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di Giuseppe Baiocchi del 11/04/2025

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È innegabile il ruolo significativo della nobile famiglia Batthyány nella storia d’Europa e d’Ungheria nell’ultimo mezzo millennio. Una delle famiglie Batthyány ancora in vita ha sede a Budapest. Abbiamo così effettuato una intervista ad uno degli eredi di questa storica casata, il giovane conte Batthyány Ádám Boldizsár che vive nella capitale ungherese, ed è presidente della “Fondazione Circolo della Gioventù Batthyány”. Il conte Ádám Batthyány, discendente di Lajos Batthyány, il padre di Boldizsár, imparò l’ungherese all’età di cinquant’anni. Il padre di Boldizsár, Ádám imparò l’ungherese all’età di cinquant’anni per via della persecuzione comunista nel paese, mentre sua madre Margit Batthyány-Schmidt aiuta nella direzione delle due associazioni di famiglia, tra cui in particolare non si può menzionare il “Programma di istruzione e sostegno per le donne contadine” partito nel 2023. Boldizsár ha due sorelle: la maggiore, Nathalie, vive a Francoforte e lavora nel settore bancario; sua sorella, Kata, lavora a Londra presso la più antica casa d’aste del mondo, la famosa Christie’s; ma un elemento unisce tutti loro: la preservazione delle tradizioni e dei valori del classico nucleo famigliare naturale.

[caption id="attachment_34850" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra: Stemma araldico della famiglia presso il palazzo di Budapest in piazza Dísz nr. 3. Il blasone, confermato nel 1481 dal re Ladislao II di Boemia, rappresenta una triplice collina verde in campo azzurro, con una roccia dorata e sopra un pellicano bianco con le ali spiegate che dona il sangue a due suoi nati; sulla collina di destra c’è un leone d’oro che tiene in bocca una spada curva con l’elsa dorata. A destra: Discorso del conte Batthyány Ádám Boldizsár al quarto premio “Fondazione Lajos Batthyány” nel 2023.[/caption]

Prima di addentrarci nell’interessante intervista, il lettore meriterà certamente di acquisire alcuni cenni storici su questa straordinaria famiglia, ancora oggi immersa nella politica sociale ungherese. Se il capostipite della famiglia fu probabilmente un certo Gastaldo Miska (1207 - 27), sarà nel 1398 - con la presa del castello di Batthyán -, che il ramo familiare (precedentemente denominato Eörsi) acquisì il cognome recente. Tra il XV e XVI secolo alcuni membri della famiglia ebbero una certa rilevanza nella vita politica del paese magiaro. Furono i discendenti di Boldizsár e Ferenc (1497 - 1566), a portare alla famiglia il titolo baronale (1628) e successivamente quello comitale (1630). Ancora nel XVII secolo, incontriamo il Capitano Generale del Transdanubio Ádám Batthyány (1662 - 1703): eccezionale comandante ungherese nelle guerre antiturche. Egli cacciò gli ottomani dall’Ungheria e riconquistò del Castello di Buda nel 1686; svolse un ruolo importante nella riconquista di Székesfehérvár e Kanizsa nel 1688 e nel 1690. Nel 1692 sposò la contessa Eleonóra Strattmann, da cui discende il ramo dei Batthyány-Strattmann attuale. Il secondogenito di Ádám, Károly Batthyány, ottenne da Francesco I d’Austria, nel 1769, il titolo di principe del Sacro Romano Impero; spentosi il ramo di Károly, il titolo di conte passò al fratello Ernő Lajos Batthyány – l’ultimo palatino nazionale – e ai suoi discendenti. Spentosi anche questo ramo, se lo attribuì il conte László, con il diritto di continuare il nome di Batthyány-Strattmann. Infine andando avanti nei secoli, tra qualche Primo Ministro e qualche Ministro degli Esteri troviamo László Batthyány-Strattmann (1870 - 1931) modello esemplare di vita per il XX secolo, che ha vissuto una esistenza familiare e religiosa esemplare ed è stato beatificato nel 2003 dal Papa Giovanni Paolo II. Il principe László Batthyány-Strattmann, definito “medico dei poveri” è stato un grande mecenate: ha costruito scuole e sostenuto la ricerca scientifica. Una delle caratteristiche della famiglia Batthyány, è la consapevolezza che l’istruzione, l’apprendimento e lo spirito creativo sono condizioni essenziali per la crescita economica e la stabilità. In ogni generazione dei Batthyány, che per mezzo millennio hanno fatto parte dello strato dirigente della classe dirigente ungherese, c’è stata una personalità eccezionale che, pur gestendo bene l’enorme ricchezza e il potere di cui la loro classe disponeva, non solo ha servito i propri interessi e quelli della propria famiglia, ma ha anche fatto seri sacrifici per la causa della nazione.

Che effetto fa portare il nome di una famiglia storica nel XXI secolo?
Un orgoglio immenso. Sono davvero poche le persone che possono avere un albero genealogico così lungo. È un grande orgoglio avere antenati simili. Allo stesso tempo, è una responsabilità enorme, perché è un nome che quasi tutti conoscono in Ungheria, poiché tra i tanti, almeno un membro della famiglia viene sempre studiato. Ma tutti sanno anche che questa è una famiglia che agisce per la patria ungherese. Ecco perché il cognome non deve essere macchiato e bisogna fare attenzione affinché resti intatto, e tutto ciò è responsabilità della persona che porta quel nome.
Che tipo di rapporto hai con i membri di altre famiglie storiche?
Abbiamo relazioni con quasi tutti. Ciò è dovuto in parte alle precedenti relazioni di mio padre e in parte al lavoro attuale di mia madre. Tuttavia, trovo che non ci sia molta coesione tra famiglie aristocratiche, forse perché non esistono problemi importanti, tali per cui queste famiglie debbano agire all’unisono. Inoltre, non credo sia propositivo per il Paese avere delle persone che concentrano le energie del Paese per l’abolizione del decreto del 1947 sull’uso dei titoli nobiliari. Penso che ciò sia nocivo più a loro che a noi. Il blasone, per buona pace del politicamente corretto, è parte della nostra storia. Che ci piaccia o no, rimarrà. Il fatto che ora mi presenti come Boldizsár Batthyány non fa alcuna differenza rispetto al fatto che possa presentarmi come conte Boldizsár Batthyány. Così tutti sapranno chi sono i miei antenati. La cameriera chiama mio padre il “Conte Cacciatore”, lui adora questo soprannome e non se ne è separato più, ma io non potrei mai immaginare di essere chiamato così (sorride).
Cosa significa per la tua famiglia avere già un membro che è stato beatificato e un altro membro è in procinto di esserlo? In cosa consiste questo processo? È un processo interessante. Quando l’ho sentito per la prima volta, non volevo credere che fosse così complicato. Nel caso del mio bisnonno, László Boldog Batthyány-Strattman, morto nel 1931, tutto iniziò negli anni Quaranta. Il processo di beatificazione inizia con la compilazione di un lunghissimo documento sulla sua vita, che viene esaminato in Vaticano. Esiste un comitato speciale per questo, e se questo comitato lo approva, allora si scoprirà un miracolo che potrebbe essere collegato a quella persona. Nel caso del mio bisnonno, ci volle molto tempo, quindi il processo si bloccò per decenni e riprese solo negli anni Ottanta. Il miracolo associato al suo nome era che un bambino che non riusciva a vedere pregava ogni giorno il mio bisnonno affinché riacquistasse la vista. I medici avevano ormai rinunciato alle cure: non gli davano alcuna possibilità di recuperare la vista. Poi un giorno si svegliò e vide. Questo incidente si verificò decenni dopo la morte di László Batthyány-Strattman. Speriamo che per la mia bisnonna, la contessa Maria Theresia Coreth di Coredo e Starkenberg, il processo di beatificazione sia più breve. Ma sono sicuro che sarò ben oltre la mezza età quando lei sarà beatificata. Come è noto, il 19 marzo è iniziato il processo di beatificazione a suo carico, promosso sia dalla diocesi di Szombathely sia da quella del Burgenland.
Cosa significa per te il percorso di vita dei tuoi bisnonni?
Ti ha assegnato un percorso di vita? Potrei esprimere lo stesso orgoglio di cui parlavo prima. Allo stesso tempo, non sono mai stato interessato ad intraprendere una carriera nel settore sanitario. Ho sempre saputo che volevo proseguire nella direzione dell’economia e della vita pubblica. Tuttavia, tutto l’amore e l’accettazione che i miei bisnonni mi hanno dimostrato, hanno avuto un impatto sull’atteggiamento di tutti i membri della mia famiglia. Siamo stati cresciuti per fare ciò che sappiamo fare meglio, e quanto sia importante essere il più onesti possibile in un determinato ambito. Abbiamo portato con noi anche la responsabilità di trattare al meglio le persone che incontriamo e di sfruttare al meglio ogni momento.
Quale ruolo sociale svolge oggi la tua famiglia?
Inizierei con mio padre, Ádám Batthyány, che è il più anziano. È nato nel 1942 a Budapest, Ungheria. Vivevano nel castello di Körmend. Trascorse i primi tre anni della sua vita in Ungheria, da nobile bambino, nel castello principesco di Körmend. Nel 1945 dovette lasciare il paese perché la nobiltà era perseguitata dal nuovo regime comunista. Fu agricoltore e banchiere per tutta la vita e ha alle spalle una vasta carriera professionale. Ma già prima del cambio di regime, durante il periodo di distensione, sentiva che doveva tornare in Ungheria perché lì aveva del lavoro da fare. Mi ha detto più volte che è stato dopo il 1945, trascorse una notte su un treno in Ungheria senza poter scendere, perché in tutti quei decenni un Batthyány non poteva mettere piede nel paese! Ma torniamo all’epoca del cambio di regime. Fu allora che József Antall (1932 - 93) lo contattò, dicendogli che voleva fare una colletta per gli ungheresi in Transilvania. Chiese a mio padre di usare la sua rete di contatti nel mondo finanziario per trovare sostenitori che avrebbero sostenuto gli ungheresi in Transilvania con una somma economica maggiore. Mio padre, una volta appoggiato il progetto, chiese a József Antall di aiutarlo a finanziare la sua campagna e fu così che iniziò la sua campagna come sostenitore di Antall, coinvolgendo molte persone che volevano creare un liberalismo di stampo conservatore, per una nuova Ungheria borghese.
[caption id="attachment_34852" align="aligncenter" width="1000"] Il castello di Körmendi, noto anche come castello Batthyány-Strattmann, si trova a Körmendi, nella contea di Vas. Fu costruito in stile classicista nel centro di Körmend, nel 1730-45 a sud di Szombathely, vicino al fiume Rába. lavori del XVIII secolo modificarono nuovamente la facciata esterna, aggiungendo un altro piano alle ali residenziali, un tetto mansardato e un enorme balcone poggiante su sei colonne sopra l'ingresso, secondo i progetti dell'architetto italiano Felice de Allio.[/caption]
Come sono stati i primi anni dopo il tuo ritorno?
Dopo che Antall vinse le elezioni, mio padre divenne il suo principale consigliere economico e ambasciatore itinerante. Tra i due esisteva un rapporto di lavoro quotidiano. Anche la Fondazione Batthyány Lajos è frutto del lavoro di entrambi. Ancora oggi mio padre è il presidente onorario della fondazione. È interessante che József Antall volesse che mio padre fosse il primo presidente della fondazione, cosa che alla fine non funzionò perché lui non parlava ancora ungherese. Il motivo era che sua madre era una ragazza di Windisch-Grätz, il cui antenato era stato comandante in capo delle truppe Imperiali e Regie austroungariche durante il periodo della guerra d’indipendenza ungherese del 1848-49. Crebbe con la convinzione che in casa non fosse consentito parlare ungherese, per fedeltà all’Imperatore austriaco. Ma lui perseverò, imparò bene il magiaro e fece molto per garantire che l’Ungheria intraprendesse la strada dello sviluppo, sia economico che culturale, dopo il cambio di regime. Fece molto per garantire che l’Ungheria intraprendesse la strada dello sviluppo, sia economico che culturale, dopo il cambio di regime.
Anche sua madre, Margó Batthyány-Schmidt, non è sconosciuta nella vita pubblica.
Nel 2015 mio padre ha fondato la Fondazione ungherese Batthyány, di cui mia madre è presidente del consiglio di amministrazione. La fondazione si impegna a preservare l’eredità di Batthyány e a trasmetterne i valori. Inoltre, dal 2013, dirige anche l’Unione delle donne ungheresi, anch’essa riconosciuta a livello internazionale e organizzazione partner dell’ONU. La sua missione principale è quella di rivolgersi alle donne rurali e di rafforzarle. Lontana da ogni forma di femminismo, l’associazione trasmette il messaggio con cui sono d’accordo, ovvero che l’uomo e la donna insieme formano un tutt’uno, ma i due ruoli sono separati l’uno dall’altro. Mia sorella Kata e io siamo coinvolti nelle attività di queste organizzazioni fin dall’infanzia. L’ispirazione ricevuta dai miei antenati e queste esperienze mi hanno spinto anche verso l’impegno sociale.
[caption id="attachment_34853" align="aligncenter" width="1000"] Al centro il conte Ádám Batthyány, In secondo piano da sinistra a destra: Margit Batthyány-Schmidt, Batthyány Ádám Boldizsár e la sorella minore Kata.[/caption]
Durante il suo viaggio in Ungheria, Papa Francesco ha visitato la casa per ciechi del Beato Batthyány-Strattmann László. Cosa ha significato questo per la tua famiglia?
Siamo anche colmi di immenso orgoglio per questo riconoscimento, in quanto ogni ungherese è stato orgoglioso di questo. Il fatto che il Santo Padre ci abbia visitato due volte in un breve lasso di tempo dimostra che egli vede e sà che l’Ungheria è un Paese che può fungere da esempio positivo per una vita cristiana in relazione agli altri paesi europei. Rispettiamo le nostre radici cristiane, possiamo praticarle e persino esserne orgogliosi e abbracciarle con coraggio. Oggi in Ungheria essere cristiani è un vantaggio, non uno svantaggio, come in molti altri paesi. A maggio, la mia famiglia ha fatto una visita speciale in Vaticano per il 20° anniversario della beatificazione del mio bisnonno e abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il Papa.
Cosa provi nella tua fascia d’età: quanto i giovani sono ricettivi rispetto alla conservazione delle trazioni organiche e archetipe? Penso che nella mia fascia d’età ci siano sempre stati giovani conservatori, ma esprimono meno le loro opinioni in pubblico. La responsabilità nel rappresentare la mia famiglia, come già detto, è grande per la vita sociale e politica di questo paese e avere una storia lunga, non dà ci fa vivere sugli allori, ma ci deve far capire come la storia deve continuare sempre nella correttezza che il passato ci ha trasmesso. Di contro, la mia esperienza personale rappresenta un cambiamento per l’intero Paese. Penso che dobbiamo lasciare che le persone della mia età e quelle più giovani di me si classifichino secondo un’idea basata sulle loro esperienze e sul loro modo di pensare. Non si deve mai forzare nulla, perché è decisamente controproducente. Nei momenti difficili, spesso penso a cosa avrebbero fatto i miei antenati e traggo forza dalle loro azioni. Oltre a tutto questo, spero di avere in un certo senso del dovere nel cercare di continuare ciò che la mia famiglia ha fatto per più di cinquecento anni, vale a dire, devo lavorare per proteggere e realizzare gli interessi della nazione ungherese. Ecco perché, fin dal liceo, ho capito che non vorrei mai lasciare definitivamente il mio Paese e che, se mi trovo all’estero, dovrei rappresentarlo nel modo più degno possibile. Naturalmente ognuno vive questa esperienza in modo diverso.
[caption id="attachment_34854" align="aligncenter" width="1000"] I membri della famiglia Batthyány organizzano regolarmente incontri al castello di Güssing in Austria.[/caption]

Futuro-Passato, oltre il già detto. L’aristocrazia che ruolo ha oggi e quali valori continua a conservare? Anche se la nobiltà ha avuto un ruolo molto importante nella nostra storia nazionale, oggi stesso un’altra élite politica ed economica decide le sorti del paese, ma – così come nel passato – se la maggioranza della popolazione si oppone, può esprimere una resistenza particolarmente forte, quindi l’ultima parola spetta sempre al popolo. Nella seconda metà del XX secolo furono fatte molte azioni per stroncare sul nascere l’orgoglio storico della nazione ungherese. Ma sono felice di vedere che all’epoca i nuovi “valori” dei totalitarismi furono fallimentari, perché imposti contro la volontà del popolo e oggi possiamo vivere in un Paese che rispetta e onora le grandi famiglie della sua nazione e i suoi principi cardine: Dio, Patria, Famiglia, così come accadde in passato.

Cosa c’è da sapere sul Circolo dei Giovani Batthyány? L’idea del Batthyány Youth Circle è nata nel dicembre 2021 insieme al prof. Tamás Dezső, l’attuale presidente della Fondazione Batthyány Lajos. Come primo passo, ho radunato tra i miei conoscenti alcuni giovani che ritenevo capaci di svolgere un lavoro di organizzazione comunitaria e credibili nel farlo. Abbiamo dichiarato fin dall’inizio che il nostro obiettivo principale è quello di avere una comunità di giovani con idee simili alle nostre, sui valori tradizionali riconducibili alle radici europee. Un luogo del pensiero per scambiarsi visioni politiche diverse, dialogare e ragionare insieme. Fin dall’inizio, uno dei nostri obiettivi principali è stato quello di eliminare dalle bolle di opinione la fascia di età compresa tra i 16 e i 35 anni. Una delle prime parole di Tamás Dezső durante il processo di pianificazione è stata: “Non importa chi sostieni, vivi in una bolla di opinione imposta da sistemi esterni”. Ecco perché nei nostri programmi poniamo domande che sono domande reali che interessano e riguardano non solo noi, ma credo la maggior parte del Paese, la maggior parte della popolazione, e a cui spesso non è facile rispondere. Nel prossimo futuro vorremmo che quante più persone possibili prendessero conoscenza delle nostre attività e partecipassero ai nostri eventi.

Hai pubblicizzato l’adesione? Sì, ora che operiamo come fondazione da diversi anni. Stiamo cercando candidature da persone di età compresa tra 16 e 35 anni che pensano in termini di fede in Dio, patria e famiglia. Vogliamo diventare una sorta di organizzazione ponte tra Fidelitas e i giovani che praticano la dottrina sociale della Chiesa. Oltre al CV e alla lettera di motivazione, ai candidati verrà richiesta anche una raccomandazione da parte di un membro attuale. Oltre a tutto questo, stiamo estendendo la costruzione alle università, creando organizzazioni studentesche presso Corvinus, Pázmány e l’Università del servizio pubblico. Aumenteremmo l’attrattiva delle organizzazioni studentesche offrendo a chi vi aderisce una sorta di opportunità di carriera, con tirocini e opportunità di lavoro; inoltre, per un certo periodo di tempo, gli studenti universitari potrebbero diventare membri della Fondazione Batthyány Youth Circle e del Batthyány Youth Circle. I nostri piani a lungo termine prevedono che la comunità che abbiamo creato si espanda, sia in grado di rappresentare la propria posizione e, in seguito, di acquisire un proprio potere di advocacy. Dicono che saremo il prossimo partito politico, ma non è questo l’obiettivo: il focus è avere una cittadinanza consapevole dei problemi nazionali, europei che faccia sempre l’interesse del nostro Paese.

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di Giuseppe Baiocchi del 24/12/2024

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La fama nell’età adulta non dissipa l’oscurità dell’infanzia. Se gli archivi offrono molte pagine di studio sulla famiglia degli Asburgo, o sui suoi fratelli, che sono meno dotati di lui, si oppongono a un silenzio ostinato non appena la ricerca si evolve sotto il blasone che così recita: «D’argento al leone di blu». Il mio viaggio per le lande austriache doveva condurmi verso la ridente cittadina di Luising nel Burgenland meridionale. Ci sono molti tranquilli villaggi di confine, ma nessuno è così popolare come questo. La comunità di 135 anime lo deve principalmente a una persona: l’umoristico Alfons Eduard Alexander Antonius Maria Andreas Hubertus Christoph Grafen von Mensdorff-Pouilly (1953). I suoi titoli professionali sono quasi altrettanto lunghi: consulente, organizzatore di caccie venatorie, agricoltore e allevatore di tacchini. Come ama affermare, proviene da una famiglia nobile povera, anche se sua madre, la nobildonna Ilona Gräfin Erdődy (1917 - 2003) possedeva vasti possedimenti in Ungheria.

[caption id="attachment_16426" align="aligncenter" width="1000"] Intrappolato in casa sua: Alfons Mensdorff-Pouilly scontò quattro degli otto mesi iniziali della sua condanna nel suo castello di Luising. Grazie al braccialetto alla caviglia non poteva accedere ad alcune parti del suo castello.[/caption]

Nel suo castello di nuova costruzione, che lui stesso chiama affettuosamente “Glumpert” e che valuta un milione di euro, il conte accoglie i suoi ospiti in lederhosen e tracht. L’interno è dominato dallo stile della casa di campagna inglese: carta da parati verde e tende lussureggianti nel salone, rendono squisitamente elegante l’interno, dove tra una marmotta impagliata, e trofei di cervo o di gnu, vi sono anche molte armi da cinghiale incorniciate in argento. Nel tranquillo villaggio, Mensdorff-Pouilly colleziona trofei e avvia affari milionari come consulente. Ma quali sono le orme familiari di questo liberal-conservatore austriaco? Corre voce – ma non si hanno prove concrete – che sia iscritto alla Massoneria? Quante maldicenze si dicono per invidia! Ebbene la storia doveva portare il piccolo Alfons in Austria, facendolo crescere in circostanze piuttosto modeste. Suo padre Alexander Mensdorff-Pouilly (1924 - 2009) già impoverito, si era sposato nel 1952 con la nobildonna ungherese Ilona Gräfin Erdődy (1917 - 2003), proveniente da un’antica famiglia di magnati. È cresciuto con i suoi fratelli Antonius ed Elisabeth nella vecchia dogana di Luising nel Burgenland. La famiglia viveva in gran parte dell’eredità, che comprendeva a circa 200 ettari di boschi e terreni agricoli a Luising e dintorni, che la madre riuscì a salvare, dopo aver perso le proprietà di famiglia nell’antica Cecoslovacchia e Ungheria nel 1948, a causa dell’arrivo del comunismo, che nazionalizzò le proprietà. Così gli Erdödy, che per secoli avevano avuto la loro casa ancestrale a Eberau, a circa 10 km a nord di Luising, riuscirono a mantenere alcune significative proprietà in Austria. Discendente da un’antica e venerabile famiglia baronale della Lorena “Graf Ali” così come è stato rinominato in Austria, mostra non senza un certo orgoglio, le armi araldiche della famiglia: un leone blu su sfondo argento, con un pellicano sacrificale raffigurato nella parte superiore dello stemma. In araldica il pellicano è simbolo di pietà, amore e carità per il prossimo e può rappresentare il buon padre di famiglia che alimenta i figli con la sua virtù o la carità di un buon governante verso i propri sudditi. Nel 1395 il dominio di Pouilly vicino a Stenay fu elevato a baronia. Nel 1818 alla famiglia venne conferito il titolo di conte austriaco. Da quel momento in poi, il Generale Imperiale e Regio Emmanuel von Mensdorff-Pouilly (1777 - 1852) poté fregiarsi del titolo ereditario di conte applicando il tanto controverso, oggi vietato in Austria, appellativo di “von”. È il capostipite di numerosi discendenti della nobile famiglia Mensdorff-Pouilly, tra cui il 72enne Alfons Mensdorff-Pouilly. Il ramo austriaco della famiglia ebbe alcuni personaggi noti. Il suo pro-pro-prozio Alexander conte von Mensdorff-Pouilly (figlio del conte Emmanuel) fu ministro degli Esteri austriaco e primo principe di Dietrichstein zu Nikolsburg dal 1864 al 1866. Il figlio minore di Alexander, Albert conte von Mensdorff-Pouilly-Dietrichstein, a sua volta svolse un ruolo importante come diplomatico d’Austria-Ungheria prima e durante la prima guerra mondiale. Il fratello della sua bis-bisnonna fu Eduard von Paar, l’ultimo Aiutante Generale di Campo dell’Imperatore Francesco Giuseppe I. Nomi molto più noti si trovano nell’albero genealogico Mensdorff-Pouilly se si va ancora più indietro nel tempo. Ci sono collegamenti con le famiglie reali britannica e belga e anche con gli Asburgo.

[caption id="attachment_16427" align="aligncenter" width="1000"] Albero genealogico della famiglia Mensdorff-Pouilly e stemma araldico.[/caption]
Il duca Franz Friedrich Anton di Sassonia-Coburgo-Saalfeld (1750 - 1806) fu nonno della regina Vittoria di Gran Bretagna e Irlanda e trisnonno della defunta regina britannica Elisabetta II. Sua figlia Sophie Friederike Karoline Luise di Sassonia-Coburgo-Saalfeld si sposò con il conte di Emmanuel Mensdorff-Pouilly, il capostipite. Quest'ultimo era a sua volta il padre di Alexander conte von Mensdorff-Pouilly, il trisavolo del “Conte Alì”. A causa di questo legame familiare, diversi media hanno riferito nel 2011 che Mensdorff-Pouilly sarebbe dovuto essere il 124esimo in linea di successione al trono britannico.. tuttavia, i cattolici ne sono esclusi dal 1701 per l’Act of Settlement. Esiste anche un legame con la famiglia reale belga e con gli Asburgo: lo stesso Franz Friedrich Anton di Sassonia-Coburgo-Saalfeld fu anche padre di Leopoldo I del Belgio, primo Re dei belgi. Suo figlio, Leopoldo II del Belgio, fu a sua volta sposato con Maria Enrichetta Anna d’Austria della Casa d’Asburgo-Lorena. Il quadro sembra così perfetto per riprendere la celebre frase di apertura di Anna Karenina, noto romanzo dello scrittore russo Lev Tolstoj: «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo». Intorno al 1990 Alfons Mensdorff-Pouilly fece costruire sul confine settentrionale di Luising un castello neostorico, che divenne noto al pubblico soprattutto grazie alle cacce sociali che vi si svolgevano. Secondo i media, nella tenuta di Mensdorff erano ospiti frequenti imprenditori, manager e politici, tra cui l’allora Ministro degli Interni Ernst Strasser e l’allora vicecancelliere Hubert Gorbach. Nella percezione pubblica, il castello è visto come il luogo in cui Alfons Mensdorff-Pouilly allaccia nuovi contatti politici ed economici e mantiene quelli esistenti, nonché dove avvia e, se necessario, conclude affari milionari. Il castello è costituito da un edificio quadrato ad un solo piano su pianta rettangolare con tetto a mansarda. La facciata a flangia ha una proiezione centrale con timpano triangolare a nord-ovest e sud-est. Nella salita nord-ovest è presente un portale ad arco a tutto sesto che dà accesso al cortile interno. La salita sud-est fa parte del fronte del giardino e presenta un’ampia scalinata esterna , sopra la quale si trova una terrazza sorretta da colonne in mattoni nel sottotetto. Del complesso fanno parte anche gli edifici della guardia doganale su lato nord.
[caption id="attachment_16428" align="aligncenter" width="1000"] Vista aerea del Castello Luising, presso l'omonima cittadina.[/caption]
Da alcune cornici si può osservare come il “Graf Alì” sia stato sposato con una nota politicante del partito popolare austriaco (Österreichische Volkspartei, ÖVP) di stampo liberal-conservatore: Maria Rauch-Kallat (1949), oggi – dopo aver ricoperto il ruolo di Ministro della Salute e delle Donne dal 2003 al 2007 nel governo austriaco – è una consulente aziendale. Contrariamente alla legge sui nomi matrimoniali dell’epoca, Rauch-Kallat mantenne il suo doppio cognome dal suo primo matrimonio. Questa “Lex Rauch-Kallat” portò all’eccitazione dei media e dell’opposizione, che portò successivamente ad una riforma delle leggi sui nomi coniugali. Oggi il conte vive separato dalla moglie da molti anni, mantenendo comunque un ottimo rapporto. Mensdorff-Pouilly ha anche un figlio, Ferdinand Mensdorff-Pouilly, da una precedente relazione. Ferdinand dal 2021 è sposato con la contessa Franziska von Walderdorff. La coppia si è conosciuta ad un corso di danza nel 2009 e si sono fidanzati dal 1° gennaio 2013. Ferdinand, che è agricoltore e guardaboschi e lavora nell'azienda di famiglia, ha proposto alla sua dolce metà tedesca di sposarsi durante una battuta di caccia a Luising nel maggio 2020. Piccole storie di paese narrano con malizia, che il conte viva solo in una stanza del castello. Il resto è a servizio della sua fiorente attività venatoria. Difatti Mensdorff-Pouilly che ama farsi chiamare “un agricoltore, senza talenti particolari” è un grande proprietario terriero e lavora come guardia forestale. In questa veste è presidente dell’Associazione delle tenute agricole e forestali del Burgenland. Per la caccia commerciale alleva fagiani e anatre nella sua proprietà a Luising nel Burgenland. Molti anni fa provò l’allevamento di struzzi e l’idea di vendere carne di cervo in scatola negli Stati Uniti come parte della sua “Burgenland Game Specialties Production Company”, ma ahinoi tutti i tentativi di produrre con successo carne macinata di cervo o zuppa in scatola caddero in un fallimento.
Il 7 novembre del 2015, circa 25 attivisti per i diritti degli animali si sono riuniti davanti alla proprietà di caccia a Bildein per documentare quelle che credevano fosse una pratica di caccia illegale. In verità gli ambientalisti sono stati sempre il suo primo nemico atavico. Tuttavia, una zona di interdizione di 200 metri intorno alla zona di caccia, fu controllata dagli agenti di polizia, i quali hanno impedito agli attivisti di avanzare. Il presidente dell’associazione contro gli allevamenti di animali, Martin Balluch, è però riuscito a raggiungere la recinzione della porta di caccia sul lato ungherese. «Dato che ero in Ungheria, qui non esisteva alcuna zona di esclusione», ha affermato con una nota di malizia Balluch, che ha presentato una denuncia contro Mensdorff-Pouilly per crudeltà sugli animali. I giornali distrettuali hanno avuto l’opportunità di visitare la proprietà di caccia di Mensdorff-Pouilly. La prima impressione: una vasta zona boscosa, nella quale gli animali si vedono con molta difficoltà. Solo dopo pochi minuti di guida si videro in lontananza alcuni cinghiali. «L’area in cui cacciamo qui è di 200 ettari. Spesso abbiamo cacciatori in postazione per tutto il fine settimana e non sparano a niente», afferma Mensdorff-Pouilly, rispondendo alle accuse secondo cui gli animali vengono portati «proprio davanti alle armi dei cacciatori. Preferirei essere un cervo che sta nel prato e mangia e poi eventualmente muore indolore con un colpo di carabina, piuttosto che un toro che attraversa mezza Europa e poi si prende una pallottola in testa. Morire non è mai divertente, ma centinaia di migliaia di animali morirebbero ugualmente se noi non cacciassimo. Il signor Balluch ha detto che il povero cervo sembrava terrorizzato, ma non abbiamo un cervo in tutta la zona».
In un’altra occasione gli attivisti per la protezione degli animali ebbero la meglio, liberando 16 pernici dalla proprietà del conte a Luising. L'Associazione contro le fabbriche di animali (VGT) vuole protestare contro l’allevamento di pernici, fagiani e germani reali, come viene praticato da Mensdorff-Pouilly. «Migliaia di questi uccelli vengono trattenuti, solo per essere rilasciati in scatole e immediatamente abbattuti. Le autorità evidentemente non vogliono o non possono confiscare gli uccelli – affermò il presidente della VGT Martin Balluch, giustificando l’azione –, le azioni di Mensdorff-Pouilly erano illegali e la liberazione degli animali era il mezzo più blando per ripristinare la situazione legale». Inutile dire che “Graf Alì” vinse anche questa sfida. Il conte possiede anche numerose aziende e investimenti in Austria e in altri paesi europei che non si occupano di agricoltura e silvicoltura. È azionista unico (settembre 2008) ed ex amministratore delegato della “MPA Handelsgesellschaft mbH” di Vienna, fondata come società commerciale per tutti i tipi di merci, ma il cui scopo dichiarato è quello della consulenza aziendale. Fu da questo semplice ed onesto lavoro che Mensdorff-Pouilly fu definito dai media come il “conte Alì”, il lobbista delle armi. A Luising c’era sempre qualcosa da fare: feste in smoking, dopo una stancante giornata di caccia al Drive per fagiani, colazioni, pranzi e avvenne per molti anni una sorta di pellegrinaggio al castello di politici di primo piano e top manager. Sarà forse per aver contato troppe banconote, che iniziarono le prime piccole disgrazie del conte, poiché attirò gli invidiosi media progressisti, che iniziarono a creare intorno al nobiluomo una sorta di romanzo criminale fatto di tangenti e corruzione. Quando Mensdorff-Pouilly se ne accorse affermò sprezzante: «Non sono l’Einstein della corruzione. Credete davvero che quando un uomo si siede su di una poltrona, possa affermare al suo vicino di fare qualcosa di sbagliato? Se voglio fare qualcosa di storto, è più probabile che mi rechi da solo sulle rive del Danubio e non vada più a caccia».
Si venne poi a sapere che una sua foto albergava nel clubbing anti-corruzione dei Verdi al Volksgarten di Vienna. Inizialmente l’allegro Alì, insieme agli amici Grasser e Meischberger ridevano della notizia: creò, per hobby pomeridiano, numerose caricature e fotomontaggi di se stesso dietro le sbarre: correva l’anno 2007 e così passava la gloria. Non tutti potevano entrare facilmente nella sofisticata tenuta del conte Mensdorff-Pouilly: sia in Austria, che nel suo possedimento scozzese. Ha acquistato il “Dalnaglar Castle” a Glenshee, a due ore di macchina da Edimburgo nelle Highlands, attraverso la sua società ungherese MPA, acquistata il 24 settembre 2008. Chi vuole affittare il castello nelle Highlands del conte, per un fine settimana paga 15.000 sterline (19.000 euro). Naturalmente, i membri dei gabinetti dei ministri dell’Interno e dell’Agricoltura non dovevano pagare così tanto, poiché erano invitati dal conte Alfons e certamente non se lo fecero ripetere due volte. «Faceva piuttosto freddo perché il riscaldamento non funzionava bene – ecco cosa ricorda l’ex compagno di caccia di Mensdorff-Pouilly –, per il resto le battute di caccia al castello di Dalnaglar in Scozia erano piuttosto piacevoli». La vicenda è sicuramente politicamente altamente esplosiva perché il Nostro, non è solo un cacciatore, ma anche un proprietario terriero e uno dei lobbisti delle armi più noti d’Austria. Ma secondo gli avvocati, questa “accettazione illegale di doni” di tipo venatorio non dovrebbe violare il diritto penale. In ogni caso, si tratta di una grave violazione della legge sul pubblico impiego. Nascono per il povero “Graf Alì” i primi sospetti di corruzione: i buoni contatti al Ministero dell’Agricoltura, ma soprattutto al Ministero dell’Interno, secondo l’accusa valgono come oro. In definitiva, per la legge sui materiali bellici è responsabile il Ministero degli Interni: è lui che autorizza l’importazione, l’esportazione e il transito di materiale bellico.
[caption id="attachment_16430" align="aligncenter" width="1000"] Alfons Mensdorff-Pouilly al lavoro nella sua azienda a Vienna. La società commerciale MPA.[/caption]

Il Serious Fraud Office (SFO) di Londra accusò Mensdorff-Pouilly di essere coinvolto come lobbista per la società di difesa britannica BAE Systems “in processi di corruzione attiva e passiva nei processi di approvvigionamento nazionali e internazionali di attrezzature militari”. Così conquistò i titoli dei giornali britannici, svedesi, cechi e ungheresi nel 2007, quando lui e la sua rete di società sono stati coinvolti nella distribuzione di commissioni in vista della conclusione di contratti per l’acquisto o il leasing di aerei da caccia Saab-Gripen da parte di Repubblica Ceca e Ungheria, tra il 1999 e il 2006. In relazione al suo lavoro di consulenza per BAE Systems è stato accusato di corruzione e riciclaggio di denaro in diversi paesi. L’intermediazione di queste transazioni, che includevano anche il pagamento di commissioni a politici cechi e ungheresi, è stata infine gestita dalla società Valurex, con sede a Ginevra, del brigadiere e multimilionario britannico Timothy Landon, con sede a Ginevra , registrata a Panama. Solo un caso vuole che, fino alla sua morte nel 2007, Landon è stato sposato con Katharina Esterházy, cugina di Mensdorff-Pouilly, la quale era rappresentante autorizzata per le sue proprietà in Austria. A loro nome nel 2006 ha venduto il castello di Pottendorf all’omonimo comune. Anche Mensdorff-Pouilly aveva un contratto di consulenza con Valurex, ma secondo le sue stesse dichiarazioni solo dopo la conclusione dei contratti con la Repubblica Ceca e l’Ungheria. Nell’ottobre 2008 è stato fermato dalla polizia britannica mentre si recava dalla sua tenuta scozzese Dalnaglar Castle a Glenshee (Perthshire) all’aerodromo. Gli è stato chiesto di seguire la polizia a Carlisle, in Inghilterra, per essere interrogato perché l’OFS non ha giurisdizione in Scozia. Alla fine gli aerei da caccia Saab Gripen non furono acquistati dallo Stato ceco, ma furono noleggiati per dieci anni nel 2005. Il 29 gennaio 2010, Mensdorff-Pouilly è stato interrogato e arrestato dall’SFO a Londra. L’arresto è stato una sorpresa per l’avvocato di Mensdorff-Pouilly. L’SFO ha tuttavia reso noto che l’operazione è stata coordinata a livello internazionale dall’Unità europea di cooperazione giudiziaria. Il 4 febbraio 2010, la Corte distrettuale di Westminster ha deciso di rilasciare Mensdorff-Pouilly dietro cauzione dell’equivalente di oltre 570.000 euro. Tuttavia, ha dovuto consegnare i suoi passaporti e restare a disposizione per ulteriori interrogatori in qualsiasi momento. Tuttavia, il 5 febbraio 2010, il procedimento contro Mensdorff-Pouilly in Inghilterra è stato definitivamente archiviato. Il motivo di ciò sono stati gli accordi tra l’SFO, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e la BAE Systems sul pagamento di sanzioni per circa 280 milioni di sterline, volute dal governo britannico, ma che poi si sono rivelate illegali. Dopo il pagamento delle multe, tutte le ulteriori indagini da parte delle autorità statunitensi e dell’SFO contro persone che avrebbero potuto essere coinvolte in questi casi sono state interrotte. Il direttore dell’SFO Richard Alderman ha dichiarato che “non è più nell’interesse pubblico portare avanti le indagini sui singoli individui”. L’inchiesta Mensdorff-Pouilly in Austria non è influenzata da questa interruzione dell’indagine in Inghilterra. Il 25 maggio 2011 è stato annunciato che a Mensdorff-Pouilly era stato riconosciuto un risarcimento carcerario di 430.000 euro per il periodo in cui era stato detenuto a Londra. Così, con qualche piccola arrabbiatura per le gravi accuse il conte “Alì”, ne uscì indenne e con qualche centinaio di mila euro in tasca. Appena uscito dalla carcerazione, affermò sarcastico: «La prigione non è mai divertente. Dovevo usare rasoi usa e getta e la biancheria intima, era di pessima qualità. Se potessi scegliere, sceglierei la prigionia austriaca e non c’è dubbio che la magistratura sarebbe felice di soddisfare anche questo mio desiderio». Risolta questa delicata questione ecco che un certo Michael Piatti-Fünfkirchen , proprietario terriero ceco-austriaco e cugino di terzo grado del conte, ha sporto denuncia per frode proprio contro il suo “cugino-serpente” nel dicembre 2008, sostenendo che quest’ultimo gli aveva offerto un milione di dollari nel 1998 se avesse “contattato le persone coinvolte nella decisione che fu presa dai rappresentanti del governo della Repubblica Ceca coinvolti nella procedura di appalto”. Secondo Piatti-Fünfkirchen ci sono stati incontri con rappresentanti del governo ceco, dirigenti della BAE e un rappresentante della Mensdorff-Pouilly. Tuttavia, lui stesso non ha ricevuto alcun pagamento da Mensdorff-Pouilly. L’avvocato di Mensdorff-Pouilly, Harald Schuster, ha respinto le accuse e ha affermato che il pagamento non era possibile perché lo stesso Mensdorff-Pouilly non aveva ricevuto alcuna commissione per l’attività nella Repubblica ceca. Quando tutto sembrava essere tornato alla normalità, tra un viaggio in Scozia e una caccia nel suo fondo chiuso con solo qualche piccola festa insieme ai suoi amici più stretti, ecco il grande caso dell’Eurofighter che preoccupa l’Austria da 20 anni ormai. Dopo che all’inizio del 2007 era venuto alla luce come Christer van der Kwast, procuratore capo dell’agenzia anticorruzione svedese, aveva avviato un’indagine contro Valurex a causa degli eventi legati all’aggiudicazione dell’appalto per gli aerei da caccia Saab Gripen da parte della Repubblica ceca, Alfons Mensdorff-Pouilly fu nominato nell’indagine. Il 21 maggio 2007 in Austria è stato convocato presso la commissione parlamentare d’inchiesta sulle procedure di appalto degli aerei da caccia Eurofighter. Tuttavia, il Serious Fraud Office ha sequestrato un rapporto dell’MPA – la società del conte “Alì” –, indirizzato alla BAE in data 27 marzo 2003, in cui si affermava che l’MPA aveva “esercitato pressioni” per annullare la prima gara per l’acquisto di aerei militari da parte della Repubblica d’Austria. Dopo la gara d’appalto la scelta sarebbe ricaduta sull’F-16 della Lockheed Martin. Il contratto è stato nuovamente bandito, dando all’Eurofighter la possibilità di presentare una nuova offerta in cui l’Austria ha annunciato un ordine da 1,79 miliardi di euro per l’Eurofighter Typhoon. Secondo un resoconto dei fatti inviato da Pilz alla procura austriaca il 1° ottobre 2008, il pubblico ministero responsabile ha avviato dal gennaio 2009 un’indagine contro Alfons Mensdorff-Pouilly perché sospettato di falsa testimonianza davanti alla commissione investigativa parlamentare dell’Eurofighter. Il 27 febbraio 2009 Mensdorff-Pouilly è stato arrestato nel suo castello di Luising. La custodia cautelare è durata cinque settimane. Quando il matrimonio stava andando ancora meglio, la moglie Rauch-Kallat fece visita anche ad “Alì” in custodia cautelare. In coda aveva sempre il cappello sceso sul viso. Tuttavia accadde un evento poco piacevole per la signora, la quale fu riconosciuta da un ubriacone che le gridò: “Signora Ministro”. Quasi un anno dopo la sua custodia cautelare presso il Tribunale penale regionale di Vienna, in Austria non era ancora stata presentata alcuna accusa contro Alfons Mensdorff-Pouilly, ma la procura ha continuato a lavorare sul caso.

La vita del conte Alfons continua, così come proseguono i suoi leciti affari. Se lo si incontra, sempre affabile e gentile, ci appare come uno di quegli antichi Signori che hanno servito con amore l’antica monarchia Imperiale e Regia: certamente non un porta-valigette dagli occhi di ghiaccio, manipolatore e truffaldino. I fatti danno ragione alla mia prima impressione. Nel settembre 2011, anche la Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti ha iniziato a indagare su Mensdorff-Pouilly, relativamente ai suoi rapporti con Motorola. Dall’aprile 2004 l’azienda elettronica avrebbe versato al lobbista un totale di 2,2 milioni di euro. Questo avrebbe effettuato “pagamenti illegali” sotto forma di vacanze e regali a decisori politici in Europa e nel Medio Oriente, tra l’altro per influenzare l’assegnazione del progetto radiofonico del governo austriaco TETRON a favore di Motorola. Telekom Austria avrebbe trasferito altri 1,1 milioni di euro alla Mensdorff-Pouilly e avrebbe inoltre ordinato battute di caccia per un valore di oltre 170.000 euro. Leggende narrano che Mensdorff-Pouilly abbia usato il denaro per invitare l’allora ministro dell’Interno Ernst Strasser (ÖVP) e il suo gabinetto (tra cui Christoph Ulmer, Mathias Vogl, Michael Kloibmüller, Oskar Gallop e Philipp Ita) a una battuta di caccia. Il deputato verde e presidente della commissione d’inchiesta sull’Eurofighter Peter Pilz vede in ciò un’incompatibilità e un’accettazione di doni vietata per i dipendenti pubblici. In un'intervista domenicale di due pagine sul quotidiano Kurier , condotta alla presenza del suo avvocato interno, Mensdorff-Pouilly ha difeso il suo compenso: «Ho fornito consulenza a Telekom per tre anni in diversi paesi, ero disponibile 24 ore su 24 e contribuito a sviluppare strategie. Ma il contratto durò solo otto mesi. Allora perché dovrebbe essere immorale»? Secondo quanto riportato dai media, tra il 2006 e il 2009 il gruppo tedesco di tecnologia medica Drägerwerk ha pagato 3,146 milioni di euro alla Mensdorff-Pouillys MPA Budapest. Nel 2006, Drägerwerk ha pagato oltre 275.000 euro all’MPA Handelsgesellschaft di Vienna di Mensdorff-Pouilly. Nello stesso anno, il Ministero della Sanità austriaco, che all’epoca era subordinato a sua moglie Maria Rauch-Kallat (ÖVP), iniziò la vendita di maschere antinfluenzali e Dräger ai rivenditori. Successivamente il ministero ha dovuto riacquistare le mascherine invendute al doppio del prezzo di un prodotto concorrente. Il 14 dicembre 2015, in relazione ai pagamenti di Telekom Austria, è stato condannato a tre anni di reclusione incondizionata per abuso di fiducia e al rimborso di 1,1 milioni di euro più interessi di risarcimento danni, ma nell’ottobre 2017, il Tribunale regionale superiore di Vienna ha ridotto la pena a due anni di reclusione, di cui 16 mesi agli arresti domiciliari nel suo castello. Il 23 marzo 2018 si è saputo che il condannato non doveva scontare la parte incondizionata – 8 mesi – della sua pena detentiva come reclusione, ma gli era stato concesso il permesso di indossare un braccialetto alla caviglia. Il capo della prigione di Eisenstadt giustifica l’uso di un braccialetto alla caviglia con GPS – con una precisione di localizzazione di 3 m – per la particolare “fama” del conte Mensdorff. I requisiti sono: divieto di caccia, mantenimento di un raggio di movimento inferiore a quello dell’edificio del castello e divieto di viaggiare all’estero. Tutto accettabile per l’uomo, ma non per il cacciatore!

Ma la provvidenza agisce contro le cattiverie dell’uomo. Così cinque mesi (2024) fa Mensdorff-Pouilly è stato assolto in appello nel complesso dell’Eurofighter per riciclaggio di denaro. Il Tribunale regionale superiore di Vienna ha annullato il verdetto di colpevolezza del Tribunale regionale di Vienna del 2022 e ha assolto l’imputato. Il giudizio è definitivo.

Mensdorff-Pouilly è stato condannato a sei mesi con sospensione della pena con un periodo di prova di tre anni. Ha dovuto pagare anche 50.000 euro, che avrebbe ricevuto in contanti. Mentre il giudice di primo grado era sostanzialmente d’accordo con le affermazioni dell’accusa, il Tribunale regionale superiore ha visto la questione in modo diverso. Secondo la situazione giuridica rilevante al momento del reato contestato, il reato di riciclaggio sarebbe soddisfatto qualora i beni occultati (il “denaro riciclato”) “provenissero” da un atto criminoso. Per “riciclare denaro” in senso penale è necessario un “reato presupposto” da cui proviene questo denaro “riciclato”, secondo la dichiarazione della corte. Nel caso specifico, però, dagli accertamenti del primo tribunale non è emerso che il “predecessore” abbia ricevuto del denaro dal reato di cui è stato accusato (infedeltà ai danni della società). L’accusa contro il conte, era piuttosto quella di aver fatto trasferire a terzi i fondi dell’azienda per cui lavorava sulla base di contratti fittizi.

«Dopo la mia persecuzione, io stesso mi aspettavo un ribaltamento del verdetto. Per sostenere l'invidia e il risentimento posso solo dire: le cose ora andranno meglio che mai». Il conte però da adesso in poi si terrà lontano dalla consulenza per le aziende di proprietà della Repubblica. «Una cosa ingenua non deve essere fatta due volte», affermò in un’intervista il nobile di campagna.

Il 9 settembre del 2023, di buon umore e con quasi 300 ospiti, Alfons Mensdorff-Pouilly, il più importante lobbista del Burgenland, ma che preferisce definirsi un “contadino senza particolari talenti”, ha festeggiato il suo 70esimo compleanno nel suo castello di Luising. E quando il “Conte Alì”, organizza un party, anche il fattore celebrità è eccezionale. Oltre all’ex vicecancelliere Hubert Gorbach era presente anche l’ex Miss Mondo Ulla Weigerstorfer, ma alla festa di compleanno non potevano mancare anche i vigili del fuoco locali. Ha fornito pollo alla griglia e bevande fredde per garantire che i sostenitori non dovessero tornare a casa affamati e assetati. I suoi ospiti gli hanno fatto solo i migliori auguri di buon compleanno. Per il signor “Graf” conta solo una cosa: «rimanere in salute a lungo». La sua vita è stata spesso emozionante, anche se non sempre egli – da onesto uomo qual’era – poteva comprendere il trambusto che lo circondava.

Ma nel mondo di Mensdorff-Pouilly c’è ancora un accenno alla monarchia d’Austria-Ungheria. Quando l’imponente Mensdorff, alto 1,95 m, soggiorna nella contea pannonica, la bandiera con lo stemma di famiglia viene issata sempre sul tetto del suo castello (come per tutti i capi di Stato) in segno della sua presenza benigna. Come ama ricordarci: «Così i contadini sanno se sono lì. La mia porta è sempre aperta per loro».

 
 
 
 
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di Ronald Friedrich Schwarzer del 28/11/2024

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Il principe Metternich era preoccupato. Il principe Hardenberg era ubriaco. Almeno questo era quanto emergeva dal verbale della polizia segreta che si trovava sulla scrivania del Cancelliere di Stato. Quali nuovi disaccordi di carattere ebraico potevano accadere nel Palais Arnstein in Hoher Markt 541? Fu così che il 26 dicembre 1814 la baronessa Vogele von Arnstein nata Itzig, gran “salottiera” della Sprea, invitò tutti, secondo l’usanza berlinese, ad una festa particolare, al centro della quale si trovava un albero di Natale addobbato e illuminato da candele. La gente ballava intorno al nuovo oggetto vegetale, la signora von Münch-Bellinghausen cantava canzoni di Punch & Judy e si riunivano le grandi personalità del Congresso di Vienna. Erano presenti i consiglieri di Stato Jordan e Hoffmann, il principe Radziwill e tutti i parenti battezzati e circoncisi della famiglia Arnstein. Dopotutto il signor von Humboldt non c’era . Questa cerimonia natalizia dell’albero di Natale era completamente sconosciuta nella capitale imperiale e nella città residenziale; le innovazioni non facevano sospettare nulla di buono al cancelliere di stato von Metternich. Tuttavia a Vienna prevalse l’albero di Natale, che brillò per la prima volta il 26 dicembre 1814.

Come leggenda narra, solo due anni dopo furono accese le candele dell’albero di Natale nel Palazzo Erzherzog Carl in Annagasse. Enrichetta, la principessa di Nassau-Weilburg di origine elvetica, moglie del grande vincitore di Aspern, conobbe l’usanza dalla sua terra d’origine calvinista e la fece rivivere nel suo palazzo per far felice la figlia, nata nel luglio dello stesso anno. All’arciduca Giovanni la cosa non andava troppo a genio, era stanco degli alberi e dell’insensato spreco di denaro in scherzi così nuovi: forse proprio perché la cosa non piaceva a suo fratello, l’Imperatore Francesco ordinò che fosse allestito il primo albero di Natale nell’Hofburg. Oggi tutti noi non possiamo immaginare un Natale senza il nostro amato albero di Natale, il delizioso profumo del bosco che porta nelle nostre case e il tenue bagliore delle candele. Questa bellissima tradizione è diventata per noi più importante del presepe di Natale e della partecipazione alla messa di mezzanotte, e guardando le cartoline di Natale che arrivano nel mio ufficio anno dopo anno, qualcuno di cultura straniera penserebbe che qui ci fosse una religione che adorava un albero di luci alla fine dell’anno. È facile infatti comprendere che in questo periodo, in cui finalmente le giornate stanno tornando ad allungarsi e le nostre speranze e aspirazioni sono rivolte alla prossima primavera, le piante sempreverdi presenti nelle stanze ci danno da sempre speranza. I Romani decoravano le loro case con tralci di alloro sempreverdi al solstizio d’inverno, i popoli germanici lo facevano con rami di abete o abete rosso e i Celti utilizzavano nespole e agrifoglio. In epoca cristiana, queste settimane, in gran parte non lavorative in agricoltura, venivano utilizzate per spettacoli spirituali al fine di avvicinare il contenuto delle Sacre Scritture alle persone credenti e analfabete. Questi giochi duravano talvolta alcuni giorni e rappresentavano anche un albero del paradiso, prima decorato con mele e poi come il tronco della croce di Cristo. Inutile dire che alle nostre latitudini venivano utilizzate conifere sempreverdi. Si discute molto sull’origine del primo vero albero di Natale. Tallinn e soprattutto Riga la rivendicano come propria, ma si tratta di un malinteso. A Riga, sulla piazza davanti alla “Casa delle Teste Nere”, è esposto un monumento in metallo di quello che si dice sia il primo albero di Natale del 1510. In effetti, dal loro regolamento di carnevale del 1510 risulta chiaramente che si trattava di un’usanza carnevalesca: un albero di luci che veniva dato alle fiamme per il carnevale. È noto che gli abeti furono acquistati per la comunità di Strasburgo alla fine del XV secolo, ma non esistono prove dei gioielli associati. Si dice che nel 1419 i fornai di Friburgo in Brisgovia avessero appeso un albero con dolci, frutta e noci che i bambini potevano raccogliere a Capodanno. Infatti, fu l’apostata agostiniano Martin Lutero a rendere popolare l’albero di Natale.
[caption id="attachment_16387" align="aligncenter" width="1000"] San Nicola di Myra, Vescovo, nato intorno al 280/286 a Patrasso, Grecia e morto: 6 dicembre al 345/351 a Myra, ora Demre, Türkiye. Patrono della Russia; Lorena; i chierichetti; dei bambini; delle vergini; di pellegrini e viaggiatori; di avvocati, giudici, notai, commercianti, farmacisti, osti, commercianti di vino, produttori e commercianti di profumi, barcaioli, pescatori, marinai, zatterieri, mugnai, fornai, commercianti di cereali e sementi, macellai, birrai, distillatori di grappa, agricoltori, tessitori, Mercanti di merletti e stoffe, scalpellini, cavatori, bottai, bottonieri, fabbricanti di candele; i vigili del fuoco; dei prigionieri; per un matrimonio felice; contro gli ostacoli acquatici e l’emergenza in mare; recuperare oggetti rubati; contro i ladri. La sua grande carità e la sua grande filantropia gli hanno dato un grande nome e una profonda venerazione. Il santo ci predica l’amore vero, cristiano, che vuole donarsi volentieri e con gioia.[/caption]
Secondo la tradizione cattolica, i doni furono portati da San Nicola il 6 dicembre oppure dai Magi il 6 gennaio. Tuttavia, i cittadini di Wittenberg abbandonarono vigorosamente il culto dei Santi. Il Cristo bambino dovrebbe portare i regali e nessun altro! (È uno strano scherzo della storia che oggi i circoli cattolici tradizionali debbano difendere il Cristo Bambino dall’invadenza dell’uomo ubriaco, panciuto, con la barba bianca e una veste rossa sotto il nome di Babbo Natale; ma questa è un’altra storia). In ogni caso il protestantesimo propaganda l’albero di Natale con i suoi doni contro il presepe con le sue figure.
[caption id="attachment_16388" align="aligncenter" width="1000"] Stampa a colori della regina Vittoria e del principe Alberto mentre ammirano l’albero di Natale al Castello di Windsor con i loro figli, 1848.[/caption]

È documentato con certezza il primo albero di Natale pienamente valido nel 1539 nella cattedrale di Strasburgo. Dapprima fece la sua marcia trionfale nel nord della Germania, arrivò in Austria attraverso Vienna, nel 1825 per la prima volta a Graz al palazzo del conte Brandis e nel 1841 addirittura in Tirolo. Un professore universitario tedesco di Harvard importò l’usanza negli Stati Uniti e così fece anche il principe Alberto di Sassonia-Coburgo, in quanto marito della regina Vittoria, in Gran Bretagna. La Regina ne fu felicissima e gli regalo l’Impero! Il magnifico albero di Natale in Trafalgar Square è un regalo economico per Londra, dato che la città di Oslo lo dona agli inglesi dal 1945, come ringraziamento per il sostegno britannico nella Seconda Guerra Mondiale. Solo gli indomabili monaci cattolici dell’Oratorio di Brompton non lo vogliono. Per loro è decisamente troppo protestante, così come la Santa Messa nella lingua vernacola. Qui la tradizione non conosce compromessi.

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di Leo von Hohenberg del 16/11/2024

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Permettetemi subito un chiarimento: non sono uno storico, un politico o un filosofo. In effetti, non ho alcuna qualifica particolare per stare qui e parlarvi, se non per un caso di nascita. Sono, tuttavia, un padre, un marito, un ufficiale della riserva dell'esercito austriaco e un cattolico, e sento il dovere di cercare di fare tutto ciò che posso al servizio della pace. Proprio come tutti voi qui, voglio salvaguardare le nostre convinzioni, norme e libertà come base per una vita appagante e pacifica per le future generazioni. [caption id="attachment_16365" align="aligncenter" width="1000"] Sua Altezza Serenissima il Principe Leo Johannes von Hohenberg presso il piano nobile del castello di famiglia ad Artstetten.[/caption] Gli sconvolgimenti politico-sociali dell'ultimo decennio con l'immigrazione di massa, l'erosione totale dei valori tradizionali dell'Occidente e, più di recente, l'appoggio "morale" e "etico" verso delle guerre definite "giuste" mi hanno spinto a fare tale dichiarazione. L'assassinio del mio bisnonno S.A.I.R. Franz Ferdinand, ha annunciato la prima catastrofe del XX secolo, che è stata preceduta da un'ondata di confusione morale e, in ultima analisi, da un entusiasmo per la guerra, non dissimile dalla nostra situazione attuale. Prima di parlare di pace, vorrei fare un passo indietro e analizzare come siamo arrivati ​​alla situazione attuale: un mondo diviso che sta di nuovo pericolosamente avvicinandosi alla guerra mondiale e che sta attualmente vivendo una guerra di tipo diverso. Non è una guerra combattuta con le armi come in Ucraina o in Medio Oriente, ma una guerra molto più profonda, una guerra spirituale. È una guerra per la mente pubblica e politica, la quale viene combattuta con tutta la potenza e il potere finanziario delle grandi istituzioni internazionali. L'obiettivo è l'uniformità centralizzata a livello globale, e solo coloro che si conformano possono unirsi e attingere al denaro dei contribuenti. Alla maggior parte delle persone non importa o non vede la necessità di preoccuparsene, altri si inginocchiano e si adeguano perché sentono di doverlo fare, ma che lo vogliamo o no, che lo ignoriamo o no, siamo nel mezzo di questa guerra. [caption id="attachment_16376" align="aligncenter" width="1000"] L'organizzatore dell'evento: Ronald Friedrich Schwarzer, nato a Vienna nel 1965, ha studiato storia e storia dell'arte a Parigi ed è la quarta generazione nella gestione dell'attività di famiglia all'ingrosso di gioielli e diamanti. Cattolico, da un decennio e mezzo svolge anche l'attività di impresario e mecenate di concerti barocchi al Ferdinandihof di Vienna; è anche un collezionista d'arte e di tessuti di provenienza esotica. Fin dalla giovinezza ha viaggiato instancabilmente attraverso l'Asia, l'Africa, l'America e l'Europa e soprattutto attraverso le ex terre asburgiche, che Schwarzer attraversa costantemente, anche per motivi professionali. Inoltre, per devozione, è un instancabile pellegrino. Vivace nell'attività giornalistica, in particolare sui viaggi, ha pubblicato diversi saggi storici e di narrativa, ultimo: Durch Habsburgs Lande (Attraverso le terre degli Asburgo).[/caption] Dobbiamo essere consapevoli che questa guerra viene combattuta con mezzi molto sottili: non ci sono campi di battaglia, né un commando di esecuzione, né gulag nel senso tradizionale. Ridefinendo i concetti e selezionando le parole, cambiando le norme attraverso la ripetizione universale di mantra nei media, nei film e in televisione, cambiando i programmi scolastici, manipolando selettivamente i dati con l'aiuto dell'intelligenza artificiale e l'uso di altre tecnologie sottili, le opinioni vengono influenzate, le identità culturali vengono modificate, il nostro tessuto sociale viene distrutto, il nostro comportamento di voto viene modificato e siamo spaventati dalle ideologie del nuovo mondo in uno stato di sottomissione inconsapevole. [caption id="attachment_16369" align="aligncenter" width="1000"] Il nome Artstetten venne menzionato per la prima volta in un documento a metà del XIII secolo. La fortezza medievale fu presto trasformata in un castello, che ebbe diversi proprietari in rapida successione fino all'acquisizione da parte dell'imperatore Francesco I nel 1823. A partire dal 1861 l'arciduca Carlo Ludovico (fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe) rinnovò generosamente la casa sia all'interno che all'esterno. Nel 1889 l'arciduca Carlo Ludovico cedette il castello di Artstetten al figlio maggiore, l'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria-Este, che lo fece ricostruire secondo le sue idee. Dal 1913 il castello di Artstetten si presenta come lo conosciamo oggi: come un complesso architettonicamente attraente fiancheggiato da sette caratteristiche torri.[/caption] Chi non si adegua viene cancellato. L'accesso al loro denaro viene congelato, i permessi di lavoro e di viaggio vengono revocati e vengono quindi "messi da parte" con un semplice clic di un interruttore, come abbiamo già visto in alcuni paesi delle cosiddette "democrazie" occidentali. Come siamo potuti arrivare a questo? Inizia sempre con un appello alla tolleranza: prima ci viene chiesto di tollerare le anomalie, poi le promuoviamo in una dimostrazione di maturità civile e imparziale. In un successivo passaggio logico, le legalizziamo e persino le celebriamo, finché alla fine siamo perseguitati quando ancora le chiamiamo con il loro vero nome. Come disse giustamente Dostoevskij: «La tolleranza raggiungerà un livello tale che alle persone intelligenti sarà proibito di pensare per non offendere gli imbecilli». Se sei tollerante su tutto, di conseguenza non rappresenti nulla e quindi si può essere manipolati per operare qualsiasi cosa, ed è lì che la società odierna ci conduce. La guerra è pace e la pace è guerra. Sembra che il capolavoro letterario di Orwell "1984", e "La fattoria degli animali" non siano più opere di fantasia. La maggior parte dei cristiani fraintende completamente la tolleranza. Sai, Gesù non mangiava con i peccatori perché voleva apparire tollerante, inclusivo e accogliente. Mangiava con loro per chiamarli a cambiare per una vita fruttuosa con Lui. La sua chiamata è per la trasformazione della vita, non per l'affermazione di un'ideologia utopica. Riguarda la conversione a tutto ciò che è buono, veritiero e bello. Signore e signori, il nostro obbligo verso la prossima generazione è quello di salvaguardare la pace è di generare il coraggio per la responsabilità di salvare la normalità! Dobbiamo influenzare non solo il nostro ambiente circostante immediato, ma anche la nostra cultura, difendendo la normalità contro questi "normofobi" e la loro influenza distruttiva sulle nostre identità culturali e sulla famiglia. Di recente ho sentito l'espressione tedesca "Mut zur Verantwortung", che tradotto approssimativamente significa: "avere il coraggio di assumersi la responsabilità". Ciò ha toccato una corda profonda dentro di me e mi ha fatto riflettere. Considero un tradizionalista qualcuno che ha il massimo rispetto per Dio, l'umanità e i suoi antenati. Un tradizionalista non rimpiange il passato a scapito del presente o del futuro. Un tradizionalista non si crogiola nel passato e non sorvola sugli errori storici. Attraverso le lezioni apprese dal passato, accetta la sua responsabilità per il futuro! Un tradizionalista ha un tale rispetto per il costo delle lezioni apprese dai suoi antenati, che si protegge dall'amnesia con tutte le sue facoltà. Vorrei ripetere ancora una volta tale concetto: un tradizionalista ha un tale rispetto per il costo delle lezioni apprese dai suoi antenati, che si protegge dall'amnesia con tutte le sue facoltà! [caption id="attachment_16370" align="aligncenter" width="999"] L'arciduca Francesco Ferdinando non vuole separarsi dalla moglie, la duchessa Sofia di Hohenberg, nemmeno da morta, ma a causa del suo status ineguale le viene negata la sepoltura nella cripta dei Cappuccini. Il motivo diretto della costruzione della cripta fu la nascita morta del quarto figlio nell'autunno del 1908. La piccola bara fu temporaneamente collocata in un'anticamera della chiesa del castello. Nel 1909 l'arciduca Francesco Ferdinando fece costruire la cripta di famiglia sotto il cortile della chiesa del castello: davanti ad una piccola cappella fu allestita una semplice stanza e le bare dovevano essere semplicemente posizionate una accanto all'altra sul pavimento secondo i desideri dell'erede al trono. C'è spazio per dodici. Poco dopo la sepoltura di Francesco Ferdinando e Sofia, avvenuta il 4 luglio 1914, la cripta divenne luogo di pellegrinaggio. Il guardiano dei tre orfani decide di dare alla tomba un aspetto più dignitoso. Nel 1917 furono realizzati nuovi sarcofagi monumentali in marmo dell'Untersberg. La piccola bara del bambino morto, che finora si trovava tra quelle dei genitori, è conservata in una nicchia chiusa nel muro. Nel 1955/56 fu ampiamente ampliata la cripta sotto il campanile della chiesa e la terrazza sud del castello. Oggi riposano qui i figli dell'erede al trono e le loro mogli, nonché i suoi nipoti.[/caption] La lezione più ovvia ed essenziale è il costo della guerra: un modo innegabilmente inefficiente di gestire i conflitti a cui ricorriamo ancora e ancora, giurando che ogni volta sarà l'ultima. Una lezione simile è che tutti i tentativi di istituire forme coercitive di governo hanno sempre portato a miseria e annientamento. Non è né coraggioso né responsabile imporre un'ideologia mascherata da leadership. Prendiamo ad esempio l'attuale tendenza delle organizzazioni globali a chiamare il loro potere incontrollato "governance". Queste organizzazioni sono fortemente influenzate dai conglomerati globali e dai loro finanziatori, che impongono in modo non democratico i loro interessi e le loro utopie globaliste, istituendo leggi che non sono state votate dal loro sovrano, il popolo. Storicamente, la governance autoritaria sovranazionale ha fallito a causa della tendenza a trascurare le identità delle nazioni che cerca di governare. Se, come nazione, non sai cosa ti rende unico e cosa rappresenti, qualcun altro lo saprà. Il formato dello stato-nazione è la forma naturale dell'organizzazione umana, con non solo la cooperazione tra nazioni, ma anche la salvaguardia precisa della definizione e dell'identità di ogni singola nazione. Non confondiamo la centralizzazione del potere con la cooperazione internazionale. Pertanto, un governo sovranazionale veramente coraggioso ed efficace dovrebbe avere come unico obiettivo la salvaguardia della cultura, della storia e delle libertà economiche e politiche di ogni singolo stato membro. Un governo sovranazionale veramente coraggioso ed efficace si limiterebbe quindi esclusivamente alle questioni sovranazionali, assicurando il mandato del popolo sull'imposizione di programmi artificiali. In altre parole, dal basso verso l'alto, non dall'alto verso il basso. Una cooperazione veramente democratica tra stati dovrebbe rispettare il patrimonio e l'eredità di ogni singolo stato. Sfortunatamente, le istituzioni europee e globali rendono omaggio solo a parole ai principi sovranazionali. Attraverso il prisma miope dei periodi legislativi, l'azione legale e normativa diventa l'unico obiettivo. Le "leggi di emergenza" recentemente ratificate e votate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità sono un esempio di questo tipo di legislazione dittatoriale. Il potere ha bisogno di controllo! Stiamo vivendo il crollo concertato dell'identità nazionale e delle libertà personali e attualmente siamo incoraggiati a respingere ogni credenza, usanza e norma e a sostituirli con una "nuova verità". [caption id="attachment_16371" align="aligncenter" width="1000"] Un frammento fotografico alla conclusione del convegno sulla pace.[/caption] Ovviamente non abbiamo imparato dalla storia. Mi vengono in mente alcune volte nella nostra storia recente in cui l'ostinata imposizione dell'ideologia contro ogni verità ha causato sofferenze indicibili e offese a Dio. Quindi, come può il rispetto dei nostri antenati aiutarci a proteggere la nostra civiltà dall'eccesso di organizzazioni utopiche e garantire un futuro luminoso e pacifico? Credo che la risposta sia nell'uomo allo specchio. Dio ci ha dato la capacità di trasformare i nostri pensieri in azioni. Dalle azioni nascono le abitudini, e le abitudini plasmano la nostra vita. Dove scegliamo di mettere insieme i nostri pensieri, è ciò che plasma la nostra società. Dio ha dato a ciascuno di noi la capacità e la libertà di pensare, di allenare la nostra mente a concentrarsi su tutto ciò che è giusto, vero e dato da Dio. Nessuno, che sia un credente o un ateo, può contestare la validità dei Dieci Comandamenti, o come si potrebbero chiamare i 10 consigli per la vita. La libertà divina di pensiero è progettata per proteggerci dall'imposizione tirannica delle ideologie. La nostra eredità cristiana è progettata per proteggerci dalla cattiva guida. Siamo divinamente programmati per sapere che ci sono verità assolute e che le "verità personali" sono opinioni, non fatti, e sono semplicemente una distorsione della verità. L'esempio più lampante della distorsione a cui siamo sottoposti è il linguaggio. Il linguaggio è lo strumento che non solo esprime i nostri pensieri, ma condiziona il modo in cui pensiamo e agiamo. Negli ultimi 15 anni abbiamo assistito a un rapido cambiamento nel modo in cui vengono chiamate le cose e il nuovo vocabolario usa eufemismi per distorcere la verità. Cosa suona meglio: "castrazione e mutilazione" o "assistenza sanitaria che afferma il genere?" "Infanticidio" o "assistenza sanitaria riproduttiva?" Censura o "tutela dalla disinformazione?" Una scelta diversa di parole cambierà la tua percezione di un concetto, cambierà i tuoi pensieri e le tue azioni. Dobbiamo combattere contro questi giochi mentali. Non sottovalutare il tuo senso divino per la Verità. Se qualcosa puzza di pesce, probabilmente è marcio! [caption id="attachment_16372" align="aligncenter" width="1000"] Il presidente dell'associazione Das Andere l'arch. Giuseppe Baiocchi, con il conte Albert Pethò, autore di diverse pubblicazioni anche in Italia.[/caption] Per essere un veicolo di cambiamento e pace, ci sono abitudini quotidiane che possiamo esercitare come cittadini: - Prestiamo attenzione alle parole, a ciò che scegliamo di ascoltare e a ciò che decidiamo di leggere. Dobbiamo sempre essere consapevoli di cosa vogliamo esprimere, prima di parlare, essere selettivi e coscienziosi del nostro vocabolario. - Una persona responsabile esercita un sano scetticismo verso tutte le forme di media e ha il coraggio di formare opinioni indipendenti sugli eventi attuali seguendo la bussola che Dio ci ha donato. - Mettiamo in discussione la tendenza. Non dobbiamo aver paura di essere la classica "pecora nera". Ricordiamoci che se seguiamo il gregge, finiremo per calpestare ciò che abbiamo lasciato alle spalle! - Limitiamo il nostro tempo davanti allo schermo della televisione e all'audio delle radio, riscopriamo i classici, gli antichi filosofi, cerchiamo quanto possibile di attivare la conoscenza dei nostri antenati, parliamo con gli anziani, insegniamo ai nostri figli! - Anche i più timidi tra noi dovrebbero cercare attivamente opportunità per parlare con gli altri di ogni cosa e usare il nostro senso di ciò che è giusto come guida. Sia in un ambiente empatico, come quello di oggi, sia in uno più anticonformista, la nostra credibilità e integrità, la nostra forza morale interiore, ci forniranno gli argomenti più sinceri ed efficaci. "Questo non mi sembra giusto" o "puoi spiegarmelo?" sono argomenti di discussione che tutti possono rispettare. Non aver paura di dire il proprio pensiero, anche se potrai trovarti in ambienti molto vicini alla tua persona: sarai sorpreso di quante persone saranno d'accordo con te. - Evitiamo di sentirci isolati e impotenti, cerchiamo attivamente conversazioni con persone che la pensano come noi, per rafforzare la nostra determinazione e il nostro benessere spirituale. - Quando siamo in mezzo a degli sconosciuti, distogliamo lo sguardo dal telefonino e proviamo ad avviare delle conversazioni informali, con il cassiere, il tassista, il passeggero di un treno o di un aereo, ad esempio! Ogni incontro, non importa quanto banale, è un'opportunità divina: non possiamo mai sapere che effetto possono avere le nostre parole su un'altra persona. - Preghiamo affinché, nel nostro essere piccoli di fronte al creato, lo Spirito Santo possa operare attraverso di noi. Rimaniamo sinceri di spirito e nella fiducia verso il prossimo, Dio farà il resto. - Cerchiamo la saggezza e la guida di Dio in qualsiasi modo e cerchiamo sempre di avere coraggio di alzarci in piedi e parlare con educazione e moderazione, ma proferendo la Verità! Infine, non permettiamo che questi tempi difficili ci faccino sentire una vittima impotente. Non cediamo a sentimenti di insicurezza o di vera e propria paura. Combattiamo attivamente la tentazione di rinchiuderci in una confortevole passività e sottomissione contro il nostro miglior giudizio. Lasciamo che la nostra mente pensi al di fuori della narrazione dominante. Disciplinati per mettere in discussione rispettosamente l'autorità e le opinioni dei cosiddetti esperti.
Può sembrarci impossibile come individui possiamo combattere contro la corruzione della mente collettiva. Tuttavia, possiamo riprendere il potere dalle istituzioni anonime. Il cambiamento avviene quando rifiuteremo di essere condizionati dallo status quo. Il cambiamento avviene quando rifiuteremo di accettare silenziosamente la narrazione onnipresente. Come ci ha insegnato Santa Teresa d'Avila: Cristo non ha altro corpo ora se non il tuo./Nessuna mano, nessun piede sulla terra se non i tuoi./I tuoi sono gli occhi attraverso i quali guarda con compassione questo mondo./I tuoi sono i piedi con cui cammina per fare del bene./Le tue sono le mani attraverso le quali benedice tutto il mondo./Le tue sono le mani,/I tuoi sono i piedi,/I tuoi sono gli occhi,/Tu sei il suo corpo./Cristo non ha altro corpo ora sulla terra se non il tuo. Per approfondimenti: _Fürst Leo von Hohenberg: „Wir befinden uns in einem spirituellen Krieg“
_Fürst Leo von Hohenberg: "Wir werden global-zentralistisch gesteuert"
 
 
 
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di Giuseppe Baiocchi del 11/02/2024

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I grandi cacciatori mitteleuropei, così come le grandi cacce della nostra recente antichità venatoria europea, trasmettono sempre un fascino romantico verso un’epoca passata gloriosa e piena di tradizioni. Il “cacciatore” di questi tempi prestigiosi, aveva un profilo molto diverso dal cacciatore odierno, poiché quella che appunto veniva definita “arte venatoria”, era in realtà l’essere votati completamente verso la caccia: una vera e propria professione. Questi uomini rappresentano la vera tradizione venatoria austriaca: per lo più proprietari terrieri, fungevano anche da veri e propri “ambientalisti” della conservazione, fungendo di rimando ovviamente anche da modelli per la società dell’epoca.

[caption id="attachment_16218" align="aligncenter" width="1000"] L'imperatore Franz Joseph I posa dopo aver abbattuto un cervo presso Karapancsa nel 1896. Foto originale dell'arciduchessa Isabella d'Austria.[/caption]
Con il passare del tempo, tutto diventa storia e le memorie di questi “antichi signori”, come li chiamano affettuosamente oggi i parenti, soddisfano bene la loro passione. L’amore per la natura e la caccia erano lo stesso comune denominatore, il vivere questa passione variava a seconda del carattere di ognuno di loro. Certamente l’Austria di fine Ottocento ed inizio Novecento possedeva un numero di selvaggina molto superiore all’epoca odierna per via della minore urbanizzazione dell’uomo e soprattutto la caccia era una professione incentivata dallo Stato: da qui le grandi battute storiche e i grandi raccolti di selvaggina autoctona. Sotto l’Impero dell’Austria-Ungheria vigeva l’antico motto A.E.I.O.U. «Alles Erdreich Ist Österreich Untertan», ovvero «Tutta la terra è soggetta all’Austria», ma con la caduta della monarchia danubiana le imprese dei grandi cacciatori erano concluse e le loro tenute – in grande quantità – confiscate dai nuovi Stati nazionali.
I frammenti e i racconti ci pervengono quando nel 1984 due aristocratici sono a dialogo fra loro: da una parte il conte László Szápáry e dall’altra il barone Ernst Edwin Offermann. Capitava spesso che i due discutessero fino al mattino degli incidenti della giornata di caccia nel loro Pavillon. Durante le conversazioni non veniva mai riprodotta alcuna cassetta né presi appunti scritti perché ciò distraeva i signori da ciò che avevano da dire! Tra gli svariati invitati lo scrittore Klaus Neuberger (1955) continuava spesso tali conversazioni ascoltando incredulo l’enorme quantità di storie e aneddoti; analoga situazione avveniva con il barone Offermann. Solo successivamente, ciò che veniva ascoltato fu richiamato dalla memoria e trascritto: con il conte Karl Draskovich, il conte Franz Meran e Hans von Kienast iniziarono le trascrizioni durante le conversazioni.
[caption id="attachment_16219" align="aligncenter" width="1000"] Pranzo propiziatorio di caccia agli inizi del secolo scorso a Vienna.[/caption]
Di conseguenza, molte storie emerse gradualmente e costantemente ascoltate, sono state scritte e sono state condotte molte interviste. Nel modo in cui venivano poste le domande, venivano ricordate e interrogate varie personalità, e i narratori rivelavano i loro personali ricordi, con lo scopo di creare un piccolo monumento scritto a queste persone e ai grandi della caccia, per salvare dall’oblio odierno le loro esperienze e alcuni aneddoti e per regalare al lettore alcuni momenti belli e interessanti mentre legge il grande e glorioso passato: un riflesso storico che vedrà le gesta venatorie dei Laszlo Szapary, Albrecht von Bayer, Carl Hugu Seilern, Feri Meran, Ernst Edwin Offermann ed altri. Dunque cos’era la caccia? Il grande cacciatore dei Carpazi Herbert Nadler (1883 - 1951) scrisse: «chi non ha mai visto l’alba dopo una partita mattutina e non ha mai visto il risveglio del giorno, non sa cosa sia la caccia». Per il famoso cacciatore e scrittore di caccia conte Zsigmond Széchényi (1898 - 1967), «la caccia è devozionale», e il filosofo José Ortega y Gasset (1883 - 1955) affermava: «Si uccide per aver cacciato […] ecco perché vai a caccia, quando sarai stanco di essere nel XX secolo, prendi la tua pistola, fischietta al tuo cane e vai nel bosco e concediti qualche ora di divertimento, per tornare ad essere un uomo dell’epoca antica».
“I bei vecchi tempi” a Vienna erano dunque un’epoca in cui era ancora possibile organizzare cacce di massa e lasciare che tutta la passione e la professione diventassero quasi religiose. Un tempo che non è più, con circostanze e condizioni che non esistono più. Proprio la società dell’epoca rese possibile tale pienezza atmosferica. C’erano ancora saloni e cocktail, séjour e pomeriggi a carte. Il biliardo era ancora di moda, nei club si giocava anche a bridge (St. Johann, Jockey Club), dopodiché di tanto in tanto si faceva visita al Red Bar dell’Hotel Sacher o al Bristol Bar. Il bacia mano alle dame era più di una semplice formalità galante, era ancora uno stile di vita, non una parola popolare. Si viveva ancora in castelli, ville, palazzi cittadini o in residenze feudali lungo la Ringstrasse o in grandi appartamenti nel terzo e quarto distretto. E non sono solo i rappresentanti dell’aristocrazia erano coloro che portavano avanti l’arte venatoria, ma anche la borghesia benestante dava il suo contributo: industriali che producevano mattoni, producevano birra o barbabietola da zucchero lavorata, così come costruttori, produttori tessili e di seta, avvocati e altri. Se uno dei signori del pomeriggio voleva premiarsi, o magari incontrare qualcuno con cui discutere di questioni di caccia, si recava al Cafe Demel, il tanto decantato tempio dei dolciumi sul Kohlmarkt. Dal K.u.K. Hofzuckerbacker si poteva inoltre portare un regalo alla moglie rimasta a casa e proprio lì, dal 1936 in poi, l’artista di alto livello conte Friedrich Berzeviczy-Pallavicini (1909 - 89) decorò magistralmente le vetrine con le sue famose e ineguagliabili decorazioni, dove molti curiosi si recavano periodicamente in pellegrinaggio per ammirare le sue ultime creazioni. Successivamente si recò a New York via Parigi. Allora la comunicazione, se non parlata di persona, si chiamava ancora “corrispondenza”. C’erano ancora spettacoli di varietà e locali notturni dignitosi. I protagonisti si incontravano nei club maschili e all’ippodromo e molti avevano la propria scuderia (ad esempio Stall Seilern e Stall Meran).
[caption id="attachment_16221" align="aligncenter" width="1000"] Casa Imperiale Austriaca per l'Esposizione internazionale della caccia - Padiglione della Bucovina, 1910.[/caption]
C’erano ancora maggiordomi, autisti e personale in livrea, cuochi propri – anche loro specializzati nella cucina di selvaggina – e gioiellieri specializzati in gioielli da caccia. Il titolo professionale del K.u.K, letteralmente “Imperiale e regio”. I fornitori della corte pagavano sempre qualcosa e ciò forniva grande pubblicità alle aziende. I negozi di armi avevano ancora un’ampia scelta di fucili nei calibri 12, 16 e 20, e talvolta 28 e 410. Era ancora di moda la località di villeggiatura estiva, dove naturalmente la popolare regione del Salkammergut offriva molte opportunità per la caccia al camoscio estivo. Questa zona era estremamente frequentata all'epoca grazie all’Imperatore Francesco Giuseppe. All’epoca e prima vi era rappresentata anche l’élite culturale, che vi svolse anche la sua opera creativa, dove i protagonisti ne trassero forza e ispirazione: Johann Nestroy, i pittori, poeti e musicisti Waldmüller, Bauernfeld, Nikolaus Lenau, Carl Millocker, Johann Strauss, gli attori Katherina Schratt e Alexander Girardi, e più tardi Franz Lehar e Ralph Benatzky. Oggi Klaus Maria Brandauer, il direttore d’orchestra Franz Welser Most e gli scrittori Barbara Frischmuth e Alfred Komarek sono i rappresentanti culturali di spicco della omonima regione. L’imperatore stesso amava molto il pittore e cacciatore Friedrich Gauermann (1807 - 12) e Franz von Pausinger (1839 - 1915), di cui conservò molti dipinti a Bad Ischl. In questo periodo, anche i “baroni del sale” e gli industriali del Greater Burgh tenevano i loro ricevimenti sociali nella zona. Il tempo in cui non si cacciava lo si trascorreva con la famiglia, rendendo omaggio, giocando a tennis, a carte e occasionalmente assistendo a concerti alle terme o dal pasticcere Zauner con il suo caffè annesso. Allo stesso tempo, si facevano trattamenti termali con salamoia in una delle numerose terme. Si organizzavano anche gli amori autunnali dei cervi di montagna e si affittavano battute di caccia all’interno dei latifondi. Si poteva addirittura far realizzare sul posto una tradizionale pelle di camoscio o ritirare le famose “barbe di camoscio” legate artisticamente l’anno precedente. Nei giorni in cui a Vienna non c’era la caccia, le persone si incontravano per caso mentre stavano aggiornando o ampliando la propria attrezzatura in uno dei numerosi e rinomati negozi di caccia della città, o anche semplicemente acquistando nuove munizioni. C’era il k.u.k. Springer, fornitore del tribunale del 1° distretto e di Josefstadt. Prima con Kalezky nella Babenbergerstrasse, poi con i maestri Denk, Mulacz, Kruschitz, Gschwantner e Brandeis. Il grande magazzino Groh in Kartnerstrasse aveva un proprio reparto di caccia: venivano acquistate grandi quantità di cartucce. Oppure le persone si incontravano nel 7° distretto presso il famoso tassidermista Hodek. Eduard Hodek (1827 - 1911) accompagnò il principe ereditario Rodolfo nelle battute di caccia e fu preferito dall’aristocrazia austroungarica per le sue abilità: il maestro Hodek lavorava con precisione e stile incomparabili. Lavorò anche per il Museo di Storia Naturale di Vienna e per la Haus der Natur di Salisburgo. Oppure si poteva acquistare armi con incastonature in argento presso l’argentiere di corte Halder – il padre fondatore dell’azienda era il gioielliere Franz Josef Halder (1884 - 1972) – in Michaelerplatz; ed ancora si poteva acquistare gioielli da caccia per donne. L’imperatore Francesco Giuseppe I fu il primo acquirente della leggendaria figura mitologica dello “Jagdsau” (Cinghiale da caccia mitologico) nel 1910. La miniatura avente forma di cinghiale, possedeva in capo dei palchi di cervo ed al posto della coda due palchi di camoscio: le orecchie avevano due grandi foglie ed al centro della bestia era incastonato un rubino, che simboleggiava il sangue e il desiderio della preda. Haldersau su marmo di Salisburgo fu composto – ed è ancora in produzione presso “Halder Juwelier und Silberschmied” con argento, granato, marmo di Salisburgo e la leggenda narra che porti fortuna al cacciatore. Così nel 1910 l’Imperatore, quando aprì in suo onore la prima esposizione mondiale della caccia, Franz Halder presentò questo gioiello speciale: Francesco Giuseppe, accompagnato dal suo seguito, chiese cosa fosse questo nuovo oggetto e Halder spiegò il simbolismo umoristico a Sua Maestà; così Sua Maestà Imperiale e Regia preso il gioiello, lo consegnò a uno dei suoi aiutanti, noto per la sua mancanza di precisione, con le succinte parole «guarda, principe; forse questo migliorerà le cose». Il disegno di questa produzione proviene dal professor Waldmüller, discendente diretto del famoso pittore Biedermeier.
[caption id="attachment_16220" align="aligncenter" width="1000"] La leggendaria figura mitologica dello “Jagdsau” (Cinghiale da caccia mitologico) creato nel 1910. La miniatura avente forma di cinghiale, possedeva in capo dei palchi di cervo ed al posto della coda due palchi di camoscio: le orecchie avevano due grandi foglie ed al centro della bestia era incastonato un rubino, che simboleggiava il sangue e il desiderio della preda. Altra tradizione era rappresentata dai distintivi venatori della rispettiva zona geografica. Modelli eleganti con lavorazioni molto solide caratterizzano gli esemplari della ditta Halder, tradizione anch’essa oggi viva nell’antico negozio viennese in Reitschulgasse 4.[/caption]
Una tradizione dell’epoca d’oro della caccia era la presentazione del distintivo di caccia della rispettiva zona geografica. Modelli eleganti con lavorazioni molto solide caratterizzano gli esemplari della ditta Halder, tradizione anch’essa oggi viva nell’antico negozio viennese in Reitschulgasse 4. Le persone indossavano ancora copricapi individuali e i distintivi di caccia degli antichi maestri erano presentati sui copricapi venatori con grande orgoglio. I tessuti venivano acquistati o confezionati su misura al Loden Plankl, a pochi passi da Michaelerplatz, o da Turczynski a Wollzeile. La ditta Morz in Mariahilferstrasse ha risolto i problemi relativi alle scarpe. La già citata Esposizione Mondiale della Caccia fu un evento straordinario e un’opera d’arte in cui è stato presentato il meglio dell’arredamento e della cultura venatoria. Le officine viennesi e la ditta Thonet hanno lavorato e costruito falegnamerie appositamente per questa mostra. E i grandi detentori del territorio della monarchia hanno sfoggiato i loro trofei unici e prestigiosi. Questa è stata una parata di performance straordinaria e incomparabile. I cacciatori più famosi da ogni parte del mondo si sono riuniti. Non solo gli amministratori forestali ne hanno parlato, ma tutti i cacciatori furono molto orgogliosi di questo evento unico, che ha portato anche alti profitti. Alcune persone furono ispirate a intraprendere nuove battute di caccia, così furono stabiliti contatti e firmati contratti di tiro. Questa grande mostra ha avuto per molto tempo un’influenza duratura sulla scena della caccia e ha plasmato anche il lato dei produttori e persino l’intero settore della caccia. Fu eretto un monumento all’ego della caccia in quanto le foto venivano pubblicate in numerose riviste venatorie, quando i maestri cacciatori annunciavano i loro percorsi o, come fece ad esempio il conte Rudolf Chotek, il quale descriveva ogni giorno l’esperienza dell’amore del cervo in interi saggi che furono pubblicati insieme alle fotografie. La notizia dei grandi percorsi per la caccia-bassa di Totmegyer si diffuse all’epoca sulle riviste indiane. Durante la stagione autunnale la caccia-bassa, che proseguiva fino all’inverno, godeva di una buona reputazione e molti tiratori avevano tempo a disposizione e disponevano anche dei mezzi finanziari necessari e della relativa indipendenza, per trascorrere settimane venatorie. Tutti avevano dei buoni aiutanti con i quali si aveva già molta esperienza e routine. Il lavoro del cacciatore distrettuale, dell’allevatore di selvaggina, perfino dell’allevatore di cani, del boxmaker, del pastore e di altre professioni specializzate era molto stimato, e c’era anche la professione di maestro fagiano.
[caption id="attachment_16223" align="aligncenter" width="1000"] Gruppo di escursionisti: al centro Francesco Ferdinando, Alfonso XIII in piedi davanti a un albero a sinistra, l'arciduca Federico a destra, Halbturn, 1906.[/caption]
Grande rispetto è stato riservato al personale. Le grandi cacce si svolgevano durante la settimana, di solito martedì e giovedì, a volte per più giorni. I maestri di caccia preferivano i buoni tiratori e gli inviti arrivavano principalmente in base alla qualità di tiro dei partecipanti e non in previsione di inviti di ritorno. In alcuni casi, però, gli inviti si basavano anche sul talento dell’intrattenitore. Naturalmente qua e là il grande nome di un allevatore di piccioni di successo aggiungeva valore alle liste degli inviti. E sui percorsi e sui rifugi delle altre cacce si sapeva molto e quasi tutto, in parte pubblicato anche sulle riviste specializzate. C’erano ancora fumettisti venatori ed uno o due scrittori di caccia si univano spesso alle squadre per raccogliere esperienze e storie, raggiungendo un’alta reputazione letteraria. Di conseguenza, gentiluomini avventurosi e ben navigati stuzzicarono il loro appetito per l’Africa, il Canada e persino l’India, ed attraverso i cronisti, le loro storie di caccia attraversavano il globo tramite diverse pubblicazioni di successo. Il richiamo dell'Africa, era glorioso, ma pericoloso: Fritz Schindelar di Vienna, lavoro nel continente africano come cacciatore professionista; tuttavia, Schlinder rinomato per i suoi calzoni bianchi immacolati e gli stivali lucenti, per la sua audacia e il suo essere donnaiolo, fu ucciso intorno al 1912 mentre assisteva il miliardario regista americano Paul Rainey, nel fotografare un leone che caricava verso la telecamera. I viaggi tra le cacce individuali, alternate, tra Boemia, Moravia, Slovacchia, i paesi dei Carpazi, Vojvodina, Ungheria e Austria erano molto faticosi. E poi ci sono i viaggi all’estero. Si viaggiava molto in treno, anche con l’O.K.W., ma si verificavano comunque molti guasti, soprattutto danni ai pneumatici sulle cattive strade di campagna. Alcune persone arrivavano a caccia solo all’ultimo momento, quando si mettevano in fila, dopo aver viaggiato tutta la notte – provenendo da un’altra battuta di caccia il giorno prima. I Waidmanner e gli Schützen spesso avevano bisogno nella loro vita di diversi libri di caccia e di tiro per documentare i loro percorsi e le loro esperienze. Anche i medici partecipavano spesso alle battute di caccia, per ragioni di sicurezza e per rassicurare, così da poter intervenire tempestivamente e con competenza in situazioni di particolare importanza (colpi di rimbalzo) e in un possibile incidente di caccia. Le massaie servivano ancora il pranzo nel campo o curavano la degustazione. Ultime, ma non meno importanti, le varie mostre di caccia (come quella annuale di Budapest) mostravano agli appassionati cosa era stato ucciso da chi e dove e le persone potevano confrontare gli esemplari. I cacciatori professionisti che confermavano un determinato capriolo al loro capocaccia o l’ora della loro partenza seguivano il rintocco dell’orologio del campanile di una chiesa vicina, oppure utilizzavano il proprio orologio da tasca. In breve: era il tempo dei grandi gentiluomini, delle grandi cacce, delle grandi distanze, dei tiratori eleganti e bravi, il tempo del saper vivere e la gente amava la compagnia, soprattutto la battuta di caccia. Le persone cacciavano al massimo e si vivevano bene, nell’organicità del mondo. Oggi, coloro che ricordano quelle persone pensano ancora di poter “sentire” il suono delle loro parole e la melodia dei loro racconti: a venatione mihi salus.
 
Per approfondimenti:
_Frevert Heinke, Meine Waidmänner und ich, BLV Verlagsgesellschaft, Monaco, 1965; _Erste Internationale Jagd Austellung Wien 1910; _Nadler H., Spari nel bosco. Dal mio diario di caccia, Bietti, Milano, 1965; _Neuberger K., Tolle Zeiten & Grosse Jäger, Bernodorf, 2009.
 
 
 
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di Giuseppe Baiocchi del 02-04-2022

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Il treno di periferia che, partito da Bruxelles, vi sbarca a Louvain-la-Neuve contiene già tutti gli elementi di un’immagine di Tintin. Né arcaico, né futurista, è semplicemente senza età: consumato dall’uso, modesto, mantenuto in buono stato e insolitamente pittoresco rispetto alla timida estetica belga. Ci si aspetta di veder spuntare un capostazione alla Hergé: grassottello, berretto in testa e fischietto tra i baffi, su sottofondo di una canzone di Charles Trenet. Poi le pareti rosso mattone di una serie di casamenti tutti uguali – residenze studentesche, qualche negozio – intrecciati nel verde, cinque minuti a piedi su un camminamento liscio ed è già ora di imbarcarsi. Ed eccoci giunti sul binario d’imbarco. Louvain-la-Neuve, nuova città universitaria creata nel Brabante Vallone dopo la disputa linguistica del 1967-68 che costrinse gli studenti francofoni ad abbandonare l’antica università di Louvain-Leuwen (ad una trentina di km dalle Fiandre), è stata edificata sull’ampia piattaforma che copre un parcheggio e alcune vie di scorrimento.
[caption id="attachment_15015" align="aligncenter" width="1000"] Da sinistra a destra: Ritorno dal Congo.. Hergé e "Tintin" sul balcone dell'edificio de "Le Vingtième Siècle" Bruxelles, 9 luglio 1931; Hergé indica a Jacques Martin, stretto collaboratore degli "Studios Hergé" una correzione da apportare a una tavola de L'Affare Girasole, 1956[/caption]
Qui sorge il museo di Hergé dedicato a Georges Prosper Remi (1907 - 83) il fumettista creatore di uno dei più grandi fumetti europei: Tintin. Ma come ha fatto un semplice ketje , nato belga sotto l’imperioso scettro e la non meno imperiosa barba di Leopoldo II detto “il congolese”, a diventare in settantasei anni uno dei fari del XX secolo? Come ha fatto un piccolo boy-scout pasticcione, il cui solo merito era di avere una certa mano nel disegno, a imporsi quasi suo malgrado attraverso il fumetto come un genio dell’eterna infanzia e dell’arte moderna, oggi riconosciuto degno di un museo alla sua gloria? Cosa ha trasformato Georges Remi l’oscuro in Hergé il chiaro?
La storia inizia alle 7.30 del 22 maggio 1907 a Etterbeek, comune limitrofo di Bruxelles. In casa di Alexis Remi, 24 anni, che lavorava nelle confezioni sartoriali, e di Elisabeth Dufour, 25 anni, casalinga – lui vallone, lei fiamminga – nasce il primo figlio, battezzato con il nome di Georges-Prosper, detto Georges. Remi Georges: che il lettore non dimentichi queste iniziali.
Niente sorride al bambino. Non i genitori, scialbi e convenzionali piccoli borghesi di un regno industrioso, e meno ancora l’avvenire, chiuso come il cielo basso del loro “plat pays”. Ma Georges si impegna: è un ragazzino obbediente e studioso ma, soprattutto, ha una smodata passione per il disegno, fonte di evasione e di ammirazione da parte dei compagni. I piedi tra le scorie e il naso tra le stelle, non per niente il “surrealismo” è un minerale nativo nel Belgio di Magritte. I quaderni dello scolaro si coprono di schizzo che rappresentano per lo più dei soldati – la Prima Guerra Mondiale è scoppiata quando aveva sette anni.
La seconda, e decisiva, nascita di Georges Remi si colloca nel 1921, quando entra tra i boy-scout della scuola media Saint-Boniface dove è stato ammesso in quinta moderna. Messosi in luce per le sue doti di “bravo ragazzo” elegante, cortese e che sa sbrogliarsela, diventa capopattuglia degli Scoiattoli con il nome di Volpe Curiosa. Nonostante i valori cattolici del suo ambiente, il prode movimento giovanile recentemente fondato da Robert Baden-Powell lo apre al vasto mondo dove il sogno e l’avventura sono finalmente permessi. «Lo scoutismo è la resurrezione in pieno XX secolo dell’antico ideale della cavalleria cristiana» affermava il generale appena dieci anni dopo: il riferimento cattolico è a quel tempo una sorta di marchio di resistenza in una società troppo vicina geograficamente al dramma russo, reduce della rivoluzione bolscevica del 1917.
I campi estivi portano Volpe Curiosa e la sua truppa in Italia, Svizzera, Austria, Spagna. Questi Paesi di un’Europa vista finora solo sui libri di geografia sono già l’estero per il giovane brussellese che fantastica di lontani orizzonti. Per raggiungere di più esotici dovrà ricorrere all’immaginario. Fin dai suoi inizi infantili Georges Remi si è servito del disegno per raccontare delle storie. La sua immaginazione da feuilleton trovava un naturale sfogo nella punta della matita e mentre cominciavano a uscire i primi giornalini illustrati per ragazzi lui si era inventato una casareccia arte del racconto a immagini fisse, ma concatenate, animate dal lettore grazie alla prodigiosa macchina da ellissi costituita dall’intervallo bianco che le separava e insieme le univa. Un’arte già «sonora» grazie alla nuvoletta del fumetto che per il momento serviva solo a esprimere la sorpresa (un punto esclamativo) o la perplessità (un punto interrogativo). Nel 1921 L’Epatant pubblica a disegni le avventure di Charlot, uno degli idoli dell’adolescente affascinato dai primi balbetii del cinema, peraltro ancora muto.
È questo il talento che i boy-scout scoprono in Georges per sfruttarlo ne Le Boyscout belge, rivista mensile del movimento. A partire dal 1924 il giovane disegnatore firma le illustrazioni «Hergé» (dalle iniziali G.R. invertite). Hergé ha diciannove anni quando, nel luglio 1926, compone il suo primo fumetto per il giornale scout: Les Extraordinaires aventures de Totor, C.P. des Hannetons, presentato come un “grande film comico” della presunta compagnia “United Rovers”. Le ventisei tavole, dalle vignette classicamente sottotitolate ma già con, qua e là, qualche fumetto esclamativo, vorrebbero in effetti essere un «film di carta» che rispecchia goffamente la passione di Georges per le comiche e i western americani che va regolarmente a vedere con la madre nei primi cinema aperti a Bruxelles. Totor, l’eroe dal viso rotondo contrassegnato da due punti per gli occhi e da una virgola per il naso, ha sulla fronte una ciocca spiaccicata che sembra aspettare solo un colpo di vento per drizzarsi a ciuffo. L’anno precedente Hergé si è inserito nella vita attiva. Lavora al servizio abbonamenti del quotidiano Le Vingtième Siècle. Un giornale conservatore, «molto conservatore» lo definisce Paul Jamin, amico e scout e in seguito assistente di Georges. «Le inserzioni pubblicitarie – ricorda divertito – esortava il lettore, che spesso le scambiava per informazioni, a preferire la cioccolata “cattolica” alla cioccolata “Victoria”, che invece era liberale» . Per completare il quadro, Jamin descrive il direttore del giornale, l’abate Wallez, come un despota tonante e perentorio: «L’abate, uomo di destra e simpatizzante con il fascismo, conosceva Mussolini»; Nobert Wallez esercita una forte impressione sul giovane impiegato di cui non tarda a intuire il promettente talento e di cui diventa l’onnipotente mentore. Tanto più che il reverendo direttore ha per fedele segretaria una graziosa ragazza, Germaine Kieckens, alla quale Georges è tutt’altro che indifferente.
[caption id="attachment_15008" align="aligncenter" width="1000"] I principali protagonisti del fumetto Tintin: ; il cane Milou; Dupond e Dupont; il capitano Haddock; il professor Tournesol - © Hergé-Moulinsart 2022.[/caption]
La figura tutelare di Wallez fa confluire intorno a sé i vari temi, finora sparpagliati, del destino di Georges Remi: la fondamentale ideologia di un «piccolo Belgio» timorato e tendenzialmente antisemita – come del resto tutta l’Europa. L’ideale cavalleresco dello scoutismo e il suo culto della purezza: le amicizie giovanili «per la vita e per la morte», lo portano alla prima pubblicazione, il 10 gennaio del 1929 nel suo personale Tintin nel Paese dei Soviet su Petit Vingtième, supplemento settimanale per i ragazzi di cui Hergé è stato nominato redattore-capo, segna lo sbocciare di un autore che ancora non crede in se stesso: «Non era una cosa – dichiarerà a Chancel – nata per durare: era un gioco, una specie di scenetta da recitare intorno al fuoco del campo scout». Un gioco, si, ma nel quale, «proprio per gioco, l'ho fatto entrare in politica – precisa Hergé a Numa Sadoul, autore di un’importante serie di interviste con il disegnatore. Non dimentichiamo che Le Vingtième Siecle era un giornale cattolico e che, a quell’epoca, dire “cattolico” equivaleva a dire “anticomunista” e questa era già una consolazione”. I bolscevichi vi venivano letteralmente mangiati vivi! Fui senza dubbio influenzato dall’atmosfera del giornale, ma anche da un libro intitolato Moscou sans voiles (Mosca senza veli) di Joseph Douillet, console del Belgio a Rostov sul Don, che denunciava con violenza i vizi e le turpitudini del regime. Vista la fonte a cui attingevo, ero sinceramente convinto di trovarmi sulla strada giusta. E poi, avevo la benedizione del mio direttore».
Il successo di quest’avventura in bianco e nero, tutta dialogata a fumetti e senza sottotitoli, in cui Totor si trasforma in un Tintin con il ciuffo rialzato sulla fronte dalla corsa dell’automobile, è tale che l’abate Wallez decide di mettere in scena un «autentico» rientro a Bruxelles del piccolo reporter. L’8 maggio 1930 una comparsa (scout) travestita da Tintin-mugik sbarca alla Gare du Nord con in braccio un fox-terrier tinto di bianco per l’occasione, tra gli evviva di centinaia di ragazzini già divenuti suoi fan. Ovviamente Germaine Kieckens si vede un’ulteriore prova del genio del suo direttore («Era un essere eccezionale»!) il quale si affretterà a pubblicare sotto forma di album quelle prime tavole di Tintin (5.000 esemplari andati a ruba) in edizione limitata, numerata e recante la dedica di Tintin e Milou in persona. «Georges firmava “Tintin” e io “Milou” con un piccolo scarabocchio canino» racconta a Benoit Peeters la compiacente segreteria che Hergé, su insistenza di Norbert Wallez, sposerà nel 1932.
Nel 1931 la stessa trovata pubblicitaria saluta il complemento, su “Le Petit Vingtième”, di Tintin in Congo, dedicato alla gloria paternalista – “razzista” sarà il severo giudizio di alcuni commentatori contemporanei, contraddetti nel dicembre 2012 da un giusto arbitraggio della corte d’appello di Bruxelles – della colonia africana concessa da Leopoldo II ai sudditi belgi. Stavolta Tintin sbarca con in testa il casco coloniale e Germaine precisa che per l’occasione sono state ordinate «delle carrozze a cavalli con a bordo uomini neri» per scortare i nostri eroi dalla Gare du Nord fino alla sede del giornale. L’album, già disponibile, viene venduto insieme a un omaggio: «un oggetto artistico congolese di grande valore» .
Nel frattempo Hergé ha cominciato a pubblicare sul suo giornale delle gag di una o due pagine su Quick et Flupke, gamins de Bruxelles (Quick e Flupke, monelli di Bruxelles) che manda avanti di pari passo con le avventure di Tintin e Milou. Già travolto dal successo, sgobba della mattina alla sera malgrado il fattivo aiuto della moglie.
Dal 1930 il giornale “Coeurs vaillants” di Parigi pubblica le storie di Tintin con grande soddisfazione di Hergé che vede così allargarsi il numero dei suoi lettori. Ben presto però scopre con delusione e dispetto che le sue immagini a «fumetti» sono state sottolineate alla vecchia maniera dall’editore francese, che teme l’incomprensione delle sue pecorelle. Certamente alla fine Hergé finirà per imporre la propria concezione «moderna», ma dovrà battersi contro le riserve nutrite dall’abate Courtois, direttore del settimanale giovanile francese, nei confronti di un eroe «senza famiglia»: reticenze vinte nel 1935 con la creazione ad hoc, da parte di Hergé, della serie «familiare» Jo, Zette et Jocko in cinque episodi, con le avventure che continuarono ad uscire regolarmente fino al 1944.
Sempre negli anni Trenta, in Belgio, nasceva il rexismo (1935 - 45), un partito nazionalista belga guidato dal cattolico Léon Joseph Marie Ignace Degrelle (1906 - 94). Degrelle conosceva Hergé dall’infanzia degli scout ed i due erano molto amici. Fu così che il Maestro illustrò a Degrelle la copertina di uno dei suoi libri. Solo più tardi il rexismo, vicino al fascismo clericale spagnolo, divenne il simbolo, in Belgio, della collaborazione con gli occupanti tedeschi.
Questa breve collaborazione con il partito, costò ad Hergé alcune problematiche nel dopoguerra. Non solo, ma Degrelle pubblicò successivamente (scritto nel 1990, ma pubblicato nel 2000) Tintin mon copain (Tintin amico mio), dove attraverso delle relazioni autobiografiche Léon Degrelle, sosteneva di essere stato l’ispirazione fisica e morale di Hergé per la creazione di Tintin, conducendo una vita avventurosa parallela a quella dell’eroe dei fumetti. Il libro verrà stampato in 1.000 copie, di cui 850 immediatamente sequestrate e distrutte: abbiamo tra le mani un libro controverso. Molto difficile da trovare, per molto tempo, fino a quando alcuni rari siti non lo hanno offerto in pdf in rete.
[caption id="attachment_15009" align="aligncenter" width="1000"] Nella prima foto Adolf Hitler durante la prima guerra mondiale con il cane bianco; nella seconda immagine, Léon Degrelle in esilio in Spagna; la portina del romanzo "Tintin mon copain": partiamo da un antefatto: Degrelle durante la conquista francese dei tedeschi fu catturato dagli Alleati e passerà attraverso 21 prigioni prima di essere finalmente depositato nel campo di concentramento di Vernet. Il 24 luglio verrà rilasciato per ordine del maresciallo Pétain. Conoscendolo vivo, il suo amico Hergé fece un disegno molto eloquente per festeggiarlo: in questa vignetta, vediamo il giornalista Tintin camminare per una strada mentre un terminale indica che sta andando in direzione di Bruxelles e proviene da Tolosa. Non è un caso, poiché il campo di Vernet si trova a 60 chilometri da Tolosa. Attraverso Tintin, sembra essere dunque Degrelle che Hergé rappresenta.[/caption]
Ma allora cos’è davvero questo libro sovversivo? Tintin mon Copain, infatti, è soprattutto simile a un’autobiografia di Léon Degrelle in cui condivide la sua amicizia con Georges Rémi alias Hergé, e la sua influenza sul personaggio di Tintin.
In realtà, Degrelle è nato in una famiglia cattolica con valori radicati. Frequenterà la facoltà di giurisprudenza a Lovanio dove appare già come un uomo dalla forte personalità e pieno di carisma. Incontrerà poi, un po’ per caso, l’abate Norbert Wallez che – come detto – dirige il piccolo quotidiano “Le Vingtième siècle”. Fu lì che conobbe un giovane designer di nome Georges Rémi. I due uomini, poco più che ventenni, hanno in comune di essere stati scout e di aver avuto la stessa educazione cattolica. Ben presto, simpatizzano nonostante le loro notevoli differenze. Hergé è piuttosto timido, discreto, un “raschietto di carta” tranquillo e poco abile con il gentil sesso. Degrelle, al contrario, è uno spaccone, un chiacchierone pacato che non usa mezzi termini, un avventuriero ad alta energia e un donnaiolo molto seducente. Nonostante le loro differenze, i due uomini furono legati da un’amicizia incrollabile. A quel tempo Degrelle stava già scrivendo alcuni articoli per Le Vingtième Siècle mentre Georges Rémi si occupava della realizzazione delle illustrazioni. Curiosità vuole che – forse come sostiene lo stesso Degrelle –, l’idea del fumetto così come lo conosciamo oggi, si crea nella testa di Hergé dopo aver ricevuto un regalo messicano dallo stesso Degrelle, che in quel periodo si trovava in Messico come corrispondente per il giornale Le Vingtième Siècle circa lo sterminio in Messico dei cristeros. Il presente del vallone fu proprio un fumetto, un formato che già circolava negli Stati Uniti, ma che era sconosciuto in Europa. Degrelle continua sempre a sostenere nella sua biografia, che per sdebitarsi Hergé inserì i pantaloni da golf al suo personaggio proprio per rendere omaggio alla trovata del suo amico Degrelle. Ed ancora il rexista prosegue nella sua notizia più rivelante: il suo fedele cane Snowy che lo segue ovunque, fu ispirato osservando una foto nella trincea tedesca che mostrava un cagnolino bianco dal muso indagatore, sguardo accattivante e sornione che era ai piedi di un soldato tedesco. E chi era questo soldato? Nel suo libro Degrelle ammette anche di avere «quasi paura di rivelarlo»: questo soldato era un certo Adolf Hitler.
Al di là delle indiscrezioni, si è anche detto a volte che l’autore di Tintin avesse negato la sua relazione con il “Beau Léon” come veniva chiamato Degrelle: fu una bugia. Difatti l’11 gennaio del 1973 Hergé, che era al culmine della sua popolarità, dichiarò: «Degrelle era un uomo rispettabile, era lui stesso sul fronte orientale e non vi mandò certo solo qualche povero diavolo. E militarmente, si è comportato lì come un eroe». L’amicizia era un sentimento sacro per Hergé e non avrebbe mai negato quello che aveva mantenuto per anni con Degrelle. Certamente la verità, sulle indiscrezioni di Degrelle, è sicuramente morta con i due uomini.
Tornando al suo fumetto per eccellenza, eccoci appena rientrati dal Congo, dove Tintin et Milou si imbarcano per l’America dei gangster di Chicago e dei pellerossa espropriati dai petrolieri. Ormai Hergé è libero di viaggiare a suo piacimento fin nei paesi più lontani, ma sempre senza muoversi dalla sua mansarda e sempre sulle ali fittizie del suo inviato speciale, più raddrizzatore di torti che giornalista. Tintin e Milou sono appena rientrati in Bruxelles che già ripartono in senso inverso, stavolta diretti in Oriente. Inizialmente nel Medio con l’avventura egizio-indiana de I Sigari del Faraone, nel 1932; poi nell’Estremo, con Il loto blu, che conferirà al fumetto una inaspettata connotazione politico-sociale. Difatti Hergé si schiera a favore del popolo cinese aggredito nel 1931 dal Giappone – la poco conosciuta invasione della Manciuria, primo atto della Seconda Guerra Mondiale. Questa presa di posizione umanista in un conflitto in atto è una scelta personale fondata, per la prima volta, su una realtà scrupolosamente documentata.
A questo riguardo, nel 1934 Hergé viene assistito e consigliato da un giovane studente cinese delle Belle Arti di Bruxelles, Chang Chong-jen, il quale calligrafa addirittura gli ideogrammi contestatari sulle bandiere presenti nelle vignette «Abbasso l’imperialismo» o «Aboliamo i trattati ineguali». I due resteranno legati da un’intensa amicizia fino al ritorno in patria – e anche dopo – di Chang nel 1935. Tale è l’impatto de Il loto blu che nel 1939 la moglie del maresciallo nazionalista Chang Kai-shek (1887 - 1975) invita Hergé in Cina, ma l’imminente guerra in Europa impedirà all’artista di recarvisi.
[caption id="attachment_12705" align="aligncenter" width="1000"] Tintin nel Congo belga: una vignetta dove il nostro protagonista è in compagnia di un missionario cattolico che insegna ai bimbi neri a leggere e scrivere e li evangelizza.[/caption]
A partire da I sigari del Faraone, Casterman, erede dell’antica casa editrice di Tournai, è diventato il felice editore degli albi di Tintin, pubblicati in anteprima da Le Petit Vingtième. Nel 1937 il primo ad uscire per i tipi di Casterman è L’orecchio spezzato: la trama del nuovo episodio riporta il nostro eroe all’Ovest, in un’immaginaria repubblica – ovviamente delle banane – dell’America centrale: il San Theodoros. Hergé si diverte a mettere in scena un caricaturale armamentario a base di piraña, cerbottane, teste mummificate, caudillos (Alcazar), rivoluzioni e bombe a miccia.. Ma l’oggetto-chiave dell’intreccio, il feticcio Arumbaya, è ispirato a un’autentica statuetta precolombiana esposta nel museo brussellese del Cinquantenario dove il disegnatore è andato a documentarsi, allo stesso modo che l’Aniota, il terribile uomo-leopardo del Congo, era stato ripreso da una celebre statua esposta al Museo reale dell’Africa Centrale, a Tervuren. Come dire che per Hergé le storie, anche se semplici pochades, erano credibili solo se ancorate a una realtà verificabile.
A questo punto il papà di Tintin ricapitola i punti fermi di un’opera già vista ma tutt’altro che premeditata. Ne sono prova le seguenti osservazioni personali: «Si parte sempre da un’idea semplice, che permette di coinvolgere Tintin in importanti eventi di portata internazionale evitando il più possibile l’uso del testo e dando la massima importanza al movimento. Ed ecco che ritroviamo – sempre in 124 pagine in bianco e nero, arricchite nell’album da quattro tavole fuori testo a colori, il nostro piccolo reporter in Scozia, in kilt e berretto con pompon, alle prese con dei falsari e un buon vecchio gorilla tipo King Kong. Ma la guerra incombe e di fronte alla minaccia tedesca l’amore per l'ordine e i pregiudizi conservatori di Hergé vacillano. Nel 1938 applica alla lettera i precetti artistici enunciati, rivelando le proprie preoccupazioni politiche. Tintin viene coinvolto nel turbine di un drammatico complotto in atto tra pseudo immaginari Stati centro-europei: la Sildavia del buon re Muskar (un Belgio travestito da paese slavo) e la Borduria, armata dall’infame Musstler (contrazione dei nomi di Mussolini e Hitler). Sarà in questo episodio delle avventure di Tintin, intitolato Lo scettro di Ottokar, che la diva Castafiore emetterà i suoi primi gorgheggi..
Pieno di buona volontà e patriota, Hergé si presentò durante la mobilitazione (a metà settembre 1939), tranne per il fatto che il 12 aprile 1940 fu ritenuto inabile per motivi di salute e rimandato a casa in congedo non retribuito. Così emigra in Francia, soggiornando nella regione parigina poi al Puy de Dôme con lo stilista Marijac, ma con la capitolazione, il re Leopoldo III chiede ai suoi sudditi di riprendere le loro attività. Hergé torna in Belgio ma il Petit Vingtième non esiste più!
Durante i mesi di maggio e giugno 1940, l’esercito tedesco schiacciò in due Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio e Francia.
L’acuta consapevolezza della tragedia in atto, il 10 maggio 1940 che vide il Belgio soccombere davanti allo strapotere della Wehrmacht, non impedisce a Hergé, fautore della «neutralità» raccomandata da Leopoldo III e desideroso di conservare il lavoro di cui vive, di fare una scelta tutt’altro che illogica dal punto di vista del suo ambiente di formazione, ma gravida di conseguenze nei confronti della storia.
Visto che Le Vingtième Siècle e Le Petit Vingtième hanno chiuso i battenti lasciando in sospeso la pubblicazione di Tintin nel paese dell’oro nero, il giovane e ormai celebre disegnatore accetta il posto di capo-redattore di Soir-Jeunesse, supplemento del grande quotidiano brussellese. Piccolo problema, da metà giugno il ribattezzato Le Soir è nelle mani dei nazisti. Sarà soprannominato “La sera rubata”.
Censura permettendo, Hergé vi pubblica Il granchio d’oro in cui il capitano Haddock fa la sua prima apparizione tra due bicchieri di scotch. Poi, nel 1941, La stella misteriosa e, nel 1942, Il segreto del Liocorno. Questo sarà poi seguito da Il tesoro di Rackam il Rosso in cui entra per la prima volta in scena il professor Girasole e alla fine del quale Tintin, Milou, Haddock traslocheranno al castello di Moulinsart. La famiglia Tintin, quasi al completo, con la sola assenza di Lampion. A partire dal 1942 Hergé ha accettato le nuove condizioni di Casterman imposte dalle restrizioni riguardanti la carta da stampa: sessantaquattro pagine per album, ma a colori.
Al momento della liberazione, il 2 settembre del 1944, i giornalisti rimasti al Le Soir furono quindi processati per collaborazionismo. La maggior parte viene condannata a morte, con una pena poi trasformata in pochi anni di carcere. Anche Hergé ha problemi: il 7 settembre 1944, tre giorni dopo la liberazione, la polizia giudiziaria effettua una perquisizione nella sua abitazione. Le Soir viene chiuso e tra i collaboratori di Hergé che avranno problemi vediamo il pittoresco Jacques Van Melkebeke, grande appassionato di letteratura popolare, pittore e fecondo fornitore di trame per Tintin, raccomandato da Edgard Jacobs che a quel tempo aiutava Hergé a rifare a colori i precedenti albi in bianco e nero.
Dopo questo episodio, ancora una volta Hergé spiazza tutti con Tintin nella terra dei nazisti, pubblicato sul secondo numero di La Patrie che però non sfuggi alla censura nel settembre del 1944, nonostante il contenuto del fumetto.
Solo il 22 dicembre 1945, il dossier di Hergé fu archiviato, ma l’accusa propriamente dei partigiani verso Hergé quale fu? Quella di aver continuato a disegnare album sotto l’occupazione? Quindi aver contribuito a risollevare il morale di tante persone in questi tempi difficili e aver permesso a molte di loro di scappare per un momento e dimenticare la guerra? È per questo che quest’uomo è stato quasi condannato a morte? È per questo che il suo nome compare ancora nella “galleria dei traditori” del Museo della Resistenza di Bruxelles?
Ma in fondo, ciò che ha animato i persecutori di questo grande maestro è la gelosia: la gelosia del talento poiché queste persone non collaboravano minimamente, ma la gelosia del mediocre che si vendica su personaggi di grande valore.
Egli è profondamente rattristato per la malattia nervosa della madre – che nell’aprile del 1946 si spegnerà in un asilo per malati di mente – Georges ha perso il sacro fuoco, soffre di depressione e a un certo punto pensa addirittura di emigrare in Argentina. Si limita a lavoretti pubblicitari, ai produttori derivati e a rifare a colori per Casterman i primi album in bianco e nero.
[caption id="attachment_15010" align="aligncenter" width="1000"] Hergé, “Aviation nel 1939-1945”.[/caption]
La sua immagine è stata molto offuscata fino al giorno in cui Raymond Leblanc (1915 - 2008), un ex doganiere e combattente della resistenza, decise di chiamare Hergé per creare il giornale “Tintin” ed il primo numero del settimanale esce il 26 settembre 1946. Hergé assume la direzione artistica del nuovo giornale e con immutata fedeltà agli amici dei giorni bui, impone come capo redattore Jacques Van Melkebeke, rilasciato a piede libero. Il numero di settembre Il tempio del sole, continuazione de Le sette sfere di Cristallo.
Dopo qualche tempo, Hergé allestisce un vero e proprio studio per stare al passo con i ritmi di pubblicazione e gli ordini derivati legati a Tintin.
Nel 1946 ricicla un’idea che aveva avuto con Jacobs nel 1944: produrre una serie di cartoline che costituissero un’enciclopedia su temi specifici. Ogni carta sarà accompagnata dal personaggio Tintin vestito con un costume appropriato. Saranno quelli che chiamiamo i chromos che animeranno finalmente la sezione documentari del quotidiano Tintin.
Tra il 1946 e il 1950 apparvero i Discorsi del capitano Haddock sulla storia della marina. Dal 1950 le edizioni lombarde pubblicano color chromos indipendentemente dal giornale, offerte in cambio dell’acquisto di “Francobolli Tintin”. Un modo per avere un bel disegno e un po’ di contesto storico. Tintin ha quindi assunto la posa e il costume legati al contesto presentato. Un po’ come se Tintin avesse conosciuto diverse vite.
Vengono lanciate sette collezioni, tra cui “Aviation nel 1939-1945”. Troviamo così Tintin come un ufficiale inglese, americano, francese o… tedesco: è l’humor di Hergé, senza filtro, accademico, non politicizzato; un artista libero, non un prezzolato a pagamento – un comportamento che Hergé ha mantenuto anche sotto il dominio nazista, dove diverse opere furono censurate.
Dopo un ritorno al Paese dell’oro nero dove Hergé riprende non senza umorismo il filo della storia petrolifera interrotto della guerra, Tintin farà compiere al fumetto un grande passo in avanti. L’obiettivo è niente meno che la Luna – vent’anni prima che l’uomo vi pose realmente piede. Abbordando il campo della fantascienza, Hergé si assicura la consulenza di uno specialista, conosciuto anche lui a Le Soir: Bernard Heuvelmans (1916 - 2001). Il progetto si rivela talmente vasto che viene deciso di dedicargli due episodi, Obiettivo Luna e Uomini sulla Luna, la cui pubblicazione durerà ben quattro anni, dal 1950 al 1954 – subendo, nel 1951, una lunga interruzione sul giornale “Tintin”: decide così di allargare i propri orizzonti, circondandosi di collaboratori (una segretaria, coloristi, grafici) e di fondare sull’elegantissima avenue Louise gli “Studios Hergé” di cui il gioviale e devoto disegnatore fiammingo Robert Frans Marie De Moor (1925 - 92), principale responsabile dell’arredamento, diventerà ben presto il pilastro. Grazie a questa équipe, il razzo a scacchi bianchi e rossi può riprendere la crociera e finalmente “allunare”. Il 18 novembre 2012, a Parigi, un album di Obiettivo Luna con le dediche congiunte di Hergé e dei tre astronauti di Apollo XI (1969), verrà venduto a 35.525 euro. La gloria di Hergé è al culmine. La stampa si contende l’elegante disegnatore, che per giunta è anche uno squisito conversatore. I suoi albi si vendono a milioni di copie e ben presto verranno pubblicati in un centinaio di lingue e dialetti. I suoi personaggi vengono portati sullo schermo, come Le Mystère de la Toison d’Or, Les Oranges bleues, con Jean-Pierre Talbot nella parte di Tintin. La sua produzione assume caratteristiche sempre più personali. A L’affare Girasole (1954), in cui spunta Serafino Lamion, succedono nel 1956 Coke in stock e, soprattutto, Tintin in Tibet nel 1958. In questa traslucida, mistica e introspettiva vicenda in cui Tintin, partito alla ricerca del suo Chang perduto, incontra un adorabile uomo delle nevi: lo yeti. Hergé sembra davvero ritrovarsi uccidendo dentro di sé ciò che uno psicanalista junghiano, brevemente consultato in Svizzera, ha definito “il demone della purezza”.
[caption id="attachment_12704" align="aligncenter" width="1000"] Da sinistra a destra: Il sergente Remi (a sinistra) nel 1926; Hergé, la moglie Germaine e il suo amico cinese Tchang a Bruxelles nel 1934; Edgar Pierre Jacobs (a sinistra), Jacques Van Melkebeke (al centro) ed Hergé (a destra); Hergé agli studi Boulogne-Billancourt con Jean-Pierre Talbot, durante la promozione del film Tintin e il mistero del vello d'oro, nel 1961.[/caption]
Nel 1960 esce I gioielli della Castafiore: stavolta si tratta di un’avventura priva di viaggi e dove, per ammissione dell’autore, “non succede niente”, ma la sua trama è una godibile commedia umana in cui si dispiega la sottile tavolozza di quello straordinario mago del racconto e delle immagini che è Hergé.
Gli “Studios Hergé lavorano a pieno ritmo, ma il capo vagola nelle nebbie della malinconia. I suoi rapporti con la Germaine sono tesi, a volte insopportabili, ma la coppia insiste per salvare le apparenze. Finché un bel giorno Hergé decide di introdurre nella sua squadra alcuni nuovi collaboratori. Tra di essi c’è una giovane, modesta e incantevole colorista di nome Fanny Vlamynck alla quale, molto tempo dopo, Hergé finirà per dichiararsi. Separatosi con la moglie, con la quale tuttavia rimane in corrispondenza, ne divorzierà solo nel 1977 per sposare Fanny. Accanto a lei la sua vita diviene serena e lieve, con la nuova moglie viaggia spesso e lontano dal vecchio continente; lui si appassiona alla pittura, ci si brucia le ali e alla fine diventa un collezionista illuminato: da Alechinsky e Fontana fino alla pop-art americana; tra gli amici della coppia ci sono i grandi intellettuali come il filosofo Michel Serres.
Ebbene nella concezione di vita di Hergé qualcosa dopo la guerra si è rotto, qualcosa cambia ed abbraccia il calore dell’età moderna, liberale. Nel maggio del 1977, alcuni giorni dopo il matrimonio con Fanny, Hergé acquista un triplice ritratto di se stesso fatto da Andy Warhol, che viene personalmente a Bruxelles per trovare e omaggiare il padre di Tintin. Nel 1981 riceve Chang Chong-jen, l’amico cinese finalmente rintracciato a Shanghai. Steven Spielberg gli spalanca le porte di Hollywood.. Purtroppo questa fase serena di tardivi riconoscimenti e onori coincidono anche con un esaurimento di vena creativa. Quando si accetta il mondo e non lo si “combatte” più tramite il talento, in questo caso fumettistico, ci si sente svuotati, non si hanno più energie vitali, ideologiche.
Tintin non è più il suo alter ego: «Odio Tintin, sapesse quanto lo odio» - arrivò a dichiarare al suo disegnatore Jacques Martin. Il suo genio si disperde nei lavoretti degli Studios Hergé con una produzione imbarazzante: sette anni per due numeri Volo 714 destinazione Sydney e Tintin e i Picaros; quanto all’ultimo episodio, provvisoriamente intitolato Tintin e l’Alph-art, in cui l’autore sembra voler distruggere tutti i feticci, compresa l’arte contemporanea, uscirà sotto forma di un album di schizzi nel 1986: forse l’ultimo guizzo del genio. 1986: molto dopo la morte di Georges Prosper Remi, avvenuta il 3 marzo 1983 a Bruxelles per i postumi di una leucemia.
[caption id="attachment_15011" align="aligncenter" width="1000"] L'équipe al completo nel 1958: da sinistra a destra ci sono Bob De Moor, Joseph Loeckx, Jacques Martin, Michel Desmarets (di spalle), Baudouin van den Branden, Josette Baujot, Hergé, France Ferrari, Fanny Vlamynck e Alexis Remi, il padre di Hergé.[/caption]
 
Per approfondimenti:
_I 24 album de Le Avventure di Tintin, pubblicati in oltre 80 lingue e dialetti da Caterman e da numerosi editori internazionali;
_Museé Hergé (catalogo), Bruxelles, Edizioni Moulinsart, 2011;
_Philippe Goddin, Hergé chronologie d'une oeuvre, Bruxelles, edizioni Moulinsart, 2000;
_Numa Sadoul, Tintin e moi, entretiens avec Hergé, Bruxelles, edizioni Moulinsart, 2003;
_Michel Serres, Hergé mon ami, Bruxelles, edizioni Moulinsart, 2000;
_Léon Degrelle, Tintin mon copain, edizioni Pelican d'or, 2008;
_Pierre Assouline, Hergé, edizioni Gallimard, Parigi, 1996.
 
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di Francesca Angelini del 27-02-2021

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“La Chiesa è il Vangelo che continua”, in questo modo viene definita dal cardinale svizzero Charles Journet (1891 - 1975). In molti altri hanno tentato di descriverla, spesso in modo scorretto, ognuno modellando la propria definizione in base al personale punto di vista ed al tipo di rapporto intrattenuto con essa - quasi il Vangelo fosse emblema del relativismo odierno. Per capire cosa sia realmente la Chiesa è però necessario partire dalla sua origine e ripercorrere le tappe storiche con le conseguenti vicissitudini affrontate. La Tradizione fa risalire la sua nascita all’evento di Pentecoste, riportato negli Atti degli Apostoli: "Vi tramsetto quello che ho ricevuto" amava ripetere Monsignor Marcel Lefebvre, ed ancora tradere significa "trasmettere".
[caption id="attachment_12395" align="aligncenter" width="1000"] La cattedra di San Pietro (in latino Cathedra Petri) è un trono ligneo, che la leggenda medioevale identifica con la cattedra vescovile appartenuta a san Pietro apostolo in quanto primo vescovo di Roma e Papa. Quello che si conserva è un manufatto del IX secolo, donato nell'875 dal re dei Franchi Carlo il Calvo a papa Giovanni VIII in occasione della sua discesa a Roma per la propria incoronazione a imperatore. L'opera del Bernini è collocata nell'abside di fondo della Basilica Vaticana, aggettante con effetto scenografico dalla cornice architettonica delle lesene. Al centro si trova il trono in bronzo dorato, al cui interno è situata la cattedra lignea vera e propria. Su un drappo frontale è rappresentata la traditio clavum (la "consegna delle chiavi", ovvero l'atto secondo cui, nella dottrina cattolica, Cristo conferisce a Pietro il primato papale). Quattro colossali statue anch'esse in bronzo, raffiguranti quattro dottori della Chiesa (in primo piano sant'Agostino e sant'Ambrogio per la Chiesa latina e in secondo piano sant'Atanasio e san Giovanni Crisostomo per la Chiesa greca), sono rappresentate nell'atto di sorreggere la cattedra, che pare librarsi senza peso su nuvole di stucco dorato.[/caption]
Secondo l’evangelista Giovanni, ha inizio dal costato ferito di Gesù sulla croce nel momento in cui questi dona lo Spirito. Il quarto evangelista mostra la Chiesa come dono di Dio e sottolinea il carattere trinitario della sua nascita, infatti, nasce dal Padre, per mezzo del Figlio, con l’aiuto dello Spirito.
Il termine Chiesa deriva dal greco ekklēsía, con cui si indicava l’assemblea pubblica dei cittadini. Questo vocabolo è stato poi utilizzato dalla Bibbia dei Settanta (versione della Bibbia in lingua greca) per tradurre l’ebraico qahal, con cui si intendeva la convocazione del popolo da parte di Dio, oppure per tradurre l’ebraico edah, con cui si chiamava la comunità raccolta per pregare o il luogo di preghiera. I due termini hanno diverse sfumature in quanto il primo indica maggiormente una convocazione passiva, mentre il secondo un raduno attivo.
Nel Nuovo Testamento l’ecclesia (termine latino) non è la sinagoga che è, invece, la comunità degli ebrei. Utilizzando il termine al plurale si indica una particolare Chiesa locale, invece, al singolare l’insieme di tutte le Chiese. È da tenere presente che nell’Antico Testamento non è possibile parlare di Chiesa nel senso moderno del termine, ma in quello originario, per questo motivo è un concetto che viene espresso con varie immagini come quella del “popolo di Dio”, che racchiude un aspetto storico visibile (popolo) ed un aspetto teologico invisibile (Dio). Espressione usata dopo l’esilio perché Israele acquisisce sempre "maggiore coscienza" di essere il popolo eletto che appartenendo a Dio non appartiene a se stesso, a differenza degli altri popoli definiti come le “genti”. Un’altra espressione usata è “alleanza”, Dio vuole stabilire un’alleanza e libera con essa, all’alleanza sinaitica Israele deve sentire il bisogno di rispondere con la fedeltà. Altro termine è “resto di Israele”, utilizzato nel periodo dell’esilio, indica la piccola porzione degli israeliti che è riuscita a rimanere fedele.
Si potrebbe facilmente pensare che il fondatore della Chiesa, intesa come l’istituzione odierna, sia Cristo, ma occorre fare delle precisazioni. Spesso si utilizza la celebre frase del Vangelo secondo Matteo Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam – Tibi dabo claves Regni Caelorum (Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevaranno contro di essa - Mt 16,18) per sostenere questa idea, ma l’espressione va intesa in senso post pasquale, infatti, la Chiesa per Matteo è opera del Risorto e vive con lui, inoltre l’evangelista sottolinea la sua natura apostolica e l’importanza di Pietro. Quindi, se per fondazione si intende la forma giuridica, Gesù non l’ha fondata. Cristo ha parlato di un Regno e raccoglie cerchi concentrici di persone che ruotano intorno a lui: i dodici apostoli, i settantadue discepoli, la folla, indicando una connessione tra Regno e comunità. Il suo scopo non era radunare persone per creare una Chiesa come forma giuridica vicino la già esistente comunità di Israele, ma per fondare Israele stesso, un Israele escatologico, mostrando un’apertura verso tutti. In poche parole non ha fondato la Chiesa, ma l’ha preparata. La sua nascita effettiva avviene con il mistero pasquale.
Per l’evangelista Marco la Chiesa è universale, aperta ai giudei ed ai pagani - affinché tendino alla Verità cristica, dunque alla conversione -, ed è chiamata a seguire Gesù fino alla croce e ad ascoltare la Parola e a metterla in pratica. Mette anche in evidenza la fragilità propria della comunità.
Secondo l’evangelista Luca il peccato della Chiesa è l’attaccamento di alcuni suoi membri ai beni terreni. Inoltre l’esperienza del martirio è un evento fondamentale per la sua coscienza, infatti, usa il termine Chiesa, mai usato nel suo Vangelo, negli Atti degli apostoli ad esempio dopo il martirio di Stefano. Negli Atti, poi, è evidenziata la dimensione ministeriale della Chiesa, che è una comunità organizzata gerarchicamente. Per Luca il tempo della Chiesa è il tempo dello Spirito che la sostiene sempre ed è donato a tutte le persone a partire dal Battesimo.
Nemmeno nel Vangelo di Giovanni compare il termine ecclesia, ma solo nella sua terza lettera. È interessato alla dimensione intima della Chiesa, la koinonìa (comunione) tra Gesù e i discepoli e interna a questi ultimi. La Chiesa è la schiera dei credenti in Cristo, non dà importanza all’aspetto istituzionale, ma presenta un’ecclesiologia universalista. Nell’Apocalisse, Gesù ricorda tutto l’amore che ha avuto per la Chiesa. Essa vince il male con la propria testimonianza. L’ultimo libro della Bibbia finisce con l’immagine della Chiesa celeste. San Paolo è il primo ad utilizzare la parola ecclesia per indicare la comunità locale. Invece nelle lettere deuteropaoline (composte successivamente alla sua vita, ma attribuite a lui) il termine viene usato per indicare quella universale. Per l’apostolo la Chiesa è corpo mistico di Cristo come è evidente soprattutto nella frase contenuta nella lettera ai Corinzi “Ora voi siete corpo di Cristo e le sue membra, ciascuno per la sua parte.” (1Cr 12,27). Nei secoli la Chiesa ha vissuto varie trasformazioni che hanno rispecchiato il particolare periodo storico attraversato. Nella patristica (filosofia cristiana dei primi secoli) è vista come: “mistero”, “Corpo di Cristo”, “comunione dei Santi”, “tempio di Dio”. Nello specifico i padri dei primi tre secoli utilizzano l’immagine della barca, per i latini Pietro ne è al timone. Prima del IV secolo è vista come mistero, successivamente come Impero. Questo è dovuto agli importanti fatti storici che hanno caratterizzato questo secolo: l’Editto di Milano dell’Imperatore Costantino del 313 sulla libertà di culto e l’Editto di Tessalonica dell’Imperatore Teodosio con il quale il cristianesimo diventa la religione ufficiale dell’Impero. La Chiesa, quindi, perde la sua dimensione escatologica, ma ha uno sguardo fisso sul presente. La Chiesa, precedentemente all’anno 1000, era detta “Corpo di Cristo” e l’Eucaristia “Corpo mistico di Cristo”. Dopo il 1000 d.C. avviene un capovolgimento per cui l’Eucaristia viene indicata come “Corpo di Cristo” e la Chiesa come “Corpo mistico di Cristo”, cambiamento fatto per difendere la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia. Nel 1054 si colloca lo scisma tra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente che presentano ecclesiologie differenti in quanto in Oriente prevale un’ecclesiologia di comunione fra le Chiese, invece, in Occidente si subisce l’influsso della Riforma gregoriana (XI secolo) e successivamente dell'eresia luterana (XVI secolo).
[caption id="attachment_12396" align="aligncenter" width="1000"] Il notissimo ritratto di papa Giulio II della Rovere, realizzato da Raffaello Sanzio a Roma (particolare), si trova alla National Gallery di Londra.[/caption]  
Papa Gregorio VII vuole una Chiesa libera dal male, scomunica Enrico IV per il suo rifiuto di rinunciare a nominare i vescovi, il quale, per ottenere la revoca della scomunica, si umilia attendendo tre giorni e tre notti in ginocchio sulla neve davanti al portale d’ingresso del castello di Matilde di Canossa prima di essere ammesso al cospetto del Pontefice, nell’episodio storico noto come l’Umiliazione di Canossa. Redige il Dictatus Papae, raccolta assiomatica di ventisette affermazioni sui poteri dei pontefici, sono elencati, quindi, i princìpi della Riforma gregoriana che dà il via ad un’ecclesiologia dove il Papa è centrale come il ruolo di Roma. Chiesa intesa come societas perfecta. Prima della riforma tutti i vescovi erano considerati il vicario di Cristo, tutte le Chiese fondate da un apostolo oppure che avevano ricevuto una lettera da un apostolo erano considerate una sede apostolica.
I capisaldi dell'eresia luterana, oltre l'aspetto politico della sottomissione ai Conti Elettori tedeschi e la lotta alla vendita delle indulgenze, sono: sola scriptura e sola fide, indicando con il primo l’esclusività della Parola a discapito della Tradizione, invece, con il secondo l’egemonia della fede contro le opere. In termini liturgici Lutero attua tre delle due caratteristiche che oggi la Chiesa attua: in primis non vi è più la transustanziazione - dunque manca il Santissimo, poi per conseguenza il "prete" non deve dare più le spalle ai fedeli, che divengono centrali nella conferenza e abolisce la lingua universale del latino a favore di quella vernacolare. 
Per Martin Lutero la Chiesa non è un impero, infatti, il potere spirituale è separato da quello temporale, non è volontà divina che i vescovi abbiano il potere. Predica, inoltre, l’importanza del sacerdozio universale dei fedeli per cui non solo il Papa, ma tutti possono leggere ed interpretare la Bibbia. Per rispondere all'eresia protestante è stato istituito nel 1545 il Concilio di Trento che mette al centro il Vangelo, i Sacramenti (la Riforma accetta, invece, solo il Battesimo e l’Eucaristia) e la gerarchia. Si ribadisce che la Chiesa è una società perfetta e si insiste sulla potestà pontificia. Successivamente nell’illuminismo (XVIII secolo) si sottolinea la centralità del diritto nella Chiesa facendole perdere l’aspetto soprannaturale ed sarà solo sotto il beato Pio IX nel 1868 che sarà convocato il Concilio Vaticano I che fu il primo Concilio che intende affrontare in maniera sistematica il tema della Chiesa.
 
[caption id="attachment_12397" align="aligncenter" width="1000"] Il concilio di Trento o concilio Tridentino fu il XIX concilio ecumenico della Chiesa cattolica, convocato per reagire alla diffusione dell'eresia protestante in Europa. L'opera svolta dalla Chiesa per porre argine al dilagare della diffusione della dottrina di Martin Lutero produsse la controriforma.[/caption]
Viene emanata la Costituzione apostolica Pastor Aeternus (costituita da un prologo e da quattro capitoli) che, già nello schema preparatorio, presenta un aspetto mistico in quanto si abbandona la categoria della società perfetta e, al contrario, si sottolinea la categoria del Corpo mistico di Cristo essendo la Chiesa una società soprannaturale e spirituale. Nel documento definitivo è centrale l’aspetto dell’infallibilità pontificia quindi il potere papale è di diritto divino, potere pieno senza mediazioni sulla materia di fede, dei costumi e sulla materia ecclesiale. L’infallibilità non ha bisogno del consenso della Chiesa essendo un carisma proprio del pontefice. Il papa è superiore al concilio.
Nel 1959 Giovanni XXIII convoca il Concilio Vaticano II, esprimendo nell’annuncio la sua idea di Chiesa in dialogo con il mondo e non in opposizione con i suoi aspetti moderni. Dunque essendo il mondo del maligno (luciferino) che propone mode terrene e la Chiesa si oppone ad esse grazie alla Verità di Cristo scritta nel Magistero, si evince già l'errore dottrinale: la Chiesa si adegua al mondo. Viene, poi, continuato e portato a termine nel 1965 da San Paolo VI. Il Concilio ha emanato numerosi documenti, alcuni dei quali trattano nello specifico il tema della Chiesa. Il primo fra tutti è la Costituzione dogmatica Lumen Gentium (costituita da otto capitoli) che si mostra rivoluzionaria nel presentare la Chiesa non tanto in forma gerarchica, ma come popolo di Dio, superando, quindi, la sua concezione clericale. Antepone la stessa trattazione sul popolo di Dio a quella sulla costituzione gerarchica, tanto che si parla di “rivoluzione copernicana”.
Viene ribadita la Chiesa come “Corpo mistico di Cristo”, al cui interno ci sono diversi compiti e diversi doni ed è lo Spirito a renderla un Corpo solo (orizzonte pneumatologico). Viene recuperato anche l’orizzonte agapico perché i diversi carismi non sono questione di potere, ma di amore. La Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, con sussistenza si vuole indicare la piena identità, ma non si tratta di una realtà escludente, infatti, il documento ha un profilo inclusivista secondo il quale Cristo ha salvato tutti (cristocentrismo). Nella Chiesa cattolica c’è la pienezza dei mezzi di salvezza, nelle altre confessioni ce ne sono comunque alcuni.
La Costituzione pastorale Gaudium et Spes (costituita da proemio, prima e seconda parte e conclusione) afferma che la Chiesa deve dialogare con il mondo, cogliere i segni dei tempi e la grazia presente. Con il dialogo "adempie la sua missione" perché non deve solo trasmettere la verità, ma anche imparare dal mondo (non possedendo più un'unica Verità, quella Cristica).
Questa esposizione dei fatti storici principali riguardanti la Chiesa la mostra come una realtà in continuo rinnovamento, ma che nella sua essenza rimane sempre la stessa e per captare questa sua essenza ci si può affidare alle note (proprietà essenziali) con cui è stata definita dal simbolo niceno-costantinopolitano risalente al Concilio di Nicea (325).
La Chiesa è Una perché questa è l’intenzione di Cristo, l’unità richiama l’unicità (alle nuove tesi) ed entrambe si trovano all’interno della molteplicità che non è nemica dell’unità. La divisione non è da intendere come molteplicità, ma come peccato (qui il paradosso discusso da molteplici teologici). La Chiesa è santa in quanto è composta da santità e peccato, ma Cristo è venuto per la salvezza di tutti. È indistruttibile perché anche se perseguitata non può essere annientata. È indefettibile perché anche se al suo interno ci sono peccatori è accompagnata fino alla fine dei tempi da Cristo. È infallibile perché anche se può sbagliare non può essere preda della potenza del male.
La Chiesa è cattolica che significa universale perché riflette la volontà salvifica di Dio che si è fatto carne per tutti gli uomini. La Chiesa è apostolica nel senso di inviata da Dio per mezzo di Cristo. L’apostolicità per sua natura è profetica quindi genera continuamente la parola di Dio in mezzo all’umanità. Un cambiamento, questo, che genera ancora importanti discussioni nel mondo cattolico.
 
Per approfondimenti:
 _Wiedenhofer S., La Chiesa. Lineamenti fondamentali di ecclesiologia, San Paolo.
 
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di Giuseppe Baiocchi del 04/09/2020

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Uno dei personaggi celebri che cercarono di rovesciare nel 1944 Adolf Hitler (1889 - 1945), così affermava poco prima della sua esecuzione: «Colui che conserva nel suo petto puro ed immacolato la fede di un fanciullo e osa vivere contro la derisione del mondo – come sognava da bambino – fino all’ultimo giorno: questo è un uomo»! Quell’uomo era Henning Hermann Robert Karl von Tresckow (1901 - 44), martire della Germania moderna e forse questa frase, più di ogni altra, identifica il nuovo saggio edito dalla casa editrice tedesca Wolff Verlag. Leggendo l’opera di don Philipp Maria Karasch (1984) e del professore Daniel Plassnig (1990) non si può non rimanere impressionati dalla singolarità della loro fatica letteraria, che prende il titolo tedesco di Träumer Kämpfer Gentleman: una guida per la moralità dell’uomo di oggi, all’insegna dei valori tradizionali dell’Europa. 
In una realtà sociale, dove dominano modelli di moralità contrari alla nostra storia e esempi degenerativi sui comportamenti e sulla presentabilità delle persone, sicuramente questo prezioso scritto, formalmente un vademecum per l’uomo contemporaneo, dimostra di scavare davvero in fondo al nostro animo.
Le epoche passate, con tutte le loro vicissitudini e i diversi sistemi sociali, avevano una cosa in comune: la conoscenza di dove si trovava l’uomo e cosa ci si poteva aspettare da lui. È stato procreatore e produttore, guerriero e inventore, avventuriero e poeta. Ha sempre avuto qualcosa da offrire. Ma poi, il suo stesso successo sembrò distruggerlo: la tecnologia lo ha privato del lavoro, l’intera produzione alimentare è stata industrializzata, e anche le guerre diventarono in gran parte anonime. L’uomo può vegetare in casa, perdendo metà della sua vita in mondi digitali illusori. Egli non è più legato ad un ciclo biologico – né in guerra, né nel guadagnarsi da vivere, né nella procreazione. Tutto è a sua disposizione sempre e ovunque. Così, le sue pulsioni mentali e fisiche sembrano essere diventate paralizzate, adipose e desolate.
Come spiegare altrimenti che l’uomo sfugge in larga misura al ruolo che Dio gli ha destinato? Molti padri lasciano i propri figli da soli (se di figli ancora ne vengono fatti), la frammentazione sociale viene silenziosamente accettata, il patrimonio culturale viene distrutto e non si trova nessuno che lo difenda. La lista potrebbe continuare all’infinito. D’altro canto, come il saggio ci invita a riflettere, la virilità nel culto del corpo è caricaturale su ogni manifesto pubblicitario, oppure si creano talvolta piccoli rifugi che prendono la forma di centri estetici o di templi del fitness, dove l’uomo può chiudersi in se stesso e abbandonarsi a un culto superficiale della mascolinità. Spuntano anche innumerevoli riviste per il “Signore del Creato”, il quale però si presenta come guscio vuoto, pallido nell’aspetto, che parallelamente mostra anche la volontà di riscoprire la consapevolezza del pericolo per la propria identità.
Sotto tutte le ceneri delle certezze bruciate, vi è un desiderio segreto installato nei cuori di molti uomini che risplende per quel qualcosa di Grande che vogliono servire, che vogliono scoprire e conquistare – per il quale vogliono morire. La repressione ed il tabù delle caratteristiche e delle virtù maschili sono penetrati persino nel sacro regno della vita ecclesiale. Anche se si dovrebbe assumere il contrario, considerando che l’ordinazione sacerdotale è riservata agli uomini, questi ultimi spesso si sentono fuori posto nella Chiesa, in quanto sembra che quest’ultima venga appannata da una patina di femminismo confuso e vuoto. Anche se ciò non parla in favore dell’uomo, al quale l’inganno del sentimentalismo superficiale impedisce di vedere la pretesa di Gesù sui suoi discepoli, l’obiettivo contrariamente deve essere quello di dimostrare che egli stesso ha bisogno della Chiesa, come quest’ultima ha bisogno di lui. Che egli troverà la propria vocazione solo attraverso un cristianesimo vero e sentito, che richiede sacrificio e dono di sé.
Da questo sentimento nasce il “vademecum per l’uomo”, al quale si antepone la triade del sognatore, del guerriero e del gentiluomo. Così che ogni lettore incline si ritrovi già nel titolo e intraprenda il viaggio esplorativo di una virilità raffinata.

Negli Stati Uniti d’America, ci sono innumerevoli opere contemporanee sul mercato del libro cristiano che si presentano in modo accattivante. Nei paesi di lingua tedesca e in Italia, tuttavia, l’editoria in questo contesto si distingue per la sua scarsa produzione. Nella misura in cui in Europa, prevale una diversa sensibilità linguistica, gli autori hanno deciso di raccontarsi e raccontare la loro idea maschile, che in realtà risulta poi essere quella dei nostri nonni e con uno sguardo più generalizzato, risulta essere quello della nostra storia. Alcune lobby, come sappiamo, stanno cercando di eliminare la storia: è sotto gli occhi di tutti.

Ed è proprio per questo che questo piccolo tomo, che tratta di virtù e atteggiamenti diversi che dovrebbero contraddistinguere un uomo, acquisisce ancor di più maggior valore. Ad ogni tematica trattata, con intelligenza, si prende un “personaggio” ad esempio che, nel concreto e come figura storica, da buon cattolico, può servire da mentore e da esempio per noi lettori scoraggiati. Ma questa Europa, oggi tecnocratica, nella quale non conta più l’appartenenza culturale di ogni popolo, ma unicamente viene osservato il mero dato finanziario per essere comunità, non si basa ancora sulla grecità, sulla cristianità, sulla filosofia tedesca del 900 e sulla storia delle grandi famiglie europee che l’hanno – de facto – plasmata? E non sono forse gli uomini citati in Träumer Kämpfer Gentleman ad essere tasselli di quella terra che calpestiamo e di quell’aria che respiriamo?

Uno dei punti fermi del saggio sembra essere la citazione di Ernst Jünger (1895 - 1998): «il coraggio è il vento che spinge verso lidi lontani, la chiave di tutti i tesori, il martello che forgia grandi imperi, lo scudo senza il quale non esiste cultura. Il coraggio è l’impegno della propria persona ad affrontare la conseguenza più dura, il salto dell’idea contro la materia, indipendentemente da ciò che ne può scaturire. Coraggio significa lasciarsi crocifiggere come individuo per la propria causa; coraggio significa confessare, nell’ultimo spasmo dei nervi, con il respiro spento, il pensiero per il quale si è resistito e si è caduti. Al diavolo un tempo che vuole portarci via il nostro coraggio e i nostri uomini»!

Sul tema della paternità, ad esempio, troviamo il Lord Cancelliere Thomas More (1478 - 1535) o Claus Philipp Maria Schenk conte von Stauffenberg (1907 - 44), i quali divengono sinonimo di orgoglio cristiano; il padre della Chiesa Aurelio Agostino d’Ippona (354 d.C. - 430 d.C.) ci fa riflette sulla vera amicizia e lo scrittore John Ronald Reuel Tolkien (1892 - 1973) viene citato come esempio di cavalleria. Alcuni fra gli altri temi trattano l’amore per la Patria, l’identità, la bellezza, il corpo e lo sport, il perdono, il desiderio.

Ogni capitolo inizia con un brevissimo profilo biografico del personaggio, seguito dall’argomento vero e proprio e si conclude con domande di riflessione o suggerimenti per l’attuazione di quanto letto. Gli autori austriaci, nella scelta dei personaggi, si sono soffermati su modelli di riferimento di lingua tedesca, sicuramente come atto d’amore e dolore che lo stesso odio tedesco ha avuto su se stesso. Ma anche l’attuale Italia trova alleati nativi in Filippo Romolo Neri (1515 - 95) e Pier Giorgio Frassati (1901 - 25). Ovviamente nessuno è specialista quando si tratta di tracciare modelli per il prossimo, tuttavia, gli autori sembrano comprendere quale è il loro personale obiettivo: un libro per se stessi e per tutti coloro che vorranno assaporarne l’incipit. Tuttavia, una delle riflessioni più toccanti del testo si installa propriamente sullo smarrimento dei valori giovanili, senza più cardini e punti di riferimento. L’affidarsi spesso a “consiglieri” sbagliati, spesso agli stessi media, sta facendo crollare la morale e l’etica dei giovani: gli autori sperano con questo piccolo saggio, di aver fatto un servizio a se stessi e agli altri. In realtà, tale vademecum, fornisce al lettore anche spunti per approfondimenti e indici di lettura su altri testi e saggi: affinché ci sia qualcosa anche per il sognatore, poiché non sono incluse solo opere filosofiche, teologiche o pratiche, ma anche una piccola selezione di narrativa. Il tutto si completa con una breve sezione di preghiera. L’opera è certamente arricchita da Sua Eccellenza Reverendissima Athanasius Schneider (1961), vescovo di Astana in Kazakistan, il quale ha contribuito alla prefazione: «Come Dio ha iscritto l’esser madre, la maternità, nella natura della donna, così ha iscritto l’essere padre, la paternità, nella natura dell’uomo. Ogni uomo dovrebbe quindi, con l’aiuto di Dio, elaborare sempre più chiaramente nella sua vita le caratteristiche del Padre; e queste sono soprattutto: prendersi cura degli altri, proteggere, difendersi, sacrificarsi per gli altri. Anche se non tutti gli uomini in questa vita sono un padre biologico, cioè un padre di famiglia, ogni uomo dovrebbe vivere le qualità paterne. Solo allora dà alla sua virilità una vera dignità e solo allora diventa felice, anche se con fatica e non senza una croce, ma felice». L’augurio certamente è quello di una rinascita spirituale, prima che fisica, che porti conforto sia all'Heimat degli autori e in seconda istanza anche a questa travagliata Europa: che sia di nuovo benedetta da uomini forti e disposti a fare sacrifici.
Per approfondimenti:
_Karasch-Plassnig, Träumer Kämpfer Gentleman, Wolff Verlag, Berlino, 2020.
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Giuseppe Baiocchi del 01-09-2020

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Per chiarire il rapporto tra il Mutu Proprio “Sommorum Pontificum” di Benedictus PP. XVI (1927) e il processo di secolarizzazione della società contemporanea, bisogna necessariamente analizzare quest'ultimo termine. Non a caso lo stesso Ioannes Paulus II (1920 - 2005), in un suo discorso del febbraio 2002, affermava come: «purtroppo la metà dello scorso millennio, avuto inizio dal Settecento in poi, si è particolarmente sviluppato un processo di secolarizzazione che ha preteso di escludere Dio e il cristianesimo da tutte le espressioni della vita umana. Il punto di arrivo di tale processo è stato il laicismo, il secolarismo agnostico e ateo, cioè l’esclusione assoluta e totale di Dio, della legge morale naturale, da tutti gli ambiti della vita umana. Si è relegata la religione cristiana entro i confini della vita privata di ciascuno».
[caption id="attachment_12137" align="aligncenter" width="1000"] Xilografia Flammarion, un'opera enigmatica di un artista sconosciuto. La prima apparizione documentata è all'interno di L'atmosphère: météorologie populaire di Camille Flammarion (Parigi 1888, pagina 163, un lavoro sulla meteorologia per un pubblico generale), raffigurante un uomo che scruta attraverso la cortina dell'atmosfera terrestre che avvolge l'universo esterno (del 1888).[/caption]
Da tali parole emerge come la secolarizzazione sia un processo storico che ha inizio alla metà dello scorso millennio con l’umanesimo rinascimentale, che si articola nel Settecento con l’illuminismo e avrà il suo punto di arrivo nel laicismo e nel già citato – appunto – secolarismo agnostico e ateo che caratterizzano prima il marxismo e poi la società post-moderna. La meta, l’obiettivo è l’esclusione di Dio e del cristianesimo dalla sfera pubblica e la riduzione della religione a fenomeno puramente individuale. Si tratta di un fenomeno più volte denunciato, sia da Giovanni Paolo II, sia da Benedetto XVI. Il primo Pontefice citato, considera il secolarismo come l’esito radicale necessario della secolarizzazione e con ciò cade la distinzione tra una secolarizzazione “buona” ed una porzione di secolarismo vista come “perversione dell’idea di secolarizzazione”.
Difatti tra secolarizzazione e secolarismo non esiste una logica e coerente continuità. C’è chi crede che per evitare il secolarismo anti-cristiano, la Chiesa dovrebbe fare propria e “battezzare” la secolarizzazione: quasi una inevitabilità data dal processo storico. Se, diversamente, si rifiuta questa visione immanente e storicistica e si stabilisce un criterio che ci permetta di valutare gli eventi della storia alla luce di princìpi organici e trascendenti, non possiamo considerare in sé “positivo e buono” nessun fatto storico solo perché avvenuto. Come gli atti umani, i fatti storici – prodotti razionali e liberi dell’uomo – devono essere giudicati o in positivo o in negativo.
La società secolarizzata non può definirsi in sé neutra, ma va giudicata proprio perché siamo davanti non ad un processo inevitabile, ma ad un frutto di scelte culturali e morali dell’uomo. L’accettazione della secolarizzazione come un fatto storico inevitabile, porta inevitabilmente verso una filosofia e una teologia della secolarizzazione. La filosofia della secolarizzazione già implicita nell’umanesimo pagano, si forma nei circoli illuministici, viene portata nel XX secolo ad una sua coerenza logica da Gramsci nei suoi “Quaderni del Carcere” e penetra nella seconda metà del XX secolo nella teologia, prima protestante, poi cattolica con Dietrich Bonhoeffer (1906 - 45). Quest’ultimo, celebre pastore luterano, concepisce la storia del cristianesimo in chiave evolutiva, come un passaggio dall’età dell’infanzia, all’età adulta. Secondo Bonhoeffer l’adulto sarebbe quello che abbraccia il mondo e nel mondo si immerge e si immedesima, trovando a questa realizzazione la sua maturità: la sua celebre “maturità del mondo”, nella quale avviene l’espulsione del sacro da ogni ambito sociale e con l’estirpazione delle radici cattoliche dalla società.
Nel Seicento, un giurista Huig de Groot (1583 - 1645) aveva auspicato la nascita di un diritto liberato dalla metafisica. Fu proprio il batavo a coniare la formula etsi deus non daretur: un diritto naturale, come se Dio non esistesse. Bonhoeffer sapientemente, riprende questa formula e la applica alla teologia. Dissidente del partito nazionalsocialista tedesco, in carcere scriverà: «Non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo etsi deus non daretur e appunto questo riconosciamo davanti a Dio. Dio stesso ci obbliga a questo riconoscimento, così il nostro diventare adulti, ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio. Egli ci dà la conoscenza, che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona, il Dio che ci fa vivere nel mondo senza ipotesi di lavoro, è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo».
[caption id="attachment_12138" align="aligncenter" width="1000"] Dietrich Bonhoeffer (1906 - 1945) è stato un pastore luterano, teologo, dissidente anti-nazista e fondatore della Confessing Church. I suoi scritti sul ruolo del cristianesimo nel mondo secolare sono diventati ampiamente influenti e il suo libro The Cost of Disipleship è stato descritto come un classico moderno.[/caption]
Da questa allocuzione, sappiamo come l’oggi Papa Emerito Joseph Ratzinger, prima di divenire Benedetto XVI, in un suo dialogo con Marcello Pera (1943) contrappose un’altra formula: etsi deus daretur e tale formula contiene chiaramente un’opposta visione alla secolarizzazione, poiché è la proposta fatta a chi non crede, di accettare una società cristiana, in cui il cristianesimo riacquisti il suo spazio pubblico. I cattolici, in tale prospettiva, devono evangelizzare il mondo e non farsi secolarizzare da esso.
Certamente è dato notorio come le tesi del luterano tedesco penetrarono nella teologia cattolica, come ha dimostrato Cornelio Fabro (1911 - 95), in particolar modo nel teologo Karl Rahner (1904 - 84). Nel quattordicesimo volume dei suoi scritti teologici Sulla teologia del culto divino, padre Rahner scriveva che «la liturgia per il principio lex credendi, lex orandi, avrebbe dovuto esprimere questo nuovo rapporto con il mondo, farsi essa stessa liturgia del mondo». Fu così che don Fabro affermò propriamente come la radice della secolarizzazione consiste nel far sprofondare inarrestabilmente l’uomo nel mondo, e nel riconoscersi proprio nell’homo mundanus, ovvero l’essere dell’uomo come essere in e per il mondo.
L’illusione è quella di fondare un ordine mondano, all’infuori del cristianesimo, dove questo si invererebbe. Esiste tuttavia un significato positivo di mondo. Oggi ci dimentichiamo troppo facilmente l’esistenza di un mondo inteso invece nel senso delle tre concupiscenze e del rifiuto di Dio, un mondo che tende a divenire dell’apostasia. C’è un mondo che è costituito da uomini che devono essere salvati dalla redenzione. Ce ne parlava San Giovanni, di un mondo terreno in cui il suo Re, non era Dio, ma il demonio. Tale mondo si fonda sulle tendenze disordinate dell’animo umano, così come amava affermare l’intellettuale brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908 - 95). Tale concezione, oggi ancora evocata dalla politica, porta il nome di nuovo umanesimo. Tale termine raccoglie certamente gli altri già citati: secolarizzazione, secolarismo, laicismo. Non più Dio al centro dell’uomo, ma l’uomo stesso e la sua volontà di potenza. L’umanesimo, difatti, assegna all'uomo due fini: uno spirituale – da raggiungere in paradiso, di cui si occuperebbe la Chiesa –, e un fine terreno in cui la Chiesa dovrebbe rimanere estranea. Si separa così l’ordine naturale da quello spirituale, pretendendo di realizzare un ordine umano al di fuori della Chiesa. Lo sguardo dal cielo, si sposta sulla terra. Nei suoi scritti il cardinale Giuseppe Siri (1906 - 89) affermava come «una redenzione puramente terrestre non ha significato per l’uomo, essa può finire al contrario col rendere il nostro mondo invivibile, un segno di inferno nella vita degli uomini. La Chiesa non è un potere mondano, né può divenirlo. Le parole di Cristo al tentatore hanno segnato l’indole della Chiesa. La Chiesa – corpo mistico di Cristo – ha certamente un fine soprannaturale, ma oltre ad essere una società invisibile è anche una società visibile che opera nel mondo, è un’istituzione pubblica, dotata di una sua struttura giuridica e i suoi membri hanno come fine il cielo, ma sono uomini composti di anima e di corpo che vivono nel mondo, lottano contro il mondo, devono affermare nel globo le proprie idee e i propri valori».
[caption id="attachment_12139" align="aligncenter" width="1000"] Giuseppe Siri (Genova, 20 maggio 1906 – Genova, 2 maggio 1989) è stato un cardinale e arcivescovo cattolico italiano. Convinto difensore della tradizione liturgica e dottrinale della Chiesa e avversario delle ideologie totalitarie del XX secolo, che riteneva incompatibili con la fede cattolica, Giuseppe Siri salì rapidamente i gradi della gerarchia ecclesiastica fino a diventare vescovo ausiliare a 38 anni, arcivescovo di Genova a 40 e cardinale a 47. Governò l'arcidiocesi ligure dal 1946 al 1987, e, con i suoi 41 anni di durata, il suo episcopato fu probabilmente il più lungo della chiesa genovese. Partecipò a quattro conclavi, durante i quali venne sempre indicato fra i papabili. Siri fu anche, fra le varie cariche ricoperte, presidente della Conferenza Episcopale Italiana dal 1959 al 1965. Il suo carattere deciso, poco incline ai compromessi, e la tenace difesa delle proprie convinzioni divisero spesso l'opinione pubblica, suscitando grandi consensi e forti opposizioni. A Genova, città cui fu profondamente legato, fondò e sostenne numerose organizzazioni assistenziali, pastorali e culturali. Scrittore molto prolifico, la sua vastissima produzione si articola in centinaia di titoli, suddivisi fra lettere pastorali, libri, discorsi, omelie, articoli e relazioni.[/caption]
In tal senso la Chiesa non può assolutamente essere una madre part-time, ma deve svolgere la sua funzione a tempo pieno. Non a caso l’autorità della Chiesa non ha una fonte umana, ma si esercita su tutto il mondo e questa autorità sulle “cose” temporali è esercitata dalla Chiesa per difendere la propria libertà, ma per difendere anche la libertà dei propri figli, poiché ordinando gli uomini alla vita eterna la Chiesa non assicura loro solo la felicità eterna in cielo, ma offre loro anche il miglior modo di vivere nella sua terra. Il Vangelo non è una dottrina politica e sociale, ma solo nel rispetto del Vangelo l’ordine politico e sociale è fecondo e l’uomo è felice.
La tesi neo-modernista che si andava affermando negli anni Settanta era quella che occorreva purificare invece la Chiesa dalla sua “compromissione” con il potere: da una parte immergerla nel mondo, ma dall’altra liberarla “dalle incrostazioni”. La Chiesa sarebbe dovuta uscire dall’epoca costantiniana per sciogliere ogni legame con le strutture antiche del potere, farsi povera ed evangelica in ascolto del mondo.
L’avvento dell’era della secolarizzazione è ancora oggi presentato negli ambienti progressisti come «fine dell’epoca costantiniana». Per tale epoca si intende ovviamente quella inaugurata dall’Imperatore romano Flavio Valerio Aurelio Costantino (272 d.C. – 337 d.C.) il quale non solo restituì la libertà alla Chiesa con il celebre editto di Milano (313 d.C.), ma avviò con la Chiesa una politica di collaborazione, poi proseguita dai suoi successori.
Uno dei padri della Nouvelle Théologie, il domenicano Marie-Dominique Chenu (1895 - 1990) in una celebre conferenza tenuta nel 1961, rifiutava a piene mani la politica di Costantino, ma pretendeva di emancipare la Chiesa da quelli che definiva come i tre fattori decisivi della sua intromissione con il potere: il primato del diritto romano, quello del logos greco-romano e quello del latino come lingua liturgica. Non bisognava più porsi il problema di evangelizzare il mondo, ma contrariamente accettarlo così come si presentava e collocarsi al proprio interno. In pieno Concilio Vaticano II, nel 1963, continuava nella sua opera La Chiesa e il mondo l’affermazione della sua idea-progetto che insisteva sulla fuoriuscita dalla cristianità per liberarsi dall’influenza costantiniana che gravava ancora sulla Chiesa: «usciamo dalla preistoria, il mondo esiste. Tale realtà, rispetto al Vaticano I, è la grande originalità del Concilio».
L’undici ottobre del 1962, giorno della solenne inaugurazione del Concilio Vaticano II, un discepolo e confratello di Chenu, tale padre Yves Marie-Joseph Congar (1904 - 95) nel suo diario, pubblicato una decina di anni fa, deplorava il fatto che la Chiesa non aveva mai avuto in programma l’uscita dall’era costantiniana. Per Congar simbolo dell’era costantiniana era lo sventurato Pio IX che con il procedere della storia «non aveva compreso nulla» e inorridito da una possibile notizia di beatificazione di Papa Mastai-Ferretti, il sacerdote francese scrisse: «più ci penso, più trovo che Pio IX sia stato un uomo meschino e rovinoso. Quando gli eventi lo invitavano ad abbandonare l’orribile menzogna della donazione di Costantino e ad assumere l’atteggiamento evangelico non ha avvertito questa chiamata e ha sprofondato la Chiesa nella rivendicazione del potere temporale. Nulla avverrà di decisivo finché la Chiesa romana non avrà completamente abbandonato le sue pretese feudali e temporali ed è necessario che tutto questo sia distrutto e lo sarà».
Vale la pena sottolineare che Chenu presenta come coincidenti due prerogative che per il Papato sono assolutamente distinte: da una parte l’autorità indiretta della Chiesa su tutte le cose temporali che implicano questioni di fede e di morale e dall’altra la podestà terrena, rivendicata da Pio IX – mai sulla base della donazione di Costantino – del possedere quei domini temporali che garantivano la libertà di espressione e di culto dei cattolici in piena autonomia e senza ingerenze straniere. Questo diritto irrinunciabile della Chiesa, sempre negato dai suoi nemici nel corso della storia, si manifesta oggi nella presenza simbolica, ma reale, dello Stato della Città del Vaticano.
[caption id="attachment_12143" align="aligncenter" width="1000"] Da sinistra a destra, tre dei principali pensatori della Nouvelle Théologie: Karl Rahner (1904 - 84), Marie-Dominique Chenu (1895 - 1990), Yves Marie-Joseph Congar (1904 - 95).[/caption]
La perdita delle teorie concettuali cattoliche avvenuta negli anni Sessanta e Settanta, come la rinuncia alla Dottrina Sociale della Chiesa, significò de facto una subordinazione indiretta al socialismo francese di matrice marxista. Dunque al tramonto dell’epoca costantiniana, seguì l’alba dell’era anti-cristiana. Il silenzio del Concilio Vaticano II sul comunismo, non interruppe la persecuzione comunista del cattolicesimo e favorì contrariamente la migrazione dei cattolici verso il comunismo a tutti i livelli. Negli anni Settanta, mentre si intensificava la persecuzione anti-cattolica, i brigadisti “cattolici” come Renato Curcio (1941) – formatosi culturalmente in una facoltà cattolica a Trento –, imbracciavano le armi in favore del comunismo e nasceva in America Latina la Teologia della Liberazione.
La riforma liturgica del 1969 fu attuata in questo clima. La conclusione dell’epoca costantiniana, esigeva la fine della liturgia, che di quell’era della Chiesa era stata espressione. Ma quale era il principio di quella liturgia che si voleva sopprimere? La stessa che come ribadì Benedetto XVI, «resta liturgia della Chiesa».
La visione cristiana del mondo afferma che Dio è creatore e Signore del cielo e della terra: il riconoscimento e l’amore che a lui si deve, tende al suo dominio, ad ogni cosa che egli ha creato e che mantiene in vita e nella creazione e nel dominio del Signore avvengono tutte le cose private e pubbliche, materiali, spirituali e sociali. Dunque da ogni cosa si deve elevare il riconoscimento, ossia il culto a Dio. Proprio quest’ultimo è la relazione dell’uomo con Dio. Aristotele ha definito l’uomo un «essere sociale», ma il filosofo che non possedeva l’idea della creazione, ha ridotto la socialità degli uomini al loro rapporto con i propri simili. In realtà ciò che fa di un uomo un essere estroflesso, dipendente, è la sua relazione con Dio Creatore. Tale rapporto si può esprimere unicamente con la preghiera, che fa dell’uomo non un «animale sociale», ma un «homo religiosus».
Poiché Dio non è homo-homini-lupus (uomo, nemico dell'uomo), ma homo-homini-Deus (si è fatto uomo egli stesso, è Dio per l’uomo), e per salvare l’umanità – colpita dal peccato originale – ha fondato la Chiesa, la preghiera per eccellenza dell’uomo, l’unica che lo redime, è quella che lui fa all’interno della Chiesa, attorno all’Altare. La liturgia è la preghiera pubblica della Chiesa, l’atto non privato del singolo uomo, ma della comunità dei battezzati riuniti intorno al Santo Sacrificio dell’Altare. Questa liturgia non è solo la trasmissione della parola di Dio, l’uomo e la sua santificazione attraverso i sacramenti, ma essa è anche un insieme di forme sensibili che elevano l’uomo verso Dio e che lo aiutano a glorificarlo e a rendergli il culto dovuto.
La concezione secolarista pretende l’emancipazione del Creato da Dio stesso, relegare la sovranità di Cristo, di eliminarne l’autorità e l’influenza della Chiesa dalla società. Il secolarismo afferma il primato del profano sul Sacro, anzi l’espulsione stessa del sacro da ogni ambito della società: la perdita e la rinuncia di ogni legame trascendente e quindi dell’essenza stessa della religione, poiché quest'ultima ri-lega l’uomo a Dio. La condizione dunque della realtà ad un orizzonte terrestre e mondano e l’essenza di questo secolarismo è propriamente quel relativismo culturale che è a sua volta la maschera delle tendenze sregolate dell’uomo. La maschera intellettuale della ricerca del proprio piacere, dell’appagamento dei propri bisogni, del culto del proprio Io, all’interno di una gnosi creata appositamente che non dialoga con la realtà organica, proprio perché questa diviene separata da Dio, non coordinata a Lui.
Al contrario “sacro” è ciò che è ordinato a Dio e in questo senso è separato dal profano. La civitas Dei, radicalmente separata dalla civitas diaboli, è la sociètà di cui Gesù Cristo è il Capo. La perfezione della sacralità sta nella persona stessa di Gesù Cristo, perché in Gesù Cristo, Dio si dà massimamente ad una natura umana unita inscindibilmente a Lui in unità di persona. «In Lui – afferma San Paolo – abita corporalmente, tutta la grandezza della Trinità». E dunque nulla vi è di più antitètico alla secolarizzazione della Liturgia espressa dal sacrificio della Messa: quel sacrificio in cui trovano compimento quei misteri quali la passione, la resurrezione e l’ascensione di Gesù Cristo.
I protestanti hanno negato che la Santa Messa sia vero sacrificio, perché in essa non c’è immolazione del corpo di Cristo, che ora è glorioso e impassibile, ma il Concilio di Trento e la dottrina della Chiesa rispondono che il sacrificio non comporta necessariamente una immolazione reale e cruenta. Nella Santa Messa vi è una immolazione incruenta o sacramentale che rappresenta l’immolazione cruenta della Croce e ne applica i frutti. Il sacrificio della Messa non è dunque un memoriale o una semplice oblazione, ma è un vero sacrificio offerto da Cristo medesimo, sacerdote e vittima. Non a caso Réginald Garrigou-Lagrange (1877 - 1964) ci ricordava come San Giovanni nell’Apocalisse contempla l’Angelo che incensa con un turibolo d’oro l’Altare si cui sta l’agnello immolato. La celebrazione liturgica ha ricordato Giovanni Paolo II, nella lettera alla Congregazione per il culto divino del 21-09-2001 «è un atto della virtù di religione che coerentemente con la sua natura deve caratterizzarsi per un profondo senso del sacro. In essa l’uomo e la comunità devono essere consapevoli di trovarsi in modo speciale dinanzi a colui che è tre volte Santo e trascendente. Di conseguenza l’atteggiamento richiesto non può che essere permeato dalla riverenza e dal senso dello stupore che scaturisce dal sapersi alla presenza della Maestà di Dio. Non voleva forse esprimere questo Dio nel comandare a Mosè di togliersi i sandali davanti al rogo ardente»?
Certamente si può affermare come nulla meglio della Santa Messa Tradizionale esprime ciò che la celebrazione è nella sua intima essenza: il Santo sacrificio. Se c’è un luogo in cui il mondo secolarizzato non è penetrato, questo luogo e questo momento si ritrova nel rito romano straordinario. Dopo le parole introibo ad Altare Dei, la marea schiumosa della secolarizzazione che tutto sembra inquinare, si arresta davanti alle porte del santuario. Questa marea non penetra davanti al recinto immacolato in cui viene offerta e immolata a Dio, una vittima pura e senza macchia.
Il punto più sacro della Messa è il canone romano, la formula consacratoria composta – come ricorda il Concilio di Trento – in parte dalle parole stesse del Signore, in parte da ciò che è stato tramandato dagli apostoli e in parte da ciò che è stato stabilito dai Pontefici. Le parole immutabili del Canone, sono pronunciate nella Liturgia Tridentina a bassa voce, proprio per sottolineare la sacralità. Il silenzio esprime la distanza infinita, tra il Dio ineffabile che non può essere conosciuto nella sua essenza e l’umile creatura che senza di lui cadrebbe nel nulla. Ma questo Dio adorato nella sua Maestà divina non è lontano, anzi infinitamente vicino, perché si è donato in Cristo ed è presente sull’Altare: in corpo, sangue, anima e divinità e solo nella assoluta trascendenza divina si esprime la radicale ed estrema vicinanza di Dio all’uomo. Così il linguaggio del silenzio, si accompagna alle parole liturgiche per rendere somma gloria a Dio in questo rito. Nel suo saggio Introduzione allo Spirito della liturgia l’allora cardinale Ratzinger si espresse così: «il silenzio si oppone al frastuono, alla confusione, che Regna nella civitas diaboli e permette che più perfettamente si renda a Dio creatore la riverenza che spetta a Sua Maestà».
La Riforma Liturgica del 1969 venne considerata come espressione della svolta antropologica degli anni Sessanta e Settanta. Una grande novità che pretendeva colmare l’infinita distanza tra Dio e l’uomo, spogliando leggermente – qualora ciò fosse possibile – Dio della sua gloria ed elevando molto, se fosse possibile, l’uomo verso Dio, nell’illusione di abbreviarne la distanza.
Si può certamente discutere se la riforma di Paolo VI abbia apportato quella continuità o quella rottura con la tradizione precedente della Chiesa, ma il solo fatto che se ne discuta è sufficiente per denotarla quanto meno come una riforma ambigua. Difatti se la Riforma liturgica avesse avuto un rapporto di inequivocabile continuità, tale dibattito non si sarebbe aperto.
Il rito romano antico non permette equivoci di alcuna sorta e in esso vi è un senso ineguagliabile della trascendenza divina. Esso evidentemente non è l’unico rito possibile, ma è un rito che esprime con perfetta chiarezza l’ecclesiologia cattolica: quell’unica ecclesiologia, anche con differenti riti che la esprimono.
Ed allora come non poter ricordare il Mutu Proprio del 2007 di Benedetto XVI e definito come Summorum Pontificum, il quale concede una categorica, quanto fondamentale chiave interpretativa secondo cui «il rito antico non è stato e non avrebbe potuto essere abrogato». Le conseguenze di queste affermazioni sono più vaste di quanto si possa a prima vista immaginare, perché in primo luogo cadono le speranze o i timori di chi aveva evocato l’ipotesi di una «riforma della riforma», intesa come ibridazione tra le due tipologie della Santa Messa: la nuova e l’antica.
Di riforma è certamente possibile parlare per il nuovo rito, ma non per l’antico che non potendo essere abrogato non può essere strutturalmente modificato. Oggi, l’aumento importante dei coetus fidelium in tutta Europa – nonostante alcune difficoltà -, deve fornire un dato oggettivo di come il rito romano straordinario promosso dal Pontefice tedesco abbia ripreso piena forza non solo per il suo impianto teologico, ma anche dalla sua storia pressoché millenaria.
La storia delle nazioni europee – ha affermato Giovanni Paolo II – procede di pari passo a quella della sua evangelizzazione. L’Europa medievale si è costruita attorno al Vangelo, ossia attraverso la trasmissione di una fede annunciata dai successori degli apostoli, secondo la consegna data da nostro Signore: andate e battezzate tutte le genti. Non a caso il vecchio continente a partire dal IV secolo inizia a formarsi intorno ad una traditio, ovvero ad una consegna e trasmissione di Verità. La dimensione rituale e in un certo senso una dimensione costitutiva della nascita e dello sviluppo della società europea e cristiana dei primi secoli. Perché la parola traditio nel suo senso originale si riferisce alla trasmissione dei singula fidei, ovvero quelle formule verbali confermate dalla autorità ecclesiastica destinate alla pubblica professione della fede e fin dal quarto secolo il simbolo è rappresentato come la quinta essenza del Vangelo nelle cerimonie della traditio simboli e della redditio simboli che precedono il battesimo. La traditio e la redditio del simbolo, significano che il catecumeno riceve la fede della Chiesa e si impegna a vivere e a confessarla pubblicamente davanti alla comunità cristiana. Ma la traditio se si esprime nella consegna di verità destinate a formare il Depositum Fidei e anche ricerca dei modi in cui queste verità vengono trasmesse. Ogni verità si traduce in una liturgia secondo la nota formula di Sant’Ireneo, poiché «si custodiva fedelmente la tradizione venuta dagli apostoli» e l’Europa medievale in questo senso nasce intorno ad una tradizione liturgica, attorno ad un rito. Tale considerazione ci viene confermata anche dallo storico inglese Christopher Henry Dawson (1889 - 1970), il quale osserva come «dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) l’ordine sacro della liturgia rimase intatto nel caos, mentre tutto crollava mutando». Dunque la liturgia costituì il principale legante interiore della società e nello stesso tempo fu sede della tradizione e della fede, poiché in essa le due realtà si incontravano conciliandosi.
L’affermazione del primato romano, sotto Dàmaso I (305 d.C. - 384 d.C.), corre parallela all’affermazione dell’Ordo liturgico romano, la cui definitiva configurazione avviene fra il IV e il VI secolo, culminando nella creazione del Liber Sacramentorium di Papa Gregorio I (540 d.C. - 604 d.C.). La Liturgia dàmaseno-gregoriana, così come affermava Monsignor Klaus Gamber (1919 - 89), si andò imponendo progressivamente in Occidente rimanendo quello che è stata celebrata nella Chiesa latina fino alla riforma liturgica del 1969. Questo è esattamente il rito che Benedetto XVI ripropone alla Chiesa: tale liturgia gregoriana, espressione del rito romano antico, ci ricorda attraverso il suo silenzio, le sue genuflessioni, la sua riverenza, l’infinita distanza, che separa il cielo dalla terra; ci ricorda che il nostro orizzonte non è quello terreno, ma quello celeste; ci ricorda che nulla è possibile senza sacrificio e che il dono della vita naturale e soprannaturale è un mistero. Scrivendo ciò non possiamo certamente dimenticare l’esistenza di una nuova messa celebrata che rinnova anch’essa il sacrificio della croce in tutto il mondo promulgata e autorizzata dagli ultimi Pontefici.
Non si deve, né si può porre in contrapposizione il rito antico con la nuova Messa, ma si tratta unicamente di comprendere come la restituzione della libertà del rito antico opponga una nuova barriera al secolarismo avanzato. La messa degli apostoli aprì e chiuse tutti i 21 Concili Ecumenici della Chiesa, da Nicea al Vaticano II. Il rito romano straordinario di oggi, viene celebrato sotto le volte grandiose di San Pietro e nelle più umili e remote cappelle agli estremi confini della terra, ma fu anche la Santa Messa di tutti gli ordini religiosi fondati nella storia: fu celebrata sui campi delle Crociate, sulle galee pontificie prima della Battaglia di Lepanto e sulla collina di Kahlenberg prima della liberazione di Vienna. Questo rito romano, costituisce oggi la risposta più radicale e più perfetta alla sfida della secolarizzazione, quel guanto di sfida dell’umanesimo, orizzontale e laicista al mondo organico e verticale. Il Papa nel 2007 ha restituito a questo rito piena legittimità, piena cittadinanza e nessuno può impedirne la celebrazione o l’espressione dell’amore dei fedeli. Amiamo il rito romano perché amiamo la Chiesa e ringraziamo il Papa Emerito Benedetto XVI per aver restituito piena libertà a questa celebrazione troppo a lungo mortificata, essendo consapevoli che potrà donare alla Chiesa e alla società, nei prossimi anni e decenni, un nuovo sviluppo e un nuovo splendore.
 
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di Cristina Siccardi del 01/04/2019

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Monsignor Marcel Lefebvre è una delle sentinelle più importanti della Tradizione cattolica che si sono distinte nel XX secolo, è un paladino del Depositum Fidei di Santa Romana Chiesa, custode fedele della Santa Messa, dell’integrità del sacerdozio, del primato petrino, dal Credo stabile e fermo. Il suo nome, nell’immaginario collettivo, è spesso legato alla figura di un Vescovo “ribelle”, non obbediente alla Chiesa. Dagli anni Settanta del Novecento il solo pronunciarlo pareva evocare chissà quali negatività, chissà quali scissioni... Buona parte della pubblicistica e dei giornalisti l’ha dipinto come uno «scismatico», uno che voleva farsi una Chiesa tutta sua... In realtà fu una personalità scomoda perché parlò con coraggiosa chiarezza in un tempo di grande confusione nella Chiesa e nel mondo.
[caption id="attachment_11182" align="aligncenter" width="1000"] Marcel François Marie Joseph Lefebvre (29 Novembre 1905 - 25 Marzo 1991) è stato un arcivescovo francese di Santa Romana Chiesa.[/caption]
Cavaliere senza macchia e senza paura, in profonda umiltà, ha realizzato un vero e proprio forte, Écône, dove proteggere e difendere la Tradizione dagli attacchi scristianizzanti, secolarizzanti e relativistici, un luogo dove continuano ad essere formati sacerdoti preparati, pronti al sacrificio e all’abnegazione, attenti, in qualità di Alter Christus, a curare e salvare le anime. Paolo VI nell’omelia del 29 giugno, giorno dei Santi Pietro e Paolo, del 1972 dichiarò con drammaticità: «attraverso qualche fessura il fumo di Satana è entrato nella Chiesa». Monsignor Lefebvre identificò qual era la fessura: il tentativo di allontanarsi dalla Tradizione.
Marcel Lefebvre nasce a Tourcoing (Francia) il 29 novembre 1905 da una famiglia cattolicissima, che donò alla Chiesa, a partire dal 1738, cinquanta suoi figli, tra i quali un cardinale, diversi vescovi, numerosi sacerdoti, religiose e religiosi. Il padre di Marcel, René Lefebvre (1879 - 1944), ricco imprenditore tessile ed esponente di spicco della resistenza francese, venne incarcerato dai tedeschi nel 1941 e trucidato nel lager nazista di Sonnenburg (Brandeburgo). La madre, Gabrielle Watine (1880- 1938), morta in odore di santità, ebbe otto figli, dei quali due maschi (René e Marcel) divennero sacerdoti e due femmine (Bernadette e Christiane) religiose. Marcel, dalla precoce vocazione, entrò in «Santa Chiara», il Seminario francese dell’Urbe, dove acquisì una formazione romana e, dopo aver regolarmente svolto il servizio militare in patria, si laureò in Filosofia ed in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana. Il 21 settembre 1929 fu ordinato sacerdote a Lille, dove svolse un breve periodo come vicario in una parrocchia; entrò nel 1931 nella Congregazione missionaria dello Spirito Santo e partì per il Gabon il 12 novembre 1932.
Nei trent’anni di permanenza in Africa fece una prodigiosa semina evangelizzatrice, mietendo stima, considerazione, ammirazione. Appena giunto in terra di missione fu nominato professore di Dogmatica e di Sacra Scrittura al Gran Seminario di Libreville, che raggruppava tutti i seminaristi dell'Africa equatoriale francese.
Quando arrivava padre Marcel portava migliorie alla vita quotidiana. Cibo, indumenti, igiene, senso di vita e voglia di vivere per i popoli dei villaggi: l’evangelizzazione portava il benessere materiale, conseguente alla civilizzazione cattolica. Fondò scuole, seminari, chiese, invitando in Africa congregazioni e ordini religiosi, i quali apportarono una notevole ricchezza spirituale e carità cristiana.
Nel 1943 si trovò vacante il superiorato della missione di Lambaréné, perciò venne affidato all’instancabile padre Lefebvre, che qui rimase da aprile ad ottobre del 1945. Come era accaduto per altre stazioni missionarie, anche in questa si contraddistinse per la sua grande capacità organizzativa. Prima di tutto, però, era sacerdote. Battesimi, confessioni, comunioni, matrimoni, estreme unzioni, somministrati anche nell’ospedale fondato dal celebre medico tedesco Albert Schweitzer (1875 - 1965), luterano, verso il quale padre Marcel ebbe grande ammirazione e rispetto, ampiamente ricambiati, pur non condividendo la sua filosofia piuttosto incline al panteismo. Il dottor Schweitzer si recava alla missione di padre Lefebvre per curare i confratelli malati e il dottore alsaziano, musicista e amante di Bach, andava nella chiesa di San Francesco Saverio, nelle grandi solennità, per suonare l’organo.
Il ricordo di Monsignor Lefebvre, nell’Africa francofona, è ancora vivo, tanto che sono stati emessi francobolli con la sua effigie e sono state intitolate vie e piazze a suo nome. Rinvigorì quelle terre, portando la Buona Novella, sapendo dare al clero locale una spiccata vocazione evangelizzatrice, tanto da triplicare, tra il 1933 ed il 1947, la popolazione cattolica del Gabon; il Paese divenne il più cristiano dell'Africa francofona. Nel 1945 fu richiamato in Francia per assumere la direzione del Seminario dei Padri dello Spirito Santo a Mortain (Normandia). Nel settembre 1947, a 42 anni, monsignor Lefebvre fu, per volontà di papa Pio XII, consacrato Vescovo e nominato Vicario apostolico del Senegal.
[caption id="attachment_11184" align="aligncenter" width="1000"] Fu durante il regno di Pius PP. XII che l'arcivescovo Marcel Lefebvre fu consacrato vescovo, Arcivescovo di Dakar e Delegato Apostolico. Fu dalle labbra di papa Pio XII che arrivò il miglior tributo per lui: "L'arcivescovo Lefebvre è certamente il più efficiente e qualificato dei delegati apostolici".[/caption]
Un anno dopo venne nominato Delegato apostolico per tutta quell'Africa francofona di cui era divenuto punto di riferimento. Nel 1955 diventò il primo Arcivescovo di Dakar, quando in Senegal fu istituita la gerarchia locale. Restò Delegato apostolico fino al 1959 e Arcivescovo fino al 1962. In 11 anni di lavoro come Delegato apostolico le diocesi passarono da 44 a 65, inoltre a Dakar raddoppiò il numero dei cattolici e da 3 chiese presenti si arrivò a 13.
Nel 1962 fu nominato Vescovo di Tulle, piccola diocesi della Francia, quantunque già Arcivescovo, con plateale quanto inusuale, nella storia della Chiesa, umiliazione infertagli da Giovanni XXIII, nel compiacimento dell’episcopato francese e nell’accettazione, in spirito di obbedienza, dell’interessato. Nello stesso anno venne eletto Superiore Generale dei Padri dello Spirito Santo, funzione dalla quale si dimise nel 1968, a causa dei venti modernisti entrati nella Congregazione. Dal 1962 al 1965 fu padre conciliare e guida della resistenza conservatrice al Concilio Ecumenico Vaticano II, coagulata intorno al Coetus Internationalis Patrum. Forte fu la sua presa di posizione contro un Concilio pastorale nei cui dettami vedeva e denunciava pubblicamente le conseguenze scristianizzanti, irragionevoli, relativistiche e lassiste che ne sarebbero sorte. Oggi, a distanza di quasi trent’anni dalla sua scomparsa e a più di cinquanta dalla chiusura del Concilio, possiamo storicamente avvicinarci a lui con maggiore serenità e senza acrimonia, considerando questo sacerdote, non come il nemico di qualcuno, bensì come un impavido e lungimirante soldato di Cristo.
Lefebvre si presenta al Concilio Vaticano II come un riformatore pacelliano molto prudente. Siamo l'11 ottobre 1962 e dopo oltre un secolo la Chiesa Cattolica Romana si riunisce nuovamente. L’arcivescovo francese si presenta all’importante appuntamento come uno dei Padri Conciliari, con spirito relativamente fiducioso: reputa che la preparazione sia stata ben organizzata, ma ben presto inizia a rendersi conto che è presente un’incertezza “liberale” in seno al Concilio, verso la quale bisogna rispondere. Ma gli schemi preparati da Lefebvre in tre anni di lavoro vengono respinti fin dalle prime giornate di lavoro. Con grande prepotenza e fermezza si impongono nel Concilio alcuni uomini di Chiesa che possono essere definiti tranquillamente dei “rivoluzionari”, ispirati soprattutto dalla Nouvelle théologie di indirizzo francofono, ovvero da: Yves Marie-Joseph Congar (1904 - 1995), Marie-Dominique Chenu (1895 - 1990), Henri-Marie Joseph Sonier de Lubac (1896 - 1991), Karl Rahner (1904 - 1984) e Jean-Guenolé-Marie Daniélou (1905 - 1974). Inoltre tali tesi, trattandosi di un Concilio Pastorale e non Dottrinale, si diffondono e influenzano i vescovi, i quali – anche se dichiarano di non toccare il dogma cattolico, votano dei testi fondamentali che modificano i rapporti tra la Chiesa e il mondo. Lefebvre stesso riassume tali comportamenti con la frase: «è la rivoluzione francese». Ora, se la rivoluzione francese è liberté, égalité, fraternité, il Concilio si apprestava a scrivere una dichiarazione sull’importanza della “libertà di coscienza”. Condannata dai Papi nel XIX secolo, la “libertà religiosa” viene riconosciuta dal Concilio Vaticano II e dunque viene concesso ad ogni uomo il diritto di professare apertamente ciò che gli detta la coscienza: il voto provoca reazioni dal mondo intero. Secondo l’arcivescovo francese, la religione cattolica è nella verità, dunque solo la verità ha dei diritti e l’errore conseguentemente non può avere alcun diritto, «non si può mai avere un diritto naturale, cioè un diritto che in definitiva è dato da Dio – perché la Chiesa considera che è Dio che ci ha dato la natura».
Altro cardine nuovo del Concilio è la collegialità, ovvero il Governo della Chiesa vuole dare espressione a tutti: ancora liberté, égalité, fraternité. La collegialità è l’argomento che scatena passioni, poiché riguarda il potere del Papa e dei Vescovi; per Lefebvre e per tutto il filone tradizionalista, la collegialità è ingiusta per il dovere decisionale di un vescovo, poiché se c’è uguaglianza decisionale in seno ad una Conferenza Episcopale avviene la sottomissione di ogni singolo vescovo al giudizio del collegio. Dunque il potere del vescovo nella sua diocesi diminuisce in favore della centralità degli episcopati. Il Concilio modifica anche il rapporto con la Chiesa e le altre religioni: i separati dalla Chiesa, gli scismatici e gli eretici, sono considerati dei “fratelli nella fede”. Su tale punto ancora Lefebvre insiste: «quelli che si sono separati (dalla Chiesa Cattolica) tornino a me, sono loro a dover fare la strada, mentre adesso – questa la profonda novità dottrinale del Concilio – i cattolici ritengono che la conversione che avverrà all’unità della Chiesa non sia in qualche modo a senso unico, ma noi tentiamo, noi sappiamo, noi proclamiamo, noi altri cattolici, che dobbiamo fare un grande sforzo per poter accogliere tutti i nostri fratelli separati in modo che si sentano liberi in una Chiesa veramente Una. [...] L’ecumenismo, mette praticamente tutte le religioni sullo stesso piano e dà il diritto comune a tutte le religioni. Ed è proprio lì un problema, a mio avviso, eccessivamente grave, perché il fatto di mettere tutte le religioni sullo stesso piano, distrugge la Chiesa. Se la Chiesa si definisse.. deve definirsi come l’unica vera.. la sola a detenere la verità, se mette ciò che chiama errori, le altre religioni erronee sul suo stesso piano, necessariamente non le resta che sparire, non ha più ragion d’essere».
Non si parla più dei protestanti come degli eretici, ma essi divengono “nostri fratelli nella fede” e, proseguendo pervicacemente nel dialogo interreligioso, mancherà poco che le altre gerarchie dichiarino che anche i musulmani sono “nostri fratelli” perché credono in Dio. Per Monsignor Lefebvre è il diavolo che penetra, poiché questo si incarna da sempre con i valori della rivoluzione francese, penetrati nella Chiesa. L’organizzazione dei padri “liberali” consegue il successo delle loro idee e solo molto tardivamente avviene un’organizzazione dei Vescovi conservatori con l’italiano Luigi Maria Carli (1914 - 1986), i brasiliani Antônio de Castro Mayer (1904 - 1991) e Geraldo de Proença Sigaud (1909 - 1999), i quali insieme a Monsignor Lefevbre costituiscono Il Coetus Internationalis Patrum (Gruppo Internazionale di Padri conciliari). Il Gruppo riesce a rinviare, per ben cinque volte, il documento sulla libertà religiosa, ma l’8 dicembre del 1965, Paulus PP. VI chiude ufficialmente il Concilio Vaticano II con il grande cambiamento della Chiesa in materia dottrinale. Ma agli occhi dei fedeli il cambiamento più visibile, nato sempre dal Concilio, resta senza dubbio quello della liturgia. Fin dal 1969 Paulus PP. VI ordina l’applicazione del Novus Ordo Missae, al posto dell’antico Messale detto di "San PioV". Nonostante le disposizioni, Marcel Lefevbre decide di continuare a celebrare l’antico Messale di sempre. L’arcivescovo francese era perfettamente cosciente che la nuova messa, era stata pensata e redatta in accordo con i protestanti, per eliminare le porzioni della liturgia che infastidivano la loro eresia. Ebbe a scrivere, nella cosiddetta «dichiarazione» del 21 novembre 1974: «noi aderiamo con tutto il cuore, con tutta la nostra anima alla Roma cattolica, custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie alla conservazione di questa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità». La verità che andò professando con forza, fino ad apparire disobbediente, con coraggio, fino a rimetterci di persona, e con determinazione, subendo invettive ed umiliazioni.
Nel maggio del 1969 alcuni seminaristi chiesero a monsignor Lefebvre di poter ricevere da lui una formazione sacerdotale cattolica tradizionale e, piegato dalle loro insistenze, decise di fondare a Friburgo il «Convitto internazionale San Pio X», il Papa santo che aveva condannato l’eresia modernista nel 1907 con l’enciclica Pascendi Dominici Gregis. Il 1° ottobre 1970 aprì, con l’autorizzazione del Vescovo di Sion (Svizzera), un anno di spiritualità di preparazione agli studi ecclesiastici ad Écône (Svizzera) e in dicembre vide la luce, con approvazione episcopale, il Seminario della Fraternità San Pio X. Tuttavia si formò un clima di profonda avversione intorno a monsignor Lefebvre, che non rinunciava a denunciare, con la determinazione di un sant’Atanasio (295 - 373) o di una santa Caterina da Siena (1347 - 1380) e con una sorprendente lucidità tomista, le malsane idee neo-moderniste, parlando nei momenti opportuni e inopportuni, come insegna san Paolo (2 Tm 4, 1-2), mettendo in guardia dai cattivi maestri, apportatori, con linguaggio talvolta ambiguo, di erronei insegnamenti in seminari ed università.
Lefevbre più volte ha affermato come «dei seminaristi sono venuti a trovarmi e hanno chiesto di avere una formazione, ci sono dei genitori che mi hanno detto “non abbandonate i nostri figli, vogliono essere sacerdoti, hanno diritto ad una buona formazione”; ci sono dei fedeli che volevano la Messa e i Sacramenti». Questa è stata sempre la condotta di Monsignor Lefevbre: si risponde ai bisogni dei fedeli, ed era tanto più preoccupato della regolarità canonica proprio perché si rendeva ben conto che era obbligato ad essere in contrasto con certe direttive di Roma e voleva assolutamente che i fedeli pregassero per il Papa e per il canone della Messa, per il Vescovo della Diocesi, rifiutando sempre le tesi semi-vacantiste e quindi la sua prima preoccupazione era l’unione con Roma. Per l’arcivescovo francese i superiori sono fatti per il bene e non possono impedire ai fedeli di avere la Messa, di avere i sacramenti e quindi non si può usare il diritto canonico contro il bene dei fedeli, ed è per questo che considerava che ci sono dei momenti in cui si è dispensati – lo stato di necessità nella Chiesa -, risalendo al principio superiore delle leggi della Chiesa, chiamato Salus animarum (la salvezza delle anime) e nulla può impedire al sacerdote di salvare le anime.
Per la quaresima del 1961 monsignor Lefebvre scrisse una lettera pastorale di stupefacente valore contemporaneo: «molti motivi devono suscitare nei nostri animi la sete della verità. Le nostre anime sono fatte per la Verità. Le nostre intelligenze, riflesso dello spirito divino, ci sono state date al fine di conoscere la Verità, di darcene la luce che ci indicherà lo scopo verso il quale deve orientarsi tutta la nostra vita… Chi si forgia una verità sua propria vive l’illusione, in una menzogna immaginaria… La corruzione dei pensieri è ben peggiore della corruzione dei costumi… È per questo che il dovere più pressante dei vostri pastori, che devono insegnarvi la Verità, è quello di diagnosticarvi quelle malattie dello spirito che sono gli errori. E come non deplorare, come già faceva san Paolo, che alcuni di coloro che hanno ricevuto la missione di predicar la Verità non han più il coraggio di dirla, oppure la presentano in un modo tanto equivoco che non si sa più dove si trova il limite fra Verità e l’errore… Si può dire che ancor oggi esiste una certa letteratura religiosa, o che pretende d’occuparsi di religione, che il talento d’impiegare parole equivoche o di forgiare dei neologismi di tale natura… da sperare di poter così mantenere l’approvazione della Chiesa pur compiacendo coloro che sono fuori dalla Chiesa o che la perseguitano… Questa concezione del linguaggio (equivoco) è segno della corruzione dei pensieri». Tale affermazione ricorda le denunce anti-liberali del beato, prossimo alla canonizzazione, cardinale John Henry Newman (1801 - 1890), il quale giunse ad affermare: «in questi cinquant’anni ho pensato che si stiano avvicinando tempi di diffusa infedeltà, e durante questi anni le acque, infatti, sono salite come quelle di un diluvio. Prevedo un’epoca, dopo la mia morte, nella quale si potranno soltanto vedere le cime delle montagne, come isole in un vasto mare. Mi riferisco principalmente al mondo protestante; ma i leaders cattolici dovranno intraprendere grandi iniziative e raggiungere scopi importanti, e avranno bisogno di molta saggezza e di molto coraggio, se la Santa Chiesa deve liberarsi da questa terribile calamità, e, sebbene qualunque prova che cada su di lei sia solo temporanea, può essere straordinariamente dura nel suo decorso». Autorevole fu «il richiamo dell’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ed oggi Pontefice f.r., che denunciò in un famoso libro-inchiesta Rapporto sulla Fede – la deleteria presenza d’uno spirito anti: presenza dell’inimicus homo e della zizzania da lui seminata a piene mani nei solchi della Chiesa conciliare e postconciliare per renderne difficile il discernimento secondo la Fede e stemperarlo nel possibilismo, nel relativismo, nell’immanentismo del pensiero moderno. Poco prima d’ascender al soglio di Pietro, fu ancora il card. Ratzinger, nel memorabile e drammatico testo per la “Via Crucis” del venerdì santo 2005, a parlar di “sporcizia”... nella Chiesa, anche fra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Dio, di “superbia... autosufficienza... e mancanza di Fede”, e concluse con una preghiera che fa rabbrividire: «Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti» (J. Ratzinger, Via Crucis, Tip. Vatic. 2005, pp. 63-65). Non era stato da meno il suo predecessore, il quale, nonostante tutto il suo ottimismo tipicamente “conciliare”, aveva dovuto costatare che il Cattolicesimo europeo è in uno «stato d’apostasia silenziosa».
Storico anche il suo discorso sul comunismo, poiché fu uno dei primi vescovi a toccarne l’argomento: «che dicono i comunisti? Dicono che la religione è un’alienazione. Si, è vero, la religione è un’alienazione, nel senso che noi doniamo i nostri corpi, le nostre anime, la nostra intelligenza, la nostra volontà nelle mani di Dio. Noi ci alieniamo per donarci interamente a Dio, interamente a Colui che ci ha creati. Voi vi alienerete per un partito, per degli uomini. Voi mettete tutta la vostra natura, tutta la vostra forza, tutto ciò che avete nelle mani degli uomini».
Prima della «ribellione» ad un sistema che sull’onda della modernità e del relativismo stava trascinando con sé l’ecclesiologia che aveva ceduto alle lusinghe del mondo con la giustificazione di essere al passo con i tempi, Lefebvre era all’unanimità considerato un prete e un Vescovo modello. In seguito, con le burrasche conciliari e postconciliari, dritto come un fuso fino alla fine, continuò a parlare chiaro, senza ambiguità o diplomazie, divenendo maestro, amabile padre e formatore di molti figli, pronti alla «buona battaglia»: «lasciate trasparire in voi il Cristo, affinché i fedeli, accanto a voi, siano un po’ più celesti, un po’ più vicini a Dio, un po’ più lontani dalle cose terrene, affinché possiate condurli veramente a Nostro Signore e al Cielo!». «Le Sacerdoce, c’est l’amour du coeur de Jésus» (Il Sacerdote, è l’amore del cuore di Gesù), diceva il santo Curato d’Ars. Il sacerdote è la massima espressione in terra di unione fra contingente ed eternità. Affermava ancora san Giovanni Maria Vianney: «Tolto il sacramento dell’Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la prepara a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire per il peccato, chi la resusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote... Dopo Dio, il sacerdote è tutto!... Lui stesso non si capirà bene che in cielo» . Tale missione e tale grazia di Dio per l’umanità furono sempre la stella polare di monsignor Lefebvre.
Con desolazione e amarezza Paolo VI, ancora nell’angosciata omelia del 29 giugno 1972, dichiarava: «Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza». Oggi verrebbe da dire: ma Lefebvre, il vituperato Lefebvre, l’aveva detto... L’aveva detto, con ardore e passione, con dolore e forza, subendo conseguenze molto gravi e pagando di persona, con la sospensione a divinis (22 luglio 1976), prima, e con, addirittura, la scomunica (1° luglio 1988), poi.
[caption id="attachment_11186" align="aligncenter" width="1000"] Il 30 giugno 1988, Lefebvre, con il vescovo emerito Antônio de Castro Mayer di Campos (Brasile), come co-consacrante, consacrò quattro sacerdoti FSSPX come vescovi (da sinistra a destra): Bernard Tissier de Mallerais (1954), Richard Williamson (1940) , Alfonso de Galarreta (1957) e Bernard Fellay (1958). Quest'ultimo oggi è il Superiore Generale della FSSPX dal 12 luglio del 2006.[/caption]
Affermerà sulla situazione della Chiesa: «Ora, è evidente che questo nuovo rito, è sotteso – se così si può dire – verso un’altra concezione della religione cattolica, un’altra religione. Non è più il sacerdote che offre il santo sacrificio della messa, è l’assemblea. Questo è tutto un programma. Ormai, è l’assemblea che sostituisce anche l’autorità nella Chiesa: è l’assemblea episcopale che sostituisce il potere dei vescovi, è il consiglio presbiterale che sostituisce il potere del vescovo nella Diocesi, è il numero che comanda oramai nella Santa Chiesa e questo è espresso nella Messa proprio perché l’assemblea sostituisce il sacerdote al punto tale che ora molti sacerdoti non vogliono più celebrare la Santa Messa quando non c’è assemblea. Piano piano è la nozione protestante che s’introduce nella Santa Chiesa […] È vero è sempre penoso essere in difficoltà con le autorità e non desidero altro che di rientrare in buoni rapporti con loro, ma mi sento sostenuto, direi, da 2.000 anni di Cristianità. Di conseguenza, ho perfino l’impressione che la mia posizione sia più tranquilla della loro. Essi si basano su di una Chiesa che è cominciata dal Vaticano II, io ho 2.000 anni di Chiesa dietro di me».
Trascorse gli ultimi anni della sua vita tra i continui spostamenti dovuti al consolidamento e allo sviluppo provvidenziale dell’opera internazionale San Pio X e nella quiete di chi sa di aver seguito la volontà di Dio, si spense nell’ospedale svizzero di Martigny il 25 marzo 1991, giorno dell’Annunciazione di Maria Vergine. Sulla sua semplice tomba, nel caveau di Écône, venne scritto, secondo il suo desiderio: Tradidi quod et accepi («Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto», 1Cor 15,3).
Non possedeva doti profetiche, ma era un profondo realista, guardava la realtà in faccia, senza nascondersi dietro le illusioni, le facili e comode utopie. Ed ecco che la Chiesa di Benedetto XVI con il Motu proprio del 7 luglio 2007, Summorum Pontificum, liberalizza la Santa Messa di sempre, il cui «Messale non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso», e il 24 gennaio 2009 revoca il decreto di scomunica latae sententiae ai vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, consacrati da monsignor Marcel Lefebvre nel 1988.
Per approfondimenti
_M. Marín, John Henry Newman. La vita (1801-1890), Jaca Book, Milano 1998;
_B. Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, Frigento (Avellino) 2009;
_«Semaine religieuse», Tulle, 20 aprile 1962;
_Le Sacerdoce, c’est l’amour du coeur de Jésus, in Le curé d’Ars. Sa pensée - Son coeur. Présentés par l’Abbé Bernard Nodet, éd. Xavier Mappus, Foi Vivante, 1966;
_Cristina Siccardi, Mons. Marcel Lefebvre. Nel nome della verità, Sugarco Edizioni;
_Cristina Siccardi, Maestro in sacerdozio. La spiritualità di Monsignor Marcel Lefebvre, Sugarco Edizioni;
_Cristina Siccardi, Nello specchio del Cardinale John Henry Newman, Fede e Cultura, 2010.
 
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