17 Nov L’insegnamento di San Leopoldo III
[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text css="" el_class="titolos8"]di don Siegfried Lochner del 15/11/2025
[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1763400914474{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]Nel prezioso gioiello di Schloß Artstetten, nella Bassa Austria, ancora proprietà privata della famiglia Hohenberg, si è svolta la conferenza presieduta dal principe Leo von Hohenberg, che ha introdotto la tematica “Pax Mundi. Per una opposizione al terzo conflitto mondiale”. Sono state presenti molte delegazioni provenienti da tutta Europa, dagli Stati Uniti, dalla Russia e dall’Inghilterra. La manifestazione che porta la regia dell’austriaco Ronald F. Schwarzer, ha visto inizialmente una Santa Messa in rito romano antico in terza presso la Chiesa Capitolare del Castello.
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Il nome Artstetten fu documentato per la prima volta a metà del XIII secolo. Ben presto, la fortezza medievale fu trasformata in un castello, che ebbe diversi proprietari in rapida successione fino all'acquisizione da parte dell’Imperatore Francesco I nel 1823. L’arciduca Carlo Ludovico (fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe) ristrutturò ampiamente il castello, sia internamente che esternamente, a partire dal 1861. Nel 1889, l’arciduca Carlo Ludovico donò il castello di Artstetten al figlio maggiore, l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, che lo fece ricostruire secondo la propria visione. Dal 1913 Schloß Artstetten si presenta come lo conosciamo oggi: un complesso architettonicamente affascinante, fiancheggiato da sette torri caratteristiche.[/caption]
La Santa Messa celebrata dal Maggiore dell’esercito austriaco don Lochner Siegfried e coadiuvato dal sacerdote Don Stanislas Morin (FSSPX) nella figura di diacono, si è incentrata sulla giornata speciale dedicata al patrono della Bassa Austria Leopoldo III, detto il Santo, il Mite o il Pio (1073 a Gars am Kamp o Melk ; † 15 novembre 1136 vicino a Klosterneuburg), della casa di Babenberg, fu margravio1 della Marcha orientalis bavarese (Ostarrichi) dal 1095 al 1136. Canonizzato nel 1485, divenne il santo patrono dell’Austria in generale, e di Vienna, della Bassa Austria e, insieme a San Floriano, dell’Alta Austria in particolare.
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In origine la chiesa era una cappella strutturalmente separata dal castello. A partire dal 1691, il nucleo gotico dell'edificio fu riprogettato, la navata fu collegata al castello sul lato ovest e l'intera chiesa fu sottoposta a un restauro barocco. Tre gravi incendi (nel 1730, 1760 e 1791) causarono ingenti danni alla chiesa, al castello e a molte case del villaggio. L'ultimo restauro completo ebbe luogo nel 1987. L'arredamento odierno proviene in gran parte dalla collezione dell'arciduca Francesco Ferdinando.[/caption]
La Santa Messa sotto le musiche di W. A. Mozart prende subito un carattere sacrale e la predica di Don Siegfried è piena di misticismo: il suo sguardo, dall’alto del pulpito, non mira ai fedeli in basso, ma egli osserva con impassibile fermezza il "cielo" della Chiesa, i suoi angeli, i suoi Santi – quella Chiesa trionfante, mai sconfitta, alla quale ogni cattolico oggi deve affidarsi. Le parole del prete sono vibranti, sembra quasi di assistere ad una predica di altri tempi, una teatralità della parola oggi scomparsa, ma mai così attuale: «Leopoldo fu educato alla “pietas”: sarebbe riduttivo tradurre il termine latino solo con ‘pietà’, poiché esso comprende in senso lato ciò che intendiamo per “senso del dovere”: Erga Deum: per essere veramente felice, l’uomo deve necessariamente avere un rapporto solido con Dio; Erga parentes: amore filiale e devozione verso coloro ai quali dobbiamo la nostra esistenza terrena; In amicum: attaccamento all’amico e, in senso lato, al proprio popolo; In patriam: amore per la propria patria; sono questi gli atteggiamenti che hanno plasmato la concezione dello Stato dei popoli cattolici nell’antica Austria e che noi definiamo appropriatamente “pietas Austriaca”!
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Il Santo Sacerdote, Maggiore dell'esercito Austriaco, don Siegfried Lochner.[/caption]
Papa Innocenzo VIII (1432 - 92), che elevò il margravio Leopoldo alla gloria degli altari, disse nella bolla in occasione della canonizzazione (Bolla di canonizzazione di Leopoldo): Il chiaro esempio del principe Leopoldo, che era sposato e doveva prendersi cura di molte persone, ci esorta ad abbandonare ogni scusa per esercitarci nel bene. Quest’uomo di Dio, cresciuto nella ricchezza, sempre esposto alla libertà di peccare, gravato dalle preoccupazioni coniugali e dagli affari di governo, non dimenticò mai la fede e la misericordia. […] Amministrò le cose temporali in modo tale da non perdere di vista quelle eterne. In qualità di padre della patria, Leopoldo si preoccupava quindi principalmente della salvezza delle anime dei suoi sudditi: l’uomo è un Imago Dei e non una semplice macchina! Da qui la fondazione di conventi: benedettini (culto divino), canonici (pastorale), cistercensi (pionieri della bonifica del territorio). Cercate prima il regno di Dio, tutto il resto vi sarà dato in aggiunta: istruzione, cultura, innovazione economica. Per Leopoldo, l’affetto filiale verso i suoi genitori era una fonte di motivazione per un’azione politica onesta. Era un figlio che si preoccupava dei suoi genitori anche dopo la loro morte e agiva di conseguenza: il suo senso di giustizia gli imponeva di riparare alle ingiustizie commesse da suo padre, restituendo i beni ecclesiastici che questi non aveva acquisito in modo legittimo.
San Leopoldo aveva degli amici? L’amicizia tra i grandi della storia e le persone di alto rango è qualcosa di diverso dalle amicizie private. L’amicizia tra i grandi dell’Impero può essere descritta al meglio con il concetto di rispetto reciproco e di comprensione e apertura reciproca. Ad esempio, nonostante la reciproca stima, il rapporto di Leopoldo con l’Arcivescovo di Salisburgo Konrad I (1075 – 1147) non fu sempre privo di attriti. Da un lato, Corrado rifiutò categoricamente la richiesta di Leopoldo di istituire una propria sede vescovile a Klosterneuburg, perché temeva un’influenza eccessiva del principe sulla sua organizzazione interna, dall’altro lato, si prese la libertà di consacrare personalmente la chiesa collegiata di Klosterneuburg. Quando si hanno amici potenti, spesso cedere è un importante servizio di amicizia, non da ultimo per il bene dei propri sudditi, di cui Leopoldo era un sincero amico.
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Leopold III è ricordato principalmente per lo sviluppo della regione, che andò di pari passo con la sua opera di fondatore di monasteri. La sua fondazione più importante è Klosterneuburg , fondata nel 1108. Secondo la leggenda, fu il luogo in cui un'apparizione della Vergine Maria gli mostrò il velo della moglie Agnese, che aveva perso anni prima durante una battuta di caccia. Klosterneuburg fu ampliata e trasformata in residenza negli anni successivi. Altre fondazioni monastiche includevano l'abbazia di Heiligenkreuz e Klein-Mariazell . Queste fondazioni servirono a scopi di evangelizzazione , istruzione e sviluppo della zona ancora densamente boscosa. Anche le città ricevettero sostegno sotto la sua amministrazione; oltre a Klosterneuburg e Vienna, Krems fu una di queste , che acquisì una zecca. Il Kremser Pfennig, coniato a Krems, acquisì importanza sul mercato monetario. Anche le prime opere letterarie in lingua tedesca provenienti dall'area austriaca risalgono al suo tempo, in particolare quelle di Heinrich von Melk e Ava.[/caption]
Nella messa solenne di oggi, la sacra liturgia esulta: “Rallegrati, terra d’Austria, onorata dalla gloria di Leopoldo, tuo Sovrano sublime”. Leopoldo prese molto sul serio il compito che Dio gli aveva affidato di regnare sul suo paese, l’Austria, e sul popolo della sua patria. Si sforzò di realizzare ciò che era buono, sensato e realizzabile per il suo popolo e il suo paese. Da politico realista, sapeva che, nonostante l’amore per la pace, ogni Stato deve cercare di possedere un proprio esercito forte e ben addestrato, perché se l’esercito viene trascurato, anche il potere di uno Stato decadrà. Per il santo Leopoldo, tuttavia, l’esercito non era fine a se stesso, ma un mezzo per mantenere la pace nel suo paese, l’Austria. Il mite margravio non era quindi un pacifista utopista, ma era pronto a sostenere la sua politica di pace con le armi in due guerre difensive, quando si trattò di difendere l’Austria dalle campagne di conquista di Stefano II d’Ungheria. Il nostro Santo Patrono non attaccò mai nessuno! Cosa può dirci oggi la vita di San Leopoldo? Heimito von Doderer (1896 – 1966) ci dà la risposta giusta: «La vera illuminazione viene solo dal passato!» Una personalità religiosa e politica esemplare come quella di San Leopoldo è come un raggio di sole che illumina la fredda oscurità dell’attuale situazione religiosa e politica! La riflessione sulla sua vita e sulle sue azioni ci rivela gli errori del presente nella Chiesa e nello Stato! Quando la Chiesa smette di essere «Mater et Magistra», contraddice la Chiesa dei nostri antenati e rompe così la continuità e l’unità nella professione della fede rivelata da Dio per diventare protagonista dell’opinione politica corrente, allora smette di essere la stessa Chiesa che ha educato San Leopoldo e lo ha condotto alla Santità.
• Per noi cattolici, la Chiesa è il punto di riferimento fisso a cui il mondo deve orientarsi;
• Per i modernisti, il mondo è il punto di riferimento mutevole a cui la Chiesa deve adattarsi.
Una Chiesa che non diffonde più la fede cattolica, ma il nuovo pseudo-vangelo del globalismo ha tradito la sua missione e si è umiliata a diventare il trampolino di lancio del “nuovo ordine mondiale” dello Stato profondo. Negli ultimi giorni abbiamo sentito dire che nella “Chiesa sinodale” nessuno è chiamato a comandare, nessuno può imporre le proprie idee, nessuno è escluso e nessuno possiede tutta la verità. Una tale “Chiesa”, che si arrende alla dittatura del relativismo, non sarebbe più la Chiesa cattolica fondata da Cristo, che nostro Signore Gesù Cristo ha dotato di un papato monarchico e di un ordine gerarchico; una Chiesa in cui non esistono “idee”, ma una rivelazione divina vincolante per tutti, alla quale la nostra vita deve orientarsi e che non può essere reinterpretata secondo le correnti di uno spirito del tempo decadente ed edonistico e privata della sua sostanza! Se è vero ciò che scrive il filosofo Richard Kralik (1852 -1934) nel capitolo “Staatskunst” (L’arte di governare) circa la sua visione della Weltschönheit (Bellezza del mondo), afferma come “lo Stato, naturalmente compresa la Chiesa, è la vera opera d’arte totale”, allora si spiegano i profondi nessi di sviluppi nella nostra patria che a prima vista sembrano inspiegabili e non più razionalmente comprensibili. Dunque, una Chiesa dedita al relativismo della fede e dei valori, sottrae di conseguenza anche allo Stato (ad essa collegato) le sue fondamenta portanti. Non si spiega altrimenti il fatto che esso non sappia più opporsi verso una sempre più evidente acquisizione ostile da parte di elementi e interessi estranei alla cultura, allo Stato e al popolo e non sia più disposto a difendere i propri interessi del popolo e dello Stato. Un’Austria che non fa più dell’amore per Dio, del rispetto della sua gloriosa storia, dell’amore per il proprio popolo e per il proprio Paese il fondamento della sua azione politica, diventa giocattolo di interessi e poteri stranieri e correrebbe incontro alla sua sicura rovina. Nella bolla di canonizzazione di Leopoldo si legge: “Egli governò l'Austria per quarant'anni. Mentre in altri paesi regnavano omicidi e violenze, egli mantenne il paese a lui affidato in una lunga pace”.

Una politica fallimentare ci ha portato oggi omicidi e violenze quotidiane, e non è possibile prevedere se continueremo a godere di una lunga pace sia all’interno che all’esterno. Perché la rivoluzione sta penetrando nelle strutture più intime della personalità, distruggendo il sano giudizio, scatenando tutte le passioni, relativizzando tutte le verità e volendo creare una società in cui nulla è più sacro. Tuttavia, l’odierna festa del nostro santo patrono è in grado di darci nuova speranza. Esiste un’alternativa alla cosiddetta “assenza di scelta” di un nuovo ordine mondiale bombardato dai guerrafondai e alla distruzione consapevole delle nostre basi culturali, e questa alternativa si chiama:
1) rimanere saldi nella verità;
2) credere incrollabilmente in ciò che la Chiesa ha sempre creduto;
3) amare Dio più del mondo senza compromessi;
4) avere il coraggio di sopportare l'isolamento e lo scherno;
5) rifiutarsi di accettare l’errore, l'eresia o il declino morale in nome del “dialogo”, della ‘pastorale’ o del “progresso”;
6) Sotto la bandiera della Vergine Maria Immacolata, Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie necessarie per questa lotta, entrare nella battaglia spirituale;
Perché:
- Cristo vince – non forse, ma certamente.
- Cristo regna – anche se molti Lo rinnegano o usurpano il Suo trono.
- Cristo comanda – e chiunque Lo ama seguirà questo comando a qualsiasi costo.
Non cerchiamo quindi prima tutto il resto e solo alla fine il Regno di Dio; ma cerchiamo, come San Leopoldo, prima il Regno di Dio, e tutto il resto ci sarà dato in aggiunta. Così sia».
1Dall'VIII alla fine dell'XI secolo, il termine "margravio" (latino: marchio o marchisus) indicava principalmente un ruolo di comando indefinito ricoperto da un nobile nella regione di confine, la "Marca" , del Sacro Romano Impero. In seguito, il titolo si staccò dal suo legame originario con il confine e identificò il detentore come avente un rango specifico all'interno del gruppo dei principi imperiali. Il titolo di margravio non indicava una carica specifica. Il titolo ufficiale di un conte nella regione di confine rimase la designazione generale di "conte" (comes) . Studi precedenti, tuttavia, presumevano che un margravio fosse un funzionario reale o imperiale con autorità militare nella regione di confine. Questa visione obsoleta si basava sul presupposto di un sistema equilibrato di amministrazione statale con gerarchie chiare e responsabilità altrettanto chiare all'interno di un apparato di funzionari orientato al re. Nel Sacro Romano Impero, i margravi appartenevano al rango di principi imperiali ed erano quindi praticamente pari in status ai duchi. La forma di indirizzo per i margravi era Altezza (Reale).
12 novembre 1918; Vista del Parlamento austriaco. La proclamazione della Repubblica dell’Austria tedesca ebbe luogo il 12 novembre 1918 da due dei tre presidenti dell’Assemblea nazionale provvisoria, Franz Dinghofer e Karl Seitz, davanti al palazzo del Parlamento a Vienna.[/caption]
Georg Bleibtreu, Battaglia di Königgrätz, olio su tela, 1869.[/caption]
H. Knackfuß, Il burgravio Federico III di Norimberga consegna la notizia della sua elezione a re di Germania al conte Rodolfo d’Asburgo. «Quanto onore Dio dà a un uomo, egli dovrebbe considerarsene degno», con queste parole, riporta una cronaca in rima dell’epoca, Rodolfo accettò ora l’onore offertogli dall’Asburgo.[/caption]
Stanley Kubrick, Barry Lyndon (film del 1975): Redmond Barry, protagonista del film, si appresta a ricevere una gratificazione all’interno del duro esercito prussiano di Federico “il Grande” durante la guerra dei Sette Anni (1756 - 63). Si tratta di un film storico che trae il proprio soggetto dal romanzo Le memorie di Barry Lyndon di William Makepeace Thackeray.[/caption]
Il grande salone venatorio sito al piano terra del castello di La Celle-les-Bordes. Lo scrivente insieme al castellano Thierry Gobet e consorte.[/caption]
La costruzione originale corrisponde all’edificio principale situato a destra del cortile. Costruito in fondo a una valle con terreno soffice e sabbioso, il castello di La Celle è costruito su imponenti cantine a volta. Le pareti sono in arenaria di Etampes e mattoni, provenienti dalle cave di argilla dell’Île-de-France, i tetti sono coperti da tegole piatte e ardesia. Le porte e le finestre sono incorniciate da catene di pietra, i rivestimenti delle pareti sono lisci o lasciano i mattoni a vista, nello stile caratteristico noto come “Luigi XIII” che si ritrova, nello stesso periodo, ad esempio, anche al castello di Rosny-sur-Seine.[/caption]
Questo bassorilievo in pietra (foto al centro), commissionato e installato da Thierry Gobet sopra l’ingresso principale, conserva la memoria del costruttore. In scudi sorretti a sinistra da un grifone e a destra da un cucciolo d'orso sono incisi rispettivamente gli stemmi della famiglia di Claude de Harville e Catherine Jouvenel des Ursins. È opera dei laboratori Saint-Jacques di Saint-Rémy-lès-Chevreuse ,in particolare all'origine di numerosi restauri nel parco della Reggia di Versailles (fonderia Coubertin). A destra la scalinata rinascimentale che conduce al piano nobile. A sinistra: una statua lignea di San Michele Arcangelo, comandante delle Milizie Celesti.[/caption]
Uno dei trofei più famosi della collezione, noto agli specialisti in tutto il mondo, è quello dei due esemplari a dieci punte con i palchi aggrovigliati, catturati nel 1905. Gli animali furono trovati in questa posizione, con i palchi incastrati dopo una colluttazione che ne aveva già ucciso uno. Il tema della caccia si ritrova anche nella decorazione delle applique, qui in stile Luigi XV.[/caption]
Salone Grande. Tavolo da gioco Luigi XIV su cui è appoggiato un busto di cervo di Pierre-Jules Mène. La duchessa di Uzès possedeva un bronzo identico al castello.[/caption]
Proprietario anche del castello di Bonnelles dal 1872, il Duca di Crussol fondò nello stesso anno la squadra di caccia del Rallye Bonnelles.[/caption]
Questo ritratto (al centro), dipinto nel 1882, raffigura la Duchessa di Uzès all’età di trentacinque anni. Il ritratto (a sinistra) è di Gustave Jacquet: La duchessa d’Uzès in tenuta da caccia. A destra una foto della duchessa d’Uzès in tenuta da caccia a Rambouillet (1913): Cavalcò all’amazzone fino al giorno prima della sua morte, all’età di ottantasei anni.[/caption]
Nella sua sala da pranzo – 60 m², con un soffitto alto 4,60 m e un camino monumentale – mi è stato servito un caffè davanti a un ritratto a figura intera del primo proprietario del castello, Claude de Harville, che vi si trasferì intorno al 1610.[/caption]

Nel 1871 il Duca di Uzés rilevò la carrozza del Duca di Luynes, caduto in battaglia nel 1870, e fondò, come già scritto, il suo Rallye-Bonnelles nel Castello di La Celle. La vedova presiedette la carrozza dal 1878 al 1933 e sua figlia, la Duchessa di Luynes, la sostituì dal 1933 al 1939. L'allevamento lasciò quindi La Celle per la fattoria Mocquesouris , nel parco del Castello di Rambouillet, dove si trova ancora oggi. La messa aveva luogo nella chiesa di La Celle, alla presenza di tutti i cacciatori in alta uniforme, ed era seguita dalla benedizione dell'equipaggio e della muta, nel cortile del castello, o davanti alla chiesa, al suono dei corni da caccia. L'equipaggio cacciava da ottobre a maggio. Durante il periodo di riposo, la duchessa veniva "quasi ogni giorno a trovare i suoi fedeli compagni di caccia, e li conosceva tutti per nome" (La Vie au grand air). Si trattava allora di “90 meticci vandeani dal mantello nero focato”. È necessario dire quanto gli abitanti di Celle-les-Bordes rimpiansero la morte della duchessa di Uzés, che aveva cacciato fino alla morte, apportando vitalità e preziosi benefici economici al comune.[/caption]

Il solitario Hagengebirge è dal X secolo la zona di caccia preferita dei principi della chiesa di Salisburgo. A questo scopo l’Arcivescovo Wolf Dietrich von Raitenau (1559 - 1617) fece costruire nella valle del Blühnbachtal un magnifico casino di caccia (1603 - 07) al posto del precedente manufatto di caccia in legno. Quando nel 1816 l’Arcidiocesi secolarizzata entrò finalmente a far parte dell’Impero Asburgico, furono riorganizzati anche i diritti sulle zone di caccia dell’ex arcivescovo. A sud la valle è delimitata dal possente massiccio dell’Hochkönig, a nord si innalzano verso il cielo le ultime propaggini del Göllstock. La proprietà barocca e il relativo distretto (14.000 ettari) entrarono in possesso degli Asburgo nel 1908, fino al colpo di stato del novembre 1918.[/caption]
Franz Ferdinand posa dopo la "Caccia grossa feudale" a Ceylon (Sri Lanka) nel 1893.[/caption]
Fotografia di gruppo con abbattimenti, dopo battuta di caccia, degli urogalli. Foto del castello di Artstetten, luogo dove riposa Franz Ferdinand.[/caption]
Foto del camoscio bianco (a destra).[/caption]
Ufficiale vandeano - litografia a colori dei primi dell'Ottocento.[/caption]
La storiografia ufficiale conta circa 5 Guerre di Vandea, le quali estendono il loro solco storico su di un arco temporale molto lungo, poiché spaziano dal 1793-94; 1795-96; 1799-1800; 1815 ed infine 1832. Anche se i confini tra una guerra e l’altra sono abbastanza labili, la prima certamente è la più grande guerra di Vandea, di stampo militare e non organizzata, come le successive, nella forma della guerriglia. Quello che poi sarà nominato Esercito Cattolico e reale ha avuto dei leader, degli obiettivi militari, un esercito con i gradi e stendardi per i reggimenti, ed infine un equipaggiamento quasi regolare.
La seconda guerra di Vandea (1795-96) è sicuramente uno strascico della prima, che trae le sue origini dalla caduta del terrore e dall’installazione del governo della Convenzione termidoriana, certamente meno autoritario del precedente.
La terza guerra di Vandea, (1799-1800) è una piccola insurrezione che approfitta della debolezza del Direttorio, il quale stava per trasformarsi nel consolato napoleonico.
La quarta insurrezione vandeana (1815) si sviluppa durante l’epopea napoleonica, in particolar modo durante i 100 giorni nei quali Napoleone si riapproprio del potere.
Infine l’ultimo strascico delle guerre di Vandea, risale al 1832, durante la monarchia costituzionale di Luglio di Luigi Filippo, due anni dopo l’abdicazione del Re legittimo Carlo X. La nipote di Carlo X, la duchessa di Berry cercò di risollevare una insurrezione in Vandea con scarsissimi risultati.
Tra le cause del sollevamento della Vandea vi sono diversi correnti tra gli storici francesi: una prima versione filo-repubblicana asseriva che tale rivolta fosse sobillata dai nobili e dai preti insistendo sulla superstizione religiosa dei contadini, per effettuare un colpo di Stato. Certamente il cristianesimo ha giocato un ruolo fondamentale, per via della grande religiosità delle campagne francesi, poiché plasmava non solo l’aspetto religioso, ma anche educativo e sociale: non a caso la vita sociale dei villaggi girava intorno alla parrocchia. Proprio partendo da tale consapevolezza, negli ultimi cinquant’anni di studio, gli storici d’oltralpe sono giunti ad una nuova versione delle cause principali dello scoppio della prima guerra di Vandea: la coscrizione obbligatoria di 300.000 uomini per le guerre che la Convenzione aveva dichiarato agli Stati Trono e Altare e la Costituzione civile del clero del 12 luglio 1790 attraverso la quale si modificarono i rapporti tra Stato e Chiesa: i preti, vescovi e cardinali dovevano rispettare i dogmi della rivoluzione francese, senza prendere più ordini da Roma (anche le ordinazioni dovevano essere approvate dalla convenzione).Appare lampante e cristallino che ad un contadino analfabeta della Francia feudale del Settecento, lo stravolgimento dell’orario con l’introduzione del nuovo calendario, della geografia, della Santa Messa e la coscrizione obbligatoria venivano viste come un procedimento di aggressione. Inoltre la vendita diretta dei beni ecclesiali non confluisce ai contadini, ma a ricchi borghesi provenienti spesso addirittura da altri territori.
Non dobbiamo osservare l’insurrezione delle guerre di Vandea come qualcosa di isolato a quattro provincie francesi, ma tra il 1793 e il 1794 avvenne in tutta la Francia un sollevamento generale di moltissime provincie francesi. Tale opposizione era molto variegata e spesso anche di carattere conservator-liberale. Una di queste forze erano ad esempio i Federalisti, chiamati anche “Girondini” (1791-93) guidati da Jacques Pierre Brissot de Warville (1754-93) che dominano la convenzione nazionale tra il 1792 e l’inizio del 1793. Essi sono politicamente all’opposto dei Montagnardi (sfera radicale di sinistra, la quale si suddivideva nei club dei giacobini e dei cordiglieri, periodo 1792-99), poiché ambiscono ad una distribuzione del potere di tipo federale e sono molto potenti nelle grandi città di provincia della Francia. Quando i montagnardi, con i loro decreti, espellono i girondini dalla Convenzione nazionale, molte città sotto l’influenza girondina si sollevarono contro il governo centrale.
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Jacques Pierre Brissot de Warville (1754-93) leader dei “Girondini” (1791-93).[/caption]
Tra le principali città in rivolta, troviamo Marsiglia, Lione, Bordeaux e Rouen in Normandia e proprio in questo caos – da guerra civile – molti movimenti monarchici si inseriscono all’interno delle compagini girondine. Ovviamente non si può parlare di controrivoluzione in questi casi, ma unicamente di opposizione al regime centrale montagnardo, poiché nessun girondino (anche se appoggiato da correnti monarchiche) voleva inserire nuovamente la monarchia costituzionale. I due episodi più marcanti di queste rivolte sono l’assedio di Lione (1793) durato diversi mesi tra l’estate e la fine dell’anno, finito con la quasi completa distruzione, da parte dei giacobini, della città definita “città senza nome”, quasi a monito per altre eventuali proteste; e la città di Marsiglia che subisce più o meno la stessa sorte.
Il sollevamento contadino, dunque, si presenta inizialmente come una “jacquerie” contadina, poiché l’aspetto “monarchico” è arrivato dopo l’aspetto “cattolico”. Difatti inizialmente la nobiltà locale, a carattere feudale, non ha avuto nessun tipo di reazione ai moti rivoluzionari di Parigi (per parte monarchica, ci fu solo la reazione del barone di Sainte-Croix Jean Pierre de Batz, si salvare Luigi XVI dal patibolo). Così rispetto ad un regime lontano, confiscatorio, oppressivo, esterno all’organicità del sistema feudale, portano i primi moti della Vandea a poter essere qualificati come una iniziale rivolta contadina disordinata, senza alcun tipo di obiettivo: con la sola intenzione di colpire i reclutatori repubblicani e i persecutori della fede cattolica. I primi episodi della prima guerra di Vandea iniziano a metà marzo del 1793 con iniziali sporadici episodi di ribellione di braccianti, mezzadri e alcuni artigiani, soprattutto tessitori per via della città di Cholet, famosa per i suoi atelier di filatura e tessitura. Questi attacchi alle sedi locali della milizia della Guardia Nazionale hanno fin dalla prima ora successo, anche per via della scarsa opposizione degli stessi gendarmi che – anch’essi di umile estrazione -, abbandonavano spesso il posto di guardia per sottrarsi al conflitto. Fu così che con queste vittorie, i gruppi di insorti iniziarono a riunirsi e presto dovettero trovare dei leader che li guidassero e che iniziassero a pianificare l’evolversi della rivolta che stata per trasformarsi in una guerra civile. Da notare inoltre che fino a quel momento la Vandea non era una terra militarizzata, per cui non vi era motivo di inserire grandi cantonamenti militari. Caso unico di tutte le ribellioni controrivoluzionarie di quella Francia settecentesca, i vandeani iniziano ad assumere una struttura militare organizzata: nasce l’Armée Catholique Royale (l’Armata Cattolica e Reale), la quale si divise inizialmente in tre grandi armate, secondo la geografia del territorio; nascono così l’Armata del Basso Poitou, l’Armata del Centro (insorti intorno a Cholet) e l’Armata dell’Alto Poitou ed Anjou. Tale struttura militare non aveva conoscenza dell’arte militare, per via dell’estrazione sociale dei propri componenti: i contadini conoscevano il territorio, ma non sapevano delineare una strategia militare; così entrò in gioco quella nobiltà locale composta da tutti ex militari in congedo forzato per il Re di Francia. Il ricorso ai nobili fu coatto, poiché l’aristocrazia locale aveva percezione che tale esercito non poteva tenere testa a quello regolare, ed inoltre era consapevole che i loro possedimenti sarebbero stati – nel corso della guerra – bruciati o confiscati. Perdita di patrimonio e consapevolezza pragmatica delle forze in campo avevano spinto la nobiltà a non intervenire a favore della causa, ma dopo le insistenze – che spesso hanno sfiorato la violenza – diversi aristocratici, si arruolano e saranno poi quei leader che ancora oggi la storia pone a memoria.
Così la controrivoluzione vandeana cambia volto: gli obiettivi militari si delineano, insieme a quelli politici: il ripristino della monarchia e della Chiesa di Roma. Un patto tra contadini e nobili viene siglato: “guidateci in battaglia per salvare le nostre terre e noi accetteremo di buon grado il ritorno del Re”. La disorganizzazione della Convenzione di Parigi che non aveva inviato truppe sufficienti per arrestare la rivolta, unita anche allo scarso addestramento della Guardia Nazionale, consegnarono, in breve, nella prima fase della guerra – da ottobre a maggio – , quasi l’intero territorio della “Vandea Militare” in mano agli insorti; addirittura in certe porzioni della Loira, le truppe repubblicane non attraversarono mai il fiume per almeno tre mesi. Le vittorie decisive iniziano con la presa di Cholet, città centrale della Vandea, il 14 marzo del 1793. I successi continuano con presa della grande roccaforte repubblicana di Thouars, avvenuta il 5 maggio del 1793, ma l’apogeo della controrivoluzione avviene con la presa della città si Saumur il 09 giugno dello stesso anno. Dopo altre piccole vittorie, lo sguardo volge alla città di Nantes, il vero caposaldo Repubblicano in tutto il territorio: la sua presa avrebbe significato non solo il controllo di tutta la Vandea, ma anche quel ricongiungimento con le truppe bretoni degli Sciuani che combattevano al di là della Loira, senza dimenticare l’anticipato sbarco dell’Armata di Condè sulle coste bretoni, con parte dell’armata britannica. L’intero Nord-Ovest francese si sarebbe reso indipendente. Dopo un assedio furente, il combattimento campale finisce con un pareggio, che però confluisce a favore dei Repubblicani, per diverse cause tra cui diversi errori tattici tra i Generali vandeani, in primis di comunicazione, e successivamente il ferimento (che poi lo portò alla morte) del Generalissimo Cathelineau. Dopo un’intelligente vittoria di Charette, presso La Noirmoutier il 12 ottobre 1793, che aveva assicurato un importante sbocco sul mare. Successivamente nella Battaglia di La Tremblaye il 15 ottobre verrà ferito a morte anche il Generale Lescure e successivamente con la sconfitta di Cholet del 17 ottobre, arriverà anche il ferimento a morte di Bonchamps, che prima di spirare, il giorno dopo, ebbe il tempo di graziare i 1.500 prigionieri in mano ai monarchici.
L’esercito Cattolico e Reale, privato dei leader più carismatici e tatticamente più preparati, si ritrovò ben presto in balia degli eventi e dopo una riunione tra i Capi militari rimasti, ad eccezione di Charette, La Rochejaquelein avrebbe tentato quella che sarà chiamata la Virée de Galerne, ovvero una spedizione in terra di Normandia che aveva lo scopo di conquistare una testa di ponte sulla spiaggia per far sbarcare l’esercito di Condé, ma i vandeani, decimati, con il morale basso e soprattutto per via delle numerose malattie a cui già erano afflitti per il conflitto prolungato non arrivarono mai al loro obiettivo e superata la Loira, le diserzioni furono massicce. I contadini, lasciato il loro focolare, lasciata la loro terra per la quale si erano battuti, non avevano una disciplina militare propria di un esercito e non aveva l’interesse per una guerra alla Convenzione di dimensioni nazionali. Nonostante alcune vittorie in terra bretone e normanna, l’esercito perse l’iniziativa e annientando se stesso iniziò la ritirata. Successivamente la repubblica iniziò a pianificare lo sterminio di massa dei civili a partire dal 1794-95. Altri eroi sarebbero morti, i villaggi così come i boschi sarebbero stati dati alle fiamme: iniziavano le Colonne Infernali e il genocidio della Vandea Militare.
Per approfondimenti:
Baiocchi G., Storia delle Guerre di Vandea 1793 - 1795 - 1799, 1815 - La reazione di penna e spada alla rivoluzione Vol.1, Il Cerchio Srl, Rimini, 2023.
Guglielmo Giovanni Maria Marconi (Bologna, 25 aprile 1874 – Roma, 20 luglio 1937) è stato un inventore, imprenditore e politico italiano.[/caption]
Il mondo era in fermento. Anche Tesla e il russo Popov stavano giungendo alle stesse conclusioni. Ma a brevettare il “telegrafo senza fili” prima di tutti fu Marconi il 5 marzo 1896. L’Italia aveva un suo primato da portare come trofeo. E Marconi, anche se mezzo inglese, si sentì sempre e soltanto italiano e lavorò sempre nella sua vita per promuovere l’immagine dell’Italia nel mondo.
Il 23 dicembre 1896 comparve la prima intervista su un giornale italiano, un’intervista rilasciata nientemeno che al noto giornalista Olindo Malagodi, un suo conterraneo emiliano, corrispondente da Londra della Tribuna.
Chiese Malagodi: Qual è il carattere e lo scopo della sua scoperta e come Le è venuta in mente?
Rispose Marconi: La mia scoperta non contiene nessun principio nuovo: ma applicazioni ed estensioni di principii già conosciuti. Essa si è formata nella mia mente a poco a poco» (p.55).
A questo punto è giusto raccontare un aneddoto che rivela molto della personalità di Marconi. L’idea della radio gli venne infatti durante una visita con gli amici al santuario di Oropa, nelle Alpi Biellesi. Uno dei più bei santuari mariani italiani e il più grande santuario delle Alpi. Da esso si gode di una bellissima visione sulla pianura che si apre sconfinata, come ben può vedere chi scende da Oropa. Ebbene, lì lui ebbe l’intuizione, dopo aver sostato davanti alla Vergine Nera di Oropa. Scienza e fede che si univano. Marconi era un uomo di fede e per tutta la vita sarà legato alla Chiesa. Sarà un buon cristiano, per come poté. E concepì sempre la sua invenzione come un miglioramento dell’umanità, per scopi più alti e nobili. Oggi una targa ad Oropa ricorda l’aneddoto.
Marconi riteneva, tra le svariate applicazioni della sua invenzione, che il telegrafo senza fili potesse essere di grande aiuto alle navi in difficoltà. Cosa che si rivelerà esatta.
Se in Europa e in America il nome di Marconi divenne immediatamente celebre, tanto da poter essere definito l’italiano più famoso del mondo, in patria iniziarono le critiche. Alcuni criticarono il giovane scienziato perché nelle interviste che rilasciava sbagliava i nomi degli scienziati e che analoghe esperienze di telegrafia senza fili erano state già condotte in Inghilterra da William Preece. Ci si domandò: perché brevettare il telegrafo senza fili in Inghilterra e non in Italia? A Bologna il clima culturale, piuttosto chiuso, riteneva quel ragazzotto un parvenu. Il professor Augusto Righi, che era stato uno dei maestri di Marconi, fu intervistato e affermò che Marconi stesse adoperando strumenti già noti. Ma «secondo forse l’indole propria, che lo trae piuttosto verso le applicazioni della scienza che verso le grandi questioni della filosofia naturali, ha concepito le onde elettriche alla produzione di segnali a distanza» (p. 65). Un certo cerchiobottismo di Righi che aumentò le malelingue. E tutta la vita di Marconi fu tormentata da maldicenze. Le critiche più taglienti, al limite della diffamazione, gli arrivarono da Luigi Stefanoni, direttore di un giornale che non a caso di chiamava “la Critica”. Tipico spirito di polemica tutta italiana, una critica ad un uomo che invece teneva alto il nome dell’Italia nel mondo.
Ma ormai Marconi aveva fondato la sua società, la Marconi Wireless Telegraph Company, e il 12 dicembre 1901 aveva condotto il suo esperimento più importante: la trasmissione da un capo all’altro dell’Atlantico. La prima trasmissione transoceanica. Marconi era ancora un ragazzo – si era fatto crescere i baffi, per sembrare più grande – ma era riuscito a compiere il miracolo! E finalmente anche in Italia, timidamente, la critica iniziò ad interessarsi di lui, dell’Elettricista, come veniva soprannominato dai giornali. Anche Righi, infine, ammise la grandezza di quello che un tempo aveva disconosciuto di avere avuto per allievo. Non poteva farne a meno.
Guglielmo Marconi con la moglie Maria Cristina in occasione del battesimo di sua figlia Elettra nel 1930.[/caption]
Il disastro del Titanic fu l’episodio che cambiò per sempre il modo di vedere il mondo di allora. Prima, il positivismo la faceva da padrone. La scienza e la tecnica avrebbero potuto fare tutto. Ora, la realtà presentava il suo conto.
Marconi, però, continuò a lavorare convinto che la sua scienza potesse salvare altre vite. Aveva anche un panfilo, l’Elettra, dal quale conduceva i suoi esperimenti. Taciturno, timido; ma anche cordiale e gentile con tutti i suoi collaboratori. Era un uomo che credeva nell’Italia e nell’italianità, un nazionalista che si iscrisse convintamente al partito fascista, dal quale fu adulato e che finanziò i suoi lavori.
Alla fine della vita, Marconi si ritirò a Roma. Era un uomo celebre ma amante della tranquillità. Il re lo aveva nominato marchese. Aveva divorziato dalla moglie Beatrice e aveva sposato la marchesina Maria Cristina Bezzi-Scali, dalla quale aveva avuto la figlia Elettra.
Rimase sempre in ottimi rapporti con la Chiesa, e fu lui ad avere l’onore e il privilegio di mostrare la radio al papa. Il primo papa che parlava per mezzo della radio. Pio XI. Nelle immagini dell’Istituto Luce si vede il pontefice che osserva lo strumento e, ammettendo la genialità di Marconi, riconosce in lui uno strumento della Provvidenza.
Ma la vita di Marconi doveva finire relativamente presto, a 63 anni. Soffriva da tempo di cuore. Morì nella sua casa di via dei Condotti, il 20 luglio 1937. Inizialmente, ai primi segni della fine, non diede peso al suo malessere e diede solo all’ultimo disposizione affinché Maria Cristina, che era in quel momento a Viareggio. La crisi cardiaca che lo aveva colpito non lo risparmiò. Morì cristianamente, dopo aver ricevuto i sacramenti dal parroco di Santa Maria delle Fratte e recitato il Pater noster con le suore.
Curiosamente, gli sopravvisse il fedele giardiniere di un tempo, Antonio Marchi, il quale nell’estate del 1895 aveva già 50 anni. Marchi si spense nel 1948 all’età di ben 106 anni. Uomo buono affezionatissimo al suo sgnurèin, come lo chiamava – non chiamò mai Marconi per nome, per lui rimase sempre lo sgnurèin – chissà se avrà potuto riabbracciare il suo vecchio amico lassù in Cielo. Si saranno abbracciati come quel giorno, nella tarda estate del 1895, quando dalla collina dei Celestini corsero a perdifiato, colmi di gioia? Ora, auguriamo a tutti e due una gioia nuova e senza fine.
Otto von Habsburg-Lothringen in età giovanile.[/caption]
Il Monumento di guerra sovietico di Vienna, più formalmente conosciuto come Heldendenkmal der Roten Armee si trova a Schwarzenbergplatz. Il colonnato semicircolare in marmo bianco che racchiude parzialmente una figura di dodici metri di un soldato dell'Armata Rossa è stato inaugurato nel 1945[/caption]
La vigilia del matrimonio una cena di gala si svolge all’hotel Excelsior. Otto indossa il collare dell’ordine del Toson d’Oro di cui è Gran Maestro; la regina esibisce un cerchietto di diamanti che apparteneva alla duchessa Maria Giuseppe, nonna del marito. A sua nuora Zita consegna le insegne in diamanti dell’ordine della Croce stellata che lei portava il giorno del suo matrimonio con Karl – onorificenza femminile in cui la sposa del capo del casato d’Austria è detentrice da quasi due secoli.[/caption]
Otto von Habsburg-Lothringen in età avanzata.[/caption]
Pierre Lenfant, la battaglia di Fontenoy (particolare), 1745.[/caption]
Museo del Prado, Madrid: Rubens Peter Paul, La visione di Saint Hubert, olio su tela, 1617-20 - 63x100 cm.[/caption]
Le vite di Saint Hubertus sono numerose e la loro veridicità rasenta il meraviglioso trascendendo il dato meramente storiografico. La letteratura leggendaria è un terreno ingrato ma il raccolto non è assolutamente nullo. Intorno al 1520 è stato pubblicato, a Parigi, un libro dal titolo La Vie de Monseigneur Dardeine. Tratta da un manoscritto composto nel 1459 da Hubert il prevosto, che si è espirato a sua volta ad un testo scritto da un chierico nel 744. Nonostante le distorsioni storiche, gli elementi attorno a cui è stata costruita la sua leggenda, possono essere conservati.
Hubertus nacque intorno al 665 nella Gallia orientale, nel pieno della cristianizzazione. Fu consacrato vescovo a Roma nel 709 e succedette a san Lamberto sul trono episcopale di Tongeren-Maastricht, che trasferì a Liegi nel 718. Continuando la sua opera pastorale nelle Ardenne, egli combatté contro i culti pagani e morì il 5 novembre 728. Il 3 novembre 744, il suo corpo fu traslato per la prima volta nella Chiesa Superiore di San Pietro a Liegi. Nell’825 i suoi resti furono posti nelle Ardenne, nell’Abbazia benedettina di Andage, che prese il suo nome.
Divenne un importante luogo di pellegrinaggio e si sviluppò il mito hubertiano. Da quel momento in poi, la tradizione vuole che egli fosse un cacciatore colpito dalla grazia in mezzo alla foresta come San Paolo sulla via di Damasco. Molto presto i cacciatori iniziarono ad offrirgli, in occasione dell’anniversario del primo trasferimento del suo corpo, i frutti dell’inizio della stagione di caccia e la decima parte della selvaggina catturata durante il resto dell’anno. Già dalla fine del XV secolo, gli si attribuisce la visione del cervo crocifero di Sant’Eustachio che arde i cuori dei cacciatori.
La sua genealogia viene delineata e lo si fa entrare a far parte dell’illustre famiglia dei Pipinidi, discendenti del “famoso Pharamond primo re dei Francesi”, pronipote di Clodoveo e figlio di Bertrando d’Aquitania. Allevato devotamente da sua zia, Sant’Ode, seguì fin da piccolo il padre nelle battute di caccia.
Acquisì una tale abilità in questo esercizio che i Signori più abili erano spesso stupiti dalle sue osservazioni sagge e prudenti. All’età di diciotto anni entrò alla corte di Thierry, Re di Neustria, prima di emigrare in Austria dove il duca Pipino di Heristal, suo parente, lo nominò Gran Cacciatore. Lì Hubertus condusse una vita dissipata, abbandonandosi alla sua passione preferita: l’arte venatoria.
Hubert aveva anche un grande successo con le signore e fu così che sposò Floribanne, la figlia del Re Dagoberto nel 682. La sua vita cambiera il giorno del Venerdì Santo del 683, quando Hubertus andò a caccia di cervi nella foresta delle Ardenne, con una decina di uomini, muniti di corni e cani.
Dopo situazioni convulse legate all’inseguimento all’interno della selva, il cervo si fermò ed incredibilmente iniziò ad avanzare verso Hubertus. Il cacciatore, in quel momento, vide risplendere tra le corna dell’elegante animale un crocifisso in cui risplendeva il Cristo. Il suo cavallo si impennò e una voce risuonò nella foresta: “Hubertus, Hubertus, perché mi insegui? Fino a quando la tua passione per la caccia ti farà perdere la salvezza? Vai a Maastricht dal mio servo Lambert: ti dirà cosa devi fare”.
Miniatura medievale del Santo.[/caption]
Alcune statue di Saint Hubertus (da sinistra a destra): complesso scultoreo presente nella città di Praga; statua di Saint Hubertus e il giovane cervo del XVIII sec., alta 184 cm; statua di Saint Hubertus nella chiesa di Saint-Martin d'Arc-en-Barrois.[/caption]
L' Ordine di Sant'Uberto del Ducato di Bar è un ordine cavalleresco creato nel 1422 da Luigi I , cardinale - duca di Bar per sostituire l' Ordine del Levriero. Con l'installazione della Repubblica francese, l'Ordine è stato abolito e quindi si è estinto.[/caption]
Il più illustre dei cacciatori vandeani rimane il conte Auguste J.F. de Chabot (1825 - 1911), che ha lasciato ai posteri due trattati fondamentali: La Chasse a travers les ages (La caccia attraverso i secoli) e La chasse du chevreuil et du cerf (La caccia al capriolo e al cervo).[/caption]
Cacciatori muniti di trombe (corni) da caccia presso Arc-en-Barrois, dipartimento dell'Alta Marna nella regione del Grand Est per l'annuale festa novembrina (25-26-27 novembre) dedicata a Saint Hubertus.[/caption]
Sir Harold Nicolson (Teheran, 21 novembre 1886 – Kent, 1 maggio 1968) è stato un politico, diplomatico e scrittore britannico.[/caption]
Fantastica scena del 1913. Da sinistra a destra: Harold Nicolson, Vita Sackville-West, Rosamund Grosvenor e Lionel Sackville-West.[/caption]
Leo von Klenze, l'Acropoli di Atene - Olio su tela 1846[/caption]
Sir Henry Wotton (1568-1639) è stato un politico e un diplomatico inglese.[/caption]
Il diplomatico, insignito dell'Ordine Cav. di S.Michele e S.Giorgio, Ernest Mason Satow (1843-1929). Fu ministro britannico a Tokyo dal 1895 al 1900.[/caption]
A sinistra un dipinto di George Hayter, La regina Vittoria nel giorno della sua incoronazione, 1838. A destra mappa dell'Inghilterra vittoriana.[/caption]
Quai d’Orsay, sede del Ministero degli Esteri francese[/caption]
Édouard-Louis Dubufe, Il Congresso di Parigi - 1856 da sinistra a destra: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour (Regno di Piemonte e Sardegna), Henry Wellesley I Conte di Cowley (Gran Bretagna), Karl Ferdinand von Buol (Impero Asburgico), Alexey Fyodorovich Orlov (Russia), François-Adolphe de Bourqueney (Francia), Otto Theodor von Manteuffel (Prussia), Alexander von Hübner (Impero Asburgico), Alexandre Colonna-Walewski (a sedere in primo piano-Francia), Mehemmed Djemil Bey (Impero Ottomano), Benedetti (Segretario), George Villiers, IV Conte di Clarendon (Gran Bretagna), Philipp von Brunnow (Russia), Mehmed Emin Aali Pasha (Impero Ottomano), Maximilian Graf von Hatzfeldt-Trachenberg (Prussia), Pes di Villamarina (Piemonte e Sardegna).[/caption]
