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di don Siegfried Lochner del 15/11/2025

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Nel prezioso gioiello di Schloß Artstetten, nella Bassa Austria, ancora proprietà privata della famiglia Hohenberg, si è svolta la conferenza presieduta dal principe Leo von Hohenberg, che ha introdotto la tematica “Pax Mundi. Per una opposizione al terzo conflitto mondiale”. Sono state presenti molte delegazioni provenienti da tutta Europa, dagli Stati Uniti, dalla Russia e dall’Inghilterra. La manifestazione che porta la regia dell’austriaco Ronald F. Schwarzer, ha visto inizialmente una Santa Messa in rito romano antico in terza presso la Chiesa Capitolare del Castello.

[caption id="attachment_36816" align="aligncenter" width="1000"] Il nome Artstetten fu documentato per la prima volta a metà del XIII secolo. Ben presto, la fortezza medievale fu trasformata in un castello, che ebbe diversi proprietari in rapida successione fino all'acquisizione da parte dell’Imperatore Francesco I nel 1823. L’arciduca Carlo Ludovico (fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe) ristrutturò ampiamente il castello, sia internamente che esternamente, a partire dal 1861. Nel 1889, l’arciduca Carlo Ludovico donò il castello di Artstetten al figlio maggiore, l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, che lo fece ricostruire secondo la propria visione. Dal 1913 Schloß Artstetten si presenta come lo conosciamo oggi: un complesso architettonicamente affascinante, fiancheggiato da sette torri caratteristiche.[/caption]

La Santa Messa celebrata dal Maggiore dell’esercito austriaco don Lochner Siegfried e coadiuvato dal sacerdote Don Stanislas Morin (FSSPX) nella figura di diacono, si è incentrata sulla giornata speciale dedicata al patrono della Bassa Austria Leopoldo III, detto il Santo, il Mite o il Pio (1073 a Gars am Kamp o Melk ; † 15 novembre 1136 vicino a Klosterneuburg), della casa di Babenberg, fu margravio1 della Marcha orientalis bavarese (Ostarrichi) dal 1095 al 1136. Canonizzato nel 1485, divenne il santo patrono dell’Austria in generale, e di Vienna, della Bassa Austria e, insieme a San Floriano, dell’Alta Austria in particolare.

[caption id="attachment_36817" align="aligncenter" width="1000"] In origine la chiesa era una cappella strutturalmente separata dal castello. A partire dal 1691, il nucleo gotico dell'edificio fu riprogettato, la navata fu collegata al castello sul lato ovest e l'intera chiesa fu sottoposta a un restauro barocco. Tre gravi incendi (nel 1730, 1760 e 1791) causarono ingenti danni alla chiesa, al castello e a molte case del villaggio. L'ultimo restauro completo ebbe luogo nel 1987. L'arredamento odierno proviene in gran parte dalla collezione dell'arciduca Francesco Ferdinando.[/caption]

La Santa Messa sotto le musiche di W. A. Mozart prende subito un carattere sacrale e la predica di Don Siegfried è piena di misticismo: il suo sguardo, dall’alto del pulpito, non mira ai fedeli in basso, ma egli osserva con impassibile fermezza il "cielo" della Chiesa, i suoi angeli, i suoi Santi – quella Chiesa trionfante, mai sconfitta, alla quale ogni cattolico oggi deve affidarsi. Le parole del prete sono vibranti, sembra quasi di assistere ad una predica di altri tempi, una teatralità della parola oggi scomparsa, ma mai così attuale: «Leopoldo fu educato alla “pietas”: sarebbe riduttivo tradurre il termine latino solo con ‘pietà’, poiché esso comprende in senso lato ciò che intendiamo per “senso del dovere”: Erga Deum: per essere veramente felice, l’uomo deve necessariamente avere un rapporto solido con Dio; Erga parentes: amore filiale e devozione verso coloro ai quali dobbiamo la nostra esistenza terrena; In amicum: attaccamento all’amico e, in senso lato, al proprio popolo; In patriam: amore per la propria patria; sono questi gli atteggiamenti che hanno plasmato la concezione dello Stato dei popoli cattolici nell’antica Austria e che noi definiamo appropriatamente “pietas Austriaca”!

[caption id="attachment_36818" align="aligncenter" width="768"] Il Santo Sacerdote, Maggiore dell'esercito Austriaco, don Siegfried Lochner.[/caption]

Papa Innocenzo VIII (1432 - 92), che elevò il margravio Leopoldo alla gloria degli altari, disse nella bolla in occasione della canonizzazione (Bolla di canonizzazione di Leopoldo): Il chiaro esempio del principe Leopoldo, che era sposato e doveva prendersi cura di molte persone, ci esorta ad abbandonare ogni scusa per esercitarci nel bene. Quest’uomo di Dio, cresciuto nella ricchezza, sempre esposto alla libertà di peccare, gravato dalle preoccupazioni coniugali e dagli affari di governo, non dimenticò mai la fede e la misericordia. […] Amministrò le cose temporali in modo tale da non perdere di vista quelle eterne. In qualità di padre della patria, Leopoldo si preoccupava quindi principalmente della salvezza delle anime dei suoi sudditi: l’uomo è un Imago Dei e non una semplice macchina! Da qui la fondazione di conventi: benedettini (culto divino), canonici (pastorale), cistercensi (pionieri della bonifica del territorio). Cercate prima il regno di Dio, tutto il resto vi sarà dato in aggiunta: istruzione, cultura, innovazione economica. Per Leopoldo, l’affetto filiale verso i suoi genitori era una fonte di motivazione per un’azione politica onesta. Era un figlio che si preoccupava dei suoi genitori anche dopo la loro morte e agiva di conseguenza: il suo senso di giustizia gli imponeva di riparare alle ingiustizie commesse da suo padre, restituendo i beni ecclesiastici che questi non aveva acquisito in modo legittimo.

San Leopoldo aveva degli amici? L’amicizia tra i grandi della storia e le persone di alto rango è qualcosa di diverso dalle amicizie private. L’amicizia tra i grandi dell’Impero può essere descritta al meglio con il concetto di rispetto reciproco e di comprensione e apertura reciproca. Ad esempio, nonostante la reciproca stima, il rapporto di Leopoldo con l’Arcivescovo di Salisburgo Konrad I (1075 – 1147) non fu sempre privo di attriti. Da un lato, Corrado rifiutò categoricamente la richiesta di Leopoldo di istituire una propria sede vescovile a Klosterneuburg, perché temeva un’influenza eccessiva del principe sulla sua organizzazione interna, dall’altro lato, si prese la libertà di consacrare personalmente la chiesa collegiata di Klosterneuburg. Quando si hanno amici potenti, spesso cedere è un importante servizio di amicizia, non da ultimo per il bene dei propri sudditi, di cui Leopoldo era un sincero amico.

[caption id="attachment_36819" align="aligncenter" width="1000"] Leopold III è ricordato principalmente per lo sviluppo della regione, che andò di pari passo con la sua opera di fondatore di monasteri. La sua fondazione più importante è Klosterneuburg , fondata nel 1108. Secondo la leggenda, fu il luogo in cui un'apparizione della Vergine Maria gli mostrò il velo della moglie Agnese, che aveva perso anni prima durante una battuta di caccia. Klosterneuburg fu ampliata e trasformata in residenza negli anni successivi. Altre fondazioni monastiche includevano l'abbazia di Heiligenkreuz e Klein-Mariazell . Queste fondazioni servirono a scopi di evangelizzazione , istruzione e sviluppo della zona ancora densamente boscosa. Anche le città ricevettero sostegno sotto la sua amministrazione; oltre a Klosterneuburg e Vienna, Krems fu una di queste , che acquisì una zecca. Il Kremser Pfennig, coniato a Krems, acquisì importanza sul mercato monetario. Anche le prime opere letterarie in lingua tedesca provenienti dall'area austriaca risalgono al suo tempo, in particolare quelle di Heinrich von Melk e Ava.[/caption]

Nella messa solenne di oggi, la sacra liturgia esulta: “Rallegrati, terra d’Austria, onorata dalla gloria di Leopoldo, tuo Sovrano sublime”. Leopoldo prese molto sul serio il compito che Dio gli aveva affidato di regnare sul suo paese, l’Austria, e sul popolo della sua patria. Si sforzò di realizzare ciò che era buono, sensato e realizzabile per il suo popolo e il suo paese. Da politico realista, sapeva che, nonostante l’amore per la pace, ogni Stato deve cercare di possedere un proprio esercito forte e ben addestrato, perché se l’esercito viene trascurato, anche il potere di uno Stato decadrà. Per il santo Leopoldo, tuttavia, l’esercito non era fine a se stesso, ma un mezzo per mantenere la pace nel suo paese, l’Austria. Il mite margravio non era quindi un pacifista utopista, ma era pronto a sostenere la sua politica di pace con le armi in due guerre difensive, quando si trattò di difendere l’Austria dalle campagne di conquista di Stefano II d’Ungheria. Il nostro Santo Patrono non attaccò mai nessuno! Cosa può dirci oggi la vita di San Leopoldo? Heimito von Doderer (1896 – 1966) ci dà la risposta giusta: «La vera illuminazione viene solo dal passato!» Una personalità religiosa e politica esemplare come quella di San Leopoldo è come un raggio di sole che illumina la fredda oscurità dell’attuale situazione religiosa e politica! La riflessione sulla sua vita e sulle sue azioni ci rivela gli errori del presente nella Chiesa e nello Stato! Quando la Chiesa smette di essere «Mater et Magistra», contraddice la Chiesa dei nostri antenati e rompe così la continuità e l’unità nella professione della fede rivelata da Dio per diventare protagonista dell’opinione politica corrente, allora smette di essere la stessa Chiesa che ha educato San Leopoldo e lo ha condotto alla Santità.

• Per noi cattolici, la Chiesa è il punto di riferimento fisso a cui il mondo deve orientarsi;

• Per i modernisti, il mondo è il punto di riferimento mutevole a cui la Chiesa deve adattarsi.

Una Chiesa che non diffonde più la fede cattolica, ma il nuovo pseudo-vangelo del globalismo ha tradito la sua missione e si è umiliata a diventare il trampolino di lancio del “nuovo ordine mondiale” dello Stato profondo. Negli ultimi giorni abbiamo sentito dire che nella “Chiesa sinodale” nessuno è chiamato a comandare, nessuno può imporre le proprie idee, nessuno è escluso e nessuno possiede tutta la verità. Una tale “Chiesa”, che si arrende alla dittatura del relativismo, non sarebbe più la Chiesa cattolica fondata da Cristo, che nostro Signore Gesù Cristo ha dotato di un papato monarchico e di un ordine gerarchico; una Chiesa in cui non esistono “idee”, ma una rivelazione divina vincolante per tutti, alla quale la nostra vita deve orientarsi e che non può essere reinterpretata secondo le correnti di uno spirito del tempo decadente ed edonistico e privata della sua sostanza! Se è vero ciò che scrive il filosofo Richard Kralik (1852 -1934) nel capitolo “Staatskunst” (L’arte di governare) circa la sua visione della Weltschönheit (Bellezza del mondo), afferma come “lo Stato, naturalmente compresa la Chiesa, è la vera opera d’arte totale”, allora si spiegano i profondi nessi di sviluppi nella nostra patria che a prima vista sembrano inspiegabili e non più razionalmente comprensibili. Dunque, una Chiesa dedita al relativismo della fede e dei valori, sottrae di conseguenza anche allo Stato (ad essa collegato) le sue fondamenta portanti. Non si spiega altrimenti il fatto che esso non sappia più opporsi verso una sempre più evidente acquisizione ostile da parte di elementi e interessi estranei alla cultura, allo Stato e al popolo e non sia più disposto a difendere i propri interessi del popolo e dello Stato. Un’Austria che non fa più dell’amore per Dio, del rispetto della sua gloriosa storia, dell’amore per il proprio popolo e per il proprio Paese il fondamento della sua azione politica, diventa giocattolo di interessi e poteri stranieri e correrebbe incontro alla sua sicura rovina. Nella bolla di canonizzazione di Leopoldo si legge: “Egli governò l'Austria per quarant'anni. Mentre in altri paesi regnavano omicidi e violenze, egli mantenne il paese a lui affidato in una lunga pace”.

Una politica fallimentare ci ha portato oggi omicidi e violenze quotidiane, e non è possibile prevedere se continueremo a godere di una lunga pace sia all’interno che all’esterno. Perché la rivoluzione sta penetrando nelle strutture più intime della personalità, distruggendo il sano giudizio, scatenando tutte le passioni, relativizzando tutte le verità e volendo creare una società in cui nulla è più sacro. Tuttavia, l’odierna festa del nostro santo patrono è in grado di darci nuova speranza. Esiste un’alternativa alla cosiddetta “assenza di scelta” di un nuovo ordine mondiale bombardato dai guerrafondai e alla distruzione consapevole delle nostre basi culturali, e questa alternativa si chiama:

1) rimanere saldi nella verità;

2) credere incrollabilmente in ciò che la Chiesa ha sempre creduto;

3) amare Dio più del mondo senza compromessi;

4) avere il coraggio di sopportare l'isolamento e lo scherno;

5) rifiutarsi di accettare l’errore, l'eresia o il declino morale in nome del “dialogo”, della ‘pastorale’ o del “progresso”;

6) Sotto la bandiera della Vergine Maria Immacolata, Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie necessarie per questa lotta, entrare nella battaglia spirituale;

Perché:

- Cristo vince – non forse, ma certamente.

- Cristo regna – anche se molti Lo rinnegano o usurpano il Suo trono.

- Cristo comanda – e chiunque Lo ama seguirà questo comando a qualsiasi costo.

Non cerchiamo quindi prima tutto il resto e solo alla fine il Regno di Dio; ma cerchiamo, come San Leopoldo, prima il Regno di Dio, e tutto il resto ci sarà dato in aggiunta. Così sia».

1Dall'VIII alla fine dell'XI secolo, il termine "margravio" (latino: marchio o marchisus) indicava principalmente un ruolo di comando indefinito ricoperto da un nobile nella regione di confine, la "Marca" , del Sacro Romano Impero. In seguito, il titolo si staccò dal suo legame originario con il confine e identificò il detentore come avente un rango specifico all'interno del gruppo dei principi imperiali. Il titolo di margravio non indicava una carica specifica. Il titolo ufficiale di un conte nella regione di confine rimase la designazione generale di "conte" (comes) . Studi precedenti, tuttavia, presumevano che un margravio fosse un funzionario reale o imperiale con autorità militare nella regione di confine. Questa visione obsoleta si basava sul presupposto di un sistema equilibrato di amministrazione statale con gerarchie chiare e responsabilità altrettanto chiare all'interno di un apparato di funzionari orientato al re. Nel Sacro Romano Impero, i margravi appartenevano al rango di principi imperiali ed erano quindi praticamente pari in status ai duchi. La forma di indirizzo per i margravi era Altezza (Reale).

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di Ronald Friedrich Schwarzer del 01/09/2025

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Uno dei più importanti pensatori della Seconda Repubblica riassunse così la spinosa tematica: «È tutto molto complicato»! La semplice frase del Cancelliere si applica a tutte le epoche e a tutti i tipi di problemi, e di conseguenza anche per la questione di come il “tedesco” e “l’austriaco” possano relazionarsi tra loro. Ogni riflessione in merito è già altamente rischiosa, poiché è emerso di recente che chiunque definisca una componente etnica nella germanicità è già considerato un “estremista di destra” agli occhi dei tribunali tedeschi. Poiché il nazionalsocialismo fu un partito sia di estrema destra (nazional) che, di estrema sinistra (socialismo) si cammina sempre su un terreno minato.

[caption id="attachment_36783" align="aligncenter" width="1000"] 12 novembre 1918; Vista del Parlamento austriaco. La proclamazione della Repubblica dell’Austria tedesca ebbe luogo il 12 novembre 1918 da due dei tre presidenti dell’Assemblea nazionale provvisoria, Franz Dinghofer e Karl Seitz, davanti al palazzo del Parlamento a Vienna.[/caption]

La nascita della nazione austriaca nel processo del pensiero del primo dopoguerra fu – diciamolo con cautela – un fallimento. Infatti, mentre l’idea di uno Stato-nazione non fu problematica per gli Stati Uniti o la Svizzera, la nazione austriaca senza il concetto etnico, nacque zoppa. Ciò non sorprende, dato che l’allora Ministro dell’Istruzione dell’ÖVP Felix Hurdes (1901 - 74) decretò che il “tedesco” non sarebbe più stato indicato nelle pagelle scolastiche e sarebbe stato designato come “lingua di insegnamento”. Rimase senza risposta la questione se le minoranze riconosciute di sloveni, croati e ungheresi non fossero veramente austriache perché non erano di madrelingua tedesca o, come coloro che parlavano la lingua d’insegnamento – l’Hurdistan per paradosso – fosse forse addirittura il tedesco. Nell’ignoranza del momento storico, la gloria dell’austriacità, che è ben più di una comunità linguistica, fu semplicemente spazzata via. Come le 12 tribù della Vecchia Confederazione e i 12 Apostoli, la monarchia riconobbe 12 popoli con le rispettive lingue, e i tedeschi erano uno di questi. L’Imperatore Franz Joseph I (1830 - 1916), la cui politica, per sua stessa ammissione, era quella di mantenere tutti i suoi popoli ugualmente insoddisfatti, si proclamò principe tedesco. Con la sconfitta nella battaglia di Königgrätz (1866), non solo perse la supremazia dell’Austria nella Confederazione tedesca, ma perse anche la trazione politico-culturale sulla lingua tedesca; eppure l’Imperatore non rinunciò mai formalmente alla sua pretesa.

[caption id="attachment_36784" align="aligncenter" width="1000"] Georg Bleibtreu, Battaglia di Königgrätz, olio su tela, 1869.[/caption]
Il disastro di Königgrätz avvenne appena due generazioni dopo la dissoluzione forzata del Sacro Romano Impero da parte di Napoleone I, che dal XV secolo era conosciuto come “Nazione tedesca”. Nonostante le vittorie contro il neonato Regno d’Italia (1861), nel 1866 l’Austria perse così – con due vittorie a Custoza e Lissa –, il prezioso Veneto, che cadde nelle mani dello Stato Irredento, che non aveva vinto una sola battaglia contro gli austriaci, ma che fu abile ad insidiarsi nel “Grande gioco” geopolitico intessuto dal prussiano Otto von Bismarck (1815 - 1898). Nonostante questo disastro, l’Impero d’Austria-Ungheria non entrò mai nel neonato Impero tedesco – la Grande Prussia – che doveva ancora essere fondato. Perché il brillante e spregiudicato principe Bismarck riconobbe esattamente il nocciolo del problema: in Austria c’è una maggioranza cattolica e nessuna protestante, e questo era esattamente ciò che contava per il leader alemanno-tedesco, famoso per la sua anti romanità papista.
Esistono, infatti, due nazioni tedesche: il sud cattolico e il nord protestante. L’unità religiosa è più identitaria della lingua e determina la mentalità, la sensibilità, l’architettura, lo stile di vita e l’arte, ed è quindi molto più pervasiva della pietà individuale. Questo è chiaramente evidente nella pittura olandese. Sebbene dall’aspetto dei dipinti su tavola olandesi antichi non si possa dire se siano stati creati da artisti fiamminghi del sud o olandesi del nord, l’intento artistico fondamentalmente diverso di un Rubens o di un Rembrandt è abbondantemente chiaro: eppure entrambi parlano la stessa “lingua”: l’olandese, un dialetto tedesco particolarmente sgradevole. Anche il più grande statista francese, il cardinale Richelieu, lo sapeva quando sterminò spietatamente gli ugonotti nel suo paese, non per lealtà religiosa, che sarebbe stata degna di un principe della Chiesa romana, ma per ragion di Stato. Non ebbe scrupoli a sostenere i protestanti nella Guerra dei Trent’anni, inizialmente pagando gli svedesi e, dopo la loro sconfitta, con le proprie truppe, al solo scopo di indebolire l’Imperatore e rompere l’accerchiamento asburgico della Francia. «Rendere di nuovo grande la Francia» o «Sacro Egoismo»: la ragion di Stato ha molti nomi! «Tutto è molto complicato» – per noi tedeschi, c’è un altro problema: Salier, Hohenzollern, Asburgo, provengono tutti dalla Franconia, dalla Svevia e dall’Alto Reno. È un colpo di scena particolarmente ironico nella storia mondiale che la prima persona a inginocchiarsi davanti a un Asburgo in qualità di re tedesco, ovvero l’araldo dell’Impero che portò la buona notizia dell’elezione degli elettori a Rodolfo I, fu, secondo il protocollo, il burgravio di Norimberga, amico personale del nuovo re, Federico III della Casa di Hohenzollern, un'altra dinastia sveva.
[caption id="attachment_36785" align="aligncenter" width="1000"] H. Knackfuß, Il burgravio Federico III di Norimberga consegna la notizia della sua elezione a re di Germania al conte Rodolfo d’Asburgo. «Quanto onore Dio dà a un uomo, egli dovrebbe considerarsene degno», con queste parole, riporta una cronaca in rima dell’epoca, Rodolfo accettò ora l’onore offertogli dall’Asburgo.[/caption]
Tutto avrebbe potuto essere così bello, e poi la Prussia entrò nella storia, e gli Hohenzollern divennero i grandi avversari degli Asburgo. Descrivere gli eventi esatti andrebbe oltre lo scopo di questo articolo, ma pochi austriaci possono sopportare l’occupazione della cattolica Slesia. Con la prussianizzazione della Germania, iniziò anche una fondamentale rivalutazione della mentalità. Nel XVI e XVII secolo, il mondo esterno percepiva il tipico tedesco come allegro, amante del bere, socievole, un po’ frivolo, ma profondamente colto e incline all’arte, seppur un po’ eccentrico – tutte caratteristiche che oggi potrebbero essere utilizzate per caratterizzare il tipico austriaco.
[caption id="attachment_36786" align="aligncenter" width="1000"] Stanley Kubrick, Barry Lyndon (film del 1975): Redmond Barry, protagonista del film, si appresta a ricevere una gratificazione all’interno del duro esercito prussiano di Federico “il Grande” durante la guerra dei Sette Anni (1756 - 63). Si tratta di un film storico che trae il proprio soggetto dal romanzo Le memorie di Barry Lyndon di William Makepeace Thackeray.[/caption]

Ma poi, con il suo militarismo tagliente e la sua rozza allegria, che, come “allegria tedesca”, rende noi tedeschi cattolici o per meglio dire “austriaci” – per associazione – oggetto di schermo degli altri popoli europei e zimbello del mondo civilizzato; per i suoi modi rozzi e sfacciati, la Prussia irruppe sulla scena mondiale con una brutalità insensata. Le battute divennero ruggiti, i pensieri divennero slogan e il coraggio divenne crudeltà costante. A differenza dell’austriaco disinvolto, questo nuovo “tedesco” è davvero coerente: il miglior esercito, la repubblica sovietica più radicale, i campi di sterminio più efficienti, le unità d’élite più audaci, i motori a combustione più potenti, la politica climatica più determinata, le parate LGBT più woke, la cultura dell’accoglienza più liberale e la più leale amicizia con Israele; qualsiasi richiesta, qui viene più che soddisfatta. Oggi la Prussia non si trova più sulla mappa. Chi fossero realmente i prussiani non è del tutto chiaro: baltici, slavi, certamente non tedeschi. Forse alcuni hanno voluto compensare questo e l’Europa fatica ancora a riprendersi.

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di Giuseppe Baiocchi del 22/06/2025

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Situato nella regione degli Yvelines, vicino a Rambouillet, il Castello di Celle-les-Bordes (castello e parco classificati), con i suoi oltre quattrocento anni di storia e cinque ettari di terreno, è uno dei più antichi castelli conservati dell’Île-de-France. Thierry Gobet, erede del gruppo farmaceutico Innothera fondato da suo nonno, ama definirsi un curatore privato e offre a coloro che sono fuori dal circuito turistico, una visita guidata unica della sua residenza, che ha restaurato e abbellito con la massima cura. Storico ed economista, il nostro anfitrione ha pubblicato “Francia: i veri problemi” con Jean Piccolec nel 2013, che ha ricevuto il Premio dell’Eccellenza Economica.

[caption id="attachment_36722" align="aligncenter" width="1000"] Il grande salone venatorio sito al piano terra del castello di La Celle-les-Bordes. Lo scrivente insieme al castellano Thierry Gobet e consorte.[/caption]

Il “castellano” come ama definirsi, ci accoglie in un castello ricco di storia. Storico e appassionato di edifici antichi, questo grande appassionato d’arte ha scelto da oltre dieci anni di vivere la vita di un castello e di riportare la sua proprietà al suo antico splendore: una vera sfida oggi, nel XXI secolo. Il proprietario si è subito impegnato ad aprire questa meraviglia ai visitatori e c’è una sola guida: Gobet in persona! Chi meglio di lui, infatti, può condividere con il pubblico la sua passione per la storia del castello e dei suoi manufatti?

[caption id="attachment_36723" align="aligncenter" width="1000"] La costruzione originale corrisponde all’edificio principale situato a destra del cortile. Costruito in fondo a una valle con terreno soffice e sabbioso, il castello di La Celle è costruito su imponenti cantine a volta. Le pareti sono in arenaria di Etampes e mattoni, provenienti dalle cave di argilla dell’Île-de-France, i tetti sono coperti da tegole piatte e ardesia. Le porte e le finestre sono incorniciate da catene di pietra, i rivestimenti delle pareti sono lisci o lasciano i mattoni a vista, nello stile caratteristico noto come “Luigi XIII” che si ritrova, nello stesso periodo, ad esempio, anche al castello di Rosny-sur-Seine.[/caption]
Nell’atrio d’ingresso, lo scalone rinascimentale coperto da una volta a botte e decorato con palchi in intradosso conduce alla grande galleria del primo piano. Di fronte, un arazzo di Aubusson del XVII secolo raffigura Alessandro incoronato dalla Vittoria, replica d’epoca di uno dei pezzi dell’arazzo delle Battaglie di Alessandro commissionato da Luigi XIV per la Reggia di Versailles. Ma questo è solo un piccolo antipasto, perché, non appena si apre la porta dell’ampio soggiorno al piano terra, il visitatore rimane senza parole per lo spettacolo che si presenta ai suoi occhi.
[caption id="attachment_36724" align="aligncenter" width="1000"] Questo bassorilievo in pietra (foto al centro), commissionato e installato da Thierry Gobet sopra l’ingresso principale, conserva la memoria del costruttore. In scudi sorretti a sinistra da un grifone e a destra da un cucciolo d'orso sono incisi rispettivamente gli stemmi della famiglia di Claude de Harville e Catherine Jouvenel des Ursins. È opera dei laboratori Saint-Jacques di Saint-Rémy-lès-Chevreuse ,in particolare all'origine di numerosi restauri nel parco della Reggia di Versailles (fonderia Coubertin). A destra la scalinata rinascimentale che conduce al piano nobile. A sinistra: una statua lignea di San Michele Arcangelo, comandante delle Milizie Celesti.[/caption]
Da oltre un secolo, il castello è rinomato per la sua collezione di quasi 2.400 palchi di cervo abbattuti, la più grande di Francia, che adorna ogni parete e soffitto delle sale di ricevimento al piano terra, fino alle scalinate e alle facciate esterne. Questa è una vista del Grand Salon. Tutti i cervi furono cacciati con i cani da caccia nella foresta di Rambouillet. Ogni abbattimento è inciso con la data, il luogo e le circostanze della cattura dell’animale. Per alcuni, l’interesse è ancora maggiore perché i luoghi della cattura non esistono più. Questi abbattimenti numerati furono, per la maggior parte, effettuati durante la gestione della Duchessa di Uzès.
[caption id="attachment_36725" align="aligncenter" width="1000"] Uno dei trofei più famosi della collezione, noto agli specialisti in tutto il mondo, è quello dei due esemplari a dieci punte con i palchi aggrovigliati, catturati nel 1905. Gli animali furono trovati in questa posizione, con i palchi incastrati dopo una colluttazione che ne aveva già ucciso uno. Il tema della caccia si ritrova anche nella decorazione delle applique, qui in stile Luigi XV.[/caption]
Thierry Gobet prese in gestione la casa vuota, fatta eccezione per la collezione venatoria. Da allora, ha intrapreso ingenti lavori di manutenzione e miglioramento. Con pazienza, coraggio e investimenti, per non parlare della passione, il Signore del castello è riuscito a riarredare e rivitalizzare questa antica dimora. Lavori e acquisizioni continuano ancora oggi. Per i lavori di ristrutturazione e manutenzione del castello e del suo parco, è necessaria una vera e propria squadra di specialisti: deve ricorrere a vari artigiani tradizionali specializzati: lavorazione del ferro battuto, ebanisteria, lavorazione del marmo e restauratori. Egli ama affermare “Ciò che amiamo ci appartiene” e si definisce un tramite tra passato e futuro. Consigliato nel suo lavoro da specialisti, tra cui un curatore del patrimonio, attribuisce grande importanza al rispetto delle tradizioni, dei materiali e delle tecniche. La ricerca dell’autenticità, anche nel caso delle creazioni, non lo abbandona mai. Ad esempio, quando non riuscì a trovare una porta rinascimentale all’ingresso del castello – la porta originale non esisteva più – ne fece realizzare una nuova, utilizzando le tecniche dell’epoca, in un pezzo di legno vecchio di quattrocento anni, che decorò con pannelli decorativi rinascimentali. Quando si tratta di acquisizioni, Thierry Gobet si concentra sulla sua passione per l’arte rinascimentale. Non lascia nulla di intentato nella sua ricerca di gemme rare: esplora fiere d’arte e sale d’asta in Francia e all’estero, costruisce stretti rapporti con gli antiquari e fa affidamento sui suoi numerosi contatti. La galleria al piano superiore è un vero e proprio museo rinascimentale composto da pezzi unici, le cui foto non abbiamo potuto riprodurre per motivi di sicurezza. I visitatori possono scoprire rari resti architettonici antichi, arazzi di Bruxelles, armadi d’epoca nello stile di Hugues Sambin, credenze e consolle, dipinti fiamminghi, colonne di marmo, sculture, busti, maioliche: un concentrato di tutto il meglio che gli artisti del XVI e XVII secolo, e anche di epoche precedenti, hanno saputo creare. “Oltre a essere uno storico, sono un economista e, purtroppo, posso solo constatare che la Francia si trova in una situazione difficile”. Una situazione che attribuisce alle eccessive imposte sulle successioni e sul patrimonio. Nonostante le insidie, Thierry Gobet continua ad arricchire il museo del suo castello, con il desiderio di condividere la sua passione con i più giovani. “Vorrei che condividessero il mio gusto per la bellezza. Ho scritto alle principali scuole della valle di Chevreuse, ma non ho ricevuto risposta”. Thierry Gobet desidera che più persone abbraccino la sua passione. “E poi penso a trasmettere ciò che ho costruito. Non vorrei che questa collezione venisse venduta o dispersa”.
[caption id="attachment_36726" align="aligncenter" width="1000"] Salone Grande. Tavolo da gioco Luigi XIV su cui è appoggiato un busto di cervo di Pierre-Jules Mène. La duchessa di Uzès possedeva un bronzo identico al castello.[/caption]

Non si può parlare del contributo di Thierry Gobet al Castello di La Celle senza menzionarne il prestigioso passato. La Celle-les-Bordes divenne feudo della famiglia Harville intorno al 1363. Il marchese Claude de Harville, già conte di Palaiseau (intorno al 1555 - 1636), compagno di Enrico IV, fu governatore di Compiègne. Sposò nel 1579 Catherine Jouvenel des Ursins, discendente di una nobile stirpe e intraprese la costruzione dell’attuale Castello di La Celle tra il 1607 e il 1614, circa vent’anni prima di quella della residenza di caccia di Luigi XIII a Versailles e sessant’anni prima di quella del Castello di Dampierre. Intorno al 1717 fu costruita un’ala annessa all’edificio principale. Nel cuore della foresta dell’Yveline, ricca di selvaggina, accanto al Castello del Marais, proprietà del grande ministro di Enrico IV Sully e poi del celebre Boni de Castellane, amico della Duchessa di Uzès; all’antico Castello di Saint-Hubert, residenza di caccia di Luigi XV, e al Castello di Rambouillet, proprietà reale nel 1783, il Castello della Celle ricevette visite da tutti i re di Francia fino alla Rivoluzione. La regina Maria Antonietta vi cenò dopo una giornata di caccia. A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, attraverso eredità, vendite e acquisti, diverse famiglie vissero nel castello. Nel 1870, fu acquistato all’asta da Emmanuel de Crussol d’Uzès (1840-78).

[caption id="attachment_36727" align="aligncenter" width="1000"] Proprietario anche del castello di Bonnelles dal 1872, il Duca di Crussol fondò nello stesso anno la squadra di caccia del Rallye Bonnelles.[/caption]
Alla morte del Duca di Crussol nel 1878, sua moglie, la Duchessa di Uzès (1847 - 1933), nata Anne de Rochechouart de Mortemart, ereditò il castello. Ancora una volta, La Celle visse un periodo di massimo splendore grazie alle attività venatorie che la sua proprietaria le dedicava. In cambio, la muta del Rallye Bonnelles fu ospitata nell’ala. Un’alta società si riuniva al Castello di La Celle. Tra gli ospiti illustri, la Regina Amelia del Portogallo vi soggiornò prima del 1914.
[caption id="attachment_36728" align="aligncenter" width="1000"] Questo ritratto (al centro), dipinto nel 1882, raffigura la Duchessa di Uzès all’età di trentacinque anni. Il ritratto (a sinistra) è di Gustave Jacquet: La duchessa d’Uzès in tenuta da caccia. A destra una foto della duchessa d’Uzès in tenuta da caccia a Rambouillet (1913): Cavalcò all’amazzone fino al giorno prima della sua morte, all’età di ottantasei anni.[/caption]
[caption id="attachment_36729" align="aligncenter" width="1000"] Nella sua sala da pranzo – 60 m², con un soffitto alto 4,60 m e un camino monumentale – mi è stato servito un caffè davanti a un ritratto a figura intera del primo proprietario del castello, Claude de Harville, che vi si trasferì intorno al 1610.[/caption]
Suo nipote Pierre de Cossé-Brissac (1900 - 93), XII Duca di Brissac, ereditò il castello nel 1936. Gli eredi si separarono dal castello, che la famiglia di Thierry Gobet acquisì nel 2004.
L’attuale proprietario, Thierry Gobet ha preso in mano la penna per condividere la sua esperienza come Signore del castello. “Io sono il Castellano – Un’avventura nel XXI secolo”, pubblicato da Lettres du Monde nel 2010, ha ricevuto il Premio Rinascimento nel 2011. Dietro questo titolo, un po’ provocatorio nella nostra società attuale, l’autore, uomo di tradizione, unito a una certa erudizione sia in campo artistico che storico, ci accompagna in un viaggio, al di là della sua avventura personale, attraverso i secoli del mondo, nella ricca Francia dei castelli e delle antiche dimore. Una testimonianza sensibile e illuminata che non nasconde nulla dei doveri, delle preoccupazioni e delle gioie del delicato status di castellano dell’oggi. Quest’opera, costellata di gustosi aneddoti, testimonianza di uno storico appassionato e di una riflessione non convenzionale, sia sul passato che sul nostro tempo con le sue implicazioni sociali ed economiche, ha il suo posto tra tutti gli amanti dei castelli, dell’arte e della storia, tra i grandi e i piccini. Ci siamo fatti rilasciare un piccolo pensiero da Thierry Gobet sulla sua visione di essere castellano e sull’importanza dell’elemento architettonico nel castello nella nostra società contemporanea. «Espressioni comuni come “vita da castello”, “gente da castello”, “un castello in Spagna”, o anche la più comune espressione “non è un castello”, testimoniano l’importanza e la presenza del castello nell’immaginario popolare. Quello che incontriamo alle curve delle strade è più comune in Francia che in qualsiasi altro Paese. Ci sono circa 40.000 castelli in Francia, di cui 30.000 nella parte occidentale (1.001 nella sola Dordogna) e 10.000 nella parte orientale, tra cui 500 importanti monumenti. I castelli, i primi dei quali furono costruiti in pietra, succeduti alle torri difensive in legno circondate da palizzate, risalgono al X secolo. Rappresentano nell’immaginario collettivo il ricordo del nostro passato secolare, costituendo fin dall’infanzia oggetto di sogni attraverso un vasto immaginario: le fiabe della Bella Addormentata, di Barbablù, del Gatto con gli Stivali, di Cenerentola. Così, sulle nostre spiagge, vediamo bambini, persino bambine sotto i cinque anni, costruire fortezze perfettamente rettilinee punteggiate di torri a intervalli regolari, come nella "vita reale". Questo immaginario prosegue fino all'età adulta attraverso vari temi, dai capolavori di Shakespeare ambientati nei castelli (il fantasma di "Amleto" appare sui bastioni di Elsinore), ai romanzi più famosi nel corso dei secoli.
[caption id="attachment_36731" align="aligncenter" width="1000"] Nel 1871 il Duca di Uzés rilevò la carrozza del Duca di Luynes, caduto in battaglia nel 1870, e fondò, come già scritto, il suo Rallye-Bonnelles nel Castello di La Celle. La vedova presiedette la carrozza dal 1878 al 1933 e sua figlia, la Duchessa di Luynes, la sostituì dal 1933 al 1939. L'allevamento lasciò quindi La Celle per la fattoria Mocquesouris , nel parco del Castello di Rambouillet, dove si trova ancora oggi. La messa aveva luogo nella chiesa di La Celle, alla presenza di tutti i cacciatori in alta uniforme, ed era seguita dalla benedizione dell'equipaggio e della muta, nel cortile del castello, o davanti alla chiesa, al suono dei corni da caccia. L'equipaggio cacciava da ottobre a maggio. Durante il periodo di riposo, la duchessa veniva "quasi ogni giorno a trovare i suoi fedeli compagni di caccia, e li conosceva tutti per nome" (La Vie au grand air). Si trattava allora di “90 meticci vandeani dal mantello nero focato”. È necessario dire quanto gli abitanti di Celle-les-Bordes rimpiansero la morte della duchessa di Uzés, che aveva cacciato fino alla morte, apportando vitalità e preziosi benefici economici al comune.[/caption]
Basti vedere la folla e l’entusiasmo di turisti e appassionati – a volte molto competenti – di ogni condizione e nazionalità, nei nostri castelli, dalla Reggia di Versailles o dal castello privato di Vaux-le-Vicomte, fino alla più modesta dimora di campagna aperta al pubblico. Quando si organizzano le visite personalmente – come faccio io per associazioni e gruppi privati – questa meraviglia che si legge negli sguardi è tanto significativa quanto un incoraggiamento e una ricompensa. Il castello rappresenta sia la storia, come testimone del nostro passato, sia un ideale estetico e la memoria di uno stile di vita diverso da quello odierno. Sogno un castello da quando ho memoria d’infanzia e, senza cercare un “bisogno di dominio o di autoaffermazione sfrenata”, nato da complessi preconcetti o inibizioni ereditate dall’infanzia, come alcuni direbbero, possiamo trovarne l’origine più semplicemente - come quasi sempre - sia nel mio background che nella mia personalità. Provenendo da una famiglia colta ed esteta, dove collezionavamo libri e oggetti antichi, ogni domenica facevamo un giro in macchina con la famiglia, ammirando le splendide proprietà circostanti e visitando gli antiquari. Se fossi stato sensibile alle pietre antiche, il passaggio obbligato dall’antiquario sarebbe stato un peso: ah! Un altro antiquario... Ma ha formato e risvegliato il mio gusto, come le conversazioni degli adulti – a volte ardue ma che sviluppano la mente del bambino – in quest’epoca felice in cui la televisione non era onnipresente nelle case. La fortuna di nascere in un ambiente culturalmente privilegiato segna il bambino molto presto e ne è un vantaggio. La mia famiglia possedeva una casa a Monaco di fronte alla Rocca, mi sono ritrovato, fin dalla culla, circondato dalle colonne doriche della terrazza, di fronte al castello principesco in cima alla scogliera. In tali condizioni, non ero forse predestinato a diventare un signore e un esteta!? Fin da piccolo la mia immaginazione romantica vagava tra racconti, leggende e storie di cavalleria. Nella tenuta di famiglia nella foresta di Rambouillet, che comprendeva una fattoria tradizionale, nacque la mia passione per la campagna, le noci e gli animali, che fecero da cornice ai miei sogni. In seguito, i concorsi equestri mi portarono a contatto con scuderie, antiche fattorie e castelli, proprio come i famosi fratelli Guyot, proprietari del castello di Saint-Fargeau (Yonne) e di quello di La Ferté-Saint-Aubin (Loiret). Possedere un castello, una residenza, viverci è un sogno per molti. Avendo realizzato questo sogno, ho deciso di raccontarlo, in seguito a una circostanza particolare: un programma di France 2 per “La France en héritage” sulla mia proprietà, trasmesso domenica 17 settembre 2006, Giornata del Patrimonio. Il reportage è durato quasi un’eternità, lasciando libero corso ai miei sentimenti e alla mia passione. Due anni dopo il progetto prese forma, arricchito nel frattempo da nuove esperienze e riflessioni, ed ora eccoci qua». Thierry Gobet e il castello di La Celle-les-Bordes: la leggenda degli uomini straordinari.
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di Giuseppe Baiocchi del 22/01/2025

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Il 28 giugno 1914 sarebbe stato uno dei giorni più importanti della recente storia europea. In questo giorno venne assassinato a Sarajevo l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria dal 1896. Lui e sua moglie – Sophie Chotek, che perse la vita anche lei nell’attacco –, si recarono in quella che allora era la terra della corona della Bosnia ed Erzegovina per un’esercitazione militare e rassegna truppe. L’attentato, pianificato ed eseguito dal gruppo cospirazionista serbo chiamato la “Mano Nera” (serbo Crna Ruka), avvenne poiché la Russia zarista non gradiva un’espansione austriaca nel mondo serbo, soprattutto dopo la proposta e il programma di Ferdinand di creare una “terza testa d’aquila” all’Impero dell'Austria-Ungheria, con la fondazione di un terzo parlamento per le popolazioni di etnia slava. La Russia non potendo tollerare un rafforzamento di potere asburgico in quell’area per loro vitale e strategica, armarono i nazionalisti serbi per quell’attentato meschino che, sebbene oggi non è visto come la causa diretta della Prima Guerra Mondiale, fu certamente il segnale di inizio per la guerra di luglio.

[caption id="attachment_16444" align="aligncenter" width="1000"] Il solitario Hagengebirge è dal X secolo la zona di caccia preferita dei principi della chiesa di Salisburgo. A questo scopo l’Arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau (1559 - 1617) fece costruire nella valle del Blühnbachtal un magnifico casino di caccia (1603 - 07) al posto del precedente manufatto di caccia in legno. Quando nel 1816 l’Arcidiocesi secolarizzata entrò finalmente a far parte dell’Impero Asburgico, furono riorganizzati anche i diritti sulle zone di caccia dell’ex arcivescovo. A sud la valle è delimitata dal possente massiccio dell’Hochkönig, a nord si innalzano verso il cielo le ultime propaggini del Göllstock. La proprietà barocca e il relativo distretto (14.000 ettari) entrarono in possesso degli Asburgo nel 1908, fino al colpo di stato del novembre 1918.[/caption]

Crisi già presenti e tensioni tra le maggiori potenze europee, che formavano tra loro coalizioni attraverso varie alleanze, erano arrivate al limite. La Prima Guerra Mondiale non poteva più essere evitata. Almeno questa è la valutazione comune degli eventi accaduti nel centro di Sarajevo in quel giorno d’estate del 1914. Tuttavia, se si crede al vecchio folklore e alle tradizioni mitiche, almeno il destino di Francesco Ferdinando fu segnato nell’agosto del 1913 – e un camoscio bianco giocò un ruolo cruciale in esso. Nel recente passato il paesaggio ai piedi delle Alpi Giulie, dove si fa strada il blu turchese dell’Isonzo, si è trasformato in una piccola punta turistica privilegiata. Il nord della Slovenia, geograficamente separato dalla Carinzia dalle Caravanche, è oggi un paradiso per gli escursionisti. In particolare il Triglav, a 2.800 metri di altitudine, e il parco nazionale circostante attirano appassionati alpinisti da vicino e da lontano. La ricchezza di leggende di questa regione è strettamente legata anche alla natura montuosa, che può significare sia fortuna che sfortuna per i suoi abitanti. Il motivo di tale dipendenza reciproca è interessante per via nella leggenda slovena dello Zlatorog1 (in tedesco Goldenes Horn), il camoscio bianco dalle corna dorate, che da secoli viene raccontata in innumerevoli varianti in Slovenia e nei vicini paesi slavi. Al centro della leggenda c’è un giovane cacciatore delle Alpi Giulie che, un giorno, mentre camminava in montagna, giunse in un prato verde e rigoglioso tra ghiaioni e rocce inospitali. Lì vide un branco di camosci al pascolo, guidato da un magnifico ariete di camoscio con le corna dorate: uno Zlatorog. Si diceva che questo fosse il custode di un tesoro che si trovava sul monte Bogatin. Se il camoscio strofina le sue corna sulla parete rocciosa della montagna, un cancello si aprirà e si avrà accesso a ricchezze incalcolabili. Il giovane cacciatore sapeva che uccidere il camoscio bianco candido e puro come la neve avrebbe comportato la sua stessa morte, ma la sua avidità ebbe la meglio e così sfidò la sorte. Il cacciatore rimase coraggiosamente in agguato e quando l’animale si avvicinò abbastanza, la sua mira precisa non lasciò scampo allo Zlatorog che cadde a terra con un tonfo secco. Dove il sangue del camoscio bagnava la terra, subito cominciarono a sbocciare fiori rossi: le rose del Triglav. Quando l’uomo attendeva già la ricompensa divina, lo Zlatorog – apparentemente morto – mangiò i fiori appena sbocciati e riacquistate le forze, uccise il cacciatore per poi sotterrare magicamente i rigogliosi pascoli in mezzo al vasto paesaggio carsico, così a fondo che fino ad oggi non vi cresce nemmeno un filo d’erba. Lo scrittore tedesco Rudolf Baumbach (1840 - 1905), che rimase così colpito dalla forza di questa leggenda da farne un adattamento nel 1876, concluse il suo poema epico “Zlatorog – Una leggenda alpina”, con i seguenti versi: “Dove c’erano prati grassi, seminati da capanne che producevano latte che si estendevano per ore di cammino, giaceva ora un mare di macerie di roccia”.

Oggi in tutta la Slovenia si trovano ancora riferimenti alla leggenda dello Zlatorog, ad esempio sotto forma di sculture di camoscio e, non ultimo, come mascotte del produttore di birra Laško, le cui etichette sono adornate da un camoscio bianco con corna dorate. Ma le leggende di animali mitici e di creature che dovrebbero proteggere oggetti di valore e tesori della natura sono conosciute anche altrove. Ma cosa può riguardare un giovane arciduca, erede al Trono del più importante Impero sul continente, con questa antica storia di vecchi detti e leggende popolari? Franz Ferdinand in realtà fu un cacciatore entusiasta e un eccellente tiratore per tutta la vita. Molte storie e leggende ruotano attorno a questo lato della sua personalità. Si dice, ad esempio, che abbia battuto il famoso Buffalo Bill in una gara di tiro quando si esibì nel suo spettacolo del selvaggio West a Vienna nel 1906. Si dice che una storia simile, ancora più spettacolare, sia accaduta durante una lunga battuta di caccia in India. Franz Ferdinand e il suo avversario indiano lanciarono ciascuno tre monete in aria e cercarono di colpirle. Mentre l’indiano prese solo una moneta, il proiettile dell’erede al trono ne trapassò tre contemporaneamente. Dalle annotazioni dell’aiutante di caccia Hoschtalek, si può facilmente ricostruire gli abbattimenti venatori di Francesco Ferdinando nel corso della sua vita: 274.889 esemplari uccisi. Gran parte dei trofei può essere ammirata oggi nel castello di Konopiště, a quasi 40 chilometri a sud di Praga o a Schloss Eckartsau vicino Vienna.
[caption id="attachment_16442" align="aligncenter" width="1000"] Franz Ferdinand posa dopo la "Caccia grossa feudale" a Ceylon (Sri Lanka) nel 1893.[/caption]
Come il “bel mondo” ci insegna, la caccia era parte integrante dell’universo aristocratico e veniva sempre celebrata. Cacciare, allora non era ancora percepito dalla società come un problema. Così ci ricorda l’atmosfera il grande scrittore Sándor Márai: «La nostra storia è disseminata fino ai nostri giorni di una lunga serie di stermini […]. Solo la caccia fa eccezione […] rappresenta ancora un sacrificio, un riflesso imperfetto di un antichissimo rito religioso che ha la stessa età dell’uomo. Perché non è vero che il cacciatore uccide per procurarsi la preda. Non ha mai ucciso unicamente per questo, neanche in epoca primordiale […]. La caccia è stata sempre accompagnata da riti di ordine tribale e religioso. Il buon cacciatore è sempre stato il primo della sua tribù, che gli si attribuiva poteri e dignità di sacerdote. Naturalmente tutto ciò si è perso con il passare del tempo. Ma sebbene i riferimenti siano sbiaditi, la caccia ha conservato la sua natura di rito. Forse non ho mai amato nulla in vita mia come quelle partenze per la caccia alle prime luci dell’alba. Ci si sveglia che ancora è buio […] amavo l’odore degli abiti da caccia; il panno era impregnato degli affluvi del bosco, delle fronde, dell’aria pura e degli schizzi di sangue, perché gli uccelli abbattuti si attaccano alla cintura e il loro sangue insudicia gli abiti. Ma il sangue è sudiciume? Non credo. È la materia più nobile che esista al mondo: ogni volta che l’uomo ha sentito il bisogno di comunicare al suo Dio qualcosa di grandioso, di ineffabile, lo ha sempre fatto offrendogli un sacrificio di sangue. E poi amavo l’odore di metallo oliato del fucile. E l’odore acre e ammuffito delle parti in cuoio grezzo dell’equipaggiamento da caccia. […] Il paesaggio comincia a destarsi, il bosco si stiracchia, sembra che si strofini gli occhi uscendo dal sonno. Tutto esala un profumo così puro che sembra di tornare in una patria diversa, quella in cui ebbero inizio la vita e le cose. […] Il fruscio del fogliame umido si percepisce appena sotto le suole dei tuoi scarponi. La pista è disseminata di tracce di animali. E adesso tutto comincia a vivere intorno a te: la luce, come se mettesse in moto un meccanismo nascosto che aziona il sipario del mondo, squarcia il velo che ricopre la foresta. Inizia il concerto degli uccelli, e in lontananza, a trecento passi di distanza, un cervo sta avanzando sul sentiero. […] La bestia si ferma, non vede niente, non fiuta la tua presenza perché il vento soffia in un’altra direzione, e tuttavia avverte il pericolo fatale […] come un individuo messo di fronte al suo destino si arresta impotente perché sa che il fato non è un evento fortuito né un incidente, ma la conseguenza naturale di circostanze imprevedibili e difficilmente comprensibili. […] Anche tu, immobile nel folto del bosco, sei a tua volta in balìa dell'attimo, tu il cacciatore. E nella mano avverti un fremito antico come l’uomo, l’impulso di uccidere, questa attrazione proibita, questa passione più forte di tutto il resto, uno degli stimoli segreti, né buoni né cattivi, che animano la vita in tutte le sue forme: essere più forti dell’altro, dimostrarsi più abile, non commettere errori, restare padroni della situazione. È la stessa sensazione che prova il leopardo mentre si prepara a balzare, il serpente mentre si rizza sulle rocce, l’avvoltoio mentre piomba sulla preda da mille metri di altezza. La stessa che prova l’uomo mentre scruta la sua vittima»1.
[caption id="attachment_16446" align="aligncenter" width="1000"] Fotografia di gruppo con abbattimenti, dopo battuta di caccia, degli urogalli. Foto del castello di Artstetten, luogo dove riposa Franz Ferdinand.[/caption]
La grande caccia al Blühnbach, che si estendeva su circa 14.000 ettari, comprendendo le zone fino al versante meridionale dell’Hochkönig e a nord fino all’Hoher Göll, fu inizialmente assegnata per le battute di caccia a 14 aristocratici tra austriaci, boemi e bavaresi. Tra gli illustri ospiti di caccia figuravano anche l’Imperatore Francesco Giuseppe, il principe ereditario Rodolfo e lo stesso Arciduca Francesco Ferdinando. Quest’ultimo rimase molto colpito dall’eccellente caccia al camoscio e prese il controllo della zona nonostante la resistenza del precedente gruppo di cacciatori. Affinché Francesco Ferdinando, affetto da una malattia polmonare, potesse salire più comodamente nel suo nuovo territorio di camosci, fu rapidamente costruita un’avventurosa e tortuosa strada militare lunga sette chilometri fino al Torrener Joch. Furono costruiti anche rifugi di caccia sul Joch e un grande casino di caccia all’ingresso della Bluntautal, mentre gli ultimi contadini alpini furono espropriati e l’accesso agli escursionisti di montagna fu sempre più negato. I conflitti erano inevitabili, ma d’altro canto la famiglia imperiale dava anche molto lavoro a molte persone. Schloss Blühnbach, costruito in stile rinascimentale, fu ampiamente ristrutturato da maestranze locali e gli antiquari furono autorizzati ad arredare il castello con un design venatorio e fino a 100 aiutanti furono impiegati per le numerose cacce. Francesco Ferdinando trascorse molto tempo nel casino di caccia di Blühnbach e il 27 agosto del 1913 l’arciduca andò a caccia con la moglie Sophie Chotek von Chotkowa e il suo cacciatore personale Mittendorfer. Franz Ferdinand era solito occuparsi, tra l’altro, della corrispondenza durante la caccia e solo quando i suoi servitori lo avvisavano dell’avvicinarsi della selvaggina, prendeva il fucile e alzava lo sguardo. Così è stato anche quando un camoscio bianco è apparso davanti all’alta tribuna della squadra di caccia imperiale. Probabilmente Francesco Ferdinando non esitò a lungo e uccise il fatidico animale . Essendo un cacciatore appassionato, probabilmente lui stesso conosceva le conseguenze che, secondo la leggenda, sarebbero avvenute al tiratore. Quando informò la moglie dell’abbattimento, si dice che l’arciduca abbia laconicamente osservato: “Beh, se devi morire, morirai comunque”. Nello stesso giorno furono abbattuti due camozze e altri 21 camosci. Molti oggi si chiedono perché il grilletto di Francesco Ferdinando fu premuto, essendo a conoscenza della leggenda dietro l’animale. Egli difatti era un convinto cattolico e le leggende mistiche lo disgustavano relegando tutto a folklore superstizioso e forse cercò di sfatare da solo il mito.
[caption id="attachment_16447" align="aligncenter" width="1000"] Foto del camoscio bianco (a destra).[/caption]

Oggi nessuno può affermare seriamente che Francesco Ferdinando abbia segnato il proprio destino o addirittura quello dell’intero continente europeo uccidendo il camoscio bianco. Ma ciò che resta è il rapporto tra uomo e natura, che rimane affascinante ancora oggi. Questa domanda fondamentale preoccupa gli uomini da migliaia di anni – si pensi alle prime rappresentazioni artistiche della fauna e della natura nella grotta di Lascaux – e ha dato origine a una profonda riflessione sulla propria esistenza e sul proprio destino. Solo negli ultimi 200 anni questo rapporto è stato razionalmente chiarito pezzo per pezzo dalle moderne scienze naturali – e quindi alla fine (forse?) disincantato. Sicuramente è una sottile ironia della storia che il camoscio bianco ucciso da Francesco Ferdinando nell’estate del 1913 possa ora essere ammirato nella “Haus der Natur” nell’ambito della mostra permanente “L'uomo e la natura nella favola e nel mito” presso Salisburgo. Lo Zlatorog e l’oro del monte Bogatin fanno parte di quella tradizione alpina, che continua ancora oggi – per buona pace della scienza – ad esistere e ad essere tramandata: a venatione felicitas2.

 

Per approfondimenti:

_1Márai S., Le braci, Adelphi, pp. 106-08. _2Tradotto: Alla felicità della caccia.  
 
 
 
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di Giuseppe Baiocchi del 29/07/2024

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La Rivoluzione francese è un evento determinante per la nostra epoca, poiché segna il passaggio tra l’epoca dell’Antico Regime e l’epoca definita “moderna”. Dopo il crollo della Monarchia Costituzionale (1791-92), viene fondata in Francia la Prima Repubblica e sarà proprio durante la Convenzione Montagnarda che esploderà la prima e più importante guerra di Vandea. La Convenzione ha tre fasi: la prima è quella dominata dai Girondini, la seconda dai Montagnardi (Terrore giacobino) e la terza si definisce termidoriana.

[caption id="attachment_16343" align="aligncenter" width="1000"] Ufficiale vandeano - litografia a colori dei primi dell'Ottocento.[/caption]

La storiografia ufficiale conta circa 5 Guerre di Vandea, le quali estendono il loro solco storico su di un arco temporale molto lungo, poiché spaziano dal 1793-94; 1795-96; 1799-1800; 1815 ed infine 1832. Anche se i confini tra una guerra e l’altra sono abbastanza labili, la prima certamente è la più grande guerra di Vandea, di stampo militare e non organizzata, come le successive, nella forma della guerriglia. Quello che poi sarà nominato Esercito Cattolico e reale ha avuto dei leader, degli obiettivi militari, un esercito con i gradi e stendardi per i reggimenti, ed infine un equipaggiamento quasi regolare. La seconda guerra di Vandea (1795-96) è sicuramente uno strascico della prima, che trae le sue origini dalla caduta del terrore e dall’installazione del governo della Convenzione termidoriana, certamente meno autoritario del precedente. La terza guerra di Vandea, (1799-1800) è una piccola insurrezione che approfitta della debolezza del Direttorio, il quale stava per trasformarsi nel consolato napoleonico. La quarta insurrezione vandeana (1815) si sviluppa durante l’epopea napoleonica, in particolar modo durante i 100 giorni nei quali Napoleone si riapproprio del potere. Infine l’ultimo strascico delle guerre di Vandea, risale al 1832, durante la monarchia costituzionale di Luglio di Luigi Filippo, due anni dopo l’abdicazione del Re legittimo Carlo X. La nipote di Carlo X, la duchessa di Berry cercò di risollevare una insurrezione in Vandea con scarsissimi risultati.

Innanzi tutto vorrei analizzare il territorio, che gli storici francesi definiscono come “Vandea militare”. Oggi la Vandea è un dipartimento francese, che non corrisponde del tutto con l’area in cui ci fu la sollevazione contadina. Difatti un Dipartimento francese è un’entità amministrativa creata dalla stessa Convenzione per creare un distacco culturale con tutte le provincie di Antico Regime, dividendo la Francia in un centinaio di zone dalla forma più regolare, applicando un nome sempre riferito ad un elemento naturale al suo interno. La Vandea prende il nome da un piccolo fiume, abbastanza insignificante, che scorre all’interno del nuovo dipartimento creato. Parlando della “Vandea Militare” insorta, oggi possiamo unire diversi dipartimenti: quello della Vandea attuale, a tutto il Nord del Deux-Sevres, a tutto il sud-ovest del dipartimento del Maine-et-Loire e tutto il Sud della Loire-Atlantique. Contrariamente, invece, se inquadriamo la “Vandea militare” con le provincie di Antico Regime, possiamo definire il territorio degli scontri uniformato su tre Provincie: il basso Poitou, il basso Anjou, e la parte bassa della Bretagna, che non parlava bretone. Come la geografia era variegata, anche gli insorti lo furono. Bisogna distinguere, durante le guerre di Vandea, quello che furono i vandeani, dagli Chouan bretoni: i primi erano a Sud del fiume Loira – elemento naturale che divide la Bretagna dalla Vandea -, mentre i secondi a Nord. La distinzione non è solamente geografica, ma è anche culturale, linguistica e militare. Difatti militarmente i vandeani erano organizzati in una armata regolare, mentre gli Chouan erano organizzati per effettuare unicamente imboscate , attuando la guerriglia. Le Chouannerie, termine con il quale la storiografica ha cercato di determinare queste tipologie di guerriglie, dureranno più a lungo delle insurrezioni vandeane: dal 1794 al 1800, senza grandi discontinuità. Difatti uno dei Capi bretoni Georges Cadoudal (Kerléano-en-Brech, 1º gennaio 1771 – Parigi, 25 giugno 1804) sarà ucciso dagli agenti napoleonici nel 1804. Tra le cause del sollevamento della Vandea vi sono diversi correnti tra gli storici francesi: una prima versione filo-repubblicana asseriva che tale rivolta fosse sobillata dai nobili e dai preti insistendo sulla superstizione religiosa dei contadini, per effettuare un colpo di Stato. Certamente il cristianesimo ha giocato un ruolo fondamentale, per via della grande religiosità delle campagne francesi, poiché plasmava non solo l’aspetto religioso, ma anche educativo e sociale: non a caso la vita sociale dei villaggi girava intorno alla parrocchia. Proprio partendo da tale consapevolezza, negli ultimi cinquant’anni di studio, gli storici d’oltralpe sono giunti ad una nuova versione delle cause principali dello scoppio della prima guerra di Vandea: la coscrizione obbligatoria di 300.000 uomini per le guerre che la Convenzione aveva dichiarato agli Stati Trono e Altare e la Costituzione civile del clero del 12 luglio 1790 attraverso la quale si modificarono i rapporti tra Stato e Chiesa: i preti, vescovi e cardinali dovevano rispettare i dogmi della rivoluzione francese, senza prendere più ordini da Roma (anche le ordinazioni dovevano essere approvate dalla convenzione).Appare lampante e cristallino che ad un contadino analfabeta della Francia feudale del Settecento, lo stravolgimento dell’orario con l’introduzione del nuovo calendario, della geografia, della Santa Messa e la coscrizione obbligatoria venivano viste come un procedimento di aggressione. Inoltre la vendita diretta dei beni ecclesiali non confluisce ai contadini, ma a ricchi borghesi provenienti spesso addirittura da altri territori. Non dobbiamo osservare l’insurrezione delle guerre di Vandea come qualcosa di isolato a quattro provincie francesi, ma tra il 1793 e il 1794 avvenne in tutta la Francia un sollevamento generale di moltissime provincie francesi. Tale opposizione era molto variegata e spesso anche di carattere conservator-liberale. Una di queste forze erano ad esempio i Federalisti, chiamati anche “Girondini” (1791-93) guidati da Jacques Pierre Brissot de Warville (1754-93) che dominano la convenzione nazionale tra il 1792 e l’inizio del 1793. Essi sono politicamente all’opposto dei Montagnardi (sfera radicale di sinistra, la quale si suddivideva nei club dei giacobini e dei cordiglieri, periodo 1792-99), poiché ambiscono ad una distribuzione del potere di tipo federale e sono molto potenti nelle grandi città di provincia della Francia. Quando i montagnardi, con i loro decreti, espellono i girondini dalla Convenzione nazionale, molte città sotto l’influenza girondina si sollevarono contro il governo centrale. [caption id="attachment_16345" align="aligncenter" width="1000"] Jacques Pierre Brissot de Warville (1754-93) leader dei “Girondini” (1791-93).[/caption] Tra le principali città in rivolta, troviamo Marsiglia, Lione, Bordeaux e Rouen in Normandia e proprio in questo caos – da guerra civile – molti movimenti monarchici si inseriscono all’interno delle compagini girondine. Ovviamente non si può parlare di controrivoluzione in questi casi, ma unicamente di opposizione al regime centrale montagnardo, poiché nessun girondino (anche se appoggiato da correnti monarchiche) voleva inserire nuovamente la monarchia costituzionale. I due episodi più marcanti di queste rivolte sono l’assedio di Lione (1793) durato diversi mesi tra l’estate e la fine dell’anno, finito con la quasi completa distruzione, da parte dei giacobini, della città definita “città senza nome”, quasi a monito per altre eventuali proteste; e la città di Marsiglia che subisce più o meno la stessa sorte. Il sollevamento contadino, dunque, si presenta inizialmente come una “jacquerie” contadina, poiché l’aspetto “monarchico” è arrivato dopo l’aspetto “cattolico”. Difatti inizialmente la nobiltà locale, a carattere feudale, non ha avuto nessun tipo di reazione ai moti rivoluzionari di Parigi (per parte monarchica, ci fu solo la reazione del barone di Sainte-Croix Jean Pierre de Batz, si salvare Luigi XVI dal patibolo). Così rispetto ad un regime lontano, confiscatorio, oppressivo, esterno all’organicità del sistema feudale, portano i primi moti della Vandea a poter essere qualificati come una iniziale rivolta contadina disordinata, senza alcun tipo di obiettivo: con la sola intenzione di colpire i reclutatori repubblicani e i persecutori della fede cattolica. I primi episodi della prima guerra di Vandea iniziano a metà marzo del 1793 con iniziali sporadici episodi di ribellione di braccianti, mezzadri e alcuni artigiani, soprattutto tessitori per via della città di Cholet, famosa per i suoi atelier di filatura e tessitura. Questi attacchi alle sedi locali della milizia della Guardia Nazionale hanno fin dalla prima ora successo, anche per via della scarsa opposizione degli stessi gendarmi che – anch’essi di umile estrazione -, abbandonavano spesso il posto di guardia per sottrarsi al conflitto. Fu così che con queste vittorie, i gruppi di insorti iniziarono a riunirsi e presto dovettero trovare dei leader che li guidassero e che iniziassero a pianificare l’evolversi della rivolta che stata per trasformarsi in una guerra civile. Da notare inoltre che fino a quel momento la Vandea non era una terra militarizzata, per cui non vi era motivo di inserire grandi cantonamenti militari. Caso unico di tutte le ribellioni controrivoluzionarie di quella Francia settecentesca, i vandeani iniziano ad assumere una struttura militare organizzata: nasce l’Armée Catholique Royale (l’Armata Cattolica e Reale), la quale si divise inizialmente in tre grandi armate, secondo la geografia del territorio; nascono così l’Armata del Basso Poitou, l’Armata del Centro (insorti intorno a Cholet) e l’Armata dell’Alto Poitou ed Anjou. Tale struttura militare non aveva conoscenza dell’arte militare, per via dell’estrazione sociale dei propri componenti: i contadini conoscevano il territorio, ma non sapevano delineare una strategia militare; così entrò in gioco quella nobiltà locale composta da tutti ex militari in congedo forzato per il Re di Francia. Il ricorso ai nobili fu coatto, poiché l’aristocrazia locale aveva percezione che tale esercito non poteva tenere testa a quello regolare, ed inoltre era consapevole che i loro possedimenti sarebbero stati – nel corso della guerra – bruciati o confiscati. Perdita di patrimonio e consapevolezza pragmatica delle forze in campo avevano spinto la nobiltà a non intervenire a favore della causa, ma dopo le insistenze – che spesso hanno sfiorato la violenza – diversi aristocratici, si arruolano e saranno poi quei leader che ancora oggi la storia pone a memoria. Così la controrivoluzione vandeana cambia volto: gli obiettivi militari si delineano, insieme a quelli politici: il ripristino della monarchia e della Chiesa di Roma. Un patto tra contadini e nobili viene siglato: “guidateci in battaglia per salvare le nostre terre e noi accetteremo di buon grado il ritorno del Re”. La disorganizzazione della Convenzione di Parigi che non aveva inviato truppe sufficienti per arrestare la rivolta, unita anche allo scarso addestramento della Guardia Nazionale, consegnarono, in breve, nella prima fase della guerra – da ottobre a maggio – , quasi l’intero territorio della “Vandea Militare” in mano agli insorti; addirittura in certe porzioni della Loira, le truppe repubblicane non attraversarono mai il fiume per almeno tre mesi. Le vittorie decisive iniziano con la presa di Cholet, città centrale della Vandea, il 14 marzo del 1793. I successi continuano con presa della grande roccaforte repubblicana di Thouars, avvenuta il 5 maggio del 1793, ma l’apogeo della controrivoluzione avviene con la presa della città si Saumur il 09 giugno dello stesso anno. Dopo altre piccole vittorie, lo sguardo volge alla città di Nantes, il vero caposaldo Repubblicano in tutto il territorio: la sua presa avrebbe significato non solo il controllo di tutta la Vandea, ma anche quel ricongiungimento con le truppe bretoni degli Sciuani che combattevano al di là della Loira, senza dimenticare l’anticipato sbarco dell’Armata di Condè sulle coste bretoni, con parte dell’armata britannica. L’intero Nord-Ovest francese si sarebbe reso indipendente. Dopo un assedio furente, il combattimento campale finisce con un pareggio, che però confluisce a favore dei Repubblicani, per diverse cause tra cui diversi errori tattici tra i Generali vandeani, in primis di comunicazione, e successivamente il ferimento (che poi lo portò alla morte) del Generalissimo Cathelineau. Dopo un’intelligente vittoria di Charette, presso La Noirmoutier il 12 ottobre 1793, che aveva assicurato un importante sbocco sul mare. Successivamente nella Battaglia di La Tremblaye il 15 ottobre verrà ferito a morte anche il Generale Lescure e successivamente con la sconfitta di Cholet del 17 ottobre, arriverà anche il ferimento a morte di Bonchamps, che prima di spirare, il giorno dopo, ebbe il tempo di graziare i 1.500 prigionieri in mano ai monarchici. L’esercito Cattolico e Reale, privato dei leader più carismatici e tatticamente più preparati, si ritrovò ben presto in balia degli eventi e dopo una riunione tra i Capi militari rimasti, ad eccezione di Charette, La Rochejaquelein avrebbe tentato quella che sarà chiamata la Virée de Galerne, ovvero una spedizione in terra di Normandia che aveva lo scopo di conquistare una testa di ponte sulla spiaggia per far sbarcare l’esercito di Condé, ma i vandeani, decimati, con il morale basso e soprattutto per via delle numerose malattie a cui già erano afflitti per il conflitto prolungato non arrivarono mai al loro obiettivo e superata la Loira, le diserzioni furono massicce. I contadini, lasciato il loro focolare, lasciata la loro terra per la quale si erano battuti, non avevano una disciplina militare propria di un esercito e non aveva l’interesse per una guerra alla Convenzione di dimensioni nazionali. Nonostante alcune vittorie in terra bretone e normanna, l’esercito perse l’iniziativa e annientando se stesso iniziò la ritirata. Successivamente la repubblica iniziò a pianificare lo sterminio di massa dei civili a partire dal 1794-95. Altri eroi sarebbero morti, i villaggi così come i boschi sarebbero stati dati alle fiamme: iniziavano le Colonne Infernali e il genocidio della Vandea Militare.   Per approfondimenti: Baiocchi G., Storia delle Guerre di Vandea 1793 - 1795 - 1799, 1815 - La reazione di penna e spada alla rivoluzione Vol.1, Il Cerchio Srl, Rimini, 2023.
 
 
 
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di Giorgio Enrico Cavallo del 28/04/2024

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Siamo nella fine dell’estate 1895. Un anno straordinario. Nel febbraio, i fratelli Lumière avevano inventato il cinematografo. In Italia, invece, a villa Griffone, nel comune di Sasso alle porte di Bologna, un ragazzo di soli 21 anni, Guglielmo Marconi, da mesi insisteva con esperimenti bizzarri, per i quali chiedeva l’aiuto del giardiniere della sua villa, Antonio Marchi. Anche quell’estate aveva lavorato, sperimentando, a distanze sempre maggiori. L’esperimento cruciale avvenne in un giorno di fine estate. Antonio aveva, come sempre, il compito di portare con sé una strana cassetta, da maneggiare con la massima cura perché Marconi gli aveva detto che conteneva dell’esplosivo. Una piccola bugia a fin di bene.

[caption id="attachment_16280" align="aligncenter" width="1000"] Guglielmo Giovanni Maria Marconi (Bologna, 25 aprile 1874 – Roma, 20 luglio 1937) è stato un inventore, imprenditore e politico italiano.[/caption]

L’esperimento cruciale: trasmettere un segnale dall’altra parte della collina dei Celestini. Gli ordini del ragazzo erano stati chiari: «devi tornare indietro solo dopo aver sentito cinque segnali! Altrimenti aspetta lì». I segnali arrivarono. Inequivocabili. Ad un certo punto, Antonio apparve, correndo come un disperato e agitando le braccia. Guglielmo gli corse incontro, con il cuore in gola. Gli gridò «Et sintò i culpadèin?». Si abbracciarono. «Tugnat, avén vint, avén vint!». La radio nacque probabilmente così, anche se poi si sono aggiunte note di colore, come il famoso colpo di fucile. Colpo che fu sparato, e forse anche più di uno, specie quando il riluttante padre di Guglielmo venne a vedere cosa stava combinando il figlio. Giuseppe era un uomo severo che considerava quella del figlio come una stramberia, un’infatuazione adolescenziale per una e una sola materia di studio: la scienza. Mal tollerava che il figlio si chiudesse in un laboratorio per studiare, sperimentare. Non poteva soffrire gli esperimenti, puerili perdite di tempo, anche pericolosi perché riguardavano l’elettricità. Balocchi moderni per un ragazzo che fabbricava di tutto, compresi piccoli marchingegni e perfino un distillatore, e che si divertiva con i suoi aggeggi a fare scherzi ai domestici, come quando attaccò due fili elettrici alle zampe di un pollo e spaventò a morte la cuoca di casa facendolo “resuscitare” poco prima di essere infornato. Ma qual era la famiglia Marconi? Le origini della famiglia Marconi sono da individuarsi nella zona montana alle spalle di Bologna, a Granaglione, come discendenti di certo Marcone. Ancora nel 1848, le famiglie di cognome Marconi erano sei nel paese di Granaglione. Il nonno si chiamava Domenico e nacque alle Croci di Capugnano; doveva essere un possidente montano, non povero. Ebbe due figli: Giovanin Battista e Giuseppe, che fu il padre di Marconi, nato nel 1823. I due fratelli si trasferirono a Bologna e qui Giuseppe conobbe la bella Giulia Renoli, figlia di un banchiere che acconsentì al matrimonio dopo molte insistenze. La ragazza, però, morì a soli 24 anni. Giuseppe si risposò con Annie Jameson, di origine scozzese. Lui aveva 41 anni, lei 17. Giuseppe doveva avere una certa anglofilia, perché nel corso della sua vita assunse anche la cittadinanza inglese. Nel 1865 nacque il primogenito Alfonso, nel 1874 il secondogenito Guglielmo. Giuseppe dovette ricredersi: il figlio non era un adolescente introverso. Era un genio. La madre, già sapeva: Guglielmo l’aveva svegliata una volta nel cuore della notte e l’aveva condotta nel laboratorio per mostrarle i prodigi cui stava lavorando. Poi aveva assistito ai primi esperimenti. Aveva un ottimo rapporto con la madre. Il padre, infine, vide e “sentì” il colpo di fucile e anche quella lettera S in alfabeto Morse che fu la “firma” di tutti gli esperimenti di Marconi. Così, mise mano al portafoglio. Quell’aggeggio poteva essere utile, in fondo. Si potevano fare dei soldi, ma non in Italia. L’Italia era un paese arretrato. Meglio l’Inghilterra, dove d’altronde i Marconi erano di casa perché ci andavano ogni inverno.

Il mondo era in fermento. Anche Tesla e il russo Popov stavano giungendo alle stesse conclusioni. Ma a brevettare il “telegrafo senza fili” prima di tutti fu Marconi il 5 marzo 1896. L’Italia aveva un suo primato da portare come trofeo. E Marconi, anche se mezzo inglese, si sentì sempre e soltanto italiano e lavorò sempre nella sua vita per promuovere l’immagine dell’Italia nel mondo. Il 23 dicembre 1896 comparve la prima intervista su un giornale italiano, un’intervista rilasciata nientemeno che al noto giornalista Olindo Malagodi, un suo conterraneo emiliano, corrispondente da Londra della Tribuna. Chiese Malagodi: Qual è il carattere e lo scopo della sua scoperta e come Le è venuta in mente? Rispose Marconi: La mia scoperta non contiene nessun principio nuovo: ma applicazioni ed estensioni di principii già conosciuti. Essa si è formata nella mia mente a poco a poco» (p.55). A questo punto è giusto raccontare un aneddoto che rivela molto della personalità di Marconi. L’idea della radio gli venne infatti durante una visita con gli amici al santuario di Oropa, nelle Alpi Biellesi. Uno dei più bei santuari mariani italiani e il più grande santuario delle Alpi. Da esso si gode di una bellissima visione sulla pianura che si apre sconfinata, come ben può vedere chi scende da Oropa. Ebbene, lì lui ebbe l’intuizione, dopo aver sostato davanti alla Vergine Nera di Oropa. Scienza e fede che si univano. Marconi era un uomo di fede e per tutta la vita sarà legato alla Chiesa. Sarà un buon cristiano, per come poté. E concepì sempre la sua invenzione come un miglioramento dell’umanità, per scopi più alti e nobili. Oggi una targa ad Oropa ricorda l’aneddoto. Marconi riteneva, tra le svariate applicazioni della sua invenzione, che il telegrafo senza fili potesse essere di grande aiuto alle navi in difficoltà. Cosa che si rivelerà esatta. Se in Europa e in America il nome di Marconi divenne immediatamente celebre, tanto da poter essere definito l’italiano più famoso del mondo, in patria iniziarono le critiche. Alcuni criticarono il giovane scienziato perché nelle interviste che rilasciava sbagliava i nomi degli scienziati e che analoghe esperienze di telegrafia senza fili erano state già condotte in Inghilterra da William Preece. Ci si domandò: perché brevettare il telegrafo senza fili in Inghilterra e non in Italia? A Bologna il clima culturale, piuttosto chiuso, riteneva quel ragazzotto un parvenu. Il professor Augusto Righi, che era stato uno dei maestri di Marconi, fu intervistato e affermò che Marconi stesse adoperando strumenti già noti. Ma «secondo forse l’indole propria, che lo trae piuttosto verso le applicazioni della scienza che verso le grandi questioni della filosofia naturali, ha concepito le onde elettriche alla produzione di segnali a distanza» (p. 65). Un certo cerchiobottismo di Righi che aumentò le malelingue. E tutta la vita di Marconi fu tormentata da maldicenze. Le critiche più taglienti, al limite della diffamazione, gli arrivarono da Luigi Stefanoni, direttore di un giornale che non a caso di chiamava “la Critica”. Tipico spirito di polemica tutta italiana, una critica ad un uomo che invece teneva alto il nome dell’Italia nel mondo. Ma ormai Marconi aveva fondato la sua società, la Marconi Wireless Telegraph Company, e il 12 dicembre 1901 aveva condotto il suo esperimento più importante: la trasmissione da un capo all’altro dell’Atlantico. La prima trasmissione transoceanica. Marconi era ancora un ragazzo – si era fatto crescere i baffi, per sembrare più grande – ma era riuscito a compiere il miracolo! E finalmente anche in Italia, timidamente, la critica iniziò ad interessarsi di lui, dell’Elettricista, come veniva soprannominato dai giornali. Anche Righi, infine, ammise la grandezza di quello che un tempo aveva disconosciuto di avere avuto per allievo. Non poteva farne a meno.

[caption id="attachment_16285" align="aligncenter" width="1000"] Guglielmo Marconi con la moglie Maria Cristina in occasione del battesimo di sua figlia Elettra nel 1930.[/caption]

Anche perché l’opera di Marconi si rivelò utilissima. Non solo per la trasmissione di dati in tempo di pace, ma per salvare vite umane. È il caso dell’affondamento del Republic, al largo della costa atlantica degli States, che, speronato dal transatlantico italiano Florida, riuscì a mettere in salvo i suoi passeggeri grazie all’opera del marconista di bordo, Jack Bins. Curiosamente, all’epoca non si trasmetteva la sigla SOS ma la sigla CQD. Lo stesso anno, il 1909, ottenne il Nobel per la fisica. Il copione, purtroppo, non si replicò con il Titanic, sul quale doveva addirittura viaggiare lo stesso Marconi con la moglie, la baronessina Beatrice O’Brien. Non viaggiarono sul Titanic perché era il suo viaggio inaugurale e Marconi aveva un comportamento schivo, non voleva comparire alle feste e ai ricevimenti. Marconi inoltre lavorava mentre viaggiava e a bordo del Lusitania, il transatlancio da lui scelto, c’era uno stenografo da lui già conosciuto e apprezzato. Quando, la notte del 14 aprile 1912, il Titanic cozzò contro l’iceberg fatale, il marconista inoltrò nell’etere il nuovo segnale convenuto: l’SOS. Fu la prima volta che questo segnale fu utilizzato. Purtroppo, sappiamo che il segnale non fu sufficiente per salvare tutti i passeggeri, salvati dal Carpathia. Quando il Carpathia giunse a New York, la fama di Marconi raggiunse il colmo. Sotto i balconi dell’hotel Holland, dove solitamente risiedeva Marconi, si accalcarono i superstiti nella speranza di poter incontrare l’uomo grazie al quale erano ancora vivi, l’uomo che aveva permesso ai segnali di valicare l’oceano. Per giorni continuò la sosta dei superstiti che gridavano, rivolti alle finestre di Marconi: “Ti dobbiamo la vita!”.

Il disastro del Titanic fu l’episodio che cambiò per sempre il modo di vedere il mondo di allora. Prima, il positivismo la faceva da padrone. La scienza e la tecnica avrebbero potuto fare tutto. Ora, la realtà presentava il suo conto. Marconi, però, continuò a lavorare convinto che la sua scienza potesse salvare altre vite. Aveva anche un panfilo, l’Elettra, dal quale conduceva i suoi esperimenti. Taciturno, timido; ma anche cordiale e gentile con tutti i suoi collaboratori. Era un uomo che credeva nell’Italia e nell’italianità, un nazionalista che si iscrisse convintamente al partito fascista, dal quale fu adulato e che finanziò i suoi lavori. Alla fine della vita, Marconi si ritirò a Roma. Era un uomo celebre ma amante della tranquillità. Il re lo aveva nominato marchese. Aveva divorziato dalla moglie Beatrice e aveva sposato la marchesina Maria Cristina Bezzi-Scali, dalla quale aveva avuto la figlia Elettra. Rimase sempre in ottimi rapporti con la Chiesa, e fu lui ad avere l’onore e il privilegio di mostrare la radio al papa. Il primo papa che parlava per mezzo della radio. Pio XI. Nelle immagini dell’Istituto Luce si vede il pontefice che osserva lo strumento e, ammettendo la genialità di Marconi, riconosce in lui uno strumento della Provvidenza. Ma la vita di Marconi doveva finire relativamente presto, a 63 anni. Soffriva da tempo di cuore. Morì nella sua casa di via dei Condotti, il 20 luglio 1937. Inizialmente, ai primi segni della fine, non diede peso al suo malessere e diede solo all’ultimo disposizione affinché Maria Cristina, che era in quel momento a Viareggio. La crisi cardiaca che lo aveva colpito non lo risparmiò. Morì cristianamente, dopo aver ricevuto i sacramenti dal parroco di Santa Maria delle Fratte e recitato il Pater noster con le suore. Curiosamente, gli sopravvisse il fedele giardiniere di un tempo, Antonio Marchi, il quale nell’estate del 1895 aveva già 50 anni. Marchi si spense nel 1948 all’età di ben 106 anni. Uomo buono affezionatissimo al suo sgnurèin, come lo chiamava – non chiamò mai Marconi per nome, per lui rimase sempre lo sgnurèin – chissà se avrà potuto riabbracciare il suo vecchio amico lassù in Cielo. Si saranno abbracciati come quel giorno, nella tarda estate del 1895, quando dalla collina dei Celestini corsero a perdifiato, colmi di gioia? Ora, auguriamo a tutti e due una gioia nuova e senza fine.

 
 
Per approfondimenti:
_G. Maioli, I giorni della radio, a cent'anni dall'invenzione di Guglielmo Marconi, Bologna 1994.
 
 
 
 
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di Giuseppe Baiocchi del 04/03/2024

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Franz Josef Otto Robert Maria Anton Karl Max Heinrich Sixtus Xaver Felix Renatus Ludwig Gaetan Pius Ignatius (1912 - 2011), noto come Otto d’Asburgo ha sicuramente ricoperto nella storia del secondo dopoguerra un ruolo di spicco all’interno della politica europea. Capo della Casa d’Asburgo dal 1922 al 2007, anno in cui abdicò in favore del figlio Karl Thomas Robert Maria Franziskus Georg Bahnam von Habsburg-Lothringen (1961), fu il primogenito maschio dell’imperatore austriaco e re d’Ungheria Karl I (1887 - 1922) e di sua moglie Zita di Borbone-Parma (1892 - 1989). L’educazione dell’arciduca Otto, nonostante le ristrettezze economiche dettate dall’esilio, non sarà trascurata. L’erede, di una delle più importanti famiglie europee, fu seguito dal precettore conte Henri de Degenfeld, che lo avvia verso un’istruzione portata avanti anche da ex-ministri e direttori della Monarchia Duale, i quali avranno il gravoso compito di elevarlo verso un livello d’istruzione corrispondente al diploma superiore. Coerente con la tradizione asburgica sviluppa, come il padre, un alto senso di responsabilità, che successivamente gli tornerà utile in vista delle sue battaglie politiche.

[caption id="attachment_16255" align="aligncenter" width="1000"] Otto von Habsburg-Lothringen in età giovanile.[/caption]

Ma come poteva essere la giornata di un arciduca? Sicuramente molto dura: ci si alzava alle 06:30 di mattina, seguiva la Santa messa, la prima colazione, una breve pausa e successivamente si praticava equitazione o scherma, secondo le tradizioni di famiglia. Dunque lezioni e compiti, fino a colazione, poi Ottone poteva avere una ricreazione per riprendere i suoi studi fino al pranzo serale. Incredibile ci appare oggi, anche la conoscenza delle lingue europee: oltre il francese e l’inglese, il tedesco e l’ungherese, si esprimeva correttamente in italiano, spagnolo, ceco, croato e serbo. La famiglia gli insegna presto che ogni sua azione è sempre sotto «gli occhi di Dio», istruendolo verso i temi della tradizione cristiana. Con il passare del tempo, tutto diventa storia e le memorie di questi “antichi signori”, come li chiamano affettuosamente oggi i parenti, soddisfano bene la loro passione. L’amore per la natura e la caccia erano lo stesso comune denominatore, il vivere questa passione variava a seconda del carattere di ognuno di loro. Certamente l’Austria di fine Ottocento ed inizio Novecento possedeva un numero di selvaggina molto superiore all’epoca odierna per via della minore urbanizzazione dell’uomo e soprattutto la caccia era una professione incentivata dallo Stato: da qui le grandi battute storiche e i grandi raccolti di selvaggina autoctona. Oltre al rigore, degno di un Imperatore, la sua infanzia doveva toccare anche la problematica delle ristrettezze economiche, dettate dalla condizione, sempre instabile, della famiglia soprattutto dopo la morte del padre nel 1922 nell’esilio portoghese di Madeira. Accade anche che Otto non possa uscire di casa per diversi giorni finché il calzolaio del villaggio spagnolo non gli ripari il suo unico paio di scarpe, o che il ragazzo veda piangere una delle dame di compagnia della madre Zita, perché non vi erano i soldi per la spesa. La famiglia imperiale, in esilio, sarà prima ospitata da Alfonso XIII de Borbón (1886 - 1941) che li trattò da vero signore e galantuomo dal 1922 al 1929, successivamente si trasferirono in Belgio in uno château vicino Louvain, dove l’arciduca ereditario d’Austria poté frequentare l’università nella medesima città. La madre nel suo primo giorno universitario gli disse: «È una gran cosa essere fino a questo punto nelle mani di Dio». Alcuni amici della famiglia imperiale, gli offrirono un’auto per spostarsi e all’età di 23 anni conseguirà il dottorato in scienze politiche sociali, bruciando i tempi: siamo agli inizi degli anni trenta.

Una generazione di ex sudditi imperiali lo guardava, nonostante l'esilio, come punto di riferimento per un’eventuale restaurazione e in alternativa come leader politico. Uno di questi era lo scrittore Joseph Roth (1894 - 1939), afflitto dalla piaga dell’alcolismo. Alcuni suoi amici conoscendo l’infatuazione dello scrittore per gli Asburgo, ebbe l’idea di chiedere all’arciduca di intervenire. Il giovane, dopo aver convocato lo scrittore galiziano asserì: «Roth, in qualità di vostro imperatore, io vi ordino di smettere di bere». Roth, già ex soldato dell’Imperiale e regio esercito, in piedi sull’attenti, rispose una decisa esclamazione affermativa, prima di lasciare la stanza. Nel frattempo la Repubblica d’Austria, nel 1933, con il cancelliere austro-fascista Engelbert Dollfuss (1892 - 1934) – per scongiurare la presa del partito nazionalsocialista hitleriano in Austria -, rafforza il suo potere politico: viene sospeso il regime parlamentare creando un sistema corporativistico fascista a partito unico, con il Fronte Patriottico. L’arciduca Otto è inquieto per gli avvenimenti e riceve molti attestati di stima e sostegno da numerosi austriaci, sotto l’ala del cugino, il principe Maximilian Fürst von Hohenberg (1902 - 1962), figlio dell’arciduca assassinato a Sarajevo nel 1914, Franz Ferdinand.
[caption id="attachment_16254" align="aligncenter" width="1000"] Il Monumento di guerra sovietico di Vienna, più formalmente conosciuto come Heldendenkmal der Roten Armee si trova a Schwarzenbergplatz. Il colonnato semicircolare in marmo bianco che racchiude parzialmente una figura di dodici metri di un soldato dell'Armata Rossa è stato inaugurato nel 1945[/caption]
Tutto precipita un anno dopo, quando nel 1934 Dollfuss viene assassinato il 25 luglio a Vienna, durante un tentativo di Colpo di Stato nazionalsocialista. Sarà in tale periodo che avviene un evento alquanto particolare e portentoso, a simbolo dell’attaccamento della popolazione austriaca nei confronti della casata degli Asburgo: il 26 agosto il piccolo borgo di Kopfstetten ha il coraggio di nominare l’arciduca Otto, cittadino onorario – ricordando come l’asburgo fosse apolide in quel periodo. Da due anni, 269 comuni avevano già compiuto questo gesto di sfida di fronte alla minaccia di Adolf Hitler che amava affermare: «L’Austria? Sono cinque Asburgo e cento ebrei». Riconoscente, il giovane rampollo di Casa Asburgo e pretendente al trono, invia dal suo esilio belga una lettera aperta al sindaco di Kopfstetten, proprio l’ultima cittadina – come ci ricorda Zweig ne “Il Mondo di ieri” - da dove la famiglia imperiale aveva lasciato l’Austria: «Gli adii di Kopfstetten sono incisi per sempre nella mia memoria, anche se allora ero molto piccolo. Non dimenticherò mai l’angoscia che percepivo sul viso dei miei genitori nell’atto di separarsi da un popolo al quale avevano dedicato tutto se stessi […] Mi sembra sempre di sentire mio padre, l’Imperatore Karl, gridare “Arrivederci!” ai soldati che erano venuti alla stazione per portargli l’ultimo saluto. Purtroppo non ha più rivisto la sua patria, questo re della pace! E per quanto mi riguarda, con questa lettera conto di trovarmi già tra voi. So che i vostri cuori sono tutti in festa pronti ad accogliermi.. e per questo vi dico cordialmente a presto!». Successore di Dollfuss, il cancelliere Kurt Alois von Schuschnigg (1897 - 1977), da lui designato, nel 1935 riesce a far adottare dal parlamento alcune misure favorevoli alla dinastia il cui soggiorno in Austria era vietato. I decreti anti-Asburgo del 1919 sono parzialmente aboliti e due Burg, così come cinque case a Vienna, gli sono restituite. Possiamo pensare che Otto potesse cogliere il momento storico per una restaurazione nero-oro in Austria? Il cancelliere, viste le pressioni politiche si reca da Otto e nelle sue memorie scriverà: «dal pretendente al trono si diffondeva l’immagine di una personalità molto simpatica, cosciente delle sue responsabilità, sobrio nei modi, dotato di una intelligenza aperta, affinata dalle molteplici conoscenze e da una estrema gentilezza, una persona che sopportava a stento il suo destino di esiliato, con un impero giovanile che lo portava a non vedere gli effetti prospettici dovuti alla lontananza». Ancora tentativi, come quello avvenuto sempre tra il cancelliere, in lotta con l’estrema destra e l’estrema sinistra, e il capo del governo francese Pierre Laval (1883 - 1945). Ancora von Schuschnigg annoterà: «L’Austria e gli Asburgo sono concetti che, storicamente parlando, sono inseparabili come quello di Vienna dall’Austria o quello della Francia dai Borboni». Otto rappresentava l’uomo della tradizione e del legante culturale austriaco, colui che potrebbe garantire l’indipendenza d’Austria, nei confronti della Germania. Inoltre Otto d’Asburgo fu uno dei leader del tempo a opporsi nettamente alle lusinghe di Hitler, il quale prometteva all’interno del Mein Kampf, la restaurazione della monarchia asburgica in cambio del sostegno al nazionalsocialismo austriaco. La risposta di Otto mostra grande coraggio, quando senza ambiguità risponde su di una testata giornalistica: «Hitler è il solo uomo con cui ho sempre rifiutato di avere la benché minima relazione». Otto fin dall’inizio fu convinto, leggendo attentamente la sua opera, che il leader del partito nazionalsocialista voleva la guerra.
Intanto gli avvenimenti precipitano: nel 1936, in segno di riconoscenza verso il Führer per non essersi opposto alla campagna d’Etiopia del regime fascista (1935), Benito Mussolini ritira il suo appoggio al governo austriaco come “protettore dell’Austria” ritirando le truppe del Regio-esercito dal Brennero. Al fine di mantenere l’indipendenza, il cancelliere Schuschnigg è costretto a firmare un accordo con Hitler nel quale quest’ultimo prometteva di non invadere l’Austria in cambio della partecipazione dei “nazisti moderati” al governo di Vienna: ancora un’ultima illusione. È da affermare, di contro, che quasi la metà del Paese voleva ed ambiva all’annessione alla Germania, per ricreare quello che fu Il Sacro Romano Impero a lingua unicamente tedesca, dunque pangermanista. Addirittura anche i socialisti austriaci erano impegnati a sostenere l’Anschluss e così il 12 marzo del 1938, avveniva quello che passerà alla storia come Delenda Austria: la nazione veniva inglobata al Reich tedesco, con i blindati della Wehrmacht che supereranno la frontiera della Repubblica austriaca, senza incontrare resistenza dall’esercito. L’Austria si trasformava nella Ostmark (La Marca dell’Est), una provincia del Grande Reich. L’avversione di Otto al nazismo, fin dagli albori, lo pose come l’acerrimo nemico di Hitler, per quanto riguardava le posizioni del Führer sull’istituzione monarchica. È tristemente famosa la frase del nome in codice dell’Anschluss “Operazione Otto” e altrettanto forti furono le frasi di Hitler sprezzante sul passato dell’Austria-Ungheria, che definiva “impero meticcio”. Ancora due inviti da parte del cancelliere tedesco vengono rifiutate nettamente da Otto. Una posizione diversa, rispetto a quella presa dagli Hohenzollern, specialmente dal Kronprinz August Wilhelm Heinrich Günther Viktor Hohenzollern (1887 – 1949, il primogenito del Kaiser Guglielmo II) il quale aveva pubblicamente appoggiato Hitler durante la campagna elettorale, per avere in cambio una restaurazione della propria famiglia. L’arciduca ricorderà come una volta incontratosi con il principe prussiano, questi si presentò in camicia bruna delle SA, mettendolo «a forte disagio». Come in altri casi politici, Hitler sfruttò il nome della Casa reale per prendere voti, poi una volta al potere, scaricò gli Hohenzollern, non restituendo alcun “Trono e Altare”.
[caption id="attachment_16256" align="aligncenter" width="1000"] La vigilia del matrimonio una cena di gala si svolge all’hotel Excelsior. Otto indossa il collare dell’ordine del Toson d’Oro di cui è Gran Maestro; la regina esibisce un cerchietto di diamanti che apparteneva alla duchessa Maria Giuseppe, nonna del marito. A sua nuora Zita consegna le insegne in diamanti dell’ordine della Croce stellata che lei portava il giorno del suo matrimonio con Karl – onorificenza femminile in cui la sposa del capo del casato d’Austria è detentrice da quasi due secoli.[/caption]
Una settimana dopo l’annessione dell’Austria, il giorno di compleanno del Führer, il Ministro austriaco della Giustizia emette un mandato d’arresto contro Otto d’Asburgo e si legge nella nota «alto tradimento», poiché domandò aiuto alle Potenze straniere per impedire l’annessione. La stampa di lingua tedesca è dura, additandolo come «un reietto degenerato degli Asburgo» e un «criminale in fuga»: inizia la caccia all’uomo, che terminerà solo con la fine della seconda guerra mondiale. Il primo tentativo di rapimento da parte nazista, avviene nel 1939, quando un commando della Gestapo tenta di rapirlo: a Parigi, Otto soggiorna in un hotel di boulevard Raspail e, dopo l’armistizio del 1940, esso figura nella lista dei 76 nomi stabilità dall’alto comando come “elementi pericolosi e sovversivi”. Le autorità francesi hanno ordine espresso di arrestare tali individui; addirittura Walter Richard Rudolf Hess (1894 - 1987) voleva assassinarlo immediatamente dopo l’arresto avvenuto. L’arciduca si trovava in una situazione di immenso pericolo: la sera del 9 giugno 1940, quando il governo francese era già stato trasferito a Bordeaux, Otto è invitato ad un pranzo al Ritz da un ex ambasciatore americano presso il re dei belgi, per le 20:30. Una cena alquanto surreale se si pensa che cinque giorni dopo le truppe tedesche entravano trionfalmente a Parigi. La città è un deserto e gli uomini possono sentire il rumore dei loro passi che risuono nella sottostante piazza: «Eravamo i soli ospiti dell’albergo. Era incredibile quando ci penso… […] La cena era stata servita secondo le regole dell’albergo da camerati in frac come se niente fosse. La cena fu sontuosa, la discussione entusiasmante». Curioso che il libro degli ospiti del Grand Hotel veda, dopo la firma dell’arciduca, quella del feldmaresciallo Erwin Johannes Eugen Rommel (1891 - 1944), avvenuta pochi giorni dopo; qualche anno più tardi Otto d’Asburgo affermerà «di sicuro il mio nome non gli sarà sfuggito»! Il giorno dopo egli partirà per la Spagna ed il Portogallo, aiutando anche un centinaio di compatrioti austriaci alla frontiera con la Spagna franchista. A breve approda negli Stati Uniti, dove a Washington, convince l’amministrazione Roosevelt a dichiarare il 25 luglio “l’Austrian Day” e pubblica articoli per la rivista “The Voice of Austria”. Il prestigio della sua figura è tale che viene ricevuto anche presso la Casa Bianca dal presidente e sua moglie, incontrerà banchieri e industriali. Le sue conferenze affascinano il pubblico americano: le sue esposizioni sono chiare e precise, per un pubblico che conosce a malapena la Mitteleuropa. Sarà anche grazie al lavoro di Otto d’Asburgo, che alla conferenza dei ministri degli affari esteri che si era tenuta a Mosca il 19 ottobre 1943, gli alleati dichiararono che a conclusione del conflitto l’Austria sarebbe dovuta essere libera e indipendente, annullando, de facto, l’Anschluss. Infaticabile difensore dell’identità dell’Austria Otto d’Asburgo lavorerà a Washington fino al 1944, mentre la sua famiglia si era trasferita in Québec. Il suo ruolo negli Stati Uniti diviene essenziale, poiché egli si sforzò di far capire l’importanza dell’equilibrio geopolitico mitteleuropeo verso gli americani, ricordando loro molto spesso i gravi errori dei trattati post 1918, dove l’incoscienza, l’ignoranza e il disprezzo avevano regnato sovrane sui paesi sconfitti. Scoperto ben presto il piano egemonico comunista di Stalin nei confronti dell’Austria, che prese il nome di “Morghenthau” (dal nome di un segretario di Stato americano al Tesoro che l’aveva elaborato), vi si oppose con grande energia. Tale programma prevedeva la divisione dell’Austria in due parti: Vienna sarebbe andata sotto il controllo dell’Unione Sovietica (come poi avverrà per circa dieci anni) insieme a metà del territorio austriaco. I negoziati, quando Otto ne viene a conoscenza, sono già in uno stadio avanzato. Il presidente americano riferisce all’arciduca che è possibile ancora rivedere tale piano a condizione che lo richieda il Primo Ministro britannico, un certo Winston Churchill. L’inglese decretò, con molta semplicità che «la strada per l’India, vitale per l’Inghilterra, passava per Vienna e che quindi bisognava modificare il piano d’occupazione dell’Austria». Un lavoro oscuro e silenzioso quello dell’arciduca: se il piano Morgenthau fosse stato applicato l’Austria sarebbe scomparsa. L’armata Rossa entra in Vienna il 12 aprile 1945, presentandosi come “liberatrice” e facendo temere un trionfo bolscevico alle elezioni. Stalin ordinerà l’edificazione di un monumento alla loro gloria in piazza Schwarzenberg, ancora presente, inquadrato oggi da una fontana. L’Austria viene così “salvata” in quattro zone e non data interamente ai sovietici. La zona britannica controlla la Stiria, la Carinzia e il Tirolo orientale; la zona francese occupa il Tirolo settentrionale e il Vorarlberg; la porzione americana la parte sud dell’Alta Austria e Salisburgo; infine la Russia la Bassa Austria, il Burgenland e la parte dell’Alta Austria. Vienna stessa è scorporata in ben cinque zone, dove nel primo distretto era presente la sede amministrativa delle quattro potenze di occupazione e la capitale divenne dal 1948 il crocevia della guerra fredda.
L’esilio per Otto d’Asburgo sembra finire e dopo 25 anni può tornare nella sua terra (1945 - 1946): altra speranza effimera dopo tanti sforzi. Su richiesta del governo austriaco, gli Alleati ristabiliscono le leggi anti-Asburgo del 1919. L’accanimento ingiustificato porta la firma del presidente repubblicano Karl Renner (1870 - 1950), colui che nel 1938 aveva approvato l’annessione dell’Austria da parte di Hitler. La famiglia è costretta a ripartire per l’esilio, mentre l’Europa andava trasformandosi in quel “campo di battaglia” tra le due ideologie imperialiste che si affrontavano. L’arciduca risiede in Francia, ma viaggia spesso come conferenziere. Per lui, l’evento più importante nell’immediato dopoguerra è il matrimonio: a 39 anni nel 1951, sposerà a Nancy, antica capitale del ducato della Lorena, la regina ventiseienne di Sassonia-Meiningen. L’atmosfera è particolare: oltre alle 80.000 persone presenti, è presente una scorta di soldati in uniforme ungherese e diversi dignitari sfilano con le uniformi dell’antico Impero. I due si conobbero nel 1950, dopo lo scoppio della guerra di Corea. I campi dei rifugiati ungheresi in Germania erano scossi dalla paura del vicino confine sovietico: «È così che ho incontrato la mia futura sposa. Lei cooperava con la caritas che si occupava degli ungheresi con i quali ne condivideva la sorte. I beni della sua famiglia che si trovavano in zona di occupazione sovietica, quella che sarebbe poi diventata la “Repubblica democratica tedesca”, erano stati confiscati integralmente. Questa giovane donna coraggiosa, esiliata come lo ero io e proveniente da una famiglia provata dalla sorte, mi ha subito attirato». Dopo il matrimonio la coppia si trasferisce in Baviera, nella confortevole villa di Pöcking sul lago di Starnberg a sud di Monaco, romanticamente lo stesso luogo dove trovò la morte Ludwig II il 13 giugno del 1886. Le nascite si susseguono: Andrea (1953), le gemelle Monika e Michaela (1954), Gabriella (1956), Walburga (1958), Karl (l’erede tanto atteso nel 1961) e Georg (1964). Sulla moglie l’arciduca asserirà: «La favola non è mai terminata. Abbiamo avuto sette figli, cinque bambine e due bambini. Penso che le famiglie numerose siano una buona cosa, sia per i bambini come per il Paese». Dopo la liberazione da parte sovietica dell’Austria nel 1955 (Trattato di Belvedere), Otto ottiene nuovamente la nazionalità austriaca, senza il permesso di tornare sul suolo natio. Nel 1957 Otto dichiara di riconoscere apertamente la Repubblica d’Austria, ma ancora i socialisti si oppongo forzatamente al suo rientro. Ancora il 31 maggio del 1962, egli rinuncia “in conformità all’articolo 2 della legge del 3 aprile 1919 al suo ruolo di membro del casato degli Asburgo-Lorena e alle rivendicazioni di sovranità che ne derivano. Nonostante i suoi gesti di distensione, il “dottor Asburgo” fa ancora paura in Austria. Solo nel 1966, il 31 ottobre, potrà rimettere piede su suolo austriaco, ma continuerà sempre a risiedere in Baviera, ottenendo anche la cittadinanza tedesca nell’aprile de 1978: tale operazione gli permetterà di candidarsi alle elezioni del parlamento europeo del 1979. Il ministro presidente della Bassa Austria accetterà la doppia cittadinanza – vietata in Austria – poiché il dottor Asburgo-Lorena ha merito di aver fatto «ricomparire sulle carte geografiche del mondo l’Austria, dopo la seconda guerra mondiale».
[caption id="attachment_16257" align="aligncenter" width="1000"] Otto von Habsburg-Lothringen in età avanzata.[/caption]
Otto viaggia in molti Paesi d’Europa per cooperare politicamente alla sua ricostruzione: famosa la conferenza del 28 marzo 1968 al gran teatro di Le Mans, avente titolo “Austria tra est e ovest” organizzata dall’Accademia du Maine diretta da Guy des Cars. Recentemente, teneva ancora una conferenza “a braccio” al Circolo dell’Unione interalleata con “L’Europa degli anni 2000”, seducendo il numerosissimo pubblico presente. Possiamo capire come egli potesse essere ascoltato anche dai politici di primissima classe, in occasione della guerra di Jugoslavia (1991 - 2001). La famiglia Asburgo, perso il potere temporale, dopo essere sopravvissuta a tante rivoluzioni, persecuzioni e guerre, oggi si impegna con costanza – seguendo l’esempio di Otto – in numerose attività diplomatiche, caritative, amministrative e culturali, sempre in segno dei valori dell’Unità Europea. Certamente nel segno di un Vecchio Continente non asservito dall’attuale tecnocrazia economica e politica: Otto si sorprese nel vedere sulle banconote europee nessun personaggio storico celebre per il nostro continente, né nell’aver denotato alcun elemento del patrimonio artistico, architettonico, spirituale, scientifico e industriale, ma vuoti archi astratti che non conservano in sé nessun valore. La soppressione delle feste cristiane, figlio di un pretenzioso calendario europeo comparso nel 2011 rammaricò molto l’arciduca, che da sempre si era battuto per altri valori. Il complotto per far dimenticare le radici e l’identità “dell’Europa dei popoli”, oggi è ancora in atto. Un vero e proprio lavaggio della coscienza europeo. Come afferma anche il dott. Federico Nicolaci nei suoi studi: «Lo stupore con cui l’Europa scopre oggi di essere una “tecnocrazia senza radici” (Habermad 2014, p.21) e una costruzione “fondamentalmente vuota” (Judt 1996), come la crisi dei debiti sovrani e la conflittualità intra-europea che da essi si è sprigionata dimostrano chiaramente, ricorda lo stupore del miope, giacché tale esito non è accidentale, ma è il risultato ultimo di un parossistico rafforzamento dell'approccio funzionalistico e tecnocratico all'integrazione europea. Un'auto-comprensione altamente impoverita dell'Europa ha reso possibile che venissero abbracciati quegli stessi processi di spoliticizzazione che sono oggi la causa della sua disintegrazione politica e culturale. È evidente, infatti, che un'Europa unita e legittimata solo dai benefici materiali (dispensati da una “polity” sovranazionale sottratta in linea di principio, e nel caso della BCE de iure, all'influenza politica democratica) è un'Europa profondamente instabile, essenzialmente disunita: quando tali benefici si rivoltano in svantaggi, come sta accadendo con la crisi dell'Euro, nessuna “energia” rimane ad arginare le forze centrifughe e disintegranti. Un’unione dei progetti è un tempio completamente vuoto, inanimato, e nella misura in cui l’Europa pensa di sé semplicemente in termini pragmatico-funzionali, allora essa pronuncia volontariamente la propria condanna». Ancora, proseguendo con le problematiche europee, ci sono voluti ben 92 anni per pagare i 269 miliardi di Reichmarks, ossia i 200 milioni di euro, dovuti alle riparazioni di guerra della Germania, estrapolate nel trattato di Versailles, saldato solo il 3 ottobre 2010. Il ritorno dell’Imperatrice Zita, con i suoi funerali di Stato in Austria sono stati oggetto di ampie discussioni da parte dell’opinione pubblica europea. Meno contestata, la beatificazione dell’Imperatore Karl I, avvenuta il 3 ottobre del 2004, per mano di Papa Giovanni Paolo II, che permise l’esposizione del ritratto del beato Imperatore sulle finestre di città del Vaticano, ricordate anche da Otto, il quale lascia un grande vuoto politico il 14 luglio del 2011 alla veneranda età di 99 anni, presso il suo domicilio di Pöcking in Baviera. L’arciduca si era molto indebolito, dopo essere caduto da una scalinata e soprattutto dopo la perdita della sua amata moglie un anno e mezzo prima. Lascia i famigliari in punta di piedi, addormentandosi nel sonno, con stile, così come aveva vissuto senza mai alzare la voce, per tutta la sua vita. I suoi funerali solenni a Vienna il 1°agosto sono stati accompagnati da 1 milione di austriaci (in un paese di 8,3 milioni di abitanti), ma anche da ungheresi, ruteni, galiziani, croati, italiani, boemi: il vecchio Impero scomparso, si riuniva per l’ultima volta. Nella cattedrale di Santo Stefano, la cerimonia si è svolta in presenza di numerosi monarchi e principi europei, del bel mondo, ma l’evento solenne ha visto anche alte personalità della politica europea e personaggi di rilievo religioso. Presenti tutti i cavalieri dell’Ordine del Toson D’Oro, ordine di cui l’Arciduca era stato Gran Maestro in Austria ed erano presenti anche un nutrito gruppo di quattrocento Kaiserjäger in gran tenuta tirolese, simbolo dell’attaccamento dell’ex contea del Tirolo all’erede al Trono. La televisione pubblica ORF ha trasmesso le esequie in diretta con diversi reportage storici e attuali, fino alla storica cerimonia di sepoltura presso la Cripta dei Cappuccini, che si apprestava ad accogliere ancora una volta “un semplice peccatore”.
 
Per approfondimenti _Marie-Madaleine Martin, Othon de Habsbourg – Prince d’occident, edizione Du Conquistador, 1959; _Jean Des Cars, La storia degli Asburgo, Udine, Nuova editrice goriziana, 2018; _Flavia Foradini, Otto d’Asburgo. L’ultimo atto di una dinastia, Trieste, Mgs Press, 2004.
 
 
 
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di Gabriele Mendella del 15/01/2024

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[caption id="attachment_16206" align="aligncenter" width="1000"] Pierre Lenfant, la battaglia di Fontenoy (particolare), 1745.[/caption]
«È fuori dubbio che in ogni epoca i nostri Re hanno avuto una guardia. E un’usanza da tempo immemorabile e universale presso le nazioni; ed è sempre stato della dignità e della sicurezza dei sovrani avere delle persone che le accompagnassero per onore e che vegliassero alla loro salvaguardia». I Re di Francia hanno dunque da sempre mantenuto diverse guardie per vegliare alla sicurezza della loro persona. Gontran, Re di Borgogna e di Parigi (561 d.C.), sarebbe il primo ad aver preso delle precauzioni per mettersi al riparo di ogni attacco da parte delle fazioni avversarie o di individui isolati. Il numero delle guardie è stato successivamente aumentato nel regno di Luigi VI, detto il Grosso (1081 - 1137), Carlo VI il Beneamato (1368 - 1422), in particolare nella “epoca d’oro” di Luigi XII, detto il Padre del Popolo (1462 –1515) e Francesco I (1494 - 1547), durante i quali le guardie reali brillavano per magnificenza e splendore.
Dall’inizio della monarchia, fino a Filippo II - noto anche come Filippo Augusto (1165 -1223) - la guardia del Re era composta da uomini scelti, che si chiamavano ostiarii o custodes, cioè portieri. Essi sono all’origine della compagnia delle Gardes de la Porte. Ma è a Carlo VII, detto il Vittorioso (1403 –1461) che si deve la creazione di una vera guardia permanente destinata alla sicurezza del Re, che costituisce la Maison militare, per distinguerla dalla Maison civile. La Maison du Roi nel suo insieme è stata regolamentata da Enrico III di Valois (1551-1589) nel 1578 e nel 1585, poi da Jean-Baptiste Colbert (1619-1683). Essa è diretta dal grand maitre de France, uno dei primi personaggi del reame.
Nel XVI e XVII secolo, conta fra 1.000 e le 2.000 persone. E’ difficile tracciare la sua esatta evoluzione. Come scrive Jean-Francois Solnon nel Dictionnaire du grand siècle: «la struttura (della Maison du roi) non ha l’ordine di un giardino alla francese. E’ un insieme eterogeneo, costituito progressivamente per aggiunte successive di nuovi servizi senza la soppressione brutale dei più anacronistici (…) La negligenza della tenuta dei ruoli, l’imprecisione delle attribuzioni impediscono ogni classificazione rigorosa, ogni enumerazione precisa». Essa comporta tre grandi divisioni: la maison civile, la maison militare e la maison ecclésiastique.
La Maison du Roi è stata l’erede dell’Hotel du Roi riorganizzato da Enrico III. La sua gestione è posta sotto il controllo del “Bureau de la Maison du Roi” (ufficio della casa reale) che comporta la chambre aux deniers (stanza della moneta), la quale esisteva dal XIII secolo ed era incaricata dei pagamenti dei diversi grandi uffici come della loro contabilità. Luigi XIV di Borbone, detto il Re Sole (Le Roi Soleil) o Luigi il Grande (1638-1715), vi introdusse una milizia più numerosa, più brillante e meglio scelta, potendo affermare che da questa epoca, la Maison militaire dei Re di Francia fu composta dall’élite della nobiltà del regno e da vecchi soldati chiamati - per il loro valore all’onore - a difendere il trono. Questa guardia ha sempre avuto la priorità sulle altre truppe e il posto d’onore nell'esercito. La Maison militare del Re di Francia radunava un gran numero d’unità, tanto di cavalleria che di fanteria, servendo tanto da guardia personale al sovrano che da truppa d’élite in caso di conflitti. Il termine stesso “maison militare” non apparve in effetti che nel 1671. E dunque è soprattutto a Luigi XIV che si deve la militarizzazione, l’ampliamento e l’organizzazione definitiva della Maison militare. Egli non dimenticava che diversi suoi predecessori, fra cui suo nonno, erano stati assassinati. Inoltre lui stesso era stato fortemente segnato dall’esperienza della Fronda, e soprattutto dalla sua fuga fortuita dal Louvre nella notte del cinque e del sei gennaio 1649 (a soli undici anni). Fu questa la prima di una serie di occasioni in cui la mancanza di una forza di guardie consistente e affidabile fece clamorosamente difetto. Dopo la sua accessione al trono nel 1654, ma soprattutto al momento della presa di potere nel 1661, egli decise dunque di fare della Maison una forza veramente militare, in grado di poter imporre la sua volontà sugli oppositori, nobili, parlamentari, o anche sulla popolazione di Parigi – in caso di rivolte – così frequenti in quell’epoca. Fino ai giorni funesti della rivoluzione, l’accesso al sovrano era libero e la moltitudine degli individui che lo circondava (domestici, ufficiali, cortigiani, curiosi) generava un importante problema di sicurezza. Luigi XIV si dotò di uno strumento particolare – al riparo dei partiti e dai loro partigiani – sul quale poteva contare in ogni luogo e circostanza per garantire la sua sicurezza e quella della sua famiglia.

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di Jessica A. Liliane Tami e G. Baiocchi del 12-01-2024

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Figlio di un duca d’Aquitania, vescovo di Tongres, fondatore della città di Liegi, apostolo delle Ardenne piene di selvaggina, santo taumaturgo della rabbia, Monsignor Saint Hubertus delle Ardenne è venerato soprattutto come patrono dei cacciatori. Nel corso dei secoli, l’agiografia ha arricchito la sua breve biografia facendo emergere una storia leggendaria in cui, nell’interesse dell’edificazione cristiana, si combinano fatti storici ed invenzioni. La leggenda però ha preso il sopravvento sulla storia. Nonostante ciò, i secoli sono passati e i cacciatori si raccomandano ancora alla sua Santa protezione.
[caption id="attachment_13583" align="aligncenter" width="1024"] Museo del Prado, Madrid: Rubens Peter Paul, La visione di Saint Hubert, olio su tela, 1617-20 - 63x100 cm.[/caption] Le vite di Saint Hubertus sono numerose e la loro veridicità rasenta il meraviglioso trascendendo il dato meramente storiografico. La letteratura leggendaria è un terreno ingrato ma il raccolto non è assolutamente nullo. Intorno al 1520 è stato pubblicato, a Parigi, un libro dal titolo La Vie de Monseigneur Dardeine. Tratta da un manoscritto composto nel 1459 da Hubert il prevosto, che si è espirato a sua volta ad un testo scritto da un chierico nel 744. Nonostante le distorsioni storiche, gli elementi attorno a cui è stata costruita la sua leggenda, possono essere conservati. Hubertus nacque intorno al 665 nella Gallia orientale, nel pieno della cristianizzazione. Fu consacrato vescovo a Roma nel 709 e succedette a san Lamberto sul trono episcopale di Tongeren-Maastricht, che trasferì a Liegi nel 718. Continuando la sua opera pastorale nelle Ardenne, egli combatté contro i culti pagani e morì il 5 novembre 728. Il 3 novembre 744, il suo corpo fu traslato per la prima volta nella Chiesa Superiore di San Pietro a Liegi. Nell’825 i suoi resti furono posti nelle Ardenne, nell’Abbazia benedettina di Andage, che prese il suo nome. Divenne un importante luogo di pellegrinaggio e si sviluppò il mito hubertiano. Da quel momento in poi, la tradizione vuole che egli fosse un cacciatore colpito dalla grazia in mezzo alla foresta come San Paolo sulla via di Damasco. Molto presto i cacciatori iniziarono ad offrirgli, in occasione dell’anniversario del primo trasferimento del suo corpo, i frutti dell’inizio della stagione di caccia e la decima parte della selvaggina catturata durante il resto dell’anno. Già dalla fine del XV secolo, gli si attribuisce la visione del cervo crocifero di Sant’Eustachio che arde i cuori dei cacciatori. La sua genealogia viene delineata e lo si fa entrare a far parte dell’illustre famiglia dei Pipinidi, discendenti del “famoso Pharamond primo re dei Francesi”, pronipote di Clodoveo e figlio di Bertrando d’Aquitania. Allevato devotamente da sua zia, Sant’Ode, seguì fin da piccolo il padre nelle battute di caccia. Acquisì una tale abilità in questo esercizio che i Signori più abili erano spesso stupiti dalle sue osservazioni sagge e prudenti. All’età di diciotto anni entrò alla corte di Thierry, Re di Neustria, prima di emigrare in Austria dove il duca Pipino di Heristal, suo parente, lo nominò Gran Cacciatore. Lì Hubertus condusse una vita dissipata, abbandonandosi alla sua passione preferita: l’arte venatoria. Hubert aveva anche un grande successo con le signore e fu così che sposò Floribanne, la figlia del Re Dagoberto nel 682. La sua vita cambiera il giorno del Venerdì Santo del 683, quando Hubertus andò a caccia di cervi nella foresta delle Ardenne, con una decina di uomini, muniti di corni e cani. Dopo situazioni convulse legate all’inseguimento all’interno della selva, il cervo si fermò ed incredibilmente iniziò ad avanzare verso Hubertus. Il cacciatore, in quel momento, vide risplendere tra le corna dell’elegante animale un crocifisso in cui risplendeva il Cristo. Il suo cavallo si impennò e una voce risuonò nella foresta: “Hubertus, Hubertus, perché mi insegui? Fino a quando la tua passione per la caccia ti farà perdere la salvezza? Vai a Maastricht dal mio servo Lambert: ti dirà cosa devi fare”.
[caption id="attachment_13586" align="aligncenter" width="1000"] Miniatura medievale del Santo.[/caption]

Ciò che fu ordinato, fu eseguito. Uberto implorò la protezione del Cristo e annunciò il suo desiderio di conversione. Prese i voti dopo la morte della moglie Floribane, avvenuta dando alla luce Floribert1. Si ritirò quindi come eremita nella foresta, che lasciò unicamente per un pellegrinaggio a Roma. Il giorno del suo arrivo, nel 709, San Lamberto viene assassinato. Papa Sergius I (650 - 701), avvertito e consigliato in sogno, nomina Hubertus Vescovo. Sostenendo di non essere degno, cerca di fuggire, ma così come scrivono alcune testimonianze, un angelo gli dona il bastone pastorale, i paramenti di San Lamberto e una stola tessuta dalla Vergine. Non gli resta che sottomettersi alla decisione papale e, durante l’incoronazione, San Pietro stesso gli consegna una chiave d’oro. Saint Hubertus, che voleva cacciare e prendere, si ritrova cacciato e preso. Le circostanze della conversione di Saint Hubertus si rifanno a quelle di sant’Eustachio2, il cui culto si diffuse in Francia nel XI secolo.

La leggenda Aurea racconta la storia di Placido, un generale al servizio di Traiano, che un giorno, mentre era a caccia, “incontrò un branco di cervi, tra i quali ne notò uno più bello e più grande degli altri. Dopo una corsa affannosa, il cervo urtò una roccia. Placido lo osservò e vide un crocifisso tra le corna, ed è Cristo che gli parla «Placido, perché mi perseguiti? Io sono il Cristo che voi onorate senza saperlo: la vostra elemosina è salita prima di me, ed è per questo che sono venuto; era per inseguirvi io stesso per mezzo di questo cervo che correvate. Placido fu quindi battezzato con il nome di Eustachio. Venuto a conoscenza della sua conversione, l’Imperatore Adriano condannò lui e la sua famiglia a essere bruciati in un toro di bronzo. Confusione di date, usurpazione di un miracolo, “trasferimento epico” o “trasferimento politico”, le ragioni del dirottamento della leggenda di Sant’Eustachio a favore di Sant’Uberto restano oscure. L’ipotesi oggi più credibile è quella di Colette Beaune (1943), la quale osserva che Eustachio «fu sostituito, in seguito all’occupazione inglese, da Sant’Uberto, protettore di Liegi, tradizionale alleato del Re di Francia contro la Borgogna3». La leggenda non scelse impunemente il cervo come araldo della parola divina. Fin dalla notte dei tempi, è stato sacro e venerato come animale psicopompo. La sua pelle, ritenuta imputrescibile, permetteva il passaggio dalla vita alla morte e i primi cristiani credevano di scorgere sulla sua fronte il segno del tau, il segno della croce. La Santa Chiesa riprese l’immagine del cervo come simbolo di Cristo. San Girolamo paragona la sete religiosa al cervo che si disseta4. La caduta annuale dei suoi palchi, poi la loro ricrescita, è assimilata alla resurrezione e gli conferisce un simbolo di longevità, eternità e perennità, correlata all’istituto monarchico.

Presentato da Plinio come l’implacabile nemico del serpente, è anche un feroce avversario del male. Infine, le dieci punta dei suoi palchi ricordano i Dieci Comandamenti e, in quanto animale da caccia sacrificato secondo un rituale codificato, la sua uccisione non è forse un’immagine della Passione di Cristo? «I Padri e i teologi ne fanno [...] un attributo o un sostituto di Cristo allo stesso modo dell’agnello o in altri settori dell’unicorno. Per fare questo non esitano a giocare con le parole e a stabilire un legame tra cervus e servus, dove il cervo è il salvatore»5.

«Il ruolo degli ecclesiastici in questa promozione del cervo era essenziale. Per la Chiesa, che da tempo si opponeva a tutte le forme di caccia, il cervo era il male minore. Questo simbolismo fece del cervo il gioco reale dei principi cristiani, che si distinguevano così dalla forza bruta che i re barbari usavano contro le bestie selvatiche, gli orsi, i cinghiali e i lupi»6. La visione di un cervo, portatore di un messaggio divino, è un tema ricorrente nelle leggende cristiane, profane e nei romanzi. San Giuliano l’Ospitaliere, la cui leggenda ha ispirato Flaubert, viene fermato durante una caccia da un cervo che gli predice che distruggerà suo padre e sua madre. Un altro episodio ci perviene da San Meinulphe, il quale fondò il convento di Böddeken nel luogo in cui gli apparve un cervo. La seconda traslazione delle reliquie di Sant’Uberto, nell’825, diede al suo culto un notevole impatto, poiché la sua devozione divenne molto comune anche in ambito terapeutico.

[caption id="attachment_13587" align="aligncenter" width="1000"] Alcune statue di Saint Hubertus (da sinistra a destra): complesso scultoreo presente nella città di Praga; statua di Saint Hubertus e il giovane cervo del XVIII sec., alta 184 cm; statua di Saint Hubertus nella chiesa di Saint-Martin d'Arc-en-Barrois.[/caption]

Dopo la conversione e lasciata la caccia, il Santo delle Ardenne divenne esorcista e moltissimi pellegrini andarono alla sua abbazia, dove i miracoli si moltiplicarono. Il suo potere antirabbico, legato al suo passato di cacciatore, per tradizione gli attribuisce anche poteri taumaturgici alla stola che un angelo gli donò7: «Questa stola che Dio vi manda avrà un potere efficace sui demoni, sui posseduti, sui frenetici e sui poteri infernali. Chiunque sia stato morso da animali rabbiosi sarà preservato dalla rabbia grazie alla sua virtù, che si perpetuerà di secolo in secolo nella tua memoria». La stola e la chiave d’oro divennero presto oggetti di venerazione e strumenti di guarigione. Una delle pratiche più diffuse era la “potatura”, praticata dai monaci del Santo. Il malato veniva inciso con un coltellino e il sacerdote sollevando l’epidermide, inseriva un filamento della stola santa. La ferita veniva poi coperta con una benda che il paziente si impegnava a tenere per nove giorni, durante i quali non doveva radersi né lavarsi il viso e le mani, doveva astenersi dal vino, dormire da solo in un letto con lenzuola bianche e infine confessarsi e fare la comunione. Oltre alla “potatura”, la “tregua” era praticata anche per le persone morse da un animale che mostrava solo lievi segni di rabbia o il cui morso era poco profondo. La tregua poteva essere concessa dai Cavalieri di Sant’Uberto. «Come il cervo crocifero, la creazione dell’Ordine di Saint-Hubert de Barrois nel 1422 [...] fa parte del rinnovato fervore che circonda il santo patrono dei cacciatori»8. Anche le confraternite di Sant’Uberto, ponendosi sotto la sua protezione, giocarono un ruolo importante nella crescita della credenza popolare. Le imitazioni in ferro della chiave di San Pietro, nota anche come chiave di Sant’Uberto, consacrate dai monaci di Andage, venivano utilizzate per marchiare i cani e “vaccinarli” contro la rabbia.

Ai cani veniva poi dato del pane benedetto per nove giorni. Questo rito si diffuse e si diversificò. Fu così che venne istituita un rito per proteggere i cani dalla scabbia, dai vermi e soprattutto dalla rabbia. Alla fine dell’Ancien Régime, l’usanza rimase in alcuni luoghi in forme semplificate. Nel 1784, il re decise che l’usanza di distribuire focacce ai cani da caccia il giorno di Saint Hubertus venisse abolita. Ormai la celebrazione di Saint Hubertus del 3 novembre è solo un rituale in cui si associano arte venatoria e banchetti. Il santo delle Ardenne è stato sostituito da Saint Marcel o Saint Martin de Porrès nei calendari e dall’ottava di Ognissanti nel rituale. «Questa cerimonia religiosa, che ci saremmo guardati bene dall’immaginare, non era più empia per coloro che vi partecipavano di quanto debba esserlo per noi che la riportiamo con la stessa innocenza di spirito. Inoltre, aveva uno scopo: si trattava di pregare il cielo di tenere lontani dai cani i morsi dei serpenti, le punture delle piante velenose, le ferite dei cinghiali e soprattutto la rabbia» . La messa di Saint Hubertus, così come è praticata oggi, deriva dal parziale ripristino, tra il 1832 e il 1848, di questo uso. Nella seconda metà dell’XI secolo furono composte numerose messe: la più famosa delle quali è quella di Obry del 1860. Napoleone III celebrò il giorno di Saint Hubertus a Compiègne con una fredda fiaccolata nel cortile del castello in cui invitò i guardiacaccia che si occupavano dei cani, guidati dal barone Lambert. I fedeli andarono alla messa delle 4:00 del mattino, ma senza i cani. San Giovanni di Matha e San Felice di Valois crearono il capo dell’Ordine trinitario quando videro arrivare un cervo bianco con una croce rossa e blu tra le corna. Luogo di divertimento profano dove il cacciatore insegue con passione il trofeo, la foresta è anche un luogo di ricerca spirituale, di rivelazione e di epifania. L’anima in preda alle passioni si confronta con le forze della natura e trova la salvezza. Rendendo sacra la caccia, essa diventa un percorso iniziatico. La foresta è per certi versi isomorfa al deserto, il luogo in cui l’uomo trasgredisce i limiti della condizione umana, disprezzando il proprio corpo, ma a vantaggio di un rapporto privilegiato con l’oltre. Dalla scoperta del vaccino antirabbico da parte di Pasteur nel 1881 sino alle moderne forme di devozione, i simboli legati a questo Santo restano nella memoria collettiva, ben vivi.

[caption id="attachment_13585" align="aligncenter" width="1000"] L' Ordine di Sant'Uberto del Ducato di Bar è un ordine cavalleresco creato nel 1422 da Luigi I , cardinale - duca di Bar per sostituire l' Ordine del Levriero. Con l'installazione della Repubblica francese, l'Ordine è stato abolito e quindi si è estinto.[/caption]

Nel giorno di Saint Hubertus, il 3 novembre, si svolge ancora la distribuzione del pane e la benedizione degli animali, che però adesso non possono più entrare nelle chiese. Quasi ovunque in Francia, nonostante la scristianizzazione delle campagne, le chiese e le foreste risuonano dell’amore verso questo Santo Signore, inneggiato col suono dei corni da caccia. Per molto tempo la devozione dei cacciatori è rimasta però nell’ombra. Il santo vescovo delle Ardenne non doveva forse la sua salvezza proprio all’abbandono della caccia? Il culto legato all’arte venatoria è un’interpretazione contemporanea di questo Santo. La visione del cervo cristoforo, del Venerdì Santo del 683, ha perso il suo significato: i cacciatori ora ricordano solo la giovinezza di Hubertus, quando era un esuberante cacciatore, prima della conversione, riscrivendone così a loro volta la leggenda . Un secolo dopo la sua morte, nell’anno 825, una parte delle reliquie di Saint Hubertus fu data al monastero di Andage nelle Ardenne belghe. L’abbazia e il villaggio presero il nome di Saint Hubert. La leggenda di Sant’Uberto si sviluppò più tardi in questa regione. Purtroppo, la chiesa e il monastero furono saccheggiati e bruciati nel 1568: da allora non si sa che fine abbiano fatto i resti di Saint Hubertus. Il santo divenne il patrono dei cacciatori (ma anche dei forestali) in quasi tutti i paesi, indipendentemente dalle affinità e dalle appartenenze religiose. Infatti, la parola “Santo”, “Sankt”, “Sanctus” o “St” spesso non viene nemmeno usata: si parla solo di Hubert o Hubertus.

Come molti altri dipartimenti francesi, i cacciatori della Vandea rimangono, ancora oggi, molto legati al loro santo patrono, Hubertus. Questa fedeltà si esprime in vari modi. Sono molte le compagnie di caccia che portano il suo nome e non è raro vedere che le squadre di cacciatori di segugi dedicano ogni anno uno o due giorni di caccia a Saint Hubertus. Qualche occasione speciale, evento o vero e proprio rito? Questo attaccamento si concretizza in una messa solenne dedicata al patrono dei cacciatori e celebrata prima della partenza per la caccia. I cani del branco vengono poi benedetti e posti sotto la sua protezione proprio come i bottoni della ciurma e del loro seguito. Queste messe vengono celebrate in piccole chiese di campagna, in luoghi straordinari come il Parc Soubise a Mouchamps, a volte anche ai margini delle foreste. I cani che possono mordere vengono tenuti verso la fila vicino all’altare. L’ufficio è scandito dal suono dei corni da caccia. Questo rispetto per le tradizioni di caccia fa parte di una storia più antica in Vandea, dove la presenza di Saint Hubertus appare nelle chiese, nei libri o nelle opere d’arte. Saint Hubertus negli edifici religiosi della Vandea. Molte chiese della Vandea avevano o hanno ancora oggi cappelle dedicate a Saint Hubertus. L’opera dell’abate Aillery, Pouillé de l’eveché de Lucon, consente di stilare un elenco più o meno esaustivo di questi edifici religiosi per i quali il culto di Saint Hubertus era di particolare importanza. L’autore si basa principalmente sui resoconti di due importanti visite pastorali; il primo è quello di André Outin, decano di Fontenay, che visita le parrocchie del suo decanato nel 1655, il secondo è quello di monsignor Roch de Monou, vescovo di La Rochelle, che visitò la sua diocesi nel 1738-40. A seguito di questi spostamenti sono stati redatti un certo numero di verbali ufficiali che permettono di precisare le merci esistenti in questi luoghi. Così, l’esistenza di altari dedicati a Saint Hubertus è menzionata nelle chiese di Saint-Hilaire d’Antigny, Saint-Hilaire-de-Mortagne, e in quella di Saint-Laurent-sur-Sèvre, Saint-Malo-du -Bois e La Verrie. A volte, in queste cappelle, una vetrata raffigurante l’episodio della visione di Saint Hubertus era associata a una statua. Il periodo rivoluzionario poi, nel secolo successivo, la ricostruzione e il restauro del patrimonio religioso, componente importante della rinascita del dipartimento per tutto l’Ottocento e fino al 1930, sono all’origine della scomparsa di molti luoghi di culto dedicati a Saint Hubertus. Oggi solo la chiesa di Saint-Malo-du-Bois conserva ancora a destra del coro un altare dedicato al santo patrono dei cacciatori. Sopra l’altare, una statua policroma rappresenta il santo vestito da cacciatore e con in mano una lancia. Accanto a lui c’è il cervo crocifero. Dietro, una vetrata illustra la visione di Saint Hubertus. Le vetrate della chiesa furono realizzate nel 1886, qualche tempo dopo la ricostruzione dell’edificio, dai maestri vetrai Magnen, Clamens e Bordereau. In una foresta e accompagnato dai suoi cani, il Santo sta in ginocchio davanti al cervo tra le cui corna appare una croce che brilla luminosa. Hubert Dumoustier spiega nel suo libro che: “nel giorno della festa, 3 novembre, dalle tre del mattino e per tutta la mattinata, visitiamo l’altare del santo. Tutti gli abitanti del paese, grandi e piccoli, e un buon numero di quelli della campagna, vogliono fare quello che chiamano il loro viaggio a Saint Hubertus, portano un cero tra le mani e lo accendono davanti all’altare. Il giorno della festa; prima di allora, un semplice dipinto, tutto lacerato dai Bleus del 1793, richiamava la memoria di Saint Hubertus.

  [caption id="attachment_13584" align="aligncenter" width="1000"] Il più illustre dei cacciatori vandeani rimane il conte Auguste J.F. de Chabot (1825 - 1911), che ha lasciato ai posteri due trattati fondamentali: La Chasse a travers les ages (La caccia attraverso i secoli) e La chasse du chevreuil et du cerf (La caccia al capriolo e al cervo).[/caption]

Saint Hubertus è molto presente anche nelle opere di caccia della Vandea: tre scrittori, del Basso Poiteau e della Vandea, hanno una passione per l’arte della caccia e sono la base di opere di riferimento in questo campo. Jacques du Fouilloux, gentiluomo della Gatine du Poitou, nacque a Parthenay nelle Deux-Sèvres nel 1519 e morì a Fouilloux nel 1580. Fu autore nel 1561 di un celebre trattato sulla caccia dedicato a Carlo IX che sarà ristampato più volte volte. Questo libro esprime la quintessenza della caccia reale contemporanea. Fissa il vocabolario e stabilisce una sintesi di modelli di caccia alla corte in cui l’inganno è totalmente escluso. Saint Hubertus appare poco nel discorso di Jacques du Fouilloux. Solo il capitolo V tratta dei vecchi cani neri dell’abbazia di Saint-Hubert nelle Ardenne, più comunemente chiamati i cani di Saint Hubertus. Sono un’opportunità per il nostro gentilhomme de la Gatine di evocare i santi patroni dei cacciatori, Hubertus ed Eustachio, e di supporre che i buoni cacciatori li seguiranno in Paradiso con la grazia di Dio nonostante le loro trasgressioni ai comandamenti di Dio. Nel XVII secolo, Robert de Salnove scrisse La Vénerie royale divisa in IV parti, che contengono le caccie al cervo, alla lepre, al capriolo, al cinghiale, al lupo e alla volpe. Nato a Lucon alla fine del XVI secolo, fu ammesso giovanissimo come paggio al re Enrico IV, poi a Luigi XIII. Fu nominato, nel 1619, scudiero di Cristina di Francia, duchessa di Savoia, con la quale rimase per quasi diciotto anni. Tornato in Francia, divenne consigliere del Re e Luogotenente nella grande louveterie di Francia. Come scrittore e cacciatore, l’esperienza acquisita nella caccia e nella guerra non poteva andare persa. Pertanto, La Vénerie royale elenca le tecniche scortesi che a volte sono associate alla caccia al cervo in una dichiarazione in cui contrappone la nobiltà delle caccie reali francesi a ciò che fanno i sovrani stranieri. Per Robert de Salnove, Hubertus ed Eustachio non sono solo i Santi patroni dei cacciatori ma soprattutto due grandi personaggi il cui esempio va seguito. A differenza di Jacques du Fouilloux, il quale pensa che la pratica della caccia sia un divertimento innocente che non può impedire di essere molto pio, come lo furono anche Saint Hubertus, Sant’Eustachio, Luigi il Giusto o Vittorio Amedeo Duca di Savoia: “E sia non solo per il timore di questi accidenti, ma piuttosto per l’amore che dobbiamo a Dio, praticando la caccia come un innocente divertimento, e per seguire l’esempio mostratoci da due grandi personaggi, Saint Hubertus e Sant’Eustachio, che sono i nostri protettori, come quelli che ci diedero le prime istruzioni di caccia. Nel capitolo III della terza parte de La Vénerie royale, Robert de Salnove tratta dei rimedi per evitare che i cani morsi da altri cani rabbiosi o lupi si ammalino a loro volta; il rimedio più efficace era andare a Saint Hubertus. Il più illustre dei cacciatori vandeani rimane il conte Auguste J.F. de Chabot (1825 - 1911), che ha lasciato ai posteri due trattati fondamentali: La Chasse a travers les ages (La caccia attraverso i secoli) e La chasse du chevreuil et du cerf (La caccia al capriolo e al cervo). Le citazioni di Saint Hubertus sono molto più presenti nelle sue opere poiché sembra registrarsi, oltre all’arte della caccia, il rispetto della tradizione e nella fedeltà ai costumi di un tempo. È necessario sottolineare una pratica abbastanza comune nei libri del conte de Chabot: ognuno di essi termina con alcune frasi dedicate a Saint Hubertus. Così, La Chasse du chevreuil et du cerf specifica: “Prima di chiudere questo studio, non voglio lasciarvi, miei cari lettori, senza aver pregato Iddio, se siete buon cacciatore, di avervi nella sua santa e degna custodia e di preservarvi da ogni sfortunata accidente. Auguro anche a voi, sull’esempio del grande Saint Hubertus, nostro patrono, di mantenervi sempre esatti in ogni osservanza della legge divina; rimanere tutta la vita audace e gioioso cacciatore, buon compagno, amabile con tutti, degno, in una parola, del titolo di buon cacciatore”. Quanto a La Chasse travers les ages, l’opera si conclude con la melodia di Saint Hubertus: “non voglio concludere questo studio sulla caccia senza riprodurre i seguenti versi improvvisati in onore del santo patrono dei cacciatori: furono cantati a un banchetto di allegri cacciatori da uno degli assistenti, lui stesso un grande cacciatore. Questo sarà, a mio avviso, il modo migliore per concludere degnamente questo lavoro, augurando anche a me, miei pazienti lettori, felicità e lunga vita”. Nel 1905, il conte de Chabot dedicò un opuscolo di quindici pagine esclusivamente al santo patrono dei cacciatori. Questo libro intitolato Saint Hubert, patrono dei cacciatori, guarisce dalla rabbia è stampato a Les Herbiers. Ripercorre la vita del santo, la nascita delle congregazioni, la guarigione dalla rabbia, per poi concludersi con ricordi personali relativi al suo viaggio in Belgio. La visita alla celebre abbazia benedettina di Saint-Hubert, addossata a un colle della catena delle Ardenne, sembra essere vissuta dal conte di Chabot come un vero e proprio pellegrinaggio. L’apice del suo viaggio viene raggiunto quando evoca una piccola cappella dedicata al Santo e situata ai margini della foresta, un luogo mitico dove il cervo crocifero apparve a Saint Hubertus: i locali chiamano questo luogo la Conserverie, ovvero la Conversione. Dopo aver fatto il giro di questa vasta foresta, si rientra al calar della notte in paese.

[caption id="attachment_13051" align="aligncenter" width="1000"] Cacciatori muniti di trombe (corni) da caccia presso Arc-en-Barrois, dipartimento dell'Alta Marna nella regione del Grand Est per l'annuale festa novembrina (25-26-27 novembre) dedicata a Saint Hubertus.[/caption]  

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di Dario Neglia del 06/01/2024

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Nello studio di ogni argomento esistono dei libri imprescindibili, se si vuole affrontare e comprendere fino in fondo la materia in oggetto. Per quanto riguarda l’ambito abbastanza settoriale della storia della diplomazia – branca ristretta dello studio delle relazioni internazionali, a sua volta parte della scienza politica – una delle opere che possono indiscutibilmente essere definite classiche, da doversi leggere per forza prima o poi, è senza dubbio la “Storia della diplomazia” di Harold Nicolson.
Pubblicata per la prima volta nel 1939 dalla Oxford University Press con il titolo “Diplomacy”, alla prima seguirono due ulteriori edizioni nel 1963 e nel 1988. Della seconda si fece una traduzione italiana nel 1995 per la casa editrice Corbaccio, intitolata “Storia della diplomazia” (nuovo, il libro è praticamente introvabile oggi, sicché al suo indubbio valore dal punto di vista del contenuto, si aggiunge anche un certo piacere per i bibliofili). Tradotta da Raniero Avogadro e con una prefazione scritta da Sergio Romano, l’opera di Nicolson affronta la diplomazia sotto ogni aspetto, dall’evoluzione storica alla teoria, dalle caratteristiche del diplomatico ideale all’analisi delle differenze tra le varie diplomazie europee, fino a tratteggiare una prospettiva futura. L’autore, d’altronde, aveva tutti i titoli per parlare di tale argomento.
[caption id="attachment_6644" align="aligncenter" width="1000"] Sir Harold Nicolson (Teheran, 21 novembre 1886 – Kent, 1 maggio 1968) è stato un politico, diplomatico e scrittore britannico.[/caption]
Nato nel 1886 a Teheran, figlio di un ambasciatore britannico, Sir Harold Nicolson seguì le orme paterne intraprendendo anch’egli una carriera ventennale nel Foreign Office. Tuttavia, l’attività diplomatica non fu che una parte dell’esistenza di quest’uomo, definito uno dei protagonisti della vita intellettuale britannica dei primi del XX secolo. Assommando una copiosa produzione letteraria, le sue opere spaziano dal genere biografico (Verlaine, Byron) a quello letterario e giornalistico. Ad oggi, tra gli scritti più importanti si colloca la sua opera diaristica ed epistolare in tre volumi (“Diaries and lettres” pubblicata postuma), considerata unanimemente un preziosissimo documento della vita politico-sociale dagli anni Trenta agli anni Sessanta in Gran Bretagna, nonché per l’appunto Diplomacy.
Nelle prime pagine di “Storia della diplomazia” Nicolson spiega i motivi che l’hanno spinto a concepire l’opera: in passato – scrive – «il comune cittadino […] si interessava alle relazioni internazionali solo in casi di eccezionale gravità», ma l’avvento della Grande Guerra cambiò profondamente le cose. Le popolazioni impararono che anche i civili potevano essere toccati dalla guerra, e di conseguenza che era opportuno conoscere e giudicare a fondo le scelte dei governanti in materia di politica estera. In questo cambiamento di approccio, tuttavia, «il grande pubblico rimase confuso e disorientato; […] la sua vigile attenzione per i problemi internazionali divenne ansia; il suo intento critico si manifestò troppo spesso in forme di esagerato sospetto e la sua attenzione si fece spasmodica».
Una delle cause principali di questo problema fu un fraintendimento di fondo(che del resto permane significativamente al giorno d’oggi!): ossia quello tra “politica estera” e “negoziato”, cioè diplomazia.
Secondo la definizione ufficiale, usata nel libro e presa dall’Oxford English Dictionary, con diplomazia si intende «la trattazione degli affari internazionali per mezzo del negoziato; il metodo con il quale queste relazioni sono disciplinate e trattate da ambasciatori e inviati; il mestiere o l’arte del diplomatico», sicché risulta essenziale che essa sia distinta dalla politica estera stricto sensu, indicata non a caso come aspetto «legislativo» del problema, contrapposto appunto a quello «esecutivo», cioè la prassi diplomatica. Come è stato detto con una similitudine senza dubbio efficace, se il Ministro degli Esteri è lo “chef” della cucina, il diplomatico sarà insomma lo “sguattero”. Ma figure retoriche a parte, l’importanza di tale distinzione secondo Nicolson è capitale, soprattutto in seguito alla rivoluzione che non tanto la Grande Guerra, quanto più precisamente la dottrina wilsoniana della open diplomacy ha interessato la politica internazionale.
Si tratta di uno dei temi principali che attraversano interamente il libro di Nicolson: propugnando l’abbandono del segreto nella condotta degli affari esteri tout court (“open covenants[…]openly arrived at”, dal primo dei Quattordici punti, 8/I/1918), la concezione del presidente Wilson è oggetto di forti critiche da parte del diplomatico inglese, essendo da questi ritenuta esiziale. Affrontando fin dalle prime pagine un tema che poi verrà più volte ripreso, vero e proprio fil rouge dell’opera, Nicolson precisa che la politica estera dovrebbe essere sì «materia riservata alle decisioni del governo con l’approvazione dei rappresentanti del popolo da questo eletti», ma è impossibile pensare che ciò valga anche per la diplomazia. In altri termini: «[il negoziato] dovrebbe in linea di massima essere lasciat[o] ad elementi professionisti provvisti di adeguata esperienza e discrezione». È una concezione tecnica della diplomazia, che si potrebbe anche definire “aristocratica”, nell’accezione migliore – cioè secondo l’etimo – del termine.
[caption id="attachment_6650" align="aligncenter" width="1000"] Fantastica scena del 1913. Da sinistra a destra: Harold Nicolson, Vita Sackville-West, Rosamund Grosvenor e Lionel Sackville-West.[/caption]
La diplomazia, intesa come «condotta ordinata delle relazioni fra gruppi di esseri umani fra di loro estranei» è una pratica umana «più antica della storia», «un elemento essenziale in qualsiasi ragionevole relazione fra uomo e uomo». Fin dall’alba dei tempi, infatti, «vi furono probabilmente momenti nei quali un gruppo di selvaggi desiderò negoziare con un altro, se non altro allo scopo di far sapere che ne avevano abbastanza di combattere per quel giorno, e avrebbero desiderato una pausa per raccogliere i feriti e seppellire i morti»; e fin dalla Preistoria si comprese che «tali negoziati sarebbero stati seriamente ostacolati se l’emissario di una delle parti fosse stato ucciso e mangiato dagli avversari prima di aver avuto il tempo di comunicare o consegnare il suo messaggio».
Immediatamente, dunque, nacquero insieme le due caratteristiche sostanziali di qualunque diplomatico: la rappresentatività e l’immunità accordata.
Passando a fonti storiche, furono i Greci a concepire per primi una forma di diplomazia per certi versi simile a quella moderna, come racconta Tucidide. Se, in precedenza, il “diplomatico” era essenzialmente un araldo investito del compito di comunicare con gli stranieri, adesso nel tumulto politico dell’Età Classica, gli ambasciatori divennero dei valenti retori, inviati da una polis ad un’altra col mandato di usare la propria ars oratoria «a difesa della causa della loro città». Emersero già da allora altri due aspetti fondamentali che in ogni tempo – come si può osservare – sono stati direttamente proporzionali allo sviluppo della diplomazia: l’instabilità o “dinamicità” politica, e la debolezza militare. Per senso comune si comprende il senso dell’ultimo aspetto: quando non parla il diplomatico lo fa di solito la sua controparte, il suo gemello di segno opposto, cioè il soldato, e vice versa quanto più l’uno ha spazio di manovra tanto meno ne ha l’altro; allo stesso modo, in un sistema politico per così dire sclerotizzato e statico, non importa per quale ragione, non vi è molto di cui discutere, se appunto la vita di relazione è politicamente piatta.
La fioritura della diplomazia nel sistema delle poleis fu dunque dovuta proprio a queste due caratteristiche: bellicose ma deboli militarmente, incapaci per definizione di concepire una struttura uniforme, stabile ed estesa, come ad esempio un impero, esse avevano bisogno dell’ars diplomatica perché incapaci di usare efficacemente la forza. Così, gli ellenici “inventori” della diplomazia sperimentarono le tappe progressive di quel passaggio di cui parla Nicolson dagli «interessi tribali» alla «comunità degli interessi», ma l’ultimo stadio fu loro negato, poiché esso avvenne ironicamente solo quando era ormai troppo tardi. All’orizzonte si profilava già la loro decadenza, per mano della minaccia mortale ed imperiale di Filippo II ed Alessandro Magno, ed in seguito ovviamente di Roma.
[caption id="attachment_6634" align="aligncenter" width="1000"] Leo von Klenze, l'Acropoli di Atene - Olio su tela 1846[/caption]

Stando a quanto si è detto finora non dovrebbe essere difficile comprendere che alla fioritura della diplomazia nella Grecia classica corrispose durante il periodo romano un declino della stessa. I Romani «non si distinsero per qualche particolare abilità nell’arte del negoziare, d’altronde non ne avevano bisogno: durante i lunghi secoli della loro supremazia i metodi da essi impiegati furono piuttosto quelli dei legionari e dei costruttori di strade»; ciò nondimeno, essi diedero indirettamente un enorme contributo alla diplomazia sviluppando, perfezionando e codificando il diritto, di cui secoli più avanti si sarebbe servita l’umanità intera, ivi compresi i diplomatici.

Ancora una volta in modo inversamente proporzionale alla stabilità politica ed alla forza militare, la diplomazia prosperò alla corte di Costantinopoli, e gli imperatori bizantini portarono quest’arte «al livello della più consumata ingegnosità». In particolare, il fatto che spesso essi adottassero la tattica del divide et impera contro le popolazioni barbariche comportò che per la prima volta i diplomatici dovettero aggiungere un altro compito alle loro mansioni: «fornire rapporti dettagliati sulla situazione interna dei paesi stranieri» allo scopo di sfruttare al massimo «ambizioni […] debolezze [e] risorse di quelli con cui si intendeva trattare». Pertanto, come «la figura dell’oratore aveva sostituito il primitivo banditore, […] l’oratore lasciò il posto all’esperto osservatore».
Durante il Medioevo la diplomazia fu soprattutto questione di studio dei documenti conservati negli archivi reali (di cui si mantiene ancora un’eco quando si parla di “diplomatica”), i quali conferivano una massa di privilegi, immunità, o semplicemente riportavano per iscritto accordi con comunità straniere. La stessa parola “diplomazia” deriva da questo: in greco diploun, significa piegare, e diplomas erano i lasciapassare di epoca imperiale che si apponevano «su piastre di metallo doppie, piegate e cucite insieme in maniera particolare» sui bagagli; tale parola poi per estensione definì qualunque documento scritto che trattasse di accordi con comunità straniere. La conoscenza di tali archivi, necessaria per la condotta della politica estera, rese il “cancelliere” una delle massime autorità in materia, e tuttora conoscere il diritto internazionale pattizio (sono delle norme che due o più stati sovrani stabiliscono) è uno degli aspetti più importanti della formazione di qualunque diplomatico degno di tale nome.
Mancava però ancora un elemento centrale, affinché si potesse parlare di transizione alla modernità per il diplomatico: ovvero la residenza in pianta stabile in sede estera. Ciò si verificò per la prima volta solo in Italia, nel sistema delle Città-Stato rinascimentali. La prima missione diplomatica stabile di cui si abbia notizia è infatti quella «stabilita a Genova nel 1455 da Francesco Sforza, duca di Milano».
Le Città-Stato della penisola erano in tutto e per tutto simili alle poleis greche, non sorprende dunque che fu in un tale contesto che si perfezionò la diplomazia moderna. I signori rinascimentali erano guerrafondai, incapaci di acquisire l’egemonia e soprattutto desiderosi che nessuno di essi potesse prevalere sugli altri. Difatti il concetto di “equilibrio di potenza” fu teorizzato proprio in questo periodo, peraltro con conseguenze a dir poco nefaste per l’unificazione politica nazionale. Essi, inoltre, avevano bisogno appunto di inviati che risiedessero stabilmente presso le altre Città, per rappresentarli, informarli di ciò che avveniva in loco e spesso tramare ai danni della stessa Città di sede.
Gli ambasciatori dell’epoca erano aristocratici quasi sempre corrotti o alla ricerca di un proprio interesse personale, preoccupandosi solo di condurre la vita più fastosa possibile. Essi erano né più né meno che dei cortigiani. Quando si trattava di assolvere ai compiti che erano stati loro affidati, si limitavano a scegliere la via più breve, semplice e meno dispendiosa, non curandosi granché di morale, rispettabilità o altro: «essi corrompevano […], fomentavano rivolte, incoraggiavano i gruppi di opposizione, intervenivano nei modi più sovversivi negli affari interni dei Paesi in cui erano accreditati, mentivano, spiavano, rubavano». Quest’aura negativa, d’altronde, perpetuatasi per tutti i secoli XVI e XVII, sarebbe rimasta a lungo nella memoria collettiva (fino ad oggi) come inscindibilmente legata alla figura del diplomatico.
Scrive Nicolson, da Bisanzio passando per le Città-Stato rinascimentali italiane, soprattutto la Serenissima Repubblica, «la diplomazia divenne lo stimolo piuttosto che l’antidoto della cupidigia e della follia dell’umanità. In luogo della cooperazione si ebbe la disintegrazione; invece dell’unità la scissione; invece della ragione, l’astuzia; in luogo dei principi morali, ingegnosi sofismi». Eppure, se c’è una cosa che stupisce nell’opera del diplomatico inglese, è proprio la sua critica per nulla scontata a questo modo di fare, e di intendere, la diplomazia. Egli non può proprio essere definito un idealista, tuttavia il suo è un realismo politico ben particolare, dove il concetto di moralità funge da chiave di volta di tutto il discorso e costituisce un altro fil rouge che attraversa interamente il libro dall’inizio alla fine.
Dissertando sulla moralità, è molto famosa la battuta di un ambasciatore inglese, Sir Henry Wotton, secondo cui «un diplomatico è un uomo onesto inviato all’estero a mentire per il bene del proprio Paese»; pochi sanno, però, che quando tale frase venne riferita al Re, Giacomo I, questi «rimase profondamente colpito dal cinismo del suo inviato […] e non volle più servirsi di lui».
[caption id="attachment_6636" align="aligncenter" width="1000"] Sir Henry Wotton (1568-1639) è stato un politico e un diplomatico inglese.[/caption]
Lo stereotipo del diplomatico che muove i fili, conduce macchinazioni e ordisce congiure da dietro le quinte risponde probabilmente ad una visione forse in parte vera, ma di certo troppo semplicistica di questa professione. In fondo è facile osservare una verità, chiara e limpida: «un ambasciatore, per avere successo, deve essere in grado di guadagnarsi la fiducia e la simpatia di coloro che esercitano l’autorità nel Paese presso cui è accreditato». E per farlo, egli deve sforzarsi quanto più possibile di acquistare un’«influenza morale» agli occhi dei suoi interlocutori, come dice Nicolson citando l’ambasciatore francese Jules Cambon, poiché questo è il requisito più importante di ogni altro.
«Egli» insomma «deve essere un uomo d’onore nel senso più rigoroso se il governo presso cui è accreditato e il suo stesso governo devono riporre piena fiducia in ciò che egli dice». Nessuno esclude che in un negoziato si possano avere dei vantaggi immediati con un atto riprovevole come la menzogna, ma vanno inclusi nel conto finale anche i danni nel lungo termine, come «l’indignazione, il desiderio di vendetta e il risentimento» generati nella controparte e molto probabilmente nocivi per altre relazioni in futuro, al punto da poterle pregiudicare.
Secondo Nicolson, quando la politica internazionale viene vista come un gioco a somma zero, in cui una delle due parti vince e l’altra perde, si condivide la cosiddetta dottrina «guerriera» della diplomazia: in essa il negoziato è visto come una «guerra con altri mezzi»; gli scopi sono «predatori» ed i metodi con cui si perseguono i propri fini «sono ideati ed attuati secondo un punto di vista militare», ad esempio «l’attacco di sorpresa, spesso di notte; […] la Kraftprobe, per saggiare la forza della posizione nemica […], l’intimidazione, la spietatezza e la forza». L’obiettivo finale è ovviamente una vittoria ed è altresì «ovvio che in un tale sistema ci sia ben poco posto per la conciliazione, la fiducia e la lealtà».
Di contro, Nicolson sposa, e contrappone a questa visione, la concezione «mercantile» della diplomazia: in essa il «compromesso fra contendenti è generalmente più conveniente della completa distruzione del rivale» ed il negoziato è «un tentativo per raggiungere, mediante mutue concessioni, un qualche accordo durevole»; «si assume che vi sia qualche posizione intermedia fra i due negoziatori che, se scoperta, può condurre a una composizione dei loro interessi in conflitto; e per trovare questo punto d’incontro, tutto quel che si richiede è una discussione franca, che le carte siano poste sul tavolo e che vengano impiegati i normali procedimenti della ragione umana, la fiducia e la lealtà».
Entrambe queste concezioni hanno punti deboli: quello della teoria guerriera è «l’eccessivo affidamento sulla capacità intimidatoria della forza», mentre per la teoria mercantile è «un esagerato ottimismo circa l’idea che la stima e la fiducia possano suscitare nell’avversario analoghi sentimenti». Ma detto questo, tra le due per Nicolson è decisamente da preferirsi la seconda, aggiungendo il dettaglio che non a caso la diplomazia «sana» è stata una «creazione dei cittadini della classe media», ossia la borghesia, e che le «influenze che determinarono il progresso della diplomazia» furono il diritto e appunto il commercio.
In sintesi, per il diplomatico inglese, la diplomazia “morale” è più efficace della diplomazia “immorale”, poichè finisce per frustrare i suoi stessi scopi. Non bisogna comunque esagerare ritenendo la diplomazia un sistema di filosofia etica,  perché non lo è. Essa è piuttosto, citando Ernest Satow, «l’applicazione dell’intelligenza e del tatto alla condotta delle relazioni ufficiali tra i governi di Stati indipendenti», sicché per l’autore di Diplomacy «la peggior specie di ambasciatori è costituita da missionari, fanatici e giuristi; la migliore quella formata dagli scettici dotati di una natura ragionevole e umana». È stato il buon senso ad esercitare l’influenza più formativa sulla diplomazia, «e fu in primo luogo attraverso i traffici commerciali che le genti dei diversi paesi impararono ad applicare il buon senso nel trattare reciprocamente i loro affari».
[caption id="attachment_6637" align="aligncenter" width="1000"] Il diplomatico, insignito dell'Ordine Cav. di S.Michele e S.Giorgio, Ernest Mason Satow (1843-1929). Fu ministro britannico a Tokyo dal 1895 al 1900.[/caption]
Da queste premesse consegue la figura del «diplomatico ideale», le cui caratteristiche – proprio in virtù di quanto detto sopra – potrebbero facilmente essere estese in senso stretto a qualunque tipologia ideale di uomo: veridicità, precisione, calma, buon temperamento, pazienza, modestia, lealtà, e per concludere Nicolson aggiunge: «Il lettore potrebbe a questo punto obiettare che non ho accennato all’intelligenza, alla cultura, al discernimento, alla prudenza, all’ospitalità, al fascino, alla laboriosità, al coraggio ed al tatto. In realtà non li ho dimenticati: li ho dati per scontati».
Proseguendo, Nicolson ci introduce  verso la diplomazia nazionale di un paese. Le Grandi Potenze dell’epoca, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia (gli Stati Uniti vengono omessi a causa dello spoils system, ovvero "sistema del bottino", che aveva impedito la nascita di un vero e proprio servizio diplomatico professionale). Così come nel capitolo precedente l’autore si era speso per tratteggiare i caratteri essenziali – e positivi – del diplomatico ideale, adesso egli si rivolge a definire gli aspetti basilari – e non solo positivi – delle diplomazie europee, mettendone in luce appunto la diversa sostanza, i vizi e le virtù, dovuti a differenze «del carattere, delle tradizioni e dei bisogni nazionali».
La prima ad essere analizzata è ovviamente la diplomazia britannica, ben conosciuta dall’autore. I diplomatici britannici, da buoni sudditi di Sua Maestà, sono visti dagli stranieri come flemmatici, «amorfi, letargici e lenti», ma in realtà sotto tale maschera si cela la più alta professionalità. Il diplomatico britannico «è eccezionalmente ben informato, si sforza di acquistarsi e di mantenere a fiducia dei governi stranieri, è imperturbabile nei momenti di crisi e ha quasi sempre successo (sic!!)». Non a caso, secondo Nicolson, i Britannici riconoscono che il negoziato è «essenzialmente un’attività mercantile» e basano dunque il loro successo sui sani principi propri di tale attività come «moderazione, comportamento leale, ragionevolezza, fiducia, atteggiamento conciliante e diffidenza verso tutte le mosse a sorpresa o a sensazione».
[caption id="attachment_6640" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra un dipinto di George Hayter, La regina Vittoria nel giorno della sua incoronazione, 1838. A destra mappa dell'Inghilterra vittoriana.[/caption]
Dal punto di vista geopolitico, la politica estera dell’Inghilterra non può prescindere dal dato di fondo del suo isolamento, nel senso etimologico del termine. Suo primario interesse sarà dunque «acquisire una potenza preponderante sul mare contro qualsiasi nemico», ma per evitare di suscitare «risentimenti e gelosie in tutto il mondo», tale scopo dovrà essere velato e traslato nel principio della libertà dei mari e, soprattutto, in quello dell’equilibrio di potenza, di cui già si è avuto modo di parlare. La Gran Bretagna sarà insomma «il naturale nemico di qualsiasi nazione che minacci l’indipendenza dei piccoli Paesi». Grazie a questa impostazione di fondo, assai chiara ma al contempo generale, il sistema britannico si rivela – a detta di Nicolson – il migliore di tutti, grazie alla flessibilità che lo caratterizza e che permette di adattarsi a qualunque circostanza o sfida (si pensi alla celeberrima frase pronunciata dal Primo Ministro Palmerston, nel 1844: “We have no eternal allies, and we have no perpetual enemies. Our interests are eternal and perpetual, and those interests it is our duty to follow”).
La seconda diplomazia nazionale sotto la lente di Nicolson è quella tedesca. Diversamente dall’Inghilterra, se quest’ultima era il classico esempio di diplomazia «mercantile» (si pensi a Napoleone che parlava in modo dispregiativo di “nation de boutiquiers”), la Germania è – prevedibilmente – indicata come l’esempio principe della teoria “guerriera” della diplomazia. Originantesi dalla «mancanza di qualsiasi ben definita delimitazione geografica, razziale o storica», la concezione geopolitica tedesca e figlia dell’incertezza e nutre la politica estera di Berlino, dunque anche la sua diplomazia, essenzialmente di Machtpolitik, politica di potenza. «Da un lato vi è la convinzione che la forza o la minaccia della forza siano i principali strumenti del negoziato; dall’altro vi è la teoria che la “ragion di Stato” [abbia] la precedenza su tutte le religioni o filosofie individuali».
«I tedeschi», continua l’autore, «sono convinti che sia più importante ispirare paura che non suscitare fiducia; e allorché, come accade invariabilmente, le nazioni minacciate si uniscono per proteggersi vicendevolmente, essi gridano all’Einkreisung o “accerchiamento”, ignorando totalmente il fatto che sono i loro stessi metodi e minacce a produrre quella reazione». Per spiegare questo fenomeno, Nicolson cita il fatto che in Germania il Ministero degli Esteri abbia scarso potere di contro all’onnipotente Stato Maggiore (e anche qui, sulla scia delle precedenti citazioni, valgano le parole di Mirabeau: «La Prussia non è uno Stato che possiede un esercito, ma un esercito che possiede uno Stato»).
Continuando in quest’analisi delle diplomazie europee tocca alla Francia, la quale, dal canto suo, è quella che forse – dopo l’Inghilterra – risponde più delle altre ad uno schema chiaro e ben definito: «difendersi dalla minaccia tedesca». Il sistema diplomatico e geopolitico francese risulta dunque tanto semplice quanto, tuttavia, rigido. Nicolson scrivendo non può celare l’ammirazione ch’egli ha per la diplomazia del Quai d’Orsay (celeberrima sede del Ministero degli Esteri francese), ma ciò non gli vieta di notare anche i difetti insiti nel carattere transalpino.
[caption id="attachment_14834" align="aligncenter" width="1000"] Quai d’Orsay, sede del Ministero degli Esteri francese[/caption]
«I diplomatici francesi uniscono all’acutezza dell’osservazione il dono di una speciale capacità di persuadere»; sono uomini d’onore e precisi, «ma difettano in fatto di tolleranza» e sono anche così convinti «della propria preminenza intellettuale», e sicuri della superiorità della propria cultura, da risultare spesso impazienti e finanche offensivi «di fronte ai barbari che abitano gli altri Paesi».
Ed infine, l’autore arriva a trattare per quarta la diplomazia italiana, acer in fundo purtroppo per noi. Alla politica estera del nostro paese viene sì riconosciuta, di contro alla rigidità francese, una grande duttilità, ma tristemente tale caratteristica non è che il frutto della nebulosità strategica di Roma. Il sistema italiano, d’altronde, è derivato da quello degli Stati italiani rinascimentali, e «non è basato né su una sana concezione mercantile, né sulla politica di potenza, né sul logico perseguimento di determinati fini». Sinteticamente: esso si basa su «un’incessante manovra». Vale davvero la pena di leggere per intero la parte in cui Nicolson analizza la politica estera italiana, sia perché raramente si sono avute parole talmente impietose ed allo stesso tempo fondate, sia perché con somma tristezza si può osservare che tale giudizio non è così lontano dalla situazione attuale.
«Lo scopo della politica estera italiana è l’acquisizione sul terreno diplomatico di un’importanza maggiore di quella che possa esserle assicurata dalla sua potenza reale. Essa è pertanto l’antitesi del sistema tedesco, poiché invece di basare la diplomazia sulla potenza, basa la potenza sulla diplomazia. È l’antitesi del sistema francese, poiché invece di sforzarsi di assicurarsi degli alleati stabili contro un nemico permanente, considera i suoi alleati e i suoi nemici intercambiabili. È l’antitesi del sistema britannico, poiché ciò che intende assicurarsi non è un credito durevole, ma un vantaggio immediato. La sua concezione dell’equilibrio di potenza soprattutto non è identica a quella britannica; infatti, mentre in Gran Bretagna tale dottrina è interpretata come opposizione a qualsiasi Paese cerchi di dominare l’Europa, in Italia essa è intesa come quel particolare equilibrio di forze che le consenta di far inclinare con il proprio peso l’ago della bilancia. […] La diplomazia italiana […] assomma, da un lato, le ambizioni e le pretese di una grande potenza con, dall’altro, i metodi di una piccola potenza. La sua politica è così non solo volubile, ma essenzialmente transitoria».
[caption id="attachment_14833" align="aligncenter" width="1000"] Édouard-Louis Dubufe, Il Congresso di Parigi - 1856 da sinistra a destra: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour (Regno di Piemonte e Sardegna), Henry Wellesley I Conte di Cowley (Gran Bretagna), Karl Ferdinand von Buol (Impero Asburgico), Alexey Fyodorovich Orlov (Russia), François-Adolphe de Bourqueney (Francia), Otto Theodor von Manteuffel (Prussia), Alexander von Hübner (Impero Asburgico), Alexandre Colonna-Walewski (a sedere in primo piano-Francia), Mehemmed Djemil Bey (Impero Ottomano), Benedetti (Segretario), George Villiers, IV Conte di Clarendon (Gran Bretagna), Philipp von Brunnow (Russia), Mehmed Emin Aali Pasha (Impero Ottomano), Maximilian Graf von Hatzfeldt-Trachenberg (Prussia), Pes di Villamarina (Piemonte e Sardegna).[/caption]
Nel capitolo sui tipi di diplomazia europea Nicolson di certo provoca più volte un certo sorriso sarcastico nel lettore per il suo modo un po’ troppo disinvolto, stereotipato ed estremizzato di affrontare l’argomento: così, ad esempio, non stupisce che proprio la diplomazia britannica – it goes without saying – venga dipinta come la migliore, con tratti quasi superlativi che è più che lecito dubitare corrispondano alla realtà; i francesi sono arroganti e boriosi, i tedeschi hanno una mentalità militaresca e gli italiani … vengono come al solito ricordati più per le loro ambizioni ingiustificate che per altro. Pur tuttavia, rimane il fondo di tale analisi, che anche oggi, a distanza di circa ottant’anni, non possiamo che riconoscere veritiero.
Ai primi del Novecento si può dire che la diplomazia si sia ormai stabilizzata da più di un secolo; le Grandi Potenze hanno tutte i propri rappresentanti permanenti presso le capitali sia europee sia extra-europee, e le relazioni diplomatiche vengono grosso modo gestite secondo un insieme di norme e principi sedimentatisi nel corso degli anni. Il 1918 segna una data spartiacque con la comparsa della open diplomacy, detta anche «diplomazia democratica».
Nicolson giudica “l'avvento delle masse” in politica, e quindi anche in diplomazia, il principale cambiamento avvenuto nell’intera storia millenaria degli ambasciatori. Tuttavia, tale processo raggiunge in realtà solo il suo apogeo sul finire della Grande Guerra, cominciando però tempo addietro. Per spiegare la diplomazia democratica è infatti necessario partire dal Diciannovesimo secolo, epoca del passaggio dalla cosiddetta “vecchia” alla “nuova” diplomazia.
Durante l’Ottocento la politica internazionale, ed anche il negoziato, cessarono di essere appannaggio esclusivo del monarca – abbandonando dunque in modo progressivo la segretezza che velava le relazioni internazionali – per diventare sempre più oggetto del controllo del Governo. Da una diplomazia «di boudoir», come la definisce Nicolson, si passò ad un corpo più o meno omogeneo di funzionari dello Stato, così come tutti noi oggi lo conosciamo. Tale passaggio, secondo l’autore di “Storia della diplomazia” fu il riflesso della transizione dalla Monarchia assoluta alla Monarchia costituzionale, e fu causato altresì da fattori quali il rapido sviluppo delle comunicazioni e soprattutto l’importanza sempre più grande dell’opinione pubblica.
In modo analogo, la “nuova” diplomazia cambiò leggermente pelle, all’indomani del 1918, per diventare “democratica” a tutti gli effetti. Secondo Nicolson, la “dottrina” del presidente Wilson non fu infatti che una logica conseguenza, portata agli estremi, di quanto già iniziato con la “nuova” diplomazia. Da un lato, l’autore di Diplomacy non manca di mettere in luce l’aspetto positivo di un maggiore controllo della politica estera da parte della sovranità popolare, ma dall’altro si dimostra molto più incline a vederne i vizi: il primo è di certo l’irresponsabilità del popolo sovrano, che controlla la politica estera restando però «totalmente ignaro delle responsabilità che ciò comporta»; un altro grande problema è l’ignoranza del popolo stesso, che fa stridente contrasto con la prudenza con cui il diplomatico di professione si guarda «dal fare delle generalizzazioni basate su una frettolosa osservazione dei fenomeni»; la terza difficoltà è data dalla lentezza d’azione, dovuta anche qui sempre alla ricerca del «consenso del comune elettore»; infine, il quarto difetto capitale è l’imprecisione, apertamente ricercata dalle democrazie che aborrono gli impegni chiari e vincolanti, per ottenere così facendo maggiore libertà di azione, ma cozzando contro l’assioma che vuole che «l’efficacia di qualunque diplomazia dipenda dalla misura in cui essa ispira fiducia e certezza». Insomma, si sarà ormai ben compresa l’opinione del diplomatico inglese, che del resto è stata citata già all’inizio di questo scritto: se è giusto che la politica estera sia sotto il controllo del popolo sovrano, non può dirsi lo stesso del negoziato, cioè della diplomazia. La storia non può andare a ritroso, e d’altronde non bisogna prendere Nicolson per un banale reazionario: secondo il diplomatico inglese bisogna dunque accettare la diplomazia democratica per quello che è, anche perché – come egli scrive – lungi dal giudicarla in toto come «meno efficiente o più pericolosa di quanto fosse la diplomazia di una volta», essa è al contrario «infinitamente preferibile a qualsiasi altro sistema», a patto però che esca dallo «stato di confusione» in cui versa e sappia «trovare la sua formula». Si tratterà insomma, con una stupenda metafora, solo di «adattare questa tastiera estremamente delicata alle rozze dita delle masse popolari».  
In conclusione, siamo ormai arrivati a gettare uno sguardo sull’oggi, sulla diplomazia contemporanea come noi la conosciamo, avendo visto tutti i cambiamenti che il mondo degli ambasciatori ha subito. In definitiva, è giunto il momento di provare a rispondere alla consueta domanda con cui da decenni termina qualunque scritto abbia trattato l’argomento di cui ci siamo occupati: la domanda sulla fine della diplomazia. La diplomazia è ormai destinata a scomparire in quanto strumento obsoleto ed inutile? Oggi più che mai sembra lecito interrogarsi sulla morte della diplomazia, oggi che i cambiamenti alla base del passaggio dalla “vecchia” alla “nuova” sono divenuti dirompenti e connaturati al nostro tempo (si pensi alla distorsione dell’opinione pubblica da parte del populismo o alla iper-velocità della comunicazione grazie a smartphone e social network). Oggi più che mai è dunque necessario trovare una risposta.
Per iniziare, ad onor del vero, bisogna dire che questa disputa non è affatto recente come potrebbe apparire, bensì risale a circa due secoli fa, ancor prima che Nicolson ne parlasse, fin da quando fu inventato il telegrafo. Se ne parla da così tanto tempo, eppure i diplomatici come abbiamo visto sono rimasti al loro posto e, come vediamo, continuano a farlo anche ai giorni nostri, sicché una probabile risposta alla domanda non è difficile da immaginare. Nondimeno il punto della questione resta: cosa porta un ambasciatore ad essere necessario, nel secondo decennio del XXI secolo, quando due capi di Stato, se ne hanno intenzione, possono benissimo parlarsi anche dai due angoli più remoti del globo, in modo immediato e addirittura guardandosi reciprocamente “de visu” su Skype?
La risposta la dà già Harold Nicolson nel suo Diplomacy riprendendo il passaggio dalla vecchia alla nuova diplomazia. A ben guardare, sostiene il diplomatico inglese, tale transizione fu solo «apparente», ma non andò ad intaccare la «sostanza» del fenomeno. Ciò che si verificò fu semplicemente che «l’arte del negoziato si [adattò] gradualmente ai cambiamenti delle condizioni politiche», giacché «un determinato sistema politico si riflette inevitabilmente in un certo tipo di diplomazia»; oppure, detto in altri termini, la diplomazia è «costretta ad adottare le idee e le abitudini dei sistemi che [rappresenta]», e quando questi cambiano, essa cambia con loro. Citando ancora Cambon: oggi come ieri «la sostanza [della diplomazia] rimarrà, innanzitutto perché la natura umana non cambia mai; secondariamente perché vi è un solo modo di risolvere le controversie internazionali; e infine perché il metodo più persuasivo a disposizione di un governo è la parola di un uomo onesto».
Quando uno Stato invia un diplomatico in sede estera, non invia «[…] semplicemente un impiegato a rappresentarlo, ma […] un uomo nelle cui doti di intelligenza, iniziativa e integrità abbia piena fiducia». L’ambasciatore, proprio per definizione, trovandosi “sul posto” in pianta stabile, sarà sempre «in una posizione chiave» per poter «studiare le condizioni locali, […] individuare le aree di particolare suscettibilità locale; […] coltivare le conoscenze negli ambienti politici del posto, in modo da saper dire al proprio Ministro fin dove egli può spingersi e fino a che punto può fidarsi di coloro con cui deve negoziare». In poche parole, egli è colui che meglio può consigliare il proprio Governo circa le azioni da compiere e quelle da evitare. Questo, con buona pace delle cassandre che prevedono la morte della diplomazia, c’è sempre stato nel corso dei secoli – come abbiamo visto – e con ogni probabilità continuerà ad esserci fin quando esisterà la razza umana.
Lungo più di duemila anni, «attraverso tali lente fasi e così vari canali, il gran fiume della diplomazia ha» soltanto «cambiato il suo letto», ma «l’acqua è la stessa di prima, il fiume è alimentato dagli stessi affluenti ed esplica in gran parte le stesse funzioni: esso ha solo spostato il suo letto nella sabbia di un miglio o giù di lì». Di una cosa comunque si può stare certi: chiunque, prima o poi, tenterà con fatica di scrutare le acque di questo fiume, sforzandosi di decifrarne quotidianamente il significato mutevole delle correnti, non potrà che ringraziare Sir Harold Nicolson per ave contribuito, con la sua opera, a chiarire il fondo limaccioso di questo rivo o – se si preferisce – ad alzare la tenda che separa la grande scena teatrale della politica internazionale dalle sue quinte, per mostrarvi lì dietro qual è il lungo, silenzioso, incessante ed ostinato lavorio dei diplomatici.
 
Per approfondimenti:
_Harold Nicolson, "A margine",Bologna, Il Mulino, 1996
_Enrico Serra, "Là diplomazia. Strumenti e metodi", Firenze, Le Lettere, 2011
_Daniele Varè, "Il diplomatico sorridente" Milano, Mondadori, 1941
_Enrico Guastone Belcredi, "La carriera", Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006
_Sergio Romano, "Memorie di un conservatore", Milano, Longanesi, 2002
_Boris Biancheri, "Accordare il mondo. La diplomazia nell'età globale", Bari, Laterza, 1999
 
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