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Amedeo di Savoia duca d’Aosta: l’uomo, il soldato, il mito

Amedeo di Savoia duca d’Aosta: l’uomo, il soldato, il mito

di Giuseppe Baiocchi del 09-03-2020

A Torino presso il palazzo della Cisterna, nell’ottobre del 1898 nasceva il principe Amedeo di Savoia, definito dai posteri e dagli storici come “l’eroe dell’Amba Alagi”. Nella città sabauda rimase fino ai sette anni, quando il padre, Emanuele Filiberto, si trasferì a Napoli, al comando di quel Corpo di Armata.
La prima fanciullezza, come da tradizione, non era stata lieta per il piccolo aristos: all’età di due anni si era infatti svolta la tragedia di Adua (1896), evento che portò l’assassinio di suo zio, il Re Umberto I, il quale fu ucciso da un anarchico italiano Gaetano Bresci (1869 – 1901).
Iniziava allora in Italia lo strano e ben doloroso fenomeno per il quale – a somiglianza di un solo altro paese, la Francia – l’istanza sociale e la necessità materiale delle folle sembrava dovessero essere inscindibili da una furibonda, iconoclasta volontà di distruzione delle tradizioni patrie e della virtù militare. A Napoli l’ambiente era più sereno: quella reggia di Capodimonte era più sorridente con il suo magnifico parco, il cielo era più mite, l’anima popolare meno intristita dalla propaganda dei negatori. In tale ambiente crebbero Amedeo ed il suo fratellino minore Aimone – sopraggiunto dopo di lui – e quel vasto palazzo con parco senza fine, vide il di-sfrenarsi delle loro fanciullezze. Fu un ragazzo terribile Amedeo, di quelli le cui ragazzate lasciano il cuore sospeso.
In quell’epoca ormai lontana, l’aviatore Louis Charles Joseph Blériot (1872 – 1936) aveva attraversato la Manica, Jorge Antonio Chávez Dartnell (1887 – 1910) aveva sorvolato le Alpi; l’aviazione – con l’opera ed il sacrificio dei pionieri – faceva le sue prime asperrime prove, ed Amedeo aveva una voglia pazza di volare.
Voleva volare il giovane duca, ma macchine non ne aveva; trovati due vecchi ombrelli in un solaio, ne irrobustì le stecche con spago e filo di ferro, ed ecco i nostri due argonauti lanciarsi con questi ombrelli aperti, attaccati al manico, dal primo, ma pur altissimo piano della Reggia. Videro dal basso, col cuore sospeso, discendere precipitosamente i due ragazzi e fu un accorrere di gente: non si erano fatti quasi niente in quel volo precipitoso di otto metri, solo qualche ammaccatura: «Volare mi piace» – asserì serissimo Amedeo, strizzando un occhio alla gente accorsa ansiosa e trepidante a raccattare i due signorini.
Altro episodio curioso, fu alle spese del colonnello Emilio Montasini, aiutante di campo del padre e ottimo colonnello d’artiglieria: Amedeo, da promesso artigliere, volle rendergli onore.
Vi erano nel parco della reggia alcuni vecchi cannoni di bronzo del Settecento ad avancarica. Amedeo prese la polvere di molte cartucce da fucile, caricò il vecchio cannone, pose una lunga miccia, mise Aimone a far da palo per annunciare l’arrivo del colonnello e quando questi apparve al cancello, diede fuoco. Il vecchio palazzo tremò, il boato si udì per tutta Napoli: pallido, emozionato il colonnello accorse. Questa volta era stata troppo grossa, ed i due colpevoli furono trascinati davanti ai genitori per avere la giusta sanzione. Ma, nel salire la grande scalea, Amedeo diceva al fratello: «Hai inteso che colpo? Io di artiglieria me ne intendo»! Questo spirito avventuroso, questo sorridente arditismo spericolante lo accompagnarono per tutta la vita.

Nelle due foto, da sinistra a destra, Amedeo Umberto Lorenzo Marco Paolo Isabella Luigi Filippo Maria Giuseppe Giovanni di Savoia-Aosta, in una foto di giovane età (Torino, 21 ottobre 1898 – Nairobi, 3 marzo 1942). E’ stato un generale, aviatore e patriota italiano, membro di Casa Savoia appartenente al ramo Savoia-Aosta. Fu viceré d’Etiopia dal 1937 al 1941. Nella foto di destra Umberto I (Umberto Rainerio Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio di Savoia; Torino, 14 marzo 1844 – Monza, 29 luglio 1900) è stato Re d’Italia dal 1878 al 1900.

Infine evento che suscitò un simpatico scalpore europeo, fu durante il soggiorno spagnolo formativo, dove durante una corrida, il giovane Amedeo diede spettacolo all’entrata dell’arena durante lo svolgimento del gioco. Anche in questa esperienza vi fu – da parte dell’istitutore – molta paura. Di contro l’arena fu in tumulto tra applausi, urla di entusiasmo e lanci di cappelli. I giornali madrileni ne fecero un gran parlare e dissero chi era il protagonista: il nipote dell’ex Re di Spagna: Amedeo Ferdinando di Savoia. I giornali del Regno d’Italia censurarono l’accaduto. Tre erano gli elementi fondamentali della sua natura: la noncuranza assoluta del pericolo, che gli veniva da una tradizione secolare di gloria militare e civile; un senso pratico ed ordinato della amministrazione e della vita, che aveva assorbito dai suoi vecchi antenati piemontesi; ed infine una rara sincerità: virtù che ottiene comprensione, anima gli uomini e solleva entusiasmi ed affetti. Fu certo la sincerità più limpida che gli sgorgava dal cuore quella che guidò naturalmente la sua condotta tra gli allievi della Accademia Militare della Nunziatella di Napoli allorché, a 15 anni, fu rinchiuso in quel collegio per iniziare la sua vita militare. I primi periodi per il duca furono duri, ma con il suo carattere ben presto divenne fratello e amico dei suoi camerati, i quali nonostante la confidenza nutrivano sempre grande rispetto per Amedeo. Egli aveva, innata, questa incommensurabile virtù della semplicità che aggioga le anime: virtù che non si può improvvisare, che deve essere innata, che deve avere perciò origini lontane, come in lui le aveva, nei secoli. Aveva 17 anni quando nel 1915 scoppiò la guerra Europea. Scrisse di suo pugno una petizione al Re: voleva andare a combattere per il regio-esercito l’ultima guerra dell’Unità, così come era propagandata. Ma, data la sua età, era obbligatorio il consenso del padre.
Emanuele Filiberto firma: per il giovane ufficiale si spalanca la prima – piccola – avventura della sua vita. Vestito in grigio-verde in un reggimento di artiglieria a cavallo, si reca presso il Monte Sei Busi: impavido sotto valanghe di ferro e di fuoco, si merita una medaglia di bronzo. Dissero di lui: «noi, tuoi compagni, noi soli veramente sappiamo che se non fossi stato un principe di Savoia, la medaglia sul tuo petto sarebbe stata d’argento. Noi siamo testimoni che ci hai perduto ad essere principe». Leggendo la motivazione della sua seconda medaglia – questa di argento, quando aveva 19 anni – si comprende come l’avesse meritata: non vaghe ed altisonanti parole, non retoriche frasi, ma fatti precisi: era veramente un soldato, ed alla prova del fuoco quella sua temerarietà infantile, si era trasformata in ragionata e consapevole virtù guerriera.
Durante la guerra carsica, recatosi a visitare una trincea – che un generale aveva fatto costruire e che personalmente illustrava -, la quale doveva fungere a modello ed esempio di come sarebbero dovute essere strutturate tutte le trincee, egli non espresse giudizio guardando muto l’opera che pur era costata tanta sollecitudine e tanta fatica, finché, alla reiterata domanda espressa dallo stesso generale: «che gliene sembra Altezza Reale», Amedeo non esitò a rispondere nella sua invincibile sincerità: «la sto studiando attentamente per evitarla»! Questo episodio riferito da Beretta a De Vecchi trova il suo riscontro in altri successivi di epoche diverse, come ad esempio quello di quando, deliziandosene perdutamente, vide nel cielo di Gorizia – ove egli allora era addetto – un aeroplano eseguire la più ardita gamma di loopings, di tonneaux, di virate, di cabrate che si fossero mai viste e che pur erano severamente proibite; ed accanto a lui, vi era furente il comandante della brigata aerea, il quale si avvicinò all’avventuroso giovane pilota appena atterrato per comunicargli di tenere gli arresti. Amedeo era pieno di ammirazione, si avvicinò al giovane ufficiale, lo prese sotto braccio, gli disse: «che bello, ma perché non me lo ha detto che sarei venuto con lei»?

Nelle tre immagini da sinistra a destra. Il nonno di Amedeo: Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (1845-1890), era figlio del primo Re d’Italia Vittorio Emanuele II. Fu re di Spagna (1871 -1873) e il primo duca d’Aosta, capostipite del ramo Savoia-Aosta; al centro il padre: Emanuele Filiberto Vittorio Eugenio Alberto Genova Giuseppe Maria di Savoia-Aosta (1869 – 1931) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta, ed un generale italiano; infine il fratello Aimone Roberto Margherita Maria Giuseppe Torino di Savoia-Aosta (1900 –1948) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta, e un ammiraglio italiano. Fu anche re di Croazia con il nome di Tomislavo II, senza però mai prendere possesso del trono.

Quel giovano era il tenente Tait, che divenne poi il suo aiutante di volo e non lo abbandonò mai più: gli fu vicino nell’ora estrema. Finita la grande guerra, nel 1919 Amedeo se ne andò con lo zio in Somalia. L’amore dell’Africa lo dominava dall’infanzia, da quando bambino se ne andava al porto a vedere le navi che partivano. Abitava con lo zio un bungalow nel villaggio di Afgoi, a 20 Km. da Mogadiscio. Quel vecchio marinaio ed esploratore, quella grande anima chiusa ed ardente di Luigi di Savoia, che conobbe tutte le altezze tutte le discipline e tutte le rinunce, stava trasformando un lembo di Africa con la sua tenace volontà di colono.
Il senso eroico della vita non aveva bisogno di insegnarlo al nipote Amedeo, poiché era impresso nel suo spirito. Ma altre cose gli insegnò, rimanendo impresse e gli servirono da viatico quando si trovò venti anni dopo a dominare il vastissimo territorio dell’Etiopia. Gli fece comprendere la tenacia delle opere durevoli: ad amare la terra che risponde all’uomo che la lavora e la feconda col suo sudore. «Non mi sbaglio, – diceva suo zio –, ma se noi vogliamo, la Somalia ha un grande avvenire: canna da zucchero, cotone, arachidi, alberi di kapoc, possono rendere enormemente». Queste nozioni gli servirono come vedremo, più tardi, e le mise in pratica.
Rimase sei mesi presso lo zio e poi ritornò facendo il giro del Capo di Buona Speranza, ma si ammalò e dovette sbarcare a Zanzibar, ove stette un mese tra la vita e la morte, soccorso dalla madre, accorsa subito al suo capezzale. Della sua malattia e delle angosce materne troviamo indelebile nobilissima traccia nelle pagine scritte dalla duchessa madre nel suo libro: «Ma vie errante».
Ritornato in Patria nel 1920 fu destinato a Palermo. Era l’epoca tremenda del dopoguerra italiano, quando imboscati e disertori si riunivano per dare veste di ideale alla fellonia ed alla viltà. Del resto, sempre, nelle ore torbide della nostra vita nazionale la diserzione diventa un ideale, il tradimento una virtù e l’incitamento alla rivolta esige il suo premio. Fu per sfuggire a tale stato nauseante di eventi, che Amedeo – sotto il nome di capitano della Cisterna – se ne andò in Congo belga, a Stanleyville a fare l’operaio in una fabbrica di sapone. Della sua esperienza disse: «Voglio vedere cosa sarei capace di fare nella vita civile se fossi nato diversamente da come sono nato». Non si può dire che l’esperimento non sia riuscito, perché da operaio semplice divenne capo operaio, e poi assistente, ed alla fine del 13° mese era già vice-direttore della grande fabbrica e stavano per nominarlo direttore, quando dette le dimissioni per ritornare in Italia; e solo allora si seppe chi era. La cronaca pettegola dette un’altra versione di questa strana sosta di oltre un anno nel Congo. Così dopo 13 mesi – dalla lunga esperienza del Congo –, ritornò con una carovana da lui allestita, lungo i grandi laghi equatoriali: il Victoria ed il Tangunica. Sostò ai piedi del Ruvenzori, in memoria dello zio che ne aveva fatto la scalata, ed, ultima tappa del viaggio, prima di imbarcarsi a Mombasa, fu a Nairobi, quella fatale Nairobi, dove doveva venti anni dopo chiudere la sua nobile vita. L’Amore dell’Africa ormai lo teneva, e nel Continente Nero riuscì a farsi destinare nel 1925, rimanendovi per sei anni, fino al 1931, salvo brevi parentesi a Torino per la scuola di guerra, o quella ancor più breve – ma importante – del suo matrimonio nel 1926 con Anna di Francia, la dolce e nobile compagna della Sua vita. Il Regno d’Italia stava riconquistando la Libia, di cui non aveva potuto occuparsi durante la guerra, mantenendo solo la costa. In queste operazioni di polizia che talvolta si tramutavano in vere e proprie e sanguinose battaglie, seguito dal maggiore Volpini, suo aiutante – che doveva poi morirgli accanto da generale sul picco dell’Amba Alagi – Amedeo si distinse perché fu infaticabile e temerario, a piedi, a cavallo, a dorso di cammello, a bordo di aeroplani, mitragliando i ribelli a volo radente, tornando con l’apparecchio crivellato di colpi.
Tutte le marce e le battaglie, di Zella, dei pozzi di Bir Tagritt, Nufilia, Marzuk, Kufra, ricordano il suo nome. Con la occupazione di Kufra la colonia era ridonata totalmente alla patria, e la si poteva oramai attraversare in piena tranquillità dalla costa fino al più profondo deserto. Ritornato in patria alla morte del padre – comandante vittorioso della III Armata, avvenuta nel 1931 –, non solo per il passato glorioso del duca ma per un suo testamento spirituale che rimane una delle pagine umane più nobili e belle che siano mai state scritte, Amedeo divenuto Duca di Aosta, passò l’anno seguente nella aviazione. Si compiva così un Suo ardentissimo voto.
Cinque anni egli passò, assegnato a Gorizia, e dimorante con Sua Altezza Reale Anna e le sue due figliuole nel malinconico castello di Miramare: cinque anni, quale comandante, prima di stormo, poi di brigata aerea, indi di divisione.
Le sue squadriglie erano ragione di orgoglio per l’ala Italiana, per precisione di volo, per disciplina e coraggio ed allenamento di piloti. Intanto si era svolta la conquista dell’Etiopia. In uno slancio concorde di volontà l’Italia aveva conquistato un Impero; ed egli, andati via i due primi Vice-Re manifestò, per la prima volta nella vita, il desiderio di un comando.

Amedeo di Savoia, duca d’Aosta con i genitori, durante il primo conflitto. ©Maurizio Lodi

Era un poco rischioso, specie dopo un ultimo e grave attentato al Governatore del tempo, ed il Re era titubante, ma egli insistette, ed eccolo infine partire il 21 Dicembre 1937 da Napoli, Vice-Re dell’Etiopia. Queste sono vicende recenti, ogni Italiano le conosce, ed io non ho che da riassumere solo qualche dato, qualche fatto saliente che aiuti a mettere in rilievo la figura del nostro Principe. Egli sbarcò a Massaua, e la prima sosta fu al cimitero di Dogali, a salutare i cinquecento, i morti di De Cristoforis, ancora allineati in ordine di battaglia, sotto la terra arsa. Arrivato ad Addis Abeba si accorse subito che tra i veri pionieri si era mescolato un piccolo mondo di profittatori, e non esitò a buttarsi a corpo perduto per eliminare le iniquità, per mettere ovunque ordine e pulizia; non esitò a dire ai suoi funzionari: «se non mi chiamassi Savoia vorrei fare a cazzotti con certa gente»! Memore degli insegnamenti dello zio indimenticabile, Amedeo cominciò subito a realizzare un vasto piano di sfruttamento agricolo e minerario del vastissimo Impero.
Spesso egli asseriva: «gli Italiani non sanno quale immensa ricchezza essi hanno conquistato». Nell’Amara vi erano i giacimenti immensi di lignite e di torba, cave di marmo e di argilla, e c’era da sviluppare la industria del baco da seta. Nel Calla Sidama vi erano miniere di ematite e di limmite ed i grandi fiumi auriferi, le immense foreste ove già erano state catalogate ottantaquattro specie di legno pregiato. La foresta di Belleltà, non tutta ancora esplorata dall’uomo, poteva rivelare incredibili sorprese, sgominante quale era per la sua vastità, intersecata da fiumi torrenti e ruscelli, sbarrata da alberi secolari, intrecciata da liane, fauna favolosa di scimmie, di leopardi neri, di pitoni e bufali ed elefanti e rinoceronti. Nell’Harrarino le foreste degli Arussi, piene di podacarpi ed eucalipti gonfi di cellulosa, e le piantagioni di caffè e le miniere di mica. Nella Eritrea e nella Somalia il cotone, i semi oleosi, nella Migiurtinia l’incenso, la mirra, lo stagno.
Né aveva trascurato con sotterfugi ingegnosissimi che, dalle Indie olandesi, gli fossero inviati i semi del caucciù per svincolare la patria da questo gravoso tributo allo straniero. Era un mondo favoloso che si apriva al lavoro degli Italiani, già da secoli dispersi per tutto l’orbe terraqueo in cerca di pane: colà milioni e milioni di lavoratori avrebbero trovato sfogo e ricchezza! Questa era la sua opera dunque, grandiosa opera, alla quale si accinse con tutto il fervore dell’anima.
Ogni domenica, libero dai fardelli burocratici, dagli incartamenti e dai ricevimenti, si dedicava alle visite nei punti più lontani dell’Impero con il suo apparecchio ad Elolo, su piste di fortuna tra il Kenia Italiano e quello Inglese, ove c’era un presidio con un solo tenente bianco ed una banda di Dubat. Quel povero tenente non vedeva un bianco da sette mesi, rimase confuso e quasi singhiozzava quando riconobbe il Vice-Re che scendeva dall’aeroplano su quel campo di fortuna. In quell’angolo sperduto di mondo il Duca, sotto una tenda, divise con quell’ufficiale un piatto di pasta preparato dai Dubat.
Amedeo, nel viaggio di ritorno, ricordando gli occhi umidi, la voce trepida di quel tenente, asseriva ai suoi compagni di volo: «ci vuole tanto poco a fare contenti gli uomini»!
Un’altra domenica, a Ricchiè, un vecchio centenario, saputo dell’arrivo del Vice-Re in quella sperduta località, si fece portare alla sua presenza in barella da due servi. Si prosternò nella polvere, disse: io ho perduto un figlio in battaglia per l’Italia, io sono fiero di avere perduto mio figlio per te. Ed Amedeo concludeva, nel viaggio di ritorno: «la poesia è la sola regola della vita».
Un’altra domenica a Debra Sina, davanti ad una banda di 600 uomini ve n’era uno, alto quasi come lui, Basciai Uoldié, che era stato il più acre nemico degli italiani, il quale aveva tagliato a suo tempo il ponte di Termaber per ritardare la marcia italiana su Addis Abeba, che era considerato, ed a giusto titolo, un eroe nazionale Abissino. Basciai Uoldié aveva dichiarato che non avrebbe fatto atto di sottomissione ad altri che al Vice-Re in persona, ed Amedeo non aveva atteso che andasse da lui; volle – di contro – andare davanti lui stesso al suo valoroso avversario e stabilì che tutti gli uomini della banda avrebbero conservato le armi. L’indigeno si pose un ginocchio in terra e disse: «giuro di servirti, fino alla morte». E mantenne la parola, perché tre anni dopo perì da prode, combattendo per il Regno d’Italia. Alla inaugurazione della strada Dancala tra Dessié ed Assab – lunga 1000 chilometri -, un’opera romana costruita sotto il sole ardente dai nostri operai.
Uomo anche vicino ai lavoratori italiani in Africa Orientale: lungo le strade dell’Impero, numerose erano i tumoli degli operai deceduti per incidenti sul lavoro. Spesso Amedeo si fermava per l’ultimo saluto agli scomparsi: «Questi tumuli», diceva il viceré, «che si snodano lungo questa strada grandiosa sono come gli acini di un rosario, il rosario del lavoratore Italiano». Tale atteggiamento lo portò ben presto ad essere stimato e rispettato sia dai civili che dai militari.
Nelle ultime sue visite, sulla fine del 1939 fu a Bonga, nel Galla Sidamo, tra i pigmei. Tutta la popolazione indigena era schierata nuda lungo la strada, uomini e donne. La popolazione – che ancora accendevano il fuoco fregando due pezzi di legno – possedeva armi ancora primitive, e gli italiani, se consideriamo strettamente il periodo del comando del viceré monarchico, portarono civiltà e prosperità, abolendo le vessazioni alla popolazione civile del viceré fascista Graziani. Riportiamo un passaggio del bellissimo romanzo I fantasmi dell’Impero del trio Cosentino-Dodaro-Panella: «Sua Altezza Reale il Duca Amedeo di Savoia Aosta non aveva avuto fretta a riceverlo […]. Il suo rapporto stava sulla grande scrivania del nuovo Vice Re ordinatissima, così diversa da quella di Graziani, sempre ingombra di carte […]. Per carità, il duca era stato cortesissimo. Lo aveva accolto in piedi, sorridente, in uniforme da generale dell’Aeronautica, sovrastandolo di trenta centimetri buoni dall’alto dei suoi due metri, e gli aveva calorosamente stretto la mano. L’ufficio era lo stesso di prima, eppure niente sembrava uguale; anche Mazzi era stato sostituito da un segaligno maggiore di cavalleria piemontese, sicuramente con tutti i quarti di nobiltà in regola. E i saluti fascisti s’erano ridotti al minimo indispensabile: non ne aveva visto fare nemmeno uno da quando era arrivato».
Oggi, gli ex cittadini dell’Impero italiano sono ricaduti nuovamente nelle barbarie: l’abbandono – per causa del conflitto mondiale – del Regno d’Italia, portò queste regioni nel caos più assoluto, dove tiranni senza scrupoli adoperarono per lunghissimo tempo i loro interessi, in maniera brutale.

Luigi Amedeo Giuseppe Maria Ferdinando Francesco di Savoia (Madrid, 29 gennaio 1873 – Villaggio Duca degli Abruzzi, 18 marzo 1933) è stato un ammiraglio, esploratore e alpinista italiano.

Alla soglia degli anni quaranta, oscure nuvole si addensavano sull’orizzonte europeo. La Germania nazista invade la Polonia e la guerra europea era scoppiata. L’Italia vi entrò solo un anno dopo: il viceré ripartì in patria per discutere con il Capo del Governo Mussolini, i limiti delle truppe del regio-esercito in Africa Orientale. Espresse egualmente il suo pensiero, e ne possiamo trovare traccia nei diari di Galeazzo Ciano, nelle affermazioni dei sopravvissuti, nonché nella risposta scritta che egli inviò alle precise domande che gli furono rivolte nel 1940 e delle quali non si tenne, purtroppo, alcun conto: le condizioni militari dell’Impero erano tali che non solo un’offensiva non sarebbe stata possibile, ma neppure una azione difensiva. Avrebbe potuto, sì, esserci una resistenza più o meno lunga, avrebbe potuto l’esiguo corpo di spedizione, sprovvisto di armi per una guerra moderna, sacrificarsi, scrivendo pagine ardenti di gloria militare, ma l’Impero sarebbe stato perduto: i britannici disponevano di continui rifornimenti, dati dall’immenso patrimonio coloniale e soprattutto – in chiave africana – dal controllo del canale di Suez. Nonostante le problematiche Amedeo gioca d’anticipo, è spregiudicato: Mussolini promette la resa dell’Inghilterra con l’operazione tedesca “Leone marino” e l’acquisizione della Somalia britannica e francese, che avrebbe permesso al Regno d’Italia importanti contropartite al tavolo della pace.
Il primo anno si chiuse all’attivo con la spedizione del Somaliland, ma con il sopraggiungere delle armi, delle munizioni, dei viveri provenienti da tutto il Commonwealth, le truppe inglesi passarono alla offensiva mentre il nostro corpo di spedizione ripiegava ordinatamente dall’invasione – tatticamente di scarso rilievo, per mancanza mezzi – del Sudan britannico. In questi tempi amari, pagine che farebbero l’onore e la gloria di ogni popolo del mondo sono pressoché ignorate dagli Italiani, quando non sono calpestate ed irrise. Le pagine di Cheren, fulgide, non meno di quelle delle Termopili, le pagine di Culquabert che vide ad ondate sacrificarsi i Carabinieri Reali, sono oggi un libro chiuso. Sigillato sembra il libro immortale dell’Amba Alagi, ma ben si riaprirà un giorno se è vero che la patria è una verità eterna e che, nel nostro breve cammino mortale, la gloria illumina il cuore degli uomini.
L’ultimo consiglio di governo al Ghebì di Addis Abeba fu tenuto il 3 aprile del 1941. Con 3.800 uomini il viceré salì i 3.400 metri dell’Amba Alagi. Il 16 maggio, dopo 43 giorni di assedio e dopo avere reiterate volte respinto le intimazioni di resa, le condizioni erano queste: il comando italiano aveva ridotto gli effettivi a 2.500 uomini, poiché 1.300 erano periti negli aspri combattimenti, non esisteva più un solo colpo di cannone, vi erano ancora pochi caricatori per le armi leggere, i pochi muli erano stati già tutti sacrificati, la sete era allucinante, ma dalle pendici del monte si vedeva avvicinare sempre più una marea di fute bianche, i 30.000 armati di Ras Seium. No, non vi era più scampo! Ed il duca che aveva cercato più volte la morte su quell’Amba desolata, che aveva visto morire attorno a sé i migliori suoi fidi, pensò che aveva il dovere di risparmiare l’orrenda carneficina che attendeva i superstiti, adesso che era salvo l’onore della bandiera. Mandò fuori il suo Volpini a trattare con gli inglesi; ma gli armati di Ras Scium non rispettarono la guarentigia della bandiera bianca, una scarica di fucili uccise lui e gli altri parlamentari, così che furono gli inglesi a dover recarsi dal duca; e due giorni dopo vi fu la discesa dall’Amba Alagi.
Amedeo di Savoia fu l’ultimo ad abbandonarla dopo avere diviso con i superstiti le poche cose ed il danaro che gli restava; ma prima si recò nel forte Toselli, dove due giorni prima era stato sepolto il generale Volpini, l’amico del cuore, che per 15 anni aveva – ai suoi ordini – diviso la gioia e le asprezze della sua vita, ed aveva pagato l’estremo tributo alla sua granitica fedeltà. Venne portato ad Adi Ugri ove restò 15 giorni, chiuso in una piccola casa, in attesa della sistemazione definitiva, e fu ad Adì Ugri, nel chiuso di quattro pareti che seppe dalla radio della medaglia d’oro al valor militare assegnatagli da Sua Maestà il Re: «ho seguito con viva affezione e con ammirata fierezza la tua opera di comandante e di soldato. Ti ho conferito la medaglia d’oro al Valore Militare, desiderando premiare in te anche coloro che, combattendo ai tuoi ordini, hanno bene meritato dalla Patria». Sì! Egli si sentiva di essere il depositario dei mille e mille caduti nella difesa dell’Impero; nel suo cuore batteva quello di una moltitudine di morti e di superstiti.
La Sua nuova dimora fu stabilita a Nairobi. Gli fu assegnato il villino da caccia di Lady Me Millan, a 70 Km da Nairobi, edificio abbandonato da anni, infestato da pulci, da zecche e da topi, e dovette personalmente per una settimana intera, aiutato dai suoi, provvedere a liberarsi – per quanto possibile – da questi ospiti indesiderabili.
Le gazzette inglesi farneticavano sulla libertà di cui godeva il principe, che poteva recarsi ove volesse, ospite, dicevano, e non prigioniero di Sua Maestà Britannica; che da Addis Abeba gli erano stati portati i suoi cavalli, che possedeva una automobile per i suoi spostamenti. La verità era un’altra: Amedeo non poteva andare al di là di 380 m dalla casetta, vigilato da un bene attrezzato e numeroso corpo di guardia, ed invece dei cavalli e dell’auto, esisteva una carrozza di cui si servivano gli ufficiali inglesi, che dopo una settimana l’avevano resa inservibile. Era un prigioniero, come gli altri, che ebbe la prima lettera dei suoi dopo sette mesi di prigionia, e niente lo feriva e lo umiliava più delle letture delle riviste sud africane ed inglesi che gli ufficiali di guardia gli mostravano. In una si diceva che, sull’impegno della sua parola di onore, gli sarebbe stato concesso di andare in Italia a rivedere la sua famiglia. Il rossore gli salì al viso. Come si poteva pensare che egli avrebbe accettato un simile privilegio? Un’altra volta lesse in una rivista sud africana che i suoi magnifici soldati erano i «contemptible scavengings in the biways of the battle».
Umiliato, depresso, in quella solitudine disperata rotta solamente dalle notizie sempre peggiori che giungevano dai lontani campi di battaglia europei, fu punto un giorno da una zecca, e ne risultarono altissime febbri a tipo tifoideo, che gli durarono settimane e lo ridussero allo stremo, mentre il suo medico, il dottor Borra, invano chiedeva di poter fare delle analisi e degli esami speciali, ed invano chiedeva medicinali. Appena rimessosi chiese ed ottenne di poter recarsi al Comando del Campo da cui dipendeva, per avere la assicurazione che le donne ed i bambini internati nel Kenia sarebbero stati evacuati per primi, con precedenza su tutti.
Voleva entrare nel campo per salutare i suoi soldati prigionieri, ma gli fu vietato, ed allora girò attorno al filo spinato entro il quale erano rinchiusi, mentre i suoi vecchi soldati gli gridavano parole di amore. Fu visto pallido, diritto, con gli occhi gonfi di lacrime, e non si vergognò di dire a chi lo accompagnava: «talvolta piangere è una felicità»! Ma la febbre tornata altissima dimostrava i sintomi inequivocabili della malaria. 
In quell’organismo, debilitato dalla lunga sofferenza morale, dalle privazioni fisiche durate nelle lunghe settimane di assedio sull’Amba Alagi, i lunghi attacchi febbrili determinati dalla insalubrità del luogo, portarono il duca alla morte.

Nelle tre foto da sinistra a destra: la tomba del viceré Amedeo a Nairobi, capitale del Kenya; cartolina di propaganda che mostra un fante italiano coloniale, che riprende le fattezze del duca d’Aosta, intento ad attendere il momento del ritorno italiano; foto, antecedente al conflitto, di Amedeo di Savoia duca d’Aosta, viceré dell’Africa Orientale Italiana.

Quando si recò a trovarlo il maggiore Ray Wittit, unico tra gli ufficiali inglesi che, avendo in tempi felici conosciuto il duca di Aosta, non aveva dimenticato l’omaggio che a lui si doveva nella sventura, quando andò a trovarlo e lo vide in quelle condizioni, su quel lettino di ferro ove non poteva allungare i piedi, con gli occhi lucidi di febbre, nella più grande desolazione, non poté contenere il suo sdegno, che esplose in sacro furore: questo era il modo di trattare un principe reale della più vecchia dinastia regnante di Europa? Questo era il modo di trattare un glorioso nemico, leale e cavalleresco, tenendolo lì, a 70 km dal consorzio umano, in quella casetta abbandonata al limite di una foresta? Questa era la asserita, vantata ospitalità del Re di Inghilterra? Così riuscì ad ottenere che, a spese del duca, questo fosse ricoverato in una casa di cura, La Maja Cumbery Nursing Home.
Ma oramai il destino era segnato, ed ecco allora – per salvare la faccia – il medico inglese che appare all’ultima ora, ecco anche affacciarsi quel Rennel Road, compagno di giochi della sua fanciullezza, quando il padre era ambasciatore in Italia nei tempi felici. Il padre che amava ed era riamato dagli italiani aveva scritto al figlio: ricordati di quanto dobbiamo ai duchi di Aosta, e sii di conforto al prigioniero.
Ma il figlio era andato all’aeroporto, aveva salutato con ostentata indifferenza lasciando di ghiaccio il duca che gli era andato incontro per abbracciarlo; ed ora, eccolo lì, vicino al suo letto di morte: «Che sei venuto a fare ora? – gli disse il duca – ora è tardi, vattene». Si, oramai era tardi per le finzioni del mondo; adesso voleva essere solo con Dio e con i pochi fidi superstiti, per prepararsi a morire; oramai aveva gli occhi chiari della morte che guardano con distacco le cose vane e caduche. Il 1° marzo il comando inglese, convinto ormai della fine imminente, consente infine agli amici del duca di recarsi al suo capezzale.
«Scrivi, scrivi, io ti detto, ho paura di non fare in tempo, scrivi; giunga l’estremo saluto ai miei soldati di terra, del mare e del cielo, compagni di arme di tante campagne d’Italia e di Libia. Ai miei camerati di prigionia, ed a tutti quelli che con indomito valore mi hanno seguito in questa epopea africana, lascio il retaggio di portare il tricolore sulle Ambe dove i nostri morti montano la guardia. Scrivi, Verin, scrivi: riaffermo al mio Re, in questa ora suprema la fedeltà di tutta la vita». Poi asserisce al dottor Borra: «quante volte, caro dottore, ho pensato che sarebbe stato meglio morire sull’Amba Alagi. Colà la morte non mi ha voluto. Ma ora, di fronte a Dio, penso che sarebbe stata vanità: bisogna saper morire anche in mano al nemico, anche in un povero ospedale». Padre Boratto gli somministra i Sacramenti la sera del 2 marzo: mancano poche ore alla fine, ed il duca dice al cappellano militare «come è bello morire in pace, con Dio, con gli uomini, con se stesso. Questo solo è quello che veramente conta».
Alle ore 3:56, al duca sopravviene la fine. La morte del duca d’Aosta ci ha lasciato un pezzo di quel Regno d’Italia, oggi scomparso, che tanto di buono aveva prodotto per aumentare il prestigio nazionale fuori dal Bel Paese. Oggi, egli diviene esempio distinto di capacità umane e militari: un esempio gestionale per la classe politica. 
 

Per approfondimenti:
_Edoardo Borra, Amedeo di Savoia, terzo duca d’Aosta e Viceré d’Etiopia, Mursia, Torino, 1985;
_Dino Ramella, Il duca d’Aosta e gli italiani in Africa orientale, Daniela Piazza Editore, Torino, 2017;
_Gigi Speroni, Amedeo d’Aosta, L’eroe dell’Amba Alagi, Rusconi, Milano, 1998.
_Cosentino-Dodaro-Panella, I fantasmi dell’Impero, Serlio Editore, Palermo, 2017.

 

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Otto von Habsburg-Lothringen: un esilio per l’unità europea

Otto von Habsburg-Lothringen: un esilio per l’unità europea

di Giuseppe Baiocchi del 23-02-2020

Franz Josef Otto Robert Maria Anton Karl Max Heinrich Sixtus Xaver Felix Renatus Ludwig Gaetan Pius Ignatius (1912 – 2011), noto come Otto d’Asburgo ha sicuramente ricoperto nella storia del secondo dopoguerra un ruolo di spicco all’interno della politica europea.

Il giovane Otto in uniforme imperiale e regia da ufficiale.

Capo della Casa d’Asburgo dal 1922 al 2007, anno in cui abdicò in favore del figlio Karl Thomas Robert Maria Franziskus Georg Bahnam von Habsburg-Lothringen (1961), fu il primogenito maschio dell’imperatore austriaco e re d’Ungheria Karl I (1887 – 1922) e di sua moglie Zita di Borbone-Parma (1892 – 1989). L’educazione dell’arciduca Otto, nonostante le ristrettezze economiche dettate dall’esilio, non sarà trascurata. L’erede, di una delle più importanti famiglie europee, fu seguito dal precettore conte Henri de Degenfeld, che lo avvia verso un’istruzione portata avanti anche da ex-ministri e direttori della Monarchia Duale, i quali avranno il gravoso compito di elevarlo verso un livello d’istruzione corrispondente al diploma superiore. Coerente con la tradizione asburgica sviluppa, come il padre, un alto senso di responsabilità, che successivamente gli tornerà utile in vista delle sue battaglie politiche.
Ma come poteva essere la giornata di un arciduca? Sicuramente molto dura: ci si alzava alle 06:30 di mattina, seguiva la Santa messa, la prima colazione, una breve pausa e successivamente si praticava equitazione o scherma, secondo le tradizioni di famiglia. Dunque lezioni e compiti, fino a colazione, poi Ottone poteva avere una ricreazione per riprendere i suoi studi fino al pranzo serale. Incredibile ci appare oggi, anche la conoscenza delle lingue europee: oltre il francese e l’inglese, il tedesco e l’ungherese, si esprimeva correttamente in italiano, spagnolo, ceco, croato e serbo.
La famiglia gli insegna presto che ogni sua azione è sempre sotto «gli occhi di Dio», istruendolo verso i temi della tradizione cristiana.
Oltre al rigore, degno di un Imperatore, la sua infanzia doveva toccare anche la problematica delle ristrettezze economiche, dettate dalla condizione, sempre instabile, della famiglia soprattutto dopo la morte del padre nel 1922 nell’esilio portoghese di Madeira. Accade anche che Otto non possa uscire di casa per diversi giorni finché il calzolaio del villaggio spagnolo non gli ripari il suo unico paio di scarpe, o che il ragazzo veda piangere una delle dame di compagnia della madre Zita, perché non vi erano i soldi per la spesa. La famiglia imperiale, in esilio, sarà prima ospitata da Alfonso XIII de Borbón (1886 – 1941) che li trattò da vero signore e galantuomo dal 1922 al 1929, successivamente si trasferirono in Belgio in uno château vicino Louvain, dove l’arciduca ereditario d’Austria poté frequentare l’università nella medesima città. La madre nel suo primo giorno universitario gli disse: «È una gran cosa essere fino a questo punto nelle mani di Dio». Alcuni amici della famiglia imperiale, gli offrirono un’auto per spostarsi e all’età di 23 anni conseguirà il dottorato in scienze politiche sociali, bruciando i tempi: siamo agli inizi degli anni trenta.
Una generazione di ex sudditi imperiali lo guardava, nonostante l’esilio, come punto di riferimento per un’eventuale restaurazione e in alternativa come leader politico. Uno di questi era lo scrittore Joseph Roth (1894 – 1939), afflitto dalla piaga dell’alcolismo. Alcuni suoi amici conoscendo l’infatuazione dello scrittore per gli Asburgo, ebbero l’idea di chiedere all’arciduca di intervenire. Il giovane, dopo aver convocato lo scrittore galiziano asserì: «Roth, in qualità di vostro imperatore, io vi ordino di smettere di bere». Roth, già ex soldato dell’Imperiale e regio esercito, in piedi sull’attenti, rispose una decisa esclamazione affermativa, prima di lasciare la stanza.
Nel frattempo la Repubblica d’Austria, nel 1933, con il cancelliere austro-fascista Engelbert Dollfuss (1892 – 1934) – per scongiurare la presa del partito nazionalsocialista hitleriano in Austria –, rafforza il suo potere politico: viene sospeso il regime parlamentare creando un sistema corporativistico fascista a partito unico, con il Fronte Patriottico. L’arciduca Otto è inquieto per gli avvenimenti e riceve molti attestati di stima e sostegno da numerosi austriaci, sotto l’ala del cugino, il principe Maximilian Fürst von Hohenberg (1902 – 1962), figlio dell’arciduca assassinato a Sarajevo nel 1914, Franz Ferdinand.
Tutto precipita un anno dopo, quando nel 1934 Dollfuss viene assassinato il 25 luglio a Vienna, durante un tentativo di Colpo di Stato nazionalsocialista. Sarà in tale periodo che avviene un evento alquanto particolare e portentoso, a simbolo dell’attaccamento della popolazione austriaca nei confronti della casata degli Asburgo: il 26 agosto il piccolo borgo di Kopfstetten ha il coraggio di nominare l’arciduca Otto, cittadino onorario – ricordando come l’Asburgo fosse apolide in quel periodo. Da due anni, 269 comuni avevano già compiuto questo gesto di sfida di fronte alla minaccia di Adolf Hitler che amava affermare: «L’Austria? Sono cinque Asburgo e cento ebrei».
Riconoscente, il giovane rampollo pretendente al Trono, invia dal suo esilio belga una lettera aperta al sindaco di Kopfstetten, proprio l’ultima cittadina – come ci ricorda Zweig ne “Il Mondo di ieri” – da dove la famiglia imperiale aveva lasciato l’Austria: «Gli adii di Kopfstetten sono incisi per sempre nella mia memoria, anche se allora ero molto piccolo. Non dimenticherò mai l’angoscia che percepivo sul viso dei miei genitori nell’atto di separarsi da un popolo al quale avevano dedicato tutto se stessi […] Mi sembra sempre di sentire mio padre, l’Imperatore Karl, gridare “Arrivederci!” ai soldati che erano venuti alla stazione per portargli l’ultimo saluto. Purtroppo non ha più rivisto la sua patria, questo Re della pace! E per quanto mi riguarda, con questa lettera conto di trovarmi già tra voi. So che i vostri cuori sono tutti in festa pronti ad accogliermi.. e per questo vi dico cordialmente a presto»!
Successore di Dollfuss, il cancelliere Kurt Alois von Schuschnigg (1897 – 1977), da lui designato, nel 1935 riesce a far adottare dal parlamento alcune misure favorevoli alla dinastia il cui soggiorno in Austria era vietato. I decreti anti-Asburgo del 1919 sono parzialmente aboliti e due Burg, così come cinque case a Vienna, gli sono restituite. Possiamo pensare che Otto potesse cogliere il momento storico per una restaurazione nero-oro in Austria? Il cancelliere, viste le pressioni politiche si reca da Otto e nelle sue memorie scriverà: «dal pretendente al trono si diffondeva l’immagine di una personalità molto simpatica, cosciente delle sue responsabilità, sobrio nei modi, dotato di una intelligenza aperta, affinata dalle molteplici conoscenze e da una estrema gentilezza, una persona che sopportava a stento il suo destino di esiliato, con un impero giovanile che lo portava a non vedere gli effetti prospettici dovuti alla lontananza». Ancora tentativi, come quello avvenuto sempre tra il cancelliere, in lotta con l’estrema destra e l’estrema sinistra, e il capo del governo francese Pierre Laval (1883 – 1945). Ancora von Schuschnigg annoterà: «L’Austria e gli Asburgo sono concetti che, storicamente parlando, sono inseparabili come quello di Vienna dall’Austria o quello della Francia dai Borboni». Otto rappresentava l’uomo della tradizione e del legante culturale austriaco, colui che potrebbe garantire l’indipendenza d’Austria, nei confronti della Germania. Inoltre Otto d’Asburgo fu uno dei leader del tempo a opporsi nettamente alle lusinghe di Hitler, il quale prometteva all’interno del Mein Kampf, la restaurazione della monarchia asburgica in cambio del sostegno al nazionalsocialismo austriaco. La risposta di Otto mostra grande coraggio, quando senza ambiguità risponde su di una testata giornalistica: «Hitler è il solo uomo con cui ho sempre rifiutato di avere la benché minima relazione». Otto fin dall’inizio fu convinto, leggendo attentamente la sua opera, che il leader del partito nazionalsocialista voleva la guerra.
Intanto gli avvenimenti precipitano: nel 1936, in segno di riconoscenza verso il Führer per non essersi opposto alla campagna d’Etiopia del regime fascista (1935), Benito Mussolini ritira il suo appoggio al governo austriaco come “protettore dell’Austria” ritirando le truppe del Regio-esercito dal Brennero. Al fine di mantenere l’indipendenza, il cancelliere Schuschnigg è costretto a firmare un accordo con Hitler nel quale quest’ultimo prometteva di non invadere l’Austria in cambio della partecipazione dei “nazisti moderati” al governo di Vienna: ancora un’ultima illusione. È da affermare, di contro, che quasi la metà del Paese voleva ed ambiva all’annessione alla Germania, per ricreare quello che fu Il Sacro Romano Impero a lingua unicamente tedesca, dunque pangermanista.
Addirittura anche i socialisti austriaci erano impegnati a sostenere l’Anschluss e così il 12 marzo del 1938, avveniva quello che passerà alla storia come Delenda Austria: la nazione veniva inglobata al Reich tedesco, con i blindati della Wehrmacht che supereranno la frontiera della Repubblica austriaca, senza incontrare resistenza dall’esercito. L’Austria si trasformava nella Ostmark (La Marca dell’Est), una provincia del Grande Reich.

L’avversione di Otto al nazismo, fin dagli albori, lo pose come l’acerrimo nemico di Hitler, per quanto riguardava le posizioni del Führer sull’istituzione monarchica. È tristemente famosa la frase del nome in codice dell’Anschluss “Operazione Otto” e altrettanto forti furono le frasi di Hitler sprezzante sul passato dell’Austria-Ungheria, che definiva “impero meticcio”. Ancora due inviti da parte del cancelliere tedesco vengono rifiutate nettamente da Otto. Una posizione diversa, rispetto a quella presa dagli Hohenzollern, specialmente dal Kronprinz August Wilhelm Heinrich Günther Viktor Hohenzollern (1887 – 1949, il primogenito del Kaiser Guglielmo II) il quale aveva pubblicamente appoggiato Hitler durante la campagna elettorale, per avere in cambio una restaurazione della propria famiglia. L’arciduca ricorderà come una volta incontratosi con il principe prussiano, questi si presentò in camicia bruna delle SA, mettendolo «a forte disagio». Come in altri casi politici, Hitler sfruttò il nome della Casa reale per prendere voti, poi una volta al potere, scaricò gli Hohenzollern, non restituendo alcun “Trono e Altare”.

Una settimana dopo l’annessione dell’Austria, il giorno di compleanno del Führer, il Ministro austriaco della Giustizia emette un mandato d’arresto contro Otto d’Asburgo e si legge nella nota «alto tradimento», poiché domandò aiuto alle Potenze straniere per impedire l’annessione. La stampa di lingua tedesca è dura, additandolo come «un reietto degenerato degli Asburgo» e un «criminale in fuga»: inizia la caccia all’uomo, che terminerà solo con la fine della seconda guerra mondiale. Il primo tentativo di rapimento da parte nazista, avviene nel 1939, quando un commando della Gestapo tenta di rapirlo: a Parigi, Otto soggiorna in un hotel di boulevard Raspail e, dopo l’armistizio del 1940, esso figura nella lista dei 76 nomi stabilita dall’alto comando come “elementi pericolosi e sovversivi”. Le autorità francesi hanno ordine espresso di arrestare tali individui; addirittura Walter Richard Rudolf Hess (1894 – 1987) voleva assassinarlo immediatamente dopo l’arresto avvenuto. L’arciduca si trovava in una situazione di immenso pericolo: la sera del 9 giugno 1940, quando il governo francese era già stato trasferito a Bordeaux, Otto è invitato ad un pranzo al Ritz da un ex ambasciatore americano presso il re dei belgi, per le 20:30. Una cena alquanto surreale se si pensa che cinque giorni dopo le truppe tedesche entravano trionfalmente a Parigi. La città è un deserto e gli uomini possono sentire il rumore dei loro passi che risuono nella sottostante piazza: «Eravamo i soli ospiti dell’albergo. Era incredibile quando ci penso… […] La cena era stata servita secondo le regole dell’albergo da camerati in frac come se niente fosse. La cena fu sontuosa, la discussione entusiasmante». Curioso che il libro degli ospiti del Grand Hotel veda, dopo la firma dell’arciduca, quella del feldmaresciallo Erwin Johannes Eugen Rommel (1891 – 1944), avvenuta pochi giorni dopo; qualche anno più tardi Otto d’Asburgo affermerà «di sicuro il mio nome non gli sarà sfuggito»! Il giorno dopo egli partirà per la Spagna ed il Portogallo, aiutando anche un centinaio di compatrioti austriaci alla frontiera con la Spagna franchista. A breve approda negli Stati Uniti, dove a Washington, convince l’amministrazione Roosevelt a dichiarare il 25 luglio “l’Austrian Day” e pubblica articoli per la rivista “The Voice of Austria”.
Il prestigio della sua figura è tale che viene ricevuto anche presso la Casa Bianca dal presidente e sua moglie, incontrerà banchieri e industriali. Le sue conferenze affascinano il pubblico americano: le sue esposizioni sono chiare e precise, per un pubblico che conosce a malapena la Mitteleuropa. Sarà anche grazie al lavoro di Otto d’Asburgo, che alla conferenza dei ministri degli affari esteri che si era tenuta a Mosca il 19 ottobre 1943, gli alleati dichiararono che a conclusione del conflitto l’Austria sarebbe dovuta essere libera e indipendente, annullando, de facto, l’Anschluss. Infaticabile difensore dell’identità dell’Austria Otto d’Asburgo lavorerà a Washington fino al 1944, mentre la sua famiglia si era trasferita in Québec. Il suo ruolo negli Stati Uniti diviene essenziale, poiché egli si sforzò di far capire l’importanza dell’equilibrio geopolitico mitteleuropeo verso gli americani, ricordando loro molto spesso i gravi errori dei trattati post 1918, dove l’incoscienza, l’ignoranza e il disprezzo avevano regnato sovrane sui paesi sconfitti.
Scoperto ben presto il piano egemonico comunista di Stalin nei confronti dell’Austria, che prese il nome di “Morghenthau” (dal nome di un segretario di Stato americano al Tesoro che l’aveva elaborato), vi si oppose con grande energia. Tale programma prevedeva la divisione dell’Austria in due parti: Vienna sarebbe andata sotto il controllo dell’Unione Sovietica (come poi avverrà per circa dieci anni) insieme a metà del territorio austriaco. I negoziati, quando Otto ne viene a conoscenza, sono già in uno stadio avanzato. Il presidente americano riferisce all’arciduca che è possibile ancora rivedere tale piano a condizione che lo richieda il Primo Ministro britannico, un certo Winston Churchill. L’inglese decretò, con molta semplicità che «la strada per l’India, vitale per l’Inghilterra, passava per Vienna e che quindi bisognava modificare il piano d’occupazione dell’Austria». Un lavoro oscuro e silenzioso quello dell’arciduca: se il piano Morgenthau fosse stato applicato l’Austria sarebbe scomparsa. L’armata Rossa entra in Vienna il 12 aprile 1945, presentandosi come “liberatrice” e facendo temere un trionfo bolscevico alle elezioni. Stalin ordinerà l’edificazione di un monumento alla loro gloria in piazza Schwarzenberg, ancora presente, inquadrato oggi da una fontana.

Memoriale sovietico di guerra a Schwarzenbergplatz, Vienna.

L’Austria viene così “salvata” in quattro zone e non data interamente ai sovietici. La zona britannica controlla la Stiria, la Carinzia e il Tirolo orientale; la zona francese occupa il Tirolo settentrionale e il Vorarlberg; la porzione americana la parte sud dell’Alta Austria e Salisburgo; infine la Russia la Bassa Austria, il Burgenland e la parte dell’Alta Austria. Vienna stessa è scorporata in ben cinque zone, dove nel primo distretto era presente la sede amministrativa delle quattro potenze di occupazione e la capitale divenne dal 1948 il crocevia della guerra fredda.
L’esilio per Otto d’Asburgo sembra finire e dopo 25 anni può tornare nella sua terra (1945 – 1946): altra speranza effimera dopo tanti sforzi. Su richiesta del governo austriaco, gli Alleati ristabiliscono le leggi anti-Asburgo del 1919. L’accanimento ingiustificato porta la firma del presidente repubblicano Karl Renner (1870 – 1950), colui che nel 1938 aveva approvato l’annessione dell’Austria da parte di Hitler. La famiglia è costretta a ripartire per l’esilio, mentre l’Europa andava trasformandosi in quel “campo di battaglia” tra le due ideologie imperialiste che si affrontavano. L’arciduca risiede in Francia, ma viaggia spesso come conferenziere. Per lui, l’evento più importante nell’immediato dopoguerra è il matrimonio: a 39 anni nel 1951, sposerà a Nancy, antica capitale del ducato della Lorena, la regina ventiseienne di Sassonia-Meiningen.
L’atmosfera è particolare: oltre alle 80.000 persone presenti, è presente una scorta di soldati in uniforme ungherese e diversi dignitari sfilano con le uniformi dell’antico Impero. I due si conobbero nel 1950, dopo lo scoppio della guerra di Corea. I campi dei rifugiati ungheresi in Germania erano scossi dalla paura del vicino confine sovietico: «È così che ho incontrato la mia futura sposa. Lei cooperava con la caritas che si occupava degli ungheresi con i quali ne condivideva la sorte. I beni della sua famiglia che si trovavano in zona di occupazione sovietica, quella che sarebbe poi diventata la “Repubblica democratica tedesca”, erano stati confiscati integralmente. Questa giovane donna coraggiosa, esiliata come lo ero io e proveniente da una famiglia provata dalla sorte, mi ha subito attirato».
Dopo il matrimonio la coppia si trasferisce in Baviera, nella confortevole villa di Pöcking sul lago di Starnberg a sud di Monaco, romanticamente lo stesso luogo dove trovò la morte Ludwig II il 13 giugno del 1886. Le nascite si susseguono: Andrea (1953), le gemelle Monika e Michaela (1954), Gabriella (1956), Walburga (1958), Karl (l’erede tanto atteso nel 1961) e Georg (1964). Sulla moglie l’arciduca asserirà: «La favola non è mai terminata. Abbiamo avuto sette figli, cinque bambine e due bambini. Penso che le famiglie numerose siano una buona cosa, sia per i bambini come per il Paese».
Dopo la liberazione da parte sovietica dell’Austria nel 1955 (Trattato di Belvedere), Otto ottiene nuovamente la nazionalità austriaca, senza il permesso di tornare sul suolo natio. Nel 1957 Otto dichiara di riconoscere apertamente la Repubblica d’Austria, ma ancora i socialisti si oppongo forzatamente al suo rientro. Ancora il 31 maggio del 1962, egli rinuncia “in conformità all’articolo 2 della legge del 3 aprile 1919 al suo ruolo di membro del casato degli Asburgo-Lorena e alle rivendicazioni di sovranità che ne derivano. Nonostante i suoi gesti di distensione, il “dottor Asburgo” fa ancora paura in Austria. Solo nel 1966, il 31 ottobre, potrà rimettere piede su suolo austriaco, ma continuerà sempre a risiedere in Baviera, ottenendo anche la cittadinanza tedesca nell’aprile de 1978: tale operazione gli permetterà di candidarsi alle elezioni del parlamento europeo del 1979. Il ministro presidente della Bassa Austria accetterà la doppia cittadinanza – vietata in Austria – poiché il dottor Asburgo-Lorena ha merito di aver fatto «ricomparire sulle carte geografiche del mondo l’Austria, dopo la seconda guerra mondiale».

La vigilia del matrimonio una cena di gala si svolge all’hotel Excelsior. Otto indossa il collare dell’ordine del Toson d’Oro di cui è Gran Maestro; la regina esibisce un cerchietto di diamanti che apparteneva alla duchessa Maria Giuseppe, nonna del marito. A sua nuora Zita consegna le insegne in diamanti dell’ordine della Croce stellata che lei portava il giorno del suo matrimonio con Karl – onorificenza femminile in cui la sposa del capo del casato d’Austria è detentrice da quasi due secoli.

Otto viaggia in molti Paesi d’Europa per cooperare politicamente alla sua ricostruzione: famosa la conferenza del 28 marzo 1968 al gran teatro di Le Mans, avente titolo “Austria tra est e ovest” organizzata dall’Accademia du Maine diretta da Guy des Cars. Recentemente, teneva ancora una conferenza “a braccio” al Circolo dell’Unione interalleata con “L’Europa degli anni 2000”, seducendo il numerosissimo pubblico presente. Possiamo capire come egli potesse essere ascoltato anche dai politici di primissima classe, in occasione della guerra di Jugoslavia (1991 – 2001). La famiglia Asburgo, perso il potere temporale, dopo essere sopravvissuta a tante rivoluzioni, persecuzioni e guerre, oggi si impegna con costanza – seguendo l’esempio di Otto – in numerose attività diplomatiche, caritative, amministrative e culturali, sempre in segno dei valori dell’Unità Europea. Certamente nel segno di un Vecchio Continente non asservito dall’attuale tecnocrazia economica e politica: Otto si sorprese nel vedere sulle banconote europee nessun personaggio storico celebre per il nostro continente, né nell’aver denotato alcun elemento del patrimonio artistico, architettonico, spirituale, scientifico e industriale, ma vuoti archi astratti che non conservano in sé nessun valore. La soppressione delle feste cristiane, figlio di un pretenzioso calendario europeo comparso nel 2011 rammaricò molto l’arciduca, che da sempre si era battuto per altri valori. Il complotto per far dimenticare le radici e l’identità “dell’Europa dei popoli”, oggi è ancora in atto. Un vero e proprio lavaggio della coscienza europeo. Come afferma anche il dott. Federico Nicolaci nei suoi studi: «Lo stupore con cui l’Europa scopre oggi di essere una “tecnocrazia senza radici” (Habermad 2014, p.21) e una costruzione “fondamentalmente vuota” (Judt 1996), come la crisi dei debiti sovrani e la conflittualità intra-europea che da essi si è sprigionata dimostrano chiaramente, ricorda lo stupore del miope, giacché tale esito non è accidentale, ma è il risultato ultimo di un parossistico rafforzamento dell’approccio funzionalistico e tecnocratico all’integrazione europea. Un’auto-comprensione altamente impoverita dell’Europa ha reso possibile che venissero abbracciati quegli stessi processi di spoliticizzazione che sono oggi la causa della sua disintegrazione politica e culturale. È evidente, infatti, che un’Europa unita e legittimata solo dai benefici materiali (dispensati da una “polity” sovranazionale sottratta in linea di principio, e nel caso della BCE de iure, all’influenza politica democratica) è un’Europa profondamente instabile, essenzialmente disunita: quando tali benefici si rivoltano in svantaggi, come sta accadendo con la crisi dell’Euro, nessuna “energia” rimane ad arginare le forze centrifughe e disintegranti. Un’unione dei progetti è un tempio completamente vuoto, inanimato, e nella misura in cui l’Europa pensa di sé semplicemente in termini pragmatico-funzionali, allora essa pronuncia volontariamente la propria condanna».
Ancora, proseguendo con le problematiche europee, ci sono voluti ben 92 anni per pagare i 269 miliardi di Reichmarks, ossia i 200 milioni di euro, dovuti alle riparazioni di guerra della Germania, estrapolate nel trattato di Versailles, saldato solo il 3 ottobre 2010. Il ritorno dell’Imperatrice Zita, con i suoi funerali di Stato in Austria sono stati oggetto di ampie discussioni da parte dell’opinione pubblica europea. Meno contestata, la beatificazione dell’Imperatore Karl I, avvenuta il 3 ottobre del 2004, per mano di Papa Giovanni Paolo II, che permise l’esposizione del ritratto del beato Imperatore sulle finestre di città del Vaticano, ricordate anche da Otto, il quale lascia un grande vuoto politico il 14 luglio del 2011 alla veneranda età di 99 anni, presso il suo domicilio di Pöcking in Baviera. L’arciduca si era molto indebolito, dopo essere caduto da una scalinata e soprattutto dopo la perdita della sua amata moglie un anno e mezzo prima. Lascia i famigliari in punta di piedi, addormentandosi nel sonno, con stile, così come aveva vissuto senza mai alzare la voce, per tutta la sua vita.

Otto in età avanzata.

I suoi funerali solenni a Vienna il 1°agosto sono stati accompagnati da 1 milione di austriaci (in un paese di 8,3 milioni di abitanti), ma anche da ungheresi, ruteni, galiziani, croati, italiani, boemi: il vecchio Impero scomparso, si riuniva per l’ultima volta. Nella cattedrale di Santo Stefano, la cerimonia si è svolta in presenza di numerosi monarchi e principi europei, del bel mondo, ma l’evento solenne ha visto anche alte personalità della politica europea e personaggi di rilievo religioso. Presenti tutti i cavalieri dell’Ordine del Toson D’Oro, ordine di cui l’Arciduca era stato Gran Maestro in Austria ed erano presenti anche un nutrito gruppo di quattrocento Kaiserjäger in gran tenuta tirolese, simbolo dell’attaccamento dell’ex contea del Tirolo all’erede al Trono. La televisione pubblica ORF ha trasmesso le esequie in diretta con diversi reportage storici e attuali, fino alla storica cerimonia di sepoltura presso la Cripta dei Cappuccini, che si apprestava ad accogliere ancora una volta “un semplice peccatore”.

 

Per approfondimenti
_Marie-Madaleine Martin, Othon de Habsbourg – prince d’occident, edizione Du Conquistador, 1959;
_Jean Des Cars, La storia degli Asburgo, Udine, Nuova editrice goriziana, 2018;
_Flavia Foradini, Otto d’Asburgo. L’ultimo atto di una dinastia, Trieste, Mgs Press, 2004.

 

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Joseph de Maistre a fronte della Rivoluzione

Joseph de Maistre a fronte della Rivoluzione

di Giorgio Enrico Cavallo del 04-01-2020

Joseph-Marie de Maistre nasce a Chambéry, in Savoia, il 1° aprile 1753, da François-Xavier (1705-1789), magistrato, e dalla nobile Christine Demotz (1722-1774). È primogenito di dieci figli. Joseph non è dunque nato nobile: il padre viene nobilitato soltanto nel 1778 per i servigi resi alla corona, e creato conte. Il giovane Joseph studia giurisprudenza a Torino e inizia l’attività di magistrato nella sonnolenta Chambéry, città periferica di un regno periferico, lontana dai fermenti della cultura e della politica del suo secolo.

Joseph-Marie, conte di Maistre (1753-1821) era un filosofo, scrittore, avvocato e diplomatico savoiardo di lingua francese che sosteneva la gerarchia sociale e la monarchia nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione francese.

Una delle rare forme di intrattenimento era la locale loggia massonica di rito inglese dei Trois Mortiers, della quale entrò a far parte nel 1774. Cattolico osservante e fedele, De Maistre entrò in massoneria un po’ per curiosità, ma soprattutto per cercare di ristabilire tramite il suo formidabile apparato una restaurazione cristiana nel mondo, concetto che ingenuamente esprime nella celebre Memoria al Duca di Brunswick del 1782.
Pochi anni dopo, nel 1786, sposa la nobile Françoise-Marguerite de Morand, che gli darà tre figli. Due anni dopo, nel 1788, entra a far parte del Senato. Allo scoppio della Rivoluzione francese, nel 1789, ritiene che i prodromi del movimento in Francia facciano ben sperare per una riforma dell’Ancien Régime positiva; giudizio che egli stesso smentirà poco dopo, grazie anche alla lettura della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, del 1789, e delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, del 1790, di Edmund Burke (1729-1797). Da quella data, De Maistre comprese l’urgenza di schierarsi contro il mostro rivoluzionario; mostro che, nel 1792, invase la Savoia costringendolo all’esilio in Svizzera. Tutta la sua vita fu caratterizzata dallo scontro con la Rivoluzione, che scosse profondamente anche la sua famiglia: con l’occupazione francese egli riparò ad Aosta, intendendo offrire il proprio servizio a Vittorio Amedeo III. Ad Aosta fu raggiunto dalla notizia che, per mantenere i propri beni, sarebbe stato costretto a prestare giuramento a Chambéry alla Repubblica. Egli rifiutò. La moglie, incinta ed all’ottavo mese, pensò che se suo marito rifiutava, lei poteva comunque sperare di salvare qualcosa: si recò pertanto in Savoia valicando le Alpi pur nella sua condizione. Fu raggiunta dal marito, il quale temeva di trovarla morta; davanti al Consiglio municipale di Chambéry, chiese conto dei suoi beni rifiutando di prestare giuramento e di sottoscrivere una elargizione alla causa repubblicana per sostenere la guerra. Come è facile immaginare, non ottenne nulla; da ciò, ebbero origine molte delle traversie e delle difficoltà economiche della sua famiglia.
Povero, abbandonato ma fiero per essere rimasto fedele ai suoi ideali, De Maistre riparò a Losanna, dove visse tre anni. Qui, nel 1797, diede alla luce l’opera che gli diede fama internazionale: le Considerazioni sulla Francia. Val bene partire da questo testo famoso per analizzare il pensiero del Savoiardo. De Maistre è convinto del ruolo determinante giocato da Dio nella storia umana. Ne è una prova la Rivoluzione, che egli identifica come una necessaria “purga” attraverso la quale deve passare il mondo. «Non sono gli uomini che guidano la Rivoluzione, ma la Rivoluzione che guida gli uomini», sosteneva nelle Considerazioni sulla Francia. E la motivava: «Questa frase significa che la Divinità non si era mai chiaramente mostrata in alcun avvenimento umano. Se, invece, impiega i più vili strumenti, è perché punisce per generare». De Maistre affermerà ancora questo concetto anni dopo, in occasione della ritirata napoleonica dalla Russia: «Gli uomini più irreligiosi sono colpiti da questa spaventosa catastrofe. Quanto a me, credo che mai Dio abbia detto agli uomini con voce più alta e più chiara: SONO IO»1.
De Maistre diventa allora il portavoce della Contro-Rivoluzione; che non è una “rivoluzione al contrario”, come si potrebbe facilmente pensare, ma “il contrario della Rivoluzione”. In lui, che ha compreso l’importante momento storico e il ruolo che l’uomo e Dio hanno nella storia, la Rivoluzione non sembra soltanto una mostruosità, ma anche un nemico da combattere con diversi canoni. Non con una Rivoluzione alla Rivoluzione, bensì con una ferma opposizione, basata sui princìpi che hanno, da sempre – e non soltanto nell’Antico Regime – guidato l’azione dell’uomo.

Joseph-François-Marie De Martinel, dipinto di Chambéry intorno all’anno 1780, a quel tempo città del Regno di Sardegna, oggi dipartimento della Savoia, Francia.

Si può dunque definire il filosofo sabaudo un sovranista? L’aggettivo è sicuramente fuori luogo, ma provocatorio: perché De Maistre è senza dubbio il più alto rappresentante dell’alleanza trono-altare. Ebbe a dire: «Ovunque vediate un altare, lì c’è una civiltà»2. Dunque, è la religione che legittima la sovranità: «Il sacro dei re si lega alla stessa radice»3. De Maistre è convinto che le grandi istituzioni politiche sono perfette e durevoli nella misura in cui l’unione della politica e della religione vi si trova più perfetta»4. È quindi questo che lui vede nella sovranità, che è data da Dio e per Dio; tanto più un popolo, come quello romano, si allontana dalla religione, tanto più esso perde la sua ragion d’essere e, naturalmente, si infiacchisce e scompare dalla storia. E quando un popolo manca di rispetto al re? Quando, addirittura, lo caccia o lo uccide?
Infatti dal suo “Considerazioni sulla Francia” si evince come: «Ora, tutti i delitti nazionali contro la sovranità sono puniti senza ritardo ed in una maniera terribile; è questa una legge che non ha mai avuto alcuna eccezione. Pochi giorni dopo l’esecuzione di Luigi XVI, qualcuno scrisse sul Mercure Universel: “Forse non sarebbe stato necessario idi andare tant’oltre; ma, poiché i nostri legislatori han preso l’avvenimento sotto la loro responsabilità, riuniamoci attorno ad essi: estinguiamo tutti gli odii, e più non se ne parli”. Benissimo: sarebbe stato forse meglio non assassinare il re, ma poiché ormai è cosa fatta, non se ne parli più e diventiamo tutti buoni amici. Che demenza! Shakespeare ne sapeva un po’ di più, quando diceva: “La vita di ogni individuo è preziosa per sé; ma la vita da cui tante vite dipendono, quella cioè dei sovrani, è preziosa per tutti. Un delitto fa forse sparire la maestà reale? Nel posto che ella occupava, si forma uno spaventevole abisso, e vi si precipita tutto ciò che lo circonda”. Ciascuna goccia del sangue di Luigi XVI ne costerà dei torrenti alla Francia; forse quattro milioni di francesi pagheranno con le loro teste il gran delitto nazionale di una insurrezione antireligiosa ed antisociale, coronata da un regicidio»5.
Sullargomento religioso abbiamo già denotato l’importanza cruciale che De Maistre riserva alla religione. «Ogni istituzione immaginabile poggia su un’idea religiosa, altrimenti non è che transitoria», scrisse nell’Essai. La grande colpa del secolo XVIII è stata quella di frapporre la scienza a Dio, usandola contro l’autore della natura e contro la religione. Si affermò che non si poteva fare lavoro scientifico senza negare la religiosità, laddove invece la religione non esprime ostilità nei confronti della scienza6. De Maistre avverte il pericolo di essere abbruttiti dalla scienza, qualora questa prenda il sopravvento sulla religione, che deve essere necessariamente al primo posto: «se non si torna alle antiche massime, se l’educazione non è restituita al clero, se la scienza non è collocata da per tutto al secondo posto, i mali che ci aspettano sono incalcolabili: saremo abbruttiti dalla scienza, ed è l’ultimo grado dell’abbruttimento»7. Si può ben dire che il filosofo di Chambéry anticipi, con questa affermazione, quanto avvenuto realmente negli anni a venire.

Ernest Henri Dubois, Memoriale a Joseph e Xavier de Maistre in bronzo. In basso vi è la rappresentazione femminile della Savoia, terza statua andata perduta. Castello di Chambery, Francia, 1899.

De Maistre nutre, infine, una forte sfiducia nei confronti delle costituzioni scritte. È necessario, secondo il Savoiardo, un elemento di santità e di immutabilità che le leggi scritte non danno: serve in altre parole, constatare che il diritto è «già dato» all’uomo, e non è l’uomo che lo crea8. Lo si osserva dal momento che si constata che più leggi si scrivono, più le istituzioni sono deboli: l’elefantiasi legislativa nuoce grandemente tanto al diritto pubblico quanto alle tradizioni religiose. L’esempio, nuovamente, si trova nella Rivoluzione: «Il legislatore somiglia al Creatore: non lavora tutto il tempo; mette al mondo e poi si riposa […]. Se la perfezione fosse alla portata della natura umana, ogni legislatore parlerebbe una volta sola; ma benché tutte le nostre opere siano imperfette, e benché il sovrano sia obbligato, man mano che le istituzioni politiche si corrompono, a venire in loro soccorso con nuove leggi, pur tuttavia la legislazione umana può avvicinarsi al suo modello grazie a quell’intermittenza di cui ho appena parlato. […] Osservate i lavori delle tre assemblee nazionali di Francia, che numero prodigioso di leggi! Dal primo luglio 1789 all’ottobre 1791, l’Assemblea nazionale ne ha fatte 2557; L’assemblea legislativa, in undici mesi e mezzo, ne ha fatte 1712. La Convenzione nazionale, dal primo giorno della repubblica al IV brumaio dell’anno IV (26 ottobre 1795) ne ha fatte, in 57 mesi, 11210. Totale 15479. Dubito che le tre dinastie dei re di Francia abbiano mai prodotto una collezione così abbondante. […] Perché tante leggi? Perché non c’è nessun legislatore. Che hanno fatto da sei anni a questa parte i pretesi legislatori? Niente, giacché distruggere non è fare9.

Tra il 1797 al 1798, De Maistre visse a Torino. Fu un soggiorno breve: nel dicembre 1798 le truppe francesi occuparono la capitale sabauda e il conte dovette trasferirsi momentaneamente a Venezia. Vi arrivò dopo una perigliosa traversata sul Po, nella quale l’imbarcazione rischiò più volte di affondare. Giunto a Venezia salvo ma povero, vendette tutti gli oggetti d’oro per sostenere la sua famiglia10. Vi rimase poco: quando giunse notizia, nella primavera 1799, che Suvorov stava sconfiggendo i francesi in Piemonte, De Maistre tornò in patria ma non vi trovò il suo re, Carlo Emanuele IV, che si era fermato a Firenze per ordine dell’esercito austriaco. Carlo Emanuele, dal suo soggiorno fiorentino, decise di sollevare il conte della sua situazione di misero esule assegnandogli il compito di reggente di Sardegna, vale a dire primo magistrato dell’isola, con il non disprezzabile appannaggio di 20mila lire11. Alla fine del 1799 l’arrivo della corte sabauda a Cagliari rese il suo ruolo più importante (ed ingombrante) che mai. Va premesso: De Maistre detestava la Sardegna, così come non ebbe particolare amore per la sua natia Savoia. Scrisse, anni dopo: «Nulla può togliermi dalla testa l’idea fatale di non essere affatto l’uomo giusto per Sua Maestà, in qualunque modo io mi comporti. Qualche volta, nei miei sogni poetici, immagino che la Natura mi abbia un tempo portato nel suo grembo, da Nizza in Francia, che abbia fatto un passo falso sulle Alpi (ben scusabile da parte di una donna anziana) e che io sia caduto dritto su Chambéry. Bisognava spingersi fino a Parigi o almeno fermarsi a Torino, dove io mi sarei formato. Ma l’irreparabile sciocchezza risale al 1° aprile 1754. Riconosco in me stesso non so quale elemento gallico che non mi mette in armonia con il nostro Gabinetto, verso cui nutro il dovuto rispetto»12.
In Sardegna egli si sentì come un recluso. I costumi e gli abitanti dell’isola gli risultarono insopportabili. «Nessuna razza umana è più estranea a tutti i sentimenti, a tutti i gusti, a tutti i talenti che onorano l’umanità. Sono vili senza essere obbedienti e ribelli senza essere coraggiosi […]. Il Sardo è più selvaggio del selvaggio, perché il selvaggio si limita a ignorare i lumi, il Sardo li odia. Egli è sprovvisto del più bell’attributo dell’uomo, la perfettibilità»13. A cavarlo dall’impiccio e da quel luogo da lui aborrito ci pensò Carlo Felice, che convinse il re suo fratello a destinarlo all’ambasciata sarda a Pietroburgo, rimasta vacante. Era il 7 settembre 180014.
Il 29 aprile 1803, dopo un disastrato viaggio durato oltre due mesi, Joseph de Maistre entrava in Russia passando il confine a Brest Litovsk. Era accompagnato da un solo domestico ed era diretto a Pietroburgo, città che lo avrebbe ospitato forse più a lungo di ogni altra nel corso della sua vita (ben 14 anni). La capitale del Nord fu per De Maistre una prigione. A mandarlo in Russia era stato il governo sabaudo, nella fattispecie Carlo Felice, fratello del re Vittorio Emanuele I, che detestava De Maistre e che intendeva levarselo dalle scatole.
Egli giunse a Pietroburgo il 13 maggio. Città d’arte, europea in mezzo all’ultimo avamposto dell’Asia, doveva suscitare poche emozioni nel filosofo sabaudo, che vi soggiornò povero e triste, al freddo in un appartamento di second’ordine (passò un inverno senza nemmeno una pelliccia15), costretto a licenziare anche il domestico per le sue ristrettezze economiche. Egli sopportò tutto questo in nome del suo re, che pure non lo aveva in stima, e per la sua famiglia, che egli poteva sostenere soltanto accettando questo ingrato incarico. «Io non so – scrisse – io non so cosa sia la vita di uno scellerato: non lo sono mai stato; ma la vita di un onest’uomo è abominevole»16.
In patria lasciava la sua famiglia, tanto amata. «Io leggo, scrivo, impiego ogni sforzo per stordirmi, per stancarmi, se fosse possibile. Terminando le mie monotone giornate, mi getto sopra un letto, ove il sonno che invoco non è sempre compiacente. Allora, pensieri strazianti sulla mia famiglia vengono a lacerarmi. Mi pare di sentir piangere a Torino: faccio mille sforzi per raffigurarmi la fisionomia di questa fanciulla di dodici anni, che non conosco. Vedo quest’orfanella di un padre vivente. Chiedo a me stesso se un giorno dovrò conoscerla»17. De Maistre si riferiva a Costanza, la figlia ultimogenita, che egli conobbe soltanto nel 1814, al suo ritorno in patria.
A Pietroburgo De Maistre scalpitava. Si sentiva ingiustamente isolato e, consapevole del suo genio, credeva di essere penalizzato oltremodo nel rimanere in una città sì capitale di un grande impero, ma anche periferica, scomoda, lontana dalla Storia con la S maiuscola. Proprio quella Storia gli offrì, nel 1812, l’incredibile occasione di essere spettatore diretto di uno degli avvenimenti più tragici della sua epoca: l’invasione napoleonica della Russia. Ma, nell’attesa di ciò, De Maistre non perse tempo e arrivò a scrivere a Napoleone avendo l’ardire di chiedergli un abboccamento. Per maggior gloria della Casa di Savoia, si capisce, al fine di sostenere la causa del suo re a Parigi (ed uscire dalla “prigionia” russa). A Cagliari, non appena si seppe del memoriale che egli aveva scritto al Bonaparte, la reazione non fu di gratitudine, bensì di piccato risentimento. De Maistre, già insopportabile agli occhi di Carlo Felice e poco amato da Vittorio Emanuele I, venne etichettato con l’antipatica definizione di traditore.
Traditore no, ma smanioso di mostrare al mondo il suo genio, questo sì. E smanioso, soprattutto, di servire la causa della contro-rivoluzione. Già ammirato nei salotti di Pietroburgo e capace di ammaliare il pubblico, specialmente quello femminile, Joseph de Maistre riuscì ad essere finalmente ascoltato dallo zar Alessandro I. Carezzò il sogno di diventare una sorta di “eminenza grigia” della Russia. L’entourage dello zar, però, guardava con sospetto il conte, fiero esponente della cattolicità ed accusato di aver convertito alcuni dei beni nomi della nobiltà russa. Alessandro I lo sfruttò, assegnandogli una rendita di 20mila rubli, speranzoso che avere dalla sua il più noto esponente della reazione cattolica gli valesse l’appoggio del papa. Poi, vinto Napoleone, avrebbe in fretta disconosciuto i rapporti con l’ambasciatore sardo, già per altro messo in un angolo dal suo stesso governo con l’infamante ed esagerata accusa di tradimento.

In Russia, De Maistre lavorò al suo più corposo e celebre lavoro, le Serate di San Pietroburgo, opera filosofica scritta in forma di dialogo tra tre personaggi, poderosa prova di dialettica e di capacità retorica. Sullo sfondo, una Pietroburgo che guardava con il cannocchiale gli avvenimenti del mondo e il genio distruttore di Napoleone. Genio che De Maistre conobbe in prima persona nel 1812, quando l’imperatore dei francesi invase la Russia zarista. Inizialmente, il filosofo savoiardo ritenne folle la ritirata del generale Kutuzov. Quando Napoleone entrò in Mosca, lanciò il suo più alto grido di dolore: «Da venti anni vedo gli imperi cadere uno dopo l’altro, senza avere neppure l’idea di ciò che bisognerebbe fare per salvarsi»18. La caduta della Russia significava la fine dell’ultimo baluardo del mondo di Ancien Régime. Ma, ripresa la sua lucidità, De Maistre osservava che Napoleone era in grande pericolo a Mosca: «[…] sono molto lontano dal credere che la situazione sia così disperata. Napoleone ha creduto di poter firmare la pace a Mosca ma si è sbagliato; la Russia tiene bene, la sua armata cresce di giorno in giorno, alcune armate minori, ma tuttavia consistenti, si gettano sulle linee di collegamento dei francesi; diventa quindi molto pericolosa, e secondo tutte le leggi della probabilità, bisogna scommettere contro di lui. So bene che anche un grande giocatore di dadi deve immancabilmente, in un momento come questo, tirar fuori dal fondo del suo bussolotto qualche tiro straordinario, perciò non garantisco niente; ma dico che è in grandissimo pericolo»19. L’implosione dell’esercito francese, letteralmente scomparso nel terribile inverno russo, non poté non suscitare una viva impressione nel filosofo sabaudo che, come a suo tempo aveva letto nella Rivoluzione qualcosa di satanico – e di “purga” divina – così adesso leggeva nell’incredibile evento una chiara firma di Dio. Il passo è già stato citato e val bene ripeterlo, perché ferma era la convinzione di De Maistre dell’azione di Dio nella Storia: «Gli uomini più irreligiosi sono colpiti da questa spaventosa catastrofe. Quanto a me, credo che mai Dio abbia detto agli uomini con voce più alta e più chiara: SONO IO»20.

La fine di Napoleone significò anche la fine dell’ambasciata di De Maistre a Pietroburgo. Il governo di Torino lo richiamò in patria. Nonostante tutto, in Russia il Savoiardo si era trovato bene; aveva avuto un momento di gloria presso la corte di Alessandro I, suo fratello Xavier aveva avuto un importante incarico nell’ammiragliato, suo figlio Rodolfo aveva servito lo zar nell’esercito. Lui stesso si era fatto naturalizzare russo, benché non avesse mai visitato il paese (del quale conosceva la sola capitale) e nonostante il fatto non avesse imparato una parola di russo. Tutto questo, il governo sabaudo gli aveva perdonato; ma a Torino, ora tornata capitale del Regno di Sardegna, non potevano digerire il sogno malcelato del conte di diventare esponente della Reazione europea. Sapevano che De Maistre scalpitava, che aveva intrattenuto rapporti con la Francia e con lo zar, allo scopo di diventare il nume della contro-rivoluzione cattolica. Sapevano che il Savoiardo detestava l’isolamento nel quale era tenuto, e che alla prima occasione buona avrebbe fatto le valigie e se la Francia di Luigi XVIII – come lui sperava – lo avesse chiamato ad essere plenipotenziario e demiurgo della Reazione, lui sarebbe stato pronto. Per la placida monarchia di Savoia, avere un ministro del genere era troppo: il 27 marzo 1817 De Maistre si imbarcò sulla Neva diretto a Torino. aveva finito la sua missione, sostituito quando la Russia aveva vinto e si apprestava a diventare attore di primo piano sulla scena mondiale.
Messo da parte dal suo governo che non lo mandò al Congresso di Vienna, De Maistre soffrì negli ultimi anni constatando che, in tutta la sua carriera, non gli era riuscito altro che diventare l’ambasciatore di un regno di secondaria importanza in una capitale periferica, ingiustamente dimenticato. Cercò comunque di portare giovamento alla Casa Savoia, evidenziando come il suo destino dovesse essere legato a quello dei popoli italiani. Scrisse al segretario del re: «Io non cesserò di ripeterlo, signore, le sciagure di Casa Savoia non saranno mai deplorate abbastanza; ma poiché la Provvidenza ha voluto che ciò avvenisse, bisogna desiderare che in una rifusione generale degli Stati europei questa sovranità piemontese sia interamente dimenticata, e che non si occupino più che dell’idea più vasta di una sovranità italiana fra la Francia e l’Austria»21.
In un dispaccio del 1804, negli anni di maggior fulgore dell’astro napoleonico, egli sapeva già vedere che per la Casa Savoia il maggior pericolo veniva dagli Asburgo e non dai Bonaparte. «La dinastia di Savoia non ha altro nemico essenziale e naturale che Casa d’Austria; noi dobbiamo dunque cercare principalmente un appoggio contro l’Austria, e non possiamo trovarlo che nella Francia»22. Sembra l’anticipo dell’esperienza risorgimentale di mezzo secolo dopo.
Avvertì il cambiamento in arrivo? Si può rispondere, affermando che comprese senza dubbio che il “suo” mondo era finito. E, con esso, il senso stesso della storia. Per De Maistre, il senso della storia deve essere cercato nella continuità. Continuità tra passato e presente, spezzata dall’esperienza demoniaca della Rivoluzione. «Il compimento dell’atto sacrilego della Rivoluzione significa la fine dell’Europa»23. «Muoio con l’Europa», avrebbe scritto De Maistre, prima di morire, all’amico Louis de Bonald; aggiungendo, però, con amara soddisfazione «ma sono in buona compagnia»24.

 

Note:
1 J. DE MAISTRE, Napoleone, la Russia, l’Europa, dispacci da Pietroburgo 1811-1813, Donzelli, Roma, 1994; Lettera da S. Pietroburgo 17-29 dicembre 1812, p. 196.
2 J. DE MAISTRE, Le Serate di San Pietroburgo, Fede&Cultura, Verona 2014, p.86.
3 J. DE MAISTRE, Scritti politici (Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche; Studio sulla sovranità), Cantagalli, Siena, 2000, XXXI, pp. 69.
4 J. DE MAISTRE, Scritti politici, op. cit., p. 158.
5 J. DE MAISTRE, Considerazioni sulla Francia, Napoli 1828, II.
6 D. FISICHELLA, Joseph de Maistre pensatore europeo, Laterza, Bari, 2015, p. 32.
7 J. DE MAISTRE, Scritti politici, op. cit. p. 77.
8 D. FISICHELLA, op. cit., p. 84.
9 J. DE MAISTRE , Considerazioni, op. cit., VII.
10 G. SAREDO, Giuseppe de Maistre, Torino, Utet, 1860, p. 27.
11 Prefazione di E. GALLI DELLA LOGGIA, in: J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., p. XIV.
12 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Dispaccio 1-13 ottobre 1812, p. 123.
13 Cit. in. GALLI DELLA LOGGIA, Napoleone ecc., op. cit., p. XIV.
14 Galli della Loggia, p. XIV.
15 G. Saredo, op. cit. p. 66.
16 G. Saredo, op. cit. p. 67.
17 G. Saredo, op. cit. p. 65.
18 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Dispaccio 11-23 settembre 1812, p. 116.
19 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Dispaccio 1-13 ottobre 1812, p. 121.
20 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Lettera da S. Pietroburgo 17-29 dicembre 1812, p. 196.
21 G. Saredo, op. cit. p. 48-49.
22 G. Saredo, op. cit. p. 53.
23 Fisichella, p. 145.
24 Fisichella, p. 145.

 

Per approfondimenti:

_D. FISICHELLA, Joseph de Maistre pensatore europeo, Laterza, Bari, 2015;

_J. DE MAISTRE, Considerazioni sulla Francia, Napoli 1828;
_J. DE MAISTRE, Napoleone, la Russia, l’Europa, dispacci da Pietroburgo 1811-1813, Donzelli, Roma, 1994;
_J. DE MAISTRE, Scritti politici (Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche; Studio sulla sovranità), Cantagalli, Siena, 2000;
_J. DE MAISTRE, Le Serate di San Pietroburgo, Fede&Cultura, Verona 2014;
_G. SAREDO, Giuseppe de Maistre, Torino, Utet, 1860.

 

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I dimenticati dell’armata realista di Condé: un esercito europeo

I dimenticati dell’armata realista di Condé: un esercito europeo

di Giuseppe Baiocchi del 02-01-2020

Nelle memorie di Sant’Elena, Napoleone Bonaparte (1769 – 1821) dettava alcuni suoi ricordi sull’oggi dimenticato esercito di Condé: «Dipendevano dai nostri nemici, è vero; ma combattevano per la causa del loro Re. La Francia ha dato la morte alla loro azione e le lacrime al loro coraggio; ogni dedizione è eroica»1. La rivoluzione francese ha reciso l’equilibrio sociale e politico non solo dell’antico Regno di Francia, ma successivamente di tutta l’Europa. Per tale motivazione la rivoluzione riscuote da sempre grande attenzione. Tale approfondimento si estende meno per i numerosi oppositori al regime dei giacobini.

Jean-Baptiste-Jacques Augustin, Bildnis Louis Joseph de Bourbon, Prince de Condé, 1790 – tempera e acquerello su avorio. Louis Joseph de Bourbon (9 agosto 1736 – 13 maggio 1818) fu Principe di Condé dal 1740 alla sua morte. Membro della Casa di Borbone, ricoprì il prestigioso grado di principe di sangue.

Tra questi, gli eserciti degli emigrati sono di particolare interesse, come giustamente afferma lo storico francese Jean Tulard (1983): «La controrivoluzione non era solo ideologica […], ma […] era anche – e forse soprattutto – militare»2. Ma da chi era composto questo esercito di emigrati? Nato in seguito alla Rivoluzione francese e composto da nobili e truppe rimaste fedeli alla precedente istituzione monarchica, erano coloro che letteralmente emigrarono fuori dalla Francia, a partire dalla presa della Bastiglia, sfuggendo a morte certa: si stimano 140.000 persone fuggite dal suolo francese.
Così ci ricorda la magiara Emma M. R. M. J. B. Orczy (1865 – 1947) sulla questione, nella sua opera celebre “La primula rossa”: «Quegli aristocratici erano così stupidi! Erano tutti traditori del popolo, naturalmente, uomini, donne e bambini discendenti dai grandi uomini che dal tempo delle Crociate avevano fatto la gloria della Francia: la sua antica noblesse. […] Ogni aristocratico era un traditore, come i suoi antenati prima di lui: per duecento anni il popolo aveva sudato e faticato e patito la fame per mantenere una corte libidinosa nel lusso e nell’abbondanza; ora i discendenti di coloro che avevano contribuito allo sfolgorio di quella corte dovevano nascondersi o fuggire per evitare la tardiva vendetta dei loro sudditi. E infatti tentavano di nascondersi e di fuggire: tutto il divertimento stava proprio lì. […] ce n’erano di tutti i generi: ci-devant conti, marchesi, persino duchi, che volevano fuggire dalla Francia, raggiungere l’Inghilterra o qualche altro paese altrettanto maledetto, e lì tentare di radunare un esercito per liberare gli sventurati prigionieri del Tempio, che un tempo si chiamavano sovrani di Francia»3.
L’esercito reclutava privatamente i soldati, spesso tra i realisti delle truppe repubblicane francesi, per rimpolpare e costituire i reparti. A livello storico parteciparono alle “guerre rivoluzionarie francesi” (1792 – 1802), suddivise in guerra della prima coalizione (1792 – 97), che terminò con il trattato di Campoformio e dei conflitti della seconda coalizione (1798 – 1802). Le ostilità cessarono ufficialmente col Trattato di Amiens (1802). Gli eventi militari successivi vengono storicamente indicati come guerre napoleoniche.
L’esercito degli emigrati fu sostenuto e finanziato dalle potenze Trono e Altare coalizzate contro l’auto-costituitasi nazione di Francia, e da fondi privati recuperati dagli stessi prìncipi dell’esercito, provenienti dai loro patrimoni in patria. Esisteva difatti un’eterogenesi dei fini con le potenze monarchiche europee, le quali erano interessate non solo a contenere la rivoluzione, ma a distruggerla e ripristinare il legittimo regnante: Luigi XVI, imprigionato nella Torre del Tempio il 13-08-1792 a Parigi. Tale veduta era quantomeno allineata con le quinte colonne nobiliari interne al paese francese, come quelle che combatterono la Guerra di Vandea (1793 e seguenti) dell’Esercito cattolico e reale del generalissimo Jacques Cathelineau (1759 – 1793).
Difatti il 10 marzo 1793 la Convenzione, per contrastare le Monarchie Europee a cui aveva dichiarato guerra, aveva approvato la legge sul reclutamento di 300.000 uomini che, applicata in modo arbitrario con un sistema di designazione iniquo e confuso e con la requisizione diretta con premio di arruolamento, fu la causa scatenante dell’estesa insurrezione cattolica e realista in Vandea che mise in ulteriore grave pericolo la Rivoluzione. Provocata soprattutto dalla catastrofe economica e dalle misure anticattoliche adottate, la rivolta vandeana si diffuse tra la popolazione umile clericale e realista e fu guidata da leader popolari e da nobili. Lo stesso Jules Verne, ce ne fornisce un ricordo: «I contadini dell’Ovest non si erano commossi né per la proscrizione dei nobili, né per la morte di Luigi XVI; tuttavia la dispersione dei loro preti, la violazione delle loro chiese, l’insediamento dei parroci giurati nelle parrocchie e, finalmente, quest’ultima misura della coscrizione, li spinsero all’estremo. “Visto che dobbiamo morire, moriamo a casa nostra”! esclamarono. Si avventarono contro i commissari della Convenzione e, armati di soli bastoni, misero in rotta la milizia di posta, al fine di evitare che dei disordini potessero turbare le operazioni di sorteggio. Quel giorno incominciava la guerra di Vandea; il nucleo dell’esercito cattolico e realista si formava sotto la direzione del carrettiere Cathelineau e del guardacaccia Stofflet»4.
La nobiltà francese era già divisa prima della rivoluzione, grazie all’ala dei nobili che desideravano una monarchia costituzionale. Tali linee divisorie non si spensero subito: da un lato vi furono così gli “eserciti dei prìncipi”, formati dai fratelli e parenti più prossimi a Luigi XVI e dai loro cortigiani; dall’altro “l’esercito dei prìncipi di Condé”, membri della casa reale francese, che però erano al di fuori dalla cerchia interna del Re Luigi XVI.
Il primo esercito, formato di nobili della corte, non era un esercito di militari ed era abituato ad ottenere i gradi in base al rango nobiliare. Carlo Ferdinando d’Artois, Duca di Berry (1778 – 1820) era uno dei leader del movimento, così come il clan del duca Jules François Armand de Polignac (1746 – 1817). Ciò portò all’incapacità di svolgere un ruolo autonomo durante la breve campagna campale che vide questo esercito protagonista.

Henri-Pierre Danloux, Charles Ferdinand d’Artois (1778 – 1820), duca di Berry (particolare del dipinto ad olio). Uno dei comandanti dell’armata dei prìncipi che si sciolse nel 1792.

I prìncipi francesi dovevano essere divisi in tre corpi d’armata: un primo sotto il comando del principe di Condé, destinato a entrare in Francia attraverso l’Alsazia e ad attaccare Strasburgo; un secondo denominato “dei prìncipi”, sarebbe stato al seguito del re di Prussia, per fare il suo ingresso in Francia passando dalla Lorena, ed entrare direttamente su Parigi; e il terzo corpo d’armata, quello del principe di Borbone, figlio di Condé, che sarebbe dovuto penetrare attraverso i Paesi Bassi e attaccare Lille dalle Fiandre.
Con appena 10.000 uomini, alle spalle dell’esercito di Brunswick, contribuiranno passivamente al tentativo di invasione prussiana dello Champagne. A guidare le operazioni militari vi fu il marchese Charles Eugène Gabriel de La Croix de Castries (1727 – 1801) insieme al maresciallo Victor-François de Broglie (1718 – 1804). Questo corpo sarà licenziato il 24 novembre del 1792, due mesi dopo la vittoria francese a Valmy (20-09-1792) che contribuì allo smantellamento dell’esercito, il quale non brillò per operatività, né per capacità militare.
Il secondo esercito, quello del principe di Condé, che attrasse meno uomini e non tutti di antica nobiltà, possedeva diversamente militari di carriera, fedeli all’ideale monarchico. Efficiente e temerario ebbe una vita molto più lunga ed autonoma, diventando una forza professionale mercenaria al soldo delle potenze più ostili al nuovo regime, pur con una sua propria agenda politica reazionaria. Così lo ricorda François-René de Chateaubriand (1768 – 1848): «ero ansioso di incontrarmi con i miei pari, degli emigrati come me, con seicento lire di rendita. Eravamo proprio stupidi, senza dubbio, ma almeno la nostra vecchia spada la tenevamo sguainata, e se avessimo ottenuto dei successi, non è a noi che la vittoria avrebbe portato profitto. […] Andavo a raggiungere quegli uomini di guerra che mettono la loro gloria in simili imprese, per diventare uno di loro»5.
Dopo il Trattato di Campoformio (1797), l’Austria sospese le ostilità con la Francia: l’armata del principe Condé riuscì a non smobilitare, passando al servizio di varie nazioni fino al trattato di Lunéville (1801), scioltasi solo l’anno successivo con la pace tra Francia e Gran Bretagna. Molti membri di questo esercito militarono poi negli schieramenti prussiano e russo, diventando parte delle rispettive nobiltà. Altro indimenticabile episodio narratoci nelle monumentali Memorie D’Oltretomba del visconte Chateaubriand: «Fra Coblenza e Treviri, m’imbattei nell’esercito prussiano: tiravo diritto lungo la colonna quando, giunto all’altezza delle guardie imperiali, mi accorsi che marciavano in ordine di battaglia, con tanto di artiglieria in linea; il re e il duca di Brunswick occupavano il centro del quadrato, composto dai vecchi granatieri di Federico. La mia uniforme bianca attirò lo sguardo del re; mi fece chiamare: sia lui che il duca di Brunswick si tolsero il cappello, e salutarono in me l’antico esercito francese. Mi chiesero il mio nome, quello del mio reggimento, dove andassi a raggiungere i prìncipi. Quest’accoglienza militare mi commosse: risposi emozionato che, essendo venuto a conoscere in America la sventura del mio re, ero tornato per versare il mio sangue al suo servizio. Gli ufficiali e i generali che circondavano Federico Guglielmo fecero un cenno di approvazione e il monarca prussiano mi disse: “Signore, i sentimenti della nobiltà francese si riconoscono sempre”. Si tolse di nuovo il cappello, e rimase a capo scoperto, immobile, finché non fui scomparso dietro alla massa di granatieri. Oggi si inveisce contro gli emigrati: sono tigri che straziavano il seno della loro madre; nell’epoca di cui parlo, ci si atteneva ai vecchi esempi, e la patria contava quanto l’onore. Nel 1792, la fedeltà al giuramento passava ancora per un dovere; oggi è divenuta così rara che la si considera una virtù»6.

Incisione di François-René de Chateaubriand (1768 – 1848) scrive le sue memorie sul campo militare dell’armata dei prìncipi nel 1792. Sarà congedato con onore per alcune ferite riportate dopo l’assedio di Thionville.

Grazie a questa sua maggiore durata, quasi tutti i reparti di maggiore successo degli eserciti dei prìncipi, oltre a diversi esponenti delle rivolte legittimiste in Francia, continuarono a combattere nell’esercito dei Condé (1792-1801), che fu il vero erede di tutte le armate degli emigrati francesi. Fu anche l’unico reparto che riuscì ad autofinanziarsi – grazie alle ricchezze dei nobili -, dove i comandanti si decurtarono la paga per favorire i subordinati e i soldati semplici7.
La nazione francese come vendetta verso gli emigrati, privava loro dei diritti civili e delle loro terre, le quali venivano vendute come beni nazionali. Sono decretati fuorilegge con decreti che prevedono la loro condanna a morte se tornano a mettere piede su suolo francese: parallelamente le loro famiglie vengono ricercate e perseguitate. Nel 1802 Napoleone, da Primo Console, decretò un’amnistia generale, dalla quale furono esclusi solo pochi generali dall’esercito di Condé.
Come per l’armata dei prìncipi, l’esercito di Condé conta tra i suoi ranghi alcuni aristocratici come suo figlio, Luigi VI Henri de Bourbon-Condé (1756 – 1830); Louis Antoine Henri duca d’Enghien (1772 – 1804); Armand-Emmanuel-Sophie-Septimanie de Vignerot du Plessis – duca di Richelieu (1766 – 1822); Pierre Louis Jean Casimir de Blacas d’Aulps – principe di Blacas (1771 – 1839); Claude-Antoine-Gabriel duca di Choiseul (1760 – 1838); Andrault Alexandre Louis – conte di Langeron (1763 – 1831); Cesare Carlo, duca di Damas-Antigny (1758 – 1829); François Dominique de Reynaud, conte di Montlosier (1755 – 1838); Louis-Gabriel-Ambroise, visconte di Bonald (1754 – 1840) e molti gentiluomini come il già citato Chateaubriand.
Inizialmente vi sono quasi più ufficiali che soldati: i primi diventano improvvisamente militari per devozione alla monarchia, ma è una truppa armata male: «Avevamo delle tende; quanto al resto, ci mancava tutto. I nostri fucili, di fabbricazione tedesca, erano armi di scarto spaventosamente pesanti che ci rompevano le spalle e spesso non erano in grado di sparare. Ho fatto tutta la campagna con uno di quei moschetti, e il cane non scattava»8.
Contrariamente l’elemento del coraggio e della devozione all’ideale non mancava affatto. Philippe-Jacques de Bengy de Puyvallée (1743 – 1823), ex deputato della nobiltà del baliato di Bourges, fuggito dalle prigioni rivoluzionarie, osservava nel novembre 1791: «Non c’è né lo schema di un vasto piano abilmente concepito, né un insieme dei dettagli, né connessione tra i rapporti, tutto è coperto dal velo della nudità totale… Comunque organizziamo la legione tutti i giorni e ho sentito che saremo in Francia al più tardi di gennaio a capo di 80.000 uomini»9.
L’esercito del principe Condé possedeva diversi ceppi linguistici francesi: quello normanno, il bretone, il picardo, l’alvernia, il guascone, il provenzale, e la linguadoca. Essi sognarono di riportare gli emigranti verso una patria in cui non avevano più il diritto di vivere, perché considerati “nemici di classe”. Tra le varie correnti interne all’esercito, dagli aristocratici Trono e Altare, a quelli più moderati semi-costituzionali vi erano molti “aristos” che credevano che qualsiasi cambiamento politico alla Francia rivoluzionaria giacobina andasse perpetrato. Difatti i principî del diritto naturale, appoggiati da numerosi esempi storici, ci portano alla riflessione che ogni governo quando non offre più garanzie alle leggi fondamentali della società, diventa il primo a trasgredire le leggi dell’equità e della giustizia, cessando di esistere e facendo tornare l’uomo al suo stato di natura: questo è quello che era accaduto in Francia. Dunque diveniva lecito difendersi come si poteva, ricorrendo ai mezzi che sembravano più adatti a rovesciare la tirannia e ristabilire i diritti di ognuno e un ordine sociale verticale.
L’esercito di Condé all’inizio combatte a fianco degli austriaci: gli 80.000 uomini promessi a Puyvallée sono in definitiva solo 20.000. Ansiosi di controllare strettamente i movimenti degli emigrati francesi, gli austriaci e i prussiani subordinano l’armata di Condé sotto il comando austriaco nel 1793.
Dopo questa quasi forzata inazione del 1792, l’esercito di Condé sfugge alla dissoluzione generale delle forze: di stanza a Baden, e successivamente a Villingen, i condeani rimangono per tutto l’inverno in attesa del loro destino. Il 25 gennaio 1793, l’armata partecipa al funerale in memoria del re Luigi XVI, nel frattempo giustiziato – con un processo farsa – quattro giorni prima a Parigi.
Tale funesto evento è significativo nel corpo armato: dopo la morte del Borbone, l’esercito adotterà una nuova fascia di seta al braccio sinistro, all’interno della quale venivano rappresentati tre fleur-de-lis neri al posto dell’unico giglio borbonico rappresentato nel 1792, di colore blu.
Alla fine, l’emissario del principe, il marchese di Ecquevilly Armand François Hennequin (1747- 1830), riuscì a convincere l’Imperatore austriaco a mantenere questo corpo nella sua paga dal marzo del 1793, senza fornire però l’assistenza dell’artiglieria e degli ospedali da campo. Condé diventa Generalfeldmarschall, suo figlio, Luigi VI Henri de Bourbon-Condé, Generalmajor. La maggior parte degli altri gradi militari interni all’esercito non viene riconosciuta. I soldati ricevono sette sous (francesi) al giorno. Condé riunisce la massa di stipendi (compresa la sua) e la distribuisce equamente tra tutti indipendentemente dal grado: una bella misura democratica per questo esercito di aristocratici.

Mostriamo tre miniature di ufficiali dell’armata di Condé (da sinistra a destra): François-Joseph Desvernois (pittore), Colonnello del reggimento dei Cavalieri della Corona Félix-Jean-Baptiste-Basile, visconte di Borne d’Altier (1752 – 1828) – 1797-98. Diametro 5,3×4 cm, in avorio, acquerello, guazzo; Maresciallo delle case del nobile reggimento a cavallo del duca di Berry, Charles-Michel-Elisabeth, Marchese di Borne d’Altier (1770 – 1812) -1797-98. Diametro 5,3×4 cm, in avorio, acquerello, guazzo; Charles Henard (pittore), ritratto del Conte di Baschi du Cayla (1747-1826) in abito del suo reggimento con spalline del colonnello, circa 1794. Diametro 85 mm, avorio, acquerello, tempera.

Il corpo posto sotto l’autorità del maresciallo alsaziano conte Dagobert Sigmund von Wurmser (1724 – 97), si riorganizza in aprile sul modello militare austriaco. Si concorda che la divisione Condé non può superare i 6.000 uomini, e gli eventuali esuberi – come le 400 unità eccedenti, il giorno dell’accordo – saranno a carico personalmente del principe Condé. Gli eserciti Alleati della Prima Coalizione vedono nell’esercito del Sacro Romano Impero, in quello prussiano e britannico gli elementi principali del blocco.
Una delle prime battaglie campali è quella di Neerwinden il 18 marzo del 1793 che vide l’esercito repubblicano francese di Charles François Dumouriez attaccare un esercito della coalizione comandato dal principe Giosia di Sassonia-Coburgo-Saalfeld. Dopo aspri combattimenti i francesi concessero la sconfitta, ritirandosi dal campo: la posizione francese nei Paesi Bassi austriaci crollò rapidamente, ponendo fine alla minaccia per la Repubblica olandese e permettendo all’Austria di riprendere il controllo della sua provincia perduta. Segue il conflitto di Raismes che ebbe luogo l’otto maggio 1793: il marchese rinnegato de Dampierre riceve una sconfitta decisiva dal principe di Sassonia-Coburgo. Il 23 maggio 1793 per gli eserciti della Coalizione anti-francese arriva anche la vittoria nella battaglia di Famars; il 20 luglio, 23 e 28 dello stesso mese avviene la presa di Condé-sur-l’Escaut, Magonza e Valenciennes: la situazione per la Repubblica francese è critica.
Così all’inizio delle ostilità, il 19 agosto 1793, l’esercito di Condé cattura le cittadine tedesche Jockgrim, Wörth e Pfotz, lungo il Reno. Il contrattacco dei repubblicani avviene di notte, ma è respinto consentendo all’armata di Condé di impadronirsi dell’attuale cittadina francese di Hagenbach e di quella tedesca di Büchelberg: le perdite repubblicane dei “blue” sono pesanti, 3000 uomini e 18 cannoni lasciati sul campo. L’esercito degli aristocratici ha bagnato il campo con il primo sangue, tornando al compito originario dell’aristocrazia, ovvero quello dell’auto-affermazione sul campo di battaglia, elemento che grazie a Luigi XIV si era perso, poiché il Re Sole ambiva ad un controllo dei suoi “pari di sangue”, che andavano indeboliti con l’allontanamento subdolo dalla terra, dal popolo e dall’esercito. Come amava asserire Charette de la Contrie: «La nostra patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra patria è la nostra Fede, la nostra terra. Ma la loro patria, che cos’è? Lo capite voi? Vogliono distruggere i costumi, l’ordine, la Tradizione. Allora, che cos’è questa patria che sfida il passato, senza fedeltà, senz’amore? Questa patria di disonore e irreligione? Per loro, sembra che la patria non sia che un’idea; per noi, è una terra. Loro, ce l’hanno nel cervello: noi la sentiamo sotto i nostri piedi, è più solida. È vecchio come il diavolo il loro mondo che dicono nuovo e vogliono fondare sull’assenza di Dio. Si dice che siamo i fautori delle vecchie superstizioni… Fanno ridere! Ma di fronte a questi demoni che rinascono di secolo in secolo, noi siamo la gioventù, signori! Siamo la gioventù di Dio. La gioventù della fedeltà»!
In questi giorni cruenti, il maggiore del Reggimento di nobili cacciatori, Jean-Baptiste Symon de Solémy (1746 – 1834) con appena 80 emigrati sequestra una ridotta, difesa da 300 repubblicani. Quest’ultimi si aspettano una terribile rappresaglia dei vincitori, ma de Solémy disse loro: «Ci avete tagliato la gola quando siamo stati abbastanza sfortunati da cadere nelle vostre mani; ma essendo noi fedeli ai principî di religione ed umanità di cui siamo veri osservanti; il principe Condé che ci comanda, mi ha ordinato di darvi tutto l’aiuto di cui avete bisogno».

Jean-Marie Evrare, Ippolito d’Espinchal dell’Ordine della Corona di Malta alla battaglia di Biberach – Olio su tela; 57×43 cm. Va da sé che questo lavoro deve essere visto con estrema cautela. D’Espinchal, ha in mostra delle spalline e una sciabola. È dipinto nella forma di un ufficiale minore del reggimento dei Cavalieri della Corona, sebbene durante il suo servizio nell’esercito di Condé non raggiunse il grado di ufficiale o ufficiale di basso rango. L’acconciatura corta dell’inizio del XIX secolo (dal maggio 1800), gli ornamenti d’oro delle rivolte e la croce di cavaliere maltese (ricevuta il 16 aprile 1807) testimoniano che questo ritratto è stato dipinto negli anni 1807-1809, prendendo anche in considerazione lo stile arcaico di lavoro provinciale caratteristico di quel tempo. Ma, prendendo in considerazione un attento studio dei dettagli, possiamo supporre che d’Espinchal durante questo periodo abbia ancora mantenuto oggetti dal suo reggimento.

A favore dei francesi repubblicani arrivano solamente le vittoria nella battaglia di Hondshoote l’otto settembre e quella di Wattignies il 16 ottobre del 1793, lo stesso giorno in cui veniva ghigliottinata la regina francese Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena (1755 – 1793).
Nel mezzo di queste due vittorie francesi arriva però la vittoria della coalizione nella battaglia di Wissembourg del 13 ottobre, dove il generale Wurmser lanciò un attacco vincente sulle linee nemiche.
Il primo dicembre 1793, il generale dei “blue” Jean-Charles Pichegru (1761 -1804) compie un attacco senza successo al centro del villaggio alsaziano di Berstheim, di fronte alla cittadina di Haguenau, occupata dall’esercito di Condé. Il giorno successivo, dopo un bombardamento dell’artiglieria, la fanteria repubblicana è impegnata nello scontro fratricida con i corrispettivi della legione nera di Mirabeau e del reggimento Hohenlohe diretta Ludwig Aloysius Joachim, principe di Hohenlohe-Waldenburg-Bartenstein (1765 – 1829). L’entrata nel villaggio, su quattro colonne, dello stesso principe di Condé sbaraglia la cavalleria repubblicana, che viene sconfitta e costretta alla rotta: vengono sequestrati sette cannoni e messo fuori combattimento circa 200 uomini della nuova nazione francese. Così ricorda il conte Signier del reggimento appiedato di Condé: «Il principe fermò immediatamente la nostra colonna, esitò per un momento nel farci andare avanti, ma vide il desiderio che avevamo per la carica e la colonna iniziò a muoversi. Senza sparare un colpo, camminando con la baionetta montata, assorbendo il fuoco dei plotoni dei “blue” e senza dare loro il tempo di ricompaginarsi, li seppelliamo sotto le nostre grida “Lunga vita al re”. La confusione iniziale si trasforma in terrore. Nello stesso istante, in cui tutti i ranghi vengono scompaginati e mentre gridano “Lunga vita alla nazione”, alcuni repubblicani lanciano le loro borse, altri i loro fucili, l’artiglieria abbandona i suoi pezzi, una rotta totale avviene nei battaglioni e ciascuno nella debacle si salva come può. Nel mentre, il duca di Borbone alla testa della nobile cavalleria e il duca d’Enghien alla testa dei cavalieri della Corona caricarono la cavalleria patriottica dei “blue”, la quale per proteggere la loro fanteria, era venuta a schierarsi di fronte al villaggio di Batzendorf . All’inizio l’ala destra tiene bene il campo e combatte molto duramente, ma l’ala sinistra è in rotta prima ancora di venire ai colpi. Presto anche l’ala destra fugge e la fuga fu tale che la cavalleria e la fanteria si ritirarono senza far nulla fino al momento in cui, dopo aver riguadagnato la cresta della montagna, si trovarono protetti da numerose artiglierie».

Johann Jakob Schillinger (1750-1829), Gli ufficiali della Legione di Mirabeau – 45×67 cm. Da sinistra a destra, i nomi degli ufficiali sono i seguenti: 1) il Marchese d’Aubonne, primo luogotenente dei granatieri comandato dal Barone de Corsac.; 2) un volontario della compagnia “la Générale” comandata dal capitano di Blaire; 3) un capo maresciallo della compagnia degli ulani comandato dal capitano di Bellerose; 4) M. il visconte di Mirabeau nell’uniforme dei cacciatori a piedi; 5) il suo unico figlio, di tre anni, capitano del “Generale a cavallo”; 6) Conte Vitré, capitano cornetta, comandante del corpo cavalleria; 7) Mr. Bernard, capitano assistente maggiore di cavalleria; 8) M. le Marchese de Garigand, tenente colonnello, comandante del battaglione volontario; 9) Conte Alexandre d’Ollone, colonnello al comando della cavalleria; 10) un soldato della compagnia di Voltigeurs; 11) un maresciallo capo degli ussari; 12) Mr. Baron de Kruchy, capitano che comanda i cacciatori a piedi; 13) M. le Comte d’Eberstein, capitano al comando dei volontari a cavallo.

Da sinistra a destra alcuni dipinti della legione nera di Mirabeau dell’esercito del principe di Condé: Joseph Combette (artista 1770-1840) – coppia di ritratti di ufficiali – olio su tela con vista ovale firmata e datata sul retro del 1794. Il terzo ovale è un acquerello su avorio del 1792 e infine il quarto è di artista sconosciuto, Ritratto di un comandante del personale della cavalleria o di un aiutante di campo del conte di Olonne della legione nera del visconte Mirabeau, dell’esercito di Condé – Olio su tela, 1792-93 circa. Il capitano indossa una giacca nera con i risvolti di un blu chiaro, con sotto un gilet in panno nero con bottoni e trecce d’argento. Il colletto possiede risvolti anch’essi blu chiari, mente le spalline dorate hanno una fodera a frange argentate. I pantaloni militari hanno lo stile culotte e sono in panno blu chiaro con trecciatura d’argento. Il guanto in pelle è scamosciato e l’Imbracatura a sciabola in pelle bianca con placca rettangolare in bronzo dorata, porta l’acronimo “LM” (Legion de Mirabeau). Il capitano indossa anche il bracciale Armée de Condé in seta bianca con tre fleurs-de-lis sul braccio destro ed è armato con una sciabola con guardia d’acciaio multi-ramo. È decorato dall’onorificenza con la croce di San Luigi sul petto. L’elmo, decorato da una testa leonina, porta la scritta al “Rumford” sullo stemma in ottone dorato, dove una criniera di crine bianco completa l’assemblamento. Questo ritratto può essere datato tra l’estate 1792 e l’aprile del 1793, poiché successivamente la legione ha dovuto adottare la fascia condeana a tre fiori neri di gigli per ufficiali e gentiluomini al posto dell’unico giglio blu (presente nel dipinto). L’ufficiale raffigurato indossa una divisa simile a quella del colonnello Alexander d’Olonne, comandante della cavalleria di Mirabeau, con tre squadroni da circa 300 uomini: 1° squadrone: ussari e ulani; 2° squadrone: volontari del generale e volontari a cavallo; 3° squadrone: 2 compagnie di cacciatori a cavallo. Il taglio dell’uniforme è propriamente francese (alcuni ufficiali lo indossavano soprattutto al posto del mantello) e anche i segni di rango del tipo di cavalleria leggera (galloni d’argento sopra il binario di raccordo e in cima alle brache, ma anche il tipo di gilet ricamato). La legione nera di Mirabeau si distingueva per i suoi colori distintivi (nero e blu-cielo) e due marchi di cui se ne distingue uno soltanto: le lettere LM intorno a un fiore di giglio, al centro della fibbia dell’imbracatura e, dettaglio che qui non si vede, il motto del corpo portava i bottoni: “Onore al Preux”. La sciabola a tre rami è del tipo palatino, o di un tipo francese fatto in Baviera, con la guardia in acciaio; d’altra parte, il cinturino d’oro è certamente francese. Altezza 62 cm e larghezza 47,50 cm. Presentato in una cornice in legno dorato più moderno.

Nelle immagini (le prime tre da sinistra a destra): reggimento della legione nera di Mirabeau, granatieri, ussari e ufficiali. Nell’ultima immagine unità di emigrati che sbarcano a Quiberon nel luglio del 1795. Indossano divise britanniche.

Dopo l’azione, il maresciallo de Wurmser è in visitata al principe Condé per rallegramenti. Il secondo chiede al primo: «Monsieur le Maréchal, come trovate la mia piccola fanteria»? E l’austriaco risponde: «Oh! Monsieur, è cresciuta sotto il fuoco».
Ancora, nonostante i successi, vi sono ancora delle perplessità sul corpo. Il principe Louis-Antoine-Auguste de Rohan-Chabot (1733 – 1807), comandante del Reggimento di Dresnay afferma: «Le legioni dei nobiluomini, ridotte al pagamento del servizio militare, sono state decimate dalle malattie; fatta eccezione per alcuni individui vigorosamente costituiti, tutti coloro che sono sfuggiti alla morte sono ora in uno stato di sfinimento e infermità che sperimenteranno per tutta la vita. Formare un corpo di gentiluomini significherebbe quindi completare la distruzione dei resti della nobiltà francese, la metà dei quali è già morta».
Nonostante il successo, con l’esercito francese in netta ripresa dopo alcuni cambi di comando, il 26 dicembre del 1793 con la vittoria di Geisberg il generale Louis Lazare Hoche (1768 – 1797) sconfigge l’esercito austro-prussiano del duo von Wurmser e Karl Wilhelm Ferdinand duca di Brunswick (1735 – 1806), conquistando Landau e penetrando nella regione del Palatinato.
Il 1794 non vede l’impiego diretto dell’armata del principe di Condé, che riceve il mantenimento dagli inglesi, grazie al fine lavoro diplomatico del britannico William Wickham (1761 – 1840).
Nel 1795, l’armata di Condé combatté insieme all’esercito austriaco, sotto il comando dell’arciduca Carlo, duca di Teschen. Nello stesso anno, l’esercito era composto dal “nobile reggimento a piedi di Condé” comandato da Gabriel-Auguste de Mazancourt (1725 – 1809), che comprendeva sei unità terrestri: la Legione nera di Mirabeau avente granatieri e ussari, il reggimento Hohenlohe-Schillingsfurts; il reggimento Roquefeuil-Blanquefort, il reggimento Alexandre de Damas e il Reggimento Montesson. Le unità di cavalleria si dividevano in due reggimenti nobili che comprendevano: il Reggimento di cavalleria dei delfini; gli Ussari della legione di Damasco, gli Ussari di Cayla Baschi, i Cacciatori di Noinville, i Dragoni di Fargues, i Cacciatori di Astorg, i Dragoni di Clermont-Tonnerre, i Corazzieri Furange e i Cavalieri della Corona.

Nelle due immagine, quella di sinistra è attribuita a Jean-François Alexandre Boudet, il conte Puymaigre (1778-1843), sottotenente del reggimento dei Cavalieri della Corona: disegno dell’uniforme dei Cavalieri della Corona dal 1795-1797. Prima metà del XIX° secolo, carta, inchiostro, 17,5×25 cm. Nell’immagine di destra, scuola francese del XIX secolo, viene raffigurato il disegno delle uniformi dei prìncipi dell’armata di Condé. Acquaforte di un cavaliere nobile dell’armata di Condé nel 1792.

Nel frattempo la Gran Bretagna decide di organizzare, sotto la direzione di Joseph de Puisaye (1755 – 1827) e con il consenso di William Windham (1750 – 1810), una grande spedizione di emigrati realisti per riattivare la sollevazione dell’Ovest, che nel frattempo era stata schiacciata con le battaglie decisive di Cholet ad opera del generale Jean-Baptiste Kléber (1753 – 1800) e di Le Mans e Savenay (facenti parte del ciclo bellico “Virée de Galerne”), tutte nel 1793.
Dopo otto mesi di sforzi attivi, Puisaye aveva ottenuto che la spedizione sarebbe stata resa possibile da reggimenti francesi, dalla retribuzione inglese, formati da quattro corpi d’armata, ognuno dei quali, dopo essere sbarcato sul continente, sarebbe diventato un regolare reggimento. I loro comandanti erano il Principe Leon de Rohan-Chabot, M. d’Oilliamson, il visconte di Chambray e il conte Armand Jean d’Allonville e l’organizzazione avvenne sull’isolotto atlantico di Guernsey delle isole del Canale.
Il reggimento di Allonville è un reggimento composto da signori bretoni, 186 ex ufficiali dell’esercito reale, i cui ranghi sono composti da ex sottufficiali, tenenti o ufficiali di marina.
Si costruirono alla fine due reparti di circa 12.000 uomini, vestiti con giubbe rosse, organizzate con emigrati e volontari tra i prigionieri francesi; era inoltre prevista una ripresa della guerriglia degli chouans in Vandea e Bretagna. Ma la spedizione fu organizzata male e, grazie all’intercettazione di alcuni dispacci, il Comitato di salute pubblica venne a conoscenza dei piani realisti: le truppe rivoluzionarie guidate dal generale Hoche intervennero duramente contro la guerriglia in Bretagna.
Nonostante questi contrattempi la spedizione, guidata da de Puisaye, proseguì; la squadra navale dell’ammiraglio Louis Thomas Villaret (1748 – 1812) fu battuta e respinta dalle navi britanniche dell’ammiraglio Alexander Bridport (1726 – 1814) il 23 giugno 1795, una divisione di emigrati sbarcò nella baia di Quiberon il 27 giugno dove fu accolta da un raggruppamento di contadini organizzati in precedenza da emissari realisti. Nonostante questo successo iniziale, le discordie tra i capi della spedizione intralciarono le operazioni che furono sospese in attesa dello sbarco di rinforzi. La problematica principale fu quella che i generali vandeani e degli chouans non gradivano le interferenze britanniche sui posti di comando: leadership che sarebbe dovuta passare in mano ai nobili emigrati. Il generale Hoche ebbe quindi il tempo di accorrere con l’armata rivoluzionaria; gli chouans furono dispersi poiché non ricevettero l’aiuto del reggimento Royal-Louis che prenderà il nome dal commodoro di marina dei migranti Louis Charles Le Cat, conte di Hervilly (1755 – 1795), che si rifiutò di combattere insieme ai contadini, perché non aveva fiducia delle loro capacità belliche: «il dipartimento del Morbihan, che Georges (Georges Cadoudal 1771 – 1804) tiene tra le mani, è più pronunciato che mai contro la nobiltà e contro gli emigrati: stanno facendo una guerra popolare, dicono, e non una guerra di restaurazione. In questo corpo militare, i signori sono senza credito, perché Georges ha saputo concentrare tutti i poteri e catturare tutta la fiducia. Dobbiamo aspettarci di vederlo fuggire da un giorno all’altro: non per vederlo sfilare nelle file repubblicane, poiché egli sarà sempre il nemico più implacabile della repubblica, ma per combattere a modo suo la Rivoluzione che odia. L’opposizione ai nostri progetti verrà sempre da questi realisti che vogliono stabilire l’uguaglianza sotto la bandiera bianca del re. […] Ciò che apparentemente sta accadendo in questa regione è segretamente prefigurato in tutti gli altri della Bretagna»10.
Così il comandante repubblicano fece costruire in una settimana un solido sistema di trinceramenti che bloccò completamente le forze realiste nella penisola di Quiberon. Il generale Hoche sferrò l’attacco decisivo nella notte del 21 luglio; sotto un violento temporale, dove le colonne rivoluzionarie ebbero la meglio e l’armata realista venne dispersa o catturata: solo pochi scamparono sulle navi britanniche. L’armata repubblicana dell’Ovest catturò circa 7.000-8.000 uomini tra emigrati, chouans e prigionieri, di cui 718 vennero fucilati.
La spedizione termina così nei disastri, chiamati Plouharnel e Quiberon. La rabbia dei Chouan sarà insanabile contro gli emigrati, che furono accusati di aver causato il fallimento della spedizione. L’aristocratico Antoine-Henry d’Amphernet, visconte di Pontbellanger (1759 – 1796) viene arrestato e condannato a morte dagli Chouan ingiustamente con la scusa di aver abbandonato l’esercito, ma verrà graziato e bandito dal generale Georges Cadoudal. Quest’ultimo rifiuterà di dare il benvenuto a qualsiasi ufficiale emigrato nel dipartimento del Morbihan, e in una lettera a Vauban, il 7 settembre descrive gli emigrati come «mostri che avrebbero dovuto essere inghiottiti dal mare prima di arrivare a Quiberon».

Jean Sorieul, I Combattimenti di Quiberon nel 1795.

Nell’agosto del 1795, il conte di Artois tenta di unirsi ai vendeani con un esercito di emigrati e truppe inglesi. Anche questa seconda spedizione, sull’isola di Yeu, è un fallimento. Diversi emigrati sbarcano comunque in Vandea per arruolarsi nell’esercito del generale François Athanase de Charette de la Contrie (1763 – 1796). Sono comunque accolti freddamente dai vendeani, perché ancora una volta l’annuncio che un corpo di ufficiali emigrati era stato formato per comandare, dopo anni di guerra, i contadini diede nuova irritazioni si capi della rivolta popolare controrivoluzionaria. Il comportamento “orgoglioso e sdegnoso” della maggior parte degli emigrati ha attratto l’ostilità dei combattenti della Vandea, come ci descrive nelle sue memorie l’ufficiale della Vandea Pierre-Suzanne Lucas de la Championnière (1769 – 1828): «eravamo arrivati a odiarci come se non fossimo stati dalla stessa parte».
Alcuni emigranti tuttavia diventarono generali di alcuni eserciti Cattolici e Reali, come ad esempio; Louis Auguste Victor de Ghaisne, conte di Bourmont, (1773 -1846), Marie Pierre Louis de Frotté (1766 – 1800), Pierre Louis Godet conte di Châtillon (1740 – 1807), Louis-Marie-Antoine-Auguste d’Andigné de La Blanchaye (1765 -1857), Henri-René Bernard de la Frégeolière (1759 – 1835), Pierre Jean Baptiste Constant, conte di Suzannet (1772 – 1815).
Nel giugno del 1796 il contingente, sempre sotto il comando dell’arciduca Carlo duca di Teschen, combatté in Svevia, come parte della divisione di Karl Aloys von Fürstenberg (1760 – 99). Dopo che il contingente austriaco è congedato, il Corpo rimane in Baviera, partecipando ai combattimenti estivi. Il 24 ottobre del 1796, durante la Battaglia di Schliengen, i soldati di Condé attuarono un energico attacco contro il villaggio di Steinstadt, che conquistarono con una carica all’arma bianca con le baionette innestate sul fucile. Ancora una volta arrivano i complimenti e le felicitazioni, per l’impresa, da parte della Convenzione con una lettera formale inviata al principe Condé in persona.
Nel 1797, l’Austria firmò il Trattato di Campo-Formio con la Prima Repubblica francese, ponendo fine ufficialmente alle ostilità contro i francesi.
Con la fine della Prima coalizione, il Corpo stanziato sul Lago di Costanza, apprende della fine dell’accordo negoziato tra Condé e Wickham. L’esercito entra così sotto il servizio dello Zar di Russia di Paolo I: «Per magnanimità affine a noi, non potremmo fare a meno di dare ascolto alla petizione del Principe Condé per l’accettazione delle truppe sotto il suo comando nel nostro glorioso esercito, e di conseguenza abbiamo deciso di dare rifugio a quelle persone che si sono sacrificate in fedeltà al legittimo sovrano di Francia».
L’esercito di Condé, abbandonò così le uniformi alla francese, dopo un accordo franco-russo sull’inclusione dei migranti nel corpo armato russo, e indossarono uniformi militari russe identiche ai reggimenti della fanteria e della cavalleria zarista. Condé fu ospitato presso il palazzo di Tauride a San Pietroburgo e al corpo furono dati stendardi speciali, sui quali, secondo il Comando supremo, insieme ai simboli dell’Impero russo, c’erano i gigli d’oro del Regno Francia. Fino alla primavera del 1799, il corpo del Principe Condé prestò servizio nella provincia di Volyn, essendo di stanza sul territorio dei distretti di Vladimir, Lutsk e Kovel. In totale, il corpo consisteva di cinque reggimenti: la fanteria del principe Condé; i granatieri del duca di Borbone; la fanteria tedesca del duca di Hohenlohe; i nobili Dragoni Duca di Berry e i dragoni del Duca di Enghien.

Vessilli zaristi di tre dei cinque reggimenti dell’esercito del principe Condé in Russia: la fanteria del principe Condé, i granatieri del duca di Borbone, la fanteria tedesca del duca di Hohenlohe. Nella litografia di destra: uno degli ultimi comandanti dell’esercito, il giovane Louis-Antoine-Henri de Bourbon, il duca d’Enghien (1772–1804), il principe della casa reale francese e nipote del principe Condé. Fu successivamente assassinato al comando di Napoleone Bonaparte nel fossato del castello della prigione di Vincennes.

In ottobre, l’intera armata, che contava circa 10.000 soldati, lasciò la regione del Bodensee e marciò verso la Polonia dove furono stanziati. Combattono nel 1799 in Renania con Alexander Vasilyevich Suvorov (1730 – 1800) e successivamente quando nel 1800, la Russia abbandona la Seconda Coalizione, tornarono al servizio degli eserciti inglesi e combatterono in Baviera fino al 1801.
In segno del massimo rispetto al servizio dei “condeani”, lo Zar lasciò al corpo tutti gli stendardi, le armi e le loro proprietà in Russia.
Dopo aver fatto meraviglie di valore a Wissembourg, Haguenau, Bentheim, il principe è costretto a licenziare il suo esercito e si ritirò nel 1800 in Gran Bretagna con suo figlio.
Dunque perché ricordare l’esercito di Condé dell’armata dei migranti realisti francesi? Sicuramente perché avevano un concetto di equilibrio europeo: non a caso combatterono sotto i comandi austriaci, prussiani, inglesi e russi, sempre contro i francesi. Avversari del nazionalismo giacobino che li aveva estromessi dalla loro patria, cercarono eroicamente attraverso il combattimento leale di riavere la loro terra indietro. Fallirono per diverse motivazioni, ma emerge quella della coesione, che spesso durante una guerra civile risulta decisiva: le molteplici forme di opposizione al regime repubblicano, hanno in conclusione fatto fallire il piano di ristabilire Luigi XVI sul suo Trono. Come ebbe a dire Joseph de Maistre: «Non c’è che violenza nell’universo; ma noi siamo corrotti dalla filosofia moderna, che ci ha detto che “tutto è bene”, mentre invece il male ha tutto insozzato, e in un senso verissimo si può dire che “tutto è male”, poiché nulla sta al proprio posto. […] Ma stiamo attenti a non perdere coraggio: non esiste castigo che non purifichi, non esiste disordine che l’amore non ritorca contro l’origine del male. È dolce, in mezzo al generale sovvertimento, presentire i piani di Dio»11.

 

Note:
1 Bossange, 2a  edizione, 1830, t. 8, p. 278.
2 Tulard J., “Emigrants and ultras”, Journal des savants, n ° 3-4, 1962, p. 245 – edizione De la Sabretache, 1957.
3 Orczy E. M. R. M. J. B., La Primula rossa, pp.15-16-17.
4 Verne J., Il conte di Chanteleine, Edizioni Gondolin, p.15.
5 Chateaubriand F.R.de, Memorie D’Oltretomba, Libro Nono, Einaudi, p.271.
6 Ivi, pp.272-73.
7 Dopo la svolta repubblicana della rivoluzione e l’esecuzione del Re anche i militari e i nobili monarchico-costituzionali (ed infine anche liberali, orleanisti e repubblicano-moderati), tra cui si annoveravano alcuni dei migliori o più famosi ufficiali francesi – come il conte Louis Marie Jacques Almaric de Narbonne-Lara (1755 – 1813), il duca di Lauzun Armand Louis de Gontaut-Biron (1747 – 1793) e Marie-Joseph Paul Yves Roch Gilbert du Motier, Marchese di La Fayette (1757 – 1834) -, furono costretti all’emigrazione o furono ghigliottinati; solo pochissimi di questi furono accolti negli eserciti degli emigranti: erano considerati comunque dei traditori della vecchia monarchia, e ai loro occhi poco diversi dai giacobini.
Per questo molti di costoro emigrano in America, o in Gran Bretagna, oppure entrarono direttamente al servizio di potenze estere impiegate nella guerra contro la Francia, anche se non pochi di costoro reputarono, come il conte di Narbonne, disdicevole e disonorevole combattere contro la Francia quale che ne fosse il regime, fino a negare al primo ministro britannico William Pitt il Giovane (1759 – 1806) qualsiasi informazione sull’esercito francese.
8 Chateaubriand F.R.de, Memorie D’Oltretomba, Libro Nono, capitolo Decimo, Einaudi, pp.274-75.
9 Jean-Paul Bertaud, Il duca di Enghien, Librairie Arthème Fayard, 2001, p.123.
10 Crétineau-Joly J., Histoire de la Vendée militaire, Libro terzo, p.243.
11 Maistre J. de, Considerazioni sulla Francia, edizioni il Giglio, p.53.

 

Per approfondimenti:
_René Bittard des Portes, Histoire de l’armée de Condé, edizioni Perrin, 2016;
_Dimitri Gorchkoff, Ritratti di ufficiali dell’esercito di Condé di François-Joseph Desvernois, 1797-1798: analisi e identificazione, in napoleonica. La Revue 2016/3 (N ° 27);
_Maistre J. de, Considerazioni sulla Francia, edizioni il Giglio;
_Chateaubriand F.R.de, Memorie D’Oltretomba, Einaudi;
_Crétineau-Joly J., Histoire de la Vendée militaire, Libro terzo;
_Vasiliev A.A. Il corpo reale emigrato del principe Conde nell’impero russo (1798-1799) –  1989;
_Jean-Paul Bertaud, Il duca di Enghien, Librairie Arthème Fayard, 2001;
_Orczy E. M. R. M. J. B., La Primula rossa, Fazi editore, 2018;
_Verne J., Il conte di Chanteleine, Edizioni Gondolin, 2019;
_La vita di Suvorov da lui descritta o una raccolta di lettere e le sue opere pubblicate con appunti di Sergei Glinka – 1819;
_La descrizione storica dell’abbigliamento e delle armi delle truppe russe, con disegni, compilata dal Comando supremo. San Pietroburgo – 1900;
_Milyutin D.A., La storia della guerra tra Russia e Francia durante il regno dell’imperatore Paolo I nel 1799, San Pietroburgo;
_Corrispondenza di Suvorov e Prince Conde, Bollettino storico militare, Parigi – 1972;
_Trubetskoy N. Prince, Gli stendardi e le norme dell’esercito del principe Conde, concessogli dall’imperatore Paolo I, Bollettino storico militare, Parigi – 1957;
_Schepkina E.M., L’esercito realista in Russia, Rivista del Ministero della Pubblica Istruzione – 1889.
_Tulard J., “Emigrants and ultras”, Journal des savants, n ° 3-4, 1962 – edizione De la Sabretache, 1957;
_Bossange, 2a  edizione, 1830.

 

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Luigi XVI e la perdita della «spada»

Luigi XVI e la perdita della «spada»

di Giuseppe Baiocchi del 25/04/2019

Parigi ha usato la ghigliottina, assurta a simbolo dei tumulti rivoluzionari, anche come forma d’intrattenimento: nell’istante in cui la lama inizia a scivolare, il popolo conosce il silenzio, poi lo sbigottimento e infine si desta e torna agli schiamazzi ubriachi e alla gioia scomposta. Nel 1791, la rivoluzione giacobina raggiunge anche il possedimento oltremarino francese di Côte française de Saint-Domingue (attuale Haiti): la popolazione nera, aiutata dai repubblicani, insorge contro il governo coloniale dell’Ancien Régime.

François-Auguste Biard – L’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi del 1848 (particolare) – dipinto del 1849. Anche se la rivoluzione francese abolì la schiavitù nel 1794, rimase ancora forte la superiorità repubblicana dei bianchi nei confronti dei neri, i quali erano considerati inferiori. Napoleone Bonaparte ristabilì la schiavitù nel 1802 nelle Antille. La schiavitù fu abolita definitivamente durante la seconda repubblica francese, per opera del Sottosegretario di Stato Victor Schoelcher (1804 – 1893) nel 1848. Il Regno Unito l’aveva abolita nel 1834, ma altre nazioni come Stati Uniti , Portogallo o Spagna avrebbero impiegato ancora molti anni.

Si da vita ad una Repubblica più effimera di quella francese e sicuramente più “colorata”. Chi la narra è sicuramente un esperto di rivoluzioni: Alejo Carpentier (1904 – 1980) autore de “Il secolo dei lumi”, un romanzo che narra il problema della Rivoluzione francese esportata, collegandola indissolubilmente alla “sua” Rivoluzione, quella cubana di Fidel Alejandro Castro Ruz (1926 – 2016), che ispirandosi alla Rivoluzione russa, porrà quest’ultima a modello della sua futura politica nazionale. Ma quando nasce il concetto di Rivoluzione? Di quale assetto auspica l’insorgenza? Quanto il programma di rinnovamento proposto nelle teorie, diverge dalle sue applicazioni? Esso è stato tratteggiato nel secolo “dei Lumi” o ha trovato formulazioni e tentativi di realizzazione anche in epoche precedenti? E soprattutto, quand’è che una rivoluzione può dirsi conclusa? L’uomo contemporaneo non può fuggire di fronte a tali interrogativi.
Per rispondere a tali domande, bisogna capire come era strutturata la società europea, ed in particolare quella francese, prima del 1789. Simbolo del potere regio nella Francia del XVIII secolo è certamente il Palazzo di Versailles, al cui interno viveva tutta la corte del Re di Francia Luigi XVI di Borbone (1754 – 1793) e di sua moglie Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena (1755 – 1793). I due personaggi, come testimonierà Charles Maurice Talleyrand (1754 – 1838), sono i due fulgidi esempi di quello che oggi è definito Ancien Régime (Antico Regime), ovvero il sistema governativo che caratterizzerà la monarchia assoluta francese delle casate dei Valois e dei Borbone (1328 – 1789). Il mondo prima della rivoluzione era dolce, nessun individuo post-rivoluzione può immaginare come fosse morbida la società di quell’epoca per i pochi eletti che la conducevano.
Un primo scivolamento dell’aristocrazia verso la rivoluzione è dato dal suo abbandono della terra: la nobiltà feudale possedeva durante tutto il periodo medievale e successivamente in quello rinascimentale (con ampia temporalità anche nel 1600) oneri e onori con la popolazione. L’incastellamento aveva certamente prodotto i suoi migliori frutti: vigeva un sistema gerarchico sociale, dettato da norme e convenzioni che portava l’aristocrazia ad essere rispettata e temuta dal popolo, avendo in cambio l’ordine giuridico e la difesa del territorio.
Il carattere assolutistico, sviluppatosi con l’abbandono della terra, per prediligere una vita cittadina “quasi alto-borghese” nei grandi centri urbani (come accadde nella Penisola italica) avevano allontanato la nobiltà dal rapporto stretto con la popolazione. In Francia, questo carattere, con la costruzione di Versailles (1623 – 1683) si accentua, traslando l’aristocrazia all’interno di un mondo parallelo, dove questa inizia gradualmente – poi più assiduamente – a disinteressarsi alla gerarchia statale. Centralizzando, disossando e disarticolando lo Stato, sostituendo una superstruttura burocratico-statale a forme virili e dirette di autorità, di responsabilità e di parziale, personale sovranità, essi crearono il vuoto intorno a sé, perché la vana aristocrazia cortigiana di palazzo nulla più poteva significare e quella militare (la Maison du Roi) era ormai priva di rapporti diretti con il paese: distrutta la struttura differenziata che faceva da medium fra la nazione e il sovrano, restò appunto la nazione disossata, cioè la nazione come massa, staccata dal sovrano e dalla sua sovranità. Con un sol colpo, la rivoluzione spazzò facilmente quella sovrastruttura e mise il potere fra le mani della pura massa. L’assolutismo aristocratico prepara dunque le vie alla demagogia e al collettivismo. Lungi dall’avere carattere di vero dominio, esso trova il suo equivalente solo nelle antiche tirannidi popolari e nel tribunato della plebe, forme parimenti collettivistiche.
In realtà la reggia di Versailles, fu edificata da Luigi XIV di Borbone, detto il Re Sole (1638 – 1715, Le Roi Soleil). Egli difatti traslando tutta la nobiltà a corte e costringendola ad un regime sfarzoso, avrebbe ottenuto un duplice risultato: impoverire l’aristocrazia, poiché da sempre i suoi Pari rappresentavano un pericolo per il suo stesso Trono; e parallelamente indebolirla nei suoi rapporti con i territori, poiché essendo una Monarchia feudale, la sua ricchezza e la sua forza politica derivavano esclusivamente dal suo essere radicata – appunto – alla terra. Così la nobiltà vivendo presso tale manufatto edilizio, veniva definitivamente subordinata al potere centrale, assolutistico, del Sovrano: non farne parte avrebbe significato essere abbandonata alle periferie di quello che all’epoca era il paese più popolato d’Europa.

Pierre Patel, Chateau de Versailles (particolare) – 1668.

All’origine della Rivoluzione vi è il processo di accentramento politico, con il conseguente indebolimento del sistema feudale, che per secoli aveva garantito lo Stato di diritto e la difesa del Regno. Da sempre infatti i ci-devant (appellativo dato dai rivoluzionari agli aristocratici) avevano trattato il Re sempre alla pari, poiché nella storia francese, l’aristocrazia aveva combattuto le sue più cruenti battaglie, sempre al fianco del Sovrano, da pari appunto, avendo versato esattamente lo stesso quantitativo di sangue del Re.

La filosofia della parità diviene dunque essenziale per capire l’antropologia di sangue blu: le campagne belliche dei secoli precedenti avevano fatto sì, che lo sforzo dell’aristocrazia, doveva essere ripagato dal Sovrano, con l’esenzione dalla tassazione statale; i tributi non venivano pagati

dai nobili proprio a fronte di questo meccanismo storico ed atavico; il Re non pagando le tasse, acconsentiva alla nobiltà l’esenzione dei queste per i meriti militari e statali del passato.
Altrettanto interessante è l’analisi della società del tempo strutturata in forma piramidale ed imperniata sull’immagine triadica medievale degli orantes (il clero, anch’esso esentato dalle tasse poiché lavoravano per il passaggio delle anime nell’aldilà e i cui vertici erano anch’essi di lignaggio aristocratico), dei bellantes (la nobiltà) e dei laborantes (commercianti, banchieri o semplicemente contadini, i quali pagavano la tassazione). I primi due Stati, così come venivano denominati, possedevano un alto tasso economico per le casse dello Stato, sempre più appesantito dai ritmi crescenti di sfarzo della corte e del clero annesso, che aveva portato già per tre volte il Regno sull’orlo della bancarotta. Per cercare di risolvere la spinosa questione economica, il 25 agosto del 1788, viene chiamato a corte il banchiere svizzero di Ginevra Jacques Necker (1732 – 1804), che ricopre il ruolo del Contrôleur général des finances (Controllore generale delle finanze). La situazione per il ginevrino si presenta subito allarmante: i danari per il risanamento non ci sono, poiché la spesa pubblica per la nobiltà e il clero è altissima ed un aumento della tassazione al Terzo Stato, già provato dalle tasse, è impensabile.
In un celebre dipinto del pittore Jean Siffreid Duplessis (1725 – 1802) Necker viene raffigurato in abiti scuri: difatti non a caso viene chiamato da Luigi XVI un economista austero e parsimonioso, difatti possiamo denotare subito l’utilizzo del nero per i suoi abiti. Tale colore è sinonimo di sobrietà, i colori – tipici del 700 sfarzoso – vengono meno, per anticipare il gusto sartoriale tutto ottocentesco per l’utilizzo dell’abito scuro: sicuramente un indumento che si adattava bene a tutte le occasioni e che rimaneva comunque elegante. Difatti anche la storia dell’arte può aiutarci a capire il passaggio epocale che ci porterà alla Rivoluzione Francese, poiché nel Settecento l’uso dei colori per gli indumenti, nelle classi nobiliari, è imperante; così come nei quadri il colore vivace ne è il protagonista assoluto. Jacques Necker deve risolvere il problema del debito pubblico e lo svizzero sembra essere l’ultima carta che rimane al Sovrano Borbone per ristabilizzare una situazione economica oramai fuori-controllo. I suoi predecessori avevano optato una strategia economica oggi chiamata “finanza allegra”, cioè prestiti che coprivano altri prestiti, creazione di quelli che oggi chiameremo buoni del tesoro – che però poi non venivano coperti: vi erano troppi e inesorabili “castelli finanziari”. Necker asserisce al Re che tali pateracchi economici non riuscirebbero più neanche a mascherare la situazione, per via dell’altissimo debito presente nelle casse del Regno e propone a Luigi XVI la via della tassazione anche al Primo Stato (la nobiltà) e al Secondo Stato (il clero). Il Re Luigi XVI non è stato un pessimo Sovrano, come poi i vincitori hanno scritto successivamente con la conseguente vulgata storica: un Re dalla vita tranquilla, ma le giornate serene e assolate erano orami un lontano ricordo del passato. L’intraprendenza della moglie austriaca Maria Antonietta, uno Asburgo appunto, non lo aiutava certamente, poiché la consorte non poteva capire la motivazione economica che spinse Necker a convincere Luigi XVI verso una tassazione alla sua nobiltà d’armi. Difatti il Borbone capisce che l’economista ha ragione e tenta l’impossibile: avvicinare la Francia verso un modello di Monarchia Costituzionale, già in uso in Inghilterra, dopo la rivoluzione di Oliver Cromwell (1648) che portò alla Gloriosa Rivoluzione del 1688-89 a colpi di frase “Non c’è tassazione, se non c’è rappresentanza”.

Nell’acquaforte vengono rappresentati i tre Stati che avrebbero composto il quadro degli Stati Generali. Da notare, ancora una volta, il colore degli abiti dell’aristocrazia, simbolo del 700, e il nero usato dalla classe borghese del Terzo Stato, simbolo dell’800.

Il Sovrano poteva infatti prendere delle decisioni di propria autonomia, dopo aver ascoltato il suo consiglio più ristretto, che dovevano essere vidimate, certificate, approvate dal Parlamento di Parigi: un’unione di forze sociali, tra cui l’aristocrazia era prevalente, ma dove era presente anche una buona dose di borghesia cittadina. Luigi XVI è un uomo prudente, ma inizia ad operare una serie di editti Sovrani, ovvero quelli che non hanno bisogno della registrazione del Parlamento di Parigi. Gli abbozzi di riforme per la tassazione dell’aristocrazia e del clero vengono prese malissimo dai due Stati che minacciano ritorsioni al Sovrano, rivendicando il loro supporto alla macchina statale, non certamente di stampo economico. Eppure contrariamente a quanto ci hanno raccontato gli storici allineati, Luigi XVI trova il suo coraggio interiore: non si intimidisce di fronte alla contrarietà della moglie, non ha paura di inimicarsi una parte dell’aristocrazia più tradizionalista, così come il clero pienamente contrario. Oggi non si può non apprezzare il suo sforzo, però non basta. Così si pensa alla convocazione degli Stati Generali il 5 maggio del 1789: un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali esistenti in un’assemblea, di origine feudale (ultima convocazione era avvenuta nel 1614), che disponeva della funzione di limitare il potere monarchico, da convocare quando incombeva sul paese un pericolo imminente. De facto il Re convocava il Regno, per ascoltare tutti i componenti dello Stato, che lo avrebbero aiutato nell difficili decisioni da intraprendere.
Gli Stati Generali (1139 membri) sono un’altra trovata del geniale Necker: egli fece sì che, a differenza delle precedenti edizioni, Luigi XVI approvò la richiesta del Terzo Stato (borghesia e clero minore) di rappresentarsi con la metà dell’assemblea generale – mentre in passato le porzioni erano 1/3 nobiltà, 1/3 clero e 1/3 borghesia -, ovvero del 100% dei partecipanti, vi era il 50% appartenente al Terzo Stato, il 25% appartenente alla nobiltà e il 25% appartenente al clero. In questo modo il sistema di voto rimaneva immutato, perché per mutare era necessario il voto del singolo Stato e non per testa, che viene respinto, così come la riunione in un’unica camera. La voce della Francia “che lavora” asserì Necker, sarà certamente più evidente.
Delle richieste che perverranno al Sovrano possiamo già leggere una prima interpretazione per la costruzione delle origini della Rivoluzione Francese. Il Terzo Stato è in possesso di numerosi cahier (libretto) da far leggere, tra cui spicca quello dell’abate Emmanuel Joseph Sieyès (1748 – 1836) intitolato “Che cos’è il Terzo Stato?”. Nel pamphlet asserisce tra scrosci di applausi: «Che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Chiede di essere qualcosa». In soldoni Sieyès, con coraggio, afferma a Luigi XVI che la Francia viveva al di sopra dei propri mezzi, e soprattutto sopravviveva sul lavoro del 90% della popolazione che lavorava per tutti, pagava per tutti e non aveva nessuna voce in capitolo. Dunque la vera questione degli Stati Generali sembra sempre essere riconducibile al già citato motto britannico «Non c’è tassazione, se non c’è rappresentanza».
Aprendo il consueto parallelismo con la storia dell’arte, nel celebre dipinto del pittore Louis-Charles-Auguste Couder (1789 – 1873), “Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali” si possono evincere interessanti particolari: nella parte destra del dipinto vi sono dei signori vestiti in una certa maniera, più sobria dove predomina il colore nero, che dominerà tutto l’Ottocento; mentre nella parte sinistra degli individui che indossano dei vestiti di altra fattura, più sgargianti e colorati, simbolo del Settecento. I signori “in nero” sono i borghesi e il clero minore che non avendo la potenza economica per vestirsi in maniera costosa prediligono l’eleganza scura adatta per tutte le occasioni. Le due “Francie” nel dipinto si fronteggiano e non sembrano essere destinate a capirsi, poiché alcuni vivono in una Francia multi-colore e altri pensano che è arrivato il momento di vivere in una Francia più umile, assestata, monocromatica. A quest’ultima Francia, inoltre, si operano piccoli sgarbi sciocchi, ma significativi, come quello del copricapo: l’aristocrazia poteva indossare il cappello davanti al Sovrano, la borghesia doveva toglierselo; l’aristocrazia poteva uscire dall’assemblea volgendo le spalle al Re, la borghesia doveva fuoriuscire arretrando e non dando mai le spalle a Luigi XVI. La borghesia, dobbiamo asserirlo per precisione, entra agli Stati Generali con spirito riformatore e non rivoluzionario: ha discusso per mesi in ogni occasione, ha scritto, ha spiegato cosa si può fare per risanare lo Stato e lo ha spiegato con intelligenza, si è presentata in numero doppio rispetto agli altri due Stati, ma alla fin fine si vedono restituire le convenzioni di sempre, che fanno solo che aumentare lo strappo già avviato con la loro classe sociale, facendo tradire le attese e facendo vanificare i propri sforzi. In realtà il voto per testa e non per Stato, sarebbe stata un’innovazione devastante per i primi due Stati, sotto il punto di vista degli equilibri politici: oggi può apparirci chiaramente innocua.

Louis-Charles-Auguste Couder, Inaugurazione degli Stati Generali, 5 maggio 1789 (particolare), olio su tela, 400 x 715 cm, Versailles, Musée national du château et des Trianons.

Dopo sei settimane di stasi i rappresentanti del Terzo Stato abbandonano l’assemblea e si auto-proclamarono Assemblea nazionale, attribuendosi il potere esclusivo di legiferare in materia fiscale e riconoscendo in esso l’unico vero rappresentante della Francia, determinando la fine degli Stati Generali. Decisiva sarà la promessa, fatta da Necker, di far votare per testa e non per Stato. Un’iniziativa che non sarà attuata e che avrà il sapore della derisione per l’alto numero di rappresentanti presenti del Terzo Stato, pari al 50% dell’assemblea. Così 20 giugno 1789 il Re ordinò la chiusura della sala dove si riuniva abitualmente l’Assemblea (una sala dell’Hôtel des Menus-Plaisirs a Versailles) con il pretesto di eseguirvi dei lavori di manutenzione, cercando in questo modo di impedire qualsiasi riunione. Su proposta del deputato Joseph-Ignace Guillotin (1738 – 1814) tutti i membri si spostarono in una vicina sala adibita al gioco della pallacorda; mentre il presidente dell’assemblea, l’astronomo Jean Sylvain Bailly (1736 – 1793) si premunì di avvisare i colleghi di spostarsi. Da qui il giuramento successivo che viene appunto definito della “Palla Corda”. Qui l’importanza del tempo, che diviene strumento essenziale per capire le rivoluzioni: siamo passati dalla scala dei secoli, alla scala degli anni, poi dei mesi e infine ora a quella dei giorni, da tale data il calendario correrà come un orologio. Dal 5 maggio al 20 giugno passano 45 giorni e non sono pochi, ma sono pochissimi, rispetto al fatto che ci erano voluti due anni e mezzo per convocare gli Stati Generali (1787 – 1789), c’erano voluti almeno dieci anni per convincere Luigi XVI a prestare consiglio a Necker, c’era voluto un secolo per far capire al Regno di Francia che le leggi imposte da Luigi XIV avevano portato conseguenze economiche nefaste per il suo erede. Nella storia il tempo non è mai uniforme: a volte cammina più lentamente, altre più velocemente e in tutte le rivoluzioni corre ed è sempre molto spedito.
Dunque il Terzo Stato si riunisce qualche giorno prima del 20 giugno 1789 e inizia a prendere delle decisioni economiche senza più ascoltare l’altra frangia della società dirigente. Luigi XVI si sforza così di recuperare la situazione, già scivolata verso un punto di non ritorno, mandando il marchese Henri Evrard di Dreux-Brézéa (1762 – 1829) a parlamentare con i borghesi, per far ritornare quest’ultimi all’Hôtel des Menus-Plaisirs. Fu a questo punto che il già citato astronomo Bailly esclamò la famosa frase che racchiude storicamente la stessa Rivoluzione Francese: «La Nazione unita, non riceve ordini da nessuno». L’antico Regime viene scavalcato, superato: la borghesia ha rovesciato la piramide politica di Luigi XVI, non esistendo più la legittimità dall’alto, ma il Sovrano deve “scendere” all’interno della società, contrattando socialmente con essa. Ciò sta a significare che il contratto sociale fa nascere una nuova società, formata da individui singoli, tutti in condizioni di uguaglianza (il che ovviamente non corrispondeva a verità, poiché la rappresentanza borghese non rappresentava gli interessi di tutte le categorie sociali), che successivamente poteva dar vita alla forma di Stato istituzionale più idonea secondo “il popolo”. L’origine di questo processo è la carta Repubblicana, oggi in auge in tutte le repubbliche parlamentari, che nel primo articolo cita: «La Sovranità appartiene al popolo», dunque il popolo è Sovrano. Il Re non è Sovrano, ma eserciterebbe da adesso in avanti, la sua sovranità perché il popolo gli concede e ritiene utile, che egli rivesta tale carica. Da qui anche la famosa frase che si sussegue in tutte le Monarchie Costituzionali: «Per diritto di Dio e della Nazione» e non più solo «Per diritto di Dio» – il Trono e l’Altare si spezzano. Questa è la Rivoluzione Francese: il concetto umano, dove l’individuo si pone come fondamento del reale, vuole sostituirsi al carattere della Tradizione divina, vuole decidere al posto di Dio, perché tutto è frutto dell’intelletto e non della fede ultraterrena. Da qui l’importanza, sempre crescente, della scienza che deve risolvere per la borghesia, le domande ultime che la fede rispondeva all’uomo.
In realtà tale concetto politico non si poneva ancora come un moto rivoluzionario, ma voleva imporsi come un cambio istituzionale, traslando da una Monarchia Assoluta, ad una Costituzionale (a sovranità popolare).
La convocazione degli Stati Generali animò nei mesi seguenti il dibattito politico che si estese fino ai salotti e alle piazze della capitale, a tal punto da indurre il Monarca a schierare i suoi soldati mercenari svizzeri e tedeschi attorno a Versailles, Parigi, Sèvres e Saint-Denis. Sabato 11 luglio il Ministro delle Finanze Jacques Necker venne destituito dal re, essendosi guadagnato l’inimicizia di parte della corte per aver manifestato in parecchie occasioni delle idee filo-borghesi.
Arriviamo così al primo atto violento – ampiamente trattato dal conte Joseph-Marie de Maistre (1753 – 1821) nel suo “Considerazioni sulla Francia” –, ovvero la presa della Fortezza denominata Bastiglia, oramai in disuso e simbolo del potere regio. In realtà la sollevazione popolare è frutto di false voci fatte circolare in città dalle sette massonico-borghesi, che avevano perfettamente capito che l’occasione per acquisire il potere, tramite il Terzo Stato, non si sarebbe ripetuta. Si vocifera per le strade della capitale che le truppe regie, composte dai soldati stranieri svizzeri e tedeschi, avrebbero massacrato ben presto la popolazione se i moti fossero proseguiti.
Il marchese Bernard-René Jourdan de Launay (1740 – 1789) è l’anziano governatore della prigione politica: un uomo legato alle antiche convenzioni e in piena sintonia con l’Assolutismo monarchico. Ai suoi ordini ci sono 82 invalidi di guerra e 32 Guardie svizzere comprensive di 30 cannoni, al comando dello svizzero Ludwig Ignaz von Flüe (1752 – 1817), capitano-luogotenente nel reggimento Salis-Samade. Dai ricordi dell’elvetico, il vecchio marchese era così descritto: «Era un uomo che non aveva né grandi conoscenze militari né esperienza, e aveva poco cuore. […] Fin dal primo giorno, imparai a conoscere quest’uomo da tutti i preparativi insensati che organizzava per sua difesa della sua posizione, e dalla sua continua inquietudine e irresolutezza. Vedo chiaramente che saremmo mal comandati se venissimo attaccati. Era talmente terrorizzato che la notte prendeva per nemici le ombre degli alberi e di altri oggetti circostanti. I capi dello Stato Maggiore, il luogotenente del re, il maggiore e io stesso gli facevamo molto stesso delle rappresentazioni, da una parte per tranquillizzarlo sulla debolezza della guarnigione della quale si lamentava continuamente, e dall’altra per non farlo preoccupare di dettagli insignificanti e di non trascurare le cose importanti. Ci ascoltava, sembrava approvare, dopo agiva in tutt’altro modo e in un istante cambiava opinione; in una parola, in tutti questi fatti e gesti, faceva prova della più grande irresolutezza».
Dunque il 14 luglio 1789, una guarnigione poco efficiente e poco numerosa, vede insorgere quasi 1000 rivoltosi, che vengono affiancati da 61 Guardie francesi disertrici e ben 5 cannoni. La fortezza, nonostante il coraggio delle Guardie svizzere (vi saranno 98 morti da parte dei ribelli), viene espugnata e la prima testa conficcata nella picca sarà quella del governatore della Bastiglia de Launay. È il primo gesto di una violenza esibita.

Jean-Baptiste Lallemand – L’arresto del comandante della Bastiglia (particolare) – 1790.

Un anno dopo, il 14 luglio del 1790, la Francia pare essere riconciliata: siamo allo Champ-de-Mars (Campo di Marte), dove avviene la Fête de la Fédération (Festa della Federazione) una cerimonia festosa che celebra la Monarchia Costituzionale: è presente un’Assemblea Legislativa che funge da Parlamento.
Una messa fu celebrata da Talleyrand, già vescovo di Autun sotto l’Ancien régime. A quel tempo, la prima Costituzione francese non era ancora stata completata, e non sarebbe stata ufficialmente ratificata fino al settembre 1791. Ma il succo di ciò, era compreso da tutti e nessuno era disposto ad aspettare. Marie-Joseph Paul Yves Roch Gilbert du Motier, Marquis de La Fayette (1757 – 1834) guidò il presidente dell’Assemblea nazionale e tutti i deputati in un solenne giuramento alla Costituzione in arrivo: «giuriamo di essere sempre fedeli alla Nazione, alla Legge e al Re, di sostenere con tutte le nostre forze la Costituzione decisa dall’Assemblea Nazionale e accettata dal Re, e di rimanere unita a tutti i francesi dai legami indissolubili di fratellanza». In seguito, Luigi XVI affermò: «Io, re dei francesi, giuro di usare il potere che mi è stato dato dall’atto costituzionale dello Stato, di mantenere la Costituzione come decretata dall’Assemblea nazionale e accettata da me stesso». Il titolo “Re dei Francesi”, usato qui per la prima volta al posto di “Re di Francia (e Navarra)”, era un’innovazione destinata a inaugurare una monarchia popolare che collegava il titolo del monarca al popolo piuttosto che al territorio della Francia.
La Rivoluzione sembra cessare, concludersi con una decina di morti dell’anno prima, ma non sarà così, poiché Luigi XVI non aveva “scelto” tale tipo di Istituzione Statale, ma gli era stata imposta. Il suo bisnonno, il Re Sole, aveva avviato un procedimento sociale irreversibile per il Regno di Francia; come detto pocanzi, per depotenziare la stessa aristocrazia, aveva fatto emergere la nuova classe della borghesia, verso la quale la nobiltà si affidava. Tale meccanismo, dopo essersi oliato per un secolo, non poteva arrestarsi bruscamente, ma Luigi XVI non comprende la portata degli eventi.
Il 21 giugno del 1791, dopo una serie di avvenimenti che non saranno trattati nel dettaglio, Luigi XVI decide di andarsene: dopo aver giurato, dopo aver creato le condizioni democratiche, dopo aver approvato i governi e aver avviato la vita parlamentare in Francia cerca di portare la sua persona, insieme alla sua famiglia, a Varennes con la speranza di giungere alla piazzaforte monarchica di Montmédy. Il piano però fallisce e la famiglia reale viene catturata al confine di Varennes-en-Argonne dalla Guardia nazionale comandata da La Fayette.
Quando la famiglia reale deve tornare a Parigi, si intuisce che l’Istituzione di una Monarchia Costituzionale in Francia sarà di breve durata. Il Re a Varennes chiude una stagione, perché tutto ciò che accadrà successivamente sarà un precipitare degli eventi storici: il 16 luglio l’Assemblea sospende il Re dalle sue funzioni fino alla nuova Costituzione. Difatti sul ritorno di Luigi XVI a Parigi, si innestano le preoccupazioni di tutte le Monarchie europee di Antico Regime.
La situazione politico-sociale disastrosa della Francia favorì un forte incremento dell’emigrazione (in gran parte nobili), confermando la progressiva radicalizzazione della Rivoluzione francese. Per cercare di contenere questa espansione rivoluzionaria entro i confini francesi, il 27 agosto 1791 Leopoldo II (imperatore del Sacro Romano Impero) e Federico Guglielmo II (re di Prussia), al termine di un incontro avvenuto a Pillnitz (dal 25 al 27 agosto) rilasciarono la Dichiarazione di Pillnitz, con la quale invitarono le potenze europee a intervenire contro la Rivoluzione francese per restituire i pieni poteri a Luigi XVI.
L’indignazione della popolazione dovuta alla maldestra fuga e successivamente per la dichiarazione di guerra di due Stati stranieri è al culmine. Per la popolazione francese, se un Re doveva essere mantenuto sul Trono da armate straniere, quel Sovrano perdeva completamente la sua legittimità. Dunque il Regno di Francia, che per secoli si era mantenuto forte e aveva espanso i propri domini nel mondo grazie alla Monarchia, nel 1792 perde completamente la propria autorevolezza.
Sarà in tale contesto che sorgerà la Repubblica: il 10 agosto 1792, 25.000 dimostranti muovono verso il Municipio, situato all’Hotel de la Ville, e sollevano dal potere il consiglio comunale per instaurare la Commune insurrezionale. Il primo obiettivo è quello di assaltare il Palazzo delle Tuileries, residenza del Re difesa dai migliori soldati di sempre della Maison du Roy: 1330 guardie svizzere, i militari più affidabili e fedeli di Luigi XVI ai comandi del marchese e tenente-colonnello Jean-Roch-Frédéric, di Maillardoz (1727 – 1792) . L’ordine è chiaro per la massa sanguinaria: «assediare il castello, sterminare tutti coloro che ivi si trovano, in particolare gli svizzeri e condurre il Re e la sua famiglia a Vincennes». La situazione dalle prime ore del mattino appare disperata: il Sovrano insieme alla famiglia si fa scortare alla Sala del Maneggio, chiedendo protezione all’Assemblea Legislativa, mentre nel palazzo avviene la più cruenta battaglia della Rivoluzione Francese. Le Tuileries è presieduto oltre che dagli svizzeri, anche da nobili della corte armati che respingono con prontezza quattrocento assalitori. La massa degli insorti si ingrossa e per i difensori non ci sarà quartiere: 600 uomini e 15 ufficiali vengono trucidati, ma il corrispettivo per gli assalitori è impressionante, con 3000 uomini lasciati sul campo.

Jean Duplessis-Bertaux, Presa del palazzo delle Tuileries (particolare), 1793.

Con la presa delle Tuileries, si dichiara decaduta la monarchia costituzionale e si convoca una nuova assemblea costituente, con Luigi XVI sospeso dalle sue funzioni e imprigionato con i suoi familiari nella Torre del Tempio, antico complesso fortificato medievale. Fu così che il 21 settembre la Convenzione proclamò la Repubblica.
L’anno successivo vedrà inesorabilmente inasprirsi il comportamento dei rivoluzionari, che introdussero la micidiale arma di decapitazione chiamata ghigliottina. La scrittrice ungherese, naturalizzata britannica, Emma Magdalena Rosalia Maria Josefa Barbara Orczy (1865 – 1947) ce ne fornisce una inquietante descrizione: «Era formata da due supporti paralleli in legno in quercia dell’altezza di poco più che tre metri, uniti in alto da una sbarra trasversale e ben fissati su una base sorretta da solidi contrafforti nella parte posteriore ai due lati. Era ben visibile, via via che ci si avvicinava al luogo angoscioso, la mannaia costituita da una lama di otto pollici sorretta da una corda a due capi che il boia pilotava, lasciandola andare quando la vittima, sdraiata sul ventre, stentava a muoversi con il collo impigliato nella cavità del ceppo. Tutt’intorno, la folla dei curiosi e dei vendicatori a stento trattenuta dalle guardie; mai più agitati, e soddisfatti, erano quei personaggi chiamati le “furie della ghigliottina”, che in gran parte si raccoglievano sotto il nome un po’ ironico di Società Fraterna». 
Con i primi eccidi la società tutta, reazionaria e rivoluzionaria, inizia a percepire che avviene in Francia un qualcosa di superiore ad un semplice cambiamento: sono stati tutti scivolamenti, non vi è stato momento nel quale, la società dell’epoca comprendesse l’attuazione di un vero e proprio progetto rivoluzionario e tanto meno chiamare tutta questa carneficina “Rivoluzione”. Passo dopo passo, il calendario diventa un orologio, accelerazioni, speranze che vengono bruscamente frenate e generano altrettante impennate. Nel gennaio del 1793, possiamo certamente annunciare quello che, Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre (1758 – 1794) definirà come il periodo del Terrore rivoluzionario. A farne le spese il 21 gennaio sarà proprio Luigi XVI di Borbone dopo una condanna quanto mai combattuta da parte dell’Assemblea Nazionale Costituente (17 gennaio) che si impose solamente con 387 voti contro i 334 degli oppositori.
Un eroico tentativo di difendere il Sovrano era compiuto dal barone Jean-Pierre de Batz (1754 – 1822) con il marchese Amable-Charles de La Guiche (1747 – 1794) al grido: «A nous, ceux qui veulent sauver leur roi»! Ma venivano subito aggrediti dalla folla inferocita e costretti alla fuga.

Un resoconto di quei drammatici istanti venne descritto dalla rivista Magicien républicain: «La carrozza arrivò alle dieci e un quarto ai piedi del patibolo eretto in Place de la Révolution, già Place Louis XV, di fronte al piedistallo su cui era stata innalzata e poi abbattuta la statua del tiranno di tal nome. Le strade di accesso erano difese da numerosi pezzi d’artiglieria. Arrivato a quel luogo terribile, Luigi Capeto fu consegnato ai carnefici. Questi si impadronirono di lui, gli tagliarono i capelli, lo spogliarono e gli legarono le mani dietro la schiena. Poi gli domandarono per tre volte consecutive se avesse ancora qualcosa da dire o da dichiarare al suo confessore. Poiché continuava a rispondere di no, l’abate lo abbracciò e, lasciandolo, gli disse: “Andate, figlio di San Luigi, il Cielo vi attende”».

Unico privilegio che venne concesso all’oramai ex-Sovrano fu la concessione di una carrozza che lo scortò sul luogo dell’esecuzione in Piazza della Rivoluzione, oggi Place de la Concorde. Libro dei salmi alla mano, vestito bianco, Luigi Capeto – come era stata ribattezzato dai rivoluzionari – giunto ai piedi della ghigliottina, mostrandosi estremamente calmo proferì le sue ultime parole: «Muoio innocente dei delitti di cui mi si accusa. Perdono coloro che mi uccidono. Che il mio sangue non ricada mai sulla Francia»! Avrebbe forse voluto pronunciare un’ultima arringa, ma i gendarmi non gli permisero oltre modo nulla. La situazione si era fatta concitata e la ghigliottina venne fatta calare prima che il collo del Re fosse nella giusta posizione: così più che una decapitazione fu uno smembramento. La testa maciullata di Luigi XVI fu comunque raccolta da un giovane membro della Guardia Nazionale che la mostrò alla folla in delirio, facendo un intero giro del patibolo.
Ucciso il Re, la Francia sarà in mano agli “ottimi avvocati di provincia” Robespierre, Georges Jacques Danton (1759 – 1794) e al medico Jean-Paul Marat (1743 – 1793): inutile dire che ben presto il Terrore rivoluzionario avrebbe travolto anche i propri paladini giustizialisti.
Arriviamo infine alla battaglia storica di Valmy del 1792. Perché storica? Ebbene la sua importanza fu di carattere filosofico. Difatti fu la prima decisiva vittoria degli eserciti rivoluzionari francesi contro le armate europee della conservazione austriache, prussiane e dell’Assia comandante dal duca di Karl Wilhelm Ferdinand di Brunswick-Wolfenbüttel (1735 – 1806), che avevano dichiarato guerra alla Rivoluzione.

Jean-Baptiste Mauzaisse, La battaglia di Valmy (particolare) – 1792.

Tale trionfo repubblicano, scardinò per la prima volta la tesi atavica riguardante l’aristocrazia dell’ex Regno di Francia, per la quale le tasse erano esentate: da questa battaglia decisiva il popolo si fa carico della difesa della Nazione (non più, appunto, del Regno). Avviene quella che lo storico francese Alphonse Dupront (1905 – 1990) definì «l’appropriazione della spada»: la spada era stato il segno del privilegio e anche naturalmente il segno dell’onore per il mondo nobiliare, ma adesso «la spada» appartiene all’intero popolo di Francia, che è pronto a morire per se stesso, per la Patria, dopo “aver ucciso” la Patria stessa.

 

Per approfondimenti:

_Giorgia Penzo, I processi a Luigi XVI e Maria Antonietta. Dal trono al patibolo – Genesis Publishing, 2017;
_Antonio Spinosa, Luigi XVI: L’ultimo sole di Versailles – Mondadori, 2010;
_Cesare Giardini, Varennes. La fuga di Luigi XVI. (1791) – Mondadori, 1932;
_Daria Galateria, L’etichetta alla corte di Versailles. Dizionario dei privilegi nell’età del Re Sole – Sellerio, 2016;
_Gabriele Mendella, La Maison du Roi 1690-1792 – Catalogo Mostra Milano;
_B.Buongiovanni, L.Guerci, L’Albero della rivoluzione: Le interpretazioni della Rivoluzione francese – Einaudi, 1989;
_François-René de Chateaubriand, Memorie d’oltretomba – Einaudi, 2015;
_Federico Chabod, Alle origini della Rivoluzione Francese – Passigli Editore, 1998;
_Orczy E. M. R. M. J. B., La primula rossa, Newton, 1997.
_Giuseppe Baiocchi, La crisi rivoluzionaria a partire da Joseph de Maistre – dasandere.it, 2018;
_Giuseppe Baiocchi, Talleyrand: un animale politico per tutte le stagioni – dasandere.it, 2018.

 

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Il principe di Dio Eugenio Pacelli: defensor civitatis

Il principe di Dio Eugenio Pacelli: defensor civitatis

di Giuseppe Baiocchi del 19/03/2019

Eugenio, principe Pacelli, 260° Vicario di Cristo in terra: non ha la disarmante mitezza di Papa Giovanni, non la sofferta modernità di Paolo VI, non il fuggevole sorriso di Albino Luciani. Pius PP. XII (Papa Pio XII) è il Pastor Angelicus, è l’ultimo principe di Dio: alto, elegante, magrissimo, diafano, ieratico, statuario, è il primo Papa degli immensi raduni, è il primo Papa della radio, del cinema, dei cinegiornali, dei rotocalchi, è il primo Papa della televisione, è Pius XII il più discusso, il più tormentato, il più indagato.

Prelato domestico, cameriere segreto, ciambellano papale, curato, Monsignore, Arciprete, Vescovo, Arcivescovo, Nunzio, Cardinale, Segretario di Stato, Legato Pontificio, Camerlengo, Pontefice Massimo: Papa Pio XII (nato Eugenio Maria Giuseppe Pacelli; Roma, 2 marzo 1876 – Castel Gandolfo, 9 ottobre 1958), è stato tutto questo ed anche 2º sovrano dello Stato della Città del Vaticano dal 2 marzo 1939 al 9 ottobre 1958. Nel 1990, a conclusione della prima fase di beatificazione, ha ricevuto il titolo di Servo di Dio. Nel 2009, a conclusione della seconda fase, ha ricevuto il titolo di Venerabile, che ne attesta l’eroicità delle virtù per la Chiesa. La causa di canonizzazione è affidata alla Compagnia di Gesù.

Papa della Chiesa incarnata in un tempo lungo, tragico, impietoso: ha visto i Piemontesi invasori, la disfatta di Caporetto, la massoneria messicana, la Rivoluzione Bolscevica, il duce del fascismo, l’apoteosi del Reich, i morti di Spagna, gli spietati Ustaša, le vane parole contro la guerra, gli appelli alla pace disattesi, la disarmata potenza della preghiera, le visioni, i presagi, le eclissi, ma su tutto — sempre — quasi l’interrogativo del suo silenzio sulla questione ebraica. La storia dell’ultimo principe di Dio inizia nell’Anno Domini del 1876, il 2 marzo è giorno di Quaresima: Eugenio Maria Giuseppe Pacelli nasce all’alba di un martedì piovoso. Pontefice Massimo alla sua nascita è Pius IX (1792 – 1878), il quale ha appena decretato il dogma dell’infallibilità papale, mentre è Re d’Italia Vittorio Emanuele II (1820 – 1878) che ha invaso lo Stato Pontificio appena sei anni prima della sua nascita, nel 1870. Gli italiani sono 28.000.000 e il 78% lavora la terra, più del 50% non pratica la scrittura e la lettura, mentre l’80% dei bambini non frequenta corsi scolastici. Eugenio nasce da un’aristocratica famiglia papalina, la quale (come tutte le famiglie dell’aristocrazia nera) teneva oscurate le persiane, in segno di lutto a favore del Pontefice, durante gli anni dell’occupazione sabauda della capitale: è una protesta contro gli invasori mal graditi. Era stato suo nonno Marcantonio a dare lustro ai Pacelli, lasciando la natia Onano — piccolo borgo del viterbese —, nel 1819 per seguire a Roma uno zio Cardinale. Quando nel 1848 i mazziniani proclamano la repubblica romana, Pius IX scappa a Gaeta e Marcantonio lo segue: sarà la sua fortuna. Due anni e Papa Ferretti torna trionfalmente a Roma, nominando suo nonno membro del Concilio di Epurazione; le gazzette scrivono: «la città è finalmente pulita di ogni sozzura mazziniana». Il nonno del futuro Pontefice fonda L’Osservatore Romano, vuole un foglio combattente in difesa della cristianità. Ma gli eventi proseguono senza pietà: il 20 settembre del 1870, i piemontesi conquistano Roma, l’ultimo lembo terrestre dello Stato Pontificio, e Pius IX si auto-proclama prigioniero in “Vaticano”, promulgando l’inflessibile non-expedit, il divieto tassativo per i cattolici di partecipare alla politica attiva del Regno; le ferite tra Stato e Chiesa sono profondissime. Tre anni dopo la morte del Pontefice, le sue spoglie sono trasferite alla Basilica di San Lorenzo, ed una corte massonico-mazziniana si avventa sul corteo funebre per gettare la salma del beato Ferretti nel Tevere. All’epoca di questi lugubri fatti, il futuro Pius XII ha cinque anni e l’aver riportato tali accadimenti è fondamentale per capire la formazione culturale di Pacelli, l’humus nel quale è vissuto, l’aria che ha respirato.

Eugenio cresce stentatamente, «mingherlino e pelle e ossa», ma uno dei suoi giochi preferiti è far finta di celebrare Messa; studia violino ed ha una grande passione per le musiche romantiche tedesche; le sue pagelle sono un’impressionante sfilata di nove e dieci. Ad Onano, sulle rive del lago di Bolsena, conosce Lucia, una ragazza a cui dedicherà un sonetto: «ella è verginella, grata, dolce, pietosa, docile, pura, rifulge qual stella per virtude e per beltà», ma arriva l’ora delle scelte ed Eugenio sceglie di dire Messa e questa volta non sarà un gioco. Il 2 aprile del 1899 diviene sacerdote all’età di ventitré anni e subito sotto la guida del Cardinale Pietro Gasparri (1852 – 1934), inizia il suo cursus honorum nella Curia Romana. L’Osservatore Romano scrive: «è un giovane di cui è facile prevedere una carriera ammirabile al servizio di Dio e della Chiesa». Il 1899 è anche l’anno in cui nasce la FIAT con appena 50 operai e appena otto auto prodotte: il Regno d’Italia entra nella modernità e su di essa il Paese cerca di attuare una liberalizzazione nella politica, nella ricerca e nella scienza; su questa modernità, il nuovo Papa – il sanguigno ed energico Pius X (Pio X, 1835 – 1914) – ha molte riserve: «il modernismo – decreta Papa Sarto – è la sintesi di tutte le eresie».
Nel 1910 vi sarà il primo incarico ufficiale del giovane Pacelli: è a Londra e presenzia l’incoronazione di Re Giorgio V (George Frederick Ernest Albert, 1865 – 1936) come rappresentante ufficiale del Papa di Roma. La cerimonia che apparve agli occhi dell’aristocratico romano, fu quella di una corte che rispecchiava ancora la potenza delle Monarchie in Europa, prima del crollo definitivo del Trono e dell’Altare appena quattro anni dopo. In seguito continua la sua ascesa: Cameriere segreto, Monsignore, Prelato domestico, finché non arriva la Grande Guerra del 1914-18, che vide il Regno d’Italia subentrare con l’Intesa un anno dopo, nel 1915. Nel frattempo Pius PP. X morirà nell’estate del’inizio del conflitto, dicono di crepacuore: ripeteva sconsolato «verrà il guerrone». L’arcivescovo di Bologna Giacomo Paolo Giovanni Battista della Chiesa (1854 – 1922) diventa Benedictus PP. XV (Papa Benedetto XV): un Papa nuovamente senza più la forza temporale, che deve necessariamente usare l’arma della diplomazia per essere ancora una volta al centro della geopolitica. Pacelli sarà inviato inizialmente come “autorevole persona” all’Imperatore d’Austria-Ungheria Franz Joseph I (1830 – 1916) e successivamente all’Imperatore di Prussia Wilhelm II von Hohenzollern (1859 – 1941), il quale asserì su di lui: «Questo Pacelli, vale più di un esercito». Durante la guerra Benedictus XV inoltra appelli di pace e si mantiene neutrale, fino alla sua frase più famosa «questa guerra è un’inutile strage», monito preso seriamente solo dall’Imperatore dell’Austria-Ungheria Karl I d’Asburgo-Lorena (1887 – 1922), oggi beato per aver seguito le parole del Pontefice. Il Papa promuove Pacelli Nunzio Apostolico in Baviera e pochi anni dopo, il 13 maggio del 1917, Eugenio è ordinato Vescovo all’età di 43 anni (e elevato in pari tempo arcivescovo recante titolo di Archidioecesis Sardiana in partibus): una strana coincidenza o forse un segno. Quello stesso giorno a Fatima una misteriosa signora annuncia a tre pastorelli un messaggio celeste, il quale attraverserà come un filo rosso, tutta la storia del XX Secolo, per spingersi fino ai nostri giorni.
Il 24 ottobre del 1917 con la disfatta di Caporetto il Regio Esercito è allo sbando e gli austro-tedeschi avanzano per 150 km all’interno della linea del fronte italiano: 11:000 soldati morti, 29.000 feriti, 280.000 prigionieri e 350.000 sbandati. Nel caos il Vescovo Pacelli si reca dietro le nuove linee del fronte e apporta conforto ai soldati, si adopererà come può per i feriti più gravi, parla con chi ha subito traumi psichici, per ricordarci che il sacerdote ha sempre avuto nei confronti dei malati d’anima un atteggiamento salutare, benedicente e confortante, ponendosi come vero conduttore per eccellenza della Grazia, poiché egli è il vertice di tutte le grandezze create, poiché opera il ponte spirituale tra Dio e i suoi figli: oggi questa figura è soppiantata dallo psicologo che “offre” come rimedio all’anima psicoterapie e psicofarmaci.
Per Pacelli arriva un altro appuntamento con la storia, sembra essere il suo destino: mai nell’epoca moderna, un futuro Papa si era trovato coinvolto in prima persona in tanti e decisivi eventi e questa volta incontra faccia a faccia la Rivoluzione dei Soviet. La Germania è in ginocchio, da Berlino a Monaco avanza inarrestabile il movimento comunista: la chiamano “Rivoluzione spartachista”. A Monaco di Baviera il 19 aprile 1919, presso la sede della Nunziatura, gli spartachisti accerchiano il palazzo e una giovane suora Pascalina Lehnert si interpone tra il manipolo e il Nunzio Pacelli che sbarrava loro la strada. Il capo ebreo del nucleo comunista, di nome Seidl, affronta Eugenio a muso duro «togliti di mezzo Prelato» e gli punta la rivoltella sul petto: il Nunzio è terreo, ma non cede e il capo-manipolo non va oltre la minaccia, facendo ritirare i rivoluzionari per convogliarli altrove. Scriverà Pacelli: «Sono dei veri e propri russi bolscevichi»! Eugenio ha visto in faccia quello che dicono essere il nuovo anticristo: il comunismo.
Nel frattempo a Monaco si è trasferito un giovane pittore austriaco di nome Adolf Hitler (1889 – 1945) ed è in cerca di fortuna: Pacelli lo vede all’opera ed a lui si riferisce quando scrive «è da condannare l’estremismo di certa gente non bavarese» – ricordiamo questa frase: non afferma “Adolf Hitler”, ma “certa gente”, non dice “austriaco”, ma “non bavarese” e sarà questa la raffinata arte diplomatica che Eugenio Pacelli userà durante tutto il suo difficilissimo pontificato.

Il Segretario di Stato Eugenio Pacelli ha lavorato dal 1917 al 1929 come Nunzio apostolico a Monaco e Berlino. Nell’ottobre 1927, lascia il palazzo presidenziale del Reich a Berlino, dove si svolgono le celebrazioni per l’ottantesimo compleanno di Paul von Hindenburg.

Benedictus XV promuove ancora Eugenio il 22 giugno 1920, ora è Nunzio per tutta la Germania: Pacelli è organizzato, metodico, fa confluire grandi folle, è amato dai credenti cattolici e rispettato dai protestanti. Primo obiettivo di Adolf Hitler sarà quello di intercettare prima e organizzare poi le grandi masse dei cattolici tedeschi, ma Eugenio Pacelli sembra essere il vero leader carismatico della Chiesa tedesca. Il Vaticano, dopo la perdita del potere temporale, vuole trovare un modus vivendi con le nazioni, vuole stabilire patti che regolino e garantiscano l’esercizio del culto, fare proseliti, educare i giovani: è quella che verrà chiamata la “politica concordataria”. Chi meglio del poliglotta, diplomatico, aristocratico Nunzio a Berlino per questa missione. Pacelli tesse la sua tela e il 29 marzo del 1924 firma un concordato con la Baviera; l’anno successivo con il Baden e infine con la Prussia. Il giornale Deutsche Allgemeine Zeitung lo elogia «ha risolto in modo sovrano ogni difficoltà». Achille Ratti (1857 – 1939) è succeduto a Benedictus XV, diventando Pius PP. XI (Papa Pio XI), era prefetto della Biblioteca Ambrosiana, solo da poco Arcivescovo di Milano. Altro evento di rilevante importanza avviene l’11 febbraio del 1929 alle ore 12:00, quando il Segretario di Stato Cardinale Pietro Gasparri e il Capo del Governo del Regno d’Italia, Cavaliere Benito Mussolini, firmano il concordato tra Stato e Vaticano nella sala papale del Palazzo Apostolico Lateranense e quella data non è per caso: l’undici febbraio sarà parallelamente anche il giorno della prima apparizione della Vergine di Lourdes. A nome del Vaticano aveva brillantemente condotto le trattative con Mussolini, l’avvocato Francesco Pacelli (1872 – 1935), fratello maggiore di Eugenio, insignito dal Pontefice Massimo con il blasone di marchese. Dal 1870 nessun Pontefice si era più affacciato in piazza San Pietro. Pius XI affermerà su Mussolini: «forse ci voleva un uomo come quello che la provvidenza ci ha fatto incontrare». In segno di riconciliazione, il Re Vittorio Emanuele III, si reca in visita al Papa in Vaticano e questo concordato sembra vantaggioso per la Chiesa poiché pone fine alla ferita Risorgimentale, che faceva del Papa ancora un prigioniero a Roma. Autorizza la nascita dello Stato del Vaticano, ci sarà incertezza tra il nome “Santa Sede” e “Città libera del Papa”, ma alla fine prevarrà “Città del Vaticano”, con il Re sabaudo che ha deliberatamente abdicato ad uno stralcio del suo territorio nazionale e laico. Gli sforzi dei predecessori di Pius XI, partendo da Pius IX, hanno ripagato la Chiesa di un suo nuovo Stato indipendente e libero, poiché per i Savoia diveniva fondamentale, per il collante del Paese, essere riconosciuto dal Papa come Re legittimo e autorevole, dopo le tre scomuniche di Vittorio Emanuele II. Il 16 dicembre del 1929, il Papa richiama Pacelli a Roma e lo eleva alla porpora cardinalizia, nel rimpianto generale dei tedeschi: Papa Ratti lo nomina anche Segretario di Stato, a cinquantatré anni è l’uomo più potente del Vaticano, dopo il Santo Padre, naturalmente. Di fronte a Pacelli si erge un unico nemico, il comunismo nelle sue diverse incarnazioni. Dal 1920 al 1924 in Messico una rivoluzione socialista aveva insediato un governo anticlericale con a capo Tomás Garrido Canabal (1891 – 1943), il quale in spregio alla Chiesa chiamò i suoi tre figli Lenin, Satan e Lucifer e successivamente espulse tutti i sacerdoti che rifiutavano di sposarsi: il culto è praticamente impossibile. Dice Pius XI «il Messico è totalmente infeudato dalla Massoneria». In Unione Sovietica il giornale della Pravda chiede la condanna a morte del Papa, le Chiese sono requisite o abbattute, le immagini sacre distrutte, i sacerdoti sono perseguiti per il reato di “istruzione illegale di catechismo”, le reliquie dei Santi vengono ingiuriate e profanate. Il Vaticano denuncia: «dal 1917 al 1930 sono scomparsi misteriosamente 250.000 cattolici, i preti sono passati da 255 a 70, le 3.300 chiese e le 200 cappelle sono ridotte a numero di due». Per la chiesa di Roma è un secondo martirio, che vede uniti dalla sofferenza ortodossi e cattolici, paragonabile al grande bagno di sangue di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano (284 – 305 d.C.), ma il Segretario di Stato Pacelli deve anche guardarsi in casa, poiché Mussolini presenta il conto: decreta lo scioglimento di tutte le organizzazioni giovanili non-fasciste, tra cui ricade l’Azione Cattolica, quasi un porto franco per dissidenti e oppositori. Il Vaticano e Pacelli fanno orecchie da mercante, poiché tutti conoscono oramai – mandano voce al Duce – che P.N.F. (Partito Nazionale Fascista), significa in realtà “per necessità familiare”. L’Osservatore Romano denuncia: «siamo vittime di sopraffazioni, devastazioni, profanazioni di crocifissi», ma Mussolini è irremovibile e Pius XI reagisce nel 1931 con l’Enciclica “Non abbiamo bisogno”: un atto di accusa contro le pretese del regime di egemonizzare l’educazione dei giovani; il livello dello scontro verbale supera i limiti di guardia, ma Pacelli non avendo il carattere sanguigno del Papa, lavorando dietro le quinte ottiene un risultato prestigioso e importante: convince il regime a non sciogliere l’azione cattolica, purché essa rimanga fuori da ogni attività politica.

Due anni più tardi il 20 luglio del 1933, presso il Palazzo del Laterano, il Cardinale Pacelli firma il concordato (Reichskonkordat) con la Germania nazionalsocialista di Hitler: il concordato fra i due paesi è tuttora valido. I principali punti del concordato sono: Il diritto di libertà della religione cattolica romana (art. 1); i concordati di Stato con Baviera, Prussia e Baden rimangono validi (art. 2); libera corrispondenza tra la Santa Sede e i cattolici tedeschi (art. 4); il diritto per la Chiesa di riscuotere la tassa ecclesiastica (art. 13); il giuramento di lealtà dei vescovi (art. 16); l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole (art. 21): gli insegnanti di religione cattolica possono essere assunti solo tramite l’approvazione del vescovo (art. 22); protezione delle organizzazioni cattoliche e libertà di pratica religiosa (art. 31); i chierici non possono essere membri di partiti (art. 32). Un accordo di fondamentale importanza in vista dell’arianesimo a cui parte del partito nazionalsocialista iniziava ad ispirarsi. Quando il governo nazista violò il concordato (in particolare l’articolo 31), vescovi e papato protestarono contro queste violazioni. Le proteste culminarono nell’enciclica Mit brennender Sorge del 1937.

Foto del Reichskonkordat dove il Cardinale Pacelli è attorniato da Monsignor Kars (ex- presidente del Centrum), Franz von Papen (1879 – 1969) e dai Monsignori Giuseppe Pizzardo (1877 – 1970), Alfredo Ottaviani (1890 – 1979) e Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini (1897 – 1978).

Un uomo integèrrimo come l’Arcivescovo di Monaco, il Cardinale Michael von Faulhaber (1869 – 1952) scrive al Führer: «questa stretta di mano con il papato costituisce un fatto di immenso benefico significato, che Dio conservi il Cancelliere del Reich al nostro popolo»; poi esorta anche i fedeli a votare “Sì” al plebiscito voluto da Hitler per approvare il suo operato e il 12 novembre del 1933, voteranno per il Cancelliere tedesco più del 92% dei tedeschi. Il Führer confida ai suoi come «sono uno dei pochi uomini della storia ad avere ingannato il Vaticano». Poche settimane e il regime scioglie tutte le organizzazioni cattoliche tedesche e Hitler affermerà ancora: «sarà il nazionalsocialismo ad educare la gioventù ai veri valori e questi valori non potranno che essere anticristiani». Ma perché tanta fretta negli accordi con Hitler? Dietro questa ansia concordataria c’è l’urgenza, per la Chiesa di Roma, di ritrovare ruolo e centralità nella politica internazionale, poiché piazza San Pietro non è più uno dei crocevia del mondo: Pacelli lo ha compreso e diventa uno dei primi viaggiatori della Chiesa moderna. Nel settembre del 1934, Eugenio Pacelli presenzia al Congresso Eucaristico a Buenos Aires e in Argentina davanti a più di un milione di fedeli è accolto come un Re, divenendo primo interprete di quello che si chiamerà “Cattolicesimo planetario”, primi esempi dei grandi raduni cattolici in tutto il mondo. Nel 1935 Pacelli è a Lourdes per il solenne Giubileo della redenzione che lo videro parlare davanti a 300.000 pellegrini: intorno a lui 5 Cardinali, 20 Arcivescovi, 50 Vescovi, quasi un’icona della Chiesa che vuole tornare ad essere trionfante. Nell’ottobre del 1936 parte per l’America da Napoli ed è accolto dal presidente Roosevelt alla Casa Bianca. Incontra Joseph Patrick Kennedy (1888 – 1969) uomo di spicco della società americana che lo presenta nelle alte sfere degli Stati Uniti. Pacelli si sposta in aereo: Washington, Chicago, St.Francisco, Los Angeles – tanto da essere denominato “il Cardinale volante”, ed un giornale scrive «quale contrasto con il carro trainato dai buoi sul quale viaggiavano i primi missionari californiani». Ancora nel luglio del 1937 è in Francia, a Liseaux, per inaugurare la Basilica consacrata a Santa Teresa del Bambin Gesù; il presidente francese offre in suo onore un festoso ricevimento all’Eliseo, è un viaggio che lascerà il segno: Pacelli pronuncerà una dura requisitoria contro l’idolatria della stirpe. Perfino l’Humanité – il quotidiano comunista – plaude a quelle parole che per molti condannano le leggi razziali vigenti in Germania.

Il Ministro tedesco della propaganda Paul Joseph Goebbels (1897 – 1945) lo attacca personalmente «fa accordi con i socialisti francesi» lo accusa, ma il Cardinale Pacelli ha le spalle larghe ed ha solo anticipato la pubblica condanna del Pontefice. Il 14 marzo dello stesso anno Pius XI promulga l’Enciclica Mit brennender Sorge: il Pontefice romano condanna il provocante neo-paganesimo imperante in Germania, deplora certi banditori moderni che perseguono il falso mito della razza e del sangue; l’Enciclica attacca poi le liturgie del Reich «queste cerimonie – si legge – sono false monete». L’Enciclica denuncia i governanti tedeschi, poiché si legge «con ripugnante superbia, stoltamente, rappresentano l’umiltà cristiana come avvilimento e meschinità». Tra gli autori del testo vi è anche il Cardinale Eugenio Pacelli: sembrano lontanissimi i tempi del Concordato, eppure sono passati solo quattro anni. La reazione è violenta, Goebbels annuncia alla radio: «7.000 religiosi sono sotto processo per reati sessuali» e lo scontro si alza ancora quando il Vaticano richiama quei Prelati troppo indulgenti con il regime nazionalsocialista. Il 12 marzo del 1938 il Reich annette la cattolica Austria e la croce uncinata è issata sul campanile della Cattedrale di Vienna. L’Arcivescovo Theodor Innizer (1875 – 1955) proclama: «i preti e i fedeli devono sostenere senza riserve il Führer, la sua lotta contro il bolscevismo, risponde ai disegni della provvidenza». Pacelli convoca Innizer a Roma e gli consegna una nota ufficiale di duro biasimo. I rapporti tra Santa Sede e Terzo Reich sono forse al punto più basso. Dal tre all’otto maggio del 1938 Hitler è a Roma – capitale del nuovo Impero italiano – e l’Osservatore Romano commenterà come «il Papa è partito per Castel Gandolfo – aggiungendo non senza ironia –, l’aria dei castelli romani gli fa molto bene alla salute», il giornale non fa il minimo accenno alla visita del Capo del Reich e come se non bastasse Pius XI ordina «i musei Vaticani devono restare chiusi per tutti», si specifica nella nota. Papa Achille Ratti accusa: «a Roma è stata inalberata l’insegna di un’altra croce che non è certo la croce di Cristo». L’intransigente durezza del Papa, suscita una reazione furiosa di Hitler, il quale vieta ai cattolici tedeschi di partecipare al congresso Eucaristico che si tiene a Budapest in quegli stessi giorni: presenzia “il cardinale volante” Eugenio Pacelli, ed è ancora un tripudio di folla e sarà una straordinaria processione notturna sul Danubio.

Arriviamo all’inverno del 1938 e un’onda lunga di fango, melma e detriti sommerge la capitale della cristianità: quasi un’anticipazione degli eventi del sei ottobre dello stesso anno, quando il Gran Consiglio del fascismo promulga le leggi razziali, una delle pagine più vergognose della storia d’Italia. In privato Pius XI sbotta: «ma perché l’Italia si è messa disgraziatamente a imitare la Germania»? Mussolini è fuori di sé e minaccia «basterebbe un mio cenno per scatenare tutto l’anti-clericalismo del popolo italiano il quale ha dovuto faticare non poco per ingurgitare un Dio ebreo». Il Pontefice proclama «l’antisemitismo è un movimento odioso, siamo tutti spiritualmente dei semiti» e Mussolini lancia un ultimatum: «se il Papa continua a parlare, perderò la pazienza e allora farò il deserto»; allora il Pontefice si rivolge al Re Vittorio Emanuele III, asserendo che il Duce vuole far saltare il concordato. Trapelata la notizia, Mussolini ironizza al suo Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano (1903 – 1944): «spero proprio che questo Papa muoia al più presto». Il destino, ironia della storia, lo ascolterà poiché Pius PP. XI non sta bene, ma è deciso ad andare avanti, come se la Chiesa preparasse i suoi eserciti. Accade un fatto davvero poco conosciuto, quasi un giallo, il mistero dell’Enciclica scomparsa: Pius XI in accordo con Pacelli, incarica il gesuita John LaFarge Jr. (1880 – 1963) di preparare il testo di una Enciclica chiedendo una condanna chiara del nazismo e della sua religione neo-pagana. Una rottura della cui portata politica, spirituale e teologica sono tutti consapevoli. Alla fine del settembre del 1938 LaFarge si reca a Roma con il testo pronto, ma anziché inviarlo direttamente al Papa lo consegna al Padre Generale della Compagnia di Gesù, questi lo passa solo l’otto ottobre ad un autorevole redattore della civiltà cattolica. Pochi giorni e Goebbels scatena la notte dei cristalli: è una caccia esplicita e spietata agli ebrei. Pius XI si racconta, chiederà la consegna del testo dell’Enciclica, ma quei fogli arriveranno sulla sua scrivania solo alla fine di gennaio: troppo tardi, pochi giorni ed un attacco cardiaco stroncherà Papa Ratti. Circolano strane voci, «c’è aria torbida» – annota Ciano nei suoi diari; si dice che il Duce abbia il timore di essere scomunicato e trapelano voci che egli si sia rivolto per una missione di fiducia “molto speciale” al professore Francesco Petacci, il quale oltre ad essere il padre di Claretta – la sua giovane amante – e anche il medico del Papa. Quale sia lo scopo di questa missione e se la missione esista o meno non è documentato ad oggi da nessuna parte. Certamente con la dipartita di Pius XI anche la sua Enciclica pronta per la firma è riposta in un faldone e archiviata per sempre.

Morto il Papa, Pacelli diviene Camerlengo – colui che sovrintende alla preparazione del Conclave. Nel pomeriggio del primo marzo, un mercoledì alle ore 11:00, suona una piccola campanella e i Cardinali entrano nel Sacellum Sixtinum, lo stesso giorno in cui Eugenio compie 63 anni, come il numero dei Cardinali presenti, 35 sono italiani e per eleggere un nuovo Pontefice occorrono 42 voti: al primo scrutinio ottiene 36 suffragi, al secondo scrutinio Pacelli guadagna 5 voti, infine al terzo la sua elezione è trionfale, netta – si chiamerà Pius PP. XII (Papa Pio XII) e alla domanda di rito risponde «Accipio in crucem» (accetto come una croce), una impressionante, profetica premonizione. Il Cardinale Camillo Caccia-Dominioni (1877 – 1946) annuncia il 260° Vicario di Cristo dal balcone di San Pietro: «habemus Papam» – è dal 1670 che non viene eletto un Papa romano di Roma. Il 12 marzo del 1939 vi sarà la Solenne Incoronazione e il nuovo Papa si compiace che nel suo stesso cognome sia contenuta la parola pace: pax-coeli, la pace del cielo. Sono presenti alla cerimonia 40 delegazioni ufficiali da tutti i governi del mondo, ed è assente la delegazione del Terzo Reich. Il settimanale delle Schutzstaffel (SS) Das Schwarze Korps scrive lapidario: «in lui si possono riporre ben poche speranze»; il Ministero degli Esteri del Reich, incarica l’Ambasciatore presso la Santa Sede di portare al nuovo Papa, le congratulazioni del Führer, ma solo oralmente. In una nota riservata si precisa: «in considerazione del ben noto atteggiamento dell’ex-Cardinale Pacelli verso la Germania e il movimento nazionalsocialista, i complimenti non devono essere formulati in maniera particolarmente calda».

Pius PP. XII saluta la folla in Piazza San Pietro per la sua elezione a 260°Vicario di Cristo nel 1939.

La situazione precipita e da Berlino il Nunzio Apostolico tedesco Cesare Vincenzo Orsenigo (1873 – 1946) scrive: «i tedeschi sono tutti pronti alla guerra con una freddezza terrificante. Va incontro alla guerra marciante, quasi esultante, un popolo di ben ottanta milioni di tedeschi, armati fino ai denti». Pacelli compie un ultimo tentativo per salvare la pace e invia un messaggio a Hitler, gli ricorda gli anni passati con piacere in Germania, lo esorta a dedicarsi al vero benessere spirituale del popolo tedesco, ma per tutta risposta la notte del 23 agosto 1939, Ulrich Friedrich Wilhelm Joachim von Ribbentrop (1893 – 1946) e Vyacheslav Mikhailovich Molotov (1890 – 1986) firmano un patto di non aggressione: Hitler e Stalin si sono alleati – Pius PP. XII è esterrefatto. Papa Pacelli lancia allora un messaggio al mondo intero il 24 agosto, affermando come «nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra», una frase che rimane scolpita nella storia: c’è tutta la potenza e l’impotenza del Papato. La risposta tedesca non tarda ad arrivare il 20 settembre, alle ore 15:25, la Wehrmacht invade la Polonia; alle 6:00 il Papa viene informato e si racconta, non riesca a trattenere le lacrime. Il 20 ottobre 1939 Pius XII proclama l’Enciclica Summi Pontificatus: è una condanna, seppur indiretta, dell’idolatria dei totalitarismi, la condanna verso un mondo che ha abbandonato le leggi di Dio, per sostituire quest’ultimo con il dominio della macchina, l’esaltazione della tecnica, tristi alleati del male che hanno condotto l’uomo dentro il nulla – l’uomo moderno non ha risposto al richiamo di Dio, è stato sedotto dal neo-paganesimo innaturale e ora è guerra, sangue, dolore, morte – quasi con malefica voluttà. La preoccupazione di Pius XII ora è per l’Italia, poiché il rischio di essere trascinati in una guerra è alta. Pacelli spera nel Re e in Galeazzo Ciano per raffreddare le mire di Mussolini e scongiurare un’entrata in guerra. Invita SAR Vittorio Emanuele III in Vaticano per discutere e dopo otto giorni restituisce la visita: è un fatto storico, poiché per la prima volta dal 1870 un Pontefice torna al Quirinale, per chiedere la neutralità dell’Italia. Mussolini è furente per questa strana alleanza e proibisce ai media di riportare qualsiasi dichiarazione espressa pubblicamente in politica internazionale e pacifismo da Pacelli. Ma il Pontefice procede con il suo piano politico, senza timori: il 24 dicembre lancia un radio-messaggio natalizio con tono accorato e commosso, stigmatizza le atrocità della guerra, ma la condanna più dura è per l’Unione Sovietica, la quale viene accusata di avere premeditato l’aggressione contro l’inerme e pacifica Finlandia; poco racconta dell’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche. Non vi è dubbio che per la Chiesa e per Pacelli il nemico numero uno della cristianità sia il comunismo. L’undici marzo 1940 Pius XII riceve in visita von Ribbentrop ed a questi gli rimprovera apertamente l’inammissibile alleanza con i sovietici; il Ministro degli Esteri non risponde e esce dalla stanza senza inginocchiarsi, né salutare. Il Papa compie un tentativo anche con Benito Mussolini, inviandogli un messaggio autografo dal tono amichevole, si rivolge con il “Tu”, pregandolo di evitare «più vaste rovine e più numerosi lutti» e il Duce sbotta nel privato: «questi preti vogliono rammollire, svirilizzare il popolo italiano». A partire dal 10 maggio 1940 la Wehrmacht invade Belgio, Olanda e Lussemburgo. Pius XII è fortemente impressionato e batte a macchina tre messaggi di solidarietà; l’Ambasciatore belga commenta «un conto è la simpatia per chi soffre e un’altra la condanna per il delitto compiuto». È la maledizione della neutralità: ciò che è poco per gli uni è troppo per gli altri. Solo l’Osservatore Romano pubblica quei messaggi di solidarietà, vendendo quel giorno 100.000 copie: le edicole assalite dalle squadracce fasciste vengono bruciate. Sarà con questo clima che il 10 giugno anche il Regno d’Italia entra in guerra di fianco della Germania neo-pagana – Papa Pacelli è sempre più solo. «Nulla lasciammo di intentato» affermerà, riferendosi molto probabilmente all’operazione – denominata dalla Gestapo – “Orchestra nera”, dell’autunno 1939 e primavera del 1940, dove alcuni pastori protestanti e alcuni preti cattolici misero un piano per neutralizzare Hitler e nel complotto vi furono molti ufficiali prussiani e aristocratici capeggiati dal leader dell’intelligence tedesca Wilhelm Franz Canaris (1887 – 1945) e dal generale Ludwig August Theodor Beck (1880 – 1944); proprio quest’ultimo conoscente di Pacelli ai tempi della nunziatura di Berlino. I congiurati chiedono al Papa di essere il garante dell’operazione e operare come intermediario con gli inglesi: Pius XII accetta, poiché tale soluzione è coerente con la Dottrina Cattolica riguardante le soluzioni da ottemperare verso una dittatura e salvare il mondo da certo inferno. Gli inglesi, di contro, non credono alla fattibilità del colpo di mano o non si fidano e de facto l’operazione fallisce.

Gli anni della guerra sono anche quelli dove Pacelli ringrazia la Nobiltà Romana, tramite diverse Allocuzioni, la quale si impegnò molto negli aiuti economici verso la popolazione civile. Pius PP. XII riconosce alla nobiltà un’importante e peculiare missione nel contesto della società contemporanea, missione che compete alle altre élites sociali. In quel Papa c’era un qualcosa che faceva pensare alla nobiltà: la sua figura alta e slanciata, il suo portamento, i suoi gesti, perfino le sue mani. Quel Pontefice, di spirito così universale e così amico dei piccoli e dei poveri, era allo stesso tempo molto romano e rivolgeva la sua attenzione, la sua considerazione e il suo affetto anche all’aristocrazia romana nell’Allocuzione del 26 dicembre 1941: «si; la fede rende più nobile la vostra schiera, perché ogni nobiltà viene da Dio, Ente Nobilissimo e fonte di ogni perfezione. Tutto in Lui è nobiltà dell’essere. […] Dunque il modo della nobiltà di una cosa corrisponde al modo con cui possiede l’essere; giacché una cosa si dice che è più o meno nobile, secondo che il suo essere si restringe a qualche grado speciale maggiore o minore di nobiltà. […] Anche voi avete da Dio l’essere; Egli vi ha fatti, e non voi stessi. ‘Ipse fecit nos, et non ipsi nos’ (Ps. 99,3). Vi ha dato nobiltà di sangue, nobiltà di valore, nobiltà di virtù, nobiltà di fede e di grazia cristiana. La nobiltà di sangue voi la mettete al servigio della Chiesa e a guardia del Successore di Pietro; nobiltà di opere leggiadre dei vostri maggiori, che nobilita voi stessi, se voi di giorno in giorno avrete cura di aggiungervi la nobiltà della virtù […]. Tanto degna di lode riluce la nobiltà congiunta con la virtù che la luce della virtù spesso eclissa la chiarezza della nobiltà; e nei fasti e negli atri di grandi famiglie unica e sola nobiltà resta talora il nome della virtù, come non dubitò di affermare anche il pagano Giovenale (Satyr. VIII, 19-20): ‘Tota licet veteres exornent undique cerae atria, nobilitas sola est atque unica virtus’ (Benché le vecchie figure di cera ornino dappertutto i palazzi delle grandi famiglie, l’unica ed esclusiva loro nobiltà è la virtù)».

Pius PP. XII nel 1939 viene portato dalla Corte Romana sulla sedia gestatoria; intorno la Guardia Nobile, l’antico corpo di Cavalleria pesante, all’epoca appiedato, composto unicamente da membri dell’aristocrazia romana, che fungeva da guardia del corpo del Pontefice Massimo. Il Corpo militare è stato soppresso, così come la sedia gestatoria, dopo il Concilio Vaticano II nel 1965.

Nel frattempo si accende nell’Europa occupata, l’antisemitismo ebraico. Il 12 maggio de 1942 Don Pirro Scavizzi (1884 – 1964) scrive a Roma: «la lotta anti-ebraica è implacabile con deportazioni ed esecuzioni di massa»; il 29 agosto l’Arcivescovo metropolita di Leopoli scrive al Vaticano: «non passa giorno senza che si commettano i crimini più orrendi, gli ebrei sono le prime vittime»; lo stesso Monsignor Montini (futuro Paulus VI) scrive: «i massacri degli ebrei hanno raggiunto proporzioni e forme esecrande spaventose, incredibili eccidi sono operati ogni giorno». Il 7 ottobre del 1942 ancora Don Scavizzi afferma «l’eliminazione degli ebrei, con le uccisioni di massa è quasi totalitaria, senza riguardo ai bambini, nemmeno se lattanti – si dice che 2.000.000 di ebrei siano stati uccisi». L’ambasciatore inglese presso la Santa Sede chiede al Pontefice una pubblica denuncia, il Papa è incerto, ma i fatti incalzano: l’attesa è enorme. Il 24 dicembre del 1942 Pius XII inoltra un radiomessaggio natalizio «questo voto l’umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone le quali senza veruna colpa propria, talora solo per ragioni di nazionalità o di stirpe, sono destinati alla morte o ad un progressivo deperimento». Questo sarà il primo dei due pronunciamenti ufficiali, parla secondo il suo stile: mai è pronunciata la parola “nazismo”, mai la parola “ebrei”. Il 5 maggio del 1943 la stessa segreteria di Stato compila una nota agghiacciante, si legge: «situazione orrenda: in Polonia stavano prima della guerra, circa 450.000 ebrei. Si calcola che non ne rimangano nemmeno 100.000. Non è da dubitare che la maggioranza sia stata soppressa. Si racconta che siano chiusi parecchie centinaia alla volta in cameroni dove finirebbero sotto l’azione di gas, trasportati in carri bestiame – ermeticamente chiusi – con pavimento di calce viva». Ancora un messaggio al mondo di Papa Pacelli sulla questione: «l’animo nostro risponde con sollecitudine particolarmente premurosa alle preghiere di coloro che a noi si rivolgono con occhio di implorazione ansiosa, travagliati – come sono – per ragione della loro nazionalità o della loro stirpe, da maggiori sciagure o da gravi dolori e destinati – talora – anche senza colpa, a costrizioni sterminatrici». Per la seconda volta due parole decisive non vengono pronunciate “ebrei” e “nazismo”, perché? Il linguaggio innanzi tutto: il Papa è vissuto all’interno del mondo della diplomazia ed egli pensa che quanto detto in quel linguaggio sia chiaro e sufficiente; i suoi pronunciamenti sono considerati “troppo poco” dagli Alleati e “troppo” dall’Asse. Da un rapporto del Reichssicherheitshauptamt, l’ufficio centrale per la sicurezza del Reich fa accuse pesantissime: «egli virtualmente accusa il popolo tedesco di ingiustizia nei riguardi degli ebrei». Non è inoltre meramente una questione di puro linguaggio, difatti per la religione cattolica il Papa è “Padre di tutti” e non può prendere posizione fra i suoi figli in lotta, la Chiesa di Roma è universale e per questo neutrale. Sulla scelta di neutralità del Vaticano, un peso enorme fu dato dai 45.000.000 di cattolici tedeschi. Quali ripercussioni per un eventuale conflitto con il Terzo Reich? Quali le imprevedibili conseguenze? Forse una persecuzione? Forse un altro drammatico scisma? Vi è un altro tassello che aiuta a capire l’atteggiamento neutrale di Pacelli, per il quale il nemico storico della Chiesa è il bolscevismo e l’Unione Sovietica: questi ultimi – a differenza dei nazisti – sbarrano ai fedeli qualsiasi libertà di culto e distruggono gli edifici religiosi, di qualsiasi natura. Infine il Pontefice è figlio del suo tempo e proviene da una tradizione cristiana fortemente permeata di ostilità anti-ebraica: nazismo e fascismo strumentalizzano questa tradizione. Hitler afferma: «per 1500 anni la Chiesa Cattolica ha considerato gli ebrei come esseri nocivi, anche io li considero nocivi e forse sto rendendo alla cristianità, il più grande servizio». Un brevissimo, ma indispensabile passo indietro ci può aiutare per capire le affermazioni del dittatore tedesco. Da sempre nella storia della chiesa, gli ebrei per essere accettati devono mantenere un ruolo subordinato a quello dei cristiani, ma dopo il XII secolo, la situazione va peggiorando: il secondo Concilio Laterano del 1179 stabilisce che il giuramento degli ebrei non vale come quello dei cristiani ed è loro proibito di possedere terre o abitazioni. Nel 1215 il quarto Concilio Lateranense decreta che l’ebreo debba portare un segno distintivo: un cappello o una rotella gialla sul vestito. È in questi anni che si sviluppa maggiormente il sacrificio rituale ebraico, il quale prevede il rapimento dei bambini cristiani e la loro uccisione per avere il sangue necessario per il loro rito di purificazione e per ripetere ritualmente l’uccisione di Cristo. Con il Trecento l’Inghilterra e la Francia espellono gli ebrei e nel 1492 anche la Spagna impone agli ebrei la scelta tra conversione ed esilio. I marranos, cioè i convertiti, sono distinti in base al sangue: è una delle distinzioni razziali storiche. Nel 1500 la Chiesa istituisce il ghetto, dove gli ebrei devono vivere rinchiusi dal tramonto all’alba, senza poter possedere nessuna proprietà, allontanati dalla maggior parte dei mestieri. Dopo l’Unità d’Italia, l’ostilità della Chiesa si accentua ancora di più: gli ebrei, non a torto, vengono associati ai massoni, ai rivoluzionari e sono visti come i principali artefici da condannare. Fin dall’inizio del Novecento la Chiesa e i Gesuiti attaccano con virulenza gli ebrei. Nel 1885 l’Osservatore Cattolico scrive: «questa bella razza di individui arriva al numero di 6.377.602, dei quali in Italia ve ne sono 26.289, imperò che, sono églino i nostri padroni, ossia i padroni di 30.000.000 di anime, come sono i padroni in Austria-Ungheria, in Germania, in Francia e dappertutto quasi. L’ebreo domina le Loggie, cioè la Massoneria e ispira il liberalismo rivoluzionario; l’ebreo poi è padrone dell’oro, l’oro è del mondo signor, dunque l’ebreo è il sovrano universale». La rivoluzione bolscevica accentua questa paura della Chiesa. Una rivista cattolica pubblica nel 1922, una statistica dalla quale risulta che ben 477 funzionari statali sovietici su 545 sono ebrei e ben 17 Commissari del Popolo su 21 sono sempre ebrei. Ma a determinare le scelte di Pius XII contribuisce anche un’altra drammatica circostanza: in Olanda, nell’estate 1942, i rappresentanti della Chiesa cattolica e protestante inviano un telegramma di biasimo al comandante delle SS contro la persecuzione degli ebrei e annunciano una pubblica condanna. Il Reichskommissar avverte: «un’altra parola e i rastrellamenti saranno estesi a tappeto». La Chiesa Protestante per evitare la rappresaglia, rinuncia alla pubblica accusa, la Chiesa Cattolica no. I Vescovi olandesi pronunciano la condanna e le SS si scatenano: migliaia le vittime tra ebrei e cattolici. Qualcuno ha redatto anche una lugubre precisazione: a Roma sono stati salvati quasi il 90% degli ebrei, in Olanda – dove ci fu la condanna esplicita – solo il 20% è sopravvissuto. In Pius XII è forte il timore, forse la certezza, di aggravare la tragedia dei perseguitati a seguito di un pubblico pronunciamento. Anche questo è uno dei tasselli del “silenzio” pontificio. Ma per il Venerabile Eugenio Pacelli i problemi non sembrano avere fine: in Slovacchia uno dei fedeli alleati di Hitler porta il nome di Jozef Tiso (1887 – 1947), un prete cattolico, è Monsignore: il Parlamento slovacco ha 63 deputati e ben 16 sono religiosi – la Slovacchia è ribattezzata “Repubblica parrocchiale”. Tiso afferma: «il cattolicesimo e il nazismo hanno molti punti in comune, essi operano le mani nelle mani per riformare il mondo». La notizia giunge a Roma e Pius XII in persona minaccia di privare il prete del titolo di Monsignore, ma la cosa finisce in un nulla di fatto. Nessun provvedimento contro Tiso, uno dei più fanatici membri delle gesta di Adolf Hitler: nell’aprile del 1947 sarà processato per crimini contro l’Umanità e condannato a morte mediante impiccagione. Altro problema di Papa Pacelli è quello sulle conversioni forzate dei serbi ortodossi in Croazia. Il 10 aprile 1941, la Croazia si costituisce in Stato indipendente con a capo del Governo Ante Pavelić (1889 – 1959), il quale assume il titolo di “Poglavnik” – ovvero Duce –, militi fedelissimi sono gli Ustaša. Lo Stato ha 6.000.000 di abitanti in maggioranza di religione cattolico-croata, ma vi sono anche 2.000.000 di serbi ortodossi. Gli Ustaša pongono un ultimatum: o i serbi-ortodossi si convertono al cattolicesimo, o saranno messi a morte. Per chi rifiuta è la fine: secondo una stima, le vittime nel 1942 arrivano a più di 350.000 – note di protesta arrivano in Vaticano. Roma chiede spiegazioni al primate cattolico di Croazia Monsignor Alojzije Viktor Stepinac (1898 – 1960): quest’ultimo invia una missiva rassicurante e la questione viene ritenuta chiusa. La Chiesa del Pontificato di Pius XII ha compiuto uno sforzo straordinario durante la guerra ed ha perennemente condannato le stragi, con un ritorno macabro: 6 vescovi, 1932 preti, 580 religiosi, 113 chierici, 289 religiose perderanno la vita a causa delle persecuzioni naziste. Un esempio lo studiamo nel beato padre Otto Neururer (1882 – 1940), primo sacerdote ucciso in un campo di concentramento. L’austriaco è deportato a Dachau per aver celebrato un matrimonio misto non ariano e viene messo a morte per aver insegnato catechismo ad un compagno di Lager: viene crocifisso a testa in giù per 36 ore, poi finalmente rende l’anima a Dio. Il padre francescano polacco, oggi santificato, Maksymilian Maria Kolbe (1894 – 1941) viene deportato ad Auschwitz e morirà per aver chiesto di prendere il posto di un condannato, padre di famiglia, nella “cella della morte” – una botola sottoterra in cui si viene posti nudi, senza cibo e senza acqua, senza luce: due settimane, poi la fine; quando aprirono la cella, una guardia così lo descrive «la sua intera persona sembrava essere in uno stato di estasi: non dimenticherò mai quella scena finché vivrò». In questa lotta della cristianità cattolica non possiamo ricordare Angelo Rotta (1872 – 1965), il Monsignore che fece evacuare migliaia di profughi ebrei dalla Romania; o Monsignor Giuseppe Angelo Roncalli (futuro Ioannes PP. XXIII) che a Istanbul aiuta i convogli dei fuggitivi e poi ci sono le suore che nelle scuole di Assisi nascondono i bambini ebrei. Ci saranno 152 istituti religiosi che nella sola Roma hanno nascosto più di 4.000 ebrei. Il 19 luglio del 1943, in un afoso lunedì, alle 11.30 del mattino 500 B-24 Liberator americani rombano minacciosi su Roma: quattro incursioni e 1.200 tonnellate di esplosivo per l’obiettivo strategico dello scalo ferroviario di San Lorenzo. L’inferno cessa alle 14:00 e Pius XII poco dopo le 16.00 lascia il Vaticano per San Lorenzo, prelevando tutto il denaro contante disponibile: lo distribuirà agli sfollati. Ovunque manifestini lanciati dagli aerei statunitensi con scritto «volete morire per Mussolini o vivere per l’Italia della civiltà»? Pacelli a San Lorenzo si inginocchia e prega il Salmo 129, il De Profundis, poi torna in Vaticano dopo le 20:00 passate e solo allora si accorge che la sua veste bianca è macchiata di sangue. Pochi giorni e per Mussolini è l’inizio della fine, poiché il 25 luglio del 1943 al Gran Consiglio del Fascismo, l’ordine Grandi non lascia scampo al Duce: è sfiducia.

Papa Pacelli, prega il De Profundis a San Lorenzo nel 1943 davanti alla folla.

Il 4 agosto 1943 avviene il secondo bombardamento di Roma e Pius XII è ancora nei quartieri del Tuscolano, Appio Latino, Tiburtino, Casilino, Prenestino. L’otto settembre il generale Pietro Badoglio (1871 – 1956) firma l’armistizio con gli anglo-americani e il nove settembre, in assenza delle Camere e nell’impossibilità di legiferare il Re Vittorio Emanuele III trasla il governo a Brindisi, una città non ancora occupata dagli anglo-americani e abbandonata dai nazi-fascisti, e ripristina la giurisprudenza del Regno, ma per far ciò lascia Roma con tutta la famiglia reale. Il regio-esercito è privo di comandi e la città eterna viene occupata dalle truppe tedesche, le quali pongono un controllo davanti Piazza San Pietro, la linea di demarcazione è data dalla perimetrazione della piazza stessa: il confine di demarcazione tra il Regno d’Italia e la Città del Vaticano. Mussolini liberato da Hitler riorganizza i fedelissimi a Salò e chiede alla Santa Sede di riconoscere la neonata Repubblica sociale e Pius XII risponde seccamente: «i Patti Lateranensi non sono stati sottoscritti con Mussolini, ma con lo Stato italiano e quello Stato ora è legittimamente insediato a Sud di Roma». Una storia di oro e sangue sotto le finestre del Vicario di Cristo: il 25 settembre del 1943 il maggiore delle SS Herbert Kappler (1907 – 1978) impone alla comunità ebraica una taglia di 50 chili d’oro da pagare entro 36 ore, pena la deportazione e la morte certa. Pius XII è pronto a dare un forte contributo, ma non sarà necessario, poiché la comunità ebraica ha messo insieme tutto l’oro richiesto. All’alba del 16 ottobre 1943, di un sabato grigio e piovoso, le SS si scatenano: gli ebrei deportati sono 1.024, con destinazione i Lager e la morte. Questa volta il Papa non ha davanti un problema politico, ma la violenza nella sua Diocesi. Il Vaticano, segretamente, da asilo e rifugio a ebrei e fuoriusciti; numerosi gli ebrei nascosti a San Callisto, all’isola Tiberina, negli scantinati di Santa Maria in Trastevere, a San Paolo fuori le mura e in tante chiese Canoniche e conventi. In quegli stessi giorni a San Giovanni in Laterano, a poche centinaia di metri da via Tasso – sede del quartier generale di Kappler – sono nascosti gli antifascisti Nenni, Saragat, Bonomi, Ruini, Segni, De Gasperi. Hitler dice: «noi staneremo quel branco di porci in Vaticano, poi faremo sempre in tempo a chiedere scusa» e convoca il comandante supremo delle SS in Italia Karl Friedrich Otto Wolff (1900 – 1984) ordinandogli di occupare il Vaticano e di deportare in Germania i Cardinali della Curia presenti e il Papa stesso, per poi trafugare gli oggetti artistici e i documenti degli archivi. Hitler è adirato e accusa il Vaticano di aver tramato per far cadere il fascismo, ma il leader delle SS Heinrich Luitpold Himmler (1900 – 1945) frena il Führer, poiché ha paura che vadano distrutti antichi cimeli runici contenuti in Vaticano e di fondamentale importanza per gli scopi di propaganda neo-pagani del Terzo Reich. Ancora per il momento il rapimento del Papa è rimandato, ma Pius XII sa di essere un sorvegliato speciale e prepara una lettera di dimissioni da usare nel caso le SS invadano la Città del Vaticano. Dà licenza poi, ai membri del Sacro Collegio di allontanarsi da Roma e mettersi al sicuro, ma lui Eugenio principe Pacelli, 260° successore di Pietro, Vicario di Cristo in terra non fuggirà. Sono mesi cupi per tutti e lui il principe non vuole privilegi, si racconta moltiplichi le penitenze, mangia pochissimo, dà disposizione di non riscaldare il proprio appartamento, fa rammendare i risvolti sdruciti della veste, per risparmiare la carta scrive le tracce dei suoi discorsi sul retro delle buste usate. Nell’inverno del 1944 il Vaticano distribuisce 100 minestre al giorno, a Castel Gandolfo trovano asilo quasi 15.000 tra sfollati e rifugiati; nella stessa canonica di San Pietro si nascondono centinaia di ricercati, tra loro anche 40 ebrei e per giustificare tanta gente il Papa ricorre allo stratagemma di arruolare i rifugiati nel Corpo della Guardia Palatina i cui soldati in pochi mesi arrivano a ben 4.000 unità, prima della guerra erano solo 400. Roma sprovvista di un Re, si stringe intorno all’ultimo difensore della civiltà, il quale si comporta come un nobile Sovrano d’altri tempi: in Vaticano vengono raddoppiati i turni di guardia e le stesse Guardie Nobili vengono munite di armi da fuoco. La stima di Pius XII per la nobiltà ereditaria risalta anche con speciale nitore nelle seguenti parole rivolte alla Guardia Nobile pontificia qualche anno prima, nel dicembre del 1942: «voi Guardia della Nostra persona, siete il Nostro usbergo, bello di quella nobiltà ch’è privilegio di sangue, e che già prima della vostra ammissione nel Corpo splendeva in voi quale pegno della vostra devozione, perché, secondo l’antico proverbio, ‘bon sang ne peut mentir’. Vita è il sangue che trapassa di grado in grado, di generazione in generazione, nelle illustri vostre prosapie e tramanda seco il fuoco di quell’amore devoto alla Chiesa e al Romano Pontefice, cui non scema ne raffredda il mutar degli eventi, lieti o tristi. Nelle ore più oscure della storia dei Papi, la fedeltà dei vostri antenati rifulse più splendida e aperta, più generosa e ardente, che non nelle ore luminose di magnificenza e di materiale prosperità. […] Così eletta tradizione di virtù familiare, come nel passato fu tramandata di padre in figlio, continuerà, non ne dubitiamo, a trasmettersi di generazione in generazione, quale retaggio di grandezza d’animo e di nobilissimo vanto del casato».

Questa la strana guerra e lo strano esercito di Papa Pacelli: piccolo e disciplinato. Intanto gli Alleati avanzano verso Roma, i tedeschi hanno già minato i ponti sul Tevere e alla fine di maggio Pacelli afferma: «chiunque osi levare la mano contro Roma si macchierà di matricidio». È l’ultimo difensore di Roma, lo chiamano Defensor Civitatis, difensore della città. Con coraggio convoca il generale Wolff in Vaticano e chiede di risparmiare la Città Eterna, facendo ritirare le truppe della Wehrmacht da Roma, senza far saltare i ponti, compreso quello di Castel Sant’Angelo: i tedeschi accettano, ma non conosciamo la controfferta del Sommo Pontefice. Come l’otto giugno del 452 d.C., Attila “si fermò” davanti a Papa Leone I (390 – 461 d.C.), il male si arresta davanti al Vicario di Cristo e nella notte del quattro giugno i tedeschi si ritirano da Roma senza sparare un colpo. Scrive Monsignor Domenico Tardini (1888 – 1961): «i tedeschi hanno requisito tutti i mezzi possibili di trasporto: automobili, carrozzelle da piazza, carri con i buoi, finanche biciclette». All’alba dell’otto giugno 1944 gli Alleati entrano a Roma e Papa Pacelli si affaccia alla loggia centrale: la folla è enorme, poiché è stata l’unica autorità – non solo religiosa, ma anche morale e politica – che è rimasta a Roma nei mesi cupi dell’occupazione nazista. All’alba del sette maggio del 1945 la Germania firma la resa con la guerra durata cinque anni, otto mesi e sette giorni, ed è una resa totale e incondizionata, tutti i tedeschi sono considerati “prigionieri di guerra” e Pius XII ammonisce i vincitori: «non infierite sui vinti». L’ufficio Vaticano delle informazioni lavora giorno e notte per rintracciare i dispersi e i profughi: per milioni di italiani quello ufficio è l’unico aiuto concreto; per molte ore al giorno la Radio Vaticana trasmette una lunga lista di nomi trasmessi per Diocesi.

Dopo la guerra inizia l’ultima porzione del Pontificato di Papa Pacelli: si alza alle 5:00 e non va a dormire prima dell’01:00 di notte, è solitario, decisionista. Afferma: «io non voglio collaboratori, ma esecutori»; per lungo tempo non nomina Cardinali, non nomina il Segretario di Stato, ha un solo vero, fidatissimo collaboratore Suor Pascalina Lehnert, il cui potere in Vaticano – dicono – è secondo solo a quello del Pontefice: suor Pascalina è la sua ombra da quel lontano assalto dei bolscevichi durante la sua nunziatura a Monaco nel 1919. Ma perché tanta operosità? «gli orrori della guerra non dovranno mai più essere, per questo è necessario ricreare una potente civiltà cristiana fondata su valori forti, tradizionali, indiscutibili» amava asserire – quasi il progetto di una città di Dio su questa terra: è questo il suo progetto e per questa missione ha chiamato a servirlo Luigi Gedda (1902 – 2000) capo della falange dei comitati civici e l’instancabile gesuita napoletano don Riccardo Lombardi (1908 – 1979), soprannominato il “microfono di Dio”. Le parole d’ordine di Pius XII sono “risveglio del popolo cristiano”, “fuoriuscita dal letargo”, “Costruzione di una res-publica cristiana”. Il Papa invita a cattolicizzare la società in tutti i settori, dal cinema alla stampa, dalla moda allo sport, dalla radio alla televisione, dalla scuola al tempo libero. Il 18 aprile del 1948 avvengono le elezioni e per Papa Pacelli è la prima battaglia. La domenica di Pasqua, Pius XII attua un discorso memorabile, lo sguardo sul colonnato del Bernini è impressionante, sembra quasi una piazza d’armi, un esercito schierato pronto all’obbedienza e al combattimento. Eugenio alzando gli occhi al cielo scandisce con tono apocalittico «o con Dio o contro Dio […] nella vostra coscienza non vi è posto per la pusillanimità, per la comodità, per l’irresolutezza, di quanti in questa ora cruciale credono di poter servire due padroni»; le elezioni saranno una clamorosa sconfitta per i social-comunisti del Fronte Popolare, ma la partita non è ancora vinta.

A Est si alza la cortina di ferro ed e il Papa conia una definizione terribile: quella della “Chiesa del silenzio”. Arrivano notizie drammatiche: la condanna a 16 anni di lavori forzati dell’Arcivescovo di Zagabria Monsignor Aloysius Stepinac (1898 – 1960); l’incarcerazione in un Gulag siberiano del metropolita ucraino Monsignor Josyf Slipyi (1893 – 1984); la condanna all’ergastolo del Primate d’Ungheria Cardinale Jozsef Mindszenty (1892 – 1975). Il primo luglio del 1949 il Santo Uffizio decreta la scomunica per quanti professano la dottrina comunista, definita materialista e anti-cristiana. In quei giorni, simbolicamente, Pius XII beatifica con una maestosa cerimonia Papa Innocentius XI (1611 – 1689) e lo elegge a suo modello. Benedetto Odescalchi è stato l’ultimo difensore della cristianità contro i turchi alla metà del 1600: i Turchi moderni sono i comunisti. E la battaglia continua nella primavera del 1952 con le elezioni al comune di Roma, quando Pius XII paventa la vittoria dei social-comunisti, chiedendo a De Gasperi la formazione di un governo a trazione conservatrice tra cui il movimento sociale e i monarchici. De Gasperi rifiuta categoricamente e l’alleanza non si farà. I social-comunisti perderanno comunque le elezioni, ma per De Gasperi è una vittoria di Pirro, poiché i suoi rapporti con il Papa sono irrimediabilmente deteriorati. In quel anno si consuma anche il distacco con Montini, il quale viene visto, molto correttamente da Pacelli, troppo vicino alle idee di De Gasperi: lo nomina arcivescovo di Milano: promoveatur ut amoveatur (sia promosso affinché si possa allontanarlo), per il futuro Papa Paulus VI è quasi un esilio. Un Papa dunque schiacciato su un Occidente sempre più liberista e consumista? No, Pacelli predica una civiltà alternativa ad entrambi i sistemi «la società occidentale è ridotta a puro automatismo, è un mondo che solo e impropriamente ama definirsi mondo libero»; il Pontefice ad una precisa richiesta degli Stati Uniti, rifiuta di entrare nel Patto Atlantico e respinge la richiesta americana di rinunciare alla neutralità quando scoppia la guerra di Corea nel 1950, sempre per seguire il principio di “padre” di tutti i popoli. Nello stesso anno un’altra grande mobilitazione è quella per l’anno Santo e l’Osservatore Romano scrive: «è stato il più grande colloquio che il papato abbia mai avuto con il mondo». Convengono a Roma, più di 1.500.000 pellegrini e sarà il primo evento di massa della cristianità – qui il Papa chiama al “risveglio” tutti i fedeli, li esorta ad uscire dalla letargia, a vivere un cattolicesimo militante. L’anno Santo si conclude con un altro grande evento: la proclamazione del dogma dell’assunzione, ultimo dogma proclamato da Santa Romana Chiesa. In questa devozione mariana c’è qualcosa di inquietante: mediatrice di un Dio lontanissimo, la Madonna sembra l’ultimo rifugio, prima che l’inevitabile scoppi, prima che qualche tragico segreto, si abbatta sull’umanità. Nel 1951 vi sarà un’altra grande mobilitazione, quella della “Crociata per la bontà e la purezza”, con Papa Pacelli che innalza agli onori degli altari la martire adolescente Maria Goretti e a San Pietro c’è una folla immensa. In un mondo amorale e indifferente Maria Goretti deve essere un esempio per tutti. E su tutti si informa, su tutto di documenta, su tutto scrive, con meticolosità e pignoleria quasi maniacale – qualcuno mormora che anche in questo vuole essere “infallibile”.

Giovanni Gasparro, Venerabile Pio XII Pontefice Massimo (particolare) – Olio su tela, 90 X 70 cm, 2016.

Le masse, le grandi masse: Pius XII è il Papa degli immensi raduni e mai fino a quel momento un Pontefice era stato così ricercato, osannato, ossequiato; ha carisma, personalità, autorità: gli occhi rivolti in alto, le braccia larghe, i gesti studiati; sembra perennemente muoversi su di un invisibile palcoscenico. Nella mediazione tra terra e cielo, lui si pone naturalmente in alto, verso il cielo e sembra costantemente assiso su un ideale trono piantato su 2.000 anni di storia. Di fronte ad un mondo che forse non vuole più capire, Pacelli sembra ritirarsi sempre più in se stesso e gli ultimi anni del Pontificato, sembrano svolgersi in un graduale calo dello slancio dottrinale. I rotocalchi popolari lo ritraggono come un San Francesco che parla agli animali, lo fotografano con il cardellino “Gretel” sulla mano. È come se fosse “già oltre” questa vita terrena, ma non solo: accade qualcosa di strano, poiché il suo tempo ultimo è segnato da sorprendenti e misteriosi fenomeni, premonizioni, visioni, apparizioni. Confida a Monsignor Tardini che gli è apparso Gesù ed egli lo ha chiamato «voca me, voca me» (chiamami a te, portami con te), «credo che il Signore mi chiamasse, sarebbe stato bello morire in quel momento». Confida poi di aver assistito – come rapito – ad un miracolo del sole: mentre passeggia per i giardini del Vaticano alza gli occhi al cielo ed ecco che il sole comincia a girare vertiginosamente su se stesso e di fronte a lui si è ripetuto lo straordinario evento che concluse le visioni di Fatima in quello che oramai è un lontanissimo giorno del 1917. L’ultimo discorso di Pius XII è come una cupa visione, quasi egli avesse avvertito – con straordinaria chiarezza – il rischio che poteva correre la Chiesa nello smarrirsi nel caldo abbraccio del modernismo; parla di sé come un viandante smarrito, perso in un’ombra quasi di morte, confessa di sentirsi «nel mezzo della notte», l’umanità dice «non ha la forza di rimuovere la pietra tombale che essa stessa ha fabbricato» e conclude con una supplica «vieni o Signore, manda il tuo Angelo e fa che la nostra notte si illumini come il giorno». È quasi un’invocazione apocalittica, in cui c’è tutta l’intuizione di una crisi societaria che pone la Chiesa erroneamente “fuori dalla storia”, la quale sembra – per tale punto di vista – non riuscire a farsi intendere dai fedeli e non riuscire a leggere le nuove cose del mondo. Pius XII è malato e lo sa, è anemico, soffre di ulcera, ha l’artrite, un singhiozzo lo tormenta per settimane e settimane; pensa anche alle dimissioni e dice a Monsignor Tardini: «noi siamo afflitti da troppi mali, essi fanno di noi una cariatide, siamo solo di peso alla Chiesa». Sulla stampa nazionale e internazionale c’è una grande assenza del Papa e della Chiesa e solo la malattia del Pontefice fa notizia. Il nove ottobre del 1958 alle 3:00 di notte l’ultimo affannoso respiro. Così è morto e così è vissuto Papa Eugenio Pacelli, Pius XII, l’ultimo principe di Dio: dopo di lui, lo spirito invierà un vecchio Papa contadino riformatore e sarà lui a creare quelle difficoltà teologiche che la Chiesa oggi vive, dopo gli eventi del Concilio Vaticano II, chiuso da Paulus VI.

 

 Per approfondimenti:
_Saul Friedländer, Pio XII e il Terzo Reich, Feltrinelli, Milano, 1965;
_Michael Phayer, La chiesa cattolica e l’olocausto, Newton & Compton, Roma, 2001;
_Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, Rizzoli, Milano, 2000;
_Andrea Riccardi, Il secolo del martirio, Mondadori, 2009;
_Antonio Spinosa, Pio XII, Mondadori, Milano, 2004;
_Emanuele Dal Medico, All’estrema destra del padre: tradizionalismo cattolico e destra radicale, Ed. La Fiaccola, 2004;
_Andrea Tornielli, Pio XII. Eugenio Pacelli. Un uomo sul trono di Pietro, Mondadori, Milano 2008;
_Giuseppe Baiocchi, Il beato Pio IX: storia dell’ultimo Papa ReL’altro – Das Andere, 2018;
_Hubert Wolf, Il Papa e il diavolo, Donzelli, Pomezia, 2008.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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Hohenzollern e Hitler: rapporti tra la casa imperiale e il Führer

Hohenzollern e Hitler: rapporti tra la casa imperiale e il Führer

di Giuseppe Baiocchi del 10/02/2019

Friedrich Wilhelm Viktor Albrecht von Hohenzollern (1869 – 1941) fu il nono e ultimo König di Prussia. Quando il primo novembre del 1918, il suo ministro degli interni Bill Drews (1870 – 1938) gli propose l’abdicazione, dovuta alle pressioni popolari di Berlino, Wilhelm II di Prussia rispose: «come può lei, un funzionario prussiano, uno dei miei sudditi che mi ha giurato fedeltà, avere l’insolenza e la sfrontatezza di sottopormi una richiesta del genere»? Eppure gli eventi furono largamente maturi per la sua abdicazione, la quale avvenne il 9 novembre, dopo lo scoppio della rivoluzione novembrina alemanno-tedesca.

Nella foto (da sinistra a destra) sono ritratti tre familiari imperiali tedeschi durante l’esilio in Olanda: il principe ereditario della casata degli Hohenzollern Friedrich Wilhelm Victor August Ernst (1882 – 1951); segue il Kaiser Friedrich Wilhelm Viktor Albert (Wilhelm II); infine il figlio primogenito del principe ereditario Wilhelm Friedrich Franz Joseph Christian Olaf (1906 – 1940), morto durante le operazioni belliche del 1940 in Francia.

Esiliato in Olanda, dal 10 novembre del 1918, il Kaiser visse la vita di un gentiluomo di campagna e sebbene pensasse costantemente ad un restauro del suo Trono, la Germania in pochi anni cambiò terribilmente. Dal Castello di Amerongen, sede della sua residenza, non uscì quasi mai. I pochi estranei che riescono ad avvicinarlo dicono che appariva molto invecchiato, ma i giornali di tutto il mondo sono alla caccia di una sua foto. L’ex Kaiser non riceve fotografi, finché un giornalista olandese riuscì nell’impresa sul finire dell’estate del 1919. Travestitosi da contadino e appostatosi su un carro carico di fieno, fermo presso l’alto muro di cinta del castello, aveva immortalato Wilhelm uscito con la moglie a passeggiare nel grande parco: gli era cresciuta una foltissima barba. Durante l’esilio dorato olandese, la sua religione cristiano-protestante aumentò di portata e precedentemente alla presa del potere (1933) di Adolf Hitler (1889 – 1945), il partito nazionalsocialista iniziò un lungo corteggiamento politico, con la promessa di restaurare la Monarchia. Hitler chiese al Kaiser Wilhelm, una richiesta semplice: l’appoggio dell’elettorato reazionario alle elezioni del luglio del 1932, trovando un accordo con il capo della casata degli Hohenzollern. In verità il primo Führer, di stampo nazional-socialista, era molto lontano dalle ideologie monarchiche, ma da ottimo politico aveva un necessario bisogno di voti. Quando nel 1933, Hitler diventando Cancelliere del Reich, pose un rigoroso silenzio sulla “questione monarchica”, i rapporti con il Kaiser si raffreddarono, fino ad arrivare ad un disprezzo reciproco. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale rifiutò l’offerta di salvataggio da parte degli inglesi e, si deve dire, provò una certa gioia nel vedere la Francia sconfitta e le truppe tedesche che marciavano trionfanti attraverso Parigi. Dopotutto rimaneva pur sempre un conservatore, ed un convinto sostenitore del militarismo. Soltanto quando saprà delle persecuzioni di Hitler contro gli ebrei asserirà: «per la prima volta mi vergogno di essere tedesco». Di lì a poco spirò il 4 giugno del 1941, dove nel suo testamento vietò l’esibizione di eventuali svastiche al suo funerale e rifiutò anche di essere sepolto in Germania, purché non vi fosse restaurata la sua Monarchia. Ciò impediva a Hitler di dare spettacolo della sua scomparsa e, nonostante il divieto del leader nazista, molti ufficiali e funzionari tedeschi di alto livello assistettero al sobrio funerale. Le sue spoglie riposano fino ad oggi presso il castello di Huis Doorn nei Paesi Bassi.
Durante gli anni della dittatura nazista in Germania, alcuni reali abbracciarono il nuovo regime mentre altri si opposero con convinzione. Coloro che si unirono ai nazisti provenivano principalmente da famiglie minori che sentivano di non avere nulla da perdere nel farlo e avrebbero guadagnato poco se il vecchio sistema monarchico fosse stato restaurato. Tuttavia, furono i reali prussiani a essere al centro dell’attenzione mediatica, in quanto prima rappresentavano il nucleo familiare imperiale di tutta la Germania. Del ramo dinastico degli Hohenzollern è importante ricordare che solo un figlio dell’ex Kaiser, il principe August Wilhelm Heinrich Günther Viktor principe di Prussia (1887 – 1949) abbracciò la causa nazista. Un coinvolgimento politico, che gli causò, da parte di suo padre Wilhelm II, la rinnegazione come proprio figlio. Alcuni pensarono che il principe August Wilhelm nutrisse l’ambizione di conquistare il Trono imperiale per se stesso o forse per suo figlio, ma, naturalmente, tale operazione non fu mai presa in considerazione da parte del movimento nazista. Alla fine Hitler si rivolgerà a lui, quando i reali tedeschi non rientrarono più nei propri piani politici. Come la tradizione esigeva, numerosi principi prussiani, mentre sfidavano il partito nazional-socialista, si unirono alla Wehrmacht, l’organo militare più conservatore e reazionario nella Germania degli anni Trenta e Quaranta, combattendo il secondo conflitto mondiale nella sua parte iniziale. È importante capire chi fossero questi uomini e perché servissero ancora la Germania, nonostante il partito nazista usava nei loro confronti una politica denigratoria al punto di farli apparire come caricature fittizie e ridicole. È bene affermare che non tutti i tedeschi erano legati al partito nazional-socialista: molti possedevano la tessera per scopi opportunistici, altri per paura e infine alcuni per devozione nazionale. Ne è un esempio il famoso caso dell’imprenditore tedesco Oscar Schindler (1908 – 1974) membro del partito, onorato fino ad oggi per aver salvato le vite di molti ebrei (1.100 persone) durante l’Olocausto.

Potsdam, marzo del 1933: il principe ereditario Friedrich Wilhelm Victor August Ernst (1882 – 1951) in compagnia del leader nazional-socialista Adolf Hitler, davanti alla Chiesa protestante di Garrison.

Il problema che affliggeva i reali tedeschi era lo stesso di molte teste coronate di tutta Europa, i cui paesi avevano abolito le loro monarchie: se mettersi in opposizione al proprio paese a causa del proprio governo o difendere la propria patria indipendentemente dalla situazione politica.
In assenza del Kaiser, esiliato in Olanda, il sovrano più alto in Germania era il principe ereditario prussiano Friedrich Wilhelm Victor August Ernst (1882 – 1951). Alto, magro, dal contegno rilassato, con un collo slanciato che la satira dell’Intesa, durante la Grande Guerra, prese di mira. Era ritratto come un dandy, ma tutto ciò fu largamente ingiusto per il defunto principe ereditario. In quasi tutti i casi il ritratto esagerato di lui è completamente falso. Nato ed educato per ereditare un Impero, si formò come un pangermanista convinto, ma pochi conoscono la sua avversità verso il conflitto bellico che trascinò l’Europa verso la sua guerra civile: il principe ereditario non era un guerrafondaio. Quando scoppiò la guerra nel 1914, che definì «stupida», al principe fu dato il comando del quinto esercito tedesco sul fronte occidentale e, nonostante ciò che molti pensano ora, fu un abile comandante sul teatro bellico. Ha ottenuto ottimi voti per la sua leadership nelle Ardenne durante l’iniziale invasione tedesca e, sebbene non fosse un genio militare, era certamente capace, degno del suo rango e immeritevole del dileggio avversario di cui fu vittima. All’inizio del 1916 le sue forze guidarono l’offensiva contro Verdun, per la quale è stato spesso anche molto e ingiustamente criticato. Nel 1917 cominciò a parlare in favore della fine della conflitto. Le sue armate vinsero nella battaglia dell’Aisne nel 1918 e con l’abdicazione del Kaiser, andò in esilio come suo padre. Gli fu permesso di tornare in Germania nel 1923, dove continuò a sostenere il restauro degli Hohenzollern. Durante il nazismo, tutti i suoi figli in grado di prestare servizio militare, durante la seconda guerra mondiale, si arruolarono. L’unico a non arruolarsi fu il figlio più giovane, il principe Friedrich Georg Wilhelm Christoph di Prussia (1911 – 1966), che stava studiando in Inghilterra quando scoppiò la guerra. Fu arrestato dalle autorità britanniche come “nemico straniero” e posto in un campo di internamento in Inghilterra e in seguito trasferito in Canada. In entrambi i campi, i suoi compagni di reclusione lo elessero loro capo e divenne un cittadino britannico dopo la guerra nel 1947. Il primogenito Wilhelm Friedrich Franz Joseph Christian Olaf (1906 – 1940) e il terzo figlio Hubertus Karl Wilhelm (1909 – 1950) prestarono servizio nella Wehrmacht; mentre il secondo Louis Ferdinand Viktor Eduard Albert Michael Hubertus (1907 – 1994) prestò servizio nella Luftwaffe. Il loro padre, principe ereditario Wilhelm, è stato spesso ritratto come membro o sostenitore del partito nazista: nulla di più falso. Egli fu un patriota tedesco, conservatore, in pieno contrasto con il trattato di Versailles come qualsiasi tedesco patriottico e si oppose alla Repubblica di Weimar, per il suo carattere largamente progressista. Non è mai stato un membro o un sostenitore del partito nazista. Le ipotesi contrarie derivano in gran parte dal fatto che numerose sue foto, indossano quella che sembra la classica uniforme nazista degli Sturmabteilung (SA). Nonostante le apparenze, il principe ereditario non apparteneva alle SA (di stampo socialista e protestante), ma apparteneva al National Socialist Motor Corps (NSKK), un’organizzazione sussidiaria per gli appassionati di automobili e motocicli. Era un fatto comune nella Germania degli anni Trenta che tutte queste organizzazioni dovevano adottare uniformi conformi al partito nazional-socialista, tra cui le onnipresenti camicie brune e le cinghie con la svastica. Tuttavia non vi era nulla di sinistro nello stesso NSKK: si addestravano conducenti, si tenevano manifestazioni e si aiutato gli automobilisti, in modo simile alle organizzazioni anglosassoni come la “AAA” begli Stati Uniti o la “British Automobile Association” in Gran Bretagna.
Il principe ereditario Wilhelm non è mai stato membro del partito nazista e non ha mai appoggiato Adolf Hitler o il suo movimento. La leadership nazista non ha mai visto il principe ereditario come un alleato, ma piuttosto il contrario e i loro sentimenti su quel punto sarebbero diventati molto chiari nel corso della seconda guerra mondiale. Mentre, all’inizio, cercavano di reclutare i reali come vetrine per aggiungere legittimità alle riunioni naziste, i membri del partito erano paranoici riguardo a qualsiasi solidarietà per la vecchia monarchia e agivano contro i reali anche se stavano prestando servizio in uniforme con le forze armate tedesche.
Il primogenito di “Wilhelm III”, anche lui di nome Wilhelm, quando nel 1933 – contro il volere di suo nonno -, sposò Dorothea von Salviati (1907 – 1972) incontrata mentre era a scuola a Bonn, per le leggi dinastiche dovette rinunciare alla sua pretesa al Trono e ai diritti di successione per eventuali futuri figli. Così facendo, il futuro della casa di Hohenzollern divenne responsabilità del fratello minore, il principe Louis Ferdinand. Lontano dalla Germania per lungo tempo – essendosi stabilito negli Stati Uniti e avendo iniziato un lavoro a Detroit (Michigan), dove è stato accolto da Henry Ford (1863 – 1947) -, quando le azioni di suo fratello lo richiamarono in Germania nel 1934, accettò il compito senza riserbo. Bisogna comunque segnalare che il principe Louis Ferdinand non era contento del matrimonio di suo fratello e di come le sue azioni lo avessero spinto verso una posizione di futuro capo della famiglia, ma sarà unicamente la sua linea di sangue che porterà avanti il lascito della casata degli Hohenzollern fino ai giorni nostri.
Il principe Louis Ferdinand lavorò nel settore dell’aviazione tedesca e in seguito si unì alla Luftwaffe come ufficiale di addestramento.
Il primogenito, principe Wilhelm, parallelamente dopo il matrimonio divenne un ufficiale del Primo Reggimento della Prima Divisione, ricoprendo il comando della 11a Compagnia nel 1938. Il terzogenito, il principe Hubertus, doveva assistere all’ottavo reggimento, presso la terza divisione di fanteria (anche lui in seguito si trasferì alla Luftwaffe). Quando scoppiò la seconda guerra mondiale i due principi, arruolati nella Wehrmacht, parteciparono entrambi all’azione bellica di offesa alla Polonia nel 1939. Un altro reale prussiano, di ramo cadetto, il principe Oskar Wilhelm Karl Hans Cuno von Hohenzollern (1915 – 1939), ufficiale di riserva, fu ucciso in azione a Widawka, in Polonia, il 5 settembre 1939. Hitler per la prima perdita “Imperiale” non permise alcuna manifestazione, non facendo sollevare la questione, attraverso i propri canali mediatici. Più tardi, tuttavia, quando il primogenito degli Hohenzollern (principe Wilhelm) – che stava combattendo al fronte nell’invasione della Francia (1940) -, fu ferito a morte a Valenciennes (spirò pochi giorni dopo a Nivelles il 26 maggio 1940), la notizia non poté essere repressa: due principi prussiani uccisi in un anno sul fronte, disturbarono molto la leadership nazista, la quale non gradiva clamori sulla questione.

Principe Wilhelm di Prussia (1906 – 1940) nell’aprile del 1933, figlio del principe ereditario Wilhelm III.

Quando le notizie sulla morte del principe Oskar e del principe Wilhelm arrivarono in Germania, ci fu un’ondata di simpatia nei confronti della famiglia reale prussiana. I funerali del principe Wilhelm furono celebrati nella Chiesa della Pace e più di 50.000 tedeschi dimostrarono il loro sostegno alla Casa di Hohenzollern. L’enorme numero di persone in lutto causò il panico dei dirigenti nazisti, che immediatamente emanarono il cosiddetto “decreto del principe” che vietò a tutti i reali prussiani il servizio militare. Il terzogenito, principe Hubertus, fu estromesso dal fronte e praticamente costretto a porre fine alla sua carriera militare; mentre al secondogenito, principe Louis Ferdinand della Luftwaffe, gli fu impedito di volare. Il proclama, sotto il profilo della propaganda di partito, voleva esentare dalla leva i reali per «non creare ulteriori lutti, verso una grande famiglia tedesca e risparmiare dolore alla popolazione».
L’unico principe prussiano a cui fu permesso di rimanere al suo posto nell’esercito fu Alexander Ferdinand Albrecht Achilles Wilhelm Joseph Viktor Karl Feodor (1912 – 1985), unico figlio di August Wilhelm Heinrich Günther Viktor (1887 – 1949), quarto figlio del Kaiser in esilio, Wilhelm II, poiché era membro del Partito nazista (come il padre) e originariamente membro delle Camicie brune.
Una volta emesso il decreto, questo coincise con una repressione nazista sui reali e sui monarchici in generale. Ogni pretesa di essere in qualche modo solidale con la vecchia monarchia fu abbandonata e anche i pochi reali filo-nazisti in Germania furono messi da parte e sottoposti a controllo dello Stato. Il principe Alexander Ferdinand, che un tempo aveva nutrito la speranza di divenire il successore di Adolf Hitler, fu estromesso politicamente dal partito, ritrovandosi isolato, poiché la sua adesione al nazismo gli aveva chiuso le porte della Casa Imperiale. Quando si sposò nel 1938 nessuno dell’aristocrazia degli Hohenzollern partecipò al matrimonio. La maggior parte della famiglia reale prussiana aveva legami molto più stretti con i dissidenti del partito.
Il principe ereditario Wilhelm III, rilevò la sua avversione al partito con il palese regalo che inviò al monarchico e anti-nazista Reinhold Wulleche, spedito successivamente in un campo di lavoro per aver tentato l’organizzazione di un movimento di opposizione monarchico. Dopo tale gesto di solidarietà la vita di Wilhelm fu controllata in ogni istante dai nazisti: durante la guerra, ma soprattutto dopo l’Operazione Valchiria, il tentativo di assassinio di Hitler del 1944. Alla Gestapo fu ordinato di pedinare il principe in ogni momento. Il gruppo reazionario-conservatore di stampo prussiano, che organizzò il tentativo di omicidio ha avuto numerosi legami con la famiglia reale prussiana. Secondo i piani dell’attentato del 20 luglio del 1944, il nuovo Cancelliere della Germania sarebbe stato il monarchico e conservatore Carl Friedrich Goerdeler (1884 – 1945), e rilievo politico sarebbe stato concesso al secondogenito principe Louis Ferdinand come potenziale Kaiser tedesco che avrebbe ripristinato la Monarchia e trattato la resa, come nuovo Governo Tedesco. Molti dei cospiratori erano anche membri del ramo tedesco dei Cavalieri di San Giovanni di Rodi e Malta, presieduto dal principe Oskar Karl Gustav Adolf di Prussia (1888 – 1958), il cui figlio (e successore in quella posizione) scrisse in seguito una storia del movimento di resistenza tedesco.
Quasi tutti gli esponenti della Wehrmacht del colpo di Stato monarchico furono catturati, processati e uccisi. Uno dei pochi coinvolti che miracolosamente fu risparmiato, per volere di Hitler (che non voleva fucilare un personaggio amato dal popolo tedesco), fu il filosofo Ernst Jünger, eroe della Grande Guerra e capitano durante il secondo conflitto; così ricordò l’evento: «fu sotto l’egida del generale Speidel che potemmo formare a Parigi, all’interno della macchina militare, nel cuore stesso del mostro, un circolo ristretto fedele allo spirito e ai valori cavallereschi. Dei gruppi dovevano entrare in azione contro Hitler: il luogotenente von Hokafcker e lo stesso comandante von Stulpnagel mi spiegarono che bisognava violare il sistema di sicurezza “numero uno” della Wolfs.Schanze e riuscire a stare cinque minuti con un’arma nel quartier generale del Führer. Bisognava far saltare Hitler per trattare con l’Occidente in previsione di una catastrofica disfatta ad Oriente. Non era quindi resistenza ideologica, ma fronda sulle scelte militari. Io, però non credevo negli attentati. La storia dimostra che in genere giovano solo al potere in carica. Ero scettico e da certi segnali avevo intuito lo scacco. Andò male e il nostro circolo fu decimato».
Il già citato Goerdeler fu catturato dalla Gestapo il 12 agosto del 1944 e impiccato come traditore della Patria. Prima di morire dichiarò: «Chiedo al mondo di accettare il nostro martirio come atto di penitenza in nome del popolo tedesco».
Sebbene non fosse personalmente coinvolto nel complotto dell’assassinio, i legami tra la resistenza e il secondogenito Louis Ferdinand Hohenzollern furono sufficienti per il suo arresto. Fu interrogato dalla Gestapo e successivamente imprigionato nel campo di concentramento di Dachau. Lo stesso Adolf Hitler affermò che «il principe ereditario è l’istigatore» dell’attentato alla sua vita. Il ministro della propaganda Paul Joseph Goebbels (1897 – 1945) proclamò, verso gli aristocratici tedeschi, «dobbiamo sterminare questa sporcizia», e il capo delle Schutzstaffel (SS) Heinrich Luitpold Himmler (1900 – 1945) riferì come: «non ci saranno più principi. Hitler mi ha dato l’ordine di finire tutti i reali tedeschi e di farlo immediatamente».

Nell’immagine (da sinistra a destra): il filo-nazista Alexander Ferdinand Albrecht Achilles Wilhelm Joseph Viktor Karl Feodor (1912 – 1985); il principe e generale delle SS Josias Georg Wilhelm Adolf Waldeck e Pyrmont (1896 – 1967) e l’anti nazista e principe Oskar Karl Gustav Adolf di Prussia (1888 – 1958).

Per motivi temporali e soprattutto bellici, le minacce naziste non furono attuate, ma il principe Louis Ferdinand fu come citato mandato in un campo di concentramento e la repressione antireale fu così diffusa che vide l’arresto del principe filo-nazista Philipp von Hessen-Kassel und Hessen-Rumpenheim (1896 – 1980, Filippo d’Assia) e di sua moglie la principessa Mafalda di Savoia (1902 – 1944), la quale trovò la morte nel campo di concentramento di Buchenwald il 28 agosto 1944. Le stime riportano che seimila reali e aristocratici furono uccisi nelle purghe dopo il complotto. Himmler voleva che tutti i principi tedeschi sfilassero attraverso Berlino, per essere oltraggiati, prima della loro esecuzione e le loro proprietà sequestrate e ridistribuite ai fedeli nazisti. Sembra paradossale che ancora oggi alcuni storici moderni facciano di tutto per collegare la monarchia tedesca con il partito nazional-socialista, quando proprio quest’ultimo era assolutamente certo che gli Hohenzollern fossero il cuore e il centro della loro più pericolosa opposizione interna. Quei prussiani e altri principi reali che combatterono nelle forze armate tedesche, quasi senza eccezione, lo fecero puramente per la loro devozione alla Germania e al popolo tedesco e non per simpatia verso il regime nazista. Quei principi e aristocratici che erano veramente devoti alla causa nazista erano pochissimi e si trovarono traditi dal partito che servivano e scacciati dal resto della loro classe e spesso dalle loro stesse famiglie. Gli aristocratici contro cui il partito non si è scagliato, come il principe e generale delle SS Josias Georg Wilhelm Adolf Waldeck e Pyrmont (1896 – 1967), furono condannati dopo la fine della guerra dagli Alleati. Dopo il conflitto la casata degli Hohenzollern, vide la morte di Wilhelm III nel 1951 e la leadership della famiglia passò nelle capaci mani del principe Louis Ferdinand Hohenzollern, un uomo dai legami amichevoli con gli alleati e uno strenuo oppositore del regime nazista per tutta la sua vita.

 

Per approfondimenti:
_Walter Henry Nelson, Gli Hohenzollern – Odoya, Bologna 2016;
_Giovanni Ansaldo, L’ultimo Junker. L’uomo che consegnò la Germania a Hitler – Le Lettere, Grassina (Fi), 2007;
_Stephan Malinowski, Vom König zum Führer: Der deutsche Adel und der Nationalsozialismus – Fischer Taschenbuch, 2004;
_Ernst Jünger, Irradiazioni. Diario 1941-1945 – Guanda, Milano, 1995.

 

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Napoleone II: un destino di grandezza negato

Napoleone II: un destino di grandezza negato

di Giuseppe Baiocchi del 24/01/2019

Nel dicembre del 1940, Parigi è una città sconfitta e occupata dalla Wehrmacht tedesca. Il sentimento francese è diviso in due: c’è la Repubblica collaborazionista di Vichy, ci sono gli appelli alla Francia libera lanciata da Charles André Joseph Marie de Gaulle (1890 – 1970) dal suo rifugio di Londra e ci sono davanti agli occhi di tutto il mondo le immagini di Adolf Hitler (1889 – 1945) vittorioso in visita a Parigi. Il Führer non vuole più apparire come un conquistatore: tenterà di ammorbidire il senso di odio e di ribellione nei suoi confronti, concedendo così un regalo ai francesi. Di notte alla Gare de l’Est, arriva una bara la quale viene caricata su una macchina nera che attraversa la città buia e deserta, fino all’Hôtel des Invalides: all’interno le ceneri di un personaggio che poteva diventare grande nella storia, ma che fu solo semplice comparsa, Napoleone François Charles Joseph Bonaparte (1811 – 1832), unico figlio di Napoleone Bonaparte I (1769 -1821).

Nelle due foto (da sinistra a destra): Hitler nel 1940 visita il mausoleo di Napoleone I; statua marmorea di Napoleone I, in abiti imperiali, sopra la tomba del figlio Napoleone François Charles Joseph Bonaparte.

Le Roi de Rome, così come venne denominato per aver regnato dal 22 giugno al 7 luglio del 1815, non muta minimamente l’opinione del popolo francese, che rimane indifferente, tanto che per le strade di Parigi, aleggia una battuta: «i tedeschi ci hanno restituito delle ceneri, noi avremo preferito del carbone».
Ancora oggi l’Hôtel des Invalides è l’ospizio per veterani e invalidi di guerra fatto edificare nel Seicento da Luigi XIV (1638 – 1715) e all’epoca della traslazione del sarcofago pochissime persone furono presenti: qualche dignitario di Vichy, qualche gerarca nazionalsocialista, tanto che un testimone asserì come sullo spiazzo si respirava una «atmosfera da cospirazione». Tra svastiche e corone di fiori ce ne è una che porta scritto «il Cancelliere Adolf Hitler al duca di Reichstadt».
I titoli per Napoleone II sono diversi e molteplici, ma tutti privi di quello spessore politico che aveva contraddistinto il padre: Roi de Rome, duca di Reichstadt, Grand Aigle e Gran collare dell’Ordine della Legion d’Onore, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona Ferrea, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria, Senatore di Gran Croce S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio.
Il protagonista di questa storia è custodito sotto la cupola del Duomo dell’Hôtel des Invalides: attraversato il cortile, passati sotto la cupola e scesi nel mausoleo di Napoleone, in disparte è situata una nicchia con una lapide dove è scritto «Napoleone II, Roi de Rome 1811 – 1832», questa è dominata da una statua marmorea di Napoleone I in abiti imperiali, ma sulla figura di suo figlio, nulla. Il confronto con il padre è drammatico: il mausoleo che custodisce le spoglie di Napoleone I è enorme, un monumento funebre degno di un faraone con al centro un sarcofago di pietra immenso ed intorno scolpite in cerchio i suoi successi politici, diplomatici e militari. Sicuramente un colpo d’occhio estremamente diverso dalla spoglia lapide del figlio. Anche le circostanze del ritorno in patria del generale còrso avviene in una modalità totalmente differente, poiché Napoleone Bonaparte viene restituito dagli inglesi nel 1840, su richiesta del Re Louis Philippe I di Borbone-Orléans (1773 – 1850), in un clima di riconciliazione nazionale, un monarca – erede dei Re pre-rivoluzionari, ma di stampo liberal-borghese – riconosce la grandezza di Napoleone e lo ammette nel Pantheon dei grandi di Francia: una cerimonia solenne che commosse tutto il Paese. Sarà lo stesso Victor Marie Hugo (1802 – 1885), nel suo “I funerali di Napoleone”, che commenterà così l’evento: «rue du four: la neve si infittisce, il cielo si fa nero, i fiocchi di neve lo seminano di lacrime bianche, sembra che anche Dio voglia partecipare». Il figlio Napoleone II torna, di contro, in sordina, di nascosto, accolto quasi con vergogna, restituito da un invasore detestato: eppure per lui gli eventi erano iniziati con una piega molto diversa, il suo doveva divenire un destino di grandezza. «Io sono stato Filippo, lui sarà Alessandro», proferì alla sua nascita Napoleone Bonaparte I, padre insieme alla madre Maria Luisa Leopoldina Francesca Teresa Giuseppa Lucia d’Asburgo-Lorena (1791 – 1847); il loro amore fu il frutto di un innesto tra antichi e nuovi poteri, tra vecchie e nuove energie: un frutto che non maturò mai e che marcirà a soli 21 anni. Il conte Montbel, Guillaume Isidore (1787 – 1861) scrivendo nel suo “Le Duc de Reichstadt” appuntò sul giovane Napoleone: «La mia nascita e la mia morte, ecco tutta la mia storia, non sono che un imbarazzo, fra la mia culla e la mia tomba, c’è un grande zero».
Napoleone François viene al mondo per il problema dinastico del padre: Napoleone I, una volta divenuto Imperatore il 18 maggio 1804, non viene riconosciuto legittimo da nessuna corte monarchica (Trono e Altare) europea. Il suo è un impero non riconosciuto, frutto dei moti rivoluzionari che hanno tagliato la testa a Luigi XVI: un erede rafforzerebbe la sua leadership e assicurerebbe un erede alla Francia bonapartista.
La prima moglie Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie di Beauharnais (1763 – 1814) a trentasette anni, dopo quattro anni di matrimonio, non è ancora riuscita a donare un erede a Napoleone. La Costituzione imperiale creata dallo stesso Bonaparte cita all’art.4: «Napoleone può adottare i figli o i nipoti dei suoi fratelli, premesso che abbiano compiuto diciotto anni e che lui stesso non abbia figli maschi al momento dell’adozione. I suoi figli adottivi entrano nella linea di discendenza diretta».
Quel figlio adottivo affermato nella costituzione, almeno secondo le voci di corte c’è già: è il piccolo Napoleone Carlo, figlio di Luigi Bonaparte (1778 – 1846) e di Hortense Eugénie Cécile di Beauharnais (1783 – 1837), raffigurato all’interno del celebre quadro del pittore Jacques-Louis David (1748 – 1825) “L’incoronazione di Napoleone” del 1808; un bambino di due anni che tiene per mano la sua mamma. Non è ufficiale, ma tutti sono convinti che un giorno l’Imperatore sarà lui, poiché rappresenta la perfetta unione di entrambi i clan familiari dei Bonaparte e dei Beauharnais. La sua investitura durerà poco: morirà a breve per una difterite, lasciando aperta la partita per la successione dell’erede imperiale. Napoleone dirà «non c’è solidità nella mia dinastia se non ho figli, i miei nipoti non possono rimpiazzarmi, la nazione non comprenderebbe. Un bambino nato nella porpora è per la nazione e per il popolo tutt’altra cosa che il figlio di mio fratello».
Durante il cesarismo del bonapartismo, Napoleone avendo avuto un figlio dalla sua amante polacca Maria Walewska (1786 – 1817), capisce che il problema dinastico è riconducibile a sua moglie Marie-Josèphe, che lentamente e inesorabilmente inizia ad essere posta da parte, fino al divorzio del 1809. Dopo la vittoria francese sull’Impero austriaco di Francesco I d’Austria, sposerà la diciottenne Maria Luisa d’Asburgo-Lorena che darà alla luce Napoleone François. Dall’Aiglon di André Castelot (1911 – 2004) il giovane Napoleone François Charles Joseph ricorderà come: «mio padre sarebbe dovuto rimanere sposato con Marie-Josèphe, se Josèphine fosse stata mia madre, lui non sarebbe andato a Sant’Elena e io non sarei lasciato a languire a Vienna. Mia madre è buona, ma priva di forza, non è la sposa che mio padre meritava». Il paradosso del secondo matrimonio di Napoleone fu proprio che Maria Luisa, nata all’interno del Palazzo di Schönbrunn, era stata educata fin da bambina a temere e detestare il futuro marito, considerato dagli Asburgo un orco, un demone: anche per lei la politica non avrà cuore, ma solo testa. Alla proposta di matrimonio che Klemens Wenzel Nepomuk Lothar von Metternich-Winneburg-Beilstein (1773 – 1859) farà alla giovane Asburgo-Lorena, questa risponderà: «quando si tratta dell’interesse dello Stato è a esso che devo conformarmi e non ai miei sentimenti. La volontà di mio padre è sempre stata la mia. La mia felicità sarà sempre la sua. Con il permesso di mio padre, io dò il consenso al mio matrimonio con l’Imperatore Napoleone». Nelle corti europee nasce la voce che la giovane Maria Luisa fu consegnata alle “fauci del minotauro”. L’unione avvenne l’undici marzo in matrimonio religioso a Vienna, per procura, con Napoleone non presente: fu rappresentato dall’arciduca Carlo, lo zio di Maria Luisa.

Litografia austriaca di Napoleone François Charles Joseph Bonaparte (1811 – 1832).

Dopo pochissimo tempo, la giovane austriaca resta in cinta del còrso e suo figlio, l’infante Napoleone François Charles Joseph Bonaparte avrà il titolo di “Re di Roma”. Il titolo non è casuale: oltre che l’Impero romano, tramontato da lungo tempo, la capitale dello Stato Pontificio era anche il fulcro della cristianità cattolico-romana. Tale appellativo stava a significare un riavvicinamento ideale e romantico verso il Pontefice (esiliato) e un controllo “titolato” della cristianità. Nel 1801 Napoleone da Primo Console, aveva firmato un concordato con Papa Pio VII, ma nel 1806 da Imperatore, quando il Pontefice aveva intensificato i suoi legami diplomatici con i “nemici della Francia”, gli scrisse: «Sua Santità è Sovrano a Roma, ma io sono l’Imperatore: tutti i miei nemici devono essere i Suoi». Per rafforzare tale tesi scriverà il 22 febbraio al cardinale Joseph Fesch (1763 – 1839), suo ambasciatore a Roma: «dite che io ho gli occhi aperti, che vedo bene quello che succede e non mi faccio ingannare, dite che io sono Carlo Magno – spada della Chiesa e Suo Imperatore – e devo essere trattato come tale». Napoleone rivendica a sé il diritto di nominare i vescovi in Francia, poiché sono servitori della Chiesa, ma prima sono accoliti e sudditi dello Stato. Il conflitto con Pio VII da sotterraneo, diviene conclamato fino a quando nel maggio del 1809, Napoleone annette Roma e l’Umbria: il Papa risponde con una bolla di scomunica il 10 giugno dello stesso anno – “Quum memoranda” – affissa sulle basiliche di Roma: «per l’autorità di Dio onnipotente, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo che l’invasione di Roma, dopo la violazione sacrilega dei patrimoni di San Pietro da parte delle truppe francesi, tutti coloro che hanno agevolato queste violenze o le hanno eseguite essi stessi sono incorsi nella scomunica maggiore». Napoleone non viene nominato in forma esplicita, ma è chiaro che il soggetto della scomunica è lui medesimo; così in risposta l’Imperatore dei francesi farà arrestare il Papa, il quale sarà in conclusione condotto a Savona. Famose le parole del Sommo Pontefice, davanti all’ufficiale napoleonico entrato al Quirinale il 5 luglio del 1809: «Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo». Per dimostrare il suo mancato pentimento Napoleone Bonaparte, per il suo erede, concederà il titolo di ottavo Re di Roma: un’onorificenza scomparsa dai tempi dei sette Re romani.
Dopo i 101 colpi di cannone che annunciarono al popolo francese, il 20 marzo 1811 – alle nove del mattino, la nascita dell’erede tanto atteso, Napoleone François Charles Joseph Bonaparte diverrà presto l’icona per eccellenza imperiale, foraggiata e sponsorizzata dal padre, il quale già da tempo aveva iniziato un vero e proprio culto – attraverso scultura e la pittura – propagandistico sulla sua persona.
Al contrario di sua madre, che possedeva un’educazione aristocratica, Napoleone I prova un grande trasporto per il figlio: vuole vederlo ogni mattina a colazione, prenderlo in braccio, giocare con lui. Commissiona agli architetti dell’arco di Trionfo, l’incarico di progettare il Palazzo del “Re di Roma” – grande come quello di Versailles, nel luogo dove oggi sorge la Torre Eiffel. Una folla oceanica accorrerà per il battesimo a Notre-Dame: occasione imperdibile per dare una sbirciata al futuro Imperatore, una cerimonia monumentale, che ribadisce la saldezza del potere di Napoleone. Ancora da “L’Aiglon” di Castelot, Napoleone dichiara: «Lo invidio, la gloria lo attende, mentre io ho dovuto correrle dietro; per afferrare il mondo non dovrà che tendere le braccia». La scelta del palazzo per il Roi de Rome, nell’ex capitale dello Stato Pontificio, sarà il Quirinale. Una delle lunghe sale, sarà divisa in tre porzioni dagli architetti francesi: la Sala Gialla, la Sala di Augusto e la Sala degli Imperatori. I lavori andranno avanti per tutto il 1812, un anno fatale per l’Imperatore: c’è stata la guerra di Spagna (1808-09) e la campagna di Russia (1812) che si conclude in autunno con l’annientamento della Grande Armée. Il giovanissimo Napoleone, soprannominato l’Aiglon (“l’aquilotto”) – reso popolare dall’omonima opera postuma di Edmond Rostand (1868 – 1918) -, non potrà mai passeggiare all’interno degli appartamenti romani fatti ristrutturare dal padre. Napoleone François è biondo, bello e in salute, cresce felice e accudito, i suoi giocattoli preferiti sono bandiere, trombe, tamburi e un grande cavallo con una sella di velluto rosso; una sorella di Napoleone regala al piccolo bimbo un calesse guidato da due pecorelle con cui scorrazza per i giardini del Palazzo delle Tuileries.

Georges Rouget, Napoleone François nei giardini delle Tuilieries a Parigi (particolare).

Il 4 maggio del 1814, infatti, dopo il precipitare degli eventi bellici, Napoleone Bonaparte verrà esiliato all’isola d’Elba: si congedò dalla moglie e dal figlio Napoleone François che non rivedrà mai più. Maria Luisa e il bambino partono, dopo un breve soggiorno francese, per Vienna, mentre Napoleone dall’Elba si sfoga: «mio figlio mi è stato tolto, come in altri tempi si toglievano i figli ai vinti, per adornare i trionfi dei vincitori». I contatti con suo figlio sono impossibili per volere dell’Imperatore d’Austria.
Ma la conclusione della parabola bonapartista non si è ancora conclusa, poiché il 1°marzo 1815, inizieranno i famosi 100 giorni, dove il generale Bonaparte sbarca nuovamente su suolo francese e mette in fuga Re Luigi XVIII, dopo aver inglobato senza spargimenti di sangue l’esercito reale mandatogli contro. Scriverà ancora una lettera alla moglie, ma Maria Luisa è stata riassorbita nel mondo degli Asburgo e non vuole, anche per volontà propria, raggiungere con il figlio il marito.
Dopo la sconfitta di Waterloo il 18 giugno del 1815, Napoleone viene esiliato in una isoletta sperduta dell’Atlantico e chiuderà per sempre i conti con la storia: suo figlio di appena quattro anni, prigioniero di sua madre, avrà comunque il tempo di essere nominato dal padre Napoleone II, carica che detenne dal 22 giugno 1815 al 7 luglio dello stesso anno. Tale onorificenza gli verrà presto tolta, per via della sua “residenza forzata” a Vienna e per la sua giovanissima età. Napoleone François Charles Joseph è prigioniero nella corte del nonno Imperatore d’Austria senza rendersene conto e viene spogliato da tutte le cariche, compresa quella di “Re di Roma”, per acquisire il ducato di Reichstadt dal 1818. Diventa anche a tutti gli effetti un figlio illegittimo, poiché il secondo matrimonio di Napoleone I, con il Papa Pio VII in esilio, è da considerare nullo: il primo matrimonio del padre con Marie-Josèphe non è mai stato annullato dalla Chiesa di Roma.
La madre diviene duchessa di Parma, dove regnerà con la consapevolezza che suo figlio non avrebbe ereditato il ducato, per volontà espressa di suo padre Francesco I: mai nessun Bonaparte doveva più regnare su suolo europeo.
Nella sua prigionia dorata, per il piccolo Napoleone François si sprecano tutori e insegnanti, tutti austriaci, tutti militari. Presto sogna di divenire un importante soldato, un generale, di comandare uomini ed eserciti: è ancora piccolo, ma immagina già di ricalcare le orme paterne. Quando il 5 maggio del 1821 il padre muore a Sant’Elena, François – oramai chiamato Franz – lo scoprirà solo due mesi dopo. La madre, forse morsa da qualche senso di colpa per il volontario abbandono del figlio a Vienna, gli regalerà in gran segreto la sciabola del padre, ma nemmeno una delle centinaia di lettere che il padre gli scriverà dal suo esilio, gli giungerà mai nelle sue mani: su tale punto Francesco I è irremovibile.
La carriera militare, avviata brillantemente nei primi anni di apprendistato verrà frenata da Klemens von Metternich che temeva l’astro nascente del nuovo Bonaparte: François sarà tenuto lontano da incarichi sia civili che militari. Il fanciullo, oramai divenuto ragazzo ama i cavalli e le divise austriache, indottrinato alla perfezione dalla rigida educazione di corte.

Raymond Desvarreux, Ritratto di Napoleone François Charles Joseph Bonaparte a cavallo (particolare).

Un anno dopo la rivoluzione del 1830 – dove per le strade di Parigi si gridava al suo nome, l’attenzione per il giovane rampollo Bonaparte si riaccende -, ottenne finalmente il comando di un battaglione austriaco, ma non gli fu mai permesso di agire sul campo di battaglia. In realtà, in gran segreto, Napoleone II studierà sempre la storia del padre e le sue gesta, senza mai far trapelare a corte alcunché. Parma, nel frattempo, infervorata dalla rivoluzione, mette in pericolo il regno della madre Maria Luisa, la quale fugge dal ducato: François vorrebbe organizzare una spedizione militare per andare a restaurare il trono della madre in Italia, ma il diniego del nonno e del governo austriaco, gli fanno definitivamente capire la natura della sua residenza forzata. Napoleone François cerca di opporsi e di partire ugualmente, ma verrà fermato alle porte di Vienna e riconsegnato a Schönbrunn in giornata. Poco tempo dopo, la madre tornerà sul trono di Parma, senza l’aiuto del figlio.
Il giovane, oramai ventenne, è cresciuto con lo sguardo fiero del padre, ma è ombroso; si millanta che abbia avuto una storia d’amore con la moglie dell’arciduca Francesco Carlo (1802 – 1878), figlio dell’Imperatore d’Austria, Sophie Friederike Dorothea Wilhelmine Prinzessin di Baviera (1895 -1872) bella, colta e ambiziosa. La salute non lo assiste: alto e magro, soffre di problemi respiratori e chiederà di raggiungere Parma e l’Italia, dove vigerebbe un clima più mite, ma neanche davanti ad una presunta malattia, suo nonno acconsente: le ragioni di Stato sono la priorità per gli Asburgo.
Trascorre sempre più ore immobile e affaticato, tanto da chiamare il medico italiano Giovanni Domenico Antonio Malfatti (1775 – 1859), già medico del compositore Ludwig van Beethoven (1770 – 1827). Il dottore prescrive bagni termali, una dieta a base di latticini, un’attenzione particolare agli sbalzi di temperatura caldo-freddo, acqua minerale frizzante, nessuno sforzo e soprattutto nessuna emozione: Malfatti teme un collasso del fegato, confidando all’Imperatore Francesco I che il nipote ha un insieme di strane patologie. Qualcuno insinua che lo si voglia morto, per eliminare ogni futura pretesa dinastica bonapartista sull’Europa; altri accusano la corte, arrivando a sospettare perfino l’anziano Metternich e i suoi servizi segreti governativi. Sicuramente il Cancelliere ha una repulsione verso il giovane Bonaparte per via di quello che ancora può arrivare a rappresentare, ma mai nessuna prova di avvelenamento è stata provata nei suoi confronti. Avvelenato pian piano o meno, è emblematico come Napoleone François Charles Joseph Bonaparte dai diciotto anni in avanti si indebolisce con precocità. Il dottor Malfatti, si pronuncerà infine per un principio di tubercolosi. Nel 1831, nonostante i consigli, il medico italiano lo trova afono che cerca di gridare ordini al suo battaglione durante delle inutili manovre di esercitazione a Vienna. Infiammazione alle mucose, spossatezza, fegato ingrossato: l’ordine medico risponde a due mesi di completa immobilità e viene trasferito presso la residenza imperiale dell’Hofburg, dove risiede all’interno delle sue stanze. Solo poche passeggiate sono concesse e il giovane ne abusa, aggravando le sue condizioni: tosse e debolezza. Riportato nella sua “prigione” di Schönbrunn, dove il 24 giugno arriverà al suo capezzale la madre Maria Luisa, forse tenuta all’oscuro della salute del figlio o sopraffatta dalla repulsione che quel giovane bellissimo sembra scatenare nella sua famiglia austriaca. A 21 anni, quello che doveva essere “Re di Roma”, sembra un guscio vuoto, privo di forze: la pelle giallastra è fine come quello di un ottantenne, la voce flebile, arrochita e devastanti eccessi di tosse. Ancora qualche mese di sofferenza, poi la fine: il 22 luglio del 1832, Roma perde senza nemmeno saperlo, il suo ottavo Re. Suo nonno scriverà: «la morte di mio nipote è stata una benedizione per se stesso e forse anche per i miei figli e il mondo in generale, ma è un’enorme perdita per me». Per lui i funerali sono solenni e viene seppellito nella Cripta dei Cappuccini, luogo delle salme di tutti i Sovrani e dei membri della famiglia Asburgo: un ultimo tributo verso un giovane dal destino sfortunato, da un cognome troppo pesante.
Dopo la sua morte l’oblio immediato: verrà ricordato da alcuni autori francesi, tra cui Victor Hugo, che lo etichetteranno come diafano eroe romantico, dalla vita infelice. Il figlio di Napoleone che doveva dominare l’Europa dei Fori Imperiali di Roma, il bimbo per cui tutta la Francia aveva pianto di gioia, l’erede dell’orco – bello come nessun altro bambino del mondo, sparisce dalla storia. 108 anni più tardi, Adolf Hitler lo riporterà a Parigi, di notte, di nascosto, senza cerimonie, sconosciuto alla storia.

Nella foto, l’attrice statunitense Maude Ewing Adams Kiskadden interpreta Napoleone François Charles Joseph Bonaparte nel dramma teatrale L’Aiglon.

Riscoperto nel 1900 dal drammaturgo e poeta francese Edmond Rostand nel suo dramma in sei atti “L’Aiglon”, in scena al Théâtre de la Ville, con l’attrice Sarah Bernhardt (1844 – 1923), il personaggio vedrà nuovamente la luce della ribalta. Il contagio di pubblico è immediato: anche in America viene portato sul palco il personaggio di Napoleone II, sempre da una donna, l’attrice Maude Ewing Adams Kiskadden: il figlio di Napoleone è uscito dalla storia, entrando nella mitologia romantica teatrale che lo ha consacrato nel simbolo delle occasioni perdute, del destino imprevedibile, dei sentimenti sacrificati alla Ragion di Stato.

 

Per approfondimenti:
_Alessandra Necci, Il prigioniero degli Asburgo. Storia di Napoleone II re di Roma, Marsilio, 2011;
_Alberto Lumbroso, Napoleone II. Studi e ricerche, Modes e Mendel, 1902;
_Georges Lefebvre, Napoleone, Laterza, 2009.

 

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L’inquieta Algeria: spartiacque coloniale del dopoguerra

L’inquieta Algeria: spartiacque coloniale del dopoguerra

di Gabriele Rèpaci 10/12/2018

Per molti anni l’Algeria è stata al centro dell’attenzione e dell’opinione pubblica internazionale, poiché ha fatto battere milioni di cuori con pulsazioni violente e opposte. Sembra una terra composta per suscitare i sentimenti più vivaci: i coloni europei l’hanno difesa con i denti stretti; gli algerini non sono indietreggiati di fronte alle avversità, al prezzo sempre più alto che era loro imposto per raggiungere l’indipendenza; infine milioni di persone hanno visto nel dramma algerino il coronamento dei loro sogni o la concentrazione dei loro timori.
Gli autoctoni hanno gioito, come fosse la loro, di ogni vittoria della rivoluzione algerina: i coloniali, al contrario, l’hanno risentita come una comune sconfitta. Nel secondo dopoguerra le operazioni del Fronte di Liberazione Nazionale algerino possono essere considerate come il prototipo della lotta per l’autonomia dal Continente europeo dei paesi definiti “coloniali”, ponendo il punto definitivo sulla fine degli imperi coloniali.
I cinesi di Mao, quando volevano portare un esempio propagandistico del loro ideale di guerra all’imperialismo, citavano il caso dell’Algeria. E non a torto, se si pensa che la terra che fu già di Giugurta e di Massinissa è stata la sola, tra tutte le ex colonie del nostro secolo, a pagare come prezzo della libertà un milione e mezzo di vittime, due milioni di persone chiuse nei campi di raggruppamento, mezzo milione di vedove di guerra, trecentomila orfani di cui trentamila completi e migliaia di ettari di terre bruciati al napalm.
L’Algeria appare abitata in tempi remoti da genti europidi di razza e lingua berbera. Dall’Egitto verosimilmente esse importarono le tecniche della domesticazione dei cibi e degli animali. In età più recente (XII secolo a.C.) l’Algeria fu raggiunta dalla civiltà commerciale dei Fenici. Dopo la fondazione di Cartagine (814 avanti Cristo), l’Algeria passò sotto l’influenza dei Punici, che mantennero degli stabilimenti sulla costa con scopi prevalentemente commerciali, ma diffondendo anche fra le genti berbere tecniche agricole e costumi sedentari. Allorché al dominio cartaginese si sostituì quello romano (sec. II a.C.) la fascia agricola dell’Africa del nord a Ovest delle due Sirti fu grandemente estesa e molte genti berbere furono assimilate in una civiltà superiore di tipo urbano. La metà orientale dell’Algeria, la Numidia fu eretta da Cesare in provincia romana dopo la battaglia di Tapso e l’amministrazione imperiale assicurò da allora per parecchi secoli un elevato grado di civiltà e di benessere al Paese, come è attestato dalle rovina delle città romane recentemente portate alla luce (Lambesi, Tebessa, Timgad, ecc.), dalle tracce delle strade e dagli acquedotti. Questo sviluppo fu però col tempo compromesso dalle ribellioni degli indigeni e dalle violente controversie religiose. L’eresia donatistica si diffuse notevolmente fra i Berberi numidi dando luogo a tensioni e persecuzioni. L’Algeria fu quindi oggetto delle scorrerie dei barbari (presa di Ippona da parte dei Vandali, 430 dopo Cristo) che non vi stabilirono però uno stabile dominio: i Vandali furono cacciati a loro volta dai Bizantini (battaglia di Tricameron, 533 d.C.), che vi mantennero il loro dominio per circa un secolo e mezzo. La conquista araba del paese, abbattuta la sovranità più nominale che reale dei Bizantini, fu lenta e difficile a causa della resistenza opposta dalle tribù indigene che ebbero per guida la leggendaria regina al-Kāhina (morta nel 709 d.C.). Sul finire del 600 gli Arabi riuscirono infine a impadronirsi di tutto il paese e a sottomettere i Berberi, che fornirono anzi il grosso delle truppe per la conquista della Spagna: la coesistenza dei due elementi (arabo e berbero) non fu tuttavia né facile né pacifica, anche per controversie d’indole religiosa, pur essendo i Berberi ormai acquisiti all’islamismo. Dapprima parte dell’immenso impero dei califfi arabi, il Maghreb, dopo lo smembramento di esso e le contese fra Sunniti, Sciiti e Karaiti, cercò di rendersi autonomo dando vita a una pluralità di Stati karaiti. Fu ancora unito sotto l’impero dei Fatimidi, sotto gli Almoravidi, e gli Almohadi, poi si frammentò sotto varie dinastie. In Algeria si affermò nominalmente la dinastia degli Abdelwahidi, ma di fatto il territorio soggiacque alle invasioni beduine, per divenire nel secondo decennio del secolo XVI un pascialato dell’Impero Ottomano.
Nel 1711 nella cosiddetta «Reggenza di Algeri» al pascialato succedette un autocrate, il dey, eletto dai giannizzeri, ma la natura predatoria di questa specie di Stato non mutò, nonostante le spedizioni punitive a volta a volta effettuate dalle marine francese e spagnola. Nel 1827 il dey di Algeri si scontrò con il console francese in merito ad una disputa finanziaria con Parigi. Per ragioni di prestigio il governo di re Carlo X inviò un corpo di spedizione che prese possesso di Algeri nel 1830. Il dey capitolò e fuggì in esilio. I francesi presero il porto di Orano nel 1831, di Bona nel 1832 e di Bugia nel 1833. La politica francese era allora quella di un’occupazione limitata: le città del litorale formavano una colonia sotto l’autorità del governatore generale.
Restava la possibilità di concludere accordi con i capi autoctoni all’interno del territorio: a est, Ahmed, bey di Costantina, respinse nel 1836 i francesi, che tuttavia prenderanno la città l’anno seguente; a ovest, l’emiro ʿAbd al-Qāder, proveniente da una famiglia appartenente alla potente confraternita sufi della Qādiriyya, si mise alla testa della resistenza sin dal 1832. Quest’ultimo nel 1834 accettò un accordo con i francesi per avere il tempo di consolidare la propria autorità. Tornò quindi ad attaccare nel 1835 e poi nel 1837 firmò con i francesi il trattato di Tafna, che sanciva l’autorità di ʿAbd al-Qāder sulla parte centrale e occidentale del territorio; ciò gli permise di rafforzare lo Stato che aveva cominciato a organizzare modernizzando l’amministrazione musulmana. Nel 1839, l’esercito francese riprese l’offensiva, dopo aver denunciato le incursioni di ʿAbd al-Qāder nella piana di Mitidja (a sud di Algeri).
La Francia si decise alla conquista nel 1840. Il generale Thomas Bugeaud condusse una guerra estremamente mobile e adottò la tattica della terra bruciata. ʿAbd al-Qāder, respinto verso gli altipiani, dovette riparare in Marocco nel 1843. Quando Bugeaud sconfisse i Marocchini, il sultano accettò di dichiarare ʿAbd al-Qāder fuori legge. Questi proseguì la lotta nell’Algeria occidentale e finì per arrendersi nel 1847. Dopo essere stato mandato in Francia, nel 1853 si stabilì a Brussa (in Turchia) e nel 1855 a Damasco, dove insegnò teologia nella moschea degli Ommayadi.
Restava la possibilità di concludere accordi con i capi autoctoni all’interno del territorio: a est, Ahmed, bey di Costantina, respinse nel 1836 i francesi, che tuttavia prenderanno la città l’anno seguente; a ovest, l’emiro ʿAbd al-Qāder, proveniente da una famiglia appartenente alla potente confraternita sufi della Qādiriyya, si mise alla testa della resistenza sin dal 1832. Quest’ultimo nel 1834 accettò un accordo con i francesi per avere il tempo di consolidare la propria autorità. Tornò quindi ad attaccare nel 1835 e poi nel 1837 firmò con i francesi il trattato di Tafna, che sanciva l’autorità di ʿAbd al-Qāder sulla parte centrale e occidentale del territorio; ciò gli permise di rafforzare lo Stato che aveva cominciato a organizzare modernizzando l’amministrazione musulmana. Nel 1839, l’esercito francese riprese l’offensiva, dopo aver denunciato le incursioni di ʿAbd al-Qāder nella piana di Mitidja (a sud di Algeri).
La Francia si decise alla conquista nel 1840. Il generale Thomas Bugeaud condusse una guerra estremamente mobile e adottò la tattica della terra bruciata. ʿAbd al-Qāder, respinto verso gli altipiani, dovette riparare in Marocco nel 1843. Quando Bugeaud sconfisse i Marocchini, il sultano accettò di dichiarare ʿAbd al-Qāder fuori legge. Questi proseguì la lotta nell’Algeria occidentale e finì per arrendersi nel 1847. Dopo essere stato mandato in Francia, nel 1853 si stabilì a Brussa (in Turchia) e nel 1855 a Damasco, dove insegnò teologia nella moschea degli Ommayadi. Nel luglio del 1860 una fiammata di guerre religiose si propagò dal Libano a Damasco. I Drusi attaccarono i quartieri cristiani facendo più di 3.000 morti. L’emiro ʿAbd al-Qāder intervenne per fermare il massacro e protesse la comunità di 15.000 cristiani di Damasco e gli europei che vivevano là, grazie alla propria influenza sui dignitari della città. Rifiutò l’offerta fattagli da Napoleone III di un regno arabo d’Oriente. Morto nel 1883, le sue ceneri vennero traslate ad Algeri nel 1966. La conquista militare proseguì verso i bastioni berberi (Piccola Cabilia nel 1849 – 1852 e Grande Cabilia nel 1857) e avanzata a sud (presa di Laghouat e Touggourt nel 1854).
Negli anni 1830-1840 si insediarono in Algeria oltre 100.000 europei dell’area mediterranea, di cui meno della metà francesi. Ad essi si aggiunsero, a partire dal 1871, gli sconfitti della Comune di Parigi insieme a disoccupati, avventurieri e profughi dell’Alsazia-Lorena. Si concentrarono in poche città e nei loro dintorni. Nel 1848 la Repubblica francese dichiarava l’Algeria parte integrante del proprio territorio nazionale e la organizzò in tre dipartimenti: Algeri, Orano, Costantina. L’imperatore Napoleone III (1852-1870) si appoggiò all’amministrazione militare (“Bureaux arabi”), che tentò di guadagnarsi la fiducia dei musulmani con una politica paternalistica. Benché tale politica – giudicata troppo favorevole agli “indigeni” – incontrò l’ostilità dei coloni, Napoleone III la perseguì con maggiore determinazione dopo il 1860 e pensò di costruire un “regno arabo” all’interno del paese.

Angelo Tissier, Napoleone III lascia la sua libertà ad Abd-el-Kader al castello di Amboise il 16 ottobre 1852, 1861, olio su tela, 350 × 465 cm, Museo di Versailles (particolare).

Nel 1865 un decreto proclamò francesi tutti gli abitanti dell’Algeria (salvo gli stranieri residenti). Distingueva però tre status: civil (cittadini francesi propriamente detti), musulman (“sudditi” francesi; includeva la maggioranza degli indigeni) e mosaïque (gli Ebrei). A questi ultimi la cittadinanza francese sarà attribuita nel 1870.
La caduta dell’Impero e la disfatta francese contro la Germania, nel 1871, indebolirono l’autorità dei militari. Fu quindi l’occasione per i Cabili di lanciare una vasta insurrezione cui seguì una repressione draconiana: deportazioni, ingenti multe e confische di terreni. Questa situazione comportò un vantaggio per i coloni dopo il 1871: l’introduzione del régim civil, che può essere riassunto in due punti: i Francesi di Algeria, assimilati a quelli della metropoli, partecipavano all’agone politico nazionale e potevano dunque far valere, per l’Algeria, le disposizioni che loro convenivano maggiormente; i musulmani restavano in una posizione subordinata. Era lo “status dell’indigenato”, istituito nel 1881, che sottoponeva i musulmani a una stretta sorveglianza (come il permesso di circolazione).
I militari conservarono l’amministrazione dei Territori del Sud (la parte algerina del Sahara). Il divario giuridico tra coloni e musulmani (l’85% della popolazione nel 1900) si inscriveva nella realtà economica e sociale. Le popolazioni indigene vennero spinte fuori dalle città e dalle zone di colonizzazione agricola. Il popolamento coloniale divenne maggioritario nelle città più importanti (Algeri, Orano, Bona, ecc.), dove predominavano gli impiegati qualificati. Proprietari delle terre migliori, i coloni le sfruttarono in modo intensivo (vigneti, grano tenero, ecc.), mentre i contadini autoctoni, sempre pesantemente tassati, si impoverirono. La politica scolastica non compensava affatto questa disparità: nel 1900 frequentavano la scuola il 3-4% dei bambini musulmani (non supereranno il 9% nel 1944). Si trattava per di più di una scolarizzazione in lingua francese. Una piccola intellighenzia si formò tuttavia all’inizio del XX secolo, composta principalmente da insegnanti.
Durante la Prima Guerra mondiale, 173.000 musulmani algerini combatterono nelle fila francesi; a questi vanno aggiunti 80.000 “lavoratori coloniali” trasferiti nella metropoli. Nel 1918-1919 Parigi varò quindi delle riforme che dispensavano dall’indigenato oltre 400.000 musulmani. Ma erano riforme senza futuro: i coloni si opposero al progetto di concedere la cittadinanza francese ai musulmani francesizzati (per scolarizzazione). Questi ultimi, comunque, continuavano a rivendicare la loro “assimilazione”, senza con ciò rinunciare all’identità musulmana.
La Stella Nord-Africana (ENA, Etoile Nord-Africaine), fondata in Francia nel 1926, rivendicava il suffragio universale e l’indipendenza dell’Algeria. A partire dal 1927, Messali Hajj, un autodidatta nativo di Tlemcen, guadagnò influenza nel movimento e lo trasformò nel 1933 in un partito autonomo, perseguitato e sciolto più volte. Trovò sostenitori presso gli operai algerini dell’immigrazione. I militanti della Stella cominciarono a trasferirsi in Algeria nel 1935-1936 ed entrarono in competizione con il Congresso musulmano, che riuniva gli Eletti algerini (sostenitori di Ferhāt ‘Abbās), il Partito Comunista Algerino (PCA) e l’Associazione degli ulema (fondata nel 1931 dai “riformatori” musulmani in cui spicca la figura modernista di ʿAbd al-Ḥamīd Ben Bādīs).

Negli anni ’30, i membri della Star del Nord Africa si ritrovarono nei caffè parigini. Molti parteciperanno agli scioperi del Fronte popolare.

Nel 1937, Messali diede vita al Partito del Popolo Algerino (PPA), immediatamente sciolto dal governo francese. Il PPA, clandestino, restò comunque il partito di Messali e il simbolo del nazionalismo algerino. Messali sarà più volte arrestato e poi liberato, ma ciò non ne comprometterà l’autorità.
Ferhāt ‘Abbās pubblicò nel 1943 il Manifesto del popolo algerino, che reclamava uno Stato algerino autonomo e l’uguaglianza politica dei suoi residenti. Nel 1944 il generale de Gaulle dichiarava che tutti gli abitanti erano cittadini francesi, ma la piena cittadinanza venne concessa solo a 65.000 persone. Ferhāt ‘Abbās creò allora l’associazione degli Amici del Manifesto e della Libertà (AML), in cui si infiltrò presto il PPA (clandestino). Abbas assunse un tono sempre più radicale tanto da far pensare che progettasse un’insurrezione. L’8 maggio 1945, il giorno della capitolazione della Germania nazista, ebbero luogo in tutto il paese manifestazioni per celebrare la vittoria dell’Europa nel segno della democrazia e della giustizia per l’Algeria. Spiccato divenne il tono indipendentistico, sottolineato anche emotivamente dal fiorire di tanti stendardi bianco-verdi, l’insegna di ʿAbd al-Qāder destinata a diventare la bandiera della nazione algerina. A Sétif (Costantina) le manifestazioni degenerarono quando un ufficiale della polizia francese uccise un arabo che sventolava uno di questi vessilli. La parata dei sentimenti degli algerini affinché i francesi prendessero atto della svolta in corso si tramutò in una sollevazione tanto spontanea quanto cruenta, incontrollata, contro tutto ciò che simboleggiava la dominazione e il potere coloniale, con un bilancio pesante di vittime fra la popolazione francese, coloni e funzionari (102 morti), e violenze incalcolabili a danno di edifici di Sétif e della vicina Guelma.
Al primo atto di “ribellione” dell’Algeria moderna seguì il primo premeditato massacro di cui il colonialismo francese doveva macchiarsi nell’ora della Quarta Repubblica. Le autorità proclamarono lo stato d’assedio e incaricarono reparti armati agli ordini del generale Raymond Duval di eseguire la repressione, che oltrepassò largamente il semplice ripristino dell’ordine, sebbene l’irata reazione della popolazione algerina si fosse spenta con la stessa subitaneità con la quale era esplosa. Più di 40 villaggi furono bombardati e distrutti, i quartieri arabi di Sétif e di altre città vennero incendiati, a centinaia caddero i fucilati senza processo, con 4650 arrestati, vendette sommarie, saccheggi; secondo valutazioni ufficiali da parte francese la repressione costò agli algerini circa 1500 morti, ma fonti militari parlano di 6-8 mila morti e le fonti nazionaliste sostengono che non meno di 45 mila algerini perirono sotto la furia francese. Nella realtà, e per la memoria collettiva e del movimento nazionale, fra le due comunità residenti Algeria si era scavata una fossa che non sarebbe stato più possibile colmare.

Presentazione della Legion d’onore al Capitano Oscar Lefebvre del Generale d’Hauteville, Capo della Regione di Marrakech.

Nel 1946, con la creazione dell’Unione Democratica del Manifesto Algerino (UDMA), Ferhāt ‘Abbās conservava il principio di collaborazione con la Francia in vista della creazione di uno Stato algerino. Messali Hajj, invece, fondava il Movimento per il Trionfo delle Libertà Democratiche (MLTD), che si dotò di un braccio armato clandestino: l’Organizzazione Speciale (OS). Lo statuto organico dell’Algeria, adottato nel 1947, definì il paese come un “gruppo di dipartimenti francesi”, dotandolo di un’Assemblea di 120 membri: 60 per il collegio di cittadini francesi di status civil, tra cui si trovano solo pochi Algerini francesizzati che avevano optato per tale status, e 60 per il collegio dei “cittadini sotto status locale”, cioè musulmano (il 90% della popolazione).
Tra il 1951 e il 1953 il MLTD entrò in crisi e si divise: la corrente maggioritaria del comitato centrale (“centralisti”) contestava l’autoritarismo di Messali Hajj, il cui prestigio era forte fra gli emigrati. L’OS era divisa, ma i suoi militanti più attivi pensavano di poter superare la crisi interna con l’insurrezione.
Tra la mezzanotte e le due del mattino del 1 novembre 1954, l’Algeria venne svegliata da una serie di esplosioni: dalla regione di Costantina a quella di Orano, incendi e attacchi di gruppi ribelli rivelarono l’esistenza di un movimento preparato e coordinato. Algeri, Boufarik, Bouira, Batna e Khenchela vennero colpite da una serie di trenta attentati, praticamente simultanei, contro obiettivi militari o di polizia.
Lo stesso giorno un’organizzazione sino ad allora sconosciuta rivendicò tutte le operazioni militari: il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN). Questa ribellione era diretta da una centrale interna composta da sei uomini: Lardi Ben M’Hidi, Didouche Mourad, Rabah Bitat, Krim Belkacem, Mohamed Boudiaf, Mostefa Ben-Boulaïd. La rappresentanza esterna, che aveva sede al Cairo, era garantita da Hocine Aït Ahmed, Ahmed Ben Bella e Mohamed Khider.
Le autorità francesi vennero colte di sorpresa da questa ondata di violenza: tuttavia l’eventualità di abbandonare un territorio che le apparteneva da centotrenta anni, ancora prima dell’annessione della Savoia (1860), non fu nemmeno presa in considerazione da Parigi. La scoperta del petrolio e la scelta di servirsi delle immense distese del Sahara per l’avvio di sperimentazioni nucleari o spaziali furono ulteriori motivazioni di attaccamento a questa terra e a procedere alla repressione del movimento indipendentista.
«L’Algeria è francese da molto tempo. Non ci sono possibilità di secessione» affermò il 12 novembre il presidente del Consiglio Pierre Mendès France, di fronte al parlamento. Il ministro dell’Interno, François Mitterand, aggiunse: «la mia politica sarà definita da queste tre parole: determinazione, fermezza, presenza».
Dal canto suo l’ufficio politico del Partito Comunista Francese dichiarava che: «Il Partito non saprebbe approvare il ricorso ad atti individuali suscettibili di fare il giuoco dei peggiori colonialisti se non addirittura da lor stessi fomentati» (9 novembre 1954) . Nonostante questo militanti comunisti, in particolare sulle montagne dell’Aurès, si unirono ai resistenti algerini sin dal mese di novembre. Solo alcune organizzazioni anarchiche e trotzkiste si pronunciarono, in Francia, apertamente a favore dell’indipendenza algerina. Va menzionato a questo proposito, l’impegno profuso nella causa indipendentista dal trotzkista di origine greca Michel Pablo (al secolo Michalis Raptis, 1911 – 1996), divenuto in seguito consigliere politico di Ben Bella, arrestato in Olanda per aver organizzato una rete di sostegno che forniva al FLN algerino passaporti e perfino franchi falsi. Pablo contribuì a mettere in piedi con militanti operai della Quarta Internazionale (tra cui diversi latinoamericani e in particolare argentini) una piccola fabbrica che produsse alcune migliaia di fucili mitragliatori, semplici ma efficienti. Molti di quei militanti restarono in Algeria anche dopo l’indipendenza.
Nonostante i rinforzi mandati da Parigi nell’agosto del 1955, la rivolta si propagò abbracciando tutto il nord della regione di Costantina, provocando una reazione molto dura da parte francese. Apparve del tutto chiaro che era ormai impossibile circoscrivere ad atti di terrorismo isolato quella che era diventata a tutti gli effetti una vera e propria guerra. Mentre i Francesi d’Algeria ricevevano da Parigi un aiuto militare crescente (400.000 uomini), un numero sempre più ampio di musulmani si riconosceva nel FLN: i “centralisti” si unirono al Fronte nel 1955, i membri dell’UDMA (tra cui Ferhāt ‘Abbās) l’anno dopo. Restarono invece ai margini quelli che Messali raggruppò nel Movimento Nazionale Algerino (MNA).
Il 2 gennaio 1956 il Fronte Repubblicano, composto da socialisti, radicali e una parte di gollisti, vinse le elezioni legislative in Francia.
A guidare il governo sarà chiamato il socialista Guy Mollet, che fonderà un esecutivo a direzione socialista e a partecipazione radicale, con Mendès France Ministro di Stato, François Mitterrand Ministro della Giustizia e Maurice Bourgès-Maunoury Ministro della Guerra.
Il 9 febbraio 1956 Guy Mollet nominò ministro dell’Algeria Robert Lacoste, ex resistente ed esponente socialista. Appena entrato in carica Lacoste presentò all’Assemblée nationale un progetto di legge che «autorizza il governo a mettere in atto in Algeria un programma di crescita economica, di sviluppo sociale e riforma amministrativa, e che gli consente di disporre di tutte le misure eccezionali per garantire il ritorno all’ordine, la protezione delle persone e delle cose, la salvaguardia del territorio».
Con una serie di decreti approvati tra il marzo e l’aprile del 1956, che consentiranno un rafforzamento delle operazioni militari e una chiamata alle armi “generalizzata” in caso di necessità, l’Algeria venne divisa in tre zone (zona di pacificazione, zona di operazioni e zona vietata), in ciascuna delle quali si muoverà un corpo d’armata specifico. Nelle zone di operazioni l’obiettivo era “l’annientamento dei ribelli”; nelle zone di pacificazione era prevista la “protezione” delle popolazioni europee e musulmane, e l’obiettivo prioritario dell’esercito era quello di sopperire alle carenze amministrative. Le zone vietate saranno invece evacuate, la popolazione sarà concentrata in “campi di accoglienza” e presa in custodia dall’esercito.
Il 12 marzo il parlamento approvò a stragrande maggioranza (455 voti favorevoli e 76 contrari) questa legge sui poteri speciali che implicava anche la sospensione di gran parte delle garanzie di libertà individuale in Algeria. Il PCF votò in favore di questa legge. I poteri speciali rappresentarono la svolta decisiva di una guerra che la Francia aveva deciso di combattere fino in fondo.
L’11 aprile vennero richiamati i riservisti (disponibles): decine di migliaia di soldati attraversarono il Mediterraneo.
Gli animatori della rivista “Le Temps modernes”, fondata da Jean-Paul Sartre, presero le distanze dal voto parlamentare, annunciando cupi scenari: «La sinistra, per una volta unanime, ha votato a favore dei “poteri speciali”, questi poteri assolutamente inutili per il negoziato ma indispensabili per il proseguimento e l’inasprimento della guerra. Questo voto è scandaloso e rischia di essere irreparabile». In effetti sarà proprio così.
Il 16 marzo 1956, quattro giorno dopo i poteri speciali, i primi attentati del FLN colpirono anche Algeri; Robert Lacoste, ministro residente e governatore generale dell’Algeria, impose allora il coprifuoco alla città, che venne pattugliata giorno e notte dalle forze dell’ordine. In Francia si tennero le ultime, sparute, manifestazioni spontanee nei pressi delle stazioni e delle caserme contro la partenza dei richiamati. L’opinione pubblica non vedeva di buon occhio il prolungamento del servizio militare (portato a ventotto mesi). In Algeria la situazione continuava a deteriorarsi: il terrorismo si diffuse a macchia d’olio, il FLN organizzò scioperi a Orano in febbraio e ad Algeri in maggio. La dispersione delle truppe francesi e il loro modesto addestramento le resero vulnerabili alle imboscate: a Palestro, il 18 maggio, venti soldati, giovani parigini richiamati alle armi, caddero sotto i colpi degli uomini del commando “Al Khodja” dell’ALN, aiutati dalla popolazione locale. L’unico sopravvissuto venne liberato dai paracadutisti cinque giorni dopo.
La progressione della lotta del Fronte di Liberazione Nazionale trascinò lo Stato francese in una crisi rovinosa, di cui la crescente instabilità ministeriale fu solo l’indice esterno più rivelatore. L’uso spregiudicato dei mezzi repressivi più raffinati, la tortura come norma praticata dai servizi di sicurezza non solo per strappare informazioni ma per ridurre il colonizzato a “oggetto”, i poteri speciali e la politicizzazione dei comandi militari vittime della distorsione mentale che identificava il “nazionalismo” dei paesi coloniali con “l’avamposto del comunismo internazionale” dando alla guerra in corso in Algeria una rilevanza planetaria, il credito in Algeria e nella madrepatria per tutte le idee più retrive sulla grandezza della Francia da preservare contro i “ribelli”, inquinarono in misura irreparabile il clima politico della Francia, seminando i germi di una pericolosa involuzione. Il dogma “dell’Algeria francese” stava producendo una specie di “esercito ombra” in cui trovarono asilo tutti gli individui dell’ultra-colonialismo, pronti a cospirare contro la Francia con l’aiuto dei comandi delle forze armate o almeno delle polizie parallele.
Il 27 dicembre 1956 Amédée Froger, presidente della federazione dei sindaci d’Algeria e attivo portavoce dei coloni europei, venne assassinato ad Algeri. L’indomani, al termine dei suoi funerali, si scatenò una vera e propria caccia all’uomo che provocò numerose vittime tra i musulmani. La tensione tra gli europei e gli algerini musulmani era massima. Il governo generale, guidato da Robert Lacoste, decise di reagire e, facendo ricorso ai “poteri speciali”, votati nel marzo 1956, affidò la “pacificazione” di Algeri al generale Jacques Massu, comandante della 10ª divisione paracadutisti.
Il 7 gennaio 1957, 8 mila parà entrarono in città con il compito di eseguire una missione di polizia; la “battaglia di Algeri” ebbe inizio. Il 9 e 10 gennaio due esplosioni crearono il panico in due stadi di Algeri, ma l’orrore raggiunse l’apice il 26 ottobre dello stesso mese: a qualche minuto di distanza, due bombe esplosero nel pieno centro di Algeri, la prima al bar L’Otomatic, la seconda nella brasserie Coq hardi. Due algerini musulmani vennero linciati da una folla, esasperata, di europei. Il 28 gennaio, in corrispondenza con il dibattito sull’Algeria all’Onu, il FLN indisse uno sciopero generale di otto giorni, che però l’esercito stroncò con una spettacolare azione di forza: elicotteri atterrarono sulle terrazze della Casbah, i quartieri musulmani della città vennero isolati con recinzioni di filo spinato e illuminati giorno e notte con potenti proiettori.

Soldati francesi durante la battaglia d’Algeri. Celebre il filone cinematografico transalpino sulla tematica.

Il generale Massu, che disponeva di poteri di polizia sulla città, ebbe l’incarico di riportare l’ordine, di smantellare la “zona autonoma di Algeri” (Zaa) controllata dal FLN e diretta da Yacef Saadi, situata principalmente all’interno della Casbah; il FLN vi disponeva di una vera e propria organizzazione, valutata approssimativamente attorno ai 5 mila militanti. Il terrorismo dei ribelli algerini giustificava il ricorso a qualsiasi mezzo per riportare l’ordine: gli uomini di Massu eseguirono perquisizioni e arresti di massa, schedarono ogni potenziale nemico e, all’interno dei “centri di transito e identificazione”, situati nella periferia della città, praticavano la tortura. Il leader del FLN, Larbi Ben M’Hidi, venne arrestato il 17 febbraio e sarà, in seguito, “suicidato”. Gli interrogatori “molto approfonditi” diedero i primi risultati.
La battaglia di Algeri fu davvero “sangue e merda”, secondo la celebre espressione del generale Marcel Birgeaud; un orribile scontro in cui da un lato le bombe falciavano decine di europei, mentre dall’altro i parà tentavano di venire a capo delle reti di resistenti, scoprirono covi, snidarono i capi del FLN nascosti in città. I loro mezzi? Elettricità, bacinelle d’acqua, botte. C’erano sadici tra i torturatori, certo, ma molti ufficiali, sotto-ufficiali, e soldati vivranno per tutto il resto della loro vita con questo incubo. Il numero degli attentati scese dai 112 di gennaio ai 39 di febbraio, ai 29 di marzo: la centrale di comando del FLN, diretta da Abane Ramdane, venne obbligata a lasciare la capitale e Massu conseguì così una prima vittoria.
Il 28 marzo 1957 il generale Paris de Bollardière chiese di essere rimosso dal proprio incarico: non ammetteva il ricorso alla tortura, che aveva conosciuto e combattuto all’epoca dell’occupazione tedesca. Il cappellano militare della 10ª divisione gli rispose dichiarando che: «non si può lottare contro la guerriglia rivoluzionaria se non servendosi di metodi di azione clandestina». Il generale sarà punito con sessanta giorni di carcere, il 15 aprile 1957.
All’inizio di giugno ricominciarono gli attentati: il 3 dello stesso mese una bomba esplose vicino alla fermata di un autobus; il 9 fu la sala di ballo di un casinò che venne fatta saltare in aria in un attentato che provocò 8 morti e 92 feriti. La repressione riprese, aiutata stavolta da una rete di militanti “pentiti” (i cosiddetti “bleus de chauffe”) che diretta dal capitano Léger, si infiltrò all’interno del FLN e permise l’arresto di numerosi dirigenti. Yacef Saadi venne arrestato il 24 settembre 1957; Ali La Pointe, il suo vice, circondato, si suicidò nel suo nascondiglio per evitare l’arresto. La “battaglia di Algeri” era finita. La popolazione europea riscoprì il piacere di andare al mare e al ristorante, rendeva omaggio ai suoi nuovi eroi, un idillio che durerà sino al 13 maggio 1958.
Le reti del FLN furono distrutte, migliaia di algerini furono arrestati o vennero dati per dispersi, ma questa vittoria militare si accompagnò a una profonda crisi morale. Il 12 settembre 1957 Paul Teitgen, segretario generale della prefettura di Algeri, si dimise in segno di protesta contro i metodi utilizzati dal generale Massu e dai paracadutisti, denunciando la scomparsa di 3.024 persone. Il “dibattito” sulla tortura dividerà la Francia.
Nel 1958 divenne ormai chiaro che la superiorità militare francese non era decisiva. La maggioranza dei Francesi d’Algeria, tuttavia si opponeva a qualsiasi negoziato: questo portò alla crisi del 13 maggio 1958 e all’ascesa del generale de Gaulle, a Parigi. L’esercito francese lottava contro la guerriglia rinchiudendo oltre due milioni di contadini nei campi, mentre alle frontiere gli sbarramenti elettrificati impedivano l’approvvigionamento di armi all’ALN, che ciononostante proseguì la sua azione di resistenza.
Il conflitto assunse allora una dimensione tutta politica, anche sulla scena internazionale. Nel 1959 il generale de Gaulle riconobbe il diritto all’autodeterminazione, promuovendo un’associazione con la Francia, ma il FLN, al contrario, esigeva il riconoscimento dell’indipendenza. Il Governo Provvisorio della Repubblica Algerina (GPRA), creato nel 1958 e presieduto da Ferhāt ‘Abbās, ebbe il compito di difendere questa posizione all’estero e presso le Nazioni Unite. I negoziati si fermarono nel 1960, ma ripresero nel 1961 e si conclusero nel marzo del 1962 con gli accordi di Evian. Fu allora che scoppiò l’ultima fase del conflitto. L’OAS (Organizzazione Armata Segreta), animata da Francesi d’Algeria e ufficiali ribelli, iniziò una violenta campagna terroristica contro gli Algerini e Francesi liberali, che provocò la reazione del FLN. Circa un milione di Francesi d’Algeria (anche noti come “pieds-noirs” dal soprannome che gli indigeni avevano dato nel 1830 alle prime truppe d’invasione che calzavano stivaletti neri) lasciò immediatamente il paese. L’Algeria ottenne l’indipendenza in luglio.
Divenuta indipendente, l’Algeria si ritrovò in una situazione difficilissima. I coloni europei, che costituivano l’ossatura della vita economica, se ne erano andati. Inoltre, i sette anni di guerra avevano decimato l’intellighenzia algerina e moltiplicato le distruzioni. Gli uomini che andarono al potere nel 1962 erano prima di tutto comandanti militari, sopravvissuti non solo ai combattimenti, ma anche alle terribili lotte tra algerini (in particolare quella tra FLN e MNA).
Dopo gli accordi di Evian, il FLN si divise: Benyoucef Benkhedda, presidente del GPRA dal 1961, si contrappose ad Ahmed Ben Bella, uno dei fondatori del FLN, imprigionato in Francia dal 1956 al 1962. Il primo si installò ad Algeri nel giugno del 1962, mentre il secondo si alleò con il colonnello Houari Boumédiène, capo di stato maggiore dell’ALN alle frontiere a partire dal 1960. Nel corso dell’estate, si verificarono violenti regolamenti di conti che fecero temere la degenerazione nella guerra civile. Ben Bella e Boumédiène ebbero però la meglio e un’Assemblea dichiarò in settembre la “Repubblica algerina democratica e popolare”. La Costituzione del 1963 instaurò un regime presidenziale e trasformò il FLN in partito unico. La scelta ideologica verso il socialismo era già scritta in diversi documenti del FLN. Del resto quasi tutte le ex colonie che hanno lottato per l’indipendenza fecero quella scelta (molto spesso a parole) appoggiandosi ai paesi socialisti, in contrapposizione ai dominatori capitalisti dell’Occidente. In Algeria comunque solo la fuga dei coloni europei permise la nascita spontanea dell’autogestione in agricoltura. I fellāḥs (contadini) che erano rimasti senza padrone ebbero due scelte: o smettere di coltivare e morire di fame, oppure organizzarsi e continuare il loro lavoro in comitati di gestione. Certo mancava il “know how” del vecchio proprietario e molti errori furono commessi per ignoranza e imperizia. Ma ormai la scelta socialista era nei fatti, nata da una situazione di emergenza che a poco a poco toccò anche altri settori produttivi. Con i decreti del marzo 1963 il neoeletto presidente Ben Bella, si limitò a riconoscere e a legalizzare una situazione di fatto che si era venuta a creare suo malgrado.
Il governo di Ahmed Ben Bella (uno dei sette leader storici della rivoluzione e il più radicale, per cinque anni detenuto nelle carceri francesi) durò due anni, considerando anche il periodo in cui fu eletto Presidente della Repubblica. Ma il suo pugno di ferro e il palese tentativo di instaurare un potere personale gli costarono l’inimicizia degli altri capi algerini. Ben Bella fu deposto e arrestato nel giugno 1965 con un colpo di Stato organizzato dal suo Ministro della Difesa, il generale Houari Boumédiène.

Questa foto del 15 aprile 1964 mostra poi il ministro dell’Economia di Cuba, Ernesto “Che” Guevara, a sinistra, con il presidente dell’Algeria Ahmed Ben Bella all’aeroporto di Algeri.

Ben Bella fu trasferito in una località segreta nel deserto, liberato ed esiliato solo nel 1980. Cercò qualche anno dopo di tornare alla vita politica ma senza successo. L’11 aprile 2012 si ebbe la notizia della sua morte: una vita spesa in carcere, prima dei francesi, poi dei suoi connazionali, infine in esilio. L’opzione socialista continuò anche se in forme un po’ diverse per alcuni anni; poi si imposero scelte miste o solo capitaliste.
Facendo leva sull’esercito, Boumédiène intendeva forgiare uno Stato forte, socialista e arabo, sotto un regime a partito unico (il FLN). Nel 1971, per finanziare un grande programma di industrializzazione, nazionalizzò le risorse di idrocarburi. Allo stesso tempo promosse una politica volta all’arabizzazione dell’insegnamento. Nel 1976 Boumédiène fece adottare una Costituzione che legalizzava il proprio potere. Venne eletto presidente della Repubblica nello stesso anno, ma morì nel 1978 a causa di una rara malattia del sangue.
L’esercito scelse il colonnello Chadli Bendjedid come successore di Boumédiène. Sembrò profilarsi una distensione, ma si trattò piuttosto di una rimessa in causa del progetto socialista, che non compromettesse il dirigismo statalista da cui traevano profitto l’esercito e la burocrazia. Dal 5 al 10 ottobre 1988 ebbe luogo la “guerra della semola” o “guerra del cous-cous”, chiamata così a causa della carenza di beni di prima necessità, tra cui il piatto tradizionale maghrebino. Il presidente Chadli Benjedid non esitò a reprimere la protesta con i carri armati compiendo un vero eccidio: 162 morti e migliaia di feriti.
La rivolta sfociò comunque in un referendum sulla riforma costituzionale e in un’elezione presidenziale a favore di Bendjedid, che aprì la strada ad un processo democratico e al multipartitismo, ma anche ai movimenti integralisti islamici più radicali, che poco dopo prenderanno il sopravvento.
Il 23 febbraio 1989 venne approvata una nuova Costituzione, la terza dall’indipendenza. L’apparato ideologico della rivoluzione venne abrogato e scomparirono tutti i riferimenti al socialismo e al primato del Fronte di Liberazione Nazionale. Vennero introdotti molti articoli sulla garanzia e la difesa della libertà.
Alle elezioni locali regionali del 1990, il Fronte Islamico di Salvezza (FIS) superò il FLN. Al primo turno delle elezioni per il parlamento, tenutesi nel dicembre del 1991, il FIS ottenne il 47,3% dei suffragi contro il 23,4% del FLN. I militari reagirono subito: ottenute le dimissioni di Bendjedid nel gennaio 1992, interruppero il processo elettorale, proclamarono lo stato d’assedio e sciolsero il FIS. Mohamed Boudiaf, uno dei leader storici della guerra d’indipendenza, all’opposizione e in esilio, venne eletto capo di Stato, ma morì assassinato nel luglio del 1992.
Nel 1992 gli islamisti intrapresero una guerriglia contro l’esercito algerino in numerose zone di montagna. Fondato nel 1993, il Gruppo Islamico Armato (GIA), si macchiò di numerosi crimini nei confronti della popolazione civile e straniera residente nel paese. Il generale Liamine Zéroual andò al potere nel 1994. Quando il GIA iniziò a intensificare gli attentati, i sostenitori del FIS formarono l’Esercito Islamico di Salvezza (AIS). I militari risposero con estrema brutalità. Zéroual venne eletto presidente della Repubblica nel 1995 e l’anno successivo, con un referendum, fu approvata una nuova Costituzione: il potere presidenziale venne rafforzato. Le autorità crearono delle milizie (“i patrioti”) per combattere gli islamisti, mentre degli scontri videro contrapposti l’AIS al GIA. A partire dall’aprile del 1997, il GIA compì massacri di civili su larga scala, in particolare a sud di Algeri. Queste atrocità portarono l’AIS a proclamare un cessate il fuoco unilaterale, in seguito al quale lo stesso GIA si divise. Zéroual rassegnò le dimissioni e Abdelaziz Bouteflika (un vecchio collaboratore di Boumédiène) venne eletto presidente nell’aprile del 1999. L’AIS si sciolse nel 2000. Lo stesso anno un referendum approvò un amnistia, in seguito alla quale il GIA si smembrò. Si stima che dal 1991 al 2002, il conflitto abbia provocato tra le 150.000 e le 200.000 vittime. La guerra risparmiò quasi integralmente i pozzi e l’intero apparato per il trasporto e la commercializzazione di petrolio e gas. Sembrò non dispiacere a nessuno, né in Algeria e neppure in Europa o in America, se a vent’anni dalla morte le scelte ambiziose di Houari Boumédiène, il colonnello austero dall’aria triste che si votò a fare dell’Algeria una potenza economica sulla sponda sud del mediterraneo “seminando” il petrolio attraverso le cosiddette “industrie industrializzanti”, fossero svanite nel nulla e l’Algeria fosse tornata alla situazione di “monocoltura” che si imputava all’ordine coloniale. Nel 2004 Bouteflika venne rieletto presidente con l’85% dei voti. L’anno successivo venne approvata con un referendum una nuova amnistia, molto controversa a causa della sua ampiezza.
L’anno precedente alle cosiddette “Primavere arabe” fu contrassegnato da un sensibile aumento dei moti in tutto il paese: nel corso dei primi undici mesi del 2010 la polizia era dovuta intervenire in più di centomila operazioni di mantenimento dell’ordine a seguito delle richieste provenienti dalle autorità amministrative delle wilaya.

Il presidente generale dell’Algeria Liamine Zeroual e il colonnello Muammar Gheddafi al 25 ° anniversario della celebrazione della rivoluzione libica, Tripoli, 1 settembre 1994.

Uno stato latente di rivolte, che testimoniava una profonda sfiducia nei confronti dello stato e della sua gestione della rendita. Si trattava di moti animati da giovani disoccupati (ad Annaba nell’Est del paese) oppure causati dalla lista di beneficiari degli alloggi popolari – assegnati all’interno di un vasto programma governativo di eradicazione delle bidonville soprattutto in quartieri poveri della capitale, come il celebre Bab el-Oued (dove peraltro proprio per la mancanza di infrastrutture erano morte circa 900 persone in un inondazione del 2001) – che determinava esclusioni e quindi rivalse e ribellioni. Il mese di dicembre 2010 era stato poi contrassegnato da violenti moti contro il rincaro dei generi di prima necessità ad Algeri.
La rivolta in Tunisia che costrinse alla fuga all’estero il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, il 14 gennaio 2011, portò tutti gli osservatori a rivolgere lo sguardo verso l’Algeria: disoccupazione, marginalizzazione dei giovani, mancanza di sbocchi lavorativi per i diplomati e i laureati, un sistema politico impenetrabile e auto-riferito o ancora l’assenza di spazi di aggregazione e divertimento (concerti, cinema, librerie e biblioteche, musei) ne facevano la più probabile pedina del domino prossima a cadere sotto la forza dirompente delle Primavere arabe. Mai previsione fu più sbagliata: il regime non solo fu in grado di evitare il “contagio”, ma uscì rafforzato dalla resistenza a un movimento per la “democrazia” che fu ricondotto allo schema sicuro – nel quale la maggioranza della popolazione di fatto non faticò a riconoscersi – del complotto internazionale ordito contro l’Algeria da ipotetiche potenze straniere (gli imperialisti? Il Qatar?) che volevano usurparne l’indipendenza importandovi delle rivoluzioni posticce. Il regime seppe sfruttare le legittimità immateriali (quella rivoluzionaria derivante dalla guerra di liberazione e quella ottenuta dalla guerra antiterroristica) e la legittimità materiale (la rendita petrolifera) per resistere, mantenere il controllo della situazione e superare indenne la fase turbolenta che dal 2011 sconvolse l’intera regione. Alcuni aggiustamenti furono necessari per tamponare la situazione ed evitare il collasso. Innazitutto, per placare i moti che sostanzialmente proseguirono sull’onda di quelli del 2010, anche galvanizzati dal movimentismo della vicina Tunisia, furono allargati i lacci della borsa della rendita petrolifera concedendo aumenti di salari, accordando prestiti per la creazione di imprese giovanili e per gli alloggi e facendo dietrofront sul controllo del mercato informale. Come ogni Rentier State, l’Algeria – le cui esportazioni e quindi le entrate erano ancora nel 2011 monopolizzate dalla vendita degli idrocarburi – non aveva mai avuto bisogno delle imposte dei cittadini per reggere l’intera macchina statale, riuscendo a garantire un generoso welfare (scuola e sanità gratuite, alloggi popolari, sussidi per generi elementari e per rifornimenti di carburante, prestiti finanziari). In più le riserve estere (più di 180 miliardi di dollari alla fine del 2011, unitamente al fondo di regolazione delle ricette di circa 75 miliardi di dollari) offrivano allo stato un margine di autonomia considerevole che gli permetteva di “comprare la pace sociale” nei momenti di massimo scontento popolare, come fu il caso del 2011.
A differenza di Tunisia, Egitto e Libia, in seguito alla promessa di provvedimenti volti al miglioramento delle condizioni di vita, i disordini di Algeri tra il 2010 e il gennaio 2011, che avevano già causato 5 morti e 800 feriti, si arrestarono.
Tratta in salvo “dall’orlo dell’abisso”, l’Algeria continua a essere guidata da un sistema di potere che, pur nelle sue divisioni interne, fino a oggi ha dato prova di compattezza e resilienza. Ma è una stabilità meno solida di quanto possa sembrare: le difficili condizioni economiche, politiche e sociali vissute quotidianamente da milioni di algerini sono lì a dimostrare che il paese non è ancora al sicuro.

 

Per approfondimenti:
_G. Calchi Novati , C. Roggero, Storia dell’Algeria indipendente. Dalla guerra di liberazione a Bouteflika, Bompiani, Milano, 2018;
_B. Stora, La guerra d’Algeria, il Mulino, Bologna, 2009;
_E. Rogati, Le origini del socialismo algerino, Albatros, Roma, 2016;
_M. Egretaud, Réalité de la Nation Algérienne, Éditions sociales, Parigi 1957;
_F. Fanon, Scritti politici – volume II. L’anno V della rivoluzione algerina, Roma, Derive Approdi, 2007;
_R. Rainero, Storia dell’Algeria, Sansoni, Firenze, 1959;
_G. Mansell, La tragedia d’Algeria, Edizioni di Comunità, Ivrea, 1961;
_F. Catalluccio, Formazione della nazione algerina, Ispi, Milano 1961;
_M. Boudiaf, Où va l’Algérie?, Librairie de l’Étoile, Parigi, 1964
10. S. Yaacef, Souvenirs de la Bataille d’Alger, Julliard, Parigi, 1962;
_H. Alleg (a cura di), La guerre d’Algérie, Temps Actuels, Parigi, 1981;
_E. Rogati, La seconda rivoluzione algerina, Opere nuove, Roma 1965;
_R. Ainad-Tabet, Le mouvement du 8 mai 1945 en Algérie, Office des Publications universitaires, Algeri, 1985;
_Y. Courrière, La guerre d’Algérie. Tome 1, 1954-1957, Les fils de la Toussaint, Fayard, Parigi, 1968;
_J. C. Vatin, L’Algérie politique. Histoire et société, Presses de la Fondation nationale des sciences politiques, Parigi, 1983;
_W. G. Andrews, French Politics and Algeria: The Process of Policy Formation, 1954–1962, Appleton-Century-Crofts, New York, 1962;
_L. Maitan, Per una storia della IV internazionale. La testimonianza di un comunista controcorrente, Roma, Alegre, 2006;
_H. Alleg, La question, Ed. de Minuit, Parigi, 1958;
_N. Farelière, Le Désert à l’aube, Ed. de Minuit, Parigi, 1960;
_M. Impagliazzo, Duval d’Algeria, Edizioni Studiorum, Roma, 1994;
_M. Impagliazzo, M. Giro, Algeria in ostaggio. Tra esercito e fondamentalismo: storia di una pace difficile, Guerini e Associati. Milano, 1997;
_M. Reggui, Les massacres de Guelma Algérie, mai 1945 : une enquête inédite sur la furie des milices coloniales, La Découverte, Parigi, 2006.

 

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Talleyrand: un animale politico per tutte le stagioni

Talleyrand: un animale politico per tutte le stagioni

di Giuseppe Baiocchi del 10/10/2018

Probabilmente nessun uomo politico più di Charles Maurice Talleyrand è riuscito ad attraversare indenne cambiamenti epocali come quelli intercorsi tra la Rivoluzione francese, il regime napoleonico e l’età della restaurazione, riuscendo sempre a trarre vantaggio da ogni circostanza, e senza mai perdere il ruolo da protagonista che era stato capace di costruirsi nel corso degli anni.

François Gérard, Charles-Maurice, Principe di Talleyrand (particolare),1808.

Nacque nel 1754 da una importante famiglia della nobiltà francese, dove l’impresa della casata intitolava Re qué Diou (nient’altro che Dio): zoppo dalla nascita a causa di un incidente, per camminare dovette sempre ricorrere ad una ingombrante protesi metallica, e a causa di questo non poté intraprendere la carriera militare, da sempre intrapresa dai membri della sua famiglia.
I familiari decisero dunque di avviarlo alla carriera ecclesiastica, dove avrebbe, secondo loro, trovato riparo dalle difficoltà che la sua malformazione gli avrebbe senza dubbio procurato. Nel 1779 venne ordinato sacerdote e grazie al suo alto rango ricoprì da subito posizioni di grande rilevanza: fu dapprima nominato abate di Saint-Remy a Reims, e successivamente, nel 1788, divenne vescovo di Autun. Tutto questo, nonostante il suo comportamento fosse tutt’altro che irreprensibile: egli amava infatti la bella vita, frequentava i salotti dell’aristocrazia e intratteneva regolarmente rapporti amorosi con diverse donne sposate. Ma per capire l’Io del personaggio in questione, bisogna innanzi tutto carpirne lo stato d’animo: egli è appartenuto all’epoca del “piacere di vivere”, dove ha conosciuto le raffinatezze o gli eccessi di quel bel mondo, il danaro, i sensi, l’amore, il gioco, gli intrighi d’alcova, il tutto rivestito da una vernice di eleganza che pareva salvare ogni cosa ed era invece la peggiore delle corruzioni. Ma da questo a tradire – per assicurarsi una fortuna – la sua classe, gli amici, il re, Dio, la distanza è grande; bisogna che in questa serie di tradimenti si intraveda la vendetta di un grande delitto di cui ha creduto di essere vittima. Ad un suo caro amico asserirà: «Vogliono fare di me un prete ebbene, vedrete che faranno di me un pessimo soggetto! Se ne pentiranno! Mi hanno costretto ad essere sacerdote». Qui è il suo intimo segreto: il sacramento ricevuto senza la fede e nella ribellione del cuore ha plasmato, de facto, un individuo costretto per tutta la sua vita a fare di necessità virtù.
L’incontro con il duca Étienne François di Choiseul (1719 – 1785), relegato da quattordici anni in un superbo esilio confinato a Chanteloup, lo segnerà sotto il profilo geopolitico. L’antico politicante francese lo istruì nell’arte del “grande giuoco” della diplomazia dell’Ancien Regime. In particolar modo il duca di Choiseul aveva da sempre preferito il rovesciamento delle alleanze in favore del Regno di Francia, rompendo con la politica che da secoli metteva i Borboni contro la casa d’Austria. Difatti con l’appoggio dell’ex nemica, l’Austria, il diplomatico aveva preparato la rivincita delle disfatte francesi nella Guerra dei sette anni (1756 – 1763); e, per abbattere la grandezza sempre più abbagliante dell’Inghilterra, aveva legato con un “patto di famiglia” i príncipi Borboni di Francia, di Spagna e d’Italia.
Talleyrand da uomo acuto quale era non mancò di cogliere l’ennesimo consiglio del vecchio duca, riguardante il futuro assetto politico della Francia che andava mutando nella nuova epoca.
Da mezzo secolo la Chiesa, davanti ai progressi ogni giorno crescenti nella filosofia, perdeva prestigio di lustro in lustro; il nuovo Regno avrebbe sopportato che un prete la governasse? Questo l’interrogativo. La Francia dopo cinque ministri cardinali: Richelieu, Mazarino, Dubois, Fleury e Bernis; sembrava aver terminato il tempo per un uomo di Chiesa al potere, seppur questo – si raccomandava Choiseul – doveva continuare ad essere un uomo di Corte.
Successivamente, anche le sue scelte politiche contrasteranno notevolmente col ruolo da lui ricoperto: allo scoppio della rivoluzione francese, egli entrò a far parte dell’Assemblea Costituente.
Il passaggio di campo non è casuale, difatti il vescovo si iscrive a tutte le grandi logge massoniche, prima quella dei Philalèthes (culla del Club dei Giacobini), successivamente entrerà a far parte degli Amis réunis, che già raccoglieva i futuri protagonisti della rivoluzione. Lo storico Louis Madelin (1871 – 1956) ne trae una descrizione spietata: «Périgord dal cuore freddo, dall’anima tanto chiusa, calcolatore sempre curvo sui propri calcoli, politico sempre intento alla sua politica, pieno di circospezioni e cautele […] era di quelli che sfruttano l’amicizia, come l’amore, per la soddisfazione di un’ambizione fatta soprattutto di cupidigia».

Da sinistra: Il giuramento di La Fayette alla Fête de la Fédération, 14 luglio 1790. Talleyrand, allora vescovo di Autun, può essere visto all’estrema destra. Scuola francese, XVIII secolo. Musée Carnavalet. A destra: Festa della federazione al Campo di Marte, 14 luglio 1790. Incisione su legno di Helman, da una foto di C. Monet, Pittore del Re.

Fu proprio lui a proporre e a far approvare la decisione di confiscare i beni della Chiesa – grazie ai quali si arricchì notevolmente – provocando lo sdegno della sua diocesi che così affermava: «La vostra apostasia non ha sorpreso nessuno […] Giunto a quel punto di obbrobrio dove nulla può avvilire né denigrare nell’opinione pubblica, non dovevate avere altra aspirazione che quella di perfezionare la vostra iniquità e di raccoglierne i frutti. L’infamia in questo mondo, la dannazione nell’altro: quale retaggio, gran Dio! Ed è vescovo della nostra Santa religione, è un successore degli Apostoli che vorrebbe trascinarci con sé nell’abisso»!
Talleyrand fu anche uno dei promotori della Costituzione Civile del clero che, in pratica, faceva dei preti che l’accettavano dei dipendenti dello Stato. La costituzione civile non fu ideata da Talleyrand, ma egli lavorava per attuarla, dando vita alla chiesa scismatica che ne era nata. Poiché il giuramento era obbligatorio, era logico che anche egli andasse a giurare. Lo fece senza chiasso; all’inizio della seduta del 28 dicembre 1790, mentre pochissimi deputati erano ai loro posti, raggiunse furtivamente la tribuna e, a voce bassa, prestò giuramento, come se sbrigasse una formalità senza importanza. Egli consacrò anche i primi due vescovi fedeli alla Costituzione, e proprio per questo, nel 1791 Pio VI, con il breve Quod aliquanta caritas (10 marzo), espresso il dolore che gli procurava l’atteggiamento del vescovo di Autun, lo dichiarava, in séguito alla sacrilega cerimonia del 24 febbraio, sospeso e scomunicato.
Parallelamente la sua famiglia naturale lo rinnegava: lo zio, arcivescovo di Reims, avendo rifiutato di giurare, era partito in esilio.
In seguito a queste condanne morali, risponderà da principe di Benevento: «Ho saputo che alcuni, non in quest’epoca, ma dopo la restaurazione, trovarono che si fa male ad accettare impieghi in tempo di crisi e di rivoluzione, quando è impossibile fare il bene assoluto. Mi è sempre parso che ci fosse qualcosa di molto superficiale in tale modo di giudicare. Nelle faccende di questo mondo non bisogna fermarsi soltanto al tempo presente: quello che è si riduce sempre a poca cosa, quando si pensa che quello che è produce quello che sarà; e, in verità, per arrivarci, bisogna pur mettersi per strada! […] Si accetta, non già per servire uomini o cose che spiacciono, ma per utilizzarli a vantaggio dell’avvenire. […] editore responsabile delle opere altrui. […] la vera grandezza sia quella che si limita da sé, la vera forza quella che si modera».
Successivamente, fu accusato di complicità con Luigi XVI e condannato a morte dalla Convenzione. Decise così di fuggire negli Stati Uniti, dove rimase per alcuni anni, guadagnandosi da vivere facendo l’agente immobiliare. Ritornò in Francia nel 1796, grazie all’intervento dei suoi amici, che convinsero la Convenzione ad annullare la sua condanna.
Dopo la morte di Robespierre e la fine del Terrore, ottenne un posto come ministro degli Esteri nel nuovo governo del Direttorio. Nello stesso periodo conobbe Napoleone Bonaparte: Talleyrand è troppo astuto e, d’altra parte, troppo bene informato, per non avere da mesi scorto nel vincitore di Rivoli, nel negoziatore di Loeben, l’uomo del domani. Tra i due nacquero subito stima e simpatia, così, dopo la presa di potere di quest’ultimo, Talleyrand ricoprì un ruolo molto importante all’interno dell’entourage del generale. Anche Napoleone ha scorto via via con maggior chiarezza, in questo gran signore traviato, una superiorità di spirito e di vedute della quale, ignorando ancor molto della politica, intende servirsi. Il generale, appena arrivato nel suo palazzo e prima ancora di aver avvisato il direttorio, aveva per mezzo di un messaggero chiesto un immediato colloquio al cittadino Talleyrand-Périgord. Al primo incontro, scriverà l’ex abate: «Bonaparte mi parve avere un aspetto molto simpatico: venti battaglie vinte stanno così bene alla giovinezza, a un bello sguardo e ad una specie di stanchezza. Qui c’è dell’avvenire»! Egli insistette sul piacere che aveva provato nel corrispondere con una persona tanto diversa dagli altri del direttorio. Uscirono dallo studio a braccetto.
Ancora dalle parole di Madelin: «L’ex vescovo non ha mai visto nella repubblica, proclamata nel 1792, altro che un increscioso espediente; è rimasto monarchico in tutte le sue fibre; ma non ha mai pensato alla possibile restaurazione del trono dei Borboni. Anche se lo stesso console fosse stato disposto a farsi il “Monk dei gigli”, la nuova Francia avrebbe rifiutato di seguirlo in questa impresa. Troppi interessi sarebbero stati minacciati, troppe teste in pericolo; interessi potenti, teste eminenti nello Stato: dalla massa dei “compratori di beni nazionali” al gruppo ancora influente dei “regicidi”, un mondo intero da barriera, deciso a tutto piuttosto che a sopportare il ritorno del fratello di Luigi XVI è degli emigrati armati delle loro rivendicazioni, avidi di rappresaglie. Talleyrand non è “compratore”, né “regicida”; è tuttavia tra i più compromessi: è l’uomo che […] la corona trattava da ribelle, la nobiltà da disertore e la chiesa da apostata».
Difatti i Borboni non nascondono verso di lui, sentimenti di ostilità e odio: il vescovo di Arras, Conzié, ministro del Re in esilio, arrivato a Parigi per “trattare” una restaurazione per mano di Napoleone, così si esprimeva su Talleyrand: «se rientriamo in Francia, evidentemente egli non vi potrà restare, ma io gli garantisco un salvacondotto per il Paese straniero che preferirà».
Non a caso l’ex vescovo di Autun si espresse, in forma molto diplomatica verso Bonaparte, sempre in negativo verso un’eventuale ritorno di Luigi XVIII. Però, sia pure ripudiando i Borboni, rimane monarchico. Nessuno più ardentemente e più prontamente di lui ha desiderato avviare il giovane soldato verso un trono restaurato. Dietro ovviamente c’è un interesse squisitamente geopolitico, difatti come amava citare il generale Bonaparte «si sopprime solamente quello che si sostituisce». Finché fosse esistita una repubblica, anche unicamente nominale, era possibile un ritorno della monarchia borbonica; questa restaurazione sarebbe diventata infinitamente più difficile se, rialzato il trono, un’altra dinastia vi fosse instaurata, dando soddisfazione allo spirito fondamentalmente monarchico del Paese.
Per allontanare Napoleone dalla dinastia, Talleyrand si macchiò di uno spregevole delitto, passato alla storia come “l’uccisione del duca di Enghien”.
La cospirazione vandeana Cadoudal-Pichegru-Moreau (1803), mirante il rapimento ed eventuale uccisione del Primo Console, fallita a causa dell’intervento della polizia segreta di Napoleone, si pensa sia stata fomentata dai Borboni, ma non si hanno prove e soprattutto non si è riuscito a catturare nessun cospiratore legato alla famiglia reale.
Talleyrand il 1°marzo, segnala a Bonaparte la presenza a Ettenheim, nel granducato di Baden, a qualche lega da Strasburgo, di un altro Borbone, Luigi Antonio, Duca di Enghien (1772 – 1804), nipote del principe di Condé; il giovane principe tenta, insinua Talleyrand, di sollevare con i suoi emissari la vicina Alsazia. Il duca venne rapito il 15 in spregio a qualsiasi regola; il 20 imprigionato a Vincennes dove veniva giustiziato nella notte dal 20 al 21. L’uccisione del duca di Enghien era stato per Talleyrand l’affare che faceva definitivamente allontanare il generale còrso da qualsiasi possibilità di restaurazione borbonica, in quanto si era macchiato di un vero e proprio delitto, fucilando un innocente.

Jean-Paul Laurens, Il Duca di Enghien nei fossati di Vincennes (particolare),1873.

Sotto il lato geopolitico Talleyrand è un cinico spietato, ma ha ragione: la Francia dalle sue vittorie, non ha tratto un sistema meditato e questa Europa monarchica si sarebbe unita continuamente contro un Paese repubblicano che, non contento di ingrandirsi all’eccesso, pretendeva in nome di principì proclamati, di demolire, tutti gli Stati. Tra la rivoluzione e i troni il duello è a morte; può, in alcuni momenti venir meno, ma non potrà aver fine se non il giorno in cui uno dei due avversari sarà stato definitivamente eliminato. Nulla di più contrario alla tradizione diplomatica del vecchio regime, quanto una lotta a morte, come nulla vi è più contrario delle conquiste smisurate e troppo presto effettuate. La grande politica internazionale è un giuoco che dura da secoli; da un Luigi XI a un Richelieu, da un Richelieu a un Choiseul e fino a un Vergennes, lo statista francese che ha conosciuto il suo mestiere si è adattato al sistema, mandando avanti i suoi pezzi a destra, a sinistra, senza mai scompigliare la scacchiera, facendo rimanere il grande giuoco, sempre libero.
Dunque possiamo definire questo singolare personaggio storico un servo della Patria o un uomo senza scrupoli? Se da un lato entrambe le ipotesi non possono essere scartate, dall’altro lato della medaglia, Talleyrand usava il potere per arricchirsi smisuratamente.
Nessun ministro più di lui ha avuto danaro dalle sue funzioni, dalle sue azioni, dai suoi gesti, dai suoi successi e perfino dalle sue delusioni. Alla sua nomina al ministero sotto il direttorio affermò con foga: «Abbiamo il posto: bisogna trarne una fortuna immensa, una immensa fortuna»! Egli d’altro canto dirà sempre che perduto il posto, non vuole domandare l’elemosina, ma bisogna rifare un po’ di fortuna per non trovarsi nel bisogno in una continua dipendenza. Era nato gran Signore, ma con una fortuna relativamente mediocre. Gli piaceva la vita larga, più che larga; la vita nella quale si può spendere senza contare. In gioventù aveva preso le abitudini più costose: le donne, il mangiar bene, il tenore di vita e soprattutto il gioco che divora. Nessuna avarizia nella sua cubidigia; l’oro è fatto per circolare: nascerà il mito degli “zuccherini di Talleyrand”. Mezza Europa ne parlava. In realtà, pareva, non avere mai denaro, rovinandosi di continuo; appena conseguiti i primi grossi guadagni lo si era veduto, sotto il direttorio, comprare palazzi e ville, concedersi una scuderia, condurre vita spettacolare. Sotto il consolato aveva acquistato un palazzo in Via d’Auteuil, un’altra a Passy, due belle “folies” dove dava feste sontuose. Gli mancava però una proprietà veramente signorile e fu proprio il primo console a procurargliene i mezzi: uno dei prefetti del palazzo consolare, Legendre di Luçay, propose il suo castello e la sua tenuta di Valençay, diventati per lui troppo gravosi. Ne chiedeva 1.600.000. Talleyrand dichiarava di non poter pagare una cifra tanto cospicua, così Bonaparte dichiarò che avrebbe partecipato con molta larghezza all’acquisto pagando quasi tutto. Il ministro ci guadagnò una magnifica tenuta che si estendeva su ventitré comuni del dipartimento dell’Indre: 19.472 ettari di bosco e di terre, uno dei più bei parchi di Francia e quel castello storico che ricollocava Talleyrand, un tempo decaduto, in una signoria principesca, dove un giorno sarà sepolto.
Ma dopo l’incoronazione di Napoleone a Imperatore (1804) i due cominciarono ad allontanarsi, per divergenze politiche e personali.

Dal 1799 al 1807 Talleyrand fu ministro degli esteri di Napoleone I. Alla cui incoronazione il pittore Jacques-Louis David lo mise alle spalle di Cambacérès (da sinistra a destra) e del maresciallo Berthier (nel dipinto “incoronazione di Napoleone”).

Il suo intuito politico gli fece inoltre prevedere che, continuando su quella strada, Napoleone si sarebbe rovinato; cominciò così ad accordarsi segretamente coi suoi nemici – in particolare l’Austria di Metternich e la Russia si Alessandro I – in modo da poter uscire indenne da una sua eventuale sconfitta. Da questo momento, egli diventerà uno dei principali oppositori dell’Imperatore. Ciononostante, egli stette bene attento a non rompere definitivamente; anzi, quando il sovrano chiamava Talleyrand era sempre pronto a rispondere e ad elargirgli i suoi consigli.
Celebre fu una sfuriata dell’Imperatore dei francesi, durante un ristretto consiglio al quale assistevano, con alcuni ministri, i dignitari presenti a Parigi. Napoleone camminando su e giù, come era sua abitudine, con le mani dietro la schiena, si sfogò: «Quelli che io ho fatto gran dignitari o ministri cessano di essere liberi nei loro pensieri e nelle loro espressioni. Possono essere soltanto gli organi della mia volontà. Per costoro il tradimento è già cominciato quando si permettono di dubitare; tale tradimento è completo se dal dubbio arrivano fino al dissenso. […] Ladro! Siete un ladro! Siete un vigliacco! Un uomo senza fede. Voi non credete in Dio; per tutta la vita avete mancato a tutti i vostri doveri; avete ingannato, tradito tutti; per voi non c’è nulla di sacro; vendereste vostro padre. Vi ho colmato di favori e non c’è nulla di cui non siate capace contro di me! E così, da dieci mesi, avete spinto l’impudenza, poiché supponete a torto che i miei affari di Spagna vadano male, fino a dire a tutti che avete sempre biasimato la mia impresa contro questo regno, mentre siete stato voi a darmene la prima idea e a spingermi con insistenza. E quell’uomo, quel disgraziato! (Tutti capirono che si trattava del duca di Enghien). Da chi sono stato avvertito sul luogo della sua residenza? Chi mi ha spinto a infierire contro di lui? Quali sono dunque i vostri progetti? Che cosa volete? Che cosa sperate? Abbiate il coraggio di dirlo. Meritereste che vi spezzassi come un bicchiere! Ho il potere di farlo, ma vi disprezzo troppo per prendermi tanta briga. Perché non vi ho fatto impiccare alle cancellate del Carrousel? Ma ce n’è il tempo ancora! Ah ecco, siete della merda in una calza di seta! Sappiate che se una rivoluzione sopravvenisse qualsiasi parte vi aveste presa, essa vi schiaccerebbe per primi».
Tutti gli occhi erano fissi sul principe, che per qualche minuto continuò a restare immobile e muto. Si diresse finalmente, a sua volta, col suo passo zoppicante, verso la porta. In quel momento, si racconta, prima di varcare la soglia, voltandosi verso i colleghi costernati, disse con voce bianca: «Peccato, signori, che così grand’uomo sia talmente mal educato»! Piccola rivincita del “gentiluomo nato” sopra “l’arrivato”.
Bonaparte impone con la forza anche l’allontanamento da Parigi della moglie di Talleyrand, Catherine Noele Grand (1762 – 1834), a causa della sua condotta licenziosa: è pubblicamente l’amante del duca di San Carlos.
Nel 1814 dopo che Napoleone, ormai sconfitto, aveva dovuto firmare l’atto di resa, egli riuscì di nuovo a rimanere sulla cresta dell’onda: fu eletto infatti tra i cinque membri del consiglio che avrebbe avuto il compito di preparare una nuova costituzione per la Francia.
A maggio salì al trono Luigi XVIII. Il nuovo sovrano, vista la mancanza di politici dotati dell’abilità necessaria, offrì a Talleyrand il ruolo di ministro degli esteri, con lo specifico incarico di negoziare con le potenze vincitrici le condizioni per la pace. Ecco che all’apertura del Congresso di Vienna, un personaggio dal passato così compromettente si ritrovò invece tra i protagonisti assoluti di questa nuova fase della storia europea.
Fu grazie al suo abile operato che il principio di legittimità divenne uno dei cardini del Congresso di Vienna e in forza di esso la Francia borbonica poté evitare sanzioni e sedere al tavolo dei vincitori.
Nel febbraio 1815, a Congresso ancora in corso, Napoleone fuggì dall’Elba e cominciò a radunare un esercito per riprendersi il potere. Subito il generale offrì a Talleyrand il ministero degli Esteri, ma quest’ultimo lo rifiutò. Secondo alcuni storici, sarebbe stato infatti proprio lui, di comune accordo con Metternich, a organizzare la fuga di Napoleone, in modo da dare una scossa alle trattative di Vienna, che stavano attraversando una fase di stallo.

Fu grazie alla sua abilità che la Francia fu preservata come una grande potenza – qui in una conversazione con gli statisti tedeschi (da sinistra a destra) Montgelas, Hardenberg, Metternich e Gentz.

Anche qui si nota la complicità con Metternich: tutti e due nobili ancien régime, avventuratisi nell’enorme scompiglio che la rivoluzione francese aveva scatenato, tutti e due diplomatici nati e creati per tutte le astuzie del mestiere – la menzogna elegante e gli aspetti mascherati con grazia – tutti e due capaci di dissimulare sotto la maschera della cortesia più raffinata una feroce sete di affari e, con atteggiamenti grandiosi, il disprezzo della morale comune; tutti e due, infine, animati dalla stessa avversione per le nuove dottrine, i nuovi costumi, le nuove maniere e per il soldato “male educato” che ha definitivamente fatto entrare questi sistemi nella politica internazionale. Aggiungiamo che, fatti per capirsi, sono anche fatti per mettersi d’accordo poiché – allievi dei diplomatici dell’età precedente, l’uno nipote del cancelliere Kaunitz, l’altro discepolo del duca di Choiseul (i due fautori del famoso “rovesciamento” del 1759) sono rimasti fermi al “sistema” che sotto Luigi XV e Luigi XVI ha unito Francia e Austria.
Nel 1830 Luigi Filippo di Borbone-Orléans (1773 – 1850) diviene re dopo la Rivoluzione di Luglio che defenestra Carlo X di Borbone, conte d’Artois (regno 1824 – 1830). Il nuovo sovrano, dietro la cui ascesa si intravede ancora la mano onnipresente del “Diavolo zoppo”, nomina Talleyrand ambasciatore straordinario a Londra con lo scopo di rassicurare gli altri Paesi europei, sotto la dipendenza nominale del ministro degli esteri Molé al quale naturalmente il principe di Benevento si guarda bene dall’obbedire. Come diplomatico contribuisce in modo determinante all’indipendenza del Belgio, che il Congresso di Vienna, contro il suo parere, aveva annesso ai Paesi Bassi: reagendo alla sollevazione in armi dei belgi, riesce a far indire una Conferenza a Londra fra le grandi potenze che sancisce l’indipendenza del Belgio. I riottosi Paesi Bassi tentano l’occupazione armata del nuovo Stato, ma Talleyrand riesce a far votare all’assemblea francese la decisione di intervenire militarmente nel caso accadesse, inducendo i Paesi Bassi al ritiro. Potrà così permettersi anche di far salire al trono belga il suo candidato, il principe Leopoldo di Sassonia-Coburgo-Gotha. Il suo ultimo successo politico prima del suo ritiro è la firma di una quadruplice alleanza fra Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo.
Morì nel 1837, dopo aver ricoperto vari incarichi per il nuovo governo della monarchia costituzionale degli Orléans. Nei suoi ultimi istanti ricevette i sacramenti religiosi, tanto che la nobiltà parigina commentò ironicamente che era riuscito a negoziare anche il suo ingresso in Paradiso.
Non c’è dubbio che la figura di Talleyrand sia fortemente discutibile dal punto di vista morale ed egli d’altro canto amava ricordare come: «Voglio che per secoli si continui a discutere di quello che sono stato, di quello che ho pensato, di quello che ho voluto». Tuttavia, si deve riconoscere che, nonostante tutto, egli è stato sicuramente uno dei più grandi politici della sua epoca. Ma oltre all’intelligenza, ad un uomo politico che governa si chiede un elemento di cui Talleyrand, per le problematiche datogli dai voti ecclesiastici, non possedeva: la sensibilità che li rende umani e una coscienza legata ad un grande ideale che li ponga su un piano di superiorità rispetto al resto. Maurizio di Talleyrand già da molto tempo aveva soffocato la coscienza con lo spirito, portando quest’ultimo verso caratteri di assolutezza. Per oltrepassare il suo livello ed essere nella gerarchia dei “grandissimi” gli sono mancati il cuore elevato e l’osservanza dei grandi doveri; in ultima analisi è stato una delle più rare intelligenze che l’Europa abbia mai incontrato sul suo cammino.

 

Per approfondimenti:
_Alessandra Necci, Il Diavolo zoppo e il suo Compare. Talleyrand e Fouché o la politica del tradimento, Marsilio, Venezia, 2015;
_André Castelot, La diplomazia del cinismo. La vita e l’opera di Talleyrand, l’inventore della politica degli equilibri dalla Rivoluzione Francese alla Restaurazione, Rizzoli, Milano, 1982;
_Louis Madelin, Talleyrand, Dall’Oglio, Milano, 1956;
_Antonio Sorelli, Talleyrand. Il ministro camaleonte, De Vecchi, Milano 1967.

 

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