15 Dic Stauffenberg: “lunga vita alla Sacra Germania”!
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Conte Claus Philipp Maria Schenk von Stauffenberg (Jettingen-Scheppach, 15 novembre 1907 – Berlino, 21 luglio 1944) è stato un militare tedesco che svolse un ruolo di primo piano nella progettazione e successiva esecuzione dell'attentato del 20 luglio 1944 contro Adolf Hitler (noto anche come operazione Valchiria), e nel successivo tentativo di colpo di Stato. Il suo cognome completo era Schenk Graf von Stauffenberg, in quanto la famiglia Stauffenberg aveva aggiunto il termine Graf (conte), come parte del cognome, dopo l'abolizione dei titoli nobiliari da parte della Repubblica di Weimar.[/caption]
L’arma per uccidere consisteva in due chili di esplosivo. Stauffenberg è un mutilato, un grande invalido di guerra, ma nella resistenza tedesca contro Hitler, nessuno è determinato quanto lui. Philipp von Boeselager, uno dei congiunti del 20 luglio del 44 ricorda come ammirava molto Stauffenberg: «aveva solo tre dita, ma era deciso a compiere un attentato per il quale aveva un impedimento fisico e nessuno era più indicato di lui. Non poteva togliere le sicure alle bombe, non era in grado di attivare l’innesco e così via, eppure era l’unico ad avere sufficiente coraggio e la possibilità di avvicinare Hitler, tutti gli altri non avevano così tanto fegato, oppure erano nazisti convinti». La bomba, nascosta in una borsa porta documenti deve esplodere durante una riunione dell’Alto Comando Strategico. Così il 20 luglio del 1944 a Rastenburg (oggi Ketrzyn) nella Polonia occupata, nella famosa Tana del lupo (Wolfsschanze), oggi completamente abbandonata, Stauffenberg deve riuscire laddove altri hanno fallito, poiché i precedenti attentati al Führer sono andati falliti. Il dittatore sembra irraggiungibile e soprattutto invulnerabile.
Secondo lo storico Matthew Fforde, Hitler aveva l’abitudine di cambiare continuamente le date dei suoi incontri e questo fatto l’aveva salvato in diverse occasioni di attentato. Tale “fortuna del diavolo” aveva addirittura dato convinzione ad Hitler, di essere “protetto” dalla provvidenza, anche se essendo ateo, nonché anti-cristiano, aveva una concezione molto “particolare” della provvidenza.
Il Führer nella sua residenza bavarese di Berchtesgaden sembra vivere in un mondo irreale: a vigilare sulla sua incolumità sono una scorta speciale delle Leibstandarte Schutzstaffel (SS), (le SS-Begleitkommando des Führers), le quali hanno l’unico compito di proteggerlo.
Ricorda Kurt Larson una delle guardie del corpo di Hitler: «eravamo responsabili dell’incolumità del Führer, controllavamo la zona più vicina fino a 50, 100 metri, soprattutto quando si trovava in grandi spazi o nelle piazze, in quei casi però c’erano anche molti agenti in borghese».
Avvicinarsi ad Hitler ed eliminarlo, è questo l’addestramento che viene impartito, nel segreto più assoluto, negli altipiani delle Highlands scozzesi ad un’unità speciale dei servizi segreti britannici. L’operazione Foxley dal giugno del 1944 prepara degli agenti per l’attentato e il piano prevede anche la partecipazione di alcune donne. I ricognitori inglesi hanno deciso che il luogo migliore per agire è la residenza privata del tedesco, il Berghof: gli agenti progettano di contaminare l’acqua potabile e di cospargere i vestiti del dittatore di sostanze velenose. Ad Obersalzberg, durante la sua passeggiata quotidiana, Hitler diventa un bersaglio facile, ma i tiratori scelti non entreranno mai in azione, poiché non solo risultò impossibile far entrare un uomo armato all’interno della zona di sicurezza, che veniva predisposta intorno al fiume; ma il comando britannico ritenne che oramai, a quel punto della guerra, Hitler sarebbe servito più da vivo che da morto, poiché se lo avessero ucciso, gli alleati avrebbero perso il vantaggio degli errori strategici che Hitler, dal 1943 in avanti, iniziava a commettere, imponendoli ai generali.
La moglie di von Stauffenberg: Magdalena Elisabeth Vera Lydia Herta von Lerchenfeld (1913 - 2006). A sinistra uno scatto del matrimonio cattolico. Al centro la lapide della moglie dopo la morte nel 2006.[/caption]
Il Cavaliere di Bamberga (Bamberger Reiter), o Cavaliere di pietra (steinerner Reiter), è una famosa statua equestre che si trova nella cattedrale di Bamberga, in Germania. La statua fu realizzata nella prima metà del XIII secolo, probabilmente prima della consacrazione della cattedrale (1237). Si trova su una mensola che decora un pilastro del coro orientale. È una statua a grandezza naturale che raffigura un cavaliere senza barba, con la corona, senza armi, il capo eretto, lo sguardo rivolto in avanti. La corona e la posizione sul cavallo indicano che si tratta di un nobile di alto lignaggio, che incarna tutte le virtù della cavalleria medievale tedesca.[/caption]
Coraggioso, brillante, nobile, il giovane colonnello tedesco pensa di essere un prescelto. Nella sua città natale in Svevia si appassiona al mondo ideale di un poeta che canta la nascita di un nuovo uomo tedesco: quel poeta è Stefan Anton George (1868 - 1933) e Claus lo chiama “il mio maestro”. George definisce Stauffenberg un giovane regale, un vero e proprio ragazzo prodigio e saranno per il Nostro, gli anni dell’entusiasmo e della passione. Spesso si rifugia in un luogo segreto, nelle alture del Giura di Svevia per riflettere sui versi di George e ritiene che nella Germania segreta, si nasconda un genio creatore che egli ha il compito di risvegliare.. un genio che proviene dall’antica Grecia, poiché l’uomo tedesco è diventato (o forse lo è sempre stato) il suo erede.
Alcuni membri del circolo Kreisau (da sinistra a destra): il conte Helmuth James von Moltke (1907 - 45), il conte Peter Yorck von Wartenburg (1904 - 44), il conte Ulrich Wilhelm Schwerin von Schwanenfeld (1902 - 44) il filosofo ed eroe di guerra Ernst Jünger (1895 - 1998) e Carl Dietrich von Trotha (1907 - 52).[/caption]
Altra resistenza tedesca al partito avvenne con i membri intellettuali della “Rosa bianca”. All’inizio dell’estate del 1942, Hans Scholl e Alexander Schmorell formarono un gruppo di studenti dell’Università di Monaco che volevano eludere la cooptazione nazista e mantenere la loro indipendenza intellettuale. Includono Sophie Scholl, Christoph Probst e Willi Graf. Sono formati dal loro professore universitario Kurt Huber, con il quale discutono questioni fondamentali della riorganizzazione politica. Nell’estate del 1942, i primi volantini della Rosa Bianca invitavano alla resistenza contro la dittatura criminale. Seguono altri due volantini nell’inverno 1942/43. Gli studenti cercano anche di stabilire contatti in altre città. A Ulm, attorno a Hans Hirzel si formò un gruppo di studenti che rimase in contatto con Hans e Sophie Scholl. Il 18 febbraio 1943, Hans e Sophie Scholl pubblicarono il sesto volantino all’Università di Monaco e furono arrestati durante il processo. I fratelli Scholl e Christoph Probst furono condannati a morte il 22 febbraio 1943 e assassinati lo stesso giorno. Nell’aprile 1943, il “Tribunale del popolo” condannò a morte Alexander Schmorell, Willi Graf e Kurt Huber e altri aiutanti e complici, inclusi membri del gruppo di Ulm, a lunghe pene detentive. Nel 1942 si formò anche ad Amburgo un gruppo che ebbe contatti con gli studenti di Monaco tramite Traute Lafrenz e Hans Leipelt. Nell’autunno del 1943, la Gestapo scoprì le attività di questo gruppo di Amburgo e arrestò più di 20 persone. Negli anni che seguirono, altri dieci oppositori del regime associati ai rami di Monaco e Amburgo della Rosa Bianca furono assassinati o portati alla morte.
Posizioni approssimative dei partecipanti alla riunione in relazione alla bomba della valigetta quando è esplosa: 1. Adolf Hitler, 2. Adolf Heusinger, 3. Günther Korten, 4. Heinz Brandt, 5. Karl Bodenschatz, 6. Heinz Waizenegger, 7. Rudolf Schmundt, 8. Heinrich Borgmann, 9. Walther Buhle, 10. Karl-Jesko von Puttkamer, 11. Heinrich Berger, 12. Heinz Assmann, 13. Ernst John von Freyend, 14. Walter Scherff, 15. Hans-Erich Voss, 16. Otto Günsche, 17. Nicolaus von Below, 18. Hermann Fegelein, 19. Heinz Buchholz, 20. Herbert Büchs, 21. Franz von Sonnleithner, 22. Walter Warlimont, 23. Alfred Jodl, 24. Wilhelm Keitel. Foto a destra: Stauffenberg a Rastenburg, il 15 luglio 1944, sulla sinistra, con Hitler (al centro) e Wilhelm Keitel (a destra). Stauffenberg stava trasportando una bomba a tempo, che poi decise di non far esplodere.[/caption]
Mentre von Stauffenberg stava percorrendo a piedi i circa 300 metri che lo separavano dall’automobile, guidata dal tenente Erich Kretz, che lo attendeva, il generale Heusinger stava terminando la sua relazione e la sua frase «Se non facciamo ritirare immediatamente il nostro gruppo di armate che si trova accanto al lago Peipus, una catastrofe...» fu interrotta dall’esplosione che avvenne alle 12.42. Il colonnello, insieme al tenente von Haeften, salì in macchina e ordinò all’autista di partire; egli ritenne che l’attentato fosse riuscito ma, nella confusione e nella fretta, non era riuscito a vedere nulla di quanto fosse realmente accaduto, mentre il generale Fellgiebel vide un uomo barcollante uscire dall’edificio distrutto, appoggiato al braccio di Keitel; quell’uomo era Adolf Hitler, sopravvissuto quasi incolume all’attentato, riportando infatti solo alcune bruciature alla gambe e la perforazione del timpano destro. Lo scoppio della bomba aveva invece ferito a morte tre ufficiali, tra cui il colonnello Brandt, e lo stenografo. A testimonianza del suo medico Erwin Giesing, Hitler accusò un costante dolore all’orecchio destro, con sporadiche e copiose uscite di sangue dallo stesso. Tuttavia le lesioni ai timpani avrebbero potuto essergli fatali: uscendo dalla sala riunioni qualcuno aveva voluto pulirgli le orecchie con dell’acqua, ma all’ultimo momento gli era stato impedito di farlo; consultato in seguito per una cura, il professor Carl Otto von Eicken, stimato otorinolaringoiatra dell’ospedale della Charité di Berlino, aveva spiegato a Hitler che introdurre acqua, per di più sporca, non sterile, nei canali uditivi avrebbe sicuramente causato la sua morte. L’allarme generale non scattò subito perché le mine nella foresta erano spesso innescate dai cervi. Alle 12:44 von Stauffenberg uscì dalla tana del lupo telefonando a un conoscente, ritenuto membro della cospirazione, il capitano di cavalleria della riserva Leonhard von Möllendorf, con cui aveva fatto colazione, per convincere il sottufficiale di guardia, il sergente Kolbe della Führer-Begleit-Division, a lasciarlo passare al posto di controllo esterno e a recarsi all’aeroporto. Durante il tragitto von Haeften riuscì a liberarsi della seconda bomba, che fu in seguito ritrovata dalla Gestapo, ed entrambi s'imbarcarono sull’aereo messogli a disposizione dal generale Eduard Wagner per fare ritorno a Berlino. Dopo l’esplosione, da Rastenburg il generale Fellgiebel doveva informare Berlino dell’accaduto, ma i segnali a sua disposizione erano solo due, ossia quello di avvio dell’operazione Valchiria e quello di arresto; non era stata presa in considerazione l’ipotesi che la bomba scoppiasse dando quindi avvio al colpo di Stato, ma che Hitler potesse comunque sopravvivere all’attentato. Nell’impossibilità di contattare von Stauffenberg, le comunicazioni con l’ufficio del generale Olbricht furono confuse e il generale, per non compromettere definitivamente il colonnello, parlando con il generale Fritz Thiele disse semplicemente «è successa una cosa terribile, il Führer è vivo». La confusione delle informazioni fu tale che la milizia territoriale non venne messa in movimento fino all’arrivo a Berlino di von Stauffenberg. Questi diede il via al piano, comunicando a tutti i distretti la morte del Führer, nonostante il rifiuto del generale Fromm a collaborare. Fromm infatti aveva parlato personalmente con il feldmaresciallo Keitel, il quale gli aveva riferito che il Führer era vivo e che aveva ripreso il controllo della situazione. Nonostante il ritardo nell’avvio delle operazioni, riprese solo alle 16.00, furono diramate per radio le nomine per il nuovo regime, ma queste comunicazioni iniziarono a essere smentite dai messaggi provenienti da Rastenburg: la lentezza e le esitazioni nell’attuazione delle operazioni, unite al fallimento dell’attentato, furono fatali ai cospiratori.
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I principali golpisti del 1944 nell'Operazione Valchiria oltre a Stauffenberg Da sinistra a destra - prima riga): Albrecht Cavaliere Mertz di Quirnheim (1905 - 44), Albrecht von Hagen (1904 - 44), Bernhard Klamrot (1910 - 44), Berthold Schenk Graf von Stauffenberg (1905 - 44), Cäsar von Hofacker (1896 - 1944), Eric Fellgiebel (1886 - 1944); (da sinistra a destra - seconda riga) Friedrich Karl Klausing (1920 - 44), Friedrich Olbricht (1888 - 1944), Fritz von der Lancken (1890 - 1944), Werner von Haeften (1908 - 44), Hans Ulrich von Oertzen (1915 - 44) e Henning von Tresckow (1901 - 44).[/caption]
Verso le 18.00 il comandante del III gruppo della difesa, generale Joachim von Kortzfleisch, fu convocato al Bendlerblock, ma si rifiutò di obbedire agli ordini di Olbricht, sostenendo che il Führer non era morto. Venne così arrestato e tenuto sotto sorveglianza e al suo posto venne nominato il generale Karl Freiherr von Thüngen, che tuttavia non fu in grado di mobilitare le sue truppe. Il generale Fritz Lindemann, che avrebbe dovuto leggere alla radio un proclama al popolo tedesco, non si presentò, né la radio né il quartier generale della Gestapo vennero occupati, e alle 18.45 la radio tedesca iniziò a diffondere ripetutamente un messaggio che spiegava che il Führer era stato oggetto di un attentato che l’aveva però lasciato illeso e che era in atto un colpo di stato. Inutilmente von Stauffenberg cercò di smentire la notizia; a Praga e Vienna i comandanti territoriali che avevano iniziato ad arrestare le SS liberarono i prigionieri, ristabilendo l’ordine. Alle 19:00 circa Hitler effettuò diverse telefonate, mentre il ministro della propaganda Joseph Goebbels si attivò per smentire la notizia della sua morte. Il maggiore Otto Ernst Remer, che si era presentato per arrestare lo stesso Goebbels, dallo stesso ministro fu messo in contatto con Hitler, che lo rassicurò sulle sue condizioni, lo promosse colonnello e gli ordinò di fermare il colpo di stato e arrestare i cospiratori. Remer, prima di assolvere il suo compito, ricevette la notizia che un’unità corazzata, allertata dai cospiratori, si era radunata nella Fehrbelliner Platz. Remer si mise immediatamente in contatto con questi e, nonostante l’autorità di comando su tutte le forze armate disponibili nella capitale che Hitler gli aveva conferito, ricevette risposta che l’unità avrebbe obbedito solo agli ordini di Heinz Guderian. L’eventuale intervento di un’unità corazzata avrebbe messo i cospiratori in una condizione di vantaggio rispetto ai reparti della divisione Großdeutschland che lui comandava; tuttavia la situazione venne risolta dal tenente colonnello Gehrke, che convinse gli equipaggi dei panzer della stabilità della situazione, richiamando la loro fedeltà al Führer. Il colonnello Remer ordinò alle sue truppe di circondare ed isolare il Bendlerblock, senza entrare nell'edificio. Alle ore 20:00 Witzleben arrivò al Bendlerblock, dove discusse con Stauffenberg che insisteva ancora sul proseguimento del colpo di stato. Nello stesso momento, il sequestro del governo di Parigi venne interrotto quando il feldmaresciallo Günther von Kluge venne a sapere che Hitler era vivo. Alle 20.30 il feldmaresciallo Keitel diffuse un messaggio in cui si affermava che Heinrich Himmler era stato nominato comandante dell'esercito territoriale al posto di Fromm e che da quel momento si sarebbe dovuto obbedire solo agli ordini che provenivano da lui. Alle 22.30, dopo una breve sparatoria all'interno del Bendlerblock, i principali congiurati vennero arrestati dal generale Fromm. Poco dopo la mezzanotte del 21 luglio, il colonnello Claus von Stauffenberg, il generale Friedrich Olbricht, il colonnello Albrecht Mertz von Quirnheim ed il tenente Werner von Haeften, su ordine del generale Fromm, vennero arrestati e fucilati nel cortile del Bendlerblock. Pochi minuti dopo lo Standartenführer Otto Skorzeny arrivò con una squadra di SS e, dopo aver vietato altre esecuzioni, arrestò i congiurati rimasti e li consegnò alla Gestapo, che immediatamente si attivò per scoprire tutte le persone coinvolte nell’attentato. Remer, prima di assolvere il suo compito, ricevette la notizia che un'unità corazzata, allertata dai cospiratori, si era radunata nella Fehrbelliner Platz. Remer si mise immediatamente in contatto con questi e, nonostante l’autorità di comando su tutte le forze armate disponibili nella capitale che Hitler gli aveva conferito, ricevette risposta che l’unità avrebbe obbedito solo agli ordini di Heinz Guderian. L’eventuale intervento di un’unità corazzata avrebbe messo i cospiratori in una condizione di vantaggio rispetto ai reparti della divisione Großdeutschland che lui comandava; tuttavia la situazione venne risolta dal tenente colonnello Gehrke, che convinse gli equipaggi dei panzer della stabilità della situazione, richiamando la loro fedeltà al Führer. Pochissimi riuscirono a sfuggire al Tribunale del Popolo: von Stauffenberg fu arrestato e fucilato alla schiena, assieme al conte Claus Schenk von Stauffenberg, il suo aiutante Werner von Haeften, al cavalier Albrecht Mertz von Quirnheim e Friedrich Olbricht nella stessa notte del 20 luglio 1944, nel cortile del Bendlerblock, sede del Comando Supremo dell’Esercito, a Berlino. Prima che la raffica lo falciasse ebbe il tempo di gridare al plotone di esecuzione: «Lunga vita alla nostra sacra Germania»!
Successivamente le ceneri dei congiurati furono sparse nelle fogne cittadine su ordine di Hitler affinché «i resti dei traditori non contaminassero il suolo tedesco». Su ordine del Führer tutti i membri delle famiglie dei colpevoli dovevano essere eliminati. Questo portò anche all’arresto, alla deportazione e uccisione di molti innocenti, che avevano la disgrazia di condividere il nome, anche senza essere parenti, dei congiurati. Per quanto riguarda la famiglia Stauffenberg, il fratello maggiore, Berthold, fu giustiziato. La moglie di Stauffenberg, Nina, e i suoi quattro figli (la donna era incinta della quinta figlia, Konstanze, che sarebbe nata il 17 gennaio 1945, a Francoforte sull’Oder, durante la prigionia), furono arrestati dalle SS. I quattro figli furono messi sotto falso nome in un orfanotrofio in Bassa Sassonia. Successivamente e fino alla fine della guerra Nina venne tenuta prigioniera per futuri scambi presso il lago di Braies in provincia di Bolzano. Liberati dall’arrivo delle truppe alleate, tutti i membri della famiglia poterono finalmente riunirsi dopo la fine della guerra. Nina è morta il 2 aprile 2006. Appena un mese dopo, il 19 agosto, altre vittime di rilievo le troviamo nel feldmaresciallo von Kluge ed i generali Wagner e von Tresckow, che si suicidarono; quest’ultimo prima della sua morte disse a Fabian von Schlabrendorff: «Il mondo intero ora ci diffamerà, ma io sono ancora del tutto convinto che abbiamo fatto la cosa giusta. Hitler è l’acerrimo nemico non solo della Germania, ma del mondo intero». Durante un interrogatorio, Karl-Heinrich von Stülpnagel fece il nome del feldmaresciallo Erwin Rommel; pochi giorni dopo, il consigliere personale di Stülpnagel, Cesare von Hofacker ammise sotto tortura che Rommel era un membro attivo della cospirazione e, nonostante non vi fosse stata alcuna partecipazione diretta da parte sua, il feldmaresciallo fu costretto a togliersi la vita il 14 ottobre 1944.
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Nella cultura tedesca del ricordo, il 20 luglio è principalmente associato all'anno 1944. Oggi è visto dal pubblico come un simbolo della resistenza militare contro il nazionalsocialismo ed è per questo che il Governo tedesco pone ogni anno una corona di fiori sul posto dove i militari furono fucilati: Il German Resistance Memorial Center che si trova nel Bendler Block nel quartiere Mitte di Berlino.[/caption]
Altri congiurati, tra cui l’ammiraglio Wilhelm Canaris, ex capo dell’Abwehr, e il generale Hans Oster, furono arrestati e giustiziati il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg.. Oggi a Berlino, nella prigione di Plötzensee dove furono eseguite le sentenze di morte, c’è un museo commemorativo per le vittime del processo. A distanza di tanti anni, un anziano Jünger, unico scampato (per volontà di Hitler) al processo successivo all’attentato, ricorderà il valore di una Germania diversa, una Germania non nazista e che ha dato la vita per tentare quel colpo di mano che avrebbe consentito al paese di avere un immediato futuro diverso e salvare molte vite: «esistono situazioni nelle quali non bisogna badare al successo, anche se con questo ci si mette naturalmente fuori del terreno politico. Fu il loro caso: vinsero moralmente, dove storicamente naufragarono. Il loro coraggio, il loro sacrificio, non furono il coraggio e il sacrificio che s’incontrano sul campo di battaglia, ma di natura superiore; non tali da essere coronati dalla vittoria, ma dalla poesia». Nel dopoguerra, a Berlino, la Bendlerstrasse fu ribattezzata Stauffenbergstrasse. Vi è stato eretto un monumento alla Resistenza tedesca e nelle vicinanze un museo, aperto nel 1994, onora tutti i partecipanti al “complotto del 20 luglio”, insieme ad altri oppositori al nazismo.
Per approfondimenti: _Ian Kershaw, Operazione Valchiria, Bompiani, 2016; _Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale - Parlano i protagonisti, Rizzoli, 1992; _Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, sesto volume, Fabbri Editori, 1995; _David Fraser, Rommel - l'ambiguità di un soldato, Mondadori, 1993; _Daniel Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, Mondadori, 1997; _Peter Hoffmann, Tedeschi contro il nazismo, il Mulino, 1994; _Ian Kershaw, Hitler. 1936-1945, Bompiani, 2001; _Salmaggi e Pallavisini, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1989.
A sinistra: Giovanni Antonio Magini (Padova 13 giugno 1555 – Bologna 11 febbraio 1617). Titolo: Ducato di Modena, Reggio et Carpi, col Dominio della Garfagnana. Epoca: 1599. Tecnica: Incisione all’acquaforte su rame acquerellata a mano. Misura: Cm.55×41. Descrizione: La carta, che faceva parte dell’atlante “Italia”, fu pubblicata dal figlio Fabio a Bologna nel 1620 e divenne da subito il modello cartografico della Romagna più seguito per tutto il XVII° secolo. A destra: Francesco V Ferdinando Geminiano d'Austria-Este (Modena, 1º giugno 1819 – Vienna, 20 novembre 1875) appartenente alla linea Austria-Este, figlio maggiore del duca Francesco IV d'Austria-Este e della principessa Maria Beatrice di Savoia (1792-1840), fu l'ultimo sovrano regnante del Ducato di Modena e Reggio.[/caption]
Figurini del saggio illustrativo "Dal Ducato di Modena a Torino capitale". Portano la firme di Gibe (2011).[/caption]
Prima di acquartierarsi definitivamente a Bassano, la Brigata, destinata a far parte del X e poi del V Corpo d’Armata austriaco, prende stanza nella provincia di Padova, poi lungo le valli del veronese, quindi in provincia di Vicenza e più tardi a Marostica, Crespano ed Asolo; nel dicembre ‘60, cessando di appartenere al V Corpo d’Armata, viene aggregata all’VIII il cui comando è affidato a S.A.I. il generale di cavalleria Arciduca Alberto il quale, nel rivolgere il saluto alle truppe, così si esprime nei riguardi dei modenesi al suo servizio: «Colgo questa occasione onde significare il lieto e sommo mio piacere nell’avere alle dipendenze una truppa che in un tempo come ora, in cui sotto spregevoli pretesti viene riputato virtù l’infrangere la fede giurata, con rara abnegazione dà in faccia a tutte le truppe d’Europa il nobile esempio di immacolata fede all’Augusto suo Sovrano» ; in occasione delle manovre autunnali del 1861, avrà ancora l’opportunità di esprimere nei loro confronti parole di sentito apprezzamento: «io ritengo dovere esprimere la mia più sentita e meritata riconoscenza a tutte le truppe della Brigata, come a parte integrante di quel Corpo d’armata, che sta sotto i miei ordini: truppe distinte per prodezza, illesa fedeltà verso il loro Sovrano, e come a devoti e fidi compagni d’arme delle truppe del Corpo stesso, e destinate colle medesime a dividere un giorno i trofei di una gloria, che ci spetta»4. Poco dopo lo scioglimento di questo Corpo, il 16 settembre 1863, anche la Brigata Estense sarà congedata.
Nonostante i quattro anni di esilio, la Brigata rimane fedele alla consegna e si stringe sempre più intorno al suo Sovrano, mai abbandonata dalla speranza e dalla volontà di rientrare nella propria terra per restaurare l’antica legittimità. Blandizie, promesse e minacce non intaccano il giuramento d’onore prestato, anzi le rare diserzioni naturalmente verificatesi e le vacanze causate dal termine del periodo di coscrizione, da malattie o da morti vengono oltremodo compensate dalla continua affluenza di tanti giovani che giungono volontariamente dal Ducato, scegliendo di servire il loro re e di combattere la battaglia per l’indipendenza del loro paese, anzicché essere arruolati nell’esercito usurpatore e divenire italiani per forza5.
Nel numero del 30 novembre 1861 la Civiltà Cattolica non esita a commentare: «Si ha bella dimostrazione nell’accorrere che fanno tanti giovani, sfidando gravissimi pericoli, per avere l’onore e la ventura di servire sotto la bandiera del Duca nella Brigata Estense. Questa, come si sa, mantenendo inviolato il proprio onore militare, seguì il suo Sovrano là dove l’ospitalità dell’Imperatore d’Austria consentivale di prendere stanza; e mai non fallì al suo dovere. Infinite imposture sparsero i diarii liberaleschi contro codesta Brigata. Ora la dicevano composta quasi per intero di tedeschi sotto divisa estense; ora ne crescevano stranamente il numero, fino a trasformarla in minaccioso esercito; ora per contro ne fingevano così attenuate le file per continue diserzioni, da dover oggimai essere sciolta. Il vero è che la Brigata Estense si mantiene in quel numero ed in quella forza che erasi determinato nel suo organamento; che è tutta composta di volontari estensi, i quali, per mezzo dell’arduo cimento di scampare alle spie ed alle guardie piemontesi, preferiscono esulare dalla patria, cimentandosi all’esser trattati come disertori, se cadono in mano ai presenti dominatori di essa, per correre a vestire la divisa del loro Duca; che codesta brigata infine è una permanente protesta contro l’usurpazione piemontese. Onde ognuno vede la bella lode che le si addice. Ma per giunta è certo che il numero di quelli che si presentano per esservi ammessi supera di gran lunga quello dei morti e dei congedati, e che, se le circostanze lo permettessero, la Brigata estense potrebbe in poche settimane essere raddoppiata, tanto solo che il Duca volesse arrolarvi i modenesi che, anche per abborrimento dei loro conquistatori, bramano di essere ascritti.
Nel passato settembre il Duca e la Duchessa visitarono codesta bella truppa a Bassano, e vi passarono alquanti giorni. E fu spettacolo degno di ammirazione e commoventissimo quello dell’esultanza, dell’affetto, della devozione a tutta prova con cui quelle milizie si studiarono di provare agli augusti loro Sovrani il proprio desiderio di vederli tornati in possesso del loro trono e de’ loro Stati. Certo che Francesco V ne fu tocco fino all’intimo del cuore, e tempo verrà, speriamo, che tanta fedeltà avrà il suo degno premio»6.
Rievocazione storica dell'associazione "Brigata estense".[/caption]

A sinistra: Fidelitati et costantiae in adversis (retro della medaglia). A destra: la bandiera del regimento.[/caption]
S.A.R. il Granduca di Modena Francesco V concede la medaglia "fidelitati et constantia in adversis" alla Brigata Estense durante il suo scioglimento avvenuto Cartigliano Veneto il 24 settembre 1863 (fotografia 48x37).[/caption]

Nella foto i Leoni di Tsavo imbalsamati. Dopo 25 anni, le pelli furono vendute al Chicago Field Museum per 5.000 dollari, e oggi sono in esposizione, insieme ai loro crani, in una teca dedicata. Dal libro nacque il celebre film "Spiriti nelle tenebre" (The Ghost and the Darkness), film del 1996 diretto da Stephen Hopkins. A destra il Tenente Colonnello John Henry Patterson.[/caption]
A sinistra la stazione di Railway presso Nairobi. A destra Hugh Cholmondeley, 3° Barone Delamere (1870 - 1931).[/caption]
Nella foto di destra Denys George Finch Hatton (24 aprile 1887-14 maggio 1931), aristocratico inglese cacciatore di selvaggina grossa e amante della baronessa Karen Blixen (conosciuta anche con il suo pseudonimo, Isak Dinesen - nella foto di sinistra), una nobildonna danese che scrisse di lui nel suo autobiografico libro Out of Africa , pubblicato per la prima volta nel 1937. Nel libro, il suo nome è sillabato: "Finch-Hatton".[/caption]
Africa orientale tedesca, truppe davanti davanti le case degli ufficiali. A destra: Paul Emil von Lettow-Vorbeck, chiamato anche il Leone d'Africa, era un generale dell'esercito imperiale tedesco e comandante delle sue forze nella campagna tedesca dell'Africa orientale.[/caption]
Nel 1920 il protettorato fu diviso in due parti: protettorato del Kenya, costituito dalla fascia costiera di dieci miglia, sottoposto alla sovranità del sultano di Zanzibar; colonia del Kenya, sottoposta alla sovranità britannica e costituita da tutti gli altri territori del retroterra.
Le zone di produzione erano le seguenti: Gilgil e Nakaru erano i centri della compravendita di bestiame, Thika era il caffè, Njoro era il grano, Naivasha era ovini e bovini, e Londiani, nell’ovest, era il lino.
Tutte le leggi sulla terra avevano chiaramente favorito gli europei a discapito della popolazione africana. Gli altipiani sarebbero rimasti esclusivamente bianchi in eterno. Fu una politica miope e i Kikuyu fecero la loro prima protesta organizzata nel 1922 solo due anni dopo il Kenya divenne una colonia ufficiale della Corona.
Ma gli anni Venti segnarono l’inizio di un’era più stravagante ed euforica. I coloni iniziarono a rimpiazzare le loro case di fango e canniccio con un’architettura più fastosa. Costruirono residenze a un piano in stile “Surrey Tudor” – un’architettura tipica del Kenya e dei suoi costruttori indiani, che cercarono di imitare Edwin Lutyens – con tetti di tegole invece che di lamiera ondulata, con focolari di pietra e grandi, comodi soggiorni, e con spaziose verande sostenute da pilastri di mattoni.
Un Ealing Equatoriale provocato dagli infissi universalmente in acciaio, dall’angustia delle finestre stesse, volutamente piccole per tenere alla larga il temutissimo sole, e dalla cupezza delle pietre giallo-grigiastra, che gli artigiani indiani scalpellavano dalla roccia per fare pareti solide come casermoni. Anche i giardini vennero tracciati splendidamente: prima venivano seminati e spianati i prati, poi venivano scavati i margini, su una scala degna dei castelli di Sissinghurst o di Cranborne. Il suolo era ricco, non c’era stagione morta, e il giardino era sempre al massimo del suo splendore, con canna scarlatta, frangipani, bougainvillea alternata a tenere rose inglesi, gigli dal lungo stelo, fucsie e, come tocco finale, i viali di jacaranda, di Nandi flame e di eucaliptus. L’aria profumava di gelsomino e mimosa. I numerosi boys addetti ai giardini annaffiano e potavano tutto il giorno, facendo oscillare i pangas sui fitti fili d’erba kikuyu che formava la superficie del prato, dei campi da tennis e di croquet.
I coloniali avevano riesumato le insegne della loro civiltà – l’argenteria, i ritratti e le stampe di famiglia, pezzi pregiati di mobilia, porcellane e tutte le chincaglierie che potevano essere sottratte alle vecchie soffitte delle case di famiglia che avevano lasciato per sempre. Molti commissionarono ad artigiani indigeni passabili imitazioni di mobili stile Seicento inglese.
Con la loro abbondanza di servitù – a cui gli ordini andavano impartiti quotidianamente – gli aristocratici e gli ufficiali del ceto medio finirono col diventare schiavi degli immancabili riti della vita col maggiordomo. La tavola veniva imbandita – più volte – con le stuoiette segnaposto con scene di caccia, la coppa di petali di bougainvillea, la bottiglia di piri-piri (una innovazione presa in prestito dalla colonia indiana) e lo sherry, che si beveva con la minestra. Lo strabiliante talento africano per la preparazione dei cibi europei, in particolare dei pudding inglesi, fu fonte di insperato piacere. Dal canto loro gli africani erano strabiliati dal numero di pasti che gli europei reclamavano ogni giorno, e dalla quantità del cibo consumato. Sembrava che gli europei non facessero altro che mangiare.
Questi vecchi coloniali fecero di tutto per conservare lo stile di vita delle nobili famiglie inglesi del contado, sostituendo la volpe da una coda di volpe portata dall’Inghilterra che veniva tenuta da un indigeno, il quale doveva fuggire dagli inglesi a cavallo.
Dal giorno della sua apertura, la vigilia di Capodanno del 1913, il Muthaiga Country Club ha occupato un posto speciale negli affetti dell'Africa. Con la sua miscela distintiva di comfort, cultura e fascino, si è affermato come uno dei club dei membri più illustri e popolari del continente. Ancora oggi, le sue tipiche pareti rosa ospitano alcuni dei grandi ricordi e delle pietre miliari della ricca storia dell'Africa orientale. Non è solo la storia a rendere il Muthaiga Club così speciale. Oggi, alcuni dei suoi momenti più belli sono contemporanei: le sue accoglienti camere da letto con bagno privato e i cottage con i loro comfort moderni, le sue strutture ricreative e per il fitness all'avanguardia, la sua biblioteca recentemente ampliata con oltre 15.000 libri. E, naturalmente, c'è il cibo, di cui il Club è giustamente orgoglioso: sontuosi banchetti di arrosti freschi e specialità del giorno seguiti dai nostri chef di formazione classica.[/caption]
Nella riserva naturale Hippo point, una tipica casa di campagna inglese d’Africa e una torre eccentrica vivono circondate dalla natura selvaggia. Hippo Point è una riserva naturale privata, a circa settanta chilometri a nord di Nairobi su un istmo tra il lago Naivasha e il lago Oloiden, a un’altitudine di 2.000 metri. Grazie al suo microclima quasi perfetto, vi risiedono oltre 350 specie di uccelli e circa 1.200 animali. La proprietaria, Dodo, è un’interior designer di origine tedesca sposata con Michael Cunningham-Reid, figliastro di uno dei più illustri rappresentanti del Kenya coloniale, Lord Delamere. Figura chiave dell’era post-coloniale, nipote di Lord Mountbatten di Burma, Delamere fu uno dei pochi inglesi dell’epoca a stringere stretti rapporti con la nuova élite africana, e fu il primo straniero a ottenere il passaporto della neonata Repubblica del Kenya. Ph. Maganga Mwagogo.[/caption]
Da sinistra a destra: Josslyn Victor Hay, 22° conte di Erroll (1901 - 1941), Alice de Janzé (nata Silverthorne 1899 - 1941) e Diana Caldwell Cholmondeley (1919 - 87).[/caption]

Fatto prigioniero dagli Austriaci, insieme a Fabio Filzi, sul monte Corno il 10 luglio 1916 fu riconosciuto, processato e in quanto cittadino austriaco condannato all'impiccagione, per tradimento, come disertore. L' esecuzione ebbe luogo il 12 luglio 1916 nel castello del Buon Consiglio a Trento.
A destra: una foto storica di uno Schutzen risalente ai primi del 900 del fotografo A. Stockhammer all'interno del suo atelier fotografico di Hall.[/caption]
I tiratori rappresentano l'autoaffermazione dei tirolesi. A giugno festeggiano i 500 anni di Landlibell. Il Landlibell, conosciuto anche come Libello dell'Undici, è un documento redatto dalla Dieta del Tirolo a Innsbruck il 23 giugno 1511. Foto: ©APA[/caption]
La corona di spine (in foto la sfilata del festival nazionale nel 1959) è un simbolo della divisione del Tirolo.[/caption]
Bartolomeo Pinelli, Due 'Briganti' riposati nella 'Campagna', studio per la tavola IV della Nuova raccolta di cinquanta costumi de 'Contorni di Roma' (1823), firmato e datato 1818, acquerello e grafite su carta (Collezione privata ).[/caption]

Sul muro della casa di Rocca di Montecalvo, una lapide ricorda la lotta di Giovanni Piccioni. Rocca di Montecalvo è frazione del comune di Acquasanta Terme, la quale è composta da due nuclei di case: Rocca di Sotto (m. 658) e Rocca di Sopra (m. 700). Si trova lungo le pendici montuose che scendono nella valle del torrente Castellano, da cui dista qualche centinaia di metri, all'altezza dell'inizio del lago di Talvacchia. Il suo territorio confina anche con quello di Cervara che si trova a nord-ovest, a circa due chilometri in linea d'aria, ed è collegata da un sentiero, praticabile, che attraversa valli e boschi. Da Ascoli Piceno è raggiungibile con la machina tramite la strada che da Porta Cartara conduce a Valle Castellana. Il bivio per Rocca di Montecalvo si trova, a destra, un chilometro circa dopo lo sbarramento della diga di Talvacchia.[/caption]
La Santa Messa in rito antico era la liturgia usata dai sacerdoti cattolici del tempo. Nella liturgia cattolica, la messa tridentina è quella forma della celebrazione eucaristica del rito romano che segue il Messale Romano promulgato da papa Pio V nel 1570 a richiesta del Concilio di Trento, che trasmette la liturgia in uso a Roma, il cui nucleo risale al III-IV secolo. Fu mantenuta, con modifiche minori, nelle edizioni successive del Messale Romano fino a quella promulgata da papa Giovanni XXIII nel 1962, precedente alla revisione ordinata dal Concilio Vaticano II. Per quattro secoli fu la forma della liturgia eucaristica della maggior parte della Chiesa latina fino alla pubblicazione dell'edizione del Messale promulgata da papa Paolo VI nel 1969 a seguito del Concilio Vaticano II, che rivoluzionò la liturgia in cui il sacerdote non aveva più le spalle all'assemblea, ma - de facto - a Cristo. Il pagliativo della riprogettazione dell'Altare Maggiore, provocò ulteriori aggravamenti di carattere architettonico-cultura con l'abbattimento di numerosissimi beni culturali negli anni Settanta del 900. Considerata forma extraordinaria del rito romano dal motu proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI del 2007, l'usus antiquior del rito romano ha avuto una nuova diffusione fino al 2021, quando il motu proprio Traditionis custodes di papa Francesco ha reso l'uso del Messale del 1962 soggetto alla supervisione del vescovo diocesano e ha sancito che il Messale riformato dopo il Concilio Vaticano II è «l'unica espressione della lex orandi del Rito romano». Il rito antico è oggi ancora celebrato quasi in tutte le diocesi del mondo.[/caption]
A sinistra Giovanni Piccioni, a destra il farmacista Luigi Piccioni, pronipote di Giovanbattista.[/caption]
Antonio Orsini (Ascoli Piceno, 9 febbraio 1788 – Ascoli Piceno, 18 giugno 1870) è stato un mazziniano e naturalista. Farmacista e scienziato viene ricordato per il suo impegno militare e politico nella Repubblica Romana. Senatore del Regno d'Italia, ricevette il titolo di nomina regia che ricevette nell'anno 1861 insieme all'onorificenza dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Fu anche eletto consigliere provinciale del mandamento di Arquata. Morì ad Ascoli il 18 giugno 1870.[/caption]
Jean Fréour, Statua della Rouërie (1993) - Fougères, Ille-et-Vilaine, Bretagna, Place Aristide Briand (Square des Fusillés),[/caption]
Charles Willson Peale (1741 – 1827), Armand Tuffin de La Rouërie, olio su tela 1783.[/caption]
Château de la Rouërie à Saint-Ouen-la-Rouërie ©-Sten-Duparc - Originariamente basato sulle fondamenta di un'antica rocca dell'XI secolo, il castello fu costruito in diverse campagne, principalmente nel 1624, 1730, 1824. Proprietà del marchese Armand Tuffin de la Rouërie. La madre del marchese, nata Thérèse de la Belinaye, decise prima della sua morte nel 1808, di vendere l'intera tenuta , che fu rilevata nel 1813 da Georges-Bourges du Pré de Saint-Maur. La famiglia Barbier du Mans de Chalais è proprietaria del castello dal 1822, per acquisizione della famiglia du Pré de Saint-Maur.[/caption]
Un agente dei principi durante la Rivoluzione: il marchese de la Rouërie e la congiura bretone 1790-93, secondo documenti inediti di Lenotre, G., (1855-1935) del 1901.[/caption]
Incisione del marchese de la Rouërie.[/caption]
Sulla sinistra: memoriale dedicato al marchese de la Rouërie; sulla destra: Tomba del Marchese de la Rouërie nel bosco attiguo al castello di Guyomarais.[/caption]
Conte Carlo Fecia di Cossato (Roma, 25 settembre 1908 – Napoli, 27 agosto 1944) è stato un militare italiano.[/caption]
Constantine Volanakis, la battaglia di Lissa - 1867, olio su tela cm 283 x 169, museo di belle arti di Budapest.[/caption]
Betasom (Bordeaux Sommergibile) è ottenuto dall'unione della prima lettera della parola "Bordeaux", espressa con il nome della lettera dell'alfabeto greco equivalente dal punto di vista fonetico "beta" e la prima sillaba della parola "sommergibile", la base navale dei sottomarini della regia marina a Bordeaux (costa atlantica meridionale francese) durante la seconda guerra mondiale.[/caption]
Anno 1942 - il conte Carlo Fecia di Cossato, comandante del regio stato maggiore generale "Tazzoli" e il tenente di vascello Gazzana Priaroggia, comandante in seconda del "Tazzoli", in coperta in occasione dell'incontro in Atlantico con altro sommergibile italiano.[/caption]

L'Aliseo è stata una torpediniera di scorta della Regia Marina. Dopo il termine del conflitto, il trattato di pace assegnò l’Aliseo alla Jugoslavia, in conto riparazione danni di guerra. Con la sigla provvisoria Y9 la torpediniera venne consegnata il 3 maggio 1949.[/caption]
Il conte Carlo Fecia di Cossato in plancia durante la navigazione.[/caption]
Un giovane rampollo della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità.[/caption]
Nelle tre immagini (da sinistra a destra): il marchese don Giulio Patrizi di Ripacandida, duca di Castelgaragnone, autore del saggio "Quell'ultimo glorioso stendardo. Le guardie nobili pontificie dall'11 Maggio 1801 al 15 settembre 1970". Sulla destra, la bandiera del corpo con stemma Papale corrente alla foto su fondo bianco.[/caption]
Giuseppe Capparoni, Guardie Nobile Pontificia (sotto Leo PP. XII), dalla "Raccolta della gerarchia ecclesiastica considerata nelle vesti sacre, e civili usate da quelli li quali la compongono", Roma 1827 - incisione all’acquaforte acquerellata 176 x 124 mm (matrice) 290 x 220 mm (foglio).[/caption]
Uniforme di gala della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità. Il manichino dell'uniforme si trova presso il Museo del Palazzo Mastai-Ferretti presso la città di Senigallia.[/caption]
Uniforme di mezza gala della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità. Il manchino dell'uniforme si trova presso il Museo del Palazzo Mastai-Ferretti presso la città di Senigallia.[/caption]
Rare foto di Guardie Nobili sotto il Pontificato di Pius PP. IX (Mastai-Ferretti).[/caption]
Rare foto di Guardie Nobili sotto il Pontificato di Pius PP. IX (Mastai-Ferretti).[/caption]

Charles Joseph Patissier, marchese de Bussy-Castelnau fu il governatore generale della colonia francese di Pondicherry dal 1783 al 1785. Servì con distinzione sotto Joseph François Dupleix nelle Indie orientali, ricevendo l'Ordine di Saint Louis. Contribuì al recupero dalla Gran Bretagna di Pondicherry nel 1748 e nel 1782 fu nominato per guidare tutte le forze militari francesi oltre il Capo di Buona Speranza. Coordinò le sue operazioni con Pierre André de Suffren e combatté con distinzione contro gli inglesi numericamente superiori durante le campagne indiane della Guerra d'Indipendenza americana.[/caption]
Pondichéry nelle Indie Orientali in una stampa ottocentesca.[/caption]
L'ammiraglio conte Pierre André de Suffren de Saint Tropez, bailli de Suffren (17 luglio 1729 - Parigi , 8 dicembre 1788, castello di Saint-Cannat ) era un ufficiale e ammiraglio della Marina francese. Iniziando la sua carriera durante la Guerra di Successione Austriaca, combatté nella Guerra dei Sette Anni, dove fu fatto prigioniero nella battaglia di Lagos. Promosso capitano nel 1772, fu uno degli assistenti dell'ammiraglio d'Estaing durante le battaglie navali della guerra rivoluzionaria americana, in particolare prendendo parte all'assedio di Savannah.[/caption]

Charles-Melchior Artus de Bonchamps, marchese de Bonchamps (10 maggio 1760 - 18 ottobre 1793) è stato un politico francese e leader dell'insurrezione vandeana dei realisti contro la Repubblica durante la Rivoluzione francese.[/caption]
Karl I successe ai Troni nel novembre 1916 dopo la morte di suo prozio, l'imperatore Francesco Giuseppe. Il 2 dicembre 1916 assunse il titolo di comandante supremo dell'intero esercito, succedendo all'arciduca Federico . La sua incoronazione a Re d'Ungheria avvenne il 30 dicembre. Nella foto: Re Karl IV d'Ungheria, la regina Zita e il loro figlio, il principe ereditario Otto, nel dicembre 1916.[/caption]
Il castello di Prangins, residenza svizzera dell'ultimo Imperato dell'Austria-Ungheria Karli I, è un castello nel comune di Prangins nel Canton Vaud in Svizzera . Si tratta di un sito del patrimonio svizzero di importanza nazionale. Ospita una parte del Museo nazionale svizzero. La terrazza regala viste sul Lago di Ginevra e sulle Alpi.[/caption]
Miklós Horthy de Nagybánya è stato un ammiraglio e statista ungherese di stampo conservatore, che divenne reggente dell'Ungheria, dopo la caduta dell'Impero d'Austria-Ungheria.[/caption]
Protagonisti del primo colpo di restaurazione del marzo 1921 (da sinistra a destra): Thomas Erdödy von Monyorókerék und Monoszló (1886-1931), conte e vescovo di Szombathely (1911 - 35) Zabola János Mikes (1876 - 1945), József Vass (1877 - 1930), Anton Freiherr von Lehár (1876 - 1962), Sigray Antal Mária Fülöp Alajos (1879 - 1947), László Ede Almásy de Zsadány et Törökszentmiklós (1895 – 1951), Conte Pál Teleki de Szék (1879 - 1941).[/caption]
I protagonisti del secondo colpo di restaurazione nell'ottobre 1921: Gyula Gömbös de Jákfa (1886 - 1936), il conte István Bethlen de Bethlen (1874 - 1946), Őrgróf Pallavicini György Mária Arthúr József Ede István Gusztáv Károly (1881 - 1946), Tibor Farkas de Boldogfa ( 1883 - 1940), il conte Gyula Andrássy de Csíkszentkirály et Krasznahorka (1860 - 1929),[/caption]
Domenica 23 ottobre del 1921: nella foto Karl I e Zita di Borbone-Parma (a destra in piedi) pregano davanti al convoglio ferroviario di Sopron celebrando la messa mattutina.[/caption]
Il giuramento di fedeltà al beato Imperatore Karl, da parte delle truppe legittimiste magiare.[/caption]
Truppe leali all'Imperatore accolgono il vagone dei legittimisti magiari presso Sopron.[/caption]
Nella foto, truppe leali a Károly IV, attendono il re nella stazione ferroviaria di Győr, il 20 ottobre del 1921.[/caption]