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Degenerazione architettonica e nuova speranza

Degenerazione architettonica e nuova speranza

di Giuseppe Baiocchi del 10-05-2020

Uno dei problemi drammatici della contemporaneità è il paesaggio della città che, a partire dalla sperequazione urbanistica del secondo dopo guerra e successivamente con l’aggressione della nuova architettura internazionalista, ha creato situazioni drammatiche al cittadino che le abita. Osservare i quartieri popolari, così come i centri storici, invasi dal cemento armato può scioccare un visitatore occasionale, ma nello sfortunato residente tale stato comatoso diviene una angosciante normalità. C’è bisogno di uno sforzo univoco per tornare a guardare con un occhio critico questo panorama quotidiano che ci circonda e sforzarci di trovare alcune soluzioni.

Un’immagine del celebre film “Le mani sulla città” (1963) di Francesco Rosi: un film di denuncia sulla spietata corruzione e speculazione edilizia dell’Italia degli anni 60.

Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975), uno degli intellettuali italiani che ha prestato più sensibilità al paesaggio dell’urbe, nella celebre foto del video “La forma della città” del 1974, criticherà la città moderna poggiando le spalle su un pezzo di muratura classica fatta di pietre e mattoni, quasi questa potesse sorreggerlo nel suo sforzo intellettuale. La sua riflessione attualissima esattamente riportava: «La forma della città e la salvezza della natura che la circonda sono un problema unico».

Quando dunque, si è incrinato l’equilibro che aveva garantito, per migliaia di anni, una vita civile all’interno delle città? Ebbene l’abbattimento della perimetrazione muraria che oltre a difendere i cittadini dai pericoli esterni, proteggeva anche la campagna e il territorio circostante dal dilagare dell’urbe stessa. Vi era equilibro tra città, luogo raccolto di vite di scambio, e la campagna ovvero il luogo che forniva sussistenza alla città. Nei malaugurati giorni ottocenteschi in cui si è optato per l’abbattimento delle mura cittadine e negli istanti in cui il modello della città storica fosse considerato superato, l’uomo ha pensato di aver raggiunto un grande progresso. Oggi tale situazione deve essere necessariamente rimessa sotto la lente di ingrandimento, poiché quasi tutte le città europee hanno vissuto una dilatazione della periferia e ciò ha comportato una graduale perdita del punto di riferimento urbano più importante, quello della piazza. Quest’ultima proprio nell’ultimo decennio ha perso la propria vocazione più importante: l’aggregazione. Difatti oggi in molte piazze italiane ed europee le sedute pubbliche stanno scomparendo per lasciare il posto a caffè o semplici bar, che implicano la grave usanza di non poter sostare in tale luogo se non a pagamento, come clienti che consumano. Inoltre fulgidi sono i casi in cui nuove piazze vengono progettate senza i suoi due elementi più importanti: un palazzo governativo e una chiesa. Sempre più locali di intrattenimento sostituiscono le attività commerciali, vere e proprie, storiche presenze comunitarie all’interno delle piazze.

La città storica non si presenta come un organismo obsoleto, ma è un enorme repertorio di insegnamenti che ancora oggi ci possono servire per capire qual è il modo per costruire le città nuove. Purtroppo il male diffuso della periferia, ha intaccato nella sua credibilità la città storica: molteplici i casi dove la periferia è riuscita ad entrare all’interno del centro storico. Ma come veniva strutturata l’urbe? La civitas composta dalla res-publica (monumenti) e res-economica (strade, piazze) veniva divisa in quartieri, i quali dal Nord al Sud o da Ovest a Est avevano un’estensione massima intorno agli 800-900 metri, senza ovviamente possedere piani regolatori cittadini o normative europee che potessero regolare l’edificazione di queste città. Esse tuttavia erano incredibilmente regolari: quando un quartiere raggiungeva la sua saturazione per la dimensione standard, si generava un altro quartiere; un uomo, sia esso bambino o anziano, riesce a percorrere 800 metri senza stancarsi, ed è questa la misura d’uomo per fare correttamente un quartiere, dove al suo interno era abituato a trovare i servizi e i luoghi di aggregazione quali Chiese, piazze e palazzi governativi.

Oggi negli Stati Uniti esiste un movimento di rinnovamento urbanistico che prende il nome di “New Urbanism” ovvero “Nuovo urbanesimo”, il quale riprende il concetto della città storica per sviluppare le nuove città del futuro. Come sappiamo negli Stati Uniti d’America la crisi della città è arrivata prima, poiché la costruzione stessa dell’America è avvenuta senza regola, grazie anche ai grandi spazi. In Italia il centro storico funge da antidoto all’angoscia delle periferie, poiché – grazie alla breve distanza – il cittadino può far visita agli antichi palazzi e rigenerarsi l’anima, ritrovarsi in un luogo del cuore. Questo meccanismo aumenta la tolleranza verso gli elementi di degrado della periferia.

Le gigantesche mani di Lorenzo Quinn a Venezia “a sostegno” di un palazzo vicino alla Ca’ d’Oro nel Canal grande. Un esempio di come l’esibizionismo di certi “artisti” sia diventato uno schiaffo alla dignità ed autenticità della bellezza dei luoghi d’Italia.

Il paesaggio italiano, opera d’arte naturale – creatosi in tremila anni grazie al talento di molteplici architetti del passato, ma anche grazie all’elemento contadino che con piantate e  terrazzamenti ha de facto plasmato tale meraviglioso territorio che tutto il mondo ancora oggi continua a visitare -, ha ricevuto un grave colpo dalla grande edilizia speculativa di cemento della ricostruzione post-bellica degli anni cinquanta dove non importava come e dove si ricostruiva, ma lo scopo consisteva nell’immediatezza della costruzione. Per riprendere le parole del celebre architetto britannico Quinlan Terry: «Un paesaggio incontaminato non è un paesaggio senza edifici, ma senza edifici modernisti», difatti il paesaggio non è un ambiente naturale senza architettura, ma esso esiste unicamente allorquando è l’uomo che interviene su di esso. Oggi di contro, sempre più spesso, la mano dell’architetto che interviene sul paesaggio non fa prevalere il suo equilibrio, ma – preso da una nuova volontà di potenza – il suo artificio tra natura ed edificato. Ne sono esempi le sconcertanti geometrie delle architetture internazionaliste bianche o trasparenti che dimostrano ancora una volta la vuotezza dottrinale dietro la tecnica esposta. Un’architettura che non crea un nuovo stile che ragioni con il contesto, che dialoghi con esso, ma che sia completamente astratta: un non-stile fatto di materia contemporanea che mal si adatta alle forme del paesaggio e che trasmette all’uomo estraneità.

Eppure i riflessi storici architettonici, per chi li sappia cogliere, continuano ad insegnare giuste metodologie; se prendiamo ad esempio la città medievale di Carcassonne, qui anche un intervento massiccio fatto sul paesaggio è capace di integrarsi con l’ambiente circostante. Come mai? La scelta dei materiali è fondamentale: in questo caso si tratta di pietra, mattoni, terracotta e la città è luogo turistico e una delle principali mete dei francesi. In Italia un massiccio intervento sul paesaggio è stato quello del Corviale a Roma, che con una lunghezza di 1 km e 800 m era considerato un esperimento dell’architettura nostrana, poiché doveva fungere a nuovo modello per lo sviluppo delle periferie. Oggi è il luogo più degradato di tutta la città di Roma, nonostante sia stato costruito in un tempo relativamente recente. Per diversi decenni, oggi per fortuna non più, in tutte le facoltà di architettura italiane il Corviale era uno dei modelli che si presentava agli studenti per fargli comprendere quale doveva essere l’aspirazione alla progettazione contemporanea nel proprio paese. Oggi il timido passo indietro dei boriosi architetti modernisti sta a farci capire che qualche errore c’è stato e che forse è il caso di un ripensamento.

Altro esempio che non posso non citare è quello di Pienza, creata sull’esistente cittadina di Corsignano dalla lungimiranza di Papa Pio II Piccolomini e che oggi è il manifesto di un equilibrio perfetto tra l’edificato e il paesaggio. Per chi ad esempio spesso asserisce che oggi le grandi masse non permetterebbero di vivere negli antichi paesi per questioni spaziali e per questo bisogna necessariamente sviluppare in altezza, Pienza presenta al suo interno anche bellissime case popolari del XVI secolo, utilizzate inizialmente per gli stessi costruttori della città, che dimostrano che ancora oggi è possibile costruire una gradevole abitazione anche per le grandi masse. Riprendendo sempre la conformazione urbanistica del Corviale e analizzando la sua densità abitativa, racchiusa principalmente nel condominio ballardiano rovesciato in orizzontale, impallidiamo leggermente se paragoniamo il tutto alla stessa scala territoriale del centro storico di una qualsiasi città media italiana, attraverso la quale possiamo notare la perfetta distribuzione spaziale della densità abitativa progettata nel passato. Ciò ci può condurre alla riflessione sull’uso dissennato del territorio nelle zone di città compatta e diffusa.

Case popolari del XVI secolo della cittadina di Pienza in Toscana.

Il capitalismo, di contro, ha caratterizzato l’edificazione in verticale per “vendere” nello stesso luogo più cellule abitative possibili, aprendo così le premesse per le grandi metropoli americane.

Dunque uno dei principali problemi dell’architetto oggi è anche il contesto in cui vive. Un elemento da non sottovalutare, poiché è dalla società stessa che l’architetto ottiene le commissioni e spesso per sopravvivere ed esercitare la professione deve scendere a compromessi.

Preoccupante è la preparazione dei nuovi laureati in architettura, i quali non studiano in maniera approfondita la saggistica del loro settore, conoscono a malapena la storia dell’architettura, e limitandosi a leggere le riviste, sempre ben presenti nelle biblioteche universitarie, escono dal percorso di studi con una grande impreparazione sia teorica che pratica. Dunque come potrà l’architetto del futuro avere una concezione di ciò che è bello, da ciò che è brutto se non sarà più preparato? E, data la scarsa preparazione, come riuscirà ad imporsi sulla società vigente sempre più spietata e legata al denaro per speculare? Infine quali esempi seguono gli studenti?

In Italia uno degli architetti più affermati è certamente Renzo Piano, il quale qualche anno fa affermò «quando mi chiedono come sarà la città del futuro, io rispondo: spero come quella del passato»; ebbene certamente una bellissima affermazione che purtroppo non ha nulla a che vedere con una delle sue ultime realizzazioni, come quella dell’Auditorium Parco della Musica del 2002. Le forme dei tre manufatti edilizi raffigurano un insetto appartenente alla famiglia delle blatte e hanno ben poco a che vedere con il contesto con cui si relazionano; parallelamente la piazza centrale del complesso non rispecchia la convivialità della piazza storica a cui noi siamo usualmente abituati.

Discorso diverso possiamo farlo invece per Place de Toscane, una piazza ellittica progettata nel 2006 presso Val d’Europe a Parigi dall’architetto Pier Carlo Bontempi. La piazza che all’incirca possiede le stesse dimensioni della piazza del Teatro di Lucca ed è aperta su due lati, mostra dimensioni consuete alla nostra cultura e alla nostra identità e si incastona perfettamente nel paesaggio urbano anche grazie ad un raffinatissimo studio del decoro e dei colori. Bisogna operare un ritorno al buon senso del passato, innestando su di esso le innovazioni ecosostenibili del presente. Connubio difficile? Certamente, ma la figura dell’architetto deve trovare la giusta trasfigurazione tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, tra natura e edificato: le nuove tecnologie, in questo tipo di architettura, sono certamente installate, ma vengono celate, poiché sono brutte alla vista. Ecco che ci appare la possibilità di creare un manufatto edilizio bello e nel contempo tecnologico e che si adatti perfettamente a tutti i regolamenti edilizi moderni.

Altro elemento importante su cui bisogna riflettere consiste nell’altezza degli edifici: la questione del numero dei piani negli edifici. I manufatti edilizi di tutte le città storiche hanno un massimo di cinque e in rarissimi casi sei piani: la percorrenza massima che un individuo può compiere senza affaticarsi e questo in forma naturale ha limitato in altezza gli edifici. Con l’introduzione degli ascensori e delle energie fossili è stato possibile superare questo limite in altezza, facendolo diventare quasi un elemento “normale” e abbiamo compiuto uno sforzo maggiore: abbiamo regolato con strumenti urbanistici ed edilizi l’altezza di questi piani. Per cui ci troviamo con piani molto bassi, poiché la limitazione è metrica e non in numero di piani e questo costringe ad una ottimizzazione. Per cui in linea generale si paventa una disposizione di edifici aventi tutti o quasi la stessa altezza, non permettendo quello skyline variato della città storica, ma si verifica lo skyline uniforme della città contemporanea.

Monotonia e riproduzione di modelli sembra dunque lo slogan dell’architettura contemporanea. Alcuni esempi ce lo dimostrano come l’estrema somiglianza tra la Torre Glòries dell’architetto Jean Nouvel (1945) a Barcellona e la Torre 30 St Mary Axe di Norman Robert Foster (1935) a Londra.

Altra problematica dell’architettura contemporanea consiste negli oggetti “nominabili”: un tempo si riusciva ad identificare con una idea precisa l’archetipo di un determinato manufatto edilizio come una casa o una chiesa e le parole avevano un significato, ma oggi molti edifici si presentano abbastanza imbarazzanti sotto questo punto di vista, perché pongono l’osservatore nella difficoltà di comprendere di fronte a che cosa ci stiamo trovando. Se noi ci troviamo di fronte alla Chiesa del Redentore a Venezia di Andrea Palladio (1508 – 1580) sappiamo benissimo cosa abbiamo davanti, ma se poniamo lo stesso quesito davanti alla chiesa romana “Dives in misericordia”, edificata nell’anno 2000 per il Giubileo, assegnata grazie ad un concorso a Richard Meier (1934), non possiamo affermare la stessa cosa. Inizialmente la chiesa non possedeva neanche una croce e solo dopo numerose proteste dei fedeli fu posta sulla struttura. Altra “chiesa” che ha smarrito il suo concetto di origine è quella di Mario Botta (1943) a Torino denominata del Santo Volto.

La Chiesa di San Paolo Apostolo costruita a Foligno da Massimiliano Fuksas (1944) si presenta come un mero volume cubico di cemento armato con lo scopo voluto di impattare visivamente con il contesto che lo circonda. Forse nella parte bassa, con un gioco curioso di linee, sulla porta si forma una croce stilizzata. La stessa Conferenza Episcopale Italiana ha volutamente fatto vincere il suo progetto per il grande “respiro di innovazione” che vuole essere oltre i confini nazionali.

Come può essere una chiesa? La Chiesa di San Paolo Apostolo costruita a Foligno da Massimiliano Fuksas.

Ciò purtroppo ci testimonia lo stato di sbandamento spirituale che Santa Romana Chiesa sta attraversando dal 1968. Si parla di innovazione che vada oltre i confini nazionali: ma l’architettura gotica e romanica non è forse internazionale? Perché dunque creare un parallelismo laicizzante per un manufatto edilizio religioso? La domanda è emblematica. Eppure lo stesso Giovanni Paolo II in riferimento alle nuove costruzioni religiose asserì come «si stenta a riconoscere che lì abita il sacro» e forse aveva avuto una intuizione non del tutto sbagliata, anche perché la percentuale degli architetti credenti che edifica chiese contemporanee è bassissima.

Recentemente, sempre su questi argomenti poco confortanti è uscito un articolo sull’espresso che riportava esattamente questo titolo: «la bellezza è terapeutica, e i centri di cura progettati con criteri anche estetici migliorano la vita dei malati». Ebbene viene sicuramente da sorridere se pensiamo a cosa è riuscito ad edificare presso Las Vegas il canadese Frank Owen Gehry (1929) con il centro di salute mentale “lou ruvo center”: un vero e proprio volume scultoreo, astratto in acciaio inox, dove l’estremo plasticismo confonde, ad un normale osservatore, la facciata dalla copertura e dove le pareti si piegano su se stesse come un’allucinazione.

Frank Owen Gehry: Centro di salute mentale “lou ruvo center”.

Non a caso Frank Kloyd Wright asserì come «un medico può sempre seppellire i propri errori, un architetto può consigliare il cliente di piantare dei rampicanti», il che fa riflettere perché l’architetto americano sembra proprio essere stato preso in parola dall’architetto Stefano Boeri (1956) a Milano nel suo “bosco verticale”.

Queste archistar hanno poco rispetto per i luoghi, poiché ogni ambiente esprime un carattere proprio che deve essere rispettato e purtroppo uno dei limiti dell’architettura contemporanea globalizzata è stato propriamente quello di presentare modelli uguali a se stessi in qualsiasi parte del continente. Si prenda per modello di quanto affermato, la nuova Città della Giustizia a Barcellona (2002-2009), progettata da David Alan Chipperfield (1953) e parallelamente il progetto di Renzo Piano a Londra denominato Central St. Giles: per tale pensiero, che amo definire trotskista, l’architettura non deve più possedere quelle identità peculiari che naturalmente contraddistinguono i popoli fratelli, ma secondo tale modo di vedere la città, ogni tipo di differenza deve essere abbattuta. Dunque una città europea, africana, asiatica o americana può tranquillamente contenere gli edifici descritti in precedenza e tra questi addirittura non si deve identificare nemmeno la diversa funzione degli identici palazzi scatolari posti uno vicino all’altro.

Ma chi ha generato questa corrente di pensiero? Chi è stato il primo architetto moderno a voler degenerare la città? Ebbene il suo nome è Charles-Édouard Jeanneret-Gris (1887 – 1965), architetto svizzero, più famoso e conosciuto con il suo pseudonimo Le Corbusier, vecchio collaboratore nazista del governo di Vichy in Francia. Un angelo sterminatore che ha inventato la delirante idea di città che l’architettura ha seguito nell’ultimo secolo e che il mondo ha iniziato a conoscere con il Plan Voisin: una soluzione urbanistica per il centro di Parigi, progettata tra il 1922 e il 1925. Gli edifici dell’architettura manifesto, sono tutti uguali, l’uno vicino all’altro e ripetuti nel centro storico di Parigi. Per fortuna il suo progetto non è stato mai realizzato e la capitale francese ancora può mostrare il profilo della sua parte centrale. Purtroppo la periferia parigina, si guardi il quartiere la Défense, sembra aver ripreso esattamente lo schema mentale dell’architetto svizzero.

Sulla sinistra mostriamo il progetto manifesto del Plan Voisin di Les Corbusier. Sulla destra un saggio storico in francese, consigliatissimo per gli amanti oltre che dell’architetto dell’uomo: Xavier de Jarcy, Le Corbusier, un fascisme français. Tra il 1920 e nel 1930, alcuni sono attratti dal fascismo, e Le Corbusier era uno di questi. I fascisti volevano costruire un mondo rigenerato, virile, macchinista, gerarchico e autoritario. L’architetto, l’immaginazione dei villaggi ultramoderni, all’attenzione, standardizzata, taylorizzata. Formicai con un’estetica austera e altera al servizio di una nuova civiltà del lavoro. Le Corbusier pubblica le sue teorie in una rivista di stampo autoritario che si oppone alla democrazia. Perché questo personaggio con sogni totalitari, con il cinismo del cemento armato, rimane considerato il più grande architetto del 20° secolo? Come ha fatto la Francia, questo strano paese, a renderlo un eroe nazionale? Questo è ciò che questo libro cerca di capire. L’avventura di Le Corbusier romane un storia spaventosamente reale.

Questo tipo di architettura contemporanea internazionalista ha anche altissimi costi di manutenzione, il che ci sembra davvero paradossale poiché le architetture contemporanee che usano materiali tradizionali hanno una vita nominale dell’edificio dieci volte più lunga dei manufatti edilizi internazionalisti. Il Centro Georges Pompidou (Bobur) di Renzo Piano del 1977, che spicca per la poca omogeneità con il contesto urbano cui è posto, è sempre stato un edificio poco sostenibile, il che è paradossale poiché si tratta di un edificio contemporaneo. Il Bobur dopo 25 anni dalla sua costruzione è stato chiuso tre anni per lavori di restauro. I costi di manutenzione stratosferici di questo edificio nell’arco di trenta anni sono stati cinque volte il costo iniziale: è denaro pubblico speso male e usato in maniera dissennato. A Roma, invece, il Pantheon dell’architetto Apollodoro di Damasco (50/60 – 130 a.C.) da 2.000 anni svolge onoratamente le varie funzioni che il tempo gli ha imposto, mantenendo la sua grande rilevanza civica. Oggi tutti parlano di architettura ecosostenibile, ma sarebbe bene il caso di iniziare a parlare di architettura durabile: bisogna fare i conti con il tempo e un edificio che dura 2.000 anni, anche se non ha i pannelli fotovoltaici, è sicuramente molto più sostenibile di un edificio che costruiamo oggi e che forse ha una durata di 25 anni. Il cemento, ad esempio, elemento principe di Le Corbusier e di molti suoi adoratori, può durare al massimo cento o centoventi anni.

L’Italia fortunatamente ha generato colui che viene definito «il padre dell’architettura americana», ovvero Andrea di Pietro della Gondola: il maestro degli ultimi 5 secoli d’architettura, che trasfigura con grande maestria Marco Vitruvio Pollione. Dunque perché non riprendere oggi i grandi concetti degli antichi e dei moderni, simbolo di magnificenza di potere e bellezza? Perché la società è cambiata rispondo alcuni benpensanti. Niente affatto: un’architettura bella, come un’opera d’arte è bella sempre, ieri, oggi e domani e mantiene inalterata la sua funzione.

Dunque è nella trasfigurazione tra le nuove tecnologie contemporanee e la bellezza classico-moderna la chiave per un’architettura del futuro, poiché l’architetto è responsabile verso ciò che costruisce. Di contro oggi con estrema arroganza un folto gruppo di colleghi avendo modeste idee ha deciso di abbandonare il passato per abbracciare un’architettura astratta e spogliata della sua sacralità.

Fortunatamente non è accaduto solo questo, ma in tutto il mondo il mito palladiano è stato eseguito con diverse varianti, a seconda del gusto del luogo. In America il terzo presidente degli Stati Uniti e architetto Thomas Jefferson (1743 – 1826) ha progettato la sua residenza a Monticello in stile neopalladiano: sono mutati i materiali, le pendenze della copertura, ma restano alcuni insegnamenti fondamentali del grande maestro vicentino, poiché bisogna essere globali nel pensiero, ma locali nell’azione. Lo stesso architetto Allan Greenberg (1938), continua in questa scia palladiana elegante con attenti studi cromatici e stilistici. In Gran Bretagna Quinlan Terry (1937) è un grande interprete dell’insegnamento di Palladio.

Poi ci sono altri casi di una giusta pianificazione urbanistica, come la periferia londinese di Richmond rivers, la quale si trova su un’ansa del Tamigi e quasi tutti gli edifici di tale periferia sono stati edificati nel 1987 dall’architetto tradizionalista Terry, il quale è riuscito nel mirabile proposito di riconciliare architettura, edilizia e urbanistica con la grande tradizione della città.

In Grecia, ad esempio, Dimitris Pikionis (1887 – 1968), architetto che ama la piccola scala è un esempio di come non necessariamente la via verso la tradizione può e deve essere monumentale.

La sequela degli esempi continua con la grande scommessa urbanistica vinta dal principe Charles Philip Arthur George Mountbatten-Windsor (1948). Il principe di Galles, negli anni Ottanta, ha progettato insieme all’architetto Leon Krier (1946) la periferia di Dorchester Poundbury, la quale rifiuta concettualmente la crescita indefinita della città secondo i principi dello “zoning”, all’interno del quale la divisione funzionale delle zone d’uso deve avvenire tramite l’utilizzo di uffici e residenze. Propone invece una gerarchia di nuclei relativamente autosufficienti e identificabili, di dimensione e limiti ben definiti e tali da non necessitare l’uso dell’auto, con compresenza di usi urbani come nella città pre-moderna. L’urbanistica di Krier non è un’urbanistica quantitativa, come quella oggi istituzionalizzata in Italia, ma qualitativa. Rispetto alle molte periferie degradate e senza progettualità, dove spesso all’interno sono presenti dei veri e propri “eco-mostri” il paragone non può essere effettuato.

Infine vorrei citare l’esempio del porto francese di Grimaud per opera dell’architetto François Spoerry (1912 – 1999), il quale aveva intuito che la qualità tradizionale dell’architettura poteva consentire di edificare un luogo completamente nuovo in una zona di paesaggio bella, arricchendo l’ambiente e non impoverendolo.  Situata sulla costa meridionale francese al fondo del Golfo di Saint Tropez, Spoerry, grande amante del mare e delle barche a vela, riuscì a trasformare un’ansa paludosa in una reale città lacustre in stile provenzale riscuotendo un’enorme successo sia di pubblico che finanziario.

Nella foto il porto francese di Grimaud per opera dell’architetto François Spoerry.

Veniamo poi alla tanto spinosa, quanto contestata, teoria del ricostruire un singolo edificio, colpito da calamità naturale, con la metodologia “com’era e dov’era”. Il 14 luglio del 1902 il campanile di San Marco a Venezia crolla all’improvviso e resta soltanto una montagna di pietre e mattoni. Per fortuna l’allora sindaco Filippo Grimani (1850 – 1921), cognome degno di un Doge, coniò quel bel motto “com’era e dov’era” e nell’arco di dieci anni riuscì nell’intento di ricostruire (non senza polemiche) il campanile. Oggi quando si entra in piazza San Marco, nessuno si pone il problema di quando è stato costruito, ma sicuramento ognuno di noi si sarebbe posto il quesito se al posto del noto campanile ne appariva un altro di una diversa epoca stilistica. Altri virtuosi esempi europei li abbiamo in Germania, dove il capolavoro barocco della chiesa Frauenkirche di Dresda, viene ridotta dagli anglo-americani nel 1945 in un cumulo di macerie. Sessanta anni dopo i tedeschi sono riusciti a ricostruirla esattamente identica, concedendo dignità storica al profilo della città di Dresda.

Il bisogno di identità oggi sembra essere tornato sempre più forte, dopo i numerosi esperimenti falliti legati della globalizzazione.

 

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Chateaubriand il poeta-guerriero: tramonto di un mondo d’oltretomba

Chateaubriand il poeta-guerriero: tramonto di un mondo d’oltretomba

di Giuseppe Baiocchi del 29/04/2020

La rivoluzione, così come il dispotismo napoleonico, ebbero degli intellettuali che combatterono, attraverso la letteratura, l’andamento socio-politico che ne fu progenie. Oltre al lavorio della sua penna, certamente François-René, visconte di Chateaubriand ci aggiunse a tratti anche la spada. Questo straordinario personaggio a cavallo tra due secoli è di difficile inquadratura: fedele alla causa dei Borboni per tutta la sua vita, militò nel partito legittimista, solo per essere la sua ala riformatrice; liberale, ha combattuto l’ateismo con il Génie du Christianisme e il dispotismo con un giornale controcorrente, il Mercure de France.

François-René de Chateaubriand (1768 – 1848) è uno degli sfortunati autori fagocitati nella nostra epoca da un piatto. Un aspetto questo, di cui la nostra epoca dovrà fare i conti prima o poi e che fa riflettere.

Nella sua discutibile coerenza di uomo, Chateaubriand divenne grande per una qualità rara, la quale gli permise di “tenerlo unito” nella sua vita sempre simile ad un’alternarsi tra ricchezza e povertà. Quella caratteristica è stata la coerenza dell’idea di libertà, mai abusata, mai plagiata per volontà di potenza, mai violentata dall’egoismo. Una libertà che vedeva nella gerarchia organica, dunque divina, l’equilibrio che solo un Istituto Monarchico sa concedere. Questo piccolo mondo antico, tanto amato dal bretone, giace da tre secoli sotto le macerie della rivoluzione e sotto i detriti delle guerre napoleoniche, ma le sue voci, sublimi espressioni di quello stesso Regno di Francia, continuano a parlarci nel grande eco eterno delle sue parole. A chi le sappia ascoltare, esse continuano ad offrire frammenti e indicazioni per comprendere la crisi spirituale in cui scivolò, dalla fine del XVIII secolo con sempre maggiore autocoscienza, la Francia, araldo della crisi europea che avrebbe trascinato il Vecchio continente nel relativismo e nella sua nichilistica crisi di coscienza.

Nel 1834, François-René terminò le sue Memorie d’Oltretomba con delle riflessioni che possono ancora oggi farci riflettere a 186 anni di distanza:

 

L’Europa corre verso la democrazia. Cos’altro è la Francia, se non una repubblica tenuta a freno da un Presidente? I popoli sono cresciuti e si sono affrancati: i prìncipi ne hanno avuto l’affidamento; al giorno d’oggi le nazioni, arrivate alla maggiore età, sostengono di non aver più bisogno di tutori. Da David ai nostri giorni, si sono chiamati i Re: adesso sembra che sia il turno delle nazioni. […] La Francia e l’Inghilterra, come due enormi arieti, colpiscono ripetutamente e con violenza i bastioni cadenti della vecchia società. Le dottrine più ardite sulla proprietà, l’uguaglianza, la libertà vengono proclamate dalla mattina alla sera in faccia ai monarchi, che tremano dietro una triplice barriera di soldati infidi. Il diluvio della democrazia li incalza; salgono da un piano all’altro, dal pianterreno alla soffitta del palazzo, e da lì si butteranno a nuoto nei flutti che li inghiottiranno. L’invenzione della stampa ha mutato le condizioni sociali: il torchio, macchina che è ormai impossibile frantumare […]. Tutto è stato calcolato a questo scopo […] ogni assioma della vecchia politica diventa inapplicabile. […] Come sarà la nuova società? Lo ignoro. Le sue leggi mi sono sconosciute; non la capisco più di quanto gli Antichi capissero la società senza schiavi prodotta dal Cristianesimo. […] Finora, la società è andata avanti per aggregazioni e per famiglie; quale aspetto presenterà, quando sarà soltanto individuale, come tende a diventare, come già la vediamo formarsi negli Stati Uniti? Molto probabilmente la specie umana si ingrandirà, ma c’è da temere che l’uomo rimpicciolisca, che alcune facoltà eminenti del genio si perdano, che l’immaginazione, la poesia, le arti muoiano nelle celle di una società-alveare, in cui ogni individuo sarà come un’ape, una rotella in una macchina, un atomo nella materia organica. Se la religione cristiana morisse, si arriverebbe attraverso la libertà alla pietrificazione sociale alla quale la Cina è arrivata attraverso la schiavitù. La società moderna ha impiegato dieci secoli per comporsi, adesso si sta decomponendo[1].

 

Correva l’anno del Signore 1768, quando il 4 settembre, nasceva François-René Chateaubriand in un nuovo appartamento occupato dalla sua famiglia in rue des Juifs presso Saint-Malo nella Bretagna.

Il suo ceppo familiare è di antico lignaggio, il nome della mia famiglia veniva scritta in origine Brien, poi Briant e Briand, per l’invasione dell’ortografia francese. Guglielmo il Bretone li chiamava Castrum-Briani, ma non c’è un solo nome in Francia che non presenti queste variazioni di lettere. I Brien verso l’inizio dell’XI secolo trasmisero il loro nome a un importante castello di Bretagna, e questo castello divenne il capoluogo della baronia degli Chateaubriand. Lo stemma araldico recava inizialmente delle pigne con il motto: «Io semino l’oro».

Stemma araldico nel frontespizio del luogo di nascita di François-René de Chateaubriand a Saint-Malo.

Geoffroy, barone di Chateaubriand, passò con San Luigi in Terrasanta: fatto prigioniero nella battaglia della Mansura, tornò in patria e il Sovrano per ricompensare i suoi servigi, concesse a lui e ai suoi discendenti, in cambio del vecchio stemma, uno scudo a fondo rosso cosparso di gigli d’oro a lui e ai suoi eredi. Come ogni famiglia nobile che si rispetti, il suo prestigio si instaurava nelle armi e San Luigi, allora Re dei francesi, conferì dei gigli d’oro, in cambio delle pigne d’oro, con il motto che esclamava: «Il mio sangue si è macchiato negli stendardi della Francia».

Ma la famiglia, già nel 1718[2], non navigava in buone acque e il padre rimise in sesto la fortuna del suo nome, adattandosi prima con il commercio della pesca e successivamente, durante la guerra di Successione austriaca, dandosi alla pirateria. Intorno al 1753 René-Auguste sposatosi con la nobile bretone Apolline de Badée, commercia in Africa Occidentale la tratta dei neri con le Antille: se solo avesse saputo che il figlio, che nascerà di lì a poco, avrebbe simpatizzato per l’abolizione della tratta insieme ad un’associazione di istanza liberale, il gruppo di Coppet, che oggi non avremo paura a definire radical-chic.

Ebbene il padre, grazie ai profitti ottenuti, già nel 1758 si era trasferito a Saint-Malo, occupando nel 1760 un appartamento più signorile del precedente. Sarà proprio l’anno successivo che René-Auguste acquista dal duca di Duras, lo château di Combourg e il titolo di conte ad esso legato: soddisfa così la propria ambizione di resuscitare l’onore e la passata fortuna degli Chateaubriand. Anche per questa famiglia la scalata era appena iniziata e doveva proseguire di generazione in generazione.

Dopo il fratello Jean-Baptiste (1759), nascono nell’ordine le quattro sorelle dell’autore: Marie-Anne (1760), Bénigne (1761), Julie (1763) e Lucile (1764). Altri figli muoiono in tenera età (ben quattro). L’ambizioso padre, cerca di assicurare il patrimonio restaurato, con un secondo figlio maschio: il bimbo di Saint-Malo, che viene al mondo nel 1768. Il ragazzo riceve fin dall’infanzia un’educazione cattolica, grazie a padre Chopin, presso il convento dei Benedettini insieme ai figli della nobiltà e dell’alta borghesia.

L’8 settembre del 1775 in occasione della festa della natività della Vergine, a Notre-Dame-de-Nazareth di Plancoët, François-René, votato dalla nutrice a quella Madonna, tornò al villaggio per sciogliere l’impegno religioso, che lo aveva preservato dalla morte quasi certa, data dalle sue cagionevoli condizioni di salute da infante.

Come è noto Chateaubriand, è uno dei fondatori del romanticismo francese, ma come poteva non creare un movimento letterario che nascesse dal puro sentimento intimo? Innanzi tutto la Bretagna, questa terra immersa nel mistero era degno teatro di un grande spettacolo. Le leggende narrano che qui la primavera venga annunciata tre settimane prima di Parigi da cinque uccelli: la rondine, il rigogolo, il cuculo, la quaglia e l’usignolo che arrivano con le brezze che albergano nelle insenature della penisola armoricana. La terra è coperta di margherite, di viole del pensiero, di giunchiglie, di narcisi, di giacinti, di ranuncoli, di anemoni, mentre le radure si adornano di alte felci eleganti. I campi di ginestre e ginestroni risplendono di fiori che sembrano farfalle d’oro e le siepi, lungo le quali abbondano fragole, lampioni e viole, sono decorate di biancospini, di caprifoglio, di rovi i cui virgulti bruni e arcuati si rivestono di foglie e fiori magnifici. Tutto brulica di api e di uccelli; gli sciami e i nidi fanno fermare i bambini a ogni passo. In certi angoli separati il mirto e l’oleandro crescono spontanei; il fico matura, come in Provenza; i meli, con i loro fiori color carminio, sembrano grossi bouquets per le fidanzate di campagna.

Poi arrivava il castello medievale, il quale magicamente si affaccia ancora oggi sul mare: Saint-Malo è uno scoglio collegato alla terra ferma solo da un istmo chiamato poeticamente le Sillon. Quest’ultimo elemento viene assalito da un lato dal mare aperto, dall’altro è lavato dalla marea che gira per entrare nel porto. Il giovane bretone, futuro poeta-guerriero, ricorda nelle sue memorie come: «durante le ore di bassa marea, il porto resta a secco, e al limite Est e Nord del mare si scopre una spiaggia di sabbia bellissima. Si può fare allora il giro del mio nido paterno. Vicino e lontano, sono sparsi scogli, fortini, isolotti disabitati»[3].

Il castello di Combourg , dove Chateaubriand trascorse la sua infanzia.

Lo château dal prospetto austero e smorto, presenta una cortina sormontata da una galleria coperta con caditoie dentellate. Tale elemento serviva per collegare le due torri diverse per età, materiali, altezza e diametro, che terminavano con merli guelfi sormontati da una copertura blu notte a punta d’ape. Qua e là sulla nudità dei muri apparivano finestre munite di inferriate; una larga rampa, ripida e dritta, di ventidue scalini, senza ringhiera né parapetto, stava al posto dell’antico ponte levatoio del fossato riempito: raggiungeva la porta della magione che si apriva sulla cortina. Sopra l’architrave della porta veniva riportato il glorioso cimelio araldico della casata dei Signori di Combourg. Una cuoca, una cameriera, due lacchè e un cocchiere formavano tutta la servitù: un cane da caccia e due vecchie giumente erano confinate in un angolo della scuderia.

Basterebbe questa descrizione per renderci conto della realtà visiva e ambientale che permeò François-René. La vita da castellano nei dintorni di Parigi discostava fortemente dalla vita in una roccaforte di una remota provincia dell’Ovest. Tutte le terre appartenenti a Combourg consistevano in alcune lande, qualche mulino e le due foreste di Bourgouèt e Tanouarn, in un paese in cui il bosco non vale quasi nulla. Ma Combourg era ricco di diritti feudali; tali orgogli erano di diversi tipi: gli uni stabilivano determinati canoni per determinate concessioni, o fissavano usi nati dal vecchio ordine politico; gli altri sembrava che in origine fossero stati semplicemente dei divertimenti. Il padre, ad esempio, aveva resuscitato alcuni di questi ultimi diritti, per prevenirne la prescrizione. Quando tutta la famiglia era riunita, si partecipava a tre principali divertimenti medievali: il salto dei pescivendoli, la quintana e una fiera chiamata l’Angevine. Contadini con zoccoli, corquen blu e bragou braz, costumi persi nell’oblio del tempo, assistevano a questi giochi di una Francia che non esisteva più[4]. C’era un premio per il vincitore e una ammenda per il vinto. Questa piccola società, la prima che il letterato osserva nella sua vita, è stata anche la prima a scomparire al suo sguardo. Per tutta la durata dell’anno nessun forestiero si presentava al castello. Uno isolamento che gli fece tentare addirittura il suicidio:

 

Possedevo un fucile da caccia con il grilletto consumato che partiva spesso da solo. Caricai quel fucile con tre pallottole e mi recai in un angolo appartato del grande Pallamaglio[5]. Misi il fucile in posizione di sparo, mi introdussi in bocca la punta della canna, battei il calcio per terra; reiterai più volte la prova: il colpo non partì; la comparsa di un guardiacaccia differì la mia decisione. Fatalista senza volerlo e senza saperlo, pensai che la mia ora non era ancora arrivata[6].

 

Questa solitudine fece soffrire molto il piccolo, che sopravvisse di fantasia, quella stessa immaginazione che poi gli tornò utile per divenire il grande scrittore che preparava la strada all’arte della diplomazia. Il 12 aprile del 1781 riceve, da buon cattolico, la prima comunione al collegio di Dol e nel luglio successivo viene unto dal sacramento della Cresima presso Combourg, dove, secondo costume, riceve un nuovo nome, quello di Auguste. L’adolescenza, passata con la sorella preferita Lucille, le altre tre sorelle e il fratello, si conclude la mattina del 9 agosto del 1786[7]:

 

l giorno dopo alle otto mi vengono a chiamare. Scendo: mio padre mi aspettava nel suo studio. «Signore cavaliere, – mi dice –, dovete rinunciare alle follie. Vostro fratello ha ottenuto per voi un brevetto di Sottotenente nel Reggimento di Navarra. Partirete per Rennes, e di là per Cambrai. Ecco cento luigi; non sprecateli. Sono vecchio e malato; non mi resta molto da vivere. Comportatevi da galantuomo e non disonorate mai il vostro nome». […] Trattenendosi in tal modo il braccio e dopo avermi consegnato la sua vecchia spada, senza darmi il tempo di raccapezzarmi, mi condusse al calessino che aspettava nella Corte Verde[8].

 

Giunto al reggimento in borghese, ventiquattro ore dopo, rivestiva già l’habit militare; «mi sembrava di averlo sempre portato» amava affermare. Il reggimento di Navarra, uno dei più prestigiosi dell’epoca con i colori blu e bianco, risparmiò il bretone delle prove che i sottotenenti sono soliti infliggere a un nuovo venuto; forse per il nome non osarono abbandonarsi a quelle puerilità militari. Dopo nemmeno quindici giorni che era nel battaglione lo trattarono già come un anziano. Apprese facilmente l’uso delle armi e la teoria; ottenne i gradi di caporale e di sergente col plauso degli istruttori. La sua camera era spesso luogo di ritrovo sia dei vecchi capitani che dei giovani sottotenenti. In quel periodo si ostentava nella tenuta un rigore alla prussiana: cappello piccolo, ricciolini aderenti alla testa, coda legata stretta, uniforme completamente abbottonata.

Nell’incisione l’appartamento occupato dalla sua famiglia in rue des Juifs presso Saint-Malo nella Bretagna. A sinistra uniforme del Reggimento di Navarra, dopo la riforma militare del 1778.

Una volta a Cambrai dove è stanziato il Reggimento, il giovane riceve il primo vero dolore della sua vita, dato dalla morte del padre il 6 settembre dello stesso anno.

L’esistenza di Chateaubriand verrà però scandita da tre passaggi decisivi che in ordine possiamo raggruppare come la Rivoluzione francese, Napoleone e l’attività letteraria e politica. Prima degli sconvolgimenti che macchiarono di rosso la Francia, il bretone ci fornisce un ultimo resoconto dell’Ancien Régime. Il fratello maggiore, rivenduta la sua carica di magistrato, entra nel Reggimento di Cavalleria reale e sposa Aline de Rosambo di sedici anni, un matrimonio particolarmente brillante poiché la famiglia acquisita era parte integrante del governo dell’epoca. Sarà per tali conoscenze che François-René verrà presentato a corte, prendendo parte alla battuta di caccia del Re di Francia e Navarra, Luigi XVI. Questo episodio, che potrebbe sembrare marginale nella sua vita di letterato, diventa fondamentale per iniziare a delineare quello che fu il suo carattere. Da troppo tempo, una certa retorica modesta, legata al mondo della tradizione, inquadra Chateaubriand come il paladino del Trono e dell’Altare, solo perché più tardi decise di dar fastidio – iscrivendosi – al partito legittimista. In realtà, senza falsa retorica, egli è stato sì fedele ai Borboni, ma nel contempo – aprendo un interessante parallelismo con quasi tutti i generali vandeani -, fu un interessato riformatore della Monarchia assoluta: egli ambiva, difatti, ad un’istituzione monarchica di carattere costituzionale, dove vigeva la libertà di stampa e all’interno della quale la religione cattolico-romana fosse riaffermata. Come vedremo riuscì in questi intenti presto o tardi nella sua vita longeva.

 

Giunse il giorno fatale; dovetti partire per Versailles più morto che vivo. […] La mattina del giorno seguente mi recai da solo al castello. Non si è visto nulla quando non si è ammirato lo sfarzo di Versailles, anche dopo la soppressione del vecchio apparato di servizio: Luigi XIV c’era ancora. […] quando entrai nell’Occhio di bue e mi trovai in mezzo ai cortigiani, allora cominciò la mia angoscia. Mi guardavano; sentivo chiedere chi fossi. Bisogna ricordare il vecchio prestigio della monarchia per comprendere l’importanza che aveva allora una presentazione. Il destino dell’esordiente era misterioso; gli veniva risparmiata l’aria sprezzante di protezione che contraddistingueva, insieme all’estrema cortesia, le maniere inimitabili del gran signore. […] Quando fu annunciato che il re si alzava, le persone non presentate si ritirarono; sentii un moto di vanità: non ero fiero di restare, ma sarei stato umiliato di dover uscire. La camera del Re si aprì: vidi il re che, secondo l’uso, finiva di vestirsi, cioè mentre prendeva il cappello dalla mano del primo gentiluomo di servizio. Il re si fece avanti per andare a messa; m’inchinai; il maresciallo di Duras mi presentò «Sire, il cavaliere di Chateaubriand». Il re mi guardò, ricambiò il saluto, esitò, ebbe l’aria di volersi fermare per rivolgermi la parola. […] Il re più imbarazzato di me, non trovando niente da dirmi, passò oltre. […] Il duca di Coigny mi fece sapere che avrei cacciato con il re nella foresta di Saint-Germain. M’incamminai di buon mattino verso il mio supplizio, in uniforme da esordiente, giacca grigia, corpetto e pantaloni rossi, ginocchiere, stivali da cavallerizzo, coltello da caccia al fianco, cappello francese piccolo gallonato d’oro. […] L’usanza voleva che i cavalli della prima caccia a cui assistevano coloro che erano stati presentati fossero forniti dalle scuderie del re. […] Arrivammo al punto di ritrovo, in cui numerosi cavalli da sella tenuti per le briglie sotto gli alberi, davano segni di impazienza. Le carrozze ferme nella foresta con le guardie; i gruppi di uomini e di donne; le mute trattenute a stento dai bracchieri; i latrati dei cani, i nitriti dei cavalli, i richiami dei corni, formavano un quadro molto animato. […] Non ero giunto al termine delle mie prove. Circa una mezz’ora dopo quella mia magra figura, cavalcavo in un luogo varco attraverso zone di bosco deserte: in fondo si ergeva un padiglione […] parte un colpo di fucile; l’Heureuse fa uno scarto, s’infila a testa bassa nel folto, e mi porta proprio nel punto in cui il capriolo era stato appena abbattuto: compare il re. […] Il re guarda e vede solo un esordiente arrivato prima di lui alla morte dell’animale; aveva bisogno di parlare; invece di andare in collera mi disse bonariamente e con una gran risata: «Non ha resistito molto». Sono le sole parole che mi siano state rivolte da Luigi XVI. Arrivava gente da ogni parte; destò stupore il fatto di trovarmi a conversare con il re. Le due avventure dell’esordiente Chateaubriand suscitarono scalpore; ma, come da allora in poi gli è sempre successo, non seppe approfittare né della buona né della cattiva sorte. Il re stanò e sfiancò altri tre caprioli. Siccome gli esordienti potevano inseguire soltanto la prima bestia, andai al Val con i miei compagni ad aspettare il ritorno dei cacciatori. […] Questo fu il mio primo contatto con la città e con la corte. La compagnia degli uomini mi sembrò ancora più odiosa di quanto avessi immaginato; ma, se mi spaventai, non mi persi d’animo; sentivo confusamente che ero superiore a quanto avevo visto. La corte m’ispirò un’avversione invincibile[9].

 

I più acuti avranno già compreso che il giovane non aveva simpatia, verso un mondo che non apparteneva a quella sua libertà genuina per quel suo essere uomo di ideali che mai piegò la schiena di fronte al potere, anzi tendeva ad evitarlo. Allora perché Chateaubriand fu fiero oppositore della Rivoluzione? Perché ripristinò la religione in Francia con il Genio del Cristianesimo? Ebbene perché odiava il dispotismo, la cattiveria e soprattutto la falsa morale: elementi imprescindibili di qualsiasi rivoluzione. Le sue descrizioni degli uomini, così come degli eventi, sono ancora memorabili e meritano spazio e visibilità.

Prima di addentrarci in coccarde tricolori e alberi della libertà, egli ci concede un ultimo sguardo all’antica monarchia, con il suo ingresso nel Sovrano militare ordine di Malta:

 

Fu in quell’epoca che mio fratello, sempre preso dai suoi piani, decise di farmi ammettere nell’ordine di Malta. A tal fine bisognava che fossi fatto chierico […] dal vescovo di Saint-Malo, che però aveva degli scrupoli: dare le insegne ecclesiastiche a un laico e a un militare gli pareva una profanazione che sapeva di simonia. Courtois de Pressigny, oggi arcivescovo di Besançon e Pari di Francia, è un uomo probo e meritevole. Era giovane allora, sotto la protezione della regina, e in cammino verso la fortuna, cui arrivò più tardi seguendo una via migliore: la persecuzione. Mi misi in ginocchio, in uniforme, con la spada al fianco, ai piedi del prelato, il quale mi tagliò due o tre capelli sulla sommità della testa; questa sarebbe stata la tonsura, che fu poi certificata da lettere in piena regola. Con tali lettere, quando i miei titoli di nobiltà fossero stati riconosciuti a Malta, avrei avuto in sorte duecentomila lire di rendita: un abuso, indubbiamente, nell’ordine ecclesiastico, ma cosa utile nell’ordine politico sancito dalla vecchia costituzione. […] La chiericatura, conferitami per le ragioni suddette, ha fatto affermare a qualche mio biografo male informato che in un primo tempo ero entrato nella Chiesa[10].

Incisione di François-René de Chateaubriand in uniforme da sottoufficiale del reggimento di Navarra, che riceve la tonsura per il suo ingresso nel Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta – Parigi, Ed. E. e V. Penaud frères, 1849-1850.

Già nel gennaio del 1789 aveva assistito presso Rennes ai disordini sanguinosi che precedettero lo scioglimento degli Stati di Bretagna e a fine giugno, recatosi a Parigi con la sorella Lucile vide dalla sua finestra le teste di Foulon e Berthier issate sulle picche dei rivoltosi. Il giovane Chateaubriand furioso urla ai plebei: «Briganti! È questa la vostra libertà?». La scena rivoluzionaria lo disgusta, ma da buon liberale assiste al pranzo offerto dallamarchese de Villette nipote di Voltaire, per il ritorno di Necker.

La rivoluzione fece saltare anche l’idea da esploratore di Chateaubriand, che rinunciò al passaggio a Nord-Ovest per un’ipotetica nuova influenza francese, nelle ex colonie, di carattere culturale[11]. Non solo: la sua carriera militare è interrotta, poiché nel settembre viene anche abolito il grado di «gentiluomo cadetto». Sebbene nelle primissime fasi, il suo ascendente liberale gli aveva fatto osservare i cambiamenti politici con un moto di speranza per uno svecchiamento istituzionale di un apparato che continuava ad amare, certamente si oppose appena osservò il primo sangue. Inizia così una descrizione dettagliata degli uomini, dei profittatori, della modestia di coloro che fecero avanzare la rivoluzione:

 

In quel tempo tutto era confuso nelle menti e nei costumi, sintomo di una rivoluzione prossima. I magistrati arrossivano a portare la toga e volgevano in derisione la gravita dei loro padri. […] Le mogli dei magistrati, abbandonando la veste di venerabili madri di famiglia, uscivano dai loro cupi palazzi pronti a trasformarsi in donne dalle avventure brillanti. Il prete, sul pulpito, evitava il nome di Gesù Cristo e parlava soltanto del legislatore dei cristiani; i ministri cadevano l’uno dopo l’altro; il potere sfuggiva di mano a tutti. Il massimo della raffinatezza era essere americano in città, inglese a corte, prussiano nell’esercito; essere tutto eccetto che francese. Ciò che si faceva, ciò che si diceva, non era che un susseguirsi d’incongruenze. Si pretendeva di mantenere preti commendatari, e non si voleva saperne di religione; nessuno poteva essere ufficiale se non era gentiluomo, e s’inveiva contro la nobiltà; si introducevano contemporaneamente l’uguaglianza nei salotti e le bastonate negli accampamenti militari. […] La Rivoluzione mi avrebbe coinvolto se non avesse esordito con dei crimini: vidi la prima testa portata in cima a una picca e arretrai. L’omicidio non sarà mai ai miei occhi un oggetto di ammirazione e una prova di libertà; non conosco niente di più servile, di più spregevole, di più vigliacco, di più limitato di un terrorista. […] Gli egualitaristi, i rigeneratori, gli sgozzatori, si erano trasformati in domestici, spie, sicofanti, e, cosa ancor meno naturale, in duchi, conti e baroni: che medioevo[12]!

 

Il bretone, testimone oculare non risparmia nessuno, soprattutto i tre avvocati di provincia, che successivamente divennero famosi per aver creato quel direttorio, che ancora oggi si ricorda con tristezza. Eccovene uno:

 

Secondo l’ordine di questa gerarchia di bruttezza, apparivano, insieme ai fantasmi dei Sedici, una serie di teste di gorgoni. L’ex medico delle guardie del corpo del conte di Artois, l’aborto svizzero Marat, con i piedi nudi negli zoccoli o nelle scarpe ferrate, era il primo a perorare in virtù dei suoi incontestabili diritti. […] nella cerchia delle bestie feroci attente ai piedi del pulpito, aveva l’aria di una iena vestita. Fiutava i futuri affluvi del sangue; aspirava già l’incenso delle processioni di asini e di boia, nell’attesa del giorno in cui, cacciato dal club dei Giacobini come ladro, ateo, assassino, sarebbe stato scelto come ministro. Quando Marat era sceso dalla sua tribuna di tavole […] non gli impedì di diventare il capo della moltitudine, di salire fino all’orologio dell’Hôtel de Ville, di suonare da là il segnale di un massacro generale, e di trionfare al tribunale rivoluzionario. Marat, come il peccatore di Milton, fu violato dalla morte: Chénier ne fece l’apoteosi, David lo dipinse nel bagno rosso di sangue […]. In un cenotafio coperto di erba in place du Carrousel si poteva visitare il busto, la vasca da bagno, la lampada e lo scrittoio della divinità. Poi cambiò il vento: l’immondizia, versata dall’urna di agata in ben altro vaso, fu vuotata nella fogna.

 

L’aria divenuta certamente pesante lo indusse a partire per il Nuovo Mondo: l’America. Qui Chateaubriand ci fornisce un altro lato del suo carattere liberale: la stima massima nei confronti di George Washington, culminata con una colazione fatta insieme all’americano, grazie ad una lettera di raccomandazione di un altro bretone, Charles Armand Tuffin, marchese de la Rouërie. Ma il viaggio negli Stati Uniti, iniziato il 10 luglio del 1791, non solo evocherà più tardi Les Amours de deux sauvages dans le désert (la novella “Atala” del 1801) – che ebbe un impatto enorme nel primo romanticismo francese, inaugurato dalla baronessa Madame de Staël –, ma al suo ritorno egli pone ai posteri un altro ritratto socio-politico e geografico che possiamo definire illuminante su questo Nuovo Continente, all’epoca ancora inesplorato, che destava tante meraviglie.

Come poteva dunque Chateaubriand essere un araldo della Monarchia, se era tanto attratto da un Paese – costruito da coscritti, schiavi e reietti –, che di un Re non ne aveva avuto neanche l’ombra? Era una persona moderata, colta ed intelligente. Aveva capito perfettamente che non esiste “il migliore dei mondi possibili”, che la grandezza dell’uomo, come per disegno divino, consiste nella diversità: così come un cavallo è diverso da una tigre, gli Stati Uniti d’America dovevano essere amministrati diversamente dalla Francia. Per questo non vide mai bene un’istituzione repubblicana nel suo Paese d’origine, proprio perché ogni Stato, con la sua storia, usi e costumi, possiede la diversità.

Il bretone, tuttavia, nota dei “pericoli” che minacciano questa giovane terra. Teme una divisione degli Stati, poiché aveva compreso grandi differenze tra un Nord più denso e con meno territorio e un Sud più vasto con meno abitanti. Un Nord che commercialmente poteva fare a meno della schiavitù – non perché la ritenesse deprecabile, ma perché aveva altre fonti di guadagno –, e un Sud che ne faceva un punto di forza ineluttabile. Si chiede «gli Stati del Nord e del Sud non sono forse opposti per spirito e interessi? Gli stati dell’Ovest, troppo lontani dall’Atlantico, non vorranno un regime loro proprio?». Domande legittime. Si interroga aprendo un parallelo con la Svizzera, che viene però subito risolto: «La Svizzera federale continua a esistere in mezzo a noi: perché? Perché è piccola, povera, isolata e al sicuro nel grembo delle montagne; vivaio di soldati per i re, meta di escursioni per i viaggiatori». Teme che gli Stati Uniti, che hanno conosciuto dopo l’indipendenza solo la pace, non riescano a mantenete la loro indipendenza, con un Europa sempre agguerrita e ricca di nuove conquiste. Osserva con attenzione l’origine del capitalismo di matrice protestante e lo condanna, asserendo come la disparità sociale e di patrimoni rischiava di compromettere lo spirito di uguaglianza dei Lumi a stelle e strisce.

Infine, da segnalare, condanna l’ipocrisia del parvenu, dei nuovi ricchi ignoranti e sgraziati, che cercano di imitare un’Europa antica e bella, alla quale non possono tuttavia rubargli il sangue:

 

Mentre dilaga la disparità dei beni e nasce un’aristocrazia, il grande impulso dell’uguaglianza obbliga gli imprenditori o i proprietari terrieri a nascondere all’esterno il loro lusso, a dissimulare la ricchezza, per paura di essere ammazzati dai vicini. Il potere esecutivo non viene riconosciuto; le autorità locali, appena scelte, possono esser cacciate a piacimento e sostituite con altre. Ciò non turba affatto l’ordine pubblico. […] Lo spirito di famiglia è scarso non appena il bambino di una famiglia è in grado di lavorare bisogna, come l’uccello che ha messo le penne, che voli con le sue ali. […] Nelle città regna un freddo e duro egoismo […] sembra di essere in borsa o al banco di un grande negozio[13].

 

Come antesignano del proprio tempo, nota anche l’estrema voglia di movimento, unita alla noia che coglie negli individui, quasi meccanizzati dal lavoro frenetico: «produci e avrai l’anima salva», ama asserire l’eresia. Il suo ritorno in Europa è curioso: in Carolina, bollendo patate dolci, si accorge di un giornale inglese, lo raccoglie da terra e leggendo, apprende che il Re Luigi XVI è stato arrestato dopo la sventurata fuga da Varennes. Il giornale raccontava inoltre, dell’estendersi dell’emigrazione, e di come gli ufficiali dell’esercito si riunissero sotto la bandiera dei prìncipi francesi. Un cambiamento improvviso operò nel suo animo e decise d’un tratto di interrompere la sua esperienza americana. Un semplice confronto fra Chateaubriand e la sua coscienza lo gettò sul teatro del mondo, ma un genio maligno gli avrebbe troppo presto strappato la spada per mettergli in mano una penna.

Tornato il 16 gennaio del 1792, non farà in tempo a salutare la madre che già i ranghi degli emigrati in Belgio lo accoglieranno. Prima di partire si sposa: era necessario avere una moglie che proteggesse i suoi beni in patria. Lucile aveva trovato l’ereditiera adatta allo scopo nell’amica Céleste Buisson de la Vigne, orfana di ambedue i genitori e allevata dal nonno, ex governatore di Lorient. La ragazza ha diciotto anni e il matrimonio viene celebrato da un prete refrattario. Fu così che l’unione fu dichiarata nulla dalla legge e la giovane donna reclusa in un convento.

Solo più tardi, si avrà la serenità di un secondo matrimonio, il 19 marzo, da un prete costituzionale. Tuttavia la “fortuna” di de La Vigne, con gli sconvolgimenti rivoluzionari, si rivela molto più effimera di quella che invece ci si aspettava: i beni furono svalutati, poiché erano stati investiti alla Chiesa e allo Stato con interessi assegnati.

Chateaubriand, a livello politico, è vicino al club Les Enragés, passato alla storia come gruppo anarchico responsabile dell’espulsione dei Girondini dalla Convenzione nazionale, che consentì ai Montagnardi di assumere il pieno controllo; in realtà nell’anarchia generale del movimento, militavano anche monarchici radicali e il bretone era uno di loro.

Arrivato a Treviri, dopo non pochi problemi per espatriare, Chateaubriand si arruola nell’armata del conte d’Artois, composta da 100.000 uomini, di cui 12.000 emigrati. Poco dopo il suo arrivo, gli emigrati sono distaccati dal corpo dell’armata e ricevono la missione di assediare, insieme a 20.000 austriaci, la fortezza di Thionville, sulla riva sinistra della Mosella. François-René ritrova nella sua compagnia il cugino Armand de Chateaubriand. Dopo un assedio inconcludente, durante il quale il bretone viene ferito ad una gamba, gli emigrati hanno l’ordine di marciare su Étain, poi su Verdun. I ricordi della guerra sono sempre crudi, nonostante la sua carriera militare doveva essere prossima alla fine:

 

Eravamo troppo male armati per rispondere al fuoco; avanzammo con la baionetta in canna. Gli attaccanti si ritirarono, non so perché; se avessero resistito, ci avrebbero annientati. Nelle nostre file ci furono parecchi feriti e qualche morto, fra gli altri il cavaliere de La Baronnais, capitano di una delle compagnie bretoni. Gli portai sfortuna: la pallottola che gli tolse la vita rimbalzò sulla canna del mio fucile e lo colpì con una forza tale, che gli attraversò entrambe le tempie; il suo cervello mi schizzò in faccia. Inutile e nobile vita di una causa persa[14]!

Incisione di François-René de Chateaubriand (1768 – 1848) scrive le sue memorie sul campo militare dell’armata dei Prìncipi nel 1792. Sarà congedato con onore per alcune ferite riportate dopo l’assedio di Thionville.

Il 20 settembre 1792 il generale Brunswick, a capo dell’armata è sconfitto a Valmy. Il 30 i reduci dell’assedio di Thionville, ricevono l’ordine di unirsi alla ritirata verso la frontiera.

Non risparmiò giuste critiche all’armata dei Principi, parente lontano dell’esercito di Condé, che seguirà la storia degli emigrati francesi con più onore e gloria:

 

Deploravo la cecità dei Prìncipi, che credevano di poter tornare in patria con un pugno di servitori, e di poter rinsaldare la corona sulla testa del loro fratello grazie al braccio dello straniero. […] ma il re sarebbe perito sul patibolo, e che, verosimilmente, la nostra spedizione contro Thionville sarebbe stata uno dei principali capi d’accusa contro Luigi XVI. Ferron fu colpito dalla mia predicazione: era la prima della mia vita. Da allora, ne ho fatte molte altre, altrettanto veritiere, altrettanto inascoltate […]. Comunque, gli emigrati suscitavano allora la simpatia generale; la nostra sembrava la causa dell’ordine europeo: una sventura, se onorata, è pur sempre qualcosa, e la nostra lo era[15].

 

Tornato in patria, dopo aver rischiato la morte per dissenteria e varicella, la storia corre veloce: Luigi XVI è giustiziato il 21 gennaio del 1793 e suo zio Malesherbes, difensore del Borbone durante il processo, fu perseguitato. Gli Chateaubriand non sono da meno e dal momento che La Rouërie è morto e l’insurrezione normanna è soffocata, François-René decide di emigrare in Inghilterra per salvarsi la vita. Sarà proprio nell’isola di Albione che inizierà la sua attività di scrittore in assoluta povertà.

Sono anni difficili dove inizia la stesura, il 21 maggio dello stesso anno, dell’Essai historique, politique et moral sur les révolutions anciennes et modernes, considérées dans leurs rapports avec la Révolution française (Saggio sulla rivoluzione), un’opera letteraria di denuncia sui crimini della rivoluzione che concluderà solo nel 1797. L’Essai fu una sorta di enciclopedia storica, la quale suscitò grande scalpore da parte degli emigrati: fu in contrasto con i sentimenti dei francesi in esilio, ma nel contempo gli aprì le porte londinesi dei personaggi emigrati di alto rango.

A Londra conosce un polemista conservatore Jean-Gabriel Peltier, il quale trova un lavoro al bretone come precettore nella cittadina di provincia di Beccles: in realtà insegnerà francese alle fanciulle di buona famiglia.

In patria le cose non procedono bene: la madre viene imprigionata alla casa circondariale chiamata Égalité, un annesso della Conciergerie[16]; il castello di Combourg è confiscato e il mobilio venduto all’asta. La rivoluzione gli porta via anche suo fratello: fu ghigliottinato il 22 aprile del 1794, insieme a sua moglie Aline.

Nel frattempo al pastore anglicano della cittadina di Beccles John Ives, il giovane francese piace e lo accoglie con simpatia. Una caduta da cavallo immobilizza per alcune settimane Chateaubriand, che viene curato a casa del pastore. Ne nasce un idillio tra l’ospite e la figlia quindicenne Charlotte. Dimentico del legame matrimoniale con Céleste, ex castellano di Combourg è costretto a rivelare il proprio stato civile quando la signora Ives gli propone la mano della ragazza.

Alla fine dell’anno scolastico, probabilmente nel mese di giugno 1796 lascia Suffolk e torna a Londra:

 

Di quegli avvenimenti, mi è rimasto un ricordo di grande dolcezza, tenerezza e riconoscenza. Prima della mia celebrità, la famiglia Ives è l’unica che mi abbia voluto bene, e che mi abbia accolto con vero affetto. […] se avessi sposato Charlotte Ives, il mio ruolo sulla terra sarebbe stato diverso: sepolto in una contea della Gran Bretagna, sarei diventato un gentleman cacciatore: dalla mia penna non sarebbe caduta nemmeno una riga, avrei persino dimenticato la mia lingua […] avrei trascorso molti giorni di calma, invece dei giorni tempestosi che mi sono toccati alla sorte. […] Non avrei dovuto ogni mattina rimediare a sbagli, combattere errori[17].

Chateaubriand e Charlotte in un incisione del XIX secolo.

Questo prima episodio, creerà in Chateaubriand le prime crepe di un temperamento che con la morte successiva dei familiari, lo avvicinarono alla religione cattolico-romana grazie alla quale riabilitò in Francia il cattolicesimo.

Tragedia nella tragedia. Il 31 maggio 1798 il bretone riceve dallo zio Bedée la notizia che la madre era morta. Più di un anno dopo, nell’agosto del 1799, gli giunse con ritardo di 13 mesi una lettera della sorella Julie che gli dava la stessa notizia, lo accusava di aver contribuito con le idee dell’Essai alla morte della madre, e gli augurava di non scrivere più. La lettera non poté avere risposta; quando arrivò, Julie era morta da pochi giorni.

In questo tremendo periodo, inizia il suo progressivo avvicinamento non solo al cattolicesimo, ma a quello che verrà definito come il proto-romanticismo francese. Parlo dell’Atala, demolitore del buon selvaggio di Rousseau, ma da quest’ultimo prende spunto per la trama, grazie al romanzo epistolare del 1761 La Nouvelle Heloïse[18]. In quello che sarà uno dei suoi successi letterari, esprime le sue profonde convinzioni cristiane, spirituali e morali. Sostiene Madame de Staël nella sua lotta tra i Moderni (i futuri romantici) di cui è portavoce contro gli Anziani (i classicisti).

Atala è una novella concepita per integrarsi in un’epopea in prosa, I Natchez sono una tribù ispirata dal già discusso viaggio negli Stati Uniti, in particolare nella Lousiana e in Florida lungo le rive del Mississipi, chiamato dagli indiani Meschacebé: l’episodio di “Atala o gli Amori di due selvaggi nel deserto” è pubblicato al ritorno di Chateaubriand in Francia, prima di essere inserito nel successivo capolavoro, Genio del Cristianesimo.

Il racconto inizia con il vecchio Chactas, ormai settantreenne, indiano della tribù dei Natchez, figlio di Outalissi, raccontare al giovane francese Renè, giunto in Lousiana dopo aver abbandonato la patria, gli episodi più importanti della sua vita e in particolare della sua gioventù.

Appena ragazzo, egli è costretto a separarsi dalla sua terra madre a causa della sconfitta della sua tribù da parte dei Muscogulgi, che hanno sterminato quasi interamente il suo popolo.

Quindi Chactas viene accolto e cresciuto dallo spagnolo Lopez e dalla sorella di quest’ultimo, i quali cercano di convertirlo al cristianesimo, che il protagonista però rifiuta come religione. Dopo poco tempo, il protagonista inizia a sentire una forte nostalgia per la sua vita precedente e decide di lasciare la famiglia adottiva per tornare a vivere come un selvaggio.

A causa della sua inesperienza della vita rude e turpe degli indigeni, il ragazzo viene fatto quasi subito prigioniero dai Muscogulgi, che hanno intenzione di bruciarlo sul rogo e mangiare il suo cuore. Chactas, tuttavia, verrà salvato durante la notte, dalla bella Atala, figlia del capo dei Muscogulgi, ma educata dalla madre alla religione cristiana.

Durante la fuga, i due giovani si innamorano l’uno dell’altra, ma purtroppo vengono subito ripresi e riportati all’accampamento. Fortunatamente, la sera prima dell’esecuzione di Chactas, Atala riesce a liberarlo nuovamente e così i due iniziano una vita insieme nella foresta ai confini del deserto. La vita insieme avvicina i due protagonisti sempre di più in un amore bello e pieno di rispetto, anche se Atala non si concede e sembra tormentata dal ricordo della madre. Però la ragazza ha fiducia nel giovane indiano e infatti gli confida che, in realtà, il suo vero padre è uno spagnolo e, ironia della sorte, è lo stesso Lopez che si era preso cura del giovane.

Una notte, durante una tempesta, i due giovani si rifugiano nella foresta e Atala è sul punto di cedere al suo amore per Chactas, quando compare un cane seguito da un missionario francese, padre Aubry, giunto per soccorrerli, che li ospita nella caverna dove vive.

Il mattino seguente, mentre Atala dorme, il prete conduce il ragazzo al villaggio dove si sono stabiliti gli indiani che è riuscito a convertire e ai quali fa ancora da guida spirituale, per cercare di convertirlo e rendere possibile il matrimonio con la ragazza amata. È qui che Chactas si rende conto della pace e della felicità della vita civilizzata sotto la religione cristiana.

Ritornati alla grotta, i due uomini trovano la ragazza morente nel proprio letto e si chiedono cosa sia successo. È la stessa Atala, che con le ultime forze, spiega di essersi avvelenata perché temeva di non poter mantenere il voto di castità fatto alla madre in punto di morte. Allora padre Aubry le spiega che il voto poteva essere sciolto e che la madre, indotta dal fanatismo, le aveva fatto fare un giuramento che poteva essere invalidato. Purtroppo, a causa della propria ignoranza, Atala aveva deciso di uccidersi con un veleno senza rimedio e prima di morire conforta il suo amato e gli fa promettere di convertirsi al cristianesimo per poi ritrovarsi dopo la morte.  L’indomani Chactas e padre Aubry seppelliscono la giovane e poi il prete esorta il ragazzo a ricongiungersi al resto della sua tribù.

Nell’epilogo, un viaggiatore europeo narra di aver incontrato dei superstiti della tribù dei Natchez, vicino alle cascate del Niagara, che si portano dietro le ceneri dei loro antenati. Una donna, figlia di René, svela al viaggiatore la fine violenta del suo avo, di padre Aubry e di Chactas, che prima di morire era riuscito a convertirsi alla religione cristiana.

Questa storia d’amore è caratterizzata da uno stile fortemente lirico dove lo scrittore fa emergere sia la poesia descrittiva, sia quella drammatica.

Infatti si intravedono tutti gli elementi della letteratura romantica, come l’attenzione dedicata agli stati d’animo, il gusto per la natura, il ritorno alle radici cristiane come fondamento dell’identità dei popoli europei. Proprio quest’ultima voce diviene araldo del racconto, poiché si evince il contrasto tra la crudeltà dei selvaggi indiani, con la santità del missionario cattolico. Da qui avviene la condanna dei philosophes per l’elogio al buon selvaggio: questo essere astratto, senza macchia, che vive a contatto con la natura, perché puro.

Tutta l’opera di Chateaubriand è percorsa dallo sgomento davanti alla fatale corruzione dell’essere. Questa ossessione si concretizza, nella figura della maternità che genera morte: legata dalla madre al voto di castità, la giovane Atala si uccide per non infrangere il voto.

In quella estate, mentre lutti e missive si ripresentano con la velocità della ghigliottina, lo scrittore era impegnato in un’opera di circostanza di sicuro successo, una brochure, un pamphlet molto cattolico di 48 pagine, l’embrione, l’incunabolo del futuro Génie du Christianisme.

A sinistra il busto in bronzo di François René de Chateaubriand nel Dol de Bretagne. La statua di Chateaubriand è stata apposta nel 1998 per celebrare il 150° anniversario della sua morte. A destra la testata del Genio del Cristianesimo del 1802.

Ancora oggi vi sono dubbi sulla sincerità di Chateaubriand verso la fede cristiano-cattolica. Ebbene i dubbi possono essere fugati conoscendo la sua vita retta, senza compromessi, con tanti sacrifici verso il prossimo, dove quest’ultimo aveva sempre le sembianze o della Francia o dello stesso popolo. Un lavoro politico e letterario oscuro, irradiato solo dalle critiche e dalle minacce dei despoti di turno. Certamente non fu uomo coerente: ebbe delle amanti, uccise in guerra, ma l’abbraccio vero della religione romana lo ebbe grazie al perdono: qui la grandezza del Cristianesimo; non più homo-homini-lupus, ma homo-homini-Deus, poiché Cristo si è fatto uomo, è Dio per l’uomo, la rettitudine di una vita, sta nell’essere perdonati dai propri sbagli. Ad una Rivoluzione che rimettendo al centro l’uomo, voleva renderlo perfettibile e auto-cosciente di sé usando qualsiasi mezzo necessario, il Cristianesimo cattolico ci insegna che l’uomo è imperfetto e proprio questa caratteristica è la sua forza, poiché fa tendere l’uomo – tramite un percorso “di santità” fatto di autoconsapevolezza e pentimento –, verso il paradiso. Chi è il santo? È colui che si dona al prossimo e grazie a questa bontà di spirito, sempre difficilissima per la natura umana, compie del bene agli altri, migliorando se stesso. Io credo che Chateaubriand avesse perfettamente capito quest’essenza straordinaria della Verità.

Pubblicato in Francia nel 1802, il Génie du Christianisme (Genio del Cristianesimo) è un’opera apologetica scritta tra il 1795 e il 1799 durante il suo esilio britannico. Lo scritto contribuirà molto anche alla riscoperta dell’arte gotica (precursore anche qui del britannico Augustus Pugin), della cavalleria e degli scrittori cristiani. Rappresentante di una generazione assetata di sentimenti religiosi che la Rivoluzione aveva adombrato, Chateaubriand vuole riabilitare il cristianesimo, la religione che lui considera la “più poetica, più umana, più favorevole alle lettere”. Il successo di quest’apologia ha portato l’autore a essere una vera guida spirituale. Opera fortemente didattica, il Genio del Cristianesimo o la bellezza della religione cristiana è arricchito di passaggi fondamentali che focalizzano lo sviluppo del Romanticismo in Francia, grazie alle meraviglie della natura o all’episodio di René. Fu un autentico successo in tutta Europa, soprattutto in Francia. Il libro è diviso in quattro distinte suddivisioni: Dogmi e dottrine, che evocano la bellezza e la nobiltà morale del cristianesimo; Poetica del cristianesimo, che mira ad evidenziare la superiorità delle opere d’ispirazione cristiana in confronto alle opere di origine pagana; Belle Arti e letteratura, attraverso la quale l’autore prova che i principali capolavori artistici e letterari si basano sul cristianesimo; Culto, dove sottolinea l’importanza e la grandezza della liturgia cristiana. Lo stesso bretone è felice dal suo successo che lo consacrò ai posteri:

 

Frattanto terminavo il Génie du Christianisme […]. L’impero dei seguaci di Voltaire cacciò un grido e corse alle armi. […] che speranze potevo avere io, privo di fama e di sostenitori, di distruggere l’influenza di Voltaire che aveva innalzato l’enorme edificio terminato dagli enciclopedisti e consolidato da tutte le celebrità d’Europa? Come! I Diderot, i D’Alembert, i Duclos, i Dupuis, gli Helvétius, i Condorcet erano spiriti senza autorità? Come! Il mondo doveva tornare alla leggenda aurea, rinunciare all’ammirazione dovuta ai capolavori di scienza e di ragione? Potevo mai vincere una causa che Roma armata dei suoi fulmini, il clero della sua potenza non avevano potuto difendere; una causa sostenuta invano all’arcivescovo di Parigi, Christophe de Beaumont, con l’appoggio dei decreti del Parlamento, della forza armata e del nome del Re? Non era ridicolo quanto temerario, per un uomo oscuro, opporsi ad un movimento filosofico così irresistibile da aver prodotto la Rivoluzione? Era curioso vedere un pigmeo tendere le braccia gracili per soffocare il progresso del secolo, fermare la civiltà e far retrocedere il genere umano! Grazie a Dio, sarebbe bastata una parola per polverizzare quell’insensato: così Ginguené, maltrattando il Génie du Christianisme sulla “Décade”, dichiarava che la critica giungeva troppo tardi, perché le mie farneticazioni erano già dimenticate. Lo diceva cinque o sei mesi dopo la pubblicazione di un’opera che neppure l’attacco dell’intera Académie Française, in occasione dei premi decennali, ha potuto distruggere. Pubblicai il Génie du Christianisme tra le rovine dei nostri templi. I fedeli si credettero salvi: si sentiva all’epoca un bisogno di fede, un’avidità di consolazioni religiose che derivavano dalla lunga privazione di tali consolazioni. Quante forze soprannaturali da invocare per tante avversità subite! Quante famiglie mutilate dovevano cercare presso il Padre degli uomini i figli perduti! Quanti cuori spezzati, quante anime rimaste sole imploravano una mano divina per guarirli! […] cercavano rifugio nell’Altare[19].

 

I passi in cui lo scrittore bretone dimostra che scacciando le divinità pagane dai boschi il culto cristiano, allargandosi, ha riportato la natura alla sua solitudine; i paragrafi in cui tratta l’influenza della religione cattolica sullo stile della visione pittorica, o il cambiamento religioso operato nella poesia e nell’eloquenza; i capitoli dedicati alle ricerche sui nuovi sentimenti introdotti nei modelli drammatici dell’Antichità, racchiudono il germe della nuova critica.

L’azione del Génie du Christianisme sulle opinioni, non si limita a una momentanea resurrezione di una religione data per morta: ebbe luogo una metamorfosi più duratura. L’ateismo e il materialismo non furono più la base del credo o della miscredenza dei giovani ingegni; l’idea di Dio e dell’immortalità dell’anima riacquistò il suo potere. Il pregiudizio antireligioso fu annientato, si dileguò con la stessa velocità con cui era comparso; il cattolico non fu più una mummia del nulla, avvolto in bende filosofiche.

In Francia il 9 novembre del 1799 (18 brumaio) arriva il colpo di Stato che innalza Bonaparte al potere. Il cambiamento politico induce gli emigrati a tornare in patria. Mentre i francesi si occupavamo del vivere e del morire comuni, la storia compiva la marcia gigantesca del mondo; l’Uomo del tempo prendeva la guida della specie umana.

Quando nel 1801 il suo amico Joubert lo introduce nella cerchia di intellettuali che si riuniva regolarmente in rue Neuve-du-Luxembourg, da Pauline de Beaumont, passando per Fontanes, Bonald, Molé, Pasquier, Chênedollé e la stessa madame de Staël-Holstein. Molti di questi personaggi manterranno anche in seguito strette relazioni di amicizia con Chateaubriand. Pauline de Montmorin Saint-Hérem, contessa di Beaumont (1768 – 1803) era figlia del Ministro degli Esteri di Luigi XVI, perito nei massacri del 2 settembre del 1792 con tutta la sua famiglia, ad eccezione della giovane donna. Joubert e la moglie aveva conosciuto Paoline nel 1794, quando la ragazza si era rifugiata in Borgogna, dai cugini Sérilly. In seguito l’accolsero nella loro residenza di Villeneuve-sur-Yonne. Così tra Joubert e Pauline nascerà un grande legame affettivo. Nel 1798 de Beaumont era tornata a Parigi: tra Chateaubriand e la donna scatta la scintilla, che si trasformerà in amore e affetto duraturo. Per permettere a Chateaumbriand, divenuto suo amante, di lavorare in maniera confortevole al Génie du Christianisme, Pauline affitta in aprile una casa a Savigny-sur-Orge, dove i due abitano insieme a partire dal 20 maggio fino alla fine di novembre.

Grazie alla relazione con Fontanes, che è amico di Luciano Bonaparte e di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, Chateaumbriand ottiene la radiazione dalla lista degli emigrati.

Parigi, Panthéon: scultura di dedicata agli oratori e ai pubblicisti della Restaurazione (1903) di Laurent Honoré Marqueste (1848 – 1920), monumento in pietra. Il gruppo di oratori e pubblicisti della Restaurazione è composto da Benjamin Constant, Pierre de Serre, Casimir Perier, Armand Carrel, dal generale Maximilien Foy, Jacques-Antoine Manuel e François-René de Chateaubriand.

Il 14 aprile la pubblicazione del Génie du Christianisme con Migneret è un successo strepitoso: l’opera appare in concomitanza con il Te Deum che, il 18 aprile, giorno di Pasqua, celebra solennemente, a Notre-Dame, il ripristino del culto (in seguito Concordato). L’eco arriva fino allo stesso Napoleone, che lo invita ad un ricevimento per conoscerlo:

 

Fui invitato perché avevo radunato le forze cristiane e le avevo fatte tornare alla carica. Ero nella galleria quando entrò Napoleone: mi colpì favorevolmente; […] Il suo sorriso era carezzevole e bello; […] non aveva ancora nessuna ciarlataneria nello sguardo, niente di teatrale e di affettato. Il Génie du Christianisme, che all’epoca destava molto scalpore, aveva agito su Napoleone. Una prodigiosa immaginazione animava quel politico tanto freddo […] Bonaparte mi scorse e mi riconobbe, non so da che cosa. Quando si diresse verso la mia persona, non si sapeva chi cercasse; le file si aprivano l’una dopo l’altra; ognuno sperava che il console si sarebbe fermato davanti a lui; egli pareva provare una certa impazienza di fronte a tali equivoci. Io sprofondavo dietro ai miei vicini; a un tratto Bonaparte alzò la voce e mi disse: «Monsieur de Chateaubriand»! Allora rimasi da solo alla vista, perché la folla si ritirò e in breve si riformò in cerchio intorno ai due interlocutori. Bonaparte mi rivolse la parola con semplicità: senza farmi complimenti, senza domande oziose, senza preamboli, mi parlò immediatamente dell’Egitto e degli Arabi, come se fossi stato in confidenza con lui ed egli si limitasse a continuare una conversazione già avviata tra noi. «Rimanevo sempre colpito, – mi disse -, quando vedevo gli sceicchi cadere in ginocchio in mezzo al deserto, volgersi a Oriente e toccare la sabbia con la fronte. Qual era la cosa ignota che adoravano in direzione dell’Oriente»? Bonaparte s’interruppe, e passando senza transizione a un’altra idea: «Il Cristianesimo? Gli ideologi non hanno forse voluto ridurlo a un sistema di astronomia? Se anche così fosse, credono di convincermi che il cristianesimo sia poca cosa? Se il cristianesimo è l’allegoria del movimento delle sfere, la geometria degli astri, gli atei hanno un bel dire, hanno pur sempre lasciato, loro malgrado, sufficiente grandezza all’infame». Bonaparte si allontanò seduta stante. Come a Giobbe, nella mia notte, uno spirito mi è passato davanti; i peli della mia carne si sono drizzati; è rimasto lì: non conosco il suo volto e ho udito la sua voce come un lieve soffio[20].

 

Inizialmente anche Chateaumbriand è attratto da Napoleone, come tutti. Come si spiega allora la grande battaglia che intraprese dopo contro di lui? È presto detto. Il còrso ristabilì la civiltà in Francia, eseguì riforme, attuò il nuovo concordato con il clero, rese grande militarmente la Francia. Quest’ultimo punto attrae il bretone: allo scrittore, Napoleone piaceva per il coraggio delle scelte, giuste o sbagliate che fossero; la capacità di Napoleone di prendersi le responsabilità di fronte al popolo e alla Nazione. Certamente intravedeva già il dispotismo, ma di fronte ai crimini rivoluzionari, il generale appariva un moderato, poiché abolì il terrore, riconsegnò parzialmente il potere alla nobiltà. Quello che Chateaumbriand scoprirà successivamente, in formato simile alla Rivoluzione, segnò il suo allontanamento e la sua personalissima guerra al despota. Se vi era qualcosa che François-René non sopportava era la prepotenza, la corruzione: Napoleone si contornò di profittatori, di ipocriti, di regicidi e da tutti coloro che lo adulavano solo per trarci profitto. In verità anche Napoleone nutriva stima di Chateaumbriand: dopo aver letto le sue opere, aveva capito che possedeva talento, ingegno e un elemento per lui molto importante, la riservatezza e la poca ambizione di potere – i due potevano davvero andar d’accordo.

Quale dunque l’elemento che mise fine alla loro conoscenza, nonostante il futuro Imperatore dei Francesi gli avesse assegnato la segreteria dell’ambasciata dello Stato Pontificio nel 1803 al seguito del Cardinale Joseph Fesch (1763 – 1839)? Fu un omicidio. Fu l’assassinio del duca d’Enghien, l’ultimo della grande famiglia dei Condé, a Vincennes. Perché dunque Napoleone avrebbe mai commesso omicidio così efferato? Ebbene, grazie anche agli intrighi di Talleyrand, il còrso voleva pubblicamente far comprende come egli non poteva mai essere il restauratore tanto desiderato del Trono e dell’Altare in Francia. L’abolizione del terrore, il riavvicinamento della nobiltà, il Concordato con la Chiesa, avevano fatto sperare l’esiliato Luigi XIII e molti dei realisti, compreso Chateaumbriand, in una nuova svolta per la Francia. Come sappiamo non sarà Regno, ma Impero. Il letterato non perdona il gesto materiale, non comprende l’atto politico: il 21 marzo del 1804 scrive una lettera di dimissioni a Talleyrand, non assumendo neanche l’incarico di Sion che Napoleone gli aveva appena conferito. Da quel momento è un oppositore di Napoleone, l’unico che elevò un grido in Europa, tramite il giornale del Mercure. Paradossalmente Napoleone nelle sue Memorie di Sant’Elena elogia Chateaumbriand per la sua franchezza e la sua opposizione fiera e leale. Dopo tanti colpi bassi, dati e ricevuti, l’ex Imperatore dei Francesi in esilio gli diede merito.

Così riporta il racconto dell’omicidio di colui che aveva militato, insieme al bretone, nell’armata degli emigrati francesi, poi esercito di Condé:

 

Un ordine di Bonaparte, del 29 ventoso anno XII, aveva stabilito che una commissione militare, composta da sette membri nominati dal generale governatore di Parigi (Murat), si sarebbe riunita a Vincennes, per giudicare il «ci-devant» duca d’Enghien, accusato di essersi armato contro la Repubblica. […] La morte dello sventurato duca d’Enghien è uno degli avvenimenti che hanno più afflitto la nazione francese: esso ha disonorato il governo consolare. Un giovane principe, nel fiore degli anni, sorpreso a tradimento su suolo straniero, dove dormiva in pace protetto dal diritto dei popoli; trascinato con violenza verso la Francia; tradotto di fronte a sedicenti giudici che non potevano in nessun caso essere i suoi; accusato di reati immaginari; privo del soccorso di un difensore; interrogato e condannato a porte chiuse; giustiziato di notte nei fossati della roccaforte che fungeva da prigione di Stato; tante virtù misconosciute, speranze tanto care distrutte, faranno per sempre di questa catastrofe uno degli atti più rivoltanti cui si sia mai abbandonato un governo assoluto! […] Il duca d’Enghien non è stato arrestato in Francia; non era prigioniero di guerra, perché non era stato catturato con le armi in pugno; non era prigioniero a titolo civile, perché non era stata chiesta l’estradizione; si trattava di un sequestro violento di persona, paragonabile alle catture dei pirati di Tunisi e di Algeri, di una scorreria di ladri, incursio latronum. […] Riassumendo questi fatti, ecco che cosa mi hanno dimostrato: Bonaparte ha voluto la morte del duca d’Enghien; […] la separazione definitiva del Primo console dai Borboni. […] Quanto a Talleyrand, prete e gentiluomo, ispirò e preparò l’assassinio assillando Bonaparte con le sue ansie: temeva il ritorno della monarchia legittima. […] fu lui a convincere il console a ordinare l’arresto fatale[21].

 

Questa morte, sul momento, gelò di spavento tutti i cuori; si temette un ritorno del regno di Robespierre. Parigi credette di rivedere uno di quei giorni che si vedono solo una volta, il giorno dell’esecuzione di Luigi XVI. I servitori, gli amici, i parenti di Bonaparte erano costernati.

Luigi Antonio di Borbone, Duca di Enghien (Chantilly, 2 agosto 1772 – Vincennes, 21 marzo 1804), era un parente dei sovrani borbonici di Francia. Fu giustiziato per accuse inventate durante il consolato francese. Fu educato privatamente dall’Abbé Millot e, nelle questioni militari, dal Commodoro de Vinieux. Mostrò precocemente lo spirito bellicoso del Casato di Condé, e cominciò la sua carriera militare nel 1788. Allo scoppio della rivoluzione francese, emigrò con il padre e il nonno pochi giorni dopo la caduta della Bastiglia e rimase in esilio, cercando di aumentare le forze per l’invasione della Francia e la restaurazione della monarchia. Nel 1792, allo scoppio delle guerre rivoluzionarie francesi, ricoprì un comando nel corpo degli émigré organizzato e comandato da suo nonno, il Principe di Condé. Questo esercito di Condé condivise la fallimentare invasione della Francia del Duca di Brunswick.

All’estero, il linguaggio diplomatico soffocò subito la reazione popolare, ma essa scosse ugualmente le viscere della folla. Nella famiglia esiliata dei Borboni, il colpo penetrò a fondo: Luigi XVIII restituì al re di Spagna l’Ordine del Toson d’Oro, di cui era stato da poco insignito Bonaparte; la decorazione era accompagnata dalla lettera seguente, che fa onore all’anima regale: «Caro signor cugino, non può esservi niente in comune tra me e il grande criminale che l’audacia e la fortuna hanno posto su un Trono che egli ha avuto la barbarie di macchiare con il sangue puro di un Borbone, il duca d’Enghien. La religione può impormi di perdonare un assassino; ma il tiranno del mio popolo dev’essere sempre mio nemico. La Provvidenza per motivi inspiegabili, può condannarmi a finire i miei giorni in esilio; ma né i miei contemporanei né i posteri potranno mai dire che nel momento avverso io mi sia mostrato indegno di occupare fino all’ultimo respiro il trono dei miei antenati».

Non bisogna dimenticare un altro nome, associato a quello del duca d’Enghien: Adolph Gustav IV (1778 – 1837), poi detronizzato e messo al bando, fu l’unico tra i Re allora regnanti che osò alzare la voce per salvare il giovane principe francese. Fece partire da Karlsruhe un aiutante di campo latore di una lettera a Bonaparte; la lettera arrivò troppo tardi: l’ultimo dei Condé non era più. Gustavo Adolfo restituì al re di Prussia il cordone dell’Aquila Nera, come Luigi XVIII aveva reso il Toson d’Oro al re di Spagna. Gustavo dichiarava all’erede del grande Federico che «secondo le leggi della cavalleria non poteva acconsentire ad essere fratello d’armi dell’assassinio del duca d’Enghien» (Bonaparte aveva l’Aquila Nera).

Il giudizio su Napoleone, più tardi, sarà tremendo, crudo, veritiero:

 

Napoleone poteva ripercorrere il corso della sua vita: poteva chiedersi se con un po’ più di moderazione non avrebbe conservato la sua prosperità. Adesso non erano degli stranieri, dei nemici, a metterlo al bando; non se ne andava quasi da vincitore, lasciando la nazione piena di ammirazione per il suo passaggio, dopo la prodigiosa campagna del 1814; si ritirava sconfitto. Erano dei francesi, degli amici, a esigere la sua immediata abdicazione, a sollecitare la sua partenza; non lo volevano più nemmeno come generale […] gridavano che Bonaparte era stato davvero troppo criminale a violare i trattati del 1814. Ma i veri colpevoli non erano forse coloro che avevano favorito i suoi piani? […] si prestarono alle passioni del loro capo, tornato indietro; contribuirono ad accecarlo, sicuri com’erano di trarre profitto sia dalla sua vittoria che dalla sua sconfitta. Solo il soldato morì per Napoleone con una lealtà ammirevole; tutti gli altri non furono che gregge al pascolo, intento a ingrassarsi a destra e a manca. […] Non si vide mai un tale abbandono; Bonaparte stesso l’aveva reso possibile: insensibile com’era alle pene altrui, il mondo gli rese indifferenza per indifferenza. Come la maggior parte dei despoti, si trovava bene con i suoi domestici; in fondo non gli importava di nessuno: uomo solitario, bastava a se stesso; la sventura si limitò a renderlo al deserto della sua vita[22].

 

Nel marasma, tre eventi distinti lo abbattono e lo ravvivano. Inizia una seconda relazione con Delphine de Sabran, una nobildonna vedova, che si era stabilita nel castello di Fervacques: luogo di incontri proibiti con il letterato.

Durante l’ambasciata di Roma muore nel 1803 la sua amante Paoline. François-René sarà al suo capezzale, proprio nella città eterna, provvederà ai suoi funerali e alla sua sepoltura nella splendida Chiesa romana di San Luigi dei Francesi. L’addio all’Italia gli vale la pubblicazione di un opuscolo, tramite il Mercure, Lettere sulla campagna romana del 3 marzo 1804.

La data coincide con lo stesso giorno in cui la sua vita coniugale riprende con la moglie Céleste: una relazione che per gli eventi storici si era gioco-forza interrotta nel 1792. I due erano quasi degli sconosciuti, si erano visti solo quattro volte. Nonostante questo nasce un amore sincero, leale, che metterà fine alle “scappatelle” di Chateaumbriand.

Nel 1804 spira anche la sorella Lucile, morta per cause misteriose, si pensò ad un suicidio. La pena e lo sconforto sono duraturi nel letterato, che vede nuova linfa con la pubblicazione di René nel 1805. Uscito nel 1802 nel capitolo del Genie dedicato al “vago delle passioni”, René ne è stato distaccato tre anni dopo e unito al seguito di Atala. Questo racconto conoscerà un successo prodigioso in tutta l’Europa. Nelle intenzioni dell’autore l’episodio doveva servire a dare l’esempio della “potenza di una religione”. Chateaubriand ammetterà più tardi, nelle Memorie d’oltretomba (1848 – 50), l’importanza di quest’opera a riguardo del romanticismo nascente: «Se René non esistesse, non lo scriverei più; se mi fosse possibile distruggerlo, lo distruggerei. Una generazione di René poeti e René narratori è cresciuta a dismisura […] Non c’è stato un solo ragazzo che, dopo il collège, non abbia sognato di essere il più dannato degli uomini».

René è un giovane europeo che sfugge dalla civiltà, alla ricerca di se stesso. Si rifugia nelle foreste americane, presso i Natchez. Qui lo accolgono due anziani, Chactas e Padre Souël che si possono considerare le autorità politiche e religiose.

Il romanzo inizia con la sollecitazione degli anziani, ad abbandonare la reticenza del protagonista e indurlo a raccontare la sua storia della vita. L’arrivo di una lettera, che annuncia la morte della sorella, convince finalmente lo sconvolto René a narrare la sua storia.

Come suggerisce il titolo, ci sono numerosi elementi autobiografici nel libro, che attinge ampiamente ai ricordi di Chateaubriand della sua infanzia in Bretagna e ai suoi viaggi in Nord America nel 1791. Chateaubriand è stato criticato per il suo uso del tema dell’incesto e non c’è prova che sua sorella Lucile aveva una tale passione per lui nella vita reale.

Noia, disincanto, rifiuto del mondo che non si comprende più, ricerca della solitudine, ma allo stesso tempo disgusto, passioni vaghe e senza esito, incertezze e indecisione: sono questi i sentimenti del giovane René, primo eroe romantico vittima del “male del secolo”.

René si è rivelato un’ispirazione immensa per i giovani romantici che hanno ritenuto che fosse l’espressione perfetta del mal du siècle vissuto dalla loro generazione. Tra gli ammiratori ricordiamo il compositore Louis-Hector Berlioz (1803 – 69) e il drammaturgo Alfred Louis Charles de Musset-Pathay (1810 – 57). La sua fama raggiunse l’estero; i viaggi di René attraverso l’Europa furono imitati da Lord Byron nel Pellegrinaggio di Childe Harold. Sia René che Harold, sono irrequieti ed estraniati con un disprezzo aristocratico per la banalità del mondo. Come Goethe con Werther, negli anni successivi Chateaubriand arrivò a risentirsi della popolarità dei suoi primi lavori.

Date le dimissioni e braccato dal regime napoleonico, partì per un lungo viaggio in Oriente che evocherà in L’itinerario da Parigi a Gerusalemme (1811).

Quando tornò in Francia, si stanziò alla Vallée-aux-loups e si oppose al regime imperiale. Pubblicò un’epopea della religione cristiana, I Martiri (1809), e iniziò le sue Memorie d’Oltretomba. Eletto all’accademia francese, non poté pronunciare il suo audace discorso, censurato dal governo, dovette aspettare la caduta dell’Impero.

Chateaubriand sempre dalla parte della causa borbonica, entrò in politica dove si succederanno momenti di favore e di disgrazia. Diventò ambasciatore a Berlino e a Londra, ministro degli Affari Esteri, ambasciatore a Roma. Durante questo periodo Chateaubriand scrisse opere politiche Dei Buonaparte e dei Borbone (1814), vero pamphlet contro Napoleone, elogio alla monarchia legittimista.

Louis-François Lejeune, Ingresso di Carlo X a Parigi, vicino alla barriera della Villette, dopo la sua incoronazione. 6 giugno 1825. Testatina dei Bonaparte e dei Borboni, edito in italia dalla Adelphi, piccola Biblioteca.

Tuttavia il rapporto con Luigi XVIII non è buono: c’è il rispetto per l’entità divina che rappresenta, non vi è stima umana, la stessa che invece permeò il rapporto con il successivo Carlo X:

 

Luigi XVIII non perse mai la consapevolezza della supremazia dei suoi natali; era re dappertutto, così come Dio è Dio dappertutto, in una mangiatoia o in un tempio, su un altare d’oro o d’argilla. La sua sventura non gli strappò mai la minima concessione; più cadeva in basso, più s’innalzava; la sua corona era il nome; sembrava che dicesse: «Uccidetemi, non ucciderete i secoli scritti sulla mia fronte». Se al Louvre avevano raschiato via il suo blasone, poco gli importava: non era inciso sul globo? […] L’idea fissa della grandezza, dell’antichità, della dignità, della maestà della propria stirpe, dava a Luigi XVIII una vera autorità. Se ne avvertiva l’imperio; gli stessi generali di Bonaparte lo ammettevano: erano più intimiditi al cospetto di quel vecchio impotente che davanti al terribile padrone che li aveva comandati in cento battaglie. A Parigi, quando Luigi XVIII accordava ai monarchi trionfanti l’onore di pranzare alla sua tavola, passava per primo senza complimenti davanti a quei prìncipi i cui soldati erano accampati nel cortile del Louvre; li trattava come vassalli che, portando uomini d’arme al loro Signore e Sovrano, avevano fatto soltanto il loro dovere. In Europa esiste soltanto una monarchia, quella di Francia; il destino delle altre è legato alla sorte di quella. Tutte le stirpi regali sono vecchie di un giorno in confronto alla stirpe di Ugo Capeto, e quasi tutte ne sono figlie. Il nostro antico potere regale era l’antica monarchia del mondo: la messa al bando dei Capeto ha datato l’era della cacciata dei re. […] L’incrollabile fede di Luigi XVIII nel suo rango è il potere reale che gli ha restituito lo scettro; è questa fede che, per due volte, gli fece cadere in testa una corona per la quale l’Europa non immaginava, né aveva intenzione, di consumare popoli e tesori. L’esiliato senza soldati si trovava al termine di tutte le battaglie che non aveva ingaggiato. Luigi XVIII era la legittimità incarnata, quando è scomparso l’uno, è scomparsa anche l’altra[23].

 

Quasi da storico nelle sue memoria riporta la crisi morale e politica, che farà poi crollare il successore del conte di Provenza, Carlo X. Principalmente non perdonava a Luigi XVIII di essersi contornato, anch’esso dai profittatori e da antichi regicidi. A differenza di Bonaparte era un tiepido, sposando ora una causa, per interesse, ora un’altra. Un Re che non vuole problematiche, fatica a tenersi issato sul Trono. Le prime opere della Restaurazione furono affidate all’infecondità del vescovo di Autun, quel Talleyrand che dopo esser sopravvissuto a tutte le stagioni politiche inflisse alla Restaurazione la sterilità, trasmettendole un germe di infamia e di morte. Luigi XVIII era insensibile, questa l’accusa principale.

Gli eccessi del Terrore, il dispotismo di Bonaparte avevano fatto tornare indietro le idee, ma appena gli ostacoli opposti furono annientati, esse affluirono nel letto che dovevano al tempo stesso seguire e scavare – «le cose furono riprese al punto in cui si erano fermate; ciò che era accaduto fu come annullato: la specie umana, riportata all’inizio della rivoluzione, aveva solo perduto quarant’anni di vita».

Tomba di Chateaubriand sull’isola di Grand Bé nei pressi di Saint-Malo.

Si ritirò della politica nel 1830, rifiutando di riconoscere la Monarchia di Luglio, di Luigi Filippo di Borbone-Orléans (Luigi Filippo I, 1773 – 1850), quell’Égalité fil che con tanta malizia e abilità, riuscì a sottrarre a Carlo X il Trono, tramite intrighi di Palazzo.

Indubbiamente la sua scrittura lirica e il suo stile complesso e musicale, lo classificheranno tra gli autori che hanno rappresentato al meglio il malessere di tutta una generazione di scrittori. Ammirato da poeti come Lamartine e Charles Baudelaire e dal romanziere Marcel Proust, Chateaubriand è stato un autore influente tra l’Ottocento e il Novecento, per il ruolo ricoperto di avanguardista letterario del movimento romantico.

«L’uomo e lo scrittore sono inseparabili», Chateaubriand spiega questo concetto nel suo prefazio testamentario mandato al direttore della Rivista dei due mondi per descrivere il suo progetto autobiografico. Le Memorie d’Oltretomba sono la testimonianza della coscienza dell’autore di fronte a un mondo che sta cambiando. Un giudizio personale sui fatti e sui personaggi si sovrappone a una descrizione obiettiva e a un autoritratto fedele.

Muore il 4 luglio del 1848, quando altri vagiti rivoluzionari erano alle porte. Oggi riposa sull’isola di Grand Bé nei pressi di Saint-Malo, la sua città natale. La sua tomba in realtà non contiene alcuna iscrizione, una targa non nominativa è stata comunque posizionata sul muro dietro il manufatto, con l’iscrizione: «Un grande scrittore francese ha voluto riposare qui per ascoltare solo il vento e il mare. Passando rispetta il suo ultimo desiderio».

 

[1] Ivi, pp. 834-835.836.837-838.

[2] Nascita del padre, René-Auguste de Chateaubriand.

[3] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, p.27.

[4] In realtà, la guerriglia futura della Chouannerie, rese famosi questi contadini bretoni come i temuti Chouans.

[5] La pallamaglio è un antico gioco all’aperto, originario di Napoli, che ha dato origine a numerosi sport moderni, come il golf, il croquet, l’hockey nelle sue varianti e il polo.

[6] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, p.95.

[7] Nel 1780 vengono maritate contemporaneamente due delle sue sorelle. Marie-Anne, a diciannove anni, sposa il conte di Marigny; Bénigne, a diciotto, il conte di Québriac. Ambedue gli sposi sono capitani del corpo di cavalleria dei dragoni, di buona nobiltà bretone. Le nuove famiglie vanno ad abitare a Fougéres, a circa cinquanta chilometri da Combourg, in belle dimore gentilizie. Frattanto Jean-Baptiste ha finito gli studi a Rennes, e il padre gli ha comprato una carica di consigliere al Parlamento (1779). Nell’aprile del 1782 si sposa anche la sorella Julie all’età di diciotto anni con il cavaliere Annibal de Farcy, altro nobile bretone, capitano del reggimento di fanteria di Condé.

[8] Ivi, p.98.

[9] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, pp.119-120-121-122-123

[10] Ivi, pp. 143-144. È affiliato all’Ordine di Malta l’11 settembre del 1789.

[11] Si scoprirà poco dopo, grazie agli esploratori Mackenzie, Gray e Vancouver, che tale passaggio era inesistente, poiché bloccato dalle invalicabili Montagne Rocciose. Ciò fu possibile grazie all’esplorazione della costa nord dell’America.

[12] Ivi, pp. 131-132-133.

[13] Ivi, p.242.

[14] Ivi, p.280.

[15] Ivi, p.286-231.

[16] Sarà liberata solo il 18 ottobre del 1794.

[17] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, p. 320.

[18] Peraltro Rousseau confonde clamorosamente il concetto di “stato di natura” con quello di “natura” o “legge naturale”. Per tutti gli illuministi la natura di un essere nella sua auto-sussistenza coincide con la perfezione, poiché per se stessa la natura contiene “in nuce” il dispiegamento di una serie di virtualità positive: quegli istinti genuini che rischiano di corrompersi nelle convenzioni artificiose che la società impone.

[19] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, pp.

[20] Ivi, pp.419-420

[21] Ivi, pp. 462-465-466-469-470-478.

[22] Ivi, 827-828-829.

[23] Ivi, pp.776-786-787.

 

Per approfondimenti:
_R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015;
_R.A.de Chateaubriand, Genio del Cristianesimo, Einaudi, Torino, 2014;
_R.A.de Chateaubriand, Atala – ­René, Garzanti, Milano, 2006;
_R.A.de Chateaubriand, Saggio sulle rivoluzioni, Medusa, Milano, 2006.

 

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Parigi tra vaudevilles, cafés chantants e opéra

Parigi tra vaudevilles, cafés chantants e opéra

di Carlotta Travaglini 23-04-2020

La Francia subì la scia della profusione di novità che, tra il 1750 e il 1850, invade l’Europa in campo musicale. La sinfonia, genere strumentale per eccellenza, stava consentendo l’esplorazione di nuove possibilità espressive ed armoniche, mentre in campo operistico i cambiamenti e il plauso del pubblico europeo crescevano a vista d’occhio, grazie all’utilizzo, sempre più diffuso, delle possibilità espressive fornite dal sistema armonico e tonale messo a punto nei secoli passati.

Saint-Aubin – Boston, Scena di Armide di Lully, 1761 (31,1 x 50,2 cm) Penna e inchiostro bruno, acquerello e tempera su matita di grafite su carta.

L’impiego di un momento sinfonico, in particolare, all’interno dell’opera, nasce da esigenze pratiche. Il teatro era prima di tutto un luogo di vita sociale, perciò occorreva che, ad un certo punto, l’orchestra si mettesse a suonare, dando avviso dell’inizio dello spettacolo e consentendo a tutti di sistemarsi ai propri posti. La sinfonia d’opera del XVIII secolo poteva essere, essenzialmente, di due tipi: tripartita (Allegro-Adagio-Allegro), secondo il modello di Alessandro Scarlatti (perciò detta “all’italiana”) e bipartita, secondo quello dell’italo-francese Gian Battista Lulli (poi francesizzato in Jean-Baptiste Lully). In Francia, dal XIII secolo, un genere chiamato “concerto” comincia ad acquisire sempre maggiore popolarità, e non ha niente a che vedere con l’omonimo italiano: la sua esecuzione è demandata all’orchestra intera, senza alcun ruolo solistico. La sinfonia di Lully prevede l’esecuzione, a sipario chiuso, prima dell’inizio dell’opera lirica e da parte della sola orchestra, e prende il nome di ouverture, ovvero di “apertura” (italianizzato, poi, in “overtura”); dopo un’introduzione lenta, che viene sempre ripetuta, segue un vivace movimento in stile fugato, e, a volte, anche il ritorno della parte iniziale. Spesso, fino all’apertura del sipario, si avevano poi una serie di danze. Da fine Settecento la sinfonia è legata musicalmente all’opera: viene fissata come brano iniziale per fungere da introduzione di tutti i suoi motivi principali e, perciò, viene composta appositamente, ed è solitamente bipartita, ovvero suddivisa in un tempo lento ed uno allegro. Nel frattempo, nel corso del XVIII secolo la sinfonia diventa genere autonomo a tutti gli effetti: viene aggiunto un tempo, fra il secondo e il terzo, a quella di tipo tripartito, per opera di Haydn, Mozart e Beethoven, determinando i segni distintivi del sinfonismo europeo. Wolfgang Amadeus Mozart scrive sinfonie tripartite all’italiana per il suo celebre trittico operistico (Nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte), elaborando gli elementi tematici di ciascuna opera. Il prototipo della sinfonia scarlattiana si diffonde nei primi decenni del XVIII secolo in tutta Europa, mentre il modello di Lully costituì la classica ouverture francese fino a Johann Sebastian Bach e Georg Friedrich Händel.

Rispetto all’opera italiana, l’opera tragica francese sviluppa delle proprie peculiarità stilistiche. Nel 1672 Jean-Baptiste Lully assunse la direzione dell’Académie royale de Musique et de Danse di Parigi, primo teatro pubblico della capitale, e, nei quindici anni della sua reggenza, ordì la messa in scena dei suoi soli lavori operistici. In questo modo, concreta il canone del nuovo genere, autoconsacrandosi, di fatto, padre della tragédie lyrique. Fondata da Luigi XIV nel giugno del 1669 come Académie Royale de Musique (il nome “Opéra” è posteriore alla Rivoluzione francese), l’istituzione teatrale venne fusa, tre anni dopo, con l’Académie Royale de Danse . Lo spettacolo che si offriva al pubblico era più unico che raro: ci si trovava davanti ad un palco affollato, con ampi corpi di ballo, cori, interpreti specializzati, una scenografia curata; il tutto completamente in lingua francese. Ben diversa era la coeva opera seria italiana, basata sulla maestria dell’esecuzione lirica, subordinata al testo e meno curata dal punto di vista drammaturgico. L’apporto dell’esperienza italiana risultò, tuttavia, fondamentale; numerosi compositori, come Niccolò Piccinni, o Antonio Salieri, emigrano in Francia nella seconda metà del ‘700, e, pur dovendo adeguarsi all’esigente aristocrazia dell’Ancien régime, travasarono, nei loro lavori, anche il proprio portato culturale. In epoca napoleonica, i testi dei classicisti italiani, con particolare riferimento alla romanità, godettero di molto successo (ne è un esempio Gaspare Spontini, con la sua celebre “Vestale”), ma la moda scemò dopo la Restaurazione, quando la neonascente borghesia rifiutò i patetismi dell’Ancien Régime in favore di intrecci a sfondo storico, spianando, inconsciamente, la strada al Grand opéra.

Gaspare Luigi Pacifico Spontini (14 Novembre 1774 – 24 Gennaio 1851) è stato un suddito dello Stato Pontificio, compositore e direttore d’orchestra .

La capitale era da tempo terreno fertile per gli emergenti artisti italiani. Fin dal XVII secolo, gli attori della penisola si esibivano sotto la protezione del re, lavorando per i più importanti commediografi francesi (fra i quali Moliére). Presso l’Hôtel de Bourgogne era possibile assistere ai più incredibili allestimenti di Commedie dell’arte, recitati in italiano, con tutte le sue coloriture dialettali, per un pubblico francofono. La gloria dei suoi più celebri personaggi è dovuta ad attori d’eccezione: Evaristo Gherardi, nei panni di Arlecchino; Angelo Costantini, nel ruolo di Mezzettino; Catherine Biancolelli, Colombina; Giuseppe Geratoni, Pierrot. Quando fu annunciata la rappresentazione di La Fausse prude (“la falsa pudibonda”), allusione celata alla moglie segreta del re Luigi XIV, Madame de Maintenon, questi si adirò, e il 13 maggio 1697 cacciò gli attori italiani da Parigi, dichiarando chiuso l’Hotel de Bourgogne.
Ben altro poteva allietare le orecchie dei parigini: storielle leggere, a carattere di commedia, dove alla prosa si alternava il canto di strofe di arie ben note, i vaudevilles, rappresentati dal 1792 al Theatre du Vaudeville, in rue de Chartres-Saint-Honoré. Il nome si riferiva, inizialmente, alla semplice canzonetta licenziosa, e potrebbe essere legato all’espressione voix de ville (appunto, “voce della città”), o alla Vau de Vire normanna, celebre vallata in cui si coltivava un repertorio popolare su temi contemporanei.
Ogni anno la capitale ospitava, inoltre, delle fiere di vastissima portata, che offrivano ogni tipo di diletto. Le più celebri, quelle di Saint-Germain, svolte nei pressi dell’Abbazia di Saint-Germain-des-Prés, esistono sin dal XII secolo, e diventano pratica annuale a partire dal 1482 su decreto di re Luigi XI. Si svolgevano intorno a Pasqua, in un periodo da tre a cinque settimane. In estate si svolgeva, all’aperto, la fiera di Saint-Laurent, e vi convogliavano numerosi artisti ospitati dalla precedente. Tutta la varietà di spettacoli indetti per queste occasioni rientra nella categoria di théâtre de la foire (“teatro della fiera”): esibizioni di attori, burattinai, satire ed ogni sorta di intrattenimento, arrivando perfino ad ospitare delle vere e proprie commedie, spesso di pregio. Dopo la fantomatica cacciata degli Italiens del 1697, gli artisti francesi ne presero pieno possesso, garantendo una qualità più “professionale” degli spettacoli, tant’è che la Comédie-Française, unica compagine teatrale a godere del monopolio per nomina regale, iniziò a vedervi una pericolosa concorrenza. Le dispute davanti al Grand Châtelet e al Parlamento non valsero la candela: agli attori dei theatre de la foire fu vietato di rappresentare pièce dialogate durante le fiere. Per aggirare il veto reale, iniziarono a svolgere spettacoli sottoforma di monologo, dove venivano coinvolte la musica e la danza. La componente dialogica mancante era trasposta su dei cartelloni sospesi sopra il palcoscenico, sorretti da dei bambini travestiti da Cupido, mentre alcuni artisti, mescolati tra il pubblico, li intonavano su motivetti popolari. Fu stavolta l’Académie Royale de la Musique a adirarsi, godendo del privilegio esclusivo del ballo, del canto e dell’accompagnamento musicale. Il dibattito, tuttavia, terminò presto: presi da crisi finanziaria, vendettero agli operatori de la foire il diritto di indire spettacoli cantati, e sorse così l’Opéra-Comique (1714). Nel frattempo, gli Italiens vennero richiamati in patria nel 1716, e si unirono all’Opéra-comique nel 1762, stesso anno in cui quest’ultima si fuse con la Comédie-Française. I loro spettacoli si svolgevano in concomitanza di ogni sorta di da fiera.
L’opera-comique, genere operistico francese associato al nome dell’omonimo teatro parigino, conteneva, a differenza della controparte seria, anche dialoghi parlati. L’argomento non doveva essere necessariamente comico-satirico: basti pensare alla “tragica” Carmen di Georges Bizet del 1873, che di comico non ha ben nulla. Il genere era ben distinto dall’opera buffon, nome con cui era definita, nella capitale, l’opera buffa italiana.
Gli spettacoli, ormai così celebri, finirono per invadere i boulevard, in particolare l’affollato Boulevard du Temple, poi noto come boulevard du Crime. Nel frequentato viale iniziano a sorgere numerosi locali che, oltre ai servizi di consumazione, offrivano spettacoli. Si trattava dei café-chantant, o café-concert, che i parigini chiamavano familiarmente caf’conc, il cui interno somigliava molto a quello dei teatri. Durante gli anni della Rivoluzione, questi locali si erano spostati sotto le arcate del Palais-Royal e, dopo i tempi difficili dell’impero, conobbero una nuova stagione con Luigi Filippo I. Dopo l’abolizione del monopolio dei teatri del 1791, la capitale pullula di cafés. I più in voga, come il celebre café d’Apollon di Parigi, potevano garantirsi artisti di calibro internazionale, mentre taverne più piccole ospitavano artisti girovaghi. In ogni caso, nonostante il preconcetto che aleggiava sulle loro esibizioni, sia gli interpreti che i fruitori ne rivendicarono sempre la dignità artistica. I tabarins, locali che offrivano servizi simili ai café-chantant, ma con l’aggiunta di piste da ballo aperte a tutti gli spettatori, prendono nome dal nome d’arte di un noto comico-girovago, Antoine Girard, detto appunto tabarin. Nel 1807 il monopolio venne ristabilito, interrompendo bruscamente il germogliare spontaneo di nuovi locali. Nei cafés, che contenevano una sala da concerto ed una sala da tè, il pubblico poteva guadagnarsi il piacere di uno spettacolo al prezzo di una consumazione (che poteva, però, essere sostituita dal pagamento di un biglietto d’ingresso). Lo scenario offerto era quanto più vario: brani d’opera, canzonette popolari, pieces recitate, come anche spettacoli di ballerini, burattinai, acrobati, e l’estro variegato dei tableaux vivants, dove venivano utilizzate le più avanguardistiche tecniche da palcoscenico.
Nel frattempo, a Parigi si è ormai registrata la nascita di un teatro musicale nazionale, comprendente grand opéra e opéra-comique. Il sontuoso grand opéra tiene le fila della scena drammaturgica francese sin dai primi decenni dell’Ottocento, scalzando del tutto la precedentemente in voga tragédie lyrique. Gli artisti producono drammi dall’apparato scenico fastoso, variegato e curato sin nel minimo dettaglio. In Italia come in Francia, i soggetti dell’opera non sono più le storie ed i miti, ma i più intensi momenti della vicenda storica europea, in particolare di quella medievale o moderna. Solitamente, si svolgono in cinque atti, scanditi da intermezzi danzati. Il tutto con l’impiego di enormi masse orchestrali e corali, che svolgono un ruolo di prim’ordine nell’intero spettacolo. Gli italiani continuano a calcare la mano sul lirismo. I tre nomi d’eccellenza, spesso citati insieme, di Vincenzo Bellini, Gioacchino Rossini e Gaetano Donizetti, migrano sul suolo francese e permettono la diffusione di differenti modi di trattare il lirismo, con l’infinito plauso del pubblico. Donizetti regala alla capitale ben tre grand œuvres, La Favorite (“La favorita”) e Les martyrs (“I martiri”), del 1840, e Dom Sébastien (“Don Sebastiano”), del 1843; Bellini trasforma la propria carriera col trasferimento a Parigi, dove viene a contatto con nuovi linguaggi e scrive in italiano per il Théatre Italienne: Rossini, che ben prima aveva sovvertito le scene parigine, lo considera il suo pupillo.

Il Palais Garnier o l’Opéra Garnier è un teatro dell’opera di 1.979 posti a sedere a Place de l’Opéra nel 9° arrondissement di Parigi, Francia. Fu costruito per l’Opera di Parigi dal 1861 al 1875 per volere dell’imperatore Napoleone III. Inizialmente denominato “le nouvel Opéra de Paris” (la nuova Opera di Parigi), divenne presto noto come il Palais Garnier, “in riconoscimento della sua straordinaria opulenza” e i piani e i disegni dell’architetto Charles Garnier, che sono rappresentativi dello stile di Napoleone III .

«È difficile scrivere la storia di un uomo ancora vivo» scrive Stendhal, nella sua Vita di Rossini, «lo invidio più di chiunque abbia vinto il primo premio in denaro alla lotteria della natura… A differenza di quello, egli ha vinto un nome imperituro, il genio e, soprattutto, la felicità». Gioacchino Rossini si trasferisce a Parigi nel 1823, dopo la prima rappresentazione della sua Semiramide al Teatro La Fenice di Venezia. Il suo successo fu immediato. Nel 1824 diventò directeur de la musique et de la scène al Théâtre de la comédie italienne, col vincolo di scrivere anche per l’Opéra. Il 19 giugno 1825 manda in scena Il Viaggio a Reims al Théatre Italienne, opera buffa in un solo atto, scritta in onore di Carlo X, re di Francia e Navarra. Trattandosi di un lavoro celebrativo, Rossini ne ordinò il ritiro dopo tre sole rappresentazioni. Ne riutilizzò, com’era ben avvezzo a fare, molto del materiale musicale per la sua penultima opera, Le Comte Ory, tratta dall’omonimo vaudeville del 1816 e rappresentata all’Opéra nell’agosto del 1828. Pochi mesi dopo, il turbolento compositore si sarebbe cimentato in uno dei suoi lavori più ardui, nonché più celebrati. Ce ne parla con parole sofferte: «Cinque mesi impiegai a comporre il Guglielmo Tell, e mi parve assai. Lo scrissi in campagna al Petit-Bourg nella villa dell’amico Aguado. Vi si faceva vita assai gaia: io avevo preso una gran passione per la pesca alla lenza e perciò mandavo avanti il mio lavoro con poca regolarità. Ricordo di aver abbozzato la scena della congiura una mattina, stando seduto sulla riva dello stagno, in attesa che il pesce abboccasse all’amo. Ad un tratto mi accorsi che la canna da pesca era sparita, trascinata da un grosso carpione, mentre ero tutto infervorato ad occuparmi di Arnoldo e Gessler».

Il suo lavoro sconvolse le sorti dell’opera. In apertura, un’intensa melodia di violoncello apre una sinfonia immensa, suddivisa in quattro parti, poi, una vivace alternanza di arie grandiose, audaci concertati, balletti, e un finale incredibile. Il plauso arriva da tutti, nazionali ed internazionali. «Io reputo il Guglielmo Tell la nostra Divina Commedia» dice Bellini; «il primo atto e il terzo li ha scritti Rossini, il secondo Dio» riporta Donizetti. La data della prima francese è il 17 aprile 1831, all’Opéra, mentre quella “italiana”, con testi in traduzione, avviene a Lucca, al Teatro del Giglio, il 17 settembre 1831. Nel corso di essa, Gilbert-Louis Duprez, nei panni di Arnoldo, decide di eseguire per la prima volta in un teatro pubblico il do4 senza falsetti, com’era d’uso, ma a voce piena e con forza, nella maniera cosiddetta “di petto”, e questa mossa gli valse la nomea di inventore del “do di petto”. Mossosi da precedenti esperienze tenorili, dopo essere rimasto affascinato dalla dolcezza e dal colore dei bari-tenori italiani, in particolare dalla vocalità di Domenico Donzelli, l’interprete cerca di unire le due correnti in uno stile unico per l’epoca. Rossini, forse, non ne fu troppo entusiasta: parlò del “do” come dell’«urlo di un cappone sgozzato». Nonostante tutto, l’audace tenore continuò la sua ascesa con un’altra strepitosa esecuzione all’Opéra nel 1837, imperversando nei nuovi stilemi da lui inventati. L’arditezza del tentativo non tarda a manifestarsi: Hector Berlioz nota l’indurimento della voce di Duprez già nel 1838, e, dopo numerosi alti e bassi, questa si va completamente deteriorando, costringendolo al ritiro. Dopo il Guillaume Tell, anche Rossini abbandona le scene, aprendo le porte ad una profonda crisi interiore. Di certo non fu la prima, vista la sua fama controversa di uomo inquieto, lunatico, irascibile, letargico, e gioviale, affabile e dalla buona forchetta, amante del buon cibo e delle belle donne. Fatto sta che non toccò più una partitura d’opera, ma nemmeno rimase inoperoso; la sua penna lascia ai posteri pagine di velata ironia, per un pubblico ristretto, come quelli che lui stesso definì, ironicamente, Péchés de vieillesse (“Peccati di vecchiaia”), pagine cameristiche per voci e pianoforte dove, come per passatempo, il compositore indaga l’infinita vanità e la presunzione contenutistica della musica coeva attraverso pagine estrose dai titoli burleschi, che vanno da memorie belcantistiche a sottili esercizi di stile. A soli trentasette anni, il compositore lascia le scene teatrali dopo aver dato alla luce quello che, assieme a La muette de Portici (“La muta dei portici”) di Giacomo Auber (1828), è considerato il primo esempio compiuto di grand opéra.

 

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L’epopea dello stile storico-romantico sull’arte del genere vandeano

L’epopea dello stile storico-romantico sull’arte del genere vandeano

di Giuseppe Baiocchi del 05-04-2020

La storia delle guerre di Vandea (1793-95-99 – 1815) nell’arte ufficiale del XIX secolo è strettamente legata a quella dei diversi regimi politici che si sono susseguiti. Gli eventi hanno lasciato un segno profondo e duraturo nella regione. Non esiste alcun potere politico che non abbia tentato di difendere la causa dell’una o dell’altra delle forze coinvolte. Poco dopo la fine della guerra, assistiamo a una vera “eroizzazione” della Repubblica.

Charles-Melchior Descourtis (1753 – 1820), Il giovane Darruder. Il tamburino Darruder vendica suo padre ucciso dai vandeani, nella battaglia di Fougères, nel 1793.

Attraverso le immagini, la giovane Repubblica cerca di mettere in evidenza gli eroi popolari che si sono distinti durante le guerre della Vandea: i Blues. Come gli scultori, ai pittori viene chiesto di fissare nell’eternità le caratteristiche di tali personaggi. Il coraggio è il pretesto per tutte le produzioni nazionali siano esse incisioni, poesie, canzoni. Ci sono figuranti umili, riuniti, ognuno più coraggioso dell’altro, il che servì alla propaganda rivoluzionaria, come il giovane Darruder di Charles-Melchior Descourtis (1753 – 1820), oppure il granatiere di Bressuire, l’eroina di Milhier di Jean-Baptiste Lesueur (1749 – 1826), o il fabbro della Vandea che curiosamente, non hanno lasciato tracce nella storia della Vandea militare.
Sotto l’aspetto pittorico i dipinti dei generali vandeani e più in generale l’arte che ha raffigurato gli scontri delle guerre di Vandea hanno ricevuto quasi interamente l’influsso della pittura romantica. Difatti in Germania, a Jena, nel 1796, i fratelli Wilhelm August (1767-1845) e Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel (1772-1829), Johann Christian Friedrich Hölderlin (1770-1843) e Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg (Novalis 1772-1801) diedero vita a un cenacolo intellettuale dal quale ebbero origine le idee di un nuovo movimento artistico-letterario, il Romanticismo che modificò radicalmente il modo di considerare l’uomo, la natura, l’arte, la religione, la politica. In primo luogo per i romantici la natura – al pari dell’anima – si fondava su un principio di ordine spirituale ed era un’entità organica, vivente e in divenire, non riconducibile a schemi oggettivi o meccanici e non conoscibile per via razionale.
Secondo i romantici gli antichi vivevano in una comunione immediata con la natura, irrimediabilmente persa nella modernità, che aveva prodotto una frattura insanabile, fonte di infelicità, tra l’uomo e il suo ambiente naturale e spirituale. A tale comunione ormai perduta l’uomo moderno continuava ad aspirare spinto dalla nostalgia, pur essendo consapevole della sua irraggiungibilità. La vita umana veniva caratterizzata così da una tensione infinita verso ciò che stava al di là della realtà concreta. I romantici tedeschi coniarono il termine “Sehnsucht” – letteralmente desiderio di desiderare – per indicare l’insaziabile inquietudine che portava l’uomo a tendere verso una realtà ulteriore, pur sapendo che essa, nella sua più intima essenza, era impossibile da attingere, poiché i processi di meccanizzazione, poi accellerati dalla rivoluzione industriale, furono la causa della frattura insanabile tra l’uomo e la natura prodotta dalla modernità.
La potenza della téchne, della scienza – ovvero tutte quelle modalità di dominio sull’ente –, che con la filosofia moderna e contemporanea avrebbero fatto dell’uomo il fondamento del reale, hanno sostanzialmente svuotato di contenuto il Dio della tradizione, il Dio cristiano.

L’uomo moderno e contemporaneo – che fonda i suoi cardini intorno al concetto di metafisica, derivante dall’idealismo tedesco –, ha sostituito il divino, con il credo di poter essere proprio “lui” il fondamento ultimo del reale, in quanto soggettività assoluta: individualismo. Non a caso Friedrich Wilhelm Nietzsche scrisse che: “Dio è morto”, annunciandolo nelle piazze. Tuttavia il grande filosofo tedesco, era consapevole che non si trattasse di una chiacchiera da pazzo, di un folle. Di contro, la presa di coscienza drammatica di un avvenimento che ha completamente ribaltato la comprensione di tutta la nostra epoca.

Con la prima Restaurazione del 1815, la situazione si modifica in modo significativo: in effetti, in un disegno permanente di riconciliazione e pacificazione nazionale, Luigi XVIII deve soddisfare sia coloro che lo accusano di voler dimenticare i sacrifici fatti dai suoi seguaci per il suo ritorno sul trono di Francia, sia i liberali che augurano una nuova Francia. Il re, sempre tiepido per non scomodare tutti, ordinò nel 1816 di ritrarre postumi i generali vandeani, da collocare nella sala delle guardie del castello di Saint-Cloud. I primi dipinti prodotti furono presentati all’Esposizione parigina del 1817. Le famiglie coinvolte e sopravvissute alle plurime guerre vandeane furono chiamate da Luigi XVIII per recepire le risposte che il re riceveva dopo la richiesta emessa ai pittori ufficiali.
Le opere presentarono fin da subito alcune contraddizioni: alcune delle famiglie non riconobbero i loro generali che avevano cresciuto, altri hanno stigmatizzato le posizioni scelte. Ad ogni buon conto le famiglie che fornirono ai pittori elementi di autenticità furono generalmente soddisfatte.
Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson (1767 – 1824) è uno dei primi pittori francesi ad aderire al progetto del Regno. In questo ritratto a figura intera, si mostra il generalissimo dell’Esercito Cattolico e Reale l’umile Jacques Cathelineau (1759 – 1793) rappresentato in piedi, di fronte, con la testa rivolta verso sinistra. Esposto al Salon tra il 1831 e il 1869, questo olio su tela del 1825 è alto 2,20×1,50m.

Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson, Jacques Cathelineau, olio su tela del 1825 è alto 2,20×1,50m.

Le saint de l’Anjou, così come venne ribattezzato, non è nel mezzo di una battaglia, ma è intento a dare ordini vicino ad una vegetazione dal gusto romantico. Afferra in mano una sciabola su cui è inciso il suo nome e un giglio. Porta il rosario reliquiario conservato tutt’oggi al Museo della Dobrée a Nantes. Sullo sfondo, dietro gli alberi, sono rappresentati due elementi simbolici: una croce e una bandiera bianca bianca con fleur-de-lis: Dio e il Re, sono in realtà un unicum. Questo ritratto è stato dipinto su richiesta della Maison du Roi e già nel 1817, Luigi XVIII l’aveva ordinato per il suo castello a Saint-Cloud. Successivamente, il Re accettò l’esecuzione di repliche di questo capolavoro destinato alle famiglie. Completato nel 1825, dopo la morte di Luigi XVIII, ha inciso sul retro il marchio del Re Carlo X e dei Musei reali.
Secondo generale eseguito da un pittore dalla non minore bravura è quello dello storicista Léon Cogniet (1794 – 1880), famoso per aver insegnato ad una generazione artistica di fenomeni. Anche lui non sfugge al fascino di dipingere un generale vandeano. Ne sarà un esempio “il principe di Talmont Antoine-Philippe de La Trémoille”, (1765 – 1794) olio su tela del 1825, conservato al Museo di storia dell’arte di Cholet.

Léon Cogniet “il principe di Talmont Antoine-Philippe de La Trémoille”, olio su tela del 1825.

L’energico e simpatico personaggio, di rilievo nelle guerre vandeane, è letteralmente in posa. Stride leggermente con lo sfondo cupo di un bastimento repubblicano ligneo che sta per essere assaltato e preso. Sempre sulla destra dello sfondo, si intravedono contadini realisti che impugnano il vessillo bianco e oro del Re di Francia Luigi XVI. Talmont rappresenta l’eroe classico, in prima fila, che senza paura incoraggia, alzando il cilindro, i suoi uomini. L’impatto cromatico è di una perfezione sconvolgente se osservato da vicino, così come dettagliatissimi sono i particolari del quadro.
La monarchia zoppa di Louis-Philippe I d’Orléans (1773 – 1850) adottò un nuovo atteggiamento nei confronti della memoria delle guerre di Vandea. Dal 1830 al 1848, il regime mise tutta la sua energia nel combattere ciò che poteva ricordare la guerra civile e di conseguenza rievocare rancori mai sopiti. Tutte le forme di espressione artistica sono influenzate da questa volontà ostile, che si impegna contemporaneamente in una politica di riabilitazione repubblicana.
Molti architetti e scultori sono certamente preoccupati, poiché la monarchia di luglio interrompe i lavori di costruzione della cappella neogotica di Mont-des-Alouettes (1825 – 1968) su progetto dell’architetto diocesano Maurice Ferré e demolisce la statua di Charrette del 1826 davanti alla La cappella di Notre-Dame della pietà presso Legé e interrompe il progetto di costruzione del monumento di Fortuné Parenteau (1814 – 1882) a Quatre-Chemins-de-l’Oie.
Durante la costituzione delle Gallerie storiche di Versailles, i ritratti dei leader vandeani vengono catalogati per essere respinti. L’assenza di alcune memorie militari è quindi giustificata: «Se ci sono alcuni che sono sorpresi di non trovare i dipinti, la motivazione è data dal pensiero che ha presieduto questo lavoro, che non ha voluto perpetuare il triste ricordo della nostra discordia civile» .
Fu così che il dipinto di Thomas Degeorge (1786 – 1854) evocante “La morte di Bonchamps” commissionato nel 1828, fu rifiutato dalla giuria del Salon nel 1837. Lo Stato si impegnerà a proporre un compromesso acquistando l’opera per donarlo alla città di Clermont-Ferrand. Tale opera sarà particolarmente singolare nello stile, poiché possiede anche molti elementi dello stile artistico neoclassicista: innanzi tutto la posa, poiché Bonchamps è adagiato morente come nelle antiche tragedie greche e spirando con la sua celebre frase «Ho servito il mio Dio, il mio re, la mia patria. Ho saputo perdonare», lasciava le sue ultime volontà, tra cui il perdono di circa 5.000 repubblicani catturati il giorno prima nella battaglia di Cholet (1793) al suo attendente Charles Marie di Beaumont conte d’Autichamp (1770 – 1859). Oltre ai due protagonisti principali in pose greco-antiche – da osservare con attenzione anche il panneggio delle vesti e dei teli –, un prete sta per concedergli l’estrema unzione e un contadino vandeano invoca il miracolo, ma per i martiri Dio ha sempre altre vie. Infine la luce è magnificamente inserita per dare risalto al gruppo principale del dipinto ad olio.

A sinistra possiamo osservare due particolari del dipinto di Thomas Degeorge, “La morte di Bonchamps”, olio su tela del 1828. A destra una foto del sepolcro del generale nella chiesa di Saint-Florent-le-vieil, capolavoro dello scultore David d’Angers.

Ancora più neoclassica è l’opera marmorea per la tomba del generalissimo, eretta nella chiesa di Saint-Florent-le-vieil, capolavoro dello scultore David d’Angers (1788 – 1856), e sicuramente il più bel monumento elevato alla memoria di un generale vandeano. Qui in questo angolo di pace, sopra le insegne borboniche e della famiglia, tutto si rifà squisitamente alla scultura classica della Roma antica, grazie all’estremo pathos che la scultura trasmette.
Le morti eroiche o il ricordo dei generali sono i motivi che attirano di più l’adrenalina degli artisti: è il caso del celebre Julien Le Blant (1851 – 1936). Pittore storicista del periodo, è considerato uno dei massimi artisti del genere vandeano: molte le scene della chouannerie e delle guerre della Vandea. Nel 1874 partecipò al Salon di Parigi e fu più volte premiato. Una delle sue opere più celebri è il cupo quadro “Esecuzione del generale Charette a Place de Viarmes a Nantes, marzo 1796” un olio su tela, del 1883 alto 1,60 m. e largo 2,80 m. Il 29 marzo del 1796, fu eseguita un’altra esecuzione celebre che stroncò la controrivoluzione: a Nantes in Place des Agriculteurs, che in seguito divenne Place Viarme, il generale vandeano François Athanase de Charette de la Contrie (1763 – 1796), è posto in primo piano di spalle. Il dipinto anche se scuro, attira l’attenzione proprio sul generale in veste bianca con dettagli rossi. Il portamento è fiero, nobile, sereno.

Julien Le Blant,“Esecuzione del generale Charette a Place de Viarmes a Nantes, marzo 1796”, un olio su tela, del 1883, alto 1,60 m. e largo 2,80 m.

Ferito alcuni giorni prima durante un combattimento a Guyonnière, la sua testa è fasciata da uno dei famosi fazzoletti di Cholet: davanti a lui un compagno si dispera; il soldato che gli è davanti quasi si vergogna, abbassando lo sguardo. Determinato davanti al plotone di esecuzione in arrivo in terzo piano, senza macchia, affermerà prima del trapasso indicando il cuore: “Regolate bene la mira, è qui che dovete colpire un uomo coraggioso” – il romaticismo, insieme allo storicismo regnano in questo dipinto. Un sacerdote “giurato” è retrocesso in fondo alla piazza, accanto ai soldati: il militare rifiuta i sacramenti da quello che considerava un eretico. La pennellata sulle pietre lucenti per lastricati, che occupa la maggior parte dell’opera, contribuisce alla gravità della scena. Questa tela fu esposta al Salon di Parigi nel 1883.
Qualche anno prima (1878) Le Blant presentò al Salon l’opera “Morte del generale d’Elbee” del 1878. Fucilato il 4 gennaio 1794, Maurice Joseph Louis Gigost d’Elbée (1752 – 1794) verrà giustiziato nella sua poltrona, accanto ad altre vittime, dopo che le truppe del generale Turreau situate a destra, lo trascinarono, ferito, a ridosso del castello di Noirmoutier che domina la costa occidentale dell’antica contea di Poitou.

Julien Le Blant, “Morte del generale d’Elbee” olio su tela del 1878. A destra la poltrona dell’esecuzione del generale con ancora i fori di proiettile del 1794. Si trova anch’essa presso il museo di Noirmoutier.

Tecnica pittorica legata allo storicismo, questo olio su tela 140x206cm oggi si trova al museo Noirmoutier. La scena è cruda: il generale franco-tedesco è già morto, trapassato con la testa leggermente inclinata sul corpo floscio. Sullo sfondo, con un grande realismo e minuzia di dettagli, si intravede il mare e le truppe repubblicane che si allontanano.
Nella seconda metà del XIX secolo, il ricordo delle guerre di Vandea è ancora molto presente. Ma sempre più, i criteri religiosi prevalgono sui motivi politici. L’era fu particolarmente propizia per il movimento cattolico. Con l’esaltazione dei martiri e l’inizio del processo di beatificazione, il culto delle reliquie contribuisce in gran parte a guidare il ricordo della difesa della fede e i quattro territori della Vandea militare si prestano al loro ricordo grazie alle numerose chiese.
Dal 1850 al 1913, le 90 opere d’arte che evocano le guerre di Vandea furono inviate nei saloni parigini. Ciò rappresenta una media annuale che varia tra quattro e nove dipinti. Per alcuni artisti, la guerra del 1793 non fu solo un tema occasionale, ma divenne una specialità a sé stante. Il soggetto si inserisce in un campo particolarmente apprezzato che rappresenta quindi il vertice dell’arte pittorica: la pittura dello storicismo, nella quale avviene lo sforzo massimale dell’artista per il realismo e il dettaglio dei particolari. Inizialmente è quello delle scene di battaglie, il pretesto per riproporre al grande pubblico le uniformi e le vesti della fine del Settecento.
Sarà di impatto visivo sicuramente il dipinto “Generale Lescure, ferito, attraversala Loira a Saint-Florent” di Jules Girardet (1856 – 1938); un olio su tela del 1882. Questo straordinario dipinto si trova nella Williamson Aryt Gallery di Birkenhead. La scena è epica: dopo la sconfitta del 19 settembre 1793 di Cholet, Louis Marie de Salgues, marchese di Lescure (1766 – 1793) fu ferito gravemente da un proiettile alla testa a Tiffauges.

Jules Girardet, Generale Lescure, ferito, attraversala Loira a Saint-Florent”, un olio su tela del 1882.

Nel ripiegamento ciò che resta del suo esercito attraverso il tratto denominato dal nome del quadro. Grande realismo e tensione emotiva in tutto il dipinto, gli sguardi sui volti di ogni individuo sono molto espressivi, le nuvole possiedono un grado di realismo parossistico, aleggia una rassegnazione mista a paura: il paesaggio, ben eseguito, rende a questa opera una grande profondità prospettica.
Come in passato, la pittura storica rimane un mezzo di propaganda al servizio dei regimi politici. Lo stato è un mecenate che incoraggia la produzione artistica per la Repubblica. Questo desiderio è particolarmente evidente dopo la nomina di Edmond Turquet (1836 – 1914) alla carica di Sottosegretario di Stato per le Belle Arti per quasi quattro anni, tra il 1879 e il 1887.
Alcuni artisti sono sensibili a non irritare la committenza statale e cercano sempre di dipingere un il soggetto rappresentandolo in una luce favorevole alla causa governativa. Ad esempio, “La battaglia di Le Mans” di Jean Sorieul (1825 – 1871) del 1852 raffigura la profonda umanità di un giovane generale repubblicano. Al contrario, altri artisti lavorano per difendere la causa monarchica, sia per affermare la propria libertà artistica, sia per rispondere a commissioni private di legittimisti.
Tuttavia, i pittori evocano le guerre di Vandea senza indulgere in alcun atto di attivismo politico. Le critiche mosse ai Saloni parigini evidenziano la popolarità di questi temi, ma anche i loro limiti.
La pittura del genere nel XIX secolo inserirà della confusione, creando una nuova immagine: la figura del vandeano-chouan bretone. Non è raro infatti osservare nelle scene dei dipinti, dei personaggi della guerra di Vandea presi in prestito direttamente dal repertorio iconografico di Bretagna, Finistère o Morbihan, vestiti con pantaloni a sbuffo stretti alle ginocchia, gilet ricamati e grandi cappelli. I paesaggi stessi a volte sembrano più ispirati alla brughiera bretone che alla Vandea. Inoltre, la letteratura popolare ha anche contribuito a diffondere questa immagine della “Vandea-Chouan”, che combina due diverse realtà storiche.
Parallelamente alle scene di battaglia, i pittori ufficiali evocano molto spesso il tema della difesa della fede, in particolare attraverso la rappresentazione di messe celebrate in segreto: appaiono i famosi preti “refrattari”, ovvero i religiosi che non giurarono sulla Costituzione civile del clero (1790), l’eresia che divise la Chiesa francese durante l’epoca rivoluzionaria.
Durante la Terza Repubblica i soggetti assumono tutta l’acuità del tormentato. Essendo la religione oggetto di incessanti minacce, non è inutile invocare le reminiscenze di un passato ancora chiuso nei ricordi e mettere sotto gli occhi di ognuno le qualità dei suoi antenati cristiani, tramite l’arte.
Chiudiamo questa esperienza riavvolgendo il nastro, con un dipinto di Paul-Émile Boutigny (1853 – 1929) “Henri de La Rochejaquelein combatte a Cholet (1793)” del 1899 conservato al Museo di storia dell’arte di Cholet. In questo tardo quadro del genere, lo storicismo domina la scena di una delle battaglie più significative dell’inizio del conflitto. C’è frenesia, l’olio dei colori sulla tela rende la scena accesa. Il giovane La Rochejaquelein, forse l’eroe più amato per la sua gioventù e coraggio, crea entusiasmo allo spettatore. Posto semi-girato in primo piano con una giacca verdastra e fascia blancs attira l’attenzione per le poche persone che ha intorno.

Paul-Émile Boutigny “Henri de La Rochejaquelein combatte a Cholet (1793)”, olio su tela del 1899.

La scena è in movimento e la luce è diffusa su quasi tutto il dipinto. Intorno a lui la battaglia si è trasformata in uno scontro all’arma bianca. Il giovane sembra quasi dire a chi lo segue: «Se mio padre fosse fra noi, vi ispirerebbe più fiducia, poiché mi conoscete appena. Io del resto ho contro di me la mia giovinezza e la mia inesperienza; ma ardo già di rendermi degno di comandarvi. Andiamo a cercare il nemico: se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi; se mi uccidono, vendicatemi»!

 

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Il marchese de Sade, tra scandalo, perversione e letteratura

Il marchese de Sade, tra scandalo, perversione e letteratura

di Daniele Paolanti del 01-04-2020

Divin Marchese, così la storia lo avrebbe ribattezzato. Eppure, il personaggio più sfrontato, eccessivo e smodatamente perverso del XVIII secolo, di divino aveva davvero molto poco. Taluni autori si riferiscono ai suoi personaggi letterari (sovente la critica usa il più spregiativo appellativo creature) come autentici mostri; non da ultimo Pierre Klossowski, il quale in una sua opera – Sade prossimo mio, edito nel 1947 – riuscì ad offrire una lettura del suo pensiero tutt’altro che didascalica, proponendosi – tra i primi se non per primo – di denotare alcuni elementi di carattere antropologico, psichiatrico e, perché no, anche letterario, del noto nobile, scrittore, filosofo, poeta, rivoluzionario.. e  criminale francese: fu ristretto a lungo alla Bastiglia, come si riferirà in appresso.
Neppure Pier Paolo Pasolini rimase immune dalla fascinazione sadiana: Salò o le 120 giornate di Sodoma è la trasposizione cinematografica dell’omonima opera di De Sade –sebbene il corsaro friuliano scelga come ambientazione Salò durante l’occupazione. De Sade ha rappresentato oggetto di studio anche per psicoterapeuti, psicanalisti e psichiatri, tant’è che il termine “sadico” trova derivazione proprio dal nome di Sade ed è impiegato per ricalcare tutte quelle condotte violente, smodate, di una incresciosità tanto perniciosa quanto basta ad appagare il desiderio (anche sessuale) dell’aguzzino. Il vocabolo è entrato appieno nel nostro gergo, donde di sicura utilità potrebbe rivelarsi una disamina, senza pretesa di esaustività, della persona del letterato francese, che tanto portò scandalo ai suoi tempi.
Donatien-Alphonse-François de Sade, signore di Saumane, di La Coste e di Mazan, marchese e conte de Sade, nacque a Parigi il 2 giugno 1740, in una famiglia di antica nobiltà (alla quale rinunciò agli inizi del XIX secolo, tant’è che finì col firmarsi come D.A.F. De Sade), una delle più antiche della Provenza; l’infante vide la luce nel Palazzo dei Condè a Parigi, residenza dei principi Borbone-Condè. Figlio di Jean-Baptiste François Joseph de Sade e di Marie Elénore de Maillé de Carman, questa nipote del cardinale Richelieu, trascorse l’infanzia nel Palazzo Condè sino all’età di quattro anni, momento in cui deve spostarsi nel palazzo avignonese di famiglia, poiché sua madre fu costretta ad accompagnare il marito (noto diplomatico) impegnato al servizio del principe elettore di Colonia. Di lì si trasferì poi presso l’abitazione dello zio, Jacques-François-Paul-Alphonse de Sade, dove ricevette i primi rudimenti anche di letteratura. Si formò presso i gesuiti e, in ragione dei titoli di nobiltà posseduti a quattordici anni, frequentò una scuola preparatoria di cavalleria annessa al reggimento di Versailles – concorrente e speculare a quella dei moschettieri -, affrontando quindi un primo periodo di rigore e rigida disciplina militare, ma entrando anche in contatto con la classe nobiliare parigina. Nonostante fosse un militare non mancò di condurre una vita dissoluta, sino al momento del congedo avvenuto il 16 marzo 1763, al termine della guerra.

Il padre del giovane marchese riuscì a combinare il matrimonio del rampollo con la figlia di un ricco magistrato, dacché era sensibilmente preoccupato per le risorse economiche della famiglia. La moglie di de Sade fu quindi Renée-Pelagie Cordier de Launay de Montreuil. Tuttavia de Sade inizia a costruirsi una pessima fama per via della sua dissolutezza, essendo propenso al gioco d’azzardo ed a sperperare denaro frequentando camerini delle attrici e delle prostitute. Non manca comunque di vezzeggiare e rendere prosaico corteggiamento a mademoiselle Laure-Victoire-Adeline de Lauris, discendente da un casato provenzale, alla quale invia poesie in stile trobadorico da egli composte. Tuttavia il rapporto si interruppe, presumibilmente, per episodi di violenta gelosia esternati da D.A.F., quindi la storia si concluse. Non passa molto tempo da quando si sposò che il Marchese venne recluso nelle carceri di Vincennes in ragione di un comportamento ritenuto “oltraggioso” che questi avrebbe tenuto in un bordello. Ed è solo l’inizio della serie di guai con la giustizia nei quali incorse.

La seconda incarcerazione la subisce nel 1768, quando viene arrestato e fatto recludere per sei mesi poiché accusato di aver rapito e torturato una donna. Il Marchese venne liberato per ordine del re e riprese immediatamente la sua vita dissoluta. Organizza feste e balli nella sua tenuta di La Coste e, nel frattempo, dà inizio anche ad una serie di viaggi ed intrattenimenti con la sorella della moglie, Anne, con la quale (così risulta agli storici) ha anche un’intesa sessuale.
Altri problemi giudiziari sopravvengono per il nostro nel 1772, nel corso della rappresentazione di una sua opera teatrale. In quell’occasione sarebbe stato accusato di avvelenamento. Risulta difatti che nel corso di un’orgia cui partecipò in compagnia del suo domestico e quattro prostitute, distribuì a costoro dolci adulterati con delle droghe, con la speranza producessero un effetto afrodisiaco. I dolci avvelenati, invece, provocarono alle donne forti malori.
Il Marchese scappò in Italia, venne arrestato a Milano dalle milizie del Re di Sardegna e rinchiuso nel locale carcere con condanna a morte. Dopo soli cinque mesi evade di prigione e trascorre i successivi cinque anni trastullandosi in orge e viaggi, dando vita a numerosi scandali. Fu arrestato nuovamente nel 1777 a Parigi e condotto nella prigione di Vincennes, dove cominciò a comporre opere teatrali e romanzi. Di lì venne trasferito alla Bastiglia, ove compose Le 120 giornate di Sodoma oltre ad un’altra opera altrettanto celeberrima, ovvero Justine, le disgrazie della virtù. Dalla Bastiglia è poi trasferito in un manicomio, a luglio del 1789, pochi giorni prima della presa del forte carcerario. Con il trasferimento abbandonò la sua voluminosa biblioteca e tantissimi manoscritti andati perduti. Ottenne nuovamente la libertà nel 1790, tentò di riconciliarsi con la moglie che, però, lo abbandonò a causa delle sue violenze (i figli invece emigrarono).
Rotto il rapporto con sua moglie intrattenne quindi una relazione amorosa con un’attrice, con la quale visse sino al resto dei suoi giorni, Marie Constance Quesnet.
La sua vita si trovò posta di nuovo a rischio poiché visse in un quartiere rivoluzionario e cercò quindi di dissimulare le sue nobili origini. Venne però riconosciuto, arrestato e condannato a morte. Ma la fortuna non abbandonò mai il divin marchese che, per puro caso fortuito, venne dimenticato nella sua cella. Fu liberato nel 1793.
Seguirono le sue pubblicazioni (alcune già concepite ai tempi della detenzione nella Bastiglia). Infatti nel 1795 vide la luce La filosofia nel boudoir, La nuova Justine e Juliette. Il romanzo Justine fu però considerato una pubblicazione oscena ed infame, donde l’autore, senza alcun processo, venne internato presso il manicomio di Charenton. Malgrado le sue rimostranze e doglianze venne ritenuto pazzo e trascorse nel manicomio gli ultimi anni della sua vita. Donatien-Alphonse-François de Sade morì il 2 dicembre 1814, all’età di 74 anni. Un dato desta particolare impressione: dei suoi settantaquattro anni di vita de Sade ne trascorse ben trenta in carcere. Per lungo tempo il suo nome fu oggetto di biasimo e con esso tutte le sue opere, bandite e ritenute oggetto di scandalo. La produzione di De Sade ottenne la riabilitazione solo nel Novecento, nel secolo dove tutto è relativo, anche il male.

Quills è un film del 2000 diretto da Philip Kaufman e adattato dalla commedia vincitrice del premio Obie di Doug Wright, che ha anche scritto la sceneggiatura originale. Ispirato alla vita e all’opera del Marchese de Sade, Quills reinventa gli ultimi anni di incarcerazione del Marchese nel folle manicomio di Charenton.

Sade fu sicuramente – rectius: dichiaratamente – ateo. La religione rappresenta un vincolo che imbriglia la pulsione libertina, la costringe in un paradigma di contegno e decenza che mal si conciliavano con la sua indole perversa e proclive allo scandalo. Dio è amore: questo credono i fedeli delle religioni monoteiste. Per de Sade Dio, ammesso che egli potesse anche solo concepirne l’esistenza, è un carceriere, colui che traccia i termini, il marcatore del limes tra lecito ed illecito, tra morale e immorale. In sintesi la demarcazione tra fas e nefas. Non a caso le punizioni inflitte alle vittime del libro Le 120 giornate di Sodoma, sono particolarmente crudeli laddove uno dei fanciulli o delle fanciulle rapite dovesse nominare il nome di Dio o alludere a temi di natura religiosa, ascetica, teologica. Per Sade non esiste limite al piacere ed al godimento, un godimento che supera anche i margini della Legge, sia divina che umana. Lacan, tra i progenitori della psicanalisi, riteneva che la vita umana oscillasse tra legge e desiderio. L’adeguato equilibrio dovrebbe risiedere nella ricerca del senso dell’esistenza, nel riconoscere la propria identità calibrandola ad un sistema composto dai simili, dall’altro. Per de Sade il desiderio è piacere, godimento, una continua copula dimentica dei vincoli normativi del sistema sociale. Lo stesso marchese si pone sovente al di là della legge stessa, violandola reiteratamente, manifestando sprezzante insubordinazione, capovolgendo la moralità invertendone le fondamenta. Nelle sue opere sono presenti numerose postille (glosse?), con le quali addirittura si rivolge a sé stesso – con reverenza ed in seconda persona, (es. Abbiate cura di evidenziare…et similia) – e in cui si propone di rimarcare concetti scabrosi, osceni, difficilmente tollerabili. Non di rado è capitato che i lettori dovessero distogliere gli occhi dalle pagine o che riferissero di provare sensazioni strane nel sorreggere quei volumi tra le mani, come se stessero toccando qualcosa di…empio.
Nella produzione letteraria sadiana un tema ricorrente è quello della scatologia. “La scatologia è politica?” chiese un giornalista a Pasolini, nel corso della sua ultima intervista. E lui “assolutamente!”. Eppure in quasi tutti gli scritti di de Sade la componente escrementizia è citata con una ricorrenza quasi ossessiva, maniacale, forse anche per l’inclinazione indiscutibilmente perversa dell’autoproclamato filosofo. La ragione per cui in de Sade la scatologia è indispensabile è strettamente interconnessa con la pratica della sessualità, vissuta ovviamente nelle declinazioni più estreme: per il marchese la base diventa il vertice e viceversa. Il libertino è prodigo nei banchetti, non limita l’assunzione di cibarie e bevande raffinate ed in proporzioni sconsiderate (Dante, solo per questo, lo taccerebbe per mancanza di continenza). Di conseguenza l’espulsione – esteriorizzazione di quanto ab origine assunto –, ha condotto alla traslazione dell’apologia genitale, che il marchese ritiene forse troppo conformista o di scarsa attitudine ad accelerare la voluttà, verso quella del culto di altri organi del corpo umano, proprio perché in ciò che viene espulso si sostanzia l’ebbrezza che conduce quindi a riassumere (interiorizzazione di quanto esteriorizzato) lo scarto. Questa è, in effetti, la logica del consumismo: la società dei consumi impone quotidie di pretendere quanto non è necessario. Quindi, così come i mostri di Sade consumano i propri escrementi, al pari nella lettura pasoliniana su Sade, il consumatore cerca il superfluo, l’eccedenza necessaria, quasi come se la lotta per la sopravvivenza si fosse posta in antitesi ex se: per sopravvivere l’uomo ha bisogno del superfluo.

Marquis de Sade – 100 Erotic Illustrations è uscito per Goliath Books.

Per de Sade, come riferito supra, non esiste limite alcuno al piacere. Piacere corporeo, fisico, materiale, epicureo (forse anche oltre la prospettiva di Epicuro). Il poeta massimizza il suo godimento nella condotta sfrenata e libertina che assunse nel corso della sua intera esistenza. Perché quindi, il piacere sadiano è così osceno? Alcuni autori ne hanno rinvenuto la motivazione nella dialettica condotta dal poeta/filosofo sull’orgasmo. I protagonisti delle sue opere difficilmente culminano, questo perché l’autore vuole enfatizzare taluni aspetti del suo desiderio: il perdurare del coito sadiano, se da un lato ha una lunga durata che acuisce il vizio ed il godimento, dall’altro specularmente provoca nella vittima (la sessualità sadiana non è quella ordinaria, ma è spietata, violenta, perversa ai limiti del patologico, valicando quasi sempre la linea di demarcazione con la legalità) dolore inimmaginabile, sofferenza fisica e psicologica, potendo facilmente essere qualificata come una forma di tortura. Ecco perché, nel vocabolario moderno, si impiega il termine sadico: in riferimento proprio a Sade, alla sua vita ed ai suoi comportamenti, oltre al modo pernicioso di leggere la vita. Parlare di filosofia, in de Sade, a giudizio dello scrivente, è impresa ardua se non inverosimile. Il marchese non trasmette alcuna logica teoretica nella sua vita, se non il macabro desiderio di godimento assoluto che lo condusse alla reclusione nei vari penitenziari che lo ospitarono per gran parte della sua vita. Tantissimi studiosi hanno riservato attenzione a de Sade: perché nell’oscuro, nei mostri sadiani, noi comprendiamo a cosa debba ispirare, al contrario di quanto sostenuto dal nobile parigino, l’essere umano. L’individuo nasce in un sistema al quale deferisce parte della propria libertà riconoscendo l’altro come suo prossimo, l’altro come oggetto del desiderio, ma desiderio inteso come ricerca della propria individualità e identità. L’utilità di Sade è quella che Pierre Klossowski individua in Sade prossimo mio: i mostri delle sue opere rappresentano la negazione della moralità, della pietà, del razionalismo etico e della cura del prossimo. Invero il prossimo, per parafrasare la letteratura evangelica cristiana, e tale a se stessi.

 

Per approfondimenti:
_Donatien-Alphonse-François de Sade, Les 120 journées de Sodome, ou l’École du libertinage, manoscritto datato 1785;
_Donatien-Alphonse-François de Sade, Justine o le disavventure della virtù (Justine ou les Malheurs de la vertu), manoscritto datato 1788;
_1795: La filosofia nel boudoir (La Philosophie dans le boudoir);
_1799: La nuova Justine, ovvero Le sciagure della virtù (La Nouvelle Justine, ou les Malheurs de la vertu), continuazione di Justine ou les Malheurs de la vertu;
_Pierre Klossowski, Sade prossimo mio preceduto da Il filosofo scellerato, trad. di Aurelio Valesi, SugarCo, Milano, 1970, Garzanti, Milano, 1975.

 

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Amedeo di Savoia duca d’Aosta: l’uomo, il soldato, il mito

Amedeo di Savoia duca d’Aosta: l’uomo, il soldato, il mito

di Giuseppe Baiocchi del 09-03-2020

A Torino presso il palazzo della Cisterna, nell’ottobre del 1898 nasceva il principe Amedeo di Savoia, definito dai posteri e dagli storici come “l’eroe dell’Amba Alagi”. Nella città sabauda rimase fino ai sette anni, quando il padre, Emanuele Filiberto, si trasferì a Napoli, al comando di quel Corpo di Armata.
La prima fanciullezza, come da tradizione, non era stata lieta per il piccolo aristos: all’età di due anni si era infatti svolta la tragedia di Adua (1896), evento che portò l’assassinio di suo zio, il Re Umberto I, il quale fu ucciso da un anarchico italiano Gaetano Bresci (1869 – 1901).
Iniziava allora in Italia lo strano e ben doloroso fenomeno per il quale – a somiglianza di un solo altro paese, la Francia – l’istanza sociale e la necessità materiale delle folle sembrava dovessero essere inscindibili da una furibonda, iconoclasta volontà di distruzione delle tradizioni patrie e della virtù militare. A Napoli l’ambiente era più sereno: quella reggia di Capodimonte era più sorridente con il suo magnifico parco, il cielo era più mite, l’anima popolare meno intristita dalla propaganda dei negatori. In tale ambiente crebbero Amedeo ed il suo fratellino minore Aimone – sopraggiunto dopo di lui – e quel vasto palazzo con parco senza fine, vide il di-sfrenarsi delle loro fanciullezze. Fu un ragazzo terribile Amedeo, di quelli le cui ragazzate lasciano il cuore sospeso.
In quell’epoca ormai lontana, l’aviatore Louis Charles Joseph Blériot (1872 – 1936) aveva attraversato la Manica, Jorge Antonio Chávez Dartnell (1887 – 1910) aveva sorvolato le Alpi; l’aviazione – con l’opera ed il sacrificio dei pionieri – faceva le sue prime asperrime prove, ed Amedeo aveva una voglia pazza di volare.
Voleva volare il giovane duca, ma macchine non ne aveva; trovati due vecchi ombrelli in un solaio, ne irrobustì le stecche con spago e filo di ferro, ed ecco i nostri due argonauti lanciarsi con questi ombrelli aperti, attaccati al manico, dal primo, ma pur altissimo piano della Reggia. Videro dal basso, col cuore sospeso, discendere precipitosamente i due ragazzi e fu un accorrere di gente: non si erano fatti quasi niente in quel volo precipitoso di otto metri, solo qualche ammaccatura: «Volare mi piace» – asserì serissimo Amedeo, strizzando un occhio alla gente accorsa ansiosa e trepidante a raccattare i due signorini.
Altro episodio curioso, fu alle spese del colonnello Emilio Montasini, aiutante di campo del padre e ottimo colonnello d’artiglieria: Amedeo, da promesso artigliere, volle rendergli onore.
Vi erano nel parco della reggia alcuni vecchi cannoni di bronzo del Settecento ad avancarica. Amedeo prese la polvere di molte cartucce da fucile, caricò il vecchio cannone, pose una lunga miccia, mise Aimone a far da palo per annunciare l’arrivo del colonnello e quando questi apparve al cancello, diede fuoco. Il vecchio palazzo tremò, il boato si udì per tutta Napoli: pallido, emozionato il colonnello accorse. Questa volta era stata troppo grossa, ed i due colpevoli furono trascinati davanti ai genitori per avere la giusta sanzione. Ma, nel salire la grande scalea, Amedeo diceva al fratello: «Hai inteso che colpo? Io di artiglieria me ne intendo»! Questo spirito avventuroso, questo sorridente arditismo spericolante lo accompagnarono per tutta la vita.

Nelle due foto, da sinistra a destra, Amedeo Umberto Lorenzo Marco Paolo Isabella Luigi Filippo Maria Giuseppe Giovanni di Savoia-Aosta, in una foto di giovane età (Torino, 21 ottobre 1898 – Nairobi, 3 marzo 1942). E’ stato un generale, aviatore e patriota italiano, membro di Casa Savoia appartenente al ramo Savoia-Aosta. Fu viceré d’Etiopia dal 1937 al 1941. Nella foto di destra Umberto I (Umberto Rainerio Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio di Savoia; Torino, 14 marzo 1844 – Monza, 29 luglio 1900) è stato Re d’Italia dal 1878 al 1900.

Infine evento che suscitò un simpatico scalpore europeo, fu durante il soggiorno spagnolo formativo, dove durante una corrida, il giovane Amedeo diede spettacolo all’entrata dell’arena durante lo svolgimento del gioco. Anche in questa esperienza vi fu – da parte dell’istitutore – molta paura. Di contro l’arena fu in tumulto tra applausi, urla di entusiasmo e lanci di cappelli. I giornali madrileni ne fecero un gran parlare e dissero chi era il protagonista: il nipote dell’ex Re di Spagna: Amedeo Ferdinando di Savoia. I giornali del Regno d’Italia censurarono l’accaduto. Tre erano gli elementi fondamentali della sua natura: la noncuranza assoluta del pericolo, che gli veniva da una tradizione secolare di gloria militare e civile; un senso pratico ed ordinato della amministrazione e della vita, che aveva assorbito dai suoi vecchi antenati piemontesi; ed infine una rara sincerità: virtù che ottiene comprensione, anima gli uomini e solleva entusiasmi ed affetti. Fu certo la sincerità più limpida che gli sgorgava dal cuore quella che guidò naturalmente la sua condotta tra gli allievi della Accademia Militare della Nunziatella di Napoli allorché, a 15 anni, fu rinchiuso in quel collegio per iniziare la sua vita militare. I primi periodi per il duca furono duri, ma con il suo carattere ben presto divenne fratello e amico dei suoi camerati, i quali nonostante la confidenza nutrivano sempre grande rispetto per Amedeo. Egli aveva, innata, questa incommensurabile virtù della semplicità che aggioga le anime: virtù che non si può improvvisare, che deve essere innata, che deve avere perciò origini lontane, come in lui le aveva, nei secoli. Aveva 17 anni quando nel 1915 scoppiò la guerra Europea. Scrisse di suo pugno una petizione al Re: voleva andare a combattere per il regio-esercito l’ultima guerra dell’Unità, così come era propagandata. Ma, data la sua età, era obbligatorio il consenso del padre.
Emanuele Filiberto firma: per il giovane ufficiale si spalanca la prima – piccola – avventura della sua vita. Vestito in grigio-verde in un reggimento di artiglieria a cavallo, si reca presso il Monte Sei Busi: impavido sotto valanghe di ferro e di fuoco, si merita una medaglia di bronzo. Dissero di lui: «noi, tuoi compagni, noi soli veramente sappiamo che se non fossi stato un principe di Savoia, la medaglia sul tuo petto sarebbe stata d’argento. Noi siamo testimoni che ci hai perduto ad essere principe». Leggendo la motivazione della sua seconda medaglia – questa di argento, quando aveva 19 anni – si comprende come l’avesse meritata: non vaghe ed altisonanti parole, non retoriche frasi, ma fatti precisi: era veramente un soldato, ed alla prova del fuoco quella sua temerarietà infantile, si era trasformata in ragionata e consapevole virtù guerriera.
Durante la guerra carsica, recatosi a visitare una trincea – che un generale aveva fatto costruire e che personalmente illustrava -, la quale doveva fungere a modello ed esempio di come sarebbero dovute essere strutturate tutte le trincee, egli non espresse giudizio guardando muto l’opera che pur era costata tanta sollecitudine e tanta fatica, finché, alla reiterata domanda espressa dallo stesso generale: «che gliene sembra Altezza Reale», Amedeo non esitò a rispondere nella sua invincibile sincerità: «la sto studiando attentamente per evitarla»! Questo episodio riferito da Beretta a De Vecchi trova il suo riscontro in altri successivi di epoche diverse, come ad esempio quello di quando, deliziandosene perdutamente, vide nel cielo di Gorizia – ove egli allora era addetto – un aeroplano eseguire la più ardita gamma di loopings, di tonneaux, di virate, di cabrate che si fossero mai viste e che pur erano severamente proibite; ed accanto a lui, vi era furente il comandante della brigata aerea, il quale si avvicinò all’avventuroso giovane pilota appena atterrato per comunicargli di tenere gli arresti. Amedeo era pieno di ammirazione, si avvicinò al giovane ufficiale, lo prese sotto braccio, gli disse: «che bello, ma perché non me lo ha detto che sarei venuto con lei»?

Nelle tre immagini da sinistra a destra. Il nonno di Amedeo: Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (1845-1890), era figlio del primo Re d’Italia Vittorio Emanuele II. Fu re di Spagna (1871 -1873) e il primo duca d’Aosta, capostipite del ramo Savoia-Aosta; al centro il padre: Emanuele Filiberto Vittorio Eugenio Alberto Genova Giuseppe Maria di Savoia-Aosta (1869 – 1931) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta, ed un generale italiano; infine il fratello Aimone Roberto Margherita Maria Giuseppe Torino di Savoia-Aosta (1900 –1948) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta, e un ammiraglio italiano. Fu anche re di Croazia con il nome di Tomislavo II, senza però mai prendere possesso del trono.

Quel giovano era il tenente Tait, che divenne poi il suo aiutante di volo e non lo abbandonò mai più: gli fu vicino nell’ora estrema. Finita la grande guerra, nel 1919 Amedeo se ne andò con lo zio in Somalia. L’amore dell’Africa lo dominava dall’infanzia, da quando bambino se ne andava al porto a vedere le navi che partivano. Abitava con lo zio un bungalow nel villaggio di Afgoi, a 20 Km. da Mogadiscio. Quel vecchio marinaio ed esploratore, quella grande anima chiusa ed ardente di Luigi di Savoia, che conobbe tutte le altezze tutte le discipline e tutte le rinunce, stava trasformando un lembo di Africa con la sua tenace volontà di colono.
Il senso eroico della vita non aveva bisogno di insegnarlo al nipote Amedeo, poiché era impresso nel suo spirito. Ma altre cose gli insegnò, rimanendo impresse e gli servirono da viatico quando si trovò venti anni dopo a dominare il vastissimo territorio dell’Etiopia. Gli fece comprendere la tenacia delle opere durevoli: ad amare la terra che risponde all’uomo che la lavora e la feconda col suo sudore. «Non mi sbaglio, – diceva suo zio –, ma se noi vogliamo, la Somalia ha un grande avvenire: canna da zucchero, cotone, arachidi, alberi di kapoc, possono rendere enormemente». Queste nozioni gli servirono come vedremo, più tardi, e le mise in pratica.
Rimase sei mesi presso lo zio e poi ritornò facendo il giro del Capo di Buona Speranza, ma si ammalò e dovette sbarcare a Zanzibar, ove stette un mese tra la vita e la morte, soccorso dalla madre, accorsa subito al suo capezzale. Della sua malattia e delle angosce materne troviamo indelebile nobilissima traccia nelle pagine scritte dalla duchessa madre nel suo libro: «Ma vie errante».
Ritornato in Patria nel 1920 fu destinato a Palermo. Era l’epoca tremenda del dopoguerra italiano, quando imboscati e disertori si riunivano per dare veste di ideale alla fellonia ed alla viltà. Del resto, sempre, nelle ore torbide della nostra vita nazionale la diserzione diventa un ideale, il tradimento una virtù e l’incitamento alla rivolta esige il suo premio. Fu per sfuggire a tale stato nauseante di eventi, che Amedeo – sotto il nome di capitano della Cisterna – se ne andò in Congo belga, a Stanleyville a fare l’operaio in una fabbrica di sapone. Della sua esperienza disse: «Voglio vedere cosa sarei capace di fare nella vita civile se fossi nato diversamente da come sono nato». Non si può dire che l’esperimento non sia riuscito, perché da operaio semplice divenne capo operaio, e poi assistente, ed alla fine del 13° mese era già vice-direttore della grande fabbrica e stavano per nominarlo direttore, quando dette le dimissioni per ritornare in Italia; e solo allora si seppe chi era. La cronaca pettegola dette un’altra versione di questa strana sosta di oltre un anno nel Congo. Così dopo 13 mesi – dalla lunga esperienza del Congo –, ritornò con una carovana da lui allestita, lungo i grandi laghi equatoriali: il Victoria ed il Tangunica. Sostò ai piedi del Ruvenzori, in memoria dello zio che ne aveva fatto la scalata, ed, ultima tappa del viaggio, prima di imbarcarsi a Mombasa, fu a Nairobi, quella fatale Nairobi, dove doveva venti anni dopo chiudere la sua nobile vita. L’Amore dell’Africa ormai lo teneva, e nel Continente Nero riuscì a farsi destinare nel 1925, rimanendovi per sei anni, fino al 1931, salvo brevi parentesi a Torino per la scuola di guerra, o quella ancor più breve – ma importante – del suo matrimonio nel 1926 con Anna di Francia, la dolce e nobile compagna della Sua vita. Il Regno d’Italia stava riconquistando la Libia, di cui non aveva potuto occuparsi durante la guerra, mantenendo solo la costa. In queste operazioni di polizia che talvolta si tramutavano in vere e proprie e sanguinose battaglie, seguito dal maggiore Volpini, suo aiutante – che doveva poi morirgli accanto da generale sul picco dell’Amba Alagi – Amedeo si distinse perché fu infaticabile e temerario, a piedi, a cavallo, a dorso di cammello, a bordo di aeroplani, mitragliando i ribelli a volo radente, tornando con l’apparecchio crivellato di colpi.
Tutte le marce e le battaglie, di Zella, dei pozzi di Bir Tagritt, Nufilia, Marzuk, Kufra, ricordano il suo nome. Con la occupazione di Kufra la colonia era ridonata totalmente alla patria, e la si poteva oramai attraversare in piena tranquillità dalla costa fino al più profondo deserto. Ritornato in patria alla morte del padre – comandante vittorioso della III Armata, avvenuta nel 1931 –, non solo per il passato glorioso del duca ma per un suo testamento spirituale che rimane una delle pagine umane più nobili e belle che siano mai state scritte, Amedeo divenuto Duca di Aosta, passò l’anno seguente nella aviazione. Si compiva così un Suo ardentissimo voto.
Cinque anni egli passò, assegnato a Gorizia, e dimorante con Sua Altezza Reale Anna e le sue due figliuole nel malinconico castello di Miramare: cinque anni, quale comandante, prima di stormo, poi di brigata aerea, indi di divisione.
Le sue squadriglie erano ragione di orgoglio per l’ala Italiana, per precisione di volo, per disciplina e coraggio ed allenamento di piloti. Intanto si era svolta la conquista dell’Etiopia. In uno slancio concorde di volontà l’Italia aveva conquistato un Impero; ed egli, andati via i due primi Vice-Re manifestò, per la prima volta nella vita, il desiderio di un comando.

Amedeo di Savoia, duca d’Aosta con i genitori, durante il primo conflitto. ©Maurizio Lodi

Era un poco rischioso, specie dopo un ultimo e grave attentato al Governatore del tempo, ed il Re era titubante, ma egli insistette, ed eccolo infine partire il 21 Dicembre 1937 da Napoli, Vice-Re dell’Etiopia. Queste sono vicende recenti, ogni Italiano le conosce, ed io non ho che da riassumere solo qualche dato, qualche fatto saliente che aiuti a mettere in rilievo la figura del nostro Principe. Egli sbarcò a Massaua, e la prima sosta fu al cimitero di Dogali, a salutare i cinquecento, i morti di De Cristoforis, ancora allineati in ordine di battaglia, sotto la terra arsa. Arrivato ad Addis Abeba si accorse subito che tra i veri pionieri si era mescolato un piccolo mondo di profittatori, e non esitò a buttarsi a corpo perduto per eliminare le iniquità, per mettere ovunque ordine e pulizia; non esitò a dire ai suoi funzionari: «se non mi chiamassi Savoia vorrei fare a cazzotti con certa gente»! Memore degli insegnamenti dello zio indimenticabile, Amedeo cominciò subito a realizzare un vasto piano di sfruttamento agricolo e minerario del vastissimo Impero.
Spesso egli asseriva: «gli Italiani non sanno quale immensa ricchezza essi hanno conquistato». Nell’Amara vi erano i giacimenti immensi di lignite e di torba, cave di marmo e di argilla, e c’era da sviluppare la industria del baco da seta. Nel Calla Sidama vi erano miniere di ematite e di limmite ed i grandi fiumi auriferi, le immense foreste ove già erano state catalogate ottantaquattro specie di legno pregiato. La foresta di Belleltà, non tutta ancora esplorata dall’uomo, poteva rivelare incredibili sorprese, sgominante quale era per la sua vastità, intersecata da fiumi torrenti e ruscelli, sbarrata da alberi secolari, intrecciata da liane, fauna favolosa di scimmie, di leopardi neri, di pitoni e bufali ed elefanti e rinoceronti. Nell’Harrarino le foreste degli Arussi, piene di podacarpi ed eucalipti gonfi di cellulosa, e le piantagioni di caffè e le miniere di mica. Nella Eritrea e nella Somalia il cotone, i semi oleosi, nella Migiurtinia l’incenso, la mirra, lo stagno.
Né aveva trascurato con sotterfugi ingegnosissimi che, dalle Indie olandesi, gli fossero inviati i semi del caucciù per svincolare la patria da questo gravoso tributo allo straniero. Era un mondo favoloso che si apriva al lavoro degli Italiani, già da secoli dispersi per tutto l’orbe terraqueo in cerca di pane: colà milioni e milioni di lavoratori avrebbero trovato sfogo e ricchezza! Questa era la sua opera dunque, grandiosa opera, alla quale si accinse con tutto il fervore dell’anima.
Ogni domenica, libero dai fardelli burocratici, dagli incartamenti e dai ricevimenti, si dedicava alle visite nei punti più lontani dell’Impero con il suo apparecchio ad Elolo, su piste di fortuna tra il Kenia Italiano e quello Inglese, ove c’era un presidio con un solo tenente bianco ed una banda di Dubat. Quel povero tenente non vedeva un bianco da sette mesi, rimase confuso e quasi singhiozzava quando riconobbe il Vice-Re che scendeva dall’aeroplano su quel campo di fortuna. In quell’angolo sperduto di mondo il Duca, sotto una tenda, divise con quell’ufficiale un piatto di pasta preparato dai Dubat.
Amedeo, nel viaggio di ritorno, ricordando gli occhi umidi, la voce trepida di quel tenente, asseriva ai suoi compagni di volo: «ci vuole tanto poco a fare contenti gli uomini»!
Un’altra domenica, a Ricchiè, un vecchio centenario, saputo dell’arrivo del Vice-Re in quella sperduta località, si fece portare alla sua presenza in barella da due servi. Si prosternò nella polvere, disse: io ho perduto un figlio in battaglia per l’Italia, io sono fiero di avere perduto mio figlio per te. Ed Amedeo concludeva, nel viaggio di ritorno: «la poesia è la sola regola della vita».
Un’altra domenica a Debra Sina, davanti ad una banda di 600 uomini ve n’era uno, alto quasi come lui, Basciai Uoldié, che era stato il più acre nemico degli italiani, il quale aveva tagliato a suo tempo il ponte di Termaber per ritardare la marcia italiana su Addis Abeba, che era considerato, ed a giusto titolo, un eroe nazionale Abissino. Basciai Uoldié aveva dichiarato che non avrebbe fatto atto di sottomissione ad altri che al Vice-Re in persona, ed Amedeo non aveva atteso che andasse da lui; volle – di contro – andare davanti lui stesso al suo valoroso avversario e stabilì che tutti gli uomini della banda avrebbero conservato le armi. L’indigeno si pose un ginocchio in terra e disse: «giuro di servirti, fino alla morte». E mantenne la parola, perché tre anni dopo perì da prode, combattendo per il Regno d’Italia. Alla inaugurazione della strada Dancala tra Dessié ed Assab – lunga 1000 chilometri -, un’opera romana costruita sotto il sole ardente dai nostri operai.
Uomo anche vicino ai lavoratori italiani in Africa Orientale: lungo le strade dell’Impero, numerose erano i tumoli degli operai deceduti per incidenti sul lavoro. Spesso Amedeo si fermava per l’ultimo saluto agli scomparsi: «Questi tumuli», diceva il viceré, «che si snodano lungo questa strada grandiosa sono come gli acini di un rosario, il rosario del lavoratore Italiano». Tale atteggiamento lo portò ben presto ad essere stimato e rispettato sia dai civili che dai militari.
Nelle ultime sue visite, sulla fine del 1939 fu a Bonga, nel Galla Sidamo, tra i pigmei. Tutta la popolazione indigena era schierata nuda lungo la strada, uomini e donne. La popolazione – che ancora accendevano il fuoco fregando due pezzi di legno – possedeva armi ancora primitive, e gli italiani, se consideriamo strettamente il periodo del comando del viceré monarchico, portarono civiltà e prosperità, abolendo le vessazioni alla popolazione civile del viceré fascista Graziani. Riportiamo un passaggio del bellissimo romanzo I fantasmi dell’Impero del trio Cosentino-Dodaro-Panella: «Sua Altezza Reale il Duca Amedeo di Savoia Aosta non aveva avuto fretta a riceverlo […]. Il suo rapporto stava sulla grande scrivania del nuovo Vice Re ordinatissima, così diversa da quella di Graziani, sempre ingombra di carte […]. Per carità, il duca era stato cortesissimo. Lo aveva accolto in piedi, sorridente, in uniforme da generale dell’Aeronautica, sovrastandolo di trenta centimetri buoni dall’alto dei suoi due metri, e gli aveva calorosamente stretto la mano. L’ufficio era lo stesso di prima, eppure niente sembrava uguale; anche Mazzi era stato sostituito da un segaligno maggiore di cavalleria piemontese, sicuramente con tutti i quarti di nobiltà in regola. E i saluti fascisti s’erano ridotti al minimo indispensabile: non ne aveva visto fare nemmeno uno da quando era arrivato».
Oggi, gli ex cittadini dell’Impero italiano sono ricaduti nuovamente nelle barbarie: l’abbandono – per causa del conflitto mondiale – del Regno d’Italia, portò queste regioni nel caos più assoluto, dove tiranni senza scrupoli adoperarono per lunghissimo tempo i loro interessi, in maniera brutale.

Luigi Amedeo Giuseppe Maria Ferdinando Francesco di Savoia (Madrid, 29 gennaio 1873 – Villaggio Duca degli Abruzzi, 18 marzo 1933) è stato un ammiraglio, esploratore e alpinista italiano.

Alla soglia degli anni quaranta, oscure nuvole si addensavano sull’orizzonte europeo. La Germania nazista invade la Polonia e la guerra europea era scoppiata. L’Italia vi entrò solo un anno dopo: il viceré ripartì in patria per discutere con il Capo del Governo Mussolini, i limiti delle truppe del regio-esercito in Africa Orientale. Espresse egualmente il suo pensiero, e ne possiamo trovare traccia nei diari di Galeazzo Ciano, nelle affermazioni dei sopravvissuti, nonché nella risposta scritta che egli inviò alle precise domande che gli furono rivolte nel 1940 e delle quali non si tenne, purtroppo, alcun conto: le condizioni militari dell’Impero erano tali che non solo un’offensiva non sarebbe stata possibile, ma neppure una azione difensiva. Avrebbe potuto, sì, esserci una resistenza più o meno lunga, avrebbe potuto l’esiguo corpo di spedizione, sprovvisto di armi per una guerra moderna, sacrificarsi, scrivendo pagine ardenti di gloria militare, ma l’Impero sarebbe stato perduto: i britannici disponevano di continui rifornimenti, dati dall’immenso patrimonio coloniale e soprattutto – in chiave africana – dal controllo del canale di Suez. Nonostante le problematiche Amedeo gioca d’anticipo, è spregiudicato: Mussolini promette la resa dell’Inghilterra con l’operazione tedesca “Leone marino” e l’acquisizione della Somalia britannica e francese, che avrebbe permesso al Regno d’Italia importanti contropartite al tavolo della pace.
Il primo anno si chiuse all’attivo con la spedizione del Somaliland, ma con il sopraggiungere delle armi, delle munizioni, dei viveri provenienti da tutto il Commonwealth, le truppe inglesi passarono alla offensiva mentre il nostro corpo di spedizione ripiegava ordinatamente dall’invasione – tatticamente di scarso rilievo, per mancanza mezzi – del Sudan britannico. In questi tempi amari, pagine che farebbero l’onore e la gloria di ogni popolo del mondo sono pressoché ignorate dagli Italiani, quando non sono calpestate ed irrise. Le pagine di Cheren, fulgide, non meno di quelle delle Termopili, le pagine di Culquabert che vide ad ondate sacrificarsi i Carabinieri Reali, sono oggi un libro chiuso. Sigillato sembra il libro immortale dell’Amba Alagi, ma ben si riaprirà un giorno se è vero che la patria è una verità eterna e che, nel nostro breve cammino mortale, la gloria illumina il cuore degli uomini.
L’ultimo consiglio di governo al Ghebì di Addis Abeba fu tenuto il 3 aprile del 1941. Con 3.800 uomini il viceré salì i 3.400 metri dell’Amba Alagi. Il 16 maggio, dopo 43 giorni di assedio e dopo avere reiterate volte respinto le intimazioni di resa, le condizioni erano queste: il comando italiano aveva ridotto gli effettivi a 2.500 uomini, poiché 1.300 erano periti negli aspri combattimenti, non esisteva più un solo colpo di cannone, vi erano ancora pochi caricatori per le armi leggere, i pochi muli erano stati già tutti sacrificati, la sete era allucinante, ma dalle pendici del monte si vedeva avvicinare sempre più una marea di fute bianche, i 30.000 armati di Ras Seium. No, non vi era più scampo! Ed il duca che aveva cercato più volte la morte su quell’Amba desolata, che aveva visto morire attorno a sé i migliori suoi fidi, pensò che aveva il dovere di risparmiare l’orrenda carneficina che attendeva i superstiti, adesso che era salvo l’onore della bandiera. Mandò fuori il suo Volpini a trattare con gli inglesi; ma gli armati di Ras Scium non rispettarono la guarentigia della bandiera bianca, una scarica di fucili uccise lui e gli altri parlamentari, così che furono gli inglesi a dover recarsi dal duca; e due giorni dopo vi fu la discesa dall’Amba Alagi.
Amedeo di Savoia fu l’ultimo ad abbandonarla dopo avere diviso con i superstiti le poche cose ed il danaro che gli restava; ma prima si recò nel forte Toselli, dove due giorni prima era stato sepolto il generale Volpini, l’amico del cuore, che per 15 anni aveva – ai suoi ordini – diviso la gioia e le asprezze della sua vita, ed aveva pagato l’estremo tributo alla sua granitica fedeltà. Venne portato ad Adi Ugri ove restò 15 giorni, chiuso in una piccola casa, in attesa della sistemazione definitiva, e fu ad Adì Ugri, nel chiuso di quattro pareti che seppe dalla radio della medaglia d’oro al valor militare assegnatagli da Sua Maestà il Re: «ho seguito con viva affezione e con ammirata fierezza la tua opera di comandante e di soldato. Ti ho conferito la medaglia d’oro al Valore Militare, desiderando premiare in te anche coloro che, combattendo ai tuoi ordini, hanno bene meritato dalla Patria». Sì! Egli si sentiva di essere il depositario dei mille e mille caduti nella difesa dell’Impero; nel suo cuore batteva quello di una moltitudine di morti e di superstiti.
La Sua nuova dimora fu stabilita a Nairobi. Gli fu assegnato il villino da caccia di Lady Me Millan, a 70 Km da Nairobi, edificio abbandonato da anni, infestato da pulci, da zecche e da topi, e dovette personalmente per una settimana intera, aiutato dai suoi, provvedere a liberarsi – per quanto possibile – da questi ospiti indesiderabili.
Le gazzette inglesi farneticavano sulla libertà di cui godeva il principe, che poteva recarsi ove volesse, ospite, dicevano, e non prigioniero di Sua Maestà Britannica; che da Addis Abeba gli erano stati portati i suoi cavalli, che possedeva una automobile per i suoi spostamenti. La verità era un’altra: Amedeo non poteva andare al di là di 380 m dalla casetta, vigilato da un bene attrezzato e numeroso corpo di guardia, ed invece dei cavalli e dell’auto, esisteva una carrozza di cui si servivano gli ufficiali inglesi, che dopo una settimana l’avevano resa inservibile. Era un prigioniero, come gli altri, che ebbe la prima lettera dei suoi dopo sette mesi di prigionia, e niente lo feriva e lo umiliava più delle letture delle riviste sud africane ed inglesi che gli ufficiali di guardia gli mostravano. In una si diceva che, sull’impegno della sua parola di onore, gli sarebbe stato concesso di andare in Italia a rivedere la sua famiglia. Il rossore gli salì al viso. Come si poteva pensare che egli avrebbe accettato un simile privilegio? Un’altra volta lesse in una rivista sud africana che i suoi magnifici soldati erano i «contemptible scavengings in the biways of the battle».
Umiliato, depresso, in quella solitudine disperata rotta solamente dalle notizie sempre peggiori che giungevano dai lontani campi di battaglia europei, fu punto un giorno da una zecca, e ne risultarono altissime febbri a tipo tifoideo, che gli durarono settimane e lo ridussero allo stremo, mentre il suo medico, il dottor Borra, invano chiedeva di poter fare delle analisi e degli esami speciali, ed invano chiedeva medicinali. Appena rimessosi chiese ed ottenne di poter recarsi al Comando del Campo da cui dipendeva, per avere la assicurazione che le donne ed i bambini internati nel Kenia sarebbero stati evacuati per primi, con precedenza su tutti.
Voleva entrare nel campo per salutare i suoi soldati prigionieri, ma gli fu vietato, ed allora girò attorno al filo spinato entro il quale erano rinchiusi, mentre i suoi vecchi soldati gli gridavano parole di amore. Fu visto pallido, diritto, con gli occhi gonfi di lacrime, e non si vergognò di dire a chi lo accompagnava: «talvolta piangere è una felicità»! Ma la febbre tornata altissima dimostrava i sintomi inequivocabili della malaria. 
In quell’organismo, debilitato dalla lunga sofferenza morale, dalle privazioni fisiche durate nelle lunghe settimane di assedio sull’Amba Alagi, i lunghi attacchi febbrili determinati dalla insalubrità del luogo, portarono il duca alla morte.

Nelle tre foto da sinistra a destra: la tomba del viceré Amedeo a Nairobi, capitale del Kenya; cartolina di propaganda che mostra un fante italiano coloniale, che riprende le fattezze del duca d’Aosta, intento ad attendere il momento del ritorno italiano; foto, antecedente al conflitto, di Amedeo di Savoia duca d’Aosta, viceré dell’Africa Orientale Italiana.

Quando si recò a trovarlo il maggiore Ray Wittit, unico tra gli ufficiali inglesi che, avendo in tempi felici conosciuto il duca di Aosta, non aveva dimenticato l’omaggio che a lui si doveva nella sventura, quando andò a trovarlo e lo vide in quelle condizioni, su quel lettino di ferro ove non poteva allungare i piedi, con gli occhi lucidi di febbre, nella più grande desolazione, non poté contenere il suo sdegno, che esplose in sacro furore: questo era il modo di trattare un principe reale della più vecchia dinastia regnante di Europa? Questo era il modo di trattare un glorioso nemico, leale e cavalleresco, tenendolo lì, a 70 km dal consorzio umano, in quella casetta abbandonata al limite di una foresta? Questa era la asserita, vantata ospitalità del Re di Inghilterra? Così riuscì ad ottenere che, a spese del duca, questo fosse ricoverato in una casa di cura, La Maja Cumbery Nursing Home.
Ma oramai il destino era segnato, ed ecco allora – per salvare la faccia – il medico inglese che appare all’ultima ora, ecco anche affacciarsi quel Rennel Road, compagno di giochi della sua fanciullezza, quando il padre era ambasciatore in Italia nei tempi felici. Il padre che amava ed era riamato dagli italiani aveva scritto al figlio: ricordati di quanto dobbiamo ai duchi di Aosta, e sii di conforto al prigioniero.
Ma il figlio era andato all’aeroporto, aveva salutato con ostentata indifferenza lasciando di ghiaccio il duca che gli era andato incontro per abbracciarlo; ed ora, eccolo lì, vicino al suo letto di morte: «Che sei venuto a fare ora? – gli disse il duca – ora è tardi, vattene». Si, oramai era tardi per le finzioni del mondo; adesso voleva essere solo con Dio e con i pochi fidi superstiti, per prepararsi a morire; oramai aveva gli occhi chiari della morte che guardano con distacco le cose vane e caduche. Il 1° marzo il comando inglese, convinto ormai della fine imminente, consente infine agli amici del duca di recarsi al suo capezzale.
«Scrivi, scrivi, io ti detto, ho paura di non fare in tempo, scrivi; giunga l’estremo saluto ai miei soldati di terra, del mare e del cielo, compagni di arme di tante campagne d’Italia e di Libia. Ai miei camerati di prigionia, ed a tutti quelli che con indomito valore mi hanno seguito in questa epopea africana, lascio il retaggio di portare il tricolore sulle Ambe dove i nostri morti montano la guardia. Scrivi, Verin, scrivi: riaffermo al mio Re, in questa ora suprema la fedeltà di tutta la vita». Poi asserisce al dottor Borra: «quante volte, caro dottore, ho pensato che sarebbe stato meglio morire sull’Amba Alagi. Colà la morte non mi ha voluto. Ma ora, di fronte a Dio, penso che sarebbe stata vanità: bisogna saper morire anche in mano al nemico, anche in un povero ospedale». Padre Boratto gli somministra i Sacramenti la sera del 2 marzo: mancano poche ore alla fine, ed il duca dice al cappellano militare «come è bello morire in pace, con Dio, con gli uomini, con se stesso. Questo solo è quello che veramente conta».
Alle ore 3:56, al duca sopravviene la fine. La morte del duca d’Aosta ci ha lasciato un pezzo di quel Regno d’Italia, oggi scomparso, che tanto di buono aveva prodotto per aumentare il prestigio nazionale fuori dal Bel Paese. Oggi, egli diviene esempio distinto di capacità umane e militari: un esempio gestionale per la classe politica. 
Per approfondimenti:
_Edoardo Borra, Amedeo di Savoia, terzo duca d’Aosta e Viceré d’Etiopia, Mursia, Torino, 1985;
_Dino Ramella, Il duca d’Aosta e gli italiani in Africa orientale, Daniela Piazza Editore, Torino, 2017;
_Gigi Speroni, Amedeo d’Aosta, L’eroe dell’Amba Alagi, Rusconi, Milano, 1998.
_Cosentino-Dodaro-Panella, I fantasmi dell’Impero, Serlio Editore, Palermo, 2017.

 

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Otto von Habsburg-Lothringen: un esilio per l’unità europea

Otto von Habsburg-Lothringen: un esilio per l’unità europea

di Giuseppe Baiocchi del 23-02-2020

Franz Josef Otto Robert Maria Anton Karl Max Heinrich Sixtus Xaver Felix Renatus Ludwig Gaetan Pius Ignatius (1912 – 2011), noto come Otto d’Asburgo ha sicuramente ricoperto nella storia del secondo dopoguerra un ruolo di spicco all’interno della politica europea.

Il giovane Otto in uniforme imperiale e regia da ufficiale.

Capo della Casa d’Asburgo dal 1922 al 2007, anno in cui abdicò in favore del figlio Karl Thomas Robert Maria Franziskus Georg Bahnam von Habsburg-Lothringen (1961), fu il primogenito maschio dell’imperatore austriaco e re d’Ungheria Karl I (1887 – 1922) e di sua moglie Zita di Borbone-Parma (1892 – 1989). L’educazione dell’arciduca Otto, nonostante le ristrettezze economiche dettate dall’esilio, non sarà trascurata. L’erede, di una delle più importanti famiglie europee, fu seguito dal precettore conte Henri de Degenfeld, che lo avvia verso un’istruzione portata avanti anche da ex-ministri e direttori della Monarchia Duale, i quali avranno il gravoso compito di elevarlo verso un livello d’istruzione corrispondente al diploma superiore. Coerente con la tradizione asburgica sviluppa, come il padre, un alto senso di responsabilità, che successivamente gli tornerà utile in vista delle sue battaglie politiche.
Ma come poteva essere la giornata di un arciduca? Sicuramente molto dura: ci si alzava alle 06:30 di mattina, seguiva la Santa messa, la prima colazione, una breve pausa e successivamente si praticava equitazione o scherma, secondo le tradizioni di famiglia. Dunque lezioni e compiti, fino a colazione, poi Ottone poteva avere una ricreazione per riprendere i suoi studi fino al pranzo serale. Incredibile ci appare oggi, anche la conoscenza delle lingue europee: oltre il francese e l’inglese, il tedesco e l’ungherese, si esprimeva correttamente in italiano, spagnolo, ceco, croato e serbo.
La famiglia gli insegna presto che ogni sua azione è sempre sotto «gli occhi di Dio», istruendolo verso i temi della tradizione cristiana.
Oltre al rigore, degno di un Imperatore, la sua infanzia doveva toccare anche la problematica delle ristrettezze economiche, dettate dalla condizione, sempre instabile, della famiglia soprattutto dopo la morte del padre nel 1922 nell’esilio portoghese di Madeira. Accade anche che Otto non possa uscire di casa per diversi giorni finché il calzolaio del villaggio spagnolo non gli ripari il suo unico paio di scarpe, o che il ragazzo veda piangere una delle dame di compagnia della madre Zita, perché non vi erano i soldi per la spesa. La famiglia imperiale, in esilio, sarà prima ospitata da Alfonso XIII de Borbón (1886 – 1941) che li trattò da vero signore e galantuomo dal 1922 al 1929, successivamente si trasferirono in Belgio in uno château vicino Louvain, dove l’arciduca ereditario d’Austria poté frequentare l’università nella medesima città. La madre nel suo primo giorno universitario gli disse: «È una gran cosa essere fino a questo punto nelle mani di Dio». Alcuni amici della famiglia imperiale, gli offrirono un’auto per spostarsi e all’età di 23 anni conseguirà il dottorato in scienze politiche sociali, bruciando i tempi: siamo agli inizi degli anni trenta.
Una generazione di ex sudditi imperiali lo guardava, nonostante l’esilio, come punto di riferimento per un’eventuale restaurazione e in alternativa come leader politico. Uno di questi era lo scrittore Joseph Roth (1894 – 1939), afflitto dalla piaga dell’alcolismo. Alcuni suoi amici conoscendo l’infatuazione dello scrittore per gli Asburgo, ebbero l’idea di chiedere all’arciduca di intervenire. Il giovane, dopo aver convocato lo scrittore galiziano asserì: «Roth, in qualità di vostro imperatore, io vi ordino di smettere di bere». Roth, già ex soldato dell’Imperiale e regio esercito, in piedi sull’attenti, rispose una decisa esclamazione affermativa, prima di lasciare la stanza.
Nel frattempo la Repubblica d’Austria, nel 1933, con il cancelliere austro-fascista Engelbert Dollfuss (1892 – 1934) – per scongiurare la presa del partito nazionalsocialista hitleriano in Austria –, rafforza il suo potere politico: viene sospeso il regime parlamentare creando un sistema corporativistico fascista a partito unico, con il Fronte Patriottico. L’arciduca Otto è inquieto per gli avvenimenti e riceve molti attestati di stima e sostegno da numerosi austriaci, sotto l’ala del cugino, il principe Maximilian Fürst von Hohenberg (1902 – 1962), figlio dell’arciduca assassinato a Sarajevo nel 1914, Franz Ferdinand.
Tutto precipita un anno dopo, quando nel 1934 Dollfuss viene assassinato il 25 luglio a Vienna, durante un tentativo di Colpo di Stato nazionalsocialista. Sarà in tale periodo che avviene un evento alquanto particolare e portentoso, a simbolo dell’attaccamento della popolazione austriaca nei confronti della casata degli Asburgo: il 26 agosto il piccolo borgo di Kopfstetten ha il coraggio di nominare l’arciduca Otto, cittadino onorario – ricordando come l’Asburgo fosse apolide in quel periodo. Da due anni, 269 comuni avevano già compiuto questo gesto di sfida di fronte alla minaccia di Adolf Hitler che amava affermare: «L’Austria? Sono cinque Asburgo e cento ebrei».
Riconoscente, il giovane rampollo pretendente al Trono, invia dal suo esilio belga una lettera aperta al sindaco di Kopfstetten, proprio l’ultima cittadina – come ci ricorda Zweig ne “Il Mondo di ieri” – da dove la famiglia imperiale aveva lasciato l’Austria: «Gli adii di Kopfstetten sono incisi per sempre nella mia memoria, anche se allora ero molto piccolo. Non dimenticherò mai l’angoscia che percepivo sul viso dei miei genitori nell’atto di separarsi da un popolo al quale avevano dedicato tutto se stessi […] Mi sembra sempre di sentire mio padre, l’Imperatore Karl, gridare “Arrivederci!” ai soldati che erano venuti alla stazione per portargli l’ultimo saluto. Purtroppo non ha più rivisto la sua patria, questo Re della pace! E per quanto mi riguarda, con questa lettera conto di trovarmi già tra voi. So che i vostri cuori sono tutti in festa pronti ad accogliermi.. e per questo vi dico cordialmente a presto»!
Successore di Dollfuss, il cancelliere Kurt Alois von Schuschnigg (1897 – 1977), da lui designato, nel 1935 riesce a far adottare dal parlamento alcune misure favorevoli alla dinastia il cui soggiorno in Austria era vietato. I decreti anti-Asburgo del 1919 sono parzialmente aboliti e due Burg, così come cinque case a Vienna, gli sono restituite. Possiamo pensare che Otto potesse cogliere il momento storico per una restaurazione nero-oro in Austria? Il cancelliere, viste le pressioni politiche si reca da Otto e nelle sue memorie scriverà: «dal pretendente al trono si diffondeva l’immagine di una personalità molto simpatica, cosciente delle sue responsabilità, sobrio nei modi, dotato di una intelligenza aperta, affinata dalle molteplici conoscenze e da una estrema gentilezza, una persona che sopportava a stento il suo destino di esiliato, con un impero giovanile che lo portava a non vedere gli effetti prospettici dovuti alla lontananza». Ancora tentativi, come quello avvenuto sempre tra il cancelliere, in lotta con l’estrema destra e l’estrema sinistra, e il capo del governo francese Pierre Laval (1883 – 1945). Ancora von Schuschnigg annoterà: «L’Austria e gli Asburgo sono concetti che, storicamente parlando, sono inseparabili come quello di Vienna dall’Austria o quello della Francia dai Borboni». Otto rappresentava l’uomo della tradizione e del legante culturale austriaco, colui che potrebbe garantire l’indipendenza d’Austria, nei confronti della Germania. Inoltre Otto d’Asburgo fu uno dei leader del tempo a opporsi nettamente alle lusinghe di Hitler, il quale prometteva all’interno del Mein Kampf, la restaurazione della monarchia asburgica in cambio del sostegno al nazionalsocialismo austriaco. La risposta di Otto mostra grande coraggio, quando senza ambiguità risponde su di una testata giornalistica: «Hitler è il solo uomo con cui ho sempre rifiutato di avere la benché minima relazione». Otto fin dall’inizio fu convinto, leggendo attentamente la sua opera, che il leader del partito nazionalsocialista voleva la guerra.
Intanto gli avvenimenti precipitano: nel 1936, in segno di riconoscenza verso il Führer per non essersi opposto alla campagna d’Etiopia del regime fascista (1935), Benito Mussolini ritira il suo appoggio al governo austriaco come “protettore dell’Austria” ritirando le truppe del Regio-esercito dal Brennero. Al fine di mantenere l’indipendenza, il cancelliere Schuschnigg è costretto a firmare un accordo con Hitler nel quale quest’ultimo prometteva di non invadere l’Austria in cambio della partecipazione dei “nazisti moderati” al governo di Vienna: ancora un’ultima illusione. È da affermare, di contro, che quasi la metà del Paese voleva ed ambiva all’annessione alla Germania, per ricreare quello che fu Il Sacro Romano Impero a lingua unicamente tedesca, dunque pangermanista.
Addirittura anche i socialisti austriaci erano impegnati a sostenere l’Anschluss e così il 12 marzo del 1938, avveniva quello che passerà alla storia come Delenda Austria: la nazione veniva inglobata al Reich tedesco, con i blindati della Wehrmacht che supereranno la frontiera della Repubblica austriaca, senza incontrare resistenza dall’esercito. L’Austria si trasformava nella Ostmark (La Marca dell’Est), una provincia del Grande Reich.

L’avversione di Otto al nazismo, fin dagli albori, lo pose come l’acerrimo nemico di Hitler, per quanto riguardava le posizioni del Führer sull’istituzione monarchica. È tristemente famosa la frase del nome in codice dell’Anschluss “Operazione Otto” e altrettanto forti furono le frasi di Hitler sprezzante sul passato dell’Austria-Ungheria, che definiva “impero meticcio”. Ancora due inviti da parte del cancelliere tedesco vengono rifiutate nettamente da Otto. Una posizione diversa, rispetto a quella presa dagli Hohenzollern, specialmente dal Kronprinz August Wilhelm Heinrich Günther Viktor Hohenzollern (1887 – 1949, il primogenito del Kaiser Guglielmo II) il quale aveva pubblicamente appoggiato Hitler durante la campagna elettorale, per avere in cambio una restaurazione della propria famiglia. L’arciduca ricorderà come una volta incontratosi con il principe prussiano, questi si presentò in camicia bruna delle SA, mettendolo «a forte disagio». Come in altri casi politici, Hitler sfruttò il nome della Casa reale per prendere voti, poi una volta al potere, scaricò gli Hohenzollern, non restituendo alcun “Trono e Altare”.

Una settimana dopo l’annessione dell’Austria, il giorno di compleanno del Führer, il Ministro austriaco della Giustizia emette un mandato d’arresto contro Otto d’Asburgo e si legge nella nota «alto tradimento», poiché domandò aiuto alle Potenze straniere per impedire l’annessione. La stampa di lingua tedesca è dura, additandolo come «un reietto degenerato degli Asburgo» e un «criminale in fuga»: inizia la caccia all’uomo, che terminerà solo con la fine della seconda guerra mondiale. Il primo tentativo di rapimento da parte nazista, avviene nel 1939, quando un commando della Gestapo tenta di rapirlo: a Parigi, Otto soggiorna in un hotel di boulevard Raspail e, dopo l’armistizio del 1940, esso figura nella lista dei 76 nomi stabilita dall’alto comando come “elementi pericolosi e sovversivi”. Le autorità francesi hanno ordine espresso di arrestare tali individui; addirittura Walter Richard Rudolf Hess (1894 – 1987) voleva assassinarlo immediatamente dopo l’arresto avvenuto. L’arciduca si trovava in una situazione di immenso pericolo: la sera del 9 giugno 1940, quando il governo francese era già stato trasferito a Bordeaux, Otto è invitato ad un pranzo al Ritz da un ex ambasciatore americano presso il re dei belgi, per le 20:30. Una cena alquanto surreale se si pensa che cinque giorni dopo le truppe tedesche entravano trionfalmente a Parigi. La città è un deserto e gli uomini possono sentire il rumore dei loro passi che risuono nella sottostante piazza: «Eravamo i soli ospiti dell’albergo. Era incredibile quando ci penso… […] La cena era stata servita secondo le regole dell’albergo da camerati in frac come se niente fosse. La cena fu sontuosa, la discussione entusiasmante». Curioso che il libro degli ospiti del Grand Hotel veda, dopo la firma dell’arciduca, quella del feldmaresciallo Erwin Johannes Eugen Rommel (1891 – 1944), avvenuta pochi giorni dopo; qualche anno più tardi Otto d’Asburgo affermerà «di sicuro il mio nome non gli sarà sfuggito»! Il giorno dopo egli partirà per la Spagna ed il Portogallo, aiutando anche un centinaio di compatrioti austriaci alla frontiera con la Spagna franchista. A breve approda negli Stati Uniti, dove a Washington, convince l’amministrazione Roosevelt a dichiarare il 25 luglio “l’Austrian Day” e pubblica articoli per la rivista “The Voice of Austria”.
Il prestigio della sua figura è tale che viene ricevuto anche presso la Casa Bianca dal presidente e sua moglie, incontrerà banchieri e industriali. Le sue conferenze affascinano il pubblico americano: le sue esposizioni sono chiare e precise, per un pubblico che conosce a malapena la Mitteleuropa. Sarà anche grazie al lavoro di Otto d’Asburgo, che alla conferenza dei ministri degli affari esteri che si era tenuta a Mosca il 19 ottobre 1943, gli alleati dichiararono che a conclusione del conflitto l’Austria sarebbe dovuta essere libera e indipendente, annullando, de facto, l’Anschluss. Infaticabile difensore dell’identità dell’Austria Otto d’Asburgo lavorerà a Washington fino al 1944, mentre la sua famiglia si era trasferita in Québec. Il suo ruolo negli Stati Uniti diviene essenziale, poiché egli si sforzò di far capire l’importanza dell’equilibrio geopolitico mitteleuropeo verso gli americani, ricordando loro molto spesso i gravi errori dei trattati post 1918, dove l’incoscienza, l’ignoranza e il disprezzo avevano regnato sovrane sui paesi sconfitti.
Scoperto ben presto il piano egemonico comunista di Stalin nei confronti dell’Austria, che prese il nome di “Morghenthau” (dal nome di un segretario di Stato americano al Tesoro che l’aveva elaborato), vi si oppose con grande energia. Tale programma prevedeva la divisione dell’Austria in due parti: Vienna sarebbe andata sotto il controllo dell’Unione Sovietica (come poi avverrà per circa dieci anni) insieme a metà del territorio austriaco. I negoziati, quando Otto ne viene a conoscenza, sono già in uno stadio avanzato. Il presidente americano riferisce all’arciduca che è possibile ancora rivedere tale piano a condizione che lo richieda il Primo Ministro britannico, un certo Winston Churchill. L’inglese decretò, con molta semplicità che «la strada per l’India, vitale per l’Inghilterra, passava per Vienna e che quindi bisognava modificare il piano d’occupazione dell’Austria». Un lavoro oscuro e silenzioso quello dell’arciduca: se il piano Morgenthau fosse stato applicato l’Austria sarebbe scomparsa. L’armata Rossa entra in Vienna il 12 aprile 1945, presentandosi come “liberatrice” e facendo temere un trionfo bolscevico alle elezioni. Stalin ordinerà l’edificazione di un monumento alla loro gloria in piazza Schwarzenberg, ancora presente, inquadrato oggi da una fontana.

Memoriale sovietico di guerra a Schwarzenbergplatz, Vienna.

L’Austria viene così “salvata” in quattro zone e non data interamente ai sovietici. La zona britannica controlla la Stiria, la Carinzia e il Tirolo orientale; la zona francese occupa il Tirolo settentrionale e il Vorarlberg; la porzione americana la parte sud dell’Alta Austria e Salisburgo; infine la Russia la Bassa Austria, il Burgenland e la parte dell’Alta Austria. Vienna stessa è scorporata in ben cinque zone, dove nel primo distretto era presente la sede amministrativa delle quattro potenze di occupazione e la capitale divenne dal 1948 il crocevia della guerra fredda.
L’esilio per Otto d’Asburgo sembra finire e dopo 25 anni può tornare nella sua terra (1945 – 1946): altra speranza effimera dopo tanti sforzi. Su richiesta del governo austriaco, gli Alleati ristabiliscono le leggi anti-Asburgo del 1919. L’accanimento ingiustificato porta la firma del presidente repubblicano Karl Renner (1870 – 1950), colui che nel 1938 aveva approvato l’annessione dell’Austria da parte di Hitler. La famiglia è costretta a ripartire per l’esilio, mentre l’Europa andava trasformandosi in quel “campo di battaglia” tra le due ideologie imperialiste che si affrontavano. L’arciduca risiede in Francia, ma viaggia spesso come conferenziere. Per lui, l’evento più importante nell’immediato dopoguerra è il matrimonio: a 39 anni nel 1951, sposerà a Nancy, antica capitale del ducato della Lorena, la regina ventiseienne di Sassonia-Meiningen.
L’atmosfera è particolare: oltre alle 80.000 persone presenti, è presente una scorta di soldati in uniforme ungherese e diversi dignitari sfilano con le uniformi dell’antico Impero. I due si conobbero nel 1950, dopo lo scoppio della guerra di Corea. I campi dei rifugiati ungheresi in Germania erano scossi dalla paura del vicino confine sovietico: «È così che ho incontrato la mia futura sposa. Lei cooperava con la caritas che si occupava degli ungheresi con i quali ne condivideva la sorte. I beni della sua famiglia che si trovavano in zona di occupazione sovietica, quella che sarebbe poi diventata la “Repubblica democratica tedesca”, erano stati confiscati integralmente. Questa giovane donna coraggiosa, esiliata come lo ero io e proveniente da una famiglia provata dalla sorte, mi ha subito attirato».
Dopo il matrimonio la coppia si trasferisce in Baviera, nella confortevole villa di Pöcking sul lago di Starnberg a sud di Monaco, romanticamente lo stesso luogo dove trovò la morte Ludwig II il 13 giugno del 1886. Le nascite si susseguono: Andrea (1953), le gemelle Monika e Michaela (1954), Gabriella (1956), Walburga (1958), Karl (l’erede tanto atteso nel 1961) e Georg (1964). Sulla moglie l’arciduca asserirà: «La favola non è mai terminata. Abbiamo avuto sette figli, cinque bambine e due bambini. Penso che le famiglie numerose siano una buona cosa, sia per i bambini come per il Paese».
Dopo la liberazione da parte sovietica dell’Austria nel 1955 (Trattato di Belvedere), Otto ottiene nuovamente la nazionalità austriaca, senza il permesso di tornare sul suolo natio. Nel 1957 Otto dichiara di riconoscere apertamente la Repubblica d’Austria, ma ancora i socialisti si oppongo forzatamente al suo rientro. Ancora il 31 maggio del 1962, egli rinuncia “in conformità all’articolo 2 della legge del 3 aprile 1919 al suo ruolo di membro del casato degli Asburgo-Lorena e alle rivendicazioni di sovranità che ne derivano. Nonostante i suoi gesti di distensione, il “dottor Asburgo” fa ancora paura in Austria. Solo nel 1966, il 31 ottobre, potrà rimettere piede su suolo austriaco, ma continuerà sempre a risiedere in Baviera, ottenendo anche la cittadinanza tedesca nell’aprile de 1978: tale operazione gli permetterà di candidarsi alle elezioni del parlamento europeo del 1979. Il ministro presidente della Bassa Austria accetterà la doppia cittadinanza – vietata in Austria – poiché il dottor Asburgo-Lorena ha merito di aver fatto «ricomparire sulle carte geografiche del mondo l’Austria, dopo la seconda guerra mondiale».

La vigilia del matrimonio una cena di gala si svolge all’hotel Excelsior. Otto indossa il collare dell’ordine del Toson d’Oro di cui è Gran Maestro; la regina esibisce un cerchietto di diamanti che apparteneva alla duchessa Maria Giuseppe, nonna del marito. A sua nuora Zita consegna le insegne in diamanti dell’ordine della Croce stellata che lei portava il giorno del suo matrimonio con Karl – onorificenza femminile in cui la sposa del capo del casato d’Austria è detentrice da quasi due secoli.

Otto viaggia in molti Paesi d’Europa per cooperare politicamente alla sua ricostruzione: famosa la conferenza del 28 marzo 1968 al gran teatro di Le Mans, avente titolo “Austria tra est e ovest” organizzata dall’Accademia du Maine diretta da Guy des Cars. Recentemente, teneva ancora una conferenza “a braccio” al Circolo dell’Unione interalleata con “L’Europa degli anni 2000”, seducendo il numerosissimo pubblico presente. Possiamo capire come egli potesse essere ascoltato anche dai politici di primissima classe, in occasione della guerra di Jugoslavia (1991 – 2001). La famiglia Asburgo, perso il potere temporale, dopo essere sopravvissuta a tante rivoluzioni, persecuzioni e guerre, oggi si impegna con costanza – seguendo l’esempio di Otto – in numerose attività diplomatiche, caritative, amministrative e culturali, sempre in segno dei valori dell’Unità Europea. Certamente nel segno di un Vecchio Continente non asservito dall’attuale tecnocrazia economica e politica: Otto si sorprese nel vedere sulle banconote europee nessun personaggio storico celebre per il nostro continente, né nell’aver denotato alcun elemento del patrimonio artistico, architettonico, spirituale, scientifico e industriale, ma vuoti archi astratti che non conservano in sé nessun valore. La soppressione delle feste cristiane, figlio di un pretenzioso calendario europeo comparso nel 2011 rammaricò molto l’arciduca, che da sempre si era battuto per altri valori. Il complotto per far dimenticare le radici e l’identità “dell’Europa dei popoli”, oggi è ancora in atto. Un vero e proprio lavaggio della coscienza europeo. Come afferma anche il dott. Federico Nicolaci nei suoi studi: «Lo stupore con cui l’Europa scopre oggi di essere una “tecnocrazia senza radici” (Habermad 2014, p.21) e una costruzione “fondamentalmente vuota” (Judt 1996), come la crisi dei debiti sovrani e la conflittualità intra-europea che da essi si è sprigionata dimostrano chiaramente, ricorda lo stupore del miope, giacché tale esito non è accidentale, ma è il risultato ultimo di un parossistico rafforzamento dell’approccio funzionalistico e tecnocratico all’integrazione europea. Un’auto-comprensione altamente impoverita dell’Europa ha reso possibile che venissero abbracciati quegli stessi processi di spoliticizzazione che sono oggi la causa della sua disintegrazione politica e culturale. È evidente, infatti, che un’Europa unita e legittimata solo dai benefici materiali (dispensati da una “polity” sovranazionale sottratta in linea di principio, e nel caso della BCE de iure, all’influenza politica democratica) è un’Europa profondamente instabile, essenzialmente disunita: quando tali benefici si rivoltano in svantaggi, come sta accadendo con la crisi dell’Euro, nessuna “energia” rimane ad arginare le forze centrifughe e disintegranti. Un’unione dei progetti è un tempio completamente vuoto, inanimato, e nella misura in cui l’Europa pensa di sé semplicemente in termini pragmatico-funzionali, allora essa pronuncia volontariamente la propria condanna».
Ancora, proseguendo con le problematiche europee, ci sono voluti ben 92 anni per pagare i 269 miliardi di Reichmarks, ossia i 200 milioni di euro, dovuti alle riparazioni di guerra della Germania, estrapolate nel trattato di Versailles, saldato solo il 3 ottobre 2010. Il ritorno dell’Imperatrice Zita, con i suoi funerali di Stato in Austria sono stati oggetto di ampie discussioni da parte dell’opinione pubblica europea. Meno contestata, la beatificazione dell’Imperatore Karl I, avvenuta il 3 ottobre del 2004, per mano di Papa Giovanni Paolo II, che permise l’esposizione del ritratto del beato Imperatore sulle finestre di città del Vaticano, ricordate anche da Otto, il quale lascia un grande vuoto politico il 14 luglio del 2011 alla veneranda età di 99 anni, presso il suo domicilio di Pöcking in Baviera. L’arciduca si era molto indebolito, dopo essere caduto da una scalinata e soprattutto dopo la perdita della sua amata moglie un anno e mezzo prima. Lascia i famigliari in punta di piedi, addormentandosi nel sonno, con stile, così come aveva vissuto senza mai alzare la voce, per tutta la sua vita.

Otto in età avanzata.

I suoi funerali solenni a Vienna il 1°agosto sono stati accompagnati da 1 milione di austriaci (in un paese di 8,3 milioni di abitanti), ma anche da ungheresi, ruteni, galiziani, croati, italiani, boemi: il vecchio Impero scomparso, si riuniva per l’ultima volta. Nella cattedrale di Santo Stefano, la cerimonia si è svolta in presenza di numerosi monarchi e principi europei, del bel mondo, ma l’evento solenne ha visto anche alte personalità della politica europea e personaggi di rilievo religioso. Presenti tutti i cavalieri dell’Ordine del Toson D’Oro, ordine di cui l’Arciduca era stato Gran Maestro in Austria ed erano presenti anche un nutrito gruppo di quattrocento Kaiserjäger in gran tenuta tirolese, simbolo dell’attaccamento dell’ex contea del Tirolo all’erede al Trono. La televisione pubblica ORF ha trasmesso le esequie in diretta con diversi reportage storici e attuali, fino alla storica cerimonia di sepoltura presso la Cripta dei Cappuccini, che si apprestava ad accogliere ancora una volta “un semplice peccatore”.

 

Per approfondimenti
_Marie-Madaleine Martin, Othon de Habsbourg – prince d’occident, edizione Du Conquistador, 1959;
_Jean Des Cars, La storia degli Asburgo, Udine, Nuova editrice goriziana, 2018;
_Flavia Foradini, Otto d’Asburgo. L’ultimo atto di una dinastia, Trieste, Mgs Press, 2004.

 

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Francesco Di Giorgio Martini e l’architettura militare del Quattrocento

Francesco Di Giorgio Martini e l’architettura militare del Quattrocento

di Giuseppe Baiocchi del 15-02-2020

Sono state denominate con una nota lievemente retorica le architetture della paura. Sono state nella storia, spesso, le architetture della speranza. Talvolta, possono essere state quelle dell’oppressione: le ardite e poderose mura che tenevano alta la minaccia sul capo di un popolo conquistato, poiché tali erano ad esempio, al momento della loro nascita, la torre di Londra o le cupe fortezze dell’Ordine Teutonico. 
Spesso sono considerate simbolo del romanticismo, quelle che più fanno sognare e accedono alla fantasia di chiunque le guardi, e con il pensiero ritorni ai tempi lontani, foschi o idealizzati, in cui furono erette. Prima di affrontare il Quattrocento e il Cinquecento, il castello “classico”, ovvero la rocca nello immaginario collettiv0, ha subito diverse evoluzioni. La tecnologia, come sempre, porta il cambiamento, secondo fonti autorevoli la prima data storicamente accertata è il 1324, proprio in questo anno ci sono i primi riferimenti di artiglierie, anche se è da puntualizzare che tale termine, comprendeva mangani, baliste e catapulte.
I primi cannoni erano di piccolo calibro e sparavano sia proiettili, sia frecce o altri dardi: il che suggerisce che il loro primo impiego sia stato quello di arma anti-uomo. Tuttavia il loro uso anche per l’assalto ad opere fortificate non doveva tardare. Già nel 1342, pare, gli scozzesi che assediavano il castello di Estrevelin disponevano di macchine d’assedio e cannoni; cinque anni più tardi nel 1347, Edoardo III fortificò un castello presso Calais, in Normandia, con spingarde, bombarde, archi e altre artiglierie. Una volta dunque che i princìpi su cui si basava l’impiego delle armi da fuoco furono compresi, le dimensioni delle armi stesse vennero rapidamente incrementate, così che esse furono ben presto in grado di sparare proiettili capaci di danneggiare opere in muratura. La prima breccia nelle mura, avviene nel 1377, nell’assedio di Ardres per mano dell’esercito francese, il quale sarà ben presto uno dei Paesi d’avanguardia per quanto concerne la polvere nera. Fortunatamente per i difensori dei castelli del XIV e XV secolo l’artiglieria era ancora in una fasce. I danni inflitti alle mura non erano minimamente paragonabili a quelli che, un paio di secoli dopo, avrebbero causato bocche da fuoco di calibro molto minore. Tra i fattori limitanti c’era in primo piano la pessima qualità della polvere da sparo, usata nei primi tempi. Essa conteneva, all’incirca, un 40% di salnitro, un 30% di zolfo e un 30% di carbonella – laddove le proporzioni sono, oggi rispettivamente del 75, del 10 e del 15% – e la purezza dei vari componenti lasciava molto a desiderare. Anche la lavorazione contribuiva alla scarsa resa: la polvere veniva macinata per mezzo di un pestello e di un mortaio e poi mescolata a mano. Il risultato era un prodotto farinoso, la così detta serpentina, che una volta infilato nella canna del cannone, aveva una combustione lenta – dunque un’esplosione assai meno forte del prevedibile – a causa della difficoltà di propagazione della fiamma in una simile massa non omogenea. Ne sortiva una velocità iniziale del proietto, al momento di lasciar la bocca da fuoco, assai bassa e una gittata molto scarsa del proietto stesso. A sua volta questa scarsa potenza della polvere favoriva l’adozione, come proietti, delle palle di pietra in luogo di quelle di metallo – assai più costose e di esecuzione molto più difficile. Altrettanto arretrato era il sistema costruttivo delle armi da fuoco e pesantemente limitava la difficoltà presentata dal loro trasporto. I cannoni dell’epoca erano pesanti, ingombranti e dovevano essere trasportati mediante cariaggi lentissimi, trainati da numerose pariglie di animali. Non solo: erano anche notevolmente costosi. Uno degli effetti più significativi dell’introduzione sui campi di battaglia delle armi da fuoco fu la progressiva scomparsa dei feudatari e dei combattimenti in proprio: oramai, solo i re e i grandi prìncipi potevano permettersi il costo dei necessari parchi di artiglieria.
Intorno al 1425 uno sconosciuto, ma geniale, francese migliorò grandemente la qualità della polvere da sparo modificando il processo di lavorazione: invece di preparare la polvere a secco, egli introdusse l’uso di mescolare gli ingredienti umidi, di impastare il materiale così ottenuto in “pani” e di passarli al setaccio, così da ottenere della polvere in grani omogenei, di grandezza costante. Non solo in questo modo la miscelazione degli ingredienti risultava più esatta, ma veniva anche migliorata, attraverso la maggior infiammabilità della polvere in grani, la velocità di combustione della polvere e quindi il suo potere propulsivo. Il risultato fu che la velocità di tiro e la potenza di fuoco dell’artiglieria si trovarono e raddoppiare quasi immediatamente nei riguardi delle tecniche costruttive dei cannoni, sia riguardo la robustezza degli stessi.
Parallelamente, come è ovvio, aumentò la forza d’impatto dei proietti, cioè il loro potere distruttivo; diventò così vitale, per i proprietari di fortificazioni, esaminare le proprie difese alla luce dei nuovi sviluppi e preparare adeguate contromisure atte a parare il nuovo pericolo.
Il mangano o trabocco, era la più efficace delle artiglierie messe a punto prima dell’invasione delle armi da fuoco. Con l’invenzione delle armi a polvere nera, il cannone rudimentale (come il Mons Meg) aveva una gittata di gran lunga superiore: i suoi proietti, con la loro traiettoria tesa avevano effetti assai più dirompenti sulle murature verticali delle fortificazioni, che ricevevano il colpo quasi perpendicolarmente, e con un’energia cinetica – derivata dalla velocità d’impatto assai superiore – notevolmente maggiore.
Successivamente la polvere da sparo trovava due nuove applicazioni dopo il cannone: la mina e il mortaio. Quest’ultimo non era altro che un cannone dalla canna estremamente corta, che veniva puntato verso l’alto e sparava proiettili della traiettoria molto curva in grado di scavalcare mura, terrapieni ed altri ostacoli per ricadere all’interno del luogo fortificato, là dove non c’è alcuna protezione dai colpi. Questo tiro curvo era, inizialmente, considerato poco efficace dagli artiglieri poiché una palla piena, cadendo quasi in verticale non aveva altro effetto che quello di sprofondare nel terreno, mentre la stessa palla sparata con tiro teso, poteva, dopo il primo impatto, rimbalzare e ricadere causando con ciò ulteriori danni. Le strategie mutarono quando vennero messi a punto proietti esplosivi, capaci di deflagrare nelle retrovie nemiche: il mortaio divenne allora un’arma assai interessante. La mina, di antica derivazione, veniva principalmente impiegata per diroccare le fortificazioni. Ma il suo effetto risultò moltiplicano in maniera enorme dalla possibilità di riempire la cavità scavata sotto le mura di polvere da sparo, e quindi di dare fuoco alla carica con effetti devastanti. L’invenzione della mina con polvere da sparo, e quindi di dare fuoco alla carica con effetti devastanti.
L’invenzione della mina con polvere da sparo viene attribuita all’italiano Giovanni Vrano, che avrebbe usato mine di questo tipo come contromisura alle mine, di tipo tradizionale, usate dagli Ottomani nel 1433, per assalire le fortificazioni di Belgrado. Benché la mina a polvere fosse un sistema terrificante, si capì ben presto che essa non significava un vantaggio solo per l’attaccante. Non solo poteva essere controbattuta con altre mine, come già aveva fatto Vrano, ma poteva addirittura essere usata come mezzo attivo di difesa.
Come detto pocanzi, dopo il 1425, i grandi miglioramenti tecnologici, portarono ad una rivalutazione del sistema difensivo in quanto tale. Le mura aumentarono in resistenza grazie alla creazione di terrapieni a ridosso della loro porzione interna, soprattutto interiore. Da una parte si rafforzava il muro contro eventuali cedimenti, dall’altra si provvedeva a creare una muratura con uno strato smorzante: in caso una palla avesse sbrecciato la muratura, avrebbe trattenuto eventuali schegge, o addirittura “assorbito” il colpo stesso, così che non cadesse all’interno. Occorreva poi mettere in grado i difensori di sparare con le armi da fuoco. A questo scopo vennero sovente riadattare le precedenti feritoie, in modo da poter garantire un sufficiente campo di tiro alle canne delle nuove armi. La forma più consueta di queste nuove cannoniere fu quella a toppa, “a buco di chiave”, come si diceva allora: in sostanza, una feritoia verticale che alla estremità inferiore portava un più o meno un più ampio foro tondo. Quest’ultimo serviva per brandeggiare la canna dell’arma, mentre la feritoia soprastante serviva ai serventi per osservare il campo di tiro e prendere la mira. Da questa forma basilare si svilupparono col tempo numerose variazioni – la forma a “cerchio di croce”; cioè con la feritoia sostituita da un’apertura a croce, che permetteva di ampliare la visione orizzontale. Naturalmente, si trattava di palliativi, tesi ad adattare costose e non facilmente sostituibili fortificazioni all’impiego delle armi da fuoco per l’offesa e la difesa. Ma la vera strada da seguire era un’altra, molto più radicale. Occorreva riprogettare tutta la struttura delle architetture fortificate in funzione del nuovo, potente ritrovato e dei suoi effetti. Non si poteva certo aumentare a dismisura lo spessore delle mura, se non si voleva rendere intollerabilmente disagevole l’accesso alle fortificazioni e troppo ristretto il loro spazio interno; allo stesso modo non si poteva considerare ideale la modificazione delle preesistenti feritoie, dato che in questo modo si precludeva ai difensori l’uso di armi di medio e grosso calibro. I camminamenti e le sommità dei castelli non erano né sufficientemente larghi per ospitare cannoni di grosso calibro era la sommità delle torri esistenti: solo lì c’era lo spazio per caricare, maneggiare puntare i cannoni e per ospitare i relativi serventi. Si doveva quindi erigere architetture nuove, sembra che architetti e costruttori abbiano affrontato la questione della resistenza delle murature ai colpi d’artiglieria da due diverse angolazioni. Da una parte essi tesero ad aumentare, lo spessore della muratura, così da assorbire l’impatto dei colpi in virtù della massa bruta; dall’altra parte cominciarono a sagomare le strutture architettoniche in modo tale che offrissero ai colpi la minor superficie verticale possibile mediante l’adozione di forme curve e di superfici oblique capaci di deflettere le palle che eventualmente le colpissero. L’articolazione balistica delle architetture fortificate si orientò a sua volta su due tipi di soluzione. Il primo consistette essenzialmente, nell’aggiunta di uno sperone a “becco”, in pratica di un cuneo, a una normale torre tonda orientando naturalmente la punta del becco nella direzione più probabile delle offese nemiche. Questi sono i vantaggi tipici del bastione angolare, con le sue facce protette e coperte dal fuoco dei difensori. Quando un colpo d’artiglieria colpiva una di queste facce, veniva deviato a lato, in una zona morta. L’unico modo per danneggiare considerevolmente la struttura, era quello di prendere in pieno lo spigolo del becco: ma in questo caso l’enorme spessore delle pietre con cui era realizzato questo elemento rendeva assai meno drammatico l’evento. Il secondo tipo di soluzione consisteva nel sagomare il muro e il suo parapetto superiore in modo tale che i colpi venissero deviati, invece che di lato verso l’alto, così che i colpi non potessero cadervi secondo un angolo retto, che avrebbe scaricato su di essa la massima parte dell’energia cinetica del proietto, bensì il più possibile “di striscio”.
Tuttavia mentre la sagomatura balistica delle fortificazioni muoveva i suoi primi passi, le mura dei vecchi castelli si sbrecciavano in gran quantità sotto i colpi delle nuove artiglierie. Si crearono nel frattempo nuovi cannoni di bronzo anziché di ferro fucinato, essendo notevolmente più leggeri, con il risultato che il pezzo poteva essere posizionato in posizione e persino spostato durante un assedio, con relativa celerità e i nuovi affusti rendevano assai più facile sia l’alzo, sia il brandaggio del pezzo e garantivano una maggior stabilità del complesso. Successivamente, con l’avvento del mortaio e della mina, ci furono spettacolari dimostrazioni del potere dei nuovi mezzi distruttivi, i quali non provocarono solo sgomento, ma anche un’accanita e febbrile ricerca di mezzi con cui essi potevano essere contrastati. Questi presero corpo soprattutto in Italia, e si concentrarono su quel caposaldo dell’architettura militare dell’età delle armi da fuoco che fu il bastione. La prima forma bastionata apparve nel 1433 ad opera di Filippo Brunelleschi e fu applicata alle fortificazioni della città di Pisa. Il bastione, in sostanza, è l’elemento che viene a sostituire la torre come rinforzo e collegamento di due tratti di cortina difensiva. Esso è sagomato in modo tale da essere più spazioso delle vecchie torri, così da consentire l’alloggiamento di un numero maggiore di pezzi di artiglieria e dei relativi serventi; ma soprattutto la sua sagoma permette di difendere, con il fuoco radente sviluppato dai cannoni, le cortine a destra e a sinistra del bastione e le facce contigue dello stesso. Così ogni bastione rimane protetto dal fuoco dei suoi omonimi posti ad ambo i lati, i quali possono colpire di infilata gli assalitori che si avvicinano.
Se teniamo conto delle altre fortezze costruite per i duchi di Urbino e Giovanni della Rovere (1457 – 1501), appare chiaro che, se vi era un progetto, era semplicemente quello di costruire nelle principali città e paesi, senza tener conto di altre considerazioni. Queste nuove fortificazioni, dunque, non furono progettate unicamente per scopi di natura militare, ma hanno avuto anche l’importante funzione di rappresentare il duca di Montefeltro agli occhi dei suoi sudditi, secondo una strategia che sembra seguita anche dal genero Giovanni della Rovere.
Viene ad emergere così un particolare rapporto tra la fortezza e la città, che vedrà come esempio massimo l’architetto, di origini senesi, Francesco di Giorgio Martini (1439 – 1502). A partire dal novembre 1477, viene chiamato ad Urbino presso la corte di Federico da Montefeltro (1422-82), di cui diviene fido consigliere e architetto militare, dopo le brillanti esperienze senesi. Di Giorgio Martini, a partire dal 1469, si dedicò con impegno al sistema di approvvigionamento idrico sotterraneo della città di Siena: lavori di miglioramento sull’acquedotto sotterraneo lungo venticinque chilometri. Il calcolo delle distanze e delle direzioni sotto terra presentava classici  problemi di calcolo strutturale, di stima e di attuazione. Dopo tutto per Siena, come per ogni altra città, l’acqua era l’elemento vitale per lo sviluppo urbano. La conoscenza dell’acquedotto diveniva dunque un segreto militare: rivelare l’ubicazione di un ingresso di acquedotti equivaleva a diffondere un segreto di Stato. Il progetto sotterraneo rappresentava per l’epoca la massima impresa ingegneristica dell’epoca, richiedendo il massimo dell’ingegno da parte di molti tecnici che coadiuvavano Francesco di Giorgio. 
Tale esperienza sarà formante nella sua conoscenza sulla stabilità delle costruzioni. Inoltre avrà acquistato dimestichezza con il bagaglio di conoscenze necessarie alla pratica costruttiva senese: dove reperire i materiali, come comporli, a chi rivolgersi per la loro lavorazione, quanto tempo impiegare per tali operazioni. Negli angusti condotti sotterranei, avrà forse anche avuto modo di riflettere sulle tecniche e gli stratagemmi militari, come la mina sotterranea che sarebbe riuscito a far brillare Napoli sotto Castel Nuovo nel 1495. L’architetto riuscì magistralmente a rappresentare gli interessi dei Montefeltro attraverso anche il suo celebre trattato di “Architettura civile e militare” (1480). Nella sua opera il Martini tratta la fortezza definita “moderna”, ovvero come questa debba poter incassare i colpi delle nuove armi a “polvere nera” e dello studio della posizione migliore per edificare una fortezza. L’architetto è completamente un uomo rinascimentale: in cui l’ordine architettonico e quello politico vengono uniti all’interno dell’architettura militare.

Francesco di Giorgio Martini (Siena, settembre 1439 – Siena, 29 novembre 1501) è stato un architetto, teorico dell’architettura, pittore, ingegnere, scultore, medaglista senese. Francesco di Valdambrino, busto Francesco di Giorgio Martini – legno dipinto, sec. XV, prima metà. Sullo sfondo la rocca di San Leo in provincia di Rimini, proprietà dei Montefeltro e progettata dall’architetto.

La rocca viene osservata come la “testa” del pensiero umanista rinascimentale, dove l’uomo si fa strada e si pone davanti a Cristo. Essa è indice di gerarchia: l’urbanistica militare è l’unione del lato sociale e politico umano. La fortezza deve essere posizionata in un’area privilegiata, rispetto alla città, per consentire di svolgere al meglio la sua funzione di controllo e possibile avvistamento del nemico. L’elevazione non è tuttavia fondamentale: se questa dovesse supplire in altezza, deve essere sempre posizionata in luoghi strategici del territorio. Le Magioni fortificate di Francesco di Giorgio Martini da un punto di vista topografico, come la testa comanda il corpo, sono sempre posizionate in punti nevralgici o in posizioni molto elevate. Altro punto decisivo trattato dall’architetto era il sito: prima di costruire avveniva un’attenta analisi del territorio dal quale si dovevano trarre vantaggi strategici. Nella cittadina di Cagli, in provincia di Pesaro-Urbino nelle Marche, il torrione posto sulla cinta muraria venne raddoppiato (da qui la denominazione a doppio bastione) per assolvere alle necessità difensive, sia verso l’esterno, che verso l’interno delle mura. A livello planimetrico il manufatto edilizio si presenta composto da due cerchi che creano un ovale: una forma che risponde alle necessità di copertura difensiva di entrambi i lati.
A Mondavio, sempre in provincia di Pesaro-Urbino, il mastio sembra composto da una serie di pilastri o contrafforti di ragguardevoli dimensioni uniti insieme. Ogni faccia è orientata in una direzione e larghezza differente, sia per guardare la campagna che per proteggere le strade principali. Anche il ponte di ingresso, altra componente del complesso architettonico, è protetto; così come le superfici angolari vengano interrotte e arretrate per raddoppiare la possibilità di fiancheggiamento. Un simile modo di adattarsi alle necessità del sito lo troviamo a Sassofeltrio, dove la coppia di torri cilindriche situate verso la città (a est), guarda anche a nord e a sud, lungo la linea perimetrale urbana. In breve, la forma architettonica viene concepita come un naturale esito delle condizioni topografiche, flessibili nel rispondere a immediate necessità. De facto la città non si poneva come una minaccia per la fortezza, ma diveniva parte integrante dell’urbe. 

Il disegno mostra la figura umana sovrapposta alla pianta di una cittadella. Mentre i piedi sono disposti davanti ai torrioni in basso, le braccia si trovano dietro ai torrioni superiori.

L’immagine del corpo e della testa, non è quindi solo una vuota analogia, ma un vero e proprio principio guida, di decisiva importanza per la loro realizzazione. Le fortezze di Francesco di Giorgio Martini nel territorio di Urbino rappresentano un esempio singolare di sistema difensivo regionale: una pianificazione alquanto dissimile rispetto a quello creato, ad esempio, dai fiorentini, che fondarono avamposti di una certa grandezza nei punti di accesso al loro territorio, come a Poggio Imperiale (1488-90 e 1496-97) e Sarzana (1487-92). Altrove in postazioni quali la rocca roveresca di Senigallia (1480), si denota la netta separazione fra la fortezza e la città. Al contrario le piccole fortezze dei Montefeltro coesistevano con la città. Per alcuni centri minori, come quelli appartenenti al territorio fiorentino o malatestiano, le fortezze rappresentavano il controllo e l’autorità dei Montefeltro. Difatti il servizio militare non portava solo la possibilità di ricchezza e carriera militare, ma anche ulteriori introiti nel ducato che permettevano di mantenere un sistema di tassazione non gravoso, il che fa capire la forte fedeltà tra la popolazione. La fortezza diviene dunque parte integrante del progetto urbanistico della città: i manufatti architettonici militari dei Montefeltro furono concepite come arsenali per una milizia locale amica, e non come basi operative per un esercito di occupazione. Dunque quando le milizie rimpatriavano tornando alle proprie basi, nelle stagioni piovose, i soldati probabilmente lasciavano le armi nella fortezza per tornare alle loro dimore. Il rapporto tra fortezza e abitato, popolazione e militari, duca e sudditi, era naturale interdipendenza.
Un altro interessante elemento delle fortificazioni introdotto da Francesco di Giorgio, destinato a lunga vita, fu la coponiera, ovvero la più comune “casamatta”: un basso edificio posto nel fossato o addirittura lungo la sponda esterna del fossato – talvolta nella piazza d’armi del castello – dotata di aperture fuciliere il cui fuoco potesse prendere alle spalle il nemico avventurandosi nella fortificazione. La caponiera si rilevò un eccellente mezzo di protezione dei fossati e delle altre zone “morte” scarsamente difese dall’artiglieria principale della fortezza.

Costruita durante un periodo di transizione dell’architettura militare, la fortezza di Sassocorvaro presenta alcuni aspetti unici nel panorama dell’architettura coeva. La planimetria con il suo compenetrarsi di linee curve, sembra essere stata concepita in funzione della massima resistenza ai colpi delle artiglierie avversarie; ma lo stesso effetto potrebbe anche in gran parte essere casuale, dovuto alla complicata necessità di dar vita a un nuovo complesso sulle basi di strutture già esistenti. Sembra indubbio che, almeno incosciamente, il progetto si sia ispirato alla sagoma di una tartaruga, di cui il puntone cuneiforme costituisce la testa e la piccola torretta, all’estremità opposta la coda: una concezione in linea con il simbolismo dell’epoca, e con l’apparato araldico corrente che faceva della tartaruga un simbolo di potenza e di forza. Purtroppo non esiste alcuna prova documentaria che suffraghi sufficientemente una simile ingegnosa teoria. La torre cuneiforme a facce tondeggianti è tipica del periodo, così come è caratteristica dell’epoca la sua posizione tra due rondelle: una concezione che per qualche verso anticipa la successiva architettura bastionata. Del tutto atipica è la curvatura del proto-bastione centrale impiegata nell’evidente intento di dare maggiore resistenza alle murature contro le palle dei cannoni. Altro elemento che fa di Sassocorvaro un’architettura di transizione è la sua concezione di singolo, isolato punto forte, in un’epoca che stava andando invece verso la concezione di serie di elementi fortificati e di cinte mutuamente integrantisi e rafforzantisi, basati sull’impiego dei bastioni: punto determinante sia del sistema difensivo nel suo complesso, sia della sua potenza di fuoco.

In tale epoca appaiono sulla scena ancora tre trattatisti di forte rilievo europeo: Roberto Valturio (1405 – 1475), Albrecht Dürer (1471 – 1528) e Leonardo di ser Piero da Vinci (1452 – 1519). I loro disegni rivelano, tuttavia, pur nella loro innegabile genialità, la scarsa conoscenza che della realtà pratica avevano gli estensori. Nessuno dei tre, infatti, era un architetto militare o un uomo di guerra; anzi, ognuno di loro era la perfetta incarnazione dell’uomo poliedrico del Rinascimento: scienziato, artista, umanista. Anche in campo architettonico-militare, i loro interessi divergevano. Il Valturio era interessato alle macchine, spesso irrealizzabili, come il suo incredibile carro da battaglia con propulsione a vento: un esempio perfetto di impraticabilità. Albracht Dürer era un pittore, anche se abbastanza atipico per l’epoca, tanto da essere definito più un designer che un pittore. Oltre ai dipinti, cui è affidata la sua eterna fama, scrisse un interessante trattato sulle fortificazioni “Alune annotazioni sulla fortificazione di città, castelli e territori”, che vide la luce nel 1527. Egli aveva manie di gigantismo: alcune sue proposte per torrioni di 130 metri di diametro, con mura alte 40 metri e fossati profondi 35 metri furono uno dei motivi per cui le sue architetture, rimasero sul trattato. Le sue torri – chiamate “bastei” – erano previste per garantire la difesa a distanza della fortificazione, mediante il fuoco dei cannoni; la difesa ravvicinata era invece affidata a caponiere dotate da armi da fuoco più piccole. Nelle torri erano previste camere interne dotate di sfiati che permettessero l’espulsione dei fumi e delle esalazioni della polvere da sparo, così che gli artiglieri potessero avere sempre una visione abbastanza chiara del campo di tiro e potessero non essere intossicati durante l’azione – con conseguente maggiore precisione e durata dell’azione stessa.

Stralcio del codice atlantico di Leonardo da Vinci.

Quanto a Leonardo da Vinci, i suoi taccuini traboccano di annotazioni e di progetti riguardanti le fortificazioni. Egli attribuiva al settore tanta importanza da non esitare a qualificarsi come architetto e ingegnere militare, e da proporsi proprio in questa veste a quello che doveva diventare il suo protettore, il duca di Milano Ludovico Maria Sforza detto il Moro (1452 – 1508). Le sue ricerche in questo campo vanno dai ponti portatili ai ritrovati pirotecnici, dallo studio delle artiglierie a un altro carro da guerra propulso dal vento, sul tipo di quello di Valturnio. Nel 1502, quando divenne sovraintendente delle opere architettoniche di Cesare Borgia, produsse una serie di progetti che mostrano con chiarezza la sua intenzione di fare architettura e armi da fuoco, un complesso militare integrato. La strada scelta da Leonardo per la protezione delle architetture dai colpi di artiglieria era la sagomatura balistica, ottenuta mediante l’accurata curvatura di ogni superficie esterna, ma non si limitò a questo: fu un tenace propugnatore dei rivellini, cioè delle opere di difesa avanzate poste a protezione delle porte d’accesso alle fortezze.
Il codice atlantico riporta poi disegni ancora più evoluti, basati su idee di difesa multiple costituite da casematte concentriche separate tra loro da fossati, e ognuna leggermente sopraelevata rispetto alla precedente, in modo che il loro fuoco si potesse sommare. Anche queste casematte presentano superfici integralmente curve e sono provviste di camini di sfiato per i gas e i fumi. Nonostante tutto questo proliferare di idee, l’attività costruttiva reale procedette assai cautamente, assimilando lentamente ogni novità e mettendo alla prova la validità di una, prima di avventurarsi a provare la successiva.

 

Per approfondimenti:
_Ian Hogg, Storia delle fortificazioni – De Agostini, Novara;
_Fiori e Tafuri, Francesco di Giorgio – Mondadori, Milano, 1993;
_Francesco di Giorgio Martini, Architettura civile e militare – 1480.

 

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Lévinas-Modigliani e il volto umano: essenza, erotismo, eticità e politica

Lévinas-Modigliani e il volto umano: essenza, erotismo, eticità e politica

di Giuseppe Nicoletti 08-02-2020

Essenza del volto: siamo nel tempo del nomadismo planetario conseguente alle molteplici tragedie che avvengono senza sosta nel mondo. Questa condizione costringe l’uomo contemporaneo al confronto continuo con chi varca un confine ed entra in un altro territorio, spesso considerato “il proprio territorio”, quella sfera di riferimento nella quale si sente sicuro: solo con se stesso, oppure con gli altri che però conosce e da cui non si sente disturbato. Ma il nomade, il migrante, impone il suo volto allo sguardo altrui, non potendo sfuggire di fronte a lui, ci spinge ad orientarci nella sua stranierietà. Proprio il “volto” (dello straniero, dell’altro) sarà l’oggetto d’indagine di questo breve articolo. Una questione filosofica di fondamentale rilevanza, che proporrò sotto una chiave interpretativa che prevede l’accostamento di Levinas e Modigliani, un filosofo e un pittore accomunati, oltre che da origini ebraiche, dal fatto che il “volto” è stato il concetto alla base di tutta la loro ricerca, filosofica da una parte, pittorica dall’altra. Ma che cosa è il volto? Se lo si pensa come participio passato di volgere, “volto” acquisisce un senso dinamico e non statico come potrebbe essere quello di “faccia” che offre una osservazione statica. Il senso è dato dal movimento del girarsi verso qualcuno che nasconde la propria provenienza, è un volgersi verso gli altri senza svelare l’interno come si vede nel bellissimo quadro di Amedeo Modigliani: Ritratto di Dèdie.

Amedeo Modigliani, Ritratto di Dèdie (particolare), 1918.

La protagonista guarda l’osservatore, anzi, si volta per guardarlo, ma in un contesto in cui il suo volto non svela il suo mondo, anzi sembra nasconderlo. Dove guarda? Chi guarda? Soprattutto: guarda? È triste o pensierosa, sta ricordando un momento per lei felice o triste? Chi è l’altro? Come identificarlo? Per Levinas la questione non può trovare una risposta risolutiva: «L’altro non è “altro come il pane che mangio, come il paese che abito, come il paesaggio che contemplo, come , a volte, io stesso posso apparire ai miei occhi: è il desiderio di un paese nel quale non siamo mai nati. Di un paese straniero ad ogni natura, che non è stato la nostra patria e nel quale non ci trasferiremo». Per Lévinas l’altro rimane inconoscibile, in Totalità e infinito di fatto afferma che l’altro è «l’assolutamente altro». In questo modo entra in contrasto con la tradizione che da Parmenide in poi vede l’essere come totalità dentro la quale il singolo non trova spazio se non come parte anonima del tutto: «l’impersonale magmatico, il y a». «Nel concetto di totalità che domina la filosofia occidentale (…) gli individui sono ridotti ad essere i portatori di forze che li comandano a loro insaputa. Gli individui traggono da questa totalità “il loro senso”». Il tratto violento della filosofia consiste proprio nella negazione di ogni differenza dentro l’intero «che tutto avvolge»; con la violenza ci si vuole appropriare dell’altro, espellendolo o al limite assimilandolo. Fu a Berlino che si cercò questa assimilazione ma non da parte dell’Altro: furono autori come Franz Rosenzweig che maturarono la concezione speculativa centrata sulle potenzialità teoriche del pensiero ebraico, posto di fronte alla ineliminabile presenza della cultura cristiano-germanica: «il cuore del suo progetto filosofico finì per pulsare dentro quel nucleo problematico, legato alla possibilità di vivere e di pensare la coesistenza pacifica del proprio orizzonte religioso con la cultura tedesca». Sopravvissuto alla catastrofe dei campi di concentramento, Lévinas, in sintonia con l’orientamento di altri filosofi come Buber, Rosenzweig e Arendt, propone di ricominciare dall’inizio: la nuova soggettività si produce nell’incontro del volto, unica resistenza al pensiero totalitario. Lévinas, al riguardo, scrive in Totalità e infinito: «l’arrivo dell’altro è traumatico per l’Io abituato ad essere protetto dalla propria individualità, ma il volto irrompe malgrè moi come uno sconosciuto che bussa alla porta in un momento in cui siamo sicuri nella nostra dimensione, in un momento in cui tutto è fuori e niente può preoccuparci». Ma nonostante bussi alla mia porta ed entri nella mia casa egli non si lascia conoscere, mette subito davanti a noi il suo rifiuto di essere contenuto. Non vuole essere visto né toccato. La sua noumenicità, come un resto che impedisce di chiudere il cerchio, rompe la totalità, è traccia dell’infinito. Il volto è sempre straniero perché non ha una patria, è libero non si ha potere su di lui, è vicino ma lontanissimo, è dentro ma anche fuori e per questo è irraggiungibile. Quando chiede ospitalità, il giorno dopo corre via perché la sua verità è altrove, sempre lontana, “sotto altri cieli e lune”, come direbbe Nietzsche. Da sempre il volto rappresenta una grande attrattiva e seduzione per l’artista che cerca di catturarne i segreti, di catturarne l’assenza dentro contorni definiti. Amedeo Modigliani (1884-1920) descrive la stranierietà con una sorprendente corrispondenza alle idee levinassiane attraverso immagini che sfuggono, come un paradosso, all’atteggiamento totalizzante. Figlio di ebrei sefarditi, appassionato di arte classica ma anche di letteratura e filosofia, Modigliani si trasferisce giovanissimo nella Parigi Bohémienne del primo ‘900 tra gli artisti di Montmartre e Montparnasse. La sua iconografia è unica nel panorama artistico, autonoma dalle accademie, priva di allievi e di continuatori, distante anche dalle forme spigolose del contemporaneo cubismo. A Modigliani interessa il volto umano, si dedica al suo soggetto, affascinato particolarmente dal misterioso volto femminile. Nei suoi ritratti tutto è allungato, assottigliato come in una forma di elevazione. I suoi volti ricordano le Madonne del Trecento, si veda al riguardo l’opera di Simone Martini. Modigliani firma la sua arte con volti dagli occhi obliqui: come mandorle allungate, nere o colorate, quasi senza pupille. Nella febbrile necessità di dipingere volti, Modigliani si sottrae allo scandaglio di quegli occhi da sempre specchio dell’anima. Come se la sua onnipotenza di pittore si arrestasse alla soglia di un ermetico mondo intimo nel quale neppure l’arte ha il potere di entrare. Questi occhi senza trasparenza si pongono come uno iato che impedisce di completare la forma, di rappresentare il tutto.

Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne (au chapeau, particolare) – 1917.

Il pittore si ferma nell’opacità degli occhi, nel volto altrui libero dall’invadenza dello sguardo che vorrebbe frugarlo e conoscerlo fino in fondo. Le sue figure appaiono vicine, quasi si possono toccare ma tuttavia sono lontanissime, intoccabili dallo stesso autore, ricordando indirettamente le parole immortali di Javhè che rivolgendosi a Mosè disse: «tu non puoi vedere il mio volto, perché l’uomo non può vedermi e vivere».
Di rilievo è anche l’erotismo nascosto del volto. Sia Levinas che Modigliani trovano ispirazione nel volto femminile per descrivere lʼalterità. Il femminile diventa una via alternativa alla “virilità eroica” dell’Occidente che ha segnato l’epoca del dominio e della tirannia dello stato, il femminile e l’altro si retraggono nel loro mistero. Femminile appartiene al mondo ma nello stesso tempo è fuori di esso, è espressione ed insieme silenzio. Il volto femminile ha per Lévinas il compito di preannunciare all’io l’incontro con l’altro, offrendosi al contempo come luogo di raccoglimento e di cultura. In tal senso la Donna è definita nel senso di Dimora, nel senso del popolo rabbinico: che non ha fissa dimora, migrante verso una terra a venire: la casa non è proprietà difensiva, non radica, come riterrebbe la cultura sedentaria, ma è il contrario di una radice. Come la dimora è fatta di extraterritorialità, così il volto della donna, se è la condizione del raccoglimento nell’intimità, non isola. È casa con la porta aperta ad altri, ospitalità senza appropriazione. Questa concezione levinassiana è culminante nella dimensione erotica, nella sezione intitolata Al di là del volto, in cui il volto femminile è specificamente quello dell’amata. La relazione amorosa non riunisce in un unico essere due metà, non instaura un intero. L’amore va verso altri, scrive Lévinas, ma l’Amata , nella sua debolezza, nel suo non-essere-pienamente, resta irraggiungibile. Il suo volto seducente, se sconvolge l’ordine del presente, tace il segreto dell’Eros rinviando ad un futuro che non apparterrà mai all’amante, «l’Eros è un’estasi al di là di ogni progetto», afferma. La diacronia che appassiona gli amanti è il tempo peculiare del desiderio, del desiderare l’Altro come tale in un movimento continuamente rilanciato. L’amore non è possesso per Lévinas, come non lo è neanche la Dimora, è invece frutto di una mancanza incolmabile. Gli occhi femminili che affascinano sono irrimediabilmente vuoti, ricambiare il loro sguardo vuol dire misurarsi con un eterno mistero.
Nellʼopera Ritratto di Lunia Czechowska di Modigliani è possibile ritrovare un sunto artistico di tutto ciò che è stato fino ad ora sostenuto. Il viso, il collo, i capelli rossi, la camicia bianca, la pelle: tutto delinea un profilo perfetto di un essere come tanti altri. Ma gli occhi? Dove sono? Dove sono le porte che possono aprire il mondo di quest’essere che si mostra e si chiude contemporaneamente? Cosa c’è al di là ? Non è dato saperlo. Gli occhi non daranno mai una emozione che possa mettere questo volto in contatto con noi. Si resta esclusi da questa bellezza e che non si lascia penetrare, incontrare, ammirare.

Amedeo Modigliani, Ritratto di Lunia Czechowska con una camicia bianca, olio su tela (70 x45 cm) – 1917.

Terzo lato lo troviamo nella eticità del volto. Se lasciata ad una descrizione fine a se stessa, la relazione erotica potrebbe indicare solo una distanza incolmabile dallo altro, una distanza tale da culminare nella indifferenza per l’altro. L’intento di Lévinas è quello di condurci su un piano etico. Se il volto nella sua trascendenza si allontana irrimediabilmente da me, con l’appello etico esso mi chiama nella sua nudità, al di là del profilo di un singolo viso. È nudo non perché lo possa catturare ma semplicemente per il suo essere rivolto a me esposto senza riparo. Mi muove verso di lui senza violenza, con il gesto di una carezza. La carezza non si impadronisce, è contatto che non profana, non svela, è cammino nell’invisibile. Era lʼanaloga tenerezza che provava Modigliani di fronte al suo soggetto, ad un volto nuovo, non si preoccupava dei tratti del viso relativi alla persona che avrebbe ritratto. Incapace di compiere il distacco, egli coglieva i suoi modelli senza considerare i dettagli, su un medesimo piano umano, dolente. Il suo sguardo estetico preparava non al piano gnoseologico, ma a quello etico. Nella Donna seduta con bambino rende il significato di cosa significa portare in braccio chi da sempre è altro da sé. I due protagonisti non si guardano, ognuno segue la direzionalità del suo sguardo, del suo volto senza occhi. Cosa hanno dentro? È un mistero che entrambi nella trascendenza tengono per sé per poi aprirsi nella fase etica.

Amedeo Modigliani, Zingara con bambino è un dipinto a olio su tela (115,9 x73 cm) – 1919.

IV. La politica e il volto — La relazione etica , a due, non è altro che una ipotetica condizione pre-politica che si occulta appena viene considerato il terzo, nell’orizzonte politico della socialità allargata in cui ciascuno è da sempre immerso, dove non si è solo al cospetto di Altri, ma tra gli altri. La molteplicità umana pone a Lévinas un serio problema: se l’Altro e il terzo sono entrambi il mio prossimo, che cosa hanno fatto l’uno per l’altro? Chi viene prima? Se la prossimità mi ordinasse solo ad altri nella sua solitudine, non ci sarebbe stato problema. La questione non sarebbe nata, né la coscienza , né la coscienza di sé. La responsabilità-per è una immediatezza anteriore alla questione, precisamente: prossimità. Essa è turbata e diviene problema a partire dall’entrata del terzo. Il terzo è altro dal prossimo, ma anche un altro prossimo, ma anche un prossimo dell’Altro e non semplicemente il suo simile. Che sono dunque l’altro e il terzo, l’uno per l’altro? Che cosa hanno fatto l’uno all’altro? Chi viene prima dell’altro? La presenza del terzo obbliga l’Altro a mettersi in discussione, a non pensarsi più come assoluto, la relazione diventa simmetrica per giudicare l’altro in confronto degli altri. Dentro l’istituzione, ciascuno uguale a tutti gli altri, secondo la Giustizia dello Stato, la Legge emerge prima di ogni cosa a determinare i rapporti, una legge impersonale ma necessaria, che traduce in comando generale il fondamentale imperativo “tu non ucciderai”. Si pensi a lʼHobbes del Leviatano, per il quale la giustizia statuale nasce per limitare la naturale ferinità che fa di ogni uomo un lupo per l’altro uomo, in opposizione a questa visione hobbesiana dello stato di natura, l’idea levinassiana deriverebbe, piuttosto, non da una originaria fraternità di esseri uguali che si fanno guerra per affermare la loro differenza, ma di esseri differenti che si eguagliano nella responsabilità per il volto. Quindi, in Lévinas vi sarebbe prima la primarietà dell’accoglienza che unisce sulla giustizia formale che divide; vi sarebbe un surplus etico nel sottosuolo da cui sorge la dimensione politica, che giace silente e dimenticato. Aver dimenticato quel fondo nel percorso della cultura occidentale ha significato, per Lévinas, aver finito per considerare la politica come «mera tecnica dell’equilibrio sociale che armonizza le forze antagoniste» secondo i metodi del logos oppositivo. Alla luce del quale, dalla grecità fino alla tarda modernità, “politica” ha conciso con stabilità, sedentarietà, unità, dentro uno spazio statuale delimitato da confini che stabiliscono la linea di demarcazione tra chi appartiene ad un ordine e chi vi è escluso. Nella pianificazione di quello spazio lo straniero è stato considerato il nemico dell’uniformità, colui da rimandare nei propri spazi, colui al quale non si vogliono concedere spazi propri, colui infine che non metterà mai in crisi i nostri confini che teniamo ben saldi con le nostre leggi fatte ad hoc. Perché bisogna riconoscere il volto dello straniero se questi rompe e interrompe la mia uniformità, se non mi fa più sentire sicuro nel mio spazio, se mi attacca nel momento in cui lo contrasto? Tutto ciò si è palesato nel disprezzo per il volto. Questo concetto trova una sintesi puntuale in una famoso passo letterario di 1984 di Orwell, OʼBrien, membro del partito di rivolge a Winston, il protagonista ormai prigioniero, dicendogli «Se vuoi un simbolo figurato del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano […] ricordati che ciò sarà per sempre . Il volto umano si troverà sempre lì, in modo da poter essere calpestato. L’eretico che è il nemico della società, si troverà sempre lì, in modo da poter essere sconfitto e mortificato di nuovo». Per riassumere, Lévinas sostiene che la negazione della singolarità dell’uomo passa sempre attraverso il rifiuto di riconoscergli la dignità di volto.

Amedeo Clemente Modigliani (1884 – 1920) è stato un italiano ebreo pittore e scultore che ha lavorato principalmente in Francia. È noto per i ritratti e i nudi in uno stile moderno caratterizzato dall’allungamento di volti, colli e figure che non sono stati accolti bene durante la sua vita ma in seguito hanno trovato accettazione. Modigliani trascorse la sua giovinezza in Italia, dove studiò l’arte dell’antichità e del Rinascimento. Nel 1906 si trasferisce a Parigi, dove entra in contatto con artisti come Pablo Picasso e Constantin Brâncuși. Nel 1912 Modigliani esponeva al Salon d’Automne sculture altamente stilizzate con cubisti del gruppo Sezione d’Or .

Conclusioni — Oggi, nel panorama della mondializzazione, culture e linguaggi separati da secoli si incontrano e si scontrano; ciò che prima era separato e difficilmente raggiungibile oggi diviene ‒ per dirla alla Bauman ‒ «liquido». Nuovi e incontenibili esodi globali, fuori dal controllo, spontanei, contingenti, come un’onda investono i tradizionali sistemi geopolitici, indeboliscono l’effetto di demarcazione del confine, allargano l’orizzonte del politico dal limitato allo sconfinato. Coloro che Derrida definirebbe «figure dell’arrivante», cioè immigrati, clandestini, profughi in cerca di una vita migliore o semplicemente per scampare al dolore, alla fame, alla morte, creano uno spaesamento esistenziale prima che politico in chi è abituato al proprio luogo. Il loro incombere, ciascuno con il proprio vissuto, con la propria etnia, è evento, direbbe Lévinas, che frattura un mondo creato per durare, frattura l’integrità dell’individuo. Eppure, se nonostante tutto riuscissimo ad alzare lo sguardo sui loro VOLTI, potrebbero crearsi degli spazi nuovi senza barriere, spazi segnalati dal volto in quanto portatore di un diverso significato di confine, come ci hanno suggerito Lévinas e Modigliani. Un significato custodito da sempre alla radice del confine stesso che renda il senso di un margine relazionale tra terra e terra, tra uomo e uomo. Ripensare alla radice il confine a partire dal volto significa ricordare che «ogni confine ha due lati» (La stella della redenzione). In questo senso il volto non è occasione di violenza ma simbolo vivente della pace, di una pace originaria in cui le differenze convivono senza elidersi. Riconoscerlo come tale significherebbe rendere reale, come vorrebbe Lévinas, la possibilità di una autentica convivenza politica nella pluralità: «La pace non può identificarsi con la fine dei combattimenti, per la sconfitta degli uni e la vittoria degli altri, cioè con i cimiteri e gli imperi universali futuri. La pace deve essere la mia pace, in una relazione che parte da un io e va verso l’Altro». Ciò che è essenziale tenere in considerazione è che, per Lévinas, la pace non è semplicemente l’assenza della guerra, quindi la “quiete” a cui tradizionalmente si pensa. La pace, come tutti i termini fondamentali nel pensiero di Lévinas, è un movimento non afferrabile. Questa visione, oltre l’ovvia condanna della violenza espressa in termini di “sconfitta” e “vittoria”, nasconde un aspetto ancor più violento. Per Lévinas, la causa della violenza sotto tutti i suoi aspetti è la totalità, la riduzione dell’Io e dell’Altro alla medesima categoria. Nella guerra e nella violenza c’è il non-riconoscimento del volto d’Altri, la riduzione dell’altro essere umano a oggetto, frutto dell’egoismo. Eppure, come si è già accennato precedentemente, l’essere umano, nel commettere omicidio, vuole annullare ciò che si sottrae completamente al potere, e in questo tentativo conferma la trascendenza di ciò che vuole ridurre ad oggetto. Ma ciò che più conta nel pensiero levinassiano è la personalizzazione del concetto di “pace”, il quale, se espresso in maniera generica, rischia di non avverarsi mai: «la pace deve essere la mia pace, in una relazione che parte da un io e va verso l’Altro, nel desiderio e nella bontà in cui l’io contemporaneamente si mantiene ed esiste senza egoismo». Si ritrova, in un certo senso, lo stesso concetto che si era affrontato nel tema della responsabilità. L’Io non può permettersi di pensare a ciò che fa l’Altro, poiché questo è “affar suo”. Ogni soggetto, dunque, deve agire nella “sua pace”, senza tener conto di ciò che l’Altro può fare. E’ un movimento gratuito, come gratuita è stata l’elezione da parte del Bene, ed è proprio questo movimento gratuito verso Altri che caratterizza l’uscita dalla totalità, dalla filosofia del potere. Precisa Lévinas: «L’unicità dell’unico è l’unicità dell’amato. L’unicità dell’unico significa nell’amore. Da qui la pace come amore. […] Il soggettivo come tale sarebbe precisamente l’apertura […] verso l’unico, verso l’assolutamente altro, attraverso l’amore, la prossimità umana e la pace». Questa è una delle poche affermazioni di Lévinas nelle quali si parla di “amore”, e non è un caso che sia la pace il tema argomentato. L’amore ci riporta alla persona, dunque il concetto si ripete: non si può parlare di pace se non partendo dal singolo soggetto. La responsabilità dell’Io di fronte al volto d’Altri è l’essenza della pace: «Il volto dell’altro nella sua precarietà e nel suo senza-difesa, è per me al contempo la tentazione di uccidere e l’appello alla pace, il “Tu non ucciderai”. […] La prossimità del prossimo […] è la responsabilità dell’io per un altro, l’impossibilità di lasciarlo solo di fronte al mistero della morte. Che è, concretamente, la capacità di morire per l’altro. La pace con altri giunge fino a questo punto. E’ tutta la gravità dell’amore del prossimo, dell’amore senza concupiscenza». In questa citazione sono presenti tutti i temi fondamentali del pensiero levinasiano, accomunati dalla pace. Il vertice della pace è la capacità di morire per l’Altro, un amore senza eros, gratuito, senza godimento ed egoismo. Anche per quanto riguarda il concetto di “pace”, dunque, Lévinas è riuscito impeccabilmente nel non rinunciare alla persona, nel non estendere un termine così comune (e spesso inopportunamente pronunciato) ad un “genere umano”, ma sempre e solo al soggetto in quanto unico, sottoposto al comandamento insito nell’alterità. In riferimento a questo comandamento Lévinas utilizza l’espressione “deve essere” riferendosi alla pace. La pace è “come un dovere”.

 

Per approfondimenti:

_Bauman Z., La società dell’incertezza, tra. It. di R. Marchisio e S. Neirotti, Il Mulino, Bologna, 1999;
_Derrida J., Abramo, l’altro, trad. it. di T. Silla, Cronopio, Napoli, 2005;
_Lévinas E., Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, trad. it. di A. Dell’Asta, Jaca Book, Milano 1986;
_Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, trad. it. di S. Petrosino e M.ttt. aiello, Jaca Book, Milano, 1983;
_Orwell G., 1984, trad. it. di R. Marchisio e S. Neirotti, Il Mulino, Bologna, 1999;
_Ricci Sindona P.: La filosofia ebraica nel novecento. Spaziotre-Il tempo del pensiero, Roma 2017;
_Rosenzweig F., La stella della redenzione, trad. it. di G. Bonola, Marietti, Genova, 1985.

 

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Joseph de Maistre a fronte della Rivoluzione

Joseph de Maistre a fronte della Rivoluzione

di Giorgio Enrico Cavallo del 04-01-2020

Joseph-Marie de Maistre nasce a Chambéry, in Savoia, il 1° aprile 1753, da François-Xavier (1705-1789), magistrato, e dalla nobile Christine Demotz (1722-1774). È primogenito di dieci figli. Joseph non è dunque nato nobile: il padre viene nobilitato soltanto nel 1778 per i servigi resi alla corona, e creato conte. Il giovane Joseph studia giurisprudenza a Torino e inizia l’attività di magistrato nella sonnolenta Chambéry, città periferica di un regno periferico, lontana dai fermenti della cultura e della politica del suo secolo.

Joseph-Marie, conte di Maistre (1753-1821) era un filosofo, scrittore, avvocato e diplomatico savoiardo di lingua francese che sosteneva la gerarchia sociale e la monarchia nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione francese.

Una delle rare forme di intrattenimento era la locale loggia massonica di rito inglese dei Trois Mortiers, della quale entrò a far parte nel 1774. Cattolico osservante e fedele, De Maistre entrò in massoneria un po’ per curiosità, ma soprattutto per cercare di ristabilire tramite il suo formidabile apparato una restaurazione cristiana nel mondo, concetto che ingenuamente esprime nella celebre Memoria al Duca di Brunswick del 1782.
Pochi anni dopo, nel 1786, sposa la nobile Françoise-Marguerite de Morand, che gli darà tre figli. Due anni dopo, nel 1788, entra a far parte del Senato. Allo scoppio della Rivoluzione francese, nel 1789, ritiene che i prodromi del movimento in Francia facciano ben sperare per una riforma dell’Ancien Régime positiva; giudizio che egli stesso smentirà poco dopo, grazie anche alla lettura della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, del 1789, e delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, del 1790, di Edmund Burke (1729-1797). Da quella data, De Maistre comprese l’urgenza di schierarsi contro il mostro rivoluzionario; mostro che, nel 1792, invase la Savoia costringendolo all’esilio in Svizzera. Tutta la sua vita fu caratterizzata dallo scontro con la Rivoluzione, che scosse profondamente anche la sua famiglia: con l’occupazione francese egli riparò ad Aosta, intendendo offrire il proprio servizio a Vittorio Amedeo III. Ad Aosta fu raggiunto dalla notizia che, per mantenere i propri beni, sarebbe stato costretto a prestare giuramento a Chambéry alla Repubblica. Egli rifiutò. La moglie, incinta ed all’ottavo mese, pensò che se suo marito rifiutava, lei poteva comunque sperare di salvare qualcosa: si recò pertanto in Savoia valicando le Alpi pur nella sua condizione. Fu raggiunta dal marito, il quale temeva di trovarla morta; davanti al Consiglio municipale di Chambéry, chiese conto dei suoi beni rifiutando di prestare giuramento e di sottoscrivere una elargizione alla causa repubblicana per sostenere la guerra. Come è facile immaginare, non ottenne nulla; da ciò, ebbero origine molte delle traversie e delle difficoltà economiche della sua famiglia.
Povero, abbandonato ma fiero per essere rimasto fedele ai suoi ideali, De Maistre riparò a Losanna, dove visse tre anni. Qui, nel 1797, diede alla luce l’opera che gli diede fama internazionale: le Considerazioni sulla Francia. Val bene partire da questo testo famoso per analizzare il pensiero del Savoiardo. De Maistre è convinto del ruolo determinante giocato da Dio nella storia umana. Ne è una prova la Rivoluzione, che egli identifica come una necessaria “purga” attraverso la quale deve passare il mondo. «Non sono gli uomini che guidano la Rivoluzione, ma la Rivoluzione che guida gli uomini», sosteneva nelle Considerazioni sulla Francia. E la motivava: «Questa frase significa che la Divinità non si era mai chiaramente mostrata in alcun avvenimento umano. Se, invece, impiega i più vili strumenti, è perché punisce per generare». De Maistre affermerà ancora questo concetto anni dopo, in occasione della ritirata napoleonica dalla Russia: «Gli uomini più irreligiosi sono colpiti da questa spaventosa catastrofe. Quanto a me, credo che mai Dio abbia detto agli uomini con voce più alta e più chiara: SONO IO»1.
De Maistre diventa allora il portavoce della Contro-Rivoluzione; che non è una “rivoluzione al contrario”, come si potrebbe facilmente pensare, ma “il contrario della Rivoluzione”. In lui, che ha compreso l’importante momento storico e il ruolo che l’uomo e Dio hanno nella storia, la Rivoluzione non sembra soltanto una mostruosità, ma anche un nemico da combattere con diversi canoni. Non con una Rivoluzione alla Rivoluzione, bensì con una ferma opposizione, basata sui princìpi che hanno, da sempre – e non soltanto nell’Antico Regime – guidato l’azione dell’uomo.

Joseph-François-Marie De Martinel, dipinto di Chambéry intorno all’anno 1780, a quel tempo città del Regno di Sardegna, oggi dipartimento della Savoia, Francia.

Si può dunque definire il filosofo sabaudo un sovranista? L’aggettivo è sicuramente fuori luogo, ma provocatorio: perché De Maistre è senza dubbio il più alto rappresentante dell’alleanza trono-altare. Ebbe a dire: «Ovunque vediate un altare, lì c’è una civiltà»2. Dunque, è la religione che legittima la sovranità: «Il sacro dei re si lega alla stessa radice»3. De Maistre è convinto che le grandi istituzioni politiche sono perfette e durevoli nella misura in cui l’unione della politica e della religione vi si trova più perfetta»4. È quindi questo che lui vede nella sovranità, che è data da Dio e per Dio; tanto più un popolo, come quello romano, si allontana dalla religione, tanto più esso perde la sua ragion d’essere e, naturalmente, si infiacchisce e scompare dalla storia. E quando un popolo manca di rispetto al re? Quando, addirittura, lo caccia o lo uccide?
Infatti dal suo “Considerazioni sulla Francia” si evince come: «Ora, tutti i delitti nazionali contro la sovranità sono puniti senza ritardo ed in una maniera terribile; è questa una legge che non ha mai avuto alcuna eccezione. Pochi giorni dopo l’esecuzione di Luigi XVI, qualcuno scrisse sul Mercure Universel: “Forse non sarebbe stato necessario idi andare tant’oltre; ma, poiché i nostri legislatori han preso l’avvenimento sotto la loro responsabilità, riuniamoci attorno ad essi: estinguiamo tutti gli odii, e più non se ne parli”. Benissimo: sarebbe stato forse meglio non assassinare il re, ma poiché ormai è cosa fatta, non se ne parli più e diventiamo tutti buoni amici. Che demenza! Shakespeare ne sapeva un po’ di più, quando diceva: “La vita di ogni individuo è preziosa per sé; ma la vita da cui tante vite dipendono, quella cioè dei sovrani, è preziosa per tutti. Un delitto fa forse sparire la maestà reale? Nel posto che ella occupava, si forma uno spaventevole abisso, e vi si precipita tutto ciò che lo circonda”. Ciascuna goccia del sangue di Luigi XVI ne costerà dei torrenti alla Francia; forse quattro milioni di francesi pagheranno con le loro teste il gran delitto nazionale di una insurrezione antireligiosa ed antisociale, coronata da un regicidio»5.
Sullargomento religioso abbiamo già denotato l’importanza cruciale che De Maistre riserva alla religione. «Ogni istituzione immaginabile poggia su un’idea religiosa, altrimenti non è che transitoria», scrisse nell’Essai. La grande colpa del secolo XVIII è stata quella di frapporre la scienza a Dio, usandola contro l’autore della natura e contro la religione. Si affermò che non si poteva fare lavoro scientifico senza negare la religiosità, laddove invece la religione non esprime ostilità nei confronti della scienza6. De Maistre avverte il pericolo di essere abbruttiti dalla scienza, qualora questa prenda il sopravvento sulla religione, che deve essere necessariamente al primo posto: «se non si torna alle antiche massime, se l’educazione non è restituita al clero, se la scienza non è collocata da per tutto al secondo posto, i mali che ci aspettano sono incalcolabili: saremo abbruttiti dalla scienza, ed è l’ultimo grado dell’abbruttimento»7. Si può ben dire che il filosofo di Chambéry anticipi, con questa affermazione, quanto avvenuto realmente negli anni a venire.

Ernest Henri Dubois, Memoriale a Joseph e Xavier de Maistre in bronzo. In basso vi è la rappresentazione femminile della Savoia, terza statua andata perduta. Castello di Chambery, Francia, 1899.

De Maistre nutre, infine, una forte sfiducia nei confronti delle costituzioni scritte. È necessario, secondo il Savoiardo, un elemento di santità e di immutabilità che le leggi scritte non danno: serve in altre parole, constatare che il diritto è «già dato» all’uomo, e non è l’uomo che lo crea8. Lo si osserva dal momento che si constata che più leggi si scrivono, più le istituzioni sono deboli: l’elefantiasi legislativa nuoce grandemente tanto al diritto pubblico quanto alle tradizioni religiose. L’esempio, nuovamente, si trova nella Rivoluzione: «Il legislatore somiglia al Creatore: non lavora tutto il tempo; mette al mondo e poi si riposa […]. Se la perfezione fosse alla portata della natura umana, ogni legislatore parlerebbe una volta sola; ma benché tutte le nostre opere siano imperfette, e benché il sovrano sia obbligato, man mano che le istituzioni politiche si corrompono, a venire in loro soccorso con nuove leggi, pur tuttavia la legislazione umana può avvicinarsi al suo modello grazie a quell’intermittenza di cui ho appena parlato. […] Osservate i lavori delle tre assemblee nazionali di Francia, che numero prodigioso di leggi! Dal primo luglio 1789 all’ottobre 1791, l’Assemblea nazionale ne ha fatte 2557; L’assemblea legislativa, in undici mesi e mezzo, ne ha fatte 1712. La Convenzione nazionale, dal primo giorno della repubblica al IV brumaio dell’anno IV (26 ottobre 1795) ne ha fatte, in 57 mesi, 11210. Totale 15479. Dubito che le tre dinastie dei re di Francia abbiano mai prodotto una collezione così abbondante. […] Perché tante leggi? Perché non c’è nessun legislatore. Che hanno fatto da sei anni a questa parte i pretesi legislatori? Niente, giacché distruggere non è fare9.

Tra il 1797 al 1798, De Maistre visse a Torino. Fu un soggiorno breve: nel dicembre 1798 le truppe francesi occuparono la capitale sabauda e il conte dovette trasferirsi momentaneamente a Venezia. Vi arrivò dopo una perigliosa traversata sul Po, nella quale l’imbarcazione rischiò più volte di affondare. Giunto a Venezia salvo ma povero, vendette tutti gli oggetti d’oro per sostenere la sua famiglia10. Vi rimase poco: quando giunse notizia, nella primavera 1799, che Suvorov stava sconfiggendo i francesi in Piemonte, De Maistre tornò in patria ma non vi trovò il suo re, Carlo Emanuele IV, che si era fermato a Firenze per ordine dell’esercito austriaco. Carlo Emanuele, dal suo soggiorno fiorentino, decise di sollevare il conte della sua situazione di misero esule assegnandogli il compito di reggente di Sardegna, vale a dire primo magistrato dell’isola, con il non disprezzabile appannaggio di 20mila lire11. Alla fine del 1799 l’arrivo della corte sabauda a Cagliari rese il suo ruolo più importante (ed ingombrante) che mai. Va premesso: De Maistre detestava la Sardegna, così come non ebbe particolare amore per la sua natia Savoia. Scrisse, anni dopo: «Nulla può togliermi dalla testa l’idea fatale di non essere affatto l’uomo giusto per Sua Maestà, in qualunque modo io mi comporti. Qualche volta, nei miei sogni poetici, immagino che la Natura mi abbia un tempo portato nel suo grembo, da Nizza in Francia, che abbia fatto un passo falso sulle Alpi (ben scusabile da parte di una donna anziana) e che io sia caduto dritto su Chambéry. Bisognava spingersi fino a Parigi o almeno fermarsi a Torino, dove io mi sarei formato. Ma l’irreparabile sciocchezza risale al 1° aprile 1754. Riconosco in me stesso non so quale elemento gallico che non mi mette in armonia con il nostro Gabinetto, verso cui nutro il dovuto rispetto»12.
In Sardegna egli si sentì come un recluso. I costumi e gli abitanti dell’isola gli risultarono insopportabili. «Nessuna razza umana è più estranea a tutti i sentimenti, a tutti i gusti, a tutti i talenti che onorano l’umanità. Sono vili senza essere obbedienti e ribelli senza essere coraggiosi […]. Il Sardo è più selvaggio del selvaggio, perché il selvaggio si limita a ignorare i lumi, il Sardo li odia. Egli è sprovvisto del più bell’attributo dell’uomo, la perfettibilità»13. A cavarlo dall’impiccio e da quel luogo da lui aborrito ci pensò Carlo Felice, che convinse il re suo fratello a destinarlo all’ambasciata sarda a Pietroburgo, rimasta vacante. Era il 7 settembre 180014.
Il 29 aprile 1803, dopo un disastrato viaggio durato oltre due mesi, Joseph de Maistre entrava in Russia passando il confine a Brest Litovsk. Era accompagnato da un solo domestico ed era diretto a Pietroburgo, città che lo avrebbe ospitato forse più a lungo di ogni altra nel corso della sua vita (ben 14 anni). La capitale del Nord fu per De Maistre una prigione. A mandarlo in Russia era stato il governo sabaudo, nella fattispecie Carlo Felice, fratello del re Vittorio Emanuele I, che detestava De Maistre e che intendeva levarselo dalle scatole.
Egli giunse a Pietroburgo il 13 maggio. Città d’arte, europea in mezzo all’ultimo avamposto dell’Asia, doveva suscitare poche emozioni nel filosofo sabaudo, che vi soggiornò povero e triste, al freddo in un appartamento di second’ordine (passò un inverno senza nemmeno una pelliccia15), costretto a licenziare anche il domestico per le sue ristrettezze economiche. Egli sopportò tutto questo in nome del suo re, che pure non lo aveva in stima, e per la sua famiglia, che egli poteva sostenere soltanto accettando questo ingrato incarico. «Io non so – scrisse – io non so cosa sia la vita di uno scellerato: non lo sono mai stato; ma la vita di un onest’uomo è abominevole»16.
In patria lasciava la sua famiglia, tanto amata. «Io leggo, scrivo, impiego ogni sforzo per stordirmi, per stancarmi, se fosse possibile. Terminando le mie monotone giornate, mi getto sopra un letto, ove il sonno che invoco non è sempre compiacente. Allora, pensieri strazianti sulla mia famiglia vengono a lacerarmi. Mi pare di sentir piangere a Torino: faccio mille sforzi per raffigurarmi la fisionomia di questa fanciulla di dodici anni, che non conosco. Vedo quest’orfanella di un padre vivente. Chiedo a me stesso se un giorno dovrò conoscerla»17. De Maistre si riferiva a Costanza, la figlia ultimogenita, che egli conobbe soltanto nel 1814, al suo ritorno in patria.
A Pietroburgo De Maistre scalpitava. Si sentiva ingiustamente isolato e, consapevole del suo genio, credeva di essere penalizzato oltremodo nel rimanere in una città sì capitale di un grande impero, ma anche periferica, scomoda, lontana dalla Storia con la S maiuscola. Proprio quella Storia gli offrì, nel 1812, l’incredibile occasione di essere spettatore diretto di uno degli avvenimenti più tragici della sua epoca: l’invasione napoleonica della Russia. Ma, nell’attesa di ciò, De Maistre non perse tempo e arrivò a scrivere a Napoleone avendo l’ardire di chiedergli un abboccamento. Per maggior gloria della Casa di Savoia, si capisce, al fine di sostenere la causa del suo re a Parigi (ed uscire dalla “prigionia” russa). A Cagliari, non appena si seppe del memoriale che egli aveva scritto al Bonaparte, la reazione non fu di gratitudine, bensì di piccato risentimento. De Maistre, già insopportabile agli occhi di Carlo Felice e poco amato da Vittorio Emanuele I, venne etichettato con l’antipatica definizione di traditore.
Traditore no, ma smanioso di mostrare al mondo il suo genio, questo sì. E smanioso, soprattutto, di servire la causa della contro-rivoluzione. Già ammirato nei salotti di Pietroburgo e capace di ammaliare il pubblico, specialmente quello femminile, Joseph de Maistre riuscì ad essere finalmente ascoltato dallo zar Alessandro I. Carezzò il sogno di diventare una sorta di “eminenza grigia” della Russia. L’entourage dello zar, però, guardava con sospetto il conte, fiero esponente della cattolicità ed accusato di aver convertito alcuni dei beni nomi della nobiltà russa. Alessandro I lo sfruttò, assegnandogli una rendita di 20mila rubli, speranzoso che avere dalla sua il più noto esponente della reazione cattolica gli valesse l’appoggio del papa. Poi, vinto Napoleone, avrebbe in fretta disconosciuto i rapporti con l’ambasciatore sardo, già per altro messo in un angolo dal suo stesso governo con l’infamante ed esagerata accusa di tradimento.

In Russia, De Maistre lavorò al suo più corposo e celebre lavoro, le Serate di San Pietroburgo, opera filosofica scritta in forma di dialogo tra tre personaggi, poderosa prova di dialettica e di capacità retorica. Sullo sfondo, una Pietroburgo che guardava con il cannocchiale gli avvenimenti del mondo e il genio distruttore di Napoleone. Genio che De Maistre conobbe in prima persona nel 1812, quando l’imperatore dei francesi invase la Russia zarista. Inizialmente, il filosofo savoiardo ritenne folle la ritirata del generale Kutuzov. Quando Napoleone entrò in Mosca, lanciò il suo più alto grido di dolore: «Da venti anni vedo gli imperi cadere uno dopo l’altro, senza avere neppure l’idea di ciò che bisognerebbe fare per salvarsi»18. La caduta della Russia significava la fine dell’ultimo baluardo del mondo di Ancien Régime. Ma, ripresa la sua lucidità, De Maistre osservava che Napoleone era in grande pericolo a Mosca: «[…] sono molto lontano dal credere che la situazione sia così disperata. Napoleone ha creduto di poter firmare la pace a Mosca ma si è sbagliato; la Russia tiene bene, la sua armata cresce di giorno in giorno, alcune armate minori, ma tuttavia consistenti, si gettano sulle linee di collegamento dei francesi; diventa quindi molto pericolosa, e secondo tutte le leggi della probabilità, bisogna scommettere contro di lui. So bene che anche un grande giocatore di dadi deve immancabilmente, in un momento come questo, tirar fuori dal fondo del suo bussolotto qualche tiro straordinario, perciò non garantisco niente; ma dico che è in grandissimo pericolo»19. L’implosione dell’esercito francese, letteralmente scomparso nel terribile inverno russo, non poté non suscitare una viva impressione nel filosofo sabaudo che, come a suo tempo aveva letto nella Rivoluzione qualcosa di satanico – e di “purga” divina – così adesso leggeva nell’incredibile evento una chiara firma di Dio. Il passo è già stato citato e val bene ripeterlo, perché ferma era la convinzione di De Maistre dell’azione di Dio nella Storia: «Gli uomini più irreligiosi sono colpiti da questa spaventosa catastrofe. Quanto a me, credo che mai Dio abbia detto agli uomini con voce più alta e più chiara: SONO IO»20.

La fine di Napoleone significò anche la fine dell’ambasciata di De Maistre a Pietroburgo. Il governo di Torino lo richiamò in patria. Nonostante tutto, in Russia il Savoiardo si era trovato bene; aveva avuto un momento di gloria presso la corte di Alessandro I, suo fratello Xavier aveva avuto un importante incarico nell’ammiragliato, suo figlio Rodolfo aveva servito lo zar nell’esercito. Lui stesso si era fatto naturalizzare russo, benché non avesse mai visitato il paese (del quale conosceva la sola capitale) e nonostante il fatto non avesse imparato una parola di russo. Tutto questo, il governo sabaudo gli aveva perdonato; ma a Torino, ora tornata capitale del Regno di Sardegna, non potevano digerire il sogno malcelato del conte di diventare esponente della Reazione europea. Sapevano che De Maistre scalpitava, che aveva intrattenuto rapporti con la Francia e con lo zar, allo scopo di diventare il nume della contro-rivoluzione cattolica. Sapevano che il Savoiardo detestava l’isolamento nel quale era tenuto, e che alla prima occasione buona avrebbe fatto le valigie e se la Francia di Luigi XVIII – come lui sperava – lo avesse chiamato ad essere plenipotenziario e demiurgo della Reazione, lui sarebbe stato pronto. Per la placida monarchia di Savoia, avere un ministro del genere era troppo: il 27 marzo 1817 De Maistre si imbarcò sulla Neva diretto a Torino. aveva finito la sua missione, sostituito quando la Russia aveva vinto e si apprestava a diventare attore di primo piano sulla scena mondiale.
Messo da parte dal suo governo che non lo mandò al Congresso di Vienna, De Maistre soffrì negli ultimi anni constatando che, in tutta la sua carriera, non gli era riuscito altro che diventare l’ambasciatore di un regno di secondaria importanza in una capitale periferica, ingiustamente dimenticato. Cercò comunque di portare giovamento alla Casa Savoia, evidenziando come il suo destino dovesse essere legato a quello dei popoli italiani. Scrisse al segretario del re: «Io non cesserò di ripeterlo, signore, le sciagure di Casa Savoia non saranno mai deplorate abbastanza; ma poiché la Provvidenza ha voluto che ciò avvenisse, bisogna desiderare che in una rifusione generale degli Stati europei questa sovranità piemontese sia interamente dimenticata, e che non si occupino più che dell’idea più vasta di una sovranità italiana fra la Francia e l’Austria»21.
In un dispaccio del 1804, negli anni di maggior fulgore dell’astro napoleonico, egli sapeva già vedere che per la Casa Savoia il maggior pericolo veniva dagli Asburgo e non dai Bonaparte. «La dinastia di Savoia non ha altro nemico essenziale e naturale che Casa d’Austria; noi dobbiamo dunque cercare principalmente un appoggio contro l’Austria, e non possiamo trovarlo che nella Francia»22. Sembra l’anticipo dell’esperienza risorgimentale di mezzo secolo dopo.
Avvertì il cambiamento in arrivo? Si può rispondere, affermando che comprese senza dubbio che il “suo” mondo era finito. E, con esso, il senso stesso della storia. Per De Maistre, il senso della storia deve essere cercato nella continuità. Continuità tra passato e presente, spezzata dall’esperienza demoniaca della Rivoluzione. «Il compimento dell’atto sacrilego della Rivoluzione significa la fine dell’Europa»23. «Muoio con l’Europa», avrebbe scritto De Maistre, prima di morire, all’amico Louis de Bonald; aggiungendo, però, con amara soddisfazione «ma sono in buona compagnia»24.

 

Note:
1 J. DE MAISTRE, Napoleone, la Russia, l’Europa, dispacci da Pietroburgo 1811-1813, Donzelli, Roma, 1994; Lettera da S. Pietroburgo 17-29 dicembre 1812, p. 196.
2 J. DE MAISTRE, Le Serate di San Pietroburgo, Fede&Cultura, Verona 2014, p.86.
3 J. DE MAISTRE, Scritti politici (Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche; Studio sulla sovranità), Cantagalli, Siena, 2000, XXXI, pp. 69.
4 J. DE MAISTRE, Scritti politici, op. cit., p. 158.
5 J. DE MAISTRE, Considerazioni sulla Francia, Napoli 1828, II.
6 D. FISICHELLA, Joseph de Maistre pensatore europeo, Laterza, Bari, 2015, p. 32.
7 J. DE MAISTRE, Scritti politici, op. cit. p. 77.
8 D. FISICHELLA, op. cit., p. 84.
9 J. DE MAISTRE , Considerazioni, op. cit., VII.
10 G. SAREDO, Giuseppe de Maistre, Torino, Utet, 1860, p. 27.
11 Prefazione di E. GALLI DELLA LOGGIA, in: J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., p. XIV.
12 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Dispaccio 1-13 ottobre 1812, p. 123.
13 Cit. in. GALLI DELLA LOGGIA, Napoleone ecc., op. cit., p. XIV.
14 Galli della Loggia, p. XIV.
15 G. Saredo, op. cit. p. 66.
16 G. Saredo, op. cit. p. 67.
17 G. Saredo, op. cit. p. 65.
18 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Dispaccio 11-23 settembre 1812, p. 116.
19 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Dispaccio 1-13 ottobre 1812, p. 121.
20 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Lettera da S. Pietroburgo 17-29 dicembre 1812, p. 196.
21 G. Saredo, op. cit. p. 48-49.
22 G. Saredo, op. cit. p. 53.
23 Fisichella, p. 145.
24 Fisichella, p. 145.

 

Per approfondimenti:

_D. FISICHELLA, Joseph de Maistre pensatore europeo, Laterza, Bari, 2015;

_J. DE MAISTRE, Considerazioni sulla Francia, Napoli 1828;
_J. DE MAISTRE, Napoleone, la Russia, l’Europa, dispacci da Pietroburgo 1811-1813, Donzelli, Roma, 1994;
_J. DE MAISTRE, Scritti politici (Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche; Studio sulla sovranità), Cantagalli, Siena, 2000;
_J. DE MAISTRE, Le Serate di San Pietroburgo, Fede&Cultura, Verona 2014;
_G. SAREDO, Giuseppe de Maistre, Torino, Utet, 1860.

 

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