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di Giuseppe Baiocchi del 25/03/2026

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Nato a Bodenwerder nel 1720, Münchhausen, un nobile con una propensione per la teatralità, crebbe in una buona famiglia, ricevendo un’educazione adeguata e quella dose di fiducia in se stessi necessaria per poter poi affermare con credibilità di essersi tirato fuori da una palude tirandosi per i capelli.

[caption id="attachment_37045" align="aligncenter" width="1000"] Le “lezione di stile” che il Barone impartiva erano le seguenti: dillo in grande, esagerare con l’atteggiamento, crea una fascinazione sulla tua persona, fai che un evento possa apparire impossibile e soprattutto non prendetela troppo sul serio.[/caption]

Da giovane, prestò servizio nell’esercito, incluso un periodo alla corte russa dello Zar. Lì raccolse aneddoti, visse avventure e probabilmente intuì per la prima volta che una bella storia diventa ancora migliore se raccontata con stile. Tornato nella sua tenuta in Bassa Sassonia, iniziò a intrattenere gli ospiti con i suoi racconti: storie di caccia, avventure di viaggio, incontri con i lupi, cavalli tagliati a metà e corni di palo congelati. I suoi ascoltatori sapevano che era impossibile, ed è proprio per questo che ne volevano ancora. Münchhausen non era un ciarlatano, bensì un intrattenitore, un maestro dell’esagerazione. Un aristocratico con un acuto senso del tempismo. I suoi racconti furono pubblicati nel 1785 senza il suo coinvolgimento e lo resero involontariamente famoso in tutto il mondo. La figura letteraria del barone Münchhausen sviluppò una vita propria, oscurando di gran lunga il barone reale. Improvvisamente, non era più solo un proprietario terriero, ma un mito.

[caption id="attachment_37046" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra: G. Bruckner, Ritratto del giovane barone di Münchhausen, 1752; a destra: albero genealogico della famiglia.[/caption]

Di rilievo sono la sua cavalcata sulla palla di cannone, il viaggio sulla luna, il cavallo che, dopo una battaglia, era ridotto a sole due metà, ma continuava coraggiosamente a pascolare. Per inciso, si dice che il vero Barone di Münchhausen avesse un senso dell’umorismo, ma che non fosse affatto entusiasta di diventare la figura simbolica del “Barone delle Bugie”. Il suo nome divenne sinonimo di fantastiche falsità. Eppure, la sua storia è più di una semplice esagerazione: racconta di un’epoca in cui la cultura dei salotti, la narrazione e il glamour sociale costituivano un palcoscenico in cui il carisma contava. Münchhausen non era un ciarlatano; era uno stilista. Le sue “bugie” erano opere d’arte: drammaticamente precise, visivamente potenti e meravigliosamente assurde. In un mondo che spesso si sforza di essere sobrio, pragmatico ed efficiente, il Barone ci ricorda che l’immaginazione è un lusso e l’umorismo la forma più elegante di sovranità. Il Barone di Münchhausen fu più di una figura letteraria. Fu un gentiluomo avventuriero, un maestro narratore, uno dei primi custodi del proprio mito. E forse è proprio questa la sua più grande eredità: ciò che conta non è se qualcosa sia possibile, ma con quanta maestria venga raccontata. O, come probabilmente direbbe lo stesso Barone: “Era tutto esattamente come descritto, solo un po’ più sorprendente”.

[caption id="attachment_37047" align="aligncenter" width="1000"] A Bodenwerder vi è la casa natale di Münchhausen: un imponente edificio a tre piani. Sopra la porta, il padre Georg Otto von Münchhausen, fece scolpire in arenaria lo stemma di famiglia, con le proprie iniziali unite a quelle della moglie e l’antico motto di Münchhausen, “Mine Borg ist God” (Il mio luogo di nascita è Dio). Dal 1936, la casa natale di Münchhausen è di proprietà del comune di Bodenwerder e funge da municipio (non è aperta al pubblico). Inoltre, lo spettacolo di Münchhausen va in scena sui gradini del municipio ogni prima domenica del mese da maggio a ottobre. Da oltre 20 anni, gli attori della compagnia teatrale amatoriale deliziano grandi e piccini amanti delle fiabe con i racconti dell'incredibile narratore dalle 15:00 alle 16:00.[/caption]

Oltre al barone storico, esiste anche un vero barone von Münchhausen: un conservatore, amante della caccia, il quale vanta numerosi palchi di cervo appesi alle pareti con splendidi trofei barocchi. Rembert Hubertus Freiherr von Münchhausen accoglie gli ospiti nella galleria vetrata della sua villa con giardino, situata nel maniero di Groß Vahlberg, in Bassa Sassonia, a 14 chilometri da Wolfenbüttel. La casa a graticcio sorge su una leggera altura, offrendo una vista panoramica a nord sulla tenuta, con il suo imponente cortile triangolare che si estende fino alle colline degli olmi in lontananza, l’ultimo rilievo significativo prima della pianura della Germania settentrionale. Groß Vahlberg stessa si annida ai piedi delle colline dell’Asse, famose e famigerate per una miniera in disuso dove sono stoccati barili di scorie radioattive.

[caption id="attachment_37039" align="aligncenter" width="1000"] L’albero genealogico dell’ormai ampiamente ramificata famiglia nobiliare di Münchhausen risale al 1166 ed è stato da allora completamente documentato. La linea paterna di Rembert von Münchhausen ha le sue radici negli Altipiani del Weser e a Braunschweig. Il castello di Vitzenburg, con i suoi possedimenti forestali e 2.000 ettari di terreni agricoli, apparteneva alla nobile famiglia von der Schulenburg. Il legame con i Münchhausen della Bassa Sassonia si stabilisce attraverso il matrimonio di suo nonno Rembert con la contessa Auguste, proprietaria di Vitzenburg. «Mia madre, Annemarie, nata e cresciuta a Vitzenburg, sposò mio padre, Adelbert», spiega il Barone.[/caption]

Occasionalmente viene chiamato “Herr Baron” per strada, sia nella residenza ancestrale di Groß Vahlberg che nella foresta di Ziegelroda. Il barone possiede un pittoresco parco con alberi secolari e piccoli ponti ad arco. «Mi sento a casa qui. Amo la pace e la tranquillità», afferma il sessantatreenne. Per la famiglia von Münchhausen, casa significa anche 530 ettari di foresta nella foresta di Ziegelroda o nel castello di Vitzenburg (distretto di Saalekreis), che rimasero di proprietà della famiglia fino al 1945, prima che la nobile famiglia venisse completamente espropriata senza indennizzo dall’amministrazione militare sovietica. Il nonno Rembert von Münchhausen, uomo equilibrato e dalla voce pacata, alza la voce. Il fatto che ai proprietari terrieri nella zona di occupazione sovietica fosse permesso di conservare le proprie proprietà se i loro terreni non superavano i 100 ettari, mentre tutti gli altri che possedevano di più perdevano tutto ed erano trattati come criminali, «fu una grande ingiustizia che non venne sanata nemmeno dopo la riunificazione». Un’ingiustizia che il nonno di Münchhausen, anch’egli di nome Rembert, pagò con la vita: a causa della sua nobile stirpe, fu imprigionato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale nel campo di concentramento di Buchenwald, che i sovietici continuarono a gestire come campo speciale fino al 1950. «Mio nonno morì di fame lì. Sappiamo quanto fosse terribile e crudele il campo grazie a un camerata di prigionia, un calzolaio, che mise per iscritto i suoi ricordi. Nascose queste righe in un piccolo libro di storie sul barone di Münchhausen, affinché nessuna spia potesse trovarle», racconta il barone. Quel barone al quale furono attribuite avventure miracolose come la cavalcata su una palla di cannone, è appunto uno dei suoi antenati. Ma lui non insiste su questo punto, anche se presta molta attenzione sulla corretta pronuncia del cognome. L’accento cade sulla prima sillaba: è importante. Nella loro città natale, i Münchhausen sono considerati persone con i piedi per terra, soprattutto sua moglie Verena, nata von Hardenberg, che ha già ricoperto la carica di vicesindaco. La coppia ha tre figli adulti. A Groß Vahlberg, con i suoi 420 abitanti, la gente è naturalmente molto più interessata alla miniera di Asse che al destino dell’aristocrazia. Qui, un bidone giallo con il simbolo nucleare si erge davanti a quasi ogni casa. Oppure una grande “A” fatta di listelli di legno. Questi sono segni di protesta. Tra il 1967 e il 1978, la cupola di sale fu utilizzata per testare lo smaltimento definitivo di scorie radioattive. 126.000 barili sono stoccati a una profondità di 750 metri. La regione teme la contaminazione da scorie radioattive; la miniera non è sicura. Il governo federale si è impegnato a bonificarla. La famiglia Münchhausen lotta al fianco della popolazione locale per un futuro sicuro. Rimangono attivi nella politica locale e nella comunità parrocchiale. E custodiscono gelosamente il loro patrimonio. La famiglia acquistò la tenuta nel 1776. Inizialmente, la utilizzarono come residenza estiva, trascorrendo gli inverni a Braunschweig. Nel XIX secolo, Groß Vahlberg divenne la loro dimora ancestrale. «E quando la famiglia si riuniva, ai tempi in cui esisteva ancora la DDR, Vitzenburg era sempre un argomento di conversazione. E così non venne dimenticata».

[caption id="attachment_37040" align="aligncenter" width="1000"] Cartolina del 1910: è opportuno ricordare che esiste anche un castello di Münchhausen a Niederschwedeldorf nella contea di Glatz/Slesia. Il castello di Niederschwedeldorf fu costruito tra il 1840 e il 1844 da Ernst, barone di Münchhausen (1793 - 1865), su progetto dell’architetto di corte di Kamenz, Ferdinand Martius. Oggi il castello è di proprietà privata. Nel parco circostante si trova il mausoleo neogotico dei baroni di Münchhausen.[/caption]

Dopo il 1990, gli sfollati fecero ritorno alla foresta di Ziegelroda. L’ex tenuta, poi “di proprietà del popolo” appartenente alla Repubblica Federale Tedesca, era disponibile per gli ex residenti a un prezzo ridotto, qualora lo desiderassero. La famiglia Münchhausen riacquistò così i suoi 530 ettari di foresta. Il castello di Vitzenburg appartiene ora a un uomo d’affari berlinese, mentre i terreni agricoli sono di proprietà di un’azienda agricola che si è trasferita dalla Germania Ovest alla Germania Est dopo la riunificazione. Rembert von Münchhausen visita la sua foresta due volte al mese, a circa due ore di macchina da Vahlberg. In quell’occasione alloggia al Nebra Castle Hotel. Possiede anche una piccola ex locanda proprio accanto al castello di Vitzenburg. Tuttavia, è probabile che sarà suo figlio Georg, che ha acquistato un vigneto nella zona, a occuparsi dell’edificio. Nella tenuta di famiglia, Rembert von Münchhausen gestisce un’azienda agricola, portando avanti una tradizione familiare lunga 250 anni. Appassionato cacciatore, è anche presidente dell’associazione per la gestione del cervo rosso nella foresta di Ziegelroda. «Voglio preservare la popolazione di cervi rossi e non sono un sostenitore di metodi radicali come le battute di caccia su larga scala, in cui 170 cacciatori sparano a qualsiasi cosa si muova», afferma il sessantatreenne, senza nascondere di aver avuto diverse controversie, soprattutto con i rappresentanti del servizio forestale statale. L’isolamento della popolazione di cervi rossi nella foresta era già una preoccupazione per il suo bisnonno Werner, che all’inizio del XX secolo fece trasportare giovani cervi rossi dai Carpazi nella foresta e li liberò. L’idea era che si sarebbero incrociati con i cervi rossi autoctoni per produrre animali più robusti. Il ringiovanimento genetico ebbe successo.

[caption id="attachment_37048" align="aligncenter" width="1000"] Ottant’anni fa, il 5 marzo 1943, usciva nelle sale il leggendario film a colori “Münchhausen”. Nello stile delle commedie hollywoodiane americane, il film narra le fantastiche avventure del barone di Münchhausen di Bodenwerder, interpretato magistralmente da Hans Philipp August Albers (1891 - 1960[/caption]

E che dire del presunto Barone di Münchhausen, la cui statuetta di porcellana, in numerose varianti, è esposta nelle vetrine del laboratorio di vetro della tenuta? «Le storie sono state inventate. Ne sono certo», afferma Herr Baron. Presumibilmente, nel XVIII secolo, l’obiettivo era vendicarsi della famiglia von Münchhausen, che, agli occhi di alcuni contemporanei, esercitava troppa influenza politica. «Così cercarono un Munchausen più facile da attaccare». Hieronymus era un soldato al servizio dell’esercito russo ed era noto per essere un abile narratore: il bersaglio perfetto. La sua fama, tuttavia, è dovuta ai poeti Rudolf Erich Raspe e Gottfried August Bürger, che ne divulgarono le storie. «Il Barone era furioso, ma non poté farci nulla», racconta il discendente Rembert. Ciò che un tempo era fonte di irritazione è ora un dono; l’adattamento cinematografico con Hans Albers è considerato un classico. Il nome di Münchhausen deve la sua fama al barone Münchhausen, e la foresta di Ziegelroda un tocco di glamour.

[caption id="attachment_37051" align="aligncenter" width="1000"] “Una mattina, mentre volavo sulla mia sfera sopra le valli nebbiose del Salzkammergut, ho pensato tra me e me: tirerò fuori dal lago le mie idee ammassate prendendole per i capelli e infonderò loro nuova vita”. Una vita vissuta attraverso gioielli e accessori, perché questo venerabile marchio – un patrimonio culturale preservato per oltre trecento anni dal mio prozio, l'intrepido Hieronymus von Münchhausen – racchiude un potenziale incommensurabile. Un tesoro di autentica storia e cultura. Il leggendario barone di Münchhausen, in quanto antenato, ha sempre svolto un ruolo significativo e positivo nella vita di Sofia. Ispirata da questa straordinaria storia familiare, la designer ha deciso di reinterpretare le avventure e l’eredità del Barone a modo suo, integrandole in gioielli narrativi.[/caption]

Altra erede dello storico personaggio è la pronipote Sophia von Münchhausen, che vive e lavora nell’idilliaca regione del Salzkammergut, dove le montagne si tuffano a picco nell’acqua e la natura stessa si trasforma in un palcoscenico. E palcoscenico è proprio la parola chiave. Questa Sophia von Münchhausen non si considera una discendente nell’ombra, ma piuttosto un’interprete creativa di un nome intriso di mito. I suoi gioielli incorporano elementi di ornamentazione barocca, giocando con i simboli dei celebri racconti dei suoi antenati: palle di cannone diventano pendenti, stelle diventano delicate incisioni e il motivo dell’avventura diventa indossabile. Oro, argento, a volte con una patina scura, sempre con un tocco di drammatica eleganza. Il nome “Münchhausen” oggi non è solo sinonimo di esagerazione fantastica, ma anche di stile e individualità. Ed è proprio qui che la designer coglie il filo: ogni pezzo racconta una piccola storia, non in modo plateale, ma con delicatezza. Forse è proprio qui che risiede la forma moderna del mito: non più cavalcare la palla di cannone, ma indossarla come un anello artistico.

Per approfondimenti: _Raspe R. E., Le avventure del barone di Munchhausen. Ediz. integrale, Crescere Edizioni, 2019.
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata
 

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di Giuseppe Baiocchi del 21/06/2025

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Come un messaggio dell’anima può arrivare dritto al cuore del lettore? Con la stessa semplicità naturale di un fiume che va al mare. Non a caso la collana “I poeti di ponte vecchio”, edito da Dantebus (2025 Vol. 2, 122 pg.) riporta in copertina il titolo di un noto luogo fiorentino, poiché “ponte”, da pontem, ha il significato etimologico di passaggio o via, unione. Gli otto poeti selezionati nella raccolta di poesie, hanno avuto come tema fondamentale quello del sentirsi globali in un mondo sempre più “balcanizzato”, dove l’amore per l’altro, per la vita, così come per l’elemento naturale, non si riduce a semplice banalità, né si tramuta in ideologismo spicciolo, ma si eleva alle questioni ultime dell’uomo.

La raccolta non abbraccia l’elemento tradizionale organico della società, né cavalca il politicamente corretto di vuote idee in vuoti luoghi, ma si sforza di disegnare tra un testo e l’altro un disegno onirico di pace e di sentimento (a sprazzi angoscioso o inquieto), che ridisegni un cosmo ormai perduto di cui non si ha più ricordo, forse perché mai esistito. Spesso i versi sono asciutti, “fotografici” e molto diretti, in altri casi più descrittivi, ma sempre riflessivi sulle problematiche della società attuale: liquida e alienata dal reale. Così le parole incontrano il cuore del lettore con sonetti, metriche irregolare, rime semplici, versi a senario doppio o accoppiato e versi liberi. Il libro è scevro di qualsiasi riferimento religioso occidentale, il che rende l’opera molto interessante per comprendere come l’uomo moderno che ha abbandonato il Dio cristiano (“Dio è morto e l’abbiamo ucciso noi”! amava affermare Nietzsche nella Gaia Scienza) vive una esistenza senza certezze, spesso non comprendendo più la realtà organica che lo permea e ricerca nell’individualismo una sua metrica di pensiero per coesistere con gioie e dolori, con paure e auto-certezze. Per questo la raccolta è interessante: la ricerca di una spiritualità senza Gesù Cristo, trasformata in atto poetico è il tentativo di questi uomini, prima che di questi poeti, di uscire dal nichilismo dell’epoca contemporanea dove “tutte le vacche sono nere” e dove tutto è relativo, senza uno dei pilastri della cultura occidentale: la religione cattolica. Per alcuni è un atto eroico, per altri un ultimo tentativo disperato dell’uomo contemporaneo per fuggire dal pantano in cui egli stesso è entrato.

[caption id="attachment_36711" align="aligncenter" width="1000"] Jan van Kessel, Vanitas Still Life, 1670.[/caption]

Dalle parole, bisogna poi passare ai volti: il primo autore che troviamo nella raccolta è Edgardo Volterra (1959), poeta dall’anima errante e dall’inchiostro intriso di nostalgie primordiali, da elementi invisibili dell’esistenza, un ente disperso nell’essere – per dirla alla Heidegger. La ricerca costante, faticosa ed energica della verità dietro il “velo di maya” dell’apparenza odierna: speranze e solitudine attraverso le quali i versi alla figura della madre, alla stagione dell’infanzia, sullo spaesamento per una vita reale e del frammento poetico sono i suoi cardini principali. Rain (1999) è una poetessa che non si svela: emozioni poetiche per una rinascita tra ombra e aurora, tra i contrasti di una vita sempre in bilico tra abisso ed elevazione, ma con una fiamma sempre accesa. I versi sono terapeutici per l’autrice e il suo carisma arriva dritto a chi la legge. Marco Gennaro (1985) crea una poesia introspettiva, nella quale i versi divengono tesori segreti da cui svelare il significato intrinseco della vita dell’autore. Attraverso le stagioni dell’anima, il suo stile è fluido culla il lettore più attento. Alex Stoppa (1996) ha il timbro di un ragazzo che racconta, attraverso le sue poesie, la forza interiore che ogni persona deve instillare nella propria vita per resistere ed esistere, senza fronzoli, senza cercare di ammorbidire la realtà, quanto quest’ultima presenta il conto dell’esistenza.

Liliana Federica Galli (1985) rappresenta l’astrattismo poetico che unisce la rima semplice alla metrica irregolare; un ponte sospeso tra l’incanto del kairos e l’ordinarietà della vita. Elementi fantastici e folcloristici, di carattere pagano, si intrecciano tra loro con la maestria dell’abbinamento stilistico. Sergio Silverii non scrive poesie tradizionali, ma scintille di vita racchiusi in piccoli racconti, nei quali la metafora diviene elemento centrale per far perdere e ritrovare il lettore appassionato. Il contrasto tra riflessioni e accadimenti è similare al contrasto della luce e dell’ombra su di un edificio barocco. Daniela Militello (1977) possiede nelle sue poesie vigore e delicatezza, sempre pronta ad osservare le sue emozioni e farne tesoro ed esperienza di vita. L’amore, la resilienza, la riflessione, sono sicuramente tre elementi presenti nelle sue poesie che rendono i versi intrisi di un fascino singolare. Nevzat Petritaj (1958) ripercorre nelle sue poesie la sua vita toccata da nostalgia e amore. Si intuisce dai suoi versi come l’elemento poetico possa fungere anche come mezzo catartico per essere quel balsamo della mente che l’uomo tanto ricerca per trovare la personale stabilità dell’anima. Queste storie di anime sensibili, anche coraggiose, possiedono infine anche una valenza sociale: dal ricavato della vendita di ogni copia cartacea della Collana Poetica "I Poeti di Ponte Vecchio" Edizione 2025 Vol. 2 un euro sarà devoluto a Save the Children, un'organizzazione da sempre al fianco dell'infanzia in difficoltà. “Un euro per il sorriso di una bimba e di un bimbo, perché il sorriso non è l’effetto ma la causa della felicità”.

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di Giuseppe Baiocchi del 18/12/2024

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Il libro del dott. Ronald Friedrich Schwarzer “Attraverso le lande asburgiche” (Durch Habsburgs Lande, Karolinger, 2023) è un viaggio meraviglioso nelle antiche terre della famiglia degli Asburgo-Lorena: qualche nome e appartenenza culturale esiste ancora, qualcun’altra si è solo assopita e aspetta un ritorno quanto mai profetico. Difatti come ci appare dalla copertina della prima edizione austriaca, la Corona austriaca – simbolo di tutti i popoli che componevano prima il Sacro Romano Impero (800 - 1806), poi l’Impero Austriaco (1806 – 67) ed infine quello d’Austria-Ungheria (1867 - 1918) –, rappresenta la vera garanzia del primo esperimento che non può non celare similitudini con quella Europa unita su basi culturali comuni come la grecità, la cristianità e successivamente la filosofia tedesca del 900. Venti lingue venivano parlate sotto questi Regni amministrati da una delle famiglie che hanno contribuito – insieme ai Borbone – a plasmare l’Europa che oggi ancora abbiamo la fortuna e il privilegio di ammirare: il tedesco, l’ungherese, lo slovacco, il ruteno, lo sloveno, il ceco, il russo, il rom, il rumeno, il polacco, lo yiddish, il lombardo, il veneto, il ladino dolomitico, il friulano, l’italiano, il dalmatico e il serbo.

Nel primo Natale del secolo nono Carlo Magno riceveva nelle mani di Papa Leone la corona dei Cesari romani: l’antico Imperium, la cui potenza aveva riposato per tanti secoli, era nuovamente risorta. Presenti nella simbologia vi era la Croce, nella quale si incrociavano l’orizzontalità terrena e parallelamente la verticalità ultraterrena. Il Globo imperiale posizionato sulla sinistra simboleggiava che quel Impero avrebbe portato la croce di Cristo. I due più potenti antagonisti Cesare e Cristo, venivano avvicinati nell’idea del nuovo “Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca”. E poi scoccò la sua ora destinale, nella quale un popolo capisce di ricevere un grande onore e un grande onere: l’eredità spirituale del Caesar Carolus Magnus. Fu proprio la casa d’Asburgo che resse i paesi ereditari austriaci e da allora in poi, con poche interruzioni, conservò la dignità imperiale romana fino al termine di questa. Difatti quando all’inizio del Novecento cominciò a salire l’ondata del nazionalismo tedesco1, il sovrano asburgico allora regnante, Francesco I, sciolse il Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca non chiamandosi più Imperatore romano, ma per l’appunto “Imperatore d’Austria”: il disperato tentativo di salvare la grande idea della unità dei popoli.

Non voglio enunciare qui una teoria, ma esprimere un dato esperienziale. Solo nel segno di un’idea superiore si fondarono e si fondano i regni. Le nazioni possono costituire soltanto degli Stati. Gli Stati nazionali sono nella loro intima essenza massonici, quindi di natura satanica per un uomo di fede cattolica; come tutto ciò che è demoniaco e idolatrato, sono suscettibilmente “dinamici”, minacciosi e minacciati. I veri regni invece nascono, quando alle unità demoniache naturali è aggiunto un elemento soprannaturale divino, che le trascina in alto al di sopra di loro stesse: una rivelazione o un’idea superiore: un Regno di Cristo in terra. Tale è almeno nell’ora della sua nascita. Ronald giudica che il suo mondo estinto, l’Impero d’Austria, fu precisamente uno di questi veri regni. Tuttavia egli soffre. Soffre, perché un ordine superiore è decaduto ad un ordine inferiore. Soffre della perdita di una fine della propria dignità personale, che, nonostante ogni comunanza nazionale, era scesa anche su di lui, minimo frammento, dall’idea sopra ordinata di quel Regno. L’Impero ancora in Austria è amato e come non potrebbe esserlo? Sotto gli Asburgo l’Austria ha prosperato, aveva uno sbocco marittimo e come ci ricorda Alexander Lernet-Holenia nel suo capolavoro letterario “Lo Stendardo” ‭«In un certo senso noi siamo, per così dire, un Impero coloniale su suolo europeo […] abbiamo riunito intorno a noi un gruppo di popoli che è incomparabilmente più numeroso di noi stessi. Abbiamo dato loro tutto ciò che potevamo dare. Questo era ed è il nostro dovere di tedeschi. Li abbiamo resi maggiorenni»2.

  [caption id="attachment_16407" align="aligncenter" width="1000"] Confine doganale presso la cittadina di Braunau am Inn, oggi comune austriaco di 16.887 abitanti in Alta Austria, del quale è capoluogo di distretto.[/caption]
Ma come si può comprendere questa consapevolezza? Ebbene l’idea dell’antica Austria pretendeva che l’uomo che l’abitava fosse in un certo senso “trasformato” e “riplasmato”. Con immensi sforzi – sia di carattere culturale, che sociale – lavorò non sul concetto di nazione e quindi di nazionalismo (che come sappiamo, ha portato solo distruzione laddove è stato abbracciato), ma su quello di essere parte di un Unicum nel quale un tedesco, un ruteno, un italiano, sentisse interiormente quella scintilla verso una appartenenza più alta, qualcosa di superiore ideologicamente parlando: un vero e proprio sacrificium nationis, in cui l’individualismo nazionale fosse messo da parte. Una rinuncia ad una comoda affermazione di se stessi, rinuncia all’eccitante abbandono degli istinti del proprio sangue, rinuncia all’indomito bisogno di trionfo della propria stirpe. Solo chi compiva questa rinuncia, chi era deciso a questo sacrificio, poteva ottenere la consacrazione superiore dell’idea, venendo così ricreato nell’uomo nuovo, nell’Austriaco: un simbolo ideale per insegnare molto alle altre civiltà. Come ci ricorda un altro grande scrittore come Franz Werfel «Egli doveva diffondere la luce della propria umanità provata dal sacrificio, affinché tutti quelli che erano ancora giovani, ancora barbari, ancora legati alla terra, fossero illuminati e convertiti da questa luce. Questa destinazione [...] si è conclusa col tramonto della vecchia Austria3». Inoltre la mitezza del cattolicesimo donava all’Impero la sua segreta sostanza di benessere sociale: un vento amabile guidato, nella sua fase finale, dal pio, Carlo Imperatore, beatificato nel 2004. I funerali “di Stato” di Ottone d’Asburgo-Lorena, figlio di Carlo a Vienna nel 2011 sono stati un simbolo di come l’Impero ritorna ancora oggi incessante, non sulle carte geografiche, non sulle mappe terrestri che gli furono proprie; ritorna in tanti cuori e in tante menti, come immagine, sogno e speranza; come una reliquia da adorare e conservare gelosamente, benché imperfetta, calma e magnifica: quell’Austria felix che faceva l’amore e non la guerra, dolce e malinconica, ritorna sommessa e luminosa, perché l’Impero asburgico è stato grande, è stato ordinato, è stato bello, è stato gentile ed è stato soprattutto molto rimpianto. Sebbene la mia descrizione, si immerga perfettamente nel celebre filone letterario a cui Claudio Magris riuscì a donare il fortunato nome di Finis Austriae, il libro “Attraverso le lande asburgiche” non può essere inquadrato propriamente in questo genere, poiché oltre al suo humour inglese che contraddistingue l’eccellente penna di Schwarzer, il ritmo della lettura e tutt’altro che melanconico e odorante di rimpianti. Si avverte, di contro, tutta l’energia dell’autore per ricordare come queste terre, non abbiano affatto smarrito quella trazione culturale – artistica, architettonica e letteraria, di usi e costumi – propria della Vecchia Austria. D’altronde se effettuiamo una analisi della forza vitale di molti paesi oggi indipendenti e nazionali, possiamo tranquillamente riscontrare di come la loro forza spirituale si sia essenzialmente dissolta. Kafka, scriveva in tedesco, non in ceco e quando l’antica Repubblica Cecoslovacca nacque non sfornò più nessun letterato degno di nota, ad eccezion fatta per Kundera (1929 - 2023). Di questi esempi ne possiamo fare altri, tutti legati a quei micro paesi attuali come ad esempio l’attuale Slovacchia o la stessa Ungheria, che dopo il grande Marai non ha più riproposto sulla scena internazionale autori di così grande elevatura letteraria. Ebbene quella forza spirituale e culturale a trazione austro-tedesca viene ripresa nel libro di Ronald Schwarzer.
[caption id="attachment_16419" align="aligncenter" width="1000"] Frammento di immagine del funerale pubblico di Otto von Habsburg nel 2011.[/caption]
Nulla è al caso. Ho avuto il privilegio di conoscere personalmente l’autore nel suo palazzo viennese, chiamato – in onore di Franz Ferdinand – Ferdinandihof, nel quale si svolgono regolarmente concerti di musica barocca, così come conferenze culturali. Si respira un’aria autentica dove il politicamente corretto, simbolo della nostra epoca, è bandito. Difatti la nostra Europa è di fronte ad un bivio. Da un lato una via che passa dalla accettazione delle “disuguaglianze” come produttrice di vita. Da un altro la tentazione della “eguaglianza” intesa come giustizia. La prima via è quella della nostra storia. La seconda è quella che ci viene prospettata, e che fu preconizzata da Oswald Spengler (1880 - 1936), come “Tramonto dell’Occidente”. Siamo stati per tanto tempo il maggior polo di sviluppo del mondo, proprio perché non siamo mai stati tentati dalla filosofia della “eguaglianza”. Dobbiamo decidere, se seguitare ad essere, ciò che siamo stati, punto avanzato dell’ingegno umano o passare ad altri il testimone. Forse è già troppo tardi. Ma forse c’è ancora tempo, per una “filosofia della salvezza” che voglia invertire il corso delle cose. Forse è possibile che ripercorrendo tutta la nostra storia, sia possibile sconfiggere i virus che ci minano e recuperare i nostri valori. L’Europa che sembrava un sogno, si sta trasformando in modo concreto. E concrete sono tutte le sue proiezioni. Popoli che si ritenevano diversi, attraverso la lettura, la radio, la televisione, il turismo, si sono conosciuti e riconosciuti. Questi nuovi mezzi di comunicazione, hanno fatto riconoscere, quanto profonde siano state le seminazioni di quel “Urvolk indo-europeo”. È questo retaggio comune, cui dobbiamo far appello per tornare ad essere quello che siamo sempre stati nella nostra storia, un polo fondamentale di sviluppo del divenire umano. Senza rabbia e senza peccati di orgoglio, ma con una precisa conoscenza del nostro passato e delle nostre potenzialità. I no global, gli ambientalisti, la galassia eterogenea degli Lgbtq, sono i residui nostalgici della “Internazionale marxista” ed insieme del capitalismo liquido più abietto. Non sanno niente di storia, né dei suoi meccanismi. Sono dei puri “contemporanei”. Il loro avvento fu profetizzato oltre 150 anni fa da Fyodor Mikhailovich Dostoevsky (1821 - 81), che scrive proprio per loro come «l’amore per l’umanità si unisce all’odio o all’indifferenza per il vicino». Amano tutti per poter odiare meglio il nemico di turno. Fanno molto chiasso perché ciascuno di loro è polivalente e onnipresente. Possono essere in momenti diversi un politico, o una cantante, un sindacalista, o un “intellettuale”, cineasta, o impiegato di una ditta che produce gomme per auto. Ma sono sempre gli stessi, in abiti diversi, in continui e frenetici travestimenti e trasferimenti.
Ma Ronald non è solo un mecenate, ma soprattutto un fervente cattolico e pellegrino dei luoghi sacri: percorre a piedi interi Stati e nel suo vagabondare non poteva non conoscere alla perfezione tutti quei territori della sua amata e verde Austria. Da qui si può concepire il libro “Attraverso le lande asburgiche” nel quale oltre a luoghi tradizionalmente austriaci, l’autore ci fa comprendere come sia in Francia, che in Spagna le influenze austriache degli Asburgo siano presenti nell’arte, nell’architettura e nei dialetti parlati. L’autore indirettamente si sforza per farci comprendere come questa nostra identità europea, sebbene martoriata dalle attuali scelleratezze politiche, sia ancora viva e pronta per essere riafferrata in qualsiasi momento da un popolo che torni finalmente ad essere consapevole di sé, poiché quando si perde coscienza di se stessi, non si conosce più chi siamo e da dove veniamo, perdendo noi stessi. Perché, per buona pace dei buonisti e dei ben pensanti, un “Turco” ci sarà sempre, anche adesso che l’Impero non esiste più. L’ottomano è necessario, come un contrappeso che tiene botta agli eccessi, o come un argine che protegge la campana dal fiume impazzito. Il contrario, e non soltanto il diverso, costituisce una necessità storica, contingente, per rendere interessante l’esistenza di ogni persona. Il giorno e la notte, il caldo e il freddo, il lupo e l’agnello, l’aquila e il passero: ecco altrettanti contrari, a seconda dei punti di vista. Il resto è utopia, una bella utopia, non c’è dubbio. Dunque non siate pigri, poiché per tutto ciò che sarà menzionato in questo libro, qualcos’altro, non meno importante, sarà nascosto e potrà essere oggetto di un vostro nuovo viaggio, di una vostra personalissima cartografia del cuore. Se il viaggio è ritornare sui passi di altri in altri tempi e in altre vite, rievocare, veder riemergere fantasmi, allora mettetevi in cammino, non siate pigri, perché dalla vostra meraviglia deriva la vita autentica, quella composta da storia, arte e architettura, da antiche parlate e virtù paesane, poiché queste “lande” facevano parte di un impero assai grande che aveva una capitale bellissima e che ancora oggi non smette di meravigliarci con il suo fascino. Concludo con un messaggio di speranza, riprendendo le splendide parole tratte da “Il messaggio dell’Imperatore” di Franz Kafka: «eppure tu siedi alla finestra e ai tuoi sogni dai vita, sul far della sera».
[caption id="attachment_16409" align="aligncenter" width="1000"] Nell'immagine, il fronte-retro della copertina del saggio di Ronald Friedrich Schwarzer "Durch Habsburgs Lande", che presto vedrà l'uscita in Italia, tradotto dall'Architetto Giuseppe Baiocchi "Attraverso le lande asburgiche". Nella foto l'autore del saggio con lo scrivente.[/caption]
Per approfondimenti:
1 Di ciò approfittò la famiglia reale prussiana degli Hohenzollern, i nemici mortali dell’Austria e della sacra idea imperiale. Essa sferzò e stimolò energicamente i demoni del nazionalismo pangermanico. Dopo le vittorie sopra l’Austria e la Francia nell’anno 1870-71 riuscì a ridurre sotto il proprio dominio i piccoli Stati tedeschi, e in tal modo ad unificarli. Ed allora avvenne uno dei più brutti scherzi di parole della storia mondiale. La grande Prussia si chiamò “Impero Tedesco”, non è curioso? Quando nel migliore dei casi non era che uno Stato nazionale, ovvero il contrario di un regno unificatore di popoli nata da un’idea sopraordinata. Ma non fu tutto: i re prussiani si conferirono il titolo di Imperatori. Kaiser è la forma greca di Caesar. Ogni Kaiser è successore di Cesare, che fondò l’impero mondiale sopranazionale della civiltà occidentale. Il Cesarismo è l’opposto assoluto della regalità nazionale. Gli Hohenzollern furono fortunati re nazionali, che per odio contro i Cesari legittimi della Casa d’Asburgo usurparono un vuoto titolo imperiale.
2 Lernet Holenia A., Lo Stendardo - capitolo quinto, Adelphi, 2010.
3 Werfel F., Nel crepuscolo di un mondo, L’Impero Austriaco, prologo, p.13
4 Schwarzer F. R., Durch Habsburgs Lande, Karolinger, 2023.
  ©L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata
 

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di Giuseppe Baiocchi del 13/06/2024

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Dall’Aquila Imperiale alla bandiera rossa può essere paragonato, a buon onore, come il “Guerra e Pace” della Rivoluzione e della Guerra Civile russa che intercorse un periodo storico molto lungo e travagliato (1894-1921). A scriverla è un personaggio controverso, l’Atamano (Capo camerata dei Cosacchi) Krasnov Petr Nikolaevich (1869 - 1947): eroe della prima guerra mondiale, premiato sia con la croce di San Giorgio che con l’arma d’oro, Maggiore Generale dell’esercito imperiale russo, leader della breve e combattiva Repubblica del Don (Grande armata del Don 1918-20), pubblicista per gli esiliati bianchi a Parigi e scrittore; nel 1926, il famoso filologo e slavo Vladimir Andreevich Frantsev (1867 - 1942) lo nominò addirittura per il Premio Nobel.

[caption id="attachment_16298" align="aligncenter" width="1000"] Pyotr Nikolaevich Krasnov ( 10 settembre 1869 , San Pietroburgo - 16 gennaio 1947 , prigione di Lefortovo , Mosca ) - Generale di cavalleria russo, nobile Atamano del Grande Esercito del Don, figura militare e politica, scrittore e pubblicista. Fu candidato al Premio Nobel per la letteratura (1926). Uno dei leader del movimento bianco nel Sud della Russia. Durante la seconda guerra mondiale prestò servizio come capo della direzione principale delle truppe cosacche del ministero imperiale per i territori orientali occupati della Germania.[/caption]

Perché allora tale particolare personaggio vive nell’oblio? A spiegarcelo in soldoni è un altro scrittore russo, naturalizzato francese, figlio di emigrati russi Vladimir Volkoff (1932 - 2005) che in un’altra perla letteraria “Il Montaggio” ci regala questa descrizione: «Gli emigrati russi detti “bianchi”, di cui gli uni avevano scelto di battersi per la Germania perché il diavolo era migliore dei comunisti, gli altri di servire l'Unione Sovietica, perché il diavolo era migliore del tedesco. [...] Innanzi tutto, la vittoria della Russia eterna sulla Germania appariva agli emigrati come una vittoria della Santa Russia sull'usurpazione bolscevica. Sì la bandiera che sventolava sul Reichstag era soltanto rossa e non bianco-azzurro-rossa, ma i soldati sovietici che incontravamo parlavano della Russia più che “dell'Unione” [...] in poche parole sembrava che il corpo della patria avesse spontaneamente eliminato gli antigeni che vi erano stati introdotti. [...] Infine, c'era un segno, visibile e tangibile, della rinascita della nostra Russia, della sua restaurazione interiore. [...] quel rettangolo di cartone rivestito di stoffa e fissato sulla spalla con un bottone di rame aveva acquistato tanto significato quanto avevano potuto averne, in altre epoche, le croci di questa o quella forma. [...] L'incubo, vagheggiavano, era finito». Difatti la vita dello scrittore, che aveva abbracciato – in piena coerenza con le sue idee monarchiche anti-sovietiche – a piene mani l’Operazione Barbarossa di Adolf Hitler per l’invasione dell’Unione Sovietica (diresse da dietro le linee per la sua età avanti nel tempo il XV SS-Kosaken Kavallerie Korps), mori di morte violenta: finì il 16 gennaio 1947 alle 20:45, quando fu impiccato nel cortile della prigione di Lefortovo1. Famosa rimase la sua frase: «Contro i bolscevichi, anche con il diavolo». Krasnov apparteneva ad una famosa famiglia cosacca del Don che aveva da sempre sfornato agli Zar, nelle epoche antecedenti, i migliori ufficiali di cavalleria2. Prima dell’incredibile carriera militare che lo attendeva, iniziò la sua seconda passione: quella di scrittore. Le sue attività sorgono già all’età di 12 anni nel 1891, per poi avviarsi verso una letteratura che glorificava l’esercito dove l’abile penna descrisse la vita di cadetti e alfieri (molte opere contenevano una storia d’amore), per sviluppare l’idea degli ufficiali come una speciale casta nobile e nella difesa dei privilegi delle guardie. Tuttavia, il tema determinante dei primi lavori dell’Atamano fu quello dell’eroismo. La stessa tematica infatti fu ripresa nel suo esilio in terra tedesca nel 19203. Un posto importante nel vasto processo creativo è l’eredità di un ciclo di romanzi dedicati alla “Grande tragedia russa” (rivoluzione del 1917): “Uno indivisibile” (1925), “Capire – perdonare” (1928), “Rotolo bianco” (1928). Questo ciclo preparato per 27 anni lo porta alla stesura del suo romanzo più celebre “Dall'aquila Imperiale alla bandiera rossa” (pubblicazione in quattro volumi 1921-224). Riflettendo gli eventi chiave del regno dell’imperatore Nicola II, il protagonista della tragica storia è l’ufficiale delle Guardie dello Zar, Alessandro Nicolaievitch Sablin chiamato affettuosamente dagli amici “Sasha”, che durante la Grande Guerra sarà infine nominato Generale. Il romanzo straordinario di carattere letterario realista è basato su eventi reali, su circostanze e fatti che non solo hanno fatto parte della vita dell’autore, ma che inevitabilmente ne hanno plasmato il destino.

Tutto inizia quando la Rivoluzione russa è nella sua fase finale: i Soviet sono già al potere e il regime di Aleksandr Fëdorovič Kerenskij (1881 - 1970) è caduto con il Governo provvisorio russo (1917) sfaldatosi in appena un anno di Governo, dopo l’ultima offensiva al fronte fallita, con i Soviet che contrariamente alle elezioni politiche perse, effettuano il colpo di Stato con Lenin leader. Nel Paese vige l’anarchia e l’assassinio anche solo per poco denaro, cibo o vestiario. Siamo in un vagone merci nella cittadina di Voronezh diretto a Rostoff nel Sud della Russia, ed è qui che avviene la prima descrizione di un bolscevico da parte di una giovane ragazza: «Ella esaminava ora i lineamenti del soldato dallo sguardo duro e del robusto giovanotto che si vantava di avere ucciso un agente di polizia. I loro visi erano belli, ma volgari e grossolani. Erano adatti ai ruvidi cappotti che portavano; cercò di figurarseli in un salotto, vestiti da ufficiali o in eleganti abiti borghesi, e sentì subito che sarebbe stata una cosa impossibile. Vi era come un richiamo all’età della pietra e di un umanità primitiva in quella potente muscolatura, in quelle mascelle formidabili, che testimoniavano una salute animale, in quei crani massicci, dalle folte arcate sopracciliari, ricadenti come una visiera, in quei capelli a spazzola, duri come crini» e subitanea un’altra riflessione della giovane ragazza, che rispecchiava invece “il mondo di ieri”, ovvero quello aristocratico: «E lei, Olia, saprebbe cavarsi d’impaccio, se si trovasse priva di qualunque aiuto? Certo, ella non ne sarebbe capace […] con quelle mani delicate che tradiscono la sua origine aristocratica. Olia si ricordò che Nika aveva un giorno ucciso una lepre a caccia e l’aveva consegnata alla cuoca, non sapendo né spellarla né vuotarla […] ella rise fra sé al pensiero che egli potesse fare una di queste cose. […] Erano dei parassiti in questo mondo. Erano dei burjuyes. […] degli sfruttatori e delle sanguisughe. Ella dovrebbe fare da se stessa il letto, lavare la biancheria, tenere in ordine il cortile, l’orto, il bestiame, preparare il desinare, cucire i vestiti per sé e per quelli che lavorano nei campi, faticare tutta la giornata senza riposo, come fanno le contadine. Mio Dio! Ma la giornata non basterebbe per tanto lavoro. Quando avrebbe il tempo di leggere, di studiare le lingue, di riflettere, di passeggiare, di ammirare le bellezze della Creazione? […] il mondo intero sarebbe dunque obbligato di abbassarsi al livello di quegli uomini e di dedicarsi esclusivamente ad un lavoro che abbruttisce per arrivare semplicemente a procurarsi il sostentamento: non vi sarebbe più né poesia, né religione, né bellezza sulla terra»5.

[caption id="attachment_16299" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto di destra un giovane cadetto dell'aristocrazia di campagna russa. Nella foto di destra 2° laurea accelerata presso l'Università di Tashkent del 1 maggio 1915. Le scuole per sottufficiali (circa 60) furono create nell'Impero russo con l'inizio della Prima Guerra Mondiale, a causa della carenza di sottoufficiali e ufficiali morti prematuramente durante l'inizio del conflitto: la Russia perdeva gli uomini più fedeli dell'Impero. La durata della formazione durava 3 mesi. Le scuole furono aperte sulla base delle scuole militari esistenti, e concluso il periodo, il corpo dei cadetti veniva indirizzato direttamente al fronte.[/caption]
Qui avviene, immediata e prima ancora della presentazione del nostro protagonista – la prima perla del romanzo: due mondi opposti e inavvicinabili, due classi sociali non dialoganti e lontani, i primi ignoranti, numerosi, opportunisti e forti, senza storia e con futuro incerto; i secondi colti, fragili, educati, chiusi nella loro società inaccessibile, deboli e con il futuro segnato da povertà o morte. Ora il momento storico è a favore dei primi, che scovano e uccidono i secondi, che per secoli hanno dominato la scena politica russa. Nello scompartimento ferroviario vi è anche il Generale Sablin che scoperto da una guardia rossa fugge dal treno: qui si interrompe il prologo e inizia il vero romanzo. Il salto temporale è al 1894 e subito si denota il cambiamento sociale con la sua gerarchia di classe: i dialoghi tra gli svariati personaggi mostrano subito al lettore le differenze tra il prologo “rivoluzionario” e il primo capitolo “zarista”: si avverte che si è in un’altra epoca, ma siamo solo 23 anni prima. La vita del nostro protagonista è colma di serenità e piena di quei valori ideologici dove il Dio, la Patria e la famiglia sono propriamente i cardini di un’esistenza sana e retta. In primis il Dio cristiano che si incarna nello Zar. Proprio sull’Imperatore russo vi è una delle più brillanti descrizioni dell’intero libro, che ci trasmettere il senso del Sacro, ovvero l’autore ci inoltra indirettamente un concetto che oggi più che mai si è perso: la fede, il credere in un principio di vita: «La Bruna non soltanto aveva invaso le colline, ma anche i piedi del monte […]. Nulla faceva prevedere il sole, che pure doveva brillare quando sarebbe apparso lo Zar, “l’Unto del Signore”. Questa convinzione era condivisa da tutti, dal Generale coi capelli bianchi fino alla più giovane delle reclute. In uno splendore da sogno lo Zar doveva apparire in faccia al suo esercito in una aureola di raggi solari, magnifico eppur lontano. Era sempre stato così, dicevano i vecchi: il sole accompagnava sempre l’Imperatore, ed in ciò si vedeva la grazia divina, un miracolo che provava che lo Zar non era stato posto là dagli uomini, ma da Dio. […] Sablin era profondamente persuaso che il sole sarebbe venuto, ma talvolta, alla vista di quel cielo grigio che provava da un momento all’altro un acquazzone, sentiva il dubbio penetrargli nell’anima. […] Il sole verrà […] perché ci sarà l’Imperatore, e perché è sempre stato così in tutti i tempi! […] Le trombe della scorta di Sua Maestà squillarono. In testa, su un piccolo cavallo grigio di razza araba, dalle froge nere e ricoperto di una gualdrappa azzurra ricamata d’oro, l’Imperatore si teneva graziosamente e leggermente in sella. Il suo berretto rosso da Ussaro era piegato un poco da un lato, e al disotto della visiera nera, i suoi occhi grigi guardavano con bontà. Il suo dolmann rosso era coperto di alamari d’oro. […] Nello stesso istante, un raggio luminoso di sole brillò sul berretto di porpora e avvolse il cavaliere imperiale. Si sarebbe detto che la natura avesse atteso lo slancio potente di quegli urrà e quell’inno che risonava come una preghiera di fede incrollabile. Il miracolo era avvenuto. Il semidio appariva al popolo e i pensieri terrestri se ne volavano ben lontani dagli uomini. I cuori entusiasmati si sentivano più vicini al cielo. […] Si sentiva la voce carezzevole dell’Imperatore che diceva: - grazie, miei prodi.. - e già non si vedeva più. Davanti a loro si stendeva la pianura vuota; le note della musica, rimasta indietro, non arrivavano più che per ondate, simili a lontani ricordi di una gioia passata»6.
Inizialmente l’aristocratico Sablin è un Alfiere di Pietroburgo che trascorre la sua giovinezza tra riviste militari e feste mondane nei palazzi dell’aristocrazia russa. Sarà proprio in una di queste feste che conoscerà la ballerina Caterina Philipovna che in breve tempo lo svezzerà sotto il profilo amoroso e indirettamente – ma solo momentaneamente – ne ammorbidisce il suo profilo militare, difatti proseguendo la lettura “Sasha” inizierà ad avere dubbi sull’esistenza di Dio e sull’importanza dello Zar: semplici domande introspettive, umane, che qualsiasi persona nella vita si pone di fronte un comportamento poco corretto che esegue: un lavaggio di coscienza insomma. In tale ambito avviene un aspetto molto interessante del romanzo, inerente l’esercito poiché Krasnov inizierà ad introdurre personaggi sinistri che saranno coloro che nel tempo logoreranno l’esercito russo, fino a portarlo alla dissoluzione e all’anarchia, con il conseguente sbandamento delle truppe dovuto anche ai comportamenti inaccettabili del Governo Provvisorio già menzionato. Tengo a riportare ancora un piccolo passo nel quale si capisce lo scontro sia generazionale tra i “padri e i figli” all’interno del complesso militare: «Se tu tenti di predicare la rivolta fra i miei uomini, o di fare una propaganda qualunque, ti farò ammazzare, non mi scapperai. So che sei protetto. Il generale Martoff ha interceduto per te. Non me ne importa. Io non ho che un’idea in testa: il dovere, il servizio e l’osservanza del giuramento. Se ne son viste di tutti i colori qui. Abbiamo avuto ladri, degli ubriaconi […] All’occasione io posso perdonar tutto e anche nasconder tutto; ma mai, m’intendi, Liubovin, mai il socialismo è entrato in queste mura. Di modo che, comprendimi bene, se una follia di questo genere germinasse in una testa qualunque, sei tu che me ne renderai ragione. Tu la pagherai con la tua testa, e nessuno ti potrà salvare! Ti strangolerò con le mie mani! - Terminò il sergente con un mormorio roco. - Puoi andare, ora, ho voluto avvertirti, così al volo. Ma non mi viene neppure in mente che nel nostro reggimento possa trovarsi un solo uomo che osi avere un pensiero contro la Fede, l’Imperatore e la Patria. Via! »7.
Tali profili, in tempi non sospetti verso la Rivoluzione, ci fanno comprendere come essa ebbe radici profonde, già alla fine dell’Ottocento. Nemici interni all’esercito iniziarono a plasmarsi, ma vi erano anche i nemici esterni; uno di questi è l’eterno studente Fedoro Feodorovitch Korgikoff, che poi divenne leader rivoluzionario il quale così esprimeva al militare Vittorio Mikhailovitch Liubovin come doveva comportarsi all’interno dell’esercito: «La sola cosa che vi rimane da fare è di agire con dolcezza, nelle conversazioni a quattr’occhi. C’è una parola che è eccellente. È la parola “compagno”. Servitevene quando parlate al soldato. Attaccatelo isolatamente, egli non ha mai udito quella parola; lo sorprenderà dapprima e gli parrà in seguito di una straordinaria dolcezza che gli penetrerà insensibilmente nell’anima. Datemi un solo uomo ben preparato da voi alla rivolta, e avrete fatto opera utile. Cercate di averne uno soltanto, che sia sempre malcontento, che critichi ogni cosa; dopo cercate di prepararne il secondo. Bisognerà anche guadagnarsi l’animo di un sottufficiale; senza di ciò è molto difficile agire»8.
Così scatta il piano di Korgikoff di avvicinare Sablin al processo rivoluzionario. Il meccanismo è semplice: usare la sorella di Liubovin, Marussa ad incontrare l’ufficiale per poi farlo diventare un agente della rivoluzione strisciante. Ma il nostro protagonista si rivela un vero figlio dello Zar, fedele e dall’anima immacolata. Il piano fallisce e addirittura Marussa si innamora perdutamente di Sablin. Marussa proviene dalla piccola borghesia, che all’epoca in Russia comprendeva una parte esigua della popolazione, poiché la borghesia europea – così come la conosciamo noi – in Russia fino all’Ottocento era praticamente quasi inesistente, vigendo un sistema feudale. In una conversazione tra i due, la giovane donna affermerà a Sasha come: «Voi avete una profonda fede, lo vedo, - disse Marussia - tutto è stabilito con tanta semplicità nel vostro spirito; si direbbero dei compartimenti classificati contenenti tutte le nozioni ammesse: Dio, la Chiesa, i ceri, le immagini, le genuflessioni, lo zar, la devozione, le riviste; poi il reggimento, l’uniforme, l’onore e finalmente la famiglia. Vi è una distinzione precisa tra quello che è permesso e quello che è proibito, tra quello che è possibile e quello che è impossibile. […] invece in me vi è un caos completo nelle mie idee, Alessandro Nicolaievitch […] Tutti e due cerchiamo la verità, e ciascuno di noi la comprende come può, per quanto essa non sia stata scoperta da nessuno. Io voglio la felicità per il mondo intero, voglio amare l’umanità intera, mentre voi non date il vostro amore che ad un piccolo cerchio di esseri e non riconoscete degna del vostro affetto che una piccola parte dell’universo. Ci siamo incontrati, abbiamo discusso e ci siamo interessati uno all’altro. Un idolo ci ha ravvicinati. Questo idolo è la bellezza. Voi l’adorate e ne siete fiero, mentre io la considero come una debolezza, quasi come un vizio.. Voi mi avete fatto vedere un quadro da racconti da fate: lo Zar e il suo Regno. Io nel cuore ho un altro racconto che vi dirò un giorno; per il momento non siete preparato a comprenderlo. Permettetemi di restare per Voi una sconosciuta, come Cenerentola al ballo del principe». Ebbene ancora una volta l’autore cerca di trasmettere, prima degli eventi decisivi del romanzo, quelle differenze ambientali e ideologiche tra le varie classi sociali. L’amore tuttavia è ricambiato, ma il principe Repnin lo richiama all’ordine, rispetto alla sua situazione nell’esercito, poiché un matrimonio “misto” tra classi sociali non paritarie impartirebbe uno scandalo pubblico all’onore del reggimento. Sablin pensa di suicidarsi, poi di lasciare il reggimento per amore, di cambiare radicalmente vita, poi torna il senso del dovere verso l’ideale, verso i principi del suo “bel mondo”: rispettare le convenzioni per essere preservati da esse stesse. Ancora l’autore ci instilla un altro concetto, oggi scomparso: di fronte ad un desiderio individualista, compiere un sacrificio grave ci rende uomini e ci fa sentire in armonia con il contesto sociale al quale apparteniamo. Sablin però aspetta un figlio da Marussa, ma non può tenerlo, così in un aspro scontro verbale con Korgikoff, quest’ultimo si impegnerà a crescere suo figlio con gli ideali della rivoluzione, mentre nel frattempo Marussa muore di malattia. Siamo di fronte alla prima piccola tragedia sulla pelle del protagonista.
Di tanto in tanto l’autore inserisce nel romanzo il classico personaggio opportunista, lo zio Oblenissimoff: sarà fervente zarista prima della guerra, per il Governo provvisorio rivoluzionario nel 1917 ed infine dopo essere stato spogliato dai suoi averi, come la sua casa, dai Soviet fuggirà con codardia in Svezia, dove nel frattempo – guadagnando soldi al mercato nero sulle persone più disagiate – aveva guadagnato una fortuna e aveva trasferito i soldi nel paese della corona scandinava. I dialoghi di scontro ideologici con il protagonista sono epocali: «Vi fu un tempo, in un lontano passato, in cui il monarca precedeva il popolo. Ora le parti sono invertite. Viene prima il popolo e poi il monarca. - Non so figurarmi un gregge che guidi i passi del pastore, - disse Sablin. - Ma, in ogni gregge vi sono dei montoni di guida che conducono il gregge e senza il loro aiuto le pecore rischierebbero di rovesciare il pastore»9.
Il seguito scorre veloce agli occhi attenti del lettore: se la guerra russo-giapponese (1904-05) si rivela essere un autentico disastro militare mal gestito dal comparto militare zarista, sarà la Prima Guerra Mondiale (1914-18) che assesterà il colpo decisivo all’Imperatore per il proliferare della Rivoluzione che in primis riuscirà a distruggere il morale dell’esercito al fronte. Una volta che l’esercito si sfalderà, l’anarchia rivoluzionaria iniziale e gli omicidi degli ufficiali sia al fronte che all’interno del Regno inizieranno. Il nostro protagonista, dopo la tragica esperienza amorosa si sposa con una sua pari-grado, la contessa Vera Constantinovna dalla quale avrà due figli, un maschio Kolia e una femmina Olga. Nel frattempo, a corte la zarina sempre più intrigata dalla fascinazione di Rasputin, vero e proprio demone ed incarnazione del male – così come confermato dalla bellissima autobiografia del principe Félix Yussupov, nel suo “Dalla corte all’esilio” – cade sotto la critica della stampa, mentre anche sua moglie Vera viene irretita e “assaggiata” sessualmente dal monaco depravato. Yussupov così descrive Rasputin: «Fu proprio alla fine di quell'anno, il 1909, che incontrai per la prima volta Rasputin. [...] Questa giovanetta era troppo pura per capire l'ignominia del “sant'uomo” e troppo ingenua per giudicare i suoi atti con conoscenza di causa. Era, così ella diceva, un essere dotato di una rara forza spirituale, inviato in questo mondo per purificare e guarire le anime e per guidare i nostri pensieri e i nostri atti. Questo ditirambo mi aveva lasciato scettico giacché, pur senza avere dati precisi su Rasputin, un oscuro presentimento me lo rendeva sospetto. [...] A sentirla, egli era un inviato del Cielo, un nuovo apostolo; le debolezze umane non avevano presa su di lui, i vizi gli erano ignoti, e tutta la sua vita altro non era che ascetismo e preghiera. Queste parole fecero nascere in me il desiderio di conoscere un uomo tanto straordinario; accettai dunque di recarmi [...] alcuni giorni dopo per incontrarvi il celebre starez. [...] Poco dopo la porta dell’anticamera si aprì e Rasputin entrò a piccoli passi. Si avvicinò a me e mi disse: “Buongiorno, mio caro”, con l’aria di volermi baciare. Arretrai istintivamente. [...] Di primo acchito, qualche cosa in lui mi spiacque, anzi mi ripugnò. Era di statura media, muscoloso, piuttosto magro. Aveva le braccia di una lunghezza esagerata. Dove cominciavano i capelli mal pettinati, si scorgeva una larga cicatrice (più tardi seppi che era la traccia di una ferita ricevuta durante uno dei suoi atti di brigantaggio in Siberia); gli si sarebbero dati quarant’anni. Indossava un caffetano, un paio di calzoni larghi e calzava grossi stivali. Nell’insieme aveva l’aria di un semplice contadino. Il suo volto, incorniciato da una barba irsuta, era volgare, i lineamenti grossolani, il naso lungo, e i piccoli occhi di un grigio trasparente e dallo sguardo evasivo stavano come imboscati sotto le folte sopracciglia. Benché affettasse una grande disinvoltura, si avvertiva in lui un certo imbarazzo, persino una vigile diffidenza; si sarebbe detto che spiasse continuamente il proprio  interlocutore»10. [caption id="attachment_16301" align="aligncenter" width="1000"] Principe Felix Felixovich Yusupov , conte Sumarokov-Elston ( 11 marzo 1887 , San Pietroburgo - 27 settembre 1967 , Parigi ) - Aristocratico e giornalista russo, l'ultimo dei principi Yusupov. Noto per aver partecipato all'assassinio di Grigory Rasputin. Marito della principessa Irina Alexandrovna , nipote dello Zar Nicola II.[/caption]
La moglie Vera non regge alla situazione e per senso di colpa, all’insaputa di Sablin, si suicida. Per il protagonista della nostra storia il colpo è tremendo: qui si comprende come la stessa nobiltà russa inizia a comprendere come la politica del Regno si sia arenata politicamente anche per via di personaggi profittatori, ambigui e dalla dubbia eticità o moralità ed il caso di Rasputin calza a pennello. Sablin è distrutto, ma ha ancora il figlio Kolia e per lui prevede una grande carriera militare. Inizialmente il figlio non può partecipare al conflitto per via dell’età, ma invogliato dallo zio Oblenissimoff, Kolia si presenta alla vigilia di una delle primissime cariche di cavalleria dell’iniziale offensiva russa. L’evento è epico e drammatico e qui l’autore mirabilmente ci descrive da soldato qual è, la crudeltà della guerra: «I serventi della batteria tedesca non videro subito che stava per arrivare la carica della cavalleria. Sablin ebbe il tempo di discendere in un’ampia vallata e di risalire su di una collina senza essere stato scorto dal nemico. […] La batteria tirava a sinistra in diagonale e Sablin poteva vedere i lampi dei colpi. Poi essa cominciò a voltarsi rapidamente dalla sua parte. […] Al galoppo allungato! - comandò […] Sablin vide scoppiare una gran fiamma dritto dinanzi a sé; apparve una nuvola bianca; il cavallo di Rotbeck cadde. […] Un colpo violento lo aveva colpito al petto. Gli sembrò che il suo cavallo s’impennasse e fu gettato di sella. La terra nera e odorosa rinfrescò il suo viso e gli entrò in bocca. Sablin sollevò la testa. […] «sono ferito», pensò; vide sulla testa il cielo azzurro e infinito, poi delle miriadi di piccole bolle trasparenti passarono davanti ai suoi occhi e lo accecarono. Chiuse le palpebre e perdette i sensi. Il conte Blanckenburg fu il primo a giungere alla battaglia e con un colpo di sciabola fece stramazzare un uomo che gli sparava contro. Il suo squadrone e quello di Rotbeck circondarono i pezzi e fecero strage di tutto ciò che li circondava. Alla loro destra un urrà sonoro si ripercosse nell’aria. La fanteria russa, uscendo dalle trincee, correva dietro ai tedeschi in ritirata. […] la vittoria era completa. E questa vittoria, l’esercito russo la doveva all’assalto temerario, insensato, del mezzo reggimento di Sablin. Sablin stesso, gravemente ferito al petto, era rimasto a terra senza conoscenza. Suo figlio Kolia, col torso crivellato e la testa asportata, giaceva in una pozza di sangue fumante. Il capitano in seconda Artemief, l’alfiere Pokrovsky, il tenente Agapoff, l’alfiere Barone Lieser eran morti; il tenente Kuscnaref, il barone Livdal ed il conte Toll erano feriti. Traversando la pianura silenziosa, un cavaliere si avvicinò al trotto: era il principe Repnin. Il suo volto era maestosamente calmo. - Grazie, ragazzi; è stata una mischia gloriosa, un episodio eroico, - disse Repnin. - Avete glorificato per sempre il nostro reggimento. […] Ma come è stata falciata la nostra gioventù russa! Bisogna che tutto l’universo sappia che il nostro popolo è unito, e che i nostri ufficiali sanno morire insieme ai nostri soldati, e in testa ai soldati […] la bellezza di quest’impresa è rimasta a Sablin! Che egli muoia o che viva, il giorno dell’assalto che egli ha condotto e che ci ha dato la vittoria brillerà d’uno splendore eterno!»11.Arriva infine la terza tragedia di Sablin. Proprio in questo scontro il figlio rimane ucciso, anche in maniera brutale da una palla di cannone che gli taglia la testa. Ora il Colonnello Sablin – che dopo questo scontro diventerà Generale acquisendo anche la croce di San Giorgio – ha solo come obiettivo di vita il servizio alla Patria e presto gli verrà tolta anche questa.La guerra che fece perdere allo Zar i suoi figli più fedeli nei primi due anni del conflitto provocò la Rivoluzione. Messi fuori gioco l’apparato dell’esercito fedele all’Imperatore e successivamente chiamate le seconde linee non esperte e soprattutto già indottrinate politicamente dalla rivoluzione, le gerarchie tra ufficiali e soldati cessarono, scatenando il caos. Eroi del romanzo, senza macchia, come il Sottotenente cosacco Alessio Karpoff furono mandati al macello per conquistare piccoli metri di terra, che poi il Governo dei Soviet avrebbe svenduto ai tedeschi per la pace, tradendo quegli stessi morti dello stesso popolo russo. Intanto il fronte interno si sfalda, il tradimento è ovunque, tutti si rivoltarono contro la polizia. I «cittadini soldati» dimenticarono che il nemico era il tedesco e stabilirono che il nemico fosse il russo. Inizia la caccia anche agli ufficiali, questi furono divisi in ufficiali rivoluzionari e ufficiali controrivoluzionari. Ai primi fu messa una coccarda rossa all’occhiello, poi furono disarmati e i soldati li trascinarono per mano cantando a squarciagola. Gli altri furono ricercati e inseguiti; tutti quelli che s’incontravano furono uccisi per la strada. Il Governatore di Pietrogrado, il Generale Khabaloff, tentò di protestare. Fu arrestato e condotto in fortezza. Mentre la Duma festeggiava la folla andò alla fortezza di Pietro e Paolo, massacrò gli ufficiali e i guardiani e mise in libertà tutti i prigionieri dello «zarismo», sia politici, sia di delitti comuni. La città fu riempita di delinquenti di tutti i generi. Furono incendiate le caserme dei pompieri, rotti i vetri e saccheggiati i magazzini. Tutte le città risuonavano della parola “compagno”. Ma non è la gente del popolo che ha tradito. A loro molto sarà perdonato perché non sanno quello che fanno; sono le alte sfere che hanno tradito l’Imperatore; non gli hanno permesso di arrivare fino a Tzarskoie Selo. Il suo treno è stato fermato per la strada e il comandante delle armate del Nord, il Generale Russky, è andato a trovarlo con i rappresentanti del popolo, che del resto non sono stati delegati da nessuno, Gutchkoff e Sciulghin. Tutti e due appartengono alle destra: uno è ottobrista, e l’altro, Sciulghin, redattore del giornale Kievlianin. Essi erano latori di un manifesto già redatto, nel quale l’imperatore dichiarava di abdicare in favore di suo figlio. Non c’era che da firmare il documento. Vicino all’imperatore nessuno per consigliarlo, per sostenerlo. Gli dissero che tutta la Russia si era dichiarata contro di lui. Russky affermava che se non firmava il manifesto, i soldati del fronte delle armate del Nord avrebbero marciato su Pietrogrado. Così l’Imperatore affermò «se sono la causa dell’infelicità della Patria, sono pronto a sacrificare tutto, anche la vita, purché la Russia sia felice». Ma il sentimento ebbe il sopravvento e per non consegnare suo figlio al popolo, fece quello che non aveva diritto di fare, abdicò anche a nome di suo figlio. L’Imperatore ha abdicato in favore di suo fratello Michele Alessandrovitch, ma quest’ultimo ha rifiutato di assumere il potere sovrano. Così il principe Lvoff è Capo del Governo, Gutchkoff Ministro della Guerra, Kerensky, socialista d’estrema sinistra, ministro della Giustizia, e così di seguito, quasi tutti personaggi insignificanti, com’è del resto la Duma dalla quale vengono. Si arriva così verso l’epilogo caotico e sanguinoso dell’intera epopea. L’autore ci descrive con mirabile ingegno come poco a poco la macchina bellica si sgretola: come l’ufficiale coscienzioso viene sostituito dall’amico militare del governo provvisorio, per inserire piccoli commissari politici sotto sembianze da ufficiali; ci descrive come il saluto militare diviene quasi facoltativo; fino all’ammutinamento, alla rivolta, ed infine agli omicidi dei generali e degli ufficiali. «La 204ª divisione stava preparandosi a prestare giuramento di fedeltà al Governo provvisorio […]. Sablin si preparava già ad andarsene, quando fu bruscamente fermato da un violento rumore di voci. Vide i soldati dirigersi verso di lui spingendo avanti brutalmente un ufficiale; Sablin riconobbe il tenente Ermoloff. Quegli stessi soldati che poco tempo prima avevano espresso la loro adorazione per questo comandante con il quale avevano condiviso la vita della trincea, adesso lo maltrattavano. - Che c’è? - gridò Sablin. - Come osate?.. - Il gruppo si avvicinò e subito fu contornato dalla folla dei soldati. - Generale, - disse un giovanotto con aria insolente continuando a tenere Ermoloff per la giubba - permettetetemi di spiegarvi. Tutti hanno prestato giuramento, e hanno firmato la formula, ma il tenente Ermoloff si è diretto improvvisamente verso la foresta. Dunque egli non vuole prestare giuramento. - Anzitutto come osate malmenare un ufficiale? Lasciatelo in pace e ritornate nelle vostre file! - gridò Sablin. Nessuno si mosse. […] - Ho prestato giuramento al mio Imperatore, - disse Ermoloff con voce rotta, ma ferma e distinta - e non presterò giuramento a nessun altro. Io non sono un traditore. - Un mormorio passò tra la folla. - L’imperatore ha abdicato; è il popolo che governa, ora, ed egli rinnega il popolo. - Rientrate nell vostre file! - gridò con collera Sablin. - Perché rientrare nelle file? Compagni, bisogna ancora sapere se anche il generale ha prestato giuramento. Essi son forse d’accordo; non vogliono servire sotto la bandiera rossa. - Vi è stato detto di rientrare nelle file; - ripetè Kozloff - volete dunque provocare un ammutinamento? - I rivoltosi sono quelli che non vogliono prestare giuramento; bisogna arrestarli. - Si arrestiamo il Generale! - Non più Zar, non più padroni; arrestiamo il Generale! Avanti compagni afferratelo! - La situazione divenne critica. Le prime file non si muovevano ancora, non osando levare le mani sul comandante del corpo d’armata; ma erano spinte dalla folla retrostante che rumoreggiava minacciosa. Sablin sentì che qualcosa di terribile stava per accadere»12. Il Generale Sablin viene arrestato, rilasciato ed infine, durante l’Affare Kornilov, di nuovo catturato – sul vagone appunto, dopo una breve fuga - per essere giustiziato in maniera tremenda da quel figlio perduto in gioventù, adottato e istruito all'odio dal suo antico nemico Korgikoff. Negli ultimi giorni di vita del protagonista, gli viene chiesto di servire l'Armata Rossa e di riacquisire il rango di Generale, con i conseguenti benefit provenienti dalla posizione, ma Sablin rifiuta categorico, ricordando sia al lettore, che a se stesso il suo antico giuramento di fede allo Zar. Dopo tremende sevizie da parte di suo figlio Korgikoff, appartenente alla Ceca, morirà senza un lamento. La sua uccisione è simile a quella del Cristo per l’autore. Dio è morto, è stato crocifisso dai bolscevichi, il male ha trionfato, la Russia così come la si era conosciuta – nella sua forma più europea – scompare per sempre. Sablin rappresenta la morte dell’ultimo figlio fedele di un mondo che stava entrando nell’oltretomba. Dunque perché leggere Dall’Aquila Imperiale alla bandiera rossa? Perché è un libro autentico, scritto da una penna straordinaria con una tale ampiezza e facilità che molti dei nostri veri scrittori di narrativa non si sarebbero mai sognati; un libro vero, sublime e crudo nello stesso tempo: un mix che solo i grandi della letteratura riescono a fondere. Voglio concludere, così come ho iniziato con Volkoff, sul concetto di Rivoluzione Russa: «La Confraternita della verità dei popoli si chiama così in onore della Confraternita della verità russa, i cui membri furono arrestati e giudicati durante il terrore post-leniniano. Invece di umiliarsi, di prosternarsi, di accusarsi di tutti i delitti, come hanno fatto le canaglie comuniste che sfilavano davanti allo stesso tribunale, i fratelli della verità russa rispondevano a tutte le domande che venivano loro poste cantando in coro: “Dio salvi lo Zar”. Si può non condividere le loro opinioni; non si può non ammirare il loro martirio. [...] Il popolo russo è effettivamente il popolo porta-verità, come ho scritto. Gli stessi cattolici sanno, dopo l’apparizione di Fatima, che noi abbiamo un destino a parte. La Rivoluzione cosiddetta russa è un tentativo non russo per pareggiare questo destino. La Russia ha un cuore mistico, il cui nome vero è Monastero della Trinità-San Sergio. Quel luogo è stato ribattezzato Zagorsk in onore di un oscuro rivoluzionario il cui pseudonimo era Zagorski e il nome vero Krachman. Non è simbolico? Conoscete i nomi degli assassini che hanno massacrato lo zar, la zarina, lo zarevič, le zarevne e quattro dei loro fedeli in quel sotterraneo di Ekaterinburg, il 17 luglio 1918 all'1 e 15? Tre sono russi, ma sentite i nomi degli altri: Iurovski, Horvat, Fischer, Edelstein, Fekete, Nagy, Grünfeld, Vergazy. Il vero nome di Trotski era Bronštein; di Zinov'ev, Apfelbaum; di Kamenev, Rosenfeld. Non ha importanza che alcuni di questi siano nomi ebraici: Dzeržinskij era polacco, Stalin georgiano, Berija mingreliano, Lenin un po' svedese e molto tartaro. Dunque non c'è ragione di gridare all'antisemitismo, come fanno gli Usurai, ogni volta che si constata che la Rivoluzione russa in realtà è una rivoluzione antirussa»13. [caption id="attachment_16302" align="aligncenter" width="1000"] Monumento all’Atamano Krasnov, che dal 2007 si trova nel villaggio di Elanskaya, distretto di Sholokhov, in un museo privato dei cosacchi. Alcuni chiedono la demolizione del monumento, altri sono contrari. Inoltre, la proprietà privata in Russia è rispettata dalla legge. E a volte sono rispettati molto più del ricordo di coloro che morirono nella Grande Guerra Patriottica. Tuttavia, sembra che sia stato trovato un compromesso: il cartello che diceva che si trattava di Ataman Krasnov è stato rimosso dal monumento. Adesso è solo un cosacco. Il 17 gennaio 2008, l’Atamano dei cosacchi del Don, deputato della Duma di Stato della Russia Unita Viktor Vodolatsky, ha firmato un decreto sulla creazione di un gruppo di lavoro per la riabilitazione di Pyotr Krasnov in connessione con una richiesta ricevuta dall’organizzazione cosacchi all’estero. Il 28 gennaio 2008, il consiglio degli atamani dell’organizzazione “Great Don Army” ha preso una decisione in cui ha osservato: “i fatti storici indicano che fu un combattente attivo contro i bolscevichi durante la guerra civile, e lo scrittore Krasnov durante la Grande Guerra Patriottica collaborò con la Germania nazista. Attribuendo un’importanza eccezionale a quanto sopra, il Consiglio degli Atamani ha deciso: di rifiutare la richiesta della fondazione senza scopo di lucro “Cossack Abroad” di risolvere la questione della riabilitazione politica di P. N. Krasnov”. Lo stesso Viktor Vodolatsky sottolinea: “il fatto della sua collaborazione con Hitler durante la guerra rende per noi del tutto inaccettabile l’idea della sua riabilitazione”. L’iniziativa di riabilitazione è stata condannata dai veterani della Grande Guerra Patriottica e dai rappresentanti della Chiesa ortodossa russa.[/caption]  
Per approfondimenti:
1 Nel maggio 1945, quando si arresero alla prigionia inglese, i cosacchi della Wehrmacht contavano 24mila militari e civili. Gli inglesi consegnarono al comando sovietico oltre duemila ufficiali cosacchi, incluso Krasnov; 
2 Pronipote del Maggiore Generale I. K. Krasnov, capo militare della scuola Suvorov, eroe della guerra del 1812; nipote del Tenente Generale I. I. Krasnov, storico e pubblicista del Don; figlio del Tenente Generale N. I. Krasnov, storico del Don, scrittore di prosa e pubblicista, scientifico, la cui opera “Cosacchi di Terek” è stata premiata con una medaglia d’oro dall’Accademia Imperiale delle Scienze; fratello minore del botanico e geografo prof. A. N. Krasnov e Platon N. Krasnov poeta e traduttore;
3 Nel maggio 1918, i cosacchi ribelli cacciarono i distaccamenti delle Guardie Rosse dal territorio della regione del Don. Il 16 maggio 1918, il “Circolo per il salvataggio del Don” elesse Krasnov Atamano dei cosacchi del Don. Avendo stabilito rapporti commerciali con la Germania e non obbedendo a A.I. Denikin, che era ancora concentrato sull’Intesa, guidò la lotta contro i bolscevichi a capo dell’esercito del Don. Krasnov annullò i decreti adottati dal governo sovietico e dal governo provvisorio e creò l'Esercito del Grande Don come stato indipendente. Tutto ciò portò al fatto che dopo la sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale, l'esercito del Don nel novembre 1918 si trovò sull'orlo della distruzione e Krasnov fu costretto a decidere di unirsi all’esercito volontario sotto il comando di Denikin. Il 15 febbraio 1919 Krasnov, sotto la pressione di Denikin, fu costretto a dimettersi e partire per la Germania;
4 Esce in Italia nel 1929 con l’Editore Adriano Salani. Attualmente il libro non è andato più in ristampa ed è acquistabile sui vari mercatini dell’usato online;
5 Krassnoff P.N., Dall’Aquila Imperiale alla bandiera rossa, A. Salani, 1926, pp. 13-14;
6 Ibidem, pp.49-53;
7 Ibidem, p.39;
8 Ibidem, p.45;
9 Ibidem, pp. 457-58;
10 Yussupov F., Dalla Corte all’esilio - Memorie dell’uccisione di Rasputin - parte prima, capitolo decimo;
11 Krassnoff P.N., Dall’Aquila Imperiale alla bandiera rossa, A. Salani, 1926, pp. 307-10;
12 Ibidem, pp. 479-80;
13 Volkoff V., Il Montaggio, Guida Editori, pp.304-05.
 
 
 
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di Giuseppe Baiocchi del 04/02/2024

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Uno dei massimi prodotti letterari forniti per il filone mitteleuropeo ce lo fornisce il grande scrittore Franz Werfel (1890 - 1945) il quale viene considerato l’emblema di questo conservatorismo spirituale. La sua dignità democratica unita al suo cosmopolitismo, traspare in quasi tutte le sue opere, consegnandoci degli scritti che ci trasmettono pienamente il disorientamento dell’autore, incapace di reagire alla fine di un’epoca e parallelamente non in grado di analizzarla criticamente. Fautore della rivista tedesca Der jüngste Tag (Il giorno del giudizio del 1913), insieme all’editore Kurt Wolff (1887 - 1963) e allo scrittore Max Brod (1884 - 1968), che si poneva come forum per nuove poesie, col tempo divenne uno dei più importanti luoghi di pubblicazione della letteratura espressionista.

[caption id="attachment_16119" align="aligncenter" width="1000"] Franz Werfel (1890-1945).[/caption]
Esordì come lirico nell’ambito dell’espressionismo, con i volumi Der Weltfreund (L’amico del mondo del 1911), Wir sind (Noi siamo del 1913) in cui effonde l’umanitarismo e l’appassionata religiosità della sua natura, divisa fra sangue ebraico e aspirazioni cristiane. Nonostante la sua indole votata al pacifismo, allo scoppio della Grande Guerra, si arruolò nell’Imperiale e regio esercito e fu inviato sul fronte orientale come scrittore dell’ufficio stampa austriaco. Alla costante ricerca di umanità e grazia, il suo percorso fu camaleontico e mutevole, poiché intraprese e con successo, diverse correnti: dal suo essere mistico e simbolista inquadrato in Bocksgesang (1922) e Schweiger (1923); passando successivamente all’ermetico Beschwörungen (Incantesimi del 1923); per leggerlo in chiave epica con Die vierzig Tage des Mussa Dagh (I quaranta giorni di Musa Dagh del 1933), dove viene narrata l’epopea armena nei confronti delle repressioni dei Giovani turchi; concludendo con il Werfel narratore fantascientifico Stern der Ungeborenen (La stella degli uomini futuri del 1946).

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di Giuseppe Baiocchi del 13/01/2024

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1708007109264{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]Joseph Roth è uno dei grandi sopravvissuti della civiltà ebraica dell’Impero danubiano.

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Giuseppe Baiocchi del 16-06-2022[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1701917062536{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Jean Mallard de La Varende Agis de Saint-Denis (1887 - 1956) nacque nella Malouinières Bonneville presso il comune di Chamblac del dipartimento dell’Eure. Vi abitava costantemente e qui scriveva e coltivava le sue terre. I La Varende – gente leale, energica, di alta, antichissima nobiltà – furono, per secoli, marinai, soldati, prelati. Regionalisti soprattutto – come tutti i loro pari normanni – ma sempre partecipi alla complessa storia di Francia: cattolici e monarchici se pur non sempre docili sudditi, anch’essi, forse, si mescolarono nelle fazioni variegate: ora condottieri, ora seguaci di bande armate. In ultimo, durante e dopo la rivoluzione, versarono il loro sangue scioano (degli Chouan in lingua bretone) per il folle sogno di rimettere in trono un re fantasma. Insomma gentiluomini campagnoli – hobereaux –, fieri dei loro avi, continuatori delle loro gesta, attaccati con fede incrollabile (fin sotto Luigi Filippo che disprezzarono) alla tradizione ed alla terra. Jean de La Verande, l’ultimo discendente di questa razza, è l’animatore prodigioso d’un mondo scomparso o che va scomparendo.
[caption id="attachment_12797" align="aligncenter" width="1000"] Jean Mallard de La Varende è figlio di Gaston Mallard de La Varende (1849 - 87), ufficiale di marina, e di sua moglie di origine bretone, Laure Fleuriot de Langle (1853 - 1940). Nacque il 24 maggio 1887 a Chamblac (Eure), presso il castello di Bonneville, proprietà di famiglia. Non conoscerà suo padre, che muore lo stesso anno, il 27 luglio.[/caption] La vita d’una volta e di ieri, rurale e guerriera – e ciò che resta, insopprimibile, dell’autentico temperamento normanno – riappaiono, potentemente evocati, nelle sue novelle e nei suoi romanzi. Jean de La Verande, dal cui fondo par che riemergano, sobbollendo, antichi fermenti atavici, è scrittore realistico e magico, rude e delicato, austero e passionale, acuto indagatore di stati d’animo, a volte mistico. Da tutto ciò una prosa saporosa, pittoresca, singolare, inimitabile. Quanto alla sua biografia disse allo scrittore cattolico Domenico Giuliotti (1877 - 1956): «Fin dall’infanzia scrivo, dipingo, costruisco modellini di navi. A 10 anni, nei giorni piovosi, mi è stata affidata la classe per raccontare storie: ho solo ampliato il mio pubblico. Per le navi sono figlio di un marinaio, nipote di un ammiraglio, e quando mio padre morì, mio nonno si è preso cura di me: è stato sotto la sua guida divertita che ho iniziato questa collezione che è uscita dalle mie mani e che oggi ingombra cinque stanze di casa mia, diorami e modellini navali in 160 vetrine, le cui varie mostre avevano cominciato a farmi conoscere. Scrivevo romanzi, racconti, per me stesso, per non far morire tutto ciò che sapevo e conoscevo. Presto arrivai a pubblicare i miei scritti e qualcuno si innamorò di queste storie modeste facendo arrivare gli editori. La mia prima collezione, Pays d’Ouche, ricevette l’elogio per l'opera "I Vichinghi" e, curiosamente, la leggenda narra che noi stessi siamo discendenti dei Vichinghi: ma, rimane forse una leggenda. Il mio secondo libro, Nez-De-Cuir, fu molto vicino a vincere premio Goncourt1; certo contava il valore di Plisnier, ma forse c’erano intorno a questo premio, quell’anno, influenze non del tutto letterarie. Il terzo, “Il Centauro di Dio” ha vinto il Grand Prix de l’Académie Francaise2. Da allora, sembra che il favore del pubblico sia arrivato a me. I miei libri sono ricevuti con molta indulgenza. Infastidisco alcuni critici; mi attaccano duramente, ma forse sono più alfabetizzati che umani, e anche politici. Il Centauro di Dio giunge alla 6a edizione, il mio ultimo libro, pubblicato 5 mesi fa, dove cerco di mettere in evidenza i manutentori della terra e della tradizione che tanto hanno fatto, in tutto il nostro paese, per la bellezza e la forza della nazione, e che il movimento democratico ha voluto far sparire mentre cercava di deriderli, riducendo la loro azione»3. Il 12 dicembre 1919, sposò Jeanne Kullmann, e a coppia vive presso la magione di Bonneville. Da questa unione nacque un figlio, Éric de La Varende (1922 - 79). Dal 1920 al 1932 fu docente presso l’École des Roches, a Verneuil-sur-Avre, in Eure. In casa mantiene il suo dominio, i suoi giardini, scrive il suo primo libro, da lui pubblicato nel 1927, L’Initiation artistique, testo di una sua conferenza. Scrive anche alcuni racconti e realizza, nel tempo libero, un centinaio di modelli di navi di tutte le epoche. Gli inizi di La Varende in letteratura furono difficili. Ha subito molti rifiuti da parte degli editori parigini, per i suoi contenuti “politicamente scorretti”, ma ha pubblicato alcuni racconti al Mercure de France, l’antico giornale che ebbe direttore un certo François-Auguste-René, visconte di Chateaubriand. È l’edititrice Henriette Maugard, di Rouen, che garantirà la sua notorietà pubblicando una serie di racconti, Pays d'Ouche (1934), preceduti dal duca di Broglie. Lo stesso editore pubblicò nel 1936 il suo Nez-de-Cuir, gentilhomme d’amore. È il frutto di una lunga ricerca iniziata negli archivi di famiglia, quando scopre le lettere del prozio Achille Périer, conte di La Genevraye (1787 - 1853), gravemente ferito nel 1814 nella battaglia di Reims, il quale indossava una maschera che gli varrà il soprannome di “Naso di cuoio”. La Varende interrogò gli anziani e iniziò a scrivere il suo romanzo nel 1930 per farlo pubblicare nel 1936. Le edizioni Plon ripubblicarono questo primo romanzo l’anno successivo: fu un successo. Quell’anno ha ottenuto tre voti al Prix Goncourt. Le pubblicazioni si susseguiranno quindi, al Plon o al Grasset. I suoi successi letterari hanno un unico scopo, ovvero quello di rinsaldare l’antica magione di famiglia, il castello di Bonneville, a Chamblac : l’edificio è costruito in mattoni rosso-arancio, su un vecchio basamento in pietra calcarea. La residenza si presenta come una facciata composta da un piano terra, un primo piano ed un sottotetto; accostata agli angoli nord e sud da torrette quadrate con copertura a sesto acuto, e aperta da grandi finestre settecentesche con piccoli vetri all’inglesine. Su questa facciata, un balcone unico decora il piano nobile. Sul retro, due ali senza carattere gli conferiscono una pianta a U, impreziosita, nel cortile, da una torretta con tetto a mansarda, e da una solida veranda in mattoni. Tutto è ricoperto di ardesie blu, che hanno portato lo scrittore a scrivere le seguenti righe: “Le Chamblac è rosa e blu, con ferri neri. Non si può fare altro per lui. Vedendolo, penso a una signora che esce dal salone di bellezza: «Niente più speranze, signora, abbiamo tutto, ed è tutto completo»5.
[caption id="attachment_12798" align="aligncenter" width="1000"] Il castello di Bonneville si trova nella città di Chamblac, nel dipartimento dell'Eure. Fu la residenza dello scrittore Jean de La Varende dal 1919 al 1959. È classificato come monumento storico dal 9 maggio 1978.[/caption]
I suoi libri sono acclamati dalla critica, specialmente nei circoli di destra, come Samuel William Théodore Monod (Maximilien Vox 1894 - 1974), e dai circoli di estrema destra come Thierry Maulnier (1909 - 88) e Robert Brasillach (1909 - 45). Nel 1936 entra a far parte della Société des gens de lettres e vince il premio Vikings per la sua raccolta Pays d’Ouche pubblicata due anni prima. In pochi anni i romanzi si susseguono, dove colloca, sotto falsi nomi, i suoi personaggi spesso tratti da storie di famiglia ma che si ritrovano in molti dei suoi scritti. La famiglia di La Bare e quella di Tainchebraye, la famiglia di Anville e quella di Galart; tanti nomi che il lettore conosce vivendo accanto a loro, in terra normanna, o in soggiorno, come li concepiva La Varende. Lo scoppio della guerra vede la sua unica grande tragedia della sua vita: la morte della moglie, vittima di un bombardamento della Lutwaffe tedesca durante la guerra lampo. Durante l’occupazione nazista si concentra sulla scrittura e pubblica i suoi racconti sulle riviste dell’epoca: sfortunatamente per il suo lavoro, la maggior parte di queste riviste è conquistata da tesi collaborazioniste. È quindi erroneamente associato a questa tendenza, perché fu sempre molto critico nei confronti della democrazia, essendo egli di fede istituzionale monarchica. I suoi scritti sono solo racconti letterari, con intrighi fuori dal suo tempo. Fedele alle sue convinzioni, ha rifiutato di mettere la sua penna al servizio del regime di Vichy o dell’ideologia dei giornali collaborazionisti. Una delle sue opere maggiori possiamo inquadrarla nel Centauro di Dio. Questo romanzo appartiene al primo ciclo de La Varende, “Tainchebraye-La Bare”, che comprende i tre romanzi: Nez-de-Cuir, gentilhomme d’amore (1937), Man’ d’Arc (1939) e Le Centaure de Dieu (1938). Questo romanzo quando si legge, crea nel lettore un duplice ideale: quello del nobile campagnolo e quello del Santo Sacerdote, dell’apostolo. Il primo, preoccupato sopra ogni altra cosa di durare e di restar fedele a se stesso; il secondo, avido di darsi e di perdersi per salvare gli altri. L’uno, volto alla terra, uomo del tempo e della storia, forte della sicurezza delle tradizioni avite; l’altro, sdegnoso dei beni misurabili, non offuscato dagli innovamenti, sicuro com’è dell’eternità che nulla altera. Personaggi che seducono, affascinano – simbolo da parte dell’autore della più profonda ammirazione. Nel romanzo è instillato quel culto del passato, che traspare in tutti gli altri libri del Varande, il quale non scrive per rivendicare una certa forza e ragione nella nobiltà, occultata oggi dal silenzio più profondo e quindi assordante, ma per una sua personale inquietudine verso i suoi personaggi tristi e magnifici, come narrato nel suo Nez-de-Cuir (Naso di cuoio, celebrato nella cinematografia da Yves Allégret nel 1952).
Così il Centauro di Dio resterà ai posteri con la sua duplice testimonianza verso la gloria degli avi scomparsi e della parallela angoscia della coscienza dei figli. L’ideale dell’aristocrazia di campagna e quella dell’apostolo, inteso come sacrificio e liberazione: il sacrificio di Gastone, che la decaduta grandezza della famiglia protagonista dei La Bare fa finta di non avvertire, si accosta alla stima verso Manfredo, cadetto fuori dal comune in cui – per riprendere Gustav Mahler – la tradizione è trasmettere il fuoco e non adorare le ceneri. Una cosa è certa: il passato si dimostra sempre solidissimo poiché il presente non è adatto a sostituire i solidi valori d’un tempo. Aspirazioni divergenti che rendono questa fatica letteraria un riflesso storico con il presente di difficile comprensione. Del resto, il suo rispetto per l’arte gli interdiceva forse di assumere una posizione troppo netta fra gli opposti, col rischio di consegnarci un libro a mo di tesi. Nei fatti che ci narra, come nelle umili realtà quotidiane in cui penetriamo, dissimulate, all’interno dell’azione e della lotta naturale e salvifica, troviamo la luce sufficiente per rischiarare e abbastanza ombra per accecare quelli che vorranno non vedere lo scoglio del problema non di una generazione, ma di un’intera società. La stessa che con l’idealismo cartesiano e successive rivoluzioni politiche – come quella francese – hanno rovesciato il thelos (il fine) di una esistenza valoriale basata sull’organicità del mondo e sull’esistenza del Dio cristiano, messo da parte o addirittura ucciso nell’epoca del relativismo e della velocità del capitale. Per questo l’abate di La Bare diventerà – come l’autore stesso àncora di salvezza per alcuni e pietra di scandalo per altri. E come avvenne nel paese normanno quando giunse la notizia della sua morte, egli non avrà l’unanimità dei suffragi nel mondo dei lettori: “un santo” penseranno gli uni; “un rinnegato”, diranno gli altri. Il lettore verrà giudicato dalla sua stessa “sentenza”. Il Centauro di Dio esige dal lettore questo esame di coscienza, li costringe a questa libera scelta. Ecco, senza dubbio alcuno, una ragione, fra molte altre, di stimarlo con un grande libro. Questo tradizionalista cattolico dalla fede tormentata – accettò di assistere alle funzioni nella chiesa di Notre-Dame de Chamblac, dopo 29 anni di assenza (causatogli dal Novus Ordo Missae del Concilio Vaticano II), grazie alla nomina di un sacerdote tradizionalista, Quintin Montgomery Wright (1914 – 96) il quale celebrava solo secondo il Messale di San Pio V – era un devoto simpatizzante dell’Action française di Charles Maurras (1868 - 52) e negli anni Cinquanta è stato redattore della rivista monarchica Aspects de France, continuazione di Action française. Questa posizione politica molto tradizionalista lo avvicina ad altri autori che furono rapidamente dimenticati dopo la loro morte, come Henry Bordeaux (1870 - 1963), Paul Charles Joseph Bourget (1852 - 1935) o Michel de Grosourdy de Saint-Pierre (1916 - 87), ma letti durante la loro vita. Tuttavia, le sue opere, ristampate in parte grazie all’associazione Présence de La Varende, hanno avuto una certa eco in un certo ambiente cattolico e monarchico.
[caption id="attachment_12800" align="aligncenter" width="1000"] Una delle prime pubblicazioni del romanzo sulle chouannerie: Man'd'Arc - Rombaldi Editore del 1944.[/caption]
Dal 1961 si sono succedute due associazioni legate a La Varende: dal 1961 al 1989: “Amici di La Varende” e dal 1992: “Presence de La Varende” che, come il suo predecessore, pubblica ogni anno materiale inedito, oltre ad articoli dedicati all’uomo e al suo lavoro. Tra i duecento racconti pubblicati, la regione normanna (in particolare il paese di Ouche ) e il mare, costituiscono le strutture principali dei suoi intrighi. A questi, naturalmente, si aggiungono racconti e romanzi, le cui edizioni numerate sono oggi ricercate. L’attrazione del mare, la sua passione per la navigazione, ma anche, per la Bretagna e per la Spagna, la messa in scena di preti di campagna, di contadini o anche aristocratici e la nostalgia per l’Ancien Régime, costituiscono l’essenziale filo conduttore del suo lavoro. La sua opera, sia sentimentale che romantica, è molto legata alla terra, nel senso di patria. Cerca di magnificare la purezza pur sapendo come descrivere l’uomo con le sue ansie, mancanze ed errori. Le storie sono spesso basate su una sorta di trasmissione ideale delle tradizioni rurali del passato, sia nei casolari vernacolari che nei castelli: per lui tutto è legato da un doppio filo. I signori e i loro discendenti sono “contadini del re”, mentre i contadini e gli uomini del villaggio sono parte della famiglia dei castellani. In tutto ciò il castello è una residenza utile, “un organismo necessario alla ruralità, anzi, alla società”. Il suo lavoro è da mettere in linea con quelli dei suoi maestri letterari, in particolare jules-Amédée Barbey d’Aurevilly (1808 - 89) e Gustave Flaubert (1821 - 80), anch’essi Normanni. A loro dedicò saggi (uno per Barbey, due per Flaubert). La ricerca della parola giusta, compresi i “normandismi”, la frase appropriata, giri di parole a volte piacevolmente arcaici, l’immagine utile: tutto, nel linguaggio di La Varende, è fatto, si direbbe, in modo che il lettore prenda piacere nella narrazione più che nello stile del testo. L’opera di questo autore appartiene a una corrente del XIX secolo, dove si incontravano gli amanti della Francia e delle sue ex province. Il periodo tra le due guerre, nelle sue crisi sociali e politiche, ha messo in luce le correnti regionaliste risvegliate da Frédéric Mistral (1830 - 1914) e dal già citato d’Aurevilly.
Scrittori come La Varende, Alphonse Van Bredenbeck de Châteaubriant (1877 - 1951), Joseph de Pesquidoux (1869 - 1946) hanno sentito arrivare la fine di un mondo rurale che si sono affrettati a descrivere. Questi scritti nascondono poi una parte di romanticismo misto a un naturalismo da scudiero. La Varende sottolinea il dramma vissuto dai suoi personaggi, afflitti dall’onore che hanno ereditato dai loro antenati, l’onore del castello che deve essere mantenuto, l’onore della terra, che deve essere amata. Tra i demoni di La Varende c’è la Rivoluzione francese. Non a caso, non ne parla quasi mai, anche se è presente ovunque, nel senso che, con lui come nella storia di Francia, c'è un “prima” e un “dopo”. Lo scrittore salta questo periodo che detesta: «Il 13 luglio conta per me perché è l’atto di Charlotte [Corday], come il 15 luglio perché è la nascita di Rembrandt. Riesco a ingoiare il 14 tra questi due giorni»6. In alternativa racconta i grandi personaggi del 17°secolo: Anna d’Austria, Suffren, Saint Vincent de Paul, e molti altri, o trabocca nel secolo successivo, ma con parsimonia, o soprattutto fa rivivere un XIX secolo dove i suoi personaggi sono nobili al servizio del re, o alla sua causa. In Man’d’Arc la giovane Manon – una “Giovanna d’Arco” degli Chouan al servizio della causa della coraggiosa duchessa di Berry (1798 – 1870)7 –, accompagna i suoi due nobili padroni che sono “veri uomini” ma è lei, la contadina, che ha più affinità con la principessa. Questo romanzo già citato e precedente al Centauro di Dio rivela ancora una volta l’affinità tra il contadino e il nobile e la lontananza verso l’altro ceto sociale, quello di estrazione borghese, fautore – appunto – della rivoluzione. Sul tema vandeano, oltre questo romanzo sulle Chouannerie normanne, ha scritto due monografie, una sul generale bretone Georges Cadoudal (1952) e Mes contes de Chouannerie pubblicato postumo nel 2018.
[caption id="attachment_12802" align="aligncenter" width="1000"] Jean de La Varende con i suoi modellini navali.[/caption] Pertanto, la scrittura di La Varende serve ideali chiari che sono: il re, la vera nobiltà, il mondo contadino, la religione cattolica. Fa sì che i suoi personaggi cerchino onore, coraggio, avventura, rispetto. Il suo mondo è allo stesso tempo rinchiuso nelle sue tradizioni ancestrali, una certa etichetta “hobereaute”, eppure alcune figure sono ritratte con un personaggio che vuole rompere con le abitudini delle cronache delle castellane, sprofondando nel dramma oltre che nell’umorismo di leggera derivazione britannica. La Varende è, per questo, uno di quegli autori francesi che l’epoca contemporanea ha volutamente lasciato da parte facendolo cadere nell’oblio. Sebbene regolarmente ripubblicato, in particolare dalle edizioni Grasset e Flammarion, il suo lavoro è assente dalle antologie letterarie. L’attaccamento di La Varende alla sua provincia ancestrale, la Normandia, lo colloca tra gli scrittori regionalisti. Certamente è vero che i normanni dell’Ottocento, dall’archeologo Arcisse de Caumont (1801 - 73) e dal suo amico studioso Auguste Le Prévost (1787 - 1859), hanno fatto della Normandia una terra regionalista, dal punto di vista letterario, e infatti nel regionalismo, che considera l’ex provincia un’entità sopravvissuta agli sconvolgimenti rivoluzionari, c’è un innegabile attaccamento alla storia regionale, ma l’oblio dell’autore ha carattere ideologico poiché va contro il nuovo sistema di vedere il mondo che “non è il migliore possibile, ma l’unico possibile. Appassionato di mare, non avendo mai potuto imbarcarsi a causa delle fragili condizioni di salute, Jean de La Varende ha prodotto un’impressionante collezione di modellini di barche e navi, composta da oltre 2.000 modelli. Parte di questa collezione è tuttora conservata al castello di Chamblac. Era anche un membro corrispondente dell’Académie de Marine e nel dicembre 1933, Jean de La Varende fu nominato Cavaliere al Merito Marittimo come pittore e archeologo navale. La Varende ci ricorda la bellezza e la nobiltà di quel piccolo mondo antico, ed oggi dovremo mostrarci un po’ più messianici e ricordare da dove veniamo e soprattutto chi siamo, poiché altrimenti un popolo che non conosce se stesso non sa più ri-conoscersi e tutto questo patrimonio patriarcale sarà presto dissolto, fuso in una sorta di massa “culturale” informe che ci servirà vagamente da “guida storica” in cui riposeranno le nostre coscienze infantilizzate, stupefatte e, ahimè, sempre più ignoranti.
1Il Prix Goncourt è un premio per la letteratura francese, assegnato dall’Académie Goncourt all’autore della “migliore e più fantasiosa opera in prosa dell’anno”. Il premio prevede una ricompensa simbolica di soli 10 euro, ma si traduce in un notevole riconoscimento e vendita di libri per l'autore vincitore;
2Il Grand Prix du Roman è un premio letterario francese, creato nel 1914, e assegnato ogni anno dall’Académie française. Insieme al Prix Goncourt, il premio è uno dei più antichi e prestigiosi premi letterari in Francia;
3Jean de La Varende, Il Centauro di Dio, Istituto di Propaganda Libraria, 1945, post-fazione di Domenico Giuliotti;
4Alla morte di La Varende nel 1959, il castello passò al figlio Éric Mallard de La Varende (1922 - 79), poi ad una delle sue figlie che sposò una Broglie. Il castello ora appartiene al principe Charles-Edouard de Broglie, sindaco di Chamblac, e a sua moglie, la principessa Laure (nata Laure Mallard de La Varende);
5 Jean de La Varende , Castelli della Normandia. Itinerario sentimentale, Plon, Paris, 1958, p. 53.
6Jean de la Varende, Maison Vierge, 1942, p.6;
7Maria Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone fu principessa delle Due Sicilie per nascita e duchessa di Berry per matrimonio.
 
Per approfondimenti:
_Pierre Coulomb, La Varende, éditions Dominique Wapler, Paris, 1951. _ Anne Brassié, La Varende. Pour Dieu et le roi, Paris, Librairie académique Perrin, 1993; _Michel Herbert, Bibliographie de l’œuvre de La Varende, Paris, aux dépens d’un amateur, 1964-1971, 3 vol.
 
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Per chi si reca nel famoso Cafe Central di Vienna, vicino all'ingresso, scorgerà una tipica statua che i viennesi - i pochi che si recano ancora al caffè turistico per eccellenza - conosco oramai bene, anche se mal fatta. Ebbene l'opera  rappresenta un personaggio, che spesso sconfina nella leggenda: il poeta Peter Altenberg. Analizzando più approfonditamente Richard Engländer, siamo davanti ad uno scrittore molto particolare, che raramente si ha il piacere di leggere. Calvo, dai baffi spioventi alla slava, si presentava leggermente trasandato e possedeva molte amicizie discutibili: dai letterati ai camerieri, fino alle prostitute.
[caption id="attachment_12484" align="aligncenter" width="1000"] Peter Altenberg nella cittadina di Gmunden nell'Alta Austria. Dall'inizio degli anni 1880, la famiglia Engländer si reca per le vacanze estive nel Salzkammergut, principalmente a Ischl, che divenne Bad Ischl solo nel 1907. Il figlio maggiore Richard, che poi si fa chiamare Peter Altenberg come scrittore, rimane fedele al Salzkammergut per tutta la vita - il suo posto preferito è Gmunden. Molti dei suoi schizzi e scene poetiche trattano esplicitamente o implicitamente esperienze e osservazioni in questo paesaggio e contengono tutte le sfaccettature dell'opera di Altenberg: la densità poetica con cui sa dipingere le persone come paesaggi in piccole istantanee, la tendenza all'"idealizzazione kitsch" o il pathos vuoto con cui getta i suoi giudizi sul calpestio dei segni di punteggiatura selvaggi, e la sua dubbia tendenza alla pedofilia.[/caption]
Di contro, se il lettore dovesse pensare ad un individuo burbero e rissoso, rischierebbe di commettere un macroscopico errore: Richard era una di quelle persone dalla calma frizzante, parsimonioso, buongustaio e scrupoloso come ogni vero viennese.
Nell’ambiente austriaco, prese uno pseudonimo particolare: Peter Altenberg, nome che identificava la donna di un suo antico amore – non corrisposto – e il cognome da una cittadina viennese sul «bel danubio blu»; entrambi retaggi della sua memoria.
Altenberg elabora una nuova modalità di leggere la realtà. Innanzi tutto egli si considerava un’osservatore, più che uno scrittore: difatti la sua vita rispecchia quella che Musil definiva l’esistenza di un «uomo senza qualità», ovvero un individuo di talento, ma che mal riusciva ad esprimersi in un singolo settore, per ritrovarsi alla soglia dei quarant’anni senza lavoro, né obiettivi.
Proprio per tale esistenza di «genio senza capacità», egli plasmerà la forma letteraria dell’effimero, del frammento, di quello che Adolf Loos affermava essere unicamente «un nuovo modo di vedere».
In una Vienna che si dibatteva tra lo storicismo architettonico e lo Jugendstil, Peter Altenberg – insieme ad altri pochi amici coraggiosi, come lo stesso Loos e Kraus – tenta una sintesi letteraria composta di attimi, di immagini di vita, che può essere vista come una delle varie forme di nichilismo europeo, ma che non avviene nell’immediato, ma per fasi.
Fu proprio il congedo con tale realtà impregnata nell’ornamento – simbolo di un ideale defunto – a far sì che Altenberg si legasse alle teorie architettoniche rivoluzionarie di Adolf Loos, che «parlando nel vuoto» esprimeva concetti di essenzialità.
Nella prima fase di componimento, il viennese sembra avere più tatto e sensibilità anche nella forma e lo si denota dalle opere Wie ich es sehe (Come la vedo io) e Ashantee; di contro il suo ultimo periodo, dopo Pròdrŏmŏs, denota un aumento di esasperazione nelle immagini proiettate su carta, per arrivare fino all’amara rassegnazione.
Figlio di un commerciante ebreo della media borghesia, Engländer dopo aver fallito per diverse volte il suo percorso di studi, ebbe come unico credo l’autenticità del proprio Io e intraprese un’esistenza fatta di alcolismo e stravaganza geniale.
Fu solo grazie a Karl Kraus che l’editore berlinese Samuel Fischer (1859 - 1934), pubblicò nel 1896 Wie ich es sehe (Il mio modo di vedere) che gli conferì un suo primo iniziale successo. Lo stesso Peter Altenberg, nel 1901, dirà di se stesso: «Sono forse poesie le mie piccole poesie le mie piccole cose? Niente affatto. Sono estratti! Estratti di vita. La vita dell’anima, così come quella di ogni giorno concentrata in due o tre pagine, liberata dal superfluo […] Io amo il metodo abbreviato! Lo stile telegrafico dell’anima! Vorrei descrivere un uomo in una frase, un’esperienza dell’anima in una pagina, un paesaggio in una parola! Punta, artista, mira fa’ centro! Basta».
[caption id="attachment_12487" align="aligncenter" width="1000"] Peter Altenberg nel 1907 al Cafe Central viennese. Così Alfred Polgar citò lo storico caffè: "Un vero centralista, chiuso nel suo caffè, ha la sensazione di essere scacciato nel mondo duro, esposto a strane coincidenze, anomalie e crudeltà dell'ignoto". “Café Central si trova al di sotto della latitudine di Vienna, sul meridiano della solitudine. I suoi abitanti sono principalmente persone la cui misantropia è forte quanto il desiderio di persone che vogliono stare da sole, ma vogliono anche compagnia mentre lo fanno”.[/caption]
L’autore si rende perfettamente conto della fine imminente dell’Impero, di quella società e di quella civiltà. Così si congeda dal tradizionale aforisma poetico o letterario, per crearne un altro fatto delle decantate «piccole cose»: una letteratura del «non detto», dove l’ermetismo di senso, risiede propriamente nel silenzio, vero significato profondo della vita.
È lo stesso filosofo Massimo Cacciari (1944), nel suo Krisis. Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein del 1976, che riflettendo su Altenberg lo apostrofa come: «Esasperata autoriflessione […] coscienza dei limiti invalicabili del linguaggio, ma è anche consapevolezza del proprio fallimento e della propria impotenza, convinzione di essere ormai approdato al limite del dicibile». Talento straordinario in perenne crisi con se stesso, il frammento (l’estratto di vita) rappresenta la verità della tradizione, uccisa dalla sovrastruttura del kitsch.
Sempre nel 1901 scrive Was der Tag mir zuträgt (Ciò che mi porta il giorno), dove si renderà conto perfettamente del suo fallimento nell’ideale di mutare la società che lo circonda. Quattordici anni dopo, lo stesso Altenberg asserì: «Nei miei libri, per quanto si sia in grado di leggere fra le righe, è descritta l’eterna, terribile lotta fra tutto ciò che è e come invece dovrebbe essere».
 Il viennese si pone così, nei primi del Novecento, in tono eroico: crede e spera che esista ancora la possibilità di poter istruire e risvegliare l’uomo dalla non-autenticità di fine Ottocento e la sua stoica opposizione si baserà principalmente sulla sua esistenza, composta dal valore della tradizione.
L’uomo può essere scosso, unicamente tramite un forte colpo dei sensi, che avviene tramite l’aforisma. Ma la fine degli anni dieci del Novecento, saranno per Peter Altenberg pesantissimi, per via del tracollo finanziario del fratello, il quale gli donava una cospicua somma – fondamentale – per lo scrittore.
[caption id="attachment_12488" align="aligncenter" width="1000"] Peter Altenberg si trova ancora oggi al Café Central, anche se solo come una figura di cartapesta. Si siede vicino all'ingresso, lanciando uno sguardo piuttosto cupo, ma curioso sugli ospiti mentre arrivano.[/caption]

Entrato in crisi depressiva, la quale aggravava la situazione precaria del suo alcolismo, l’autore si somministrerà ingenti quantitativi di barbiturici, che condurranno Richard Engländer al manicomio, dove sarà «salvato» solo dall’amico Loos.
Piegato su se stesso, muterà la sua letteratura, che sarà unicamente rivolta verso il suo passato.
Arriviamo così a Märchen des Leben (Favole della vita), ultimo manifesto della lotta contro «l’incanto» di una società in piena crisi spirituale, economica e sociale. Le sue ultime produzioni, dal 1909 al 1913 seguono tutte l’elemento unificatore del ricordo e della memoria e in conclusione la sua opera del 1915 Fechsung (Racconto) attuerà la definitiva rassegnazione della sconfitta di una guerra ormai perduta contro la società – la stessa che successivamente l’Impero dell’Austria-Ungheria perderà militarmente.
Lo scrittore del Cafe Central di Vienna , si renderà conto, così, dell’inutilità della lotta, che lo porterà ad un isolamento all’interno di quella che il britannico Isaiah Berlin definì, nel suo Quattro saggi sulla libertà, come la chiusura all’interno della propria «cittadella interiore». Così, per citare Giuseppe Farese (1933): «L’invalido della vita, costretto per sopravvivere a mostrare a se stesso e agli altri che in lui «arde la favilla», può appunto produrre soltanto «campioni senza valore»; e tuttavia proprio in quei campioni che noi leggiamo il «vuoto dei valori» del suo tempo; il grazioso specchietto di Altenberg riflette l’Austria che tramonta».

Per approfondimenti
_Giuseppe Baiocchi, Finis Austriae. Sul tramonto dell'Europa, Il Cerchio, 2017, Rimini;
_Peter Altenberg, Favole della vita, Adelphi, 1981.
_Cacciari M., Krisis, Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein, Adelphi, 1976, Milano.

 

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Meglio in fondo a una fogna che su un piedistallo”, scrive Cioran nei Cahiers, metaforizzando per l’ennesima volta una delle ossessioni della sua esistenza: per capire, bisogna toccare il fondo. E per toccare il fondo, bisogna fallire.
In fondo, l’idea stessa di “modernità”, con il suo implicito culto del progresso e la sua fatale predisposizione alle infatuazioni utopiche, non è altro che una titanica dichiarazione di guerra contro la pura e semplice possibilità del “fallimento”. Possibilità che Cioran ha, invece e paradossalmente, idolatrato, fino a diventare autore anti-moderno e inattuale per antonomasia, perché ci si può costruire un’opera, e quasi una reputazione, sul fatto di fallire. E qualcuno potrebbe pure trovarla compromettente, questa faccenda di perseverare contro se stessi e malgrado se stessi, continuando a scrivere libri sul niente, sul nulla e sul male. Al che Cioran ci avrebbe potuto ricordare che poteva fare come gli altri e impiastrare centinaia di pagine sul bene – e forse ci sarebbe andata peggio.
[caption id="attachment_12411" align="aligncenter" width="1000"] Emil Cioran (1911-95) è stato un filosofo e saggista di origine rumena, che ha pubblicato opere sia in lingua rumena che francese. I suoi lavori, in prosa e aforismi, sono caratterizzati da un pervasivo pessimismo filosofico e da un costante tono nichilista. Le sue opere trattano infatti questioni personali come la solitudine, la sofferenza, l'inquietudine, la disperazione. Nel 1937, Cioran si trasferisce nel Quartiere Latino di Parigi, dove soggiornerà in modesti alberghi, e successivamente in una mansarda in rue de l'Odéon 21, dove vivrà con la compagna di una vita, Simone Boué (1919-97).[/caption]
Ad ogni modo, se fallire è alla portata di tutti, accettare il fallimento su di sé e farne una sorta di vocazione al contrario, prevede una certa dose di tracotanza. E Cioran, che al pari di Flaubert, si considerava “un mistico, che non crede in nulla”, vedeva nel fallimento una specie di rinuncia mistica a questo mondo, dato che bisogna trascendere i vincoli e gli obblighi mondani per naufragare in ogni dove nell’aldiquà. Da cui il suo autoritratto, non privo di ironia, in cui si immaginava nei panni di “un Ecclesiaste da marciapiede”, il quale porta oziosamente “la sua inutilità come una corona” (Sommario di decomposizione).
Cito questa frase non casualmente, dato che mi sembra evocare nel modo migliore il titolo di una recente e importante pubblicazione curata da Antonio Di Gennaro per la casa editrice Mimesis: L’orgoglio del fallimento. Lettere ad Arșavir a Jeni Acterian. Si tratta di una corrispondenza inedita in italiano, che testimonia della profonda e preziosa amicizia tra Cioran e i fratelli Arșavir a Jeni Acterian, due affascinanti figure intellettuali che hanno svolto un ruolo non secondario nella vita del pensatore di Sibiu.
Lo scrittore e giornalista Arșavir Nazaret Acterian (1907-1997) è stato infatti colui che, all’inizio degli anni Trenta, non solo ha introdotto Cioran nel circolo della “generazione del ‘27” – di cui egli faceva parta insieme ai vari Mircea Eliade, Constantin Noica ed Eugen Ionesco – ma grazie a cui Cioran avrebbe trovato una voce di conforto nei tormentati anni universitari. Un periodo che lo porterà a pubblicare, nel 1937, Lacrime e santi, opera la cui presunta blasfemia avrebbe provocato una reazione di condanna e indignazione pressoché unanime in Romania, sia da parte del pubblico e delle istituzioni che da quella dei conoscenti più intimi di Cioran. Ci sarà solo una voce a dissentire dal coro, e sarà proprio quella di Jeni Acterian (1916-1958), la sorella più giovane di Arșavir, una delle poche persone con cui Cioran si riconoscerà spiritualmente affine, considerandola forse l’unica a essere altrettanto disillusa e disincanta quanto lui.
Scrive Jeni il 25 marzo 1938: “Caro Emil, mi rendo conto di aver divagato, e me ne dispiaccio. Questa lettera aveva un solo scopo: confessarti che ho amato Lacrime e santi, dalla prima all’ultima pagina, più di qualsiasi altro libro. Ogni riga esprime una sofferenza infernale e, per coloro i quali la sofferenza è divenuta una ʻcondizione permanenteʼ, puoi comprendere la bizzarra e amara gioia [che esso dona]”. Un’amarezza che Cioran doveva ancora provare a distanza di trent’anni, quando, in memoria dell’amica scomparsa, scrive ad Arșavir: “[tua sorella] è stata l’unica a intuire il dramma che si celava dietro alla mia dimostrazione di impertinenza e di provocazione” consustanziali al suo libro.
[caption id="attachment_12412" align="aligncenter" width="1000"] Eugenia Maria Acterian, per matrimonio Georgescu, è conosciuta in ambito teatrale come Jeni Arnotă, (nata il 22 giugno 1916, a Constanța, Romania - morta il 29 aprile 1958, presso Bucarest, Romania), fu una regista rumena, di origine armena, drammaturga e autrice di un intimo diario. È la sorella degli scrittori Arșavir Acterian (1907 - 97) e Haig Acterian (1904-43). Ha lasciato quasi mille pagine del Journal: scritte con talento, mostrano l'indubbia dotazione di scrittura[/caption]
E basterebbe ciò, in effetti, per mostrare l’importanza di questo scambio epistolare, grazie a cui il lettore può osservare Cioran e la vita culturale rumena da una prospettiva differente. Inoltre, ma questo accade sempre con Cioran, sono lettere estremamente belle, in cui la voce dello scettico funesto si confonde con quella, più vulnerabile e umoristica, dell’amico a cui ogni confessione e incongruenza è concessa.
Basti pensare che il ventenne Cioran, convinto che mai sarebbe invecchiato, si lamentava con Arșavir per la sua tragica ossessione dell’essenziale, grazie a cui soltanto i poeti avrebbero avuto “qualcosa da imparare” da lui, l’ultimo degli ultimi. Eppure, contro ogni pronostico, Cioran invecchia e, quando Arșavir festeggia il sessantesimo compleanno, il nostro gli scriverà con scanzonata onestà: “Non avrei mai pensato che un giorno sarei stato esposto al “complesso” dell’invecchiamento, alle offerte del Tempo Ritrovato. Dopo un giro laggiù, non mi resterebbe che la scelta tra il Nirvana e l’elettroshock”. Un modo come un altro per ammettere: “Non sono buddhista, sono solo un simpatizzante”.
Eventualità confermata in una missiva del 1969, poco dopo che Cioran aveva inviato ad Arșavir una copia del Funesto Demiurgo, in cui i due amici fanno i conti col proprio passato: “La nostra generazione ha conosciuto tutte le forme di sconfitta: come non esserne orgogliosi? Inoltre, detto tra noi, senza l’orgoglio del fallimento, la vita sarebbe a stento tollerabile”.
Epilogo che non avrebbe certo trovato l’approvazione del Buddha, il quale, però, avrebbe forse pensato, come pensava e scriveva Cioran, che c’è una qualche “dolcezza nello svanire delle nostre illusioni”. E nello sfogliare queste pagine.
 
Per approfondimenti:
_Emil Cioran, L’orgoglio del fallimento. Lettere ad Arșavir a Jeni Acterian, a cura di Antonio Di Gennaro, Milano-Udine: Mimesis, 2021
 
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Il Novecento ha rivelato una verità incontestabile, ovvero il desiderio dell’uomo moderno di valicare i confini del sacro, scostandosi dai paradigmi del fas e del nefas, al solo scopo di assecondare un insaziabile desiderio di conoscenza. Un desio fomentato dal dubbio – tante volte esteriorizzato finanche nello Zibaldone leopardiano – che, alimentato dalla crescente hỳbris, ha condotto alla teoria del relativismo, nella quale la Verità universale non esiste o, in talune declinazioni, non esiste soltanto una verità.

[caption id="attachment_12329" align="aligncenter" width="1000"] Particolare del bassorilievo del peccato originale presso il Duomo di Orvieto, Cattedrale dell'Assunta, Umbria.[/caption]
Ebbene, le prime tracce di avversione al volere divino mosse a causa della c.d. empia tracotanza forse sono presenti finanche nelle Sacre Scritture: nel libro della Genesi Adamo ed Eva potevano mangiare di qualunque frutto fuorché dell’albero dal quale Dio li aveva diffidati dall’attingere. Il Serpente, che lo stesso Eterno porrà come inimico alla Donna, convinse Eva a commettere l’empio atto di insolenza, portando seco nel peccato Adamo. Dal libro della Genesi leggiamo infatti che il colloquio con l’Ingannatore fu del seguente tenore: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Ecco il primo desiderio di conoscenza, la prima sfrenata pulsione di avversare la Verità ed il Sacro Ordine che Dio ha imposto all’Uomo: «Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture». La pulsione scaturente dal desiderio di cercare una sapienza loro preclusa, dubitando e ipotizzando callidamente che la medesima fosse stata loro sottratta per gelosia o invidia, è la prima forma di dubbio. Ma il risultato conseguito è l’inverso: i progenitori della specie umana si rendono conto di essere nudi (la pochezza della loro esistenza e l’ontologica fragilità delle loro vite) e, di converso, intrecciano foglie di fico per coprirsi, forse perché consci di non essere in grado di interagire e trattenere quel sapere così ardimentosamente anelato.
Qual è la natura del Diavolo, infatti, nella tradizione cristiana? La teologia insegna che questi altri non sia se non un puro spirito, presente sin dai primi momenti della creazione, quando l’Eterno Padre creò le creature celesti e le divise in nove cori. Egli, brillante e di magnificenza tale da non poter essere equiparato ad altre creature angeliche, si ribellò a Dio rifiutandosi di essere equiparato al resto del creato, desiderando egli stesso di ergersi al livello di Dio, per poi venir ricacciato, dopo la sua caduta, negli abissi della terra dal Principe delle Milizie Celesti, San Michele Arcangelo, al grido di Mîkhā'ēl, ovvero “Chi è come Dio?”.
Ne L’Esorcista, film del 1973 diretto da William Friedkin e tratto dall'omonimo romanzo di William Peter Blatty, Padre Merrin, il sacerdote che tenta di liberare la giovane protagonista posseduta da uno spirito demoniaco, si riferisce al Diavolo dicendo «Credo che voglia portarci alla disperazione... perché vedendoci ridotti a bestie mostruose... noi escludiamo la possibilità dell'amore di Dio».
[caption id="attachment_12330" align="aligncenter" width="1000"] L'esorcista (The Exorcist) è un film del 1973 diretto da William Friedkin e tratto dall'omonimo romanzo di William Peter Blatty, che scrisse anche la sceneggiatura del film. La pellicola ebbe molto successo malgrado i problemi di censura e, negli anni seguenti, generò due sequel: L'esorcista II - L'eretico (1977), L'esorcista III (1990), e una riedizione in versione integrale del 2000, con circa undici minuti di scene inedite. Nel 1974 ne fu anche realizzata una versione cinematografica turca intitolata Şeytan, mentre nel 2016 è servita da ispirazione per l'omonima serie televisiva The Exorcist, che si pone come sequel. Ben accolto dalla critica, il film divenne presto un punto di riferimento del cinema moderno, acquisendo una notevole popolarità e esercitando un forte impatto culturale[2][3][4]. Nel 2010 entrò a far parte del National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.[/caption]
La malizia, l’inganno surrettizio della conoscenza suprema, la brama di valicare i confini del sacro per spingersi oltre sino a dubitare di tutto, arrivando ad ipotizzare il precetto, ontologicamente privo di logicità, in virtù del quale “l’unica verità è che non esistono verità”, è stato sovente attenzionato dalla letteratura. Il caso più emblematico è quello di Ulisse Re di Itaca, che Dante incontra nell’Inferno tra i consiglieri fraudolenti mentre sconta la sua dannazione per aver peccato di empia tracotanza. Leggiamo nel XXVI Canto dell’Inferno (vv. 45-48) «E ’l duca che mi vide tanto atteso, disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; catun si fascia di quel ch’elli è inceso». Ma ogni ulteriore parola sottrarrebbe spazio alla delizia del verseggiar del Sommo, donde di lui si riportano le parole: «Lo maggior corno de la fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando pur come quella cui vento affatica».
Ulisse racconta in questa sede a Dante e Virgilio come avvenne la sua dipartita. Vecchio e stanco, non più l’eroe che tanto atterriva i troiani sotto le mura di Ilo, non più il duri miles Ulixi dell’inganno del cavallo, ma un uomo le cui glorie non sono più cantate, dimenticato persino nella sua patria, ma con un forte desiderio di vedere il mare, di esplorare nuovi porti prima ancora che la sua vita giungesse all’ultimo lido.
Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi/quando venimmo a quella foce stretta/dov’Ercule segnò li suoi riguardi,/acciò che l’uom più oltre non si metta:/da la man destra mi lasciai Sibilia,/da l’altra già m’avea lasciata Setta./“O frati”, dissi “che per cento milia/perigli siete giunti a l’occidente, /a questa tanto picciola vigilia /d’i nostri sensi ch’è del rimanente, /non vogliate negar l’esperienza,/di retro al sol, del mondo sanza gente. /Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti, /ma per seguir virtute e canoscenza”.
Fermo immagine: cerchiamo di comprendere cosa sta accadendo ad Ulisse. Con un manipolo di compagni vecchi e stanchi si rimette in mare, sino a raggiungere il confine invalicabile per gli uomini, lo stretto delle Colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra, nella letteratura occidentale e in primis nel mito greco, era un tempo chiamato col nome di Colonne d'Ercole). Un’esitazione coglie la compagnia, ma non pervade il Re itacese: varcare la soglia delle colonne d’Ercole sarebbe stato un atto empio, ben più ardimentoso di quello di Prometeo, la punizione divina li avrebbe afflitti senza pietà alcuna. Il cuore di Ulisse però non si dà pace, deve vedere, deve scoprire, deve andare oltre, dubita della reale volontà divina. Si erge così ad “uomo nuovo” e sprona i suoi compagni al folle volo, ricordando quale fosse l’indole dell’umana stirpe, ovvero “per seguir virtute e canoscenza”.
Così la nave prosegue, oltrepassa il limes invalicabile, s’addentra là dove non avrebbe dovuto, pronta per incontrare la sua rovinosa fine: quando n’apparve una montagna, bruna /per la distanza, e parvemi alta tanto /quanto veduta non avea alcuna. /Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,/ché de la nova terra un turbo nacque,/e percosse del legno il primo canto. /Tre volte il fé girar con tutte l’acque;/a la quarta levar la poppa in suso/e la prora ire in giù, com’altrui piacque,/infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».
Cosa è accaduto all’astuto Ulisse? La nave giunge alle pendici di una montagna altissima, di un’altitudine tale che nessun uomo ne aveva mai vista una altrettanto imponente (la montagna del Purgatorio della visione dantesca?) e la compagnia prontamente si rallegra. Senonché il loro giubilar diventa presto pianto, nel momento in cui apprendono che la nave si trovava al centro di un turbine che la costrinse ad un triplice giro vorticoso: la prua s’inabissa e la poppa si solleva ed il mare si chiuse sopra di loro, inghiottendoli per l’insolenza contro il volere divino.
Singolare è l’impiego dell’espressione “com’altrui piacque”. Queste parole precedono infatti l’annunciazione della morte di Ulisse e dei suoi compagni, che infatti chiudono il XXVI canto. Quasi che Dante volesse lasciarci intendere che, poco prima di morire, Ulisse si fosse reso conto del peccato di cui fu portatore, della hỳbris con cui sfidò gli dei: del dubbio, del fatto che una verità, o una sola verità…Non esistesse…”. Ed il mare si chiuse sopra di loro.
La narrazione di Dante lascia incredulo l’uomo moderno, non perfettamente consapevole di quale possa essere il peccato imputato ad Ulisse. La società contemporanea, afflitta da un materialismo convulso e da un consumismo irrefrenabile, che sembra sia ontologicamente sprovvisto di confini, non vuole per sua natura incontrare “riguardi”, trovando maggior conforto nella negazione di una Verità e nell’esaltazione del dubbio e del relativo, ovvero dell’assenza del vero assoluto e dell’unico vero. Da qui trovano scaturigine i limiti etici e deontici, che avviluppano il sapere e le scoperte.
E proprio di desiderio di sapere e di assenza di etica parleremo cennando al personaggio del Dottor Faust. Francesco De Sanctis, nella sua Storia della letteratura italiana, scrive «[La] lotta tra Dio e il demonio è la battaglia dei vizi e delle virtudi [...].
[caption id="attachment_12331" align="aligncenter" width="1000"] Faust, Il laboratorio, stampa del 1872.[/caption]
Questa [...] è la base della leggenda del Dottore Fausto che vendé l'anima al diavolo, leggenda così popolare al medio evo, e resa immortale da Goethe». Il dottor Faust era un eminente sapiente, il quale spese la sua vita studiando Filosofia, Giurisprudenza, Teologia e Medicina, ma non era mai soddisfatto di quel sapere che, a suo dire, non gli era sufficiente per ritenersi sapiente, potendo al limite soltanto fingersi tale, dacchè «nulla ci è dato sapere». Inizia così a studiare la magia sino al momento in cui, insoddisfatto, tenta il suicidio, ricredendosi solo all’ultimo minuto e quindi desistendo dal proposito. L’incontro con Mefistofele avviene in questo contesto: il diavolo promette a Faust di offrirgli ogni supremo godimento e piacere della vita in cambio della sua anima. Il contratto tra Faust e Mefistofele viene così firmato con il sangue del Dottore, non troppo angustiato da quanto possa accadergli nell’al di là.
La storia narrata da Goethe è costellata di amori (per Margherita), rimpianti, dolori e depressione, tant’è che lo stesso Mefistofele si fa persuaso di non essere in grado di vincere la scommessa: il contratto avrebbe avuto effetto solo se Faust godrà al punto tale da dire all'attimo: «sei così bello! fermati!».
La storia, dopo le innumeri peripezie, si conclude con la quasi sconfitta di Faust, divenuto ormai cieco, ma ancora non abbattuto, semmai convinto di voler vedere una civiltà felice, prospera e laboriosa e solo in quell’istante, pieno di godimento, avrebbe detto all’attimo «sei così bello! fermati!».

«All'attimo direi:/sei così bello, fermati!/Gli evi non potranno cancellare/l'orma dei miei giorni terreni./Presentendo una gioia tanto grande,/io godo ora l'attimo supremo».

Mefistofele crede di aver vinto la scommessa, poiché Faust ha pronunziato le parole oggetto di contratto e così lo fa morire. Il diavolo tenta di reclamarne l’anima ma, in quel momento, la stessa gli viene sottratta da Dio, che giustifica la redenzione del Dottore per il suo impegno per una civiltà felice e laboriosa e per la sua costante ricerca dell’Eterno e dell’Infinito. Numquam, cosa ha voluto raccontarci Goethe? Faust stringe un patto con Mefistofele perché mai sazio e vittima della sua stessa hỳbris, desideroso di sapere e di godimento. La redenzione giungerà solo quando egli incontrerà il desiderio dell’Infinito e dell’Eterno, la Verità, la sola. L’unica.
Vale la pena chiudere questo scritto con un’ulteriore citazione, che rimane però una domanda aperta per l’uomo moderno: «Quid est veritas?» (che cos’è la verità?). Questa frase la troviamo nel Vangelo secondo Giovanni, ed è attribuita a Ponzio Pilato mentre questi interroga Gesù. Pilato chiede dunque a Gesù spiegazioni circa la sua affermazione consistente nel «rendere testimonianza alla verità». Dopo di ciò, Pilato proclama alle masse di non riscontrare in Gesù nessuna colpa.
 

 

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