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di Jessica A. Liliane Tami e G. Baiocchi del 25-04-2023

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Steglitz-Zehlendorf, periferia di Berlino: un giorno uguale agli altri in una estate di guerra. Ai vespri, un uomo attraversa il sagrato, poi si raccoglie lungamente in preghiera. È la sera del 19 luglio del 1944, tra poche ore, quest’uomo sarà protagonista di un avvenimento che cambierà la storia della seconda guerra mondiale: il suo nome è quello di Claus Philipp Maria Schenk conte von Stauffenberg e la sua missione è quella di uccidere Adolf Hitler. Ricorda così l’ufficiale di Stato Maggiore, il conte Ulich de Maiziere (1912 - 2006): «per Stauffenberg deve essere stata una decisione molto difficile, poiché era un uomo profondamente religioso e inoltre sapeva che nell’attentato oltre ad Hitler sarebbero morti anche tutti quelli che erano con lui in quella stanza». La morte di un uomo, per evitare la morte di milioni, per abbattere il tiranno, per liberare la Germania dalla dittatura nazista, per porre fine alla guerra. Ma c’è un dilemma di fronte al quale l’attentatore è solo, solo di fronte alla sua coscienza: quando per un cristiano è lecito uccidere? Non c’è una risposta, neanche nei dieci comandamenti, il quinto afferma “non uccidere” neppure il tiranno, senza eccezioni.
[caption id="attachment_12861" align="aligncenter" width="1000"] Conte Claus Philipp Maria Schenk von Stauffenberg (Jettingen-Scheppach, 15 novembre 1907 – Berlino, 21 luglio 1944) è stato un militare tedesco che svolse un ruolo di primo piano nella progettazione e successiva esecuzione dell'attentato del 20 luglio 1944 contro Adolf Hitler (noto anche come operazione Valchiria), e nel successivo tentativo di colpo di Stato. Il suo cognome completo era Schenk Graf von Stauffenberg, in quanto la famiglia Stauffenberg aveva aggiunto il termine Graf (conte), come parte del cognome, dopo l'abolizione dei titoli nobiliari da parte della Repubblica di Weimar.[/caption] L’arma per uccidere consisteva in due chili di esplosivo. Stauffenberg è un mutilato, un grande invalido di guerra, ma nella resistenza tedesca contro Hitler, nessuno è determinato quanto lui. Philipp von Boeselager, uno dei congiunti del 20 luglio del 44 ricorda come ammirava molto Stauffenberg: «aveva solo tre dita, ma era deciso a compiere un attentato per il quale aveva un impedimento fisico e nessuno era più indicato di lui. Non poteva togliere le sicure alle bombe, non era in grado di attivare l’innesco e così via, eppure era l’unico ad avere sufficiente coraggio e la possibilità di avvicinare Hitler, tutti gli altri non avevano così tanto fegato, oppure erano nazisti convinti». La bomba, nascosta in una borsa porta documenti deve esplodere durante una riunione dell’Alto Comando Strategico. Così il 20 luglio del 1944 a Rastenburg (oggi Ketrzyn) nella Polonia occupata, nella famosa Tana del lupo (Wolfsschanze), oggi completamente abbandonata, Stauffenberg deve riuscire laddove altri hanno fallito, poiché i precedenti attentati al Führer sono andati falliti. Il dittatore sembra irraggiungibile e soprattutto invulnerabile. Secondo lo storico Matthew Fforde, Hitler aveva l’abitudine di cambiare continuamente le date dei suoi incontri e questo fatto l’aveva salvato in diverse occasioni di attentato. Tale “fortuna del diavolo” aveva addirittura dato convinzione ad Hitler, di essere “protetto” dalla provvidenza, anche se essendo ateo, nonché anti-cristiano, aveva una concezione molto “particolare” della provvidenza. Il Führer nella sua residenza bavarese di Berchtesgaden sembra vivere in un mondo irreale: a vigilare sulla sua incolumità sono una scorta speciale delle Leibstandarte Schutzstaffel (SS), (le SS-Begleitkommando des Führers), le quali hanno l’unico compito di proteggerlo. Ricorda Kurt Larson una delle guardie del corpo di Hitler: «eravamo responsabili dell’incolumità del Führer, controllavamo la zona più vicina fino a 50, 100 metri, soprattutto quando si trovava in grandi spazi o nelle piazze, in quei casi però c’erano anche molti agenti in borghese». Avvicinarsi ad Hitler ed eliminarlo, è questo l’addestramento che viene impartito, nel segreto più assoluto, negli altipiani delle Highlands scozzesi ad un’unità speciale dei servizi segreti britannici. L’operazione Foxley dal giugno del 1944 prepara degli agenti per l’attentato e il piano prevede anche la partecipazione di alcune donne. I ricognitori inglesi hanno deciso che il luogo migliore per agire è la residenza privata del tedesco, il Berghof: gli agenti progettano di contaminare l’acqua potabile e di cospargere i vestiti del dittatore di sostanze velenose. Ad Obersalzberg, durante la sua passeggiata quotidiana, Hitler diventa un bersaglio facile, ma i tiratori scelti non entreranno mai in azione, poiché non solo risultò impossibile far entrare un uomo armato all’interno della zona di sicurezza, che veniva predisposta intorno al fiume; ma il comando britannico ritenne che oramai, a quel punto della guerra, Hitler sarebbe servito più da vivo che da morto, poiché se lo avessero ucciso, gli alleati avrebbero perso il vantaggio degli errori strategici che Hitler, dal 1943 in avanti, iniziava a commettere, imponendoli ai generali.
Qualche mese prima dell’Operazione Valchiria, nome in codice dell’attentato organizzato da Stauffenberg, un memorandum del governo britannico dichiarava come non era necessario instaurare rapporti con i gruppi di resistenza tedeschi poiché gli inglesi e gli americani non volevano cambiare la situazione in Germania, ma l’idea centrale rimaneva quella di portare avanti lo sforzo bellico e di distruggere la Germania il più presto possibile. Intanto, vicino Salisburgo, in Austria, presso il Castello di Klessheim avviene la presentazione di nuove uniformi ed armi, da parte di alcuni progettisti militari, al dittatore tedesco: è il 7 luglio del 1944. Uno degli alti ufficiali si comporta in un modo inconsueto, è il Generale di Brigata Hellmuth Stieff (1901 - 44) e sta progettando un attentato a Hitler: nel suo zaino è contenuta una bomba, ma al momento dell’attentato il generale non ha il coraggio di concludere l’atto e di lì a 14 giorni verrà arrestato. Uccidere Hitler: ad alcuni manca la determinazione, ad altri l’occasione propizia o la lucidità per capire che è necessario porre fine al massacro, che nel 1944 la guerra è irrimediabilmente perduta. Determinazione e possibilità di avvicinare Hitler, Stauffenberg le possiede entrambe. Ancora von Boeselager ricorda: «Stauffenberg che era un brillante ufficiale dello Stato Maggiore, era certamente consapevole del fatto, peraltro evidente, che dal punto di vista militare Hitler avrebbe condotto la Germania alla rovina. Era ovvio che, una volta persa la guerra, la Germania sarebbe stata annientata, era chiaro fin dall’inizio; e poi Stauffenberg era anche a conoscenza dei crimini nazisti e come chiunque avesse una coscienza non poteva da un punto di vista morale, far finta di niente, sentiva l’obbligo morale di cercare di porre fine alla dittatura nazista. Chiunque fosse a conoscenza dell’esistenza dei campi di concentramento avrebbe dovuto lottare per far cadere quel regime scellerato». Il conte infatti non era il tipico “sicario”, ma proveniva da una famiglia aristocratica cattolica bavarese, poi diviene ufficiale avendo una carriera militare florida; non ha un temperamento violento, inoltre dopo la campagna africana è invalido, perdendo un occhio e una mano. Dunque non si tratta di un profilo addestrato per un attentato, ma è fuori dubbio un uomo d’azione e con grande capacità organizzativa e crede fortemente che i dettami della coscienza debbano prevalere sul giuramento di fedeltà a Hitler. Ma la strada che ha condotto von Stauffenberg fino all’attentato è lunga e difficile.
Bamberg è in Franconia e nel 1926, Claus entra nel 17° reggimento di cavalleria a 19 anni. Come a Berlino anche Bamberg nel 1933, l’ascesa al potere di Hitler viene salutata con una fiaccolata. Stauffenberg guarda con interesse alla sua ascesa e all’inizio è perfino ottimista. Segue il 26 settembre del 1933 Claus sposa la baronessa Magdalena Elisabeth Vera Lydia Herta von Lerchenfeld, una donna degna del suo rango.
[caption id="attachment_12863" align="aligncenter" width="1000"] La moglie di von Stauffenberg: Magdalena Elisabeth Vera Lydia Herta von Lerchenfeld (1913 - 2006). A sinistra uno scatto del matrimonio cattolico. Al centro la lapide della moglie dopo la morte nel 2006.[/caption]
Stauffenberg accoglie favorevolmente il riarmo, premessa per un radioso futuro in chiave militare, vuole servire la Patria nella Wehrmacht di Hitler. Non sarà mai un acceso sostenitore del partito nazionalsocialista, ma il nuovo corso gli piace, come a circa il 95% dei tedeschi; egli viene affascinato sicuramente dal partito e certamente oggi, tutto quel periodo, viene liquidato senza troppe discussioni, poiché non ci si immerge più nel contesto etico-culturale dell’epoca, che vedeva la Germania, un  paese sconfitto inflitto dalle sanzioni e con un alto tasso di inflazione, con il pericolo comunista alle porte.
Nel 1938, con l’Anschluss – l’annessione dell’Austria al Reich tedesco – Hitler torna a riunire sotto un unico Stato tutti i popoli di lingua tedesca: un’impresa che era riuscita solo a Carlo Magno secoli prima. Ad ogni modo, solo un anno dopo, nel settembre 1939, il giovane ufficiale bavarese giudica pericolosa l’aggressione di Hitler alla Polonia «quel pazzo, vuole fare la guerra». Da quel momento Stauffenberg immagina di rovesciare il regime con un’azione che dovrà essere necessariamente violenta e pianificata nelle alte gerarchie. Nell’ambiente militare è un soldato modello, un punto di riferimento, un esempio. I giovani ufficiali lo consideravano un personaggio di grande carisma e sono convinti che sarà destinato a ricoprire incarichi di grande importanza nelle forze armate. Il giovane ufficiale partecipa, nel 1940, alla campagna contro la Francia con grande euforia e scrive alla moglie Lydia a maggio: «è una avanzata incredibile, una vera e propria invasione, una marcia inarrestabile che i francesi non hanno nemmeno provato a contrastare, a migliaia si arrendono e quando non si sentono sorvegliati scappano, ognuno di loro porta a cuore unicamente la propria sorte: stiamo assistendo allo sconvolgente inizio del crollo di una grande nazione, una disfatta non solo militare, ma soprattutto psicologica». La vittoria fulminea della Francia fa esultare il popolo tedesco: la prima guerra mondiale è stata vendicata. Stauffenberg dirà: «Hitler ha compiuto un unico errore: Dunkerque, li stanno convergendo le truppe britanniche, un errore che certamente il Führer non ripeterà (…) quell’uomo ha fiuto per le cose militari, a differenza dei suoi generali, aveva capito che la linea Maginot doveva essere travolta». Un “piccolo borghese”, così una volta lo aveva definito, ma ora di lui dice: «il padre di questo uomo non era un piccolo borghese, il padre di questo uomo è la guerra». In Unione Sovietica, il giovane ufficiale sperimenta quanto sia criminale la guerra di Hitler, ma malgrado ciò continua a fare il suo dovere servendo la Patria, come hanno fatto i suoi antenati, poiché nelle sue scelte contava anzitutto l’educazione di famiglia e la coscienza del servitore dello Stato: questi due elementi hanno orientato le sue decisioni professionali; chi proveniva da una famiglia nobile o da una famiglia di funzionari, diventava poi un servitore dello Stato: un concetto all’epoca molto sentito. Stauffenberg si considera il rampollo di una antichissima e nobile stirpe, gli Schenk von Stauffenberg: da sei secoli nel Duomo di Bamberga è costudita la statua di un principe svevo, il cavaliere di Bamberga (Bamberger Reiter), simbolo di dedizione al Sovrano e per il nostro protagonista la dedizione diventa uno stile di vita. Lui stesso si considera un personaggio storico, un autentico aristocratico, scelto per assumere una grande responsabilità verso il proprio casato e la propria terra. Cos’è dunque che lo indurrà a non seguire più il suo Sovrano, come esige la tradizione di famiglia? Claus viene educato in Svevia e qui viene iniziato al mondo della musica, della poesia e dell’arte: un mondo che continuerà ad affascinarlo anche quando sarà un militare di carriera. Così lo ricorda suo nipote Otto Philipp Schenk von Stauffenberg: «fece un’ottima carriera e uscì con il massimo dei voti dalla scuola militare e a 36 anni era il colonnello più giovane dell’esercito, ma di certo non era il tipico militare, poiché aveva tanti altri interessi, un orizzonte di vedute estremamente ampio; ad esempio era dotato di una sensibilità musicale davvero straordinaria».
[caption id="attachment_12864" align="aligncenter" width="1000"] Il Cavaliere di Bamberga (Bamberger Reiter), o Cavaliere di pietra (steinerner Reiter), è una famosa statua equestre che si trova nella cattedrale di Bamberga, in Germania. La statua fu realizzata nella prima metà del XIII secolo, probabilmente prima della consacrazione della cattedrale (1237). Si trova su una mensola che decora un pilastro del coro orientale. È una statua a grandezza naturale che raffigura un cavaliere senza barba, con la corona, senza armi, il capo eretto, lo sguardo rivolto in avanti. La corona e la posizione sul cavallo indicano che si tratta di un nobile di alto lignaggio, che incarna tutte le virtù della cavalleria medievale tedesca.[/caption] Coraggioso, brillante, nobile, il giovane colonnello tedesco pensa di essere un prescelto. Nella sua città natale in Svevia si appassiona al mondo ideale di un poeta che canta la nascita di un nuovo uomo tedesco: quel poeta è Stefan Anton George (1868 - 1933) e Claus lo chiama “il mio maestro”. George definisce Stauffenberg un giovane regale, un vero e proprio ragazzo prodigio e saranno per il Nostro, gli anni dell’entusiasmo e della passione. Spesso si rifugia in un luogo segreto, nelle alture del Giura di Svevia per riflettere sui versi di George e ritiene che nella Germania segreta, si nasconda un genio creatore che egli ha il compito di risvegliare.. un genio che proviene dall’antica Grecia, poiché l’uomo tedesco è diventato (o forse lo è sempre stato) il suo erede.
La sua adesione alla resistenza maturò lentamente, all’inizio Claus era diverso. Dicembre 1941, sfuma la speranza di una vittoria rapida e i tedeschi vengono fermati alle porte di Mosca. Stauffenberg è un ufficiale di Stato Maggiore ed è perfettamente a conoscenza dell’alto numero di perdite e per la prima volta dichiara che per fermare Hitler c’è un’unica soluzione: ucciderlo, ma egli stesso non è pronto ad un passo del genere, non ancora. L’ufficiale viene messo a conoscenza dei crimini compiuti dalle truppe tedesche nelle retrovie e parla sempre più spesso del possibile tirannicidio «è giunto il momento che un ufficiale tiri fuori la pistola e faccia secco quel maiale di Hitler». Il cambio repentino proviene sicuramente per la conoscenza delle fucilazioni di massa di ebrei in Ucraina e quell’occasione si convinse del nuovo percorso da congiurato. Molti mesi prima della catastrofe di Stalingrado, Stauffenberg è pronto a portare a termine il progetto «un cambiamento radicale sarà possibile solo con l’eliminazione di Hitler ed io sono pronto a farlo». Così il 26 gennaio del 1943 si reca da Fritz Erich G. E. von Manstein (1887 - 1973) il miglior generale di Hitler, il quale potrebbe portare la Wehrmacht dalla parte della resistenza. I due uomini sono uno di fronte all’altro, il colloquio è riservato, ma sincero e alla fine Stauffenberg non otterrà l’appoggio tanto agognato: è deluso, von Manstein non vuole un suo coinvolgimento e spiga le sue motivazioni, asserendo al Colonnello come un Comandante che occupava una così grande posizione di responsabilità, non poteva in alcun modo intimare alle sue truppe di disobbedire agli ordini, perché questo avrebbe inevitabilmente portato alla disfatta del fronte e poiché i tempi non sono maturi, neanche il popolo è pronto. I generali dello Stato Maggiore dunque, erano perfettamente consapevoli della situazione, ma erano pochi quelli pronti all’azione. Famoso il detto “i Feldmarescialli prussiani non si ribellano”. Corre il primo Gennaio 1943 e Stauffenberg viene promosso Tenente-Colonnello e trasferito come ufficiale di Stato Maggiore alla Divisione Panzer che combatte sul fronte libico. Il suo nuovo comandante è Johannes Erwin E. Rommel (1891 - 1944) una leggenda vivente e rappresenta anche una fonte di speranza per la resistenza, ma per Claus l’avventura militare in Africa durerà solo pochi mesi: 7 aprile 1943 un attacco aereo britannico a bassa quota lo ferisce in maniera seria mutilandolo. Così ricorda Klaus Burk, sottotenente del 10° Panzer Divisien «d’un tratto vedemmo l’auto di Stauffenberg crivellata di colpi, lui non c’era più, non si vedeva più nessuno; il rottame era in mezzo al deserto in una distesa pianeggiante e abbiamo proseguito fino al centro di comando tattico, dove era stabilito che ci saremmo incontrati e lì seppi che Stauffenberg era rimasto gravemente ferito e che era stato portato all’ospedale militare». Dunque l’incidente parrebbe essere la fine di tutti i suoi progetti, di tutte le sue speranze? Gli viene amputata la mano destra, ha perso l’occhio sinistro e gli restano solo tre dita alla mano sinistra, ma incredibilmente vuole andare avanti lo stesso, uscire dall’ospedale militare e uccidere Hitler. Invalido, ma più ostinato di prima: tornato in famiglia affronta prima una rapida convalescenza e poi la guarigione e sempre più spesso dichiara che bisogna “salvare la Germania” e che come ufficiale dello Stato Maggiore è ancora corresponsabile di quello che accade. Le prospettive belliche tedesche oramai sono ben poche relative ad una vittoria: lo scacchiere africano è perso, è iniziata la ritirata di Russia, sono anche iniziati i bombardamenti sulle città tedesche e soprattutto un secondo fronte si è aperto con lo sbarco in Normandia da parte degli americani ed inglesi. Certamente è lecito pensare che se Hitler fosse stato ucciso, rimanevano tutti gli altri uomini del regime: Hermann W. Göring, Heinrich L. Himmler, P. Joseph Goebbels, Alfred E. Rosenberg e gli altri elementi di spicco, senza contare le Waffen SS, la Gestapo, i Gauleiter – insomma il regime nazista nell’estate del 44 è ancora ben saldo. Sicuramente il nazismo sarebbe proseguito con un altro leader. Questo problema viene posto tra gli ufficiali militari della resistenza ed è per questo che l’eventuale attentato avrebbe dovuto colpire tutti i gerarchi in un solo colpo: un’operazione difficilissima.
Così al Bendlerblock di Berlino nella sede del comando generale delle forze armate, Stauffenberg diventa Capo di Stato Maggiore delle forze armate territoriali della riserva e d’ora in poi avrà accesso diretto al Führer, diventando così il punto di riferimento della resistenza ad Hitler e sarà lui l’esecutore materiale dell’attentato. Gli uomini raccolti intorno a Stauffenberg intendono rovesciare il nazismo utilizzando un vecchio piano creato per la repressione di disordini interni con il nome in codice Operazione Valchiria (Walküre). Il copione del golpe è stato ideato dalla mente più esperta della resistenza militare, il generale Henning von Tresckow (1901 - 44), capo di Stato Maggiore del gruppo d’armate di centro sul fronte orientale. Il piano prevede i seguenti passaggi: la responsabilità del colpo di Stato sarà addossata alle SS, al partito e alla polizia, con l’esercito della riserva che li disarmerà e terrà in scacco il regime, fino a quando la Wehrmacht non assumerà il totale controllo della situazione. Nei boschi intorno a Berlino, al sicuro da spie e informatori della Gestapo i congiurati possono discutere indisturbati del golpe: soltanto la cerchia più stretta è al corrente di tutti i dettagli e tutto si basata sulla conoscenza e fiducia reciproca, poiché il tradimento di uno solo dei congiurati, avrebbe significato la morte di tutti gli altri. Ai primi significativi dissensi al regime hitleriano in ambito militare si andarono ad affiancare altri di tipo religioso, quali quelli del cardinale Clemens August von Galen e del vescovo Theophil Wurm, che protestarono contro l’attuazione del cosiddetto programma eutanasia. Anche alcuni movimenti, quali l’Orchestra Rossa e la Rosa Bianca, iniziarono sommessamente a manifestarsi nel 1938, quando gruppi dell’Abwehr e dello Heer cominciarono a pianificare un rovesciamento del regime di Hitler; i primi che ipotizzarono tale opzione furono i generali Hans Oster e Ludwig Beck ed il feldmaresciallo Erwin von Witzleben, che stabilirono in seguito contatti con numerose autorità politiche, come Carl Goerdeler e il conte Helmuth James von Moltke. Ma i militari non sono gli unici ad attuare una resistenza contro Hitler; nel 1940 a Kreisau nella Slesia un gruppo di civili di estrazione sociale molto diversa si riunisce per discutere sul futuro della Germania. Sono avvocati, religiosi, sindacalisti, politici socialdemocratici e anche aristocratici. I loro nomi: il conte Helmuth James von Moltke (1907 - 45), il conte Peter Yorck von Wartenburg (1904 - 44), Adam von Trott zu Solz (1909 - 44), il filosofo ed eroe di guerra Ernst Jünger (1895 - 1998), Julius Leber (1891 - 1945), Carl Friedrich Goerdeler (1884 - 1945), il gesuita Alfred Delp (1907 - 45), Adolf Reichwein (1898 - 1944), Hans Bernd von Haeften (1905 - 44), Nikolaus-Christoph von Halem (1905 - 44). Saranno i membri del circolo Kreisau, completamente annientato tra l’anno del 1944 e quello del 1945. Erano alleati contro la dittatura e contro i crimini dei nazisti, ma non erano legati da una comune fede politica. Volevano far rinascere la democrazia e lo stato di diritto in Germania, dove la dignità dell’uomo fosse rispettata senza differenza di razze. Il circolo cercò di accreditarsi presso gli Alleati, affinché questi appoggino il loro temerario progetto, ma il circolo non verrà preso mai in seria considerazione dagli inglesi. Gli Alleati non volevano far capire all’opinione pubblica che anche all’interno della Germania, c’era una buona Germania, una coalizione che poteva e doveva essere rispettata, se non lodata.
[caption id="attachment_12865" align="aligncenter" width="1000"] Alcuni membri del circolo Kreisau (da sinistra a destra): il conte Helmuth James von Moltke (1907 - 45), il conte Peter Yorck von Wartenburg (1904 - 44), il conte Ulrich Wilhelm Schwerin von Schwanenfeld (1902 - 44) il filosofo ed eroe di guerra Ernst Jünger (1895 - 1998) e Carl Dietrich von Trotha (1907 - 52).[/caption] Altra resistenza tedesca al partito avvenne con i membri intellettuali della “Rosa bianca”. All’inizio dell’estate del 1942, Hans Scholl e Alexander Schmorell formarono un gruppo di studenti dell’Università di Monaco che volevano eludere la cooptazione nazista e mantenere la loro indipendenza intellettuale. Includono Sophie Scholl, Christoph Probst e Willi Graf. Sono formati dal loro professore universitario Kurt Huber, con il quale discutono questioni fondamentali della riorganizzazione politica. Nell’estate del 1942, i primi volantini della Rosa Bianca invitavano alla resistenza contro la dittatura criminale. Seguono altri due volantini nell’inverno 1942/43. Gli studenti cercano anche di stabilire contatti in altre città. A Ulm, attorno a Hans Hirzel si formò un gruppo di studenti che rimase in contatto con Hans e Sophie Scholl. Il 18 febbraio 1943, Hans e Sophie Scholl pubblicarono il sesto volantino all’Università di Monaco e furono arrestati durante il processo. I fratelli Scholl e Christoph Probst furono condannati a morte il 22 febbraio 1943 e assassinati lo stesso giorno. Nell’aprile 1943, il “Tribunale del popolo” condannò a morte Alexander Schmorell, Willi Graf e Kurt Huber e altri aiutanti e complici, inclusi membri del gruppo di Ulm, a lunghe pene detentive. Nel 1942 si formò anche ad Amburgo un gruppo che ebbe contatti con gli studenti di Monaco tramite Traute Lafrenz e Hans Leipelt. Nell’autunno del 1943, la Gestapo scoprì le attività di questo gruppo di Amburgo e arrestò più di 20 persone. Negli anni che seguirono, altri dieci oppositori del regime associati ai rami di Monaco e Amburgo della Rosa Bianca furono assassinati o portati alla morte.
Anche il generale Rommel, rientrato in Francia dall’Africa, già nel 1944 non crede più in una vittoria, e sa che la sconfitta di sta avvicinando, spera in un accordo di pace con gli inglesi e gli americani, ma non pensa ad un attentato a Hitler. Agli inizi del luglio del 1944, due membri del circolo di Kreisau vengono arrestati: sono Adolf Reichwein e Julius Leber. Continua l’eccidio degli ebrei e per la resistenza tedesca, la vergogna di non aver fatto nulla, diventa peggiore del disonore per un attentato fallito. Bisogna costruire dalle ceneri del nazismo una nuova Germania, ma nella resistenza non c’è accordo su come bisogna procedere. Una sorta di costituzione destinata non solo all’opinione pubblica, ma solo ad una cerchia ristretta di persone: una costituzione che quasi esprime un’ultima volontà per un’altra Germania. Obbedienza, silenzio e fedeltà sono i cardini di tale ordine di pensiero in cui il futuro della Germania è visto sull’ispirazione e nel segno della tradizione di Goethe, Schiller, Hölderlin, Beethoven, non di Hitler. A questo progetto è giusto sacrificare molto di più della vita. Nascosto nel complesso della Wolfsschanze, la “tana del lupo”, Hitler si appresta alla sua ennesima riunione ed è qui che Stauffenberg si appresta ad ucciderlo insieme a tutti gli altri gerarchi, tra cui vi è anche Benito Mussolini, nuovo Capo di Stato dell’auto-proclamatosi Repubblica di Salò. Il mattino del 20 luglio 1944 von Stauffenberg si recò nuovamente alla Wolfsschanze, dove era stato convocato allo scopo di riferire sulle divisioni che la milizia territoriale stava creando in previsione dell'avanzata sovietica e avrebbe dovuto presentare il suo rapporto ad Hitler durante la riunione quotidiana che questi teneva insieme al suo stato maggiore. In compagnia del colonnello vi erano il tenente Werner von Haeften e il generale Hellmuth Stieff; sia von Stauffenberg che von Haeften portavano una bomba nelle rispettive borse; ognuno dei due ordigni, preparati da Wessel Freytag von Loringhoven, era composto da circa un chilogrammo di esplosivo al plastico, avvolto in una carta di colore marrone; questi avrebbero dovuto essere innescati a tempo, attraverso un detonatore formato da una sottile molla di rame che sarebbe stata progressivamente corrosa da un acido. Una volta giunto a Rastenburg, von Haeften ordinò al pilota di tenersi pronto a ripartire per la capitale da mezzogiorno in avanti e, lasciato l'aeroporto, i tre si diressero in automobile alla Wolfsschanze; il dispositivo di sorveglianza del quartier generale di Hitler era formato da tre anelli, difesi da campi minati, casematte e barriere di filo spinato, superabili attraverso tre posti di blocco; ogni ufficiale aveva a disposizione un lasciapassare, valido una sola volta, e tutti dovevano essere soggetti alla perquisizione da parte di un ufficiale delle SS; i due cospiratori, convocati personalmente da Hitler, riuscirono facilmente a oltrepassare il dispositivo, presentandosi all'interno della "tana del lupo" intorno alle ore 11.00. La riunione in cui avrebbe dovuto essere presente il Führer era in programma per le 13.00 e i due ufficiali, dopo una breve colazione, si recarono dal generale Fellgiebel che, insieme al generale Stieff, avrebbe dovuto trasmettere la notizia della morte di Hitler e quindi bloccare qualunque comunicazione verso l'esterno, per dare tempo ai cospiratori di avviare l'operazione Valchiria. Poco dopo le ore 12:00, insieme ai generali Walther Buhle ed Henning von Thadden, von Stauffenberg si recò dal feldmaresciallo Wilhelm Keitel per sottoporgli il contenuto della sua relazione e, dopo averne ottenuto l'approvazione, venne informato dell'anticipo della riunione alle 12.30 a causa dell'arrivo di Benito Mussolini, che sarebbe giunto in visita nel pomeriggio.
[caption id="attachment_12866" align="aligncenter" width="1000"] Posizioni approssimative dei partecipanti alla riunione in relazione alla bomba della valigetta quando è esplosa: 1. Adolf Hitler, 2. Adolf Heusinger, 3. Günther Korten, 4. Heinz Brandt, 5. Karl Bodenschatz, 6. Heinz Waizenegger, 7. Rudolf Schmundt, 8. Heinrich Borgmann, 9. Walther Buhle, 10. Karl-Jesko von Puttkamer, 11. Heinrich Berger, 12. Heinz Assmann, 13. Ernst John von Freyend, 14. Walter Scherff, 15. Hans-Erich Voss, 16. Otto Günsche, 17. Nicolaus von Below, 18. Hermann Fegelein, 19. Heinz Buchholz, 20. Herbert Büchs, 21. Franz von Sonnleithner, 22. Walter Warlimont, 23. Alfred Jodl, 24. Wilhelm Keitel. Foto a destra: Stauffenberg a Rastenburg, il 15 luglio 1944, sulla sinistra, con Hitler (al centro) e Wilhelm Keitel (a destra). Stauffenberg stava trasportando una bomba a tempo, che poi decise di non far esplodere.[/caption]

Mentre von Stauffenberg stava percorrendo a piedi i circa 300 metri che lo separavano dall’automobile, guidata dal tenente Erich Kretz, che lo attendeva, il generale Heusinger stava terminando la sua relazione e la sua frase «Se non facciamo ritirare immediatamente il nostro gruppo di armate che si trova accanto al lago Peipus, una catastrofe...» fu interrotta dall’esplosione che avvenne alle 12.42. Il colonnello, insieme al tenente von Haeften, salì in macchina e ordinò all’autista di partire; egli ritenne che l’attentato fosse riuscito ma, nella confusione e nella fretta, non era riuscito a vedere nulla di quanto fosse realmente accaduto, mentre il generale Fellgiebel vide un uomo barcollante uscire dall’edificio distrutto, appoggiato al braccio di Keitel; quell’uomo era Adolf Hitler, sopravvissuto quasi incolume all’attentato, riportando infatti solo alcune bruciature alla gambe e la perforazione del timpano destro. Lo scoppio della bomba aveva invece ferito a morte tre ufficiali, tra cui il colonnello Brandt, e lo stenografo. A testimonianza del suo medico Erwin Giesing, Hitler accusò un costante dolore all’orecchio destro, con sporadiche e copiose uscite di sangue dallo stesso. Tuttavia le lesioni ai timpani avrebbero potuto essergli fatali: uscendo dalla sala riunioni qualcuno aveva voluto pulirgli le orecchie con dell’acqua, ma all’ultimo momento gli era stato impedito di farlo; consultato in seguito per una cura, il professor Carl Otto von Eicken, stimato otorinolaringoiatra dell’ospedale della Charité di Berlino, aveva spiegato a Hitler che introdurre acqua, per di più sporca, non sterile, nei canali uditivi avrebbe sicuramente causato la sua morte. L’allarme generale non scattò subito perché le mine nella foresta erano spesso innescate dai cervi. Alle 12:44 von Stauffenberg uscì dalla tana del lupo telefonando a un conoscente, ritenuto membro della cospirazione, il capitano di cavalleria della riserva Leonhard von Möllendorf, con cui aveva fatto colazione, per convincere il sottufficiale di guardia, il sergente Kolbe della Führer-Begleit-Division, a lasciarlo passare al posto di controllo esterno e a recarsi all’aeroporto. Durante il tragitto von Haeften riuscì a liberarsi della seconda bomba, che fu in seguito ritrovata dalla Gestapo, ed entrambi s'imbarcarono sull’aereo messogli a disposizione dal generale Eduard Wagner per fare ritorno a Berlino. Dopo l’esplosione, da Rastenburg il generale Fellgiebel doveva informare Berlino dell’accaduto, ma i segnali a sua disposizione erano solo due, ossia quello di avvio dell’operazione Valchiria e quello di arresto; non era stata presa in considerazione l’ipotesi che la bomba scoppiasse dando quindi avvio al colpo di Stato, ma che Hitler potesse comunque sopravvivere all’attentato. Nell’impossibilità di contattare von Stauffenberg, le comunicazioni con l’ufficio del generale Olbricht furono confuse e il generale, per non compromettere definitivamente il colonnello, parlando con il generale Fritz Thiele disse semplicemente «è successa una cosa terribile, il Führer è vivo». La confusione delle informazioni fu tale che la milizia territoriale non venne messa in movimento fino all’arrivo a Berlino di von Stauffenberg. Questi diede il via al piano, comunicando a tutti i distretti la morte del Führer, nonostante il rifiuto del generale Fromm a collaborare. Fromm infatti aveva parlato personalmente con il feldmaresciallo Keitel, il quale gli aveva riferito che il Führer era vivo e che aveva ripreso il controllo della situazione. Nonostante il ritardo nell’avvio delle operazioni, riprese solo alle 16.00, furono diramate per radio le nomine per il nuovo regime, ma queste comunicazioni iniziarono a essere smentite dai messaggi provenienti da Rastenburg: la lentezza e le esitazioni nell’attuazione delle operazioni, unite al fallimento dell’attentato, furono fatali ai cospiratori.

[caption id="attachment_12867" align="aligncenter" width="1000"] I principali golpisti del 1944 nell'Operazione Valchiria oltre a Stauffenberg Da sinistra a destra - prima riga): Albrecht Cavaliere Mertz di Quirnheim (1905 - 44), Albrecht von Hagen (1904 - 44), Bernhard Klamrot (1910 - 44), Berthold Schenk Graf von Stauffenberg (1905 - 44), Cäsar von Hofacker (1896 - 1944), Eric Fellgiebel (1886 - 1944); (da sinistra a destra - seconda riga) Friedrich Karl Klausing (1920 - 44), Friedrich Olbricht (1888 - 1944), Fritz von der Lancken (1890 - 1944), Werner von Haeften (1908 - 44), Hans Ulrich von Oertzen (1915 - 44) e Henning von Tresckow (1901 - 44).[/caption]

Verso le 18.00 il comandante del III gruppo della difesa, generale Joachim von Kortzfleisch, fu convocato al Bendlerblock, ma si rifiutò di obbedire agli ordini di Olbricht, sostenendo che il Führer non era morto. Venne così arrestato e tenuto sotto sorveglianza e al suo posto venne nominato il generale Karl Freiherr von Thüngen, che tuttavia non fu in grado di mobilitare le sue truppe. Il generale Fritz Lindemann, che avrebbe dovuto leggere alla radio un proclama al popolo tedesco, non si presentò, né la radio né il quartier generale della Gestapo vennero occupati, e alle 18.45 la radio tedesca iniziò a diffondere ripetutamente un messaggio che spiegava che il Führer era stato oggetto di un attentato che l’aveva però lasciato illeso e che era in atto un colpo di stato. Inutilmente von Stauffenberg cercò di smentire la notizia; a Praga e Vienna i comandanti territoriali che avevano iniziato ad arrestare le SS liberarono i prigionieri, ristabilendo l’ordine. Alle 19:00 circa Hitler effettuò diverse telefonate, mentre il ministro della propaganda Joseph Goebbels si attivò per smentire la notizia della sua morte. Il maggiore Otto Ernst Remer, che si era presentato per arrestare lo stesso Goebbels, dallo stesso ministro fu messo in contatto con Hitler, che lo rassicurò sulle sue condizioni, lo promosse colonnello e gli ordinò di fermare il colpo di stato e arrestare i cospiratori. Remer, prima di assolvere il suo compito, ricevette la notizia che un’unità corazzata, allertata dai cospiratori, si era radunata nella Fehrbelliner Platz. Remer si mise immediatamente in contatto con questi e, nonostante l’autorità di comando su tutte le forze armate disponibili nella capitale che Hitler gli aveva conferito, ricevette risposta che l’unità avrebbe obbedito solo agli ordini di Heinz Guderian. L’eventuale intervento di un’unità corazzata avrebbe messo i cospiratori in una condizione di vantaggio rispetto ai reparti della divisione Großdeutschland che lui comandava; tuttavia la situazione venne risolta dal tenente colonnello Gehrke, che convinse gli equipaggi dei panzer della stabilità della situazione, richiamando la loro fedeltà al Führer. Il colonnello Remer ordinò alle sue truppe di circondare ed isolare il Bendlerblock, senza entrare nell'edificio. Alle ore 20:00 Witzleben arrivò al Bendlerblock, dove discusse con Stauffenberg che insisteva ancora sul proseguimento del colpo di stato. Nello stesso momento, il sequestro del governo di Parigi venne interrotto quando il feldmaresciallo Günther von Kluge venne a sapere che Hitler era vivo. Alle 20.30 il feldmaresciallo Keitel diffuse un messaggio in cui si affermava che Heinrich Himmler era stato nominato comandante dell'esercito territoriale al posto di Fromm e che da quel momento si sarebbe dovuto obbedire solo agli ordini che provenivano da lui. Alle 22.30, dopo una breve sparatoria all'interno del Bendlerblock, i principali congiurati vennero arrestati dal generale Fromm. Poco dopo la mezzanotte del 21 luglio, il colonnello Claus von Stauffenberg, il generale Friedrich Olbricht, il colonnello Albrecht Mertz von Quirnheim ed il tenente Werner von Haeften, su ordine del generale Fromm, vennero arrestati e fucilati nel cortile del Bendlerblock. Pochi minuti dopo lo Standartenführer Otto Skorzeny arrivò con una squadra di SS e, dopo aver vietato altre esecuzioni, arrestò i congiurati rimasti e li consegnò alla Gestapo, che immediatamente si attivò per scoprire tutte le persone coinvolte nell’attentato. Remer, prima di assolvere il suo compito, ricevette la notizia che un'unità corazzata, allertata dai cospiratori, si era radunata nella Fehrbelliner Platz. Remer si mise immediatamente in contatto con questi e, nonostante l’autorità di comando su tutte le forze armate disponibili nella capitale che Hitler gli aveva conferito, ricevette risposta che l’unità avrebbe obbedito solo agli ordini di Heinz Guderian. L’eventuale intervento di un’unità corazzata avrebbe messo i cospiratori in una condizione di vantaggio rispetto ai reparti della divisione Großdeutschland che lui comandava; tuttavia la situazione venne risolta dal tenente colonnello Gehrke, che convinse gli equipaggi dei panzer della stabilità della situazione, richiamando la loro fedeltà al Führer. Pochissimi riuscirono a sfuggire al Tribunale del Popolo: von Stauffenberg fu arrestato e fucilato alla schiena, assieme al conte Claus Schenk von Stauffenberg, il suo aiutante Werner von Haeften, al cavalier Albrecht Mertz von Quirnheim e Friedrich Olbricht nella stessa notte del 20 luglio 1944, nel cortile del Bendlerblock, sede del Comando Supremo dell’Esercito, a Berlino. Prima che la raffica lo falciasse ebbe il tempo di gridare al plotone di esecuzione: «Lunga vita alla nostra sacra Germania»!

Successivamente le ceneri dei congiurati furono sparse nelle fogne cittadine su ordine di Hitler affinché «i resti dei traditori non contaminassero il suolo tedesco». Su ordine del Führer tutti i membri delle famiglie dei colpevoli dovevano essere eliminati. Questo portò anche all’arresto, alla deportazione e uccisione di molti innocenti, che avevano la disgrazia di condividere il nome, anche senza essere parenti, dei congiurati. Per quanto riguarda la famiglia Stauffenberg, il fratello maggiore, Berthold, fu giustiziato. La moglie di Stauffenberg, Nina, e i suoi quattro figli (la donna era incinta della quinta figlia, Konstanze, che sarebbe nata il 17 gennaio 1945, a Francoforte sull’Oder, durante la prigionia), furono arrestati dalle SS. I quattro figli furono messi sotto falso nome in un orfanotrofio in Bassa Sassonia. Successivamente e fino alla fine della guerra Nina venne tenuta prigioniera per futuri scambi presso il lago di Braies in provincia di Bolzano. Liberati dall’arrivo delle truppe alleate, tutti i membri della famiglia poterono finalmente riunirsi dopo la fine della guerra. Nina è morta il 2 aprile 2006. Appena un mese dopo, il 19 agosto, altre vittime di rilievo le troviamo nel feldmaresciallo von Kluge ed i generali Wagner e von Tresckow, che si suicidarono; quest’ultimo prima della sua morte disse a Fabian von Schlabrendorff: «Il mondo intero ora ci diffamerà, ma io sono ancora del tutto convinto che abbiamo fatto la cosa giusta. Hitler è l’acerrimo nemico non solo della Germania, ma del mondo intero». Durante un interrogatorio, Karl-Heinrich von Stülpnagel fece il nome del feldmaresciallo Erwin Rommel; pochi giorni dopo, il consigliere personale di Stülpnagel, Cesare von Hofacker ammise sotto tortura che Rommel era un membro attivo della cospirazione e, nonostante non vi fosse stata alcuna partecipazione diretta da parte sua, il feldmaresciallo fu costretto a togliersi la vita il 14 ottobre 1944.

[caption id="attachment_12868" align="aligncenter" width="1000"] Nella cultura tedesca del ricordo, il 20 luglio è principalmente associato all'anno 1944. Oggi è visto dal pubblico come un simbolo della resistenza militare contro il nazionalsocialismo ed è per questo che il Governo tedesco pone ogni anno una corona di fiori sul posto dove i militari furono fucilati: Il German Resistance Memorial Center che si trova nel Bendler Block nel quartiere Mitte di Berlino.[/caption]  

Altri congiurati, tra cui l’ammiraglio Wilhelm Canaris, ex capo dell’Abwehr, e il generale Hans Oster, furono arrestati e giustiziati il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg.. Oggi a Berlino, nella prigione di Plötzensee dove furono eseguite le sentenze di morte, c’è un museo commemorativo per le vittime del processo. A distanza di tanti anni, un anziano Jünger, unico scampato (per volontà di Hitler) al processo successivo all’attentato, ricorderà il valore di una Germania diversa, una Germania non nazista e che ha dato la vita per tentare quel colpo di mano che avrebbe consentito al paese di avere un immediato futuro diverso e salvare molte vite: «esistono situazioni nelle quali non bisogna badare al successo, anche se con questo ci si mette naturalmente fuori del terreno politico. Fu il loro caso: vinsero moralmente, dove storicamente naufragarono. Il loro coraggio, il loro sacrificio, non furono il coraggio e il sacrificio che s’incontrano sul campo di battaglia, ma di natura superiore; non tali da essere coronati dalla vittoria, ma dalla poesia». Nel dopoguerra, a Berlino, la Bendlerstrasse fu ribattezzata Stauffenbergstrasse. Vi è stato eretto un monumento alla Resistenza tedesca e nelle vicinanze un museo, aperto nel 1994, onora tutti i partecipanti al “complotto del 20 luglio”, insieme ad altri oppositori al nazismo.

Per approfondimenti: _Ian Kershaw, Operazione Valchiria, Bompiani, 2016; _Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale - Parlano i protagonisti, Rizzoli, 1992; _Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, sesto volume, Fabbri Editori, 1995; _David Fraser, Rommel - l'ambiguità di un soldato, Mondadori, 1993; _Daniel Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, Mondadori, 1997; _Peter Hoffmann, Tedeschi contro il nazismo, il Mulino, 1994; _Ian Kershaw, Hitler. 1936-1945, Bompiani, 2001; _Salmaggi e Pallavisini, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1989.
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di Fulvio Izzo del 14-06-2022

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L’11 giugno 1859, costretto dal precipitare degli avvenimenti della II guerra “d’indipendenza” (battaglie di Montebello e Magenta, abbandono di Milano da parte delle truppe austriache), Francesco V Duca di Modena1 lascia la capitale, a capo della Brigata Estense, per passare la frontiera, il 14, e giungere nello stesso giorno a Mantova, dove si attesta con le proprie truppe, che entrano a far parte del II Corpo d’Armata austriaco comandato dal principe Eugenio Liechtenstein. Sono al suo seguito l’intero Stato Maggiore, il Real Reggimento Estense di Linea, il battaglione dei Reali Cacciatori del Frignano, il Corpo di Cavalleria dei reali Dragoni Estensi, la Ducale Artiglieria da campagna, il Reale Corpo dei Pionieri, elementi del Genio e della Sanità e la Guardia Nobile d’Onore Estense. Quest’ultima, divisa nei distaccamenti di Modena, Reggio e Massa Carrara, aveva il compito di servire da scorta d’onore alla famiglia ducale. Le truppe modenesi non vengono impegnate nella battaglia di Solferino e l’armistizio di Villafranca del luglio successivo le sorprende di stanza nella provincia di Padova, pronte a ritornare in patria, al momento che i negoziati sanciranno il rientro nei loro Stati sia del Granduca di Toscana, che del Duca di Modena. In proposito Napoleone III, nel proclama indirizzato al popolo francese del 3 maggio afferma che «lo scopo di questa guerra è di restituire l’Italia a se medesima e non di farla mutar di padrone».
[caption id="attachment_12771" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra: Giovanni Antonio Magini (Padova 13 giugno 1555 – Bologna 11 febbraio 1617). Titolo: Ducato di Modena, Reggio et Carpi, col Dominio della Garfagnana. Epoca: 1599. Tecnica: Incisione all’acquaforte su rame acquerellata a mano. Misura: Cm.55×41. Descrizione: La carta, che faceva parte dell’atlante “Italia”, fu pubblicata dal figlio Fabio a Bologna nel 1620 e divenne da subito il modello cartografico della Romagna più seguito per tutto il XVII° secolo. A destra: Francesco V Ferdinando Geminiano d'Austria-Este (Modena, 1º giugno 1819 – Vienna, 20 novembre 1875) appartenente alla linea Austria-Este, figlio maggiore del duca Francesco IV d'Austria-Este e della principessa Maria Beatrice di Savoia (1792-1840), fu l'ultimo sovrano regnante del Ducato di Modena e Reggio.[/caption]
Il Governo rivoluzionario di Modena, però, agendo di sorpresa e con l’avallo dissimulato del Piemonte - il cui re ratifica i trattati con la forma limitativa “per quel che mi concerne”, non intendendo rinunciare alla politica delle annessioni - dichiara decaduto il Duca e proclama l’annessione dell’antico stato al Piemonte. Di fronte al fatto compiuto, con l’ulteriore tolleranza e connivenza della Francia, compensata dalla cessione di Nizza e della Savoia, non c’è più nulla da fare: Napoleone dichiara, al Moniteur del 9 settembre, che “gli Arciduchi non saranno ricondotti nei loro stati da forze straniere”. L’art. 19 del trattato di Zurigo del 10 novembre ribadisce i diritti del Granduca di Toscana, del Duca di Modena e del Duca di Parma, ma rimane un semplice pezzo di carta senza alcun valore. A commento degli accadimenti, nelle sue Memorie, Francesco V amaramente avvertirà: «Napoleone fa il suo mestiere, ma il resto d’Europa non fa il suo; ma lo sconterà, giacche la monarchia ereditaria è impossibile con le massime alla moda, che non generano che l’alternativa di licenza e di tirannica dittatura sui popoli»2. Inizia così l’odissea della Brigata Estense che segue il suo sovrano nell’esilio su territorio austriaco. Fin dal 1847 esiste fra l’Imperatore d’Austria ed il duca di Modena un trattato di reciproco intervento ed assistenza militare, nel caso di attacco esterno sempre che ne venga fatta richiesta. Con l’art. 5 ci si riservava poi di regolamentare con successiva convenzione tutte le questioni di copertura delle spese di mantenimento delle truppe nel momento in cui vi fosse stato impiego sul territorio dell’altra parte contraente, prevedendo per il momento il solo caso -il più possibile- di intervento austriaco sul territorio del ducato. Ed in sostanza, non essendosi mai verificata la circostanza che truppe estensi avessero dovuto operare su territorio austriaco, l’obbligo di provvedere alle spese di mantenimento ebbe esecuzione unilaterale. Alla luce dei nuovi eventi, il governo imperiale onora immediatamente l’impegno assunto ed una dichiarazione del Ministro degli Affari Esteri conte Rechberg assicura alle truppe estensi l’accoglienza sul territorio austriaco ed il loro sostentamento. Tutto ciò preoccupa non poco il governo italiano, tanto che Cavour il 16 marzo 1861 scrive a D’Azeglio, Ministro Plenipotenziario a Londra, facendo presente che l’Austria non solo rifiuta di riconoscere la nuova Italia, ma si riserva di far valere le proprie pretese sugli stati centrali della penisola: «Queste riserve e queste pretese non si limitano affatto a semplici parole, ma sono accompagnate da atti concreti e significativi. Basti ricordare che il Governo Austriaco mantiene costantemente sul nuovo confine le truppe modenesi che hanno seguito il Duca. Queste truppe hanno conservato le loro bandiere e le loro insegne e sono ancora organizzate come in tempo di guerra, sono sempre pronte ad invadere il vecchio territorio del loro signore» . All’atto del suo arrivo a Mantova nel giugno 1859, l’armata regolare ducale ammonta a 3.623 uomini con 229 cavalli (510 dragoni con 82 cavalli; 335 Artiglieri con 137 cavalli; 169 Pionnieri e 2.453 uomini di Infanteria di Linea) compresi molti ufficiali Superiori e subalterni e 156 sottufficiali e soldati della Milizia di Riserva. Quest’ultima era stata istituita dopo i moti del ’31, su spontanea offerta delle popolazioni rurali: ogni città con popolazione superiore a 500 anime, vi provvedeva con l’uno e mezzo per cento dei suoi abitanti, in modo da avere, in media, una forza di 7.500 uomini, fornita da una restante popolazione di 500.000 abitanti pari a cinque sesti dell’intera popolazione dello stato. Disponendo che non fossero distolti dai lavori agricoli, questi uomini venivano inquadrati in tre reggimenti: 1° Modena, 2° Reggio, 3° Oltreappennino, ma utilizzati il meno possibile e non potevano essere impiegati contro truppe regolari.
[caption id="attachment_12775" align="aligncenter" width="1000"] Figurini del saggio illustrativo "Dal Ducato di Modena a Torino capitale". Portano la firme di Gibe (2011).[/caption] Prima di acquartierarsi definitivamente a Bassano, la Brigata, destinata a far parte del X e poi del V Corpo d’Armata austriaco, prende stanza nella provincia di Padova, poi lungo le valli del veronese, quindi in provincia di Vicenza e più tardi a Marostica, Crespano ed Asolo; nel dicembre ‘60, cessando di appartenere al V Corpo d’Armata, viene aggregata all’VIII il cui comando è affidato a S.A.I. il generale di cavalleria Arciduca Alberto il quale, nel rivolgere il saluto alle truppe, così si esprime nei riguardi dei modenesi al suo servizio: «Colgo questa occasione onde significare il lieto e sommo mio piacere nell’avere alle dipendenze una truppa che in un tempo come ora, in cui sotto spregevoli pretesti viene riputato virtù l’infrangere la fede giurata, con rara abnegazione dà in faccia a tutte le truppe d’Europa il nobile esempio di immacolata fede all’Augusto suo Sovrano» ; in occasione delle manovre autunnali del 1861, avrà ancora l’opportunità di esprimere nei loro confronti parole di sentito apprezzamento: «io ritengo dovere esprimere la mia più sentita e meritata riconoscenza a tutte le truppe della Brigata, come a parte integrante di quel Corpo d’armata, che sta sotto i miei ordini: truppe distinte per prodezza, illesa fedeltà verso il loro Sovrano, e come a devoti e fidi compagni d’arme delle truppe del Corpo stesso, e destinate colle medesime a dividere un giorno i trofei di una gloria, che ci spetta»4. Poco dopo lo scioglimento di questo Corpo, il 16 settembre 1863, anche la Brigata Estense sarà congedata. Nonostante i quattro anni di esilio, la Brigata rimane fedele alla consegna e si stringe sempre più intorno al suo Sovrano, mai abbandonata dalla speranza e dalla volontà di rientrare nella propria terra per restaurare l’antica legittimità. Blandizie, promesse e minacce non intaccano il giuramento d’onore prestato, anzi le rare diserzioni naturalmente verificatesi e le vacanze causate dal termine del periodo di coscrizione, da malattie o da morti vengono oltremodo compensate dalla continua affluenza di tanti giovani che giungono volontariamente dal Ducato, scegliendo di servire il loro re e di combattere la battaglia per l’indipendenza del loro paese, anzicché essere arruolati nell’esercito usurpatore e divenire italiani per forza5. Nel numero del 30 novembre 1861 la Civiltà Cattolica non esita a commentare: «Si ha bella dimostrazione nell’accorrere che fanno tanti giovani, sfidando gravissimi pericoli, per avere l’onore e la ventura di servire sotto la bandiera del Duca nella Brigata Estense. Questa, come si sa, mantenendo inviolato il proprio onore militare, seguì il suo Sovrano là dove l’ospitalità dell’Imperatore d’Austria consentivale di prendere stanza; e mai non fallì al suo dovere. Infinite imposture sparsero i diarii liberaleschi contro codesta Brigata. Ora la dicevano composta quasi per intero di tedeschi sotto divisa estense; ora ne crescevano stranamente il numero, fino a trasformarla in minaccioso esercito; ora per contro ne fingevano così attenuate le file per continue diserzioni, da dover oggimai essere sciolta. Il vero è che la Brigata Estense si mantiene in quel numero ed in quella forza che erasi determinato nel suo organamento; che è tutta composta di volontari estensi, i quali, per mezzo dell’arduo cimento di scampare alle spie ed alle guardie piemontesi, preferiscono esulare dalla patria, cimentandosi all’esser trattati come disertori, se cadono in mano ai presenti dominatori di essa, per correre a vestire la divisa del loro Duca; che codesta brigata infine è una permanente protesta contro l’usurpazione piemontese. Onde ognuno vede la bella lode che le si addice. Ma per giunta è certo che il numero di quelli che si presentano per esservi ammessi supera di gran lunga quello dei morti e dei congedati, e che, se le circostanze lo permettessero, la Brigata estense potrebbe in poche settimane essere raddoppiata, tanto solo che il Duca volesse arrolarvi i modenesi che, anche per abborrimento dei loro conquistatori, bramano di essere ascritti. Nel passato settembre il Duca e la Duchessa visitarono codesta bella truppa a Bassano, e vi passarono alquanti giorni. E fu spettacolo degno di ammirazione e commoventissimo quello dell’esultanza, dell’affetto, della devozione a tutta prova con cui quelle milizie si studiarono di provare agli augusti loro Sovrani il proprio desiderio di vederli tornati in possesso del loro trono e de’ loro Stati. Certo che Francesco V ne fu tocco fino all’intimo del cuore, e tempo verrà, speriamo, che tanta fedeltà avrà il suo degno premio»6.
Si giunge addirittura a dover rifiutare l’arruolamento di molti volontari per non aggravare le spese di mantenimento a cui, ad un certo punto, lo stesso Duca volontariamente contribuisce con le sostanze del suo patrimonio privato, istituendo un fondo che servirà anche per l’assistenza di individui e famiglie bisognose: dal febbraio 1860 al settembre 1863 contribuirà con 26.436 fiorini per sussidi, 68.441 per armi e munizioni; da marzo a tutto settembre ‘63 con 77.370 fiorini per completamento degli assegni, oltre ad ulteriori sovvenzioni agli ufficiali che passeranno, dopo lo scioglimento, al servizio austriaco e ad altre grosse somme elargite negli ultimi momenti, per l’assistenza della Brigata e per sussidi personali agli uomini della truppa . Con decreto del 27 settembre ‘59, Farini, il dittatore delle Provincie Modenesi e Parmensi, promette a quanti si presentino entro il 15 ottobre facoltà di “impune rimpatrio”. Gli ufficiali saranno integrati con i rispettivi gradi nell’esercito nazionale o saranno ammessi a far valere il loro diritto a pensione; ai sottufficiali ed ai soldati verrà corrisposta un’indennità di viaggio. In caso contrario sarà decretata la perdita dello status di cittadino, con la conseguente privazione di ogni diritto civile e politico, e si paventa addirittura l’imputazione di lesa maestà ed alto tradimento. Il decreto è persino spedito tramite posta a moltissimi ufficiali e uomini di truppa7. Ferma è la risposta sia dell’ufficialità estense che di tutta la reale Brigata: «In un’epoca in cui gli elementi tutti del disordine e del sovvertimento, dopo il riportato passeggiero trionfo, congiurano ad organizzare ogni possibile resistenza al ristabilimento del legittimo potere nell’Italia centrale, in simile epoca una voce leale, che pur di tratto in tratto riesce a farsi largo in mezzo al frastuono ed all’imperversare della rivoluzione, ritrova un eco spontaneo in tutti quanti i cuori onesti, che battono in petti Italiani a qualunque Stato appartengano della penisola [...] Le truppe e l’Ufficialità estense resistettero già alla seduzione ed alle arti maligne, che il partito sovvertitore suscitava contro di esse, allorquando predisponeva i suoi piani. Si opposero, senza esitare, e finché le circostanze il permisero, all’irrompere di quelle orde di fuoriusciti, che insultavano all’integrità del Ducato. Seguirono finalmente, costrettivi da preponderanti armate, e non da interna sommossa, l’Augusto loro Sovrano in suolo amico. L’Ufficialità e le Truppe Modenesi attestarono con ciò, ed in modo che non ha d’uopo di ulteriori conferme, il pregio che annettono al dovere di sudditi, e la fede incorrotta che serbano ai propri giuramenti [...] Gli Ufficiali ed i soldati estensi conoscono per prova l’attaccamento e la devozione, che la generalità dei loro concittadini nutre costantemente verso l’Augusto legittimo Sovrano, e sanno quale sdegno mal represso, e quali lagnanze le presenti calamità suscitino per ogni dove, e principalmente nelle campagne del Ducato [...] L’appressarsi che fa la rivoluzione al centro della cattolicità, gli atti consumati in una considerevole parte dello Stato Ecclesiastico contro alla sovranità del Sommo Pontefice, simili affatto a quelli che subirono gli altri sovrani dell’Italia centrale, sveleranno sempre più al mondo le tendenze sovversive delle rivoluzioni medesime, e promuoveranno senza dubbio uno sviluppo al quale i fedeli sudditi e le truppe Estensi sperano di prender parte onorata, contribuendo con tutte le loro forze al ristabilimento dell’ordine, della religione e della legittimità nella loro disgraziata patria. L’Ufficialità Estense, 1 ottobre 1859»8. «I fortunati, i timonieri, diremo così, di quella fazione rivoluzionaria che attualmente tiranneggia negli Stati di Modena e Parma, si avvisarono di emanare un loro decreto, con cui sotto le più belle lusinghe e promesse, e sotto gravi comminatorie ove non si accettino, intimano il richiamo entro il 15 del corrente ottobre a tutti gli Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati, che trovansi raccolti sotto le bandiere di S.A.R. l’Augusto Nostro Sovrano. Noi non sappiamo se quei signori, meditando questo loro decreto, osassero ripromettersene alcun effetto: bensì sappiamo che chi ne ha avuta cognizione, per la loro premura di indirizzarlo officiosamente fin qui, lo ha riguardato colla meritata indignazione, e possiamo sapere fin d’ora che collo stesso sdegnoso disprezzo lo rigetterà qualsiasi altro dei nostri militari sotto i cui occhi potrà ancora cadere.
[caption id="attachment_12763" align="aligncenter" width="1000"] Rievocazione storica dell'associazione "Brigata estense".[/caption]
Per quei signori, se vogliono, potrà starne mallevadore l’Indirizzo dell’Ufficialità Estense, che leggevasi pure nel numero 223 del 1.° corrente Ottobre della Gazzetta di Verona, al quale, al caso, opportunamente li rimettiamo. E siccome dopo quel recentissimo Indirizzo ci crediamo dispensati da ogni ulteriore protesta contro il quanto indegno, altrettanto inutile tentativo di seduzione di quel decreto, se noi stesso lo portiamo ora a pubblica cognizione, non facciamo già per alcun valore che vi possiamo attaccare, o che possa realmente avere; sibbene per richiamare l’attenzione degl’illusi, degli uomini di buona fede, degli amici della legalità, se ancora ne contino tra le loro file i rivoluzionari, sulla intestazione del medesimo. Dalla quale potranno facilmente riconoscere se essa combini troppo con ciò che fin ora si lesse ne’ pubblici fogli, che l’esaudimento dei voti delle assemblee rivoluzionarie italiane dovea dipendere dalla saggezza, dall’approvazione, dal consentimento dell’Europa. E così la qualifica di Provincie Modenesi e Parmensi non li lascerà troppo in dubbio sulla sorte riservata dalla medesima a due Stati, che prima godevano della loro autonomia, che anche in ristretto circolo è sempre di lustro e di vantaggio a quei paesi a cui Dio l’ha concessa. Gli è per invitare gli uomini conscienziosi a queste considerazioni, che noi abbiamo superato la nostra ripugnanza nell’occuparci del menzionato Decreto. La Reale Brigata Estense, 10 ottobre 1859»9.

Dopo l’incendio rivoluzionario del 1860, che porta alla conquista manu militari delle terre pontificie e degli stati napoletani, i progetti delle forze controrivoluzionarie -che cercano di organizzare la resistenza antipiemontese per il ripristino della legittimità- prendono in considerazione anche l’ eventuale possibilità dell’impiego della Brigata. Ed in effetti lo Stato Pontificio, in occasione dell’invasione delle Marche e dell’Umbria, contatta il Duca per chiederne il soccorso. A questo fine Monsignor Nardi si reca in missione segreta a Vienna per interessare l’Imperatore e conseguentemente Francesco V e trattare le condizioni. Per evitare però che l’operazione possa configurarsi come un intervento di forze regolari straniere, si conviene di non coinvolgere le truppe nella loro specificità di armata modenese, ma di permettere ai singoli uomini di accorrere come volontari. Francesco favorisce incondizionatamente il progetto: è pronto a considerare il servizio da prestare alle dipendenze della Santa Sede come continuazione degli obblighi assunti dai propri uomini ed a ritenere non sciolto il giuramento nei riguardi della sua persona, anche nel caso i cui la Brigata continui a servire il Papa. Nei primi giorni di settembre si approntano già i preparativi per il trasferimento, che deve avvenire con l’imbarco sulle navi del Lloyd austriaco, per effettuare la traversata dell’Adriatico. Ma «la flotta nemica dinanzi ad Ancona, l’irruzione sarda per terra, l’ingresso di Garibaldi a Napoli resero impossibile la partenza delle mie truppe, e quindi il soccorso, che sarebbesi con esse apportato a Sua Santità, la qual cosa fu per alcuni giorni il mio bel sogno» . Il Duca scrive una lunga lettera esplicativa a Monsignor Nardi10. Miglior sorte non ha il tentativo della Corte Napoletana in esilio, che pensa alla Brigata Estense come parte di un corpo di spedizione per intervenire nelle regioni meridionali, dove il fuoco della rivolta antipiemontese divampa con grande intensità. Di questo progetto si rinvengono tracce nel diario di Henri de Cathelineau11, il discendente del famoso eroe vandeano Jacques il santo d’Angiò, che nell’agosto del 1861 viene chiamato da Francesco II di Borbone a Roma, per organizzare la guerriglia e la riconquista. Dopo aver rinviato il progetto -per il sopraggiungere dell’inverno- di una spedizione negli Abruzzi guidata da un Principe Reale (Don Alfonso Conte di Caserta), si decide di stabilire contatti con tutti i principi spodestati, per riunire le forze controrivoluzionarie. «Il Re mi parlò del Duca di Modena -riferisce Cathelineau-. Bisogna convenire, disse, che è un principe straordinario. Non ha mai voluto riconoscere nè Luigi Filippo, nè la regina di Spagna, nè Napoleone. Lui solo ha ragione, lui solo è coerente con i principii che noi rappresentiamo. Si decide pertanto di affidare allo stesso Cathelineau ed al cognato, il Marchese di Kermel, una missione intesa a verificare la disponibilità del Duca al progetto. Cathelineau e Kermel incontrano nell’autunno del ’61 sul lago di Costanza, dove si era ritirata in esilio con i figli, la duchessa reggente di Parma, Maria Luisa di Borbone figlia della duchessa di Berry; a Frohsdorf, in Austria, la contessa di Chambord, Maria Teresa d’Austria-Este, sorella del duca di Modena e moglie di Enrico V di Francia, che esprime loro le proprie preoccupazioni: «Il Re di Napoli è attorniato da persone poco fidate! non temete che sia vittima di sleali consiglieri?»; ed a Brouzée la duchessa di Berry, Maria Carolina di Borbone. Finalmente incontrano anche Francesco V, gli consegnano una lettera del re di Napoli ed il colloquio va certamente a buon fine, se si considera che Cathelineau scrive nel suo diario: «Non posso dire ciò che accadde in queste poche ore, ma rientrando in albergo ringraziai Dio che mi aveva suggerito ciò che bisognava dire per far trionfare la causa che difendevo» . Notizie più chiare si ricavano dal rapporto che il Marchese di Kermel, rientrato a Roma al termine della missione, presenta ai sovrani napoletani e di cui fa menzione in alcuni appunti, riportati da Cathelineau nel proprio diario: «Consegno a S.M. la Regina una lettera della duchessa di Berry, una lettera per il Re ed il rapporto di Cathelineau scritto in modo da non compromettere nessuno[...] riferisco anche che si è convenuto che Cathelineau, dopo essersi assicurato della volontà del Re di confermare le decisioni prese, sarebbe tornato a Vienna per accordarsi col Duca di Modena sulla scelta del momento opportuno per agire. La Regina mi risponde che il Re vuole contattare personalmente il Duca di Modena. L’indomani il Re mi fa buona accoglienza e mi chiede familiarmente di raccontargli il nostro viaggio, di parlargli di tutte le persone che avevamo visto e soprattutto delle intenzioni del Duca di Modena. Faccio del mio meglio e, arrivato al punto più interessante, dico al Re: - Chiedo perdono a V.M. se ripeto integralmente tutto ciò che ho l’incarico di riferire. Monsignore il Duca di Modena ha posto a Cathelineau questa domanda: ‘Il Re di Napoli non nutre, riguardo al governo francese, qualche speranza d’aiuto?’ -Monsignore, non è possibile, gli risponde Cathelineau, perché il Re non vuole servirsi che di legittimisti. Poi gli ha illustrato tutto ciò che V.M. è decisa a fare ed anche la necessità che un principe reale guidi l’insorgenza negli Abruzzi. Il Duca risponde allora che se V.M. è decisa a rientrare nei suoi stati col solo contributo del partito legittimista, egli l’aiuterà con le sue truppe e col suo danaro e che bisogna lavorare tutto l’inverno per essere pronti ad agire in primavera. V.M. deve avere fiducia nella missione di Cathelineau, che è totalmente riuscita poiché il Duca di Modena ha offerto volontariamente la sua Brigata Estense ed il suo patrimonio. - Sono felicissimo, mi disse il Re, non potrò ringraziare mai abbastanza Cathelineau; mi ha reso un grande servigio acquistando alla mia causa i favori del Duca di Modena. Ditegli che sono deciso a servirmi di ogni mezzo: dell’Austria, del Duca di Modena, della signora Duchessa di Parma, degli Spagnoli. Bisogna che quel focolaio di reazione esistente negli Abruzzi sia favorito sino al momento propizio; che la bandiera della legittimità sventoli costantemente[...] Dite a vostro cognato ciò che è deciso fra noi, ditegli soprattutto che occorre agire con prudenza, perché mi è giunta voce che a Roma già conoscono questi ultimi progetti [...] In una ultima udienza il Re mi disse: -Avete visto la Regina e Monsignor Gallo? -Si, Maestà, ed è per questo che avevo bisogno di vedere V.M., perché mi hanno detto che Cathelineau non deve più occuparsi dell’affare del Duca di Modena. Il Re allora mi disse: ‘Io ve ne dirò la ragione che non è conosciuta né dalla Regina né da Monsignor Gallo; figuratevi che sono stato informato che qui a Roma il Governo ha ricevuto questo dispaccio: il Signor Cathelineau è partito da Roma per andare a Vienna a trovare il Duca di Modena, con una lettera del Re di Napoli. Il Duca ha promesso al Re delle truppe. Ora, come volete che mandi Cathelineau dal Duca di Modena? Mi è necessario dare un taglio netto a tutti questi sospetti’. Il Re, parlando del dispaccio sembrava molto preoccupato e passeggiava nervosamente [...] Stupefatto gli espressi la mia meraviglia e non potei fare a meno di insinuargli che egli doveva avere, nel suo entourage, qualcuno che lo tradiva, perché, in verità, chi avrebbe potuto conoscere le cose così bene? [...] Qualche giorno dopo arrivò una lettera di Monsignor Gallo che richiamava mio cognato a Roma il più prontamente possibile; si voleva rinunciare a tutti i progetti».

E’ questa un’ulteriore possibilità per le forze legittimiste che sfuma e che ripropone all’attenzione il clima creatosi nell’entourage borbonico, dove le disparità di vedute, le rivalità e la mancanza di piani accuratamente predisposti, portano ad una successione disarticolata di ordini e contrordini, di marce e contromarce che finiscono col fiaccare il momento della decisione. Intanto, un successivo decreto di amnistia, nei riguardi delle truppe modenesi, di identico contenuto di quello del Farini, viene emanato da Vittorio Emanuele il 21 settembre 1862; in esso viene comminata la perdita dei diritti politici e civili e la decadenza dal diritto di possedere o acquistare beni nello stato o di disporre degli stessi -che sono sottoposti a sequestro- per tutti i militari estensi che si trovino sul suolo austriaco al servizio del Duca di Modena e che non rientrino, entro sei mesi, nel territorio del Regno d’Italia, escludendoli altresì dal diritto a pensione o ai gradi nell’esercito italiano, fermo restando l’obbligo del servizio militare cui possano essere tenuti nel Regno. Al fine di non pregiudicare interessi e di non permettere che i suoi fedeli sudditi si sottopongano ad ulteriori così gravosi sacrifici, Francesco V, nel febbraio del ‘63, autorizzerà il congedo dei suoi uomini: «Noi, che abbiamo avute sì luminose prove della fedeltà dei nostri soldati, non vogliamo lasciar credere che esigiamo sacrificj, i quali potrebbero danneggiare interessi d’intere famiglie. Sappiamo, e stiamo certi, che Noi riconosceremo avere essi interamente adempiuto al loro obbligo d’onore e di dovere verso di Noi coll’essersi, per ormai quattro anni, nelle circostanze più difficili mantenuti in una fedeltà, di cui vi sono ben rari esempj nel mondo; e che, se minacciati essi, i loro eredi e le loro famiglie, di poter perdere in tutto od in notabile parte le loro sostanze e rendite, non considereremo per nessuna mancanza verso di Noi l’atto col quale l’uno o l’altro ci chiederà la propria dimissione» . A tutti i congedati poi riconosce il «diritto, nel caso di restaurazione del legittimo ordine di cose, a riprendere servizio col grado che avrà lasciato, ove il voglia, e ne sia atto e capace: altrimenti verrà pensionato o provveduto con impiego civile, calcolandoglisi gli anni del servizio effettivo prestato. Chi, lasciando al presente il servizio, avesse fin d’ora diritto ad una pensione, potrà, in caso di restaurazione dell’ordine legittimo, far valere le proprie ragioni per ottenere gli arretrati pel tempo intermedio, ritenendo ben inteso che nulla abbia frattanto percepito dal Governo usurpatore» .

L’emanazione del decreto piemontese preoccupa il Gabinetto di Vienna che teme, in presenza delle agevolazioni offerte agli esiliati per il ritorno in patria, una diserzione in massa. Ma questi timori risultano poi assolutamente infondati Ben pochi, infatti, sono coloro che lasciano la Brigata: sei ufficiali in stato di servizio attivo, un ottantenne ufficiale superiore dello Stato Maggiore, cinque ufficiali dei Reggimenti della Milizia di Riserva ed all’incirca 160 uomini tra sottufficiali e soldati. Francesco V ne è orgoglioso e commenta: «l’effetto del decreto del galantuomo [così chiama Vittorio Emanuele II] è stato nullo nella brigata»12. Eppure col passar del tempo la situazione degli uomi va facendosi sempre più precaria e difficile, se si considera che, comunque, sono sempre da ritenersi “ospiti” in terra straniera anche se amica, che le indennità vanno sempre più riducendosi sino ad essere pagato il solo soldo di pace, e che il nuovo regime parlamentare-rappresentativo austriaco cerca ogni motivo per osteggiare la loro permanenza sul suolo dell’Impero . Difatti il destino della Brigata è ormai segnato. Fin dal 1862 la Giunta della Camera dei Deputati austriaca, in occasione dell’esame del bilancio dello stato, nel deliberare lo stanziamento dei fondi per il mantenimento del piccolo esercito modenese, sollecita il Governo a risolvere -entro la fine dell’esercizio amministrativo- la questione del finanziamento «ponendo un termine a questo stato di cose del tutto anomalo». La proposta viene portata in discussione alla Camera, la quale l’accetta, nonostante l’appassionata difesa del rappresentante del Governo, Conte Rechberg, che così ricorda all’assemblea i doveri morali e giuridici assunti col trattato: «Debbo tornare sulle condizioni dei Ducati, che sono possedimenti austriaci. Toscana è una secondogenitura, Modena una terzogenitura. La Toscana venne assunta onerosamente, scambiandola colla Lorena. Estinguendosi la stirpe maschile di quella linea, quel Ducato retrocede all’Austria. Debbo anche richiamarmi ai trattati dell’anno 1847, i quali sono abbastanza noti a questa camera. Appoggiata appunto a questi trattati, l’Austria, al cominciare della guerra dell’anno 1859 chiese, in base agli obblighi assunti, l’aiuto militare di quei Ducati. Il duca di Toscana non si trovò in grado di prestare il soccorso domandato; il duca di Modena fu il solo tra gli antichi alleati, che si fosse attenuto all’Austria anche nelle disgrazie. Riconobbe il vincolo dei trattati del 1847, e quando le truppe austriache si trovavano costrette alla ritirata, venne preso quell’accordo, di cui parla il rapporto della commissione ed il quale consiste in ciò, che le truppe estensi, ritiratesi sul territorio austriaco, abbiano a venire mantenute dall’Austria, sino a che esse combattono accanto alle sue truppe, od il Duca di Modena sarà rimesso ne’ suoi dominii. Quindi emerge lo stipulato dovere di mantenere la data parola al Duca di Modena. E’ questo un dovere, che corrisponde al patto conchiuso: è un dovere dell’onore dell’Austria di non abbandonare un fedele alleato, dopoché egli le è stato fedele nella sfortuna. Del resto il Governo si è, in confronto alla commissione, obbligato di impiegare tutti i mezzi legali per sollecitare la fine di questo stato di cose. Il Governo per quanto sta nelle sue forze, agirà in modo da corrispondere ai desiderii della commissione stessa»13. Nonostante ciò Francesco V si sente ferito, sfiduciato ed umiliato e comprende che la classe politica austriaca, ormai anch’essa imbevuta delle idee nuove, non è più affidabile e che le forze sane sono isolate e del tutto impotenti. Così reagisce e si sfoga col suo fedele De Volo: «Appena oso più sperare! L’Austria è dunque all’altezza dei tempi, sa mancare di parola e abbandonare chi si affida a lei. Il ministro della guerra vi fa un’ ignobile ed iniqua figura, mi dà buone parole, mi chiede proposte, io gliele faccio avere e mi do la pena di scrivere di pugno, egli non ha neppure l’educazione di rispondere ad un SOVRANO e ad un membro della famiglia imperiale e dietro alle spalle dà il colpo di grazia alla mia truppa[…] Voglio, dopo che il sacrificio sarà consumato, stabilirmi in Baviera ove a mia giustificazione pubblicherò tutto dopo aver fatta una protesta formale contro la violazione dei trattati anche per parte della potenza che senza di quelli deve logicamente sciogliersi colle teorie e tendenze moderne[…] E’ un’infamia, potranno farmi ciò che vogliono, ma un’infamia non me la faranno fare quegli eunuchi politici» , e dopo pochi giorni ribatte: «Io non segnerò decreto di morte dei miei, né tacitamente vi acconsentirò, ma… farò anzi scandalo[…] i miei debbono sapere tutto se venissero sciolti o cessasse l’assegno. Lo scrissi[…] che io non avrei riguardo a nessuno e che non peccherò né di connivenza né di apatia né di pietà, sotto la quale parola qui intendono che in famiglia si deve sempre avere una passiva rassegnazione ed ingoiare in silenzio qualunque ingiustizia» . Il Parlamento liberal-costituzionale però, sensibile agli intrighi di Torino, cancella totalmente dall’esercizio finanziario del 1863 la voce di spesa per il mantenimento della Brigata e solo l’intervento diretto dell’Imperatore permette di protrarre il finanziamento14. Tuttavia prende ormai definitiva consistenza l’evento dello scioglimento della Brigata15 ed in tale previsione cominciano a balenare, tra soldati e ufficiali, impossibili progetti di impiego autonomo della stessa: «Molti vedevano quanto sarebbe stato opportuno di formare una legione italiana da tutti gli elementi sani della nazione e contrarii alle usurpazioni, che sarebbe stato un centro e una protesta permanente contro i fatti compiuti, ed un legame fra l’Austria e l’Italia non meno che fra i legittimisti delle diverse parti della penisola; in fine un nucleo prezioso nella prossima guerra che, per quanto dicano gli ottimisti, dovrà presto o tardi riaccendersi. Tale legione avrebbe riunito a se le popolazioni di campagna per un’insurrezione che evrebbe dato un carattere nazionale alla reazione contro il Piemontesismo ed il vassallaggio francese, formando detta legione nello stesso tempo l’embrione di un’armata federale Italiana che sola potrebbe unire le viste nazionali col rispetto alla giustizia ed ai diritti dei singoli Stati Italiani. Questi erano ragionamenti belli e buoni; erano lusinghe che traevano loro appoggio dal vero, dalla giustizia e dall’interesse politico ancora»16. Intanto, Francesco V addiviene ad un accordo con le autorità austriache per il passaggio delle sue truppe nei ranghi dell’esercito imperiale. Tutti gli appartenenti all’armata ducale possono essere ammessi al servizio imperiale nei corpi corrispondenti; gli ufficiali conservano i loro gradi ed il rango di anzianità; gli inabili al servizio attivo o a quello c.d. di pace, una volta transitati, vengono collocati a riposo e pensionati conformemente alle norme modenesi. I sottufficiali ed i soldati sono liberi di entrare come volontari e “senza capitolazione” nell’armata imperiale o di ingaggiarsi per 4 anni; resta comunque salva la facoltà di lasciare in qualsiasi momento il servizio austriaco, in caso di chiamata del Duca alle antiche bandiere; anche per quest’ultimi sono assicurati i diritti alla pensione ed al trattamento di invalidità. Lo scioglimento viene annunciato dal Duca, dalla sua residenza di Wildenwart in Baviera, con il sovrano Ordine del Giorno del 16 agosto 1863: «Soldati! Dal Comando dell’Armata I.R. in Italia avrete udito che lo scioglimento della Brigata Estense deve in breve aver luogo[...] Gli ufficiali che volessero rimpatriare per riunirsi alle loro famiglie o per ricondurle alle loro case, ed i soldati poi in specie, che scegliessero il rimpatrio, non mancheranno neppur essi con ciò ai loro doveri verso di Noi. Questi ultimi però rammentino che il Governo usurpatore probabilmente gli obbligherà a servirlo e a dare un giuramento; gli costringerà a farsi istrumenti delle barbarie che tutto dì commette sui loro fratelli italiani del mezzodì della Penisola, in gran parte fedeli al loro Re legittimo, pel quale combattono con rara costanza; gli obbligherà a tener soggetti anche colla forza i popoli dello Stato pontificio, del Nostro Stato, o di quello di altri Sovrani legittimi d’Italia che subirono la Nostra sorte. Se anche Noi rispetteremo i motivi che gli indurranno a secondare le brame loro e delle loro famiglie col rimpatriare, dovremo però, in caso d’una restaurazione del potere legittimo, distinguere fra coloro che non servirono l’inimico, o che furono forzati assolutamente a prendere servigio e si condussero anche d’altronde da uomini onesti, e quelli che volontariamente l’avessero servito, od in altro modo avessero rinegato il loro passato [...] Fra poco Noi saremo in mezzo a voi, Nostri fedeli soldati, purtroppo per farvi, per ora almeno, l’ultimo soggiorno, e per ringraziare la Nostra ottima Ufficialità e la truppa di quanto fecero tutti per Noi; per darvi ancora un attestato di stima e di affetto, distribuendovi una medaglia commemorativa per la fedeltà e costanza nelle avversità che mi avete sì luminosamente addimostrate, qualità ben più rare che il semplice valor militare. La colpa non è vostra se in questi ultimi tempi non avete avuto occasione di dimostrarlo. Non disperiamo però che possa ancor sorgere un giorno fortunato in cui Iddio coronasse le vostre virtù, dandovi nello stesso tempo la soddisfazione di spiegare come militari questa gloriosa qualità»17.

[caption id="attachment_12777" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra: Fidelitati et costantiae in adversis (retro della medaglia). A destra: la bandiera del regimento.[/caption]

Nella sua solitudine, Francesco V continua ad essere tormentato da una unica preoccupazione: «La sorte di vecchi soldati non assicurata è il punto scuro di tutto; fatto questo si potrebbe tollerare il resto. Il soldato in generale vede due pericoli. Se torna a casa di essere requisito, se prende servizio in Austria di essere esiliato, decaduto dai diritti civili. E’ certo che il governo usurpatore exploite lo scioglimento onde nessuno se la passi bene e tutti soffrano dopo essere stati fedeli, onde mai più altri siano tenuti ad esserlo» . Il 24 settembre è il giorno dell’ultimo saluto e del conferimento della medaglia commemorativa “Fidelitati et costantiae in adversis”, istituita con Decreto del 31 luglio 1863 come pegno d’onore, di stima, di affetto e di gratitudine e intitolata Medaglia della Emigrazione. Sulla spianata di Cartigliano, dinanzi al palazzo Cappello nei pressi di Bassano, tutte le truppe comandate dal fedele Generale Saccozzi vengono passate in rassegna per l’ultima volta dal Duca e dalla Duchessa Adelgonda e dopo la celebrazione della messa, Francesco V, nel distribuire la medaglia, rivolge loro l’ultimo saluto: «Guardie Nobili d’Onore, Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati della Brigata Estense! Il momento di darvi l’attestato della Nostra stima e gratitudine è giunto. La Provvidenza non ha permesso di poterlo dare, come speravamo, nella Patria Nostra, dopo aver fatto con voi una gloriosa campagna. Ricevete oggi quindi dalle Nostre mani il contrassegno delle vostre virtù, quali soldati e sudditi fedeli. Tutti sino all’ultimo hanno soddisfatto ai proprj doveri. Vi ringraziamo, e ricevete ora l’espressione della Nostra incancellabile gratitudine. La Duchessa, Nostra amatissima consorte e vostra Sovrana, venuta qui espressamente per vedervi ancora una volta, divide in tutto questi Nostri sentimenti. Conservate puro ed onorato il distintivo, che oggi vi consegniamo. Coloro che non rimpatriano, e che sono la quasi totalità degli Ufficiali ed un numero notabile di sotto-ufficiali e soldati, lo portino con orgoglio in mezzo all’Armata in cui entrano, e che lo apprezzerà. Quelli che ritornano al proprio paese, lo custodiscano con cura sino a migliori tempi, e sopra tutto mantengano nel loro cuore i sentimenti di cui sono animati in questo giorno, e li propaghino nelle loro famiglie, in seno delle quali auguriamo loro che possano tranquillamente rimanere [...]. Nato e cresciuto fra voi, Ci conoscete abbastanza per immaginarvi ciò che proviamo in questa separazione, e nel darvi, se non altro, per ora, come facciamo, un Addio a tutti, ci lusinghiamo che in qualsiasi circostanza non dimenticherete il vostro legittimo Sovrano, che rimarrà sempre affezionato a quelli, che non cesseranno di seguire la via dettata dall’onore e dalla coscienza. Nell’augurarvi da Dio ogni bene, desideriamo di potervi ritrovare un giorno nel numero maggiore possibile, riuniti di nuovo intorno a queste onorate bandiere, che conserveremo preziosamente presso di Noi, facendo voti di poter tutti assieme contribuire al trionfo della causa della religione e della giustizia. FRANCESCO, Bassano 24 settembre 1863»18.

Nel pomeriggio il Duca riceve presso la sua residenza di Bassano, dal corpo degli ufficiali guidato dal Generale Saccozzi, le bandiere della Brigata. E’ una cerimonia commovente e nello stesso tempo composta. Tutti gli ufficiali si affollano intorno al Duca ed alla Duchessa e baciano loro le mani bagnandole di lacrime, come il cronista si affretta ad evidenziare ed il Duca salutandoli per l’ultima volta esclama: “Addio, miei ragazzi, ricordatevi di me e siate sempre degli uomini d’onore”. Il giorno dopo scrive a Bayard de Volo: «Non occorre dirle cosa sento, sono del tutto sbalordito oggi; ieri sinchè li vedevo era meno, ma oggi incomincia il dolore quieto che abbatte, e non posso occuparmi d'altro che di loro che mi furono sì ingiustamente strappati da una politica che tratta di ragion inversa del contegno dell’altro cioè al peggio chi è più amico. Ciò non porterà benedizione a chi tiene così la parola data» . Anche il Generale Saccozzi sente il dovere di salutare i suoi uomini ed il 30 settembre emana il suo ultimo ordine del giorno: Un solo ufficiale e circa 1.200 tra sottufficiali e soldati riprendono la via della patria, mentre l’altra metà delle truppe, con la intera Ufficialità, sceglie volontariamente l’esilio. Con circolare del Ministero della Guerra del 1863 , il Governo italiano dispone che i reduci estensi chiamati con la leva sino al 1855 vengano completamente sciolti da ogni obbligo di ulteriore servizio militare e sono collocati in congedo assoluto. Gli altri, che avevano servito nella Real Brigata dal 1856 al 1859, vengono arruolati, ma sono poi congedati con l’obbligo di “correre la sorte delle altre cerne estensi levate nell’anno cui appartengono”.

Per i soldati che dopo il 1859 hanno prestato servizio sotto l’ex Ducato viene disposto l’arresto ed il giudizio dinanzi al Consiglio di guerra, come disertori o renitenti. In caso di condanna per diserzione si dispone per un nuovo arruolamento per tutto il tempo prescritto alle loro classi, non tenendosi conto del servizio già prestato nella Brigata; nel caso invece di condanna per renitenza sono incorporati nell’esercito nazionale e dalla ferma non viene detratto il tempo prestato in servizio sotto la bandiera estense e quello trascorso in carcere a seguito di condanna19. La maggior parte degli ufficiali e dei soldati che scelgono di rimanere in esilio transita nelle file dei reggimenti dell’Impero austriaco, e ad essi l’I. R. Tenente Maresciallo Luigi Pokorny di Furstenschild, il 5 ottobre 1863, all’atto della prestazione del giuramento, rivolge queste parole: «Soldati! Quali soldati d’onore avete dato al mondo un raro esempio di forza d’animo, fedeltà ed attaccamento all’Augusto vostro Sovrano. Il destino altrimenti dispose di quanto una tanta fedeltà, eternamente duratura nelle pagine della Storia, avrebbe meritato. Sua Altezza Reale lasciò al libero vostro arbitrio di ritornare ai patrj lari, in seno alle vostre famiglie: varj ne fecero uso. Voi però preferiste di rispondere, da valenti militari, alla graziosa concessione offerta dal magnanimo cuore di Sua Maestà Imperiale Reale Apostolica, nostro clementissimo Imperatore e Signore, e siete in procinto di entrare nelle file dell’Armata Imperiale. Senza essere vincolati menomamente, voi potete, se e quando così alla Divina Provvidenza piacerà, seguire ad ogni chiamata le onorate bandiere di quell’Augusto Sire, che fino ad ora vostro Sovrano salutaste. Da questa generosa maniera, colla quale è suprema mente di Sua Maestà che voi siate contemplati, vogliate apprendere quanto si tenga in onore e stima nell’I. R. Armata la provata fedeltà militare. Dell’Austria i guerrieri di tante nazioni salutandovi, vi chiamano i benvenuti. Io in loro nome vi stringo la mano, e vi consegno la vostra nuova bandiera, pur essa vessillo della legittimità e della religione, ed in cui pure risplende il glorioso stemma estense. Vi consegno il nostro, e d’ora in poi pure il vostro, sacro palladio d’onore, al quale giurerete fedeltà, e che al pari di noi difenderete sino all’ultimo sangue».

Il Giornale della Brigata si chiude con queste parole: «Col 1° ottobre l’esistenza della Reale brigata Estense era pur troppo di fatto e del tutto cessata. Essa soggiacque vittima del turbinio rivoluzionario. Gli individui di lei che in quel dì rimanevano, o stavano per essere congedati od erano divenuti soldati Austriaci. Gli uni dovevano poco dopo rivedere la loro patria, ma desolata ed in preda di un nemico usurpatore; quelli che stavano per spargersi per paesi diversi onde trovarsi intanto un asilo e una nuova carriera onorata, dovevano separarsi da tutti i loro compagni[…] La sventura fu immensamente grande, ma, come pur ci disse l’amatissimo Sovrano, l’onore era salvo. –Sì era salvo l’onore; tutti, anche negli ultimi e ben disastrosi e difficilissimi momenti dell’esistenza della brigata, fecero a gara per mantenervelo. Come onorato e senza macchia si ripiegò il nostro vessillo, onorata e senza macchia si chiuse l’esistenza della truppa Estense. Dessa nella sua dissoluzione non lasciava appresso gli onesti, qualunque ne fosse il partito politico, tracce ingrate di se e della memoria sua. Come sempre seppe anche sin allora osservare la più stretta e la più perfetta disciplina, e niun atto d’insubordinazione o d’intemperanza qualsiasi ne ha macchiato gli estremi istanti. Potranno esservi, lo diciamo con verità ed in uno con orgoglio, potranno esservi, potranno formarsi forse truppe che l’eguaglino, ma che la superino o possano superarla in costanza, in abnegazione ed in tutte le virtù del vero soldato, non mai. Non meritava certamente la sorte toccatale, ma con pazienza e rassegnazione sublimi ha saputo sottomettervisi. Anche in quel grande disastro tutti i membri di lei furono sorretti da una speranza, dalla speranza, che il sacrificio fosse transitorio. E di poter fra non molto rilevarsi e contribuire al trionfo della causa santa che sempre propugnarono»20. Com’era stato previsto, la sua odissea non era ancora finita.

I soldati aventi diritto a pensione, circa 329, che scelgono di rimanere in territorio non italiano, si stabiliscono tra Mantova ed il Veneto e si dibattono tra gli stenti della misera pensione e l'ostilità delle popolazioni locali, che la propaganda rivoluzionaria spinge ad atteggiamenti di grave intolleranza nei loro confronti. La situazione è denunciata al vecchio generale Saccozzi che tiene una fitta corrispondenza con i suoi ex militari: «i nostri fuori di patria -scrive un tenente- nessuno li può vedere, non trovano chi li darebbe né lavoro, né un bicchier d’acqua, e creda Eccellenza che siamo malevisi più noi che gli Austriaci»; il medico della Brigata riferisce: «di ingiurie e vilipendi non si difetta»; un sergente racconta che alcuni datori di lavoro «avendo saputo essere un rinegato, lo hanno rifiutato»; un altro perde il posto di maestro in un collegio «perché fu scoperto essere emigrato estense, e più[…] aver fatto parte delle Reali Truppe»; «fanno veramente compassione, ma d’altronde bisogna convincersi che sono all’elemosina e che non trovano da lavorare essendo troppo malevisi da queste popolazioni»21. Per gli uomini passati nell’esercito imperiale la situazione è meno difficile, vivendo in un ambiente militare che, per sua natura, può considerarsi protetto ed esclusivo, anche se la società civile e politica, convertita alle nuove idee, non nasconde il suo astio: «i nostri nemici –scrive un maggiore- non cessano ancora di perseguitarci in ogni maniera, in ciò si distinguono innanzi tutto varj Signori Deputati della camera bassa, i quali non solo sputano il veleno contro gli Estensi, ma ancora contro il militare austriaco»; ed ancora: «l’essere modenese è la più cattiva raccomandazione» . Ma il morale è ancora alto, tanto da far riscontrare ancora incrollabili manifestazioni di fedeltà e di orgoglio: «io non mi pentirò mai di una condotta che onora me ed i miei compagni di fede e d’infortunio presso tutti i contemporanei che non hanno affatto perduto il buon senso e per cui molto più ci onoreranno i posteri nella storia».

[caption id="attachment_12773" align="aligncenter" width="1000"] S.A.R. il Granduca di Modena Francesco V concede la medaglia "fidelitati et constantia in adversis" alla Brigata Estense durante il suo scioglimento avvenuto Cartigliano Veneto il 24 settembre 1863 (fotografia 48x37).[/caption]

«Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati estensi! Ancora una parola del vostro Generale sul punto di lasciarvi: una parola di riconoscenza e di affetto per le tante prove datemi di ossequiosa subordinazione, e di cieca obbedienza, durante i quattro anni e mesi trascorsi lontani dal patrio suolo; e più specialmente per la calma dignitosa e l’ordine con cui, addolorati certo, ma insieme sottomessi ai Decreti della Provvidenza, avete saputo contenervi nell’atto dell’inatteso scioglimento di questa Reale Brigata; contegno che vi ha maritata la stima e l’ammirazione della stessa I. R. Armata Austriaca, ove molti di voi vanno a far parte, e degli uomini d’onore, che apprezzano le virtù militari nelle avversità. Ovunque andrete, in qualsivoglia luogo io sarò, rimanga fra noi indissolubile il vincolo dello scambievole amore; e la Medaglia commemorativa, di cui ha degnato fregiarci il nostro Augusto Sovrano in questi ultimi momenti, sia simbolo della nostra inconcussa fedeltà verso di lui, sia sprone a tutti di onorata e valorosa condotta nella carriera avvenire, sia segnale di riunione quando il vostro vessillo ritorni ad alzarsi. Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati! Io vi do un affettuoso addio; e grato verso ciascuno dell’ajuto datomi sin qui nel difficile disimpegno de’ miei doveri, mi dico pronto sempre, per quanto sarà da me, ad adoperarmi a vantaggio di tutti, e specialmente di quelli, i quali per qualsiasi causa furono costretti passare in pensione. Il Generale Comandante Saccozzi m.p.». In verità, non solo non si verificano ripensamenti sulle scelte effettuate, ma si nutrono ancora sentimenti di rivalsa e speranze di liberazione del Ducato, tanto più che dalla Patria giungono notizie che riferiscono di una popolazione affatto contenta della nuova amministrazione e in attesa del miracolo: «le domande dei campagnoli, per conoscere se e quando possa ritornare il nostro Sovrano ne’ Suoi Stati, sono continue[…] turbe di contadini senza mistero si protestano pronti ad ogni istante a tutto sacrificare e ad insorgere a pro del Sovrano nostro» . Lo stesso Duca continua ancora a pensare ad una restaurazione, tanto da elaborare, nel 1865, un progetto che intitola «Massime da osservarsi pel caso di una ristorazione in Italia» che invia al suo ministro Bayard de Volo , ma è forse solo un’esercitazione letteraria. Con l’inesorabile trascorrere del tempo però, i sogni, le illusioni e le speranze si affievoliscono, ed alcuni veterani, pur di continuare a battersi, vanno a saldare, in Messico, il loro conto in sospeso, al fianco di Massimiliano d’Asburgo, risolvendo così la loro inattuale vicenda22. Per quelli che rimangono, il sogno si spegne definitivamente con l’infrangersi delle speranze che erano state riaccese dal conflitto tra Austria ed Italia del 1866, nel quale ciò che rimaneva della Brigata fece «onore all’antica loro bandiera, poiché, oltre ad essere alcuni caduti gloriosamente sul campo, non pochi si esposero senza risparmio ai gravi pericoli della guerra e, se ne riportarono salva la vita, non ne ebbero illesa la persona»23. Al termine del conflitto la maggior parte di essi rientra in Italia grazie all’amnistia concessa a seguito del trattato di pace del 3 ottobre 1866, amnistia che prevedeva tra l’altro la cessione dei territori mantovani e veneti, dove già da tempo molti di essi si erano stabiliti.

Per approfondimenti
1 Francesco V, duca di Modena, nasce nel 1819 figlio di Francesco IV d’Austria-Este e di Maria Beatrice Vittoria di Savoia. Profonda impressione lasciano nel suo animo adolescente i fatti del 1831, quando con la famiglia è costretto a riparare a Mantova. Sale al trono del ducato nel 1846 alla morte del padre, della cui politica si fa continuatore; una politica decisa e ferma che non concede spazio alle lusinghe liberali: tra l’altro è uno dei pochissimi sovrani europei che si rifiuta sistematicamente di riconoscere la monarchia francese degli Orléans. Queste convinzioni lo inducono anche a favorire i matrimoni delle sorelle con due dei più importanti esponenti del legittimismo europeo: Enrico duca di Bordeaux e conte di Chambord, capo della casa Capetingia e pretendente borbonico al trono di Francia, che sposa nell’ottobre del 1846 la principessa Maria Teresa, e don Juan di Borbone, figlio secondogenito del pretendente carlista al trono di Spagna, le cui nozze con la principessa Maria Beatrice verranno celebrate nel febbraio dell’anno successivo. Le insurrezioni che nel 1848 scuotono l’Europa e che nel ducato emiliano principiano come innocuo tafferuglio –la cosiddetta rivoluzione delle giunchiglie– vedono il duca Francesco concedere l’istituzione di una guardia civica e l’insediamento, nel municipio cittadino, di un’amministrazione liberale. Il precipitare degli eventi però convince il duca della necessità di allontanare e mettere in salvo la consorte, duchessa Aldegonda di Baviera, e i suoceri della sorella Maria Beatrice, don Carlos di Spagna e sua moglie, in quel periodo ospiti alla reggia; egli stesso, dopo aver istituito un Consiglio di Reggenza e sciolto le truppe dal giuramento di fedeltà, prende la via di Mantova e Verona, da cui si reca poi a Vienna, dove leva una fiera e accorata protesta contro gli stati usurpatori. Gli avvenimenti bellici mettono in grado il generale Sambuy, comandante in capo degli eserciti di ambedue i ducati emiliani, di allontanare il commissario regio piemontese giunto a Modena il 24 giugno; pochi giorni dopo un’avanguardia austriaca fa il suo ingresso in città, dove il duca può rientrare il 10 di agosto. Nel novembre successivo uno studente in farmacia, tale Luigi Rizzatti, attenta alla vita di Francesco V, senza gravi conseguenze: sarà, anzi, lo stesso duca a disarmarlo. Meno di un mese prima, il 19 ottobre 1848, la duchessa Aldegonda aveva dato alla luce una bambina, Anna Beatrice, che morirà però nel luglio seguente e verrà sepolta a Modena, nella cappella ducale della chiesa di San Vincenzo. La coppia non avrà altri figli.
Al fine di andare incontro e nel contempo regolare quel nazionalismo che tante crisi aveva scatenato negli ultimi trent’anni, il duca elabora un progetto di Lega tra gli stati italiani. Tale Lega era stata inizialmente concepita sotto l’egida austriaca, mentre il disegno definitivo prevede che l’impero asburgico vi prenda parte solo per le provincie italiane e con potere pari a quello degli altri contraenti (qualcosa di molto simile a quello che Vienna era stata costretta a fare per le provincie tedesche). E’ prevista anche la possibilità di un ingresso piemontese, pur con qualche limitazione. Troppo forte è però il timore tra i regnanti italiani che l’Austria finisca col prendere il sopravvento all’interno della Lega ed ogni tentativo di creare un organismo sovranazionale è perciò destinato a fallire. Maggiori i risultati raggiunti in politica interna: un forte incremento dell’agricoltura, la nascita e lo sviluppo di una moderna rete ferroviaria, la completa revisione dei Codici e il Concordato col pontefice Pio IX sono solo alcuni dei successi ottenuti in quegli anni. Con lo scoppio della Seconda Guerra d’Indipendenza la situazione per i ducati emiliani si fa critica: Francia e Sardegna hanno dichiarato guerra all'Austria; il granduca Leopoldo II di Toscana lascia Firenze la sera del 27 aprile del 1859, dopo di lui è la volta di Luisa Maria di Borbone, vedova di Carlo III e duchessa reggente di Parma, il 22 maggio si spegne a Caserta re Ferdinando II delle Due Sicilie. Il 28 aprile le truppe piemontesi occupano Massa e Carrara, il 17 maggio il ducato estense viene annesso al Regno di Sardegna con un proclama del commissario sabaudo Ponza di San Martino. Consapevole del pericolo, Francesco V ha già provveduto ad allontanare da Modena la duchessa, e con lei partono anche i più importanti tesori delle collezioni artistiche estensi.
Rifiutando di appellarsi a quella neutralità che peraltro non aveva impedito la caduta di Firenze e Parma, il duca tiene fede al trattato stipulato con l’Austria nel ’47 e soltanto dopo che le truppe imperiali si sono ritirate oltre il Mincio ammette l’insostenibilità della propria posizione nel conflitto. Nominato Reggente il ministro dell’interno conte Luigi Giacobazzi e letto nella Piazza d’Armi un proclama chiarificatore della propria condotta, prende congedo dai sudditi la mattina dell’11 giugno, dirigendosi alla volta di Mantova: non tornerà a Modena mai più. Il 15 giugno, appena quattro giorni dopo la partenza del duca, il nuovo governo, deposto il Reggente, decreta la confisca dei beni allodiali, e con altrettanta sollecitudine scioglie la Compagnia di Gesù. Ancora più grave il provvedimento preso dal commissario piemontese Luigi Carlo Farini che dà incarico ad una apposita commissione di raccogliere e pubblicare tutti i documenti – in italiano e francese – dell’archivio estense sulle «licenze ed arbitri degli ultimi due Duchi di Modena, sulle opere sovversive d’ogni ordine civile e sulle offese contro i diritti della proprietà e delle famiglie», operando una scelta dei testi a dir poco faziosa. Il 20 agosto l’Assemblea Costituente dichiara decaduto il duca Francesco V ed esclude dal governo “sotto qualsiasi forma la dinastia d’Austria-Este e qualunque principe della Casa di Asburgo-Lorena”. In questa stessa estate nella Bassa tra Modena e Reggio e nel Frignano scoppiano rivolte legittimiste: bande di contadini attaccano la residenza del sindaco di Cortile; altri insorgenti entrano a Modena inneggiando al duca e minacciando di morte i rivoluzionari; a San Martino da Secchia, Motta di Rovereto, Sant’Antonio, Sozzigalli i contadini raggiungono il considerevole numero di quattrocento armati e marciano guidati da militari della Milizia di riserva e assistiti da sacerdoti della zona. Cercano di conquistare sia il nord e cioè il Po, sia Mirandola e Carpi, ma a Modena Farini ordina al generale Ribotti di reprimere la rivolta e questi, al comando di ingenti forze, esegue immediatamente, avendo facilmente ragione delle bande duchiste. La repressione non si fa attendere: viene decretato lo stato di assedio nei dodici paesi insorti e ai contadini arrestati vengono inflitte dure condanne (su questi avvenimenti cfr. L. Tadolini, Viva Francesco V! Le insorgenze antirisorgimentali nel ducato di Modena e Reggio, in Controrivoluzione n. 30-33, feb.-sett. 1994; Id., Una splendida pagina dell’Antirisorgimento, il Ducato Estense rivendica la propria identità, in Ibidem, n. 47-49 dic.’96-maggio 1997).
L’11 e il 12 marzo 1860 l’ex ducato di Modena entra, per via plebiscitaria, a far parte del neonato Regno d’Italia. Francesco V, in una lettera al conte Bayard de Volo, così commenta: «Se si votasse senza imbrogli, né pressioni esterne, né terrorismo liberalesco siamo certi che l’immensa maggioranza voterebbe pel distacco dal Piemonte. I liberali direbbero che gl’ignoranti campagnoli non sono maturi per le loro teorie, ma come si concorda ciò col voto universale su cui vogliono fondare i governi?». Dieci giorni dopo indirizza agli stati sovrani d’Europa una nuova lettera di protesta, la terza, anch’essa inascoltata.
Il governo italiano gli intenta anche causa con l’accusa di aver sottratto molti dei preziosi oggetti d’arte che componevano le collezioni modenesi e ingenti somme di denaro alla Cassa di Finanza. Dopo tre anni di discussioni la Giustizia italiana ammette la propria incompetenza a pronunziarsi, dal momento che il Duca aveva disposto di quel denaro e di quei beni quando ancora esercitava in Modena piena sovranità. Per quel che riguarda gli oggetti d’arte della Galleria estense in particolare, essi vengono riconosciuti come facenti parte del patrimonio personale del duca, spettantigli cioè per eredità od acquisto, dunque al di là di ogni pretesa da parte dello Stato italiano. Tuttavia è lo stesso Duca che, con uno straordinario atto di generosità, dona alla città di Modena quanto aveva portato con sé nel ’59, ad eccezione della Bibbia di Borso d’Este e di altri due codici miniati; unica condizione della donazione è che gli oggetti d’arte prendano definitivamente il nome di «Collezione Estense», nome che ancora conservano; nel 1866 gli vengono, di contro, restituiti i beni allodiali.
Del prestigio di cui il duca sempre gode a livello internazionale è testimonianza l’offerta che gli viene fatta, nel maggio del 1862, della corona del Messico. Francesco V garbatamente rifiuta e avanza la candidatura di uno dei suoi nipoti spagnoli. Le cose andranno diversamente e sarà un altro arciduca, Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore, a rimetterci la vita. Attestati di stima gli vengono poi da molte delle Case Regnanti d’Europa, quand’anche esse siano costrette a riconoscere il Regno d’Italia, stima reciproca alimentata nel corso dei molti viaggi che il duca intraprende in quegli anni, particolarmente frequenti quelli a Roma, dove giunge sempre via mare, a Civitavecchia, per non attraversare i territori italiani, e dove, con la duchessa Aldegonda, frequenta la corte di altri due sovrani spodestati, Francesco II e Maria Sofia di Borbone, residenti a palazzo Farnese.
Sino alla fine rimane fermo nella sua intransigente posizione nei confronti della usurpatrice Casa Savoia, e quando parla del suo capo, è solito dire: «il Galantuomo e il suo padrone [Napoleone III]». A Vienna, in occasione dei funerali dell’Imperatore Ferdinando, cui partecipa anche il principe Umberto di Savoia, rifiuta di avere con lui alcun rapporto, anche protocollare, ignorandolo totalmente e, compiaciuto commenta: «Nulla si fece che derogasse al nostro decoro né ai nostri diritti».
Francesco muore a Vienna il 20 novembre del 1875 all’età di 56 anni; la salma verrà tumulata nella cripta della Kapuzinerkirche alla presenza del fiore della nobiltà legittimista europea e dello stesso imperatore Francesco Giuseppe, che in un telegramma alla vedova lo definisce «un amico fedele, provato in tempi difficili». Con Francesco V si estingue il ramo diretto della casata degli Austria-Este: erede universale per via testamentaria- con l’obbligo di assumere il glorioso cognome - è nominato l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, figlio di Carlo Ludovico e di Annunziata delle Due Sicilie, nipote dell’imperatore d’Austria.
Francesco Ferdinando morirà assassinato con la moglie a Serajevo, nel 1914, ed essendo i suoi figli – in quanto nati da matrimonio morganatico – automaticamente esclusi dalla successione, il titolo passerà all’ultimo imperatore d’Austria-Ungheria, Carlo I, ed è assunto dal suo secondogenito, l’arciduca Roberto, marito della principessa Margherita di Savoia. La duchessa vedova, Aldegonda di Baviera, ritiratasi nella sua terra d’origine, muore nell’ottobre del 1914, dopo aver assistito allo scoppio del primo conflitto mondiale. Cinque anni dopo, con la morte di Maria Teresa, unica figlia del fratello di Francesco V, Ferdinando, che sposando Luigi III Wittelsbach era diventata l’ultima regina di Baviera, si estingueva la Casata degli Austria-Este;
2Francesco V d’Austria Este, Memorie di quanto disposi, vidi ed udii dall’11 giugno al 12 luglio 1859, Modena, Aedes Muratoriana 1981, p. 118;
3 Doc. n. 16, in I Documenti Diplomatici italiani, Prima Serie 1861-70 vol. I, Ministero degli Affari Esteri, Roma 1952; 4 T. Bayard De Volo, Vita di Francesco V Duca di Modena, Modena, III, Aedes Muratoriana 1983, p. 145. L’accoglienza da parte delle truppe austriache alla Brigata modenese è molto calorosa, «d’altronde l’inserimento delle truppe estensi in una grande unità dell’esercito imperiale era avvenuto più di una volta negli ultimi decenni, a partire dalla spedizione contro il Murat nell’aprile-maggio del 1815 nell’Italia Centrale, quando un battaglione estense combatte a Tolentino agli ordini dello Starckemberg. Successivamente truppe modenesi parteciparono alla riconquista dei moti menottiani del febbraio 1831, alla repressione della Garfagnana e dell’Oltreappennino estensi occupati da insorti toscani, spedizione quest’ultima che si concluse con l’attacco e la presa di Livorno nel maggio del 1849. Sempre soldati modenesi avevano dato buona prova, meritando encomi e decorazioni da parte dei Comandi austriaci» (Gasparini Casari, op. cit., pp. 61 sg.);

5Sul rilevantissimo fenomeno il giornale mazziniano L’Unitario scrive: «E’ con dolore e vergogna che dobbiamo annunziare che contadini estensi si sottraggono all’obbligo della leva con fuga infame! […]. Che la maledizione di Dio e degli uomini piombi sul capo sciagurato di quei vivissimi traditori della patria, e più tremenda ancora su quei perfidissimi che li consigliarono allo esecrato tradimento, loro somministrando i mezzi per condurlo ad effetto […]. Ci si assicura, ciò che pare incredibile, che costoro fuggono insieme raccolti. Possibile che queste masse compatte non destino in alcuno sospetti? Ohhh!! Prenda il Governo risolutamente le più energiche rigorosissime misure, e ci liberi da tanta piaga! Non sarebbe difficile indovinare i subornatori. Bando alla moderazione e mano di ferro!» (in Civiltà Cattolica, Vol. I, S. V, 1862, p. 231);

6Civiltà Cattolica, Vol. XII, S. IV, 1861, p. 624. L’articolista poi continua: «Se queste cose non fossero tanto notorie, e bisognassero di prove, queste si avrebbero prontissime all’uopo nelle stesse sperticate bugie che, per accreditare il contrario, si spacciano dai giornali del Governo piemontese. A che pro battersi i fianchi ogni ventiquattr’ore, per strillare che la Brigata modenese del Duca non è più che un branco di disperati, i quali adocchiano l’istante propizio per disertare, se veramente fosse così? Leggiamo, per esempio, nell’Opinione del 23 novembre un brandello della Gazzetta di Modena del 21, in cui si affastellano le parole di malcontento, di rinnegati, di traditori, di licenziati, di disertori, di malviventi per dimostrare che oggimai la Brigata Estense è ridotta a pochi individui. Dunque, dobbiamo conchiudere, essa dee trovarsi in istato floridissimo. La Perseveranza di Milano su questo punto va più schiettamente, e confessa che i disertori e refrattari Modenesi, scappando dall’onor di divenir soldati del Piemonte, giungono a drappelli in Mantova, d’onde passano ad essere incorporati nell’esercito del Duca; ed i pochi che s’erano potuti incorporare tra i piemontesi, se la svignano quasi tutti oltre il Po» (ivi, p. 625). La stessa Civiltà Cattolica, nel luglio ’62 ritorna sull’argomento: «I liberatori d’Italia si sentono ognora trafitti da un pruno che sta loro negli occhi, e per niun modo poterono fin qui levarsi quel fastidio; onde di tanto in tanto si sfogano in grida di dolore e di rabbia. Il pruno consiste in quell’eletta di fedeli soldati che, seguito il Duca di Modena nella sua ritirata degli Stati Estensi invasi da forze cento volte più poderose degli usurpatori, pure gli stettero fin qui devotissimi al fianco, a nulla valendo, quanto al farli disertare dalla loro bandiera, né le promesse, né le minacce, né le beffe, né le calunnie, né altro qualsiasi degli argomenti solidi ad usarsi dai restauratori dell’ordine morale» (Vol. III, S. V, 1862, p. 240);

7Cfr. Anonimo, Cinquantadue mesi d’esilio delle Ducali truppe Estensi, Venezia, Tipografia Emiliana 1863; 8 Indirizzo dell’Ufficialità Estense in occasione del decreto 27 settembre 1859 del Dittatore delle Provincie Modenesi e Parmensi; 9 Indirizzo della Reale Brigata Estense in occasione del decreto medesimo, Ibidem, pp. 60 sg;

10«Essendo impossibile di esporle tutto per telegrafo, credo bene spedirle un corriere latore della presente. Io sono da due giorni a Bassano, ma non credetti ancora di mettere al segreto troppe persone, affine di evitare precoci giudizi, che appoggiati a sfavorevoli circostanze scoraggerebbero anche i più fermi. I pochi Ufficiali Superiori coi quali parlai della cosa, senza occultarne la parte onorifica e lusinghiera, ne scorgono peraltro le materiali difficoltà. Essi prevedono che il generale Lamoricière sarà quanto prima assediato per terra e per mare in Ancona dall’intera armata e flotta sarda, e che senza ajuti esteri (e purtroppo niuno vede donde potrebbero venirgli) un poco prima, un poco dopo, dovrà cedere la piazza, per quanto abilmente ed eroicamente la difenderà. Secondo essi il contingente delle mie truppe è per sé stesso scarso, affine di cambiare essenzialmente le condizioni delle parti belligeranti, tutto al più ne differirebbero di ben pochi giorni il risultato finale. Ciò non consente, se vi fosse anche un barlume di speranza, che prolungando la difesa di Ancona, la piazza potesse essere soccorsa, o che una diversione sul Po od altro permettesse di riprendere l’offensiva, tutti accorrerebbero con entusiasmo. Sopra tutto ciò, avvi sempre la minaccia della probabile comparsa di una flotta nemica nell’Adriatico, contro la quale non si è neppure ottenuto a Vienna l’ordine di mettere alla bocca del golfo, cioè fra la Vallona e il Capo di S. Maria, una crociera di semplice osservazione; per cui ove i miei fossero imbarcati su bastimenti da trasporto non atti ad una valida resistenza e difesa, si rischierebbero migliaia di esistenze di fronte ad un esito più che incerto, pericoloso. I sudd. Ufficiali superiori mi riflettevano altresì, che se per i non italiani, dopo una brillante difesa, è sempre a contarsi su di una onorevole e vantaggiosa capitolazione; pei nostri invece che la Sardegna, mediante il Decreto di Farini 15 ottobre 1859, considera fuori della legge, la sorte che li attende sarebbe delle più deplorevoli, e trarrebbe seco lo scioglimento della Brigata, il rientro forzato dei singoli componenti in patria, per assoggettarveli ad un prolungamento indebito di servizio militare. A questa assai triste prospettiva, si contrappone il confronto di un avvenire irto esso pure di difficoltà, ma non escludente un possibile migliore successo. Ove in fatti la Brigata seguiti a tenersi nelle sue attuali guarnigioni, non le si toglie la speranza di prendere parte gloriosa alla difesa della Venezia, la quale, secondo la opinione degli Ufficiali summenzionati avrebbe a svolgersi in una guerra generale traente seco la scomparsa del sistema bonapartista in Francia e la conseguente caduta dell’edifizio rivoluzionario in Italia. Ad onta di tutte queste gravi obbiezioni, dietro la mia insistenza per pure far trionfare l’idea della spedizione, si concluse, che ove il Generale Lamoricière riportasse qualche sebbene parziale vantaggio contro le truppe regolari che gli stanno a fronte, e che si sapesse almen garantito il tragitto da alcune navi austriache poste in osservazione verso la bocca dell’Adriatico, la cosa potrebbe essere fattibile ancora, e così i miei soldati mostrerebbero la loro devozione alla Santa Sede e l’orrore all’infame attacco, che subisce per parte di potere sleale ed invasore. Le raccomando pertanto di adoperarsi per ottenere la crociera di osservazione, affinché si sappia almeno se e fino a quando il tragitto rimarrebbe libero. Se Iddio intanto facesse trionfare anche solo parzialmente il bravo Lamoriciére, la pregherei a farmi sapere in quanti giorni sarebbero a Venezia ed a Trieste i bastimenti necessari all’imbarco. Conti che in questa ipotesi due mila soldati di infanteria coll’indispensabile bagaglio e munizioni si imbarcherebbero a Venezia, ed altri mille, coi cavalli, i cannoni, ed il grosso bagaglio a Trieste, sperando che il Governo darà man forte, perché la strada da Udine a Nabresina ultimata e servibile, ma non aperta ancora al pubblico, sia attivata per questa occasione. Pel momento conviene limitarsi a semplici predisposizioni prese con cautela e quasi in secreto, giacché tutto quanto divulgasse anzi tempo il progetto (e purtroppo alcuni giornali hanno già commesso qualche indiscrezione) contribuirebbe a mandarlo a vuoto. Anche nei telegrammi conviene essere prudenti e guardinghi, perché gl’impiegati, purtroppo non tutti meritevoli di fiducia, ben presto indovinano e i termini di convenzione ed anche le cifre, di che ho fatto esperienza assai svantaggiosa in addietro. Dunque per riassumermi dirò: che sotto l’impressione delle tristi notizie attuali, ed incerti se il mare Adriatico continui ad essere libero dai nemici, nulla di ostensibile può farsi intanto a pro della spedizione. Il mandare le batterie, senza la Brigata, è un semplice allarme infruttuoso, anzi dannoso, perché atto a precludere le vie all’invio successivo della Brigata medesima. Se prima della spedizione, Lamoricière si troverà obbligato a chiudersi in Ancona per sostenervi l’assedio, qual pro, quandanche riescisse eseguibile, ne verrebbe da questo aumento di difensori, i quali nella inevitabile arresa, essendo italiani, sacrificano se stessi, senza aver avvantaggiato la Causa del Santo Padre? Ma se al contrario Lamoricière riportasse vantaggi, che sebbene passeggeri riaprissero l’adito a qualche speranza, ed allo stesso tempo una crociera di osservazione al sud di Ancona, mantenesse libero il passaggio, allora metterò in opera i mezzi morali che sono in mio potere, per eccitare l’entusiasmo della truppa, e 24 e 48 ore dopo giunte nuove rassicuranti, potrò effettuare la spedizione, confidando che non si perda tempo per difetto di mezzi di trasporto. Io credo che dal momento della decisione, che diverrà immediatamente palese, sino a quello dell’imbarco non debbano passare più di tre o quattro giorni» ( T. Bayard de Volo, op. cit., IV, pp. 568 sg.);

11 H. De Cathelineau, Sa vie et ses Mémoires pp.187-90; 12 In G. Bertuzzi, Lettere dall’esilio di Francesco V, ultimo duca di Modena, in Atti e Memorie cit., Serie X, Vol. II, 1967, p. 235; 13 Anonimo, Cinquantadue mesi… cit., pp. 24 sg;

14 «Ancora testè a Torino si facea gran festa perché, supposto dover essere tolto dall’Austria l’assegno pel mantenimento di tali truppe, si credea pure che tra poco sarebbero sciolte. Ma, con buona loro pace, la cosa va al rovescio, ed il loro desiderio non sarà punto appagato. L’Austria fu fedele al suo dovere d’onore e di gratitudine verso il leale suo alleato, e mantenne i fondi assegnati per la Brigata Estense; e questa continua a meritarsi col suo contegno le più belle lodi. L’ultima volta che S. M. l’Imperatore d’Austria passò a rassegna le milizie dell’ottavo corpo d’esercito, volle assistere allo sfilare della Brigata Estense; della quale, avuti a sé gli ufficiali, parlò in questa sentenza “Che era ben grato al Duca per avergli procurato il piacere di vedere le brave sue truppe, che, in tempi così difficili e così ricchi di seduzioni, sapevano dare sì bello esempio di fedeltà al legittimo sovrano”. Certo è che dovendosi, per motivi d’economia modificare alcun che dell’Amministrazione, fu offerto il congedo a chiunque avesse compiuto il tempo della capitolazione. Or egli avvenne che pochissimi l’accettassero, ed i più di que’ pochissimi sol perché non più atti a portare le fatiche ed i disagi della vita militare. Gli altri rimasero, impegnandosi molti a durare nel servizio i sei ed otto anni; sicchè la Brigata sul cominciare del Maggio contava più di 3.000 uomini» (Civiltà Cattolica, Vol. III, Serie. V, 1862, pp. 240 sg.);

15 Il giornale Scharf annunzia difatti che «molto probabilmente, benché non sia certo, la Brigata Estense sarà tra poco sciolta; gli ufficiali che già appartennero alle milizie austriache, vi ripiglieranno il loro posto col proprio grado; quegli altri che vorranno entrarvi, saranno ammessi, del pari che i sott’ufficiali e soldati; ed a chi vorrà far altrimenti, sarà dato un giusto compenso e lasciata piena balia di tornarsene alla sua patria» (in Civiltà Cattolica, Vol. V, Serie V, 1863, p. 246);

16 Giornale della Reale Ducale Brigata Estense, Aedes Muratoriana, Modena 1977, ristampa anastatica, p. 285; 17 Anonimo, Cinquantadue mesi… cit., pp. 69 sg. 18 Anonimo, Cinquantadue mesi… cit., pp. 76 sg. 19 Cfr. Civiltà Cattolica, Vol. VIII, S. V, 1863, pp. 363 sg. 20 Giornale della Reale Ducale Brigata Estense, cit., pp. 326 sg.

21 In A. Menziani, Dopo lo scioglimento della Brigata Estense: le vicende dei militari ducali nella corrispondenza del Generale Agostino Saccozzi (1863-1865), in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Provincie Modenesi, Serie XI, Vol. X, 1988, pp. 269 sg.

22 Prima che a Massimiliano, la corona del Messico è offerta a Francesco di Modena che nelle sue memorie così ricorda: «Al conte Rechberg, che venne espressamente per rinnovarmi la proposta relativa al Messico, della quale avevo già parlato al conte De Volo, dissi, senza mistero alcuno, che io era bensì grato del pensiero avuto a mio riguardo e della stima che gli ottimi Signori messicani mi attestavano; ma che risguardando io la piccola sovranità di Modena, più come un dovere che come un diritto, non ero disposto in modo alcuno a rinunziarvi, nemmeno a fronte di qualsiasi compenso, fosse pure brillante, vantaggioso, lusinghiero. Cosicchè ove avessi dovuto sottopormi di nuovo all’ufficio di sovrano, reso dai tempi ognor più arduo e pesante, l’avrei fatto solo per lo Stato di Modena e pei miei sudditi, ai quali mi sentivo legato da vincoli di reciproco affetto, non mai per un estraneo paese, da cui, meno poche eccezioni, non potevo essere risguardato se non come un intruso, e dove non avevo titolo veruno di preventiva generale simpatia» (in T. Bayard De Volo, III, op. cit., p. 216).

23 In A. Menziani, op. cit., p. 290. 
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di Giuseppe Baiocchi del 09-01-2022

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«Non riuscirò mai a descrivere o a dimenticare la bellezza della nostra ultima mattina all’accampamento. Il sole sorse verso le sei. Io mi svegliai poco dopo e rimasi sdraiata a guardare quella mutevole meraviglia dal mio letto. Era tutto perfettamente immobile, una spessa rugiada brillava sull’erba e in lontananza una foschia dorata, come un chiaro mattino di settembre a casa, il nostro fuoco era ancora acceso e di quando in quando un delizioso sbuffo di fumo veniva sospinto nella nostra tenda. Uccelli che cantano dappertutto. I colori delle farfalle e degli uccelli sono incredibili – verde, azzurro e violetto intenso. Il profumo dei boccioli sui biancospini è divino e nell’aria c’è un profumo perenne di mimosa»1.

Correva l’anno del 1º luglio 1895, quando fu ufficialmente proclamato il protettorato dell’Africa Orientale Britannica, da cui nacque pochi anni dopo (1902) la prima Costituzione. Il tutto era servito principalmente per contrastare l’espansionismo alemanno-tedesco guglielmino in quella stessa porzione di Africa Orientale. I tedeschi stavano costruendo una ferrovia verso l’interno a partire dal porto di Tonga: i britannici si lanciarono nell’impresa e costruirono la propria linea, lunga 950 chilometri, da Mombasa, sulla costa, al lago Victoria. L’operazione portò via ben cinque anni e mezzo con la sua ultimazione nel 1901. Prima di allora, gli unici viaggi all’interno erano le spedizioni arabe alla ricerca di schiavi o un’avventura da cavalieri solitari, alla Joseph Thomson (1858 - 95) che coniò il celebre motto “chi va piano, va sano e va lontano”: avventure intraprese con un esercito di portatori pronti a disertare e sotto continua minaccia di un attacco da parte delle tribù nomadi dei Masai. Gli operai indiani della ferrovia, importati dagli inglesi, morirono in gran numero, non a causa delle lance dei Moran (giovani guerrieri) Masai, che sembravano accettare la ferrovia e la superiorità della “magia” bianca con le loro armi belliche, ma per la dissenteria, la malaria, il tifo, le punture di mosca tse-tse, o semplicemente per il caldo. Molti altri caddero preda dei leoni mangiauomini di Tsavo, come ci ha raccontato minuziosamente dal Tenente Colonnello John Henry Patterson (1867 - 1947) nel suo celebre The Man-Eaters of Tsavo (1907). Sui due leoni, oggi si è scritto molto, addirittura che uccidevano perché erano resi nervosi per alcuni problemi ai denti.. in realtà il territorio selvaggio del Kenya, lasciava poco alla fantasia e molto alla realtà come ci ricorda in questo stralcio lo stesso Patterson: «Pozze di sangue contrassegnavano i luoghi ove la belva si era fermata per indugiare nella tipica abitudine dei leoni mangiatori di uomini, ovverossia leccar via con la ruvida lingua la pelle della vittima e arrivare così al sangue fresco. Fui portato a ritenere come questo fosse un loro tipico marchio di fabbrica a causa di un mio successivo ritrovamento di due corpi umani semi divorati: la pelle delle vittime era stata asportata, fatta a brandelli e sparsa tutto attorno al corpo; la carne appariva secca, come se fosse stata succhiata. Nel luogo ove il corpo della vittima era stato divorato mi trovai di fronte ad una scena raccapricciante. Il terreno tutto attorno era pieno di sangue e di pezzi di carne e ossa, ma la testa della jemadar era stata lasciata intatta, fatta eccezione per i fori dei denti canini utilizzati dal leone per afferrare e uccidere la povera vittima; la testa si trovava a poca distanza dai resti del corpo, con gli occhi ancora sbarrati nell’ultima espressione di orrore e di terrore impressa nel suo volto»2.

[caption id="attachment_12657" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto i Leoni di Tsavo imbalsamati. Dopo 25 anni, le pelli furono vendute al Chicago Field Museum per 5.000 dollari, e oggi sono in esposizione, insieme ai loro crani, in una teca dedicata. Dal libro nacque il celebre film "Spiriti nelle tenebre" (The Ghost and the Darkness), film del 1996 diretto da Stephen Hopkins. A destra il Tenente Colonnello John Henry Patterson.[/caption]
La ferrovia fu uno splendido e ambizioso esempio di ingegneria, intrapreso in condizioni sconcertanti e con una sicumera tutta vittoriana. I binari attraversavano i deserti, serpeggiavano su per le montagne; si calavano nei burroni, e fendevano foreste e paludi. Dal livello del mare la strada ferrata saliva a quasi tremila metri d’altezza, correndo attraverso i pascoli dei Masai e la terra della tribù dei Kikuyu, che erano meno disponibili a questa invasione. La locomotiva certamente non appariva pronta al compito, apparendo più un giocattolo a molla con le sue quattro carrozze e la sua locomotiva tracagnotta, su un binario che sembrava flessibile come fil di ferro. Ma il viaggio appariva stupendo, se si eliminasse la prima parte dell’intensa calura del deserto del Taru, senza scampo dalla polvere rossa appiccicosa che si incrostava, increspandosi sul fondo dello scompartimento. Successivamente nel fresco della pianura c’era lo spettacolo indimenticabile dei grandi branchi di zebre, giraffe, kongoni, gnu, gazzelle di Grant e di Thompson, che pascolavano nella savana o correvano affiancate in gruppi di otto o nove.
Nairobi, oggi definita da Lord Monson come: «il paese più pericoloso al mondo per l’aristocratico britannico maschio», quando fu fondata – nel 1899 – non era affatto così pericolosa. Posta sulla frontiera tra i Masai e i Kikuyu, appariva come l’ultima stazione ferroviaria possibile prima che le rotaie si inerpicassero di novecento metri su per la scarpata kikuyu, la parete orientale della Great Rift Valley. Chiunque abbassasse gli occhi sullo sconfinato fondovalle per la prima volta trovava insopportabile la prospettiva perpendicolare del paesaggio – una cosa del tutto nuova per i sensi europei.
Il tè lo si prendeva alla stazione di Naivasha, all’inizio della zona montana e a partire da allora, su a Gilgil e poi a Nakuru, pian piano veniva rivelata la terra promessa, in tutta la sua immensa varietà e bellezza. Dopo qualche chilometro tra rovi e rocce si sbucava su migliaia di ettari di morbidi parchi inglesi, una nube di prati azzurrognoli in saliscendi fino all’orizzonte, mai toccati dall’aratro e apparentemente disabitati. In parte ricordavano il paesaggio della Scozia occidentale, con le stesse spettacolari formazioni rocciose, gli stessi pascoli e le foschie cariche di rugiada. I ruscelli gorgogliavano nelle vallate, il fico selvatico (sacro ai Kikuyu) e l’ulivo crescevano nelle foreste: l’aria era deliziosamente avvolgente, induceva un’estasi di benessere e la qualità della luce era sbalorditiva. In più c’erano i profumi, l’indefinibile aroma pungente della polvere rossa e l’acre fumo di legna che non mancava mai di suscitare la più profonda nostalgia.
Dopo la colonizzazione kenyana, il governo britannico offrì appezzamenti di terra fertile della Wanjohi Valley, vicino alla catena montuosa di Aberdare, a ricchi aristocratici inglesi. Il primo fra questi fu Hugh Cholmondeley, 3° Barone Delamere (1870 - 1931) che divenne amico dei capi Masai e apprese da loro come coltivare il suolo kenyano. Personaggio eccentrico, con le sue feste e le sue battute di caccia stravaganti divenne il capostipite di un modo di vivere sontuoso, adottato poi dai coloni successivi, che fruttò a quel luogo l’appellativo di “Happy Valley”.
Già prima di lui la moglie di Robert Gurdon, primo barone Cranworth (1829 - 1902), Lady Cranworth (Laura Rolfe nata Carr, 1807-68), aveva steso un intero capitolo nella guida che il marito aveva scritto per i nuovi coloni arrivati in Kenya, paese descritto come un vero e proprio paradiso in terra dell’uomo bianco. Il saggio si intitolava “Profitti e sport nell’Africa orientale” e la sua seconda edizione prendeva il nome di “Una Colonia in formazione”. Definì straordinariamente piacevole l’esperienza di colonizzatore, descrisse l’intensa nobiltà del paesaggio che il gentiluomo inglese e scozzese avrebbe trovato immediatamente familiare, campo d’azione sconfinato per le battute di caccia, la ricchezza del suolo e i milioni di ettari di terra da pascolo vergini che aspettavano solo di essere assegnate a qualcuno. Benché i ragazzi della buona società in altre parti dell’Impero si fossero conquistati una cattiva fama come colonizzatori, in Kenya, egli affermava, era diverso. Qui erano particolarmente adatti alle condizioni locali. L’alta opinione che avevano di sé, qui era condivisa dagli indigeni, in particolare dai Masai: la loro ignoranza, “spesso colossale”, in fatto di agricoltura avrebbe dato loro il vantaggio di affrontare senza pregiudizi gli ostacoli che i tropici avrebbero messo sulla loro strada e, quando al loro amore per lo sport, non c’era più niente che i nativi amassero di più che mangiare carne in gran quantità.
Eppure, a meno che la terra non fosse produttiva e remunerativa, questo “espresso lunatico”, come lo chiamavano gli Inglesi d’Albione non aveva alcun senso: era stato costruito per prestigio e competizione da superpotenze, e il suo unico risultato era quello di prosciugare il bilancio della colonia.
[caption id="attachment_12646" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra la stazione di Railway presso Nairobi. A destra Hugh Cholmondeley, 3° Barone Delamere (1870 - 1931).[/caption]
Così il Commissioner per l’Africa Orientale, Sir Charles Norton Edgcumbe Eliot (1862 - 1931), insigne studioso di Oxford ed eccellente diplomatico, nel 1901, dopo poco il suo arrivo, presentò un progetto di reclutamento di coloniali nell’Impero per coltivare la terra. L’idea era semplicemente quella di far sì che la ferrovia si pagasse da sé, trasportando merci dagli altipiani alla costa. Lo sviluppo della colonia era una considerazione secondaria, quasi accidentale invero. Fu lanciata una campagna di reclutamento a Londra, e la prima ondata di coloniali, arrivati nel 1903 dall’Inghilterra, dal Canada, dall’Australia e dal Sud Africa, sembravano dei cercatori d’oro dello Yokon. Cionondimeno, tra questi primi arrivati, c’erano molti Pari: Lord Hindlip,Lord Cardross, Lord Cranworth ed alcune vittime del sistema della primogenitura, quali Berkeley e Galbraith Cole, figli cadetti del conte di Enniskillen. Non mancarono i milionari, come l’americano Northrop MacMillan (1872 - 1925), amico intimo di Theodore Roosevelt. C’era il leggendario Ewart Scott Grogan (1874 - 1967), un accanito sciovinista inglese che era venuto a piedi dal Capo di Buona Speranza al Cairo. C’erano fuggiaschi, dissipatori, speculatori. E soprattutto c’era un uomo che sarebbe divenuto il leader incontrastato dei coloni inglesi: il già citato Delamere, che aveva già messo gli occhi sugli altipiani del Kenya al misericordioso termine di una scammellata di oltre 3.000 chilometri dalla Somalia. Era poi tornato in Inghilterra per sei felici anni, a occuparsi delle sue proprietà, ma il bacillo del Kenya aveva colpito anche lui, e vi tornò nel 1901 a comprare terreni. Lord Delamere era un leader molto naturale per i coloni. Aveva ereditato un’enorme proprietà nel Cheshire oltre a un grande patrimonio, subito dopo aver lasciato Eton – dove si era distinto come ragazzo irruente e indisciplinato, del tutto insensibile all’influenza civilizzatrice dei classici. Era arrogante e sprecone con un temperamento iracondo e violento: i suoi istinti politici erano austeramente feudali: fisicamente era piccolo e muscoloso, e niente affatto attraente. Ma aveva il dono di una suprema sicurezza di sé e della sua visione del futuro della colonia, che era ispirata a un antiquato senso del dovere verso l’Impero – laddove il dovere, molto semplicemente, era quello di annettere altro territorio a beneficio di se stesso.
Due provvedimenti del 1898 e 1902 regolarono il regime delle terre: la quasi totalità di queste fu dichiarata di proprietà della Corona, all’infuori di alcune aree riservate agli indigeni. Le zone migliori degli altipiani furono assegnate agli Europei. Nel primo progetto per i coloni, vennero assegnati quattrocentomila ettari in affitto per 999 anni. Il contratto voleva che venisse investito un certo capitale nei primi cinque anni e pagato un affitto annuo al Governo. L’inadempienza implicava la confisca. Delemere si assicurò il primo lotto, a Njoro, lungo la linea ferroviaria a nord-ovest di Nakuru. Fu a Njoro che egli iniziò l’esperimento che per poco non lo condusse alla rovina, ma che quasi da solo, gettò le basi dell’economia agricola in Kenya.
La distribuzione della terra era un processo caotico che aveva il suo centro nel Land Office di Nairobi. Nel 1904, l’anno in cui fu costruito il Norfolk Hotel – ben presto soprannominato “La Casa dei Lord”, per la sua lista degli ospiti, cacciatori inglesi di trofei – la città ancora assomigliava a un desolato accampamento, con le sue fila di capanne identiche e le sue strade di fortuna che, o erano coperte di fango in cui si affondava fino al ginocchio, o erano tappezzate di polvere rossa che gravava come una nube sopra la città. I futuri residenti piantavano le loro tende vicino al Land Office e aspettavano, spesso per mesi, che le loro domande venissero prese in considerazione dagli affaccendati burocrati. Il progetto governativo divenne un tafferuglio di frontiera in piena regola: i pascoli dei Masai nella Rift Valley, per esempio, furono considerati territorio libero, e fasce di territorio Kikuyu furono annesse a fattorie lungo la riserva – un costoso errore politico. Se a questo si aggiunge che il colono inglese medio sapeva poco o nulla della storia africana, delle distinzioni tribali, degli animali selvatici (che si pensava attaccassero a prima vista e per principio), il quadro poteva apparire assai complicato. Rimanevano sconcertati dalla virulenza delle malattie che colpivano le messi e il bestiame – alcuni si installarono su un territorio che i Masai da generazioni sapevano essere pessimo per il bestiame – e si infuriavano per le difficoltà che inevitabilmente sorgevano quando le concezioni edoardiane si scontravano con la visione più cosmica dei Kikuyu o dei Masai.
[caption id="attachment_12652" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto di destra Denys George Finch Hatton (24 aprile 1887-14 maggio 1931), aristocratico inglese cacciatore di selvaggina grossa e amante della baronessa Karen Blixen (conosciuta anche con il suo pseudonimo, Isak Dinesen - nella foto di sinistra), una nobildonna danese che scrisse di lui nel suo autobiografico libro Out of Africa , pubblicato per la prima volta nel 1937. Nel libro, il suo nome è sillabato: "Finch-Hatton".[/caption]
I disegni inglesi, che miravano a introdurre graduali misure di autogoverno nell’ambito del mantenimento delle strutture coloniali, andarono presto deluse per l’irriducibile opposizione di alcune tribù, e in particolare di quella dei Kikuyu; questi ultimi, in seguito alle concessioni di terre agli Europei, erano stati esclusi dalle fertili zone degli altipiani e respinti in zone di riserva di scarsa fertilità.
I timori più acuti degli europei, in ogni caso, erano riservati al sole equatoriale, i cui raggi secondo loro non solo danneggiavano la spina dorsale, ma attaccavano anche il fegato e la milza: da qui nacque il successo degli indumenti londinesi peri tropici, con imbottiture protettive per la spina dorsale: una spessa striscia di garza che scendeva dal collo alle natiche, da indossare con estremo disagio. Lord Lugard consigliava di indossare una pesante fascia di flanella in vita. Winston Churchill, che fece una visita non ufficiale in Kenya come Sottosegretario di Stato per le Colonie, temeva gli effetti del sole sul sistema nervoso, il cervello e il cuore. Se era strettamente necessario togliersi il cappello, anche momentaneamente, era “meglio farlo all’ombra di un folto albero”, ebbe a scrivere. Altri consigliavano di non togliere mai il cappello, per nessun motivo, nemmeno dentro casa, dato che la lamiera ondulata, pur essendo una brillante invenzione inglese e un contributo memorabile all’architettura coloniale britannica, non era considerata adeguata contro i raggi del sole. Da questo venne la moda di indossare il doppio terai, due cappelli flosci a larga tesa, portati uno sopra l’altro. L’operazione di togliersi questa protezione eccessiva veniva compiuta stando in piedi sul letto, ben lontani dalle siafu, le formiche giganti che cacciavano la loro preda – qualsiasi cosa grossa quanto un’antilope – con arditi colpi di pinze, viaggiando in colonne spesso lunghe più di un chilometro. Il sistema nervoso dei bianchi non trasse alcun giovamento dalla consuetudine di indossare uniformi pesanti nelle elevate temperature dell’Africa. Tuttavia, gli eccessi a cui si spinsero i coloni per propiziarsi il sole, suggeriscono una paura più irrazionale di quella di un colpo di sole. Contro il sole, elemento da non poter condividere alla pari con i negri, si eressero dei veri e propri tabù, come quello che le donne dovevano bordare vestiti e cappelli non con la flanella, ma con un panno rosso vivo.
La coltivazione di questa terra era immensamente difficile, un processo esasperante di tentativi e verifiche che metteva a dura prova anche il più solido temperamento da pioniere. A dispetto delle loro origini previlegiate, i primi coloni si rivelarono del giusto calibro. Eppure erano cronicamente in passivo, come ci narra la storia avvincente di Delamare, il quale nel 1906 stava ormai coltivando 65.000 ettari dell’Equator Ranch – tutti recintati da milleseicento chilometri, o poco meno, di filo spinato. Ma nel 1909 era senza un soldo. Le proprietà nello Cheshire erano state spolpate ed egli fu costretto a svendere e a chiedere prestiti per cui garantì con quel che rimaneva dei fondi vincolati della famiglia. La sua difficile situazione era tipica, anche se più drammatica di molte altre. Aveva fatto esperimenti con le pecore, incrociando femmine locali con montoni inglesi, montoni locali con pecore della Nuova Zelanda, coi bovini, incrociando Hereford e Shorthorn con il Boran locale. Le bestie erano state variamente colpite: da peste bovina, che fa marcire la carne di un animale vivo, da pleuro-polmonite e da febbre del texas, che decimò gli Hereford; dalla peste ovina, dalla scabbia, dalla febbre della costa orientale, il virus più mortale di tutti, diffuso tra gli animali dalle zecche.
Delamere imbracciava il fucile e abbatteva un intero branco di zebre per impedire il diffondersi dei virus. Immergeva ogni giorno tutti i suoi capi di animali in una sola soluzione disinfestante, ma con scarsi risultati. Poi scoprì che il suolo era povero di minerali, per cui passò alla coltivazione di orzo e di grano che furono ripetutamente spazzati via dalla ruggine. Dopo il fungo vennero le locuste, e poi la siccità che imperversò per tre anni a partire dal 1907. Allora Delamere trasferì bovini e pecore a Soysambu, Elmenteita, l’attuale quartier generale della tenuta di Delamere, sul fondovalle della Rift Valley vicino al lago Naivasha e qui incominciò a prosperare.
Ai vecchi tempi, i somali erano i servitori alla moda, i “boys” più importanti in qualsiasi casa. Erano immensamente fieri ed eleganti, l’essenza stessa della nobiltà nomade, coi loro panciotti e le loro catene da orologio d’oro, le loro basse voci gutturali e i loro costumi rigorosamente maomettani. Molti di loro, come i Masai, erano ricchi di bestiame nel proprio paese, al di là della frontiera settentrionale del kenya. Le loro sorti erano legate a quelle del padrone, e a questo venivano associati per nome: Delamere con Hassan, Berkeley Cole con Jama, Denis Finch Hatton con Bilea, la danese Karen Blixen con Farah. Quest’ultima scrisse come una casa senza un somalo era come una casa senza un lume: «Ovunque andassimo, eravamo seguiti a distanza di un metro da queste nobili, misteriose e vigilanti ombre».
I Kikuyu, il cui territorio si estendeva da Nairobi fino alle pendici del monte Kenya, e che in seguito avrebbero superato in ambizione politica tutte le altre tribù, venivano impiegati come uomini di fatica o servitori domestici. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale (1914-18) furono arruolati, con le altre tribù, come portatori nei Fucilieri d’Africa e nel Carrier Corps, e morirono a migliaia in una delle più vergognose campagne mai condotte dall’esercito inglese, in cui, all’inizio delle ostilità, 300.000 soldati dell’Impero Britannico furono respinti da 14.000 tedeschi (3.000 tedeschi e 11.000 africani), sotto il comando del conte Paul Emil von Lettow-Vorbeck (1870 - 1964) che dovette ricorrere anche al saccheggio per procurarsi le provviste per tutta la durata della guerra. Quando si concluse, le forze britanniche erano state ridotte a 35.000 uomini, e le tedesche a soli 1.300. [caption id="attachment_12648" align="aligncenter" width="1000"] Africa orientale tedesca, truppe davanti davanti le case degli ufficiali. A destra: Paul Emil von Lettow-Vorbeck, chiamato anche il Leone d'Africa, era un generale dell'esercito imperiale tedesco e comandante delle sue forze nella campagna tedesca dell'Africa orientale.[/caption] Nel 1920 il protettorato fu diviso in due parti: protettorato del Kenya, costituito dalla fascia costiera di dieci miglia, sottoposto alla sovranità del sultano di Zanzibar; colonia del Kenya, sottoposta alla sovranità britannica e costituita da tutti gli altri territori del retroterra. Le zone di produzione erano le seguenti: Gilgil e Nakaru erano i centri della compravendita di bestiame, Thika era il caffè, Njoro era il grano, Naivasha era ovini e bovini, e Londiani, nell’ovest, era il lino. Tutte le leggi sulla terra avevano chiaramente favorito gli europei a discapito della popolazione africana. Gli altipiani sarebbero rimasti esclusivamente bianchi in eterno. Fu una politica miope e i Kikuyu fecero la loro prima protesta organizzata nel 1922 solo due anni dopo il Kenya divenne una colonia ufficiale della Corona. Ma gli anni Venti segnarono l’inizio di un’era più stravagante ed euforica. I coloni iniziarono a rimpiazzare le loro case di fango e canniccio con un’architettura più fastosa. Costruirono residenze a un piano in stile “Surrey Tudor” – un’architettura tipica del Kenya e dei suoi costruttori indiani, che cercarono di imitare Edwin Lutyens – con tetti di tegole invece che di lamiera ondulata, con focolari di pietra e grandi, comodi soggiorni, e con spaziose verande sostenute da pilastri di mattoni. Un Ealing Equatoriale provocato dagli infissi universalmente in acciaio, dall’angustia delle finestre stesse, volutamente piccole per tenere alla larga il temutissimo sole, e dalla cupezza delle pietre giallo-grigiastra, che gli artigiani indiani scalpellavano dalla roccia per fare pareti solide come casermoni. Anche i giardini vennero tracciati splendidamente: prima venivano seminati e spianati i prati, poi venivano scavati i margini, su una scala degna dei castelli di Sissinghurst o di Cranborne. Il suolo era ricco, non c’era stagione morta, e il giardino era sempre al massimo del suo splendore, con canna scarlatta, frangipani, bougainvillea alternata a tenere rose inglesi, gigli dal lungo stelo, fucsie e, come tocco finale, i viali di jacaranda, di Nandi flame e di eucaliptus. L’aria profumava di gelsomino e mimosa. I numerosi boys addetti ai giardini annaffiano e potavano tutto il giorno, facendo oscillare i pangas sui fitti fili d’erba kikuyu che formava la superficie del prato, dei campi da tennis e di croquet. I coloniali avevano riesumato le insegne della loro civiltà – l’argenteria, i ritratti e le stampe di famiglia, pezzi pregiati di mobilia, porcellane e tutte le chincaglierie che potevano essere sottratte alle vecchie soffitte delle case di famiglia che avevano lasciato per sempre. Molti commissionarono ad artigiani indigeni passabili imitazioni di mobili stile Seicento inglese. Con la loro abbondanza di servitù – a cui gli ordini andavano impartiti quotidianamente – gli aristocratici e gli ufficiali del ceto medio finirono col diventare schiavi degli immancabili riti della vita col maggiordomo. La tavola veniva imbandita – più volte – con le stuoiette segnaposto con scene di caccia, la coppa di petali di bougainvillea, la bottiglia di piri-piri (una innovazione presa in prestito dalla colonia indiana) e lo sherry, che si beveva con la minestra. Lo strabiliante talento africano per la preparazione dei cibi europei, in particolare dei pudding inglesi, fu fonte di insperato piacere. Dal canto loro gli africani erano strabiliati dal numero di pasti che gli europei reclamavano ogni giorno, e dalla quantità del cibo consumato. Sembrava che gli europei non facessero altro che mangiare. Questi vecchi coloniali fecero di tutto per conservare lo stile di vita delle nobili famiglie inglesi del contado, sostituendo la volpe da una coda di volpe portata dall’Inghilterra che veniva tenuta da un indigeno, il quale doveva fuggire dagli inglesi a cavallo.
[caption id="attachment_12650" align="aligncenter" width="1000"] Dal giorno della sua apertura, la vigilia di Capodanno del 1913, il Muthaiga Country Club ha occupato un posto speciale negli affetti dell'Africa. Con la sua miscela distintiva di comfort, cultura e fascino, si è affermato come uno dei club dei membri più illustri e popolari del continente. Ancora oggi, le sue tipiche pareti rosa ospitano alcuni dei grandi ricordi e delle pietre miliari della ricca storia dell'Africa orientale. Non è solo la storia a rendere il Muthaiga Club così speciale. Oggi, alcuni dei suoi momenti più belli sono contemporanei: le sue accoglienti camere da letto con bagno privato e i cottage con i loro comfort moderni, le sue strutture ricreative e per il fitness all'avanguardia, la sua biblioteca recentemente ampliata con oltre 15.000 libri. E, naturalmente, c'è il cibo, di cui il Club è giustamente orgoglioso: sontuosi banchetti di arrosti freschi e specialità del giorno seguiti dai nostri chef di formazione classica.[/caption]
I loro piaceri venivano organizzati con gusto per la forma e goduti con leggendaria passione. Avevano i loro campi di polo, i loro ippodromi, i loro country club, le loro gimcane e i loro pranzi, e, sempre, una riserva illimitata di champagne. Si ricorda un pranzo di Lord Delamere del 1926 con 250 invitati che finirono ben 600 bottiglie di champagne. Per far visita agli amici si coprivano spesso grandi distanze.
Un prominente “soldato colono”, che si sarebbe occupato del programma post-bellico, era Lord Francis Scott, figlio secondogenito del Duca di Buccleuch. Scott sarebbe divenuto il successore di Lord Delamere come leader dei coloniali dopo la morte di quest’ultimo, nel 1931.
Lord Francis aveva fondato un club di Polo e acquistato una scuderia di pony somali mentre faceva ancora i rilevamenti topografici delle sue terre e viveva in una tenda e le stoviglie di porcellana della moglie erano imballate in casse ammonticchiate in un angolo.
Successivamente grazie soprattutto ai Safari, di cui Denys George Finch Hatton (1887 - 1931) ne fu brillante precursore3, il Kenya divenne una romantica avventura per uomini ricchi e benestanti. Fu così che la già citata Happy Valley agli inizi del 1920 iniziò a prendere forma. Più o meno tutta la zona era compresa tra le Aberdares e la città di Gigil in pianura. Ma il suo vero centro era al di là del fiume Wanjohi che scende dal Kipipiri – la montagna che si erge alla sua fonte – e che è unita alla scarpata dell’Aberdare da una sella formata da una foresta di cedri. Era un paesaggio di suprema bellezza – la vallata, una grande pianura erbosa, la scarpata boscosa e verdeggiante con macchie di ginestra selvatica. Dalla Valle del Wanjohi si poteva vedere, oltre la vicina montagna del Kinagopo, dalla forma di un lungo e stretto promontorio, la Rift Valley. I grandi avvenimenti mondani erano le settimane delle corse dei cavalli a Natale e a mezza estete, quando gli agricoltori venivano a Nairobi e mettevano a soqquadro la città, inscenando corse coi rickshaw, spegnendo le luci stradali a colpi di fucile, azzuffandosi ubriachi nei bar – guidati dallo stesso Dalemere, che sparava alle bottiglie sugli scaffali – e buttandosi a capofitto in qualsiasi avventura sessuale avesse covato nei mesi precedenti. Delamere era ormai un personaggio dall’aspetto eccentrico, con i capelli sciolti sulle spalle, a mo’ di protezione dal sole, circondato dai capi Masai dipinti d’ocra, che si adunavano quotidianamente intorno al suo tavolo all’ora della prima colazione per assistere al suo rituale mattutino che consisteva nell’ascoltare il suo unico disco “All Aboard for Margate” sul fonografo a manovella. Egli viveva ormai come un membro della loro tribù, li ammirava appassionatamente e aveva imparato la loro lingua. Tuttavia non lo si poté mai accusare di “fare l’indigeno”: era decisamente troppo fiero per una cosa simile.
[caption id="attachment_12654" align="aligncenter" width="1000"] Nella riserva naturale Hippo point, una tipica casa di campagna inglese d’Africa e una torre eccentrica vivono circondate dalla natura selvaggia. Hippo Point è una riserva naturale privata, a circa settanta chilometri a nord di Nairobi su un istmo tra il lago Naivasha e il lago Oloiden, a un’altitudine di 2.000 metri. Grazie al suo microclima quasi perfetto, vi risiedono oltre 350 specie di uccelli e circa 1.200 animali. La proprietaria, Dodo, è un’interior designer di origine tedesca sposata con Michael Cunningham-Reid, figliastro di uno dei più illustri rappresentanti del Kenya coloniale, Lord Delamere. Figura chiave dell’era post-coloniale, nipote di Lord Mountbatten di Burma, Delamere fu uno dei pochi inglesi dell’epoca a stringere stretti rapporti con la nuova élite africana, e fu il primo straniero a ottenere il passaporto della neonata Repubblica del Kenya. Ph. Maganga Mwagogo.[/caption]
I coloniali si radunavano nelle poche roccaforti del lusso che esistevano sul finire degli anni Venti. Quella di più vecchia data era il Norfolk Hotel, vi era anche il Torr’s Hotel, soprannominato Tart’s Hotel – l’albergo delle sgualdrine – costruito da Grogan nel 1928, dove ogni pomeriggio si tenevano tè danzanti nel salone circolare chiamato Palm Court. La più esclusiva di queste roccheforti era il Muthaiga Country Club. Un giovane visitatore francese, il conte Frédéric de Janzé (1896 - 1933), descrisse il Muthaiga Club in Vertical Land, un libro di “ritratti a penna e bozzetti di viaggio”. Il Muthaiga, col suo campo da golf, i suoi campi di squash, i prati per il croquet e il salone da ballo, era un club esclusivo per agricoltori dell’interno, perfettamente in linea con lo stile di St James’s Street. Benché le donne vi fossero ammesse per necessità, gli ebrei non lo erano. Il Muthaiga era costruito in stile keniota, ad opera di artigiani indiani, con grandi blocchi di pietra, rivestiti di ghiaietto rosato, le solite finestre degli infissi di acciaio e piccole colonne doriche per dargli un tocco di grandiosità. Le pareti erano color crema e verde, come in una casa di cura ben tappezzata, i pavimenti erano di lucido parquet. Con le sue comode poltrone foderate di cinz rievocava l’atmosfera delle case aristocratiche della Valle del Tamigi, di Betjemania – di Ranelagh o Hurlingham. Gli scapoli dormivano in una spartana “ala militare” in stanzette simili a celle. Le camere doppie, con letti gemelli, erano spaziose e austere, secondo lo stile coloniale, i bagni lussuosi. Tutti i pagamenti venivano effettuati tramite “buoni” di vari colori – i contanti non cambiavano mai di mano. Si poteva avere un drink a ogni ora del giorno, ma tra le sei e le otto di sera il bar era riservato ai soli uomini, o ai duri, come Waugh descrisse i membri che incontrò al Club. Il Club rimaneva vuoto per giorni, poi, all’improvviso, era impossibile trovare un tavolo, a meno di non essere nelle grazie di un potente somalo di nome Alì – che dirigeva la sala da pranzo ed era considerato un “genio” nell’arte di scovare un tavolo. Le serate erano occupate dal bridge, dal backgammon e dai molti ricevimenti privati, incluso l’annuale Ballo di Eton.
Durante le settimane delle corse il Club diventava veramente vivace. Le bevute incominciavano subito dopo mezzogiorno, con gin rosa prima di pranzo, seguito da gin fizz all’ombra dell’ora del tè, dai cocktail (Bronx, White Lady, Trinity) prima di cena e infine da whisky e champagne fino al momento di spegnere le luci. Ai balli serali, gli ospiti sembravano agghindati per comparire a corte, e le donne erano tenute a indossare un abito diverso ogni sera. Più tardi, mentre si scatenavano partite di ragby improvvisate, tutti i mobili della sala da ballo venivano fatti a pezzi come segno di proterva superiorità di classe. Una delle attrazioni più popolari era un gentiluomo di nome Miles, Arthur Tremayne ('Tich' 1889 - 1934), che si arrampicava fin sul soffitto e si appendeva alle travi come uno scimmione. Al culmine della stagione, le danze si concludevano di solito verso le sei del mattino, per quattro o cinque notti di seguito. Immediatamente dopo, entravano in scena il golf e lo squash. Nessuno aveva voglia di andare a dormire. Entro l’ora di pranzo del giorno dopo, era di nuovo tutto in ordine, erano state presentate ammende da pagare con i buoni colorati, e i trasgressori più scatenati venivano convocati nell’ufficio della Segreteria. Interessante appare in tutte le descrizioni dei testimoni oculari, come il tempo dedicato al sonno risulti così poco, soprattutto tenendo conto delle scappatelle sessuali per cui il Club andava famoso. Il principe di Galles, Edward, visitò il Kenya nel 1928, e l’atmosfera del Muthaiga gli risultò immediatamente congeniale.
[caption id="attachment_12651" align="aligncenter" width="1000"] Da sinistra a destra: Josslyn Victor Hay, 22° conte di Erroll (1901 - 1941), Alice de Janzé (nata Silverthorne 1899 - 1941) e Diana Caldwell Cholmondeley (1919 - 87).[/caption]
Sempre nel 1928, un anno prima del grande crollo, che assottigliò drasticamente la popolazione dei residenti. morì anche il padre di Josslyn Hay, e Josslyn (1901 – 41) divenne Conte di Erroll e Alto Conestabile di Scozia. Viveva in Kenya già da quattro anni – con sua moglie di otto anni più grande di lui e con due divorzi alle spalle, Lady Idina Sackville (1893 - 1955) –, nel cuore di Happy Valley. Bello com’era, era inevitabile che fosse consapevole del suo fascino e aveva anche un fare arrogante e una grande eleganza nel vestire. I suoi capelli lisci biondi come l’oro formavano due onde ai lati delle tempie. I due coniugi organizzarono le feste più oltraggiose, con i migliori cocktail e le migliori droghe, nudità e scambi di coppie. I due divorziarono nel 1930. Idina si sposò altre quattro volte.
In questo stile di vita edonistico della Happy Valley trovò anche spazio Alice de Janzé (nata Silverthorne 1899 - 1941) residente alla Wanjohi Farm circondata dai suoi amati animali. Ricca ereditiera di Chicago, divenne contessa sposandosi con un aristocratico francese, il colto conte di Janzé, discendente da antichissima famiglia bretone. Alice e il marito divorziarono dopo una lunga serie di tradimenti da parte di lei, con un matrimonio consumato tra la nascita delle due figlie (presto lasciate al marito) ed una serie di safari in Kenya. In seguito ebbe una turbolenta relazione con Raymund de Trafford, che culminò in una violenta scenata alla Gare du Nord, a Parigi. Alice scoprì che lui non l’avrebbe mai sposata e allora gli sparò e poi rivolse l’arma contro se stessa. Sopravvisero tutti e due e nel 1928 convolarono a nozze, per divorziare poco dopo.
Dopo il divorzio con Idina, Lord Erroll ebbe numerose relazioni con diverse signore dell’Happy Valley, Alice de Janzè compresa. Il breve matrimonio con una ereditiera inglese gli permise di abitare nella magnifica dimora della moglie sul lago Naivasha.
Nel 1940 una nuova coppia arrivò a Nairobi: Lord Jock Delves Broughton (1883 - 1942) e Diana Caldwell Cholmondeley (1919 - 87), la giovanissima ed elegante moglie. Poco dopo Lord Erroll e Diana ebbero una tresca che non si preoccuparono di tenere nascosta. Il 23 gennaio del 1941 i due ammisero la loro relazione davanti a Jock che concesse il divorzio a Diana e brindò alla loro salute di fronte a tutti i commensali del Muthaiga Club. La mattina dopo Lord Erroll fu trovato morto nella sua auto, ucciso da un colpo di pistola alla testa. Jock fu incriminato dell’omicidio, e anche se fu dichiarato innocente, il caso non fu mai risolto. Da questo episodio il regista britannico Michael Radford (1946) produsse il film capolavoro di Misfatto bianco (White Mischief - 1987), che rese celebre la bellissima attrice italiana Greta Scacchi.
E così la follia continuava, l’ultima “Montagna incantata” per dirla alla Thomas Mann, stava per segnare la fine dell’ultimissima Belle Époque europea su suolo africano, prima che in Kenya la rivolta dei Mau Mau nel 1952, aprì quella strada per l’indipendenza dall’impero britannico che sancì la distruzione delle bellissime opere architettoniche, piante, parchi e strutture che l’uomo bianco – in così pochi anni – era riuscito ad edificare.
 
Per approfondimenti
1 Fox J., Misfatto bianco, Mondadori, Milano, 1986,pp. 29.30.
2 J. H. Patterson, I mangiatori di uomini di Tsavo, Libri caccia e pesca, Firenze, pp. 20-21.
3 Il famoso amante della più celebre baronessa Karen Blixen, la quale narrò di Hatton nel suo celebre Out of Africa (La Mia Africa del 1937).
_Blixen K., La mia Africa, Feltrinelli, Milano, 1986.
 
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di Giuseppe Baiocchi del 06-01-2022

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«Ed ecco il perché dell’importanza di quel primo, piccolo regno di ogni uomo, quel lembo di terra, di valle, quell’orizzonte ridotto, ma così pieno di vita, ciò appunto che in tedesco si riesce ad esprimere meglio con il nome di Heimat, per noi piccola patria fra i nostri monti dove trovi racchiusa tutta la tua storia personale, dove hai visto la prima luce, i tuoi primi momenti di vita, dove hai visto le prime montagne, hai sentito la voce di tuo padre e di tua madre, il primo canto degli uccelli, il tuo essere insomma. Ed è questa piccola patria, che racchiude in sé tutto ciò che ti forma, ti appartiene, tutta la tua storia, luogo dove riposano tutti i tuoi morti, questa terra che è ciò che resta dei tuoi avi, del loro vissuto dove un giorno troverai anche tu compimento del tuo percorso. Questa piccola patria appunto la senti in te, come tu stesso sei parte di essa, in un abbraccio senza fine. E per grandi ed ampi possano essere gli orizzonti da te desiderati, ricordati sempre che il tutto parte da lì, da quel minuscolo puntino che sei Tu e la tua Heimat»1.
Tra i tanti smembramenti imperiali avvenuti dopo il 1918, quello del Tirolo, appare uno dei più significativi. Questo unico territorio oggi è stato letteralmente diviso in tre macro aree: Tirol (Tirolo), Südtirol (Alto Adige) e Welschtirol (Trentino); la prima porzione è appartenente alla Repubblica austriaca e le ultime due alla Repubblica italiana2.
Prima di avviarci lungo il viale della discussione, dobbiamo necessariamente operare un chiarimento: tutti gli Stati nazionali formatosi nel secolo dell’Ottocento, si sono plasmati attraverso aggressioni militari e l’unità d’Italia non fa eccezioni. Se da una parte la creazione del Regno d’Italia ha portato forza a tutti i popoli italici, diversamente la convivenza di culture, di lingua italiana, diverse crea ancora qualche scompenso. Sicuramente la Casa Reale dei Savoia ha avuto il merito di aver pensato, per la prima volta, ad un’unità non solo più culturale (Petrarca, Dante, Boccaccio), ma anche politica. Quando si crea uno Stato, la morale e l’etica non è mai presente, anche se in seguito la fazione che si afferma, cerca di legittimare il consenso attraverso un’ideologia quantomeno discutibile.
Questo è accaduto in Tirolo: un territorio parzialemente di lingua italiana, veniva inglobato – dopo una guerra mondiale in cui i tirolesi sono stati invasi –, al nuovo Stato sabaudo. Contrariamente alla retorica risorgimentale, le porzioni del Südtirol e Welschtirol non erano mai appartenute al Regno d’Italia, ma appartenevano ad un Impero inter-nazionale, plurilinguistico, smembrato unicamente per scopi politici, come già affermato.
Ovviamente in tali territori era presente una piccola fiamma di irredenti (ovvero i corrispettivi nazionalismi di altri territori imperiali), ma rappresentarono unicamente una piccola percentuale della popolazione, anche in Trentino. Il Regno d’Italia prima, il fascismo e successivamente la Repubblica italiana, ha operato in forma sistematica una pulizia etnica tedescofila, affinché il debole primato degli italiani si affermasse, ed in larga parte oggi in Südtirol e Trentino ci sono riusciti pienamente.
Uno Stato veramente autorevole dovrebbe – soprattutto nei tempi moderni, dove oramai gli Stati nazionali sembrano essersi consolidati –, riaprire oggi un dialogo con i veri abitanti del trentino sulla storia che è stata per tanti anni negata.
Difatti, soprattutto nel dopoguerra, grandi immigrazioni provenienti dal sud Italia – soprattutto nell’istruzione e pubblica amministrazione – sono giunte in Trentino e Südtirol per “italianizzare” queste popolazioni, con la conseguente chiusura ermetica e odio da parte di coloro, che la prima guerra mondiale l’avevano combattuta dalla parte imperiale ed erano felici di rimanerci .
Quando parlo di dialogo affermo certamente atti concreti: ovvero la rimozione di targhe storicamente non veritiere e filo-risorgimentali, installazioni scultoree di antichi patrioti della Grande Guerra austroungarici, magari accanto a quelli italiani, per cercare un piccolo, timido passo verso una maggiore accettazione tra gli antichi abitanti e i nuovi. Ma, temo, i tempi ancora non sono maturi, poiché la causa risorgimentale viene ancora mostrata con forza dalla Repubblica Italiana che non ascolta.
Molte strade italiane oggi, da Palermo fino a Milano, sono dedicate al personaggio storico Cesare Luigi Giuseppe Battisti (1875 - 1916), noto come Cesare Battisti. Abitante del Trentino, tutti gli italiani lo conoscono come un patriota ed eroe, poiché diede la sua vita per il “quarto Risorgimento” verso il nemico atavico austriaco.
[caption id="attachment_12635" align="aligncenter" width="1000"] Fatto prigioniero dagli Austriaci, insieme a Fabio Filzi, sul monte Corno il 10 luglio 1916 fu riconosciuto, processato e in quanto cittadino austriaco condannato all'impiccagione, per tradimento, come disertore. L' esecuzione ebbe luogo il 12 luglio 1916 nel castello del Buon Consiglio a Trento. [/caption]
In realtà, quello che ancora viene chiamato con boria il “quarto risorgimento” altro non è che una guerra coloniale – come il Regno d’Italia ne fece molte (insieme alla stragrande maggioranza dei Paesi Europei) – in nome del “sacro egoismo” del Primo Ministro Antonio Salandra (1853 - 1931). Una appropriazione di territori altrui che nell’epoca di fine Ottocento e inizio Novecento era all’ordine del giorno.
Cesare Battisti fu un socialista irredento, autore di quella propaganda a favore del conflitto mondiale, informatore del Regno d’Italia dal 1902, parlamentare a Vienna presso il Abgeordnetenhaus dal 1911, membro della Dieta di Innsbruck dal 1914 e infine combattente in divisa italiana dal 1915.
Ora se l’Italia dovesse operare un’analisi egoistica e nazionale dovrebbe sinceramente riconoscere a Battisti la grandezza che in Italia già possiede, ma se opera un’analisi – non tirolese – ma imparziale, ci si renderebbe conto che tale personaggio storico – appartenente ad un territorio mai stato del Regno d’Italia e soprattutto appartenente ad una minoranza –, era contemporaneamente spia italiana e parlamentare a Vienna, il che implicava un giuramento di fedeltà all’Imperatore Franz Joseph I.
Di un elemento possiamo star certi: Battisti fu un uomo coraggioso che perseguì il suo scopo senza indugi fino all’atto estremo, il che ovviamente non ne cancella le sue ambiguità politiche. Dal carattere melanconico e corrucciato per via di un terribile doppio lutto familiare4, si formerà presso l’Università di giurisprudenza a Graz e l’Università di lettere di Firenze; infine sarà influenzato dalle teorie socialiste di Edmondo De Amicis (1846 - 1908) a Torino. Ma com’era sotto il profilo giuridico il Trentino di allora? Lo stesso irredentista Ottone Brentari (1852 - 1921) racconta durante una sua conferenza nel 1920: «Negli anni prima della guerra in Trentino, si era raggiunto un alto grado di agiatezza, con un alto livello ambientale di boschi, pascoli, campi e vigneti, che davano un frutto annuo medio di circa 50.000.000 di corone, mandando i suoi prodotti nelle province interne dell’Austria. Fiorenti e ben organizzati, erano anche i commerci e le industrie, specialmente a Rovereto e le cooperative e le casse rurali largamente diffuse e abilmente amministrate, impedivano le chiusure, gli sfruttamenti e le irragionevoli rincari, ed il paese viveva agiato e quietamente. […] Si deve ricordare che l’Austria, se nel campo politico era tutto quello che di esecrabile si poteva configurare, nel campo amministrativo poteva in moltissimi casi, servire di modello e sotto tale aspetto sarebbe bene non annettere il Trentino all’Italia, ma annettere l’Italia al Trentino, perché se l’Italia politicamente era dentro il Trentino, il Trentino potrebbe sotto molti aspetti redimere l’Italia»5.
Nel Trentino ogni comune, sotto la parte amministrativa, era completamente autonomo, e sottoposto esclusivamente senza ingerenze del Governo, alla Giunta Provinciale – emanazione diretta della Dieta Elettiva. Trento e Rovereto erano città autonome, persino con diverso regolamento elettorale. La giustizia era a buon mercato e rapida, tanto che non si vede mai il caso di una causa con durata pluriannuale, pur passando per tre stanze6. C’è da meravigliarsi se pensiamo che a quel tempo, l’Austria in fatto di leggi – in particolar modo sulle leggi sociali – era certamente all’avanguardia.
L’impiego della manodopera infantile era stata largamente limitata con le leggi scolastiche del 1897, per tutti i bambini dai sei a quattordici anni. Nel 1874 era intervenuto il regolamento industriale sull’impiego della manodopera infantile. Nel 1870, risalivano le leggi sulla Coalizione, che permettevano anche agli operai di unirsi alle associazioni di categoria e ai tribunali arbitrari dell’industria. Nel 1888 fu introdotta la circolazione obbligatoria sulle malattie e nel 1889 quella sull’invalidità.
Cesare Battisti che di contro non aveva interesse in tale rispettabile percezione del mondo di equilibrio, nel 1898 inviava per la sua tesi di laurea, una “Guida del Trentino”, a Carlo Porro (1854 - 1939), allora comandante militare della piazza di Milano, che rispose incoraggiandolo a continuare l’operato; mentre nel 1902 passava informazioni ai servizi segreti italiani. Fu con queste manovre ideologiche, già ben delineate e affinate, che il 17 luglio del 1911, Battisti fu eletto al Parlamento di Vienna, con i voti dei socialisti e dei liberali (contrari all’entrata nel conflitto dell’Austria), compiendo quel giuramento di fedeltà a Sua Maestà l’Imperatore, che creerà il vero dibattito sulla sua figura: «Ella prometterà sotto fede di giuramento di essere fedele ed obbediente a Sua Maestà l’Imperatore, di osservare inviolabilmente le leggi fondamentali dello Stato e tutte le altre leggi, e di adempiere scrupolosamente i suoi doveri»7.
Battisti asserì: «lo prometto»! Come poteva l’irredento giurare fedeltà ad un governo di cui non ne riconosceva nessuna autorevolezza, poiché la sua patria era il Regno d’Italia? Inoltre l’opera svolta dal trentino in favore del Servizio Informazioni Militare italiano fu un atto a danno dell’Impero del quale era sempre stato cittadino non avendo mai disdetto la sua appartenenza. La sua azione, considerando il suo passaggio al Regno d’Italia durante il conflitto, diviene oggettivamente un tradimento verso la sua patria aggravata dalla sua collaborazione con i servizi italiani8. Ancora in una lettera scritta l’otto agosto del 1914 e diretta al Re Vittorio Emanuele III:  «Se al popolo nostro nel cui nome, sappiamo di poter con tranquilla coscienza parlare, sarà chiesto qualsiasi sacrificio, esso saprà mostrarsi degno della sua storia e nessuna cosa gli parrà grave, pur di poter salutare in Voi il Re liberatore, il Re d’Italia, unita entro i confini suoi naturali».
Da queste poche righe di chiusura dello scritto, risultano evidenti due gravi affermazioni di Battisti, che fanno capire la mancanza di verità e di coerenza, in quanto egli non poteva – nella maniera più assoluta – parlare a nome del popolo trentino, in quanto la percentuale sulla quale poteva contare appariva, in termini di consenso politico, estremamente minoritaria. Il voler poi salutare il “Re liberatore, il Re d’Italia, unita entro i confini suoi naturali”, stava a significare un fatto allarmante: l’abbandono della guerra chiamata di redenzione, per la liberazione del trentino, ponevano l’uomo politico pienamente compiacente verso un’annessione che ambiva a possedere caratteri coloniali e imperialistici.
[caption id="attachment_12633" align="aligncenter" width="1000"] A destra: una foto storica di uno Schutzen risalente ai primi del 900 del fotografo A. Stockhammer all'interno del suo atelier fotografico di Hall.[/caption]
La sua notoria voglia di guerra, contrariamente al suo partito militante, si evince da una lettera del 22 agosto del 1914, due settimane dopo la sua fuga in Italia, dove presentava domanda di arruolamento volontario nel Regio esercito italiano: «Per il caso di guerra con l’Austria mi metto a completa disposizione del Ministero della Guerra, chiedendo d’essere arruolato nell’esercito regolare o in quei corpi volontari che si organizzassero d’intesa col Governo. Ho 39 anni. Ma sono forte, abituato ai disagi della montagna. Da vent’anni mi dedico allo studio della geografia fisica del Trentino, sul quale ho pubblicato molte memorie scientifiche e molte guide turistiche. Nutro fiducia che la mia domanda sia bene accolta e sarò mandato fra le prime file alla frontiera»9.
Sarà così che un anno più tardi, il 10 luglio del 1916, il Battaglione Vicenza, formato dalle Compagnie 59ª, 60ª, 61ª e da una Compagnia di marcia comandata dal tenente Cesare Battisti, di cui è subalterno anche il sottotenente Fabio Filzi, riceve l’ordine di conquistare il Monte Corno di Vallarsa (1.765 m) sulla destra del Leno in Vallarsa, occupato dalle forze dell’Austria-Ungheria.
Nell’operazione, i Landesschützen austriaci catturarono e riconobbero Battisti e Filzi, che furono tradotti e incarcerati a Trento. L’ironia del destino, ha voluto che a riconoscere i due cittadini imperiali, sia stato proprio un italiano d’Austria, Bruno Franceschini (1894 - 1970) da Tres in Val di Non, formatosi nella scuola media a Rovereto, quindi studente di ingegneria al Politecnico di Vienna e ora alfiere del III battaglione, undicesima compagnia del primo reggimento Landesschützen. A differenza del coraggioso Battisti, Filzi diede generalità false, ma fu smascherato dallo stesso Franceschini.
Occorre spendere due parole per l’alfiere imperiale che nel 1933, dallo scrittore Andrea Busetto, nel saggio L’Italia e la sua guerra, bollava come traditore il serio soldato Imperiale e regio. Ancora Franceschini viene appellato come «rinnegato» nel novembre del 1965 dalla penna dello storico Piero Pieri (1893 - 1979) nel libro Cesare Battisti nella Storia d’Italia, consegnato al Quirinale al presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (1898 - 1988). Tutto questo fango, solo per aver fatto il suo dovere di soldato10.
Come già affermato il Trentino era terra d’Austria da sempre. Bruno Franceschini era cittadino austriaco di lingua italiana, ufficiale al fronte dell’esercito Imperiale e regio. Non era un «soldataccio» come si legge in alcuni libri che parlano di Battisti, ma un militare austriaco, quindi non un traditore e men che meno un rinnegato. Si era trovato di fronte, dopo uno scontro violento, a due compatrioti che avevano vestito le insegne del nemico e impugnato le armi contro i conterranei.
Così il 12 luglio 1916, insieme a Fabio Filzi, fu condotto davanti al tribunale militare, che aveva sede al Castello del Buonconsiglio, adibito a caserma. Durante il processo non si abbassò mai alle scuse, né rinnegò il suo operato e ribadì invece la sua piena fede verso l’Italia. Respinse l’accusa di tradimento a lui rivolta, basata sul fatto d’essere suddito asburgico passato alle file nemiche e deputato del Reichsrat. Egli si considerò invece soltanto un soldato catturato in azione di guerra: «ammetto inoltre di aver svolto, sia anteriormente che posteriormente allo scoppio della guerra con l’Italia, in tutti i modi – a voce, in iscritto, con stampati – la più intensa propaganda per la causa d’Italia e per l’annessione a quest’ultima dei territori italiani dell’Austria; ammetto d’essermi arruolato come volontario nell’esercito italiano, di esservi stato nominato sottotenente e tenente, di aver combattuto contro l’Austria e d’essere stato fatto prigioniero con le armi alla mano. In particolare ammetto di avere scritto e dato alle stampe tutti gli articoli di giornale e gli opuscoli inseriti negli atti di questo tribunale al N. 13 ed esibitimi, come pure di aver tenuto i discorsi di propaganda ivi menzionati. Rilievo che ho agito perseguendo il mio ideale politico che consisteva nell’indipendenza delle province italiane dell’Austria e nella loro unione al Regno d'Italia»11.
L’esecuzione avvenuta presso Fossa Cervara fu penosa, ma quella era la sorte per chi veniva tacciato di tradimento: difatti Battisti non fu fucilato come un militare, ma dopo essersi vestito con abiti civili (l’Austria non lo riconosceva come un soldato, ma come un parlamentare disertore) la morte gli pervenne tramite capestro. Battisti, di animo sereno durante il processo, fin dall’inizio conosceva i rischi. Dunque nell’esprimere un difficile giudizio storico, Cesare Battisti è stato coraggioso durante la guerra, ma sul lato politico, morale e umano – per via della sua voluta nomina a Parlamentare imperiale, già collaboratore con il Regno d’Italia –, non possiamo affermare la stessa cosa: questa è la macchia dell’irredento.
Dopo il primo conflitto mondiale con l’annessione al Regno d’Italia, l’opera della quale Battisti si è reso partecipe, il Trentino non è migliorato socialmente o economicamente, ma ha vissuto anni terribili sotto la dominazione italiana, in particolar modo sotto il periodo fascista. Importanti furono le distruzioni materiali dei monumenti riguardanti il passato: targhe, sculture e lapidi furono divelte. Il monumento all vittoria di Bolzano sorge nel luogo dove si stava edificando un monumento ai Kaiserjäger12 caduti durante la guerra.
Nel regio decreto del 21 gennaio 1923 N. 93, la circolare per i prefetti “Nomi regionali e toponomastica” N. 12637, dell’otto agosto dello stesso anno, si evince come: «Oltre la denominazione ufficiale di «Provincia di Trento» e la denominazione regionale «Venezia Tridentina» nessun’altra denominazione è per questa provincia consentita. Come denominazioni sub-regionali sono ammesse soltanto quelle di Alto Adige per la parte settentrionale della provincia di Trento e di Trentino propriamente detto per la parte meridionale. In via provvisoria e di tolleranza è ammesso l’uso delle voci di Oberetsch e Etschländer come corrispondenti a quelle di Alto Adige e di Atesino. Ogni diversa denominazione è vietata e segnatamente quella di Süd-Tirol, Deutschsüdtirol, Tirol, Tiroler o altre equivalenti e simili».
[caption id="attachment_12631" align="aligncenter" width="1000"] I tiratori rappresentano l'autoaffermazione dei tirolesi. A giugno festeggiano i 500 anni di Landlibell. Il Landlibell, conosciuto anche come Libello dell'Undici, è un documento redatto dalla Dieta del Tirolo a Innsbruck il 23 giugno 1511. Foto: ©APA[/caption]
A Trento il 26 settembre del 1922, l’Ufficio Distrettuale Politico emanava l’ordinanza n.5227/1, circa le «Insigne e diciture dell’antica monarchia austriaca»: «Dovranno pertanto essere rimosse tutte le aquile austriache e tirolesi, i ritratti, i simboli, gli emblemi, le tabelle, con o senza motto, che ricordano la dinastia d’Asburgo, l’Austria, e il Tirolo come unità provinciale austriaca dell’anteguerra. Per le aquile austriache vale la distinzione fra l’aquila del Sacro Romano Impero che finiscono col 1814 e quella dell’Impero austriaco posteriore. Se si tratta di stemmi e emblemi anteriori al 1814 che abbiano valore artistico, si dovrà riferire subito al Commissario Generale Civile facendo proposte, che saranno sottoposte all’esame del locale Ufficio di Antichità e Belle Arti. La rimozione di questi residui è da eseguirsi con mezzi efficaci sì da farli definitivamente scomparire. Dovranno pure essere tolti dalla circolazione tutti gli stampati di qualsiasi ufficio pubblico che, per avventura, portassero ancora in capo o nel testo, o dove che sia, un accenno o un simbolo del tramontato regime. Non sono ammesse cancellature o sovrapposizioni delle nuove scritte sopra le antiche. Dovranno essere messi fuori uso i timbri, i sigilli e le buste che eventualmente portassero ancora le accennate diciture».
Negli stessi anni si plasma la Legione Trentina, già nata a Firenze nel 1917, che aveva per scopo la celebrazione dell’italianità del Trentino, riunire a sé tutti i volontari trentini arruolati nel Regio esercito durante la Grande Guerra, raccogliere notizie riguardanti i volontari, offrire appoggio morale con assistenza pratica agli aderenti e onorare i martiri e i caduti per la causa italiana. L’associazione nel dopoguerra potenziò l’attività, in direzione di una strenua difesa dell’idea nazionale, compresa anche la meta del confine di Stato da portare al Brennero, oltre che la realizzazione del Museo del Risorgimento per la celebrazione dell’italianità del Trentino14.
Nel Manifesto dell’organizzazione del 10 aprile 1919, si legge: «I volontari trentini, nell’imminenza della sospirata annessione ufficiale all’Italia […] ritengono di dover riaffermare completo il loro pensiero su una questione che tanto appassiona e preoccupa l’animo dei patrioti. […] Esistono delle persone che […] hanno offeso il sentimento del nostro popolo mostrando ostentatamente il loro attaccamento agli Asburgo. […] Questi individui non possono restare impuniti: ogni generosità, ogni clemenza suonerebbe ingiuria a quanti hanno sofferto per aver amato la patria, sarebbe considerata segno di debolezza della stessa gente indegna. Non rappresaglie chiedono i volontari trentini, sibbene quella giusta sanzione che i colpevoli stessi attendono: per gli austricanti, freddezza da parte del pubblico, esclusione dalle Associazioni, eliminazione dai pubblici uffici o trasferimento in altra regione; per i rinnegati, per i disonesti, per i fiduciari dell’Austria, per le spie, per i vermi della società, il disprezzo della pubblica opinione, il boicottaggio da parte dei cittadini, l’esclusione da qualsiasi impiego pubblico e privato. Compiuta questa giusta e doverosa opera di epurazione e raggiunte in tal modo la tranquillità del paese e la concordia degli animi, il Trentino nostro riprenderà fiducioso e con animo forte il lavoro intenso necessario per il suo risorgere dopo le perdite inestimabili di vite e di beni»15.
Il Tirolo subalpino a poco a poco fu “redento”. Oggi il trentino è a maggioranza italiana, con minoranze tedesche ben presenti, e in minor entità sono presenti le lingue del ladino, del cimbro e del mocheno. In tutti i territori dell’ex Tirolo unificato, esistono numerosissime associazioni degli Schützen che si ispirano agli Standschützen che sino ai primi decenni del XX secolo costituivano una milizia (Landsturm) presente nella Contea del Tirolo e nella quale prestavano volontariamente servizio i cittadini tirolesi.
[caption id="attachment_12634" align="aligncenter" width="1000"] La corona di spine (in foto la sfilata del festival nazionale nel 1959) è un simbolo della divisione del Tirolo.[/caption]
Gli Standschützen erano quindi dei civili che la domenica erano tenuti ad esercitarsi presso un poligono di tiro, che costituiva la sede della compagnia. Le antiche finalità erano quelle di disporre di una forza militare per la difesa del territorio, da mobilitare solo in caso di necessità. Questo avvenne per l’ultima volta durante la prima guerra mondiale. Quindi le associazioni degli Schützen intendono far rivivere questa tradizione anche dopo lo scioglimento del corpo, avvenuto con la caduta della Monarchia asburgica16.
Da un punto di vista giuridico gli Schützen sono associazioni di volontariato di carattere privato senza alcun compito di difesa territoriale: le compagnie, spesso provviste di armi modificate (fucili a salve e spade con punta smussata), partecipano a manifestazioni di carattere storico-rievocativo e a cerimonie religiose.
Durante le rinomate processioni, di rilievo è la corona di spine posta su di una portantina portata a mano da molteplici Schützen, a simboleggiare la divisione ingiusta della contea del Tirolo. Le associazioni promuovono attività di recupero di luoghi di importanza storico-culturale e religiosa, con il restauro di postazioni risalenti alla prima guerra mondiale e l’apertura al pubblico di eremi e santuari. Questo antico corpo porta avanti valori conservatori, identificabili con il motto «Dio, patria e famiglia». Si propongono quindi la tutela dei valori cattolici, delle tradizioni e dei costumi tipici del territorio un tempo tirolese.
Un dialogo costruttivo e soprattutto onesto, oggi in Trentino e Südtirol è quanto meno doveroso, per continuare a vivere nella concordia del sogno kantiano dei popoli fratelli.
 
Per approfondimenti
1 Matuella G., Cesare Battisti: il Tirolo tradito – Un percorso nella nostra storia di questa nostra terra, Publistampa Edizioni, Trento, 2016, p.26; 2 Per una correttezza geografica, denomineremo da adesso in avanti l’Alto Adige in Südtirol e Welschtirol sarà denominato Trentino.

3 Oggi le ricorrenze storico-culturali degli Schützen sud-tirolesi, non sono affatto nulla di delittuoso, come tuonano ancora una volta i nazionalisti italiani, ma tali manifestazioni sono il ricordo di un intero popolo che ama ancora la propria identità e tradizione, come in una qualsiasi altra parte della Repubblica italiana. La doppia cultura del Tirolo, italiana e austriaca, ha posto tale terra sempre come un ponte tra due culture: latina e mitteleuropea.

4 Nel 1887 muore suo fratello maggiore e nel 1890 il padre. 5 Brentami O., Le rovine della guerra in Trentino, Antonio Cordani, 1919, p.17. 6 Se conosciamo la giustizia oggi, per fare tre stanze di giudizio, mediamente il tempo trascorso è pari a vent’anni, quando non si incorre nella prescrizione. 7 Piccoli P. e Vadagnini A., De Gasperi un trentino nella storia dell’Europa, Panorama, 1992, p.86.

8 Battisti nella sua veste di Deputato presso il Parlamento di Vienna, ebbe a sua disposizione documenti tecnici riservati, pubblicati dal Dipartimento Imperiale e regio edile della Luogotenenza di Innsbruck (con annesse carte topo-geografiche), i quali fornirono al politico trentino le informazioni dettagliate delle strade principale del territorio.

9 Sardi L., Cesare Battisti… l’altro volto, 21-10-2016 - http://valsuganaww1.altervista.org/28-novembre-borgo-cesare-battisti-laltro-volto/.
10 Nel dizionario della Lingua italiana Fernando Palazzi, anno di edizione 1939 si legge: «Rinnegare vuol dire dichiarare e dimostrare con parole e con atti di non voler più riconoscere ed onorare fede, idee, istituzioni, persone che prima erano, come dovevano essere, sacre, venerate e care; negazione e abbandono che, non poche volte, muovono da viltà o da basso calcolo personale di ambizione, di avidità – abiurare, apostatare (rinnegamento della propria religione) – ripudiare, sconfessare, prevaricare, pervertire».
11 Biguzzi S., Cesare Battisti, UTET, Torino, 2008, p.534-535.

12 La particolare denominazione, che li differenziava dai comuni reparti di Jäger (cacciatori), derivava dalla particolare fedeltà, sempre manifestata dalla popolazione tirolese alla figura dell’Imperatore, per cui erano considerati, in uno stato che non ha mai avuto una guardia del corpo combattente, il vero reparto a difesa della persona del sovrano. Contrariamente a quanto si crede, inizialmente i Kaiserjäger non erano un reparto specializzato nella guerra in montagna, ma erano solo un’unità d’élite della fanteria austro-ungarica, basato su truppe tirolesi. In seguito il Kaiserjäger divenne il simbolo delle truppe austriache sul fronte alpino.

13 Matuella G., Cesare Battisti: il Tirolo tradito – Un percorso nella nostra storia di questa nostra terra, Publistampa Edizioni, Trento, 2016, p.52. 14 Oggi il Museo del Risorgimento porta il nome di Fondazione Museo Storico del Trentino. 15 Archivio storico del Comune di Arco, Carteggio e Atti annuali 1919, busta 381-598.

16 In Südtirol questo sistema gerachico comprende il Landeskommandant, il Landeskommandant-Stellvertreter, il Landeskurat e il Bezirksmajor - ognuno di questi a capo di uno dei 7 Bezirke (circondari): Bolzano, Bressanone, Burgraviato e val Passiria, val Pusteria, Alta val d’Isarco, Bassa Atesina e val Venosta. In Trentino le ventisei compagnie trentine sono organizzate in modo analogo e dispongono anche di una banda musicale (Musikkapelle Kalisberg) inserita nella compagnia di Civezzano.

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di Giuseppe Baiocchi del 31-10-2021

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Sono le 7,45 del 20 Marzo del 1868, quando le freddi carceri del Forte Malatesta di Ascoli Piceno, vedono uscire la salma di Giovanni Piccioni (1798 - 1868), un personaggio odiato dalla classe politica massonica ascolana, quindi italiana, poiché da lì a due anni la “Roma eterna” papalina sarà costretta a soccombere all’aggressione sabauda e l’Unità italiana sarà completata con più di un plebiscito accomodante.
Ma chi fu il Piccioni, etichettato dalla vulgata post-unitaria come “Brigante”? Fu sicuramente un patriota papalino, per la precisione comandante degli Ausiliari pontifici. Così lo descriveva il comandante della colonna mobile degli Abruzzi e dell’Ascolano Maggiore Generale Ferdinando Pinelli (1810 - 65) lo 03-02-1861: «progenie di ladrone – che – s’annida sui monti (…) vile e genuflesso (…) indifferente ad ogni principio politico, avido solo di preda e di rapina, egli è prezzolato scherano del Vicario, non di Cristo, ma di Satana; pronto a vendere ad altri il loro pugnale, quando l’oro carpito alla stupida credulità dei fedeli non basterà più a sbramar la sua voglia. (…) sacerdotal vampiro, che colle zozze labbra succhia da secoli il sangue della Madre nostra».
[caption id="attachment_12573" align="aligncenter" width="1000"] Bartolomeo Pinelli, Due 'Briganti' riposati nella 'Campagna', studio per la tavola IV della Nuova raccolta di cinquanta costumi de 'Contorni di Roma' (1823), firmato e datato 1818, acquerello e grafite su carta (Collezione privata ).[/caption]
Giovanni Piccioni nasce nella parrocchia di Farno, precisamente nella frazione di San Gregorio di Monte Calvo il 17 maggio del 1798, lo stesso anno in cui il capoluogo Ascoli Piceno vedeva abbattuta presso la Piazza del Popolo – agorà principale dell’urbe – della Statua di Gregorio XIII (innalzata nel 1577) ad opera dei giacobini francesi occupanti. I genitori, appartenenti alla società di campagna, Giovan Battista Piccioni e Antonia della villa S. Gregorio, lo portano a battesimo da don Filippo de Rubeis nella Chiesa di San Pietro in Fleno. L’educazione, durante l’infanzia, cattolica secondo i precetti di Santa Romana Chiesa, furono per lui la roccia su cui basare tutta la sua esistenza e la sua rettitudine, senza scadere nel bigottismo. Particolarmente un altro prete don Marco, fratello del padre, gli fece da precettore: fu chiaramente messo in guardia dalle idee liberali, massoniche (carbonare) e rivoluzionarie che correvano in quegli anni in tutta la penisola.
Questa sfumatura diviene fondamentale se si vuole comprendere l’evoluzione storica dell’Unità d’Italia e la caduta del Trono e dell’Altare, ovvero di quelle Monarchie Assolute che costituivano la conformazione politica dell’Italia pre-unitaria. Ebbene il nuovo potere borghese, nato dalle ceneri della rivoluzione francese (1789) si afferma in quasi tutta Europa. In Italia il tentativo di impadronirsi del potere è più rallentato, grazie anche alla presenza del Papa, nonostante le scorribande napoleoniche. La borghesia per auto-affermarsi crea – appunto – l’entità della Massoneria che a sua volta ha una sua spiritualità dettata da un altro “Creatore” il grande architetto dell’universo o la Dea Ragione (a seconda dei distretti): chiaramente si riprende a piene mani l’idealismo cartesiano, ovvero “l’uomo fondamento del reale”; l’uomo sarà al centro di questo progetto, non più il Dio cristiano. Un concetto filosofico che sarà ripreso dai più grandi filosofi tedeschi come Kant, Hegel ed infine Marx.
A queste dottrine seguiranno le più sanguinose guerre che la storia umana ricordi.  In tempi non sospetti Mons. Henri Delassus (1836 - 1921) nel suo capolavoro “Il problema dell’ora presente. Antagonismo tra due civiltà” esponeva con lucidità estrema quello che doveva divenire realtà qualche secolo dopo. Riferendosi alla Carboneria italiana, divisa in Vendite (a differenza della Massoneria, che si divideva in Loggie), in specificato modo alla Carboneria dell’Alta Vendita guidata dall’uomo senza volto “Nubius” (1824 - 48), Delassus ci riporta un documento risalente al 1817: «Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicesimo e perfino dell’idea cristiana, la quale, se rimanesse in piedi sopra le rovine di Roma, né sarebbe più tardi la perpetuazione. Ma per giungere più certamente al nostro scopo e non prepararci da noi stessi dei disinganni che prolunghino indefinitivamente o compromettano il buon successo della causa, non bisogna dar retta a questi vantatori francesi, a questi nebulosi tedeschi, a questi inglesi malinconici che credono di poter uccidere il cattolicesimo ora con una canzone oscena, ora con un sofisma, ora con un triviale sarcasmo arrivato di contrabbando come i cotoni inglesi. [...] Con questo passaporto (dell’ipocrisia), noi possiamo cospirare con tutto il nostro comodo e giungere, a poco a poco, al nostro scopo. [...] Il Papa, chiunque sia, non verrà mai alle Società segrete; tocca alle Società segrete di fare il primo passo verso la Chiesa e verso il Papa, collo scopo di vincerli tutti e due. Il lavoro al quale noi ci accingiamo non è l’opera d’un giorno, né di un mese, né di un anno. Può durare molti anni, forse un secolo: ma nelle nostre fila il soldato muore e la guerra continua. [...] Quello che noi dobbiamo cercare di aspettare, come gli ebrei aspettano il Messia, è un Papa secondo i nostri bisogni. [...] Con questo solo noi andremo più sicuramente all’assalto della Chiesa, che non cogli opuscoletti dei nostri fratelli di Francia e coll’oro stesso dell’Inghilterra. E volete sapere il perché? Perché con questo solo, per stritolare lo scoglio sopra cui Dio ha fabbricato la sua Chiesa, noi non abbiamo più bisogno dell’aceto di Annibale, né della polvere da cannone e nemmeno delle nostre braccia. Noi abbiamo il dito mignolo del successore di Pietro ingaggiato nel complotto, e questo dito mignolo val per questa crociata tutti gli Urbani II e tutti i S.Bernardi della Cristianità. Questa convinzione che la sovversione dell’ordine sarebbe avvenuto soltanto dall'infiltrazione nelle gerarchie ecclesiastiche era una pietra miliare nell’azione dettata dall’Alta Vendita ».
Fatta questa precisazione doverosa sui princìpi di una invasione militare storica, senza una dichiarazione di guerra formale, l’adolescenza di Giovanni Piccioni passò anche per la sua abitazione presso la Rocca di Monte Calvo, sopra il lago di Talvacchia, ed ancora oggi una targa sopra l’architrave del portale d’ingresso così recita: «Ad Dei gloriam; haec domus diruta et arsa ob insano furore MDCCCIV; inde Joacchinus ed Joanne Piccioni instauraverunt MDCCCXLVII» (In gloria di Dio; questa casa fu distrutta e bruciata dall’insano furore nel 1804; finché Gioacchino e Giovanni Piccioni non la restaurarono nel 1847). Qui conoscerà Angela Capponi, sua futura moglie alla fine degli anni Cinquata dell’800 da cui ebbe ben nove figli: Leopoldina Piccioni (1822-23), Leopoldo Piccioni (1823 - 98), Gioacchino Piccioni (1831 - 1907), Giorgio Piccioni (1836 - 63), Giovan Battista Piccioni (1842 - 1908), ed ancora le figlie Rosalia, Michelina, Giacinta.
Le prime gesta militari lo vedono impegnato nei moti rivoluzionari fallimentari del 1830-31, all’elezione di Papa Gregorio XVI (1765 - 1846), capitanato da Giuseppe Sercognani (1780 - 1844) del “Regime Unitario” ex colonnello della Repubblica cisalpina.
Il Piccioni a San Gregorio di Acquasanta e a Rocca di Monte Calvo respinse le truppe repubblicane e divenne a 33 anni una figura dominante della reazione al colpo di Stato avvenuto ad Ascoli il 22 febbraio del 1831 che vedeva nelle figure dei conti Giuseppe Rosati-Sacconi, Orazio Piccolomini-Centini, Serafino Panichi, dell’avvocato Francesco Talianini e dal dott.Francesco Merli, il Comitato Provinciale di Governo. Attaccatissimo alla Santa Sede, alle sue direttive, sanfedista dal 1817, dedicò la sua vita alla causa papalina.
Ancora le cronache storiche lo vedono impegnato, nel 1849, come capitano dei Volontari Pontifici, sotto l’energica guida del montegallese Don Domenico Taliani Comandante Superiore dello stesso corpo nominato dal Segretario di Stato dello Stato Pontificio Sua Eminenza Card. Giacomo Antonelli (1806 - 76) per conto del beato Pio IX (1792 - 1878).
La situazione dello Stato Pontificio alla metà dell’Ottocento - Regno che comprende le attuali regioni italiane del Lazio, Marche, Umbria e Romagna -, era delicatissima e piena di insidie. I moti unitari, spinti da quasi cinquant’anni di illuminismo, laicismo, relativismo avevano minato lo spirito dello Stato Pre-Unitario: lo stesso Pontefice Pio IX, Mastai-Ferretti da Senigallia, dopo un primo pontificato vicino al movimento unitario – che ricordo per il Papa significava unicamente una confederazione di Regni, sotto la religione cattolica, uniti da un’economia comune -, dopo la Repubblica Romana macchiatasi dei sanguinosi reati del triunvirato mazziniano, aveva finalmente compreso il piano di assogettazione massonica dell’Unità della penisola italiana, che iniziava ad intravedere nel Regno di Piemonte e Sardegna della dinastia Savoia, la testa di ponte per un cambio radicale nella cultura, nell’identità, nella lingua di tutte le popolazioni italiche. Gli “Stati Canaglia”, come venivano denominati i pacifici Regni Pre-Unitari, dovevano cadere.
[caption id="attachment_12575" align="aligncenter" width="1000"] Sul muro della casa di Rocca di Montecalvo, una lapide ricorda la lotta di Giovanni Piccioni. Rocca di Montecalvo è frazione del comune di Acquasanta Terme, la quale è composta da due nuclei di case: Rocca di Sotto (m. 658) e Rocca di Sopra (m. 700). Si trova lungo le pendici montuose che scendono nella valle del torrente Castellano, da cui dista qualche centinaia di metri, all'altezza dell'inizio del lago di Talvacchia. Il suo territorio confina anche con quello di Cervara che si trova a nord-ovest, a circa due chilometri in linea d'aria, ed è collegata da un sentiero, praticabile, che attraversa valli e boschi. Da Ascoli Piceno è raggiungibile con la machina tramite la strada che da Porta Cartara conduce a Valle Castellana. Il bivio per Rocca di Montecalvo si trova, a destra, un chilometro circa dopo lo sbarramento della diga di Talvacchia.[/caption]
Fu così che, quando il 24 novembre del 1848, dopo l’omicidio brutale del primo ministro papalino il conte Pellegrino Rossi (1787 - 1848), Pio IX fu costretto alla fuga da Roma, caduta in mano alla Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini, la storia tocca il nostro Capitano Piccioni.
Di gran concerto, da Gaeta, il Pontefice pensò bene di attuare una controffensiva immediata partendo dalla provincia conservatrice dell’ascolano, già capace precedentemente di dare ripetute sconfitte alle truppe regolari napoleoniche che occupavano il territorio dello Stato Pontificio sotto Pio VII.
Il territorio della Marca Pontificia, possedeva uomini da sempre, storicamente, molto legati allo Stato Pontificio, forti nella tenacia dei propositi e nel ricordo delle gesta dei padri, formati da una natura aspra, un clima rigido, una povertà contadina e guidati dai curati del luogo che ricordavano come l’idea liberale sabauda provenisse dal tentativo demoniaco del secolo di distruggere l’uomo e la fede. Geograficamente l’ascolano, molto vicino al confine con il Regno delle Due Sicilie - nel 1848 ancora libero ed indipendente - era luogo perfetto per dare supporto alle truppe irregolari papaline, le quali per sfuggire ai soldati di linea repubblicani potevano sconfinare e ricevere supporto. L’habitat favoriva l’imboscata: ineguale, accidentato, montuoso, intersecato da fossi e burroni, privo di articolazioni stradali e cosparso a macchia di radure.
Don Taliani, aveva alle dipendenze il Maggiore Palomba (reclutatore della truppa e rifornitore di armi e munizioni), il Maggiore Francesco De Angelis e il Maresciallo dei Carabinieri papalini Scipione Alboni. Nei 1.500 uomini reclutati, divisi per bande che setacciavano il territorio alla ricerca delle truppe regolari, Giovanni e Leopoldo Piccioni controllavano insieme tutto il territorio che corre da Rosara a San Gregorio di Monte Calvo; altri territori controllati erano l’acquasantano, Mozzano e dintorni, Castel Trosino, Spelonga e Montegallo.
Una prima descrizione dell’uomo lo ritrae di altezza medio-bassa (1,69 m.), dagli occhi chiari, naso aquilino, mento oblungo, fronte spaziosa, barba misto-lunga, colorito diafano con una corporatura media. I volontari indossavano principalmente un cappellino pretino, degli scarponi da montagna, dei calzoni corti spesso neri, l’uniforme comunemente chiamata “federiga” sulla quale veniva appesa un’effige in rame raffigurante l’angelo costode o la madonna del Santissimo pianto come coccarda; mentre le armi comuni potevano essere due pistole o uno scavezzo a spadino. Le truppe irregolari, con il sacerdote in testa, spesso marciavano intonando inni Sacri.
Chiaramente questa sorta di guerra clandestina è atroce, da ambo le parti: le truppe del Taliani sono anch’esse spietate e non danno quartiere con coloro che avevano tradito il Regno. Spesso chi veniva catturato era decapitato e la sua testa appesa come “monito” dai suoi antichi commilitoni su una picca: questa era la punizione per chi tradiva Cristo e il Papa. La durezza degli scontri è talmente alta che lo stesso don Taliani verrà sospeso a divinis dal Vescovo Zelli nel 1849, ma il montegallese continuò incurante a celebrare la Santa Messa prima e dopo gli scontri, definiti “stimata e religiosissima opera”.
Gli scontri, “la reazione all’azione” repubblicana, iniziarono per paradosso un Giovedì Santo del 5 aprile del 1849, quando le truppe dell’ascolano Matteo Costantini (1786 - 1849), colui che veniva denominato “Sciabolone” – ex Brigante, ora passato alla paga della Giovine Italia –, che manteneva in mano alla Carboneria il borgo di Arquata, lasciò la città in direzione Acquasanta per un pattugliamento di routine, lasciando unicamente 25 uomini in difesa.
Fu così che scattò l’attacco dei Volontari Pontifici, tutti spelongani, che entrarono ad Arquata passando per la porta Sant’Agata, capitanati da Fabriziani. Armati con utensili di fortuna, ma anche con diversi fucili, conquistarono presto il centro del Paese al grido di «Viva il Papa Re!», costringendo il contingente – capitanati da un tenente svizzero – a retrocedere dentro la Rocca di Arquata. I papalini non ricevendo gli aiuti promessi da don Taliani (provenienti da Montegallo), si ritirarono in serata a Spelonga, mentre parallelamente Giovanni Piccioni si trovava con 700 uomini ad Acquasanta. Anche Balzo ed Uscerno – i paesini che oggi formano “Montegallo” (che non esiste realmente, ma contraddistingue solo un territorio) erano pronti a fornire uomini alla causa di Pio IX.
Il giorno dopo 200 uomini di don Domenico Taliani avevano già divelto le insegne repubblicane e posto nuovamente quelle dello Stato Pontificio, quando gli uomini di Fabriziani tornarono ad Arquata.
[caption id="attachment_12577" align="aligncenter" width="1000"] La Santa Messa in rito antico era la liturgia usata dai sacerdoti cattolici del tempo. Nella liturgia cattolica, la messa tridentina è quella forma della celebrazione eucaristica del rito romano che segue il Messale Romano promulgato da papa Pio V nel 1570 a richiesta del Concilio di Trento, che trasmette la liturgia in uso a Roma, il cui nucleo risale al III-IV secolo. Fu mantenuta, con modifiche minori, nelle edizioni successive del Messale Romano fino a quella promulgata da papa Giovanni XXIII nel 1962, precedente alla revisione ordinata dal Concilio Vaticano II. Per quattro secoli fu la forma della liturgia eucaristica della maggior parte della Chiesa latina fino alla pubblicazione dell'edizione del Messale promulgata da papa Paolo VI nel 1969 a seguito del Concilio Vaticano II, che rivoluzionò la liturgia in cui il sacerdote non aveva più le spalle all'assemblea, ma - de facto - a Cristo. Il pagliativo della riprogettazione dell'Altare Maggiore, provocò ulteriori aggravamenti di carattere architettonico-cultura con l'abbattimento di numerosissimi beni culturali negli anni Settanta del 900. Considerata forma extraordinaria del rito romano dal motu proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI del 2007, l'usus antiquior del rito romano ha avuto una nuova diffusione fino al 2021, quando il motu proprio Traditionis custodes di papa Francesco ha reso l'uso del Messale del 1962 soggetto alla supervisione del vescovo diocesano e ha sancito che il Messale riformato dopo il Concilio Vaticano II è «l'unica espressione della lex orandi del Rito romano». Il rito antico è oggi ancora celebrato quasi in tutte le diocesi del mondo.[/caption]
Ascoli Piceno rimane scossa per la presa pontificia della Rocca di Arquata e inviò un corpo di spedizione per sedare “la rivolta”. Ma altre negative notizie dovevano giungere per i repubblicani: l’11 aprile, infatti, alcune Guardie Nazionali e dei Carabinieri in una perlustrazione sul Monte Rosa, furono attaccati dalle bande del Piccioni e subirono perdite ingenti.
Il compito di stanare i volontari del prete, è affidato al Colonnello Rosselli il quale guida la IV Compagnia della Legione del Tronto e un distaccamento di Carabinieri. Arrivati nel paesino di Coperso mettono in fuga alcuni papalini che inseguiti dagli infaticabili uomini riescono a trovare scampo solo nelle selve del Monte Teglia e del Ceppo. Altri scontri proseguono fino a notte a San Gregorio, dove si rifugiava Piccioni con i suoi uomini: anche il capitano deve ritirarsi dai duri attacchi del Colonnello. Il giorno seguente comunque gli uomini di Rosselli sono costretti a loro volta al ripiegamento, non solo per essere stati tagliati alle spalle da altri ribelli che avevano assediato Acquasanta, ma per i ripetuti attacchi che i soldati ricevevano durante gli spostamenti.
Durante la ritirata si assiste ad un omicidio delle truppe repubblicane: il diciottenne Domenico Laudi, un pastorello, viene scambiato per un “brigante” e trucidato sul posto. Parallelamente ad Acquasanta, il capitano Matteo Costantini è assediato dai volontari pontifici, i quali si ritirano dopo aver catturato negli scontri eminenti personaggi dell’Ascoli Repubblicana, tra i quali si ricordano Tito Calandri (figlio del Preside di Ascoli) e Pietro Parracini (Ispettore della Pubblica Sicurezza).
Acquasanta rimane dunque in mano repubblicana ed è da lì, che il 14 aprile del 1849 partono le truppe del Colonnello Rosselli alla volta di Arquata in mano agli uomini di Fabriziani e don Taliani.
Gli uomini della Giovine Italia, occupano Capodirigo: l’azione perfettamente pensata dal colonnello repubblicano, induce i papalini a lasciare la città di Arquata per mettersi alla macchia.
La rocca di Arquata viene trattata come una città ribelle: arresti dei più importanti uomini del paese e soprattutto l’arresto del Priore del Convento dei Riformati, rei non solo di aver nascosto le armi ai “briganti”, ma di aver infiammato i loro spiriti semplici con le loro omelie. La casa di Fabriziani è incendiata a Spelonga dove si pensò bene di prendere in ostaggio il curato del paese e lo stesso padre del capitano Fabriziani.
Anche il paese di Colle doveva subire l’ira del Colonnello Rosselli, ma una burrasca estiva ne ferma gli intenti: nel paese si invoca il miracolo, poiché si pregava da due giorni la Madonna della Salute, molto venerata. Il 19 dello stesso mese è la volta del rogo della casa di don Taliani nel territorio montegallese e di altri importanti arresti.
Alla conclusione della retata, nonostante l’occupazione da parte repubblicana di Arquata, Acquasanta e Montegallo, le forze papaline, rintanate nelle selve circostanti rimasero praticamente intatte.
Nonostante una certa propaganda, per stroncare definitivamente i volontari pontifici, il Triunvirato romano, decise di inviare ad Ascoli altre truppe, capitanate dal Colonnello Marchetti e dal generale Garibaldi, il quale era già passato per Ascoli Piceno il 25 gennaio di quello stesso anno e si rivolse agli ascolani con queste parole: «ricordatevi di non essere più dei sacrestani del Papa [...] se fossero stati altri tempi vi direi: fate una rivoluzione; per oggi vi comando moderazione e calma», ebbene mai parole furono così poco ascoltate. Infatti – curiosità vuole – dirigendosi il giorno dopo per Rieti, “l’eroe per la libertà” si espresse sugli ascolani in questo modo: «Vidi le robuste popolazioni di montagna e fummo bene accolti e festeggiati ovunque e scortati da loro con entusiasmo. Quei dirupi risuonarono degli evviva alla libertà italiana, e da lì a pochi giorni, quel forte ed energico popolo, corrotto e messo su dai preti, sollevavasi contro la Repubblica Romana, ed armavasi con le armi somministrate dai neri traditori, per combatterla» .
Ma Garibaldi era destinato a non tornare più nella città ascolana. Difatti gravissime notizie giungevano da Roma: i francesi comandati dal generale Nicolas Charles Victor Oudinot (1791 - 1863) avevano occupato Civitavecchia, mentre gli austriaci liberavano la Romagna e scendevano per le Marche e l’Umbria; gli spagnoli erano sbarcati a Fiumicino, mentre i Borbonici avevano varcato i confini a Terracina in direzione Roma. Il Triunvirato romano, intento a difendere la città eterna, rimando ogni piano su scala nazionale di difesa dal cosidetto “bringantaggio” ed addirittura le truppe ad Ascoli furono richiamate a Roma per la sua difesa.
Così il 30 aprile le truppe di Giovanni Piccioni e quelle di don Silvestri avevano liberato Coperso e Acquasanta. Fu così che il 1 maggio tra urla festanti di gioia della popolazione locale – che tanto aveva sofferto per l’occupazione forzata dei repubblicani – anche ad Arquata sventolava nuovamente la bandiera pontificia sulla torre più alta della città. Tutti i paesi della Valle del Tronto erano nuovamente sotto il controllo dei papalini.
Ascoli è pronta a cadere, soprattutto dopo la fuga del carbonaro Calindri in direzione marittima a San Benedetto del Tronto. L’8 maggio cadono Maltignano e Mozzano per mano di truppe borboniche. Piccioni scrive al conte Marco Sgariglia Gonfaloniere della città: «risoluto di occupare la Vostra città.. senonché ripristinarvi il Governo Pontificio. Il mio ingresso sarà più che pacifico.. qualora che ci si faccia opposizione.. assaliremo la città da tutti i lati.. e metteremo a sacco e foco, nulla riguardando».
Il giorno seguente una banda di 300 pontifici attaccano Porta Cappuccina ad Ascoli Piceno, con l’ausilio di diverse famiglie fedeli alla Sacra Pantofola di Pio IX che avevano occupato alcune case attaccando le poche Guardie Civiche rimaste in città. Dopo due ore di scaramucce la difesa repubblicana sembra reggere e passò alla storia – dalla propaganda carbonara – come un’incredibile vittoria insperata. De facto non ci fu nessun ferito da nessuna delle due parti, salvo pochi giorni dopo l’ennesima sconfitta – presso la vicina Rosara – di alcuni Carabinieri e Guardie civiche inseguite fino a Porta Pia dai volontari di Giovanni Piccioni.
Dunque la situazione non poteva essere delle migliori per i liberali, quando Antonio Orsini (1788 - 1870) – appena nominato “Commissario straordinario” da parte del Triunvirato Romano – giunse ad Ascoli Piceno la sera del 16 maggio, con la città che stava cedendo alle pressioni degli insorti, con i borbonici che avevano sconfinato su Maltignano e le truppe francesi si erano oramai portate a poche centinaia di metri dalle mura.
Come ci ricorda lo storico Giorgio Enrico Cavallo «Libri, opuscoli e giornali anticattolici venivano pubblicati senza problemi. Pio IX, nel breve Gravissimus supremi, parlava di “odio acerrimo e del tutto diabolico contro la nostra religione”. [...] Gli indizi di una presenza luciferina nella Rivoluzione europea c’erano tutti, come ormai sappiamo: basti tornare a quel Voltaire che chiamava Frères en Belzebuth i propri migliori amici. [...] Nel 1863, Giosuè Carducci (1835 - 1907) dava alle stampe la prima edizione del celebre inno A Satana: “Salute, o Satana/O ribellione/O forza vindice/De La ragione!/Sacri a te salgono/Gl’incensi e i vòti!/Hai vinto il Geova/Dei sacerdoti”!
L’inno che risente profondamente della cultura massonica (Carducci era appassionato libero muratore), ottenne un vasto eco. [...] L’inno, va detto, non era tutto “farina del sacco” di Carducci. Lo spunto veniva da un noto passo di Proudhon (1809 - 65) che val bene citare per comprendere il quadro europeo [...].
[caption id="attachment_12587" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra Giovanni Piccioni, a destra il farmacista Luigi Piccioni, pronipote di Giovanbattista.[/caption]
Nel 1877, Mario Rapisardi (1844 - 1912) pubblicò a Milano il suo poema Lucifero, che accolse l'applauso anche di Giuseppe Garibaldi, il quale scrisse una lettera di elogi al poeta catanese, firmandosi “vostro correligionario” in Lucifero. [...] Nell'Ottocento il culto di Satana si è esteso a macchia d'olio tra Europa ed Americhe. [...] Come la rivoluzione francese, anche quella italiana ebbe una componente demoniaca, nel senso di elogio del diavolo quale naturale oppositore alla Chiesa. [...] il regno della rivoluzione è il regno del diavolo [...] Perché il diavolo [...] è il primo rivoluzionario».
Ad attendere Orsini accorrono i Malaspina, gli Sgariglia, gli Arpini ed altri cognomi filo repubblicani. Dalle sue parole emerse come: «Io vado per le brevi: uso formale e leggi militari; chi manca viene severissivamente punito; so discernere il reo dall’innocente, l’istigatore dall’ingannato; ma piombo con mano ferrea su tutti coloro che hanno osato prendere le armi a sostegno del delitto, del furto, dell’assassinio [...]. Tutti quelli che, per i loro antecedenti si conoscono indebitamente avversi all’attuale ordine politico ed aderenti al brigantaggio, non possono portare armi di sorta: se rinvenuti con le armi alla mano, o se nelle loro abitazioni trovansi armi e munizioni da guerra, quale che sia la quantità, saranno arrestati e tradotti innanzi alla Giunta Militare: provato il fatto, entro il termine di 24 ore, saranno fucilati. Tutti quelli che presteranno aiuto ai briganti o li ricovereranno saranno punti con la fucilazione. Quei villaggi che, per caso, opponessero resistenza o si opponessero al ristabilimento dell’ordine, saranno trattati secondo il diritto di guerra [...] dovendosi sempre rispettare l’Augusta Religione».
Non solo: il Commissario straordinario ordinava tramite circolare come gli stemmi pontifici abbattuti nei luoghi sacri dovevano essere ripristinati ed ancora ordinava ai parroci ascolani l’imposizione – durante l’omelia dal pulpito – di leggere le disposizioni prese dal nuovo governo per estirpare quello che veniva definito come “brigantaggio”. I sacerdoti refrattari sarebbe stati fucilati senza processo secondo le disposizioni militari.
Al 15 maggio del 1849 le cittadine di Offida, Montalto, Montelparo, Ortezzano, Patrignone, Comunanza, Monterinaldo, Montemonaco, Montefortino erano in mano papalina.
Agatone De Luca Tronchet e Vincenzo Vallorani vengono nominati per la riconquista dei paesi menzionati; guidano rispettivamente le truppe dei volontari fermani e un drappello di finanzieri. I Paesi abbandonati dalle truppe in eterno movimento dei coscritti Trono e Altare, tornano nelle mani dei mazziniani che il 23 maggio bruciano tutte le insegne e i simboli dello Stato Pontificio in un enorme falò a Montalto.
Ripresa gran parte della provincia Orsini puntò ora ad abbattere Giovanni Piccioni in una battaglia risolutiva. Comanda a due colonne di soldati capitanati dal Tenente Gaggiano di stanarlo sulle montagne di Rosara. L’incontro tra le due fazioni è duro, violento e gli uomini di Piccioni hanno infine la meglio con le truppe repubblicane in fuga. Successivamente le truppe dei mazziniani subirono degli arresti anche in diverse località montane come Balzo e Propezzano. Le sconfitte acuiscono gli aguzzini in città: Orsini giudica sommariamente 156 detenuti politici con un processo da farsa hitleriana. Solo alcune operazioni diplomatiche ascolane riuscirono a scongiurare le esecuzioni, commutando, il 27 maggio dello stesso mese, la pena capitale in quella dei lavori forzati a vita. L’azione torna di nuovo in mano agli ex soldati dello Stato Pontificio che il 29 maggio conquistate le colline intorno all’ascolano e comandate da don Taliani e Giovanni Piccioni alle 14:00 iniziarono dai declivi a moschettare i difensori repubblicani, i quali riuscirono solo con un assalto alla baionetta – uscendo da Porta Solestà – a metter in fuga i reazionari. Ma il giorno dopo, il 30 maggio del 1849 – le stesse unità combattenti di don Taliani, Piccioni e Cecchini attaccarono nuovamente le mura cittadine. Obiettivo era per i papalini non la presa della città, ma l’instabilità istituzionale dei repubblicani nei riguardi della popolazione, in attesa dell’arrivo delle truppe alleate austriache. Anche nel teramano Mons. Domenico Savelli organizzava una nuova spedizione per l’ascolano in vista dell’imminente ristabilizzazione dell’Ordine costituito. L’Orsini circondato in città anche da uomini poco fedeli alla causa repubblica, perché costretti (si veda il Segretario Generale al Governo di Ascoli Raffaele Trevisani e il capo delle truppe cittadine Colonnello Cavanna, fervente sostenitore del precedente Papa Gregorio XVI) o da spie al servizio del Papa (come il Colonnello Freddi, il quale fu uno dei primi a disertare dopo la restaurazione successiva), i primi giorni di giugno lascia la città. La motivazione pubblica è una spedizione contro i briganti, ma in realtà si tratta di una vera e propria fuga, nella quale fa in tempo a prendere in ostaggio tre preti sanfedisti don Ferdinando Piccinini, l’ex frate Organtini e Padre Maestro Giuseppe Luciani; in ostaggio anche il marchese papalino Carlo Malaspina. Lasciano Ascoli Piceno 530 fanti e 50 carabinieri a cavallo; al suo seguito si riconosce “Sciabolone”, quel Matteo Costantini a capo dei suoi 56 volontari del “Battaglione ascolano monilizzato”. Arrivato in segretezza ad Offida, saccheggia il denaro papalino di 500 scudi, per pagare i soldati oramai senza paga da mesi: il denaro restante lo trattiene per mantenersi la sua schiera armata per almeno altri tre mesi. Il giorno dopo sarà a Montalto, rendendo chiaro alle truppe papaline l’intento di ritirata verso Roma. Lasciò Montalto per Force con meno di 350 uomini: la metà aveva già disertato abbandonandolo.
[caption id="attachment_12579" align="aligncenter" width="1000"] Antonio Orsini (Ascoli Piceno, 9 febbraio 1788 – Ascoli Piceno, 18 giugno 1870) è stato un mazziniano e naturalista. Farmacista e scienziato viene ricordato per il suo impegno militare e politico nella Repubblica Romana. Senatore del Regno d'Italia, ricevette il titolo di nomina regia che ricevette nell'anno 1861 insieme all'onorificenza dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Fu anche eletto consigliere provinciale del mandamento di Arquata. Morì ad Ascoli il 18 giugno 1870.[/caption]
Siamo arrivati al 7 giugno del 1849 ed Ascoli torna libera città sotto lo Stato Pontificio: Giovanni Piccioni iniziò l’attacco con i suoi uomini da porta Tornasacco; mentre don Taliani sferravano l’offensiva a Porta Solestà. Dopo numerose perdite la Guardia Civica riesce ancora a respingere l’attacco, ma nei giorni successivi tutta la provincia torna nelle mani del Papa Re Pio IX.
Orsini nell’arrivare a Force dovette anche difendersi dagli attacchi dei volontari pontifici nei pressi di Montedinove, sul torrente Pallone vicino il bosco di Rovetino. Arrivato in città si incontra con un altro repubblicano doc Capitano Serafino Wiser che lo aggiorna sulla caduta di gran parte della Marca fermana, Fermo compresa. Orsini è circondato a Force. Il 15 giugno tenta una sortita a Monte della Torre per forzare il blocco senza riuscirci. Infuriano i combattimenti fin sotto Porta S.Pietro di Force tra i due schieramenti, che vedono ben 2.000 papalini assediare la cittadina. Infine per togliere valore alla conquista della città per mano papalina, Antonio Orsini si dimette dalla carica che il Triunvirato gli ha concesso. Il 18 giugno con l’arrivo delle truppe austriache comandate dal Tenente Tommaso Withedenscky Force capitola. L’Ufficiale austriaco contravvenendo ad ordini superiori che impartivano “il disarmo incondizionato di tutti i repubblicani” concede a tutti gli ufficiali mazziniani dei salvacondotti. Così Orsini, tagliata la barba e qualificandosi come il Sottotenente Francesco Pinelli, riuscì a sgattaiolare fino a Foligno.
Ad Ascoli nel frattempo, caduta San Benedetto del Tronto in mano austriaca, il 21 giugno vengono abbattuti l’Albero della libertà in piazza del popolo e riposizionati gli antichi stemmi del Papa. Il giorno dopo le truppe austriache acquisiscono la città marchigiana. Sono comandate da un viennese Maggiore Karl Streel il quale con un proclama ordinava come venisse ristabilito il Governo Pontificio e decaduto quello repubblicano: la città dopo il Te Deum in Cattedrale, aveva per le strade urla festanti inneggianti Pio IX. Gli austriaci lasciarono l’ascoli papalina il 5 luglio, con il comandante Streel, vero gentiluomo e militare, esprimersi nei confronti degli ascolani con queste parole: “ottimi cittadini per la esemplare condotta tenuta nel ripristino del Governo Pontificio”.
Il ristabilimento dello Stato Pontificio nella città di Ascoli Piceno, sembra anche segnare la fine della carriera avventurosa di Matteo Costantini detto “Sciabolone”, che viene arrestato dai reazionari – suoi antichi compagni d’arme – il 28 luglio con l’accusa di furto, concussione, rapina; trasferito nel carcere di Fermo, dopo processo, fu condannato al carcere a vita. Morirà da cattolico, il 13 novembre nel carcere di Ripatransone alle 12:00 del anno del Signore 1849.
Giovanni Piccioni da alcune lettere ritrovare tra scambi epistolari di alte gerarchie pontificie, emerge in senso positivo: si legge che il Piccioni sia stato «vero eroe che si è rovinato per l’attaccamento al Governo». La Santa Sede rimborsò tutti i montanari sanfedisti che avevano contribuito al ristabilimento del Governo pontificio, pagando un caro prezzo in beni materiali. Così furono concesse alle popolazioni dell’arquatano e del montegallese la somma di 2.000,00 scudi. Contrariamente Giovanni Piccioni non chiese nulla né per sé, né per la sua famiglia: i veri eroi, rovinati dalle orde repubblicane, nonostante fossero stati i leader più rappresentativi e artefici delle vittorie più clamorose degli scontri, evidentemente già aspettavano le prossime battaglie. Purtroppo la loro unica richiesta, non fu esaudita, poiché nella visita di Pio IX ad Ascoli il 17 e 18 maggio del 1857, il Pontefice si rifiutò di incontrare in udienza la sua famiglia, trincerandosi dietro una “ragione di Stato” (nel Palazzo Vescovile di Ascoli Piceno in Piazza Arringo, ancora oggi – al piano nobile – vi è la targa recanti lo stemma del Beato Pio IX per il suo soggiorno nell’ascolano). Al suo processo (nel 1864) che lo vedrà condannato a 16 anni di carcere, egli parlerà della sua esperienza: «nel 1848 erasi stabilita in Roma una cosidetta “Direzione Organica” ad oggetto di sostenere in questa Provincia il Governo Pontificio. La Direzione mi incaricò di organizzare un Battaglione Pontificio di Volontari, di cui fui fatto Maggiore. Restaurato il Governo ne ebbi una medaglia ed una pensione di 3 Scudi Romani al Mese».
 
Per approfondimenti
_Galanti Timoteo, Dagli Sciaboloni ai Piccioni - Il "brigantaggio" politico nella Marca pontificia ascolana dal 1798 al 1865 - Edigrafital, Roma, 1990; _Giorgio Enrico Cavallo, Risorgimento: guerra alla Chiesa, Edizioni Radio Spada, Carmenate, 2020; _Don Luigi Pastori, Ascoli sotto l'albero della libertà. Manoscritto n°40, Biblioteca AP, Montalto, 1940; _Giovanni Spadoni, L'insorgenza marchigiana durante il Regno italico; _Archivio di Stato di Ascoli Piceno Governo Pontificio - Delegazione Apostilica, Fasc- 1-7 e 1-12, 1831; _Archivio Segreto Vaticano, Segreteria, Nunziature, 1833, busta 99-100; _Archivi parrocchiali esistenti nelle Chiese di: Arquata, Acquasanta Terme, Castel Trosino, Chiesa del Carmine (AP), Ceraso, Farno, Fleno, Lisciano (AP), Montegallo, Mozzano, Piedicava di Acquasanta, Pascellata, Rocca Monte Calvo, San Gregorio, Santa Maria a Corte, Valle Castellana, Venarotta, 1750 - 1870; _Enrico Liburdi, La rivoluzione del 1831 nelle Provincie di Fermo e Ascoli, Macerata, 1935; _Domenico Spadoni, Il Governo pontificio ed i primi processi carbonici marchigiani. Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia patria per le Marche, 1916.  
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Giuseppe Baiocchi del 20-06-2021

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Rivale di La Fayette e di Lauzun, precursore di La Rochejaquelein, il marchese de La Rouërie aveva più ingegno di loro: si era battuto più spesso del primo; aveva rapito delle attrici all’Opéra come il secondo; sarebbe diventato compagno d’armi del terzo. In Bretagna, frugava i boschi in compagnia di un maggiore americano e di una scimmia seduta sulla groppa del cavallo. Agli studenti di diritto di Rennes piaceva, perché era ardito nell’agire e libero nel pensare: era stato uno dei dodici gentiluomini bretoni rinchiusi nella Bastiglia. Aveva corporatura e modi eleganti, un’aria audace, un volto affascinante, e somigliava ai ritratti dei giovani signori della Lega. Queste poche righe, del letterato francese R. A. de Chateaubriand (1778 - 1848), possono inquadrare bene lo spirito di quest'uomo, dalla vita incredibile.
[caption id="attachment_12425" align="aligncenter" width="1000"] Jean Fréour, Statua della Rouërie (1993) - Fougères, Ille-et-Vilaine, Bretagna, Place Aristide Briand (Square des Fusillés),[/caption]
Per capire quanto perse la Francia durante le guerre di Vandea (1793-95-99-1815), è bene conoscere gli uomini singolarmente, tentare di tracciare – per quanto difficile – un percorso di completezza ad un periodo storico complicato. Tra i diversi generali, sicuramente un posto speciale merita il marchese de la Rouërie (1751 - 93). In un secolo generoso di grandi destini, pochi uomini avevano conosciuto tanta gloria e tanta disperazione, tanta elevazione e tanta umiliazione che questo signore bretone. Il bicentenario dell’indipendenza americana ha portato gli storici a riscoprire l’eroe dei due mondi, ingiustamente immerso nell’oblio nonostante il lavoro di Gosselin Lenotre (1855 - 1935).
Quando venne a stabilirsi definitivamente nella sua terra a Rouërie, vicino a Fougères, il colonnello Armand – come amava farsi chiamare – fu preceduto lì dalla fama delle sue brillanti imprese belliche, come anche dai frammenti di una giovinezza turbolenta. Nato il 13 aprile 1751, presso l’Hôtel de la Belinaye, Charles-Armand Tuffin de la Rouërie era figlio di Anne-Joseph-Jacques Tuffin, cavaliere e conte di La Rouërie e Dame Thérèse de la Belinaye.
A diciassette anni, partito per Parigi e messosi sotto l’egida di suo zio Charles de la Belinaye, mentore poco serio, entrerà nel corpo della Guardia francese della Maison du Roi. Difatti poco dopo, il giovane si era già invaghito di una attrice da operetta, Marie-Anne-Florence Bernardy-Nones (Miss Beaumesnil, 1766 - 1818), che da donna di mondo, gli dimostrò la follia di un simile progetto.
Il giovane, disperato, corse a chiudersi in un piccolo villaggio fuori Parigi, La Trappe, con la ferma intenzione di finire lì i suoi giorni. Non resistette una settimana, che riprese immediatamente la sua vita dissoluta a Parigi. Le sue goliardate furono memorabili: ha ballato una danza classica sul palcoscenico dell’Opera, ha avuto litigi, duelli, ha contratto debiti, e fortificato da questi talenti e dai suoi straordinari precedenti, non esitò a chiedere al conte de Ranconnet de Noyan, il suo vicino, la mano di una delle sue figlie. Nessuno del “bel mondo” fu sorpreso nell’apprendere il diniego del vecchio Tenente-generale.
Qualche tempo dopo, a seguito di una lite con il conte di Bourbon-Busset, cugino del re, riguardo la giusta gradazione per la cottura di un pollo, lo sfidò a duello; La Rouërie ferì il suo avversario, che morì dopo dieci giorni; il Re, informato del fatto, si arrabbiò e minacciò di impiccare La Rouërie che decise di porre fine alla sua vita. Per sfuggire alla corda, si somministrò l’oppio, ma la dose non fu sufficiente e ripresosi, fuggì a Ginevra, nella placida Svizzera.
Da lì fece spedire le sue dimissioni dalla compagnia di Radepont da Tenente della Guardia; dopodiché, dopo aver salutato sua madre, partì improvvisamente per il Nuovo Mondo, l’America, cedendo alla febbre contagiosa della libertà che ammaliò poi molti nobili. Prese tre domestici e lasciò in Francia un figlio a cui aveva dato il suo nome.
La traversata durò due mesi. Appena raggiunte le coste, la nave che trasportava Armand de la Rouërie fu attaccata da una fregata inglese. Lo scontro portò la distruzione dell’imbarcazione e il marchese, completamente nudo, si vide costretto – con i suoi tre domestici – ad arrivare a riva a nuoto. Era la fine dell’aprile del 1777, poco prima che arrivasse il talentuoso La Fayette a dare manforte a quegli inglesi ribelli che si erano auto-proclamati americani. Si era in piena guerra d’indipendenza americana (1775 - 83).
Il suo battesimo di fuoco avverrà nella battaglia di Short Hills il 26 giugno del 1777, nel quale con il grado di Colonnello, comanda una libera compagnia straniera dell’esercito Continentale.
La battaglia si concluse, tuttavia, con una sconfitta per gli americani contro gli inglesi, che erano meglio addestrati e due volte più numerosi. Il corpo di Armand viene decimato: 30 uomini su 80 vengono uccisi. Nonostante tutto, riesce a salvare un cannone, un’arma rara e preziosa per gli americani. La guerra prosegue e la sua leggenda cresce: nell’agosto del 1779 riesce a catturare John Graves Simcoe (1752 - 1806), comandante dei famigerati Queen’s Rangers, una truppa resosi celebre per le sue devastazioni. Ma l’azione più notevole di La Rouërie durante la campagna militare fu quella che fu chiamata il “Raid di Westchester”. La Rouërie comanda sia una truppa di fanteria che una di dragoni e con solo venti cavalieri, riesce nell’impresa di catturare un altro importante comandante inglese, il Maggiore Baremore capo di un corpo di partigiani lealisti, particolarmente temuti dalla popolazione1
Traslato nell’armata continentale meridionale nel 1780, la sua legione viene decimata nella Battaglia di Camden del 16 agosto, ma il suo essere bonario, allegro, coraggioso ai limiti dello spericolato, lo fecero rimanere simpatico agli americani e il nome di “colonnello Armand” divenne in breve tempo popolare come quello di La Fayette; così che François Jean de Beauvoir, marchese de Chastellux (1734 - 88) notò, nel 1780 come: «il Colonnello Armand è famoso in America per il suo coraggio e le sue capacità».
Dovendo ricostituire e riarmare la sua legione, torna in Francia per sei mesi, cercando di convincere la royal army a formare sotto il suo comando una forza armata all’interno dell’esercito continentale statunitense, ma la proposta viene rifiutata. Desideroso di riorganizzare la sua truppa, impegna le sue ricchezze e le sue terre avendo in prestito 50.000 sterline al 5% di interesse. La Rouërie acquistò così 100 selle di cuoio, 150 sciabole da ussaro, 160 paia di pistole, 975 camicie, 160 coperte, 150 paia di stivali con speroni, 320 elmetti di rame, metà dei quali con pennacchi, 4 trombe e 4 shako. Grazie ad una lettera di servizio di Washington, ottenne anche la croce di Saint-Louis il 15 maggio 1781 e la sua riabilitazione.
Di ritorno in America, prese parte all’assedio di York: in testa alle sue truppe, in mezzo a palle di cannone e fuoco d’artiglieria nemico, fu visto avanzare all’arma bianca in mezzo alla polvere da sparo che ben presto lo travolse occultandolo alla vista. Dato per morto, il marchese era vivo e vegeto: così George Washington (1732 - 99), per riconoscere il suo valore, lo autorizzò a raccogliere 50 uomini, tra i migliori dell’esercito, per rafforzare la sua compagnia completamente decimata.
Ha mostrato lo stesso coraggio ovunque: forse era, a suo piacimento, un modo per riscattare le sue follie passate. Due lettere conservate negli archivi del Ministero della Guerra, una da La Fayette, del 26 novembre 1778, l’altra dal Generale Washington, del 16 febbraio 1780, concordano di lodare «il suo illustre merito, il suo grande zelo, il suo attivismo, la sua intelligenza, prontezza e coraggio».
Terminata la campagna, lascio il nuovo mondo per ultimo, per rendere i servizi dei suoi compagni d’armi al Congresso e tornò in Francia nel 1783, da eroe, con 50.000 franchi di debito, la Croce di Cincinnatus, una scimmia e un amico, il Maggiore Chafner, un ufficiale americano che non avrebbe mai più lasciato.
Fu il ricordo del suo passato rumoroso o il tono leggermente sprezzante ed eccessivo che mise nella sua richiesta di servizio, ad impedirgli di ottenere il comando che cercava al suo ritorno? Resta il fatto che la sua richiesta fu respinta: nel vecchio mondo gli errori non si riparano.
All’inizio del 1786, La Rouërie cerca di riprendere la carriera delle armi, grazie ai suoi servizi in America, dove fu nominato colonnello, spera di ottenere una posizione equivalente all’interno dell’esercito francese. Il generale Washington raccomandò il marchese al conte Jean-Baptiste Donatien de Vimeur de Rochambeau (1725 - 1807) in una lettera del 16 maggio 1784.
Ma La Rouërie è tornato troppo tardi in Francia per beneficiare delle promozioni che sono già state concesse agli altri ufficiali. Anche Anne-César de La Luzerne (1741 - 91), ambasciatore francese negli Stati Uniti, cerca tuttavia di intervenire per suo conto.
[caption id="attachment_12429" align="aligncenter" width="1000"] Charles Willson Peale (1741 – 1827), Armand Tuffin de La Rouërie, olio su tela 1783.[/caption]
Così Luigi XVI pensò che lo avrebbe soddisfatto nominandolo colonnello di un reggimento di cacciatori di piedi. Ma non conosceva l’orgoglio bretone: La Rouërie rifiutò, egli voleva mantenere il prestigio di un reggimento di cavalleria e non concepì di servire nella fanteria. Sperando di migliorare la sua posizione agli occhi del Sovrano, discusse invano con il Ministro della Guerra Louis-Marie-Athanase de Loménie, conte di Brienne (1730 - 94), che aveva notoriamente ottenuto la stima di Washington, ed era stato nominato colonnello anche prima di La Fayette. Ottenne tuttavia unicamente l’assicurazione dall’ex Ministro della Guerra, il Maresciallo Philippe Henri, marchese di Ségur, che i suoi servizi in America sarebbero stati considerati come se fossero stati al servizio della Francia. Con un nulla di fatto, ritornò in Bretagna, costretto, a trentatré anni, a vivere pigramente nel suo Hôtel a Fougères o nel suo castello a Rouërie. La sua fortuna era, inoltre, compromessa: possedeva una passività di 65.000 franchi.
Armand fu costretto a ripensare ad un matrimonio che risanasse le sue finanze. La figlia maggiore del conte de Noyan, di cui una volta aveva chiesto la mano, aveva sposato il conte di Kersalaün. Era verso la signorina Louise Charlotte Guérin marchese di Saint-Brice2 che pose gli occhi e dalla quale fu ricambiato: una delle più belle donne e soprattutto una delle ricche ereditiere della Bretagna.
La madre del Marchese de la Rouërie, l’amico Chafner, sua cugina Thérèse de Moëlien de Trojoliff, firmarono il contratto stipulando, in regime comunitario secondo l’usanza bretone – con l’esclusione, tuttavia, dei debiti contratti prima ed eventualmente dopo il matrimonio – una successione paterna di 24.000 libbre di mobili dalla futura moglie. Il matrimonio ebbe luogo nella cappella del castello di La Motte à Saint-Brice-en-Coglès, il 27 dicembre del 17853.
Dopo tre mesi di unione, la giovane marchesa de la Rouërie si ammalò di tubercolosi polmonare. Suo marito chiamò un giovane medico di ventisette anni, il dottor Valentin-Marie-Magloire Chevetel (1758 - 1834), eminenza grigia che avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella vita del marchese. Chévetel, figlio di un onorevole dottore di Bazouges, che da bambino prestava le sue cure a Chateaubriand, aveva un aspetto gradevole, modi eleganti, spirito distinto e fece subito colpo a la Rouërie, che lo trattò da amico al pari del maggiore Chafner. Il medico, ordinò alla moglie le acque termali di Cauterets, ma la permanenza nei Pirenei non alleviò Louise Charlotte: morì dopo alcune settimane, il 18 luglio 1786, appena sei mesi dopo il matrimonio.
La morte improvvisa della giovane moglie, pose fine anche all’idea di un viaggio in Prussia con il maggiore Schaffner, per studiare la strategia militare dell’esercito alemanno-tedesco, che era particolarmente famoso.

Inattivo e rattristato, il marchese si dedica alla caccia nelle sue selvagge tenute della Bretagna. Vi erano allora in Bretagna sei foreste nere: l’ausilio dell’elemento silvano fu fondamentale per la rivolta in Vandea. La foresta di Fougères, sbarrava il passaggio fra Dol e Avranches; quella di Princé, di otto leghe di circuito; quella di Paimpont, piena di torrenti e di ruscelli, quasi inacessibile dalla parte di Baignon con una ritirata facile su Concornet; la foresta di Machecoul che avrebbe avuto Charette per bestia feroce; la foresta di la Garnache che era in mano dei La Trémoille, dei Gauvain e dei Rohan; la foresta di Broceliande, che apparteneva alle fate.

Durante questo periodo, frequentò principalmente il maggiore Schaffner e sua cugina Thérèse de Moëlien de Trojolif (1759 - 93). Queste tre persone quasi mai si lasciano, Schaffner e Moëlien si stabiliscono addirittura nel castello di La Rouërie. Talvolta è stato affermato che il marchese e Thérèse erano amanti, ma sono voci che rimasero sempre nei corridoi. Essendo diventato amico del dottor Valentin Chevetel, La Rouërie ottenne per lui un posto come medico a Parigi nella casa del conte di Provenza, fratello del Re.
La Rouërie, sempre più annoiato fu “salvato” dagli eventi che stavano per succedere in Bretagna. Il suo pensionamento sembra concludersi quando iniziò una lite governativa tra la corte di Versailles e la nobiltà bretone, sostenuta dal parlamento della Bretagna. Personaggio noto in tutta la Provincia, il “Colonnello Armand” non si lasciò scappare questa nuova interessante difesa politica per il suo popolo.
L’8 maggio del 1788, il Luigi XVI approvò gli editti di Brienne e Lamoignon, attraverso i quali annullò i poteri politici e diminuì la competenza giudiziaria dei parlamenti. Ma il parlamento della Bretagna, provincia di Stato, rifiuta la nuova applicazione regia, poiché considera tali editti contrari al trattato dell’Unione di Bretagna alla Francia del 1532. Antoine-François Bertrand conte di Molleville (1744 - 1818) intendente della Bretagna, recatosi a Rennes, per registrare gli editti in Parlamento, trova le barricate e insulti con tanto di lancio di pietre e persino alcuni colpi di pistola. La truppa furono inviate per ripristinare l’ordine, ma alcuni ufficiali, anch’essi bretoni, sono riluttanti verso la repressione. Scontri si svolgono a Rennes, ma alla fine i soldati governativi sono costretti a battere in ritirata. La nobiltà degli Stati di Bretagna firmò una petizione di massa al Re, decidendo di inviare una delegazione di dodici nobili bretoni per portare una rimostranza a Versailles. Gli chevalier scelti sono tutti celebri: i marchesi, Maurice Gervais Joachim Geslin de Trémargat (1740 - 1819), Charles Sévère Louis de la Bourdonnaye de Montluc (1737 - 98), César de Carné-Trécesson (1742 - 1825), Claude Henri du Bois de La Féronnière (1740 - 1800) e La Rouërie; i conti di Nétumières, Becdelièvre, La Fruglaye, Bedée, Cicé e Godet de Chatillon, e infine lo chevalier di Guer.
La delegazione inizia portando una dichiarazione a Henri Charles Gabriel de Thiard de Bissy, conte di Thiard (1723 - 94), comandante delle truppe reali a Rennes: «Dichiariamo infami coloro che potranno accettare alcuni posti, sia nella nuova amministrazione della giustizia, sia nell’amministrazione degli Stati, poiché non sono riconosciuti dalle leggi della Bretagna»4.
Il 5 luglio all’arrivò a Versailles, l’atmosfera era tesa: i deputati bretoni erano sgraditi. Il re rifiuta di riceverli in pubblico. Dopo aver informato il Parlamento, la delegazione rimane a Parigi, in attesa del “buon piacere di Sua Maestà”. Incredibilmente la sera del 14 luglio 1788, i deputati bretoni vengono arrestati da agenti reali provvisti di lettere con tanto di timbro reale: li aspetta la Bastiglia. Informato il parlamento della Bretagna, questo si sforza di provvedere ai loro bisogni e persino nell’assicurare loro un certo conforto. Ai prigionieri furono quindi consegnate 240 bottiglie di Bordeaux e il 21 agosto, fu affittato un tavolo da biliardo per i detenuti.
Il maggiore Schaffner scrisse una lettera al marchese de La Fayette per lamentarsi della prigione dei deputati bretoni. Gilbert du Motier rispose: «Non hai nulla da temere per il nostro amico comune, se non la noia della prigione e ho motivo di credere che la situazione non durerà molto. Le sofferenze di Armand, per il suo paese, aumenteranno la sua fama e gli manterranno un rispetto pieno di onore nell’assemblea generale»5.
[caption id="attachment_12432" align="aligncenter" width="1000"] Château de la Rouërie à Saint-Ouen-la-Rouërie ©-Sten-Duparc - Originariamente basato sulle fondamenta di un'antica rocca dell'XI secolo, il castello fu costruito in diverse campagne, principalmente nel 1624, 1730, 1824. Proprietà del marchese Armand Tuffin de la Rouërie. La madre del marchese, nata Thérèse de la Belinaye, decise prima della sua morte nel 1808, di vendere l'intera tenuta , che fu rilevata nel 1813 da Georges-Bourges du Pré de Saint-Maur. La famiglia Barbier du Mans de Chalais è proprietaria del castello dal 1822, per acquisizione della famiglia du Pré de Saint-Maur.[/caption]
Il 25 agosto 1788, il ministero guidato da Étienne-Charles de Loménie de Brienne cadde, causando il rilascio dei dodici deputati lo stesso giorno. Il ritorno in Bretagna, e in particolare a Fougères per il marchese La Rouërie, è un trionfo. Le parole di La Fayette si avverano: Armand è uno degli uomini più popolari di Bretagna, la sua fama lo precede. Ma la discordia, che avrebbe portato il Paese alla rovina, non era ancora finita. Apparve un altro spettro, questa volta interno, che si opponeva ai deputati della nobiltà a quelli del Terzo Stato. Così come ampiamente descritto da Chateaumbriand in Memorie d'Oltretomba, gli Stati della Bretagna, convocati nel dicembre del 1788, si conclusero in un conflitto armato che portò ad un nulla di fatto.
Il 26 gennaio, un giovane leader studentesco Jean Victor Marie Moreau (1763 - 1813), rimasto celebre in seguito per un tradimento militare contro Napoleone, già capo degli studenti della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Rennes – dove insegnava il liberale Jean Denis, conte di Lanjuinais (1753 - 1827), Isaac René Guy Le Chapelier (1754 - 94) e Louis-Jérôme Gohier (1746 - 1830) –, ebbe l’idea di costituire un Club bretone, e con un una rivolta armata studentesca, assalire gli Stati Generali per costringere i nobili ad accettare le clausole del Terzo Stato.
Ma quello che Moreau non si aspettò fu certamente la reazione dei nobili, che armi alla mano uscirono dall’assemblea il 27 gennaio. La Rouërie, ovviamente, è il primo ad uscire spada al vento fuori dal convento. Quel gruppo folto di nobili vedeva anche un giovane Chateaumbriand bagnarsi del suo primo sangue e diventare poi il poeta guerriero emigrato nelle armate dei Prìncipi.
Certamente la vista del mito La Rouërie, che avanzava alla loro testa, non sconcertò solo gli stessi giovani rampolli bretoni, ma anche e soprattutto gli studenti con i quali era diventato personaggio noto e popolare. Ci furono morti e feriti e i nobili forzarono il blocco. La data di apertura degli Stati Generali a Parigi si stava avvicinando e La Rouërie ambiva ad essere eletto deputato. Ma quando presentò la sua candidatura a Rennes, incontrò l’opposizione del resto della Nobiltà. In effetti, la noblesse e l’alto clero della Bretagna si decisero di disertare, per protesta, gli Stati Generali che di lì a poco si sarebbero tenuti. Secondo loro, l’ordinanza di Necker, che come spiegato, aveva abilmente regolato la modalità delle elezioni per gli Stati Generali, non tiene conto delle leggi e dei costumi della Bretagna. Inoltre, la nobiltà intende protestare contro l’aumento dei deputati che il Parlamento ha concesso al Terzo Stato. La Rouërie è uno dei rari nobili bretoni ad opporsi a questa misura. Tentò di convincere, quasi uno per uno, tutti i nobili membri del Parlamento, ma senza successo.
Un uomo, “il Colonnello Armand” davvero singolare, che ispira simpatia: liberale, combattente per gli Stati Uniti, ammiratore della Rivoluzione Americana, legato al governo repubblicano statunitense, in Francia rimane ferocemente un realista. Perché? Il motivo è semplice: è un uomo mosso dagli ideali politici, che sono sempre legati alla storia e alla tradizione di un Paese. Come è vero che un asino non è un cavallo, così il giovane Stato americano, non assomigliava al Regno di Francia, che con tutti i suoi errori, doveva conservare la figura del Sovrano. Se si può esprimere un paragone, questo può essere fatto con le idee vicine a quelle dello statista e filosofo inglese Edmund Burke (1729 - 97), controrivoluzionario di tendenza liberale, che in seguito avrebbe scritto le sue “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”.
Infastidito di non poter partecipare alle Tenute Generali, il marchese tornò a Saint-Ouen-la-Rouërie, ma continuò comunque a seguire gli eventi a Parigi e Versailles. Si ripete anche per lui, il profilo ideologico di tutti gli uomini che presero parte alla controrivoluzione vandeana: anche La Rouërie ambiva ad una Monarchica Costituzionale. Sebbene favorevole alle riforme, la piega che gli eventi prendono lo rattrista molto. Molto legato ai diritti della provincia della Bretagna, disapprova totalmente l’istituzione dell’Assemblea Costituente che soppianta i parlamenti locali. Credeva che i poteri del Re dovessero essere limitati dai parlamenti provinciali e non da un’unica assemblea seduta nella capitale. Abbastanza indifferente alla presa della Bastiglia, si oppose in particolare agli eventi della notte del 4 agosto, dove, con l’accordo dei deputati bretoni del Terzo Stato, tutte le leggi, gli statuti e le usanze speciali della Bretagna, erano considerate unicamente dei privilegi e vengono rimosse.
Irritato e profondamente deluso dalla Rivoluzione francese, incapace di opporsi agli eventi della storia che lo sommergono, La Rouërie pensa anche di emigrare negli Stati Uniti, ma scappare non sarebbe stato da lui. Cominciò a frequentare uno dei suoi vicini, il conte Louis-René conte di Ranconnet-Noyan (1730 - 1810), un antico Signore che viveva a La Mancelière, nel Baguer-Pican, il quale condivideva le idee del marchese. Dalle loro discussioni, nascerà l’idea di dare vita ad una associazione per la difesa delle leggi specifiche della Bretagna.
A metà dell'anno 1789, La Rouërie scrive al suo amico George Washington, dove gli espone i suoi propositi: «Gli eventi in questa parte del mondo non stanno andando come le persone oneste e imparziali vorrebbero. Eccellenza dovete aspettarvi notizie molto angoscianti sotto questo punto. Temo due grandi mali per questo paese: l’anarchia e il dispotismo. […] Ogni spirito qui si afferma genio e crede di essere un legislatore. Uomini di spirito, li abbiamo. Uomini di conoscenza, virtuosi delle arti e delle scienze, li abbiamo. Ma uomini straordinari per la profondità delle loro opinioni e la loro devozione al bene pubblico, questi non li abbiamo. La nobiltà si aggrappa ai loro diritti di nascita. Per quanto riguarda il clero, avrebbe combattuto se avesse avuto più coraggio e meno figli naturali. […] Mio caro generale, non è così che voi e il vostro Paese avete ottenuto la libertà»6.
In un’altra lettera a Washington, che nel frattempo divenne presidente degli Stati Uniti, risalente all’agosto del 1790, scrive: «Ho mantenuto tutti i miei amici del passato, tranne quelli che hanno un posto nella nostra Assemblea Nazionale, che disprezzo profondamente, qualunque parte scelgano, perché hanno tutti tradito la loro carica»7.
Il 22 marzo 1791 a Fougères, il marchese de La Rouërie ricevette la visita di François-René de Chateaubriand che doveva partire per l’America. La Rouërie gli scrisse una lettera di raccomandazione per Washington: sarebbe stata l’ultima corrispondenza effettuata dal marchese al Presidente degli Stati Uniti.
La soppressione delle particolari leggi della Bretagna indigna soprattutto la nobiltà, che rimpiange fortemente la sua assenza agli Stati Generali di Parigi. All’inizio del 1791, René-Jean de Botherel du Plessis (1745 - 1805), procuratore generale sindacale degli Stati della Bretagna, denunciò le misure dell’Assemblea costituente.
«Dichiariamo solennemente, in nome e per la felicità del popolo bretone, che la cosiddetta Assemblea Nazionale è illegalmente costituita, ed è contraria alla costituzione e ai diritti e delle franchigie della Bretagna, poiché tende a sovraccaricare questa di tasse come già avvenuto nelle altre parti del Regno […] e adottiamo tutte le precauzioni prese e da prendere per annullare, e ripristinare la maestosità del Trono e mantenere i diritti della provincia che nessuna autorità può distruggere e dalla quale potrebbe essere spogliata solo dall’ingiustizia e dalla malafede»8.
[caption id="attachment_12433" align="aligncenter" width="1000"] Un agente dei principi durante la Rivoluzione: il marchese de la Rouërie e la congiura bretone 1790-93, secondo documenti inediti di Lenotre, G., (1855-1935) del 1901.[/caption]
Per tutto l’anno 1790, La Rouërie lavorò per convincere i suoi conoscenti ad unirsi all’Association bretonne (Associazione bretone), rivolgendosi a nobili e personalità influenti del popolo. Cerca soprattutto di limitare l’emigrazione dei nobili, ma senza molto successo, arrabbiandosi con coloro che gli avevano promesso aiuto, come de Botherel du Plessis, e che infine emigrarono. La Rouërie inviò così una prima lettera al Charles-Philippe conte di Artois (futuro Carlo X di Francia, 1757 - 1836), all’epoca capo dell’emigrazione francese in Inghilterra: «Sarebbe necessario, Monsignore, opporsi al numero crescente di emigranti. In Inghilterra non servono a niente; mentre qui, nelle province, possono riguadagnare la loro influenza familiare e, se necessario, combattere con gli uomini a loro devoti. Potrebbero esserci attacchi isolati contro la loro gente, ma più siamo visti come numerosi e determinati, meno cercheranno di attaccarci»9.

Affinché questa associazione ottenga la vera legittimità, deve essere approvata dal Re. Ma Luigi XVI è considerato dai realisti un prigioniero dei rivoluzionari. La Rouërie decide quindi di rivolgersi al conte di Artois, fratello del re, poi emigrato a Coblenza nel Sacro Romano Impero degli Asburgo. La Rouërie salpò così per Saint-Malo alla volta dell’Inghilterra nel maggio 1791, accompagnata dal maggiore Schaffner, Teresa di Moëlien, sua cugina Gervais Marie-Eugène Tuffin de La Rouërie e tre dei suoi domestici. Dopo un breve passaggio attraverso l’Inghilterra, i viaggiatori raggiungono Ostenda, arrivando a Coblenza il 20 maggio, quindi vanno a Ulm dove vengono accolti dal conte di Artois. Quest’ultimo dà la sua approvazione al progetto, ma non avendo denaro sufficiente con sé, non può fornire i fondi necessari. Tuttavia, raccomanda di contattare Charles Alexandre de Calonne, il quale diede dei preziosi suggerimenti inerenti l’organizzazione dell’associazione, in particolare sulla necessità di reclutare un tesoriere e un ufficiale di collegamento. Il “Colonnello Armand” non ama gli emigrati, tuttavia trova reclita tra loro una sua vecchia conoscenza americana: lo chevalier Jean-Baptiste Georges de Fontevieux (1759 - 93), uno dei suoi ex-ufficiali. Fontevieux, originario del Palatinato-Deux-Ponts, è di origine franco-tedesca. Antrò nell’Associazione, accettando di diventare ufficiale di collegamento e responsabile della trasmissione di spedizioni e posta tra Coblenza e la Bretagna.

Dopo aver sbrigato la pratica burocratica con il Conte d’Artois – un documento firmato che conferma il suo accordo sulla creazione dell’Associazione –, i bretoni riattraversano il confine e ritornano in Francia. Il documento, cucito in una cintura, è indossato da Thérèse de Moëlien. Mentre i bretoni viaggiano attraverso la Lorena, il re Luigi XVI e la sua famiglia, in fuga, vengono arrestati a Varennes, non lontano da lì. I bretoni conosceranno questo luogo durante il loro tragitto. Fatalità, arrivarono a Parigi il 25 giugno del 1791, il giorno stesso del ritorno del Re nella stessa città. Alla ricerca di un posto dove trascorrere la notte a Parigi, La Rouërie va con i suoi compagni dall’amico Valentin Chevetel che li ospita. Con l’amico medico discute come sempre di politica, poiché fin dalla loro conoscenza si erano ritrovati nelle idee liberali. La Rouërie, in serenità, gli espone i suoi piani senza il minimo sospetto. Tuttavia, il povero marchese non poteva sapere che l’ideologia di Chevatel era cambiata radicalmente per causa della rivoluzione.
Vicino al Club dei cordiglieri, divenuto ardente patriota, era vicino a Marat e Danton. Astutamente accogliendo La Rouërie e i suoi compagni a casa sua, sta attento a non condividere le sue idee politico-rivoluzionarie con i suoi ospiti. All’inizio, l’Association bretonne fu semplicemente un’organizzazione civica di persone oneste contro estremisti rivoluzionari, ma l’evoluzione della Rivoluzione portò l’associazione a divenire un apparato militare organizzato, già all’inizio del 1792.
Di ritorno in Bretagna, La Rouërie riporta il potere concesso dal conte di Artois: «Essa è molto lontana da qualsiasi progetto tendente al dispotismo, i suoi princìpi sono fortemente contrari al governo arbitrario e ambiscono unicamente a rimettere il re in una posizione di forza per rafforzare le basi della monarchia, donando felicità al popolo, ed esercitando un’autorità temperata dalle leggi che ristabiliranno la vera Costituzione francese che può essere facilmente riconciliata con una ragionevole libertà; L’aiuto dato è di carattere gratuito; la restaurazione dell’ordine non prevede smembramenti o perdite delle province; uno dei primi effetti della controrivoluzione sarà quello di ripristinare le province nei loro diritti ereditari e di restituire loro gli Stati, la cui convocazione avverrà nel momento stesso in cui il ritorno del buon ordine sarà nuovamente consentito; che risparmieremo il più possibile i mezzi repressivi; quella forza sarà usata solo per reprimere la ribellione testarda; inoltre tutti coloro che, al momento della pubblicazione del Manifesto, rientreranno nella fedeltà regia, saranno assolti dalla precedente condotta intrapresa, a patto che questa non sia stata macchiata da un grande crimine che non possa essere rimosso. In tal caso il procedimento giudiziario, sarà giudicato in base alle leggi e alle forme giudiziarie del Regno»10.
Successivamente, l’associazione riceve anche il sostegno del conte di Provenza, il futuro Luigi XVIII, anch’egli emigrato. Il 4 ottobre 1791, scrive con la sua notoria affabilità: «Potete, signore, assicurarvi da parte mia che il marchese La Rouërie è stato incaricato direttamente dal conte di Artois sui punti statutari dell’Associazione, proposta unicamente per il bene della provincia di Bretagna. Non esito ad unire la mia approvazione a quella di mio fratello e che, conoscendo i sentimenti e la condotta saggia di M. de La Rouërie, esso merita di avere la nostra fiducia e il nostro appoggio a quello che mio fratello ha già concesso. Vi esorto nel continuare il supporto a questa organizzazione, che ci vede già condivisori»11.
La Rouërie decise quindi di organizzare l’associazione. In ogni città del vescovato furono collocati sei commissari e un segretario dell’associazione dei tre Stati. L’amministrazione è detenuta da due segretari Deshayes e Joseph Marie Loaisel de Tréogate (1752 - 1812), mentre il tesoriere sarà colui che tristemente si rese celebre come l’eroe dell’affare di Nancy12, Antoine-Joseph-Marc Désilles (1767 - 90); due uomini, Henri, un oste di Saint-Servan e Vincent sono responsabili dei collegamenti con l’isola di Jersey.
Gli uomini ricevettero così la consegna, attraverso l’Inghilterra, di argento, 6.600 fucili, polvere nera, 300 uniformi complete e 4 cannoni. Viene organizzata l’assunzione dei volontari e si cerca il sostegno delle guarnigioni della Guardia Nazionale. Per regolare i ranghi, si adatta una metodologia davvero innovativa e inusuale. Difatti le truppe si formano, così come i gradi militari, in base alla «quantità numerica di uomini che ciascuno candidato potrà fornire. Chiunque fornisca venti uomini d’armi verrà graduato; trenta, sarà un sottotenente; quaranta, tenente, e così via. Tutto ciò avviene senza richiedere nessun rango di nobiltà per nessun grado e senza dar peso al ceto sociale».
La Rouërie trova sostegno anche tra la popolazione bretone, molto delusa dalla Rivoluzione. Dopo un periodo iniziale favorevole ad essa, adesso è anche fortemente ostile alla Costituzione civile del clero. Sebbene non particolarmente pio, La Rouërie è cattolico. Respinse la Costituzione civile del clero e lo fece con decisione nel manifesto dell’Associazione che stava preparando: «Non possiamo nascondere il fatto che il malcontento popolare si sta diffondendo sempre di più; l’alienazione generale che il popolo mostra per i sacerdoti costituzionali, unita alla stessa diserzione generale della vera chiesa di Roma, che si unisce fin troppo chiaramente al desiderio della grande maggioranza del popolo, contrario alla legge che ha diviso perfino la vecchia chiesa e ha spazzato via il clero francese, senza alcun motivo di pubblica utilità»13.
Denuncia anche, dopo l’abolizione degli Stati di Bretagna, un aumento della povertà e un aumento delle tasse ora tre volte più elevato. «Non possiamo più nascondere che la miseria pubblica sta peggiorando di giorno in giorno, che il commercio sta languendo sempre di più; lasciare che le antiche risorse del popolo vengano spazzate via; e che, tuttavia, […] persino la religione diventa per lui la questione di una nuova tassa»14.
La Rouërie porta con sé tre aiutanti di campo: Aimé Casimir Marie Picquet, chevalier du Boisguy, (detto Bois-Guy 1776 - 1839), di soli quindici anni, Michel-Alain de Limoëlan (1734 - 93) e suo cugino Marie Eugène Charles Tuffin de La Rouërie (1765 - 96), elemento prezioso per i contatti con il porto di Saint-Malo per i collegamenti con i prìncipi emigrati in Inghilterra.
Altri nobili, che in seguito si sono distinti nelle guerre delle Chouannerie, si sono uniti allo Stato Maggiore dell’associazione bretone: Amatore-Jérôme Le Bras des Forges de Boishardy (1762 - 95), Charles Olivier Marie Sévère conte di la Bourdonnaye-Montluc (1766 - 1859), Toussaint du Breil, visconte di Pontbriand, (1776 - 1844), Vincent de Tinténiac (1764 - 95), Sébastien de la Haye, conte di Silz (1756 - 95), Louis-Anne Pontavice (1766 - 93), Jean du Buat, Charles-Edouard de La Haye-Saint-Hilaire (1775 – 1807), Louis Joseph Bénigne de La Haye-Saint-Hilaire (1766 - 1838), Auguste Hay de Bonteville (1775 - 1846) e il principe de Talmont. Se persone di umili origini, come Pierre Guillemot (1759 - 1805) e René Guiheneuf (1746 - 93) si uniscono all’Associazione, la maggior parte dei soci proviene dall’aristocrazia.
Quando il 20 aprile 1792, la Monarchia Costituzionale che vigeva ancora in Francia dichiarò guerra all’arciducato d’Austria del Sacro Romano Impero, che ricevette lo stesso giorno, il sostegno del Regno di Prussia e dell’esercito degli emigrati di Condé. Quando la prima coalizione contro i giacobini è formata, l’Association bretonne è pronta per il combattimento, con una forza di 10.000 soldati.
Da parte loro, i rivoluzionari nel paese di Fougères, intimiditi, non sanno davvero come agire. Sospettano che il marchese mantenga uomini armati e che si svolgano manifestazioni, ma non possiedono prove necessarie. Inoltre, “il Colonnello Armand” non ha mostrato alcun desiderio di conquista, ma pubblicamente presenta la sua associazione come votata alla difesa dal brigantaggio.
Per quanto riguarda Valentin Chevetel, il suo amico dottore, ha ancora le sue amicizie in ciascuna delle due parti, ma tende a non informare più di nulla il suo vecchio amico. Così fino al maggio 1792, le autorità patriottiche del paese non intrapresero alcuna azione contro il marchese o i membri della sua associazione.
Alla fine dello stesso mese, un apparente raduno di diverse decine o centinaia di persone, che vede riuniti tutti i capi dell’associazione, si svolge a Saint-Ouen-la-Rouërie, presso il castello del marchese. Il giorno successivo, gli amministratori dei comuni di Saint-James e Pontorson segnalarono al distretto di Avranches che era in programma un complotto nel castello di La Rouërie. Il sindaco di Saint-Ouen-la-Rouërie Thomas de Lalande, finora tiepido nell’iniziativa, si decide ad intervenire, rivolgendosi al generale Augustin René Christophe de Chevigné (1737 - 1805) di Rennes che ordinò una perquisizione. Il 31 maggio, guidato da Varin e Hévin, membro del consiglio di amministrazione del dipartimento di Ille-et-Vilaine, 400 uomini, penetrarono nel castello del marchese, ma la ricerca fu infruttuosa: il castello era vuoto, tranne alcuni servi e la scimmia che certamente spaventa i soldati. Non viene trovato nulla di compromettente, nessun documento, nessuna arma. I soldati battono la campagna circostante in cerca di prove, senza alcun risultato.
Durante questo periodo, i suoi collaboratori si disperdono. Prevedendo il disastro, La Rouërie trasmette tutti i suoi documenti a Jean du Buat, il quale fuggì in Inghilterra con altri aristocratici dell’Associazione. L’importanza dei documenti affidati, come il documento del duca d’Artois, mostra la fiducia tra i membri. La Rouërie si rifugiò quindi a Mayenne, nel castello di Launay-Villiers, che appartiene a uno dei suoi amici, il cavaliere di Farcy. Cambiando dipartimento sfugge dalla giurisdizione di Ille-et-Vilaine. La Rouërie adotta il falso nome di “Monsieur Milet”, un commerciante di vini presso Bordeaux. Rimane tuttavia in contatto con Schaffner, Moëlien, Fontevieux, Gervais e du Pontavice. Ora deve solo attendere il segnale pianificato per scatenare la rivolta. Ai margini del parco del castello di Launay-Villiers si trova la foresta di Misedon. Questa foresta era la tana di Jean Cottereau (detto Jean Chouan 1757 - 94) e i suoi uomini che avevano preso il nome di Chouans15. Ma da dove deriva questo nome? Ebbene Jean Cottereau e i suoi fratelli ereditarono tutti il cognome Chouan già dal padre, un mercante di zoccoli di Saint-Berthevin a Mayenne, al confine con la Bretagna. Il soprannome ha avuto origine dal suo talento per impersonare il grido del gufo bruno (chouette in francese), chiamato così anche nell’antico francese (chat-huant), una designazione sopravvissuta nell’Ovest dalla lingua d’oïl, il dialetto parlato in Mayenne. Il loro nonno praticando, di nascosto al Signore, la caccia di contrabbando, usava il suono del gufo come segnale di avvertimento per i suoi compagni nel caso di intrusi all’interno del bosco.
Verso la fine di settembre del 1792, avviene un’altra ricerca del famigerato ex Colonnello La Rouërie. A Mayenne, alcune truppa di guardie nazionali, provenienti da Andouillé, La Brûlatte, La Baconnière e Saint-Germain-le-Guillaume non trovando nuovamente il sospetto, decidono di saccheggiare il castello di Fresnay e il castello di Villiers. Avvisati, i contadini di Launay-Villiers e Bourgon si radunarono a Launay-Villiers, un luogo che il marchese aveva appena lasciato dopo essere rimasto lì illegalmente per tre mesi.
[caption id="attachment_12435" align="aligncenter" width="1000"] Incisione del marchese de la Rouërie.[/caption]
Al cavaliere Jacques de Farcy, proprietario del castello di Villiers, che chiese agli insorti di non andare a perdere la vita per la sua proprietà, i contadini replicarono che dopo i castelli dei nobili, sarebbero state le loro fattorie a essere bruciate dai patrioti. Decidono quindi di continuare la loro azione punitiva e si dirigono verso Bourgneuf. Uno degli agenti di La Rouërie, Jean-Louis Gavard, comandato da Jean Chouan, prese quindi il comando degli insorti. I contadini partirono immediatamente alla ricerca delle guardie nazionali, che raggiunsero a Bourgneuf-la-Forêt la sera. Quest’ultimi vengono sconfitti con la perdita di 18 morti. Fonti riportano di uno sconosciuto apparso improvvisamente durante la battaglia con una scimmia al seguito, che preso il comando dei vandeani, li lasciò solo a vittoria conseguita. Essendo Cottereau iscritto alla l’Association bretonne, tutto suggerisce che l’uomo in questione potrebbe essere La Rouërie.
Il giorno dopo, le truppe regolari della città di Laval, accorse per porre fine all’insurrezione, ricevono un’altra imboscata nei pressi dello stagno de la Chaîne. Il combattimento di Bourgneuf-la-Forêt ebbe sarà il primo combattimento che precederà la Chouannerie.
Più tardi, i rivoltosi, applicarono alle loro insegne un curioso “scudo araldico” della rivolta delle Chouannerie. Lo stemma reale dei Re di Francia, veniva infatti sorretto da un gufo per lato, con un doppio motto: In sapientia robur sic Reflorescent16.
Il contadino bretone avrà due punti d’appoggio: il campo per il nutrimento e il bosco per l’occultamento. Sarebbe difficile oggi far comprendere cosa poteva signifiare e soprattutto cosa era la foresta per un bretone: erano città. Le sterminate boscaglie sarebbero state dei nidi di immobilità e di silenzio; se si fosse improvvisamente diboscato una di queste foreste, durante le guerre di Vandea, sarebbe comparso un brulichio di uomini.
L’ingegno dei bretoni fu tale che usarono all’interno delle foreste dei pozzi rotondi e stretti, mascherati al di fuori da coperchi di pietra e di fronde, verticali e orizzontali, che si aprivano in terra a forma di imbuto e terminavano in camere tenebrose. Una delle radure più selvagge del bosco di Misdon, fu traforata da gallerie e da loculi dove andava e veniva un popolo misterioso, veniva chiamata «la grande città». Una radura non meno deserta al di sopra e non meno abitata al di sotto si chiamava «la Piazza reale».
Questa vita sotteranea durava da moltissimo tempo in Bretagna. Dal tempo dei druidi risalivano le cripte, le quali erano antiche come i dolmen. Per sfuggire si erano rifugiati prima nelle foreste poi sotto terra. Risorsa delle bestie, questi covi erano ancora pronti nei boschi quando la rivoluzione scoppiò. La Bretagna si rivoltò trovandosi oppressa da questa liberazione forzata.
Il sottosuolo di tali foreste era una specie di madrepora traforata in tutti i sensi da un labirinto sconosciuto di cellule e di gallerie. Ognuna di quelle cellule cieche dava asilo a cinque o sei uomini. Difficile era respirarvi. In Ile-et-Vilaine, nella foresta del Pertre, asilo del principe di Talmont, non si sentiva un soffio, non si notava una traccia di uomo e vi si sarebbero trovavano seimila uomini; con Focard nel Morbihan, nella foresta di Meulac, non si vedeva nessuno, e vi si nascosero ottomila uomini. Battaglioni invisibili stavano all’agguato. Questi eserciti ignorati sarebbero serpeggiati sotto gli eserciti repubblicani, uscivano ad un tratto da terra e vi rientravano, balzavano innumerevoli e scomparivano, dotati del potere di ubiquità e di quello di disperdersi, valanga, polvere, colossi con la possibilità di rimpicciolirsi, giganti per combattere, nani per scomparire. Giaguari con i costumi di talpe.
Non vi erano solo le foreste, vi erano i boschi. Come al di sotto delle città vi sono i villaggi, al di sotto delle foreste vi sono le boscaglie. Le foreste erano collegate fra loro dai labirinti, dappertutto sparsi, dei boschi. Gli antichi castelli, che erano fortezze, i villaggi che erano accampamenti, le fattorie che erano recinti fatti di imboscate e di trabocchetti, pieni di burroni, di fossati e di palizzate di alberi erano le maglie di quella rete dove rimarranno impigliati gli eserciti repubblicani. Quell’insieme era quello che veniva chiamata la Bocage. Le donne vivevano nelle capanne, gli uomini nelle cripte. Utilizzavano per questa guerra le gallerie delle fate e i vecchi passaggi celtici. Portavano da mangiare agli uomini nascosti sottoterra. Alcuni, dimenticati, morirono di fame. Abitualmente il coperchio fatto di muschio e di fronde era composto con tanta arte che era impossibile distinguerlo dal di fuori fra l’erba ed era molto facile ad aprirsi e chiudersi dall’interno. Questi covi erano scavati con cura. La terra tolta dal pozzo veniva gettata in qualche stagno vicino. La parete interna e il pavimento erano tappezzati di felci e di muschio. Chiamavano quei rifugi «il palco». Risalire fra i vivi senza precauzioni e uscire di terra senza scopo sarebbe stato il loro pericolo più grave. Potevano trovarsi in mezzo a un esercito in marcia. Boschi temibili, trabocchetti doppi. Gli azzurri non oseranno entrare, i bianchi non oseranno uscire.
Per diverse settimane, i soci attendono le direttive dei fratelli del Re. L’attesa provoca nervosismo in alcuni dei soci. Da un lato La Rouërie deve calmare l’ardore di alcuni di loro che desideravano sollevare le armi sul posto, dall’altro chiede ordini al comitato di Saint-Malo il quale vuole attendere la cattura di Parigi, da parte della Coalizione, prima di ordinare l’inizio della rivolta. Da parte sua, Valentin Chevetel arrivò, durante questo periodo, al castello di La Fosse-Hingant, a Saint-Coulomb, che apparteneva al defunto André Désilles, già quartier generale dell’Associazione. Il medico chiese di incontrare La Rouërie, il quale ancora una volta lo aggiorna, senza sospettare minimamente del suo tradimento.
L’11 agosto da una lettera ricevuta, La Rouërie apprende della notizia dell’imminente attacco degli eserciti della Coalizione anti-francese e informa tutti i comitati di prendere le armi per il 10 ottobre, data prevista per la presa di Châlons-en-Champagne, da parte degli eserciti della Coalizione. Il 19 agosto 1792, dopo aver respinto l’offensiva dei rivoluzionari, le truppe prussiane e austriache entrarono in Francia.
Preoccupato lo Chevetel ritorna a Parigi e il 2 settembre, il giorno del suo arrivo, si presenta alle 03.00 del mattino da Danton, l’allora Ministro della Giustizia. Il medico informò il rivoluzionario del pericolo rappresentato dalla Association bretonne e condivise con lui tutto ciò di cui è a conoscenza.
Tuttavia, Danton sceglie di negoziare con La Rouërie. Informato da Chevetel delle opinioni liberali del marchese, scriverà la seguente lettera: «Se tutto ciò che mi ha detto il portatore della lettera è vero, M. de La Rouërie possiede in Bretagna una base militare. Credo che, per salvare la Francia dalla brutta situazione in cui è scivolata, gli uomini non debbano ambire alla rovina del proprio Paese, ma devono riunirsi in uno sforzo comune. Non si tratta più di discussioni su princìpi più o meno condivisibili; il Trono costituzionale e l’integrità del territorio devono essere salvati. Nel probabile caso in cui la Bretagna si renda conto della realtà di quanto affermato, autorizzo il portatore della presente lettera a trattare per mio conto e per quello dei miei amici che, come me, non vogliono affondare nell’anarchia»17.
Ovviamente, vista l’avanzata delle forze della Coalizione che sembravano inarrestabili, Danton sperava segretamente – in caso di sconfitta delle armate francesi che ancora si definivano “costituzionali” –, di poter mantenere il potere grazie al sostegno del marchese de La Rouërie, invece di un ritorno dell’Ancien Régime. Nello stesso periodo il giovane Chateaumbriand, membro dell’armata dei Prìncipi, stilava un breve ritratto dell’avvocato di provincia George Jacques Danton: «Danton, più franco degli inglesi, diceva: «Noi non giudicheremo il Re, lo uccideremo». Diceva anche: «Questi preti, questi nobili, non sono colpevoli, ma debbono morire, perché sono fuori posto, intralciano la marcia degli eventi e disturbano l’avvenire». Tali parole, sotto un’apparenza di orribile profondità, non hanno nessuna grandezza di genio: esse infatti presuppongono che l’innocenza non sia niente, e che l’ordine morale possa essere separato dall’ordine politico senza farlo perire, il che è falso. Danton non credeva nei principî che sosteneva; si era rivestito col mantello rivoluzionario soltanto per arrivare al successo. «Venite a sbraitare con noi - consigliava a un giovane, - quando vi sarete arricchito, farete quel che vorrete». Confessò che, che se non si era venduto alla corte, è che questa non aveva voluto pagarlo abbastanza: sfrontatezza di un’intelligenza che si conosce e di una corruzione che si rivela senza ritegno. Inferiore, persino in bruttezza, a Mirabeau di cui era stato agente, Danton fu superiore a Robespierre, senza avere, come lui, legato il suo nome ai suoi crimini. Non aveva perso il senso religioso; diceva: «Noi abbiamo distrutto la superstizione per instaurare l’ateismo». [...] nell’epoca in cui si sbraitava: «Viva l’inferno!», in cui si celebravano le allegre orge del sangue, dell’acciaio e del furore, in cui si brindava al niente, in cui c’era chi ballava tutto nudo la tarantella dei trapassati, per non avere il fastidio di doversi spogliare al momento di andarli a raggiungere; in quell’epoca bisognava, in conclusione, spingersi fino all’ultima festa, all’ultima facezia del dolore»18.
Il giorno successivo, Chevetel parte per la Bretagna. Al suo arrivo presso lo Château de La Fosse-Hingant fu ricevuto di nuovo da La Rouërie. Louis du Pontavice, allora spia parigina, aveva scoperto i legami di Chevetel con i cordiglieri e ne aveva informato il marchese. Chevetel, tuttavia, non negò i suoi rapporti con Danton, mostrando la lettera con la quale affermava falsamente di aver convinto il Ministro della Giustizia verso il mantenimento della Monarchia Costituzionale, che già traballava. Da uomo d’onore La Rouërie vuole credere al suo amico e si scusa per i suoi sospetti, congratulandosi con Chevetel, facendo rimanere basiti gli altri membri dell’associazione.
La rivolta è imminente, così La Rouërie sta realizzando i manifesti per le città e i villaggi: «Cittadini. [...] appaio in mezzo a voi, alla testa di una forza imponente, nel nome e sotto gli ordini dei prìncipi, fratelli del Re. State tranquilli, sono armato solo per difendere il vostro popolo e le vostre proprietà. E voi bretoni, miei cari amici, voglio aiutarvi a recuperare solo le vecchie franchigie e gli antichi diritti che erano allo stesso tempo il baluardo più solido della vostra libertà politica e religiosa, in quanto organo garante più sicuro della vostra pace interiore e della vostra prosperità che esso produce». Ma a spegnere le fiamme dell’entusiasmo ci penserà la sconfitta degli eserciti della Convenzione a Valmy, il 20 settembre 1792, a soli 35 chilometri da Châlons. Le truppe della coalizione si ritirano, riattraversano il confine e lasciano la Francia. Il 22 settembre, la monarchia fu rovesciata e la Repubblica proclamata.
Il risultato della battaglia di Valmy è un vero disastro per l’Association bretonne. Non appena la notizia trapelò, La Rouërie organizzò un incontro al castello di La Fosse-Hingant. Oltre a La Rouërie, gli unici che possono essere presenti sono Thérèse de Moëlien, Désilles, Schaffner, du Buat de Saint-Gilles, Fontevieux e Chevetel. La Rouërie, nella speranza di un’esplosione popolare realista in Bretagna, con l’aiuto di uno sbarco degli emigrati dall’Inghilterra, propose di mantenere la data del 10 ottobre per insorgere, ma grazie all’opposizione di Fontevieux, Désilles e Saint -Gilles concorda al rinvio delle operazioni fino al 10 marzo 1793. Essendo il leader dell’organizzazione gli viene consigliato di fuggire a Jersey in Inghilterra, ma rifiuta di lasciare la Bretagna.
Nel frattempo, grazie alla complicità di Chevetel, un carico di 3.000 fucili provenienti da Jersey e procurati da du Plessis vengono bloccati alla partenza. Il medico, oramai spia dei rivoluzionari, nel suo rapporto a Danton, afferma di aver convinto personalmente il governatore a ordinare l’embargo delle armi. Tornato a Parigi, il Ministro della Giustizia non ha più alcun problema nella condanna ferma dei cospiratori. Così il 5 ottobre, Danton ordinò a Chevetel di arrestare La Rouërie, insieme agli altri capi della cospirazione. Su consiglio di Philippe François Nazaire Fabre D’Églantine (1750 - 94), a Chevetel viene affiancato un uomo di nome Pierre-Bénigne Lalligand (chiamato Morillon, 1759 - 94), che aveva già avuto un ruolo contro una cospirazione a Grenoble. Subito i due uomini non vanno d’accordo e partono per la Bretagna il 7 ottobre separati. Chevetel adottò il soprannome di Latouche con i repubblicani. Ritornato al Fosse-Hingant gli fu affidata una nuova missione e sempre con Fontevieux, partì il 13 ottobre per Liegi con i fratelli del re, per ricevere notizie sulla situazione e ricevere possibili nuove linee guida.
Su consiglio di Chevetel, Lalligand rimane inattivo a Saint-Servan, in attesa del momento propizio per far scattare la trappola. La Rouërie, ricercato, vaga nelle campagne della Bretagna. Su di lui il rivoluzionario Claude Basire (1764 - 94) scrisse: «La Rouërie non ha perso nulla del suo zelo. Questo instancabile cospiratore, che raramente si riposava, correva da un castello all’altro, da un comitato all’altro per riaccendere le speranze. Vagando costantemente nei boschi o sulle colline, sempre armato, non prendeva mai le strade battute e spesso passava la notte in grotte, inaccessibili agli altri, ai piedi di una quercia o in un burrone. Tutti i nascondigli erano buoni per lui; e non sarebbe mai morto due volte nello stesso posto. Si può immaginare la difficoltà di afferrare un uomo tanto attento quanto impavido».
Dunque un maestro della guerriglia. Armand adotta il falso nome di Gasselin ed è accompagnato solo da Joseph-Anne Loaisel (1752 - 93), il suo segretario19 e Saint-Pierre, uno dei suoi servi. Questi spostamenti lo faranno allontanare sempre più dall’Ille-et-Vilaine, per concentrarsi maggiormente sulla Côtes-d’Armor.
Il 12 gennaio 1793, dopo aver galoppato nella foresta di La Hunaudaye, La Rouërie e i suoi due compagni andarono a trovare rifugio nello Château de La Guyomarais, appartenente all’omonima famiglia, nella parrocchia di Saint-Denoual. Ha nevicato quel giorno e Saint-Pierre ha la febbre.
Monsieur de La Guyomarais è membro dell’Associazione e ha già ospitato La Rouërie tre volte nei mesi precedenti. Anche questa volta, sono alloggiati in una stanza del castello, ma lo stato di Saint-Pierre non migliora. Quando arrivò il 18 gennaio Saint-Pierre si riprese, ma disgrazia volle che La Rouërie dovette ammalarsi a sua volta. La Rouërie soffriva di brividi da febbre e violenti attacchi di tosse: le intemperie lo avevano esposto ad una polmonite. La caccia all’uomo non si ferma: il 24 gennaio, la Guardia Nazionale di Lamballe fa irruzione nel castello di Guyomarais. Avvertiti da un vicino, i castellani riescono comunque a nascondere il marchese, nella fattoria di La Gouhandais, situata a cento metri dal castello. I repubblicani non scoprono nulla, ma questo trattamento fa peggiorare la sua già delicata situazione.
Il giorno successivo, Schaffner e Fontevieux arrivano a Guyomarais, portano con sé un giornale recante la notizia dell’esecuzione di Luigi XVI del 21 gennaio. Tuttavia i soci decidono di non rivelare la morte del Re al marchese, credendo che l’agitazione possa peggiorare la febbre. Costretto a letto, La Rouërie chiese tuttavia di essere di essere informato sulle notizie del processo del re, ed infine scoprirà la verità. Come previsto avrà un delirio, che gli procura un collasso. Per tre giorni, il “Colonnello Armand”, eroe dei due mondi, sarà sempre appeso tra il delirio e l’incoscienza, ma nonostante la presenza di ben tre medici, muore il 30 gennaio 1793, alle 04:30 del mattino20.
Era tuttavia necessario nascondere il corpo, il 31 gennaio, durante la notte, Schaffner, Fontevieux, Loaisel, Lemasson, il giardiniere Perrin, servi e membri della famiglia La Guyomarais, seppellirono La Rouërie nascondendosi nel bosco di Vieux Semis, che appartiene al castello. Fino alla metà di febbraio, la morte di La Rouërie rimane segreta.
[caption id="attachment_12434" align="aligncenter" width="1000"] Sulla sinistra: memoriale dedicato al marchese de la Rouërie; sulla destra: Tomba del Marchese de la Rouërie nel bosco attiguo al castello di Guyomarais.[/caption]
Poco dopo il funerale, Schaffner e Fontevieux lasciarono il maniero. Per quanto riguarda Saint-Pierre, prese i documenti e la corrispondenza del marchese e li portò a Désilles, presso La Fosse-Hinguant, dove lo informò anche della morte del capo dell’associazione. I documenti, posti in un recipiente, vengono seppelliti. Tuttavia la rivoluzione doveva compiere l’ennesimo misfatto. A fine di gennaio, Teresa de Moëlien, sapendo La Rouërie malato, scrive a Valentin Chevetel per chiede il suo aiuto, ricordando la sua professione di medico. Chevetel quindi, arrivato a La Fosse-Hinguant viene a sapere della morte del marchese de La Rouërie, nonché il luogo e le circostanze della sua morte. Chevetel trasmette immediatamente tutte queste informazioni a Lalligand-Morillon.
Il 25 febbraio, quest’ultimo, alla testa di 15 soldati repubblicani, irruppe a La Guyomarais: tutti vengono interrogati per lunghe ore nella casa padronale stessa e i suoi occupanti vengono successivamente arrestati. La famiglia La Guyomarais cerca di negare l’ospitalità, tuttavia il giardiniere Perrin cede e finisce per parlare. Si arriva allo scempio: Lalligand e alcuni soldati si recano sul punto della sepoltura, il corpo viene riesumato e Lalligand lo fa decapitare.
Quindi tornato dai La Guyomarais gettò a terra la testa di La Rouërie, che rotolò ai piedi dell’uomo, che in moto d’orgoglio affermò: «No, non c’è più da negare. Questa è la nobile testa dell’uomo che vi ha fatto tremare per così tanto tempo»21.
Il corpo di La Rouërie straziato viene riposto sottoterra, ma la sua testa fu abbandonata dai repubblicani. Verrà recuperata da due ragazze di La Guyomarais e nascosta sotto una lastra di pietra nella cappella del castello. Il teschio fu scoperto nel 1877 e consegnato alla famiglia La Belinaye.
A seguito delle denunce di Chevetel, Lalligand fece arrestare diversi membri della cospirazione bretone. Scoprì anche i documenti sepolti da Désilles. Ma la maggior parte dei soci è sfuggita alla cattura grazie a Teresa di Moëlien, che poco dopo la morte di La Rouërie, bruciò l’elenco dei membri dell’Associazione.
In totale, Lalligand arrestò 27 persone, che furono deportate a Parigi per essere processate. Dopo diversi mesi di prigione – il processo iniziò il 4 giugno 1793 e terminò il 18 giugno –, alla fine della sentenza, furono assolti tredici accusati, due furono condannati alla deportazione e dodici furono condannati a morte il 26 giugno del 1794, tra cui ricordiamo Monsieur e Madame de La Guyomarais, Louis du Pontavice, La Chauvinais, Madame de la Fonchais, Morin de Launay, Locquet de Granville, Jean Vincent, Groult de La Motte, Picot de Limoëlan, Georges de Fontevieux e Thérèse de Moëlien.
La data prevista dell’insurrezione associativa del 10 marzo 1793, non ebbe mai luogo: morto Charles-Armand Tuffin de la Rouërie i suoi membri si dispersero. È certo che la successiva rivolta delle Chouannerie vedrà nuovamente nelle sue fila gli antichi chevalier della Association bretonne22.
 

1 La Rouërie è con la sua legione a Tarrytown, quando apprende da un informatore che Baremore è a riposo in una casa situata in Morrisania a cinquanta chilometri dalla sua posizione. Armand decide quindi di metterlo fuori pericolo e inizia un lungo giro con i suoi dragoni. Il giorno dopo la partenza, poco prima dell’alba, la legione di Armand attraversò le linee britanniche. Quindi, percorre 8 chilometri nel territorio inglese accompagnato da soli 22 dragoni per passare inosservato. Individuano la casa di Baremore, la circonda. Penetrando senza spari, sorprende Baremore nel sonno completo e lo riporta indietro prigioniero senza cadere mano delle truppe britanniche. Di ritorno a Camp Scott, vengono accolti trionfalmente dai soldati americani.

2 Figlia di Anne Gilles Jacques Guérin marchese di Saint-Brice, padre anche del cavaliere Champinel di Saint-Louis, signore di Saint-Etienne, Parigné, le Sollier e di Rocher Sénéchal, capitano di cavalleria nel reggimento Conty, e di Jacquette Le Prestre Hyacinthe de Châteaugiron.

3 Tra gli invitati fi invitato anche lo stesso Washington con consorte. Naturalmente il presidente degli Stati Uniti d’America per motivi lavorativi non riuscì a concedersi i mesi necessari alla traversata, ma ebbe sempre il rimpianto di non essere stato presente al felice giorno del suo amico: «Il minimo dei miei rimpianti è stato quello di non essere in Francia per partecipare alla tua felicità».

4 P. Carrer, La Bretagne et la guerre d’Indépendance américaine, Les Portes du Large, Parigi, 2005, p.219.

5 C. Bazin, Le marquis de la Rouerie «Colonel Armand» de la guerre américaine à la conjuration bretonne, Perrin, Parigi, 1990, p.154.

6 Ivi, pp.163-164.

7 Ivi, p.164.

8 Ivi, p.166.

9 Ivi, p.173-74

10 Archives Départementales des Pyrénées-Orientales, Series W, 31-W-274.

11Ivi, 31-W-274.

12 L’affare di Nancy comunemente indicato come l’ammutinamento di Nancy, fu una repressione militare francese del 31 agosto 1790, due anni prima del rovesciamento finale della monarchia. Ebbe un significato particolare in quanto illustrava il grado di affidabilità dell’esercito reale, minato da tredici mesi di tumulti rivoluzionari. Il giovane Désilles, chiamato anche André, durante gli scontri tra le guardie nazionali del generale Bouillé e i tre reggimenti della Royal Army ammutinati (Régiment du Roi, il Régiment de Châteauvieux – uno dei dodici reggimenti di mercenari svizzeri nella fanteria francese – e la cavalleria Mestre-de-camp), si frappose nel mezzo dei due schieramenti per evitare che una palla di cannone colpisse le truppe dell’Assemblea Costituente. Il gesto, che gli costò la vita, fu preso come esempio della crudeltà della guerra civile, in quanto il giovane ufficiale apparteneva alle truppe rivoltose del Régiment du Roi. Oggi a Nancy l’arco di Trionfo (1782 - 84) dell’architetto Didier-Joseph-François Mélin, porta il suo nome. 

13 C. Bazin, Le marquis de la Rouerie «Colonel Armand» de la guerre américaine à la conjuration bretonne, Perrin, Parigi, 1990, pp.247-48.

14 Ivi, p.248.

15 Il termine Chouan è un cognome francese. Fu usato come nome da guerra dai fratelli Chouan, in particolare Jean Cottereau, meglio noto come Jean Chouan, che guidò una grande rivolta nel Bas-Maine contro la Convenzione parigina. I partecipanti a questa rivolta divennero noti come Chouans, e le battaglie che ne seguirono furono note come le Chouannerie.

16 «La forza è nella saggezza, in tal modo essa rifiorirà». Riferito a questo significato moderno: «La forza sta nella pazienza, i gigli fioriranno di nuovo».

17 Bazin C., Le marquis de la Rouerie «Colonel Armand» de la guerre américaine à la conjuration bretonne, Perrin, Parigi, 1990, p.207.

18 R. A. de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, pp.302-303.

19 Fu anche direttore generale e responsabile dell’Associazione bretone per la corrispondenza con Londra e Jersey.

20 Nel bosco del castello fu sollevata la tomba del marchese de La Rouërie, dove fu eretta una stele dall’Ambasciata degli Stati Uniti.

21 G. Lenôtre, Le Marquis de la Rouërie et la Conjuration bretonne (1790 - 1793), Perrin, Parigi, 1927, p.250.

22 Un’insurrezione ebbe ancora luogo nel mese di marzo del 1793. La coscrizione di massa della Repubblica provocò la rivolta dei contadini in Bretagna, nel Maine e in Vandea. I contadini ribelli si chiamarono con il nome dei primi insorti del Mayenne: gli Chouans. Nei nuovi leader riconosciamo Sébastien de La Haye de Silz, Aimé Picquet du Boisguy, Vincent de Tinténiac e Amateur-Jérôme Le Bras des Forges de Boishardy. Nel 1794, Joseph-Geneviève, conte di Puisaye (1755 - 1827) si presentò come successore di La Rouërie, al fine di unificare i gruppi della Chouannerie, tentò di rianimare l’Association bretonne.

 
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di Giuseppe Baiocchi del 03/01/2021

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Giuro di essere fedele a sua maestà il Re ed ai suoi reali successori, di osservare fedelmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, ad adempiere a tutti i doveri del mio Stato col solo scopo del bene indivisibile del Re e della Patria”. Tale giuramento, adottato in tutte le scuole italiane, deve averlo pronunciato anche il conte Carlo Fecia di Cossato classe 1908 nato a Roma, quarto di sei figli dal matrimonio tra il padre Carlo Fecia di Cossato e Maria Luisa Gené.

La famiglia di colui che oggi è considerato un vero e proprio asso della storia della marina italiana con il conferimento della medaglia d’oro, si presentava di stampo fortemente monarchico, come molte famiglie della nobiltà militare, le quali mettevano a disposizione la propria esperienza al servizio del regio esercito.

[caption id="attachment_6758" align="aligncenter" width="1024"] Conte Carlo Fecia di Cossato (Roma, 25 settembre 1908 – Napoli, 27 agosto 1944) è stato un militare italiano.[/caption]
Il legame tra casa Savoia e la Marina italiana risale ancor prima dell’Unità di Italia: nel basso medioevo con Amedeo V il Grande, fino ad arrivare al Regno sabaudo di Sardegna e Piemonte dove si identificò l’appellativo “regia-nave” corrispondente al “regio legno”, nome usato per indicare le imbarcazioni sotto il Regno di Sardegna e Piemonte. Nel 1861 il neonato regno d’Italia riusciva ad unire le marine dello stato Pontificio (con solo Roma, rimasta ancora autonoma), il naviglio toscano e la potente flotta napoletana, imponendosi in poco tempo come una delle flotte più importanti del Mediterraneo e d’Europa.
Per non far nascere rivalità tra settentrionali e meridionali, il 6 novembre del 1881 decretò la creazione di un’unica Accademia navale: quella di Livorno, esistente ancora oggi, la quale è una delle migliori scuole navali del mondo. L’educazione civica di tale scuola è fondamentale per capire appieno il comportamento di Fecia di Cossato, profondamente fedele alla casa reale di predominanza piemontese.
[caption id="attachment_6760" align="aligncenter" width="1000"] Constantine Volanakis, la battaglia di Lissa - 1867, olio su tela cm 283 x 169, museo di belle arti di Budapest.[/caption]
Il continuo scambio, fra prestazioni pubbliche richieste e fedeltà concessa, di questi servitori dello Stato era caratteristica di tutti gli ufficiali di marina, che seguivano rigidi giudizi: “sappia che un militare ha doveri, e non ha niun diritto. Neppure la paga s’ha diritto; essa è un dono di sua maestà il Re, nient’altro” asserivano spesso i comandanti di marina alle giovani generazioni, che potevano ambire ad un cambio di mentalità.
Il conte Fecia di Cossato cresce sotto questa istruzione secolare, amando praticare sport fin dalla primissima età. Il nuoto e l’equitazione sono le sue due discipline più amate, venendo da una famiglia di forte tradizioni militari. A vent’anni nel 1928 dopo aver superato brillantemente gli esami, si imbarca l’undici luglio sull’incrociatore Ancona con il grado di guardiamarina.
Siamo in piena epoca fascista: gli anni del consenso. Carlo non solo non è fascista, ma ha una forma di ostilità velata per la politica di corruzione dell’ormai ex-rivoluzione, essendo di elevata rettitudine e incapace a compromessi. Dopo la modifica dello Statuto Albertino nel 1925, Mussolini con un abile mossa mise la monarchia in secondo piano. Questa operazione non sfuggì al conte, che si rifiutò di avere la tessera e per due anni non avanzò di grado, rimanendo come tenente di vascello. Solo il padre, riuscì con l’inganno a far iscrivere il figlio a sua stessa insaputa: inutile l’ira del giovane che rimase esterrefatto, ma iniziò l'avanzamento di carriera militare.
La marina italiana rappresentava nel mediterraneo una forza poderosa: 6 corazzate (2 in allestimento), 7 incrociatori pesanti e 26 leggeri, 15 esploratori, 130 cacciatorpediniere e torpediniere, 115 sommergibili da media e grande crociera e un numero imponente di unità minori. Non possedeva portaerei perché non erano ritenute necessarie nel mediterraneo: uno degli errori fatali della sconfitta della regia-marina, insieme al mancato sviluppo del Radar (inventato in Italia, ma mai sviluppato. Sarà utilizzato dai britannici e farà la differenza). Sarà l’unica forza armata che arriverà preparata al conflitto che vedrà coinvolta l’Italia quel fatidico 11 giugno 1940.
Il romano dopo un breve periodo sull’incrociatore pesante "Trento" veniva destinato al sommergibile "Bausan" (dal dicembre del 1929 all’agosto del 1930), iniziando la sua esperienza sui battelli subaquei. Dal 17 aprile 1932 al maggio del 1933 navigò con l’incrociatore "Libia" e fu stanziato nelle acque dell’estremo oriente, in Cina. Successivamente dal 1934 al 1936, comandò le difese portuali in Africa Orientale, diventando a ventisei anni comandante delle difese portuali di Massaua, capitale nella colonia italiana eritrea.
La lunga successione di imbarchi e di destinazioni esotiche faranno scoprire al conte Fecia di Cossato nuove culture e nuove mentalità, arricchendo già il suo nutrito bagaglio culturale. Il 20 giugno del 1938 viene nominato comandante della torpediniera "San Martino" e successivamente comandante della "Polluce".
La leggenda di Fecia di Cossato entra nel vivo quando il 25 febbraio del 1940, dopo un breve trascorso nel sommergibile "Colonna" (in preparazione alla scuola comando sommergibili) e imbarcato in brevi lasso-temporali sui sommergibili "Menotti", "Bragadin" e "Settimo", fu poi imbarcato del "Tazzoli" come comandante in seconda per fare il tirocinante nella guerra in atlantico: compie a Bordeaux un apprendistato magistrale.
[caption id="attachment_6761" align="aligncenter" width="1000"]betasom Betasom (Bordeaux Sommergibile) è ottenuto dall'unione della prima lettera della parola "Bordeaux", espressa con il nome della lettera dell'alfabeto greco equivalente dal punto di vista fonetico "beta" e la prima sillaba della parola "sommergibile", la base navale dei sottomarini della regia marina a Bordeaux (costa atlantica meridionale francese) durante la seconda guerra mondiale.[/caption]  
Nel settembre del 1939 l’Inghilterra dichiarò il blocco totale alle forze tedesche, forte della sua supremazia marittima: era considerata indiscussa padrona del Mare del Nord. I tedeschi come risposta dichiararono un contro-blocco, inserendo anche la guerra sottomarina totale. In pochi giorni il mare del Nord e la Manica vengono disseminate di mine. Il naviglio britannico fu gravemente danneggiato.
Alla fine di agosto iniziava la guerra dell’atlantico, la quale portò grandi successi ai famosi U-Boote tedeschi contro il traffico mercantile britannico (i due terzi del fabbisogno inglese deve essere importato). Sul continente, invece, la Francia era già invasa dalla wermacht tedesca.
Saranno queste e molte altre le condizioni favorevoli a spingere Benito Mussolini ad entrare in guerra a fianco dell’alleato tedesco e giapponese l’undici giugno del 1940. Nonostante i suoi malumori Carlo esegue gli ordini del Re asserendo: “Possibile che, nel mazzo, vadano a scegliere proprio i due più antipatici!”.
Intanto il 24 giugno la Francia firma l’armistizio con l’Italia. L’evento aumenta l’influenza sul mediterraneo della regia-marina, la quale diventa un avversario ancora più ostico alla royal marine britannica. In tal senso grave fu il diniego di Hitler riguardante l’uso della marina francese in chiave italiana, per il timore che Mussolini successivamente, potesse prendere ancor più slancio in politica estera di quella che già deteneva. Inoltre il führer voleva tenere un equilibrio con il governo filo-nazista di Vichy.
Il 9 luglio mentre la regia marina, comandata dall’ammiraglio Campioni riporta un’importante vittoria morale contro gli inglesi, che per la prima volta battono in ritirata contro gli italiani, perdendo un caccia, un piroscafo e 18 aerei, Carlo Fecia di Cossato si trova in operazioni di protezione, nel Mediterraneo (tra Grecia, Nord Africa e Italia), a bordo del sommergibile "Ciro Menotti".
Dopo queste operazioni il conte lascia il mediterraneo per essere nominato al bordo del "Tazzoli" di base a Betasom, ufficiale in seconda. Fecia di Cossato è profondamente avverso a questo conflitto che ritiene inutile: “(…) ma tutto quello che ti ho detto circa la inevitabile sconfitta che ci aspetta, non può avere e non avrà mai nessuna conseguenza sull’impegno che io metterò a combattere questa guerra in cui tutti siamo impegnati. Una mia opinione personale, che a me purtroppo sembra inconfutabile, potrebbe anche essere errata, e, in ogni caso, si vinca o si perda, il mio dovere di ufficiale e di comandante è quello di tener duro, di pestare il nemico finché avrò mezzi ed ordini per farlo, e di infondere nel mio equipaggio la sicurezza di lottare per una giusta causa verso la vittoria”. Anche da queste, poche, parole si evince il forte spirito di serietà e professionalità che accompagnerà il romano per tutta la sua breve vita.
In Atlantico sono presenti 26 sommergibili italiani, i quali hanno superato lo stretto di Gibilterra (britannico) senza perdite. Sono di base a Bordeaux, che prese l’appellativo di “Betasom”. I marinai italiani sono stimati dai tedeschi per il loro coraggio e la loro perizia tecnica e riportano importanti successi con affondamenti eccellenti: il bollettino di guerra n°71 del 18 agosto del 1940 riguarda, addirittura, l’affondamento di una petroliera di 9000 tonnellate. Con questo episodio comincia per la regia marina una lunga avventura di gloria e di sacrificio. Fecia di Cossato si trova nel bel mezzo di questa situazione ed è uno dei migliori. Scriveranno di lui: “il comandante perlustra instancabile l’orizzonte. Per lui la notte e il riposo non esistono. Sono parecchie “lune” come dice il signor Gazzana, che non tocca la sua cuccetta e non riusciamo proprio a capire come faccia a stare in piedi”. Dunque un uomo di notevole resistenza che dimostra spesso una aggressività, verso il nemico, esasperata che gli fa avere tutta la stima dell’equipaggio, anche quando diviene comandante del "Tazzoli", avendo in seconda l’altro formidabile asso Gianfranco Gazzana Priaroggia che successivamente al comando del “Da Vinci” divenne il comandante con più tonnellaggio di navi affondate.
[caption id="attachment_6762" align="aligncenter" width="926"] Anno 1942 - il conte Carlo Fecia di Cossato, comandante del regio stato maggiore generale "Tazzoli" e il tenente di vascello Gazzana Priaroggia, comandante in seconda del "Tazzoli", in coperta in occasione dell'incontro in Atlantico con altro sommergibile italiano.[/caption]
I siluratori atlantici italiani sono molti: Longobardo, Tosoni-Pittoni, Grossi, Gazzana, Leoni, Todaro, Pollina, Giovannini, Longanesi, Prini, Piomarta – tutti gentiluomini che hanno vissuto in un clima infernale dovuto al calore tremendo che vi era a bordo dei sommergibili, del fetore insopportabile e dello stress della morte, che poteva essere in agguato in qualsiasi momento.
Nel frattempo la Gran Bretagna, trovatasi dopo Dunkerque, in una situazione disperata capisce che i convogli devono avere l’adeguata protezione da parte del naviglio sottile (impegnato nel mediterraneo) e stipula con gli Stati Uniti uno scambio: 50 cacciatorbediniere di vecchio tipo “Flush Deck” per la concessione (99 anni) di cinque basi navali ed aeree britanniche nelle Antille e nell’America centrale. La situazione si riequilibra.
Nel novembre del 1940 nel mediterraneo avvenne il famoso “disastro di Taranto” dove sei navi italiane, nella base portuale, furono distrutte nella notte: un grave colpo. Un anno dopo nel 1941 nei giorni del 26-27-28-29 marzo avvenne la tragedia di "Capo Matapan" nel mediterraneo orientale: in un offensiva poderosa della regia-marina, il nemico grazie all’intelligence (che conosceva gli ordini cifrati italiani) e all'uso del radar era informato sulle mosse delle navi da guerra italiane. La sconfitta di Gaudo e Matapan si concluse con la perdita di tre incrociatori, il siluramento della Vittorio Veneto e la morte di tremila uomini. La marina italiana non si riprese più del tutto da questa sconfitta. Sempre nel 1941 la marina tedesca entrava con 21 sommergibili nel Mediterraneo con base a Salamina, nella Grecia occupata. Continuano gli insuccessi strategici, come quello del 20 marzo del 1942, quando un convoglio britannico salpato da Alessandra arriva a Malta, rifornendo l’isola (luogo strategico fondamentale per la vittoria nello scacchiere mediterraneo). Il 16 giugno del 1942 la regia-marina riporta, una vittoria in inferiorità numerica nella battaglia di Pantelleria affondando ai britannici 1 incrociatore (Kenya), 5 caccia di squadra (Bedouin, Hasty, Nestor, Grove, Aredale), 1 nave di scorta (Kujavak) e 4 piroscafi, tra cui la petroliera Kentucky. Per parte italiana solo il Vivaldi subì gravi danni.
Traslandoci di nuovo in Atlantico, Cossato appare sempre più un uomo di ferro, ma inizia ad avere un forte travaglio psicologico e fisico.
Il 15 luglio 1941 il conte guidò il "Tazzoli" in una nuova missione: il dodici agosto, affonda il piroscafo inglese "Sangara" e il diciannove la petroliera norvegese "Sildra" per rientrare in base l'undici settembre. In questa seconda missione Fecia di Cossato fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare e da parte dei tedeschi con la croce di ferro di seconda classe. Successivamente nel dicembre del 1941 partecipò, partendo da Bordeaux, al salvataggio di oltre 400 naufraghi tedeschi, che gli valsero l'importante decorazione tedesca della croce di ferro di 1ª Classe conferitagli dall'ammiraglio Dönitz.
Il marinaio Dilda il 5 settembre del 1942 annota sul suo diario: “E’ sceso a cambiarsi per il rientro (alla base). Gli tiro fuori dallo stipetto una camicia e lo osservo mentre si toglie il maglione di navigazione. Rimango di stucco: le costole sporgono esageratamente dal torace sul quale non c’è altro che bruna pelle tesa come quella di un tamburo; la spina dorsale e le scapole stanno per saltargli fuori! Gli arti sono fasci secchi di nervi e di muscoli: il ventre e lo stomaco non ci sono più”.
Carlo riesce ad ottenere risultati straordinari: l'11 febbraio 1942 partito per una nuova missione presso le coste americane (gli Stati Uniti erano nel frattempo entrati in guerra) affonda il sei marzo il piroscafo olandese "Astrea" e il giorno successivo la motonave norvegese "Torsbergfjord". Il nove marzo colpisce e affonda il piroscafo uruguayano "Montevideo", l'undici fu invece il turno del piroscafo panamense "Cygney". Il tredici marzo fu la volta dell'inglese "Daytoian" e il quindici della petroliera inglese "Athelqueen". L'asso Fecia di Cossato è oramai famoso e temuto da tutti gli avversari.
L’incarico del "Tazzoli" è molto lungo: dal 5 aprile del 1941 al 28 febbraio del 1943 (22 mesi). Appena torna in patria per le licenze, riposa continuamente, conducendo una vita spartana. I reparti tedeschi raramente in atlantico ebbero incarichi così prolungati, spiegando forse in parte l’esaurimento fisico e il logoramento nervoso di questo incredibile ufficiale di marina sempre lucido, preciso, pieno di carica e capacità umane.
Fecia di Cossato continua a mietere vittime eccellenti: Il diciotto giugno del 1942 è diretto ai Caraibi dove il due agosto affonda la greca "Castor" e il sei la petroliera norvegese "Havsten".  L'italiano in atlantico è un vero e proprio incubo per i convogli alleati: Il dodici dicembre del 1942 furono intercettati ed affondati il piroscafo inglese "Empire Hawk" e l'olandese "Ombilin". Il ventuno è il turno dell'inglese "Queen City" e il venticinque della motonave americana "Dona Aurora".
Queste importanti missioni gli varranno una medaglia di bronzo al valor militare, oltre ad una fama eccezionale.
A tutto questo bisogna aggiungere alcuni difetti dei sommergibili italiani, inferiori tecnologicamente a quelli tedeschi. I sommergibili avevano una età media di dieci anni, possedevano scafi robusti e autonomia sufficiente, così come l’abitabilità. Le qualità nautiche erano più che buone, così come gli apparati motore e energia elettrica. Di contro mancava una centralina di tiro (notevole imprecisione nel lancio dei siluri), le false torri erano troppo voluminose (aumentando la visibilità al nemico), i limiti nello scafo ritardavano l’immediata immersione, rendendoli vulnerabili all’offensiva aerea nemica. Ultima, ma non meno importante, una tattica attendista obsoleta, in una guerra (anche marina) di movimento dove la stessa kriegsmarine tedesca e royal navy andavano spesso ad attaccare le basi nemiche.
Il conte Carlo Fecia di Cossato, conclusa l’esperienza nell’atlantico, come tutti i reparti della regia-marina risente fortemente delle sconfitte terrestri dell’esercito che fanno tendere la bilancia sempre più verso la disfatta, che arriva il 25 luglio del 1943 con l’arresto di Mussolini. Il romano si trova a bordo del torpediniere "Aliseo" in Corsica a Bastia. Dopo il maggio del 1943 con la conquista alleata della Tunisia, la guerra si avvicina alla penisola e nel luglio avviene lo sbarco alleato in Sicilia.
Il ministro della marina Raffaele De Courten convoca a Roma tutti gli ufficiali superiori allertandoli di future operazioni contro i tedeschi. Si arriva all’otto settembre e per Carlo Fecia di Cossato è un duro colpo al suo spirito già fortemente provato: tradire l’alleato tedesco, con il quale aveva condiviso gli anni francesi. Costante, però, era l’opinione in marina, che questo sacrificio di onore militare era richiesto dal Re, per cui l'ambiente si compattò ed eseguì alla lettera gli ordini. La sera dell’otto settembre il comando tedesco cerca di impadronirsi dei comandi italiani in Corsica, sfruttando lo sbandamento delle truppe italiane rimaste senza ordini.
[caption id="attachment_6765" align="aligncenter" width="1754"] L'Aliseo è stata una torpediniera di scorta della Regia Marina. Dopo il termine del conflitto, il trattato di pace assegnò l’Aliseo alla Jugoslavia, in conto riparazione danni di guerra. Con la sigla provvisoria Y9 la torpediniera venne consegnata il 3 maggio 1949.[/caption]
Avviene la battaglia di Bastia e qui viene fuori l’uomo. Qui Carlo Fecia di Cossato non ebbe tentennamenti e la sua reazione davanti al nemico fu decisa, senza dubbi. Toltosi i nastrini delle croci di ferro tedesche (si narra come fossero state gettate in mare) alle 7,15 di mattina aprì il fuoco a distanza ravvicinata: i tedeschi dello "Uj2203", si auto-affondano per le lesioni allo scafo appena un’ora dopo. Fecia di Cossato dirige successivamente le sue bocche da fuoco sul sottomarino tedesco "Uj2219" che dopo trenta minuti viene affondato. Stessa sorte il conte decide di farla fare alla motozattera tedesca "F612". Nella confusione della nottata e della mattinata successiva il colpo di mano tedesco in Corsica fallisce. Carlo Fecia di Cossato giunge per ordine di Nomis di Pollone (su ordine dell’ammiraglio Somigli) prima a Portoferraio (provincia di Livorno) e successivamente, insieme a Aimone Savoia duca di Spoleto, a Palermo. La città ospita tutta la regia-marina fedele a Vittorio Emanuele III, il quale in accordo con gli anglo-americani aveva creato il governo Badoglio a Brindisi. Alcuni reparti di marina confluiranno a Nord dove aderiranno alla repubblica sociale italiana con gli ammiragli Legnani e Ferrini.
Dopo essersi fermate una settimana a Palermo, le unità sottili fra cui "l’Eliseo", raggiunsero Malta, dopo una sosta ad Augusta. Lasciata l'isola, ai primi di ottobre, Carlo giunge a Taranto dove inizia la cobelligeranza, la quale prevede scorte ai convogli degli Alleati.
Nel frattempo nell’aprile 1944 Vittorio Emanuele III nominava Umberto Savoia principe di Piemonte “luogotenente generale del regno” asserendo come: “questa mia decisione che, ho ferma fiducia, faciliterà l’unità della nazione è definitiva e irrevocabile”. Una volta presa Roma il 4 giugno 1944, colui che successivamente sarà il “Re di Maggio” Umberto II, per volontà degli Alleati scioglie il governo Badoglio e forma un comitato di liberazione nazionale (CLN) formato dai vari Croce, Rodinò, Togliatti, Mancini, Sforza solo per citare le persone più di rilievo. Questo comitato non giura, come lo Statuto Albertino richiede, la fedeltà al Re e sarà solo l’intervento del diplomatico Alberto Tarchiani a giustificare l’imposizione, decretando un governo civile. Così il Governo Bonomi si obbligava a rispettare tutti gli impegni assunti dal precedente governo Badoglio e stabilì con Umberto Savoia che i ministri non giurassero con la formula rituale, bensì con una formula che li impegnava soltanto ad esercitare la loro funzione “nell’interesse supremo della nazione”. Inutile dire che questa azione, rispecchia il colpo di mano avvenuto nella notte del 13 giugno 1946 da Alcide De Gasperi.
Questa soluzione viene adottata anche nella regia-marina del Ministro De Courten. Il giuramento del nuovo governo poneva quindi un problema istituzionale che ebbe un impatto tremendo sulla realtà della marina italiana fortemente monarchica. Chi avrebbe seguito De Courten combattendo con un governo non fedele al sovrano? Il 9 settembre si era chiesto alla regia-marina di cambiare schieramento per espresso ordine del Re e successivamente molti comandanti di marina che avevano compiuto il sacrificio di mettere l’onore e la lealtà da parte, si vedevano schierati con un governo non fedele al loro stesso giuramento.
Carlo è stanco, è tormentato dai dubbi, ma con i suoi occhi di ghiaccio emanava sempre un grande carisma tra i marinai. Quando il 22 giugno l’amico Nomis di Pollone lo convocò insieme ai comandanti delle torpediniere per tenere loro un discorso sulla calma e l’obbedienza, il conte esce dal coro e asserisce come non avrebbe eseguito gli ordini di un governo che non prestava fedeltà al Re e il giorno seguente l’Aliseo non sarebbe uscito. Convocato dal ministro in persona a Taranto, il romano rimane fermo nella sua decisione, che lo porterà agli arresti in fortezza. L’agitazione della regia-marina, che aveva preso come un tradimento la questione del giuramento del governo Bonomi, vedevano in Fecia di Cossato un alfiere della loro battaglia etica. Il ministro è costretto il giorno dopo a scarcerarlo per calmare gli animi e invitarlo ad una “licenza” lunga tre mesi a Napoli. La città partenopea è allo sbando: affamata e distrutta, vige la corruzione in tutti i settori. Per un uomo tormentato e sfiduciato Napoli non era sicuramente la città migliore.
Qui si consuma il dramma, l’ufficiale che più di tutti era stato ligio al dovere, l’ufficiale che viene disonorato per non essersi piegato al “politicamente corretto” crolla.
[caption id="attachment_6766" align="aligncenter" width="1243"] Il conte Carlo Fecia di Cossato in plancia durante la navigazione.[/caption]
Riporto la lettera alla madre Luisa Gené:
Mamma carissima, quando riceverai questa mia lettera saranno successi fatti gravissimi che ti addoloreranno molto e di cui sarò il diretto responsabile.
Non pensare che io abbia commesso quel che ho commesso in un momento di pazzia, senza pensare al dolore che ti procuravo. Da nove mesi ho soltanto pensato alla tristissima posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della Marina, resa a cui mi sono rassegnato solo perché ci è stata presentata come ordine del Re, che ci chiedeva di fare l’enorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere il baluardo della monarchia al momento della pace. Tu conosci che cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. Da questa triste constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi mi circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso. Da mesi, mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d’uscita, uno scopo alla vita. Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è più con loro che con i traditori e i ladruncoli che ci circondano. Spero, mamma, che tu mi capirai e che, anche nell’immenso dolore che ti darà la notizia della mia fine ingloriosa, saprai sempre capire la nobiltà dei motivi che la guida. Tu credi in Dio, ma se c’è un Dio, non è possibile che non apprezzi i miei sentimenti che sono sempre stati puri e la mia rivolta contro la bassezza dell’ora. Per questo, mamma, credo che ci rivedremo un giorno. Abbraccia papà e le sorelle e a te, mamma, tutto il mio affetto profondo e immutato. In questo momento mi sento molto vicino a tutti voi e sono certo che non mi condannerete”.
Il conte si toglie la vita il 28 agosto verso l’una di notte, sparandosi un colpo di pistola alla tempia. Nel 1946 nell’immediato dopoguerra la marina italiana lo dimentica per molti anni con l’Italia repubblicana che gli assegna una medaglia d’argento per l’ultima missione del Tazzoli e una di bronzo per l’azione di Bastia. Solo il 27 gennaio del 1949 gli viene assegnata, con giusto merito, la medaglia d’oro al valor militare che fu appuntata al padre in Piazza S.Marco a Venezia. La marina militare ha quasi totalmente riparato alle sue dimenticanze mettendo in servizio nel 1979 il sottomarino “Fecia di Cossato” appartenente alla classe Sauro.
Il conte Carlo Fecia di Cossato è stato un fedele suddito del Re, tradito dalle circostanze storiche, ha ricevuto spesso una mistificazione totale del suo dramma. Il suo è stato un gesto estremo fuori dal comune che lo rende eroico alla posterità proprio perché rappresenta il più grande degli sconfitti che non si piega agli eventi che gli impongono nella storia. Il sommergibilista è stato l’esempio di quella unità d’Italia voluta dai Savoia, dove il concetto storico della dichiarazione di guerra era ancora un concetto personale fra sovrani e non fra stati. Il fascismo cercò di creare un’identità nazionale scavalcando la monarchia, ma la metodologia del totalitarismo a medio-lungo termine si rilevò fallimentare e cercò di trascinare nel suo crollo anche la dinastia sabauda che aveva cercato di emarginare. Con il crollo della monarchia italiana nel 1946, si concluse "un’idea italiana", che il fascismo -  nonostante tutto -  non aveva eliminato e che la repubblica, sorta dalle ceneri di questa idea, ha cercato per anni di trovare una legittimità storica di “sangue” come ogni rivoluzione creativa nella resistenza partigiana, ma era un concetto debolissimo che si sbriciolò con l’onestà intellettuale di una guerra fraticida di tre schieramenti distinti: fascisti, monarchici, partigiani.
Il nostro eroe cresciuto con questa idea esistenziale non poteva capire i problemi di fondo che un governo Bonomi esprimeva, giocando sul sentimento di metà della nazione italiana, ed è proprio in questo senso che Carlo Fecia di Cossato rimane il vincitore morale di questa grande sconfitta nazionale.
 
Per approfondimenti:
_Achille Rastelli, Carlo Fecia di Cossato. L'uomo, il mito e il marinaio - Edizioni Mursia 2009
_Antonio Maronari, Un sommergibile non è tornato a casa - Edizioni Rizzoli
_Gianni Oliva, I Savoia - Edizioni Mondadori 1999
 
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di Giuseppe Baiocchi del 24-09-2020

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[caption id="attachment_12217" align="aligncenter" width="1000"] Un giovane rampollo della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità.[/caption]
Oggi tale corpo militare è scomparso: San Paulus PP. VI il 14 settembre 1970 ne sopprime l’apparato. Fu così che gli antichi membri di quell’ultimo glorioso stendardo sopravvivono nell’associazione delle «Lance Spezzate», nella quale si mantiene l’osservanza del rito romano antico.
Il Corpo che ha origine nel 1485 con l’istituzione della «Guardia dei Cavalleggieri» da parte di Innocentius PP. VIII (1432 - 92), vanta tradizioni gloriose: dall’immolazione completa del 1527 per difendere la tomba di San Pietro dai lanzichenecchi di Carlo V (1500 - 58); passando per la reclusione presso Castel Sant’Angelo nell’aprile del 1808 da parte dell’usurpatore esercito francese per essere rimasto fedele al Sommo Pontefice; fino alla difesa della Salma del Beato Pius PP. IX (1792 - 1878), quella aggressione al corteo papalino, da parte dei alcuni gruppi anticlericali e massonici romani, il 13 luglio 1878.
La storia si fa più affascinante proprio per la composizione di tale corpo: alla «Guardia dei Cavalleggieri» l’undici dicembre del 1555 si uniscono i «Cavalieri di Guardia di Nostro Signore», che Paulus PP. IV (1476 - 1559) consacrò con il noto motto «Cavalieri della Fede» e che parallelamente la popolazione romana battezzò «Lance Spezzate».
Entrambi i raggruppamenti militari, con i rovesci del 16 febbraio del 1798, ad opera “dell’anti-Cristo Napoleone Bonaparte”, vengono sciolti e l’allora Pontefice Pius PP. VI (1719 - 99) incarcerato, morirà martire a Valenza in Francia.
Lo strapotere francese non tanto sullo Stato Pontificio, ma sul resto dell’Europa, sembra mettere la parola fine al corpo appena costituito, ma come ci ricorda il conte Monaldo Leopardi (1776 - 1847): «dopo ventisei anni di strepito e di trambusto era tempo di pigliare un poco di fiato. La rivoluzione è domata; la republica ha finito colla tirannia come era da aspettarsi; e quel bricconcello di Corso che mangiava i miei regni uno dopo l’altro, come confetti, ha dovuto metterli fuori, e se ne è andato a digerire la scomunica, e a trastullarsi con le ostriche, e coi gabbiani».
Dunque sconfitto Napoleone, Pius PP. VII (1742 - 1823) ripristina la rinnovata «Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità», fondendo insieme – tramite Motu Proprio Pontificio dell’undici maggio del 1801 – i due corpi precedentemente creati. Inoltre confluiscono anche i Cavalieri della primaria nobiltà.
Successivamente fu Leo PP. XIII (1810 - 1903), il diciotto dicembre 1824, ad approvare un regolamento organico e disciplinare per il Corpo di Guardia. Poteva così essere ammesso al Corpo il giovane rampollo la cui nobiltà di nascita in «una città in tal rango considerata negli ordini Gerosolimitano e di Santo Stefano» da almeno 60 anni, successivamente 100, doveva possedere l’esercizio della Nobile Magistratura da parte della famiglia del candidato.
Lo Stendardo del Corpo era molto semplice: inizialmente vi erano le due chiavi incrociate su sfondo rosso, mentre successivamente le chiavi furono sostituite dallo stemma del pontefice regnante che la Guardia Nobile serviva. Parimenti rossi, con l’arme del Pontefice, erano infatti i due vessilli, per ogni compagnia, che la precedente Guardia dei Cavalleggeri aveva in assegnazione.
Successivamente al trentuno maggio del 1820 Pius PP. VII concesse alle sue Guardie lo stendardo bianco quadrato, bordato di ricami d’oro ed ai quattro angoli concesse l’utilizzo di fregi, armi e trombe ricamate; al centro del vessillo bianco si sono succeduti da allora gli stemmi di dodici Pontefici: Pius PP. VI (Braschi), Leo PP. XII (della Genga), Pius PP. VII (Chiaramonti), Gregorius PP. XVI (Cappellari), Pius PP. IX (Mastai-Ferretti), Leo PP. XIII (Pecci), Pius PP. X (Sarto), Benedictus PP. XV (della Chiesa), Pius PP. XI (Ratti), Pius PP. XII (Pacelli), Ioannes PP. XXIII (Roncalli), Paulus PP. VI (Montini).
Come ci racconta il marchese don Giulio Patrizi di Ripacandida, (1921 - 2020, duca di Castelgaragnone), uomo integerrimo e di specchiata condotta, autore del significativo tomo “Quell’ultimo glorioso stendardo”: «entrambe le insegne, quella più antica rossa, quella successiva bianca, sono ora custodite dal Museo Storico Lateranense insieme agli altri preziosi cimeli donati dalle Guardie Nobili».
[caption id="attachment_12219" align="aligncenter" width="1000"] Nelle tre immagini (da sinistra a destra): il marchese don Giulio Patrizi di Ripacandida, duca di Castelgaragnone, autore del saggio "Quell'ultimo glorioso stendardo. Le guardie nobili pontificie dall'11 Maggio 1801 al 15 settembre 1970". Sulla destra, la bandiera del corpo con stemma Papale corrente alla foto su fondo bianco.[/caption]
Certamente va ribadito come la totalità di quella che viene definita come “aristocrazia nera”, ovvero quella parte nutrita e numerosa della nobiltà romana che rimase sempre fedele al Papato anche dopo l’invasione dello Stato Pontificio, senza dichiarazione di guerra, da parte delle truppe sabaude. Piccola curiosità non meno significativa delle altre la riscontriamo nel colore di questi amministratori pontifici, i quali in segno di lutto per la già citata invasione e soppressione temporale del Regno papalino, indossavano abiti scuri: un’usanza interrotta unicamente con la Chiesa Conciliare di Paulus PP. VI che soppresse tutta la corte pontificia.
I comandanti della «Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità» all’inizio furono ben due, uno per Compagnia, ognuno assistito da un Capitano Coadiutore. Dal 1814, diversamente, fu nominato un unico comandante, così come nel 1895, fu eliminata anche la figura del Capitano Coadiutore.
Il Comandante esercitava l’azione di comando tramite due ufficiali preposti: l’Esente Aiutante Maggiore ed il Cadetto Aiutante. Il primo di queste due figure, assumeva il comando effettivo del Corpo sul campo, quando si muoveva come unità; parallelamente il Cadetto Aiutante presiedeva l’organizzazione dei servizi di Guardia e curava le relazioni con gli altri apparati di servizio quali il Maggiordomo ed il Maestro di Camera. In ogni manifestazione protocollare e visita ufficiale queste due figure erano pressoché inseparabili. Di contro il servizio giornaliero del Corpo era invece comandato dall’Esente di settimana, che presiedeva a tutti i Corpi Militari presenti in Anticamera, e dal Cadetto di servizio che comandava specificatamente il Distaccamento di Servizio della Guardia.
Sempre del sistema di comando, facevano parte sia il Cadetto Tesoriere, che curava l’amministrazione economica e l’Archivista del Corpo, il quale custodiva e ordinava i fascicoli personali, i rapporti giornalieri degli Esenti ed ogni altro atto.
Le Guardie Nobili Pontificie hanno avuto ben undici Comandanti. Il primo, Don Giuseppe Mattei (1735 - 1809), duca di Giove, romano, rimasto celebre per gli eventi dell’aprile del 1808 attraverso i quali – insieme al secondo comandante, il duca Luigi Braschi Onesti e cinquanta Guardie Nobili –, subì la detenzione presso Castel Sant’Angelo da parte degli invasori francesi per essersi opposto al dominio straniero ed essere rimasto fedele al Sommo Pontefice indossando la coccarda bianco-gialla. Secondo leader del Corpo è il già citato Don Luigi Braschi Onesti (1746 - 1816), duca di Nemi, cesenate, divenuto primo Comandante dopo il ritorno del Pontefice, dalla cattività francese, nel 1814. Il Terzo Comandante della Guardia lo troviamo nella figura del principe romano Don Paluzzo Altieri (1760 - 1834): lasciò il comando nel 1819 per essere stato nominato Principe Assistente al Soglio e Senatore di Roma. Il Quarto è un altro principe romano: Don Francesco Barberini di Palestrina (1772 - 1853); egli fu il primo comandante insignito dell’Ordine di Cristo.
Don Carlo Berberini (1817 - 80), duca di Castelvecchio, romano, fu il quinto comandante.
In successione troviamo i romani Don Emilio Altieri (1814 - 78, principe di Oriolo); Don Paolo Altieri (1849 - 1901, principe di Viano); il fiorentino Don Camillo Rospigliosi (1850 - 1915, principe) che prima di divenire Comandante nel 1901, prese parte all’ultima resistenza delle truppe del generale Hermann Kanzler (1822 - 88) all’interno delle mura leonine nel settembre del 1870; Don Giuseppe Aldobrandini (1865 – 1939, principe romano) Comandante del Corpo dal 14 giugno del 1915; Don Francesco Chigi della Rovere (1881 - 1953, principe romano) Comandante del Corpo dal 14 dicembre del 1939; infine troviamo l’ultimo Comandante della Guardia Nobile: Don Mario del Drago (1899 – 1981, principe romano), il quale fu Comandante dal 1957 ed ebbe la forza di sciogliere il Corpo, dopo previo ordine pontificio del Cardinale Segretario di Stato.
Il ruolo di questo prestigioso Corpo Militare dopo l’undici maggio del 1801 fu quello di operare alcune “missioni” di scorta per il Pontefice – come accadde per l’elezione ad Imperatore di Napoleone I a Parigi, da parte di Pius PP. VII (1804), oppure scortare un Cardinal Legato che rappresentava il Pontefice in eventi particolari: congressi eucaristici, grandi celebrazioni religiose, incoronazioni, matrimoni o battesimi di prìncipi regnanti. Altra mansione erano propriamente le spedizioni, all’interno delle quali la Guardia Nobile fungeva da “corriere speciale del Pontefice” per consegnare lo zucchetto cardinalizio ad un Vescovo o Arcivescovo creato Cardinale, oppure la berretta ai Capi di Stato cattolici che godevano del privilegio della imposizione al neo Cardinale.
[caption id="attachment_12218" align="aligncenter" width="1000"] Giuseppe Capparoni, Guardie Nobile Pontificia (sotto Leo PP. XII), dalla "Raccolta della gerarchia ecclesiastica considerata nelle vesti sacre, e civili usate da quelli li quali la compongono", Roma 1827 - incisione all’acquaforte acquerellata 176 x 124 mm (matrice) 290 x 220 mm (foglio).[/caption]
La guardia nobile disponeva di due uniformi distinte a seconda delle diverse occasioni in cui il membro del corpo si trovava a dover operare. La prima era l’uniforme d’onore utilizzata per le occasioni più importanti e per le celebrazioni liturgiche in cui la guardia era presente. Essa era composta da un elmo da corazziere piumato di bianco e crinato di nero, una giubba rossa con bandoliera e spalline dorate, una cintura bianca in vita, pantaloni bianchi e stivali neri da cavallerizzo. In tutti questi particolari l’uniforme ricordava chiaramente quella dei corazzieri e tale rimase sino alla soppressione del corpo, in ricordo dell’originaria funzione svolta da questi uomini.
L’uniforme di servizio era invece utilizzata quotidianamente, ed era composta da un elmo da corazziere con impresso sul davanti lo stemma papale, una giacca color blu di Prussia bottonata a due file d’oro e bordata di rosso con una cintura nera a fibbia dorata con le armi pontificie e un paio di pantaloni azzurro-cupo rigati di rosso.
L’unico armamento della guardia nobile era costituito da una sciabola da cavalleria ed era l’unico, oltre alla Guardia Svizzera Pontificia, ad essere autorizzato a portare le armi anche in chiesa e alla presenza del Pontefice.
Prima di affrontare i vari ruoli all’interno della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità, bisogna necessariamente capire come era strutturata la nobiltà così detta romana, poi aristocrazia nera.
Il Patriziato Romano si divideva in due categorie: i Patrizi romani, che discendevano da coloro che, nel Medioevo, avevano occupato incarichi civili di governo nella Città Pontificia; e dai Patrizi romani coscritti, che appartenevano a una delle sessanta famiglie che il Sommo Pontefice aveva riconosciuto come tali in una Bolla Pontificia speciale, nella quale erano citati nominalmente; questi costituivano il fior fiore del patriziato romano.
La nobiltà romana si divideva anch’essa in due categorie: i nobili che discendevano dai feudatari, ossia dalle famiglie che avevano ricevuto un feudo dal Sommo Pontefice; ed i semplici nobili, la cui nobiltà proveniva dall’affidamento di un incarico a Corte oppure direttamente da una concessione pontificia.
Così l’ossatura del Corpo dall’undici maggio del 1801 era composta dai Tenenti (Brigadieri Generali): le due antiche Cornette della Guardia dei Cavalleggeri, poi chiamate definitivamente “Tenente in I” e “Tenente in II”; gli Esenti (Colonnelli): le sei Lance Spezzate di numero; i Cadetti (Tenenti Colonnello): le sette Lance Spezzate in soprannumero, i due cadetti Aiutanti dei Comandanti ed un decimo Cadetto; le Guardie Comuni (Capitano): composte da trenta elementi denominati cavalieri della prima nobiltà – solo dopo il venti dicembre del 1815 verranno denominati Sottotenenti per poi passare a “Guardia Tenente” e “Guardia Capitano”.
Diversamente, il congedo dal lavoro attivo per una Guardia, si concretizzava attraverso la formula del Giubilato, ovvero la conclusione per anzianità, con il conseguente passaggio in “giubilazione” con una pensione e diritto all’uso dell’uniforme nelle riunioni del corpo, in udienza e nei riti in San Pietro e il Pensionato, ovvero la Guardia che aveva interrotto il servizio prima della Giubilazione, per giustificato motivo, ed al quale era concessa talvolta la pensione e l’uso dell’uniforme.
Nella storia del corpo, spiccano sicuramente alcune Guardie sia per dei pregi, che per dei difetti. Sicuramente il male maggiore per un soldato è l’espulsione dal Corpo. Tralasciandone una per duello formale eseguito a disfida della Guardia maceratese Carlo Costa (1834 - 66), troviamo le espulsioni più rilevanti nel gravissimo reato di aver aderito alla Repubblica Romana (1849). La sorte della radiazione toccò così al ternano Giuseppe Nicoletti nato nel 1799, pensionato dal 1833, il quale schieratosi a favore del triunvirato mazziniano, fu condannato all’unanimità dal Consiglio di Guerra e conseguentemente radiato dal Corpo. Stessa sorte per Luigi Filippi; Alessandro Savini (1814 - 89); Domenico Silveri (1818 - 1900) divenuto celebre per la composizione musicale “Le trombe d’argento”, melodia eseguita al primo pontificale di Pius PP. IX; Antonio Stefanoni (dimissionario); Luigi Capranica (1820 - 91); Prospero Cansacchi (1817 - 90) il quale fu poi, per clemenza, reintegrato e ebbe il giubilato per anzianità; Giuseppe Caccialupi; Giacomo Frischiotti, Girolamo Zelli-Jacobuzzi ed infine altra espulsione avverrà per Giulio della Porta (1827 - 67) per aver commesso un assassinio.
Ovviamente nella storia delle 570 Guardie Nobili, di cui sono state predisposte solo 218 Ammissioni tali casistiche rimangono comunque casi isolati. Difatti molte guardie nobili spiccano per la loro fedeltà e il loro coraggio.
[caption id="attachment_12220" align="aligncenter" width="1000"] Uniforme di gala della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità. Il manichino dell'uniforme si trova presso il Museo del Palazzo Mastai-Ferretti presso la città di Senigallia.[/caption]
[caption id="attachment_12221" align="aligncenter" width="1000"] Uniforme di mezza gala della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità. Il manchino dell'uniforme si trova presso il Museo del Palazzo Mastai-Ferretti presso la città di Senigallia.[/caption]
Emblematico e singolare il percorso della Guardia Flavio Chigi (1810 - 85), romano, il quale dopo una spedizione a Lione presso l’Arcivescovo De Bonald, ottenne le dimissioni nel 1849 per ottenere lo stato ecclesiastico. Dopo aver compiuto gli stadi necessari per la sua formazione, fu ordinato sacerdote da Sua Santità e Suo personale Cameriere Segreto Partecipante; successivamente Nunzio Apostolico a Parigi, e nel Concistoro del 1873 fu infine creato Cardinale.
Onorificenze al merito, come quella del cavalierato di San Silvestro, furono donate dal Papa per la resistenza e la tenacia di alcune Guardie durante la sommossa del 16 novembre del 1848. Ricordiamo così Lodovico Bischi (1809 - 61), Francesco Pietramellara (1802 - 69), Pietro Dandini de Sylva; Paolo Del Bufalo della Valle (1822 - 97); Decio Bentivoglio (1822 - 71).
Per virtuosismo musicale la Guardia Giovanni Longhi (1811 - 98) ebbe incarico nel 1846 di comporre la marcia trionfale in occasione del primo pontificale celebrato da Sua Santità Pius PP. IX: marcia che da quell’epoca si è poi sempre eseguita all’ingresso del Sommo Pontefice nella Chiesa ove celebra il Pontificale.
Ed ancora Augusto Baviera (1828 - 1909) viene ricordato come la Guardia che ha fondato un noto giornale vaticano “L’Osservatore Romano”.
La Guardia Mario Filippo Carpegna (1856 - 1924) dopo varie missioni in Spagna e Russia, sarà spettatore, per conto della Santa Sede, dell’incoronazione Imperiale dello Zar di tutte le Russie Nikolaj II (1868 - 1918). Altra incoronazione di rilievo fu vissuta dalla Guardia Lelio Nicolò Orsini (1877 - 1952), il quale in missione a Londra assistette all’incoronazione di Re Edoardo VII e in missione presso Madrid al matrimonio di Re Alfonso XIII. Ignazio Honorati (1873 - 1959) in missione a Madrid nel 1907, presso il Nunzio Rondanini, fu nello stesso tempo latore, oltreché dello zucchetto cardinalizio, anche delle fasce benedette per il neonato Principe delle Asturie, figlioccio di Sua Santità. Giorgio Salimei (1889 - 1950), dopo una missione a Siviglia, ne ebbe una nella stessa città eterna per accompagnare il Pontefice Pius PP. XII nella storica visita ai Reali d’Italia. Elemento di spicco del Corpo, raggiunse il grado di Tenente, fu trattenuto oltre i limiti del servizio.
Come non ricordare Vincenzo di Napoli Rampolla (1898 - 1965) in missione prima a Parigi (1925), poi a Lourdes (1935) per il Giubileo straordinario. Seguì il Pontefice Pius PP. XII nella visita dei reali d’Italia a Roma (1939), fu giubilato nel 1956 con il grado di Tenente e ricoprì anche i ruoli di Cadetto Aiutante (1938-50) ed Esente Aiutante Maggiore (1951-58).
Anche il marchese Angiolo Pagani Planca Incoronati (1902 - 69) ebbe l’onore di essere in missione a Domrémy il 31-05-1939 con l’Arcivescovo Mgr. Villeneuve, legato Pontificio per le celebrazioni di Santa Giovanna D’Arco.
Oggi, che la Chiesa non festeggia più determinate ricorrenze, ricordiamo con importanza la missione della Guardia Pietro Aluffi (1905 - 58) a Vienna, dove nel 1933 era all’interno della Legazione Pontificia per il 250° anniversario della liberazione dall’assedio ottomano.
[caption id="attachment_12222" align="aligncenter" width="1000"] Rare foto di Guardie Nobili sotto il Pontificato di Pius PP. IX (Mastai-Ferretti).[/caption]
[caption id="attachment_12223" align="aligncenter" width="1000"] Rare foto di Guardie Nobili sotto il Pontificato di Pius PP. IX (Mastai-Ferretti).[/caption]
Spazio va dedicato anche alla Guardia Guido Avignone di San Teodoro (1909 - 90), presente a Fatima per la chiusura dell’Anno Santo, accompagna le sante spoglie di Pius PP. X nel 1959 da Venezia a Roma. Dal 1962 al 66 fu Esente Aiutante Maggiore, Giubilato nel 1967 con il grado di Tenente, fu richiamato in servizio quale archivista del Corpo e tale rimase fino allo scioglimento dello stesso, curando anche il Museo dell’Antico Esercito Pontificio.
Anche in paesi senza passato monarchico, le aristocrazie erano costituite dal corso naturale degli eventi, di fatto se non di diritto. Anche in questi paesi l’ondata di egualitarismo demagogico nata dalla Rivoluzione Francese del 1789 e portata al suo culmine dal comunismo, ha creato in certi ambienti un'atmosfera di risentimento e incomprensione nei confronti delle élite tradizionali.
Le allocuzioni riportate all’inizio di questo scritto di Sua Santità Pius PP. XII hanno quindi portata universale.
Queste “Guardie Nobili del Corpo di Sua Santità” servirono i dodici Pontefici che governarono la Chiesa dal 1801 al 1970. In tale lasso di tempo eroismo, fedeltà, obbedienza, dedizione, umana debolezza hanno contraddistinto i loro comportamenti e le loro gesta. 170 anni sotto lo “Stendardo Bianco” di cui le gloriose tradizioni furono della «Guardia di nostro Signore», dal 1485 al 1798.
 
Per approfondimenti:
_Giulio Patrizi di Ripacandida, Quell'ultimo glorioso stendardo. Le guardie nobili pontificie dall'11 Maggio 1801 al 15 settembre 1970, Città del Vaticano, 1994;
_Giulio Sacchetti, I due Stendardi della Guardia Nobile Pontificia, in Strenna dei Romanisti, 1990;
_Giuseppe Capparoni, Raccolta della Gerarchia ecclesiastica, Giacomo Antonelli editore, 1827.
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di Giuseppe Baiocchi del 15-08-2020

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Note:
Losanga è un termine utilizzato in araldica per indicare una figura geometrica di quattro lati con l’angolo superiore e quello inferiore acuti, mentre i due laterali sono ottusi. È simile al fuso che però è più allungato.
2 Il marchese di Castelnau fu governatore generale della colonia francese di Pondicherry dal 1783 al 1785.
La Belle-Poule era una nave francese, che in una fregata di quattro navi, il 17 giugno 1778, sconfisse la fregata inglese Arethuse, inaugurando l’ingresso della Francia nella guerra d’indipendenza americana. La battaglia navale ebbe luogo al largo delle coste Lèonardes, vicino alla baia di Goulven.
Charles Joseph Patissier, Marchese de Bussy-Castelnau (1718 - 7 gennaio 1785) o Charles Joseph Patissier de Bussy fu governatore generale della colonia francese di Pondicherry dal 1783 al 1785. Prestò servizio distinto sotto Joseph François Dupleix nelle Indie orientali e ricevette l’Ordine di Saint Louis. Contribuì al recupero dalla Gran Bretagna di Pondicherry nel 1748, e fu nominato nel 1782 per guidare tutte le forze militari francesi oltre il Capo di Buona Speranza. Coordinò le sue operazioni con Pierre André de Suffren e combatté con distinzione contro gli inglesi numericamente superiori durante le campagne indiane della Guerra d'indipendenza americana.
Il capo squadra, in francese Chef d’escadre, era un grado della marina militare francese durante l’Ancien Régime. Il caposquadra è un ufficiale generale che comanda una squadra, composta da una flotta di meno di venti vascelli di linea.
L’ammiraglio Pierre André de Suffren de Saint-Tropez venne soprannominato “Jupiter”.
Il catogan è un tipo d’acconciatura settecentesca maschile che deve il suo nome al generale e conte inglese William Cadogan (1675 - 1726), il quale legava la lunga chioma con un nastro. Questo particolare tipo di coda divenne molto alla moda tra i soldati della fanteria.
Pierre André de Suffren de Saint-Tropez ( 1729-1788), terzo marchese di Saint-Tropez, è stato un ammiraglio francese. Nacque nel castello di Saint-Cannat, presso Aix-en-Provence nell’attuale dipartimento di Bocche del Rodano. Deve la sua fama alla campagna nell’Oceano Indiano, nella quale contese, senza successo, la supremazia alla forza britannica guidata dal viceammiraglio sir Edward Hughes.
Nel 1520 i Portoghesi sbarcarono a Pondichéry, seguiti da Olandesi e Danesi. Nel 1674 divenne colonia francese. Nel 1750 la colonia francese in India era composta da una cinquantina di villaggi. Per mettere fine all'espansione francese in India, gli Inglesi tentarono più volte di conquistare Pondichéry con una serie di assedi. La città fu catturata tre volte e altrettante volte forzatamente sgomberata. Dal 1816, a seguito dell'ultimo trattato con i Britannici, la Francia continuò a mantenere il controllo di Pondichéry per altri 138 anni, finché non la abbandonò nel 1954 cedendo la città all'India.
10 Claude François Dorothée, marchese de Jouffroy d’Abbans, (1751 - 1832) era un architetto navale, ingegnere, industriale e massone francese. Il suo maggiore merito è quello d’aver inventato i primi battelli a vapore.
11 La battaglia navale di Provédien è la seconda delle battaglie navali ingaggiate tra la flotta britannica del vice-ammiraglio Edward Hughes e la flotta francese del balivo de Suffren nell’oceano indiano durante la guerra d’indipendenza americana. La battaglia ha avuto luogo il 12 aprile 1782 lungo le coste est di Ceylon.
12 Hyder Ali (1721 - 82)   è stato un monarca e militare indiano. Fu sultano e de facto regnante del Regno di Mysore, in India meridionale.  Egli oppose una strenua resistenza anti-coloniale all'avanzata militare della Compagnia britannica delle Indie Orientali e fu l’innovatore nell’uso militare dei razzi Mysore.
13 Lo jabot è un ornamento cucito o semplicemente applicato sul petto di camicie o di bluse, realizzato in pizzo o nello stesso tessuto del capo. Storicamente nato nell'abbigliamento maschile alla corte di Luigi XIV, re di Francia, lo jabot entra a far parte della moda femminile nel 1800, come accessorio ornamentale, pur continuando ad apparire sulle camicie eleganti da uomo, prima di essere sostituito dalla cravatta.
 
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di Giuseppe Baiocchi  del 12-08-2020

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Così si esprimeva Karl I von Habsburg-Lothringen-Este – che seguendo la linea della corona ungherese è denominato come Károly IV – il 26 Marzo del 1921 tornato dall’esilio in Ungheria per ripristinare la Monarchia, del defunto Impero dell’Austria-Ungheria.
[caption id="attachment_12091" align="aligncenter" width="1000"] Karl I successe ai Troni nel novembre 1916 dopo la morte di suo prozio, l'imperatore Francesco Giuseppe. Il 2 dicembre 1916 assunse il titolo di comandante supremo dell'intero esercito, succedendo all'arciduca Federico . La sua incoronazione a Re d'Ungheria avvenne il 30 dicembre. Nella foto: Re Karl IV d'Ungheria, la regina Zita e il loro figlio, il principe ereditario Otto, nel dicembre 1916.[/caption]
«Un sentimento indescrivibile nel ritrovarsi, sconosciuti, in casa propria... Sul confine, dalla parte ungherese, c'era un vecchio maresciallo dei gendarmi nativo di Debreczen, un tipico figlio della puszta, bruno di colorito, che non sapeva nemmeno da che parte dovesse incominciare a controllare un passaporto. Accanto a lui c'era un soldato con i calzini estivi di tela.. proseguimmo per Pinkafö, dove mangiammo nella Gasthaus Jenner. Il primo pasto caldo dopo due giorni: Schnitzel con cetrioli sott'aceto. Dopo, l'oste conservò le posate e i resti del mio cetriolo come ricordo. Era interessante vedere con quale entusiasmo la gente accettava valute estere. Pagammo il pasto in franchi francesi, la macchina in franchi svizzeri. Da Pinkafö continuammo per Oberwarth, dove in quel momento si snodava la processione del Resurrexit.
Quando ci passò davanti scendemmo dall'auto e ci inginocchiammo. La seguiva la guarnigione della cittadina, con gli uomini vestiti delle uniformi del buon tempo andato e l'artiglieria con i cartocci. Fu un momento di indicibile sollievo, specie alla vista delle mie vecchie uniformi. Da Oberwarth proseguimmo per St.Mihály.. Chiesi ad alcune persone che aspetto aveva il loro Re. Come avevo immaginato, mi fecero vedere delle fotografie, però nessuno mi riconobbe. Alla fine brindammo tutti alla salute del sovrano; mi rimproverarono perché non avevo vuotato anch'io il bicchiere in solo sorso come loro. Non ne ero stato capace perché il vino era troppo forte per me. Siccome la macchina era rimasta in panne, continuammo verso la nostra prima destinazione, Szombathely, su un calesse tirato da cavalli. Vi arrivammo verso le dieci di sera, e ci fermammo proprio davanti al palazzo vescovile. Il vescovo stava ancora pranzando e aveva come ospite un ministro ungherese, il dottor Vass. Quando Tamás mandò su un domestico incaricato di chiedere ospitalità per la notte per lui e un altro signore, il vescovo a tutta prima si dimostrò abbastanza irritato. Ma siccome era un anfitrione scese nel salone per accoglierci. Ci porse la mano e poi rimanemmo un momento in silenzio. Tamás gli chiese se non riconosceva il gentiluomo in sua compagnia. Il vescovo disse no. Allora Tamás gli dichiarò, in tono solenne, che era nientemeno che Sua Maestà apostolica il Re. Il vescovo ebbe un sussulto e mi condusse in una stanza attigua, dove chiese: «È lei veramente?». Gli confermai che ero io. Il ghiaccio era rotto».
Dopo la conclusione del conflitto mondiale nel 1918, le potenze vincitrici con tre trattati di pace, rispettivamente Versailles (per la Germania 1919-20), Saint German (per l’Austria 1919) e Trianon (per l’Ungheria 1920), impongono la pace agli sconfitti. Il bilancio sotto il profilo geopolitico è catastrofico: l’Impero dell’Austria-Ungheria per gli interessi anglo-francesi viene smembrato in tanti piccoli Stati nazionali, appellandosi ai fatali punti Wilsoniani riguardanti il concetto dell’autodeterminazione dei popoli.
L’ultimo Imperatore, Karl I von Habsburg-Lothringen-Este, nel 1919 è costretto all’esilio. Così scrive in una lettera negli istanti più concitati da Feldkirck il 24 marzo: «Nel momento in cui m’accingo a lasciare l’Austria tedesca per entrare nella Svizzera ospitale, elevo solenne protesta per me e per la mia Casa, di cui fu cura continua la felicità e la pace dei suoi popoli, contro le misure che ledono i miei secolari diritti di Sovrano, prese dal Governo e dalla Assemblea Costituente l’11 novembre 1918, e contro la mia deposizione dal trono, l’esilio mio e dei membri della Casa Asburgo-Lorena proclamate per l’avvenire. Nel manifesto dell’11 novembre 1918 ho dichiarato di rimettere all’Austria tedesca il diritto di decidere sulla forma di Stato. Il Governo austro-tedesco, lasciando a parte il mio manifesto scritto in un’ora assai penosa, decise lo stesso giorno di proporre all’assemblea Nazionale provvisoria, che doveva aver luogo il 12 novembre, la proclamazione della Repubblica austro-tedesca, anticipando così quella decisione che, secondo il mio manifesto, spettava di diritto soltanto all’intero popolo austro-tedesco. Questa proposta del Governo austro-tedesco, sotto la pressione della flotta radunata, venne approvata il 12 novembre 1918 da un’Assemblea Nazionale provvisoria, i cui membri si erano da 
[caption id="attachment_12092" align="aligncenter" width="1000"] Il castello di Prangins, residenza svizzera dell'ultimo Imperato dell'Austria-Ungheria Karli I, è un castello nel comune di Prangins nel Canton Vaud in Svizzera . Si tratta di un sito del patrimonio svizzero di importanza nazionale. Ospita una parte del Museo nazionale svizzero. La terrazza regala viste sul Lago di Ginevra e sulle Alpi.[/caption]
soli conferiti il mandato di rappresentare il popolo austro-tedesco senza potersi considerare rappresentanti eletti, poiché essi provenivano dall’antico parlamento austriaco che non aveva avuto dagli elettori la autorità di oltrepassare le funzioni costituzionali. Oltre a ciò ha avuto luogo la contraddizione che gli stessi elementi che hanno determinato il crollo e che fino ad allora avevano vivacemente combattuto la riunione dell’Assemblea Nazionale provvisoria, vollero poi lasciar decidere a questa Assemblea il destino dell’Austria in una delle sue questioni più vitali.
La Costituente, eletta il 16 febbraio 1919, si sostituì all’assemblea Nazionale provvisoria e confermò le sue deliberazioni riguardo la forma di Stato e l’annessione alla Germania. Anche tali deliberazioni non hanno alcun potere impegnativo, perché la costituente non è l’espressione dell’opinione e della volontà dell’Austria-tedesca. Il pubblico anche fuori dall’Austria tedesca sa che le elezioni per la Costituente ebbero luogo sotto il regno del terrore, e che gli elettori che il 16 febbraio 1919 andarono alle urne, non votarono affatto spontaneamente ma sotto l’influenza di un metodico incitamento e sotto la pressione di una milizia di partito della Volkswehr. La Costituente eletta il 16 febbraio 1919 andarono alle urne, non votarono affatto spontaneamente, ma sotto l’influenza di un metodico incitamento e sotto la pressione di una milizia di partito. La Costituente eletta il 16 febbraio 1919 non è affatto rappresentanza della Nazione austro-tedesca, come l’ha definito il governo austro-tedesco. Vasti territori reclamati da questo stesso governo, come ad esempio le zone abitate da Tedeschi del Sud Tirolo, della Boemia, della Moravia, della Corinzia, della Carnia e della Stiria, non sono rappresentate in questa Costituente, mentre invece hanno votato stranieri, come i Tedeschi di Germania che vivono in Austria. Una rappresentanza nazionale di uno Stato senza confine composta così arbitrariamente si è arrogato il diritto di decidere sulla forma e l’ordinamento di uno Stato non ancora costituito secondo il diritto del popolo. Tutto ciò quindi che il Governo austro-tedesco e l’Assemblea Nazionale provvisoria e costituente hanno deciso e decretato dall’11 novembre in poi, e ciò che disporranno in avvenire, è nullo e non valido per me e per la mia Casa.
La permanenza mia e della mia famiglia a Eckartsau non fu mai il riconoscimento di uno sviluppo rivoluzionario che interrompeva la continuità del diritto, ma un pegno di fiducia nel popolo col quale io e i miei abbiamo condiviso i dolori e i sacrifici dell’infausta guerra. In mezzo a questo popolo non ho mai temuto per la sicurezza della mia amata Consorte e dei figliuoli.
Ma siccome il Governo austro-tedesco mi fece sapere a mezzo del suo Cancelliere che, rifiutando di abdicare sarei stato internato qualora non avessi abbandonato il Paese, e poco tempo fa lo stesso Governo a mezzo della “Corrispondenza di Stato” mi aveva dichiarato posto fuori legge, mi trovai di fronte all’importante problema se dovesse essere risparmiata all’Austria la vergogna di abbandonare il suo legittimo capo in preda a un’ondata contro la quale oggi non sta alcuna diga. Per questo motivo io lascio l’Austria. Profondamente commosso e riconoscente ricordo in quest’ora di fedeli che in me e nella mia Casa amano la cara Patria. All’Esercito che mi ha giurato fedeltà e che è legato a me dal comune ricordo dei dolorosi avvenimenti della guerra, un mio particolare pensiero. Durante la guerra fui chiamato al Trono dei miei Padri, mi sforzai di guidare i miei popoli alla pace, e in pace volli e voglio essere per loro un Padre giusto e sincero».
Per la famiglia reale un breve periodo nella placida Svizzera, presso Prangins sul lago di Ginevra, ad intrattenere relazioni diplomatiche con la Francia repubblicana e il Vaticano del Papa Benedetto XV. Obiettivo di Karl è ripristinare la Monarchia in Ungheria, dove le possibilità sono molto più favorevoli rispetto all’Austria: il Paese magiaro infatti dal 1º marzo del 1920, è retto da una vecchia conoscenza dell’Imperatore, Miklós Horthy de Nagybánya (1868 - 1957), paradossalmente l’ultimo ammiraglio della marina austro-ungarica, in una nazione che dopo Trianon, aveva perso l’unico sbocco marittimo, Fiume.
Il nuovo reggente dopo diversi rovesci politici, tra le riforme mancate di Mihály Károlyi e il terrore rosso di Béla Kun, sembrava finalmente aver ristabilito un nuovo equilibrio restaurando la monarchia, con il compito gravoso di decidere se richiamare un Asburgo o scegliere un nuovo Monarca magiaro. Con la fallimentare contrattazione nel trattato di Trianon, dove all’Ungheria vengono sottratti i 2/3 dei sui territori a favore dei nuovi Stati che avrebbero composto la “Piccola Intesa” (Cecoslovacchia, Romania, Regno dei Serbi Croati e Sloveni) il consenso di Horthy sembra traballare.
[caption id="attachment_12093" align="aligncenter" width="1000"] Miklós Horthy de Nagybánya è stato un ammiraglio e statista ungherese di stampo conservatore, che divenne reggente dell'Ungheria, dopo la caduta dell'Impero d'Austria-Ungheria.[/caption]
Dalla Svizzera, Karl continua la trattativa con la Francia per avere il consenso tacito ad effettuare la restaurazione: si vedono due ideologie distanti a livello geopolitico, da una parte Philippe Berthelot (1866 – 1934) - appoggiato anche dal marchese George Nathaniel Curzon - ambiva a creare la Piccola Intesa (1920), per far possedere alla Francia una tenaglia militare contro l’Ungheria e le pretese filo-germaniche degli austriaci; dall’altra Aristide Briand (1862 – 1932) preferiva una confederazione economico-danubiana, filo-francese, che abbia in Karl I il legante tra i vari popoli del suo ex Impero, per porlo come limes all’espansionismo alemanno-tedesco. Sempre nel 1920 si conclude il breve mandato, da Presidente della Repubblica francese, di Paul Deschanel (1855 – 1922) per una grave malattia personale e subentra il socialista Alexandre Millerand (1859 – 1943), il quale non vedeva lesi in alcun modo gli interessi della Francia in una politica asburgica di restaurazione magiara.
Saranno tali premesse e un tacito accordo presidenziale (successivamente pubblicamente smentito per non causare un incidente diplomatico tra Ungheria e Francia) che faranno partire a piedi l’ultimo Imperatore dallo Château de Prangins in Svizzera fino a Gex, cittadina francese sul confine svizzero occidentale. Nella cittadina della Regione dell’Ain lo aspetta una macchina che lo condurrà a Strasburgo dove il giorno dopo, l’Orient-Express lo condurrà direttamente a Vienna. La storia di Karl I ci appare come una sorta di viaggio leggendario, ed in verità deve essere stato così anche per lui: nella capitale del suo ex-Impero saranno in suo possesso due passaporti falsi, uno spagnolo, ed un secondo della croce rossa inglese.
Il beato Karl raggiunge appena arrivato, la sede di un suo antico amico: il conte Thomas Graf Erdödy von Monyorókerék und Monoszló (1886-1931), antico compagno e ufficiale ussaro. La sera del 25 marzo del 1921 fu l’unica notte, nei numerosi anni di esilio, che l’Imperatore trascorse a Vienna. L’indomani la meta è Budapest: prima tappa del viaggio si compie, sempre con il conte Thomas, fino alla cittadina di Seebenstein nel Burgenland (Bassa Austria); successivamente Aspang, Mönichkirchen ed infine il confine ungherese con la cittadina di Sinnersdorf.
Verso sera Karl arriva nella cittadina di Szombathely: deve parlare, all’interno del palazzo vescovile, con il conte e vescovo Gróf zabolai Mikes János (1876 - 1945) e con il ministro e sacerdote Vass József (1877 – 1930); quest’ultimo riferirà all’Imperatore: «il gabinetto del reggente è finito nel momento in cui il re incoronato rimette piede sul suolo ungherese». Viene chiamato al cospetto di Karl anche l’ex ufficiale imperiale e regio, colonnello Anton Lehár (1871-1962), che ora comanda l’intera armata dell’Ungheria Occidentale: è un fedelissimo.
Il presidente del Consiglio conte Pál Teleki de Szék (1879 – 1941) viene svegliato in piena notte e raggiunge la cittadina di Szombathely, la quale si trova ad appena 10 km dalla frontiera austriaca (dopo Trattato di Trianon). Appena giunto dal vescovo il Primo Ministro rimane spiazzato dalla figura del Sovrano e manterrà un atteggiamento di indecisione per tutta la durata del primo golpe reazionario. Tutte le alte cariche dello Stato sono comunque concordi a rimettere sul Trono il loro Re legittimo. Karl non a caso si reca nella cittadina di confine: le fedeli truppe di Lehár, se abilmente mosse in anticipo, potevano costringere Horthy ad una resa immediata, ma egli si fida eccessivamente del “Reggente”, considerandolo ancora fedele alla causa monarchica.
[caption id="attachment_12094" align="aligncenter" width="1000"] Protagonisti del primo colpo di restaurazione del marzo 1921 (da sinistra a destra): Thomas Erdödy von Monyorókerék und Monoszló (1886-1931), conte e vescovo di Szombathely (1911 - 35) Zabola János Mikes (1876 - 1945), József Vass (1877 - 1930), Anton Freiherr von Lehár (1876 - 1962), Sigray Antal Mária Fülöp Alajos (1879 - 1947), László Ede Almásy de Zsadány et Törökszentmiklós (1895 – 1951), Conte Pál Teleki de Szék (1879 - 1941).[/caption]
Durante la discussione su come agire, il Primo Ministro Pál Teleki propone di entrare a Budapest senza la scorta militare, convinto che il dittatore ungherese gli lasci il potere e si metta da parte: Karl si fida e acconsente. Sarà un primo errore fatale. Il piano prevede che il giorno seguente il ministro Vass e il Presidente del Consiglio Teleki anticipino l’arrivo di Karl a Budapest per preparargli il terreno e parlare anticipatamente con Horthy. L’Imperatore verrà accompagnato nel viaggio dal conte Sigray Antal Mária Fülöp Alajos (politico legittimista ungherese e feroce oppositore al nazismo 1879 – 1947) e da László Ede Almásy de Zsadány et Törökszentmiklós (1895 – 1951), colui che diventerà celebre grazie alla penna di Michael Ondaatje nel 1992 con il romanzo The English Patient (Il Paziente inglese), poi reso ancor più celebre dal film di Anthony Minghella del 1996 dall’omonimo titolo. Prima di partire la mattina seguente, il vescovo Mikes celebra la messa, poi l’Imperatore parte sicuro e speranzoso: saprà solo davanti al Palazzo di Budapest che il Primo Ministro Teleki non è mai giunto da Horthy e dovrà farsi annunciare dal conte Sigray che si esprimerà sulle scale, rivolto verso Karl: «Vostra Maestà si dovrà mostrare molto energico».
Furono due ore di trattativa con il “Reggente” ungherese, il quale esclamo: «È una catastrofe. Vostra Maestà deve ripartire subito e rientrare immediatamente in Svizzera! […] che cosa mi offre in cambio Vostra Maestà?». Miklós Horthy dimostrerà un cinismo, che lo farà passare alla storia come uno degli alti tradimenti più gravi verso l’aristocrazia e l’istituto monarchico. Le scuse che il dittatore prende davanti a Karl sono la sicura ostilità dei paesi confinanti, il pericolo di un’invasione straniera, l’inaffidabilità dell’esercito e l’impossibilità di trovare un Ministro che svolga la funzione sotto di un Re. Karl cerca di promettergli titoli per farlo desistere, ma Horthy prende tempo e si aggiudica lo scontro verbale. Sarebbe bastata un’arma da fuoco per riprendere il potere e far desistere il reggente, ma come sappiamo bene, Karl I era un autentico gentiluomo.
Alcuni giorni dopo l’ex Imperatore è nuovamente nella cittadina di Szombathely affranto, ma non ancora piegato: possiede ancora alcune carte da giocare, nonostante la situazione geopolitica si sia complicata, poiché Horthy parlando con l’ambasciatore francese Maurice-Nicolas Fouchet, chiede verità sull’appoggio tacito francese, che da Parigi viene ovviamente smentito.
[caption id="attachment_12095" align="aligncenter" width="1000"] I protagonisti del secondo colpo di restaurazione nell'ottobre 1921: Gyula Gömbös de Jákfa (1886 - 1936), il conte István Bethlen de Bethlen (1874 - 1946), Őrgróf Pallavicini György Mária Arthúr József Ede István Gusztáv Károly (1881 - 1946), Tibor Farkas de Boldogfa ( 1883 - 1940), il conte Gyula Andrássy de Csíkszentkirály et Krasznahorka (1860 - 1929),[/caption]
Il Reggente magiaro inoltre approfittò della prima ritirata di Karl per irrobustire le linee del suo esercito a lui fedeli ed epurare gli ufficiali legittimisti. Mentre l’ultimo imperatore degli Asburgo tornava sul suolo Svizzero, dopo essere stato acclamato in Ungheria il giorno della sua partenza, fu subito da principio chiaro a Karl che un secondo colpo di restaurazione si sarebbe dovuto progettare in brevissimo tempo: difatti gli effettivi del colonnello legittimista Anton Lehár erano stati rinforzati da un nuovo battaglione di gendarmeria, che gli Stati vincitori avevano predisposto alla frontiera con l’Austria per via dell’incidente diplomatico avvenuto con la prima restaurazione primaverile di Karl.
Horthy inizia a temere e con ordine scritto richiama le ulteriori truppe a Budapest per essere riassegnate: il tempo stringe.
Passano solo diversi mesi perché Karl, assorbito il colpo, possa far ritorno nelle sue antiche terre imperiali: arriviamo al secondo colpo di restaurazione di ottobre. Il 20 del mese, insieme a sua moglie Zita Maria delle Grazie Adelgonda Micaela Raffaela Gabriella Giuseppina Antonia Luisa Agnese di Borbone-Parma (1892 – 1989), parte per l’Ungheria a bordo di un monoplano Junkers denominato “Ad Astra” di 180 cavalli e sei posti. Artefici del piano sono due personalità molto vicine a Karl: il barone Albin Schager von Eckartsau (1877 – 1941) e Aladar Boroviczény (1890 – 1963). L’aereo si alza da Dübendorf e fu il primo volo, durato quattro ore, di un sovrano nella storia continentale europea.
Nel frattempo in Ungheria al Presidente del Consiglio Pál Teleki de Szék era succeduto il conte István Bethlen de Bethlen (1874 - 1946) e Horthy continuava a prendere tempo, mandando telegrammi all’Imperatore: «la visita fatta a Pasqua da Vostra Maestà – inerente la restaurazione - appare momentaneamente impossibile […]. Tuttavia desidero cogliere l’occasione per assicurare alla Maestà Vostra che nulla è più lontano da me dell’idea di aggrapparmi alla carica che copro ora; al contrario, attendo con impazienza il momento in cui mi sarà dato abbandonare questa scomoda poltrona». Parole che suonano poco veritiere come ci testimonia lo storico Roberto Coaloa: «Come tutti gli avventurieri politici che l’avevano preceduto e che gli succedettero, Horthy aveva identificato a tal punto l’ambizione col patriottismo, l’egoismo con l’idealismo e addirittura il lusso fastoso con il sacrificio da non riuscire probabilmente a distinguerli più neppure lui».
[caption id="attachment_12096" align="aligncenter" width="1000"] Domenica 23 ottobre del 1921: nella foto Karl I e Zita di Borbone-Parma (a destra in piedi) pregano davanti al convoglio ferroviario di Sopron celebrando la messa mattutina.[/caption]  
Karl e Zita arrivati in pieno pomeriggio in territorio magiaro, nei pressi del castello di Denesfa, capiscono subito che la corrispondenza postale – effettuata in precedenza, durante i preparativi del golpe – non ha avuto esito sperato: tutti i protagonisti e alleati dell’Imperatore lo attendono per le 24 ore successive. Nonostante i primi disagi sia il colonnello Lehár, che il conte Gyula Andrássy de Csíkszentkirály et Krasznahorka (1860 - 1929) leader del partito legittimista ungherese e ex Ministro degli Esteri dell’ultimo anno imperiale dell’Austria-Ungheria, si mettono a disposizione del Sovrano. Il gruppo di comando trasla velocemente verso quello che sarà il nuovo e spartano quartier generale a Sopron: lì sono attesi da altri due collaboratori di Karl, il politico reazionario István Rakovszky de Nagyrákó et Nagyselmecz (1858 - 1931) e dal dottor Adolf Gratz Gusztáv (1875 - 1946).
La folla che accoglie i regnanti è immensa: sia i militari, che la popolazione civile inneggiano a Károly IV. Il piano è semplice: servirsi del convoglio ferroviario che avrebbe riportato la guarnigione a Budapest e deporre Horthy dalla reggenza del Regno. Lo scacco sembra essersi compiuto e il 22 ottobre il convoglio legittimista, composto da circa 1500 militari e politici reazionari è diretto a Budapest, all’oscuro del Reggente. Il treno giunge a 12:00 presso la cittadina di Győr, dove ad attenderli vi sono altre truppe legittimiste che compiono il giuramento: «Attraverso l’acqua e il fuoco, sul mare, per terra e nell’aria per Dio, per il re e per la patria».
Il primo tradimento verso Karl, lo compie il comandante della guarnigione di Győr, che fa avvertire Horthy, il quale è completamente impreparato e spaventato. Nonostante alcuni ordini frettosi del Reggente, di smantellare parti ferroviarie dirette a Budapest da Occidente, il piano di rallentamento, pare non funzionare, anzi le guarnigioni dirette ad affrontare l’Imperatore non solo non sparano un colpo, ma si uniscono ai legittimisti: così avviene presso diverse cittadine magiare, come Komarom, Tata, Potis e Bcske.
[caption id="attachment_12097" align="aligncenter" width="1000"] Il giuramento di fedeltà al beato Imperatore Karl, da parte delle truppe legittimiste magiare.[/caption]
In linea generale nonostante Karl fosse arrivato senza preavviso sul suolo Ungherese e nonostante il piano iniziale della sorpresa era venuto meno, tutto sembra proseguire per il meglio. La mattina seguente il treno arriva nei pressi di Buda con 4000 uomini effettivi. Nella capitale Horthy sembra non avere più in mano carte da giocare e si affida completamente alle doti dell’ambizioso Gyula Gömbös de Jákfa (1886 – 1936), futuro generale filo-nazista. Quest’ultimo non trovando truppe a lui fedele, rimedia 300 studenti universitari, armati in tutta fretta, inventando un’inesistente invasione ceca della capitale. Gli studenti nazionalisti ebbero una prima scaramuccia con un contingente mandato avanti da Lehár, provenienti da Budaörs e mandati ad occupare il sobborgo di Kelenföld. Ci furono diverse perdite tra i legittimisti, i quali ripiegarono, comportando un abbassamento del morale al colonnello Lehár (nel frattempo promosso generale), che dichiarò inaspettatamente le sue dimissioni, fidandosi di lasciare l’incarico al generale Pál Hegedűs (1861 – 1944). Come testimonierà un giornale italiano “L’illustrazione italiana” sull’accaduto: «Quanto al colonnello Lehár, lasciamolo stare. Ogni condottiero trova gli uomini che si merita. Napoleone ha tratto fuori dal popolo, persino dalla bassa forza, i suoi grandi marescialli; Karl ha trovato Lehár. Quelli uomini della Marsigliese, questo, del Valzer, bella cosa è il valzer. Ma le trombe, se vogliamo davvero far crollare le mura di Gerico, han da suonare altre musiche! Se valzereggiano, Gerico resta in piedi; e Karl resta a piedi».
[caption id="attachment_12098" align="aligncenter" width="1000"] Truppe leali all'Imperatore accolgono il vagone dei legittimisti magiari presso Sopron.[/caption]
Sulla fedeltà del generale nei confronti di Karl non ci fu nulla da eccepire, ma il morale basso delle truppe era dovuto alla forte instabilità politica, economica e militare magiara, che proseguiva da almeno quattro anni dalla fine della Grande Guerra.
Contrariamente sarà il generale Pál Hegedűs a tradire l’Imperatore Karl operando il passaggio degli artiglieri, fondamentali nell’operazione bellica, dalla parte di Horthy il giorno seguente, grazie ad una tregua proposta dallo stesso generale magiaro voltagabbana, che aveva fatto sistemare le truppe del Reggente su posizioni favorevoli verso un eventuale assalto legittimista del giorno seguente.
Hegedűs rivelò il tradimento quando tornato a Torbágy, nei sobborghi della capitale, chiese l’esonero accampando la scusa che i propri figli si erano arruolati nelle truppe nazionali del Reggente. Resta un mistero ancora oggi, del perché Hegedűs non fosse stato arrestato. Durante la notte alcune guarnigioni di Karl vengono fatte prigioniere, poiché la tregua non viene rispettata da parte di Horthy, il quale giocò una partita sporca dall’inizio alla fine della vicenda: le uniformi dei due eserciti non avevano motivi differenti e molto spesso tale ambiguità giocò contro i legittimisti.
La mattina seguente il reggente propone le “condizioni di pace”, le quali vengono lette sul treno in partenza, diretto verso la capitale per l’ultimo scontro: quello decisivo. Le condizioni proponevano la consegna del materiale bellico e l’abdicazione al trono d’Ungheria da parte di Karl, con la sicurezza garantita alla sua persona e alla sua famiglia in territorio magiaro. Nel mentre della lettura, fuori dallo scompartimento, partono alcuni colpi, che creano molta confusione tra le truppe legittimiste, le quali in brevissimo tempo capiscono di essere state accerchiate. Sarà lo stesso Karl I ha dichiarare ai suoi uomini il “cessate il fuoco” poiché oramai tutto sarebbe stato inutile. Ancora una volta Karl perse poiché il suo animo nobile non vide la meschinità dietro alcuni suoi collaboratori: per un individuo della sua virtù era inconcepibile il tradimento senza scrupoli. Il destino di una intera generazione di ungheresi veniva segnato il 23 ottobre del 1921: il treno tornò indietro verso Bicske, concludendo il secondo e ultimo tentativo di restaurare il legittimo re d’Ungheria.
[caption id="attachment_12099" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto, truppe leali a Károly IV, attendono il re nella stazione ferroviaria di Győr, il 20 ottobre del 1921.[/caption]
 
Lo spazio geopolitico ed economico di cui gli Asburgo erano stati espropriati dopo la Grande Guerra diverrà ostaggio di dittatori filo-fascisti e successivamente satellite dell’Imperialismo bolscevico. Lo stesso Karl scrisse: «Il territorio situato sulle due parti del medio Danubio dopo la scomparsa dell’Austria-Ungheria non è soltanto la patria di uomini disperati che soffrono duramente, ma un focolare di pericoli di grande importanza. E non poteva essere altrimenti, poiché la disgregazione dell’Austria-Ungheria fu la violazione di principi storici, geografici, etnografici, economici, sociali e culturali. Nel territorio fra Teschen e Buda, Bregenz e Czernovitz vivevano e vivono, in alcuni luoghi in massa compatta, in altri confusi tra loro, Tedeschi, Magiari, Cechi, Slovacchi, Polacchi, Ucraini, Croati, Serbi, Sloveni, Italiani, Rumeni, Ladini, Turchi, Armeni, Zingari e alcune altre frazioni di popoli. Nessuna di queste nazioni possiede un territorio ben determinato e non intaccato da altre nazionalità. Perfino in mezzo agli italiani (un tempo austriaci) che si sono uniti ai connazionali d’Italia e il cui confine linguistico settentrionale è abbastanza evidente, si trovano isole di lingua straniera, ad esempio quelle tedesche del Piano di Lavarone e di Folgaria, della Val di Non, a nord-est di Trento, ed altre ancora. […] Voler soddisfare in modo generale ed effettivo il diritto di autonomia nazionale porterebbe ad una scomposizione in atomi della Vecchia-Ungheria sì da far sorgere dalle sue citate isole linguistiche altrettanti Stati. […] Fu un grande danno per l’Europa che l’antica formazione economica danubiana sia andata perduta, poiché nessuna nuova può sostituirla ed ivi oggi esiste un vuoto. Non si deve ritenere che un sistema fluviale abbia sempre e dovunque la forza di formare e mantenere Stati, ma in base a un sistema fluviale si costruisce un sistema economico quando le parti vitali di un tale sistema sono state già un tempo riunite in uno Stato, sistema economico che è frutto del lavoro dei secoli e che non può essere cambiato dall’oggi al domani […]. Distruggere un’opera così portentosa, delicata come un congegno d’orologio, pensiero, volontà e prodotto dell’economia moderna significa creare un cumulo di macerie».
 
Per approfondimenti:
_Baiocchi G., Finis Austriae. Sul tramonto dell'Europa, Il Cerchio, Rimini, 2019;
_Brook-Shepherd G., La tragedia degli ultimi Asburgo, Rizzoli, Milano, 1974;
_Coaloa R., Carlo d’Asburgo, l’ultimo imperatore, Il canneto editore, Genova, 2012;
_Werkmann K., Il morto di Madeira – L’esilio di Carlo I in Svizzera – I tentativi di restaurazione in Ungheria – La morte, Felice Le Monnier, Firenze, 1924.
 
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