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Napoleone II: un destino di grandezza negato

Napoleone II: un destino di grandezza negato

di Giuseppe Baiocchi del 24/01/2019

Nel dicembre del 1940, Parigi è una città sconfitta e occupata dalla Wehrmacht tedesca. Il sentimento francese è diviso in due: c’è la Repubblica collaborazionista di Vichy, ci sono gli appelli alla Francia libera lanciata da Charles André Joseph Marie de Gaulle (1890 – 1970) dal suo rifugio di Londra e ci sono davanti agli occhi di tutto il mondo le immagini di Adolf Hitler (1889 – 1945) vittorioso in visita a Parigi. Il Führer non vuole più apparire come un conquistatore: tenterà di ammorbidire il senso di odio e di ribellione nei suoi confronti, concedendo così un regalo ai francesi. Di notte alla Gare de l’Est, arriva una bara la quale viene caricata su una macchina nera che attraversa la città buia e deserta, fino all’Hôtel des Invalides: all’interno le ceneri di un personaggio che poteva diventare grande nella storia, ma che fu solo semplice comparsa, Napoleone François Charles Joseph Bonaparte (1811 – 1832), unico figlio di Napoleone Bonaparte I (1769 -1821).

Nelle due foto (da sinistra a destra): Hitler nel 1940 visita il mausoleo di Napoleone I; statua marmorea di Napoleone I, in abiti imperiali, sopra la tomba del figlio Napoleone François Charles Joseph Bonaparte.

Le Roi de Rome, così come venne denominato per aver regnato dal 22 giugno al 7 luglio del 1815, non muta minimamente l’opinione del popolo francese, che rimane indifferente, tanto che per le strade di Parigi, aleggia una battuta: «i tedeschi ci hanno restituito delle ceneri, noi avremo preferito del carbone».
Ancora oggi l’Hôtel des Invalides è l’ospizio per veterani e invalidi di guerra fatto edificare nel Seicento da Luigi XIV (1638 – 1715) e all’epoca della traslazione del sarcofago pochissime persone furono presenti: qualche dignitario di Vichy, qualche gerarca nazionalsocialista, tanto che un testimone asserì come sullo spiazzo si respirava una «atmosfera da cospirazione». Tra svastiche e corone di fiori ce ne è una che porta scritto «il Cancelliere Adolf Hitler al duca di Reichstadt».
I titoli per Napoleone II sono diversi e molteplici, ma tutti privi di quello spessore politico che aveva contraddistinto il padre: Roi de Rome, duca di Reichstadt, Grand Aigle e Gran collare dell’Ordine della Legion d’Onore, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona Ferrea, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria, Senatore di Gran Croce S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio.
Il protagonista di questa storia è custodito sotto la cupola del Duomo dell’Hôtel des Invalides: attraversato il cortile, passati sotto la cupola e scesi nel mausoleo di Napoleone, in disparte è situata una nicchia con una lapide dove è scritto «Napoleone II, Roi de Rome 1811 – 1832», questa è dominata da una statua marmorea di Napoleone I in abiti imperiali, ma sulla figura di suo figlio, nulla. Il confronto con il padre è drammatico: il mausoleo che custodisce le spoglie di Napoleone I è enorme, un monumento funebre degno di un faraone con al centro un sarcofago di pietra immenso ed intorno scolpite in cerchio i suoi successi politici, diplomatici e militari. Sicuramente un colpo d’occhio estremamente diverso dalla spoglia lapide del figlio. Anche le circostanze del ritorno in patria del generale còrso avviene in una modalità totalmente differente, poiché Napoleone Bonaparte viene restituito dagli inglesi nel 1840, su richiesta del Re Louis Philippe I di Borbone-Orléans (1773 – 1850), in un clima di riconciliazione nazionale, un monarca – erede dei Re pre-rivoluzionari, ma di stampo liberal-borghese – riconosce la grandezza di Napoleone e lo ammette nel Pantheon dei grandi di Francia: una cerimonia solenne che commosse tutto il Paese. Sarà lo stesso Victor Marie Hugo (1802 – 1885), nel suo “I funerali di Napoleone”, che commenterà così l’evento: «rue du four: la neve si infittisce, il cielo si fa nero, i fiocchi di neve lo seminano di lacrime bianche, sembra che anche Dio voglia partecipare». Il figlio Napoleone II torna, di contro, in sordina, di nascosto, accolto quasi con vergogna, restituito da un invasore detestato: eppure per lui gli eventi erano iniziati con una piega molto diversa, il suo doveva divenire un destino di grandezza. «Io sono stato Filippo, lui sarà Alessandro», proferì alla sua nascita Napoleone Bonaparte I, padre insieme alla madre Maria Luisa Leopoldina Francesca Teresa Giuseppa Lucia d’Asburgo-Lorena (1791 – 1847); il loro amore fu il frutto di un innesto tra antichi e nuovi poteri, tra vecchie e nuove energie: un frutto che non maturò mai e che marcirà a soli 21 anni. Il conte Montbel, Guillaume Isidore (1787 – 1861) scrivendo nel suo “Le Duc de Reichstadt” appuntò sul giovane Napoleone: «La mia nascita e la mia morte, ecco tutta la mia storia, non sono che un imbarazzo, fra la mia culla e la mia tomba, c’è un grande zero».
Napoleone François viene al mondo per il problema dinastico del padre: Napoleone I, una volta divenuto Imperatore il 18 maggio 1804, non viene riconosciuto legittimo da nessuna corte monarchica (Trono e Altare) europea. Il suo è un impero non riconosciuto, frutto dei moti rivoluzionari che hanno tagliato la testa a Luigi XVI: un erede rafforzerebbe la sua leadership e assicurerebbe un erede alla Francia bonapartista.
La prima moglie Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie di Beauharnais (1763 – 1814) a trentasette anni, dopo quattro anni di matrimonio, non è ancora riuscita a donare un erede a Napoleone. La Costituzione imperiale creata dallo stesso Bonaparte cita all’art.4: «Napoleone può adottare i figli o i nipoti dei suoi fratelli, premesso che abbiano compiuto diciotto anni e che lui stesso non abbia figli maschi al momento dell’adozione. I suoi figli adottivi entrano nella linea di discendenza diretta».
Quel figlio adottivo affermato nella costituzione, almeno secondo le voci di corte c’è già: è il piccolo Napoleone Carlo, figlio di Luigi Bonaparte (1778 – 1846) e di Hortense Eugénie Cécile di Beauharnais (1783 – 1837), raffigurato all’interno del celebre quadro del pittore Jacques-Louis David (1748 – 1825) “L’incoronazione di Napoleone” del 1808; un bambino di due anni che tiene per mano la sua mamma. Non è ufficiale, ma tutti sono convinti che un giorno l’Imperatore sarà lui, poiché rappresenta la perfetta unione di entrambi i clan familiari dei Bonaparte e dei Beauharnais. La sua investitura durerà poco: morirà a breve per una difterite, lasciando aperta la partita per la successione dell’erede imperiale. Napoleone dirà «non c’è solidità nella mia dinastia se non ho figli, i miei nipoti non possono rimpiazzarmi, la nazione non comprenderebbe. Un bambino nato nella porpora è per la nazione e per il popolo tutt’altra cosa che il figlio di mio fratello».
Durante il cesarismo del bonapartismo, Napoleone avendo avuto un figlio dalla sua amante polacca Maria Walewska (1786 – 1817), capisce che il problema dinastico è riconducibile a sua moglie Marie-Josèphe, che lentamente e inesorabilmente inizia ad essere posta da parte, fino al divorzio del 1809. Dopo la vittoria francese sull’Impero austriaco di Francesco I d’Austria, sposerà la diciottenne Maria Luisa d’Asburgo-Lorena che darà alla luce Napoleone François. Dall’Aiglon di André Castelot (1911 – 2004) il giovane Napoleone François Charles Joseph ricorderà come: «mio padre sarebbe dovuto rimanere sposato con Marie-Josèphe, se Josèphine fosse stata mia madre, lui non sarebbe andato a Sant’Elena e io non sarei lasciato a languire a Vienna. Mia madre è buona, ma priva di forza, non è la sposa che mio padre meritava». Il paradosso del secondo matrimonio di Napoleone fu proprio che Maria Luisa, nata all’interno del Palazzo di Schönbrunn, era stata educata fin da bambina a temere e detestare il futuro marito, considerato dagli Asburgo un orco, un demone: anche per lei la politica non avrà cuore, ma solo testa. Alla proposta di matrimonio che Klemens Wenzel Nepomuk Lothar von Metternich-Winneburg-Beilstein (1773 – 1859) farà alla giovane Asburgo-Lorena, questa risponderà: «quando si tratta dell’interesse dello Stato è a esso che devo conformarmi e non ai miei sentimenti. La volontà di mio padre è sempre stata la mia. La mia felicità sarà sempre la sua. Con il permesso di mio padre, io dò il consenso al mio matrimonio con l’Imperatore Napoleone». Nelle corti europee nasce la voce che la giovane Maria Luisa fu consegnata alle “fauci del minotauro”. L’unione avvenne l’undici marzo in matrimonio religioso a Vienna, per procura, con Napoleone non presente: fu rappresentato dall’arciduca Carlo, lo zio di Maria Luisa.

Litografia austriaca di Napoleone François Charles Joseph Bonaparte (1811 – 1832).

Dopo pochissimo tempo, la giovane austriaca resta in cinta del còrso e suo figlio, l’infante Napoleone François Charles Joseph Bonaparte avrà il titolo di “Re di Roma”. Il titolo non è casuale: oltre che l’Impero romano, tramontato da lungo tempo, la capitale dello Stato Pontificio era anche il fulcro della cristianità cattolico-romana. Tale appellativo stava a significare un riavvicinamento ideale e romantico verso il Pontefice (esiliato) e un controllo “titolato” della cristianità. Nel 1801 Napoleone da Primo Console, aveva firmato un concordato con Papa Pio VII, ma nel 1806 da Imperatore, quando il Pontefice aveva intensificato i suoi legami diplomatici con i “nemici della Francia”, gli scrisse: «Sua Santità è Sovrano a Roma, ma io sono l’Imperatore: tutti i miei nemici devono essere i Suoi». Per rafforzare tale tesi scriverà il 22 febbraio al cardinale Joseph Fesch (1763 – 1839), suo ambasciatore a Roma: «dite che io ho gli occhi aperti, che vedo bene quello che succede e non mi faccio ingannare, dite che io sono Carlo Magno – spada della Chiesa e Suo Imperatore – e devo essere trattato come tale». Napoleone rivendica a sé il diritto di nominare i vescovi in Francia, poiché sono servitori della Chiesa, ma prima sono accoliti e sudditi dello Stato. Il conflitto con Pio VII da sotterraneo, diviene conclamato fino a quando nel maggio del 1809, Napoleone annette Roma e l’Umbria: il Papa risponde con una bolla di scomunica il 10 giugno dello stesso anno – “Quum memoranda” – affissa sulle basiliche di Roma: «per l’autorità di Dio onnipotente, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo che l’invasione di Roma, dopo la violazione sacrilega dei patrimoni di San Pietro da parte delle truppe francesi, tutti coloro che hanno agevolato queste violenze o le hanno eseguite essi stessi sono incorsi nella scomunica maggiore». Napoleone non viene nominato in forma esplicita, ma è chiaro che il soggetto della scomunica è lui medesimo; così in risposta l’Imperatore dei francesi farà arrestare il Papa, il quale sarà in conclusione condotto a Savona. Famose le parole del Sommo Pontefice, davanti all’ufficiale napoleonico entrato al Quirinale il 5 luglio del 1809: «Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo». Per dimostrare il suo mancato pentimento Napoleone Bonaparte, per il suo erede, concederà il titolo di ottavo Re di Roma: un’onorificenza scomparsa dai tempi dei sette Re romani.
Dopo i 101 colpi di cannone che annunciarono al popolo francese, il 20 marzo 1811 – alle nove del mattino, la nascita dell’erede tanto atteso, Napoleone François Charles Joseph Bonaparte diverrà presto l’icona per eccellenza imperiale, foraggiata e sponsorizzata dal padre, il quale già da tempo aveva iniziato un vero e proprio culto – attraverso scultura e la pittura – propagandistico sulla sua persona.
Al contrario di sua madre, che possedeva un’educazione aristocratica, Napoleone I prova un grande trasporto per il figlio: vuole vederlo ogni mattina a colazione, prenderlo in braccio, giocare con lui. Commissiona agli architetti dell’arco di Trionfo, l’incarico di progettare il Palazzo del “Re di Roma” – grande come quello di Versailles, nel luogo dove oggi sorge la Torre Eiffel. Una folla oceanica accorrerà per il battesimo a Notre-Dame: occasione imperdibile per dare una sbirciata al futuro Imperatore, una cerimonia monumentale, che ribadisce la saldezza del potere di Napoleone. Ancora da “L’Aiglon” di Castelot, Napoleone dichiara: «Lo invidio, la gloria lo attende, mentre io ho dovuto correrle dietro; per afferrare il mondo non dovrà che tendere le braccia». La scelta del palazzo per il Roi de Rome, nell’ex capitale dello Stato Pontificio, sarà il Quirinale. Una delle lunghe sale, sarà divisa in tre porzioni dagli architetti francesi: la Sala Gialla, la Sala di Augusto e la Sala degli Imperatori. I lavori andranno avanti per tutto il 1812, un anno fatale per l’Imperatore: c’è stata la guerra di Spagna (1808-09) e la campagna di Russia (1812) che si conclude in autunno con l’annientamento della Grande Armée. Il giovanissimo Napoleone, soprannominato l’Aiglon (“l’aquilotto”) – reso popolare dall’omonima opera postuma di Edmond Rostand (1868 – 1918) -, non potrà mai passeggiare all’interno degli appartamenti romani fatti ristrutturare dal padre. Napoleone François è biondo, bello e in salute, cresce felice e accudito, i suoi giocattoli preferiti sono bandiere, trombe, tamburi e un grande cavallo con una sella di velluto rosso; una sorella di Napoleone regala al piccolo bimbo un calesse guidato da due pecorelle con cui scorrazza per i giardini del Palazzo delle Tuileries.

Georges Rouget, Napoleone François nei giardini delle Tuilieries a Parigi (particolare).

Il 4 maggio del 1814, infatti, dopo il precipitare degli eventi bellici, Napoleone Bonaparte verrà esiliato all’isola d’Elba: si congedò dalla moglie e dal figlio Napoleone François che non rivedrà mai più. Maria Luisa e il bambino partono, dopo un breve soggiorno francese, per Vienna, mentre Napoleone dall’Elba si sfoga: «mio figlio mi è stato tolto, come in altri tempi si toglievano i figli ai vinti, per adornare i trionfi dei vincitori». I contatti con suo figlio sono impossibili per volere dell’Imperatore d’Austria.
Ma la conclusione della parabola bonapartista non si è ancora conclusa, poiché il 1°marzo 1815, inizieranno i famosi 100 giorni, dove il generale Bonaparte sbarca nuovamente su suolo francese e mette in fuga Re Luigi XVIII, dopo aver inglobato senza spargimenti di sangue l’esercito reale mandatogli contro. Scriverà ancora una lettera alla moglie, ma Maria Luisa è stata riassorbita nel mondo degli Asburgo e non vuole, anche per volontà propria, raggiungere con il figlio il marito.
Dopo la sconfitta di Waterloo il 18 giugno del 1815, Napoleone viene esiliato in una isoletta sperduta dell’Atlantico e chiuderà per sempre i conti con la storia: suo figlio di appena quattro anni, prigioniero di sua madre, avrà comunque il tempo di essere nominato dal padre Napoleone II, carica che detenne dal 22 giugno 1815 al 7 luglio dello stesso anno. Tale onorificenza gli verrà presto tolta, per via della sua “residenza forzata” a Vienna e per la sua giovanissima età. Napoleone François Charles Joseph è prigioniero nella corte del nonno Imperatore d’Austria senza rendersene conto e viene spogliato da tutte le cariche, compresa quella di “Re di Roma”, per acquisire il ducato di Reichstadt dal 1818. Diventa anche a tutti gli effetti un figlio illegittimo, poiché il secondo matrimonio di Napoleone I, con il Papa Pio VII in esilio, è da considerare nullo: il primo matrimonio del padre con Marie-Josèphe non è mai stato annullato dalla Chiesa di Roma.
La madre diviene duchessa di Parma, dove regnerà con la consapevolezza che suo figlio non avrebbe ereditato il ducato, per volontà espressa di suo padre Francesco I: mai nessun Bonaparte doveva più regnare su suolo europeo.
Nella sua prigionia dorata, per il piccolo Napoleone François si sprecano tutori e insegnanti, tutti austriaci, tutti militari. Presto sogna di divenire un importante soldato, un generale, di comandare uomini ed eserciti: è ancora piccolo, ma immagina già di ricalcare le orme paterne. Quando il 5 maggio del 1821 il padre muore a Sant’Elena, François – oramai chiamato Franz – lo scoprirà solo due mesi dopo. La madre, forse morsa da qualche senso di colpa per il volontario abbandono del figlio a Vienna, gli regalerà in gran segreto la sciabola del padre, ma nemmeno una delle centinaia di lettere che il padre gli scriverà dal suo esilio, gli giungerà mai nelle sue mani: su tale punto Francesco I è irremovibile.
La carriera militare, avviata brillantemente nei primi anni di apprendistato verrà frenata da Klemens von Metternich che temeva l’astro nascente del nuovo Bonaparte: François sarà tenuto lontano da incarichi sia civili che militari. Il fanciullo, oramai divenuto ragazzo ama i cavalli e le divise austriache, indottrinato alla perfezione dalla rigida educazione di corte.

Raymond Desvarreux, Ritratto di Napoleone François Charles Joseph Bonaparte a cavallo (particolare).

Un anno dopo la rivoluzione del 1830 – dove per le strade di Parigi si gridava al suo nome, l’attenzione per il giovane rampollo Bonaparte si riaccende -, ottenne finalmente il comando di un battaglione austriaco, ma non gli fu mai permesso di agire sul campo di battaglia. In realtà, in gran segreto, Napoleone II studierà sempre la storia del padre e le sue gesta, senza mai far trapelare a corte alcunché. Parma, nel frattempo, infervorata dalla rivoluzione, mette in pericolo il regno della madre Maria Luisa, la quale fugge dal ducato: François vorrebbe organizzare una spedizione militare per andare a restaurare il trono della madre in Italia, ma il diniego del nonno e del governo austriaco, gli fanno definitivamente capire la natura della sua residenza forzata. Napoleone François cerca di opporsi e di partire ugualmente, ma verrà fermato alle porte di Vienna e riconsegnato a Schönbrunn in giornata. Poco tempo dopo, la madre tornerà sul trono di Parma, senza l’aiuto del figlio.
Il giovane, oramai ventenne, è cresciuto con lo sguardo fiero del padre, ma è ombroso; si millanta che abbia avuto una storia d’amore con la moglie dell’arciduca Francesco Carlo (1802 – 1878), figlio dell’Imperatore d’Austria, Sophie Friederike Dorothea Wilhelmine Prinzessin di Baviera (1895 -1872) bella, colta e ambiziosa. La salute non lo assiste: alto e magro, soffre di problemi respiratori e chiederà di raggiungere Parma e l’Italia, dove vigerebbe un clima più mite, ma neanche davanti ad una presunta malattia, suo nonno acconsente: le ragioni di Stato sono la priorità per gli Asburgo.
Trascorre sempre più ore immobile e affaticato, tanto da chiamare il medico italiano Giovanni Domenico Antonio Malfatti (1775 – 1859), già medico del compositore Ludwig van Beethoven (1770 – 1827). Il dottore prescrive bagni termali, una dieta a base di latticini, un’attenzione particolare agli sbalzi di temperatura caldo-freddo, acqua minerale frizzante, nessuno sforzo e soprattutto nessuna emozione: Malfatti teme un collasso del fegato, confidando all’Imperatore Francesco I che il nipote ha un insieme di strane patologie. Qualcuno insinua che lo si voglia morto, per eliminare ogni futura pretesa dinastica bonapartista sull’Europa; altri accusano la corte, arrivando a sospettare perfino l’anziano Metternich e i suoi servizi segreti governativi. Sicuramente il Cancelliere ha una repulsione verso il giovane Bonaparte per via di quello che ancora può arrivare a rappresentare, ma mai nessuna prova di avvelenamento è stata provata nei suoi confronti. Avvelenato pian piano o meno, è emblematico come Napoleone François Charles Joseph Bonaparte dai diciotto anni in avanti si indebolisce con precocità. Il dottor Malfatti, si pronuncerà infine per un principio di tubercolosi. Nel 1831, nonostante i consigli, il medico italiano lo trova afono che cerca di gridare ordini al suo battaglione durante delle inutili manovre di esercitazione a Vienna. Infiammazione alle mucose, spossatezza, fegato ingrossato: l’ordine medico risponde a due mesi di completa immobilità e viene trasferito presso la residenza imperiale dell’Hofburg, dove risiede all’interno delle sue stanze. Solo poche passeggiate sono concesse e il giovane ne abusa, aggravando le sue condizioni: tosse e debolezza. Riportato nella sua “prigione” di Schönbrunn, dove il 24 giugno arriverà al suo capezzale la madre Maria Luisa, forse tenuta all’oscuro della salute del figlio o sopraffatta dalla repulsione che quel giovane bellissimo sembra scatenare nella sua famiglia austriaca. A 21 anni, quello che doveva essere “Re di Roma”, sembra un guscio vuoto, privo di forze: la pelle giallastra è fine come quello di un ottantenne, la voce flebile, arrochita e devastanti eccessi di tosse. Ancora qualche mese di sofferenza, poi la fine: il 22 luglio del 1832, Roma perde senza nemmeno saperlo, il suo ottavo Re. Suo nonno scriverà: «la morte di mio nipote è stata una benedizione per se stesso e forse anche per i miei figli e il mondo in generale, ma è un’enorme perdita per me». Per lui i funerali sono solenni e viene seppellito nella Cripta dei Cappuccini, luogo delle salme di tutti i Sovrani e dei membri della famiglia Asburgo: un ultimo tributo verso un giovane dal destino sfortunato, da un cognome troppo pesante.
Dopo la sua morte l’oblio immediato: verrà ricordato da alcuni autori francesi, tra cui Victor Hugo, che lo etichetteranno come diafano eroe romantico, dalla vita infelice. Il figlio di Napoleone che doveva dominare l’Europa dei Fori Imperiali di Roma, il bimbo per cui tutta la Francia aveva pianto di gioia, l’erede dell’orco – bello come nessun altro bambino del mondo, sparisce dalla storia. 108 anni più tardi, Adolf Hitler lo riporterà a Parigi, di notte, di nascosto, senza cerimonie, sconosciuto alla storia.

Nella foto, l’attrice statunitense Maude Ewing Adams Kiskadden interpreta Napoleone François Charles Joseph Bonaparte nel dramma teatrale L’Aiglon.

Riscoperto nel 1900 dal drammaturgo e poeta francese Edmond Rostand nel suo dramma in sei atti “L’Aiglon”, in scena al Théâtre de la Ville, con l’attrice Sarah Bernhardt (1844 – 1923), il personaggio vedrà nuovamente la luce della ribalta. Il contagio di pubblico è immediato: anche in America viene portato sul palco il personaggio di Napoleone II, sempre da una donna, l’attrice Maude Ewing Adams Kiskadden: il figlio di Napoleone è uscito dalla storia, entrando nella mitologia romantica teatrale che lo ha consacrato nel simbolo delle occasioni perdute, del destino imprevedibile, dei sentimenti sacrificati alla Ragion di Stato.

 

Per approfondimenti:
_Alessandra Necci, Il prigioniero degli Asburgo. Storia di Napoleone II re di Roma, Marsilio, 2011;
_Alberto Lumbroso, Napoleone II. Studi e ricerche, Modes e Mendel, 1902;
_Georges Lefebvre, Napoleone, Laterza, 2009.

 

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Sul concetto di Cracking art

Sul concetto di Cracking art

di Giuseppe Baiocchi del 25/12/2018

Nelle cittadine italiane, negli ultimi anni, si è sviluppato un nuovo tipo di arredo urbano temporaneo, che ha preso il nome di Cracking art (Arte incrinata). Questo stile nasce con i monumenti permanenti dell’americano Claes Oldenburg (1929) proprio del periodo artistico del secondo dopo-guerra definito “Pop”, spesso in bronzo e di qualità tecnica più che eccellente, niente a che vedere con le attuali stampe in plastica.

Claes Oldenburg, Nelson-Atkins Museo d’arte, Kansas City (Stati Uniti).

Successivamente ha avuto uno sviluppo, positivo per la critica, con il californiano Paul Mccarthy (1945), in cui l’immaginario Pop diventa pieno di allusioni carnali, feticiste e macabre; infine con il britannico Marc Quinn (1964), in cui l’artista affronta tale stile in maniera sia concettuale che figurativa. Dunque propriamente una forma d’artigianato anglosassone e soprattutto atlantica, che poteva ben adattarsi a spazi urbani moderni. Lo scivolamento concettuale di tale corrente si è palesato nel momento in cui si è voluto imporre al grande pubblico l’installazione di tale idea all’interno di antichi centri storici di media-grande capienza, il tutto alterando la materia delle installazioni che si è tramutata in semplice plastica.
Dunque si è pensato di installare nei centri storici italiani, animali fuori scala interamente prodotti con plastica definita “rigenerata”. Francamente la cultura “pop”, simbolo di un mondo in cui il divino è stato volutamente ucciso (Nietzsche docet – “Dio è morto e l’abbiamo ucciso noi”) rimanda esplicitamente alla teoria del vuoto nichilistico contemporaneo.
Per capire il pensiero intrinseco dietro l’opera bisogna smontarla come un giocattolo (tale è la sua forma) pezzo per pezzo, per sviscerare il vuoto che è dietro un’idea che ci consegna al grande abisso del “non senso”.
Come primo punto, tale arte proclama la “sostenibilità” materica, ma secondo il mio modo di vedere – che rispecchia la cultura Occidentale – l’arte non deve essere materica, non deve ostentare, ma deve unicamente creare pathos. L’arte è interiorità, sempre: qualsiasi forma diversamente concepibile, semplicemente non è arte, ma altro da questa.
La consapevolezza dell’avvento di un mondo sempre più artificiale ha spinto tale corrente ad essere diffidente, verso le criticità della nostra epoca, ma contrariamente sono proprio i nostri monumenti e la nostra arte tradizionale a fungere da baluardo alla deriva: non serve un orpello ulteriore, una epidermide, un ulteriore velo di Maya per constatare il già noto, che rimane sempre sotto gli occhi di tutti.

Un esempio di Cracking art (Arte incrinata) in una villa cinquecentesca italiana. Da notare come la visuale ed il conseguente giardino siano stati oggettivamente imbruttiti da tali installazioni.

Non a caso la Cracking art si lega al termine di “invasione”, poiché deriva dalla caratteristica dei prodotti in plastica, che essendo ri-producibili in grandissime quantità, creano un effetto di vera e propria occupazione degli spazi. Pensiamo alle buste della spesa o alle microplastiche che creano continenti sottomarini. Inoltre la plastica viene utilizzata anche in medicina, come protesi da inserire nel corpo umano, invadendo di fatto sia l’ambiente che il singolo essere umano. Ebbene i nostri spazi devono cessare di essere invasi dal superfluo: quasi 100 anni fa Adolf Loos (1870 – 1933) proferì profetiche parabole “L’ornamento è delitto” e “la città è tatuata dall’orpello”. Solo una incomprensione di tali semplici fondamentali idiomi può portare oggi a compiere quel passo indietro che in natura solo i gamberi osano operare.
Altro pilastro di tale pensiero è l’elemento demografico: si vuole fare riferimento all’esplosione delle nascite di questi ultimi decenni e agli squilibri che ciò comporta (quali nascite se l’Italia è in recessione in tale campo?). È l’arte più sbagliata, quella che vuole consegnarsi direttamente all’individuo, attraverso “l’immagine imposta” – l’arte è l’esatto contrario: è scoperta, studio, intromissione in un mondo segreto, emozione intima – tale evento artistico, non emoziona, semplicemente incuriosisce.
Infine spazio alla materia: la plastica. L’arroganza di definire un materiale industriale “nobile” tanto quanto la pietra, il marmo, la creta, il bronzo è intollerabile. Diamo dignità alla plastica per la funzione di cui essa è stata resa celebre: la comodità funzionale. Traslare questa ad opera d’arte è invenzione.
Il primo prototipo dal quale viene poi ottenuto lo stampo adatto a questi sistemi di produzione, pone l’interesse meramente verso la serialità, simbolo della velocità che ci ha corroso tutti, verso le grandi opere e i grandi numeri.
Non si può amare la possibilità di riutilizzare molte volte la stessa plastica: infatti questa dopo qualche utilizzo per le installazioni, viene triturata e utilizzata per realizzare nuove opere. La grandezza dell’opera d’arte è la sua eternità e la sua capacità di emozionare “per sempre” – come cita Vittorio Sgarbi “l’opera d’arte deve emozionare sempre, non ha età” –, dunque non si può distruggere.
Mi impressiona e preoccupa il labile pensiero filosofico che vi è dietro: la teoria dell’universo infinito, l’internazionalizzazione, la fine delle identità dei popoli, poiché una “lumaca” (astratto simbolo zoomorfo) sta bene ovunque. Il bello delle etnie consiste nella propria diversità, soprattutto nel campo artistico. Semplicistica anche la teoria della rigenerazione e del mutamento: ogni opera d’arte, conservandosi, si ri-genera in ogni epoca, provocando un’emozione all’interno del cuore di ogni uomo “contemporaneo”.

Cracking Art: installazione sulle terrazze del Duomo di Milano. Osservare la stocasticità delle installazioni, completamente fuori contesto con l’ambiente storico e soprattutto la mancanza di rispetto verso l’elemento religioso.

In conclusione il pensiero va all’oggetto protagonista: l’animale. L’uomo non c’è, poiché non solo si è barbarizzato, ma è evaporato nell’istinto animale. Tutto il contrario di tutto: avviene uno svuotamento valoriale, dove gli animali vengono posizionati come pedine in una scacchiera astratta, senza minimamente studiare il luogo – ma quale animale, finto e di plastica, starebbe bene in una piazza storica? Per secoli il valore culturale e antropologico che l’elemento zoomorfo ha contraddistinto nei dipinti e nelle sculture, viene meno per consegnare un astratto simbolo della bestia. La fiera diviene messaggera di pensieri adeguati alla nostra contemporaneità. Ogni rappresentazione di una nuova opera viene quindi valutata in base al compito di messaggero che gli si vuole affidare: chiamasi semplificazione massimale dello svuotamento concettuale del pensiero umano, che banalizza tutto, anche l’animale (la teologia aiuta).
Il desiderio di questi pseudo-artisti è quello di generare quello stupore che sia in grado di far emergere in ogni persona una sensazione di piacere e felicità, ma l’arte non è certamente questa: essa, come affermato pocanzi è pathos.
Credo che Arte incrinata – termine anglofono a parte – sia il giusto compimento della deriva che ci circonda: dal Grande Fratello ai programmi delle coppie anziane trasmesse al pomeriggio sui canali nazionali. Ma c’è ancora chi, in silenzio, si erge, crea vera arte, costruisce la sacralità, con il vero talento dell’artista: gli scogli di marmo della contemporaneità.

 

Per approfondimenti:
_Philippe Daverio, Domenico Pertocoli, Arte stupefacente: da dada al cracking art, Mazzotta 2004;
_Luca Beatrice, Tommasi Trini, Cracking Art, Adriano Parise, 1993;
_Adolf Loos, Parole nel vuoto, Adelphi, 1992;
_Gianelli, Ida and Beccaria, Marcella (editors) Claes Oldenburg Coosje van Bruggen: Sculpture by the Way Fundació Joan Miró 2007.

 

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Il principio di sussidiarietà nei suoi padri ideologici: Vives e Chalmers

Il principio di sussidiarietà nei suoi padri ideologici: Vives e Chalmers

di Federico Giacomini 20/12/2018

Juan Louis Vives fu un umanista di origine spagnola (nacque a Valencia nel 1492), di origine ebraica (figlio di giudeo-conversi), ma di fede cristiana profonda, rimase fedele a Santa Romana Chiesa in cui trovò l’ispirazione per l’applicazione per nuovi concetti e progetti sociali riguardanti lo studio del fenomeno del pauperismo nonché l’importanza del fattore psicologico e umano nel trattamento dei casi di povertà e malattia mentale.

Juan Luis Vives (Valencia, 6 marzo 1492 – Bruges, 6 maggio 1540) è stato un filosofo e umanista spagnolo. Nella foto una sua statua a València (Spagna).

Dopo l’adolescenza (1509) partì dalla Spagna per proseguire gli studi a Parigi (tappa decisiva della sua crescita culturale), non fece più ritorno a casa trovando ospitalità nei Paesi Bassi prima a Lovanio poi a Bruges. Lì si stabilì definitivamente tra i suoi numerosi viaggi in Inghilterra (per questo fu definito da Erasmo da Rotterdam, suo amico, “viaggiatore anfibio”), lì fu precettore di Maria Tudor e docente a Oxford finquando il drammatico evento del divorzio tra Enrico VIII e Caterina lo costrinsero a stabilirsi nelle Fiandre definitivamente.
Rifiutò di tornare in patria anche se spesso fu preso da sentimenti nostalgici, da alcuni suoi carteggi degli anni Venti evidenzia come la “sfortuna” si accanisca contro la sua famiglia, la madre prima assolta fu dichiarata eretica dopo la morte e il padre fu arso sul rogo.
Dalle lettere e da ciò si spiega il suo “amore per la pace, il rifiuto della discordia e della sovversione” e un atteggiamento di polemica di stampo erasmiano contro inquisitori e teologi i quali accusano solamente per dissensi culturali. Nella lettura della sua principale opera è possibile constatare più volte la sua devozione alla Chiesa unita ad una sobria critica, ad esempio verso la vendita delle indulgenze: “D’altra parte la disciplina ecclesiastica si è decomposta a tal punto che nessun servizio viene amministrato gratuitamente. Detestano la parola «comprare», ma costringono in ogni caso a contare”.
Opera in buona parte influenzata dai numerosi soggiorni in Inghilterra, “De subventione pauperum” (“L’aiuto ai poveri”, tradotto in inglese, francese, fiammingo e italiano) costituisce il primo testo dove si effettua una attenta ricerca sul fenomeno, ci si pone il problema del “come” aiutare, si tratta un fenomeno il quale esige un’organizzazione, si fornisce dello stesso una spiegazione teoretica e se ne formula una strategia specifica che sarà adottata in seguito da altri consigli municipali. Emblematico è caso della municipalità di Ypres (Francia) nel 1530: vietando le elemosine per i poveri la stessa fu accusata di eresia dagli ordini francescano e domenicano i quali vedevano in ciò uno sconvolgimento della visione evangelica degli stessi, ma questa addusse come prova a favore le tesi del suddetto testo e vi fu un’ innovativa assoluzione (Geremek, 1986).
Si può considerare il testo di grande spessore in quanto affronta di petto situazioni sociali quali cause di povertà, pauperismo (esternazione della stessa), mendicità, ed in quel preciso momento storico (primi del ‘500) nel quale antichi atteggiamenti benevoli nei confronti dei poveri stanno venendo meno come antiche, riduttive e imprecise visioni evangeliche sul “come realmente” aiutare (misericordia gr. elemosina) si stanno sgretolando.
Un contesto di cambiamento per quanto riguarda la storia dell’assistenza. Come si è precedentemente detto, antichi atteggiamenti benevoli nei confronti dei poveri stanno venendo meno ed il fenomeno del pauperismo iniziò a costituire un pericolo per i cittadini, ciò fu dovuto in parte anche ad un aumento demografico superiore all’aumento della produzione agricola. Ad aggravare ulteriormente la questione sociale, nella seconda metà del secolo XIV vi furono pestilenze e carestie le quali provocarono migliaia di mendicanti che furono spinti verso le città. Gli arcaici sistemi di carità si rivelarono insufficienti a risolvere il problema che iniziò a interessare municipalità e governi: “Queste masse di poveri suscitavano, nei gruppi borghesi e nobiliari, soprattutto timore, per il rischio di disordini che minacciavano di mettere in crisi l’ordine sociale. Tale situazione orientò sempre piu i ceti abbienti verso la ‘difesa’ delle proprie fortune e proprietà da questa crescente massa di esclusi […] queste idee portarono alla proliferazione di ordinanze e di provvedimenti legislativi, emessi dalle autorità centrali, che rispecchiavano il ruolo di controllo sociale attribuito all’assistenza”.
Un periodo di aspri cambiamenti all’interno delle città, e di nuove tensioni che Vives nei suoi numerosi viaggi in Inghilterra percepì prima che nelle altre capitali europee. Proprio in Inghilterra tale problematica era più sentita: vennero introdotte infatti lì (anni dopo, dal 1576) le prime leggi elisabettiane sui poveri, il Poor Relief Act (1576) e i Poor Law Acts del 1598 e del 1601, permanenti nel 1640 e in vigore fino al 1834. Queste leggi vanno ricordate in quanto posero le basi normative di un assistenzialismo centrato sull’istituzionalizzazione, sorsero le “case di lavoro” in Inghilterra come gli “alberghi dei poveri” in Italia. In tali strutture venivano rinchiusi i poveri abili al lavoro considerati fannulloni, chi si rifiutava di entrare i queste strutture non aveva diritto ad altri soccorsi né poteva mendicare. Gli anziani, i minori e i diversamente abili erano considerati inabili al lavoro (“poveri buoni”) e venivano soccorsi tramite il ricovero o l’autorizzazione a mendicare.
Vives, con ottimo spirito di osservazione analizza la realtà inglese ed europea e le problematiche del pauperismo; fa tutto questo e con spirito di analisi e di indagine implicitamente ponendo ai lettori quesiti che portano ad una sorta di introspezione, invita alla riflessione sul modo di aiutare, si occupa di una virtuosa ed attenta speculazione sulle cause dell’aiuto e sul perché a volte non dà i frutti sperati.
Ciò che emerge dalla lettura in cui trova luogo “sorprendentemente” il principio di sussidiarietà, è che con il “rivoluzionario” testo di J.L.Vives: il classico modo di “aiutare dall’alto” viene messo fortemente in discussione nonché definito nocivo; emerge e si rafforza il concetto di “persona” che in quanto essere formata da mente e corpo necessita di aiuti per entrambe le sue parti; dietro la condizione del povero c’è un uomo che domanda profondamente sulla sua dignità; non ci sarà mai un completo recupero del povero se non lo si aiuta a ri-elevarsi alla sua “dignità di uomo” facendolo “compartecipare (insieme) al subsidium” nella pratica della “virtù del lavoro” (solo facendo la propria parte conformemente al principio della libertà).
A ragione di ciò si è deciso di condurre l’argomentazione del testo non in maniera canonica, ma focalizzandosi sugli elementi componenti la sussidiarietà che l’autore vuole trasmetterci: L’aiuto in denaro dato dall’alto e senza una partecipazione attiva del povero (nella pratica della virtù e nel lavoro virtù stessa in quanto allontana da comportamenti insani) è inefficace.
Nel corso dei secoli si è offuscato il vero concetto di carità cristiana (il “come aiutare”) nel trattare il fenomeno “inestirpabile” della povertà . L’autore tratta un concetto dell’ aiutare non limitato alla sola e “nociva” elemosina , ma in maniera “integrata” in quanto la persona è composta di mente e di corpo che è visione Cristiana precisa e innovativa per l’epoca: “Orbene, quanto grande e nobile compito consiste nel mettere insieme e nel pacificare gli animi, il che avviene in parte insegnando la virtù, in parte con la conversazione, con le consolazioni, col conforto, con le visite, con la condiscendenza”.
Ne parla in maniera esplicita: “Certuni giudicano che il fare il bene non insista esclusivamente in altro che nel dare o nel ricevere denaro [elemosina]. In questo peccano molti perché, mentre danno un consiglio, hanno in mente esclusivamente il denaro, dimenticandosi della buona coscienza e della virtù. Noi però, dal momento che siamo composti di mente e di corpo, abbiamo beni o vantaggi […] in relazione ad entrambe queste dimensioni: nell’animo sta la virtù; infine tra le cose esteriori, il denaro […], gli alimenti”.
Lasciando al denaro l’ultimo posto: “Quasi l’ultimo posto è lasciato al denaro. E’ cosa generosa ed onesta dare aiuto anche con questo mezzo, scelta che implica una straordinaria dolcezza”.
L’autore prosegue con lo stesso concetto: “come non bisogna provvedere unicamente al vitto, dal momento che tutto quanto l’uomo necessita di aiuto sotto tutti gli aspetti, così i nostri benefici non debbono essere limitati al solo denaro. Bisogna fare del bene coi mezzi spirituali […] col consiglio, con la saggezza, con gli insegnamenti per la vita, con mezzi materiali”.
Dietro alla condizione di povertà si cela una domanda profonda di un uomo che vuole riconquistare una “virtuosa pienezza umana”. Emerge qui il concetto di povertà materiale come conseguenza di un disagio spirituale che trova tra le diverse cause, dei cattivi insegnamenti: “E nella formazione intellettuale ad alcuni non toccò un maestro, altri furono corrotti da un insegnante a sua volta corrotto, come il popolo, grande maestro di errori […] Così l’uomo è diventato, dentro e fuori, completamente misero”.
Si fa riferimento all’ambivalenza del concetto di povertà prima spirituale e poi materiale ma anche, richiamando un concetto che verrà ripreso nel ‘900 dalla dottrina sociale cattolica, di domanda profonda la quale si riferisce non solo alla richiesta di aiuto economico ma (secondo il linguaggio dell’epoca) anche psicologico: “dunque chiunque ha bisogno dell’aiuto altrui, è povero e necessita di quella misericordia, che in greco si chiama ‘elemosina’, la quale non consiste solo nella erogazione di denaro, come la gente comunemente ritiene, ma in ogni opera con la quale si solleva l’indigenza umana”. L’autore sente la necessità di effettuare studî, ricerche e indagini sulla povertà, sul pauperismo, sulla mendicità e sulle loro cause.
Con l’espandersi delle città il fenomeno ha raggiunto vaste dimensioni anche in merito a questioni di pericolosità sociale, si trattano questi temi in entrambi i libri descrivendo anche comportamenti, abitudini e costumi dei mendicanti di Bruges: “alcuni paiono dire, non scioccamente, che essi mendicano non per sé, ma per il taverniere, indubbiamente perché, avendo facilmente raccolto quella determinata somma di denaro in quel giorno, confidano che ne raccoglieranno altrettanta il giorno dopo. Non so per quale ragione la parsimonia è rara tra le persone che posseggono poco e molto più rara se il denaro è stato acquisito senza industria e lavoro”.
Riemerge nuovamente l’importanza del lavoro. L’autore suggerisce delle “innovazioni” per ciò che concerne l’“organizzazione” per una “gestione efficace” delle risorse.
Auspica alla municipalità di designare quattro persone per ogni parrocchia le quali si occupassero: della “classificazione e registrazione dei poveri” , della gestione di una cassa comune, della scelta di persone cui demandare la “assistenza” psicologica e spirituale sulla base della “necessità” nonché indagare e controllare che nessuno si rifiutasse di “lavorare” (fare la propria parte), restando ozioso: “Dunque due senatori con un segretario visitino ed ispezionino una per una queste istituzioni [ospedali], registrino le rendite […] ed anche per quale motivo ciascuno è arrivato lì. Trasmettano queste informazioni ai consoli e al senato nella casa comunale. Coloro che sopportano la povertà a casa, siano registrati insieme ai loro figli da due senatori parrocchia per parrocchia, dopo che è stata aggiunta la segnalazione dei loro bisogni, il modo in cui hanno vissuto precedentemente e le circostanze in cui siano caduti in povertà: sarà facilmente appurabile dai loro vicini che genere di uomini siano”. Si può affermare che ha inizio proprio con l’opera di Vives un assistenza ai poveri basata su “concetti moderni, razionali, di professionalizzazione […] su relazioni gerarchiche e amministrazione autonoma […] questo sistema centralizzato e burocratico presentava la possibilità di controllare e rieducare i poveri”. Proprio nel richiamo al fattore del “lavoro” riemerge un implicito concetto di sussidiarietà, gli assistiti riceveranno un aiuto che non deriverà dall’alto e non sarà soltanto economico, ma saranno chiamati a fare “la loro parte” con il proprio lavoro.
Da qui si evidenzia l’emergere di un concetto di carità nuovo (evangelicamente più preciso e originario) e di un modo più concreto di aiutare il povero il quale “lavorando” e “compartecipando” all’aiuto di una “organizzazione”, “si rieleva alla sua dignità di uomo”. “Coloro che hanno la forza di lavorare non se ne stiano oziosi […] Come adesso non vi è nulla per loro più dolce di un ozio inerte e istupidito, così, se fossero abituati a fare qualcosa, non vi sarebbe per loro nulla di più grave o di più detestato dell’ozio e niente di più gioioso del lavoro”.
Concetto che chiarisce anche nel II libro : “[…] che ciascuno mangi il proprio pane procurato con la fatica. Quando nomino il «mangiare» o «l’essere alimentato» o «l’essere sostentato», voglio che si intenda non soltanto il cibo, ma i vestiti, la casa, la legna, le candele, in definitiva tutto ciò che riguarda la sussistenza fisica.
Dunque nessuno tra i poveri, il quale ovviamente possa lavorare o per l’età o per la salute, se ne stia ozioso […] pertanto non bisogna tollerare che alcuno viva ozioso nella città”.
Sempre nel II libro propone che sia fatta una indagine tra i poveri, da parte dei “segretari” già citati: “Agli individui del posto bisogna domandare se conoscano qualche mestiere. Coloro che non ne conoscono alcuno, se sono idonei per l’età, devono essere istruiti nei confronti della professione verso la quale affermano di essere maggiormente inclinati, se è possibile. Altrimenti, verso qualcosa di simile”.
Secondo autore di grande rilievo è Thomas Chalmers (1780-1847), il quale portò avanti i principi di sussidiarietà come risorse naturali di aiuto.
Dopo aver citato elementi sussidiari nell’opera principale del “primo” che si occupò dell’assistenza in maniera scientifica e razionale, un tributo doveroso è dovuto a Thomas Chalmers.
Nacque in un piccolo villaggio scozzese di pescatori, fu una figura rivoluzionaria nel campo delle riforme sociali, il teologo, ministro presbiteriano nonché matematico e fondatore della Libera Chiesa di Scozia con le sue innovazioni trova luogo nella trattazione del principio di sussidiarietà.

Thomas Chalmers (17 marzo 1780 – 31 maggio 1847), era un ministro scozzese, professore di teologia, economista politico e dirigente della Chiesa scozzese e della Free Church of Scotland. È stato definito “il più grande uomo di chiesa ottocentesco della Scozia”.

Chalmers fu responsabile della più grande e povera parrocchia di Glasgow, dove sviluppò un metodo di assistenza elaborato secondo il parametro dell’efficacia il quale ottenne un incredibile contenimento della spesa pubblica, per questo fu incaricato dalle autorità cittadine di svolgere funzioni inerenti alla legge sui poveri senza sovrapposizione tra i due sistemi di erogazione e utilizzando solamente donazioni.
Nel 1823 ottenne la cattedra di filosofia morale a St.Andrews e nel 1828 quella di teologia all’Università di Edimburgo. Divenuto leader del partito che puntava all’indipendenza della Chiesa scozzese, ne divenne Moderatore e Rettore del Seminario di Edimburgo.
Come precedentemente accennato, Chalmers elaborò un nuovo metodo di assistenza non basato su fondi pubblici. Chalmers poneva l’attenzione sull’organizzazione “le città dovevano essere assimilate a parrocchie rurali” dal forte spirito comunitario e dalle copiose “risorse naturali”.
Il metodo di Chambers aveva un carattere empirico ed era frutto di una sperimentazione nella sua parrocchia la quale era sì grande ma molto povera: la suddivise in distretti affidati a diaconi, loro compito era di effettuare indagini sulla situazione degli assistiti, al decano spettava il compito di scoprire “risorse naturali” idonee al trattamento del caso. Il metodo si basava su quattro fonti da utilizzare in maniera sussidiaria: sobrietà, frugalità, economie dell’assistito ed etica del lavoro (l’assistito era chiamato a fare la “propria parte”); aiuti da parte dei familiari; aiuti da parte del vicinato; aiuti da parte dei benestanti.
Familiari, vicinato e benestanti erano chiamati ad agire in maniera sussidiaria. Con questo sistema, agendo sulla vita privata (mondo vitale) dell’assistito, la si andava ad arricchire dal punto di vista relazionale; da ciò scaturiva una maggiore efficacia dei controlli dell’ambiente naturale. L’assistito veniva così inserito in un sistema fatto di relazioni che maturavano nello stesso autonomia e senso di responsabilità ed inoltre, non creando un sistema “artificiale” di aiuti diminuivano fin quasi ad azzerarsi le spese pubbliche. Tale sistema era volto a rafforzare le relazioni sociali dell’assistito, il suo “mondo vitale” e la sua personalità.
Nelle teorie di Chalmers videro la base le sistematiche metodologie d’aiuto di Mary Richmond (fondatrice del social work professionale) e Charles Loch (fondatore della Charity Organisation Society di Londra).

Per approfondimenti:

_L.Vives, De subventione pauperum, Fabrizio Serra, Pisa-Roma (2008);
_M.Dal Pra Ponticelli, G. Pieroni, Introduzione al Servizio Sociale, Carocci Faber, Roma 2005;
_B.Bortoli, I giganti del lavoro sociale, Erickson, Trento (2006);
_Federico Giacomini, La Santa Romana Chiesa e il principio di sussidiarietà, L’altro – Das Andere, 2018;
_Federico Giacomini, L’azione caritativa di Santa Romana Chiesa, L’altro – Das Andere, 2018.

 

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L’inquieta Algeria: spartiacque coloniale del dopoguerra

L’inquieta Algeria: spartiacque coloniale del dopoguerra

di Gabriele Rèpaci 10/12/2018

Per molti anni l’Algeria è stata al centro dell’attenzione e dell’opinione pubblica internazionale, poiché ha fatto battere milioni di cuori con pulsazioni violente e opposte. Sembra una terra composta per suscitare i sentimenti più vivaci: i coloni europei l’hanno difesa con i denti stretti; gli algerini non sono indietreggiati di fronte alle avversità, al prezzo sempre più alto che era loro imposto per raggiungere l’indipendenza; infine milioni di persone hanno visto nel dramma algerino il coronamento dei loro sogni o la concentrazione dei loro timori.
Gli autoctoni hanno gioito, come fosse la loro, di ogni vittoria della rivoluzione algerina: i coloniali, al contrario, l’hanno risentita come una comune sconfitta. Nel secondo dopoguerra le operazioni del Fronte di Liberazione Nazionale algerino possono essere considerate come il prototipo della lotta per l’autonomia dal Continente europeo dei paesi definiti “coloniali”, ponendo il punto definitivo sulla fine degli imperi coloniali.
I cinesi di Mao, quando volevano portare un esempio propagandistico del loro ideale di guerra all’imperialismo, citavano il caso dell’Algeria. E non a torto, se si pensa che la terra che fu già di Giugurta e di Massinissa è stata la sola, tra tutte le ex colonie del nostro secolo, a pagare come prezzo della libertà un milione e mezzo di vittime, due milioni di persone chiuse nei campi di raggruppamento, mezzo milione di vedove di guerra, trecentomila orfani di cui trentamila completi e migliaia di ettari di terre bruciati al napalm.
L’Algeria appare abitata in tempi remoti da genti europidi di razza e lingua berbera. Dall’Egitto verosimilmente esse importarono le tecniche della domesticazione dei cibi e degli animali. In età più recente (XII secolo a.C.) l’Algeria fu raggiunta dalla civiltà commerciale dei Fenici. Dopo la fondazione di Cartagine (814 avanti Cristo), l’Algeria passò sotto l’influenza dei Punici, che mantennero degli stabilimenti sulla costa con scopi prevalentemente commerciali, ma diffondendo anche fra le genti berbere tecniche agricole e costumi sedentari. Allorché al dominio cartaginese si sostituì quello romano (sec. II a.C.) la fascia agricola dell’Africa del nord a Ovest delle due Sirti fu grandemente estesa e molte genti berbere furono assimilate in una civiltà superiore di tipo urbano. La metà orientale dell’Algeria, la Numidia fu eretta da Cesare in provincia romana dopo la battaglia di Tapso e l’amministrazione imperiale assicurò da allora per parecchi secoli un elevato grado di civiltà e di benessere al Paese, come è attestato dalle rovina delle città romane recentemente portate alla luce (Lambesi, Tebessa, Timgad, ecc.), dalle tracce delle strade e dagli acquedotti. Questo sviluppo fu però col tempo compromesso dalle ribellioni degli indigeni e dalle violente controversie religiose. L’eresia donatistica si diffuse notevolmente fra i Berberi numidi dando luogo a tensioni e persecuzioni. L’Algeria fu quindi oggetto delle scorrerie dei barbari (presa di Ippona da parte dei Vandali, 430 dopo Cristo) che non vi stabilirono però uno stabile dominio: i Vandali furono cacciati a loro volta dai Bizantini (battaglia di Tricameron, 533 d.C.), che vi mantennero il loro dominio per circa un secolo e mezzo. La conquista araba del paese, abbattuta la sovranità più nominale che reale dei Bizantini, fu lenta e difficile a causa della resistenza opposta dalle tribù indigene che ebbero per guida la leggendaria regina al-Kāhina (morta nel 709 d.C.). Sul finire del 600 gli Arabi riuscirono infine a impadronirsi di tutto il paese e a sottomettere i Berberi, che fornirono anzi il grosso delle truppe per la conquista della Spagna: la coesistenza dei due elementi (arabo e berbero) non fu tuttavia né facile né pacifica, anche per controversie d’indole religiosa, pur essendo i Berberi ormai acquisiti all’islamismo. Dapprima parte dell’immenso impero dei califfi arabi, il Maghreb, dopo lo smembramento di esso e le contese fra Sunniti, Sciiti e Karaiti, cercò di rendersi autonomo dando vita a una pluralità di Stati karaiti. Fu ancora unito sotto l’impero dei Fatimidi, sotto gli Almoravidi, e gli Almohadi, poi si frammentò sotto varie dinastie. In Algeria si affermò nominalmente la dinastia degli Abdelwahidi, ma di fatto il territorio soggiacque alle invasioni beduine, per divenire nel secondo decennio del secolo XVI un pascialato dell’Impero Ottomano.
Nel 1711 nella cosiddetta «Reggenza di Algeri» al pascialato succedette un autocrate, il dey, eletto dai giannizzeri, ma la natura predatoria di questa specie di Stato non mutò, nonostante le spedizioni punitive a volta a volta effettuate dalle marine francese e spagnola. Nel 1827 il dey di Algeri si scontrò con il console francese in merito ad una disputa finanziaria con Parigi. Per ragioni di prestigio il governo di re Carlo X inviò un corpo di spedizione che prese possesso di Algeri nel 1830. Il dey capitolò e fuggì in esilio. I francesi presero il porto di Orano nel 1831, di Bona nel 1832 e di Bugia nel 1833. La politica francese era allora quella di un’occupazione limitata: le città del litorale formavano una colonia sotto l’autorità del governatore generale.
Restava la possibilità di concludere accordi con i capi autoctoni all’interno del territorio: a est, Ahmed, bey di Costantina, respinse nel 1836 i francesi, che tuttavia prenderanno la città l’anno seguente; a ovest, l’emiro ʿAbd al-Qāder, proveniente da una famiglia appartenente alla potente confraternita sufi della Qādiriyya, si mise alla testa della resistenza sin dal 1832. Quest’ultimo nel 1834 accettò un accordo con i francesi per avere il tempo di consolidare la propria autorità. Tornò quindi ad attaccare nel 1835 e poi nel 1837 firmò con i francesi il trattato di Tafna, che sanciva l’autorità di ʿAbd al-Qāder sulla parte centrale e occidentale del territorio; ciò gli permise di rafforzare lo Stato che aveva cominciato a organizzare modernizzando l’amministrazione musulmana. Nel 1839, l’esercito francese riprese l’offensiva, dopo aver denunciato le incursioni di ʿAbd al-Qāder nella piana di Mitidja (a sud di Algeri).
La Francia si decise alla conquista nel 1840. Il generale Thomas Bugeaud condusse una guerra estremamente mobile e adottò la tattica della terra bruciata. ʿAbd al-Qāder, respinto verso gli altipiani, dovette riparare in Marocco nel 1843. Quando Bugeaud sconfisse i Marocchini, il sultano accettò di dichiarare ʿAbd al-Qāder fuori legge. Questi proseguì la lotta nell’Algeria occidentale e finì per arrendersi nel 1847. Dopo essere stato mandato in Francia, nel 1853 si stabilì a Brussa (in Turchia) e nel 1855 a Damasco, dove insegnò teologia nella moschea degli Ommayadi.
Restava la possibilità di concludere accordi con i capi autoctoni all’interno del territorio: a est, Ahmed, bey di Costantina, respinse nel 1836 i francesi, che tuttavia prenderanno la città l’anno seguente; a ovest, l’emiro ʿAbd al-Qāder, proveniente da una famiglia appartenente alla potente confraternita sufi della Qādiriyya, si mise alla testa della resistenza sin dal 1832. Quest’ultimo nel 1834 accettò un accordo con i francesi per avere il tempo di consolidare la propria autorità. Tornò quindi ad attaccare nel 1835 e poi nel 1837 firmò con i francesi il trattato di Tafna, che sanciva l’autorità di ʿAbd al-Qāder sulla parte centrale e occidentale del territorio; ciò gli permise di rafforzare lo Stato che aveva cominciato a organizzare modernizzando l’amministrazione musulmana. Nel 1839, l’esercito francese riprese l’offensiva, dopo aver denunciato le incursioni di ʿAbd al-Qāder nella piana di Mitidja (a sud di Algeri).
La Francia si decise alla conquista nel 1840. Il generale Thomas Bugeaud condusse una guerra estremamente mobile e adottò la tattica della terra bruciata. ʿAbd al-Qāder, respinto verso gli altipiani, dovette riparare in Marocco nel 1843. Quando Bugeaud sconfisse i Marocchini, il sultano accettò di dichiarare ʿAbd al-Qāder fuori legge. Questi proseguì la lotta nell’Algeria occidentale e finì per arrendersi nel 1847. Dopo essere stato mandato in Francia, nel 1853 si stabilì a Brussa (in Turchia) e nel 1855 a Damasco, dove insegnò teologia nella moschea degli Ommayadi. Nel luglio del 1860 una fiammata di guerre religiose si propagò dal Libano a Damasco. I Drusi attaccarono i quartieri cristiani facendo più di 3.000 morti. L’emiro ʿAbd al-Qāder intervenne per fermare il massacro e protesse la comunità di 15.000 cristiani di Damasco e gli europei che vivevano là, grazie alla propria influenza sui dignitari della città. Rifiutò l’offerta fattagli da Napoleone III di un regno arabo d’Oriente. Morto nel 1883, le sue ceneri vennero traslate ad Algeri nel 1966. La conquista militare proseguì verso i bastioni berberi (Piccola Cabilia nel 1849 – 1852 e Grande Cabilia nel 1857) e avanzata a sud (presa di Laghouat e Touggourt nel 1854).
Negli anni 1830-1840 si insediarono in Algeria oltre 100.000 europei dell’area mediterranea, di cui meno della metà francesi. Ad essi si aggiunsero, a partire dal 1871, gli sconfitti della Comune di Parigi insieme a disoccupati, avventurieri e profughi dell’Alsazia-Lorena. Si concentrarono in poche città e nei loro dintorni. Nel 1848 la Repubblica francese dichiarava l’Algeria parte integrante del proprio territorio nazionale e la organizzò in tre dipartimenti: Algeri, Orano, Costantina. L’imperatore Napoleone III (1852-1870) si appoggiò all’amministrazione militare (“Bureaux arabi”), che tentò di guadagnarsi la fiducia dei musulmani con una politica paternalistica. Benché tale politica – giudicata troppo favorevole agli “indigeni” – incontrò l’ostilità dei coloni, Napoleone III la perseguì con maggiore determinazione dopo il 1860 e pensò di costruire un “regno arabo” all’interno del paese.

Angelo Tissier, Napoleone III lascia la sua libertà ad Abd-el-Kader al castello di Amboise il 16 ottobre 1852, 1861, olio su tela, 350 × 465 cm, Museo di Versailles (particolare).

Nel 1865 un decreto proclamò francesi tutti gli abitanti dell’Algeria (salvo gli stranieri residenti). Distingueva però tre status: civil (cittadini francesi propriamente detti), musulman (“sudditi” francesi; includeva la maggioranza degli indigeni) e mosaïque (gli Ebrei). A questi ultimi la cittadinanza francese sarà attribuita nel 1870.
La caduta dell’Impero e la disfatta francese contro la Germania, nel 1871, indebolirono l’autorità dei militari. Fu quindi l’occasione per i Cabili di lanciare una vasta insurrezione cui seguì una repressione draconiana: deportazioni, ingenti multe e confische di terreni. Questa situazione comportò un vantaggio per i coloni dopo il 1871: l’introduzione del régim civil, che può essere riassunto in due punti: i Francesi di Algeria, assimilati a quelli della metropoli, partecipavano all’agone politico nazionale e potevano dunque far valere, per l’Algeria, le disposizioni che loro convenivano maggiormente; i musulmani restavano in una posizione subordinata. Era lo “status dell’indigenato”, istituito nel 1881, che sottoponeva i musulmani a una stretta sorveglianza (come il permesso di circolazione).
I militari conservarono l’amministrazione dei Territori del Sud (la parte algerina del Sahara). Il divario giuridico tra coloni e musulmani (l’85% della popolazione nel 1900) si inscriveva nella realtà economica e sociale. Le popolazioni indigene vennero spinte fuori dalle città e dalle zone di colonizzazione agricola. Il popolamento coloniale divenne maggioritario nelle città più importanti (Algeri, Orano, Bona, ecc.), dove predominavano gli impiegati qualificati. Proprietari delle terre migliori, i coloni le sfruttarono in modo intensivo (vigneti, grano tenero, ecc.), mentre i contadini autoctoni, sempre pesantemente tassati, si impoverirono. La politica scolastica non compensava affatto questa disparità: nel 1900 frequentavano la scuola il 3-4% dei bambini musulmani (non supereranno il 9% nel 1944). Si trattava per di più di una scolarizzazione in lingua francese. Una piccola intellighenzia si formò tuttavia all’inizio del XX secolo, composta principalmente da insegnanti.
Durante la Prima Guerra mondiale, 173.000 musulmani algerini combatterono nelle fila francesi; a questi vanno aggiunti 80.000 “lavoratori coloniali” trasferiti nella metropoli. Nel 1918-1919 Parigi varò quindi delle riforme che dispensavano dall’indigenato oltre 400.000 musulmani. Ma erano riforme senza futuro: i coloni si opposero al progetto di concedere la cittadinanza francese ai musulmani francesizzati (per scolarizzazione). Questi ultimi, comunque, continuavano a rivendicare la loro “assimilazione”, senza con ciò rinunciare all’identità musulmana.
La Stella Nord-Africana (ENA, Etoile Nord-Africaine), fondata in Francia nel 1926, rivendicava il suffragio universale e l’indipendenza dell’Algeria. A partire dal 1927, Messali Hajj, un autodidatta nativo di Tlemcen, guadagnò influenza nel movimento e lo trasformò nel 1933 in un partito autonomo, perseguitato e sciolto più volte. Trovò sostenitori presso gli operai algerini dell’immigrazione. I militanti della Stella cominciarono a trasferirsi in Algeria nel 1935-1936 ed entrarono in competizione con il Congresso musulmano, che riuniva gli Eletti algerini (sostenitori di Ferhāt ‘Abbās), il Partito Comunista Algerino (PCA) e l’Associazione degli ulema (fondata nel 1931 dai “riformatori” musulmani in cui spicca la figura modernista di ʿAbd al-Ḥamīd Ben Bādīs).

Negli anni ’30, i membri della Star del Nord Africa si ritrovarono nei caffè parigini. Molti parteciperanno agli scioperi del Fronte popolare.

Nel 1937, Messali diede vita al Partito del Popolo Algerino (PPA), immediatamente sciolto dal governo francese. Il PPA, clandestino, restò comunque il partito di Messali e il simbolo del nazionalismo algerino. Messali sarà più volte arrestato e poi liberato, ma ciò non ne comprometterà l’autorità.
Ferhāt ‘Abbās pubblicò nel 1943 il Manifesto del popolo algerino, che reclamava uno Stato algerino autonomo e l’uguaglianza politica dei suoi residenti. Nel 1944 il generale de Gaulle dichiarava che tutti gli abitanti erano cittadini francesi, ma la piena cittadinanza venne concessa solo a 65.000 persone. Ferhāt ‘Abbās creò allora l’associazione degli Amici del Manifesto e della Libertà (AML), in cui si infiltrò presto il PPA (clandestino). Abbas assunse un tono sempre più radicale tanto da far pensare che progettasse un’insurrezione. L’8 maggio 1945, il giorno della capitolazione della Germania nazista, ebbero luogo in tutto il paese manifestazioni per celebrare la vittoria dell’Europa nel segno della democrazia e della giustizia per l’Algeria. Spiccato divenne il tono indipendentistico, sottolineato anche emotivamente dal fiorire di tanti stendardi bianco-verdi, l’insegna di ʿAbd al-Qāder destinata a diventare la bandiera della nazione algerina. A Sétif (Costantina) le manifestazioni degenerarono quando un ufficiale della polizia francese uccise un arabo che sventolava uno di questi vessilli. La parata dei sentimenti degli algerini affinché i francesi prendessero atto della svolta in corso si tramutò in una sollevazione tanto spontanea quanto cruenta, incontrollata, contro tutto ciò che simboleggiava la dominazione e il potere coloniale, con un bilancio pesante di vittime fra la popolazione francese, coloni e funzionari (102 morti), e violenze incalcolabili a danno di edifici di Sétif e della vicina Guelma.
Al primo atto di “ribellione” dell’Algeria moderna seguì il primo premeditato massacro di cui il colonialismo francese doveva macchiarsi nell’ora della Quarta Repubblica. Le autorità proclamarono lo stato d’assedio e incaricarono reparti armati agli ordini del generale Raymond Duval di eseguire la repressione, che oltrepassò largamente il semplice ripristino dell’ordine, sebbene l’irata reazione della popolazione algerina si fosse spenta con la stessa subitaneità con la quale era esplosa. Più di 40 villaggi furono bombardati e distrutti, i quartieri arabi di Sétif e di altre città vennero incendiati, a centinaia caddero i fucilati senza processo, con 4650 arrestati, vendette sommarie, saccheggi; secondo valutazioni ufficiali da parte francese la repressione costò agli algerini circa 1500 morti, ma fonti militari parlano di 6-8 mila morti e le fonti nazionaliste sostengono che non meno di 45 mila algerini perirono sotto la furia francese. Nella realtà, e per la memoria collettiva e del movimento nazionale, fra le due comunità residenti Algeria si era scavata una fossa che non sarebbe stato più possibile colmare.

Presentazione della Legion d’onore al Capitano Oscar Lefebvre del Generale d’Hauteville, Capo della Regione di Marrakech.

Nel 1946, con la creazione dell’Unione Democratica del Manifesto Algerino (UDMA), Ferhāt ‘Abbās conservava il principio di collaborazione con la Francia in vista della creazione di uno Stato algerino. Messali Hajj, invece, fondava il Movimento per il Trionfo delle Libertà Democratiche (MLTD), che si dotò di un braccio armato clandestino: l’Organizzazione Speciale (OS). Lo statuto organico dell’Algeria, adottato nel 1947, definì il paese come un “gruppo di dipartimenti francesi”, dotandolo di un’Assemblea di 120 membri: 60 per il collegio di cittadini francesi di status civil, tra cui si trovano solo pochi Algerini francesizzati che avevano optato per tale status, e 60 per il collegio dei “cittadini sotto status locale”, cioè musulmano (il 90% della popolazione).
Tra il 1951 e il 1953 il MLTD entrò in crisi e si divise: la corrente maggioritaria del comitato centrale (“centralisti”) contestava l’autoritarismo di Messali Hajj, il cui prestigio era forte fra gli emigrati. L’OS era divisa, ma i suoi militanti più attivi pensavano di poter superare la crisi interna con l’insurrezione.
Tra la mezzanotte e le due del mattino del 1 novembre 1954, l’Algeria venne svegliata da una serie di esplosioni: dalla regione di Costantina a quella di Orano, incendi e attacchi di gruppi ribelli rivelarono l’esistenza di un movimento preparato e coordinato. Algeri, Boufarik, Bouira, Batna e Khenchela vennero colpite da una serie di trenta attentati, praticamente simultanei, contro obiettivi militari o di polizia.
Lo stesso giorno un’organizzazione sino ad allora sconosciuta rivendicò tutte le operazioni militari: il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN). Questa ribellione era diretta da una centrale interna composta da sei uomini: Lardi Ben M’Hidi, Didouche Mourad, Rabah Bitat, Krim Belkacem, Mohamed Boudiaf, Mostefa Ben-Boulaïd. La rappresentanza esterna, che aveva sede al Cairo, era garantita da Hocine Aït Ahmed, Ahmed Ben Bella e Mohamed Khider.
Le autorità francesi vennero colte di sorpresa da questa ondata di violenza: tuttavia l’eventualità di abbandonare un territorio che le apparteneva da centotrenta anni, ancora prima dell’annessione della Savoia (1860), non fu nemmeno presa in considerazione da Parigi. La scoperta del petrolio e la scelta di servirsi delle immense distese del Sahara per l’avvio di sperimentazioni nucleari o spaziali furono ulteriori motivazioni di attaccamento a questa terra e a procedere alla repressione del movimento indipendentista.
«L’Algeria è francese da molto tempo. Non ci sono possibilità di secessione» affermò il 12 novembre il presidente del Consiglio Pierre Mendès France, di fronte al parlamento. Il ministro dell’Interno, François Mitterand, aggiunse: «la mia politica sarà definita da queste tre parole: determinazione, fermezza, presenza».
Dal canto suo l’ufficio politico del Partito Comunista Francese dichiarava che: «Il Partito non saprebbe approvare il ricorso ad atti individuali suscettibili di fare il giuoco dei peggiori colonialisti se non addirittura da lor stessi fomentati» (9 novembre 1954) . Nonostante questo militanti comunisti, in particolare sulle montagne dell’Aurès, si unirono ai resistenti algerini sin dal mese di novembre. Solo alcune organizzazioni anarchiche e trotzkiste si pronunciarono, in Francia, apertamente a favore dell’indipendenza algerina. Va menzionato a questo proposito, l’impegno profuso nella causa indipendentista dal trotzkista di origine greca Michel Pablo (al secolo Michalis Raptis, 1911 – 1996), divenuto in seguito consigliere politico di Ben Bella, arrestato in Olanda per aver organizzato una rete di sostegno che forniva al FLN algerino passaporti e perfino franchi falsi. Pablo contribuì a mettere in piedi con militanti operai della Quarta Internazionale (tra cui diversi latinoamericani e in particolare argentini) una piccola fabbrica che produsse alcune migliaia di fucili mitragliatori, semplici ma efficienti. Molti di quei militanti restarono in Algeria anche dopo l’indipendenza.
Nonostante i rinforzi mandati da Parigi nell’agosto del 1955, la rivolta si propagò abbracciando tutto il nord della regione di Costantina, provocando una reazione molto dura da parte francese. Apparve del tutto chiaro che era ormai impossibile circoscrivere ad atti di terrorismo isolato quella che era diventata a tutti gli effetti una vera e propria guerra. Mentre i Francesi d’Algeria ricevevano da Parigi un aiuto militare crescente (400.000 uomini), un numero sempre più ampio di musulmani si riconosceva nel FLN: i “centralisti” si unirono al Fronte nel 1955, i membri dell’UDMA (tra cui Ferhāt ‘Abbās) l’anno dopo. Restarono invece ai margini quelli che Messali raggruppò nel Movimento Nazionale Algerino (MNA).
Il 2 gennaio 1956 il Fronte Repubblicano, composto da socialisti, radicali e una parte di gollisti, vinse le elezioni legislative in Francia.
A guidare il governo sarà chiamato il socialista Guy Mollet, che fonderà un esecutivo a direzione socialista e a partecipazione radicale, con Mendès France Ministro di Stato, François Mitterrand Ministro della Giustizia e Maurice Bourgès-Maunoury Ministro della Guerra.
Il 9 febbraio 1956 Guy Mollet nominò ministro dell’Algeria Robert Lacoste, ex resistente ed esponente socialista. Appena entrato in carica Lacoste presentò all’Assemblée nationale un progetto di legge che «autorizza il governo a mettere in atto in Algeria un programma di crescita economica, di sviluppo sociale e riforma amministrativa, e che gli consente di disporre di tutte le misure eccezionali per garantire il ritorno all’ordine, la protezione delle persone e delle cose, la salvaguardia del territorio».
Con una serie di decreti approvati tra il marzo e l’aprile del 1956, che consentiranno un rafforzamento delle operazioni militari e una chiamata alle armi “generalizzata” in caso di necessità, l’Algeria venne divisa in tre zone (zona di pacificazione, zona di operazioni e zona vietata), in ciascuna delle quali si muoverà un corpo d’armata specifico. Nelle zone di operazioni l’obiettivo era “l’annientamento dei ribelli”; nelle zone di pacificazione era prevista la “protezione” delle popolazioni europee e musulmane, e l’obiettivo prioritario dell’esercito era quello di sopperire alle carenze amministrative. Le zone vietate saranno invece evacuate, la popolazione sarà concentrata in “campi di accoglienza” e presa in custodia dall’esercito.
Il 12 marzo il parlamento approvò a stragrande maggioranza (455 voti favorevoli e 76 contrari) questa legge sui poteri speciali che implicava anche la sospensione di gran parte delle garanzie di libertà individuale in Algeria. Il PCF votò in favore di questa legge. I poteri speciali rappresentarono la svolta decisiva di una guerra che la Francia aveva deciso di combattere fino in fondo.
L’11 aprile vennero richiamati i riservisti (disponibles): decine di migliaia di soldati attraversarono il Mediterraneo.
Gli animatori della rivista “Le Temps modernes”, fondata da Jean-Paul Sartre, presero le distanze dal voto parlamentare, annunciando cupi scenari: «La sinistra, per una volta unanime, ha votato a favore dei “poteri speciali”, questi poteri assolutamente inutili per il negoziato ma indispensabili per il proseguimento e l’inasprimento della guerra. Questo voto è scandaloso e rischia di essere irreparabile». In effetti sarà proprio così.
Il 16 marzo 1956, quattro giorno dopo i poteri speciali, i primi attentati del FLN colpirono anche Algeri; Robert Lacoste, ministro residente e governatore generale dell’Algeria, impose allora il coprifuoco alla città, che venne pattugliata giorno e notte dalle forze dell’ordine. In Francia si tennero le ultime, sparute, manifestazioni spontanee nei pressi delle stazioni e delle caserme contro la partenza dei richiamati. L’opinione pubblica non vedeva di buon occhio il prolungamento del servizio militare (portato a ventotto mesi). In Algeria la situazione continuava a deteriorarsi: il terrorismo si diffuse a macchia d’olio, il FLN organizzò scioperi a Orano in febbraio e ad Algeri in maggio. La dispersione delle truppe francesi e il loro modesto addestramento le resero vulnerabili alle imboscate: a Palestro, il 18 maggio, venti soldati, giovani parigini richiamati alle armi, caddero sotto i colpi degli uomini del commando “Al Khodja” dell’ALN, aiutati dalla popolazione locale. L’unico sopravvissuto venne liberato dai paracadutisti cinque giorni dopo.
La progressione della lotta del Fronte di Liberazione Nazionale trascinò lo Stato francese in una crisi rovinosa, di cui la crescente instabilità ministeriale fu solo l’indice esterno più rivelatore. L’uso spregiudicato dei mezzi repressivi più raffinati, la tortura come norma praticata dai servizi di sicurezza non solo per strappare informazioni ma per ridurre il colonizzato a “oggetto”, i poteri speciali e la politicizzazione dei comandi militari vittime della distorsione mentale che identificava il “nazionalismo” dei paesi coloniali con “l’avamposto del comunismo internazionale” dando alla guerra in corso in Algeria una rilevanza planetaria, il credito in Algeria e nella madrepatria per tutte le idee più retrive sulla grandezza della Francia da preservare contro i “ribelli”, inquinarono in misura irreparabile il clima politico della Francia, seminando i germi di una pericolosa involuzione. Il dogma “dell’Algeria francese” stava producendo una specie di “esercito ombra” in cui trovarono asilo tutti gli individui dell’ultra-colonialismo, pronti a cospirare contro la Francia con l’aiuto dei comandi delle forze armate o almeno delle polizie parallele.
Il 27 dicembre 1956 Amédée Froger, presidente della federazione dei sindaci d’Algeria e attivo portavoce dei coloni europei, venne assassinato ad Algeri. L’indomani, al termine dei suoi funerali, si scatenò una vera e propria caccia all’uomo che provocò numerose vittime tra i musulmani. La tensione tra gli europei e gli algerini musulmani era massima. Il governo generale, guidato da Robert Lacoste, decise di reagire e, facendo ricorso ai “poteri speciali”, votati nel marzo 1956, affidò la “pacificazione” di Algeri al generale Jacques Massu, comandante della 10ª divisione paracadutisti.
Il 7 gennaio 1957, 8 mila parà entrarono in città con il compito di eseguire una missione di polizia; la “battaglia di Algeri” ebbe inizio. Il 9 e 10 gennaio due esplosioni crearono il panico in due stadi di Algeri, ma l’orrore raggiunse l’apice il 26 ottobre dello stesso mese: a qualche minuto di distanza, due bombe esplosero nel pieno centro di Algeri, la prima al bar L’Otomatic, la seconda nella brasserie Coq hardi. Due algerini musulmani vennero linciati da una folla, esasperata, di europei. Il 28 gennaio, in corrispondenza con il dibattito sull’Algeria all’Onu, il FLN indisse uno sciopero generale di otto giorni, che però l’esercito stroncò con una spettacolare azione di forza: elicotteri atterrarono sulle terrazze della Casbah, i quartieri musulmani della città vennero isolati con recinzioni di filo spinato e illuminati giorno e notte con potenti proiettori.

Soldati francesi durante la battaglia d’Algeri. Celebre il filone cinematografico transalpino sulla tematica.

Il generale Massu, che disponeva di poteri di polizia sulla città, ebbe l’incarico di riportare l’ordine, di smantellare la “zona autonoma di Algeri” (Zaa) controllata dal FLN e diretta da Yacef Saadi, situata principalmente all’interno della Casbah; il FLN vi disponeva di una vera e propria organizzazione, valutata approssimativamente attorno ai 5 mila militanti. Il terrorismo dei ribelli algerini giustificava il ricorso a qualsiasi mezzo per riportare l’ordine: gli uomini di Massu eseguirono perquisizioni e arresti di massa, schedarono ogni potenziale nemico e, all’interno dei “centri di transito e identificazione”, situati nella periferia della città, praticavano la tortura. Il leader del FLN, Larbi Ben M’Hidi, venne arrestato il 17 febbraio e sarà, in seguito, “suicidato”. Gli interrogatori “molto approfonditi” diedero i primi risultati.
La battaglia di Algeri fu davvero “sangue e merda”, secondo la celebre espressione del generale Marcel Birgeaud; un orribile scontro in cui da un lato le bombe falciavano decine di europei, mentre dall’altro i parà tentavano di venire a capo delle reti di resistenti, scoprirono covi, snidarono i capi del FLN nascosti in città. I loro mezzi? Elettricità, bacinelle d’acqua, botte. C’erano sadici tra i torturatori, certo, ma molti ufficiali, sotto-ufficiali, e soldati vivranno per tutto il resto della loro vita con questo incubo. Il numero degli attentati scese dai 112 di gennaio ai 39 di febbraio, ai 29 di marzo: la centrale di comando del FLN, diretta da Abane Ramdane, venne obbligata a lasciare la capitale e Massu conseguì così una prima vittoria.
Il 28 marzo 1957 il generale Paris de Bollardière chiese di essere rimosso dal proprio incarico: non ammetteva il ricorso alla tortura, che aveva conosciuto e combattuto all’epoca dell’occupazione tedesca. Il cappellano militare della 10ª divisione gli rispose dichiarando che: «non si può lottare contro la guerriglia rivoluzionaria se non servendosi di metodi di azione clandestina». Il generale sarà punito con sessanta giorni di carcere, il 15 aprile 1957.
All’inizio di giugno ricominciarono gli attentati: il 3 dello stesso mese una bomba esplose vicino alla fermata di un autobus; il 9 fu la sala di ballo di un casinò che venne fatta saltare in aria in un attentato che provocò 8 morti e 92 feriti. La repressione riprese, aiutata stavolta da una rete di militanti “pentiti” (i cosiddetti “bleus de chauffe”) che diretta dal capitano Léger, si infiltrò all’interno del FLN e permise l’arresto di numerosi dirigenti. Yacef Saadi venne arrestato il 24 settembre 1957; Ali La Pointe, il suo vice, circondato, si suicidò nel suo nascondiglio per evitare l’arresto. La “battaglia di Algeri” era finita. La popolazione europea riscoprì il piacere di andare al mare e al ristorante, rendeva omaggio ai suoi nuovi eroi, un idillio che durerà sino al 13 maggio 1958.
Le reti del FLN furono distrutte, migliaia di algerini furono arrestati o vennero dati per dispersi, ma questa vittoria militare si accompagnò a una profonda crisi morale. Il 12 settembre 1957 Paul Teitgen, segretario generale della prefettura di Algeri, si dimise in segno di protesta contro i metodi utilizzati dal generale Massu e dai paracadutisti, denunciando la scomparsa di 3.024 persone. Il “dibattito” sulla tortura dividerà la Francia.
Nel 1958 divenne ormai chiaro che la superiorità militare francese non era decisiva. La maggioranza dei Francesi d’Algeria, tuttavia si opponeva a qualsiasi negoziato: questo portò alla crisi del 13 maggio 1958 e all’ascesa del generale de Gaulle, a Parigi. L’esercito francese lottava contro la guerriglia rinchiudendo oltre due milioni di contadini nei campi, mentre alle frontiere gli sbarramenti elettrificati impedivano l’approvvigionamento di armi all’ALN, che ciononostante proseguì la sua azione di resistenza.
Il conflitto assunse allora una dimensione tutta politica, anche sulla scena internazionale. Nel 1959 il generale de Gaulle riconobbe il diritto all’autodeterminazione, promuovendo un’associazione con la Francia, ma il FLN, al contrario, esigeva il riconoscimento dell’indipendenza. Il Governo Provvisorio della Repubblica Algerina (GPRA), creato nel 1958 e presieduto da Ferhāt ‘Abbās, ebbe il compito di difendere questa posizione all’estero e presso le Nazioni Unite. I negoziati si fermarono nel 1960, ma ripresero nel 1961 e si conclusero nel marzo del 1962 con gli accordi di Evian. Fu allora che scoppiò l’ultima fase del conflitto. L’OAS (Organizzazione Armata Segreta), animata da Francesi d’Algeria e ufficiali ribelli, iniziò una violenta campagna terroristica contro gli Algerini e Francesi liberali, che provocò la reazione del FLN. Circa un milione di Francesi d’Algeria (anche noti come “pieds-noirs” dal soprannome che gli indigeni avevano dato nel 1830 alle prime truppe d’invasione che calzavano stivaletti neri) lasciò immediatamente il paese. L’Algeria ottenne l’indipendenza in luglio.
Divenuta indipendente, l’Algeria si ritrovò in una situazione difficilissima. I coloni europei, che costituivano l’ossatura della vita economica, se ne erano andati. Inoltre, i sette anni di guerra avevano decimato l’intellighenzia algerina e moltiplicato le distruzioni. Gli uomini che andarono al potere nel 1962 erano prima di tutto comandanti militari, sopravvissuti non solo ai combattimenti, ma anche alle terribili lotte tra algerini (in particolare quella tra FLN e MNA).
Dopo gli accordi di Evian, il FLN si divise: Benyoucef Benkhedda, presidente del GPRA dal 1961, si contrappose ad Ahmed Ben Bella, uno dei fondatori del FLN, imprigionato in Francia dal 1956 al 1962. Il primo si installò ad Algeri nel giugno del 1962, mentre il secondo si alleò con il colonnello Houari Boumédiène, capo di stato maggiore dell’ALN alle frontiere a partire dal 1960. Nel corso dell’estate, si verificarono violenti regolamenti di conti che fecero temere la degenerazione nella guerra civile. Ben Bella e Boumédiène ebbero però la meglio e un’Assemblea dichiarò in settembre la “Repubblica algerina democratica e popolare”. La Costituzione del 1963 instaurò un regime presidenziale e trasformò il FLN in partito unico. La scelta ideologica verso il socialismo era già scritta in diversi documenti del FLN. Del resto quasi tutte le ex colonie che hanno lottato per l’indipendenza fecero quella scelta (molto spesso a parole) appoggiandosi ai paesi socialisti, in contrapposizione ai dominatori capitalisti dell’Occidente. In Algeria comunque solo la fuga dei coloni europei permise la nascita spontanea dell’autogestione in agricoltura. I fellāḥs (contadini) che erano rimasti senza padrone ebbero due scelte: o smettere di coltivare e morire di fame, oppure organizzarsi e continuare il loro lavoro in comitati di gestione. Certo mancava il “know how” del vecchio proprietario e molti errori furono commessi per ignoranza e imperizia. Ma ormai la scelta socialista era nei fatti, nata da una situazione di emergenza che a poco a poco toccò anche altri settori produttivi. Con i decreti del marzo 1963 il neoeletto presidente Ben Bella, si limitò a riconoscere e a legalizzare una situazione di fatto che si era venuta a creare suo malgrado.
Il governo di Ahmed Ben Bella (uno dei sette leader storici della rivoluzione e il più radicale, per cinque anni detenuto nelle carceri francesi) durò due anni, considerando anche il periodo in cui fu eletto Presidente della Repubblica. Ma il suo pugno di ferro e il palese tentativo di instaurare un potere personale gli costarono l’inimicizia degli altri capi algerini. Ben Bella fu deposto e arrestato nel giugno 1965 con un colpo di Stato organizzato dal suo Ministro della Difesa, il generale Houari Boumédiène.

Questa foto del 15 aprile 1964 mostra poi il ministro dell’Economia di Cuba, Ernesto “Che” Guevara, a sinistra, con il presidente dell’Algeria Ahmed Ben Bella all’aeroporto di Algeri.

Ben Bella fu trasferito in una località segreta nel deserto, liberato ed esiliato solo nel 1980. Cercò qualche anno dopo di tornare alla vita politica ma senza successo. L’11 aprile 2012 si ebbe la notizia della sua morte: una vita spesa in carcere, prima dei francesi, poi dei suoi connazionali, infine in esilio. L’opzione socialista continuò anche se in forme un po’ diverse per alcuni anni; poi si imposero scelte miste o solo capitaliste.
Facendo leva sull’esercito, Boumédiène intendeva forgiare uno Stato forte, socialista e arabo, sotto un regime a partito unico (il FLN). Nel 1971, per finanziare un grande programma di industrializzazione, nazionalizzò le risorse di idrocarburi. Allo stesso tempo promosse una politica volta all’arabizzazione dell’insegnamento. Nel 1976 Boumédiène fece adottare una Costituzione che legalizzava il proprio potere. Venne eletto presidente della Repubblica nello stesso anno, ma morì nel 1978 a causa di una rara malattia del sangue.
L’esercito scelse il colonnello Chadli Bendjedid come successore di Boumédiène. Sembrò profilarsi una distensione, ma si trattò piuttosto di una rimessa in causa del progetto socialista, che non compromettesse il dirigismo statalista da cui traevano profitto l’esercito e la burocrazia. Dal 5 al 10 ottobre 1988 ebbe luogo la “guerra della semola” o “guerra del cous-cous”, chiamata così a causa della carenza di beni di prima necessità, tra cui il piatto tradizionale maghrebino. Il presidente Chadli Benjedid non esitò a reprimere la protesta con i carri armati compiendo un vero eccidio: 162 morti e migliaia di feriti.
La rivolta sfociò comunque in un referendum sulla riforma costituzionale e in un’elezione presidenziale a favore di Bendjedid, che aprì la strada ad un processo democratico e al multipartitismo, ma anche ai movimenti integralisti islamici più radicali, che poco dopo prenderanno il sopravvento.
Il 23 febbraio 1989 venne approvata una nuova Costituzione, la terza dall’indipendenza. L’apparato ideologico della rivoluzione venne abrogato e scomparirono tutti i riferimenti al socialismo e al primato del Fronte di Liberazione Nazionale. Vennero introdotti molti articoli sulla garanzia e la difesa della libertà.
Alle elezioni locali regionali del 1990, il Fronte Islamico di Salvezza (FIS) superò il FLN. Al primo turno delle elezioni per il parlamento, tenutesi nel dicembre del 1991, il FIS ottenne il 47,3% dei suffragi contro il 23,4% del FLN. I militari reagirono subito: ottenute le dimissioni di Bendjedid nel gennaio 1992, interruppero il processo elettorale, proclamarono lo stato d’assedio e sciolsero il FIS. Mohamed Boudiaf, uno dei leader storici della guerra d’indipendenza, all’opposizione e in esilio, venne eletto capo di Stato, ma morì assassinato nel luglio del 1992.
Nel 1992 gli islamisti intrapresero una guerriglia contro l’esercito algerino in numerose zone di montagna. Fondato nel 1993, il Gruppo Islamico Armato (GIA), si macchiò di numerosi crimini nei confronti della popolazione civile e straniera residente nel paese. Il generale Liamine Zéroual andò al potere nel 1994. Quando il GIA iniziò a intensificare gli attentati, i sostenitori del FIS formarono l’Esercito Islamico di Salvezza (AIS). I militari risposero con estrema brutalità. Zéroual venne eletto presidente della Repubblica nel 1995 e l’anno successivo, con un referendum, fu approvata una nuova Costituzione: il potere presidenziale venne rafforzato. Le autorità crearono delle milizie (“i patrioti”) per combattere gli islamisti, mentre degli scontri videro contrapposti l’AIS al GIA. A partire dall’aprile del 1997, il GIA compì massacri di civili su larga scala, in particolare a sud di Algeri. Queste atrocità portarono l’AIS a proclamare un cessate il fuoco unilaterale, in seguito al quale lo stesso GIA si divise. Zéroual rassegnò le dimissioni e Abdelaziz Bouteflika (un vecchio collaboratore di Boumédiène) venne eletto presidente nell’aprile del 1999. L’AIS si sciolse nel 2000. Lo stesso anno un referendum approvò un amnistia, in seguito alla quale il GIA si smembrò. Si stima che dal 1991 al 2002, il conflitto abbia provocato tra le 150.000 e le 200.000 vittime. La guerra risparmiò quasi integralmente i pozzi e l’intero apparato per il trasporto e la commercializzazione di petrolio e gas. Sembrò non dispiacere a nessuno, né in Algeria e neppure in Europa o in America, se a vent’anni dalla morte le scelte ambiziose di Houari Boumédiène, il colonnello austero dall’aria triste che si votò a fare dell’Algeria una potenza economica sulla sponda sud del mediterraneo “seminando” il petrolio attraverso le cosiddette “industrie industrializzanti”, fossero svanite nel nulla e l’Algeria fosse tornata alla situazione di “monocoltura” che si imputava all’ordine coloniale. Nel 2004 Bouteflika venne rieletto presidente con l’85% dei voti. L’anno successivo venne approvata con un referendum una nuova amnistia, molto controversa a causa della sua ampiezza.
L’anno precedente alle cosiddette “Primavere arabe” fu contrassegnato da un sensibile aumento dei moti in tutto il paese: nel corso dei primi undici mesi del 2010 la polizia era dovuta intervenire in più di centomila operazioni di mantenimento dell’ordine a seguito delle richieste provenienti dalle autorità amministrative delle wilaya.

Il presidente generale dell’Algeria Liamine Zeroual e il colonnello Muammar Gheddafi al 25 ° anniversario della celebrazione della rivoluzione libica, Tripoli, 1 settembre 1994.

Uno stato latente di rivolte, che testimoniava una profonda sfiducia nei confronti dello stato e della sua gestione della rendita. Si trattava di moti animati da giovani disoccupati (ad Annaba nell’Est del paese) oppure causati dalla lista di beneficiari degli alloggi popolari – assegnati all’interno di un vasto programma governativo di eradicazione delle bidonville soprattutto in quartieri poveri della capitale, come il celebre Bab el-Oued (dove peraltro proprio per la mancanza di infrastrutture erano morte circa 900 persone in un inondazione del 2001) – che determinava esclusioni e quindi rivalse e ribellioni. Il mese di dicembre 2010 era stato poi contrassegnato da violenti moti contro il rincaro dei generi di prima necessità ad Algeri.
La rivolta in Tunisia che costrinse alla fuga all’estero il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, il 14 gennaio 2011, portò tutti gli osservatori a rivolgere lo sguardo verso l’Algeria: disoccupazione, marginalizzazione dei giovani, mancanza di sbocchi lavorativi per i diplomati e i laureati, un sistema politico impenetrabile e auto-riferito o ancora l’assenza di spazi di aggregazione e divertimento (concerti, cinema, librerie e biblioteche, musei) ne facevano la più probabile pedina del domino prossima a cadere sotto la forza dirompente delle Primavere arabe. Mai previsione fu più sbagliata: il regime non solo fu in grado di evitare il “contagio”, ma uscì rafforzato dalla resistenza a un movimento per la “democrazia” che fu ricondotto allo schema sicuro – nel quale la maggioranza della popolazione di fatto non faticò a riconoscersi – del complotto internazionale ordito contro l’Algeria da ipotetiche potenze straniere (gli imperialisti? Il Qatar?) che volevano usurparne l’indipendenza importandovi delle rivoluzioni posticce. Il regime seppe sfruttare le legittimità immateriali (quella rivoluzionaria derivante dalla guerra di liberazione e quella ottenuta dalla guerra antiterroristica) e la legittimità materiale (la rendita petrolifera) per resistere, mantenere il controllo della situazione e superare indenne la fase turbolenta che dal 2011 sconvolse l’intera regione. Alcuni aggiustamenti furono necessari per tamponare la situazione ed evitare il collasso. Innazitutto, per placare i moti che sostanzialmente proseguirono sull’onda di quelli del 2010, anche galvanizzati dal movimentismo della vicina Tunisia, furono allargati i lacci della borsa della rendita petrolifera concedendo aumenti di salari, accordando prestiti per la creazione di imprese giovanili e per gli alloggi e facendo dietrofront sul controllo del mercato informale. Come ogni Rentier State, l’Algeria – le cui esportazioni e quindi le entrate erano ancora nel 2011 monopolizzate dalla vendita degli idrocarburi – non aveva mai avuto bisogno delle imposte dei cittadini per reggere l’intera macchina statale, riuscendo a garantire un generoso welfare (scuola e sanità gratuite, alloggi popolari, sussidi per generi elementari e per rifornimenti di carburante, prestiti finanziari). In più le riserve estere (più di 180 miliardi di dollari alla fine del 2011, unitamente al fondo di regolazione delle ricette di circa 75 miliardi di dollari) offrivano allo stato un margine di autonomia considerevole che gli permetteva di “comprare la pace sociale” nei momenti di massimo scontento popolare, come fu il caso del 2011.
A differenza di Tunisia, Egitto e Libia, in seguito alla promessa di provvedimenti volti al miglioramento delle condizioni di vita, i disordini di Algeri tra il 2010 e il gennaio 2011, che avevano già causato 5 morti e 800 feriti, si arrestarono.
Tratta in salvo “dall’orlo dell’abisso”, l’Algeria continua a essere guidata da un sistema di potere che, pur nelle sue divisioni interne, fino a oggi ha dato prova di compattezza e resilienza. Ma è una stabilità meno solida di quanto possa sembrare: le difficili condizioni economiche, politiche e sociali vissute quotidianamente da milioni di algerini sono lì a dimostrare che il paese non è ancora al sicuro.

 

Per approfondimenti:
_G. Calchi Novati , C. Roggero, Storia dell’Algeria indipendente. Dalla guerra di liberazione a Bouteflika, Bompiani, Milano, 2018;
_B. Stora, La guerra d’Algeria, il Mulino, Bologna, 2009;
_E. Rogati, Le origini del socialismo algerino, Albatros, Roma, 2016;
_M. Egretaud, Réalité de la Nation Algérienne, Éditions sociales, Parigi 1957;
_F. Fanon, Scritti politici – volume II. L’anno V della rivoluzione algerina, Roma, Derive Approdi, 2007;
_R. Rainero, Storia dell’Algeria, Sansoni, Firenze, 1959;
_G. Mansell, La tragedia d’Algeria, Edizioni di Comunità, Ivrea, 1961;
_F. Catalluccio, Formazione della nazione algerina, Ispi, Milano 1961;
_M. Boudiaf, Où va l’Algérie?, Librairie de l’Étoile, Parigi, 1964
10. S. Yaacef, Souvenirs de la Bataille d’Alger, Julliard, Parigi, 1962;
_H. Alleg (a cura di), La guerre d’Algérie, Temps Actuels, Parigi, 1981;
_E. Rogati, La seconda rivoluzione algerina, Opere nuove, Roma 1965;
_R. Ainad-Tabet, Le mouvement du 8 mai 1945 en Algérie, Office des Publications universitaires, Algeri, 1985;
_Y. Courrière, La guerre d’Algérie. Tome 1, 1954-1957, Les fils de la Toussaint, Fayard, Parigi, 1968;
_J. C. Vatin, L’Algérie politique. Histoire et société, Presses de la Fondation nationale des sciences politiques, Parigi, 1983;
_W. G. Andrews, French Politics and Algeria: The Process of Policy Formation, 1954–1962, Appleton-Century-Crofts, New York, 1962;
_L. Maitan, Per una storia della IV internazionale. La testimonianza di un comunista controcorrente, Roma, Alegre, 2006;
_H. Alleg, La question, Ed. de Minuit, Parigi, 1958;
_N. Farelière, Le Désert à l’aube, Ed. de Minuit, Parigi, 1960;
_M. Impagliazzo, Duval d’Algeria, Edizioni Studiorum, Roma, 1994;
_M. Impagliazzo, M. Giro, Algeria in ostaggio. Tra esercito e fondamentalismo: storia di una pace difficile, Guerini e Associati. Milano, 1997;
_M. Reggui, Les massacres de Guelma Algérie, mai 1945 : une enquête inédite sur la furie des milices coloniales, La Découverte, Parigi, 2006.

 

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Lineamenti di storia musicale medievale

Lineamenti di storia musicale medievale

di Carlotta Travaglini 30/11/2018

La scrittura si presta di per sé ad essere inserita fra gli elementi del divino, in quella dimensione dove le facoltà intellettive non hanno patrocinio. Il collegamento istantaneo con qualcosa di immateriale è palesato ancora di più dalla musica: «La musica non rappresenta “cose” ma “ciò che noi conosciamo” delle cose in quanto “oggetti elaborati” e in quanto “contenuti mentali”». Così lo studioso Franco Vaccaroni riassume il ponte immediato che la musica crea con le cose, pur essendo essa, un’entità sonora, afemica, incapace di trovare espressione nella parola.
Anche dopo un ascolto passivo, tuttavia, un qualsiasi fruitore può essersi trovato a conferire alla melodia un contenuto emotivo.
Siamo soliti avvertire reminiscenze suggeriteci in qualche modo dalla musica per mezzo di quella che è, in realtà, una metafora. Se si pone come esempio il temporale estivo dall’ultimo movimento dell’Estate di Vivaldi, all’ascolto avviene la percezione stessa della pioggia scrosciante nei percussivi staccati degli archi. Non a caso Vivaldi intitolò il concerto L’estate: poiché la mente umana crea sempre un’associazione tra quanto è evocato dall’ascolto, così il titolo e la metafora suggeriscono indirettamente la data immagine.
È inscindibile il legame tra l’apprendimento e l’esperienza emotiva di una melodia, poiché i due enti si simbolizzano in un unicum. Innescando, per sua natura, meccanismi allusivi ‘involontari’, la musica ha una potenzialità comunicativa infinita e si presta a correlazioni ed interrelazioni. Una melodia può, di volta in volta, variare nell’ascoltatore il contenuto emotivo da suggerire, cosicché, pur rimanendo immantinente nella forma, continui senza sosta ad evolversi nel tempo.
Lo spartito resta lo stesso, ma ogni nota sonda una voragine complessa, evocando, suggerendo, resuscitando. La relazione con un qualcosa di esterno pone dei vantaggi non indifferenti: nell’apprendimento di una melodia, ad esempio, è utile associare quanto si deve apprendere ad un qualcosa di esterno, come in una qualsiasi mnemotecnica. Di qui, l’associazione con il testo.
Immergendoci all’interno della storiografia, la comparsa della canzone profana in lingua d’oc ci incuriosisce, nella mancanza di suoi precedenti storici. Quale ruolo avesse una musica extra- e para-liturgica nella vita di un uomo del Medioevo non ci è dato saperlo da testimonianze dirette, ma solo da lasciti di teologi, cronisti, scrittori e poeti. Basiamo la presenza di un repertorio profano nell’Alto Medioevo sull’accanita persecuzione mossagli contro dalla Chiesa. Gli histriones del mondo latino continuarono, tuttavia, la loro attività, mescendo il lato più ludico della teatralità con il canto.
Sondarne il repertorio significa toccare con mano una nenia familiare, non solo perché nota al pubblico ma perché portata a suggerirgli affettatamente qualcosa.
Inizialmente cantato in latino, questo repertorio proviene da varie aree europee legate al Sacro Romano Impero o in qualche modo all’area carolingia, oppure appartiene a tradizioni di clerici itineranti, noti come clerici vagantes. Questi, perlopiù studenti, dedicano la propria vita ai viaggi ed ai piaceri, e la portata della loro cultura si evince dal frequente ricorso al contrafactum, costume di adattare un nuovo testo ad una melodia preesistente. Sono noti per aver diffuso i Carmina Burana, raccolta di canti goliardici di argomento satirico e lascivo. Tuttavia questi canti risalgono già al 1230: dei 228 componimenti 47 di essi sono già in alto tedesco, e nel complesso risentono probabilmente dell’influenza della monodia trobadorica, che già vantava di almeno tre generazioni di cantori.
La monodia profana resta la prassi più frequentata: diversa dalle complesse forme d’arte di ambito strettamente ecclesiastico e funzionale alle esigenze della società feudale dell’epoca, è in latino come nelle lingue volgari, e per la sua portata raggiunge i più disparati strati sociali. Gli scambi commerciali, l’economia monetaria e l’ordinamento feudale hanno aperto le strade ad una nuova visione laica dell’espressività artistica. Non sono più soltanto i monasteri a godere del ruolo di “guida universale” di cui li aveva insigniti il Medioevo: nelle scuole delle grandi città insegnano laici e trovano spazio le lingue volgari, annullando l’ultracentenario monopolio religioso e determinando un inizio di secolarizzazione della cultura.
I generi apicali della monodia profana latina si fanno risalire al conductus, diverso dall’omonima forma polifonica, e al rondellus, genere basato sulla sovrapposizione di diversi schemi melodici, sulla scia della rota medievale, costruita su un canone circolare perpetuo.
La reiterazione e la circolarità sono elementi basilari per l’apprendimento di un canto che non conosce una trascrizione grafica. I testi vengono intonati, cantati agli altri e nuovamente intonati-cantati sul momento dai fruitori: l’apprendimento avviene in praesentia, tutto è correlato alla contingenza.
Il bisogno di annotare, appuntare, sorge dall’evoluzione di queste forme, che raggiungono virtuosismi difficilmente ripetibili senza. Il carattere dei primi testi profani è inizialmente parodistico, gaio – come è usuale, nel mondo popolare, che qualcosa che abbia un seguito sfoci nell’ambito del grottesco, della satira mordace e grossolana. Quando assumerà un certo riconoscimento, inserendosi, cioè, in un preciso contesto socio-culturale, il canto profano troverà una diversa risoluzione, e salirà di grado rispetto alla sua originale destinazione.
Nel Medioevo la prassi musicale fu soprattutto destinata alla liturgia, e si sviluppò per esigenze di organizzazione ecclesiale. Ai primordi del canto liturgico si distinguono due diverse prassi, l’accentus ed il concentus, simili alle moderne accezioni di recitativo ed aria. L’accentus, che probabilmente trovò spazio per primo, consiste nella recitazione intonata delle preghiere: ad ogni sillaba corrisponde una nota, salvo per le lunghe cadenze finali, che marcano la chiusura del verso.
Esisteva, tuttavia, una maniera più ammaliante di cantare in un repertorio di testi estranei alle Sacre Scritture, gli inni. Questi, contrariamente ai normali testi liturgici, sono scritti in versi, e si basano non più sulla severa metrica quantitativa della poesia classica ma sulla moderna distribuzione degli accenti e sulle rime. Le melodie si improntano su di essi e raggiungono una maggiore indipendenza sonora: “nasce”, così – come afferma Massimo Mila: «la misura del suono, che apre le porte dell’irrazionale, comunica con esso e apre nuovi canali comunicativi».
La prima forma adottata dalla Chiesa d’Occidente prende il nome di Canto Gregoriano, dal nome di Papa Gregorio Magno che, secondo la tradizione, raccolse tutti i canti liturgici esistenti nella raccolta Antiphonarium Cento o, come riferisce il suo biografo Giovanni Diacono, si occupò della prima collezione di canti liturgici. Sono scritti in latino, lingua ufficiale della chiesa e della liturgia.
Fondamentale fu l’apporto di Severino Boezio, che nel suo De Istitutione Musicae riprese le principali nozioni di teoria musicale greca, desunte dagli scritti di Tolomeo, e le ampliò, creando de facto una teoria musicale latina.
La pratica dell’accentus, la lettura intonata di passi della liturgia, derivava dall’antica salmodia ebraica, ancora largamente eseguita nella liturgia delle ore e, “frammentata”, anche nella liturgia della messa: fu San Gerolamo ad occuparsi della traduzione in latino di 150 salmi ebraici.
Della liturgia delle ore facevano parte anche gli inni, che avevano un eco più popolare per le melodie di facile apprendimento, la ritmica del testo in versi e la melodia stessa, che procedeva sillabicamente.
Il repertorio gregoriano si basa sui cosiddetti modi, scale eptafoniche di genere diatonico e di senso ascendente. I modi si suddividono in autentici e plagali, i quali sono sempre una quarta sotto il relativo modo autentico. Ogni modo autentico ha in comune col corrispettivo plagale la finalis, chiamata così perché è la nota su cui termina di solito il brano. Le finalis sono quattro: re, mi, fa, sol. Un’altra nota caratteristica all’interno del modo è la repercussio, chiamata così perché è intorno ad essa che si muove la melodia. Si trova una quinta sopra la finalis nei modi autentici ed una terza sopra ad essa nei modi plagali (eccetto per: III modo – una sesta sopra; IV – una quarta sopra; VIII – una quarta sopra). I modi sono in tutto otto, e ad essi vengono applicati gli stessi nomi dei modi greci.
Lo stile è omofonico: un canto può essere eseguito da un solista o da tutti i cantori insieme. Non c’è alcun accompagnamento musicale, il ritmo è libero, scandito dalla sola cadenza delle parole. Tuttavia l’esecuzione poteva avvenire in maniera diretta (omofonia, omoritmia, o esecuzione solistica), responsoriale (canto del solista praeceptor a cui rispondeva poi il coro), antifonica (esecuzione alternata da parte di due gruppi). Gli esecutori sono i monaci della schola cantorum, i fedeli, gli officianti. Quando nel corso del tempo la liturgia delle ore comincia a perdere d’importanza cresce di prestigio la messa, nella quale l’espressione vocale prevalente è quella del concentus, cioé del canto melodico libero, affidato quasi sempre a cantori professionisti, lasciando così ai fedeli l’intonazione di salmi. L’esecuzione del concentus poteva avvenire in forma sillabica (una nota, raramente 2/3/4, per ogni sillaba), semisillabica (per ogni sillaba ci sono due, tre o quattro note), melismatica (le melodie sono riccamente fiorite, ad ogni sillaba corrispondono una molteplicità di note eseguite in maniera libera). Quest’ultima deriva dalla prassi ebraica di eseguire vocalizzi più o meno estesi su parole significative o rituali, e nella prassi liturgica cristiana si stabilizza in alcuni canti.
Passando gradualmente da un’organizzazione democratica, qual era quella dei monasteri, all’accentramento autoritario della curia papale, sorge, infatti, nei piccoli gruppi di cantori-ecclesiastici, un’ambizione virtuosistica spontaneamente sentita nei testi di giubilo. Notoriamente, l’Alleluia, espressione massima di gioia, comprendeva degli ampi e difficili passaggi melismatici nelle sillabe finali, e le loro arditezze col passare del tempo affaticavano la prassi mnemonica fino all’impossibile. Si iniziò a riempire le lunghe jubilationes con versi appositamente composti, che facevano corrispondere ad ogni sillaba una nota: l’apprendimento era facilitato dal riuso di una prassi già nota, come se al termine di un canto se ne dovesse imparare un’altro complementare ad esso.
Così gli interminabili vocalizzi alleluiatici danno alla luce la sequentia, forma di farcitura scritta appositamente. Il monaco Tutilone, del monastero di San Gallo, crea invece il tropo, corrispettivo prosastico della sequenza, che consiste in un’aggiunta o inserzione ai canti liturgici. Questi scorci di inventiva sorgono in un panorama di canti codificati, frustrati dalla rigorosa prassi della liturgia.
Nel XII secolo ha inizio la cosiddetta Ars Antiqua, con cui si afferma compiutamente la prassi polifonica, dapprima soltanto sperimentata, e si ratificano le conquiste fondamentali della notazione su rigo, che consente di stabilire l’altezza dei suoni da eseguire, e l’assunzione di figure di valori convenzionali per stabilire il ritmo delle note. Inizialmente il problema dell’amensuralità si era risolto estendendo i modi, che circoscrivevano i ‘range’ delle varie melodie, agli infiniti valori ritmici: la scuola di Notre-Dame inventa i modi ritmici.
In seguito nasce la notazione mensurale. La scrittura dell’altezza delle note è, a quest’epoca, un campo in continua evoluzione, non solo per occorrenze teoriche ma soprattutto per un uso pratico e funzionale a diretta disposizione delle persone del mestiere.
Esisteva da sempre una notazione alfabetica, che indicava le sette note con le prime sette lettere dell’alfabeto, dall’A (la) al G (sol), e che utilizzava le lettere maiuscole e minuscole per differenziare le ottave. In seguito fa la sua comparsa la notazione neumatica, usata in particolare nelle scholae cantorum, che indicava con dei segni grafici l’altezza dei suoni e la natura degli intervalli: segni che, appunto, prendono il nome di neumi.
Con Guido D’arezzo (XI sec.) si stabilizza definitivamente la notazione su rigo: si utilizza un tetragramma, composto da quattro linee e tre spazi su cui venivano collocati i neumi, di segno quadrato (notazione quadrata). Con l’epistola “ad Michaelem de ignoto cantu” e il “Prologus in Antiphonarium” stabilizza il nuovo sistema di scrittura inventando le rispettive posizioni delle note sulle righe e negli spazi, fissando così l’intervallo esatto tra le varie note e codificandone i valori nella forma di un quadrato o un rombo.
Il tutto doveva essere di grande aiuto ai cantori, che dovevano eseguire ed imparare a memoria un enorme numero di canti. I neumi nascono da esperimenti sui segni convenzionali della metrica classica. Gli accenti acuto, grave e circonflesso collocati sopra i testi, che prima indicavano soltanto una direzione da far seguire alla voce, vengono prima ripresi dalla gestualità delle mani del praecentor in una sorta di prima chironomia, poi vengono elaborati e rielaborati nella pratica scritta assumendo specifiche forme tese ad indicare note o gruppi di note.
Dunque, una melodia conchiusa in un ambito modale viene regolarizzata nella norma mensurale della musica scritta.

Il Graduale Tu es Deus del Cantatorium Codex Sangallensis 359.

È dopo l’anno mille che i canti a destinazione profana conquistano la propria autonomia. I modi gregoriani sono come tante ottave inizianti ognuna su un grado successivo della scala, ma senza intervento di diesis o bemolli. Dunque in ogni modo gli intervalli tra le note cambiano, non ci sono le polarizzazioni dell’armonia classica, “le frasi non concludono ponendo un limite, ma lasciando una larga prospettiva aperta al pensiero” (Combarieu) . La frase musicale si sviluppa indipendentemente da ogni coerenza raziocinante .
Il gregoriano afferma una sua incrollabile unità, che non è l’unità di conquista della musica romantica: è un’unità eternamente posseduta, senza alcuno sforzo. Non il divenire ma l’essere, sempre totale e sempre uno. Come afferma Bellaigue: «È l’unità dell’uomo con se stesso, unità spirituale e interiore; l’unità che l’uomo godeva prima della colpa originale».
L’ultimo periodo del gregoriano subisce lo smottamento delle rovine dell’impero romano, con conseguente sgretolamento del latino e germogliare delle lingue romanze – la poesia ritmica si forma parallelamente al materiale stesso del canto, la lingua. Gli inni e le sequenze suggeriscono già una cultura moderna, non improntata all’alterità della cultura di chiesa ma partecipe dell’afflato umano, il canto dell’individualità che parla a molti.
«È l’affermazione della nazione nuova nella concreta individualità regionale contro l’astrazione retorica delle antiche memorie romane».
La nascita della monodia profana appare tanto più strabiliante perché non possiede precedenti locali. Da una tradizione latina austera e rigorosa vediamo per la prima volta adottata una lingua nazionale per cantare ed eseguire testo e musica contemporaneamente. È qui che si manifesta l’orientamento più laico della cultura: la società cortese e cavalleresca apre le porte alla storia della poesia moderna più spiccatamente individuale e soggettiva.
L’adozione insperata della mutevole lingua neonata è straordinaria: nascono caratteri nuovi, ritmati, che la accompagnano pedissequamente. Legata alla danza, la monodia profana assume quel taglio netto, incisivo che ha un passo, un movimento, uno scatto, e la melodia sembra gradevole alle orecchie di un moderno e non più del tutto estranea alla propria abitudine sonora.

 

Per approfondimenti:
_Baroni, Fubini, Petazzi, Santi, Vinay, Storia della musica, Torino, Einaudi;
_Elvidio Surian, Manuale di storia della musica, vol.1, Rugginenti (6°);
_Massimo Mila – Breve Storia della musica – Torino, Einaudi, 2005.

 

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Della libertà occidentale

Della libertà occidentale

di Giuseppe Baiocchi del 27/11/2018

Perché qualcosa, anziché nulla? Chi siamo? Siamo liberi? Il tema e la domanda che davvero urge in tutta la riflessione filosofica occidentale deriva da questi tre quesiti. Che cosa può dirsi libero? Su quali ragioni possiamo dirci liberi? Partendo dalla definizione di Baruch Spinoza (1632 – 1677) egli nella sua opera principale “Ethica ordine geometrico demonstrata; Ethica more geometrico demonstrata” afferma: «diciamo libera quella cosa che esiste per sola necessità della sua natura e si determina ad agire da sé sola»; questa è la definizione più rigorosa che possiamo dare al termine libertà.

Sir Lawrence Alma-Tadema, Punto di vista previlegiato (particolare), 1895.

Sulla base di questa definizione nessun uomo potrebbe dirsi veramente libero, poiché la sua mente è sempre determinata ad agire da un’altra con-causa e così via per infinite volte. Se noi teniamo ferma la definizione di Spinoza, questa ci appare molto convincente, poiché conduce l’uomo a domandarsi propriamente il perché egli rivolge tale quesito, che è davvero senza risposta. L’uomo si chiede questa domanda perché non è felice del proprio agire, ma se l’individuo umano fosse soddisfatto delle proprie azioni, si interrogherebbe su tale tematica? Probabilmente no: l’animale non si pone tale quesito. Per quanto possiamo saperne la fiera è contenta nella sua azione, è assolutamente determinata e dominata dalle cause che la spingono ad agire, ma in questo dominio in cui è pervasa è in esso contenta. L’uomo di contro, nel suo essere determinato, nel suo essere causa, non è felice: la sua azione non è mai soddisfacente e da qui la domanda sulla libertà.
Dunque tale inquietudine umana, derivante da una profonda insoddisfazione, porta il nostro ergon (lavoro – come nostro agire) al mancato raggiungimento della sua enèrgheia (la forma è atto): esso non è mai in pace con sé, non è mai vero atto. L’ergon umano soffre di una sua miseria interiore, di una sua assenza, di una sua povertà: non sa mai compiersi o perfigersi, non riesce a trovare la perfezione. Perché l’umanità non riesce mai a produrre una cosa per cui essere in pace? Forse perché non siamo liberi, forse perché c’è qualcosa di cattivo che ci determina ad agire. Ed ecco perché la libertà si coniuga direttamente al tema del male: l’uomo si pone la domanda sulla libertà, perché il suo agire è male, perché facciamo “male” (nel senso generale e radicale del termine), perché qualsiasi opera non ci soddisfa, perché non siamo mai enèrgheia, atto, perché siamo sempre un ergon imperfetto. Ci poniamo sovente la domanda sulla libertà, perché inconsciamente ci sembra di essere cattivi. Facciamo male al di là di ogni accezione psicologica e moralistica del temine, ma in senso ontologico.

Antonello da Messina, San Girolamo nel suo studio di pittura.

Questo il tema: la libertà e il male, formano un unicum. Quale è stata dunque la risposta, dominante nella tradizione filosofico-teologica occidentale, che inquieta e continuerà a interrogare l’uomo su questo grande problema? Forse è stata quella impostata da Platone che può ricondurci all’origine della nostra riflessione. Egli afferma in forma canonica: «del male (del nostro far male) il Dio non può essere ritenuto causa. Dio è bene, Dio è immutabile, è semplice e veritiero ed è causa di tutti i beni: Theos anaitios, Dio è innocente». Sarà su tale base platonica, che si fonderà la teologia futura. Ovvero il concepimento che Dio, ritenuto innocente dei mali del mondo, non ha responsabilità sul nostro “far male”. Le “cattive azioni” umane sono nostra mera scelta, appunto, una nostra libertà. Come afferma Massimo Cacciari: «Noi non siamo determinati dal Divino ad agire male; le nostre imperfezioni, le nostre miserie, sono frutto e prodotto della nostra libertà». L’uomo dunque è causa del male, il grande mito platonico della Repubblica è proprio l’essere umano, poiché sarà esso a decidere il proprio daimon (il proprio carattere), il proprio demone, scegliendolo sulla base delle vite che ha condotto. Ed è libero in tale scelta, proprio come sottolinea Platone: «l’uomo è perfettamente libero in quella scelta» – però è – «libero soltanto nel momento della scelta del suo daimon», poiché una volta deciso il carattere, esso rimarrà vincolato da ferree inesorabili catene. Difatti una volta aver scelto il proprio daimon, l’uomo lo fa suo (liberamente e nessun Dio è causa di ciò) e resta relegato ad esso: è libero unicamente nell’istante supremo della sua decisione, lì l’uomo si determina per poi essere condizionato per tutta la vita da quella scelta. Ma l’uomo non solo nel momento della scelta, nella cultura classica greca, è libero, ma mantiene tale stato anche durante la propria esistenza, prima della scelta caratteriale. Tale condizione agisce, nel corso della vita umana, con l’accumulazione di tutte le conoscenze necessarie, fondamentali nel momento supremo della decisione, poiché l’essere umano deve essere “consapevole” del destino che sceglie. Questo è un tema caratteristico della cultura greca: è la sua dominante intellettualistica. La volontà dell’uomo, si esplica unicamente nella sua voglia di conoscere e solo in questo frangente ideologico vi è una possibile salvezza. L’uomo può conoscere il proprio destino e solo tale conoscenza può salvarci dal seguire il carro del destino in ceppi come uno schiavo oppresso – un’immagine questa che ricorre in tutta la cultura ellenistica e cristiana. L’uomo non ha la facoltà di sfuggire al proprio destino, ma ha la libertà di poterlo conoscere e dunque di avere facoltà di seguirlo volentieri: intelligere Deum – non come gli schiavi seguono il carro dei vincitori, in catene. La focalizzazione deve avvenire nel frammento del “comprendere il necessario”, nella capacità umana di armonizzarsi al necessario, tendere al lògos, alla ragione che pervade tutto il cosmo e l’uomo può comprenderla, quindi si può armonizzare ad essa. Qui comprendiamo la nostra libertà: nel conoscere ciò che è necessario. Inutile dire che la nostra società contemporanea induce all’esatto opposto.

Hieronymus Bosch, Trittico del carro del fieno (particolare),1510-16.

La formazione della ragione “del tutto” – ultima grande parola della gnòsis classica (conoscenza classica), ci porta alla conclusione del quesito di partenza, ovvero il nostro rapporto tra libertà e male. Se la libertà umana consiste nel porsi un’unica ragione del lògos (pensiero) che pervade il mondo, una volta acquisito questo complemento, cosa accade al nostro “male”? Non-consiste più, perché tutto diviene ragione, dove “male” e “bene” divengono punti di vista soggettivi, poiché il primo termine diviene unicamente ciò che fa male all’uomo in quanto tale, ma che non riguarda affatto la ragione nel suo insieme pensato.
Il “male” infine può realizzarsi unicamente nella mancanza di sapere, poiché costringe l’essere umano alla ruota del carro degli eventi in forma meramente subordinata ad esso e non dalla visuale elevata di colui che guida il carro. È male non sapere, poiché rilega l’uomo in una condizione di oppressione destinale e non di alleato consapevole del destino. Allora il male diviene unicamente un vuoto, una mancanza, niente (il nichilismo deve farci riflettere oggi più che mai): il punto di vista di un soggetto ignorante, di uno schiavo, di una res nullius (cosa di nessun rilievo, di nessuna importanza) per gli antichi. Concludiamo affermando che il male è solamente il punto di vista di un ignorante, colui che non vede la totalità del cosmo e la sua unica ragione e che non possiede nessuna prospettiva. Tutta la nostra tradizione filosofica e teologica Occidentale, rimuove il problema del male, lo annichilisce.

 

Per approfondimenti:
_Baruch Spinoza, Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, a cura di Giovanni Gentile, Gaetano Durante, Giorgio Radetti, Milano, Bompiani, 2013;
_Baruch Spinoza, Etica dimostrata con metodo geometrico, a cura di Emilia Giancotti, Milano, PGreco, 2010;
_Francesco Sarri, Socrate e la nascita del concetto occidentale di anima, Vita e Pensiero, 1997;
_Enrico Berti, Filosofia pratica, Guida Editori, 2004;
_Elisa Cuttini, Unità e pluralità nella tradizione europea della filosofia pratica di Aristotele: Girolamo Savonarola, Pietro Pomponazzi e Filippo Melantone, Rubbettino, 2005;
_Massimo Cacciari, Il libero arbitrio, Vivarium, Napoli, 1993;
_M. Vegetti, Introduzione a Platone, La Repubblica, BUR, Milano 2007

 

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L’abbigliamento sportivo elegante: le giacche dell’arte venatoria

L’abbigliamento sportivo elegante: le giacche dell’arte venatoria

di Liliane Jessica Tami del 17/11/2018

La caccia è una delle più antiche esperienze umane. Dal primitivismo, la cultura occidentale è riuscita a rendere questa primordiale necessità naturale, una vera e propria arte. Dall’uomo di Cromagnon che afferrava le donne con la forza, l’amore si è sublimato sino a diventar poesia d’amor cortese, e in modo analogo anche l’atavico istinto del cavernicolo predatore si è evoluto nella raffinata ed elegante arte venatoria. La caccia, intesa come “arte nobile”, si è elevata non più come mero soddisfacimento dell’istinto carnivoro dell’uomo, ma si è trasformata in una disciplina regolamentata da codici etici ed estetici ben precisi. Innanzitutto essere cacciatore significa amare la natura e rispettarla, e ciò comporta adoperarla anche nell’abbigliamento.

Nella foto di sinistra un dignitario nel 1920 in Germania con una giacca Norfolk; a destra particolare di un gentiluomo nel suo abbigliamento venatorio.

L’elemento base del cacciatore, a prescindere dalle coordinate geografiche in cui opera, è la giacca, rigorosamente portata con la camicia. Quest’ultima possibilmente in cotone, la cui origine è legata ai campi di fiore bianco, è coerente con l’amore del cacciatore per la natura. Le t-shirt in polimeri sintetici high-tech con stampe mimetiche lasciamole pure ai marines americani: l’idea di avvicinarsi al grembo di Madre Natura, in una foresta selvaggia, indossando derivati della plastica è fuori contesto, puerile e ridicola. Per amore della tradizione la giacca da caccia andrebbe abbinata ad una cravatta, con colori rigorosamente autunnali, o un fazzoletto. In Inghilterra, secoli addietro, questo pezzo di stoffa era nato, col nome di plastron, per fungere da laccio emostatico in caso il cacciatore si fosse ferito. La giacca e i pantaloni, così come gli accessori, dipendono dalla zona geografica e culturale in cui si pratica la caccia: l’esteta che andrà a stanar cinghiali in Tirolo, per rispetto degli usi e costumi sartoriali locali, indosserà un Loden in lana ed un copricapo da Jäger.
Il cacciatore che nei boschi dello Yorkshire andrà a cercar volpi, invece, per amore delle usanze locali, potrebbe indossare una giacca da equitazione rossa dal bavero nero sotto ad un bel cappotto bourbon cerato verde, abbinato al tipico cappello derstalker.
Tutte le giacche da caccia discendono, ovviamente, da abiti elaborati al fine di essere comodi durante le attività sportive: le giacche da equitazione, in inglese chiamate hacking jacket, sono state pensate in modo da essere eleganti soprattutto quando vengono indossate da un gentiluomo sudato seduto in sella il quale deve potersi muovere comodamente. L’indumento è leggermente stretto in vita, ha tre bottoni ed i baveri che si incontrano a metà petto. Se il risvolto fosse più lungo o avesse meno di tre bottoni, non avrebbe un bel appiombo se indossata stando seduti sul cavallo. Tradizionalmente la giacca da equitazione era fatta in tweed, al fine di essere robusta e resistere a strappi, rovi e lacerazioni varie. In passato le giacche da equitazione avevano un taglio più lungo, con uno spacco sul retro che si biforcava sulla schiena del destriero. Le tasche, inclinate, rivolte all’interno e grandi, sono pensate per permettere al cavaliere di afferrare facilmente gli oggetti in esse contenute.

Giacca femminile di equitazione in tessuto Tweed.

Nei paesi mediterranei, invece, è uso indossare la giacca maremmana, tipica dell’omonima regione italiana e si riconosce per le forme più morbide rispetto ai tagli diritti delle giacche sportive inglesi. Il tratto distintivo di questo capo sono le due tasche davanti, applicate, arrotondate e così ampie da comprendere quasi tutta la parte davanti della giacca arrivando sino quasi al bavero piccolo e morbido. Il cacciatore spesso può trovarsi ad usare il fucile in posizioni che lo obbligano a tenere il gomito alzato, perciò la giacca deve assolutamente permettergli la massima libertà di movimento e non intralciarlo in alcun modo. Per permettere un’ampia gamma di movimenti a chi indossa questo capolavoro stilistico, la tradizione sartoriale vuole l’attaccatura del braccio, possieda una particolarità chiamata soffietto, ossia una piccola piega di stoffa che si apre a fisarmonica per agevolare i movimenti della spalla. Al fine di resistere al freddo, alle intemperie e alle insidie della foresta, la giacca maremmana deve essere prodotta in un materiale robusto e resistente, come il velluto o, in particolare, il fustagno. Il fustagno, oggi usato per confezionare abiti da caccia o da lavoro, è un tessuto estremamente resistente prodotto con armatura a saia a 3 o a 4. In passato, dopo esser stato sbiancato, veniva usato per la biancheria da letto e le federe, in modo che queste fossero non solo indistruttibili ma anche ben calde. Il fustagno, a dipendenza della lavorazione, presenta diverse varietà, come il il beaverteen, il moleskin e il doeskin che imita le pelle di daino. La parola Fustagno, nel Medioevo, designava un tessuto di cotone mischiato a lana oppure a lino.

Giacca maremmana vecchio stile confezionata in resistente e comodo pilor, tessuto caldo e impermeabile prodotto esclusivamente in italia da tessiture di assoluta qualità, all’interno del lato sinistro è stato realizzato il taschino porta documenti, il carniere è chiuso con un bottone per parte. Giacca calda e comoda utilizzata da sempre in Toscana da cacciatori e butteri.

Il gentiluomo che vuole rifuggire la città andando a caccia sulle selvagge Alpi del Südtirol, potrà ispirarsi agli abiti Trachten ( dal tedesco tragen, indossare), tipici delle Alpi tedesche. La tradizionale giacca, chiamata Joppe, abbinata al cappotto in Loden è perfetta e da sempre onorata dalla nobile tradizione venatoria: celebre è infatti il duca di Stiria Giovanni d’Asburgo-Lorena a cui piaceva andare a caccia indossando il Tracht. Le giacche tirolesi si riconoscono dalla loro forma particolare dei baveri arrotondati e fissati con dei bottoni al petto in modo da seguire bene i movimenti del corpo dell’uomo predatore mentre s’acquatta vicino alla preda. Le giacche tirolesi hanno una duplice eredità: cavallerizza e militare, cosa che si evince dalle spalle squadrate che ricordano l’austerità delle divise, e la martingala. Quest’ultima è quel pezzetto di stoffa, simile ad una mezza cintura, presente sul retro di giacche e cappotti che ne restringe il punto vita e si trova soprattutto nelle divise militari. La tradizione tirolese è grande amante dei colori sgargianti e degli ornamenti: le giacche, infatti, presentano spesso abbinamenti con colori sgargianti che si trovano anche nel piumaggio di fagiani e galli cedroni, come il verde, il rosso o il grigio luccio. L’uomo germanico, un po’ orso e un po’ esteta, ama adornarsi i baveri con decorazioni di corno, spillette, ricami a forma di foglie di quercia e bottoni d’osso finemente intagliati, pur sapendo che andando a caccia ha bisogno di una giacca resistente che lo protegga dalle intemperie e, se possibile, anche dalle zanne di del cinghiale. Sui copricapi il cappello da Jäger può avere una Feldzeichen (ramoscello con tre foglie di quercia) o un Federschmuck (piumetto). La lana cotta delle Joppe e il Loden resistono agli urti, alle lacerazioni e ai tagli. Alla giacca tirolese si può abbinare un cappotto in Loden, ampio, avvolgente, caldo e comodo. Il loden è un panno in lana tipico del Tirolo. La parola Loden deriva da Lodo, che in tedesco arcaico significa balla di lana. Questo panno grezzo è resistente e duraturo, perché viene fatto follare (infeltrire) e garzare, in modo da renderne un lato impermeabile e l’altro peloso.

Leopold Kupelwieser, Ritratto di Giovanni Battista Giuseppe Fabiano Sebastiano d’Asburgo-Lorena, arciduca d’Austria (particolare) – 1828.

L’uomo europeo, ha perpetrato la caccia anche in ambito coloniale: la giacca sahariana, usata nei primi del ‘900 per la caccia grossa in savana, è nata in ambito bellico e esplorativo. La sua praticità, consiste nelle tasche dalla comoda cintura, che la tengono ben aderente al corpo anche durante le folate di vento desertiche, rendendola molto versatile. Si dice che sia stata portata di moda dall’aviatore canadese Arthur Roy Brown (1893 – 1944), che secondo alcuni potrebbe aver abbattuto, il tragico 21 aprile 1918, l’aviatore ed ufficiale tedesco Manfred Albrecht von Richthofen (1892 – 1918), conosciuto col nome di  Barone Rosso. La sahariana in genere è realizzata in cotone, lino, tessuto impermeabile o anche velluto a coste.

A sinistra fotogramma del paziente inglese (The English Patient), film del 1996 diretto da Anthony Minghella, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore canadese Michael Ondaatje: nella foto l’attore e protagonista Ralph Fiennes in Sahariana. Nella foto di destra Sahariana militare di un reale coloniale britannico ai primi del secolo del 900.

Le quattro tasche a soffietto e una cintura in vita,  di color  kaki, consentono di riporre comodamente gli oggetti e di proteggersi dalle bufere di sabbia. Il clima africano, ovviamente, è stato determinante per forgiarne la forma. In passato veniva realizzata in drill di cotone, un tessuto molto resistente e di lunga durata, abitualmente destinato alle divise coloniali inglesi. Un celebre amante di questa giacca è stato Ernest Hemingway, che se le faceva appositamente confezionare dal negozio di New York Abercrombie & Fitch, specializzato in abbigliamento sportivo.

 

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Sul concetto teorico di educazione occidentale

Sul concetto teorico di educazione occidentale

di Giuseppe Baiocchi del 28/07/2018

Tema decisivo della nostra cultura europea è l’educazione: in fondo educare significa coltivare una mente, un’anima, coltivare anche un corpo. Il tema educativo è fondamentale per la nostra civiltà, ma generalmente per ogni cultura che pensi al futuro. Educare significa allevare delle persone che “saranno domani”; difficile educare un cinquantenne in formato “permanente”. L’educazione è dunque un tema decisivo per quelle culture che pensano al proprio futuro, poiché pensare al divenire significa essenzialmente in-vestire nell’espressione orrenda del “capitale umano”.

Insegnante con bambini in una scuola austriaca nel 1930.

Dunque l’indice migliore per capire che una società è in crisi  è quella di vedere l’indice di educazione programmatica, poiché una società che non investe in educazione, non prepara il proprio futuro; si limita soprattutto a “sopravvivere”, si limita a “galleggiare”.
Educazione può essere espressa in vari modi, nelle nostre lingue: partendo dal greco παιδεία (paidéia), letteralmente sta a significare educare il fanciullo, pâis. Certo una persona matura e intelligente continua ad educarsi, tuttavia noi conosciamo che da un punto di vista medico, il nostro cervello oltre una certa età non è più modellabile: è un fatto fisico, non siamo meno intelligenti, ma la mente diviene diversa, elabora, approfondisce, ma fatica enormemente a rimodellarsi; esempio lampante lo abbiamo nell’apprendere una lingua, poiché arrivati ad una certa età, non si riesce a parlarla correttamente – se non meccanicamente. Quindi paidéia, tema platonico nelle sue origini greche, è un bel nome, dal latino educĕre, condurre fuori, far uscire, far sgorgare qualcosa dal fondo. Possiamo dunque dire che educare è l’opposto di informare: “educĕre, in-formare”. Sono due visioni del mondo completamente opposte, in questi termini che noi continuamente confondiamo, perché oramai caratteristica della nostra epoca è parlare, senza sapere ciò che si dice: senza essere informati dei termini che usiamo.
Dunque riprendendo il latino, se io “traggo fuori” qualcosa da un contenitore, significa che in tale oggetto vi è qualcosa; che quel contenitore non è un vuoto, se io “traggo fuori” un elemento: ciò significa che la scatola non è vuota. Ciò sta a significare che una concezione della persona che educo, non è la visione di un contenitore svuotato di sé, platonicamente parlando, ma sta a significare che nella mente di quel individuo vi è “in potenza” il tutto: da qui “educare”.
Bisogna conoscere e ri-conoscere il valore di quella persona che ho di fronte, capire le potenzialità dell’individuo ed essere così talentuosi da trarne fuori il meglio. È la visione maieutica (maieutiké, sottinteso: téchne) della paidéia propria dei cardini della nostra Europa.

La Scuola di Atene (particolare) è un affresco (770×500 cm circa) di Raffaello Sanzio, databile al 1509-1511 ed è situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro “Stanze Vaticane”, poste all’interno dei Palazzi Apostolici (Città del Vaticano).

L’educazione maieutica consiste nel “far partorire” la persona che ho di fronte – la donna che sta per partorire ha bisogno del medico che trae fuori il neonato -, poiché ciò che il pâis ha in sé, non riesce ad emergere da solo, ma ha bisogno di un “medico” che lo aiuti (le analogie tra medicina e filosofia, sono infinite). A questa visione educativa, se ne contrappone  un’altra: vi è il docente, la scatola vuota del dicente, e il primo che in-forma; ovvero mette la propria forma in quella scatola. È una scelta decisiva per una civiltà, prima di tutto si deve intendere bene quale modello scegliere: quello dell’educazione dove la relazione tra docente-discente, sia composta dal primo che si sforzi di comprende l’intelletto del secondo; oppure un modello in cui c’è il docente che conosce e trasmette il suo sapere in forma costrittiva al discente? Vogliamo il modello informativo? Finché il nostro Ministro dell’Istruzione (passato-presente) non decida tale indirizzo, l’educazione non potrà funzionare.
Quale il fine per cui educo? I due modelli non sono compatibili. A che serve educare? L’educazione deve essere finalizzata all’utile, o alla virtù – parafrasando Aristotele. Deve essere un’educazione che serve alla professione – qualunque essa sia – o serve a formare un “uomo buono”?
Certamente ci appaiono oggi domande insensate, ma sono più attuali che mai, poiché abbiamo un modello di educazione che deve “servire”. La scuola al “servizio” della professione. È certamente una contraddizione in termini, un paradosso: la scuola al servizio, letteralmente, sta a significare che il periodo della vita in cui un individuo è in scholé, ovvero in ozio, è tutto organizzato al fine dell’occupazione. Perché? È una contraddizione in termini. Come può un elemento in ozio a “servire”? La contraddizione si annulla se si afferma che il periodo dell’educazione non deve essere rivolto a “servire” qualcosa, ma è rivolto a “formare” – a dare forma – a quella persona che io educo: a renderla buona, ma non sotto il punto di vista morale, ma sotto il punto di vista etico – che è integro, in forma, padrone delle proprie capacità.
Il modello educativo che non è finalizzato al “servire” qualcosa, ma si indirizza verso la costituzione dell’uomo nella sua libertà: nell’essere umano che certamente poi si professionalizzerà, si specializzarà, ma sempre partendo dalla sua integrità in quanto “forma”.
Il servizio della scuola è il tradimento dell’essenza stessa del plesso scolastico e non meramente sotto il profilo letterale del termine, poiché il senso della terminologia si identifica con il suo fine educativo. Certamente nell’età antica l’uomo libero (lībĕr – figlio) era colui, a differenza degli individui impegnati nei lavori manuali, che dirigeva – l’élite che comandava. I “veri liberi” (i figli di) erano il vero limite dell’antichità, ma per tale ragione noi oggi dobbiamo eliminarne l’idea di fondo? Nella nostra epoca dobbiamo essere “per tutti” e non per la libertà di pochi, ma certamente non tutti “al servizio”. Nonostante l’imposizione dei media e delle piattaforme multimediali, dobbiamo tornare “liberi”, per non rischiare di rimanere all’interno della miopia, della cecità, del processo educativo totalizzante che mira unicamente alla “professionalizzazione” in quanto tale. È molto più attuale il processo formativo rivolto a formare l’uomo “buono”, il quale possiede la capacità di specializzarsi liberamente, che l’individuo educato alla mera professionalizzazione.
Proprio oggi la velocità di trasformazione lavorativa, legate alle tecniche professionali di occupazione, vuole un’educazione formata nel senso più alto del temine, come indicato. Proprio questo termine angosciante dell’occupazione, ci rende “occupati”; ma perché devo essere “occupato”? Voglio lavorare e non essere occupato: perché quando lavoro devo essere occupato? Perché non libero? Dobbiamo usare un linguaggio educativo di formazione verso i giovani, che li spinga verso una strada di autonomia e quindi di libertà.
Quindi due stadi: il primo è certamente il modello – comunicazione, educazione o informazione -; il secondo consiste nel chiedersi se essere al servizio dell’utile o della virtù. Proprio tale ultimo termine dal greco Aretè (ἀρετή) significa propriamente la capacità di compiere qualsiasi cosa “al limite”, di averne “la potenza” – rendere il pâis (fanciullo) potente di tutto. Ma tale “potenza” può essere esercitata unicamente se si è “liberi” dal servire questo o quello. Se si possiede una educazione al servizio non si sarà mai totalmente in libertà (discorso differente nel servire un’ideale superiore ideologicamente, soggettivo, in piena libertà di spirito). Tale prerogativa legata all’asservimento, non ci renderà mai pronti ad affrontare di slancio i radicali mutamenti di contesto della nostra epoca – legata alla velocità – della nostra contemporaneità.
Un terzo modello può essere incentrato sul “come”, educare: educare tutto – bisogna trarre fuori quell’essere in potenza. Il docente dovrebbe in primis capirne la natura; esso potrebbe essere paragonato ad un medico. L’insegnante non può pensare di “trarre fuori” la stessa potenza da chiunque, poiché la natura di coloro che incontra e di coloro con i quali entra in comunicazione (la parola – opposto di informazione) è diversa. Deve Cum-prendere quella natura: non esiste una educazione strettamente egualitaria – i regimi totalitari ci hanno provato e hanno fallito miseramente. Anche il fisico va educato: in Italia la sottovalutazione fisica (educazione ginnica) è folle; ancora altro elemento messo da parte è la musica, il linguaggio più universale che l’uomo occidentale ha conosciuto.
Perché ginnastica e musica? Perché i greci pensavano che le basi della paidéia operavano nel ragazzo, la forma e l’armonia tra le parti. Se il fanciullo veniva educato al linguaggio universale della musica, esso poteva muoversi armonicamente, controllando la situazione (data dal ritmo) dei movimenti delle parti del suo corpo, formando in lui, naturalmente, un’idea di colleganza, di composizione, di forma. Naturalmente se si è così educati, nella propria vita non “ si stonerà” mai (se si esclude l’amore), qualsiasi sia la propria attività, addirittura ci sembrerà innaturale tutto ciò che vìola le leggi dell’armonia, della composizione, della forma. Se si viene educati bene e si desidera intraprende l’arte della politica, sicuramente non si potranno commettere ruberie, perché si avrà avversione; esattamente come l’educazione porta a non commettere gesti poco consueti in pubblico.
Così ragionavano i nostri classici: l’educazione deve formare l’abitudine, se questa non ci forma verso una vita “buona”, non possiamo parlare di educazione; si possono apprendere tutte le nozioni disciplinari, ma se si è sprovvisti di educazione verso “l’abitudine” (èthos) la fatica nozionistica appare vana, fine a se stessa. Non a caso i latini riprendono il termine mores affermavano che l’importanza delle leggi è nulla senza l’educazione (i mores), poiché queste verranno sistematicamente disobbedite. Ed è qui che torniamo alla scuola e alla sua importanza, quando questa è rivolta alla virtù, alla bontà e non quando essa è rivolta a dare qualche informazione: può dare un milione di nozioni, ma non formerà mai l’abitudine alla vita buona (la Chiesa insegna l’idea giusta dell’abitudine all’educazione, solo per citarne un esempio in ambito prettamente medievale). È proprio dall’armonia educativa che nascono l’aritmetica, la geometria, la filosofia, l’architettura e tutte le discipline che compongono l’avere umano. Non a caso la Politeia (πολιτεία) di Platone è la somma opera della filosofia occidentale, che parte dall’archetipo della ginnastica e della musica: educazione e armonia delle parti.

 

Per approfondimenti:
_Platone, Teeteto, o Sulla Scienza, Milano, Feltrinelli, 2005;
_Dialoghi di Platone. Teeteto, Fratelli Bocca, 1892;
_C. Kahn, Platone e il dialogo socratico, Vita e Pensiero, Milano 2008;
_F. Adorno, Introduzione a Platone, Laterza, Roma-Bari 1995;
_Franco Volpi, M. Heidegger, L’essenza della verità: sul mito della caverna e sul Teeteto di Platone; Adelphi, Milano, 1997;
_Aristotele, Le tre etiche, Milano Bompiani, 2008;
_Aristotele, Etica Nicomachea, Bari, Laterza, 1999;
_Lucia Caiani, Lettura dell’Etica Nicomachea di Aristotele, Torino, UTET, 1998;
_Franco Volpi, È ancora possibile un’etica? Heidegger e la “filosofia pratica” – Acta Philosophica, vol. 11 (2002).

 

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Stalin e l’ebraismo: il grande eccidio

Stalin e l’ebraismo: il grande eccidio

di Gabriele Rèpaci 23/10/2018

A fianco ai numerosi elogi per la puntata di Ulisse – Il piacere della scoperta, il programma diretto da Alberto Angela, dedicata al 75esimo anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma e sulla Shoah, al conduttore è giunta anche qualche critica. Nel corso della trasmissione è stato affermato che «nel caso della Russia di Stalin, prima della guerra furono i russi a consegnare ai nazisti migliaia e migliaia di ebrei in omaggio al patto Molotov-Ribbentropp». Subito pronta è stata la replica di Marco Rizzo segretario del Partito Comunista che dalla sua pagina facebook ha puntualmente ribattuto: «La discriminazione razziale in Unione Sovietica non è mai esistita, basti ricordare che una parte rilevante dei dirigenti bolscevichi erano di origine ebraica, anche tra i più stretti collaboratori di Stalin». Purtroppo i dati storici contraddicono le affermazioni di Rizzo. La perdita della prospettiva internazionalista e la conseguente “nazionalizzazione” del bolscevismo sotto Stalin, ha fatto riemergere in Unione Sovietica alcuni dei tratti più deteriori dello sciovinismo grande-russo come l’antisemitismo.

Al centro dello scatto Iosif Vissarionovič Džugašvili (1878 – 1953) è stato un rivoluzionario, politico e militare sovietico. Conosciuto anche come Iosif Stalin, fu segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e, in tale ruolo, assumendo sempre più potere, a partire dal 1924, instaurò progressivamente una dittatura nel proprio Paese (l’Unione Sovietica), fino alla morte, avvenuta nel 1953.

Di ritorno dall’Unione Sovietica, dove aveva condotto un’inchiesta sulla demografia ebraica, lo scrittore Joël Cang valutava che gli ebrei viventi nelle quindici repubbliche dell’URSS ammontassero, nel 1959, a una cifra pari a quella dell’anteguerra, vale a dire ad una cifra che si attestava sui tre milioni e mezzo: più del doppio della popolazione d’Israele.
Il censimento del 1939 aveva stabilito una minoranza ebraica di 3.100.000 su una popolazione totale di circa 200 milioni. A questa cifra (che evidentemente non comprendeva i 300.000 ebrei assimilati o che tali si consideravano) bisogna aggiungere i due milioni di ebrei che vivevano sui territori annessi della Polonia orientale, dei tre paesi baltici, della Bucovina e della Bessarabia.
Il censimento del 1959 parla di 2.268.000 ebrei, dei quali il 20,8% ha dichiarato che lo yiddish era la propria lingua materna. Numero degli ebrei per repubblica: 875.000 nella Repubblica Federativa Russa, 840.000 in Ucraina, 15.000 in Bielorussia, 94.000 in Uzbekistan, 52.000 in Georgia, 25.000 in Lituania, 95.000 in Moldavia (Bessarabia), 37.000 in Lettonia, 5.000 in Estonia. Il censimento non indica il numero degli ebrei nelle repubbliche del Kazakhstan, Azerbaigian, Kirghisistan, Tagikistan, Armenia, Turkmenistan, per il motivo che il numero degli ebrei in queste repubbliche non raggiungeva la soglia minima perché la minoranza sia menzionata.
La maggior parte degli ebrei sovietici era concentrata nelle grandi città. Così, secondo Cang, circa 700.000 ebrei vivevano a Mosca, 300.000 a Leningrado, 250.000 a Kiev, 250.000 a Odessa, 70-80.000 a Dnepropetrovsk e a Cernovits; 40-50.000 in ciascuna delle seguenti città: Minsk, Bobrojsk, Riga, Vilna, Kishinev, Lvov e Alma Ata.
Per quanto riguarda le attività lavorative degli ebrei dell’Unione Sovietica, nel 1939 il 70% avrebbe lavorato come operai o impiegati nelle aziende dello Stato; il 20% erano artigiani (specialmente sarti), il 6% agricoltori (220.000 famiglie che coltivavano, soprattutto in Crimea e nel Birobidžan, 1.500.000 acri di terra). Dopo il 1939 le colonie agricole ebraiche sono scomparse e, nell’insieme, il numero degli ebrei che esercitano un lavoro manuale è diminuito in favore di quelli che esercitano un lavoro non manuale. Così si ebbero 30.000 scienziati ebrei, 2.000 architetti, numerosi musicisti (un quarto dei musicisti dell’orchestra del Bol’šoj), artisti cinematografici e tecnici dell’industria chimica.
Durante il Grande Terrore (1936-1938), tra i dieci milioni di vittime delle purghe, fu eliminato circa mezzo milione di ebrei. Tra i più rilevanti, fu ucciso Lev Borisovic Kamenev (1883 – 1936), uno dei cinque massimi dirigenti bolscevichi, cognato di Lev Trockij (1879 – 1940), che dopo la morte di Lenin aveva fatto parte con Stalin della trojka al governo. Assieme a lui, dopo un grande processo pubblico, fu giustiziato l’ex capo del Comintern Grigorij Evseevic Zinov’ev (1883 – 1936), il cui vero cognome era Radomyl’skij, anche lui ex membro della trojka. Nikolaj Ivanovic Bucharin (1888 – 1938), il “beniamino di tutto il Partito” leninista, che aveva appoggiato Stalin contro Zinov’ev e Kamenev, come già lo aveva appoggiato contro Trockij, per ironia della sorte fu accusato di trotzkismo e giustiziato nel 1938.
Questa operazione continuò anche negli anni Quaranta: «un’intera generazione di sionisti ha trovato la morte nelle prigioni sovietiche, nei campi, in esilio», ha scritto il dottor Julius Margolin (1900 – 1971), che venne detenuto in vari campi di concentramento nella regione del Baltico e del Mar Bianco dal 1940 in poi. Margolin ha anche detto che nel mondo esterno nessuno, nemmeno i sionisti, hanno fatto alcunché per salvarli.
Il fatto che gli ebrei epurati fossero così numerosi non passò inosservato nell’Unione Sovietica. Un vecchio ufficiale zarista avrebbe detto al suo compagno di cella: «finalmente i sogni del nostro amato Nicola II, che egli era personalmente troppo debole per tradurre in realtà, si sono realizzati. Le prigioni sono piene di ebrei e bolscevichi».

Foto di gruppo di alcuni russi ebrei sotto il regime zarista: primi anni del 900.

Un anno prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, il direttore dei campi di concentramento sovietici, Genrich Jagoda (1891 – 1938), venne giustiziato assieme a Nikolaj Ivanovic Bucharin, a Alexei Ivanovich Rykov (1881 -1938), a Lev Grigor’evic Levin (1870 – 1938) e agli altri imputati degli ultimi processi pubblici della purga. Erano quasi tutti ebrei. A Jagoda succedette Nikolai Ivanovich Yezhov (1895 – 1940), che gestì il terrore per quattro anni.
A Ezhov succedette Lavrentij Pavlovic Berija (1899 – 1953). Quando Berija assunse l’incarico di capo della polizia segreta, che contava un milione e mezzo di agenti, erano ormai pochi gli ebrei di rilievo che rimanevano nelle gerarchie del partito, delle forze armate e degli organi di sicurezza. Tra costoro, Berija ebbe il compito di liquidare Béla Kun (1886 – 1938), il capo della rivoluzione comunista ungherese del 1919. Il magiaro, che era in prigione dal 1937, fu ucciso il 30 novembre 1939. Stalin epurò anche tutti i capi delle sezioni ebraiche che si erano adoperati sotto la sua direzione per cancellare la vita ebraica organizzata. Quasi tutte le istituzioni culturali ebraiche che rimanevano in vita – comprese 750 scuole in cui si insegnava in yiddish – furono chiuse tra il 1934 e il 1939. Il principale strumento di Stalin in tale operazione fu Samuel Agurskij, già anarchico e membro del Bund ebraico, che aveva diretto la prima campagna di Stalin contro le organizzazioni politiche, religiose e culturali ebraiche. Costui venne gettato in una cella e accusato di far parte della «clandestinità ebraica fascista», alcuni membri della quale, come Moishe Litvakov (1875 – 1938) e Esther Fromkin, furono giustiziati.
Il 3 maggio 1939 Stalin licenziò improvvisamente il ministro degli esteri Maksim Litvinov (1876 – 1951), un ebreo che aveva ricoperto questa carica per dieci anni, e lo sostituì con Vjačeslav Michajlovič Molotov (1890 – 1986), che firmò di lì a poco il patto di non aggressione tra l’URSS e il Terzo Reich.
Subito dopo, a Brest Litovsk (1918), Stalin fece consegnare alla Germania circa seicento membri del partito comunista tedesco, per lo più ebrei. Uno di costoro era Hans David, il compositore di “musica degenerata” (Entartete Musik in tedesco).
Dal settembre 1939 al luglio successivo, in seguito alle annessioni sovietiche, due milioni di ebrei dei tre stati baltici, della Polonia orientale, della Bessarabia e della Bucovina passarono sotto l’URSS. I dirigenti delle società ebraiche attive presso queste comunità furono mandati in Siberia; tutte le organizzazioni e le istituzioni sioniste furono chiuse.
Nella zona polacca occupata dai Sovietici, a partire dal febbraio 1940 l’NKVD di Berija arrestò e deportò circa mezzo milione di ebrei. Molti morirono durante il viaggio per la Siberia. Arthur Koestler (1905 – 1983) avrebbe definito questa azione di Stalin e Berija «deportazioni in massa su una scala finora non riscontrata nella storia, [deportazioni che] furono i principali metodi amministrativi di sovietizzazione». Julius Margolin, che si trovava a Leopoli nell’Ucraina occidentale, riferisce che nella primavera del 1940 «gli ebrei preferivano il ghetto tedesco all’uguaglianza sovietica».
Le liste di Berija erano divise in varie categorie, una delle quali era la “controrivoluzione nazionale ebraica”, che comprendeva sia i sionisti sia i bundisti antisionisti. Uno degli ebrei polacchi arrestati era Menachem Begin (1913 – 1992), giovane dirigente sionista; furono arrestati anche Henryk Ehrlich (1882 – 1942) e Viktor Alter (1890 – 1943), fondatori del Bund polacco, il partito ebraico più importante del paese. Nel 1941, dati i legami dei due dirigenti del Bund con i sindacati americani, Berija approvò in linea di principio che essi organizzassero un comitato ebraico antinazista con base nell’URSS; ma Stalin scrisse sulla richiesta che gli era pervenuta in relazione a tale progetto: «Rasstrelijat oboich» (Fucilarli tutti e due). La loro fucilazione scatenò una tempesta nell’ebraismo statunitense.
Per controbilanciare questo scandalo, nel 1943 furono inviati in missione negli USA l’attore e regista teatrale Solomon Mikhoels (1890 – 1948), alias Vovsi (fondatore del Teatro Yiddish di Mosca) e il noto poeta yiddish Icik Solomonovic Feffer, in qualità di rappresentanti del Comitato Antifascista Ebraico. Quando giunsero in America, furono accolti da Nahum Goldmann (1895 – 1982), Albert Einstein (1879 – 1955), Chaim Weizmann (1874 – 1952), Marc Chagall (1887 – 1985) e altre celebrità del mondo ebraico. In settembre, i due conclusero un accordo di assistenza coi funzionari del Joint Distribution Committee of American Funds for the Relief of the Jewish War Sufferers, la potente organizzazione ebraica nata il 27 novembre 1914 per iniziativa di banchieri quali i Warburg (Felix M. Warburg ne fu appunto il presidente), gli Schiff, i Kuhn, i Loeb, i Lehmann e i Marshall, i Rosenwald.
Quando i due fecero ritorno nell’URSS, nel febbraio 1944, Mikhoels pensò di poter estendere e sviluppare le attività del Comitato antifascista ebraico e sollevò presso Molotov la questione dell’aiuto del Joint per la costituzione di un insediamento di ebrei nella penisola di Crimea. Nel marzo 1944 il Comitato indisse un’assemblea di massa, alla quale tremila ebrei intervennero per ascoltare Solomon Mikhoels, Icik Feffer e Il’ja Erenburg (1891 – 1967). Quest’ultimo, in particolare, aveva preparato assieme allo scrittore e giornalista ebreo Vasilij Grossman (1905 – 1964) ex membro del Comitato Antifascista Ebraico) un Libro nero in cui si affermava che erano stati sterminati un milione e mezzo di ebrei sovietici. Il libro era pronto in bozze, ma il governo, allarmato per l’intensa attività ebraica, ne proibì la pubblicazione. Erenburg, comunque, ne pubblicò alcuni estratti sulla rivista yiddish “Znamja” (La bandiera), sotto il titolo “Assassini di popoli”. Il titolo si riferiva ai Tedeschi, ma in esso veniva anche vista un’allusione ai Sovietici.
Quanto a Solomon Mikhoels, la sua ultima impresa fu la celebrazione della nascita del defunto scrittore yiddish Mendele Mocher Sforim (1836 – 1917), che terminò con una fragorosa manifestazione di appoggio all’istituzione dello Stato ebraico in Palestina. Mikhoels morì a Minsk qualche giorno dopo, il 12 gennaio 1948. Il suo cadavere, assieme a quello di un altro ebreo, fu trovato il giorno dopo accanto alla stazione ferroviaria; «vittime di un incidente», disse la polizia. Vent’anni dopo Svetlana Alliluyeva (1926 – 2011), la figlia prediletta di Stalin, accuserà suo padre del duplice omicidio: «Mikhoels era stato assassinato: non c’era stato nessun incidente […]. Conoscevo fin troppo bene l’ossessione di mio padre, che vedeva complotti “sionisti” in ogni angolo». Ai funerali di Mikhoels, il poeta, drammaturgo e romanziere yiddish Perec D. Markis (1895 – 1952) recitò una lunga trenodia, nella quale faceva di Mikhoels una delle tante vittime dell’Olocausto. Un anno dopo fu arrestato anche lui.
Fu dunque la nascita di uno Stato ebraico in Palestina a ridestare l’entusiasmo degli ebrei sovietici. Il sostegno dato dal governo dell’URSS a Israele e il voto favorevole espresso dall’URSS alle Nazioni Unite, vennero interpretati dagli ebrei sovietici come un’autorizzazione ad esprimere solidarietà all’entità politica sionista.
«Per tutte queste ragioni, negli anni 1947-1948, fra gli ebrei sovietici si levarono onde di commozione che giunsero al culmine (nei giorni più neri di Stalin) quando nelle strade adiacenti alla Sinagoga di Mosca, migliaia di persone si radunarono, per singola iniziativa di ognuno, per accogliere la prima ambasciatrice d’Israele, Golda Meir (1898 – 1978), mentre il canto di Ha-Tikvà esplodeva tra il pubblico e grida di “Am Israel chai” (il popolo d’Israele vive) echeggiavano nell’aria.
Oggi sappiamo pure che ci furono ebrei tanto ingenui da presentare alle autorità sovietiche la domanda di potersi arruolare nell’esercito di difesa di Israele per servire quali artiglieri, carristi, marinai o aviatori, nelle sue unità combattenti. Questo avvenimento straordinario venne a conoscenza del dittatore e radicò in lui il terribile sospetto che in trent’anni, il regime comunista non era riuscito a staccare, né intellettualmente né sentimentalmente la massa degli ebrei, e neppure una notevole parte di essi, dall’attaccamento alle proprie origini e dalla sensibilità agli avvenimenti drammatici del mondo ebraico fuori dell’Unione Sovietica. Allora il dittatore decise che, per spegnere la fiamma ebraica che cominciava a riaccendersi era necessario versare sugli ebrei, e particolarmente sulla loro cultura, e sui loro sentimenti, torrenti di acqua gelata. Anzitutto, bisognava impedire ogni contatto tra gli ebrei sovietici e quelli dell’Occidente».
Il 21 novembre 1948 il Comitato Antifascista Ebraico venne sciolto d’autorità, perché era diventato un «centro di propaganda antisovietica». Le pubblicazioni edite dal Comitato furono proibite, in particolare il giornale yiddish “Einikai”, al quale collaborava l’élite intellettuale dell’ebraismo sovietico. Nelle settimane successive, tutti quanti i membri del Comitato Ebraico Antifascista furono arrestati.
Nel febbraio del 1949 la stampa lanciò una vasta campagna anti-cosmopolita. I critici teatrali ebrei furono denunciati per la loro «incapacità di capire il carattere nazionale russo». «Quale idea possono avere un Gurvic o uno Juzovskij del carattere nazionale dell’uomo russo sovietico?» si chiedeva la “Pravda” del 2 febbraio 1949. Nei primi mesi del 1949 centinaia di ebrei furono arrestati, soprattutto a Leningrado e a Mosca.
Il 7 luglio 1949 il tribunale di Leningrado condannò a dieci anni di internamento nei Gulag Akila Grigor’evic Leniton, Il’ja Zejlkovic Serman e Rul’f Aleksandrovna Zevina. Gli imputati furono riconosciuti colpevoli di aver «lodato gli scrittori cosmopoliti» e di aver «calunniato la politica governativa sovietica sulla questione delle nazionalità». In appello, gli imputati furono condannati a venticinque anni dalla Corte Suprema, che riconobbe gli imputati colpevoli di aver «condotto agitazione controrivoluzionaria basandosi su pregiudizi nazionalistici e affermando la superiorità di una nazione sulle altre nazioni dell’Unione Sovietica».
Il siluramento degli ebrei fu eseguito in maniera sistematica, soprattutto negli ambienti della cultura, della stampa, della medicina. Ma gli arresti ebbero luogo anche in altri settori: nel complesso industriale metallurgico fu arrestato un gruppo di “ingegneri sabotatori”, che furono condannati a morte e quindi giustiziati il 12 agosto 1952. Il 21 gennaio 1949 venne arrestata e internata nel Gulag la moglie di Molotov, Pavlina Zemcuzina, dirigente superiore nell’industria tessile. Nel luglio 1952 fu arrestata per spionaggio e quindi fucilata la moglie di Aleksandr Poskrebysev (1891 – 1965), segretario personale di Stalin.
Il 1948 vide l’inizio della fine dell’attività del Joint in varie democrazie popolari. In Unione Sovietica il Joint non operava più dal 1938; solo fra il 1943 e il 1945 era stato consentito l’invio di pacchi in territorio sovietico. Nel 1949 la Polonia espulse i rappresentanti del Joint e la Cecoslovacchia fece lo stesso. L’Ungheria permise solo la somministrazione di aiuti attraverso la Comunità ebraica locale; anzi, nel 1949 il capo del Joint in Ungheria, Israel Jakobson, venne arrestato. In quel medesimo anno, in Ungheria veniva condannato e giustiziato, assieme ad altri, l’ex ministro degli Esteri László Rajk (1909 – 1949).
Nel 1951 c’erano in URSS 215.000 medici. Circa 35.000 erano ebrei. Al grado supremo della categoria dei medici sovietici si trovava il gruppo dei medici del Cremlino. L’élite della medicina sovietica lavorava nell’ospedale del Cremlino, dove venivano curati i dignitari del PCUS e dei partiti comunisti “fratelli”.
Alla fine dell’agosto 1948 morì, nell’ospedale del Cremlino, Andrej Aleksandrovic Zdanov (1896 – 1948), che aveva diretto la campagna ufficiale contro la cultura formalista e cosmopolita. Un rapporto stilato per gli organi di sicurezza affermò, sulla base degli elettrocardiogrammi di Zdanov, che la malattia di quest’ultimo non era stata diagnosticata correttamente. Il reparto elettrocardiografico era diretto da un’ebrea, Sofija Karpaj. Fu solo nel 1951, però, che venne arrestato il primo medico del Cremlino, il professor Jacov Etinger (1929 – 2014), membro del Comitato antifascista ebraico. Il secondo arresto fu quello dell’elettrocardiologa Sofija Karpaj. Sia Etinger sia la Karpaj erano accusati di avere deliberatamente falsificato la diagnosi dell’elettrocardiogramma di Zdanov. Nei diciotto mesi successivi furono arrestati il cardiologo Binijamin Nezlin, suo fratello il dottor Solomon Nezlin e altri celebri medici ebrei. Il complotto dei medici sarebbe stato denunciato pubblicamente il 13 gennaio 1953.
Nell’ottobre 1952, Stalin convocò il XIX Congresso del PCUS. Circa milletrecento delegati, in rappresentanza di sette milioni di iscritti, registrarono il proprio nome sotto trentasette nazionalità, tra le quali non figuravano gli ebrei. (Kaganovic e Mechlis erano semipensionati). Si realizzò così una battuta che già circolava: «Mosè ha fatto uscire gli ebrei dall’Egitto, Stalin li ha fatti uscire dal Comitato Centrale».

Uno scatto inquadra Stalin, durante il XIX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Al congresso, Malenkov disse che agenti stranieri stavano tentando di «sfruttare elementi instabili della società sovietica per i propri obiettivi infami». Poskrebysev collegò i crimini economici, come quelli denunciati a Kiev o nell’organizzazione del partito in Ucraina, con lo spionaggio e l’accerchiamento capitalistico. Tutti sapevano che i funzionari economici e politici epurati in Ucraina erano ebrei ormai in procinto di essere giustiziati. (Nota1). Dopo la fine del XIX Congresso, si intensificarono le nuove purghe, con una campagna mirante al rafforzamento della disciplina di partito e con una serie di condanne a morte emesse contro funzionari dell’industria tessile ucraina: H.A. Khain, J.E. Jaroseckij, D.I. Gerson, tutti ebrei. Nel medesimo periodo in cui gli ebrei del partito comunista ucraino venivano epurati, molti dei più importanti dirigenti comunisti dei paesi dell’Europa orientale – per la maggior parte ebrei – erano in carcere e stavano per essere giustiziati.
A Mosca, circa una dozzina di medici del Cremlino andò a raggiungere i dottori Etinger, Kogan e Karpaj. Nel frattempo, veniva allestito a Praga il processo Slansky, «un modello pilota della purga ai vertici moscoviti che Stalin andava preparando». Alla fine del 1951 Stalin aveva ordinato al presidente cecoslovacco Klement Gottwald di arrestare il presidente di quel partito comunista, Rudolf Slansky, come agente di Israele e del sionismo. Tra il 20 e il 27 novembre 1952, quattordici dirigenti di primo piano del partito comunista e del governo cecoslovacchi, undici dei quali ebrei, furono processati con l’imputazione di aver tentato di complottare con i sionisti per assassinare il presidente Gottwald, rovesciare il governo popolare e restaurare il capitalismo. L’atto d’accusa letto dal pubblico ministero puntava il dito contro il Joint, «gli avventuristi sionisti», «Israele e l’America», i «cosmopoliti», i «nazionalisti borghesi ebrei», i «trotzkisti, i lacchè della borghesia e altri nemici del popolo ceco». Appena ebbe inizio il processo, su case e negozi di ebrei apparvero scritte di questo tenore: «Via gli ebrei!», «Abbasso gli ebrei capitalisti»! Si continuavano ad arrestare ebrei di spicco, tra i quali Eduard Goldsucker (1913 – 2000), ministro plenipotenziario cecoslovacco in Israele. Nella prima giornata del processo, Slansky confessò tutto: i rapporti coi Rothschild, con Ben Gurion, con Bernard Baruch, con Henry Morgenthau. Avevano orchestrato un complotto sionista per distruggere la Cecoslovacchia: «Il movimento sionista del mondo intero – disse alla corte – è di fatto il mondo degli imperialisti, soprattutto di quelli americani».
Le accuse contro il Joint, che fin dal 1950 era impegnato in interventi in Cecoslovacchia, sarebbero state ripetute a Mosca sei settimane più tardi, nel contesto del complotto dei medici. Gli accusatori dissero che il Joint era un «ramo segreto del servizio di spionaggio americano», che operava sotto la copertura dell’organizzazione assistenziale. Dissero che «lo spregevole traditore Slansky» (nato Salzman) era sempre rimasto «un lacchè della borghesia» e del sionismo internazionale e che aveva legami diretti con il diplomatico israeliano Ehud Avriel. «Rude Pravo» (quotidiano del PC cecoslovacco) descrisse gli «occhi insolenti e perfidi» e la «faccia da Giuda» di Slansky e scrisse che era un «serpente calpestato», un «cannibale» che sarebbe stato ripagato con la sua stessa moneta. Slansky fu accusato di aver cercato di assassinare il presidente servendosi di medici come «il massone dottor Haskovec». Slansky ammise che lui e il medico massone avevano effettivamente tramato per far morire Gottwald, al quale sarebbe dovuto subentrare Slansky stesso.
Al processo testimoniarono due cittadini israeliani che si trovavano in carcere da un anno: i cugini Mordechai Oren (1905 – 1985) e Shimon Ohrenstein. Oren era un dirigente del partito comunista israeliano, il Mapam, mentre Ohrenstein era stato un funzionario dell’ufficio commerciale della legazione israeliana a Praga. Oren confessò di essere stato in Russia e di avervi incontrato dei medici ebrei, nonché il defunto Solomon Mikhoels.
Il 4 dicembre 1952, qualche giorno dopo la fine del processo, undici condannati furono impiccati. I loro cadaveri furono cremati nel carcere di Ruzyn e le ceneri furono raccolte in un sacco di patate. Un autista, con due agenti della polizia segreta, portò il sacco alla periferia di Praga, dove le ceneri furono disperse sulla strada ghiacciata. Tre imputati, tra cui l’ex sottosegretario agli esteri, Arthur London (1915 – 1986), furono condannati all’ergastolo.
I giornali israeliani e statunitensi, come “New Republic” del 27 novembre 1952, collegarono le accuse formulate nel corso del processo ai Protocolli dei Savi di Sion. Il “New York Times” del 23 novembre 1952 scrisse che la vasta cospirazione ebraica evocata dal processo di Praga riecheggiava «ancora una volta gli infami Protocolli dei Savi di Sion (…), ma in una versione stalinista alla quale il terreno fu preparato quattro anni or sono dalla campagna contro il “cosmopolitismo” scatenata nella stessa Russia sovietica […] le cui vittime furono prevalentemente ebrei». L’affare Slansky, concludeva il “New York Times”, «può segnare l’inizio di una grande tragedia, mentre il Cremlino tende sempre di più verso un antisemitismo mascherato da antisionismo».
In Romania, dove la popolazione ebraica assommava a 400.000 individui (i quali avevano accolto entusiasticamente l’Armata Rossa e in moltissimi casi avevano aderito al partito comunista, entrando così nell’amministrazione statale e accedendo rapidamente agli uffici dei ministeri, della polizia e dei quadri dirigenti del Partito) l’eliminazione degli ebrei dall’amministrazione statale e soprattutto dalla polizia cominciò nel 1947. Furono anche epurati i quadri superiori del Partito, perché non si volevano indisporre gli elementi cristiani che vi si trovavano e che già avanzavano riserve sulla presenza di Anna Pauker (1893 – 1960) e di altri ebrei alla testa del movimento. Le sedi delle organizzazioni sioniste di Bucarest furono assaltate da militanti comunisti. Ma questi ultimi trovarono gli ebrei muniti di armi bianche e preparati a difendersi. Fu il solo caso di resistenza attiva dell’ebraismo est-europeo negli anni del socialismo reale.
Alla fine, tra gli ebrei arrestati vi fu la stessa Pauker, figlia di un rabbino, diventata dirigente del Komintern e ministro degli esteri di Romania nonché eminente pensatrice marxista-leninista. Radio Bucarest annunciò: «Anche tra noi ci sono criminali, agenti sionisti e agenti del capitale internazionale ebraico. Li smaschereremo ed è nostro dovere distruggerli».
Secondo un dossier che fu consegnato a un emissario di Berija, Anna Rabinsohn Pauker, «figlia di un piccolo borghese, era istitutrice in una scuola ebrea di Bucarest e insegnava lingua ebraica. Si innamorò del suo direttore e ne divenne l’amante […]. Conobbe Marcel Pauker, traditore della classe operaia e che doveva poco dopo sposare. Introdotta da lui nel movimento socialista, ella nutriva per il proletariato la stessa ostilità del marito, ma seppe meglio nascondere il proprio gioco. Ritornò in Romania, dove le condizioni di lotta erano tali ch’ella poté usurpare un posto direttivo nel partito, dopo aver denunciato alla polizia i militanti che si erano opposti alla sua ascesa. Dopo il 1930, Anna lascia il paese e si stabilisce dapprima a Parigi, dove conduce una vita poco conforme alle regole della morale comunista e del semplice buonsenso. Al suo ritorno, la polizia l’arresta in condizioni che non abbiamo ancora potuto chiarire. Comunque il suo arresto fu seguito da quello di numerosi membri del partito, allora clandestino. In prigione Pauker ebbe una vita facile: era, tra l’altro, rifornita di viveri da suo zio, proprietario d’un giornale borghese di Bucarest, mentre gli altri prigionieri morivan di fame».
Abbiamo visto che dopo il XIX Congresso del Pcus fu arrestata una quindicina di medici ebrei, tra i quali il dottor Boris B. Kogan. Questo suo cugino, cardiologo e internista, aveva avuto in cura sia Dimitrov e Zdanov, che erano morti entrambi: la dottoressa Lidija Timasuk sosteneva che la morte di Zdanov era un caso di omicidio medico. Boris Kogan era l’aiuto di Vladimir N. Vinogradov (1955 – 2008), direttore dell’ospedale del Cremlino e medico personale di Stalin. Questi fu arrestato il 9 novembre 1952, con l’accusa di aver deliberatamente prescritto cure sbagliate a dirigenti del partito e del governo e di avere «svolto azione di spionaggio per conto della Gran Bretagna». Due giorni dopo fu arrestato uno stretto collaboratore di Vinogradov: Miron Semionovic Vovsi (1897 – 1960), consulente del consiglio terapeutico e sanitario del Cremlino, cugino di Solomon Mikhoels, col quale aveva lavorato nell’ormai disciolto Comitato Antifascista Ebraico.
Dopo Vovsi e Vinogradov, nella seconda settimana di novembre furono arrestati altri nove medici del Cremlino, tra i quali Boris B. Kogan. Poco dopo gli arresti dei medici, il maresciallo Ivan Stepanovich Konev (1897 – 1977), comandante in capo delle forze di terra nonché ispettore generale dell’Armata Rossa, scrisse a Stalin una lettera in cui lo avvertiva che stavano avvelenando anche lui, con «le stesse medicine usate per ammazzare Zdanov».
Il 13 gennaio 1953 la “Pravda” uscì con un titolo a tutta pagina: «Arrestato un gruppo di medici sabotatori», sotto il quale veniva riportato un comunicato della Tass di dieci capoversi. L’editoriale che accompagnava l’annuncio era intitolato: «Miserabili spie e assassini con la maschera di professori e medici». Il comunicato menzionava nove medici che avevano partecipato al complotto terroristico, i cognomi dei quali rivelavano l’appartenenza ebraica: Miron Vovsi (1897 – 1960), Ivan Matveevich Vinogradov (1891 – 1983), Egorov, Feldman, Yakov Gilyarievich Etinger (1887 – 1951), Grinstein, Majorov, M. B. Kogan, B.B. Kogan. Costoro, secondo la “Pravda”, erano «collegati con l’organizzazione nazionalista borghese ebraica internazionale Joint, creata dallo spionaggio americano col falso scopo di fornire aiuti materiali a ebrei di altri paesi». Vovsi, in particolare, aveva confessato di aver ricevuto dagli Stati Uniti, tramite il Joint e «il noto nazionalista borghese ebreo Mikhoels, l’ordine di eliminare i massimi quadri dell’URSS». Il comunicato aggiungeva che i tre erano «agenti di vecchia data dello spionaggio inglese». I criminali avevano confessato di avere ucciso Zdanov «diagnosticando scorrettamente la sua malattia, nascondendo che aveva avuto un infarto al miocardio» e prescrivendo «un regime controindicato per la sua grave malattia». Allo stesso modo, i criminali avevano fatto morire anche il compagno A.S. Scerbakov: «gli hanno prescritto un regime che per lui era mortale e così lo hanno portato alla morte». Inoltre, il gruppo dei medici ebrei, «questa banda di criminali antropoidi», cercava di «compromettere la salute di comandanti militari sovietici, per ridurli all’inattività e indebolire la difesa del Paese». Le vittime designate erano tre marescialli, un ammiraglio e un generale.
Tutta la stampa sovietica partecipò alla campagna contro la “banda criminale”. La rivista sindacale “Trud” affermava che l’imperialismo anglo-statunitense agiva a stretto contatto con il sionismo e in particolare con l’organizzazione ebraica dello Joint.
La “Literaturnaja Gazeta” smascherò una cellula sovversiva, annidata nel comitato scientifico dell’Istituto della Biblioteca di Mosca, che era guidata dagli ebrei Abramov, Levin, Fried e Eikenvolts. “Medicinski Rabotnik” pubblicò un lungo elenco di ebrei che lavoravano alla Clinica centrale di psichiatria legale. I medici di quella clinica avevano anche propagato le teorie di Bergson e di Freud e avevano rifiutato di applicare ai pazienti la psichiatria russa, optando per i metodi di derivazione psicanalitica. Il quotidiano della Lituania metteva in guardia contro gli «elementi nemici, nazionalisti borghesi e sionisti ebrei» che svolgevano mansioni importanti nel ministero della carne e del latte e che potevano avvelenare tali alimenti. “Krokodil”, la rivista satirica, scriveva: «Il nero odio per il nostro paese ha unito in un solo campo i banchieri americani e inglesi, i colonialisti, i re degli armamenti, i generali di Hitler che sognano la rivincita, i rappresentanti del Vaticano e i fedeli membri del Kahal sionista». I medici ebrei, «personificazione della bassezza e dell’abominio, come Giuda Iscariota», avevano tutti quanti frequentato una nota scuola: quella «diretta dall’ipocrita Mikhoels, per il quale nulla era sacro e che aveva venduto l’anima per trenta denari».
Secondo le “Izvestija”, i processi contro i sionisti che venivano celebrati in Ungheria, Bulgaria, Polonia e Albania costituivano la prova dell’esistenza di un piano spionistico americano di ampia portata, un piano che vedeva sionisti e americani collaborare in maniera solidale.
In Ucraina, a Zitomir, furono arrestati venti medici ebrei, definiti dai giornali ucraini «assassini di bambini». La “Pravda Ukrainij” dedicò a tre sabotatori giustiziati a Kiev un editoriale in cui si leggeva: «Tutti questi Kohain e Jarosecki e Grinstein […], i Kaplan e i Poljakov […] suscitano l’odio profondo del popolo».
Quattro informatori degli americani nella Germania occidentale dissero che le accuse contro i medici erano il segnale di una purga imminente. L’economista Konstantin Krylov diceva da anni che Stalin si sarebbe servito dell’antisemitismo per una purga su vasta scala. Vjaceslav Artem’ev, ex poliziotto della polizia segreta, disse che forse il 25% dell’MGB erano ebrei e che certamente sarebbero stati radiati; questo comunque sarebbe stato solo l’inizio di una vasta epurazione. Effettivamente gli ebrei dell’MGB furono epurati e alcuni di loro, come ad esempio il tenente generale Raichman, furono arrestati. Frattanto Berija mandò i suoi uomini ad arrestare il medico di Mao Tse Tung, che era un ebreo proveniente dall’URSS.
S. Eliashiv, diplomatico israeliano a Mosca, in un messaggio del 10 febbraio 1953 disse: «L’elemento principale comune a tutti questi articoli e discorsi è l’accerchiamento da parte di potenti nemici stranieri e la costruzione di una quinta colonna all’interno»; tuttavia «lo Stato d’Israele non è ancora un bersaglio primario, diretto», come lo era stato nelle «esplicite accuse della Cecoslovacchia e della Polonia. […] Ciononostante, esiste una collera grave e violenta contro i sionisti e il sionismo». Eliashiv esprimeva inoltre una grave preoccupazione per il proliferare di denunce contro criminali ebrei, specialmente in Ucraina, Bielorussia e Moldavia, dove vivevano numerose comunità ebraiche.
In Israele, quando la notizia del complotto dei medici giunse via radio, il rabbino Jacob Kolmess, che aveva lasciato Mosca nel 1933, si portò la mano al petto e morì per una crisi cardiaca. Il 19 gennaio, il ministro degli Esteri Moshe Sharett denunciò come calunniosa la campagna sovietica. I sovietologi israeliani indicavano, tra i fattori della campagna antiebraica, il tentativo dell’URSS di avvicinarsi al mondo islamico.
Intanto in Unione Sovietica la campagna di stampa dava i suoi frutti: Uljanovsk, ventisei insegnanti, per lo più ebrei, furono espulsi dalla scuola magistrale in cui insegnava la vedova di Mandel’stam. Duecento ebrei furono licenziati dall’università di Odessa; tutti i laureati ebrei della facoltà di medicina furono mandati nelle zone orientali più remote della Siberia, come la Kamcatka e la Jacutia.
Fuori dall’URSS, è da notare che nella Repubblica Democratica Tedesca i capi delle comunità ebraiche furono sottoposti ad interrogatorio da parte delle forze di sicurezza. A Berlino Est, mille ebrei chiesero il visto per gli Stati Uniti. Il 15 gennaio, quattro esponenti di primo piano della comunità ebraica tedesco-orientale, tra cui Julius Meyer, fuggirono a Berlino Ovest.
In Ungheria, “Szabad Nép” scrisse, il 15 gennaio, che il Joint era solito «nascondere veleno e pugnali» tra i «vestiti usati» che spediva agli ebrei.
In Cecoslovacchia, il 16 gennaio “Rude Pravo” affermò che i «doni inviati dal Joint» erano in realtà «ordini di uccidere».
Dmitrij I. Cesnokov, da poco condirettore del “Bolshevik”, capo di una nuova sezione del Comitato Centrale e nuovo membro del Presidium, redasse un opuscolo per spiegare perché gli ebrei dovevano essere deportati. L’opuscolo, stampato dalla casa editrice del MVD in un milione di esemplari, era intitolato “Perché gli ebrei devono essere trasferiti dalle regioni industriali del paese”.
Contemporaneamente veniva stilato il testo di una “Dichiarazione Ebraica”, destinata a essere pubblicata sulla prima pagina della “Pravda” dopo la celebrazione del processo contro i medici e la loro esecuzione sulla Piazza Rossa. La “Dichiarazione Ebraica”, che avrebbe recato in calce le firme di qualche decina di ebrei “leali”, sarebbe stata adoperata, se Stalin non fosse provvidenzialmente morto nel frattempo, per giustificare la deportazione di quasi tutti gli ebrei sovietici nel Kazakhstan e nel Birobidzan. La “Dichiarazione”, secondo la ricostruzione che ne è stata fatta in base alle testimonianze di Ilja Erenburg, sarebbe stata formulata più o meno nei termini seguenti: «ci appelliamo al governo dell’URSS, e al compagno Stalin personalmente, perché salvino la popolazione ebraica da possibili violenze conseguenti alle rivelazioni sui medici-avvelenatori e sul coinvolgimento di cittadini sovietici rinnegati di origine ebraica, colti in flagrante a partecipare a un complotto americano-sionista per destabilizzare il governo sovietico. Ci uniamo al plauso di tutti i popoli sovietici per la punizione dei medici assassini, i cui crimini esigevano la pena capitale. I sovietici sono naturalmente indignati di fronte al continuo ampliarsi delle trame del tradimento e al fatto che, e ciò ci addolora, molti ebrei hanno aiutato i nostri nemici a costituire in mezzo a noi una quinta colonna. Cittadini semplici, fuorviati, possono essere spinti a reagire colpendo indiscriminatamente gli ebrei. Per questa ragione, vi imploriamo di proteggere il popolo ebraico mandandolo nei territori orientali in via di sviluppo, dove sarà impiegato in un lavoro di utilità nazionale e sfuggirà alla comprensibile collera suscitata dai medici-traditori. Noi, in quanto personalità di spicco tra gli ebrei fedeli all’Unione Sovietica, respingiamo totalmente la propaganda americana e sionista che afferma che in questo paese c’è antisemitismo. Si tratta soltanto di una cortina fumogena per nascondere il loro tentativo fallito di assassinare dirigenti sovietici e deviare le critiche del mondo dalla questione dell’antisemitismo americano del caso Rosenberg e degli intenti genocidi americani contro la popolazione nera statunitense. Nell’Unione Sovietica, invece, il razzismo è vietato dalla costituzione e non esiste affatto».
Tra i firmatari della “Dichiarazione Ebraica” vi furono il già citato lo scrittore Grossman, l’accademico Isaac Mints (1896 – 1991), il fisico Lev Davidovic Landau (1908 – 1968) Premio Nobel nel 1962), il violinista David Ojstrach (1908 – 1974), il compositore Matveij Blanter (1903 – 1990) e altri ebrei di una certa fama.
A quanto si è detto, il piano di Stalin prevedeva che i medici dovevano essere giustiziati subito dopo l’emissione della condanna. Sarebbero stati impiccati nella Piazza Rossa, sulla Lobnoe mesto, una piattaforma di pietra circolare accanto al Cremlino, adoperata nel Medioevo per le esecuzioni. Poi sarebbero scoppiati degli incidenti: violenze contro ebrei, pubblicazione della “Dichiarazione Ebraica”, pubblicazione di lettere che chiedevano l’adozione di provvedimenti. Allora gli ebrei dell’URSS (l’87% dei quali era concentrato nelle grandi città: Mosca, Leningrado, Kiev, Odessa, Riga, Kharkov) sarebbero stati trasferiti in campi a est degli Urali.
Nel periodo di sei settimane intercorso tra l’annuncio del 13 gennaio e la morte di Stalin, si diffuse la notizia che si stavano approntando mezzi di trasporto sufficienti a spostare intere masse di persone. Tra i pochi ebrei che rimanevano nei gradi elevati degli organi di polizia, dei ministeri e dell’esercito, alcuni erano a conoscenza di particolari specifici relativi a vagoni merci vuoti che restavano fermi, in attesa, sui binari di raccordo. Un medico di rango elevato, che durante la deportazione delle otto nazionalità sovietiche era stato responsabile del controllo delle condizioni sanitarie sui treni utilizzati per le evacuazioni, nel 1952 venne a conoscenza dei piani per la deportazione degli ebrei. Il trasporto sarebbe stato organizzato con gli stessi criteri seguiti per le deportazioni del periodo bellico. Comunque, lo stesso sistema dei trasporti sarebbe stato ben presto depurato dalla presenza ebraica. Si dice che Stalin avesse ordinato di preparare nei maggiori nodi ferroviari per il febbraio 1953 un grande numero di carri bestiame; in realtà, data la complessità dell’operazione, le deportazioni non potevano avere inizio prima di aprile o maggio. Tra l’altro, erano state mobilitate squadre di funzionari dell’MGB per inventariare i beni che gli ebrei avrebbero abbandonato.
Secondo gli ebrei che videro i campi dopo il periodo di Stalin, erano stati costruiti baraccamenti appositi, puliti e nuovi. Vladimir Lifshitz, un tecnico ebreo che lavorò per la marina russa nella Siberia occidentale dieci anni dopo il complotto dei medici, il 9 novembre 1987 raccontò a Louis Rapoport di aver visto un campo mai utilizzato con file e file di baracche. Questo campo si trovava sugli altipiani non lontani da Barnaul, una cittadina nella regione del Kuzbass, a nordest del Kazakhstan e a sud di Novosibirsk e della zona petrolifera della Siberia occidentale. Quest’area, il doppio dell’Italia, era costellata da centinaia di campi di concentramento. Il campo che il tecnico e i suoi uomini avrebbero visitato era una città fantasma di baracche fatiscenti, che si estendeva su un paio di chilometri quadrati.
Nel 1956 furono trovati nel Birobidžan altri due campi simili a questo; altri baraccamenti, situati sull’isola di Novaja Zemlja, a nordest di Arcangelo, erano stati costruiti per diretto ordine di Stalin.
Si parlò anche di un grandioso piano di sviluppo per trasformare la Siberia in un impero industriale. Alle schiere di lavoratori in condizioni di schiavitù si sarebbero aggiunti circa due milioni di ebrei e altri due o tre milioni di nuovi prigionieri politici.
Tra le centinaia di migliaia di ebrei che già si trovavano nel Gulag c’era anche Iosif Berger (1904 – 1978), uno dei fondatori del partito comunista in Palestina, che all’inizio degli anni Trenta era tornato nell’Unione Sovietica dove era incappato nei rigori della Grande Purga. Berger si convinse che si stava progettando la liquidazione degli ebrei.
In ogni caso, erano già cominciati gli arresti e le retate. Alcuni ebrei, come il dottor Jakov Rapoport (1898 – 1996), che era stato arrestato a metà gennaio 1953, venivano coinvolti direttamente nel caso dei medici del Cremlino. Altri, come il dottor Solomon Nezlin, arrestato verso la fine di gennaio, furono collegati indirettamente al complotto attraverso un parente: il fratello era uno dei medici che avevano visto nel 1948 le cartelle cliniche di Zdanov. Anche i familiari di ebrei giustiziati, come Perec D. Markis (1895 – 1952, il letterato che aveva eseguito la lamentazione funebre ai funerali di Mikhoels), furono arrestati in seguito all’annuncio del 13 gennaio. La polizia segreta arrestò tutta quanta la famiglia Markish: David, la madre Esther, la sorella Olga, il fratello Simon, il cugino Juri. Condannati a dieci anni di confino, furono spediti nel Kazakhstan settentrionale su un vagone piombato. Sul medesimo vagone viaggiava anche Marija Iusefovic, moglie di un funzionario sindacale che aveva svolto attività nel Comitato Antifascista Ebraico. Il 30 e il 31 gennaio furono arrestati i familiari di altre personalità del Comitato Antifascista Ebraico: l’attore e condirettore del Teatro Yiddish di Mosca Benjamin Zuskin, sua moglie (l’attrice Eda) e la loro figlia; la famiglia di Leib Kvitko (1890 – 1952), scrittore ebreo, già membro del Comitato Antifascista Ebraico; la famiglia di David Bergelson (1884 – 1952), il poeta yiddish che era stato membro del Comitato Antifascista Ebraico. Furono arrestate anche le mogli dei medici del Cremlino.
Secondo Roy Medvedev (1925), Stalin progettava di deportare la maggior parte degli ebrei non in Siberia o nel Birobidžan , ma nelle regioni settentrionali del Kazakhstan, dove lo spazio per i due milioni di ebrei sovietici era più che sufficiente. Il solo campo di Karaganda, che si estendeva per più di 450 chilometri, poteva accoglierne una gran parte.
Nella zona intorno al villaggio di Karmacij, dove arrivò la famiglia Markis, c’erano già molti altri ebrei. Oltre a un’intera colonia di ebrei della Bessarabia, deportati dopo l’annessione della Bessarabia all’URSS, c’erano ebrei provenienti da Bukhara, da Kiev, da Odessa e da altre città.
Dopo l’annuncio del 13 febbraio, la campagna della stampa e della radio contro i “medici stranieri” e i “cani arrabbiati di Tel Aviv” proseguì ininterrotta. Un lungo saggio di Ladislao Carbajal, intitolato “La questione ebraica non esiste nella società socialista”, accusava il primo ministro israeliano Ben Gurion (1886 – 1973), il ministro degli esteri Moshe Sharett (1894 – 1965) e l’ambasciatore all’ONU Abba Eban (1915 – 2002) di essere ispiratori di un’attività spionistica che veniva sviluppata per conto degli USA e dell’Inghilterra.
La “Pravda” del 6 febbraio diede la notizia dell’arresto degli ebrei S.D. Gurevic e J.A. Taratuta. Fu arrestato anche il direttore del Teatro dell’Arte di Mosca, Igor Neznij, un vecchio amico di Mikhoels accusato di far parte del centro sionista diretto dal pianista Grigorij Ginzburg (1904 – 1961).
Tutto ciò indusse l’ebraismo statunitense a mobilitarsi in difesa degli ebrei dell’URSS. I dirigenti del B’nai B’rith (Nota 2) andarono al Dipartimento di Stato a esprimere i loro timori per la situazione dell’ebraismo sovietico. Un gruppo di quarantanove personalità ebreo-americane di grande rilievo il 12 febbraio rivolse un appello a Eisenhower affinché parlasse pubblicamente dei milioni di ebrei del blocco sovietico che si trovavano esposti a «una nuova epidemia di pogrom, ad aggressioni istigate dai comunisti»; il presidente americano veniva invitato a pronunciare una «solenne condanna pubblica e l’avvertimento che questo attacco contro il popolo ebraico costituisce un incitamento al massacro». Il 16 febbraio il senatore Robert C. Hendrickson (1898 – 1964) presentò la risoluzione numero 71 del Senato, firmata da lui e da altri due senatori, che paragonava “l’antisionismo” comunista all’antisemitismo nazista.
Alle parole si accompagnarono i fatti. Il 9 febbraio una violenta esplosione scosse il centro di Tel Aviv: un attentato distrusse la legazione dell’URSS, sicché rimasero feriti tre cittadini sovietici. L’attentato terroristico era opera della vecchia Banda Stern di Yitzhak Shamir. Tre giorni dopo, l’URSS ruppe le relazioni diplomatiche con Israele. Ben Gurion dichiarò alla Knesset che la rottura diplomatica faceva parte di una massiccia campagna diffamatoria sovietica, nuovo atto di una storia di quattromila anni di odio, calunnie, torture, distruzioni e massacri subiti dal popolo eletto.
Il 14 febbraio le “Izvestija” spiegavano che il funzionario del Dipartimento di Stato americano William Draper, aiutato dal Joint e dagli istituti bancari Dillon, Read e Harriman Bros., stava realizzando il piano segreto dell’ex ministro del tesoro Henry Morgenthau, del deputato Emanuel Celler e del senatore Jacob Javits, che consisteva nel fare di Israele la principale base antisovietica del Vicino Oriente. Tra gli uomini del Joint e Tel Aviv, diceva l’articolo, c’era «la feccia della società, trotzkisti, nazionalisti borghesi e cosmopoliti sradicati d’ogni sorta, che per un pugno di dollari hanno venduto il loro onore, il loro popolo e il loro paese».
«Ciò che provocò la collera di Stalin contro Israele – scrive François Fejtö (1909 – 2008) – non fu tanto il naturale filo-americanismo d’Israele, quanto le tumultuose simpatie filoisraeliane della popolazione ebraica dell’Unione Sovietica, quella passione per Israele che si espresse in maniera così significativa nell’accoglienza trionfale tributata al primo inviato del nuovo stato, la signora Golda Meir. Questo stato d’Israele, non era forse il coronamento dei lunghi e pazienti sforzi dei pionieri di Sion, tra i quali gli ebrei russi avevano avuto un ruolo di primo piano? Il giudaismo russo poteva giustamente considerare Israele come la realizzazione dei propri sogni, come una creatura del suo spirito e della sua carne. Agli occhi di Stalin, invece, questo entusiasmo, questa solidarietà senza riserve erano una sfida intollerabile al sovietismo, incompatibile sia con l’internazionalismo dottrinale che con la ragione di stato dell’Unione Sovietica, tesa da quel momento allo sfruttamento delle animosità arabe contro l’occidente, protettore d’Israele».
Il 30 febbraio il “Manchester Guardian” riferì che il ministro degli esteri sovietico Visinskij aveva invitato a Mosca uno dei peggiori nemici d’Israele, il Gran Muftì di Gerusalemme Haj Amin al-Husseyni (1895 – 1974), che si era rifugiato al Cairo dopo essere stato condannato per crimini contro l’umanità. L’invito venne formulato proprio il primo giorno della festa ebraica dei Purim.
Il regime di Tito organizzò il 27 febbraio a Belgrado una grande manifestazione di protesta contro l’antisemitismo sovietico. Gli oratori condannarono i sovietici perché calpestavano i diritti dell’uomo e accusarono il Cremlino di far incombere sugli ebrei dell’Europa orientale le «identiche possibili conseguenze estreme» già verificatesi sotto il dominio nazista.
A parte Lazar Moiseevic Kaganovic (1893 – 1991), che era l’ebreo sovietico di rango più elevato, il generale dell’NKVD (Nota 3) Lev Zacharovic Mechlis (1889 – 1953) era l’ultimo dirigente sovietico di origine ebraica che ancora fosse presente nelle gerarchie del regime. Mechlis aveva arrestato il proprio padre, un impiegato ebreo di Odessa, e aveva testimoniato contro di lui davanti ad un tribunale della polizia segreta. Secondo le memorie di Nikita Sergeyevich Khrushchev (1894 – 1971) assieme a Kaganovic aveva organizzato la morte di centinaia di migliaia, forse milioni di persone. In particolare, aveva epurato il corpo ufficiali. Nell’ottobre del 1950 era stato sollevato dal suo ultimo incarico, quello di ministro del controllo statale. Nell’ottobre del 1952, al XIX Congresso del PCUS (Nota 4), fu eletto nel comitato centrale. Dopo l’annuncio del complotto dei medici, Mechlis si allontanò di soppiatto da Mosca e andò a Saratov, dove si ammalò. Portato a Mosca per essere curato nell’infermeria dell’MVD (Nota 5) nel carcere di Lefortovo, vi morì, stando alla “Pravda”, venerdì 13 febbraio, per un attacco di cuore conseguente alla degenerazione del cervello e dei vasi del cuore e del sistema nervoso. Il cadavere di Mechlis venne cremato e le sue ceneri furono collocate nel muro del Cremlino.
Nel periodo del complotto dei medici, tutti i funzionari sovietici di alto rango che erano sposati con donne ebree furono sottoposti a pressione affinché divorziassero. Vi furono anche casi di divorzi fittizi, attuati allo scopo di passare indenni attraverso la tempesta.
Il maresciallo Kliment Efremovic Vorosilov (1881 – 1969, già nel 1940 sollevato dall’incarico di commissario per la difesa), che era sposato anche lui con un’ebrea, Ekaterina, si rifiutò di divorziare. Nel febbraio 1953 scacciò con la pistola alla mano quattro agenti dell’MGB che si erano presentati a casa sua (la più imponente e sontuosa tra le dacie dei grandi della Rivoluzione) per arrestare Ekaterina.

Nella foto Joseph Stalin e Kliment Voroshilov nel 1935.

Alla fine di febbraio, Vorosilov fu invitato a una riunione del Presidium in cui si sarebbe dovuto discutere del trasferimento degli ebrei. Alla riunione, Stalin rivelò i particolari del suo piano per combattere il “complotto imperialista e sionista” contro l’Unione Sovietica e disse che si rendeva necessaria l’immediata deportazione in massa nell’Asia centrale e nel Birobidžan. Quando ebbe terminato di parlare, tra la ventina di persone sedute intorno al tavolo delle riunioni cadde un silenzio totale. A un certo punto Kaganovic domandò con voce esitante se sarebbero stati deportati tutti gli ebrei sovietici senza eccezioni. Stalin rispose: «Un certo settore». Kaganovic non replicò. Molotov, la cui moglie era già scomparsa in territori lontani, osò dire che il trasferimento degli ebrei avrebbe avuto un impatto negativo sull’opinione pubblica mondiale; Mikojan annuiva. Intervenne allora Vorosilov, il quale affermò che un’azione del genere avrebbe destato nel mondo la medesima reazione che già c’era stata contro Hitler. Poi, con gesto teatrale, gettò la tessera del PCUS sul tavolo, dicendo che il piano di trasferimento violava l’onore del Partito e che lui non voleva appartenere a un’organizzazione come quella. Stalin gli gridò: «Compagno Kliment, deciderò io quando non sarai più autorizzato a tenere la tessera del Partito»! E si infuriò a tal punto, che ebbe una crisi e crollò al suolo.
Il 22 e il 23 febbraio la campagna contro i nemici del sistema sovietico rallentò improvvisamente. Dopo il 25 febbraio non si ebbero più notizie di arresti di elementi ebraici. La campagna si interruppe il 1 marzo; il 2 marzo, per la prima volta dal 13 gennaio, la “Pravda” non parlava più dei medici avvelenatori.
Non meno di trentasei ore dopo che il cuore di Stalin aveva cessato di battere, alle 7 del mattino del 4 marzo Radio Mosca annunciò al mondo che il Padre dei popoli dell’URSS era gravemente malato. «Il Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e il Consiglio dei ministri dell’Unione Sovietica annunciano la disgrazia che ha colpito il nostro Partito e il nostro popolo: la grave malattia del compagno Iosif Visarionovic Stalin».
La guerra di Stalin contro gli ebrei era finita.

 

Note:
1: La prima moglie di Poskrebysev era un’ebrea e nel 1949 Stalin lo aveva invitato a divorziare. Una notte, tornato a casa, non trovò più la moglie. Si rivolse a Stalin, il quale gli disse: «Hai bisogno di una moglie? Ne avrai una nuova». Rientrato a casa quella sera, Poskrebysev aveva trovato ad attenderlo quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie, una russa autentica.
2: L’Ordine Indipendente B’nai B’rith (in ebraico: בני ברית, “figli dell’alleanza”) è una loggia ebraica nata nel 1843 durante la presidenza di John Tyler ed ancora esistente ed attiva. La sua missione è quella di fare beneficenza verso i poveri.
3: Il Commissariato del popolo per gli affari interni, noto anche con l’acronimo NKVD fu un dicastero attivo nella Russa sovietica dal 1917 al 1930 e poi, riorganizzato a livello centrale, in Unione Sovietica dal 1934 al 1946.
4: Il Partito Comunista dell’Unione Sovietica, noto anche con l’acronimo PCUS è stato un partito politico di orientamento marxista.
5: Il Ministero degli Affari Interni era un ministero del governo nell’Unione Sovietica. La MVD, un’agenzia succeduta al NKVD, fu istituita nel marzo 1946. A differenza del NKVD, ad eccezione di un periodo di circa 12 mesi, da metà marzo 1953 fino a metà marzo 1954, il MVD non includeva le unità (agenzie) interessate attività segreta (politica), quella funzione assegnata al Ministero della Sicurezza dello Stato (MGB), dal marzo 1954 al KGB.

 

Per approfondimenti:
_Soviet Jewry: A new Estimate, “Jewish Chronicle”, 23 ottobre;
_David Dallin e Boris Nikolaevskij, Il lavoro forzato nella Russia sovietica, Sapi, Roma, 1949;
_Roy A. Medvedev, Lo stalinismo, Mondadori, Milano 1972;
_Svetlana Alliluyeva, Soltanto un anno, Mondadori, Milano 1969;
_Ariè Eliav, Tra il martello e la falce, Barulli, Roma 1970;
_Robert Conquest, Power and Policy in the USSR. The Study of Soviet Dynastics, Phaeton, New York 1975;
_Meir Cotic, The Prague Trial: The First Anti-Zionist Show Trial in the Communist Bloc, Herzl Press, New York 1987;
_Camil Ring, Stalin le aveva detto, ma…, Mondadori, Milano 1953;
_B. Z. Goldberg, The Jewish Problem in the Soviet Union: Analysis and Solution, Crown, New York 1961;
_Louis Rapoport, Stalin’s War against the Jews, The Free Press, New York 1990;
_J. Berger, Shipwreck of a Generation, Harvill Press, London 1971;
_François Fejtö, Gli ebrei e l’antisemitismo nei paesi comunisti, Sugar, Milano 1962;
_Arthur Koestler, Lo yogi e il commissario, Liberal Libri, 2002.

 

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Gino De Dominicis: la ricerca dell’immortalità

Gino De Dominicis: la ricerca dell’immortalità

di Daniele Paolanti 20/10/2018

Il XX secolo è stato rivoluzionario nell’universo, già ex se sconfinato, dell’arte (non solo visiva). L’avvento delle avanguardie, della sconvolgente visione di Duchamp tesa a percepire l’artista come un demiurgo il quale riversa nel suo lavoro un’idea e, di conseguenza, eleva lo stesso al grado di “opera d’arte”. Nasce così il ready made, volgarmente traducibile come “già pronto”, espressione a mezzo della quale la critica identifica quelle opere in cui il contributo dell’autore è meramente intellettivo, poiché vengono accostati oggetti (o collocati gli stessi in uno spazio definito) e, conseguentemente, questi assurgono al grado di opera d’arte. Negli anni 80 poi il critico d’arte Achille Bonito Oliva (1939) seleziona cinque artisti italiani (Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Nicola De Maria e Mimmo Paladino) che comporranno la c.d. transavanguardia, neologismo elaborato dal critico stesso.

Il movimento della Transavanguardia creato da Bonito Liva (da sinistra a destra): Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente, Nicola De Maria e Mimmo Paladino.

Ma la seconda metà del XX secolo in Italia porta l’indelebile marchio dell’artista più eclettico e complesso del secolo breve: Gino De Dominicis (Ancona, 1º aprile 1947 – Roma, 29 novembre 1998). De Dominicis ha rappresentato, per il nostro paese, il più riuscito connubio tra filosofia ed arte, anche se, a quale corrente appartenesse “L’immortale”, nessuno è mai riuscito a capirlo (né lui avrebbe voluto essere ricondotto ad un movimento specifico). La sintesi del pensiero dell’artista marchigiano è sussumibile nella risposta, ironica ma al contempo enigmatica, che questi forniva a chiunque lo interrogasse sul tema per lui più odioso: “Maestro, qual è la sua posizione artistica?”. Domanda alla quale questi rispondeva: “La mia posizione è in piedi quando il quadro è di grandi dimensioni e seduto se di piccole dimensioni”. È quindi impossibile ascrivere De Dominicis ad un movimento artistico specifico: non si potrebbe né inquadrarlo nella c.d. arte concettuale (che anzi questi respingeva severamente), né nell’arte povera o nella transavanguardia. Taluni hanno addirittura provato a sostenere che talune sue opere fossero perfomances ma De Dominicis rimandava al mittente queste considerazioni con un secco “No, assolutamente”.
Tutto questo ha contribuito a circondare l’artista di un alone di mistero, che questi non rifuggiva affatto, anzi, incrementava con il suo temperamento. Le pochissime esposizioni contribuivano a corroborare l’esclusività di un’artista misterioso, ma lui non ha mai ammesso di aver partecipato a poche mostre: “Chi ha detto che faccio poche mostre? In relazione a chi o a cosa? Faccio le mostre che mi va di fare!”. A ciò si aggiunga il suo proverbiale desiderio di sottrarsi ad eventi pubblici, riuscendo ad implementare questa mira centellinando minuziosamente la partecipazione ad eventi, anche esclusivi. Altrettanto rari sono libri o cataloghi che riproducano le opere di De Dominicis con la tecnica fotografica, soprattutto perché questi non credeva alla capacità della fotografia di poter rendere pienamente il contenuto dei suoi lavori.
I temi affrontati nella sua carriera sono molteplici, a partire dalla considerazione privilegiata che questi riservava all’isolamento ed alla solitudine, per poi deviare con eguale (anzi massima) dedizione al suo argomento privilegiato: l’immortalità. De Dominicis sosteneva che le cose, per esistere davvero, devono essere immortali e, di tal guisa, riteneva come la scienza dovesse concentrare tutte le sue energie verso il raggiungimento di detto obiettivo, ovvero garantire la durata imperitura dell’esistenza. Questa sua convinzione fu stigmatizzata con enfasi nella “Lettera sull’immortalità del corpo”, scritto filosofico nel quale questi evidenziava quanto appena riferito, ovvero il desiderio estremo di raggiungere l’obiettivo centrale e cioè far sì che le cose possano realmente esistere. Ma per poter esistere le cose devono essere immortali, durare in eterno e rimanere immobili nella loro esistenza poiché ciò che è perituro non esiste realmente, è solo una parvenza, una testimonianza offerta dalla natura di dimostrare la capacità sua propria di elaborare alcune fonti di vita (o anche inanimate). Sono le sue profonde convinzioni sull’immortalità a condurlo verso la realizzazione di opere estremamente enigmatiche e complesse, il più delle volte installazioni che, a torto, venivano sovente confuse con delle performances. Ma l’arte perfomativa non è propria del genio marchigiano, anzi, questi la disconosce fermamente, quasi con seccatura.

Gino de Dominicis (Ancona, 1º aprile 1947 – Roma, 29 novembre 1998) è stato un artista italiano.

Ed è ora quindi il momento, parlando di immortalità, di fare debito cenno ad una delle sue opere più contestate, passata alla storia tanto per la sua enigmaticità quanto per la forte componente (disconosciuta dall’artista) tendenzialmente provocatoria, dalla quale ha trovato la stura la fortissima indignazione del pubblico che ne è seguita e che ha contribuito ad implementare l’alone di fascino e mistero che già gravitavano attorno a questi. È il giorno 8 giugno 1972 quando, in occasione dell’inaugurazione della 36° Biennale di Venezia, nei pressi di una delle sale riservate a De Dominicis, viene esibita una sua opera. Un uomo, Paolo Rosa, affetto da sindrome di down, è seduto su una sedia e, dinanzi a lui, sono collocate tre opere di De Dominicis che questi aveva già in precedenza esposto in occasione della sua prima personale a L’Attico di Fabio Sargentini nel 1969, ovvero il Cubo invisibile (1967), Palla di gomma (caduta da 2 metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo (1968-69), e Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra (1969). La reazione fu immediata. A pochi giorni di distanza la sala venne chiusa e De Dominicis querelato per sottrazione di incapace insieme al suo assistente. Il processo si chiuderà poi nel 1973, con l’assoluzione dell’artista. L’opera in questione portava il titolo “Seconda soluzione di immortalità (l’Universo è immobile)”. Anche gli intellettuali dell’epoca se ne interessarono ed iniziarono a manifestare i loro giudizi sull’opera di De Dominicis: Pasolini espresse una dura critica nei confronti della stessa che, però fu difesa in parte da Eugenio Montale nel 1975, in occasione del pronunciamento del suo discorso all’assegnazione del Premio Nobel all’Accademia di Svezia.
Il significato dell’opera Di De Dominicis è ricercabile nelle considerazioni che sono state espresse nelle righe precedenti. L’immortalità è condizione dell’esistenza e, in ragione dell’inesorabile progresso del tempo, nulla esiste realmente. Nulla se non l’opera d’arte. L’arte è, e rimane, immortale e la ragione dell’imperitura stabilità, immanenza ed immortalità dell’arte è in re ipsa. L’arte è immortale. L’opera è immortale. E l’artista? Bhe, verrebbe da rispondere, con ovvietà, che questi non lo sia, poiché essere umano in cerca della soluzione dell’eternità, un’eternità che la scienza non riesce ancora a garantire e non garantirà almeno sino a quando le energie non verranno devolute integralmente verso questa direzione. Ma, spesso, l’immortalità di Gino De Dominicis è percepita con riferimento ad una sua opera, forse la più nota: Calamita cosmica.
Quest’opera, una gigantesca (24 metri) scultura di uno scheletro umano con il naso prolungato (naso di un uccello) riproduce perfettamente l’anatomia scheletrica del corpo umano (se non fosse per il naso) enfatizzata da un’asta di ferro dorata in equilibrio sull’ultima falange del dito medio della mano destra.

La Calamita cosmica è una scultura di Gino De Dominicis, realizzata in segreto nel 1988 e conservata nella ex chiesa della Santissima Trinità in Annunziata a Foligno (Umbria).

Quest’asta rappresenta una calamita che collega lo scheletro con il cosmo, anch’esso tema ricorrente nel pensiero di De Dominicis il quale ammetteva candidamente di come il cosmo fosse composto, oltre che da oggetti e materia sensorialmente percettibile, anche da oggetti invisibili. Questa scultura è attualmente collocata nella navata centrale della ex chiesa della Santissima Trinità in Annunziata, da poco restaurata, sebbene sia stata esposta anche in numerose altre sedi. È opinione di chi scrive questo commento che Calamita cosmica rappresenti l’eredità di Gino De Dominicis, il suo lascito all’umanità. Un eredità teleologicamente orientata verso una prospettiva, ovvero la memoria imperitura, la soluzione definitiva per l’immortalità. Perché l’arte è immortale in quanto arte. Bene dicevano i sostenitori del movimento dadaista, infatti: Dada, tradotto dalle lingue slave, significa letteralmente “sì-sì”, un’affermazione tautologica tesa a riconoscere, come autorevolmente rilevò al riguardo Achille Bonito Oliva, che l’arte è per l’arte. Decenni dopo sopravvenne un’artista che spinse oltre lo sguardo e propose un nuovo assunto, supplementare alla tautologia dadaista (e comunque lontano anni luce dai suoi canoni): l’arte è fissa nel tempo e questo, sebbene unità monodirezionale, non è in grado di garantire il deterioramento dell’opera. Perché l’arte è immortale e trascinerà seco l’eco dell’artista, e solo dell’artista: “Non esistono esperti d’arte, l’unico esperto d’arte è l’artista. Il giudizio di un bambino per un artista conta quanto quello di un esperto d’arte, perché nessuno oltre l’artista può definirsi tale”.

 

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