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La Guardia Nobile Pontificia: quell’ultimo glorioso stendardo

La Guardia Nobile Pontificia: quell’ultimo glorioso stendardo

di Giuseppe Baiocchi del 24-09-2020

«Sì; la fede rende più nobile la vostra schiera, perché ogni nobiltà viene da Dio, Ente Nobilissimo e fonte di ogni perfezione. Tutto in Lui è nobiltà dell’essere. […] Dunque il modo della nobiltà di una cosa corrisponde al modo con cui possiede l’essere; giacché una cosa si dice che è più o meno nobile, secondo che il suo essere si restringe a qualche grado speciale maggiore o minore di nobiltà. […] Anche voi avete da Dio l’essere; Egli vi ha fatti, e non voi stessi. ‘Ipse fecit nos, et non ipsi nos’ (Ps. 99,3). Vi ha dato nobiltà di sangue, nobiltà di valore, nobiltà di virtù, nobiltà di fede e di grazia cristiana. La nobiltà di sangue voi la mettete al servigio della Chiesa e a guardia del Successore di Pietro; nobiltà di opere leggiadre dei vostri maggiori, che nobilita voi stessi, se voi di giorno in giorno avrete cura di aggiungervi la nobiltà della virtù […]. Tanto degna di lode riluce la nobiltà congiunta con la virtù che la luce della virtù spesso eclissa la chiarezza della nobiltà; e nei fasti e negli atri di grandi famiglie unica e sola nobiltà resta talora il nome della virtù, come non dubitò di affermare anche il pagano Giovenale (Satyr. VIII, 19-20): ‘Tota licet veteres exornent undique cerae atria, nobilitas sola est atque unica virtus’ (Benché le vecchie figure di cera ornino dappertutto i palazzi delle grandi famiglie, l’unica ed esclusiva loro nobiltà è la virtù)». Era il 26 dicembre del 1941, quando il Venerabile Pius PP. XII pronunciava queste parole alla sua Guardia Nobile.

Un giovane rampollo della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità.

Oggi tale corpo militare è scomparso: San Paulus PP. VI il 14 settembre 1970 ne sopprime l’apparato. Fu così che gli antichi membri di quell’ultimo glorioso stendardo sopravvivono nell’associazione delle «Lance Spezzate», nella quale si mantiene l’osservanza del rito romano antico.
Il Corpo che ha origine nel 1485 con l’istituzione della «Guardia dei Cavalleggieri» da parte di Innocentius PP. VIII (1432 – 92), vanta tradizioni gloriose: dall’immolazione completa del 1527 per difendere la tomba di San Pietro dai lanzichenecchi di Carlo V (1500 – 58); passando per la reclusione presso Castel Sant’Angelo nell’aprile del 1808 da parte dell’usurpatore esercito francese per essere rimasto fedele al Sommo Pontefice; fino alla difesa della Salma del Beato Pius PP. IX (1792 – 1878), quella aggressione al corteo papalino, da parte dei alcuni gruppi anticlericali e massonici romani, il 13 luglio 1878.
La storia si fa più affascinante proprio per la composizione di tale corpo: alla «Guardia dei Cavalleggieri» l’undici dicembre del 1555 si uniscono i «Cavalieri di Guardia di Nostro Signore», che Paulus PP. IV (1476 – 1559) consacrò con il noto motto «Cavalieri della Fede» e che parallelamente la popolazione romana battezzò «Lance Spezzate».
Entrambi i raggruppamenti militari, con i rovesci del 16 febbraio del 1798, ad opera “dell’anti-Cristo Napoleone Bonaparte”, vengono sciolti e l’allora Pontefice Pius PP. VI (1719 – 99) incarcerato, morirà martire a Valenza in Francia.
Lo strapotere francese non tanto sullo Stato Pontificio, ma sul resto dell’Europa, sembra mettere la parola fine al corpo appena costituito, ma come ci ricorda il conte Monaldo Leopardi (1776 – 1847): «dopo ventisei anni di strepito e di trambusto era tempo di pigliare un poco di fiato. La rivoluzione è domata; la republica ha finito colla tirannia come era da aspettarsi; e quel bricconcello di Corso che mangiava i miei regni uno dopo l’altro, come confetti, ha dovuto metterli fuori, e se ne è andato a digerire la scomunica, e a trastullarsi con le ostriche, e coi gabbiani».
Dunque sconfitto Napoleone, Pius PP. VII (1742 – 1823) ripristina la rinnovata «Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità», fondendo insieme – tramite Motu Proprio Pontificio dell’undici maggio del 1801 – i due corpi precedentemente creati. Inoltre confluiscono anche i Cavalieri della primaria nobiltà.
Successivamente fu Leo PP. XIII (1810 – 1903), il diciotto dicembre 1824, ad approvare un regolamento organico e disciplinare per il Corpo di Guardia. Poteva così essere ammesso al Corpo il giovane rampollo la cui nobiltà di nascita in «una città in tal rango considerata negli ordini Gerosolimitano e di Santo Stefano» da almeno 60 anni, successivamente 100, doveva possedere l’esercizio della Nobile Magistratura da parte della famiglia del candidato.
Lo Stendardo del Corpo era molto semplice: inizialmente vi erano le due chiavi incrociate su sfondo rosso, mentre successivamente le chiavi furono sostituite dallo stemma del pontefice regnante che la Guardia Nobile serviva. Parimenti rossi, con l’arme del Pontefice, erano infatti i due vessilli, per ogni compagnia, che la precedente Guardia dei Cavalleggeri aveva in assegnazione.
Successivamente al trentuno maggio del 1820 Pius PP. VII concesse alle sue Guardie lo stendardo bianco quadrato, bordato di ricami d’oro ed ai quattro angoli concesse l’utilizzo di fregi, armi e trombe ricamate; al centro del vessillo bianco si sono succeduti da allora gli stemmi di dodici Pontefici: Pius PP. VI (Braschi), Leo PP. XII (della Genga), Pius PP. VII (Chiaramonti), Gregorius PP. XVI (Cappellari), Pius PP. IX (Mastai-Ferretti), Leo PP. XIII (Pecci), Pius PP. X (Sarto), Benedictus PP. XV (della Chiesa), Pius PP. XI (Ratti), Pius PP. XII (Pacelli), Ioannes PP. XXIII (Roncalli), Paulus PP. VI (Montini).
Come ci racconta il marchese don Giulio Patrizi di Ripacandida, (1921 – 2020, duca di Castelgaragnone), uomo integerrimo e di specchiata condotta, autore del significativo tomo “Quell’ultimo glorioso stendardo”: «entrambe le insegne, quella più antica rossa, quella successiva bianca, sono ora custodite dal Museo Storico Lateranense insieme agli altri preziosi cimeli donati dalle Guardie Nobili».

Nelle tre immagini (da sinistra a destra): il marchese don Giulio Patrizi di Ripacandida, duca di Castelgaragnone, autore del saggio “Quell’ultimo glorioso stendardo. Le guardie nobili pontificie dall’11 Maggio 1801 al 15 settembre 1970”. Sulla destra, la bandiera del corpo con stemma Papale corrente alla foto su fondo bianco.

Certamente va ribadito come la totalità di quella che viene definita come “aristocrazia nera”, ovvero quella parte nutrita e numerosa della nobiltà romana che rimase sempre fedele al Papato anche dopo l’invasione dello Stato Pontificio, senza dichiarazione di guerra, da parte delle truppe sabaude. Piccola curiosità non meno significativa delle altre la riscontriamo nel colore di questi amministratori pontifici, i quali in segno di lutto per la già citata invasione e soppressione temporale del Regno papalino, indossavano abiti scuri: un’usanza interrotta unicamente con la Chiesa Conciliare di Paulus PP. VI che soppresse tutta la corte pontificia.
I comandanti della «Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità» all’inizio furono ben due, uno per Compagnia, ognuno assistito da un Capitano Coadiutore. Dal 1814, diversamente, fu nominato un unico comandante, così come nel 1895, fu eliminata anche la figura del Capitano Coadiutore.
Il Comandante esercitava l’azione di comando tramite due ufficiali preposti: l’Esente Aiutante Maggiore ed il Cadetto Aiutante. Il primo di queste due figure, assumeva il comando effettivo del Corpo sul campo, quando si muoveva come unità; parallelamente il Cadetto Aiutante presiedeva l’organizzazione dei servizi di Guardia e curava le relazioni con gli altri apparati di servizio quali il Maggiordomo ed il Maestro di Camera. In ogni manifestazione protocollare e visita ufficiale queste due figure erano pressoché inseparabili. Di contro il servizio giornaliero del Corpo era invece comandato dall’Esente di settimana, che presiedeva a tutti i Corpi Militari presenti in Anticamera, e dal Cadetto di servizio che comandava specificatamente il Distaccamento di Servizio della Guardia.
Sempre del sistema di comando, facevano parte sia il Cadetto Tesoriere, che curava l’amministrazione economica e l’Archivista del Corpo, il quale custodiva e ordinava i fascicoli personali, i rapporti giornalieri degli Esenti ed ogni altro atto.
Le Guardie Nobili Pontificie hanno avuto ben undici Comandanti. Il primo, Don Giuseppe Mattei (1735 – 1809), duca di Giove, romano, rimasto celebre per gli eventi dell’aprile del 1808 attraverso i quali – insieme al secondo comandante, il duca Luigi Braschi Onesti e cinquanta Guardie Nobili –, subì la detenzione presso Castel Sant’Angelo da parte degli invasori francesi per essersi opposto al dominio straniero ed essere rimasto fedele al Sommo Pontefice indossando la coccarda bianco-gialla. Secondo leader del Corpo è il già citato Don Luigi Braschi Onesti (1746 – 1816), duca di Nemi, cesenate, divenuto primo Comandante dopo il ritorno del Pontefice, dalla cattività francese, nel 1814. Il Terzo Comandante della Guardia lo troviamo nella figura del principe romano Don Paluzzo Altieri (1760 – 1834): lasciò il comando nel 1819 per essere stato nominato Principe Assistente al Soglio e Senatore di Roma. Il Quarto è un altro principe romano: Don Francesco Barberini di Palestrina (1772 – 1853); egli fu il primo comandante insignito dell’Ordine di Cristo.
Don Carlo Berberini (1817 – 80), duca di Castelvecchio, romano, fu il quinto comandante.
In successione troviamo i romani Don Emilio Altieri (1814 – 78, principe di Oriolo); Don Paolo Altieri (1849 – 1901, principe di Viano); il fiorentino Don Camillo Rospigliosi (1850 – 1915, principe) che prima di divenire Comandante nel 1901, prese parte all’ultima resistenza delle truppe del generale Hermann Kanzler (1822 – 88) all’interno delle mura leonine nel settembre del 1870; Don Giuseppe Aldobrandini (1865 – 1939, principe romano) Comandante del Corpo dal 14 giugno del 1915; Don Francesco Chigi della Rovere (1881 – 1953, principe romano) Comandante del Corpo dal 14 dicembre del 1939; infine troviamo l’ultimo Comandante della Guardia Nobile: Don Mario del Drago (1899 – 1981, principe romano), il quale fu Comandante dal 1957 ed ebbe la forza di sciogliere il Corpo, dopo previo ordine pontificio del Cardinale Segretario di Stato.
Il ruolo di questo prestigioso Corpo Militare dopo l’undici maggio del 1801 fu quello di operare alcune “missioni” di scorta per il Pontefice – come accadde per l’elezione ad Imperatore di Napoleone I a Parigi, da parte di Pius PP. VII (1804), oppure scortare un Cardinal Legato che rappresentava il Pontefice in eventi particolari: congressi eucaristici, grandi celebrazioni religiose, incoronazioni, matrimoni o battesimi di prìncipi regnanti. Altra mansione erano propriamente le spedizioni, all’interno delle quali la Guardia Nobile fungeva da “corriere speciale del Pontefice” per consegnare lo zucchetto cardinalizio ad un Vescovo o Arcivescovo creato Cardinale, oppure la berretta ai Capi di Stato cattolici che godevano del privilegio della imposizione al neo Cardinale.

Giuseppe Capparoni, Guardie Nobile Pontificia (sotto Leo PP. XII), dalla “Raccolta della gerarchia ecclesiastica considerata nelle vesti sacre, e civili usate da quelli li quali la compongono“, Roma 1827 – incisione all’acquaforte acquerellata 176 x 124 mm (matrice) 290 x 220 mm (foglio).

La guardia nobile disponeva di due uniformi distinte a seconda delle diverse occasioni in cui il membro del corpo si trovava a dover operare. La prima era l’uniforme d’onore utilizzata per le occasioni più importanti e per le celebrazioni liturgiche in cui la guardia era presente. Essa era composta da un elmo da corazziere piumato di bianco e crinato di nero, una giubba rossa con bandoliera e spalline dorate, una cintura bianca in vita, pantaloni bianchi e stivali neri da cavallerizzo. In tutti questi particolari l’uniforme ricordava chiaramente quella dei corazzieri e tale rimase sino alla soppressione del corpo, in ricordo dell’originaria funzione svolta da questi uomini.

L’uniforme di servizio era invece utilizzata quotidianamente, ed era composta da un elmo da corazziere con impresso sul davanti lo stemma papale, una giacca color blu di Prussia bottonata a due file d’oro e bordata di rosso con una cintura nera a fibbia dorata con le armi pontificie e un paio di pantaloni azzurro-cupo rigati di rosso.
L’unico armamento della guardia nobile era costituito da una sciabola da cavalleria ed era l’unico, oltre alla Guardia Svizzera Pontificia, ad essere autorizzato a portare le armi anche in chiesa e alla presenza del Pontefice.
Prima di affrontare i vari ruoli all’interno della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità, bisogna necessariamente capire come era strutturata la nobiltà così detta romana, poi aristocrazia nera.
Il Patriziato Romano si divideva in due categorie: i Patrizi romani, che discendevano da coloro che, nel Medioevo, avevano occupato incarichi civili di governo nella Città Pontificia; e dai Patrizi romani coscritti, che appartenevano a una delle sessanta famiglie che il Sommo Pontefice aveva riconosciuto come tali in una Bolla Pontificia speciale, nella quale erano citati nominalmente; questi costituivano il fior fiore del patriziato romano.
La nobiltà romana si divideva anch’essa in due categorie: i nobili che discendevano dai feudatari, ossia dalle famiglie che avevano ricevuto un feudo dal Sommo Pontefice; ed i semplici nobili, la cui nobiltà proveniva dall’affidamento di un incarico a Corte oppure direttamente da una concessione pontificia.
Così l’ossatura del Corpo dall’undici maggio del 1801 era composta dai Tenenti (Brigadieri Generali): le due antiche Cornette della Guardia dei Cavalleggeri, poi chiamate definitivamente “Tenente in I” e “Tenente in II”; gli Esenti (Colonnelli): le sei Lance Spezzate di numero; i Cadetti (Tenenti Colonnello): le sette Lance Spezzate in soprannumero, i due cadetti Aiutanti dei Comandanti ed un decimo Cadetto; le Guardie Comuni (Capitano): composte da trenta elementi denominati cavalieri della prima nobiltà – solo dopo il venti dicembre del 1815 verranno denominati Sottotenenti per poi passare a “Guardia Tenente” e “Guardia Capitano”.
Diversamente, il congedo dal lavoro attivo per una Guardia, si concretizzava attraverso la formula del Giubilato, ovvero la conclusione per anzianità, con il conseguente passaggio in “giubilazione” con una pensione e diritto all’uso dell’uniforme nelle riunioni del corpo, in udienza e nei riti in San Pietro e il Pensionato, ovvero la Guardia che aveva interrotto il servizio prima della Giubilazione, per giustificato motivo, ed al quale era concessa talvolta la pensione e l’uso dell’uniforme.
Nella storia del corpo, spiccano sicuramente alcune Guardie sia per dei pregi, che per dei difetti. Sicuramente il male maggiore per un soldato è l’espulsione dal Corpo. Tralasciandone una per duello formale eseguito a disfida della Guardia maceratese Carlo Costa (1834 – 66), troviamo le espulsioni più rilevanti nel gravissimo reato di aver aderito alla Repubblica Romana (1849). La sorte della radiazione toccò così al ternano Giuseppe Nicoletti nato nel 1799, pensionato dal 1833, il quale schieratosi a favore del triunvirato mazziniano, fu condannato all’unanimità dal Consiglio di Guerra e conseguentemente radiato dal Corpo. Stessa sorte per Luigi Filippi; Alessandro Savini (1814 – 89); Domenico Silveri (1818 – 1900) divenuto celebre per la composizione musicale “Le trombe d’argento”, melodia eseguita al primo pontificale di Pius PP. IX; Antonio Stefanoni (dimissionario); Luigi Capranica (1820 – 91); Prospero Cansacchi (1817 – 90) il quale fu poi, per clemenza, reintegrato e ebbe il giubilato per anzianità; Giuseppe Caccialupi; Giacomo Frischiotti, Girolamo Zelli-Jacobuzzi ed infine altra espulsione avverrà per Giulio della Porta (1827 – 67) per aver commesso un assassinio.
Ovviamente nella storia delle 570 Guardie Nobili, di cui sono state predisposte solo 218 Ammissioni tali casistiche rimangono comunque casi isolati. Difatti molte guardie nobili spiccano per la loro fedeltà e il loro coraggio.

Uniforme di gala della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità. Il manichino dell’uniforme si trova presso il Museo del Palazzo Mastai-Ferretti presso la città di Senigallia.

Uniforme di mezza gala della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità. Il manchino dell’uniforme si trova presso il Museo del Palazzo Mastai-Ferretti presso la città di Senigallia.

Emblematico e singolare il percorso della Guardia Flavio Chigi (1810 – 85), romano, il quale dopo una spedizione a Lione presso l’Arcivescovo De Bonald, ottenne le dimissioni nel 1849 per ottenere lo stato ecclesiastico. Dopo aver compiuto gli stadi necessari per la sua formazione, fu ordinato sacerdote da Sua Santità e Suo personale Cameriere Segreto Partecipante; successivamente Nunzio Apostolico a Parigi, e nel Concistoro del 1873 fu infine creato Cardinale.
Onorificenze al merito, come quella del cavalierato di San Silvestro, furono donate dal Papa per la resistenza e la tenacia di alcune Guardie durante la sommossa del 16 novembre del 1848. Ricordiamo così Lodovico Bischi (1809 – 61), Francesco Pietramellara (1802 – 69), Pietro Dandini de Sylva; Paolo Del Bufalo della Valle (1822 – 97); Decio Bentivoglio (1822 – 71).
Per virtuosismo musicale la Guardia Giovanni Longhi (1811 – 98) ebbe incarico nel 1846 di comporre la marcia trionfale in occasione del primo pontificale celebrato da Sua Santità Pius PP. IX: marcia che da quell’epoca si è poi sempre eseguita all’ingresso del Sommo Pontefice nella Chiesa ove celebra il Pontificale.
Ed ancora Augusto Baviera (1828 – 1909) viene ricordato come la Guardia che ha fondato un noto giornale vaticano “L’Osservatore Romano”.
La Guardia Mario Filippo Carpegna (1856 – 1924) dopo varie missioni in Spagna e Russia, sarà spettatore, per conto della Santa Sede, dell’incoronazione Imperiale dello Zar di tutte le Russie Nikolaj II (1868 – 1918). Altra incoronazione di rilievo fu vissuta dalla Guardia Lelio Nicolò Orsini (1877 – 1952), il quale in missione a Londra assistette all’incoronazione di Re Edoardo VII e in missione presso Madrid al matrimonio di Re Alfonso XIII. Ignazio Honorati (1873 – 1959) in missione a Madrid nel 1907, presso il Nunzio Rondanini, fu nello stesso tempo latore, oltreché dello zucchetto cardinalizio, anche delle fasce benedette per il neonato Principe delle Asturie, figlioccio di Sua Santità. Giorgio Salimei (1889 – 1950), dopo una missione a Siviglia, ne ebbe una nella stessa città eterna per accompagnare il Pontefice Pius PP. XII nella storica visita ai Reali d’Italia. Elemento di spicco del Corpo, raggiunse il grado di Tenente, fu trattenuto oltre i limiti del servizio.
Come non ricordare Vincenzo di Napoli Rampolla (1898 – 1965) in missione prima a Parigi (1925), poi a Lourdes (1935) per il Giubileo straordinario. Seguì il Pontefice Pius PP. XII nella visita dei reali d’Italia a Roma (1939), fu giubilato nel 1956 con il grado di Tenente e ricoprì anche i ruoli di Cadetto Aiutante (1938-50) ed Esente Aiutante Maggiore (1951-58).
Anche il marchese Angiolo Pagani Planca Incoronati (1902 – 69) ebbe l’onore di essere in missione a Domrémy il 31-05-1939 con l’Arcivescovo Mgr. Villeneuve, legato Pontificio per le celebrazioni di Santa Giovanna D’Arco.
Oggi, che la Chiesa non festeggia più determinate ricorrenze, ricordiamo con importanza la missione della Guardia Pietro Aluffi (1905 – 58) a Vienna, dove nel 1933 era all’interno della Legazione Pontificia per il 250° anniversario della liberazione dall’assedio ottomano.

Rare foto di Guardie Nobili sotto il Pontificato di Pius PP. IX (Mastai-Ferretti).

Rare foto di Guardie Nobili sotto il Pontificato di Pius PP. IX (Mastai-Ferretti).

Spazio va dedicato anche alla Guardia Guido Avignone di San Teodoro (1909 – 90), presente a Fatima per la chiusura dell’Anno Santo, accompagna le sante spoglie di Pius PP. X nel 1959 da Venezia a Roma. Dal 1962 al 66 fu Esente Aiutante Maggiore, Giubilato nel 1967 con il grado di Tenente, fu richiamato in servizio quale archivista del Corpo e tale rimase fino allo scioglimento dello stesso, curando anche il Museo dell’Antico Esercito Pontificio.
Anche in paesi senza passato monarchico, le aristocrazie erano costituite dal corso naturale degli eventi, di fatto se non di diritto. Anche in questi paesi l’ondata di egualitarismo demagogico nata dalla Rivoluzione Francese del 1789 e portata al suo culmine dal comunismo, ha creato in certi ambienti un’atmosfera di risentimento e incomprensione nei confronti delle élite tradizionali.
Le allocuzioni riportate all’inizio di questo scritto di Sua Santità Pius PP. XII hanno quindi portata universale.
Queste “Guardie Nobili del Corpo di Sua Santità” servirono i dodici Pontefici che governarono la Chiesa dal 1801 al 1970. In tale lasso di tempo eroismo, fedeltà, obbedienza, dedizione, umana debolezza hanno contraddistinto i loro comportamenti e le loro gesta. 170 anni sotto lo “Stendardo Bianco” di cui le gloriose tradizioni furono della «Guardia di nostro Signore», dal 1485 al 1798.

 

Per approfondimenti:
_Giulio Patrizi di Ripacandida, Quell’ultimo glorioso stendardo. Le guardie nobili pontificie dall’11 Maggio 1801 al 15 settembre 1970, Città del Vaticano, 1994;
_Giulio Sacchetti, I due Stendardi della Guardia Nobile Pontificia, in Strenna dei Romanisti, 1990;
_Giuseppe Capparoni, Raccolta della Gerarchia ecclesiastica, Giacomo Antonelli editore, 1827.

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Un vademecum per l’uomo sognatore, guerriero, gentiluomo

Un vademecum per l’uomo sognatore, guerriero, gentiluomo

di Giuseppe Baiocchi del 04-09-2020

Uno dei personaggi celebri che cercarono di rovesciare nel 1944 Adolf Hitler (1889 – 1945), così affermava poco prima della sua esecuzione: «Colui che conserva nel suo petto puro ed immacolato la fede di un fanciullo e osa vivere contro la derisione del mondo – come sognava da bambino – fino all’ultimo giorno: questo è un uomo»! Quell’uomo era Henning Hermann Robert Karl von Tresckow (1901 – 44), martire della Germania moderna e forse questa frase, più di ogni altra, identifica il nuovo saggio edito dalla casa editrice tedesca Wolff Verlag. Leggendo l’opera di don Philipp Maria Karasch (1984) e del professore Daniel Plassnig (1990) non si può non rimanere impressionati dalla singolarità della loro fatica letteraria, che prende il titolo tedesco di Träumer Kämpfer Gentleman: una guida per la moralità dell’uomo di oggi, all’insegna dei valori tradizionali dell’Europa. L’opera è stata arricchita dai disegni dell’artista Giampiero Celani Piendlbach, che ne hanno aumentato sicuramente il pregio.

Giampiero Celani Piendlbach, Au plaisir de Dieu, acrilico su tela, 2019, collezione privata.

In una realtà sociale, dove dominano modelli di moralità contrari alla nostra storia e esempi degenerativi sui comportamenti e sulla presentabilità delle persone, sicuramente questo prezioso scritto, formalmente un vademecum per l’uomo contemporaneo, dimostra di scavare davvero in fondo al nostro animo.
Le epoche passate, con tutte le loro vicissitudini e i diversi sistemi sociali, avevano una cosa in comune: la conoscenza di dove si trovava l’uomo e cosa ci si poteva aspettare da lui. È stato procreatore e produttore, guerriero e inventore, avventuriero e poeta. Ha sempre avuto qualcosa da offrire. Ma poi, il suo stesso successo sembrò distruggerlo: la tecnologia lo ha privato del lavoro, l’intera produzione alimentare è stata industrializzata, e anche le guerre diventarono in gran parte anonime. L’uomo può vegetare in casa, perdendo metà della sua vita in mondi digitali illusori. Egli non è più legato ad un ciclo biologico – né in guerra, né nel guadagnarsi da vivere, né nella procreazione. Tutto è a sua disposizione sempre e ovunque. Così, le sue pulsioni mentali e fisiche sembrano essere diventate paralizzate, adipose e desolate.
Come spiegare altrimenti che l’uomo sfugge in larga misura al ruolo che Dio gli ha destinato? Molti padri lasciano i propri figli da soli (se di figli ancora ne vengono fatti), la frammentazione sociale viene silenziosamente accettata, il patrimonio culturale viene distrutto e non si trova nessuno che lo difenda. La lista potrebbe continuare all’infinito. D’altro canto, come il saggio ci invita a riflettere, la virilità nel culto del corpo è caricaturale su ogni manifesto pubblicitario, oppure si creano talvolta piccoli rifugi che prendono la forma di centri estetici o di templi del fitness, dove l’uomo può chiudersi in se stesso e abbandonarsi a un culto superficiale della mascolinità. Spuntano anche innumerevoli riviste per il “Signore del Creato”, il quale però si presenta come guscio vuoto, pallido nell’aspetto, che parallelamente mostra anche la volontà di riscoprire la consapevolezza del pericolo per la propria identità.
Sotto tutte le ceneri delle certezze bruciate, vi è un desiderio segreto installato nei cuori di molti uomini che risplende per quel qualcosa di Grande che vogliono servire, che vogliono scoprire e conquistare – per il quale vogliono morire. La repressione ed il tabù delle caratteristiche e delle virtù maschili sono penetrati persino nel sacro regno della vita ecclesiale. Anche se si dovrebbe assumere il contrario, considerando che l’ordinazione sacerdotale è riservata agli uomini, questi ultimi spesso si sentono fuori posto nella Chiesa, in quanto sembra che quest’ultima venga appannata da una patina di femminismo confuso e vuoto. Anche se ciò non parla in favore dell’uomo, al quale l’inganno del sentimentalismo superficiale impedisce di vedere la pretesa di Gesù sui suoi discepoli, l’obiettivo contrariamente deve essere quello di dimostrare che egli stesso ha bisogno della Chiesa, come quest’ultima ha bisogno di lui. Che egli troverà la propria vocazione solo attraverso un cristianesimo vero e sentito, che richiede sacrificio e dono di sé.
Da questo sentimento nasce il “vademecum per l’uomo”, al quale si antepone la triade del sognatore, del guerriero e del gentiluomo. Così che ogni lettore incline si ritrovi già nel titolo e intraprenda il viaggio esplorativo di una virilità raffinata.

Giampiero Celani Piendlbach, Capriolo in selva, acquerello su carta da spolvero, 2019, collezione privata.

Negli Stati Uniti d’America, ci sono innumerevoli opere contemporanee sul mercato del libro cristiano che si presentano in modo accattivante. Nei paesi di lingua tedesca e in Italia, tuttavia, l’editoria in questo contesto si distingue per la sua scarsa produzione. Nella misura in cui in Europa, prevale una diversa sensibilità linguistica, gli autori hanno deciso di raccontarsi e raccontare la loro idea maschile, che in realtà risulta poi essere quella dei nostri nonni e con uno sguardo più generalizzato, risulta essere quello della nostra storia. Alcune lobby, come sappiamo, stanno cercando di eliminare la storia: è sotto gli occhi di tutti.

Ed è proprio per questo che questo piccolo tomo, che tratta di virtù e atteggiamenti diversi che dovrebbero contraddistinguere un uomo, acquisisce ancor di più maggior valore. Ad ogni tematica trattata, con intelligenza, si prende un “personaggio” ad esempio che, nel concreto e come figura storica, da buon cattolico, può servire da mentore e da esempio per noi lettori scoraggiati. Ma questa Europa, oggi tecnocratica, nella quale non conta più l’appartenenza culturale di ogni popolo, ma unicamente viene osservato il mero dato finanziario per essere comunità, non si basa ancora sulla grecità, sulla cristianità, sulla filosofia tedesca del 900 e sulla storia delle grandi famiglie europee che l’hanno – de facto – plasmata? E non sono forse gli uomini citati in Träumer Kämpfer Gentleman ad essere tasselli di quella terra che calpestiamo e di quell’aria che respiriamo?

Uno dei punti fermi del saggio sembra essere la citazione di Ernst Jünger (1895 – 1998): «il coraggio è il vento che spinge verso lidi lontani, la chiave di tutti i tesori, il martello che forgia grandi imperi, lo scudo senza il quale non esiste cultura. Il coraggio è l’impegno della propria persona ad affrontare la conseguenza più dura, il salto dell’idea contro la materia, indipendentemente da ciò che ne può scaturire. Coraggio significa lasciarsi crocifiggere come individuo per la propria causa; coraggio significa confessare, nell’ultimo spasmo dei nervi, con il respiro spento, il pensiero per il quale si è resistito e si è caduti. Al diavolo un tempo che vuole portarci via il nostro coraggio e i nostri uomini»!

Sul tema della paternità, ad esempio, troviamo il Lord Cancelliere Thomas More (1478 – 1535) o Claus Philipp Maria Schenk conte von Stauffenberg (1907 – 44), i quali divengono sinonimo di orgoglio cristiano; il padre della Chiesa Aurelio Agostino d’Ippona (354 d.C. – 430 d.C.) ci fa riflette sulla vera amicizia e lo scrittore John Ronald Reuel Tolkien (1892 – 1973) viene citato come esempio di cavalleria. Alcuni fra gli altri temi trattano l’amore per la Patria, l’identità, la bellezza, il corpo e lo sport, il perdono, il desiderio.

Giampiero Celani Piendlbach, von Stauffenberg, acquerello su carta da spolvero, 2018, collezione privata.

Ogni capitolo inizia con un brevissimo profilo biografico del personaggio, seguito dall’argomento vero e proprio e si conclude con domande di riflessione o suggerimenti per l’attuazione di quanto letto. Gli autori austriaci, nella scelta dei personaggi, si sono soffermati su modelli di riferimento di lingua tedesca, sicuramente come atto d’amore e dolore che lo stesso odio tedesco ha avuto su se stesso. Ma anche l’attuale Italia trova alleati nativi in Filippo Romolo Neri (1515 – 95) e Pier Giorgio Frassati (1901 – 25). Ovviamente nessuno è specialista quando si tratta di tracciare modelli per il prossimo, tuttavia, gli autori sembrano comprendere quale è il loro personale obiettivo: un libro per se stessi e per tutti coloro che vorranno assaporarne l’incipit.

Tuttavia, una delle riflessioni più toccanti del testo si installa propriamente sullo smarrimento dei valori giovanili, senza più cardini e punti di riferimento. L’affidarsi spesso a “consiglieri” sbagliati, spesso agli stessi media, sta facendo crollare la morale e l’etica dei giovani: gli autori sperano con questo piccolo saggio, di aver fatto un servizio a se stessi e agli altri. In realtà, tale vademecum, fornisce al lettore anche spunti per approfondimenti e indici di lettura su altri testi e saggi: affinché ci sia qualcosa anche per il sognatore, poiché non sono incluse solo opere filosofiche, teologiche o pratiche, ma anche una piccola selezione di narrativa. Il tutto si completa con una breve sezione di preghiera.

L’opera è certamente arricchita da Sua Eccellenza Reverendissima Athanasius Schneider (1961), vescovo di Astana in Kazakistan, il quale ha contribuito alla prefazione: «Come Dio ha iscritto l’esser madre, la maternità, nella natura della donna, così ha iscritto l’essere padre, la paternità, nella natura dell’uomo. Ogni uomo dovrebbe quindi, con l’aiuto di Dio, elaborare sempre più chiaramente nella sua vita le caratteristiche del Padre; e queste sono soprattutto: prendersi cura degli altri, proteggere, difendersi, sacrificarsi per gli altri. Anche se non tutti gli uomini in questa vita sono un padre biologico, cioè un padre di famiglia, ogni uomo dovrebbe vivere le qualità paterne. Solo allora dà alla sua virilità una vera dignità e solo allora diventa felice, anche se con fatica e non senza una croce, ma felice».L’augurio certamente è quello di una rinascita spirituale, prima che fisica, che porti conforto sia all’Heimat degli autori e in seconda istanza anche a questa travagliata Europa: che sia di nuovo benedetta da uomini forti e disposti a fare sacrifici.
 

Per approfondimenti:
_Karasch-Plassnig, Träumer Kämpfer Gentleman, Wolff Verlag, Berlino, 2020.

 
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Il rito romano straordinario come argine alla secolarizzazione

Il rito romano straordinario come argine alla secolarizzazione

di Giuseppe Baiocchi del 01-09-2020

Per chiarire il rapporto tra il Mutu ProprioSommorum Pontificum” di Benedictus PP. XVI (1927) e il processo di secolarizzazione della società contemporanea, bisogna necessariamente analizzare quest’ultimo termine. Non a caso lo stesso Ioannes Paulus II (1920 – 2005), in un suo discorso del febbraio 2002, affermava come: «purtroppo la metà dello scorso millennio, avuto inizio dal Settecento in poi, si è particolarmente sviluppato un processo di secolarizzazione che ha preteso di escludere Dio e il cristianesimo da tutte le espressioni della vita umana. Il punto di arrivo di tale processo è stato il laicismo, il secolarismo agnostico e ateo, cioè l’esclusione assoluta e totale di Dio, della legge morale naturale, da tutti gli ambiti della vita umana. Si è relegata la religione cristiana entro i confini della vita privata di ciascuno».

Xilografia Flammarion, un’opera enigmatica di un artista sconosciuto. La prima apparizione documentata è all’interno di L’atmosphère: météorologie populaire di Camille Flammarion (Parigi 1888, pagina 163, un lavoro sulla meteorologia per un pubblico generale), raffigurante un uomo che scruta attraverso la cortina dell’atmosfera terrestre che avvolge l’universo esterno (del 1888).

Da tali parole emerge come la secolarizzazione sia un processo storico che ha inizio alla metà dello scorso millennio con l’umanesimo rinascimentale, che si articola nel Settecento con l’illuminismo e avrà il suo punto di arrivo nel laicismo e nel già citato – appunto – secolarismo agnostico e ateo che caratterizzano prima il marxismo e poi la società post-moderna. La meta, l’obiettivo è l’esclusione di Dio e del cristianesimo dalla sfera pubblica e la riduzione della religione a fenomeno puramente individuale. Si tratta di un fenomeno più volte denunciato, sia da Giovanni Paolo II, sia da Benedetto XVI. Il primo Pontefice citato, considera il secolarismo come l’esito radicale necessario della secolarizzazione e con ciò cade la distinzione tra una secolarizzazione “buona” ed una porzione di secolarismo vista come “perversione dell’idea di secolarizzazione”.
Difatti tra secolarizzazione e secolarismo non esiste una logica e coerente continuità. C’è chi crede che per evitare il secolarismo anti-cristiano, la Chiesa dovrebbe fare propria e “battezzare” la secolarizzazione: quasi una inevitabilità data dal processo storico. Se, diversamente, si rifiuta questa visione immanente e storicistica e si stabilisce un criterio che ci permetta di valutare gli eventi della storia alla luce di princìpi organici e trascendenti, non possiamo considerare in sé “positivo e buono” nessun fatto storico solo perché avvenuto. Come gli atti umani, i fatti storici – prodotti razionali e liberi dell’uomo – devono essere giudicati o in positivo o in negativo.
La società secolarizzata non può definirsi in sé neutra, ma va giudicata proprio perché siamo davanti non ad un processo inevitabile, ma ad un frutto di scelte culturali e morali dell’uomo. L’accettazione della secolarizzazione come un fatto storico inevitabile, porta inevitabilmente verso una filosofia e una teologia della secolarizzazione. La filosofia della secolarizzazione già implicita nell’umanesimo pagano, si forma nei circoli illuministici, viene portata nel XX secolo ad una sua coerenza logica da Gramsci nei suoi “Quaderni del Carcere” e penetra nella seconda metà del XX secolo nella teologia, prima protestante, poi cattolica con Dietrich Bonhoeffer (1906 – 45). Quest’ultimo, celebre pastore luterano, concepisce la storia del cristianesimo in chiave evolutiva, come un passaggio dall’età dell’infanzia, all’età adulta. Secondo Bonhoeffer l’adulto sarebbe quello che abbraccia il mondo e nel mondo si immerge e si immedesima, trovando a questa realizzazione la sua maturità: la sua celebre “maturità del mondo”, nella quale avviene l’espulsione del sacro da ogni ambito sociale e con l’estirpazione delle radici cattoliche dalla società.
Nel Seicento, un giurista Huig de Groot (1583 – 1645) aveva auspicato la nascita di un diritto liberato dalla metafisica. Fu proprio il batavo a coniare la formula etsi deus non daretur: un diritto naturale, come se Dio non esistesse. Bonhoeffer sapientemente, riprende questa formula e la applica alla teologia. Dissidente del partito nazionalsocialista tedesco, in carcere scriverà: «Non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo etsi deus non daretur e appunto questo riconosciamo davanti a Dio. Dio stesso ci obbliga a questo riconoscimento, così il nostro diventare adulti, ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio. Egli ci dà la conoscenza, che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona, il Dio che ci fa vivere nel mondo senza ipotesi di lavoro, è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo».

Dietrich Bonhoeffer (1906 – 1945) è stato un pastore luterano, teologo, dissidente anti-nazista e fondatore della Confessing Church. I suoi scritti sul ruolo del cristianesimo nel mondo secolare sono diventati ampiamente influenti e il suo libro The Cost of Disipleship è stato descritto come un classico moderno.

Da questa allocuzione, sappiamo come l’oggi Papa Emerito Joseph Ratzinger, prima di divenire Benedetto XVI, in un suo dialogo con Marcello Pera (1943) contrappose un’altra formula: etsi deus daretur e tale formula contiene chiaramente un’opposta visione alla secolarizzazione, poiché è la proposta fatta a chi non crede, di accettare una società cristiana, in cui il cristianesimo riacquisti il suo spazio pubblico. I cattolici, in tale prospettiva, devono evangelizzare il mondo e non farsi secolarizzare da esso.
Certamente è dato notorio come le tesi del luterano tedesco penetrarono nella teologia cattolica, come ha dimostrato Cornelio Fabro (1911 – 95), in particolar modo nel teologo Karl Rahner (1904 – 84). Nel quattordicesimo volume dei suoi scritti teologici Sulla teologia del culto divino, padre Rahner scriveva che «la liturgia per il principio lex credendi, lex orandi, avrebbe dovuto esprimere questo nuovo rapporto con il mondo, farsi essa stessa liturgia del mondo». Fu così che don Fabro affermò propriamente come la radice della secolarizzazione consiste nel far sprofondare inarrestabilmente l’uomo nel mondo, e nel riconoscersi proprio nell’homo mundanus, ovvero l’essere dell’uomo come essere in e per il mondo.
L’illusione è quella di fondare un ordine mondano, all’infuori del cristianesimo, dove questo si invererebbe. Esiste tuttavia un significato positivo di mondo. Oggi ci dimentichiamo troppo facilmente l’esistenza di un mondo inteso invece nel senso delle tre concupiscenze e del rifiuto di Dio, un mondo che tende a divenire dell’apostasia. C’è un mondo che è costituito da uomini che devono essere salvati dalla redenzione. Ce ne parlava San Giovanni, di un mondo terreno in cui il suo Re, non era Dio, ma il demonio. Tale mondo si fonda sulle tendenze disordinate dell’animo umano, così come amava affermare l’intellettuale brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908 – 95). Tale concezione, oggi ancora evocata dalla politica, porta il nome di nuovo umanesimo. Tale termine raccoglie certamente gli altri già citati: secolarizzazione, secolarismo, laicismo. Non più Dio al centro dell’uomo, ma l’uomo stesso e la sua volontà di potenza. L’umanesimo, difatti, assegna all’uomo due fini: uno spirituale – da raggiungere in paradiso, di cui si occuperebbe la Chiesa –, e un fine terreno in cui la Chiesa dovrebbe rimanere estranea. Si separa così l’ordine naturale da quello spirituale, pretendendo di realizzare un ordine umano al di fuori della Chiesa. Lo sguardo dal cielo, si sposta sulla terra. Nei suoi scritti il cardinale Giuseppe Siri (1906 – 89) affermava come «una redenzione puramente terrestre non ha significato per l’uomo, essa può finire al contrario col rendere il nostro mondo invivibile, un segno di inferno nella vita degli uomini. La Chiesa non è un potere mondano, né può divenirlo. Le parole di Cristo al tentatore hanno segnato l’indole della Chiesa. La Chiesa – corpo mistico di Cristo – ha certamente un fine soprannaturale, ma oltre ad essere una società invisibile è anche una società visibile che opera nel mondo, è un’istituzione pubblica, dotata di una sua struttura giuridica e i suoi membri hanno come fine il cielo, ma sono uomini composti di anima e di corpo che vivono nel mondo, lottano contro il mondo, devono affermare nel globo le proprie idee e i propri valori».

Giuseppe Siri (Genova, 20 maggio 1906 – Genova, 2 maggio 1989) è stato un cardinale e arcivescovo cattolico italiano. Convinto difensore della tradizione liturgica e dottrinale della Chiesa e avversario delle ideologie totalitarie del XX secolo, che riteneva incompatibili con la fede cattolica, Giuseppe Siri salì rapidamente i gradi della gerarchia ecclesiastica fino a diventare vescovo ausiliare a 38 anni, arcivescovo di Genova a 40 e cardinale a 47. Governò l’arcidiocesi ligure dal 1946 al 1987, e, con i suoi 41 anni di durata, il suo episcopato fu probabilmente il più lungo della chiesa genovese. Partecipò a quattro conclavi, durante i quali venne sempre indicato fra i papabili. Siri fu anche, fra le varie cariche ricoperte, presidente della Conferenza Episcopale Italiana dal 1959 al 1965. Il suo carattere deciso, poco incline ai compromessi, e la tenace difesa delle proprie convinzioni divisero spesso l’opinione pubblica, suscitando grandi consensi e forti opposizioni. A Genova, città cui fu profondamente legato, fondò e sostenne numerose organizzazioni assistenziali, pastorali e culturali. Scrittore molto prolifico, la sua vastissima produzione si articola in centinaia di titoli, suddivisi fra lettere pastorali, libri, discorsi, omelie, articoli e relazioni.

In tal senso la Chiesa non può assolutamente essere una madre part-time, ma deve svolgere la sua funzione a tempo pieno. Non a caso l’autorità della Chiesa non ha una fonte umana, ma si esercita su tutto il mondo e questa autorità sulle “cose” temporali è esercitata dalla Chiesa per difendere la propria libertà, ma per difendere anche la libertà dei propri figli, poiché ordinando gli uomini alla vita eterna la Chiesa non assicura loro solo la felicità eterna in cielo, ma offre loro anche il miglior modo di vivere nella sua terra. Il Vangelo non è una dottrina politica e sociale, ma solo nel rispetto del Vangelo l’ordine politico e sociale è fecondo e l’uomo è felice.
La tesi neo-modernista che si andava affermando negli anni Settanta era quella che occorreva purificare invece la Chiesa dalla sua “compromissione” con il potere: da una parte immergerla nel mondo, ma dall’altra liberarla “dalle incrostazioni”. La Chiesa sarebbe dovuta uscire dall’epoca costantiniana per sciogliere ogni legame con le strutture antiche del potere, farsi povera ed evangelica in ascolto del mondo.
L’avvento dell’era della secolarizzazione è ancora oggi presentato negli ambienti progressisti come «fine dell’epoca costantiniana». Per tale epoca si intende ovviamente quella inaugurata dall’Imperatore romano Flavio Valerio Aurelio Costantino (272 d.C. – 337 d.C.) il quale non solo restituì la libertà alla Chiesa con il celebre editto di Milano (313 d.C.), ma avviò con la Chiesa una politica di collaborazione, poi proseguita dai suoi successori.
Uno dei padri della Nouvelle Théologie, il domenicano Marie-Dominique Chenu (1895 – 1990) in una celebre conferenza tenuta nel 1961, rifiutava a piene mani la politica di Costantino, ma pretendeva di emancipare la Chiesa da quelli che definiva come i tre fattori decisivi della sua intromissione con il potere: il primato del diritto romano, quello del logos greco-romano e quello del latino come lingua liturgica. Non bisognava più porsi il problema di evangelizzare il mondo, ma contrariamente accettarlo così come si presentava e collocarsi al proprio interno. In pieno Concilio Vaticano II, nel 1963, continuava nella sua opera La Chiesa e il mondo l’affermazione della sua idea-progetto che insisteva sulla fuoriuscita dalla cristianità per liberarsi dall’influenza costantiniana che gravava ancora sulla Chiesa: «usciamo dalla preistoria, il mondo esiste. Tale realtà, rispetto al Vaticano I, è la grande originalità del Concilio».
L’undici ottobre del 1962, giorno della solenne inaugurazione del Concilio Vaticano II, un discepolo e confratello di Chenu, tale padre Yves Marie-Joseph Congar (1904 – 95) nel suo diario, pubblicato una decina di anni fa, deplorava il fatto che la Chiesa non aveva mai avuto in programma l’uscita dall’era costantiniana. Per Congar simbolo dell’era costantiniana era lo sventurato Pio IX che con il procedere della storia «non aveva compreso nulla» e inorridito da una possibile notizia di beatificazione di Papa Mastai-Ferretti, il sacerdote francese scrisse: «più ci penso, più trovo che Pio IX sia stato un uomo meschino e rovinoso. Quando gli eventi lo invitavano ad abbandonare l’orribile menzogna della donazione di Costantino e ad assumere l’atteggiamento evangelico non ha avvertito questa chiamata e ha sprofondato la Chiesa nella rivendicazione del potere temporale. Nulla avverrà di decisivo finché la Chiesa romana non avrà completamente abbandonato le sue pretese feudali e temporali ed è necessario che tutto questo sia distrutto e lo sarà».
Vale la pena sottolineare che Chenu presenta come coincidenti due prerogative che per il Papato sono assolutamente distinte: da una parte l’autorità indiretta della Chiesa su tutte le cose temporali che implicano questioni di fede e di morale e dall’altra la podestà terrena, rivendicata da Pio IX – mai sulla base della donazione di Costantino – del possedere quei domini temporali che garantivano la libertà di espressione e di culto dei cattolici in piena autonomia e senza ingerenze straniere. Questo diritto irrinunciabile della Chiesa, sempre negato dai suoi nemici nel corso della storia, si manifesta oggi nella presenza simbolica, ma reale, dello Stato della Città del Vaticano.

Da sinistra a destra, tre dei principali pensatori della Nouvelle Théologie: Karl Rahner (1904 – 84), Marie-Dominique Chenu (1895 – 1990), Yves Marie-Joseph Congar (1904 – 95).

La perdita delle teorie concettuali cattoliche avvenuta negli anni Sessanta e Settanta, come la rinuncia alla Dottrina Sociale della Chiesa, significò de facto una subordinazione indiretta al socialismo francese di matrice marxista. Dunque al tramonto dell’epoca costantiniana, seguì l’alba dell’era anti-cristiana. Il silenzio del Concilio Vaticano II sul comunismo, non interruppe la persecuzione comunista del cattolicesimo e favorì contrariamente la migrazione dei cattolici verso il comunismo a tutti i livelli. Negli anni Settanta, mentre si intensificava la persecuzione anti-cattolica, i brigadisti “cattolici” come Renato Curcio (1941) – formatosi culturalmente in una facoltà cattolica a Trento –, imbracciavano le armi in favore del comunismo e nasceva in America Latina la Teologia della Liberazione.
La riforma liturgica del 1969 fu attuata in questo clima. La conclusione dell’epoca costantiniana, esigeva la fine della liturgia, che di quell’era della Chiesa era stata espressione. Ma quale era il principio di quella liturgia che si voleva sopprimere? La stessa che come ribadì Benedetto XVI, «resta liturgia della Chiesa».
La visione cristiana del mondo afferma che Dio è creatore e Signore del cielo e della terra: il riconoscimento e l’amore che a lui si deve, tende al suo dominio, ad ogni cosa che egli ha creato e che mantiene in vita e nella creazione e nel dominio del Signore avvengono tutte le cose private e pubbliche, materiali, spirituali e sociali. Dunque da ogni cosa si deve elevare il riconoscimento, ossia il culto a Dio. Proprio quest’ultimo è la relazione dell’uomo con Dio. Aristotele ha definito l’uomo un «essere sociale», ma il filosofo che non possedeva l’idea della creazione, ha ridotto la socialità degli uomini al loro rapporto con i propri simili. In realtà ciò che fa di un uomo un essere estroflesso, dipendente, è la sua relazione con Dio Creatore. Tale rapporto si può esprimere unicamente con la preghiera, che fa dell’uomo non un «animale sociale», ma un «homo religiosus».
Poiché Dio non è homo-homini-lupus (uomo, nemico dell’uomo), ma homo-homini-Deus (si è fatto uomo egli stesso, è Dio per l’uomo), e per salvare l’umanità – colpita dal peccato originale – ha fondato la Chiesa, la preghiera per eccellenza dell’uomo, l’unica che lo redime, è quella che lui fa all’interno della Chiesa, attorno all’Altare. La liturgia è la preghiera pubblica della Chiesa, l’atto non privato del singolo uomo, ma della comunità dei battezzati riuniti intorno al Santo Sacrificio dell’Altare. Questa liturgia non è solo la trasmissione della parola di Dio, l’uomo e la sua santificazione attraverso i sacramenti, ma essa è anche un insieme di forme sensibili che elevano l’uomo verso Dio e che lo aiutano a glorificarlo e a rendergli il culto dovuto.
La concezione secolarista pretende l’emancipazione del Creato da Dio stesso, relegare la sovranità di Cristo, di eliminarne l’autorità e l’influenza della Chiesa dalla società. Il secolarismo afferma il primato del profano sul Sacro, anzi l’espulsione stessa del sacro da ogni ambito della società: la perdita e la rinuncia di ogni legame trascendente e quindi dell’essenza stessa della religione, poiché quest’ultima ri-lega l’uomo a Dio. La condizione dunque della realtà ad un orizzonte terrestre e mondano e l’essenza di questo secolarismo è propriamente quel relativismo culturale che è a sua volta la maschera delle tendenze sregolate dell’uomo. La maschera intellettuale della ricerca del proprio piacere, dell’appagamento dei propri bisogni, del culto del proprio Io, all’interno di una gnosi creata appositamente che non dialoga con la realtà organica, proprio perché questa diviene separata da Dio, non coordinata a Lui.
Al contrario “sacro” è ciò che è ordinato a Dio e in questo senso è separato dal profano. La civitas Dei, radicalmente separata dalla civitas diaboli, è la sociètà di cui Gesù Cristo è il Capo. La perfezione della sacralità sta nella persona stessa di Gesù Cristo, perché in Gesù Cristo, Dio si dà massimamente ad una natura umana unita inscindibilmente a Lui in unità di persona. «In Lui – afferma San Paolo – abita corporalmente, tutta la grandezza della Trinità». E dunque nulla vi è di più antitètico alla secolarizzazione della Liturgia espressa dal sacrificio della Messa: quel sacrificio in cui trovano compimento quei misteri quali la passione, la resurrezione e l’ascensione di Gesù Cristo.
I protestanti hanno negato che la Santa Messa sia vero sacrificio, perché in essa non c’è immolazione del corpo di Cristo, che ora è glorioso e impassibile, ma il Concilio di Trento e la dottrina della Chiesa rispondono che il sacrificio non comporta necessariamente una immolazione reale e cruenta. Nella Santa Messa vi è una immolazione incruenta o sacramentale che rappresenta l’immolazione cruenta della Croce e ne applica i frutti. Il sacrificio della Messa non è dunque un memoriale o una semplice oblazione, ma è un vero sacrificio offerto da Cristo medesimo, sacerdote e vittima. Non a caso Réginald Garrigou-Lagrange (1877 – 1964) ci ricordava come San Giovanni nell’Apocalisse contempla l’Angelo che incensa con un turibolo d’oro l’Altare si cui sta l’agnello immolato. La celebrazione liturgica ha ricordato Giovanni Paolo II, nella lettera alla Congregazione per il culto divino del 21-09-2001 «è un atto della virtù di religione che coerentemente con la sua natura deve caratterizzarsi per un profondo senso del sacro. In essa l’uomo e la comunità devono essere consapevoli di trovarsi in modo speciale dinanzi a colui che è tre volte Santo e trascendente. Di conseguenza l’atteggiamento richiesto non può che essere permeato dalla riverenza e dal senso dello stupore che scaturisce dal sapersi alla presenza della Maestà di Dio. Non voleva forse esprimere questo Dio nel comandare a Mosè di togliersi i sandali davanti al rogo ardente»?
Certamente si può affermare come nulla meglio della Santa Messa Tradizionale esprime ciò che la celebrazione è nella sua intima essenza: il Santo sacrificio. Se c’è un luogo in cui il mondo secolarizzato non è penetrato, questo luogo e questo momento si ritrova nel rito romano straordinario. Dopo le parole introibo ad Altare Dei, la marea schiumosa della secolarizzazione che tutto sembra inquinare, si arresta davanti alle porte del santuario. Questa marea non penetra davanti al recinto immacolato in cui viene offerta e immolata a Dio, una vittima pura e senza macchia.
Il punto più sacro della Messa è il canone romano, la formula consacratoria composta – come ricorda il Concilio di Trento – in parte dalle parole stesse del Signore, in parte da ciò che è stato tramandato dagli apostoli e in parte da ciò che è stato stabilito dai Pontefici. Le parole immutabili del Canone, sono pronunciate nella Liturgia Tridentina a bassa voce, proprio per sottolineare la sacralità. Il silenzio esprime la distanza infinita, tra il Dio ineffabile che non può essere conosciuto nella sua essenza e l’umile creatura che senza di lui cadrebbe nel nulla. Ma questo Dio adorato nella sua Maestà divina non è lontano, anzi infinitamente vicino, perché si è donato in Cristo ed è presente sull’Altare: in corpo, sangue, anima e divinità e solo nella assoluta trascendenza divina si esprime la radicale ed estrema vicinanza di Dio all’uomo. Così il linguaggio del silenzio, si accompagna alle parole liturgiche per rendere somma gloria a Dio in questo rito. Nel suo saggio Introduzione allo Spirito della liturgia l’allora cardinale Ratzinger si espresse così: «il silenzio si oppone al frastuono, alla confusione, che Regna nella civitas diaboli e permette che più perfettamente si renda a Dio creatore la riverenza che spetta a Sua Maestà».
La Riforma Liturgica del 1969 venne considerata come espressione della svolta antropologica degli anni Sessanta e Settanta. Una grande novità che pretendeva colmare l’infinita distanza tra Dio e l’uomo, spogliando leggermente – qualora ciò fosse possibile – Dio della sua gloria ed elevando molto, se fosse possibile, l’uomo verso Dio, nell’illusione di abbreviarne la distanza.
Si può certamente discutere se la riforma di Paolo VI abbia apportato quella continuità o quella rottura con la tradizione precedente della Chiesa, ma il solo fatto che se ne discuta è sufficiente per denotarla quanto meno come una riforma ambigua. Difatti se la Riforma liturgica avesse avuto un rapporto di inequivocabile continuità, tale dibattito non si sarebbe aperto.
Il rito romano antico non permette equivoci di alcuna sorta e in esso vi è un senso ineguagliabile della trascendenza divina. Esso evidentemente non è l’unico rito possibile, ma è un rito che esprime con perfetta chiarezza l’ecclesiologia cattolica: quell’unica ecclesiologia, anche con differenti riti che la esprimono.
Ed allora come non poter ricordare il Mutu Proprio del 2007 di Benedetto XVI e definito come Summorum Pontificum, il quale concede una categorica, quanto fondamentale chiave interpretativa secondo cui «il rito antico non è stato e non avrebbe potuto essere abrogato». Le conseguenze di queste affermazioni sono più vaste di quanto si possa a prima vista immaginare, perché in primo luogo cadono le speranze o i timori di chi aveva evocato l’ipotesi di una «riforma della riforma», intesa come ibridazione tra le due tipologie della Santa Messa: la nuova e l’antica.
Di riforma è certamente possibile parlare per il nuovo rito, ma non per l’antico che non potendo essere abrogato non può essere strutturalmente modificato. Oggi, l’aumento importante dei coetus fidelium in tutta Europa – nonostante alcune difficoltà -, deve fornire un dato oggettivo di come il rito romano straordinario promosso dal Pontefice tedesco abbia ripreso piena forza non solo per il suo impianto teologico, ma anche dalla sua storia pressoché millenaria.
La storia delle nazioni europee – ha affermato Giovanni Paolo II – procede di pari passo a quella della sua evangelizzazione. L’Europa medievale si è costruita attorno al Vangelo, ossia attraverso la trasmissione di una fede annunciata dai successori degli apostoli, secondo la consegna data da nostro Signore: andate e battezzate tutte le genti. Non a caso il vecchio continente a partire dal IV secolo inizia a formarsi intorno ad una traditio, ovvero ad una consegna e trasmissione di Verità. La dimensione rituale e in un certo senso una dimensione costitutiva della nascita e dello sviluppo della società europea e cristiana dei primi secoli. Perché la parola traditio nel suo senso originale si riferisce alla trasmissione dei singula fidei, ovvero quelle formule verbali confermate dalla autorità ecclesiastica destinate alla pubblica professione della fede e fin dal quarto secolo il simbolo è rappresentato come la quinta essenza del Vangelo nelle cerimonie della traditio simboli e della redditio simboli che precedono il battesimo. La traditio e la redditio del simbolo, significano che il catecumeno riceve la fede della Chiesa e si impegna a vivere e a confessarla pubblicamente davanti alla comunità cristiana. Ma la traditio se si esprime nella consegna di verità destinate a formare il Depositum Fidei e anche ricerca dei modi in cui queste verità vengono trasmesse. Ogni verità si traduce in una liturgia secondo la nota formula di Sant’Ireneo, poiché «si custodiva fedelmente la tradizione venuta dagli apostoli» e l’Europa medievale in questo senso nasce intorno ad una tradizione liturgica, attorno ad un rito. Tale considerazione ci viene confermata anche dallo storico inglese Christopher Henry Dawson (1889 – 1970), il quale osserva come «dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) l’ordine sacro della liturgia rimase intatto nel caos, mentre tutto crollava mutando». Dunque la liturgia costituì il principale legante interiore della società e nello stesso tempo fu sede della tradizione e della fede, poiché in essa le due realtà si incontravano conciliandosi.
L’affermazione del primato romano, sotto Dàmaso I (305 d.C. – 384 d.C.), corre parallela all’affermazione dell’Ordo liturgico romano, la cui definitiva configurazione avviene fra il IV e il VI secolo, culminando nella creazione del Liber Sacramentorium di Papa Gregorio I (540 d.C. – 604 d.C.). La Liturgia dàmaseno-gregoriana, così come affermava Monsignor Klaus Gamber (1919 – 89), si andò imponendo progressivamente in Occidente rimanendo quello che è stata celebrata nella Chiesa latina fino alla riforma liturgica del 1969. Questo è esattamente il rito che Benedetto XVI ripropone alla Chiesa: tale liturgia gregoriana, espressione del rito romano antico, ci ricorda attraverso il suo silenzio, le sue genuflessioni, la sua riverenza, l’infinita distanza, che separa il cielo dalla terra; ci ricorda che il nostro orizzonte non è quello terreno, ma quello celeste; ci ricorda che nulla è possibile senza sacrificio e che il dono della vita naturale e soprannaturale è un mistero. Scrivendo ciò non possiamo certamente dimenticare l’esistenza di una nuova messa celebrata che rinnova anch’essa il sacrificio della croce in tutto il mondo promulgata e autorizzata dagli ultimi Pontefici.
Non si deve, né si può porre in contrapposizione il rito antico con la nuova Messa, ma si tratta unicamente di comprendere come la restituzione della libertà del rito antico opponga una nuova barriera al secolarismo avanzato. La messa degli apostoli aprì e chiuse tutti i 21 Concili Ecumenici della Chiesa, da Nicea al Vaticano II. Il rito romano straordinario di oggi, viene celebrato sotto le volte grandiose di San Pietro e nelle più umili e remote cappelle agli estremi confini della terra, ma fu anche la Santa Messa di tutti gli ordini religiosi fondati nella storia: fu celebrata sui campi delle Crociate, sulle galee pontificie prima della Battaglia di Lepanto e sulla collina di Kahlenberg prima della liberazione di Vienna. Questo rito romano, costituisce oggi la risposta più radicale e più perfetta alla sfida della secolarizzazione, quel guanto di sfida dell’umanesimo, orizzontale e laicista al mondo organico e verticale. Il Papa nel 2007 ha restituito a questo rito piena legittimità, piena cittadinanza e nessuno può impedirne la celebrazione o l’espressione dell’amore dei fedeli. Amiamo il rito romano perché amiamo la Chiesa e ringraziamo il Papa Emerito Benedetto XVI per aver restituito piena libertà a questa celebrazione troppo a lungo mortificata, essendo consapevoli che potrà donare alla Chiesa e alla società, nei prossimi anni e decenni, un nuovo sviluppo e un nuovo splendore.

 

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Colonialismo, civiltà e il modello politico del cigno di Bussy-Castelnau 

Colonialismo, civiltà e il modello politico del cigno di Bussy-Castelnau

di Giuseppe Baiocchi del 15-08-2020

 

Note:

Losanga è un termine utilizzato in araldica per indicare una figura geometrica di quattro lati con l’angolo superiore e quello inferiore acuti, mentre i due laterali sono ottusi. È simile al fuso che però è più allungato.
2 Il marchese di Castelnau fu governatore generale della colonia francese di Pondicherry dal 1783 al 1785.
La Belle-Poule era una nave francese, che in una fregata di quattro navi, il 17 giugno 1778, sconfisse la fregata inglese Arethuse, inaugurando l’ingresso della Francia nella guerra d’indipendenza americana. La battaglia navale ebbe luogo al largo delle coste Lèonardes, vicino alla baia di Goulven.
Charles Joseph Patissier, Marchese de Bussy-Castelnau (1718 – 7 gennaio 1785) o Charles Joseph Patissier de Bussy fu governatore generale della colonia francese di Pondicherry dal 1783 al 1785. Prestò servizio distinto sotto Joseph François Dupleix nelle Indie orientali e ricevette l’Ordine di Saint Louis. Contribuì al recupero dalla Gran Bretagna di Pondicherry nel 1748, e fu nominato nel 1782 per guidare tutte le forze militari francesi oltre il Capo di Buona Speranza. Coordinò le sue operazioni con Pierre André de Suffren e combatté con distinzione contro gli inglesi numericamente superiori durante le campagne indiane della Guerra d’indipendenza americana.
Il capo squadra, in francese Chef d’escadre, era un grado della marina militare francese durante l’Ancien Régime. Il caposquadra è un ufficiale generale che comanda una squadra, composta da una flotta di meno di venti vascelli di linea.
L’ammiraglio Pierre André de Suffren de Saint-Tropez venne soprannominato “Jupiter”.
Il catogan è un tipo d’acconciatura settecentesca maschile che deve il suo nome al generale e conte inglese William Cadogan (1675 – 1726), il quale legava la lunga chioma con un nastro. Questo particolare tipo di coda divenne molto alla moda tra i soldati della fanteria.
Pierre André de Suffren de Saint-Tropez ( 1729-1788), terzo marchese di Saint-Tropez, è stato un ammiraglio francese. Nacque nel castello di Saint-Cannat, presso Aix-en-Provence nell’attuale dipartimento di Bocche del Rodano. Deve la sua fama alla campagna nell’Oceano Indiano, nella quale contese, senza successo, la supremazia alla forza britannica guidata dal viceammiraglio sir Edward Hughes.
Nel 1520 i Portoghesi sbarcarono a Pondichéry, seguiti da Olandesi e Danesi. Nel 1674 divenne colonia francese. Nel 1750 la colonia francese in India era composta da una cinquantina di villaggi. Per mettere fine all’espansione francese in India, gli Inglesi tentarono più volte di conquistare Pondichéry con una serie di assedi. La città fu catturata tre volte e altrettante volte forzatamente sgomberata. Dal 1816, a seguito dell’ultimo trattato con i Britannici, la Francia continuò a mantenere il controllo di Pondichéry per altri 138 anni, finché non la abbandonò nel 1954 cedendo la città all’India.
10 Claude François Dorothée, marchese de Jouffroy d’Abbans, (1751 – 1832) era un architetto navale, ingegnere, industriale e massone francese. Il suo maggiore merito è quello d’aver inventato i primi battelli a vapore.
11 La battaglia navale di Provédien è la seconda delle battaglie navali ingaggiate tra la flotta britannica del vice-ammiraglio Edward Hughes e la flotta francese del balivo de Suffren nell’oceano indiano durante la guerra d’indipendenza americana. La battaglia ha avuto luogo il 12 aprile 1782 lungo le coste est di Ceylon.
12 Hyder Ali (1721 – 82)   è stato un monarca e militare indiano. Fu sultano e de facto regnante del Regno di Mysore, in India meridionale.  Egli oppose una strenua resistenza anti-coloniale all’avanzata militare della Compagnia britannica delle Indie Orientali e fu l’innovatore nell’uso militare dei razzi Mysore.
13 Lo jabot è un ornamento cucito o semplicemente applicato sul petto di camicie o di bluse, realizzato in pizzo o nello stesso tessuto del capo. Storicamente nato nell’abbigliamento maschile alla corte di Luigi XIV, re di Francia, lo jabot entra a far parte della moda femminile nel 1800, come accessorio ornamentale, pur continuando ad apparire sulle camicie eleganti da uomo, prima di essere sostituito dalla cravatta.

 

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La corona tradita: Karl I nei colpi di restaurazione magiara

La corona tradita: Karl I nei colpi di restaurazione magiara

di Giuseppe Baiocchi  del 12-08-2020

Così si esprimeva Karl I von Habsburg-Lothringen-Este – che seguendo la linea della corona ungherese è denominato come Károly IV – il 26 Marzo del 1921 tornato dall’esilio in Ungheria per ripristinare la Monarchia, del defunto Impero dell’Austria-Ungheria.

Karl I successe ai Troni nel novembre 1916 dopo la morte di suo prozio, l’imperatore Francesco Giuseppe. Il 2 dicembre 1916 assunse il titolo di comandante supremo dell’intero esercito, succedendo all’arciduca Federico . La sua incoronazione a Re d’Ungheria avvenne il 30 dicembre. Nella foto: Re Karl IV d’Ungheria, la regina Zita e il loro figlio, il principe ereditario Otto, nel dicembre 1916.

«Un sentimento indescrivibile nel ritrovarsi, sconosciuti, in casa propria… Sul confine, dalla parte ungherese, c’era un vecchio maresciallo dei gendarmi nativo di Debreczen, un tipico figlio della puszta, bruno di colorito, che non sapeva nemmeno da che parte dovesse incominciare a controllare un passaporto. Accanto a lui c’era un soldato con i calzini estivi di tela.. proseguimmo per Pinkafö, dove mangiammo nella Gasthaus Jenner. Il primo pasto caldo dopo due giorni: Schnitzel con cetrioli sott’aceto. Dopo, l’oste conservò le posate e i resti del mio cetriolo come ricordo. Era interessante vedere con quale entusiasmo la gente accettava valute estere. Pagammo il pasto in franchi francesi, la macchina in franchi svizzeri. Da Pinkafö continuammo per Oberwarth, dove in quel momento si snodava la processione del Resurrexit.
Quando ci passò davanti scendemmo dall’auto e ci inginocchiammo. La seguiva la guarnigione della cittadina, con gli uomini vestiti delle uniformi del buon tempo andato e l’artiglieria con i cartocci. Fu un momento di indicibile sollievo, specie alla vista delle mie vecchie uniformi. Da Oberwarth proseguimmo per St.Mihály.. Chiesi ad alcune persone che aspetto aveva il loro Re. Come avevo immaginato, mi fecero vedere delle fotografie, però nessuno mi riconobbe. Alla fine brindammo tutti alla salute del sovrano; mi rimproverarono perché non avevo vuotato anch’io il bicchiere in solo sorso come loro. Non ne ero stato capace perché il vino era troppo forte per me. Siccome la macchina era rimasta in panne, continuammo verso la nostra prima destinazione, Szombathely, su un calesse tirato da cavalli. Vi arrivammo verso le dieci di sera, e ci fermammo proprio davanti al palazzo vescovile. Il vescovo stava ancora pranzando e aveva come ospite un ministro ungherese, il dottor Vass. Quando Tamás mandò su un domestico incaricato di chiedere ospitalità per la notte per lui e un altro signore, il vescovo a tutta prima si dimostrò abbastanza irritato. Ma siccome era un anfitrione scese nel salone per accoglierci. Ci porse la mano e poi rimanemmo un momento in silenzio. Tamás gli chiese se non riconosceva il gentiluomo in sua compagnia. Il vescovo disse no. Allora Tamás gli dichiarò, in tono solenne, che era nientemeno che Sua Maestà apostolica il Re. Il vescovo ebbe un sussulto e mi condusse in una stanza attigua, dove chiese: «È lei veramente?». Gli confermai che ero io. Il ghiaccio era rotto».
Dopo la conclusione del conflitto mondiale nel 1918, le potenze vincitrici con tre trattati di pace, rispettivamente Versailles (per la Germania 1919-20), Saint German (per l’Austria 1919) e Trianon (per l’Ungheria 1920), impongono la pace agli sconfitti. Il bilancio sotto il profilo geopolitico è catastrofico: l’Impero dell’Austria-Ungheria per gli interessi anglo-francesi viene smembrato in tanti piccoli Stati nazionali, appellandosi ai fatali punti Wilsoniani riguardanti il concetto dell’autodeterminazione dei popoli.
L’ultimo Imperatore, Karl I von Habsburg-Lothringen-Este, nel 1919 è costretto all’esilio. Così scrive in una lettera negli istanti più concitati da Feldkirck il 24 marzo: «Nel momento in cui m’accingo a lasciare l’Austria tedesca per entrare nella Svizzera ospitale, elevo solenne protesta per me e per la mia Casa, di cui fu cura continua la felicità e la pace dei suoi popoli, contro le misure che ledono i miei secolari diritti di Sovrano, prese dal Governo e dalla Assemblea Costituente l’11 novembre 1918, e contro la mia deposizione dal trono, l’esilio mio e dei membri della Casa Asburgo-Lorena proclamate per l’avvenire. Nel manifesto dell’11 novembre 1918 ho dichiarato di rimettere all’Austria tedesca il diritto di decidere sulla forma di Stato. Il Governo austro-tedesco, lasciando a parte il mio manifesto scritto in un’ora assai penosa, decise lo stesso giorno di proporre all’assemblea Nazionale provvisoria, che doveva aver luogo il 12 novembre, la proclamazione della Repubblica austro-tedesca, anticipando così quella decisione che, secondo il mio manifesto, spettava di diritto soltanto all’intero popolo austro-tedesco. Questa proposta del Governo austro-tedesco, sotto la pressione della flotta radunata, venne approvata il 12 novembre 1918 da un’Assemblea Nazionale provvisoria, i cui membri si erano da 

Il castello di Prangins, residenza svizzera dell’ultimo Imperato dell’Austria-Ungheria Karli I, è un castello nel comune di Prangins nel Canton Vaud in Svizzera . Si tratta di un sito del patrimonio svizzero di importanza nazionale. Ospita una parte del Museo nazionale svizzero. La terrazza regala viste sul Lago di Ginevra e sulle Alpi.

soli conferiti il mandato di rappresentare il popolo austro-tedesco senza potersi considerare rappresentanti eletti, poiché essi provenivano dall’antico parlamento austriaco che non aveva avuto dagli elettori la autorità di oltrepassare le funzioni costituzionali. Oltre a ciò ha avuto luogo la contraddizione che gli stessi elementi che hanno determinato il crollo e che fino ad allora avevano vivacemente combattuto la riunione dell’Assemblea Nazionale provvisoria, vollero poi lasciar decidere a questa Assemblea il destino dell’Austria in una delle sue questioni più vitali.
La Costituente, eletta il 16 febbraio 1919, si sostituì all’assemblea Nazionale provvisoria e confermò le sue deliberazioni riguardo la forma di Stato e l’annessione alla Germania. Anche tali deliberazioni non hanno alcun potere impegnativo, perché la costituente non è l’espressione dell’opinione e della volontà dell’Austria-tedesca. Il pubblico anche fuori dall’Austria tedesca sa che le elezioni per la Costituente ebbero luogo sotto il regno del terrore, e che gli elettori che il 16 febbraio 1919 andarono alle urne, non votarono affatto spontaneamente ma sotto l’influenza di un metodico incitamento e sotto la pressione di una milizia di partito della Volkswehr. La Costituente eletta il 16 febbraio 1919 andarono alle urne, non votarono affatto spontaneamente, ma sotto l’influenza di un metodico incitamento e sotto la pressione di una milizia di partito. La Costituente eletta il 16 febbraio 1919 non è affatto rappresentanza della Nazione austro-tedesca, come l’ha definito il governo austro-tedesco. Vasti territori reclamati da questo stesso governo, come ad esempio le zone abitate da Tedeschi del Sud Tirolo, della Boemia, della Moravia, della Corinzia, della Carnia e della Stiria, non sono rappresentate in questa Costituente, mentre invece hanno votato stranieri, come i Tedeschi di Germania che vivono in Austria. Una rappresentanza nazionale di uno Stato senza confine composta così arbitrariamente si è arrogato il diritto di decidere sulla forma e l’ordinamento di uno Stato non ancora costituito secondo il diritto del popolo. Tutto ciò quindi che il Governo austro-tedesco e l’Assemblea Nazionale provvisoria e costituente hanno deciso e decretato dall’11 novembre in poi, e ciò che disporranno in avvenire, è nullo e non valido per me e per la mia Casa.
La permanenza mia e della mia famiglia a Eckartsau non fu mai il riconoscimento di uno sviluppo rivoluzionario che interrompeva la continuità del diritto, ma un pegno di fiducia nel popolo col quale io e i miei abbiamo condiviso i dolori e i sacrifici dell’infausta guerra. In mezzo a questo popolo non ho mai temuto per la sicurezza della mia amata Consorte e dei figliuoli.
Ma siccome il Governo austro-tedesco mi fece sapere a mezzo del suo Cancelliere che, rifiutando di abdicare sarei stato internato qualora non avessi abbandonato il Paese, e poco tempo fa lo stesso Governo a mezzo della “Corrispondenza di Stato” mi aveva dichiarato posto fuori legge, mi trovai di fronte all’importante problema se dovesse essere risparmiata all’Austria la vergogna di abbandonare il suo legittimo capo in preda a un’ondata contro la quale oggi non sta alcuna diga. Per questo motivo io lascio l’Austria. Profondamente commosso e riconoscente ricordo in quest’ora di fedeli che in me e nella mia Casa amano la cara Patria. All’Esercito che mi ha giurato fedeltà e che è legato a me dal comune ricordo dei dolorosi avvenimenti della guerra, un mio particolare pensiero. Durante la guerra fui chiamato al Trono dei miei Padri, mi sforzai di guidare i miei popoli alla pace, e in pace volli e voglio essere per loro un Padre giusto e sincero».
Per la famiglia reale un breve periodo nella placida Svizzera, presso Prangins sul lago di Ginevra, ad intrattenere relazioni diplomatiche con la Francia repubblicana e il Vaticano del Papa Benedetto XV. Obiettivo di Karl è ripristinare la Monarchia in Ungheria, dove le possibilità sono molto più favorevoli rispetto all’Austria: il Paese magiaro infatti dal 1º marzo del 1920, è retto da una vecchia conoscenza dell’Imperatore, Miklós Horthy de Nagybánya (1868 – 1957), paradossalmente l’ultimo ammiraglio della marina austro-ungarica, in una nazione che dopo Trianon, aveva perso l’unico sbocco marittimo, Fiume.
Il nuovo reggente dopo diversi rovesci politici, tra le riforme mancate di Mihály Károlyi e il terrore rosso di Béla Kun, sembrava finalmente aver ristabilito un nuovo equilibrio restaurando la monarchia, con il compito gravoso di decidere se richiamare un Asburgo o scegliere un nuovo Monarca magiaro. Con la fallimentare contrattazione nel trattato di Trianon, dove all’Ungheria vengono sottratti i 2/3 dei sui territori a favore dei nuovi Stati che avrebbero composto la “Piccola Intesa” (Cecoslovacchia, Romania, Regno dei Serbi Croati e Sloveni) il consenso di Horthy sembra traballare.

Miklós Horthy de Nagybánya è stato un ammiraglio e statista ungherese di stampo conservatore, che divenne reggente dell’Ungheria, dopo la caduta dell’Impero d’Austria-Ungheria.

Dalla Svizzera, Karl continua la trattativa con la Francia per avere il consenso tacito ad effettuare la restaurazione: si vedono due ideologie distanti a livello geopolitico, da una parte Philippe Berthelot (1866 – 1934) – appoggiato anche dal marchese George Nathaniel Curzon – ambiva a creare la Piccola Intesa (1920), per far possedere alla Francia una tenaglia militare contro l’Ungheria e le pretese filo-germaniche degli austriaci; dall’altra Aristide Briand (1862 – 1932) preferiva una confederazione economico-danubiana, filo-francese, che abbia in Karl I il legante tra i vari popoli del suo ex Impero, per porlo come limes all’espansionismo alemanno-tedesco. Sempre nel 1920 si conclude il breve mandato, da Presidente della Repubblica francese, di Paul Deschanel (1855 – 1922) per una grave malattia personale e subentra il socialista Alexandre Millerand (1859 – 1943), il quale non vedeva lesi in alcun modo gli interessi della Francia in una politica asburgica di restaurazione magiara.
Saranno tali premesse e un tacito accordo presidenziale (successivamente pubblicamente smentito per non causare un incidente diplomatico tra Ungheria e Francia) che faranno partire a piedi l’ultimo Imperatore dallo Château de Prangins in Svizzera fino a Gex, cittadina francese sul confine svizzero occidentale. Nella cittadina della Regione dell’Ain lo aspetta una macchina che lo condurrà a Strasburgo dove il giorno dopo, l’Orient-Express lo condurrà direttamente a Vienna. La storia di Karl I ci appare come una sorta di viaggio leggendario, ed in verità deve essere stato così anche per lui: nella capitale del suo ex-Impero saranno in suo possesso due passaporti falsi, uno spagnolo, ed un secondo della croce rossa inglese.
Il beato Karl raggiunge appena arrivato, la sede di un suo antico amico: il conte Thomas Graf Erdödy von Monyorókerék und Monoszló (1886-1931), antico compagno e ufficiale ussaro. La sera del 25 marzo del 1921 fu l’unica notte, nei numerosi anni di esilio, che l’Imperatore trascorse a Vienna. L’indomani la meta è Budapest: prima tappa del viaggio si compie, sempre con il conte Thomas, fino alla cittadina di Seebenstein nel Burgenland (Bassa Austria); successivamente Aspang, Mönichkirchen ed infine il confine ungherese con la cittadina di Sinnersdorf.
Verso sera Karl arriva nella cittadina di Szombathely: deve parlare, all’interno del palazzo vescovile, con il conte e vescovo Gróf zabolai Mikes János (1876 – 1945) e con il ministro e sacerdote Vass József (1877 – 1930); quest’ultimo riferirà all’Imperatore: «il gabinetto del reggente è finito nel momento in cui il re incoronato rimette piede sul suolo ungherese». Viene chiamato al cospetto di Karl anche l’ex ufficiale imperiale e regio, colonnello Anton Lehár (1871-1962), che ora comanda l’intera armata dell’Ungheria Occidentale: è un fedelissimo.
Il presidente del Consiglio conte Pál Teleki de Szék (1879 – 1941) viene svegliato in piena notte e raggiunge la cittadina di Szombathely, la quale si trova ad appena 10 km dalla frontiera austriaca (dopo Trattato di Trianon). Appena giunto dal vescovo il Primo Ministro rimane spiazzato dalla figura del Sovrano e manterrà un atteggiamento di indecisione per tutta la durata del primo golpe reazionario. Tutte le alte cariche dello Stato sono comunque concordi a rimettere sul Trono il loro Re legittimo. Karl non a caso si reca nella cittadina di confine: le fedeli truppe di Lehár, se abilmente mosse in anticipo, potevano costringere Horthy ad una resa immediata, ma egli si fida eccessivamente del “Reggente”, considerandolo ancora fedele alla causa monarchica.

Protagonisti del primo colpo di restaurazione del marzo 1921 (da sinistra a destra): Thomas Erdödy von Monyorókerék und Monoszló (1886-1931), conte e vescovo di Szombathely (1911 – 35) Zabola János Mikes (1876 – 1945), József Vass (1877 – 1930), Anton Freiherr von Lehár (1876 – 1962), Sigray Antal Mária Fülöp Alajos (1879 – 1947), László Ede Almásy de Zsadány et Törökszentmiklós (1895 – 1951), Conte Pál Teleki de Szék (1879 – 1941).

Durante la discussione su come agire, il Primo Ministro Pál Teleki propone di entrare a Budapest senza la scorta militare, convinto che il dittatore ungherese gli lasci il potere e si metta da parte: Karl si fida e acconsente. Sarà un primo errore fatale. Il piano prevede che il giorno seguente il ministro Vass e il Presidente del Consiglio Teleki anticipino l’arrivo di Karl a Budapest per preparargli il terreno e parlare anticipatamente con Horthy. L’Imperatore verrà accompagnato nel viaggio dal conte Sigray Antal Mária Fülöp Alajos (politico legittimista ungherese e feroce oppositore al nazismo 1879 – 1947) e da László Ede Almásy de Zsadány et Törökszentmiklós (1895 – 1951), colui che diventerà celebre grazie alla penna di Michael Ondaatje nel 1992 con il romanzo The English Patient (Il Paziente inglese), poi reso ancor più celebre dal film di Anthony Minghella del 1996 dall’omonimo titolo. Prima di partire la mattina seguente, il vescovo Mikes celebra la messa, poi l’Imperatore parte sicuro e speranzoso: saprà solo davanti al Palazzo di Budapest che il Primo Ministro Teleki non è mai giunto da Horthy e dovrà farsi annunciare dal conte Sigray che si esprimerà sulle scale, rivolto verso Karl: «Vostra Maestà si dovrà mostrare molto energico».
Furono due ore di trattativa con il “Reggente” ungherese, il quale esclamo: «È una catastrofe. Vostra Maestà deve ripartire subito e rientrare immediatamente in Svizzera! […] che cosa mi offre in cambio Vostra Maestà?». Miklós Horthy dimostrerà un cinismo, che lo farà passare alla storia come uno degli alti tradimenti più gravi verso l’aristocrazia e l’istituto monarchico. Le scuse che il dittatore prende davanti a Karl sono la sicura ostilità dei paesi confinanti, il pericolo di un’invasione straniera, l’inaffidabilità dell’esercito e l’impossibilità di trovare un Ministro che svolga la funzione sotto di un Re. Karl cerca di promettergli titoli per farlo desistere, ma Horthy prende tempo e si aggiudica lo scontro verbale. Sarebbe bastata un’arma da fuoco per riprendere il potere e far desistere il reggente, ma come sappiamo bene, Karl I era un autentico gentiluomo.
Alcuni giorni dopo l’ex Imperatore è nuovamente nella cittadina di Szombathely affranto, ma non ancora piegato: possiede ancora alcune carte da giocare, nonostante la situazione geopolitica si sia complicata, poiché Horthy parlando con l’ambasciatore francese Maurice-Nicolas Fouchet, chiede verità sull’appoggio tacito francese, che da Parigi viene ovviamente smentito.

I protagonisti del secondo colpo di restaurazione nell’ottobre 1921: Gyula Gömbös de Jákfa (1886 – 1936), il conte István Bethlen de Bethlen (1874 – 1946), Őrgróf Pallavicini György Mária Arthúr József Ede István Gusztáv Károly (1881 – 1946), Tibor Farkas de Boldogfa ( 1883 – 1940), il conte Gyula Andrássy de Csíkszentkirály et Krasznahorka (1860 – 1929),

Il Reggente magiaro inoltre approfittò della prima ritirata di Karl per irrobustire le linee del suo esercito a lui fedeli ed epurare gli ufficiali legittimisti. Mentre l’ultimo imperatore degli Asburgo tornava sul suolo Svizzero, dopo essere stato acclamato in Ungheria il giorno della sua partenza, fu subito da principio chiaro a Karl che un secondo colpo di restaurazione si sarebbe dovuto progettare in brevissimo tempo: difatti gli effettivi del colonnello legittimista Anton Lehár erano stati rinforzati da un nuovo battaglione di gendarmeria, che gli Stati vincitori avevano predisposto alla frontiera con l’Austria per via dell’incidente diplomatico avvenuto con la prima restaurazione primaverile di Karl.
Horthy inizia a temere e con ordine scritto richiama le ulteriori truppe a Budapest per essere riassegnate: il tempo stringe.
Passano solo diversi mesi perché Karl, assorbito il colpo, possa far ritorno nelle sue antiche terre imperiali: arriviamo al secondo colpo di restaurazione di ottobre. Il 20 del mese, insieme a sua moglie Zita Maria delle Grazie Adelgonda Micaela Raffaela Gabriella Giuseppina Antonia Luisa Agnese di Borbone-Parma (1892 – 1989), parte per l’Ungheria a bordo di un monoplano Junkers denominato “Ad Astra” di 180 cavalli e sei posti. Artefici del piano sono due personalità molto vicine a Karl: il barone Albin Schager von Eckartsau (1877 – 1941) e Aladar Boroviczény (1890 – 1963). L’aereo si alza da Dübendorf e fu il primo volo, durato quattro ore, di un sovrano nella storia continentale europea.
Nel frattempo in Ungheria al Presidente del Consiglio Pál Teleki de Szék era succeduto il conte István Bethlen de Bethlen (1874 – 1946) e Horthy continuava a prendere tempo, mandando telegrammi all’Imperatore: «la visita fatta a Pasqua da Vostra Maestà – inerente la restaurazione – appare momentaneamente impossibile […]. Tuttavia desidero cogliere l’occasione per assicurare alla Maestà Vostra che nulla è più lontano da me dell’idea di aggrapparmi alla carica che copro ora; al contrario, attendo con impazienza il momento in cui mi sarà dato abbandonare questa scomoda poltrona». Parole che suonano poco veritiere come ci testimonia lo storico Roberto Coaloa: «Come tutti gli avventurieri politici che l’avevano preceduto e che gli succedettero, Horthy aveva identificato a tal punto l’ambizione col patriottismo, l’egoismo con l’idealismo e addirittura il lusso fastoso con il sacrificio da non riuscire probabilmente a distinguerli più neppure lui».

Domenica 23 ottobre del 1921: nella foto Karl I e Zita di Borbone-Parma (a destra in piedi) pregano davanti al convoglio ferroviario di Sopron celebrando la messa mattutina.

Karl e Zita arrivati in pieno pomeriggio in territorio magiaro, nei pressi del castello di Denesfa, capiscono subito che la corrispondenza postale – effettuata in precedenza, durante i preparativi del golpe – non ha avuto esito sperato: tutti i protagonisti e alleati dell’Imperatore lo attendono per le 24 ore successive. Nonostante i primi disagi sia il colonnello Lehár, che il conte Gyula Andrássy de Csíkszentkirály et Krasznahorka (1860 – 1929) leader del partito legittimista ungherese e ex Ministro degli Esteri dell’ultimo anno imperiale dell’Austria-Ungheria, si mettono a disposizione del Sovrano. Il gruppo di comando trasla velocemente verso quello che sarà il nuovo e spartano quartier generale a Sopron: lì sono attesi da altri due collaboratori di Karl, il politico reazionario István Rakovszky de Nagyrákó et Nagyselmecz (1858 – 1931) e dal dottor Adolf Gratz Gusztáv (1875 – 1946).
La folla che accoglie i regnanti è immensa: sia i militari, che la popolazione civile inneggiano a Károly IV. Il piano è semplice: servirsi del convoglio ferroviario che avrebbe riportato la guarnigione a Budapest e deporre Horthy dalla reggenza del Regno. Lo scacco sembra essersi compiuto e il 22 ottobre il convoglio legittimista, composto da circa 1500 militari e politici reazionari è diretto a Budapest, all’oscuro del Reggente. Il treno giunge a 12:00 presso la cittadina di Győr, dove ad attenderli vi sono altre truppe legittimiste che compiono il giuramento: «Attraverso l’acqua e il fuoco, sul mare, per terra e nell’aria per Dio, per il re e per la patria».
Il primo tradimento verso Karl, lo compie il comandante della guarnigione di Győr, che fa avvertire Horthy, il quale è completamente impreparato e spaventato. Nonostante alcuni ordini frettosi del Reggente, di smantellare parti ferroviarie dirette a Budapest da Occidente, il piano di rallentamento, pare non funzionare, anzi le guarnigioni dirette ad affrontare l’Imperatore non solo non sparano un colpo, ma si uniscono ai legittimisti: così avviene presso diverse cittadine magiare, come Komarom, Tata, Potis e Bcske.

Il giuramento di fedeltà al beato Imperatore Karl, da parte delle truppe legittimiste magiare.

In linea generale nonostante Karl fosse arrivato senza preavviso sul suolo Ungherese e nonostante il piano iniziale della sorpresa era venuto meno, tutto sembra proseguire per il meglio. La mattina seguente il treno arriva nei pressi di Buda con 4000 uomini effettivi. Nella capitale Horthy sembra non avere più in mano carte da giocare e si affida completamente alle doti dell’ambizioso Gyula Gömbös de Jákfa (1886 – 1936), futuro generale filo-nazista. Quest’ultimo non trovando truppe a lui fedele, rimedia 300 studenti universitari, armati in tutta fretta, inventando un’inesistente invasione ceca della capitale. Gli studenti nazionalisti ebbero una prima scaramuccia con un contingente mandato avanti da Lehár, provenienti da Budaörs e mandati ad occupare il sobborgo di Kelenföld. Ci furono diverse perdite tra i legittimisti, i quali ripiegarono, comportando un abbassamento del morale al colonnello Lehár (nel frattempo promosso generale), che dichiarò inaspettatamente le sue dimissioni, fidandosi di lasciare l’incarico al generale Pál Hegedűs (1861 – 1944). Come testimonierà un giornale italiano “L’illustrazione italiana” sull’accaduto: «Quanto al colonnello Lehár, lasciamolo stare. Ogni condottiero trova gli uomini che si merita. Napoleone ha tratto fuori dal popolo, persino dalla bassa forza, i suoi grandi marescialli; Karl ha trovato Lehár. Quelli uomini della Marsigliese, questo, del Valzer, bella cosa è il valzer. Ma le trombe, se vogliamo davvero far crollare le mura di Gerico, han da suonare altre musiche! Se valzereggiano, Gerico resta in piedi; e Karl resta a piedi».

Truppe leali all’Imperatore accolgono il vagone dei legittimisti magiari presso Sopron.

Sulla fedeltà del generale nei confronti di Karl non ci fu nulla da eccepire, ma il morale basso delle truppe era dovuto alla forte instabilità politica, economica e militare magiara, che proseguiva da almeno quattro anni dalla fine della Grande Guerra.
Contrariamente sarà il generale Pál Hegedűs a tradire l’Imperatore Karl operando il passaggio degli artiglieri, fondamentali nell’operazione bellica, dalla parte di Horthy il giorno seguente, grazie ad una tregua proposta dallo stesso generale magiaro voltagabbana, che aveva fatto sistemare le truppe del Reggente su posizioni favorevoli verso un eventuale assalto legittimista del giorno seguente.
Hegedűs rivelò il tradimento quando tornato a Torbágy, nei sobborghi della capitale, chiese l’esonero accampando la scusa che i propri figli si erano arruolati nelle truppe nazionali del Reggente. Resta un mistero ancora oggi, del perché Hegedűs non fosse stato arrestato. Durante la notte alcune guarnigioni di Karl vengono fatte prigioniere, poiché la tregua non viene rispettata da parte di Horthy, il quale giocò una partita sporca dall’inizio alla fine della vicenda: le uniformi dei due eserciti non avevano motivi differenti e molto spesso tale ambiguità giocò contro i legittimisti.
La mattina seguente il reggente propone le “condizioni di pace”, le quali vengono lette sul treno in partenza, diretto verso la capitale per l’ultimo scontro: quello decisivo. Le condizioni proponevano la consegna del materiale bellico e l’abdicazione al trono d’Ungheria da parte di Karl, con la sicurezza garantita alla sua persona e alla sua famiglia in territorio magiaro. Nel mentre della lettura, fuori dallo scompartimento, partono alcuni colpi, che creano molta confusione tra le truppe legittimiste, le quali in brevissimo tempo capiscono di essere state accerchiate. Sarà lo stesso Karl I ha dichiarare ai suoi uomini il “cessate il fuoco” poiché oramai tutto sarebbe stato inutile. Ancora una volta Karl perse poiché il suo animo nobile non vide la meschinità dietro alcuni suoi collaboratori: per un individuo della sua virtù era inconcepibile il tradimento senza scrupoli. Il destino di una intera generazione di ungheresi veniva segnato il 23 ottobre del 1921: il treno tornò indietro verso Bicske, concludendo il secondo e ultimo tentativo di restaurare il legittimo re d’Ungheria.

Nella foto, truppe leali a Károly IV, attendono il re nella stazione ferroviaria di Győr, il 20 ottobre del 1921.

 
Lo spazio geopolitico ed economico di cui gli Asburgo erano stati espropriati dopo la Grande Guerra diverrà ostaggio di dittatori filo-fascisti e successivamente satellite dell’Imperialismo bolscevico. Lo stesso Karl scrisse: «Il territorio situato sulle due parti del medio Danubio dopo la scomparsa dell’Austria-Ungheria non è soltanto la patria di uomini disperati che soffrono duramente, ma un focolare di pericoli di grande importanza. E non poteva essere altrimenti, poiché la disgregazione dell’Austria-Ungheria fu la violazione di principi storici, geografici, etnografici, economici, sociali e culturali. Nel territorio fra Teschen e Buda, Bregenz e Czernovitz vivevano e vivono, in alcuni luoghi in massa compatta, in altri confusi tra loro, Tedeschi, Magiari, Cechi, Slovacchi, Polacchi, Ucraini, Croati, Serbi, Sloveni, Italiani, Rumeni, Ladini, Turchi, Armeni, Zingari e alcune altre frazioni di popoli. Nessuna di queste nazioni possiede un territorio ben determinato e non intaccato da altre nazionalità. Perfino in mezzo agli italiani (un tempo austriaci) che si sono uniti ai connazionali d’Italia e il cui confine linguistico settentrionale è abbastanza evidente, si trovano isole di lingua straniera, ad esempio quelle tedesche del Piano di Lavarone e di Folgaria, della Val di Non, a nord-est di Trento, ed altre ancora. […] Voler soddisfare in modo generale ed effettivo il diritto di autonomia nazionale porterebbe ad una scomposizione in atomi della Vecchia-Ungheria sì da far sorgere dalle sue citate isole linguistiche altrettanti Stati. […] Fu un grande danno per l’Europa che l’antica formazione economica danubiana sia andata perduta, poiché nessuna nuova può sostituirla ed ivi oggi esiste un vuoto. Non si deve ritenere che un sistema fluviale abbia sempre e dovunque la forza di formare e mantenere Stati, ma in base a un sistema fluviale si costruisce un sistema economico quando le parti vitali di un tale sistema sono state già un tempo riunite in uno Stato, sistema economico che è frutto del lavoro dei secoli e che non può essere cambiato dall’oggi al domani […]. Distruggere un’opera così portentosa, delicata come un congegno d’orologio, pensiero, volontà e prodotto dell’economia moderna significa creare un cumulo di macerie».
 
Per approfondimenti:
_Baiocchi G., Finis Austriae. Sul tramonto dell’Europa, Il Cerchio, Rimini, 2019;
_Brook-Shepherd G., La tragedia degli ultimi Asburgo, Rizzoli, Milano, 1974;
_Coaloa R., Carlo d’Asburgo, l’ultimo imperatore, Il canneto editore, Genova, 2012;
_Werkmann K., Il morto di Madeira – L’esilio di Carlo I in Svizzera – I tentativi di restaurazione in Ungheria – La morte, Felice Le Monnier, Firenze, 1924.

 

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Robert Edler von Musil: cantore dell’uomo nuovo senza qualità

Robert Edler von Musil: cantore dell’uomo nuovo senza qualità

di Giuseppe Baiocchi  del 05-08-2020

Il filone letterario della Finis Austriae, non può certamente  ignorare Robert Edler von Musil (1880 – 1942). Nato nell’austriaca Klagenfurt, lo scrittore si pone come uno degli autori più importanti del periodo. Durante gli studi, superò l’esame di ingegnere nel luglio del 1901 e si appassionò verso alcuni autori, tra cui ricordiamo Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844 – 1900) dal quale trasse il concetto dell’irrazionalismo, Ralph Waldo Emerson (1803 – 1882), Maurice Polydore Marie Bernard Maeterlinck (1862 – 1949) e Ernst Waldfried Josef Wenzel Mach con la psicologia della Gestalt.

Nel luglio 1888, la famiglia Musil fece un’escursione ad Achensee. Ce n’è una fotografia che sembra un sociogramma della famiglia: l’amico di casa, l’insegnante di affari Heinrich Reiter, è in trono al centro dell’immagine, nelle immediate vicinanze della sua destra Hermine Musil, Alfred Musil in piedi sullo sfondo, e il piccolo Robert Musil, appena otto anni, in costume tradizionale di Steyr, con un lungo bastone e un’espressione piuttosto seria visibilmente seccato vicino a quest’uomo, contro il quale si appoggia. A destra il letterato in età giovanile.

Il giovane Musil, si porrà come anti-metafisico, criticando aspramente l’immutabilità di alcuni aspetti etico-morali, poiché questi possono essere svalutati dal continuo fluire delle energie interrelazionali fra individui, dovuti dall’attività analitico-sperimentale.
Tale pensiero fu rafforzato facendo sue le teorie empiristiche e sensitive di Mach, dove le sensazioni – non vincolate ad un individuo umano – sono plasmate meramente dai rapporti funzionali – i quali una volta stabilizzatosi divengono sostanze. Queste «finzioni» – legate ad un principio utilitaristico – permetteranno all’uomo, l’orientamento fra il suo Io e gli enti, al cui novero Musil inserisce anche il tempo e lo spazio. Più il fine è funzionale, più la realtà può essere plasmata: questa modalità sarà la sua chiave per uscire dalla crisi di senso della sua epoca.
Ciò che permetterà a Musil di superare il pensiero di Mach, sarà proprio l’applicazione alle forme del carattere reale e non fittizio: tale pensiero – di forte vincolo intellettuale – proviene nella speranza del continuo mutamento. Dunque la forma dell’Io deve essere definita dall’interno e non da forme imposte dalla società, poiché è plasmato in forma organica ed è soggetto al mutamento, che lo apre al possibile, rendendolo vivo con il reale. Essenziale nel suo pensiero sarà la logica motivazionale: tale concetto si riconosce partendo dai valori essenziali, i quali devono necessariamente emergere fra il soggetto, l’oggetto e l’anima del mondo.
Sarà proprio questa funzionalità, insieme alla variabilità dei valori, a slegare la logica motivazionale dall’arbitrio e dal soggettivismo.

Edizione tedesca de L’uomo senza qualità di Robert Musil.

Sono tutti concetti che ritroviamo in alcune sue novelle, come Vereinigungen (Unioni) del 1910 e attraverso il suo saggio Der mathematische Mensch (L’uomo matematico del 1913), dove l’equazione differenziale consente di determinare il valore di una variabile ponendo questa in rapporto con le altre ed inserendo i presupposti per far sì, che tale valore non risulti definito come indipendente in sé, ma divenga determinabile unicamente con il sistema cui è avvalorato. Celebre la sua citazione: «L’intelletto però si spande all’intorno, e appena tocca il sentimento, diventa spirito». Spirito, dunque, come vero luogo costruttivo in cui la forma-uomo viene a crearsi, in quanto insieme organico, dove tutto è in costante ridefinizione. Sarà proprio questa proprietà umana intrinseca salvarlo dalla rigidità degli Asburgo.
Siamo all’origine della sua fenomenologia, la quale nel 1913 si affermerà in Confessione politica di un giovanotto dove l’unione tra scienza e arte – spregiudicatezza e libertà – porta l’uomo a riconoscere il buono nel malvagio e il brutto nel bello, stravolgendo il pregiudizio atavico tramandato dalla società.
Nasce, nell’autore austriaco, la struttura del saggismo: la forma soggettiva dell’esserci del possibile che aumentando di potenza e perfezione entra in relazione con la mutevolezza dell’unicum esistenziale. Come scrive la professoressa Bianca Cetti Marinoni: «Vivere “saggisticamente” significa dunque per Musil sottrarsi alla pretesa del reale di porsi come immutabile e di imporre i suoi valori come univocamente definiti. E d’altra parte il suo stesso abito mentale di uomo di scienza induceva l’ingegnere e psicologo sperimentale Musil, al massimo rispetto della realtà fattuale e dei suoi valori, la cui certezza e stabilità sono il presupposto non solo di ogni calcolo e di ogni ipotesi scientifica, ma più in generale di ogni forma di vita organizzata».
È la formalizzazione intellettuale il vero pericolo: il rischio che la forma – con la sua capacità di ridefinizione – si assolutizzi, creando i presupposti per la società borghese di fine Ottocento, dove l’identità dell’individuo si irrigidisca non consentendo così il suo umano sviluppo. Prima del suo capolavoro letterario Robert Musil ha combattuto la Grande Guerra come ufficiale dell’Imperiale e regio esercito.
Fu di stanza come ufficiale al fronte italiano in Südtirol oltre che al confine con l’altopiano di Asiago, dove partecipò alla Quinta battaglia dell’Isonzo. Durante la permanenza al fronte sud-tirolese – dove gli fu conferita la medaglia di bronzo – fu redattore a Bolzano dal 1916, del Tiroler Soldaten-Zeitung, una rivista di propaganda per la quale scrisse diversi articoli pubblicati anonimamente.

Da sinistra a destra: soldati austroungarici leggono il Tiroler Soldaten-Zeitung di Musil; Robert Musil nel 1917, infine gruppo di soldati davanti alla canonica di Palu del Fersina: il quinto da sinistra (1915). Museo-storico-della-guerra-di-Rovereto.

Tali scritti, pur con i limiti imposti dal carattere militare della pubblicazione, presentano una critica esplicita alle svariate manchevolezze, errori, difetti, dell’Austria-Ungheria e alla sua assenza esistenziale: quella del senso dello Stato, di un’idea unificante della compagine imperiale. Nel 1917 il padre di Musil fu nobilitato dall’Imperatore Karl I e ricevette il titolo di Edler von, che Robert eredita. Nonostante il titolo e la promozione a capitano (novembre 1917), lo scrittore aveva scarsa attitudine alla presunzione.
Nel 1918 venne fondato un nuovo giornale propagandistico, Heimat, nella cui redazione Musil conobbe lo scrittore Franz Werfel. L’autore ha trattato anche l’argomento spinoso del pangermanismo. Nel 1923 scriverà, non concludendolo, il saggio Der deutsche Mensh als Symptom (L’uomo tedesco come sintomo), ponendo la cultura tedesca come problematica alla civiltà, in quanto aveva già intravisto uno allontanamento culturale da Goethe e Kant, dove la téchne dell’industria nazista aveva prevalso sullo spirito tedesco, portando alla distruzione tale civiltà.
In questo interessante scritto, rilevante è come Musil aveva perfettamente compreso le mire pangermaniste dei ministri militari dell’Imperatore, i quali osservavano un’Austria-tedesca e non dell’Austria-Ungheria. Una critica a tal pensiero può giungerci, diversamente, dal fattore – centrale – in cui il “meticciato razziale” che componeva l’Impero multietnico asburgico non fu un fattore di forza, ma di dissoluzione. Difatti le più grandi menti che l’Austria-Ungheria produsse, siano esse di carattere letterario, musicale, architettonico, filosofico e artistico avevano tutti il legante culturale tedesco. La forza trainante spirituale, culturale era germanica e non certamente slava, boema o ungherese. Bisogna abbandonare il falso mito dell‘Austria-Felix, che strizza l’occhio a determinati ambienti progressisti, nei quali l’inter-nazionalità veniva vista come un vantaggio nei confronti dell’organizzazione politico-culturale: fu l’esatto contrario.
Di contro la grandezza, di questo primo esperimento politico europeo, rimaneva sì l’unione di più popoli uniti sotto un’unica grande bandiera, ma con dei cardini prettamente occidentali e tedeschi: crollati gli ultimi, per via dei focolari nazionalisti delle altre etnie – complice una errata politica di rappresentanza, ad ogni modo normale per quell’epoca – l’Impero è collassato su se stesso.
Non a caso Franz Werfel osservò come : «Anche l’idea dell’antica Austria volle che l’uomo che l’abitava fosse trasformato e rifuso. Pretese da esso che non fosse soltanto un Tedesco, un Ruteno, un Polacco, ma qualcosa di più, qualcosa al di sopra. Sarebbe un’esagerazione chiamare questo sacrificio richiesto dall’idea un vero e proprio sacrificium nationis. Ma certo fu qualcosa di simile. Rinuncia ad una comoda affermazione di se stessi, rinuncia all’eccitante abbandono degli istinti del proprio sangue, rinuncia all’indomito bisogno di trionfo della propria stirpe. Solo chi compiva questa rinuncia, chi era deciso a questo sacrificio, poteva ottenere la consacrazione superiore dell’idea, veniva ricreato, si trasformava, da Tedesco o Ceco che era, nell’uomo nuovo, nell’Austriaco (pur sempre a trazione culturale tedesca). La grande idea destinava quest’uomo ricreato, questo Austriaco, a divenire un maestro. Egli doveva diffondere la luce della propria umanità provata dal sacrificio, affinché tutti quelli che erano ancora giovani, ancora barbari, ancora legati alla terra, fossero illuminati e convertiti da questa luce. Questa destinazione […] si è conclusa col tramonto della vecchia Austria».
Furono proprio le spinte centrifughe nazionali a distruggere l’apparato monarchico-istituzionale degli Asburgo. Quando si parla di perdita di sé, perdita delle radici, bisogna ricondurre tale pensiero proprio a questo fattore decisivo. Paradossalmente l’austriaco, antesignano del proprio tempo, capì l’impossibilità nazionalistica della volontà di potenza che – dopo il primo conflitto mondiale – portò alla distruzione di ogni fede, di ogni regola di vita. L’individuo mitteleuropeo rimasto privo di una cultura crolla sotto i colpi di un capitalismo che plasma e unisce egoisticamente la nuova società dominante. Lo storico Roberto Coaloa scrive: «Oggi, non c’è più la Kakania di Musil, ossessionata dal Reich guglielmino come modello. C’è il Quarto Reich di Angela Merkel, che esercita spavaldo il suo predominio. Non c’è più il partito tedesco dell’Austria-Ungheria, che prima della Grande Guerra aveva, di fatto, esautorato il potere degli Asburgo alleandosi pericolosamente con Guglielmo II. Oggi c’è il Quarto Reich di Frau Merkel, che con il suo eccesso di burocratismo minaccia gli equilibri economici e le conquiste sociali in Europa, sviluppatesi nel corso del Novecento. È il ritorno dell’uomo tedesco, compiaciuto, che osserva la sua pancia piena e non vede al di là del proprio ombelico, antesignano dell’uomo senza qualità».
Edler von Musil si sentiva essenzialmente austriaco con tutte le sue complessità e contraddizioni: con l’esautorazione imperiale, nel dopoguerra, divenne uno scrittore tedesco.
Dopo la presa del potere di Hitler (1933) avendo sposato Martha Heimann (1874 – 1949), di origini ebraiche, nel 1938 emigrò con la famiglia in Svizzera a Ginevra, dove lavorò a Der Mann ohne Eigenschaften (L’Uomo senza qualità) iniziato a Berlino nel 1930, senza tuttavia completarlo per il decesso avvenuto il 15 aprile del 1942.
Sarà proprio nel già citato capolavoro (1930 – 42), che avverrà il trionfo della razionalità strumentale, in cui «l’azione parallela» diviene contenitore astratto dove tutte le cose ritornano per meccanica determinazione esteriore.

Immagine di Robert Musil in età avanzata.

Nella crisi del soggetto della Mitteleuropa, l’apatia del protagonista Ulrich, il cui personaggio è privato delle sue qualità – per via dell’irrigidimento metafisico –, fa divenire il soggetto propriamente «senza qualità».
Riprendendo ancora una volta il concetto greco gnōthi seautón (conosci te stesso), il protagonista potrà uscire dal dedalo ideologico, unicamente «saggiando» tutte le alternative e le possibilità che si presenteranno, per riuscire nel mirabile intento di ricondurle all’uomo, ovvero reindirizzarle al proprio Io, per operare nuovamente la propria crescita interiore. Paradossali sono i vari personaggi del romanzo, i quali osteggiano la ricchezza interiore, ma in realtà sono oggetto e specchio della società cristallizzata.
Lo scritto, facente uso di una perfetta ironia tutta musiliana, risparmierà – di contro – ad alcuni personaggi, che non osteggiano superiorità o cambiamento, la sua satira più aspra.
La pietà invece la riserverà per alcune figure che, contrariamente ai suoi princìpi, negano il dominio delle forme oggettive, assolutizzando l’elemento soggettivo: anche l’angoscia subentra a tratti, poiché la ragione viene pietrificata da un elemento motivazionale, che rifiuta l’oggettività in quanto tale. L’accento posto da Musil, in questo capolavoro della letteratura occidentale, è stato quello di porre il problema sul rapporto uomo-vita, lottando contro l’assolutizzazione dell’individuo.
Per approfondimenti:
_Baiocchi G., Finis Austriae. Sul tramonto dell’Europa, Il Cerchio, Rimini, 2019;
_Bartocci C., Racconti matematici, Einaudi, 2006;
_Musil R., Sulla stupidità e altri scritti, Mondadori, Milano, 1986;
_Cetti Marinoni B., L’uomo senza qualità, Enaudi, Torino, 2014;
_Werfel F., Nel crepuscolo di un mondo, Mondadori, Milano;
_Coaloa R., Robert Musil. «Gli uomini di qualità vengono da Berlino», 03-03-2015;

 

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I Fisiocratici: il contadino vale più dell’oro

I Fisiocratici: il contadino vale più dell’oro

di Liliane Jessica Tami del 03/08/2020

Per approfondimenti:

_Il libro dell’economia, ed. Gribaudo, Milano, 2018;
_John Kenneth Galbraith, Storia dell’economia, ed. Bur, Milano, 2018.

 

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Amedeo Guillet e i miracoli di Allah

Amedeo Guillet e i miracoli di Allah

di Giuseppe Baiocchi  del 29-07-2020

Nato nel 1909 a Piacenza da famiglia aristocratica, con una lunga tradizione militare, il barone Amedeo Guillet è un brillante gentiluomo che conduce una vita spensierata tra ricevimenti, incontri galanti e gare di equitazione. Divenuto sottotenente nel 1931, dopo aver studiato all’accademia militare di Modena, entra ben presto nella squadra italiana equestre selezionata per le olimpiadi del 1936 a Berlino, nella Germania nazista di Hitler. Tutto sembra scritto per Amedeo, quando nell’inverno del 1934 gli eventi precipitano e Mussolini annuncia al mondo le sue mire coloniali in Africa orientale: in poche settimane l’Italia si ritrova in uniforme.
Guillet non è un membro della rivoluzione fascista, ma il patriottismo e la fedeltà alla casa Savoia hanno il sopravvento inducendolo a lasciare la sua vita comoda e agiata per un’avventura dagli esiti imprevedibili, in nome di una guerra lontana. Nell’Agosto del 1935 Amedeo Guillet arriva nel Corno d’Africa e per il giovane italiano è l’inizio di un’ avventura che durerà otto anni.
amedeo-guillet

Amedeo Guillet, noto anche con il nome di Ahmed Abdallah Al Redai (احمد عبد الله‎). Nato a Piacenza il 7 febbraio 1909 e deceduto a Roma il 16 giugno del 2010, è stato un ufficiale, guerrigliero e diplomatico italiano.

Le ostilità iniziano il 3 ottobre 1935 quando le truppe italiane varcano il confine tra Eritrea ed Etiopia, cogliendo di sorpresa le truppe del Negus, Hailè Selassiè.
Il tenente Guillet è a capo di un contingente di duecento combattenti libici, in maggioranza beduini, chiamati “Spahis”: soldati mercenari che combattono con il proprio cavallo e le proprie armi per 10 lire al giorno. Il Barone conquisterà la loro fiducia, apprendendo la loro lingua e trattandoli come fratelli. Instaurerà con loro quella correttezza e serietà reciproca, tanto che uno dei suoi spahis gli salverà la vita nel suo primo combattimento durante la campagna. Nel conflitto si distinguerà per un sanguinoso corpo a corpo con il nemico, salvandosi miracolosamente per ben due volte da morte certa.
L’avanzata dell’esercito italiano appare inesorabile: corre il cinque maggio del 1936 e le truppe di Badoglio entrano ad Addis Abeba. Quattro giorni dopo le milizie del generale Rodolfo Graziani occupano Dire Dawa: la guerra è finita, l’Etiopia è italiana e Adua vendicata. Amedeo Guillet torna in patria dove gli verrà conferita la sua prima medaglia.

A sinistra disegno di uno Spahis libico. A destra il tenente Guillet insieme ad uno Spahis.

La vittoria in Etiopia segna il trionfo del fascismo, ma Amedeo Guillet non è ad Addis Abeba per festeggiare l’arrivo delle truppe italiane: da Roma gli si ordina di recarsi in Libia, nella bianca Tripoli fatta edificare in gran parte dal governatore Italo Balbo. E’ proprio quest’ultimo a chiedere a Guillet di organizzare la solenne cerimonia per l’arrivo in Libia di Benito Mussolini, essendo stato nominato organizzatore e responsabile della parte equestre della cerimonia.
Il piacentino provvede al reperimento e all’addestramento dei cavalli che monteranno il Duce e i gerarchi al suo seguito: la cerimonia prevede che il Capo del Governo, seguito da Achille Starace e dagli altri fascisti, attraversi a cavallo la città, salga sulla collina e sollevi solennemente in aria la cosìdetta “spada dell’Islam” (fatta forgiare a Firenze). Quello che agli occhi contemporanei potrebbe essere inteso come un eclatante gesto propagandistico del regime aveva uno scopo ben preciso. Nel 1934, Mussolini avviò una politica di incoraggiamento nei confronti della religione islamica, definendo le popolazioni locali “musulmani italiani della quarta sponda d’Italia”, adoperandosi in prima persona per far costruire e restaurare scuole coraniche e moschee, installando strutture per i pellegrini diretti alla Mecca, ordinando l’edificazione a Tripoli di una Scuola Superiore di Cultura Islamica.

Il 20 marzo 1937, nei pressi di Tripoli, Mussolini, benché firmatario dei Patti Lateranensi con la Chiesa, decise di farsi conferire il titolo di protettore dell’islam. Secondo l’interpretazione del Duce, essendo subentrato in Libia il governo italiano al posto di quello ottomano, tale titolo gli spettava di diritto in quanto, in qualche modo, erede dell’autorità del califfo.

Come leggere oggi questo gesto umanitario, da parte di un totalitarismo che nel 1938 avrebbe promulgato, per scelte geopolitiche, le leggi razziali? Ebbene il  fascismo (dopo l’embargo) insieme ad alcuni settori del mondo islamico riconoscevano nella Francia, nel Regno Unito dei nemici comuni e il regime voleva sfruttare tale fattore a proprio vantaggio. Questa unione era venuta alla luce dopo gli accordi sanciti dal trattato di Versailles del 1919, dominato dalle potenze definite “plutocratiche” franco-anglo-americane le quali non avevano soddisfatto pienamente né le richieste avanzate dal Regno d’Italia, né quelle avanzate dal mondo islamico.
Dopo i trionfi di Tripoli, il nostro protagonista torna in Italia per essere operato alla mano ferita, in un paese che si dibatte fra le sanzioni economiche e l’autarchia.
Nella convalescenza napoletana, dagli zii, ritrova una delle sue cugine: Beatrice Gandolfo. Per tutti Bice, conosciuta da bambina, questa ormai  ha 18 anni ed è divenuta affascinante. Dopo una rapida frequentazione i due non hanno dubbi: vogliono sposarsi.
Ancora una volta nella vita del Barone un imprevisto: il governo fascista promulga la “legge matrimoniale” stabilendo come, per i dipendenti pubblici (quindi anche gli ufficiali militari), il matrimonio debba fungere come elemento obbligatorio per l’avanzamento ad incarichi superiori. Guillet, che non aveva mai voluto sposarsi fino a quel momento, comprende che maritarsi con sua cugina semplificherebbe la sua ascesa militare. Contrariamente Amedeo decide di non ottemperare il matrimonio con Beatrice per una mera questione di onore e lealtà verso questa, non volendo approfittare del rito per effettuare l’avanzamento di carriera. Prometterà alla sua futura moglie il matrimonio, solo dopo la sua promozione. Esiste solo una strada per l’avanzamento di grado: quella dell’acquisizione del merito sul campo di battaglia. Arriva la giusta occasione con la guerra del generalissimo Franco in Spagna. Nell’agosto del 1937 accetta la proposta del generale Luigi Frusci, comandante della Divisione Fiamme Nere di prender parte alla spedizione di sostegno italiana ai nazionalisti nella guerra civile spagnola (1936-1939).
Asserirà sulla guerra spagnola: “non ero un fascista, ma ho fatto la guerra di Spagna e direi che la rifarei perché altrimenti tutta e dico tutta la Spagna, sarebbe diventata comunista. Io non sono contro a questo e quello, ma la Spagna comunista non la vedo di buon occhio né per l’Italia, né per l’Europa”.
L’Italia del governo fascista non dichiara ufficialmente guerra alla Spagna per ragioni diplomatiche, ma invia reparti sotto la dicitura “Corpo Truppe volontarie” – un vero e proprio esercito nella realtà.  Guillet, con a capo uno squadrone di arditi, organizza i primi camuffamenti: vestito con pantaloni alla zuava e scarponi da montagna si introduce nella penisola iberica sotto falso nome, spacciandosi come “Alonso Grazioso“. Guiderà eroicamente l’assalto di San Pedro de Romeral permettendo la conquista di Santander e sarà lo stesso Francisco Franco a premiare il suo valore con medaglie e decorazioni. Dopo otto mesi, essendo ferito ad una gamba, per il tenente arriva il momento di tornare in Africa. Ricoverato allo ospedale di Tripoli, Amedeo conosce una giovane libica ebrea che studia medicina. Per le nuove leggi razziali, volute dal regime, deve lasciare l’Università. Per Guillet tutto ciò risulta intollerabile e l’ufficiale chiederà aiuto addirittura ad italo Balbo, riuscendo alla fine ad aiutare la ragazza. In questo frangente in Guillet si è spezzato qualcosa. Inizia a mettere in discussione i dogmi del regime in nome di una giustizia regia superiore, morale.
Amedeo Guillet è un uomo libero che si oppone alle ingiustizie e la sua indole generosa gli permette di costruire un rapporto privilegiato con le popolazioni indigene.
Nel 1939 deve tornare in Africa Orientale, nel frattempo sotto l’amministrazione di Amedeo Savoia Duca D’Aosta. Per le sue grandi doti umane, il piacentino viene scelto per una missione delicatissima: il vicerè d’Etiopia, offre a Guillet  il comando di un reparto indigeno: avrà il compito di portare ordine e legalità in una vasta area infestata da bande guerriere e predoni.

Nella foto si sinistra: il Barone Amedeo Guillet (di spalle) riceve istruzioni dal Viceré D’Etiopia Amedeo Savoia Duca D’Aosta nella zona di Amba Ghiorghis sui monti etiopi del Semièn, vicino all’attuale città etiope di Shire sul confine dell’Eritrea. Nella immagine di destra, mappa politica dell’Impero coloniale italiano nel 1939.

Il tenente tornando in Eritrea trova un paese molto diverso da quello lasciato: l’Italia aveva cambiato il volto della sua stessa colonia. Asmara è simile alla sua patria, gli eritrei sono affezionati agli italiani, un affetto che non trova similitudini in Libia, dove la situazione è molto diversa.  Guillet assume ora il controllo del territorio. In una delle sue quotidiane ronde a cavallo, il gruppo squadroni Amhara torna dal recupero di alcuni capi bestiame rubati. Il capo indigeno, felicissimo del recupero, ospita il suo reggimento, ed è qui che il Barone conoscerà la bellissima Khadija, la figlia del capo-villaggio. La ragazza vuole sposare un capo-guerriero e la passione per Guillet esplode subitanea. Amedeo si congeda, ma alcuni uomini lo seguono: vogliono arruolarsi e diventare suoi soldati; anche Khadija si unisce al gruppo, decisa a condividere la guerra di Guillet. La bella indigena cerca in ogni modo di attirare la sua attenzione, ma il comandante la tratta con distacco. Un giorno, complice la morte di un commilitone, Amedeo sconfortato, cede alle lusinghe della donna, la quale da quel momento diventa la sua compagna.
Con a suo fianco Khadija e sempre accompagnato dalla sua banda di fedelissimi, il tenente Guillet prosegue la sua missione.
Qualcosa in lui sta già cambiando, questa guerra gli appare insensata, lontana dai principi appresi in accademia. Le sue convinzioni vacillano, non si riconosce più nell’ immagine del perfetto soldato italiano. Il giovane ufficiale inizia così a prendere decisioni impensabili: una volta catturata la banda del principale guerrigliero del Negus, deciderà di sua iniziativa di sovvertire il regolamento, che asseriva come “Qualunque ribelle armato deve essere passato per le armi”.
Il Barone osserva i volti fieri di quei nemici, decide di risparmiarli, proponendo loro di arruolarsi nei suoi reparti e di diventare suoi soldati: Chi non vuol venire, può non venire, chi vuol venire viene ma il primo che tradisce lo uccido. Chiedo scusa, ma io ho parlato così” si espresse Amedeo in una intervista Rai di quasi dieci anni fa.
Queste decisioni verranno tacitamente accettate da Amedeo Savoia Duca d’Aosta, che conosce la bravura del suo comandante e vi si affida pienamente.
Il Viceré deciderà, addirittura, di creare un intero reggimento di cavalleria indigena: un’unità speciale autonoma e di grande impatto, incaricando nuovamente Guillet, il suo uomo migliore. In un mese e mezzo Amedeo darà vita al “Gruppo Bande Amhara a cavallo” comprendente combattenti diversissimi per etnia, religione e tradizioni, un’amalgama inconsueta che soltanto un grande conoscitore di uomini come il piacentino, poteva riuscire a governare.

La foto a sinistra ritrae il Barone Amedeo Guillet nel 1940 agli ordini della sua “Banda Amhara a cavallo” in operazione di guerra. A sinistra il logo del gruppo armato indigeno.

Nel frattempo il mondo scivola inesorabile verso la seconda guerra mondiale: il 10 giugno del 1940 l’Italia entra in guerra.
L’Africa Orientale italiana nel 1940 non era preparata per sostenere una guerra prolungata. Le scorte disponibili erano valutabili in 6 mesi e la colonia era nell’impossibilità di ricevere rifornimenti. La consistenza numerica delle truppe era decisamente superiore a quella del nemico, ma la scarsità di mezzi e materiali era gravissima. Per tali motivi le operazioni offensive si limitarono all’occupazione della città di Cassala (4 luglio 1940), venti chilometri oltre la frontiera Eritrea in Sudan e successivamente alla conquista della Somalia britannica e francese. Nonostante ciò, fu subito chiaro quanto la situazione dell’esercito coloniale italiano in Africa Orientale fosse disperata, visti i ritardi dell’operazione Leone Marino (l’invasione dell’Inghilterra da parte dei tedeschi) e gli scarsi progressi in Africa Occidentale da parte del generale Graziani. Le forze in Africa Orientale sarebbero state alla mercé di un nemico che riceveva con continuità aiuti e rifornimenti.
Cassala era stata presa come primo obbiettivo di una strategia di conquista di parte del Sudan, rivelatasi poi velleitaria a causa dell’inferiorità, soprattutto qualitativa in mezzi meccanizzati rispetto all’esercito inglese. Nel gennaio del 1941, incapaci di resistere alla pressione britannica, le truppe coloniali italiane dell’Africa orientale, tallonate dal vicino nemico, si ritirarono ordinatamente in direzione Agordat per tentare una prima difesa, attestando le truppe, circa 17.000 uomini, sulla linea Cherù – Aicota. I tre giorni di aspri combattimenti, consentiranno al Regio esercito di respingere gli attacchi dei reparti inglesi sulla direttrice di Cherù e su quella di Aicota.
A questo punto, il comandante dello scacchiere nord, generale Luigi Frusci (già comandante di Guillet in Spagna), ordinò il ripiegamento su Agordat, commettendo un gravissimo errore di valutazione: le truppe inglesi, per lo più meccanizzate, al contrario di quelle italiane appiedate, riuscirono ad attaccare separatamente le due colonne in ripiegamento, arrecando gravissime perdite. I “tank” Matilda MK II, sbilanciavano la situazione verso la vittoria britannica, poichè tali carri armati erano invulnerabili all’artiglieria italiana. Il Regio esercito ripiegò in disordine per sfuggire al contatto con i carri armati inglesi. 
Il 21 gennaio, durante il ripiegamento delle truppe italiane verso le posizioni fortificate di Agordat, Amedeo Guillet entra nella leggenda: gli viene chiesto di rallentare il nemico di un nutrito reparto esplorante: “la Gazelle Force” per permettere all’esercito in rotta di arrivare alle montagne e riordinarsi.
Così racconta l’ufficiale britannico della gazelle Force: “Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalleria indigena, guidata da un ufficiale su un cavallo bianco, la caricò da Nord, piombando giù dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati galopparono fino a trenta metri dai nostri cannoni, sparando dalla sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri cannoni, voltati a 180 gradi sparavano a zero. Le granate scivolavano sul terreno senza esplodere, mentre alcune squarciavano addirittura il petto dei cavalli. Ma prima che quella carica di pazzi potesse essere fermata, i nostri dovettero ricorrere alle mitragliatrici”.
La carica della cavalleria, portò lo scompiglio fra i terrorizzati soldati anglo-indiani. Le cariche sono diverse e nella seconda carica l’esercito anglo-indiano è scompaginato nello schieramento. L’azione spericolata è un’ idea geniale, molto coraggiosa: attaccare nel mezzo dello schieramento, facendo affidamento sul fatto che le mitragliatrici e l’artiglieria  non potevano sparare senza rischiare di colpire la fanteria indiana, coinvolta all’arma bianca. 

Nella cartina di sinistra, movimenti del Regio esercito nelle operazioni in Africa Orientale. Nella foto di centro il tenente Renato Togni, nato a Frascati (Roma) autore dell’eroica “carica di alleggerimento”. A destra: soldati italiana battono in ritirata nel marzo del 1941.

Nel combattimento, eroica la carica del tenente di Cavalleria Renato Togni (medaglia d’oro al Valore Militare alla memoria) vice-comandante del gruppo e amico personale di Amedeo. Togni accortosi, dopo il successo della prima carica, che tre carri Matilda stavano per prendere alle spalle Guillet, carica con i suoi trenta cavalleggeri. Salvò la situazione, ma rimase ucciso giungendo a ridosso dei mezzi inglesi, falciato da una scarica di mitragliatrice, cadde sul cofano di un carro britannico. Quel giorno il Gruppo Bande Amhara ebbe 176 morti, la perdita di 100 cavalli e 260 feriti.
Nonostante le pesanti perdite subite dal nemico (nel frattempo riavutosi dalla sorpresa), il tenente Barone Guillet ottiene una importante vittoria, permettendo alle truppe italiane in ritirata di raggiungere indisturbate gli altipiani etiopi dove i carri armati britannici non potevano raggiungerli. Quella di Amedeo Guillet fu l’ultima carica di cavalleria nella storia militare dell’Africa.
Gli eventi precipitano anche in Africa del Nord, dove il cinque gennaio del 1941 gli inglesi spezzano il fronte italiano e riconquistano Sīdī Barrānī in Libia (Presa dal generale Bergonzoli il 16 Settembre del 1940). All’inizio del 1941 l’avanzata dell’esercito inglese sta ormai travolgendo le truppe italiane in Africa orientale. Dopo sei giorni di resistenza nella gola di Ad Teclesan in Eritrea, l’esercito italiano viene spazzato via dal nemico: è la disfatta. Gli italiani si arrendono e lasciano Asmara agli inglesi.

Scatto sulla strada per Sīdī Barrānī. Truppe inglesi avanzano verso il territorio italiano in Libia. ©Recolored-war in colour.

Nell’Aprile del 1941, le truppe britanniche conquistano l’Eritrea: l’Italia non ha più il suo Impero e l’esercito italiano è costretto alla ritirata. Nel caos che ne consegue gli indigeni disertano, i civili fuggono. Il tenente Guillet ferito ad un piede, si rende conto di essere isolato dal resto dell’esercito italiano e contemporaneamente dimenticato dal nemico. Così rimasto solo con un centinaio di soldati indigeni a cavallo, decide di non arrendersi e sulla sua testa arriverà presto una taglia di mille sterline d’oro: vivo o morto. Dismessa l’uniforme militare, il tenente indossa il turbante e la futa, tipica dell’abbigliamento indigeno, i tratti del volto mediterranei e la conoscenza perfetta della lingua araba lo aiutano a cambiare identità: il suo nuovo nome è Ahmed Abdallah al Redai. Ha con sé la sua compagna indigena e alcuni suoi fedeli combattenti: la sua guerra diviene una guerriglia facendo nascere il mito del “Comandante Diavolo” (Cummandar es Shaitan).
Io mi considero l’uomo più fortunato che abbia mai visto (…) naturalmente ho sofferto, ma la fortuna si paga” queste sono state le parole di Amedeo Guillet, una vera e propria leggenda italiana, un eroe per questo paese, oggi quasi sconosciuto. 
Una scelta difficile quella di rimanere in territorio africano, ma decisa.  Il tenente italiano pensava che finché avesse combattuto in Eritrea, avrebbe trattenuto le truppe inglesi, che altrimenti sarebbero finite in Libia, ma il diritto internazionale di guerra non prevedeva che una parte di un esercito nemico sconfitto o arreso, potesse continuare un conflitto, dopo la firma della resa da parte del generale. Il comandante firmando per tutti, compresi gli ufficiali, aveva decretato la sconfitta.
Amedeo ha in mente una strategia precisa: far credere che gli italiani sono ancora in grado di reagire, per nulla sfiancati dal conflitto e capaci di negoziare con determinazione un ruolo in Africa. Per il tenente Amedeo Guillet inizia una nuova guerra: la sua guerra privata africana.
Cacciati gli italiani, il Negus torna in Etiopia (da ricordare come il negus ristabilì la schiavitù del suo stato feudale) e ha l’obiettivo, sempre sognato, di annettere l’Eritrea avvalendosi del contributo strategico inglese. Amedeo non ha intenzione di abbandonare la causa e cerca di infiammare gli animi eritrei, facendo leva sui sentimenti anti-etiopico. Il nostro uomo riarma dunque i volontari che hanno avuto l’intenzione di seguirlo e lo fa sfruttando le caserme abbandonate del Regio Esercito che non sono state prese in consegna ancora dai britannici. Guillet in breve tempo diventa un eroe nazionale eritreo, idolatrato dai soldati che in lui vedono un combattente vicino alla cultura eritrea: coraggio, devozione, sacrificio sono i valori universali che scatenano il consenso tra le truppe. Nel nome di questi valori i suoi uomini lo seguiranno ovunque: nessuno di loro tradirà mai il leggendario “comandante diavolo“.
Vivendo costantemente sotto falsa identità di semplice “yemenita” rimasto bloccato in Africa dopo il crollo dell’impero italiano, in Guillet avviene una conversione interiore: inizia a pregare cinque volte al giorno come un musulmano, crede in Dio ma non dà peso al rito devozionale cattolico.
Il tenente italiano non è più l’uomo arrivato nel 1940 in Africa: non è più un italiano, non è più un ufficiale, non è più un cattolico. Si è spogliato della sua identità: è diventato un indigeno tra gli indigeni, come la figura leggendaria di Lawrence d’Arabia. Ma a differenza dell’inglese che aveva un impero alle spalle ed era foraggiato da milioni di sterline d’oro, con cui poteva comprare la fedeltà delle bande arabe che lo portarono ad occupare la città di Aqaba, Amedeo Guillet non ebbe denaro e sostegno da nessuna forza politica. Il piacentino Guillet, travestito di tutto punto, condusse le sue bande eritree in una lotta contro i britannici senza quartiere e senza esclusioni di colpi: sabotò ferrovie, linee telegrafiche, fece saltare ponti, saccheggiò depositi militari; fu una guerriglia che non dette tregua. Le azioni della sua banda vennero considerate inizialmente opera di fuorilegge locali, poi la stampa (sempre in cerca di notizie) iniziò a comprendere l’importanza del soldato italiano, iniziando a ricamare merletti intorno al mito del “comandante diavolo” e attorno alle sue gesta: capaci in una carica di cavalleria di sconfiggere i carri armati di sua maestà britannica.
Qui scese inesorabile il velo della censura inglese: tutto venne inserito in un rapporto “Top Secret” dagli agenti britannici, che consideravano prioritario eliminare Guillet. Con la sua morte, la ribellione eritrea sarebbe scemata e il Negus avrebbe potuto espandere i propri domini.
Il capo dell’Intelligence inglese in Africa Orientale è a quel tempo il maggiore Max Harari, il quale bracca sempre più il Barone Amedeo Guillet. L’alta taglia messa sopra la sua testa lo rende una preda appetitosa per i cacciatore di taglie arabe, ma nessuno intende tradirlo, nè lo tradirà mai. 
Amedeo si recherà, travestito da arabo, al presidio britannico in Eritrea denunciando l’avvistamento di se stesso in altri luoghi, depistando così le indagini dell’Intelligence. Mai fu riconosciuto o catturato (intascò anche i soldi della taglia) nessuno comprese mai che sotto i panni del delatore indigeno si celava il nemico.
Guillet dunque non si arrende anche se braccato, continua a combattere e si permette perfino di prendersi gioco dei servizi segreti inglesi.
Ma la storia di Guillet non è un frutto del caso, Amedeo ha una disciplina ed un’ educazione ferrea che, unite ad una vasta cultura e intelligenza, lo portano a diventare il genio che conosciamo. Il maggiore Max Harari, nel frattempo, interroga chiunque lo abbia conosciuto: raccoglie metodicamente qualsiasi informazione, documento o pettegolezzo che lo riguardi. Oramai Guillet sa di avere i giorni contati, la messa in scena con gli inglesi non può continuare ancora a lungo, le ferite riportate in diverse battaglie e le febbri malariche lo stanno stremando e saranno i suoi stessi uomini a convincerlo a curarsi. Una volta catturato l’italiano, anche la loro guerriglia sarebbe precpitata verso una rapida fine. Nel rassegnato dolore Amedeo Guillet scioglie la banda e cerca di recarsi in Yemen. Lascerà anche la sua donna Khadija, tra le lacrime, rimanendo solo. Accompagnerà l’italiano solo lo yemenita Daifallah. I due uomini in poco tempo raggiungono Massaua, per poi ripartire.
Guillet e Daifallah durante il viaggio per lo Yemen, vengono buttati in mare dai contrabbandieri e sfuggendo ai pescecani raggiungeranno a nuoto la penisola di Buri, addentrandosi nel deserto della Dancalia, dove stanchi e affamati verranno malmenati da alcuni pastori nomadi e lasciati in fin di vita, vicino ad un pozzo. Durante la notte verranno salvati da un mercante che fu scambiato da Guillet per un angelo dell’aldilà. Il tenente era in preda alle allucinazioni.
Al Sayed Ibrahim al Yemani, come un buon samaritano, sfama e disseta i due sventurati e li accoglie nella sua casa. Guillet dopo essersi ripreso decide di tentare nuovamente la strada per lo Yemen. Giunto nuovamente a Massaua: spacciandosi per uno yemenita malato di mente, riesce ad ottenere il permesso per un passaggio regolare. Alla fine del dicembre del 1941, finalmente arriva nel porto di Hodèida dove pronuncerà le parole che lo consacreranno alla fede islamica: “non vi è altro Dio all’infuori di Dio e Maometto è il mio profeta”. Gli yemeniti si insospettiscono: credendolo una spia inglese lo incarcerano. Saranno proprio gli inglesi, nel frattempo venuti a sapere di Guillet, a volere la sua estradizione. L’Imam Ahmed Ibn Yahia, vicino politicamente allo Stato italiano, lo libera e lo promuove Gran Maniscalco di corte.

A sinistra Guillet in abiti arabi. A destra l’Imam yemenita Ahmed Ibn Yahia.

Tra l’Imam e Amedeo nasce un rapporto di stima, il sovrano lo fa curare è gli elargisce uno stipendio da colonnello. Dopo un anno trascorso nello Yemen, per l’italiano è tempo di ripartire: gli inglesi mettono una nave della crociera a disposizione di tutti i civili italiani che vogliono tornare in patria. Guillet non si lascia sfuggire l’occasione, passando ancora una volta sotto al naso dei britannici, imbarcandosi clandestinamente al porto di Massaua. Guillet viaggierà nascosto nel manicomio della nave per 40 giorni di navigazione, compiendo il periplo dell’Africa, arrivando in Italia il 2 settembre del 1943. Dopo anni di guerre, avventure e peripezie, Amedeo Guillet è di nuovo a casa, ma l’Italia che trova è un paese allo sbando: siamo alle porte della guerra civile. Amedeo è già maggiore, la sua ambita promozione l’ha ottenuta da tempo, ma nessuno era riuscito a comunicarglielo. Possiede una sola idea: mantenere la parola data ai guerrieri che lo stanno aspettando in Africa. Per questo motivo tiene segreta la sua presenza verso i familiari che lo stanno aspettando, compresa la sua promessa sposa Beatrice Gandolfo. La scelta del Barone è quella della via più difficile, la più illogica, la meno conveniente: continuare a combattere. Chiede di essere inviato e paracadutato in Etiopia, in modo da poter ricontattare le tribù a lui fedeli e continuare così la guerriglia. Il ministero della guerra autorizza il Barone piacentino ad attuare il suo piano in Etiopia, ma in pochi giorni si arriva all’otto settembre. L’Italia è nel caos con i nemici inglesi che diventano alleati. Al quartier generale Guillet trova le porte sbarrate, ma non si arrende. Ha giurato fedeltà al Re che vuole intercettare. Il sovrano è fuggito da Roma e si è recato a Brindisi. Solo lui può scioglierlo dal suo impegno e restituirlo alla vita civile. Qui si denota come la monarchia è l’unico faro, l’unica luce che guida Amedeo attraverso l’Italia divisa in due, alla ricerca del monarca.

Amedeo arriva a Brindisi e dialoga con Vittorio Emanuele III il quale, ascoltata la sua storia, asserisce: “Lei ha fatto il suo dovere, le sono molto grato. Si ricordi che noi passiamo, ma l’Italia rimane e bisogna sempre servirla in ogni modo, perché la cosa più grande che possiamo avere è la nostra patria”.
Tornato a casa, Amedeo Guillet si riunisce a Beatrice Gandolfo, non prima di averla informata del suo trascorso africano.
A Napoli, il 21 settembre 1944 il “comandante diavolo” si sposa. Dal matrimonio nasceranno due figli: Paolo e Alfredo. A soli 37 anni Guillet viene promosso generale. Passano due anni e l’Italia è già Repubblica. Per Amedeo la carriera militare non ha più senso, ma sciolto dal vincolo di fedeltà voluto da Umberto II, accetterà di lavorare con i servizi segreti militari: le sue conoscenze linguistiche facevano di lui un operatore di grande valore e affidamento.

Le due donne della vita di Amedeo: Khadija e Beatrice Gandolfo.

Guillet tornerà anni dopo in Eritrea, in missione per lo Stato italiano, e avrà modo di rincontrarsi con Khadija per volere soprattutto di Beatrice. Sua moglie voleva ringraziare l’africana per essersi presa cura del marito, facendole avere in dono un bracciale. Amedeo e Khadija si incontrano in una sala da tè: entrambi sanno che quella è l’ultima volta che si vedranno. Si trattengono alcune ora senza parlare. L’africana lo saluterà stringendo il bracciale della moglie con grande dignità e fierezza.
Con questo viaggio in Africa, la storia di Amedeo Guillet sembra conclusa ed invece negli anni cinquanta Guillet decide di sfruttare l’esperienza e le conoscenze accumulate: inizierà la carriera diplomatica insieme alla moglie Beatrice Gandolfo. Sarà ambasciatore d’Italia in Egitto (1950), in Yemen (1952), in Giordania (1962), in Marocco (1968) e in India (1971).
Il singolare destino di Amedei Guillet è quello di trovarsi in situazioni estreme, sempre accompagnato dalla sua proverbiale fortuna. Sopravvissuto illeso a due incidenti aerei nella stessa giornata, sarà anche testimone diretto e indenne di ben due colpi di stato, sia in Yemen che in Marocco. Senza farsi scoraggiare dalle difficoltà, l’ambasciatore Guillet promosse il dialogo tra cristiani, ebrei e musulmani: custodiva nella propria casa, la reliquia di una spina della corona di Cristo, mentre nella sua scuderia si trovava l’ultimo discendente del cavallo di Maometto. Dettagli simbolici, certo, ma indici di valori concreti.
Amedeo ha vissuto gli ultimi anni in Irlanda, la patria dei suoi antichi nemici. Diventò fraterno amico di Max Harari, il maggiore che nel 1941 gli aveva dato la caccia. Vittorio Dan Segre divenne suo biografo. Nel novembre del 2000 il capo dello Stato italiano Carlo Azelio Ciampi conferisce al generale Amedeo Guillet la massima onorificenza italiana: la Gran Croce dell’ordine militare della Repubblica.

Il Barone Amedeo Guillet in età avanzata, dopo aver ricevuto l’onoreficenza nel 2000.

A 91 anni Amedeo torna in Africa per rivedere i luoghi della sua guerra e gli eritrei lo accolgono come un eroe, anzi come il primo patriota dell’indipendenza eritrea. E’ lo stesso presidente Isaias Afewerki ad ospitarlo con onori degni di un capo di stato.
Prima di concludere la sua vita a Roma il 16 giugno del 2010 all’età di 101 anni, Amedeo Guillet torna a trovare l’uomo che nel deserto della Dancalia gli salvò la vita: Al Sayed Ibrahim al Yemani. Il mercante non riconosce l’anziano italiano, rammaricandosi di non potergli offrire dell’acqua poiché il crollo del muro del pozzo ha reso quest’ultimo inutilizzabile. Accogliendo cordialmente l’ospite, gli narra la storia a chi lo viene a trovare: il salvataggio nel deserto di due yemeniti moribondi. Il vecchio mercante è sicuro che quegli uomini siano stati inviati da Allah, che spesso mette alla prova la fede e la carità dei suoi fedeli ponendo sul loro cammino eventi speciali e soprannaturali. Amedeo non ha dubbi: quel viandante yemenita di cui parla Al Sayed è lui. Amedeo sta per svelare la sua identità, ma non volendo distruggere il mito dei due forestieri inviati da Dio, tace.
Congedatosi Amedeo paga alcuni operai, che nella stessa notte aggiusteranno il pozzo del vecchio mercante, per far avere ad Al Sayed un’altra straordinaria novella da raccontare ai pellegrini del deserto. Quello stesso deserto dove si sono incrociati i destini di eroi senza nome e senza tempo: testimoni delle prodezze del tenente Guillet, delle scorrerie del comandante diavolo e dei miracoli di Allah.
 
Per approfondimenti:
_La guerra privata del tenente Guillet, di Vittorio Dan sagre – Edizioni Corbaccio;
_Gli italiani in africa orientale – la nostalgia delle colonie, di Angelo del Boca – Edizioni Mondadori;
_Gli italiani in africa orientale – la caduta dell’Impero, di Angelo del Boca – Edizioni  Mondadori;
_7 anni di guerra;
_Sebastain O’Kelly, Vita, avventure e amori di Amedeo Guillet un eroe italiano in Africa Orientale – Edizioni Rizzoli, Milano;
_Mario Mongelli, Amedeo Guillet un gentiluomo italiano senza tempo – Edizioni Rivista Militare, Roma 2007.
 
Un ringraziamento particolare al Dott. Emidio Ciabattoni per aver innescato quella scintilla che poi mi ha portato all’approfondimento dell’uomo Guillet.

 

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La poesia contemporanea del Paolanti: la trilogia delle ombre

La poesia contemporanea del Paolanti: la trilogia delle ombre

di Giuseppe Baiocchi del 29-06-2020

Umberto Piersanti, nel suo romanzo Cupo Tempo Gentile, descrive la realtà dei moti studenteschi. Il protagonista del romanzo, Andrea, percepisce invece, in questo turbine di sconvolgente rivolta verso la tradizione, il desiderio di preservare con la medesima un candido contatto, pur non nascondendo la fascinazione che egli stesso prova nel constatare l’entusiasmo dei giovani coinvolti nella protesta. Andrea viene accusato di essere un decadentista dai coetanei, impegnati e autoproclamati promotori dei dogmi del marxismo in una società che, a fatica e lentamente, comincia a prendere debito atto dell’affievolimento del dominio della borghesia alimentata dalla morale cattolica.

Umberto Piersanti (nato il 26 febbraio 1941) è un poeta italiano , scrittore di prosa, professore di sociologia della letteratura all’Università di Urbino , in Italia, ed editore della rivista letteraria Pelagos .

Il decadentismo di Andrea trova scaturigine dal suo amore per la poesia, per l’arte, per D’Annunzio e l’estetica.. Per tutte quelle cose che non trovavano posto nel nuovo paradigma ideologico che si impostava sul finire degli anni ’60 nel nostro Paese.

Invero, muovendo dal lontano ricordo degli eventi ammirevolmente sussunti nelle pagine del poeta Piersanti, pare opportuno interrogarsi se davvero la poesia si stia avviando verso la sua morte, avuto riguardo anche al fatto che, illo tempore, i maestri del Novecento si ritenevano, solo per essere artisti, figli di un’ideologia in decadenza. Tutto questo non sfuggì all’attenzione di Eugenio Montale in occasione del discorso tenuto a Stoccolma il 12 dicembre 1975, allorché si presentò per ritirare il premio Nobel per la letteratura conferitogli all’epoca: «Sono qui perché ho scritto poesie: sei volumi, oltre innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa, forse supponendo che il poeta sia un produttore di mercanzie e le macchine devono essere impiegate al massimo. Per fortuna la poesia non è una merce. Essa è una entità di cui si sa assai poco, tanto che due filosofi così diversi l’uno dall’altro come Croce, storicista idealista, e Gilson, cattolico, sono d’accordo nel ritenere impossibile una storia della poesia».

Non resta che chiedersi oggi, nel momento in cui il materialismo ha raggiunto il suo culmine storico, coadiuvato dal consumo sfrenato, unico motore antropologico ed esistenziale del nuovo millennio globalizzato, in una società ormai infetta da un relativismo che considera “decadente”, se non intirizzita, la tradizione (nella sua eccezione più ampia), la morale e l’etica (in qualunque declinazione la si voglia cogliere), cosa resta della poesia? Recarsi nelle librerie e tentare di consultare una raccolta di componimenti lirici – che non siano del secolo scorso o dei precedenti si intende – è inverosimilmente difficile. Non impossibile, ma comunque molto difficile. Le ragioni possono essere plurime e non vale la pena neppure sindacare su di esse, dopotutto ogni momento storico ha le sue regole, una consuetudine improntata alla convinzione della doverosità di determinate scelte.

Qualcuno resiste. In un “pezzo di cielo ad affogare i cattivi ricordi”, avrebbero cantato i Modena City Ramblers. C’è chi ancora oggi si proclama poeta, rivendicando con orgoglio questa appartenenza identitaria, frapposta, forse anche miseramente, ad una società materica e pretensiva dell’immediatezza in ogni archetipo logico-deduttivo. Quest’ultima tendenza, infatti, si contrappone alle tante forme di espressione artistica moderna, dal cinema alla televisione, saturi di programmi e contenuti scarsamente introspettivi e volti al depauperamento iconico della percezione emotiva, ponendo quale contropartita il gergo per-verbale (nel linguaggio di Lacan), desideroso di intuire l’inconscio rimanendo solido nell’Io, ma entusiasta della presenza dell’es in un complesso sistema neurologico che dai tempi di Freud è un mistero secondo soltanto alla concepibilità della trascendenza.

Qui trova posto Daniele Paolanti: giurista e avvocato nella vita, poeta e letterato nell’esistenza. Lo stesso Paolanti non ha mancato di precisare, in occasione delle presentazioni dei suoi volumi, la sua incondizionata adesione al dualismo di Sartre circa il binomio essere ed esistere. Ecco perché essere avvocato non preclude esistere come poeta, conducendo quindi una ricerca, tutt’altro che sistemica, nell’alveo di quella tradizione ingiustamente tanto vituperata. La prima opera pubblicata di Daniele Paolanti fu Le Ombre del Silenzio, edito nel 2018 da Artemia Nova Editrice e già da allora portatore di un buon successo nelle vendite (malgrado la poesia fosse ancora ritenuta di scarso intrattenimento). Il poeta annunciò sin da allora che la prima raccolta di canti sarebbe stata l’alfiere di una trilogia di opere che in quel momento trovava inizio: la trilogia delle ombre. «Le ombre sono speculari alla luce, esistono in quanto esiste una fonte luminosa. Sono la proiezione geometrica di qualcosa di appariscente, tangibile e percettibile, eppure alla vista si rivelano amorfe, spesso anche sinistre. Le ombre sono il compendio delle imperfezioni, del lato speculare al “sereno”, l’opposto della quiete placida, gli strani furori di Vittorini o lo spirito guerriero che dorme in Foscolo», così Paolanti giustificava la scelta  del tema delle Ombre per la trilogia inaugurata nel 2018, pochi mesi dopo la perdita del padre. L’autore si prodigava in una ricerca introspettiva e intimista, talvolta forse finanche troppo intimista, un’esposizione di sé che, quasi pudicamente, veniva celata con l’impiego di un linguaggio ermetico, spesso anche inaccessibile, ma saturo di immagini e richiami letterari, dai quali si percepiva l’intenzione di volersi esporre con cautela, un passo alla volta, quasi a centellinare il proprio “Io” nell’impossibile confronto con un insondabile “es”.

Nell’immagine le tre raccolte di poesie del poeta Paolanti (in foto). Le due copertine sulla sinistra sono già state pubblicate in questi due anni, “Le ombre dei desideri” sulla destra, sarà in uscita a settembre.

Nel giro di un anno negli scaffali delle librerie pervenne la seconda opera di Paolanti (nonché secondo capitolo della trilogia delle ombre), anch’esso sempre edito da Artemia Nova Editrice, nel 2019: Le Ombre del Dolore. Stavolta il poeta si spinge oltre la “quiete apparente”, il sonno inquieto dello spirito foscoliano e rivela la sua indole marcatamente pasoliniana. “Mi sono sempre definito un pasoliniano, sempre che questo mio pensiero non sia d’offesa alla sua memoria” riporta spesso Paolanti nelle sue osservazioni. Stavolta il fiume deborda dagli argini e sconfina in una pluralità di emozioni che giungono dirette, senza censure o filtri. Le immagini diventano più dure, il linguaggio si ammorbidisce ed i temi trattati (amore, morte, dolore passionale o per la perdita degli affetti) si lasciano titillare da una lettura spesso anche puerile e candida, scevra di una maturità che il poeta, pascolianamente, rinnega.

Ed ora la trilogia si conclude. A settembre Le Ombre si disperderanno con la pubblicazione del capitolo conclusivo, che Paolanti ha scelto di nominare “Le Ombre dei Desideri” e che uscirà nelle librerie sempre edito da Artemia Nova Editrice. Dai canti annunciati e resi disponibili in anteprima per la recensione si palesa un libro completamente diverso: l’esordio è tradizionale, quasi dantesco, con un lungo canto di derivazione biblica che l’autore prega venga mantenuto ancora segreto. Poi è tutta un’altra storia: il linguaggio si è ammorbidito, anche se taluni canti (soprattutto l’ultimo) tocchino temi estremamente duri, con immagini anche molto crude (spesso riprese dalle tragedie greche di Euripide), eppure si è scelto un titolo diverso rispetto a quello che i lettori si aspettavano: in tantissimi credevano, forse anche indotti in tal senso dallo stesso Paolanti, che il capitolo conclusivo della trilogia sarebbe stato intitolato “Le Ombre della Morte”. Eppure no. Paolanti sceglie Lacan, il desiderio, l’esteriorizzazione di quanto interiorizzato e commistionato al proprio “io”. Per non parlare poi della scelta, quasi maniacale, di proporre sempre l’immagine dei fiori, da cui scaturiscono una serie consistente di componimenti: “i fiori sono la metafora perfetta dell’esistenza umana: fragile e meravigliosa”, si giustifica Paolanti. In copertina, rilevata in esclusiva in questa sede per la prima volta, è riportato il dipinto di Caravaggio “La Conversione di San Paolo”, circa la quale l’autore non commenta altro se non “forse cambierò anche io dopo questa opera”. Dopotutto Paolanti ha già annunciato pubblicamente di essere al lavoro su una nuova trilogia, complementare a quella appena conclusa, che stavolta avrà ad oggetto proprio la parte speculare delle ombre: la luce.

Per ora l’autore si propone così, come un poeta pasoliniano aggrappato ad una tradizione che resiste ancora al relativismo della modernità. Singolare, in argomento, la sua ultima dichiarazione sui social circa il proprio stile: «Da poeta contemporaneo non ho quasi mai provato invidia verso scrittori, solo mesta e profonda riconoscenza, gratitudine o qualcosa di simile. Eppure sono invidioso di qualcuno. No. Non è il corsaro friulano (Pasolini, ndr), che verosimilmente eleggerei a mia guida se dovessi compiere un viaggio ultraterreno di matrice dantesca. Ho sempre invidiato Leonardo Sciascia. Vero è che non sono un romanziere, sono pochi i contributi che ho lasciato in prosa ed io stesso mi considero uno scrittore di versi. Ma a Sciascia invidio davvero tutto. L’eccellenza di Sciascia è l’essenza nella scrittura.. La penna non va fatta scorrere, va educata, costretta a contenersi all’indispensabile, alla ricerca di quelle pochissime paroline che la cultura siciliana ci insegna possano bastare per raccontare un’infinità di cose».

Sciascia e Paolo Borsellino (25 gennaio 1988).

Attendiamo quindi la pubblicazione di questa nuova opera, con la speranza di conoscere di più circa le intenzioni dell’autore, anche per il futuro.

 

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Idea e idealizzazione: la bellezza nell’antica Grecia

Idea e idealizzazione: la bellezza nell’antica Grecia

di Ado Brandimarte del 18-05-2020

L’origine mitologica della stirpe greca affonda le proprie radici in un’antichità dove la notte era oscura, cioè non ancora illuminata dalle candide riflessioni dei corpi celesti; il maggior vanto del popolo ellenico infatti, era quello di ritenersi più antico della Luna. Fu forse questo uno dei motivi che spinse gli artisti del passato a caratterizzare i loro personaggi ricercandone la dignità spirituale, evitando le azioni provocate da orrore o da lamento.

La vera difficoltà quindi, non consisteva solamente nella mimesis come imitazione mimetica della realtà, ma nel saper interpretare ed astrarre le forme in modo da non «rappresentare bene degli oggetti, ma di rappresentare dei begli oggetti»1.

Gli stili storicamente individuabili dell’arte greca sono molteplici, così come le influenze delle culture esotiche che, a causa di migrazioni e commerci, pervennero in specifiche zone assumendo gusti estetici differenti. Queste tendenze rappresentative vantarono aspetti formali ed ideali molto diversi, e tuttavia per gli storici, convenzionalmente intorno al 450 a.C. la figurazione ellenica raggiunse la maturità dello «Stile Classico» in tutta la Grecia. La legge suprema degli artisti greci era quella di ritrarre le persone somiglianti e, nel contempo più belle; questo fa supporre che si aspirasse alla rappresentazione di una natura superiore. Nelle dee e negli dei ad esempio, la fronte ed il naso formavano quasi una linea retta, ma Winckelmann ci mette di fronte anche all’ipotesi che queste forme fossero realmente diffuse tra le fisionomie greche antiche2.

Come affermò lo storico e archeologo dell’arte Johann Joachim Winckelmann (1717 – 68): «La generale e principale caratteristica dei capolavori greci è una nobile semplicità e quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione. Come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie, l’espressione delle figure greche, per quanto agitate da passioni, mostra sempre un’anima grande e posata».

Nelle antiche statue i movimenti delle mani sono spontanei ed agiscono rifugiando la teatralità, e sebbene poche mani antiche si siano conservate, Édouard Pommier (1925 – 2018) in «Più antichi della Luna», ci spiega come questa caratteristica si possa facilmente dedurre dalla direzione e dall’impostazione delle braccia. Nelle posture e negli atteggiamenti delle antiche sculture, le emozioni non vengono espresse ma lasciate trasparire, manifestate internamente con espressioni sempre pregnanti di nobiltà emotiva. I capolavori degli antichi ci mostrano una pelle che sembra lievemente distesa sopra una carne sana, seguendone i movimenti flessuosi senza mai formare piccole pieghe isolate troppo marcate, come quelle che poi verranno eseguite dagli artisti del neoclassicismo. Umberto Eco, nel suo libro «Storia della bellezza», ci fa notare come la bellezza della statuaria greca si esprima al meglio nelle forme statiche, dove il frammento dell’azione o del movimento trova equilibrio e riposo. I corpi rappresentati aspirano ad esprimere una bellezza psicofisica che armonizza l’anima ed il suo contenitore, il corpo . Anche i panneggi delle figure greche sono realizzati con grande accuratezza e dolcezza, lasciando intravedere la bella conformazione delle membra tramite l’imitazione di stoffe sottili e bagnate che, aderendo al fisico, lasciano intuire le forme nude, anche se i bassorilievi e le pitture di antica manifattura ci mostrano che gli artisti greci hanno anche utilizzato riprodurre vesti più rigide e pesanti, come poi avverrà nel periodo rinascimentale.

Ritratto di Winckelmann è un dipinto del 1764 di Angelica Kauffmann . È stato prodotto a Roma e mostra il noto archeologo e storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann che legge un libro, che poggia su un bassorilievo raffigurante le Tre Grazie . È firmato in basso a destra dall’artista ed è ora al Kunsthaus di Zurigo.

«La bellezza deve essere attinta come l’acqua più pura dal grembo della sorgente, che, quanto meno ha sapore tanto più viene ritenuta salubre, essendo purificata da tutti gli elementi estranei »
Credo che potremmo definire la maniera greca di rappresentare con il termine «astrazione ellenica», cioè una stilizzazione del reale materializzante fisionomie trascendentali che hanno affascinato generazioni di artisti. Gli scultori neoclassicisti e quelli rinascimentali portarono la levigatezza allo stesso grado di precisione degli antichi, sebbene questi ultimi riuscissero a finire una statua rendendola liscia con il solo uso degli scalpelli, come si vede osservando attentamente il Laocoonte. Bisogna comunque tener conto che la superficie levigata di un’opera contribuisce sì alla sua estetica, ma non è sinonimo di bellezza delle forme .
Le figure eteree ed ideali degli antichi greci appaiono concettualmente come dei metalli purificati dal fuoco dalle loro scorie, spogliati d’ogni debolezza umana. Le parti anatomiche strutturali e vitali come le vene scompaiono, mentre i tendini ed i muscoli non appaiono mai affaticati. Eccezione si fa nella rappresentazione di Eracle, quando viene raffigurato nei momenti antecedenti alla deificazione. La sua figura appare ispirata a quella del toro; possiede infatti un collo spesso e muscoloso, capelli corti e ricci sulla fronte, e la sua testa, confrontata con la prepotenza del suo corpo appare piccola. Le figure femminili erano pregnanti di purezza, la loro forma fisica non era stata mutata dalla maternità o dal raggiungimento dell’età attempata. Le dolci rotondità delle loro membra si manifestavano in morbidi fianchi, piccoli seni somiglianti a quelli delle giovani fanciulle e privi di capezzoli. La vecchiaia appare spogliata della sua condizione di fragilità e caricata di forme definite, tondeggianti ma più scarne di quelle dei giovani. I migliori esempi delle rappresentazioni di figure anziane sono le statue di Giove, sempre distinto dal suo sguardo benigno e pieno di positività e tranquillità. L’idea massima di bellezza giovanile della pubertà è invece manifestata nelle figure di Bacco e d’Apollo, la loro natura sessuale appare incerta o forse mista, caratterizzata da fianchi e membra tondeggianti e delicate. La perfezione delle figure d’età adulta, al contrario, è propria delle figure di Marte e Mercurio, entrambe ritratte sempre con espressione eroica e sguardo acuto e pensieroso; il primo si distingue dal secondo per il suo elmo maestoso e la postura pacata. Minor bellezza è espressa nelle sculture raffiguranti i satiri, esseri dalle forme agili e dalle posture scomposte; i loro nasi sono sempre poco sporgenti ed il loro sorriso è spesso dolce e furbesco, con gli angoli della bocca che in molti casi appaiono sollevati.
Tutto ciò che si può dire della scultura greca dovrebbe valere anche per la pittura, ma purtroppo ci è impossibile constatarne una giusta analisi, a causa degli effetti del tempo e delle barbarie dell’uomo. Dai resti rinvenutici possiamo solo riconoscere un ottimo studio del colore, dell’espressività dei volti e giudicando dai loro bassorilievi, possiamo esser certi del loro buon gusto nell’equilibrare le composizioni. E’ nella pittura dei paesaggi e degli animali che i pittori del rinascimento furono superiori agli antichi, merito delle teorie prospettiche e di un più attento studio delle anatomie degli animali, che riscontriamo sovente sbagliate sia nel conio nelle monete che in innumerevoli composizioni scultoree dell’antichità ellenica6.

Il pittore paesaggista Henri de Valenciennes (1750 – 1819), in un suo trattato, teorizza l’esistenza di una prospettiva sentimentale utilizzata dai greci e dai romani. Ci sembra chiaro che anche gli scultori antichi, così come i pittori e gli architetti, si siano avvalsi di alcune sperimentali regole prospettiche per comporre e dare le giuste proporzioni alle loro statue. L’autore risponde poi alle obiezioni rivolte alle decorazioni murali di Pompei ed Ercolano, accusate di grossolani errori di prospettiva, sostenendo che queste sono opere di decoratori e non di artisti, e dunque, (scrive l’autore): «Voler giudicare i capolavori dei grandi maestri antichi sulla base di questa produzione sarebbe come mettere a confronto i quadri di Raffaello e di Poussin, con le carte dipinte che decorano le pareti delle nostre abitazioni7».

Pierre-Henri de Valenciennes – L’antica città di Agrigento 1787

Nel Rinascimento si assistette ad una ricerca appassionata del mondo antico, e tutti i più importanti artisti del periodo si recarono a Roma per studiare le sue antichità. Secondo Winckelmann, l’unico artista che raggiunse l’antico fu Michelangelo, ma solo nelle figure forti e muscolose, non molto nelle figure giovanili o in quelle femminili, che rappresentava come delle Amazzoni8, dato che la sua immaginazione era troppo focosa per i sentimenti della grazia e della gentilezza9. Un artista che fu dotato del «sentimento del bello» e voglia di conoscere l’antico fu Raffaello, seppur le bellezze da lui rappresentate furono inferiori a ciò che di più bello esiste in natura. Queste idealizzazioni furono contestate da alcuni artisti come il Bernini, che ad esempio non volle adottare la linea naso-fronte perché non la trovava normalmente nella natura delle persone che gli facevano da modelli10. A meno di diciotto anni realizzò «L’Apollo e Dafne», opera che avrebbe fatto pensare che con lui la scultura avrebbe raggiunto il massimo splendore; ma il grande successo lo insuperbì non facendogli produrre altre opere dello stesso valore; così, «non potendo uguagliare o eclissare le statue antiche», provò a creare uno stile barocco di animo opposto all’antico11.

«Bernini intraprese quel cammino che, se aveva condotto Michelangelo in luoghi inaccessibili, su rocce scoscese, traviò lui verso paludi e pantani: egli infatti cercò di nobilitare, esasperandole, forme ispirategli dalla natura più meschina […]12».

Ci fa notare il francese Edouard Pommier di come, nel saggio «Il bello nell’arte, Scritti sull’arte antica», Winckelmann rimproverò Bernini di aver contestato il modello di bellezza ideale greco per perseguire un maggior realismo, chiamandolo «il grande Bernini», poi «corruttore dell’arte», «iniziatore del cattivo gusto» ed in seguito «l’idolo del suo secolo e delle anime affondate nella loro pesante materia»13. Il Vasari racconta nelle «Vite», come la scoperta di una serie di capolavori dell’antichità fu la torcia principale che illuminò la strada allo sviluppo artistico del Rinascimento. Fu anche opinione del Mantegna che le antiche statue fossero: «più perfette e avessino più belle parti, che non mostra il naturale14».

Dobbiamo comunque tener conto di quanto anche il Bernini studiò le antichità; sappiamo infatti da un racconto trascritto dal Vasari che, sentendo lodare un sarcofago romano custodito allora nella Cattedrale di Cortona, partì direttamente a piedi dalla sua bottega e ne tornò con il disegno del sarcofago15. L’artista credeva che un’educazione efficiente degli allievi dovesse avvenire prima osservando le antichità, ed in seguito studiando il naturale; era infatti convinto che Roma producesse grandi pittori e scultori proprio grazie ai preziosi reperti d’antichità che possedeva16.

Note:

1 E. POMMIER, Più antichi della Luna, studi su J. J. Winckelmann e A.Ch. Quatremére de Quincy, Minerva Edizioni, Urbino 2000, p. 101, citazione di C. Perrault, Parallèle des Anciens et des Modernes, en ce qui regarde les arts et les sciences, Parigi 1688, p. 214;
2 Per approfondimenti J. J. WINCKELMANN, Il bello nell’arte Scritti sull’arte antica (a cura di Federico Pfister con uno scritto di David Irwin), Aestetica edita da Abscondita, San Giuliano Milanese 2019, p. 24, 25;

3 U. ECO, Storia della bellezza, Bompiani, Cernusco sul Naviglio (MI) 2019, p. 45.
4 J. J. WINCKELMANN, Storia dell’arte nell’antichità (Traduzione di Maria Ludovica Pampaloni, con uno scritto di Elena Pontiggia), Aestetica edita da Abscondita, San Giuliano Milanese 2017, p. 118, 119.
5 J. J. WINCKELMANN, Il bello nell’arte Scritti sull’arte antica (a cura di Federico Pfister con uno scritto di David Irwin), Aestetica edita da Abscondita, San Giuliano Milanese 2019, p. 60.

6 J. J. WINCKELMANN,op. cit, pp. 44-45.
7 L. GALLO, Scultura antica e scultura moderna: riflessioni critiche di un pittore di paesaggio, Pierre-Henri de Valenciennes (1750-1819) in Il Primato della Scultura: Fortuna dell’Antico, fortuna di Canova, Prohemio Editoriale S.r.L., Bassano del Grappa 2004, p. 235.
8 J. J. WINCKELMANN, Il bello nell’arte scritti sull’arte antica (a cura di F. Pfister con uno scritto di David Irwin), Aestetica edita da Abscondita, San Giuliano Milanese 2019, p. 29.
9 J. J. WINCKELMANN, op. cit, p. 66.
10 Ivi, op. cit, p. 57 – 58.
11 Ivi, op. cit, p . 67.
12 Ivi, Storia dell’arte nell’antichità (Traduzione di Maria Ludovica Pampaloni, con uno scritto di Elena Pontiggia), Aestetica edita da Abscondita, San Giuliano Milanese 2017, p. 114.
13 E. POMMIER, op. cit, p.104.
14 Ivi, pp. 98–99.

 

 

 

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