolate oceaniche, divenne uno dei simboli dell'aeronautica militare e del progresso tecnologico italiano nei primi anni del regime fascista.[/caption]
Nelle foto di sinistra: L'arco dei Fileni, conosciuto anche con il nome di El Gaus, fu un arco costruito sulla via Balbia al confine tra Tripolitania e Cirenaica nella Libia italiana (oggi Libia). E' stato smantellato e distrutto sotto il regime di Gheddafi. Nella foto centrale, raro scatto dell'Arco dei Fileni con la via Balbia: il setto stradale che costeggiava tutta la costa libica, dal confine con la Tunisia a quello con l'Egitto. Nella foto di destra: 1938 Italo Balbo - governatore della Libia - mostra a Sua Altezza Imperiale Vittorio Emanuele III la capitale Tripoli.[/caption]
