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I Fisiocratici: il contadino vale più dell’oro

I Fisiocratici: il contadino vale più dell’oro

di Liliane Jessica Tami del 03/08/2020

Per approfondimenti:

_Il libro dell’economia, ed. Gribaudo, Milano, 2018;
_John Kenneth Galbraith, Storia dell’economia, ed. Bur, Milano, 2018.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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Amedeo Guillet e i miracoli di Allah

Amedeo Guillet e i miracoli di Allah

di Giuseppe Baiocchi  del 29-07-2020

Nato nel 1909 a Piacenza da famiglia aristocratica, con una lunga tradizione militare, il barone Amedeo Guillet è un brillante gentiluomo che conduce una vita spensierata tra ricevimenti, incontri galanti e gare di equitazione. Divenuto sottotenente nel 1931, dopo aver studiato all’accademia militare di Modena, entra ben presto nella squadra italiana equestre selezionata per le olimpiadi del 1936 a Berlino, nella Germania nazista di Hitler. Tutto sembra scritto per Amedeo, quando nell’inverno del 1934 gli eventi precipitano e Mussolini annuncia al mondo le sue mire coloniali in Africa orientale: in poche settimane l’Italia si ritrova in uniforme.
Guillet non è un membro della rivoluzione fascista, ma il patriottismo e la fedeltà alla casa Savoia hanno il sopravvento inducendolo a lasciare la sua vita comoda e agiata per un’avventura dagli esiti imprevedibili, in nome di una guerra lontana. Nell’Agosto del 1935 Amedeo Guillet arriva nel Corno d’Africa e per il giovane italiano è l’inizio di un’ avventura che durerà otto anni.
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Amedeo Guillet, noto anche con il nome di Ahmed Abdallah Al Redai (احمد عبد الله‎). Nato a Piacenza il 7 febbraio 1909 e deceduto a Roma il 16 giugno del 2010, è stato un ufficiale, guerrigliero e diplomatico italiano.

Le ostilità iniziano il 3 ottobre 1935 quando le truppe italiane varcano il confine tra Eritrea ed Etiopia, cogliendo di sorpresa le truppe del Negus, Hailè Selassiè.
Il tenente Guillet è a capo di un contingente di duecento combattenti libici, in maggioranza beduini, chiamati “Spahis”: soldati mercenari che combattono con il proprio cavallo e le proprie armi per 10 lire al giorno. Il Barone conquisterà la loro fiducia, apprendendo la loro lingua e trattandoli come fratelli. Instaurerà con loro quella correttezza e serietà reciproca, tanto che uno dei suoi spahis gli salverà la vita nel suo primo combattimento durante la campagna. Nel conflitto si distinguerà per un sanguinoso corpo a corpo con il nemico, salvandosi miracolosamente per ben due volte da morte certa.
L’avanzata dell’esercito italiano appare inesorabile: corre il cinque maggio del 1936 e le truppe di Badoglio entrano ad Addis Abeba. Quattro giorni dopo le milizie del generale Rodolfo Graziani occupano Dire Dawa: la guerra è finita, l’Etiopia è italiana e Adua vendicata. Amedeo Guillet torna in patria dove gli verrà conferita la sua prima medaglia.

A sinistra disegno di uno Spahis libico. A destra il tenente Guillet insieme ad uno Spahis.

La vittoria in Etiopia segna il trionfo del fascismo, ma Amedeo Guillet non è ad Addis Abeba per festeggiare l’arrivo delle truppe italiane: da Roma gli si ordina di recarsi in Libia, nella bianca Tripoli fatta edificare in gran parte dal governatore Italo Balbo. E’ proprio quest’ultimo a chiedere a Guillet di organizzare la solenne cerimonia per l’arrivo in Libia di Benito Mussolini, essendo stato nominato organizzatore e responsabile della parte equestre della cerimonia.
Il piacentino provvede al reperimento e all’addestramento dei cavalli che monteranno il Duce e i gerarchi al suo seguito: la cerimonia prevede che il Capo del Governo, seguito da Achille Starace e dagli altri fascisti, attraversi a cavallo la città, salga sulla collina e sollevi solennemente in aria la cosìdetta “spada dell’Islam” (fatta forgiare a Firenze). Quello che agli occhi contemporanei potrebbe essere inteso come un eclatante gesto propagandistico del regime aveva uno scopo ben preciso. Nel 1934, Mussolini avviò una politica di incoraggiamento nei confronti della religione islamica, definendo le popolazioni locali “musulmani italiani della quarta sponda d’Italia”, adoperandosi in prima persona per far costruire e restaurare scuole coraniche e moschee, installando strutture per i pellegrini diretti alla Mecca, ordinando l’edificazione a Tripoli di una Scuola Superiore di Cultura Islamica.

Il 20 marzo 1937, nei pressi di Tripoli, Mussolini, benché firmatario dei Patti Lateranensi con la Chiesa, decise di farsi conferire il titolo di protettore dell’islam. Secondo l’interpretazione del Duce, essendo subentrato in Libia il governo italiano al posto di quello ottomano, tale titolo gli spettava di diritto in quanto, in qualche modo, erede dell’autorità del califfo.

Come leggere oggi questo gesto umanitario, da parte di un totalitarismo che nel 1938 avrebbe promulgato, per scelte geopolitiche, le leggi razziali? Ebbene il  fascismo (dopo l’embargo) insieme ad alcuni settori del mondo islamico riconoscevano nella Francia, nel Regno Unito dei nemici comuni e il regime voleva sfruttare tale fattore a proprio vantaggio. Questa unione era venuta alla luce dopo gli accordi sanciti dal trattato di Versailles del 1919, dominato dalle potenze definite “plutocratiche” franco-anglo-americane le quali non avevano soddisfatto pienamente né le richieste avanzate dal Regno d’Italia, né quelle avanzate dal mondo islamico.
Dopo i trionfi di Tripoli, il nostro protagonista torna in Italia per essere operato alla mano ferita, in un paese che si dibatte fra le sanzioni economiche e l’autarchia.
Nella convalescenza napoletana, dagli zii, ritrova una delle sue cugine: Beatrice Gandolfo. Per tutti Bice, conosciuta da bambina, questa ormai  ha 18 anni ed è divenuta affascinante. Dopo una rapida frequentazione i due non hanno dubbi: vogliono sposarsi.
Ancora una volta nella vita del Barone un imprevisto: il governo fascista promulga la “legge matrimoniale” stabilendo come, per i dipendenti pubblici (quindi anche gli ufficiali militari), il matrimonio debba fungere come elemento obbligatorio per l’avanzamento ad incarichi superiori. Guillet, che non aveva mai voluto sposarsi fino a quel momento, comprende che maritarsi con sua cugina semplificherebbe la sua ascesa militare. Contrariamente Amedeo decide di non ottemperare il matrimonio con Beatrice per una mera questione di onore e lealtà verso questa, non volendo approfittare del rito per effettuare l’avanzamento di carriera. Prometterà alla sua futura moglie il matrimonio, solo dopo la sua promozione. Esiste solo una strada per l’avanzamento di grado: quella dell’acquisizione del merito sul campo di battaglia. Arriva la giusta occasione con la guerra del generalissimo Franco in Spagna. Nell’agosto del 1937 accetta la proposta del generale Luigi Frusci, comandante della Divisione Fiamme Nere di prender parte alla spedizione di sostegno italiana ai nazionalisti nella guerra civile spagnola (1936-1939).
Asserirà sulla guerra spagnola: “non ero un fascista, ma ho fatto la guerra di Spagna e direi che la rifarei perché altrimenti tutta e dico tutta la Spagna, sarebbe diventata comunista. Io non sono contro a questo e quello, ma la Spagna comunista non la vedo di buon occhio né per l’Italia, né per l’Europa”.
L’Italia del governo fascista non dichiara ufficialmente guerra alla Spagna per ragioni diplomatiche, ma invia reparti sotto la dicitura “Corpo Truppe volontarie” – un vero e proprio esercito nella realtà.  Guillet, con a capo uno squadrone di arditi, organizza i primi camuffamenti: vestito con pantaloni alla zuava e scarponi da montagna si introduce nella penisola iberica sotto falso nome, spacciandosi come “Alonso Grazioso“. Guiderà eroicamente l’assalto di San Pedro de Romeral permettendo la conquista di Santander e sarà lo stesso Francisco Franco a premiare il suo valore con medaglie e decorazioni. Dopo otto mesi, essendo ferito ad una gamba, per il tenente arriva il momento di tornare in Africa. Ricoverato allo ospedale di Tripoli, Amedeo conosce una giovane libica ebrea che studia medicina. Per le nuove leggi razziali, volute dal regime, deve lasciare l’Università. Per Guillet tutto ciò risulta intollerabile e l’ufficiale chiederà aiuto addirittura ad italo Balbo, riuscendo alla fine ad aiutare la ragazza. In questo frangente in Guillet si è spezzato qualcosa. Inizia a mettere in discussione i dogmi del regime in nome di una giustizia regia superiore, morale.
Amedeo Guillet è un uomo libero che si oppone alle ingiustizie e la sua indole generosa gli permette di costruire un rapporto privilegiato con le popolazioni indigene.
Nel 1939 deve tornare in Africa Orientale, nel frattempo sotto l’amministrazione di Amedeo Savoia Duca D’Aosta. Per le sue grandi doti umane, il piacentino viene scelto per una missione delicatissima: il vicerè d’Etiopia, offre a Guillet  il comando di un reparto indigeno: avrà il compito di portare ordine e legalità in una vasta area infestata da bande guerriere e predoni.

Nella foto si sinistra: il Barone Amedeo Guillet (di spalle) riceve istruzioni dal Viceré D’Etiopia Amedeo Savoia Duca D’Aosta nella zona di Amba Ghiorghis sui monti etiopi del Semièn, vicino all’attuale città etiope di Shire sul confine dell’Eritrea. Nella immagine di destra, mappa politica dell’Impero coloniale italiano nel 1939.

Il tenente tornando in Eritrea trova un paese molto diverso da quello lasciato: l’Italia aveva cambiato il volto della sua stessa colonia. Asmara è simile alla sua patria, gli eritrei sono affezionati agli italiani, un affetto che non trova similitudini in Libia, dove la situazione è molto diversa.  Guillet assume ora il controllo del territorio. In una delle sue quotidiane ronde a cavallo, il gruppo squadroni Amhara torna dal recupero di alcuni capi bestiame rubati. Il capo indigeno, felicissimo del recupero, ospita il suo reggimento, ed è qui che il Barone conoscerà la bellissima Khadija, la figlia del capo-villaggio. La ragazza vuole sposare un capo-guerriero e la passione per Guillet esplode subitanea. Amedeo si congeda, ma alcuni uomini lo seguono: vogliono arruolarsi e diventare suoi soldati; anche Khadija si unisce al gruppo, decisa a condividere la guerra di Guillet. La bella indigena cerca in ogni modo di attirare la sua attenzione, ma il comandante la tratta con distacco. Un giorno, complice la morte di un commilitone, Amedeo sconfortato, cede alle lusinghe della donna, la quale da quel momento diventa la sua compagna.
Con a suo fianco Khadija e sempre accompagnato dalla sua banda di fedelissimi, il tenente Guillet prosegue la sua missione.
Qualcosa in lui sta già cambiando, questa guerra gli appare insensata, lontana dai principi appresi in accademia. Le sue convinzioni vacillano, non si riconosce più nell’ immagine del perfetto soldato italiano. Il giovane ufficiale inizia così a prendere decisioni impensabili: una volta catturata la banda del principale guerrigliero del Negus, deciderà di sua iniziativa di sovvertire il regolamento, che asseriva come “Qualunque ribelle armato deve essere passato per le armi”.
Il Barone osserva i volti fieri di quei nemici, decide di risparmiarli, proponendo loro di arruolarsi nei suoi reparti e di diventare suoi soldati: Chi non vuol venire, può non venire, chi vuol venire viene ma il primo che tradisce lo uccido. Chiedo scusa, ma io ho parlato così” si espresse Amedeo in una intervista Rai di quasi dieci anni fa.
Queste decisioni verranno tacitamente accettate da Amedeo Savoia Duca d’Aosta, che conosce la bravura del suo comandante e vi si affida pienamente.
Il Viceré deciderà, addirittura, di creare un intero reggimento di cavalleria indigena: un’unità speciale autonoma e di grande impatto, incaricando nuovamente Guillet, il suo uomo migliore. In un mese e mezzo Amedeo darà vita al “Gruppo Bande Amhara a cavallo” comprendente combattenti diversissimi per etnia, religione e tradizioni, un’amalgama inconsueta che soltanto un grande conoscitore di uomini come il piacentino, poteva riuscire a governare.

La foto a sinistra ritrae il Barone Amedeo Guillet nel 1940 agli ordini della sua “Banda Amhara a cavallo” in operazione di guerra. A sinistra il logo del gruppo armato indigeno.

Nel frattempo il mondo scivola inesorabile verso la seconda guerra mondiale: il 10 giugno del 1940 l’Italia entra in guerra.
L’Africa Orientale italiana nel 1940 non era preparata per sostenere una guerra prolungata. Le scorte disponibili erano valutabili in 6 mesi e la colonia era nell’impossibilità di ricevere rifornimenti. La consistenza numerica delle truppe era decisamente superiore a quella del nemico, ma la scarsità di mezzi e materiali era gravissima. Per tali motivi le operazioni offensive si limitarono all’occupazione della città di Cassala (4 luglio 1940), venti chilometri oltre la frontiera Eritrea in Sudan e successivamente alla conquista della Somalia britannica e francese. Nonostante ciò, fu subito chiaro quanto la situazione dell’esercito coloniale italiano in Africa Orientale fosse disperata, visti i ritardi dell’operazione Leone Marino (l’invasione dell’Inghilterra da parte dei tedeschi) e gli scarsi progressi in Africa Occidentale da parte del generale Graziani. Le forze in Africa Orientale sarebbero state alla mercé di un nemico che riceveva con continuità aiuti e rifornimenti.
Cassala era stata presa come primo obbiettivo di una strategia di conquista di parte del Sudan, rivelatasi poi velleitaria a causa dell’inferiorità, soprattutto qualitativa in mezzi meccanizzati rispetto all’esercito inglese. Nel gennaio del 1941, incapaci di resistere alla pressione britannica, le truppe coloniali italiane dell’Africa orientale, tallonate dal vicino nemico, si ritirarono ordinatamente in direzione Agordat per tentare una prima difesa, attestando le truppe, circa 17.000 uomini, sulla linea Cherù – Aicota. I tre giorni di aspri combattimenti, consentiranno al Regio esercito di respingere gli attacchi dei reparti inglesi sulla direttrice di Cherù e su quella di Aicota.
A questo punto, il comandante dello scacchiere nord, generale Luigi Frusci (già comandante di Guillet in Spagna), ordinò il ripiegamento su Agordat, commettendo un gravissimo errore di valutazione: le truppe inglesi, per lo più meccanizzate, al contrario di quelle italiane appiedate, riuscirono ad attaccare separatamente le due colonne in ripiegamento, arrecando gravissime perdite. I “tank” Matilda MK II, sbilanciavano la situazione verso la vittoria britannica, poichè tali carri armati erano invulnerabili all’artiglieria italiana. Il Regio esercito ripiegò in disordine per sfuggire al contatto con i carri armati inglesi. 
Il 21 gennaio, durante il ripiegamento delle truppe italiane verso le posizioni fortificate di Agordat, Amedeo Guillet entra nella leggenda: gli viene chiesto di rallentare il nemico di un nutrito reparto esplorante: “la Gazelle Force” per permettere all’esercito in rotta di arrivare alle montagne e riordinarsi.
Così racconta l’ufficiale britannico della gazelle Force: “Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalleria indigena, guidata da un ufficiale su un cavallo bianco, la caricò da Nord, piombando giù dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati galopparono fino a trenta metri dai nostri cannoni, sparando dalla sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri cannoni, voltati a 180 gradi sparavano a zero. Le granate scivolavano sul terreno senza esplodere, mentre alcune squarciavano addirittura il petto dei cavalli. Ma prima che quella carica di pazzi potesse essere fermata, i nostri dovettero ricorrere alle mitragliatrici”.
La carica della cavalleria, portò lo scompiglio fra i terrorizzati soldati anglo-indiani. Le cariche sono diverse e nella seconda carica l’esercito anglo-indiano è scompaginato nello schieramento. L’azione spericolata è un’ idea geniale, molto coraggiosa: attaccare nel mezzo dello schieramento, facendo affidamento sul fatto che le mitragliatrici e l’artiglieria  non potevano sparare senza rischiare di colpire la fanteria indiana, coinvolta all’arma bianca. 

Nella cartina di sinistra, movimenti del Regio esercito nelle operazioni in Africa Orientale. Nella foto di centro il tenente Renato Togni, nato a Frascati (Roma) autore dell’eroica “carica di alleggerimento”. A destra: soldati italiana battono in ritirata nel marzo del 1941.

Nel combattimento, eroica la carica del tenente di Cavalleria Renato Togni (medaglia d’oro al Valore Militare alla memoria) vice-comandante del gruppo e amico personale di Amedeo. Togni accortosi, dopo il successo della prima carica, che tre carri Matilda stavano per prendere alle spalle Guillet, carica con i suoi trenta cavalleggeri. Salvò la situazione, ma rimase ucciso giungendo a ridosso dei mezzi inglesi, falciato da una scarica di mitragliatrice, cadde sul cofano di un carro britannico. Quel giorno il Gruppo Bande Amhara ebbe 176 morti, la perdita di 100 cavalli e 260 feriti.
Nonostante le pesanti perdite subite dal nemico (nel frattempo riavutosi dalla sorpresa), il tenente Barone Guillet ottiene una importante vittoria, permettendo alle truppe italiane in ritirata di raggiungere indisturbate gli altipiani etiopi dove i carri armati britannici non potevano raggiungerli. Quella di Amedeo Guillet fu l’ultima carica di cavalleria nella storia militare dell’Africa.
Gli eventi precipitano anche in Africa del Nord, dove il cinque gennaio del 1941 gli inglesi spezzano il fronte italiano e riconquistano Sīdī Barrānī in Libia (Presa dal generale Bergonzoli il 16 Settembre del 1940). All’inizio del 1941 l’avanzata dell’esercito inglese sta ormai travolgendo le truppe italiane in Africa orientale. Dopo sei giorni di resistenza nella gola di Ad Teclesan in Eritrea, l’esercito italiano viene spazzato via dal nemico: è la disfatta. Gli italiani si arrendono e lasciano Asmara agli inglesi.

Scatto sulla strada per Sīdī Barrānī. Truppe inglesi avanzano verso il territorio italiano in Libia. ©Recolored-war in colour.

Nell’Aprile del 1941, le truppe britanniche conquistano l’Eritrea: l’Italia non ha più il suo Impero e l’esercito italiano è costretto alla ritirata. Nel caos che ne consegue gli indigeni disertano, i civili fuggono. Il tenente Guillet ferito ad un piede, si rende conto di essere isolato dal resto dell’esercito italiano e contemporaneamente dimenticato dal nemico. Così rimasto solo con un centinaio di soldati indigeni a cavallo, decide di non arrendersi e sulla sua testa arriverà presto una taglia di mille sterline d’oro: vivo o morto. Dismessa l’uniforme militare, il tenente indossa il turbante e la futa, tipica dell’abbigliamento indigeno, i tratti del volto mediterranei e la conoscenza perfetta della lingua araba lo aiutano a cambiare identità: il suo nuovo nome è Ahmed Abdallah al Redai. Ha con sé la sua compagna indigena e alcuni suoi fedeli combattenti: la sua guerra diviene una guerriglia facendo nascere il mito del “Comandante Diavolo” (Cummandar es Shaitan).
Io mi considero l’uomo più fortunato che abbia mai visto (…) naturalmente ho sofferto, ma la fortuna si paga” queste sono state le parole di Amedeo Guillet, una vera e propria leggenda italiana, un eroe per questo paese, oggi quasi sconosciuto. 
Una scelta difficile quella di rimanere in territorio africano, ma decisa.  Il tenente italiano pensava che finché avesse combattuto in Eritrea, avrebbe trattenuto le truppe inglesi, che altrimenti sarebbero finite in Libia, ma il diritto internazionale di guerra non prevedeva che una parte di un esercito nemico sconfitto o arreso, potesse continuare un conflitto, dopo la firma della resa da parte del generale. Il comandante firmando per tutti, compresi gli ufficiali, aveva decretato la sconfitta.
Amedeo ha in mente una strategia precisa: far credere che gli italiani sono ancora in grado di reagire, per nulla sfiancati dal conflitto e capaci di negoziare con determinazione un ruolo in Africa. Per il tenente Amedeo Guillet inizia una nuova guerra: la sua guerra privata africana.
Cacciati gli italiani, il Negus torna in Etiopia (da ricordare come il negus ristabilì la schiavitù del suo stato feudale) e ha l’obiettivo, sempre sognato, di annettere l’Eritrea avvalendosi del contributo strategico inglese. Amedeo non ha intenzione di abbandonare la causa e cerca di infiammare gli animi eritrei, facendo leva sui sentimenti anti-etiopico. Il nostro uomo riarma dunque i volontari che hanno avuto l’intenzione di seguirlo e lo fa sfruttando le caserme abbandonate del Regio Esercito che non sono state prese in consegna ancora dai britannici. Guillet in breve tempo diventa un eroe nazionale eritreo, idolatrato dai soldati che in lui vedono un combattente vicino alla cultura eritrea: coraggio, devozione, sacrificio sono i valori universali che scatenano il consenso tra le truppe. Nel nome di questi valori i suoi uomini lo seguiranno ovunque: nessuno di loro tradirà mai il leggendario “comandante diavolo“.
Vivendo costantemente sotto falsa identità di semplice “yemenita” rimasto bloccato in Africa dopo il crollo dell’impero italiano, in Guillet avviene una conversione interiore: inizia a pregare cinque volte al giorno come un musulmano, crede in Dio ma non dà peso al rito devozionale cattolico.
Il tenente italiano non è più l’uomo arrivato nel 1940 in Africa: non è più un italiano, non è più un ufficiale, non è più un cattolico. Si è spogliato della sua identità: è diventato un indigeno tra gli indigeni, come la figura leggendaria di Lawrence d’Arabia. Ma a differenza dell’inglese che aveva un impero alle spalle ed era foraggiato da milioni di sterline d’oro, con cui poteva comprare la fedeltà delle bande arabe che lo portarono ad occupare la città di Aqaba, Amedeo Guillet non ebbe denaro e sostegno da nessuna forza politica. Il piacentino Guillet, travestito di tutto punto, condusse le sue bande eritree in una lotta contro i britannici senza quartiere e senza esclusioni di colpi: sabotò ferrovie, linee telegrafiche, fece saltare ponti, saccheggiò depositi militari; fu una guerriglia che non dette tregua. Le azioni della sua banda vennero considerate inizialmente opera di fuorilegge locali, poi la stampa (sempre in cerca di notizie) iniziò a comprendere l’importanza del soldato italiano, iniziando a ricamare merletti intorno al mito del “comandante diavolo” e attorno alle sue gesta: capaci in una carica di cavalleria di sconfiggere i carri armati di sua maestà britannica.
Qui scese inesorabile il velo della censura inglese: tutto venne inserito in un rapporto “Top Secret” dagli agenti britannici, che consideravano prioritario eliminare Guillet. Con la sua morte, la ribellione eritrea sarebbe scemata e il Negus avrebbe potuto espandere i propri domini.
Il capo dell’Intelligence inglese in Africa Orientale è a quel tempo il maggiore Max Harari, il quale bracca sempre più il Barone Amedeo Guillet. L’alta taglia messa sopra la sua testa lo rende una preda appetitosa per i cacciatore di taglie arabe, ma nessuno intende tradirlo, nè lo tradirà mai. 
Amedeo si recherà, travestito da arabo, al presidio britannico in Eritrea denunciando l’avvistamento di se stesso in altri luoghi, depistando così le indagini dell’Intelligence. Mai fu riconosciuto o catturato (intascò anche i soldi della taglia) nessuno comprese mai che sotto i panni del delatore indigeno si celava il nemico.
Guillet dunque non si arrende anche se braccato, continua a combattere e si permette perfino di prendersi gioco dei servizi segreti inglesi.
Ma la storia di Guillet non è un frutto del caso, Amedeo ha una disciplina ed un’ educazione ferrea che, unite ad una vasta cultura e intelligenza, lo portano a diventare il genio che conosciamo. Il maggiore Max Harari, nel frattempo, interroga chiunque lo abbia conosciuto: raccoglie metodicamente qualsiasi informazione, documento o pettegolezzo che lo riguardi. Oramai Guillet sa di avere i giorni contati, la messa in scena con gli inglesi non può continuare ancora a lungo, le ferite riportate in diverse battaglie e le febbri malariche lo stanno stremando e saranno i suoi stessi uomini a convincerlo a curarsi. Una volta catturato l’italiano, anche la loro guerriglia sarebbe precpitata verso una rapida fine. Nel rassegnato dolore Amedeo Guillet scioglie la banda e cerca di recarsi in Yemen. Lascerà anche la sua donna Khadija, tra le lacrime, rimanendo solo. Accompagnerà l’italiano solo lo yemenita Daifallah. I due uomini in poco tempo raggiungono Massaua, per poi ripartire.
Guillet e Daifallah durante il viaggio per lo Yemen, vengono buttati in mare dai contrabbandieri e sfuggendo ai pescecani raggiungeranno a nuoto la penisola di Buri, addentrandosi nel deserto della Dancalia, dove stanchi e affamati verranno malmenati da alcuni pastori nomadi e lasciati in fin di vita, vicino ad un pozzo. Durante la notte verranno salvati da un mercante che fu scambiato da Guillet per un angelo dell’aldilà. Il tenente era in preda alle allucinazioni.
Al Sayed Ibrahim al Yemani, come un buon samaritano, sfama e disseta i due sventurati e li accoglie nella sua casa. Guillet dopo essersi ripreso decide di tentare nuovamente la strada per lo Yemen. Giunto nuovamente a Massaua: spacciandosi per uno yemenita malato di mente, riesce ad ottenere il permesso per un passaggio regolare. Alla fine del dicembre del 1941, finalmente arriva nel porto di Hodèida dove pronuncerà le parole che lo consacreranno alla fede islamica: “non vi è altro Dio all’infuori di Dio e Maometto è il mio profeta”. Gli yemeniti si insospettiscono: credendolo una spia inglese lo incarcerano. Saranno proprio gli inglesi, nel frattempo venuti a sapere di Guillet, a volere la sua estradizione. L’Imam Ahmed Ibn Yahia, vicino politicamente allo Stato italiano, lo libera e lo promuove Gran Maniscalco di corte.

A sinistra Guillet in abiti arabi. A destra l’Imam yemenita Ahmed Ibn Yahia.

Tra l’Imam e Amedeo nasce un rapporto di stima, il sovrano lo fa curare è gli elargisce uno stipendio da colonnello. Dopo un anno trascorso nello Yemen, per l’italiano è tempo di ripartire: gli inglesi mettono una nave della crociera a disposizione di tutti i civili italiani che vogliono tornare in patria. Guillet non si lascia sfuggire l’occasione, passando ancora una volta sotto al naso dei britannici, imbarcandosi clandestinamente al porto di Massaua. Guillet viaggierà nascosto nel manicomio della nave per 40 giorni di navigazione, compiendo il periplo dell’Africa, arrivando in Italia il 2 settembre del 1943. Dopo anni di guerre, avventure e peripezie, Amedeo Guillet è di nuovo a casa, ma l’Italia che trova è un paese allo sbando: siamo alle porte della guerra civile. Amedeo è già maggiore, la sua ambita promozione l’ha ottenuta da tempo, ma nessuno era riuscito a comunicarglielo. Possiede una sola idea: mantenere la parola data ai guerrieri che lo stanno aspettando in Africa. Per questo motivo tiene segreta la sua presenza verso i familiari che lo stanno aspettando, compresa la sua promessa sposa Beatrice Gandolfo. La scelta del Barone è quella della via più difficile, la più illogica, la meno conveniente: continuare a combattere. Chiede di essere inviato e paracadutato in Etiopia, in modo da poter ricontattare le tribù a lui fedeli e continuare così la guerriglia. Il ministero della guerra autorizza il Barone piacentino ad attuare il suo piano in Etiopia, ma in pochi giorni si arriva all’otto settembre. L’Italia è nel caos con i nemici inglesi che diventano alleati. Al quartier generale Guillet trova le porte sbarrate, ma non si arrende. Ha giurato fedeltà al Re che vuole intercettare. Il sovrano è fuggito da Roma e si è recato a Brindisi. Solo lui può scioglierlo dal suo impegno e restituirlo alla vita civile. Qui si denota come la monarchia è l’unico faro, l’unica luce che guida Amedeo attraverso l’Italia divisa in due, alla ricerca del monarca.

Amedeo arriva a Brindisi e dialoga con Vittorio Emanuele III il quale, ascoltata la sua storia, asserisce: “Lei ha fatto il suo dovere, le sono molto grato. Si ricordi che noi passiamo, ma l’Italia rimane e bisogna sempre servirla in ogni modo, perché la cosa più grande che possiamo avere è la nostra patria”.
Tornato a casa, Amedeo Guillet si riunisce a Beatrice Gandolfo, non prima di averla informata del suo trascorso africano.
A Napoli, il 21 settembre 1944 il “comandante diavolo” si sposa. Dal matrimonio nasceranno due figli: Paolo e Alfredo. A soli 37 anni Guillet viene promosso generale. Passano due anni e l’Italia è già Repubblica. Per Amedeo la carriera militare non ha più senso, ma sciolto dal vincolo di fedeltà voluto da Umberto II, accetterà di lavorare con i servizi segreti militari: le sue conoscenze linguistiche facevano di lui un operatore di grande valore e affidamento.

Le due donne della vita di Amedeo: Khadija e Beatrice Gandolfo.

Guillet tornerà anni dopo in Eritrea, in missione per lo Stato italiano, e avrà modo di rincontrarsi con Khadija per volere soprattutto di Beatrice. Sua moglie voleva ringraziare l’africana per essersi presa cura del marito, facendole avere in dono un bracciale. Amedeo e Khadija si incontrano in una sala da tè: entrambi sanno che quella è l’ultima volta che si vedranno. Si trattengono alcune ora senza parlare. L’africana lo saluterà stringendo il bracciale della moglie con grande dignità e fierezza.
Con questo viaggio in Africa, la storia di Amedeo Guillet sembra conclusa ed invece negli anni cinquanta Guillet decide di sfruttare l’esperienza e le conoscenze accumulate: inizierà la carriera diplomatica insieme alla moglie Beatrice Gandolfo. Sarà ambasciatore d’Italia in Egitto (1950), in Yemen (1952), in Giordania (1962), in Marocco (1968) e in India (1971).
Il singolare destino di Amedei Guillet è quello di trovarsi in situazioni estreme, sempre accompagnato dalla sua proverbiale fortuna. Sopravvissuto illeso a due incidenti aerei nella stessa giornata, sarà anche testimone diretto e indenne di ben due colpi di stato, sia in Yemen che in Marocco. Senza farsi scoraggiare dalle difficoltà, l’ambasciatore Guillet promosse il dialogo tra cristiani, ebrei e musulmani: custodiva nella propria casa, la reliquia di una spina della corona di Cristo, mentre nella sua scuderia si trovava l’ultimo discendente del cavallo di Maometto. Dettagli simbolici, certo, ma indici di valori concreti.
Amedeo ha vissuto gli ultimi anni in Irlanda, la patria dei suoi antichi nemici. Diventò fraterno amico di Max Harari, il maggiore che nel 1941 gli aveva dato la caccia. Vittorio Dan Segre divenne suo biografo. Nel novembre del 2000 il capo dello Stato italiano Carlo Azelio Ciampi conferisce al generale Amedeo Guillet la massima onorificenza italiana: la Gran Croce dell’ordine militare della Repubblica.

Il Barone Amedeo Guillet in età avanzata, dopo aver ricevuto l’onoreficenza nel 2000.

A 91 anni Amedeo torna in Africa per rivedere i luoghi della sua guerra e gli eritrei lo accolgono come un eroe, anzi come il primo patriota dell’indipendenza eritrea. E’ lo stesso presidente Isaias Afewerki ad ospitarlo con onori degni di un capo di stato.
Prima di concludere la sua vita a Roma il 16 giugno del 2010 all’età di 101 anni, Amedeo Guillet torna a trovare l’uomo che nel deserto della Dancalia gli salvò la vita: Al Sayed Ibrahim al Yemani. Il mercante non riconosce l’anziano italiano, rammaricandosi di non potergli offrire dell’acqua poiché il crollo del muro del pozzo ha reso quest’ultimo inutilizzabile. Accogliendo cordialmente l’ospite, gli narra la storia a chi lo viene a trovare: il salvataggio nel deserto di due yemeniti moribondi. Il vecchio mercante è sicuro che quegli uomini siano stati inviati da Allah, che spesso mette alla prova la fede e la carità dei suoi fedeli ponendo sul loro cammino eventi speciali e soprannaturali. Amedeo non ha dubbi: quel viandante yemenita di cui parla Al Sayed è lui. Amedeo sta per svelare la sua identità, ma non volendo distruggere il mito dei due forestieri inviati da Dio, tace.
Congedatosi Amedeo paga alcuni operai, che nella stessa notte aggiusteranno il pozzo del vecchio mercante, per far avere ad Al Sayed un’altra straordinaria novella da raccontare ai pellegrini del deserto. Quello stesso deserto dove si sono incrociati i destini di eroi senza nome e senza tempo: testimoni delle prodezze del tenente Guillet, delle scorrerie del comandante diavolo e dei miracoli di Allah.
 
Per approfondimenti:
_La guerra privata del tenente Guillet, di Vittorio Dan sagre – Edizioni Corbaccio;
_Gli italiani in africa orientale – la nostalgia delle colonie, di Angelo del Boca – Edizioni Mondadori;
_Gli italiani in africa orientale – la caduta dell’Impero, di Angelo del Boca – Edizioni  Mondadori;
_7 anni di guerra;
_Sebastain O’Kelly, Vita, avventure e amori di Amedeo Guillet un eroe italiano in Africa Orientale – Edizioni Rizzoli, Milano;
_Mario Mongelli, Amedeo Guillet un gentiluomo italiano senza tempo – Edizioni Rivista Militare, Roma 2007.
 
Un ringraziamento particolare al Dott. Emidio Ciabattoni per aver innescato quella scintilla che poi mi ha portato all’approfondimento dell’uomo Guillet.

 

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La poesia contemporanea del Paolanti: la trilogia delle ombre

La poesia contemporanea del Paolanti: la trilogia delle ombre

di Giuseppe Baiocchi del 29-06-2020

Umberto Piersanti, nel suo romanzo Cupo Tempo Gentile, descrive la realtà dei moti studenteschi. Il protagonista del romanzo, Andrea, percepisce invece, in questo turbine di sconvolgente rivolta verso la tradizione, il desiderio di preservare con la medesima un candido contatto, pur non nascondendo la fascinazione che egli stesso prova nel constatare l’entusiasmo dei giovani coinvolti nella protesta. Andrea viene accusato di essere un decadentista dai coetanei, impegnati e autoproclamati promotori dei dogmi del marxismo in una società che, a fatica e lentamente, comincia a prendere debito atto dell’affievolimento del dominio della borghesia alimentata dalla morale cattolica.

Umberto Piersanti (nato il 26 febbraio 1941) è un poeta italiano , scrittore di prosa, professore di sociologia della letteratura all’Università di Urbino , in Italia, ed editore della rivista letteraria Pelagos .

Il decadentismo di Andrea trova scaturigine dal suo amore per la poesia, per l’arte, per D’Annunzio e l’estetica.. Per tutte quelle cose che non trovavano posto nel nuovo paradigma ideologico che si impostava sul finire degli anni ’60 nel nostro Paese.

Invero, muovendo dal lontano ricordo degli eventi ammirevolmente sussunti nelle pagine del poeta Piersanti, pare opportuno interrogarsi se davvero la poesia si stia avviando verso la sua morte, avuto riguardo anche al fatto che, illo tempore, i maestri del Novecento si ritenevano, solo per essere artisti, figli di un’ideologia in decadenza. Tutto questo non sfuggì all’attenzione di Eugenio Montale in occasione del discorso tenuto a Stoccolma il 12 dicembre 1975, allorché si presentò per ritirare il premio Nobel per la letteratura conferitogli all’epoca: «Sono qui perché ho scritto poesie: sei volumi, oltre innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa, forse supponendo che il poeta sia un produttore di mercanzie e le macchine devono essere impiegate al massimo. Per fortuna la poesia non è una merce. Essa è una entità di cui si sa assai poco, tanto che due filosofi così diversi l’uno dall’altro come Croce, storicista idealista, e Gilson, cattolico, sono d’accordo nel ritenere impossibile una storia della poesia».

Non resta che chiedersi oggi, nel momento in cui il materialismo ha raggiunto il suo culmine storico, coadiuvato dal consumo sfrenato, unico motore antropologico ed esistenziale del nuovo millennio globalizzato, in una società ormai infetta da un relativismo che considera “decadente”, se non intirizzita, la tradizione (nella sua eccezione più ampia), la morale e l’etica (in qualunque declinazione la si voglia cogliere), cosa resta della poesia? Recarsi nelle librerie e tentare di consultare una raccolta di componimenti lirici – che non siano del secolo scorso o dei precedenti si intende – è inverosimilmente difficile. Non impossibile, ma comunque molto difficile. Le ragioni possono essere plurime e non vale la pena neppure sindacare su di esse, dopotutto ogni momento storico ha le sue regole, una consuetudine improntata alla convinzione della doverosità di determinate scelte.

Qualcuno resiste. In un “pezzo di cielo ad affogare i cattivi ricordi”, avrebbero cantato i Modena City Ramblers. C’è chi ancora oggi si proclama poeta, rivendicando con orgoglio questa appartenenza identitaria, frapposta, forse anche miseramente, ad una società materica e pretensiva dell’immediatezza in ogni archetipo logico-deduttivo. Quest’ultima tendenza, infatti, si contrappone alle tante forme di espressione artistica moderna, dal cinema alla televisione, saturi di programmi e contenuti scarsamente introspettivi e volti al depauperamento iconico della percezione emotiva, ponendo quale contropartita il gergo per-verbale (nel linguaggio di Lacan), desideroso di intuire l’inconscio rimanendo solido nell’Io, ma entusiasta della presenza dell’es in un complesso sistema neurologico che dai tempi di Freud è un mistero secondo soltanto alla concepibilità della trascendenza.

Qui trova posto Daniele Paolanti: giurista e avvocato nella vita, poeta e letterato nell’esistenza. Lo stesso Paolanti non ha mancato di precisare, in occasione delle presentazioni dei suoi volumi, la sua incondizionata adesione al dualismo di Sartre circa il binomio essere ed esistere. Ecco perché essere avvocato non preclude esistere come poeta, conducendo quindi una ricerca, tutt’altro che sistemica, nell’alveo di quella tradizione ingiustamente tanto vituperata. La prima opera pubblicata di Daniele Paolanti fu Le Ombre del Silenzio, edito nel 2018 da Artemia Nova Editrice e già da allora portatore di un buon successo nelle vendite (malgrado la poesia fosse ancora ritenuta di scarso intrattenimento). Il poeta annunciò sin da allora che la prima raccolta di canti sarebbe stata l’alfiere di una trilogia di opere che in quel momento trovava inizio: la trilogia delle ombre. «Le ombre sono speculari alla luce, esistono in quanto esiste una fonte luminosa. Sono la proiezione geometrica di qualcosa di appariscente, tangibile e percettibile, eppure alla vista si rivelano amorfe, spesso anche sinistre. Le ombre sono il compendio delle imperfezioni, del lato speculare al “sereno”, l’opposto della quiete placida, gli strani furori di Vittorini o lo spirito guerriero che dorme in Foscolo», così Paolanti giustificava la scelta  del tema delle Ombre per la trilogia inaugurata nel 2018, pochi mesi dopo la perdita del padre. L’autore si prodigava in una ricerca introspettiva e intimista, talvolta forse finanche troppo intimista, un’esposizione di sé che, quasi pudicamente, veniva celata con l’impiego di un linguaggio ermetico, spesso anche inaccessibile, ma saturo di immagini e richiami letterari, dai quali si percepiva l’intenzione di volersi esporre con cautela, un passo alla volta, quasi a centellinare il proprio “Io” nell’impossibile confronto con un insondabile “es”.

Nell’immagine le tre raccolte di poesie del poeta Paolanti (in foto). Le due copertine sulla sinistra sono già state pubblicate in questi due anni, “Le ombre dei desideri” sulla destra, sarà in uscita a settembre.

Nel giro di un anno negli scaffali delle librerie pervenne la seconda opera di Paolanti (nonché secondo capitolo della trilogia delle ombre), anch’esso sempre edito da Artemia Nova Editrice, nel 2019: Le Ombre del Dolore. Stavolta il poeta si spinge oltre la “quiete apparente”, il sonno inquieto dello spirito foscoliano e rivela la sua indole marcatamente pasoliniana. “Mi sono sempre definito un pasoliniano, sempre che questo mio pensiero non sia d’offesa alla sua memoria” riporta spesso Paolanti nelle sue osservazioni. Stavolta il fiume deborda dagli argini e sconfina in una pluralità di emozioni che giungono dirette, senza censure o filtri. Le immagini diventano più dure, il linguaggio si ammorbidisce ed i temi trattati (amore, morte, dolore passionale o per la perdita degli affetti) si lasciano titillare da una lettura spesso anche puerile e candida, scevra di una maturità che il poeta, pascolianamente, rinnega.

Ed ora la trilogia si conclude. A settembre Le Ombre si disperderanno con la pubblicazione del capitolo conclusivo, che Paolanti ha scelto di nominare “Le Ombre dei Desideri” e che uscirà nelle librerie sempre edito da Artemia Nova Editrice. Dai canti annunciati e resi disponibili in anteprima per la recensione si palesa un libro completamente diverso: l’esordio è tradizionale, quasi dantesco, con un lungo canto di derivazione biblica che l’autore prega venga mantenuto ancora segreto. Poi è tutta un’altra storia: il linguaggio si è ammorbidito, anche se taluni canti (soprattutto l’ultimo) tocchino temi estremamente duri, con immagini anche molto crude (spesso riprese dalle tragedie greche di Euripide), eppure si è scelto un titolo diverso rispetto a quello che i lettori si aspettavano: in tantissimi credevano, forse anche indotti in tal senso dallo stesso Paolanti, che il capitolo conclusivo della trilogia sarebbe stato intitolato “Le Ombre della Morte”. Eppure no. Paolanti sceglie Lacan, il desiderio, l’esteriorizzazione di quanto interiorizzato e commistionato al proprio “io”. Per non parlare poi della scelta, quasi maniacale, di proporre sempre l’immagine dei fiori, da cui scaturiscono una serie consistente di componimenti: “i fiori sono la metafora perfetta dell’esistenza umana: fragile e meravigliosa”, si giustifica Paolanti. In copertina, rilevata in esclusiva in questa sede per la prima volta, è riportato il dipinto di Caravaggio “La Conversione di San Paolo”, circa la quale l’autore non commenta altro se non “forse cambierò anche io dopo questa opera”. Dopotutto Paolanti ha già annunciato pubblicamente di essere al lavoro su una nuova trilogia, complementare a quella appena conclusa, che stavolta avrà ad oggetto proprio la parte speculare delle ombre: la luce.

Per ora l’autore si propone così, come un poeta pasoliniano aggrappato ad una tradizione che resiste ancora al relativismo della modernità. Singolare, in argomento, la sua ultima dichiarazione sui social circa il proprio stile: «Da poeta contemporaneo non ho quasi mai provato invidia verso scrittori, solo mesta e profonda riconoscenza, gratitudine o qualcosa di simile. Eppure sono invidioso di qualcuno. No. Non è il corsaro friulano (Pasolini, ndr), che verosimilmente eleggerei a mia guida se dovessi compiere un viaggio ultraterreno di matrice dantesca. Ho sempre invidiato Leonardo Sciascia. Vero è che non sono un romanziere, sono pochi i contributi che ho lasciato in prosa ed io stesso mi considero uno scrittore di versi. Ma a Sciascia invidio davvero tutto. L’eccellenza di Sciascia è l’essenza nella scrittura.. La penna non va fatta scorrere, va educata, costretta a contenersi all’indispensabile, alla ricerca di quelle pochissime paroline che la cultura siciliana ci insegna possano bastare per raccontare un’infinità di cose».

Sciascia e Paolo Borsellino (25 gennaio 1988).

Attendiamo quindi la pubblicazione di questa nuova opera, con la speranza di conoscere di più circa le intenzioni dell’autore, anche per il futuro.

 

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Idea e idealizzazione: la bellezza nell’antica Grecia

Idea e idealizzazione: la bellezza nell’antica Grecia

di Ado Brandimarte del 18-05-2020

L’origine mitologica della stirpe greca affonda le proprie radici in un’antichità dove la notte era oscura, cioè non ancora illuminata dalle candide riflessioni dei corpi celesti; il maggior vanto del popolo ellenico infatti, era quello di ritenersi più antico della Luna. Fu forse questo uno dei motivi che spinse gli artisti del passato a caratterizzare i loro personaggi ricercandone la dignità spirituale, evitando le azioni provocate da orrore o da lamento.

La vera difficoltà quindi, non consisteva solamente nella mimesis come imitazione mimetica della realtà, ma nel saper interpretare ed astrarre le forme in modo da non «rappresentare bene degli oggetti, ma di rappresentare dei begli oggetti»1.

Gli stili storicamente individuabili dell’arte greca sono molteplici, così come le influenze delle culture esotiche che, a causa di migrazioni e commerci, pervennero in specifiche zone assumendo gusti estetici differenti. Queste tendenze rappresentative vantarono aspetti formali ed ideali molto diversi, e tuttavia per gli storici, convenzionalmente intorno al 450 a.C. la figurazione ellenica raggiunse la maturità dello «Stile Classico» in tutta la Grecia. La legge suprema degli artisti greci era quella di ritrarre le persone somiglianti e, nel contempo più belle; questo fa supporre che si aspirasse alla rappresentazione di una natura superiore. Nelle dee e negli dei ad esempio, la fronte ed il naso formavano quasi una linea retta, ma Winckelmann ci mette di fronte anche all’ipotesi che queste forme fossero realmente diffuse tra le fisionomie greche antiche2.

Come affermò lo storico e archeologo dell’arte Johann Joachim Winckelmann (1717 – 68): «La generale e principale caratteristica dei capolavori greci è una nobile semplicità e quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione. Come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie, l’espressione delle figure greche, per quanto agitate da passioni, mostra sempre un’anima grande e posata».

Nelle antiche statue i movimenti delle mani sono spontanei ed agiscono rifugiando la teatralità, e sebbene poche mani antiche si siano conservate, Édouard Pommier (1925 – 2018) in «Più antichi della Luna», ci spiega come questa caratteristica si possa facilmente dedurre dalla direzione e dall’impostazione delle braccia. Nelle posture e negli atteggiamenti delle antiche sculture, le emozioni non vengono espresse ma lasciate trasparire, manifestate internamente con espressioni sempre pregnanti di nobiltà emotiva. I capolavori degli antichi ci mostrano una pelle che sembra lievemente distesa sopra una carne sana, seguendone i movimenti flessuosi senza mai formare piccole pieghe isolate troppo marcate, come quelle che poi verranno eseguite dagli artisti del neoclassicismo. Umberto Eco, nel suo libro «Storia della bellezza», ci fa notare come la bellezza della statuaria greca si esprima al meglio nelle forme statiche, dove il frammento dell’azione o del movimento trova equilibrio e riposo. I corpi rappresentati aspirano ad esprimere una bellezza psicofisica che armonizza l’anima ed il suo contenitore, il corpo . Anche i panneggi delle figure greche sono realizzati con grande accuratezza e dolcezza, lasciando intravedere la bella conformazione delle membra tramite l’imitazione di stoffe sottili e bagnate che, aderendo al fisico, lasciano intuire le forme nude, anche se i bassorilievi e le pitture di antica manifattura ci mostrano che gli artisti greci hanno anche utilizzato riprodurre vesti più rigide e pesanti, come poi avverrà nel periodo rinascimentale.

Ritratto di Winckelmann è un dipinto del 1764 di Angelica Kauffmann . È stato prodotto a Roma e mostra il noto archeologo e storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann che legge un libro, che poggia su un bassorilievo raffigurante le Tre Grazie . È firmato in basso a destra dall’artista ed è ora al Kunsthaus di Zurigo.

«La bellezza deve essere attinta come l’acqua più pura dal grembo della sorgente, che, quanto meno ha sapore tanto più viene ritenuta salubre, essendo purificata da tutti gli elementi estranei »
Credo che potremmo definire la maniera greca di rappresentare con il termine «astrazione ellenica», cioè una stilizzazione del reale materializzante fisionomie trascendentali che hanno affascinato generazioni di artisti. Gli scultori neoclassicisti e quelli rinascimentali portarono la levigatezza allo stesso grado di precisione degli antichi, sebbene questi ultimi riuscissero a finire una statua rendendola liscia con il solo uso degli scalpelli, come si vede osservando attentamente il Laocoonte. Bisogna comunque tener conto che la superficie levigata di un’opera contribuisce sì alla sua estetica, ma non è sinonimo di bellezza delle forme .
Le figure eteree ed ideali degli antichi greci appaiono concettualmente come dei metalli purificati dal fuoco dalle loro scorie, spogliati d’ogni debolezza umana. Le parti anatomiche strutturali e vitali come le vene scompaiono, mentre i tendini ed i muscoli non appaiono mai affaticati. Eccezione si fa nella rappresentazione di Eracle, quando viene raffigurato nei momenti antecedenti alla deificazione. La sua figura appare ispirata a quella del toro; possiede infatti un collo spesso e muscoloso, capelli corti e ricci sulla fronte, e la sua testa, confrontata con la prepotenza del suo corpo appare piccola. Le figure femminili erano pregnanti di purezza, la loro forma fisica non era stata mutata dalla maternità o dal raggiungimento dell’età attempata. Le dolci rotondità delle loro membra si manifestavano in morbidi fianchi, piccoli seni somiglianti a quelli delle giovani fanciulle e privi di capezzoli. La vecchiaia appare spogliata della sua condizione di fragilità e caricata di forme definite, tondeggianti ma più scarne di quelle dei giovani. I migliori esempi delle rappresentazioni di figure anziane sono le statue di Giove, sempre distinto dal suo sguardo benigno e pieno di positività e tranquillità. L’idea massima di bellezza giovanile della pubertà è invece manifestata nelle figure di Bacco e d’Apollo, la loro natura sessuale appare incerta o forse mista, caratterizzata da fianchi e membra tondeggianti e delicate. La perfezione delle figure d’età adulta, al contrario, è propria delle figure di Marte e Mercurio, entrambe ritratte sempre con espressione eroica e sguardo acuto e pensieroso; il primo si distingue dal secondo per il suo elmo maestoso e la postura pacata. Minor bellezza è espressa nelle sculture raffiguranti i satiri, esseri dalle forme agili e dalle posture scomposte; i loro nasi sono sempre poco sporgenti ed il loro sorriso è spesso dolce e furbesco, con gli angoli della bocca che in molti casi appaiono sollevati.
Tutto ciò che si può dire della scultura greca dovrebbe valere anche per la pittura, ma purtroppo ci è impossibile constatarne una giusta analisi, a causa degli effetti del tempo e delle barbarie dell’uomo. Dai resti rinvenutici possiamo solo riconoscere un ottimo studio del colore, dell’espressività dei volti e giudicando dai loro bassorilievi, possiamo esser certi del loro buon gusto nell’equilibrare le composizioni. E’ nella pittura dei paesaggi e degli animali che i pittori del rinascimento furono superiori agli antichi, merito delle teorie prospettiche e di un più attento studio delle anatomie degli animali, che riscontriamo sovente sbagliate sia nel conio nelle monete che in innumerevoli composizioni scultoree dell’antichità ellenica6.

Il pittore paesaggista Henri de Valenciennes (1750 – 1819), in un suo trattato, teorizza l’esistenza di una prospettiva sentimentale utilizzata dai greci e dai romani. Ci sembra chiaro che anche gli scultori antichi, così come i pittori e gli architetti, si siano avvalsi di alcune sperimentali regole prospettiche per comporre e dare le giuste proporzioni alle loro statue. L’autore risponde poi alle obiezioni rivolte alle decorazioni murali di Pompei ed Ercolano, accusate di grossolani errori di prospettiva, sostenendo che queste sono opere di decoratori e non di artisti, e dunque, (scrive l’autore): «Voler giudicare i capolavori dei grandi maestri antichi sulla base di questa produzione sarebbe come mettere a confronto i quadri di Raffaello e di Poussin, con le carte dipinte che decorano le pareti delle nostre abitazioni7».

Pierre-Henri de Valenciennes – L’antica città di Agrigento 1787

Nel Rinascimento si assistette ad una ricerca appassionata del mondo antico, e tutti i più importanti artisti del periodo si recarono a Roma per studiare le sue antichità. Secondo Winckelmann, l’unico artista che raggiunse l’antico fu Michelangelo, ma solo nelle figure forti e muscolose, non molto nelle figure giovanili o in quelle femminili, che rappresentava come delle Amazzoni8, dato che la sua immaginazione era troppo focosa per i sentimenti della grazia e della gentilezza9. Un artista che fu dotato del «sentimento del bello» e voglia di conoscere l’antico fu Raffaello, seppur le bellezze da lui rappresentate furono inferiori a ciò che di più bello esiste in natura. Queste idealizzazioni furono contestate da alcuni artisti come il Bernini, che ad esempio non volle adottare la linea naso-fronte perché non la trovava normalmente nella natura delle persone che gli facevano da modelli10. A meno di diciotto anni realizzò «L’Apollo e Dafne», opera che avrebbe fatto pensare che con lui la scultura avrebbe raggiunto il massimo splendore; ma il grande successo lo insuperbì non facendogli produrre altre opere dello stesso valore; così, «non potendo uguagliare o eclissare le statue antiche», provò a creare uno stile barocco di animo opposto all’antico11.

«Bernini intraprese quel cammino che, se aveva condotto Michelangelo in luoghi inaccessibili, su rocce scoscese, traviò lui verso paludi e pantani: egli infatti cercò di nobilitare, esasperandole, forme ispirategli dalla natura più meschina […]12».

Ci fa notare il francese Edouard Pommier di come, nel saggio «Il bello nell’arte, Scritti sull’arte antica», Winckelmann rimproverò Bernini di aver contestato il modello di bellezza ideale greco per perseguire un maggior realismo, chiamandolo «il grande Bernini», poi «corruttore dell’arte», «iniziatore del cattivo gusto» ed in seguito «l’idolo del suo secolo e delle anime affondate nella loro pesante materia»13. Il Vasari racconta nelle «Vite», come la scoperta di una serie di capolavori dell’antichità fu la torcia principale che illuminò la strada allo sviluppo artistico del Rinascimento. Fu anche opinione del Mantegna che le antiche statue fossero: «più perfette e avessino più belle parti, che non mostra il naturale14».

Dobbiamo comunque tener conto di quanto anche il Bernini studiò le antichità; sappiamo infatti da un racconto trascritto dal Vasari che, sentendo lodare un sarcofago romano custodito allora nella Cattedrale di Cortona, partì direttamente a piedi dalla sua bottega e ne tornò con il disegno del sarcofago15. L’artista credeva che un’educazione efficiente degli allievi dovesse avvenire prima osservando le antichità, ed in seguito studiando il naturale; era infatti convinto che Roma producesse grandi pittori e scultori proprio grazie ai preziosi reperti d’antichità che possedeva16.

Note:

1 E. POMMIER, Più antichi della Luna, studi su J. J. Winckelmann e A.Ch. Quatremére de Quincy, Minerva Edizioni, Urbino 2000, p. 101, citazione di C. Perrault, Parallèle des Anciens et des Modernes, en ce qui regarde les arts et les sciences, Parigi 1688, p. 214;
2 Per approfondimenti J. J. WINCKELMANN, Il bello nell’arte Scritti sull’arte antica (a cura di Federico Pfister con uno scritto di David Irwin), Aestetica edita da Abscondita, San Giuliano Milanese 2019, p. 24, 25;

3 U. ECO, Storia della bellezza, Bompiani, Cernusco sul Naviglio (MI) 2019, p. 45.
4 J. J. WINCKELMANN, Storia dell’arte nell’antichità (Traduzione di Maria Ludovica Pampaloni, con uno scritto di Elena Pontiggia), Aestetica edita da Abscondita, San Giuliano Milanese 2017, p. 118, 119.
5 J. J. WINCKELMANN, Il bello nell’arte Scritti sull’arte antica (a cura di Federico Pfister con uno scritto di David Irwin), Aestetica edita da Abscondita, San Giuliano Milanese 2019, p. 60.

6 J. J. WINCKELMANN,op. cit, pp. 44-45.
7 L. GALLO, Scultura antica e scultura moderna: riflessioni critiche di un pittore di paesaggio, Pierre-Henri de Valenciennes (1750-1819) in Il Primato della Scultura: Fortuna dell’Antico, fortuna di Canova, Prohemio Editoriale S.r.L., Bassano del Grappa 2004, p. 235.
8 J. J. WINCKELMANN, Il bello nell’arte scritti sull’arte antica (a cura di F. Pfister con uno scritto di David Irwin), Aestetica edita da Abscondita, San Giuliano Milanese 2019, p. 29.
9 J. J. WINCKELMANN, op. cit, p. 66.
10 Ivi, op. cit, p. 57 – 58.
11 Ivi, op. cit, p . 67.
12 Ivi, Storia dell’arte nell’antichità (Traduzione di Maria Ludovica Pampaloni, con uno scritto di Elena Pontiggia), Aestetica edita da Abscondita, San Giuliano Milanese 2017, p. 114.
13 E. POMMIER, op. cit, p.104.
14 Ivi, pp. 98–99.

 

 

 

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Degenerazione architettonica e nuova speranza

Degenerazione architettonica e nuova speranza

di Giuseppe Baiocchi del 10-05-2020

Uno dei problemi drammatici della contemporaneità è il paesaggio della città che, a partire dalla sperequazione urbanistica del secondo dopo guerra e successivamente con l’aggressione della nuova architettura internazionalista, ha creato situazioni drammatiche al cittadino che le abita. Osservare i quartieri popolari, così come i centri storici, invasi dal cemento armato può scioccare un visitatore occasionale, ma nello sfortunato residente tale stato comatoso diviene una angosciante normalità. C’è bisogno di uno sforzo univoco per tornare a guardare con un occhio critico questo panorama quotidiano che ci circonda e sforzarci di trovare alcune soluzioni.

Un’immagine del celebre film “Le mani sulla città” (1963) di Francesco Rosi: un film di denuncia sulla spietata corruzione e speculazione edilizia dell’Italia degli anni 60.

Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975), uno degli intellettuali italiani che ha prestato più sensibilità al paesaggio dell’urbe, nella celebre foto del video “La forma della città” del 1974, criticherà la città moderna poggiando le spalle su un pezzo di muratura classica fatta di pietre e mattoni, quasi questa potesse sorreggerlo nel suo sforzo intellettuale. La sua riflessione attualissima esattamente riportava: «La forma della città e la salvezza della natura che la circonda sono un problema unico».

Quando dunque, si è incrinato l’equilibro che aveva garantito, per migliaia di anni, una vita civile all’interno delle città? Ebbene l’abbattimento della perimetrazione muraria che oltre a difendere i cittadini dai pericoli esterni, proteggeva anche la campagna e il territorio circostante dal dilagare dell’urbe stessa. Vi era equilibro tra città, luogo raccolto di vite di scambio, e la campagna ovvero il luogo che forniva sussistenza alla città. Nei malaugurati giorni ottocenteschi in cui si è optato per l’abbattimento delle mura cittadine e negli istanti in cui il modello della città storica fosse considerato superato, l’uomo ha pensato di aver raggiunto un grande progresso. Oggi tale situazione deve essere necessariamente rimessa sotto la lente di ingrandimento, poiché quasi tutte le città europee hanno vissuto una dilatazione della periferia e ciò ha comportato una graduale perdita del punto di riferimento urbano più importante, quello della piazza. Quest’ultima proprio nell’ultimo decennio ha perso la propria vocazione più importante: l’aggregazione. Difatti oggi in molte piazze italiane ed europee le sedute pubbliche stanno scomparendo per lasciare il posto a caffè o semplici bar, che implicano la grave usanza di non poter sostare in tale luogo se non a pagamento, come clienti che consumano. Inoltre fulgidi sono i casi in cui nuove piazze vengono progettate senza i suoi due elementi più importanti: un palazzo governativo e una chiesa. Sempre più locali di intrattenimento sostituiscono le attività commerciali, vere e proprie, storiche presenze comunitarie all’interno delle piazze.

La città storica non si presenta come un organismo obsoleto, ma è un enorme repertorio di insegnamenti che ancora oggi ci possono servire per capire qual è il modo per costruire le città nuove. Purtroppo il male diffuso della periferia, ha intaccato nella sua credibilità la città storica: molteplici i casi dove la periferia è riuscita ad entrare all’interno del centro storico. Ma come veniva strutturata l’urbe? La civitas composta dalla res-publica (monumenti) e res-economica (strade, piazze) veniva divisa in quartieri, i quali dal Nord al Sud o da Ovest a Est avevano un’estensione massima intorno agli 800-900 metri, senza ovviamente possedere piani regolatori cittadini o normative europee che potessero regolare l’edificazione di queste città. Esse tuttavia erano incredibilmente regolari: quando un quartiere raggiungeva la sua saturazione per la dimensione standard, si generava un altro quartiere; un uomo, sia esso bambino o anziano, riesce a percorrere 800 metri senza stancarsi, ed è questa la misura d’uomo per fare correttamente un quartiere, dove al suo interno era abituato a trovare i servizi e i luoghi di aggregazione quali Chiese, piazze e palazzi governativi.

Oggi negli Stati Uniti esiste un movimento di rinnovamento urbanistico che prende il nome di “New Urbanism” ovvero “Nuovo urbanesimo”, il quale riprende il concetto della città storica per sviluppare le nuove città del futuro. Come sappiamo negli Stati Uniti d’America la crisi della città è arrivata prima, poiché la costruzione stessa dell’America è avvenuta senza regola, grazie anche ai grandi spazi. In Italia il centro storico funge da antidoto all’angoscia delle periferie, poiché – grazie alla breve distanza – il cittadino può far visita agli antichi palazzi e rigenerarsi l’anima, ritrovarsi in un luogo del cuore. Questo meccanismo aumenta la tolleranza verso gli elementi di degrado della periferia.

Le gigantesche mani di Lorenzo Quinn a Venezia “a sostegno” di un palazzo vicino alla Ca’ d’Oro nel Canal grande. Un esempio di come l’esibizionismo di certi “artisti” sia diventato uno schiaffo alla dignità ed autenticità della bellezza dei luoghi d’Italia.

Il paesaggio italiano, opera d’arte naturale – creatosi in tremila anni grazie al talento di molteplici architetti del passato, ma anche grazie all’elemento contadino che con piantate e  terrazzamenti ha de facto plasmato tale meraviglioso territorio che tutto il mondo ancora oggi continua a visitare -, ha ricevuto un grave colpo dalla grande edilizia speculativa di cemento della ricostruzione post-bellica degli anni cinquanta dove non importava come e dove si ricostruiva, ma lo scopo consisteva nell’immediatezza della costruzione. Per riprendere le parole del celebre architetto britannico Quinlan Terry: «Un paesaggio incontaminato non è un paesaggio senza edifici, ma senza edifici modernisti», difatti il paesaggio non è un ambiente naturale senza architettura, ma esso esiste unicamente allorquando è l’uomo che interviene su di esso. Oggi di contro, sempre più spesso, la mano dell’architetto che interviene sul paesaggio non fa prevalere il suo equilibrio, ma – preso da una nuova volontà di potenza – il suo artificio tra natura ed edificato. Ne sono esempi le sconcertanti geometrie delle architetture internazionaliste bianche o trasparenti che dimostrano ancora una volta la vuotezza dottrinale dietro la tecnica esposta. Un’architettura che non crea un nuovo stile che ragioni con il contesto, che dialoghi con esso, ma che sia completamente astratta: un non-stile fatto di materia contemporanea che mal si adatta alle forme del paesaggio e che trasmette all’uomo estraneità.

Eppure i riflessi storici architettonici, per chi li sappia cogliere, continuano ad insegnare giuste metodologie; se prendiamo ad esempio la città medievale di Carcassonne, qui anche un intervento massiccio fatto sul paesaggio è capace di integrarsi con l’ambiente circostante. Come mai? La scelta dei materiali è fondamentale: in questo caso si tratta di pietra, mattoni, terracotta e la città è luogo turistico e una delle principali mete dei francesi. In Italia un massiccio intervento sul paesaggio è stato quello del Corviale a Roma, che con una lunghezza di 1 km e 800 m era considerato un esperimento dell’architettura nostrana, poiché doveva fungere a nuovo modello per lo sviluppo delle periferie. Oggi è il luogo più degradato di tutta la città di Roma, nonostante sia stato costruito in un tempo relativamente recente. Per diversi decenni, oggi per fortuna non più, in tutte le facoltà di architettura italiane il Corviale era uno dei modelli che si presentava agli studenti per fargli comprendere quale doveva essere l’aspirazione alla progettazione contemporanea nel proprio paese. Oggi il timido passo indietro dei boriosi architetti modernisti sta a farci capire che qualche errore c’è stato e che forse è il caso di un ripensamento.

Altro esempio che non posso non citare è quello di Pienza, creata sull’esistente cittadina di Corsignano dalla lungimiranza di Papa Pio II Piccolomini e che oggi è il manifesto di un equilibrio perfetto tra l’edificato e il paesaggio. Per chi ad esempio spesso asserisce che oggi le grandi masse non permetterebbero di vivere negli antichi paesi per questioni spaziali e per questo bisogna necessariamente sviluppare in altezza, Pienza presenta al suo interno anche bellissime case popolari del XVI secolo, utilizzate inizialmente per gli stessi costruttori della città, che dimostrano che ancora oggi è possibile costruire una gradevole abitazione anche per le grandi masse. Riprendendo sempre la conformazione urbanistica del Corviale e analizzando la sua densità abitativa, racchiusa principalmente nel condominio ballardiano rovesciato in orizzontale, impallidiamo leggermente se paragoniamo il tutto alla stessa scala territoriale del centro storico di una qualsiasi città media italiana, attraverso la quale possiamo notare la perfetta distribuzione spaziale della densità abitativa progettata nel passato. Ciò ci può condurre alla riflessione sull’uso dissennato del territorio nelle zone di città compatta e diffusa.

Case popolari del XVI secolo della cittadina di Pienza in Toscana.

Il capitalismo, di contro, ha caratterizzato l’edificazione in verticale per “vendere” nello stesso luogo più cellule abitative possibili, aprendo così le premesse per le grandi metropoli americane.

Dunque uno dei principali problemi dell’architetto oggi è anche il contesto in cui vive. Un elemento da non sottovalutare, poiché è dalla società stessa che l’architetto ottiene le commissioni e spesso per sopravvivere ed esercitare la professione deve scendere a compromessi.

Preoccupante è la preparazione dei nuovi laureati in architettura, i quali non studiano in maniera approfondita la saggistica del loro settore, conoscono a malapena la storia dell’architettura, e limitandosi a leggere le riviste, sempre ben presenti nelle biblioteche universitarie, escono dal percorso di studi con una grande impreparazione sia teorica che pratica. Dunque come potrà l’architetto del futuro avere una concezione di ciò che è bello, da ciò che è brutto se non sarà più preparato? E, data la scarsa preparazione, come riuscirà ad imporsi sulla società vigente sempre più spietata e legata al denaro per speculare? Infine quali esempi seguono gli studenti?

In Italia uno degli architetti più affermati è certamente Renzo Piano, il quale qualche anno fa affermò «quando mi chiedono come sarà la città del futuro, io rispondo: spero come quella del passato»; ebbene certamente una bellissima affermazione che purtroppo non ha nulla a che vedere con una delle sue ultime realizzazioni, come quella dell’Auditorium Parco della Musica del 2002. Le forme dei tre manufatti edilizi raffigurano un insetto appartenente alla famiglia delle blatte e hanno ben poco a che vedere con il contesto con cui si relazionano; parallelamente la piazza centrale del complesso non rispecchia la convivialità della piazza storica a cui noi siamo usualmente abituati.

Discorso diverso possiamo farlo invece per Place de Toscane, una piazza ellittica progettata nel 2006 presso Val d’Europe a Parigi dall’architetto Pier Carlo Bontempi. La piazza che all’incirca possiede le stesse dimensioni della piazza del Teatro di Lucca ed è aperta su due lati, mostra dimensioni consuete alla nostra cultura e alla nostra identità e si incastona perfettamente nel paesaggio urbano anche grazie ad un raffinatissimo studio del decoro e dei colori. Bisogna operare un ritorno al buon senso del passato, innestando su di esso le innovazioni ecosostenibili del presente. Connubio difficile? Certamente, ma la figura dell’architetto deve trovare la giusta trasfigurazione tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, tra natura e edificato: le nuove tecnologie, in questo tipo di architettura, sono certamente installate, ma vengono celate, poiché sono brutte alla vista. Ecco che ci appare la possibilità di creare un manufatto edilizio bello e nel contempo tecnologico e che si adatti perfettamente a tutti i regolamenti edilizi moderni.

Altro elemento importante su cui bisogna riflettere consiste nell’altezza degli edifici: la questione del numero dei piani negli edifici. I manufatti edilizi di tutte le città storiche hanno un massimo di cinque e in rarissimi casi sei piani: la percorrenza massima che un individuo può compiere senza affaticarsi e questo in forma naturale ha limitato in altezza gli edifici. Con l’introduzione degli ascensori e delle energie fossili è stato possibile superare questo limite in altezza, facendolo diventare quasi un elemento “normale” e abbiamo compiuto uno sforzo maggiore: abbiamo regolato con strumenti urbanistici ed edilizi l’altezza di questi piani. Per cui ci troviamo con piani molto bassi, poiché la limitazione è metrica e non in numero di piani e questo costringe ad una ottimizzazione. Per cui in linea generale si paventa una disposizione di edifici aventi tutti o quasi la stessa altezza, non permettendo quello skyline variato della città storica, ma si verifica lo skyline uniforme della città contemporanea.

Monotonia e riproduzione di modelli sembra dunque lo slogan dell’architettura contemporanea. Alcuni esempi ce lo dimostrano come l’estrema somiglianza tra la Torre Glòries dell’architetto Jean Nouvel (1945) a Barcellona e la Torre 30 St Mary Axe di Norman Robert Foster (1935) a Londra.

Altra problematica dell’architettura contemporanea consiste negli oggetti “nominabili”: un tempo si riusciva ad identificare con una idea precisa l’archetipo di un determinato manufatto edilizio come una casa o una chiesa e le parole avevano un significato, ma oggi molti edifici si presentano abbastanza imbarazzanti sotto questo punto di vista, perché pongono l’osservatore nella difficoltà di comprendere di fronte a che cosa ci stiamo trovando. Se noi ci troviamo di fronte alla Chiesa del Redentore a Venezia di Andrea Palladio (1508 – 1580) sappiamo benissimo cosa abbiamo davanti, ma se poniamo lo stesso quesito davanti alla chiesa romana “Dives in misericordia”, edificata nell’anno 2000 per il Giubileo, assegnata grazie ad un concorso a Richard Meier (1934), non possiamo affermare la stessa cosa. Inizialmente la chiesa non possedeva neanche una croce e solo dopo numerose proteste dei fedeli fu posta sulla struttura. Altra “chiesa” che ha smarrito il suo concetto di origine è quella di Mario Botta (1943) a Torino denominata del Santo Volto.

La Chiesa di San Paolo Apostolo costruita a Foligno da Massimiliano Fuksas (1944) si presenta come un mero volume cubico di cemento armato con lo scopo voluto di impattare visivamente con il contesto che lo circonda. Forse nella parte bassa, con un gioco curioso di linee, sulla porta si forma una croce stilizzata. La stessa Conferenza Episcopale Italiana ha volutamente fatto vincere il suo progetto per il grande “respiro di innovazione” che vuole essere oltre i confini nazionali.

Come può essere una chiesa? La Chiesa di San Paolo Apostolo costruita a Foligno da Massimiliano Fuksas.

Ciò purtroppo ci testimonia lo stato di sbandamento spirituale che Santa Romana Chiesa sta attraversando dal 1968. Si parla di innovazione che vada oltre i confini nazionali: ma l’architettura gotica e romanica non è forse internazionale? Perché dunque creare un parallelismo laicizzante per un manufatto edilizio religioso? La domanda è emblematica. Eppure lo stesso Giovanni Paolo II in riferimento alle nuove costruzioni religiose asserì come «si stenta a riconoscere che lì abita il sacro» e forse aveva avuto una intuizione non del tutto sbagliata, anche perché la percentuale degli architetti credenti che edifica chiese contemporanee è bassissima.

Recentemente, sempre su questi argomenti poco confortanti è uscito un articolo sull’espresso che riportava esattamente questo titolo: «la bellezza è terapeutica, e i centri di cura progettati con criteri anche estetici migliorano la vita dei malati». Ebbene viene sicuramente da sorridere se pensiamo a cosa è riuscito ad edificare presso Las Vegas il canadese Frank Owen Gehry (1929) con il centro di salute mentale “lou ruvo center”: un vero e proprio volume scultoreo, astratto in acciaio inox, dove l’estremo plasticismo confonde, ad un normale osservatore, la facciata dalla copertura e dove le pareti si piegano su se stesse come un’allucinazione.

Frank Owen Gehry: Centro di salute mentale “lou ruvo center”.

Non a caso Frank Kloyd Wright asserì come «un medico può sempre seppellire i propri errori, un architetto può consigliare il cliente di piantare dei rampicanti», il che fa riflettere perché l’architetto americano sembra proprio essere stato preso in parola dall’architetto Stefano Boeri (1956) a Milano nel suo “bosco verticale”.

Queste archistar hanno poco rispetto per i luoghi, poiché ogni ambiente esprime un carattere proprio che deve essere rispettato e purtroppo uno dei limiti dell’architettura contemporanea globalizzata è stato propriamente quello di presentare modelli uguali a se stessi in qualsiasi parte del continente. Si prenda per modello di quanto affermato, la nuova Città della Giustizia a Barcellona (2002-2009), progettata da David Alan Chipperfield (1953) e parallelamente il progetto di Renzo Piano a Londra denominato Central St. Giles: per tale pensiero, che amo definire trotskista, l’architettura non deve più possedere quelle identità peculiari che naturalmente contraddistinguono i popoli fratelli, ma secondo tale modo di vedere la città, ogni tipo di differenza deve essere abbattuta. Dunque una città europea, africana, asiatica o americana può tranquillamente contenere gli edifici descritti in precedenza e tra questi addirittura non si deve identificare nemmeno la diversa funzione degli identici palazzi scatolari posti uno vicino all’altro.

Ma chi ha generato questa corrente di pensiero? Chi è stato il primo architetto moderno a voler degenerare la città? Ebbene il suo nome è Charles-Édouard Jeanneret-Gris (1887 – 1965), architetto svizzero, più famoso e conosciuto con il suo pseudonimo Le Corbusier, vecchio collaboratore nazista del governo di Vichy in Francia. Un angelo sterminatore che ha inventato la delirante idea di città che l’architettura ha seguito nell’ultimo secolo e che il mondo ha iniziato a conoscere con il Plan Voisin: una soluzione urbanistica per il centro di Parigi, progettata tra il 1922 e il 1925. Gli edifici dell’architettura manifesto, sono tutti uguali, l’uno vicino all’altro e ripetuti nel centro storico di Parigi. Per fortuna il suo progetto non è stato mai realizzato e la capitale francese ancora può mostrare il profilo della sua parte centrale. Purtroppo la periferia parigina, si guardi il quartiere la Défense, sembra aver ripreso esattamente lo schema mentale dell’architetto svizzero.

Sulla sinistra mostriamo il progetto manifesto del Plan Voisin di Les Corbusier. Sulla destra un saggio storico in francese, consigliatissimo per gli amanti oltre che dell’architetto dell’uomo: Xavier de Jarcy, Le Corbusier, un fascisme français. Tra il 1920 e nel 1930, alcuni sono attratti dal fascismo, e Le Corbusier era uno di questi. I fascisti volevano costruire un mondo rigenerato, virile, macchinista, gerarchico e autoritario. L’architetto, l’immaginazione dei villaggi ultramoderni, all’attenzione, standardizzata, taylorizzata. Formicai con un’estetica austera e altera al servizio di una nuova civiltà del lavoro. Le Corbusier pubblica le sue teorie in una rivista di stampo autoritario che si oppone alla democrazia. Perché questo personaggio con sogni totalitari, con il cinismo del cemento armato, rimane considerato il più grande architetto del 20° secolo? Come ha fatto la Francia, questo strano paese, a renderlo un eroe nazionale? Questo è ciò che questo libro cerca di capire. L’avventura di Le Corbusier romane un storia spaventosamente reale.

Questo tipo di architettura contemporanea internazionalista ha anche altissimi costi di manutenzione, il che ci sembra davvero paradossale poiché le architetture contemporanee che usano materiali tradizionali hanno una vita nominale dell’edificio dieci volte più lunga dei manufatti edilizi internazionalisti. Il Centro Georges Pompidou (Bobur) di Renzo Piano del 1977, che spicca per la poca omogeneità con il contesto urbano cui è posto, è sempre stato un edificio poco sostenibile, il che è paradossale poiché si tratta di un edificio contemporaneo. Il Bobur dopo 25 anni dalla sua costruzione è stato chiuso tre anni per lavori di restauro. I costi di manutenzione stratosferici di questo edificio nell’arco di trenta anni sono stati cinque volte il costo iniziale: è denaro pubblico speso male e usato in maniera dissennato. A Roma, invece, il Pantheon dell’architetto Apollodoro di Damasco (50/60 – 130 a.C.) da 2.000 anni svolge onoratamente le varie funzioni che il tempo gli ha imposto, mantenendo la sua grande rilevanza civica. Oggi tutti parlano di architettura ecosostenibile, ma sarebbe bene il caso di iniziare a parlare di architettura durabile: bisogna fare i conti con il tempo e un edificio che dura 2.000 anni, anche se non ha i pannelli fotovoltaici, è sicuramente molto più sostenibile di un edificio che costruiamo oggi e che forse ha una durata di 25 anni. Il cemento, ad esempio, elemento principe di Le Corbusier e di molti suoi adoratori, può durare al massimo cento o centoventi anni.

L’Italia fortunatamente ha generato colui che viene definito «il padre dell’architettura americana», ovvero Andrea di Pietro della Gondola: il maestro degli ultimi 5 secoli d’architettura, che trasfigura con grande maestria Marco Vitruvio Pollione. Dunque perché non riprendere oggi i grandi concetti degli antichi e dei moderni, simbolo di magnificenza di potere e bellezza? Perché la società è cambiata rispondo alcuni benpensanti. Niente affatto: un’architettura bella, come un’opera d’arte è bella sempre, ieri, oggi e domani e mantiene inalterata la sua funzione.

Dunque è nella trasfigurazione tra le nuove tecnologie contemporanee e la bellezza classico-moderna la chiave per un’architettura del futuro, poiché l’architetto è responsabile verso ciò che costruisce. Di contro oggi con estrema arroganza un folto gruppo di colleghi avendo modeste idee ha deciso di abbandonare il passato per abbracciare un’architettura astratta e spogliata della sua sacralità.

Fortunatamente non è accaduto solo questo, ma in tutto il mondo il mito palladiano è stato eseguito con diverse varianti, a seconda del gusto del luogo. In America il terzo presidente degli Stati Uniti e architetto Thomas Jefferson (1743 – 1826) ha progettato la sua residenza a Monticello in stile neopalladiano: sono mutati i materiali, le pendenze della copertura, ma restano alcuni insegnamenti fondamentali del grande maestro vicentino, poiché bisogna essere globali nel pensiero, ma locali nell’azione. Lo stesso architetto Allan Greenberg (1938), continua in questa scia palladiana elegante con attenti studi cromatici e stilistici. In Gran Bretagna Quinlan Terry (1937) è un grande interprete dell’insegnamento di Palladio.

Poi ci sono altri casi di una giusta pianificazione urbanistica, come la periferia londinese di Richmond rivers, la quale si trova su un’ansa del Tamigi e quasi tutti gli edifici di tale periferia sono stati edificati nel 1987 dall’architetto tradizionalista Terry, il quale è riuscito nel mirabile proposito di riconciliare architettura, edilizia e urbanistica con la grande tradizione della città.

In Grecia, ad esempio, Dimitris Pikionis (1887 – 1968), architetto che ama la piccola scala è un esempio di come non necessariamente la via verso la tradizione può e deve essere monumentale.

La sequela degli esempi continua con la grande scommessa urbanistica vinta dal principe Charles Philip Arthur George Mountbatten-Windsor (1948). Il principe di Galles, negli anni Ottanta, ha progettato insieme all’architetto Leon Krier (1946) la periferia di Dorchester Poundbury, la quale rifiuta concettualmente la crescita indefinita della città secondo i principi dello “zoning”, all’interno del quale la divisione funzionale delle zone d’uso deve avvenire tramite l’utilizzo di uffici e residenze. Propone invece una gerarchia di nuclei relativamente autosufficienti e identificabili, di dimensione e limiti ben definiti e tali da non necessitare l’uso dell’auto, con compresenza di usi urbani come nella città pre-moderna. L’urbanistica di Krier non è un’urbanistica quantitativa, come quella oggi istituzionalizzata in Italia, ma qualitativa. Rispetto alle molte periferie degradate e senza progettualità, dove spesso all’interno sono presenti dei veri e propri “eco-mostri” il paragone non può essere effettuato.

Infine vorrei citare l’esempio del porto francese di Grimaud per opera dell’architetto François Spoerry (1912 – 1999), il quale aveva intuito che la qualità tradizionale dell’architettura poteva consentire di edificare un luogo completamente nuovo in una zona di paesaggio bella, arricchendo l’ambiente e non impoverendolo.  Situata sulla costa meridionale francese al fondo del Golfo di Saint Tropez, Spoerry, grande amante del mare e delle barche a vela, riuscì a trasformare un’ansa paludosa in una reale città lacustre in stile provenzale riscuotendo un’enorme successo sia di pubblico che finanziario.

Nella foto il porto francese di Grimaud per opera dell’architetto François Spoerry.

Veniamo poi alla tanto spinosa, quanto contestata, teoria del ricostruire un singolo edificio, colpito da calamità naturale, con la metodologia “com’era e dov’era”. Il 14 luglio del 1902 il campanile di San Marco a Venezia crolla all’improvviso e resta soltanto una montagna di pietre e mattoni. Per fortuna l’allora sindaco Filippo Grimani (1850 – 1921), cognome degno di un Doge, coniò quel bel motto “com’era e dov’era” e nell’arco di dieci anni riuscì nell’intento di ricostruire (non senza polemiche) il campanile. Oggi quando si entra in piazza San Marco, nessuno si pone il problema di quando è stato costruito, ma sicuramento ognuno di noi si sarebbe posto il quesito se al posto del noto campanile ne appariva un altro di una diversa epoca stilistica. Altri virtuosi esempi europei li abbiamo in Germania, dove il capolavoro barocco della chiesa Frauenkirche di Dresda, viene ridotta dagli anglo-americani nel 1945 in un cumulo di macerie. Sessanta anni dopo i tedeschi sono riusciti a ricostruirla esattamente identica, concedendo dignità storica al profilo della città di Dresda.

Il bisogno di identità oggi sembra essere tornato sempre più forte, dopo i numerosi esperimenti falliti legati della globalizzazione.

 

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Chateaubriand il poeta-guerriero: tramonto di un mondo d’oltretomba

Chateaubriand il poeta-guerriero: tramonto di un mondo d’oltretomba

di Giuseppe Baiocchi del 29/04/2020

La rivoluzione, così come il dispotismo napoleonico, ebbero degli intellettuali che combatterono, attraverso la letteratura, l’andamento socio-politico che ne fu progenie. Oltre al lavorio della sua penna, certamente François-René, visconte di Chateaubriand ci aggiunse a tratti anche la spada. Questo straordinario personaggio a cavallo tra due secoli è di difficile inquadratura: fedele alla causa dei Borboni per tutta la sua vita, militò nel partito legittimista, solo per essere la sua ala riformatrice; liberale, ha combattuto l’ateismo con il Génie du Christianisme e il dispotismo con un giornale controcorrente, il Mercure de France.

François-René de Chateaubriand (1768 – 1848) è uno degli sfortunati autori fagocitati nella nostra epoca da un piatto. Un aspetto questo, di cui la nostra epoca dovrà fare i conti prima o poi e che fa riflettere.

Nella sua discutibile coerenza di uomo, Chateaubriand divenne grande per una qualità rara, la quale gli permise di “tenerlo unito” nella sua vita sempre simile ad un’alternarsi tra ricchezza e povertà. Quella caratteristica è stata la coerenza dell’idea di libertà, mai abusata, mai plagiata per volontà di potenza, mai violentata dall’egoismo. Una libertà che vedeva nella gerarchia organica, dunque divina, l’equilibrio che solo un Istituto Monarchico sa concedere. Questo piccolo mondo antico, tanto amato dal bretone, giace da tre secoli sotto le macerie della rivoluzione e sotto i detriti delle guerre napoleoniche, ma le sue voci, sublimi espressioni di quello stesso Regno di Francia, continuano a parlarci nel grande eco eterno delle sue parole. A chi le sappia ascoltare, esse continuano ad offrire frammenti e indicazioni per comprendere la crisi spirituale in cui scivolò, dalla fine del XVIII secolo con sempre maggiore autocoscienza, la Francia, araldo della crisi europea che avrebbe trascinato il Vecchio continente nel relativismo e nella sua nichilistica crisi di coscienza.

Nel 1834, François-René terminò le sue Memorie d’Oltretomba con delle riflessioni che possono ancora oggi farci riflettere a 186 anni di distanza:

 

L’Europa corre verso la democrazia. Cos’altro è la Francia, se non una repubblica tenuta a freno da un Presidente? I popoli sono cresciuti e si sono affrancati: i prìncipi ne hanno avuto l’affidamento; al giorno d’oggi le nazioni, arrivate alla maggiore età, sostengono di non aver più bisogno di tutori. Da David ai nostri giorni, si sono chiamati i Re: adesso sembra che sia il turno delle nazioni. […] La Francia e l’Inghilterra, come due enormi arieti, colpiscono ripetutamente e con violenza i bastioni cadenti della vecchia società. Le dottrine più ardite sulla proprietà, l’uguaglianza, la libertà vengono proclamate dalla mattina alla sera in faccia ai monarchi, che tremano dietro una triplice barriera di soldati infidi. Il diluvio della democrazia li incalza; salgono da un piano all’altro, dal pianterreno alla soffitta del palazzo, e da lì si butteranno a nuoto nei flutti che li inghiottiranno. L’invenzione della stampa ha mutato le condizioni sociali: il torchio, macchina che è ormai impossibile frantumare […]. Tutto è stato calcolato a questo scopo […] ogni assioma della vecchia politica diventa inapplicabile. […] Come sarà la nuova società? Lo ignoro. Le sue leggi mi sono sconosciute; non la capisco più di quanto gli Antichi capissero la società senza schiavi prodotta dal Cristianesimo. […] Finora, la società è andata avanti per aggregazioni e per famiglie; quale aspetto presenterà, quando sarà soltanto individuale, come tende a diventare, come già la vediamo formarsi negli Stati Uniti? Molto probabilmente la specie umana si ingrandirà, ma c’è da temere che l’uomo rimpicciolisca, che alcune facoltà eminenti del genio si perdano, che l’immaginazione, la poesia, le arti muoiano nelle celle di una società-alveare, in cui ogni individuo sarà come un’ape, una rotella in una macchina, un atomo nella materia organica. Se la religione cristiana morisse, si arriverebbe attraverso la libertà alla pietrificazione sociale alla quale la Cina è arrivata attraverso la schiavitù. La società moderna ha impiegato dieci secoli per comporsi, adesso si sta decomponendo[1].

 

Correva l’anno del Signore 1768, quando il 4 settembre, nasceva François-René Chateaubriand in un nuovo appartamento occupato dalla sua famiglia in rue des Juifs presso Saint-Malo nella Bretagna.

Il suo ceppo familiare è di antico lignaggio, il nome della mia famiglia veniva scritta in origine Brien, poi Briant e Briand, per l’invasione dell’ortografia francese. Guglielmo il Bretone li chiamava Castrum-Briani, ma non c’è un solo nome in Francia che non presenti queste variazioni di lettere. I Brien verso l’inizio dell’XI secolo trasmisero il loro nome a un importante castello di Bretagna, e questo castello divenne il capoluogo della baronia degli Chateaubriand. Lo stemma araldico recava inizialmente delle pigne con il motto: «Io semino l’oro».

Stemma araldico nel frontespizio del luogo di nascita di François-René de Chateaubriand a Saint-Malo.

Geoffroy, barone di Chateaubriand, passò con San Luigi in Terrasanta: fatto prigioniero nella battaglia della Mansura, tornò in patria e il Sovrano per ricompensare i suoi servigi, concesse a lui e ai suoi discendenti, in cambio del vecchio stemma, uno scudo a fondo rosso cosparso di gigli d’oro a lui e ai suoi eredi. Come ogni famiglia nobile che si rispetti, il suo prestigio si instaurava nelle armi e San Luigi, allora Re dei francesi, conferì dei gigli d’oro, in cambio delle pigne d’oro, con il motto che esclamava: «Il mio sangue si è macchiato negli stendardi della Francia».

Ma la famiglia, già nel 1718[2], non navigava in buone acque e il padre rimise in sesto la fortuna del suo nome, adattandosi prima con il commercio della pesca e successivamente, durante la guerra di Successione austriaca, dandosi alla pirateria. Intorno al 1753 René-Auguste sposatosi con la nobile bretone Apolline de Badée, commercia in Africa Occidentale la tratta dei neri con le Antille: se solo avesse saputo che il figlio, che nascerà di lì a poco, avrebbe simpatizzato per l’abolizione della tratta insieme ad un’associazione di istanza liberale, il gruppo di Coppet, che oggi non avremo paura a definire radical-chic.

Ebbene il padre, grazie ai profitti ottenuti, già nel 1758 si era trasferito a Saint-Malo, occupando nel 1760 un appartamento più signorile del precedente. Sarà proprio l’anno successivo che René-Auguste acquista dal duca di Duras, lo château di Combourg e il titolo di conte ad esso legato: soddisfa così la propria ambizione di resuscitare l’onore e la passata fortuna degli Chateaubriand. Anche per questa famiglia la scalata era appena iniziata e doveva proseguire di generazione in generazione.

Dopo il fratello Jean-Baptiste (1759), nascono nell’ordine le quattro sorelle dell’autore: Marie-Anne (1760), Bénigne (1761), Julie (1763) e Lucile (1764). Altri figli muoiono in tenera età (ben quattro). L’ambizioso padre, cerca di assicurare il patrimonio restaurato, con un secondo figlio maschio: il bimbo di Saint-Malo, che viene al mondo nel 1768. Il ragazzo riceve fin dall’infanzia un’educazione cattolica, grazie a padre Chopin, presso il convento dei Benedettini insieme ai figli della nobiltà e dell’alta borghesia.

L’8 settembre del 1775 in occasione della festa della natività della Vergine, a Notre-Dame-de-Nazareth di Plancoët, François-René, votato dalla nutrice a quella Madonna, tornò al villaggio per sciogliere l’impegno religioso, che lo aveva preservato dalla morte quasi certa, data dalle sue cagionevoli condizioni di salute da infante.

Come è noto Chateaubriand, è uno dei fondatori del romanticismo francese, ma come poteva non creare un movimento letterario che nascesse dal puro sentimento intimo? Innanzi tutto la Bretagna, questa terra immersa nel mistero era degno teatro di un grande spettacolo. Le leggende narrano che qui la primavera venga annunciata tre settimane prima di Parigi da cinque uccelli: la rondine, il rigogolo, il cuculo, la quaglia e l’usignolo che arrivano con le brezze che albergano nelle insenature della penisola armoricana. La terra è coperta di margherite, di viole del pensiero, di giunchiglie, di narcisi, di giacinti, di ranuncoli, di anemoni, mentre le radure si adornano di alte felci eleganti. I campi di ginestre e ginestroni risplendono di fiori che sembrano farfalle d’oro e le siepi, lungo le quali abbondano fragole, lampioni e viole, sono decorate di biancospini, di caprifoglio, di rovi i cui virgulti bruni e arcuati si rivestono di foglie e fiori magnifici. Tutto brulica di api e di uccelli; gli sciami e i nidi fanno fermare i bambini a ogni passo. In certi angoli separati il mirto e l’oleandro crescono spontanei; il fico matura, come in Provenza; i meli, con i loro fiori color carminio, sembrano grossi bouquets per le fidanzate di campagna.

Poi arrivava il castello medievale, il quale magicamente si affaccia ancora oggi sul mare: Saint-Malo è uno scoglio collegato alla terra ferma solo da un istmo chiamato poeticamente le Sillon. Quest’ultimo elemento viene assalito da un lato dal mare aperto, dall’altro è lavato dalla marea che gira per entrare nel porto. Il giovane bretone, futuro poeta-guerriero, ricorda nelle sue memorie come: «durante le ore di bassa marea, il porto resta a secco, e al limite Est e Nord del mare si scopre una spiaggia di sabbia bellissima. Si può fare allora il giro del mio nido paterno. Vicino e lontano, sono sparsi scogli, fortini, isolotti disabitati»[3].

Il castello di Combourg , dove Chateaubriand trascorse la sua infanzia.

Lo château dal prospetto austero e smorto, presenta una cortina sormontata da una galleria coperta con caditoie dentellate. Tale elemento serviva per collegare le due torri diverse per età, materiali, altezza e diametro, che terminavano con merli guelfi sormontati da una copertura blu notte a punta d’ape. Qua e là sulla nudità dei muri apparivano finestre munite di inferriate; una larga rampa, ripida e dritta, di ventidue scalini, senza ringhiera né parapetto, stava al posto dell’antico ponte levatoio del fossato riempito: raggiungeva la porta della magione che si apriva sulla cortina. Sopra l’architrave della porta veniva riportato il glorioso cimelio araldico della casata dei Signori di Combourg. Una cuoca, una cameriera, due lacchè e un cocchiere formavano tutta la servitù: un cane da caccia e due vecchie giumente erano confinate in un angolo della scuderia.

Basterebbe questa descrizione per renderci conto della realtà visiva e ambientale che permeò François-René. La vita da castellano nei dintorni di Parigi discostava fortemente dalla vita in una roccaforte di una remota provincia dell’Ovest. Tutte le terre appartenenti a Combourg consistevano in alcune lande, qualche mulino e le due foreste di Bourgouèt e Tanouarn, in un paese in cui il bosco non vale quasi nulla. Ma Combourg era ricco di diritti feudali; tali orgogli erano di diversi tipi: gli uni stabilivano determinati canoni per determinate concessioni, o fissavano usi nati dal vecchio ordine politico; gli altri sembrava che in origine fossero stati semplicemente dei divertimenti. Il padre, ad esempio, aveva resuscitato alcuni di questi ultimi diritti, per prevenirne la prescrizione. Quando tutta la famiglia era riunita, si partecipava a tre principali divertimenti medievali: il salto dei pescivendoli, la quintana e una fiera chiamata l’Angevine. Contadini con zoccoli, corquen blu e bragou braz, costumi persi nell’oblio del tempo, assistevano a questi giochi di una Francia che non esisteva più[4]. C’era un premio per il vincitore e una ammenda per il vinto. Questa piccola società, la prima che il letterato osserva nella sua vita, è stata anche la prima a scomparire al suo sguardo. Per tutta la durata dell’anno nessun forestiero si presentava al castello. Uno isolamento che gli fece tentare addirittura il suicidio:

 

Possedevo un fucile da caccia con il grilletto consumato che partiva spesso da solo. Caricai quel fucile con tre pallottole e mi recai in un angolo appartato del grande Pallamaglio[5]. Misi il fucile in posizione di sparo, mi introdussi in bocca la punta della canna, battei il calcio per terra; reiterai più volte la prova: il colpo non partì; la comparsa di un guardiacaccia differì la mia decisione. Fatalista senza volerlo e senza saperlo, pensai che la mia ora non era ancora arrivata[6].

 

Questa solitudine fece soffrire molto il piccolo, che sopravvisse di fantasia, quella stessa immaginazione che poi gli tornò utile per divenire il grande scrittore che preparava la strada all’arte della diplomazia. Il 12 aprile del 1781 riceve, da buon cattolico, la prima comunione al collegio di Dol e nel luglio successivo viene unto dal sacramento della Cresima presso Combourg, dove, secondo costume, riceve un nuovo nome, quello di Auguste. L’adolescenza, passata con la sorella preferita Lucille, le altre tre sorelle e il fratello, si conclude la mattina del 9 agosto del 1786[7]:

 

l giorno dopo alle otto mi vengono a chiamare. Scendo: mio padre mi aspettava nel suo studio. «Signore cavaliere, – mi dice –, dovete rinunciare alle follie. Vostro fratello ha ottenuto per voi un brevetto di Sottotenente nel Reggimento di Navarra. Partirete per Rennes, e di là per Cambrai. Ecco cento luigi; non sprecateli. Sono vecchio e malato; non mi resta molto da vivere. Comportatevi da galantuomo e non disonorate mai il vostro nome». […] Trattenendosi in tal modo il braccio e dopo avermi consegnato la sua vecchia spada, senza darmi il tempo di raccapezzarmi, mi condusse al calessino che aspettava nella Corte Verde[8].

 

Giunto al reggimento in borghese, ventiquattro ore dopo, rivestiva già l’habit militare; «mi sembrava di averlo sempre portato» amava affermare. Il reggimento di Navarra, uno dei più prestigiosi dell’epoca con i colori blu e bianco, risparmiò il bretone delle prove che i sottotenenti sono soliti infliggere a un nuovo venuto; forse per il nome non osarono abbandonarsi a quelle puerilità militari. Dopo nemmeno quindici giorni che era nel battaglione lo trattarono già come un anziano. Apprese facilmente l’uso delle armi e la teoria; ottenne i gradi di caporale e di sergente col plauso degli istruttori. La sua camera era spesso luogo di ritrovo sia dei vecchi capitani che dei giovani sottotenenti. In quel periodo si ostentava nella tenuta un rigore alla prussiana: cappello piccolo, ricciolini aderenti alla testa, coda legata stretta, uniforme completamente abbottonata.

Nell’incisione l’appartamento occupato dalla sua famiglia in rue des Juifs presso Saint-Malo nella Bretagna. A sinistra uniforme del Reggimento di Navarra, dopo la riforma militare del 1778.

Una volta a Cambrai dove è stanziato il Reggimento, il giovane riceve il primo vero dolore della sua vita, dato dalla morte del padre il 6 settembre dello stesso anno.

L’esistenza di Chateaubriand verrà però scandita da tre passaggi decisivi che in ordine possiamo raggruppare come la Rivoluzione francese, Napoleone e l’attività letteraria e politica. Prima degli sconvolgimenti che macchiarono di rosso la Francia, il bretone ci fornisce un ultimo resoconto dell’Ancien Régime. Il fratello maggiore, rivenduta la sua carica di magistrato, entra nel Reggimento di Cavalleria reale e sposa Aline de Rosambo di sedici anni, un matrimonio particolarmente brillante poiché la famiglia acquisita era parte integrante del governo dell’epoca. Sarà per tali conoscenze che François-René verrà presentato a corte, prendendo parte alla battuta di caccia del Re di Francia e Navarra, Luigi XVI. Questo episodio, che potrebbe sembrare marginale nella sua vita di letterato, diventa fondamentale per iniziare a delineare quello che fu il suo carattere. Da troppo tempo, una certa retorica modesta, legata al mondo della tradizione, inquadra Chateaubriand come il paladino del Trono e dell’Altare, solo perché più tardi decise di dar fastidio – iscrivendosi – al partito legittimista. In realtà, senza falsa retorica, egli è stato sì fedele ai Borboni, ma nel contempo – aprendo un interessante parallelismo con quasi tutti i generali vandeani -, fu un interessato riformatore della Monarchia assoluta: egli ambiva, difatti, ad un’istituzione monarchica di carattere costituzionale, dove vigeva la libertà di stampa e all’interno della quale la religione cattolico-romana fosse riaffermata. Come vedremo riuscì in questi intenti presto o tardi nella sua vita longeva.

 

Giunse il giorno fatale; dovetti partire per Versailles più morto che vivo. […] La mattina del giorno seguente mi recai da solo al castello. Non si è visto nulla quando non si è ammirato lo sfarzo di Versailles, anche dopo la soppressione del vecchio apparato di servizio: Luigi XIV c’era ancora. […] quando entrai nell’Occhio di bue e mi trovai in mezzo ai cortigiani, allora cominciò la mia angoscia. Mi guardavano; sentivo chiedere chi fossi. Bisogna ricordare il vecchio prestigio della monarchia per comprendere l’importanza che aveva allora una presentazione. Il destino dell’esordiente era misterioso; gli veniva risparmiata l’aria sprezzante di protezione che contraddistingueva, insieme all’estrema cortesia, le maniere inimitabili del gran signore. […] Quando fu annunciato che il re si alzava, le persone non presentate si ritirarono; sentii un moto di vanità: non ero fiero di restare, ma sarei stato umiliato di dover uscire. La camera del Re si aprì: vidi il re che, secondo l’uso, finiva di vestirsi, cioè mentre prendeva il cappello dalla mano del primo gentiluomo di servizio. Il re si fece avanti per andare a messa; m’inchinai; il maresciallo di Duras mi presentò «Sire, il cavaliere di Chateaubriand». Il re mi guardò, ricambiò il saluto, esitò, ebbe l’aria di volersi fermare per rivolgermi la parola. […] Il re più imbarazzato di me, non trovando niente da dirmi, passò oltre. […] Il duca di Coigny mi fece sapere che avrei cacciato con il re nella foresta di Saint-Germain. M’incamminai di buon mattino verso il mio supplizio, in uniforme da esordiente, giacca grigia, corpetto e pantaloni rossi, ginocchiere, stivali da cavallerizzo, coltello da caccia al fianco, cappello francese piccolo gallonato d’oro. […] L’usanza voleva che i cavalli della prima caccia a cui assistevano coloro che erano stati presentati fossero forniti dalle scuderie del re. […] Arrivammo al punto di ritrovo, in cui numerosi cavalli da sella tenuti per le briglie sotto gli alberi, davano segni di impazienza. Le carrozze ferme nella foresta con le guardie; i gruppi di uomini e di donne; le mute trattenute a stento dai bracchieri; i latrati dei cani, i nitriti dei cavalli, i richiami dei corni, formavano un quadro molto animato. […] Non ero giunto al termine delle mie prove. Circa una mezz’ora dopo quella mia magra figura, cavalcavo in un luogo varco attraverso zone di bosco deserte: in fondo si ergeva un padiglione […] parte un colpo di fucile; l’Heureuse fa uno scarto, s’infila a testa bassa nel folto, e mi porta proprio nel punto in cui il capriolo era stato appena abbattuto: compare il re. […] Il re guarda e vede solo un esordiente arrivato prima di lui alla morte dell’animale; aveva bisogno di parlare; invece di andare in collera mi disse bonariamente e con una gran risata: «Non ha resistito molto». Sono le sole parole che mi siano state rivolte da Luigi XVI. Arrivava gente da ogni parte; destò stupore il fatto di trovarmi a conversare con il re. Le due avventure dell’esordiente Chateaubriand suscitarono scalpore; ma, come da allora in poi gli è sempre successo, non seppe approfittare né della buona né della cattiva sorte. Il re stanò e sfiancò altri tre caprioli. Siccome gli esordienti potevano inseguire soltanto la prima bestia, andai al Val con i miei compagni ad aspettare il ritorno dei cacciatori. […] Questo fu il mio primo contatto con la città e con la corte. La compagnia degli uomini mi sembrò ancora più odiosa di quanto avessi immaginato; ma, se mi spaventai, non mi persi d’animo; sentivo confusamente che ero superiore a quanto avevo visto. La corte m’ispirò un’avversione invincibile[9].

 

I più acuti avranno già compreso che il giovane non aveva simpatia, verso un mondo che non apparteneva a quella sua libertà genuina per quel suo essere uomo di ideali che mai piegò la schiena di fronte al potere, anzi tendeva ad evitarlo. Allora perché Chateaubriand fu fiero oppositore della Rivoluzione? Perché ripristinò la religione in Francia con il Genio del Cristianesimo? Ebbene perché odiava il dispotismo, la cattiveria e soprattutto la falsa morale: elementi imprescindibili di qualsiasi rivoluzione. Le sue descrizioni degli uomini, così come degli eventi, sono ancora memorabili e meritano spazio e visibilità.

Prima di addentrarci in coccarde tricolori e alberi della libertà, egli ci concede un ultimo sguardo all’antica monarchia, con il suo ingresso nel Sovrano militare ordine di Malta:

 

Fu in quell’epoca che mio fratello, sempre preso dai suoi piani, decise di farmi ammettere nell’ordine di Malta. A tal fine bisognava che fossi fatto chierico […] dal vescovo di Saint-Malo, che però aveva degli scrupoli: dare le insegne ecclesiastiche a un laico e a un militare gli pareva una profanazione che sapeva di simonia. Courtois de Pressigny, oggi arcivescovo di Besançon e Pari di Francia, è un uomo probo e meritevole. Era giovane allora, sotto la protezione della regina, e in cammino verso la fortuna, cui arrivò più tardi seguendo una via migliore: la persecuzione. Mi misi in ginocchio, in uniforme, con la spada al fianco, ai piedi del prelato, il quale mi tagliò due o tre capelli sulla sommità della testa; questa sarebbe stata la tonsura, che fu poi certificata da lettere in piena regola. Con tali lettere, quando i miei titoli di nobiltà fossero stati riconosciuti a Malta, avrei avuto in sorte duecentomila lire di rendita: un abuso, indubbiamente, nell’ordine ecclesiastico, ma cosa utile nell’ordine politico sancito dalla vecchia costituzione. […] La chiericatura, conferitami per le ragioni suddette, ha fatto affermare a qualche mio biografo male informato che in un primo tempo ero entrato nella Chiesa[10].

Incisione di François-René de Chateaubriand in uniforme da sottoufficiale del reggimento di Navarra, che riceve la tonsura per il suo ingresso nel Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta – Parigi, Ed. E. e V. Penaud frères, 1849-1850.

Già nel gennaio del 1789 aveva assistito presso Rennes ai disordini sanguinosi che precedettero lo scioglimento degli Stati di Bretagna e a fine giugno, recatosi a Parigi con la sorella Lucile vide dalla sua finestra le teste di Foulon e Berthier issate sulle picche dei rivoltosi. Il giovane Chateaubriand furioso urla ai plebei: «Briganti! È questa la vostra libertà?». La scena rivoluzionaria lo disgusta, ma da buon liberale assiste al pranzo offerto dallamarchese de Villette nipote di Voltaire, per il ritorno di Necker.

La rivoluzione fece saltare anche l’idea da esploratore di Chateaubriand, che rinunciò al passaggio a Nord-Ovest per un’ipotetica nuova influenza francese, nelle ex colonie, di carattere culturale[11]. Non solo: la sua carriera militare è interrotta, poiché nel settembre viene anche abolito il grado di «gentiluomo cadetto». Sebbene nelle primissime fasi, il suo ascendente liberale gli aveva fatto osservare i cambiamenti politici con un moto di speranza per uno svecchiamento istituzionale di un apparato che continuava ad amare, certamente si oppose appena osservò il primo sangue. Inizia così una descrizione dettagliata degli uomini, dei profittatori, della modestia di coloro che fecero avanzare la rivoluzione:

 

In quel tempo tutto era confuso nelle menti e nei costumi, sintomo di una rivoluzione prossima. I magistrati arrossivano a portare la toga e volgevano in derisione la gravita dei loro padri. […] Le mogli dei magistrati, abbandonando la veste di venerabili madri di famiglia, uscivano dai loro cupi palazzi pronti a trasformarsi in donne dalle avventure brillanti. Il prete, sul pulpito, evitava il nome di Gesù Cristo e parlava soltanto del legislatore dei cristiani; i ministri cadevano l’uno dopo l’altro; il potere sfuggiva di mano a tutti. Il massimo della raffinatezza era essere americano in città, inglese a corte, prussiano nell’esercito; essere tutto eccetto che francese. Ciò che si faceva, ciò che si diceva, non era che un susseguirsi d’incongruenze. Si pretendeva di mantenere preti commendatari, e non si voleva saperne di religione; nessuno poteva essere ufficiale se non era gentiluomo, e s’inveiva contro la nobiltà; si introducevano contemporaneamente l’uguaglianza nei salotti e le bastonate negli accampamenti militari. […] La Rivoluzione mi avrebbe coinvolto se non avesse esordito con dei crimini: vidi la prima testa portata in cima a una picca e arretrai. L’omicidio non sarà mai ai miei occhi un oggetto di ammirazione e una prova di libertà; non conosco niente di più servile, di più spregevole, di più vigliacco, di più limitato di un terrorista. […] Gli egualitaristi, i rigeneratori, gli sgozzatori, si erano trasformati in domestici, spie, sicofanti, e, cosa ancor meno naturale, in duchi, conti e baroni: che medioevo[12]!

 

Il bretone, testimone oculare non risparmia nessuno, soprattutto i tre avvocati di provincia, che successivamente divennero famosi per aver creato quel direttorio, che ancora oggi si ricorda con tristezza. Eccovene uno:

 

Secondo l’ordine di questa gerarchia di bruttezza, apparivano, insieme ai fantasmi dei Sedici, una serie di teste di gorgoni. L’ex medico delle guardie del corpo del conte di Artois, l’aborto svizzero Marat, con i piedi nudi negli zoccoli o nelle scarpe ferrate, era il primo a perorare in virtù dei suoi incontestabili diritti. […] nella cerchia delle bestie feroci attente ai piedi del pulpito, aveva l’aria di una iena vestita. Fiutava i futuri affluvi del sangue; aspirava già l’incenso delle processioni di asini e di boia, nell’attesa del giorno in cui, cacciato dal club dei Giacobini come ladro, ateo, assassino, sarebbe stato scelto come ministro. Quando Marat era sceso dalla sua tribuna di tavole […] non gli impedì di diventare il capo della moltitudine, di salire fino all’orologio dell’Hôtel de Ville, di suonare da là il segnale di un massacro generale, e di trionfare al tribunale rivoluzionario. Marat, come il peccatore di Milton, fu violato dalla morte: Chénier ne fece l’apoteosi, David lo dipinse nel bagno rosso di sangue […]. In un cenotafio coperto di erba in place du Carrousel si poteva visitare il busto, la vasca da bagno, la lampada e lo scrittoio della divinità. Poi cambiò il vento: l’immondizia, versata dall’urna di agata in ben altro vaso, fu vuotata nella fogna.

 

L’aria divenuta certamente pesante lo indusse a partire per il Nuovo Mondo: l’America. Qui Chateaubriand ci fornisce un altro lato del suo carattere liberale: la stima massima nei confronti di George Washington, culminata con una colazione fatta insieme all’americano, grazie ad una lettera di raccomandazione di un altro bretone, Charles Armand Tuffin, marchese de la Rouërie. Ma il viaggio negli Stati Uniti, iniziato il 10 luglio del 1791, non solo evocherà più tardi Les Amours de deux sauvages dans le désert (la novella “Atala” del 1801) – che ebbe un impatto enorme nel primo romanticismo francese, inaugurato dalla baronessa Madame de Staël –, ma al suo ritorno egli pone ai posteri un altro ritratto socio-politico e geografico che possiamo definire illuminante su questo Nuovo Continente, all’epoca ancora inesplorato, che destava tante meraviglie.

Come poteva dunque Chateaubriand essere un araldo della Monarchia, se era tanto attratto da un Paese – costruito da coscritti, schiavi e reietti –, che di un Re non ne aveva avuto neanche l’ombra? Era una persona moderata, colta ed intelligente. Aveva capito perfettamente che non esiste “il migliore dei mondi possibili”, che la grandezza dell’uomo, come per disegno divino, consiste nella diversità: così come un cavallo è diverso da una tigre, gli Stati Uniti d’America dovevano essere amministrati diversamente dalla Francia. Per questo non vide mai bene un’istituzione repubblicana nel suo Paese d’origine, proprio perché ogni Stato, con la sua storia, usi e costumi, possiede la diversità.

Il bretone, tuttavia, nota dei “pericoli” che minacciano questa giovane terra. Teme una divisione degli Stati, poiché aveva compreso grandi differenze tra un Nord più denso e con meno territorio e un Sud più vasto con meno abitanti. Un Nord che commercialmente poteva fare a meno della schiavitù – non perché la ritenesse deprecabile, ma perché aveva altre fonti di guadagno –, e un Sud che ne faceva un punto di forza ineluttabile. Si chiede «gli Stati del Nord e del Sud non sono forse opposti per spirito e interessi? Gli stati dell’Ovest, troppo lontani dall’Atlantico, non vorranno un regime loro proprio?». Domande legittime. Si interroga aprendo un parallelo con la Svizzera, che viene però subito risolto: «La Svizzera federale continua a esistere in mezzo a noi: perché? Perché è piccola, povera, isolata e al sicuro nel grembo delle montagne; vivaio di soldati per i re, meta di escursioni per i viaggiatori». Teme che gli Stati Uniti, che hanno conosciuto dopo l’indipendenza solo la pace, non riescano a mantenete la loro indipendenza, con un Europa sempre agguerrita e ricca di nuove conquiste. Osserva con attenzione l’origine del capitalismo di matrice protestante e lo condanna, asserendo come la disparità sociale e di patrimoni rischiava di compromettere lo spirito di uguaglianza dei Lumi a stelle e strisce.

Infine, da segnalare, condanna l’ipocrisia del parvenu, dei nuovi ricchi ignoranti e sgraziati, che cercano di imitare un’Europa antica e bella, alla quale non possono tuttavia rubargli il sangue:

 

Mentre dilaga la disparità dei beni e nasce un’aristocrazia, il grande impulso dell’uguaglianza obbliga gli imprenditori o i proprietari terrieri a nascondere all’esterno il loro lusso, a dissimulare la ricchezza, per paura di essere ammazzati dai vicini. Il potere esecutivo non viene riconosciuto; le autorità locali, appena scelte, possono esser cacciate a piacimento e sostituite con altre. Ciò non turba affatto l’ordine pubblico. […] Lo spirito di famiglia è scarso non appena il bambino di una famiglia è in grado di lavorare bisogna, come l’uccello che ha messo le penne, che voli con le sue ali. […] Nelle città regna un freddo e duro egoismo […] sembra di essere in borsa o al banco di un grande negozio[13].

 

Come antesignano del proprio tempo, nota anche l’estrema voglia di movimento, unita alla noia che coglie negli individui, quasi meccanizzati dal lavoro frenetico: «produci e avrai l’anima salva», ama asserire l’eresia. Il suo ritorno in Europa è curioso: in Carolina, bollendo patate dolci, si accorge di un giornale inglese, lo raccoglie da terra e leggendo, apprende che il Re Luigi XVI è stato arrestato dopo la sventurata fuga da Varennes. Il giornale raccontava inoltre, dell’estendersi dell’emigrazione, e di come gli ufficiali dell’esercito si riunissero sotto la bandiera dei prìncipi francesi. Un cambiamento improvviso operò nel suo animo e decise d’un tratto di interrompere la sua esperienza americana. Un semplice confronto fra Chateaubriand e la sua coscienza lo gettò sul teatro del mondo, ma un genio maligno gli avrebbe troppo presto strappato la spada per mettergli in mano una penna.

Tornato il 16 gennaio del 1792, non farà in tempo a salutare la madre che già i ranghi degli emigrati in Belgio lo accoglieranno. Prima di partire si sposa: era necessario avere una moglie che proteggesse i suoi beni in patria. Lucile aveva trovato l’ereditiera adatta allo scopo nell’amica Céleste Buisson de la Vigne, orfana di ambedue i genitori e allevata dal nonno, ex governatore di Lorient. La ragazza ha diciotto anni e il matrimonio viene celebrato da un prete refrattario. Fu così che l’unione fu dichiarata nulla dalla legge e la giovane donna reclusa in un convento.

Solo più tardi, si avrà la serenità di un secondo matrimonio, il 19 marzo, da un prete costituzionale. Tuttavia la “fortuna” di de La Vigne, con gli sconvolgimenti rivoluzionari, si rivela molto più effimera di quella che invece ci si aspettava: i beni furono svalutati, poiché erano stati investiti alla Chiesa e allo Stato con interessi assegnati.

Chateaubriand, a livello politico, è vicino al club Les Enragés, passato alla storia come gruppo anarchico responsabile dell’espulsione dei Girondini dalla Convenzione nazionale, che consentì ai Montagnardi di assumere il pieno controllo; in realtà nell’anarchia generale del movimento, militavano anche monarchici radicali e il bretone era uno di loro.

Arrivato a Treviri, dopo non pochi problemi per espatriare, Chateaubriand si arruola nell’armata del conte d’Artois, composta da 100.000 uomini, di cui 12.000 emigrati. Poco dopo il suo arrivo, gli emigrati sono distaccati dal corpo dell’armata e ricevono la missione di assediare, insieme a 20.000 austriaci, la fortezza di Thionville, sulla riva sinistra della Mosella. François-René ritrova nella sua compagnia il cugino Armand de Chateaubriand. Dopo un assedio inconcludente, durante il quale il bretone viene ferito ad una gamba, gli emigrati hanno l’ordine di marciare su Étain, poi su Verdun. I ricordi della guerra sono sempre crudi, nonostante la sua carriera militare doveva essere prossima alla fine:

 

Eravamo troppo male armati per rispondere al fuoco; avanzammo con la baionetta in canna. Gli attaccanti si ritirarono, non so perché; se avessero resistito, ci avrebbero annientati. Nelle nostre file ci furono parecchi feriti e qualche morto, fra gli altri il cavaliere de La Baronnais, capitano di una delle compagnie bretoni. Gli portai sfortuna: la pallottola che gli tolse la vita rimbalzò sulla canna del mio fucile e lo colpì con una forza tale, che gli attraversò entrambe le tempie; il suo cervello mi schizzò in faccia. Inutile e nobile vita di una causa persa[14]!

Incisione di François-René de Chateaubriand (1768 – 1848) scrive le sue memorie sul campo militare dell’armata dei Prìncipi nel 1792. Sarà congedato con onore per alcune ferite riportate dopo l’assedio di Thionville.

Il 20 settembre 1792 il generale Brunswick, a capo dell’armata è sconfitto a Valmy. Il 30 i reduci dell’assedio di Thionville, ricevono l’ordine di unirsi alla ritirata verso la frontiera.

Non risparmiò giuste critiche all’armata dei Principi, parente lontano dell’esercito di Condé, che seguirà la storia degli emigrati francesi con più onore e gloria:

 

Deploravo la cecità dei Prìncipi, che credevano di poter tornare in patria con un pugno di servitori, e di poter rinsaldare la corona sulla testa del loro fratello grazie al braccio dello straniero. […] ma il re sarebbe perito sul patibolo, e che, verosimilmente, la nostra spedizione contro Thionville sarebbe stata uno dei principali capi d’accusa contro Luigi XVI. Ferron fu colpito dalla mia predicazione: era la prima della mia vita. Da allora, ne ho fatte molte altre, altrettanto veritiere, altrettanto inascoltate […]. Comunque, gli emigrati suscitavano allora la simpatia generale; la nostra sembrava la causa dell’ordine europeo: una sventura, se onorata, è pur sempre qualcosa, e la nostra lo era[15].

 

Tornato in patria, dopo aver rischiato la morte per dissenteria e varicella, la storia corre veloce: Luigi XVI è giustiziato il 21 gennaio del 1793 e suo zio Malesherbes, difensore del Borbone durante il processo, fu perseguitato. Gli Chateaubriand non sono da meno e dal momento che La Rouërie è morto e l’insurrezione normanna è soffocata, François-René decide di emigrare in Inghilterra per salvarsi la vita. Sarà proprio nell’isola di Albione che inizierà la sua attività di scrittore in assoluta povertà.

Sono anni difficili dove inizia la stesura, il 21 maggio dello stesso anno, dell’Essai historique, politique et moral sur les révolutions anciennes et modernes, considérées dans leurs rapports avec la Révolution française (Saggio sulla rivoluzione), un’opera letteraria di denuncia sui crimini della rivoluzione che concluderà solo nel 1797. L’Essai fu una sorta di enciclopedia storica, la quale suscitò grande scalpore da parte degli emigrati: fu in contrasto con i sentimenti dei francesi in esilio, ma nel contempo gli aprì le porte londinesi dei personaggi emigrati di alto rango.

A Londra conosce un polemista conservatore Jean-Gabriel Peltier, il quale trova un lavoro al bretone come precettore nella cittadina di provincia di Beccles: in realtà insegnerà francese alle fanciulle di buona famiglia.

In patria le cose non procedono bene: la madre viene imprigionata alla casa circondariale chiamata Égalité, un annesso della Conciergerie[16]; il castello di Combourg è confiscato e il mobilio venduto all’asta. La rivoluzione gli porta via anche suo fratello: fu ghigliottinato il 22 aprile del 1794, insieme a sua moglie Aline.

Nel frattempo al pastore anglicano della cittadina di Beccles John Ives, il giovane francese piace e lo accoglie con simpatia. Una caduta da cavallo immobilizza per alcune settimane Chateaubriand, che viene curato a casa del pastore. Ne nasce un idillio tra l’ospite e la figlia quindicenne Charlotte. Dimentico del legame matrimoniale con Céleste, ex castellano di Combourg è costretto a rivelare il proprio stato civile quando la signora Ives gli propone la mano della ragazza.

Alla fine dell’anno scolastico, probabilmente nel mese di giugno 1796 lascia Suffolk e torna a Londra:

 

Di quegli avvenimenti, mi è rimasto un ricordo di grande dolcezza, tenerezza e riconoscenza. Prima della mia celebrità, la famiglia Ives è l’unica che mi abbia voluto bene, e che mi abbia accolto con vero affetto. […] se avessi sposato Charlotte Ives, il mio ruolo sulla terra sarebbe stato diverso: sepolto in una contea della Gran Bretagna, sarei diventato un gentleman cacciatore: dalla mia penna non sarebbe caduta nemmeno una riga, avrei persino dimenticato la mia lingua […] avrei trascorso molti giorni di calma, invece dei giorni tempestosi che mi sono toccati alla sorte. […] Non avrei dovuto ogni mattina rimediare a sbagli, combattere errori[17].

Chateaubriand e Charlotte in un incisione del XIX secolo.

Questo prima episodio, creerà in Chateaubriand le prime crepe di un temperamento che con la morte successiva dei familiari, lo avvicinarono alla religione cattolico-romana grazie alla quale riabilitò in Francia il cattolicesimo.

Tragedia nella tragedia. Il 31 maggio 1798 il bretone riceve dallo zio Bedée la notizia che la madre era morta. Più di un anno dopo, nell’agosto del 1799, gli giunse con ritardo di 13 mesi una lettera della sorella Julie che gli dava la stessa notizia, lo accusava di aver contribuito con le idee dell’Essai alla morte della madre, e gli augurava di non scrivere più. La lettera non poté avere risposta; quando arrivò, Julie era morta da pochi giorni.

In questo tremendo periodo, inizia il suo progressivo avvicinamento non solo al cattolicesimo, ma a quello che verrà definito come il proto-romanticismo francese. Parlo dell’Atala, demolitore del buon selvaggio di Rousseau, ma da quest’ultimo prende spunto per la trama, grazie al romanzo epistolare del 1761 La Nouvelle Heloïse[18]. In quello che sarà uno dei suoi successi letterari, esprime le sue profonde convinzioni cristiane, spirituali e morali. Sostiene Madame de Staël nella sua lotta tra i Moderni (i futuri romantici) di cui è portavoce contro gli Anziani (i classicisti).

Atala è una novella concepita per integrarsi in un’epopea in prosa, I Natchez sono una tribù ispirata dal già discusso viaggio negli Stati Uniti, in particolare nella Lousiana e in Florida lungo le rive del Mississipi, chiamato dagli indiani Meschacebé: l’episodio di “Atala o gli Amori di due selvaggi nel deserto” è pubblicato al ritorno di Chateaubriand in Francia, prima di essere inserito nel successivo capolavoro, Genio del Cristianesimo.

Il racconto inizia con il vecchio Chactas, ormai settantreenne, indiano della tribù dei Natchez, figlio di Outalissi, raccontare al giovane francese Renè, giunto in Lousiana dopo aver abbandonato la patria, gli episodi più importanti della sua vita e in particolare della sua gioventù.

Appena ragazzo, egli è costretto a separarsi dalla sua terra madre a causa della sconfitta della sua tribù da parte dei Muscogulgi, che hanno sterminato quasi interamente il suo popolo.

Quindi Chactas viene accolto e cresciuto dallo spagnolo Lopez e dalla sorella di quest’ultimo, i quali cercano di convertirlo al cristianesimo, che il protagonista però rifiuta come religione. Dopo poco tempo, il protagonista inizia a sentire una forte nostalgia per la sua vita precedente e decide di lasciare la famiglia adottiva per tornare a vivere come un selvaggio.

A causa della sua inesperienza della vita rude e turpe degli indigeni, il ragazzo viene fatto quasi subito prigioniero dai Muscogulgi, che hanno intenzione di bruciarlo sul rogo e mangiare il suo cuore. Chactas, tuttavia, verrà salvato durante la notte, dalla bella Atala, figlia del capo dei Muscogulgi, ma educata dalla madre alla religione cristiana.

Durante la fuga, i due giovani si innamorano l’uno dell’altra, ma purtroppo vengono subito ripresi e riportati all’accampamento. Fortunatamente, la sera prima dell’esecuzione di Chactas, Atala riesce a liberarlo nuovamente e così i due iniziano una vita insieme nella foresta ai confini del deserto. La vita insieme avvicina i due protagonisti sempre di più in un amore bello e pieno di rispetto, anche se Atala non si concede e sembra tormentata dal ricordo della madre. Però la ragazza ha fiducia nel giovane indiano e infatti gli confida che, in realtà, il suo vero padre è uno spagnolo e, ironia della sorte, è lo stesso Lopez che si era preso cura del giovane.

Una notte, durante una tempesta, i due giovani si rifugiano nella foresta e Atala è sul punto di cedere al suo amore per Chactas, quando compare un cane seguito da un missionario francese, padre Aubry, giunto per soccorrerli, che li ospita nella caverna dove vive.

Il mattino seguente, mentre Atala dorme, il prete conduce il ragazzo al villaggio dove si sono stabiliti gli indiani che è riuscito a convertire e ai quali fa ancora da guida spirituale, per cercare di convertirlo e rendere possibile il matrimonio con la ragazza amata. È qui che Chactas si rende conto della pace e della felicità della vita civilizzata sotto la religione cristiana.

Ritornati alla grotta, i due uomini trovano la ragazza morente nel proprio letto e si chiedono cosa sia successo. È la stessa Atala, che con le ultime forze, spiega di essersi avvelenata perché temeva di non poter mantenere il voto di castità fatto alla madre in punto di morte. Allora padre Aubry le spiega che il voto poteva essere sciolto e che la madre, indotta dal fanatismo, le aveva fatto fare un giuramento che poteva essere invalidato. Purtroppo, a causa della propria ignoranza, Atala aveva deciso di uccidersi con un veleno senza rimedio e prima di morire conforta il suo amato e gli fa promettere di convertirsi al cristianesimo per poi ritrovarsi dopo la morte.  L’indomani Chactas e padre Aubry seppelliscono la giovane e poi il prete esorta il ragazzo a ricongiungersi al resto della sua tribù.

Nell’epilogo, un viaggiatore europeo narra di aver incontrato dei superstiti della tribù dei Natchez, vicino alle cascate del Niagara, che si portano dietro le ceneri dei loro antenati. Una donna, figlia di René, svela al viaggiatore la fine violenta del suo avo, di padre Aubry e di Chactas, che prima di morire era riuscito a convertirsi alla religione cristiana.

Questa storia d’amore è caratterizzata da uno stile fortemente lirico dove lo scrittore fa emergere sia la poesia descrittiva, sia quella drammatica.

Infatti si intravedono tutti gli elementi della letteratura romantica, come l’attenzione dedicata agli stati d’animo, il gusto per la natura, il ritorno alle radici cristiane come fondamento dell’identità dei popoli europei. Proprio quest’ultima voce diviene araldo del racconto, poiché si evince il contrasto tra la crudeltà dei selvaggi indiani, con la santità del missionario cattolico. Da qui avviene la condanna dei philosophes per l’elogio al buon selvaggio: questo essere astratto, senza macchia, che vive a contatto con la natura, perché puro.

Tutta l’opera di Chateaubriand è percorsa dallo sgomento davanti alla fatale corruzione dell’essere. Questa ossessione si concretizza, nella figura della maternità che genera morte: legata dalla madre al voto di castità, la giovane Atala si uccide per non infrangere il voto.

In quella estate, mentre lutti e missive si ripresentano con la velocità della ghigliottina, lo scrittore era impegnato in un’opera di circostanza di sicuro successo, una brochure, un pamphlet molto cattolico di 48 pagine, l’embrione, l’incunabolo del futuro Génie du Christianisme.

A sinistra il busto in bronzo di François René de Chateaubriand nel Dol de Bretagne. La statua di Chateaubriand è stata apposta nel 1998 per celebrare il 150° anniversario della sua morte. A destra la testata del Genio del Cristianesimo del 1802.

Ancora oggi vi sono dubbi sulla sincerità di Chateaubriand verso la fede cristiano-cattolica. Ebbene i dubbi possono essere fugati conoscendo la sua vita retta, senza compromessi, con tanti sacrifici verso il prossimo, dove quest’ultimo aveva sempre le sembianze o della Francia o dello stesso popolo. Un lavoro politico e letterario oscuro, irradiato solo dalle critiche e dalle minacce dei despoti di turno. Certamente non fu uomo coerente: ebbe delle amanti, uccise in guerra, ma l’abbraccio vero della religione romana lo ebbe grazie al perdono: qui la grandezza del Cristianesimo; non più homo-homini-lupus, ma homo-homini-Deus, poiché Cristo si è fatto uomo, è Dio per l’uomo, la rettitudine di una vita, sta nell’essere perdonati dai propri sbagli. Ad una Rivoluzione che rimettendo al centro l’uomo, voleva renderlo perfettibile e auto-cosciente di sé usando qualsiasi mezzo necessario, il Cristianesimo cattolico ci insegna che l’uomo è imperfetto e proprio questa caratteristica è la sua forza, poiché fa tendere l’uomo – tramite un percorso “di santità” fatto di autoconsapevolezza e pentimento –, verso il paradiso. Chi è il santo? È colui che si dona al prossimo e grazie a questa bontà di spirito, sempre difficilissima per la natura umana, compie del bene agli altri, migliorando se stesso. Io credo che Chateaubriand avesse perfettamente capito quest’essenza straordinaria della Verità.

Pubblicato in Francia nel 1802, il Génie du Christianisme (Genio del Cristianesimo) è un’opera apologetica scritta tra il 1795 e il 1799 durante il suo esilio britannico. Lo scritto contribuirà molto anche alla riscoperta dell’arte gotica (precursore anche qui del britannico Augustus Pugin), della cavalleria e degli scrittori cristiani. Rappresentante di una generazione assetata di sentimenti religiosi che la Rivoluzione aveva adombrato, Chateaubriand vuole riabilitare il cristianesimo, la religione che lui considera la “più poetica, più umana, più favorevole alle lettere”. Il successo di quest’apologia ha portato l’autore a essere una vera guida spirituale. Opera fortemente didattica, il Genio del Cristianesimo o la bellezza della religione cristiana è arricchito di passaggi fondamentali che focalizzano lo sviluppo del Romanticismo in Francia, grazie alle meraviglie della natura o all’episodio di René. Fu un autentico successo in tutta Europa, soprattutto in Francia. Il libro è diviso in quattro distinte suddivisioni: Dogmi e dottrine, che evocano la bellezza e la nobiltà morale del cristianesimo; Poetica del cristianesimo, che mira ad evidenziare la superiorità delle opere d’ispirazione cristiana in confronto alle opere di origine pagana; Belle Arti e letteratura, attraverso la quale l’autore prova che i principali capolavori artistici e letterari si basano sul cristianesimo; Culto, dove sottolinea l’importanza e la grandezza della liturgia cristiana. Lo stesso bretone è felice dal suo successo che lo consacrò ai posteri:

 

Frattanto terminavo il Génie du Christianisme […]. L’impero dei seguaci di Voltaire cacciò un grido e corse alle armi. […] che speranze potevo avere io, privo di fama e di sostenitori, di distruggere l’influenza di Voltaire che aveva innalzato l’enorme edificio terminato dagli enciclopedisti e consolidato da tutte le celebrità d’Europa? Come! I Diderot, i D’Alembert, i Duclos, i Dupuis, gli Helvétius, i Condorcet erano spiriti senza autorità? Come! Il mondo doveva tornare alla leggenda aurea, rinunciare all’ammirazione dovuta ai capolavori di scienza e di ragione? Potevo mai vincere una causa che Roma armata dei suoi fulmini, il clero della sua potenza non avevano potuto difendere; una causa sostenuta invano all’arcivescovo di Parigi, Christophe de Beaumont, con l’appoggio dei decreti del Parlamento, della forza armata e del nome del Re? Non era ridicolo quanto temerario, per un uomo oscuro, opporsi ad un movimento filosofico così irresistibile da aver prodotto la Rivoluzione? Era curioso vedere un pigmeo tendere le braccia gracili per soffocare il progresso del secolo, fermare la civiltà e far retrocedere il genere umano! Grazie a Dio, sarebbe bastata una parola per polverizzare quell’insensato: così Ginguené, maltrattando il Génie du Christianisme sulla “Décade”, dichiarava che la critica giungeva troppo tardi, perché le mie farneticazioni erano già dimenticate. Lo diceva cinque o sei mesi dopo la pubblicazione di un’opera che neppure l’attacco dell’intera Académie Française, in occasione dei premi decennali, ha potuto distruggere. Pubblicai il Génie du Christianisme tra le rovine dei nostri templi. I fedeli si credettero salvi: si sentiva all’epoca un bisogno di fede, un’avidità di consolazioni religiose che derivavano dalla lunga privazione di tali consolazioni. Quante forze soprannaturali da invocare per tante avversità subite! Quante famiglie mutilate dovevano cercare presso il Padre degli uomini i figli perduti! Quanti cuori spezzati, quante anime rimaste sole imploravano una mano divina per guarirli! […] cercavano rifugio nell’Altare[19].

 

I passi in cui lo scrittore bretone dimostra che scacciando le divinità pagane dai boschi il culto cristiano, allargandosi, ha riportato la natura alla sua solitudine; i paragrafi in cui tratta l’influenza della religione cattolica sullo stile della visione pittorica, o il cambiamento religioso operato nella poesia e nell’eloquenza; i capitoli dedicati alle ricerche sui nuovi sentimenti introdotti nei modelli drammatici dell’Antichità, racchiudono il germe della nuova critica.

L’azione del Génie du Christianisme sulle opinioni, non si limita a una momentanea resurrezione di una religione data per morta: ebbe luogo una metamorfosi più duratura. L’ateismo e il materialismo non furono più la base del credo o della miscredenza dei giovani ingegni; l’idea di Dio e dell’immortalità dell’anima riacquistò il suo potere. Il pregiudizio antireligioso fu annientato, si dileguò con la stessa velocità con cui era comparso; il cattolico non fu più una mummia del nulla, avvolto in bende filosofiche.

In Francia il 9 novembre del 1799 (18 brumaio) arriva il colpo di Stato che innalza Bonaparte al potere. Il cambiamento politico induce gli emigrati a tornare in patria. Mentre i francesi si occupavamo del vivere e del morire comuni, la storia compiva la marcia gigantesca del mondo; l’Uomo del tempo prendeva la guida della specie umana.

Quando nel 1801 il suo amico Joubert lo introduce nella cerchia di intellettuali che si riuniva regolarmente in rue Neuve-du-Luxembourg, da Pauline de Beaumont, passando per Fontanes, Bonald, Molé, Pasquier, Chênedollé e la stessa madame de Staël-Holstein. Molti di questi personaggi manterranno anche in seguito strette relazioni di amicizia con Chateaubriand. Pauline de Montmorin Saint-Hérem, contessa di Beaumont (1768 – 1803) era figlia del Ministro degli Esteri di Luigi XVI, perito nei massacri del 2 settembre del 1792 con tutta la sua famiglia, ad eccezione della giovane donna. Joubert e la moglie aveva conosciuto Paoline nel 1794, quando la ragazza si era rifugiata in Borgogna, dai cugini Sérilly. In seguito l’accolsero nella loro residenza di Villeneuve-sur-Yonne. Così tra Joubert e Pauline nascerà un grande legame affettivo. Nel 1798 de Beaumont era tornata a Parigi: tra Chateaubriand e la donna scatta la scintilla, che si trasformerà in amore e affetto duraturo. Per permettere a Chateaumbriand, divenuto suo amante, di lavorare in maniera confortevole al Génie du Christianisme, Pauline affitta in aprile una casa a Savigny-sur-Orge, dove i due abitano insieme a partire dal 20 maggio fino alla fine di novembre.

Grazie alla relazione con Fontanes, che è amico di Luciano Bonaparte e di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, Chateaumbriand ottiene la radiazione dalla lista degli emigrati.

Parigi, Panthéon: scultura di dedicata agli oratori e ai pubblicisti della Restaurazione (1903) di Laurent Honoré Marqueste (1848 – 1920), monumento in pietra. Il gruppo di oratori e pubblicisti della Restaurazione è composto da Benjamin Constant, Pierre de Serre, Casimir Perier, Armand Carrel, dal generale Maximilien Foy, Jacques-Antoine Manuel e François-René de Chateaubriand.

Il 14 aprile la pubblicazione del Génie du Christianisme con Migneret è un successo strepitoso: l’opera appare in concomitanza con il Te Deum che, il 18 aprile, giorno di Pasqua, celebra solennemente, a Notre-Dame, il ripristino del culto (in seguito Concordato). L’eco arriva fino allo stesso Napoleone, che lo invita ad un ricevimento per conoscerlo:

 

Fui invitato perché avevo radunato le forze cristiane e le avevo fatte tornare alla carica. Ero nella galleria quando entrò Napoleone: mi colpì favorevolmente; […] Il suo sorriso era carezzevole e bello; […] non aveva ancora nessuna ciarlataneria nello sguardo, niente di teatrale e di affettato. Il Génie du Christianisme, che all’epoca destava molto scalpore, aveva agito su Napoleone. Una prodigiosa immaginazione animava quel politico tanto freddo […] Bonaparte mi scorse e mi riconobbe, non so da che cosa. Quando si diresse verso la mia persona, non si sapeva chi cercasse; le file si aprivano l’una dopo l’altra; ognuno sperava che il console si sarebbe fermato davanti a lui; egli pareva provare una certa impazienza di fronte a tali equivoci. Io sprofondavo dietro ai miei vicini; a un tratto Bonaparte alzò la voce e mi disse: «Monsieur de Chateaubriand»! Allora rimasi da solo alla vista, perché la folla si ritirò e in breve si riformò in cerchio intorno ai due interlocutori. Bonaparte mi rivolse la parola con semplicità: senza farmi complimenti, senza domande oziose, senza preamboli, mi parlò immediatamente dell’Egitto e degli Arabi, come se fossi stato in confidenza con lui ed egli si limitasse a continuare una conversazione già avviata tra noi. «Rimanevo sempre colpito, – mi disse -, quando vedevo gli sceicchi cadere in ginocchio in mezzo al deserto, volgersi a Oriente e toccare la sabbia con la fronte. Qual era la cosa ignota che adoravano in direzione dell’Oriente»? Bonaparte s’interruppe, e passando senza transizione a un’altra idea: «Il Cristianesimo? Gli ideologi non hanno forse voluto ridurlo a un sistema di astronomia? Se anche così fosse, credono di convincermi che il cristianesimo sia poca cosa? Se il cristianesimo è l’allegoria del movimento delle sfere, la geometria degli astri, gli atei hanno un bel dire, hanno pur sempre lasciato, loro malgrado, sufficiente grandezza all’infame». Bonaparte si allontanò seduta stante. Come a Giobbe, nella mia notte, uno spirito mi è passato davanti; i peli della mia carne si sono drizzati; è rimasto lì: non conosco il suo volto e ho udito la sua voce come un lieve soffio[20].

 

Inizialmente anche Chateaumbriand è attratto da Napoleone, come tutti. Come si spiega allora la grande battaglia che intraprese dopo contro di lui? È presto detto. Il còrso ristabilì la civiltà in Francia, eseguì riforme, attuò il nuovo concordato con il clero, rese grande militarmente la Francia. Quest’ultimo punto attrae il bretone: allo scrittore, Napoleone piaceva per il coraggio delle scelte, giuste o sbagliate che fossero; la capacità di Napoleone di prendersi le responsabilità di fronte al popolo e alla Nazione. Certamente intravedeva già il dispotismo, ma di fronte ai crimini rivoluzionari, il generale appariva un moderato, poiché abolì il terrore, riconsegnò parzialmente il potere alla nobiltà. Quello che Chateaumbriand scoprirà successivamente, in formato simile alla Rivoluzione, segnò il suo allontanamento e la sua personalissima guerra al despota. Se vi era qualcosa che François-René non sopportava era la prepotenza, la corruzione: Napoleone si contornò di profittatori, di ipocriti, di regicidi e da tutti coloro che lo adulavano solo per trarci profitto. In verità anche Napoleone nutriva stima di Chateaumbriand: dopo aver letto le sue opere, aveva capito che possedeva talento, ingegno e un elemento per lui molto importante, la riservatezza e la poca ambizione di potere – i due potevano davvero andar d’accordo.

Quale dunque l’elemento che mise fine alla loro conoscenza, nonostante il futuro Imperatore dei Francesi gli avesse assegnato la segreteria dell’ambasciata dello Stato Pontificio nel 1803 al seguito del Cardinale Joseph Fesch (1763 – 1839)? Fu un omicidio. Fu l’assassinio del duca d’Enghien, l’ultimo della grande famiglia dei Condé, a Vincennes. Perché dunque Napoleone avrebbe mai commesso omicidio così efferato? Ebbene, grazie anche agli intrighi di Talleyrand, il còrso voleva pubblicamente far comprende come egli non poteva mai essere il restauratore tanto desiderato del Trono e dell’Altare in Francia. L’abolizione del terrore, il riavvicinamento della nobiltà, il Concordato con la Chiesa, avevano fatto sperare l’esiliato Luigi XIII e molti dei realisti, compreso Chateaumbriand, in una nuova svolta per la Francia. Come sappiamo non sarà Regno, ma Impero. Il letterato non perdona il gesto materiale, non comprende l’atto politico: il 21 marzo del 1804 scrive una lettera di dimissioni a Talleyrand, non assumendo neanche l’incarico di Sion che Napoleone gli aveva appena conferito. Da quel momento è un oppositore di Napoleone, l’unico che elevò un grido in Europa, tramite il giornale del Mercure. Paradossalmente Napoleone nelle sue Memorie di Sant’Elena elogia Chateaumbriand per la sua franchezza e la sua opposizione fiera e leale. Dopo tanti colpi bassi, dati e ricevuti, l’ex Imperatore dei Francesi in esilio gli diede merito.

Così riporta il racconto dell’omicidio di colui che aveva militato, insieme al bretone, nell’armata degli emigrati francesi, poi esercito di Condé:

 

Un ordine di Bonaparte, del 29 ventoso anno XII, aveva stabilito che una commissione militare, composta da sette membri nominati dal generale governatore di Parigi (Murat), si sarebbe riunita a Vincennes, per giudicare il «ci-devant» duca d’Enghien, accusato di essersi armato contro la Repubblica. […] La morte dello sventurato duca d’Enghien è uno degli avvenimenti che hanno più afflitto la nazione francese: esso ha disonorato il governo consolare. Un giovane principe, nel fiore degli anni, sorpreso a tradimento su suolo straniero, dove dormiva in pace protetto dal diritto dei popoli; trascinato con violenza verso la Francia; tradotto di fronte a sedicenti giudici che non potevano in nessun caso essere i suoi; accusato di reati immaginari; privo del soccorso di un difensore; interrogato e condannato a porte chiuse; giustiziato di notte nei fossati della roccaforte che fungeva da prigione di Stato; tante virtù misconosciute, speranze tanto care distrutte, faranno per sempre di questa catastrofe uno degli atti più rivoltanti cui si sia mai abbandonato un governo assoluto! […] Il duca d’Enghien non è stato arrestato in Francia; non era prigioniero di guerra, perché non era stato catturato con le armi in pugno; non era prigioniero a titolo civile, perché non era stata chiesta l’estradizione; si trattava di un sequestro violento di persona, paragonabile alle catture dei pirati di Tunisi e di Algeri, di una scorreria di ladri, incursio latronum. […] Riassumendo questi fatti, ecco che cosa mi hanno dimostrato: Bonaparte ha voluto la morte del duca d’Enghien; […] la separazione definitiva del Primo console dai Borboni. […] Quanto a Talleyrand, prete e gentiluomo, ispirò e preparò l’assassinio assillando Bonaparte con le sue ansie: temeva il ritorno della monarchia legittima. […] fu lui a convincere il console a ordinare l’arresto fatale[21].

 

Questa morte, sul momento, gelò di spavento tutti i cuori; si temette un ritorno del regno di Robespierre. Parigi credette di rivedere uno di quei giorni che si vedono solo una volta, il giorno dell’esecuzione di Luigi XVI. I servitori, gli amici, i parenti di Bonaparte erano costernati.

Luigi Antonio di Borbone, Duca di Enghien (Chantilly, 2 agosto 1772 – Vincennes, 21 marzo 1804), era un parente dei sovrani borbonici di Francia. Fu giustiziato per accuse inventate durante il consolato francese. Fu educato privatamente dall’Abbé Millot e, nelle questioni militari, dal Commodoro de Vinieux. Mostrò precocemente lo spirito bellicoso del Casato di Condé, e cominciò la sua carriera militare nel 1788. Allo scoppio della rivoluzione francese, emigrò con il padre e il nonno pochi giorni dopo la caduta della Bastiglia e rimase in esilio, cercando di aumentare le forze per l’invasione della Francia e la restaurazione della monarchia. Nel 1792, allo scoppio delle guerre rivoluzionarie francesi, ricoprì un comando nel corpo degli émigré organizzato e comandato da suo nonno, il Principe di Condé. Questo esercito di Condé condivise la fallimentare invasione della Francia del Duca di Brunswick.

All’estero, il linguaggio diplomatico soffocò subito la reazione popolare, ma essa scosse ugualmente le viscere della folla. Nella famiglia esiliata dei Borboni, il colpo penetrò a fondo: Luigi XVIII restituì al re di Spagna l’Ordine del Toson d’Oro, di cui era stato da poco insignito Bonaparte; la decorazione era accompagnata dalla lettera seguente, che fa onore all’anima regale: «Caro signor cugino, non può esservi niente in comune tra me e il grande criminale che l’audacia e la fortuna hanno posto su un Trono che egli ha avuto la barbarie di macchiare con il sangue puro di un Borbone, il duca d’Enghien. La religione può impormi di perdonare un assassino; ma il tiranno del mio popolo dev’essere sempre mio nemico. La Provvidenza per motivi inspiegabili, può condannarmi a finire i miei giorni in esilio; ma né i miei contemporanei né i posteri potranno mai dire che nel momento avverso io mi sia mostrato indegno di occupare fino all’ultimo respiro il trono dei miei antenati».

Non bisogna dimenticare un altro nome, associato a quello del duca d’Enghien: Adolph Gustav IV (1778 – 1837), poi detronizzato e messo al bando, fu l’unico tra i Re allora regnanti che osò alzare la voce per salvare il giovane principe francese. Fece partire da Karlsruhe un aiutante di campo latore di una lettera a Bonaparte; la lettera arrivò troppo tardi: l’ultimo dei Condé non era più. Gustavo Adolfo restituì al re di Prussia il cordone dell’Aquila Nera, come Luigi XVIII aveva reso il Toson d’Oro al re di Spagna. Gustavo dichiarava all’erede del grande Federico che «secondo le leggi della cavalleria non poteva acconsentire ad essere fratello d’armi dell’assassinio del duca d’Enghien» (Bonaparte aveva l’Aquila Nera).

Il giudizio su Napoleone, più tardi, sarà tremendo, crudo, veritiero:

 

Napoleone poteva ripercorrere il corso della sua vita: poteva chiedersi se con un po’ più di moderazione non avrebbe conservato la sua prosperità. Adesso non erano degli stranieri, dei nemici, a metterlo al bando; non se ne andava quasi da vincitore, lasciando la nazione piena di ammirazione per il suo passaggio, dopo la prodigiosa campagna del 1814; si ritirava sconfitto. Erano dei francesi, degli amici, a esigere la sua immediata abdicazione, a sollecitare la sua partenza; non lo volevano più nemmeno come generale […] gridavano che Bonaparte era stato davvero troppo criminale a violare i trattati del 1814. Ma i veri colpevoli non erano forse coloro che avevano favorito i suoi piani? […] si prestarono alle passioni del loro capo, tornato indietro; contribuirono ad accecarlo, sicuri com’erano di trarre profitto sia dalla sua vittoria che dalla sua sconfitta. Solo il soldato morì per Napoleone con una lealtà ammirevole; tutti gli altri non furono che gregge al pascolo, intento a ingrassarsi a destra e a manca. […] Non si vide mai un tale abbandono; Bonaparte stesso l’aveva reso possibile: insensibile com’era alle pene altrui, il mondo gli rese indifferenza per indifferenza. Come la maggior parte dei despoti, si trovava bene con i suoi domestici; in fondo non gli importava di nessuno: uomo solitario, bastava a se stesso; la sventura si limitò a renderlo al deserto della sua vita[22].

 

Nel marasma, tre eventi distinti lo abbattono e lo ravvivano. Inizia una seconda relazione con Delphine de Sabran, una nobildonna vedova, che si era stabilita nel castello di Fervacques: luogo di incontri proibiti con il letterato.

Durante l’ambasciata di Roma muore nel 1803 la sua amante Paoline. François-René sarà al suo capezzale, proprio nella città eterna, provvederà ai suoi funerali e alla sua sepoltura nella splendida Chiesa romana di San Luigi dei Francesi. L’addio all’Italia gli vale la pubblicazione di un opuscolo, tramite il Mercure, Lettere sulla campagna romana del 3 marzo 1804.

La data coincide con lo stesso giorno in cui la sua vita coniugale riprende con la moglie Céleste: una relazione che per gli eventi storici si era gioco-forza interrotta nel 1792. I due erano quasi degli sconosciuti, si erano visti solo quattro volte. Nonostante questo nasce un amore sincero, leale, che metterà fine alle “scappatelle” di Chateaumbriand.

Nel 1804 spira anche la sorella Lucile, morta per cause misteriose, si pensò ad un suicidio. La pena e lo sconforto sono duraturi nel letterato, che vede nuova linfa con la pubblicazione di René nel 1805. Uscito nel 1802 nel capitolo del Genie dedicato al “vago delle passioni”, René ne è stato distaccato tre anni dopo e unito al seguito di Atala. Questo racconto conoscerà un successo prodigioso in tutta l’Europa. Nelle intenzioni dell’autore l’episodio doveva servire a dare l’esempio della “potenza di una religione”. Chateaubriand ammetterà più tardi, nelle Memorie d’oltretomba (1848 – 50), l’importanza di quest’opera a riguardo del romanticismo nascente: «Se René non esistesse, non lo scriverei più; se mi fosse possibile distruggerlo, lo distruggerei. Una generazione di René poeti e René narratori è cresciuta a dismisura […] Non c’è stato un solo ragazzo che, dopo il collège, non abbia sognato di essere il più dannato degli uomini».

René è un giovane europeo che sfugge dalla civiltà, alla ricerca di se stesso. Si rifugia nelle foreste americane, presso i Natchez. Qui lo accolgono due anziani, Chactas e Padre Souël che si possono considerare le autorità politiche e religiose.

Il romanzo inizia con la sollecitazione degli anziani, ad abbandonare la reticenza del protagonista e indurlo a raccontare la sua storia della vita. L’arrivo di una lettera, che annuncia la morte della sorella, convince finalmente lo sconvolto René a narrare la sua storia.

Come suggerisce il titolo, ci sono numerosi elementi autobiografici nel libro, che attinge ampiamente ai ricordi di Chateaubriand della sua infanzia in Bretagna e ai suoi viaggi in Nord America nel 1791. Chateaubriand è stato criticato per il suo uso del tema dell’incesto e non c’è prova che sua sorella Lucile aveva una tale passione per lui nella vita reale.

Noia, disincanto, rifiuto del mondo che non si comprende più, ricerca della solitudine, ma allo stesso tempo disgusto, passioni vaghe e senza esito, incertezze e indecisione: sono questi i sentimenti del giovane René, primo eroe romantico vittima del “male del secolo”.

René si è rivelato un’ispirazione immensa per i giovani romantici che hanno ritenuto che fosse l’espressione perfetta del mal du siècle vissuto dalla loro generazione. Tra gli ammiratori ricordiamo il compositore Louis-Hector Berlioz (1803 – 69) e il drammaturgo Alfred Louis Charles de Musset-Pathay (1810 – 57). La sua fama raggiunse l’estero; i viaggi di René attraverso l’Europa furono imitati da Lord Byron nel Pellegrinaggio di Childe Harold. Sia René che Harold, sono irrequieti ed estraniati con un disprezzo aristocratico per la banalità del mondo. Come Goethe con Werther, negli anni successivi Chateaubriand arrivò a risentirsi della popolarità dei suoi primi lavori.

Date le dimissioni e braccato dal regime napoleonico, partì per un lungo viaggio in Oriente che evocherà in L’itinerario da Parigi a Gerusalemme (1811).

Quando tornò in Francia, si stanziò alla Vallée-aux-loups e si oppose al regime imperiale. Pubblicò un’epopea della religione cristiana, I Martiri (1809), e iniziò le sue Memorie d’Oltretomba. Eletto all’accademia francese, non poté pronunciare il suo audace discorso, censurato dal governo, dovette aspettare la caduta dell’Impero.

Chateaubriand sempre dalla parte della causa borbonica, entrò in politica dove si succederanno momenti di favore e di disgrazia. Diventò ambasciatore a Berlino e a Londra, ministro degli Affari Esteri, ambasciatore a Roma. Durante questo periodo Chateaubriand scrisse opere politiche Dei Buonaparte e dei Borbone (1814), vero pamphlet contro Napoleone, elogio alla monarchia legittimista.

Louis-François Lejeune, Ingresso di Carlo X a Parigi, vicino alla barriera della Villette, dopo la sua incoronazione. 6 giugno 1825. Testatina dei Bonaparte e dei Borboni, edito in italia dalla Adelphi, piccola Biblioteca.

Tuttavia il rapporto con Luigi XVIII non è buono: c’è il rispetto per l’entità divina che rappresenta, non vi è stima umana, la stessa che invece permeò il rapporto con il successivo Carlo X:

 

Luigi XVIII non perse mai la consapevolezza della supremazia dei suoi natali; era re dappertutto, così come Dio è Dio dappertutto, in una mangiatoia o in un tempio, su un altare d’oro o d’argilla. La sua sventura non gli strappò mai la minima concessione; più cadeva in basso, più s’innalzava; la sua corona era il nome; sembrava che dicesse: «Uccidetemi, non ucciderete i secoli scritti sulla mia fronte». Se al Louvre avevano raschiato via il suo blasone, poco gli importava: non era inciso sul globo? […] L’idea fissa della grandezza, dell’antichità, della dignità, della maestà della propria stirpe, dava a Luigi XVIII una vera autorità. Se ne avvertiva l’imperio; gli stessi generali di Bonaparte lo ammettevano: erano più intimiditi al cospetto di quel vecchio impotente che davanti al terribile padrone che li aveva comandati in cento battaglie. A Parigi, quando Luigi XVIII accordava ai monarchi trionfanti l’onore di pranzare alla sua tavola, passava per primo senza complimenti davanti a quei prìncipi i cui soldati erano accampati nel cortile del Louvre; li trattava come vassalli che, portando uomini d’arme al loro Signore e Sovrano, avevano fatto soltanto il loro dovere. In Europa esiste soltanto una monarchia, quella di Francia; il destino delle altre è legato alla sorte di quella. Tutte le stirpi regali sono vecchie di un giorno in confronto alla stirpe di Ugo Capeto, e quasi tutte ne sono figlie. Il nostro antico potere regale era l’antica monarchia del mondo: la messa al bando dei Capeto ha datato l’era della cacciata dei re. […] L’incrollabile fede di Luigi XVIII nel suo rango è il potere reale che gli ha restituito lo scettro; è questa fede che, per due volte, gli fece cadere in testa una corona per la quale l’Europa non immaginava, né aveva intenzione, di consumare popoli e tesori. L’esiliato senza soldati si trovava al termine di tutte le battaglie che non aveva ingaggiato. Luigi XVIII era la legittimità incarnata, quando è scomparso l’uno, è scomparsa anche l’altra[23].

 

Quasi da storico nelle sue memoria riporta la crisi morale e politica, che farà poi crollare il successore del conte di Provenza, Carlo X. Principalmente non perdonava a Luigi XVIII di essersi contornato, anch’esso dai profittatori e da antichi regicidi. A differenza di Bonaparte era un tiepido, sposando ora una causa, per interesse, ora un’altra. Un Re che non vuole problematiche, fatica a tenersi issato sul Trono. Le prime opere della Restaurazione furono affidate all’infecondità del vescovo di Autun, quel Talleyrand che dopo esser sopravvissuto a tutte le stagioni politiche inflisse alla Restaurazione la sterilità, trasmettendole un germe di infamia e di morte. Luigi XVIII era insensibile, questa l’accusa principale.

Gli eccessi del Terrore, il dispotismo di Bonaparte avevano fatto tornare indietro le idee, ma appena gli ostacoli opposti furono annientati, esse affluirono nel letto che dovevano al tempo stesso seguire e scavare – «le cose furono riprese al punto in cui si erano fermate; ciò che era accaduto fu come annullato: la specie umana, riportata all’inizio della rivoluzione, aveva solo perduto quarant’anni di vita».

Tomba di Chateaubriand sull’isola di Grand Bé nei pressi di Saint-Malo.

Si ritirò della politica nel 1830, rifiutando di riconoscere la Monarchia di Luglio, di Luigi Filippo di Borbone-Orléans (Luigi Filippo I, 1773 – 1850), quell’Égalité fil che con tanta malizia e abilità, riuscì a sottrarre a Carlo X il Trono, tramite intrighi di Palazzo.

Indubbiamente la sua scrittura lirica e il suo stile complesso e musicale, lo classificheranno tra gli autori che hanno rappresentato al meglio il malessere di tutta una generazione di scrittori. Ammirato da poeti come Lamartine e Charles Baudelaire e dal romanziere Marcel Proust, Chateaubriand è stato un autore influente tra l’Ottocento e il Novecento, per il ruolo ricoperto di avanguardista letterario del movimento romantico.

«L’uomo e lo scrittore sono inseparabili», Chateaubriand spiega questo concetto nel suo prefazio testamentario mandato al direttore della Rivista dei due mondi per descrivere il suo progetto autobiografico. Le Memorie d’Oltretomba sono la testimonianza della coscienza dell’autore di fronte a un mondo che sta cambiando. Un giudizio personale sui fatti e sui personaggi si sovrappone a una descrizione obiettiva e a un autoritratto fedele.

Muore il 4 luglio del 1848, quando altri vagiti rivoluzionari erano alle porte. Oggi riposa sull’isola di Grand Bé nei pressi di Saint-Malo, la sua città natale. La sua tomba in realtà non contiene alcuna iscrizione, una targa non nominativa è stata comunque posizionata sul muro dietro il manufatto, con l’iscrizione: «Un grande scrittore francese ha voluto riposare qui per ascoltare solo il vento e il mare. Passando rispetta il suo ultimo desiderio».

 

[1] Ivi, pp. 834-835.836.837-838.

[2] Nascita del padre, René-Auguste de Chateaubriand.

[3] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, p.27.

[4] In realtà, la guerriglia futura della Chouannerie, rese famosi questi contadini bretoni come i temuti Chouans.

[5] La pallamaglio è un antico gioco all’aperto, originario di Napoli, che ha dato origine a numerosi sport moderni, come il golf, il croquet, l’hockey nelle sue varianti e il polo.

[6] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, p.95.

[7] Nel 1780 vengono maritate contemporaneamente due delle sue sorelle. Marie-Anne, a diciannove anni, sposa il conte di Marigny; Bénigne, a diciotto, il conte di Québriac. Ambedue gli sposi sono capitani del corpo di cavalleria dei dragoni, di buona nobiltà bretone. Le nuove famiglie vanno ad abitare a Fougéres, a circa cinquanta chilometri da Combourg, in belle dimore gentilizie. Frattanto Jean-Baptiste ha finito gli studi a Rennes, e il padre gli ha comprato una carica di consigliere al Parlamento (1779). Nell’aprile del 1782 si sposa anche la sorella Julie all’età di diciotto anni con il cavaliere Annibal de Farcy, altro nobile bretone, capitano del reggimento di fanteria di Condé.

[8] Ivi, p.98.

[9] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, pp.119-120-121-122-123

[10] Ivi, pp. 143-144. È affiliato all’Ordine di Malta l’11 settembre del 1789.

[11] Si scoprirà poco dopo, grazie agli esploratori Mackenzie, Gray e Vancouver, che tale passaggio era inesistente, poiché bloccato dalle invalicabili Montagne Rocciose. Ciò fu possibile grazie all’esplorazione della costa nord dell’America.

[12] Ivi, pp. 131-132-133.

[13] Ivi, p.242.

[14] Ivi, p.280.

[15] Ivi, p.286-231.

[16] Sarà liberata solo il 18 ottobre del 1794.

[17] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, p. 320.

[18] Peraltro Rousseau confonde clamorosamente il concetto di “stato di natura” con quello di “natura” o “legge naturale”. Per tutti gli illuministi la natura di un essere nella sua auto-sussistenza coincide con la perfezione, poiché per se stessa la natura contiene “in nuce” il dispiegamento di una serie di virtualità positive: quegli istinti genuini che rischiano di corrompersi nelle convenzioni artificiose che la società impone.

[19] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, pp.

[20] Ivi, pp.419-420

[21] Ivi, pp. 462-465-466-469-470-478.

[22] Ivi, 827-828-829.

[23] Ivi, pp.776-786-787.

 

Per approfondimenti:
_R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015;
_R.A.de Chateaubriand, Genio del Cristianesimo, Einaudi, Torino, 2014;
_R.A.de Chateaubriand, Atala – ­René, Garzanti, Milano, 2006;
_R.A.de Chateaubriand, Saggio sulle rivoluzioni, Medusa, Milano, 2006.

 

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Parigi tra vaudevilles, cafés chantants e opéra

Parigi tra vaudevilles, cafés chantants e opéra

di Carlotta Travaglini 23-04-2020

La Francia subì la scia della profusione di novità che, tra il 1750 e il 1850, invade l’Europa in campo musicale. La sinfonia, genere strumentale per eccellenza, stava consentendo l’esplorazione di nuove possibilità espressive ed armoniche, mentre in campo operistico i cambiamenti e il plauso del pubblico europeo crescevano a vista d’occhio, grazie all’utilizzo, sempre più diffuso, delle possibilità espressive fornite dal sistema armonico e tonale messo a punto nei secoli passati.

Saint-Aubin – Boston, Scena di Armide di Lully, 1761 (31,1 x 50,2 cm) Penna e inchiostro bruno, acquerello e tempera su matita di grafite su carta.

L’impiego di un momento sinfonico, in particolare, all’interno dell’opera, nasce da esigenze pratiche. Il teatro era prima di tutto un luogo di vita sociale, perciò occorreva che, ad un certo punto, l’orchestra si mettesse a suonare, dando avviso dell’inizio dello spettacolo e consentendo a tutti di sistemarsi ai propri posti. La sinfonia d’opera del XVIII secolo poteva essere, essenzialmente, di due tipi: tripartita (Allegro-Adagio-Allegro), secondo il modello di Alessandro Scarlatti (perciò detta “all’italiana”) e bipartita, secondo quello dell’italo-francese Gian Battista Lulli (poi francesizzato in Jean-Baptiste Lully). In Francia, dal XIII secolo, un genere chiamato “concerto” comincia ad acquisire sempre maggiore popolarità, e non ha niente a che vedere con l’omonimo italiano: la sua esecuzione è demandata all’orchestra intera, senza alcun ruolo solistico. La sinfonia di Lully prevede l’esecuzione, a sipario chiuso, prima dell’inizio dell’opera lirica e da parte della sola orchestra, e prende il nome di ouverture, ovvero di “apertura” (italianizzato, poi, in “overtura”); dopo un’introduzione lenta, che viene sempre ripetuta, segue un vivace movimento in stile fugato, e, a volte, anche il ritorno della parte iniziale. Spesso, fino all’apertura del sipario, si avevano poi una serie di danze. Da fine Settecento la sinfonia è legata musicalmente all’opera: viene fissata come brano iniziale per fungere da introduzione di tutti i suoi motivi principali e, perciò, viene composta appositamente, ed è solitamente bipartita, ovvero suddivisa in un tempo lento ed uno allegro. Nel frattempo, nel corso del XVIII secolo la sinfonia diventa genere autonomo a tutti gli effetti: viene aggiunto un tempo, fra il secondo e il terzo, a quella di tipo tripartito, per opera di Haydn, Mozart e Beethoven, determinando i segni distintivi del sinfonismo europeo. Wolfgang Amadeus Mozart scrive sinfonie tripartite all’italiana per il suo celebre trittico operistico (Nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte), elaborando gli elementi tematici di ciascuna opera. Il prototipo della sinfonia scarlattiana si diffonde nei primi decenni del XVIII secolo in tutta Europa, mentre il modello di Lully costituì la classica ouverture francese fino a Johann Sebastian Bach e Georg Friedrich Händel.

Rispetto all’opera italiana, l’opera tragica francese sviluppa delle proprie peculiarità stilistiche. Nel 1672 Jean-Baptiste Lully assunse la direzione dell’Académie royale de Musique et de Danse di Parigi, primo teatro pubblico della capitale, e, nei quindici anni della sua reggenza, ordì la messa in scena dei suoi soli lavori operistici. In questo modo, concreta il canone del nuovo genere, autoconsacrandosi, di fatto, padre della tragédie lyrique. Fondata da Luigi XIV nel giugno del 1669 come Académie Royale de Musique (il nome “Opéra” è posteriore alla Rivoluzione francese), l’istituzione teatrale venne fusa, tre anni dopo, con l’Académie Royale de Danse . Lo spettacolo che si offriva al pubblico era più unico che raro: ci si trovava davanti ad un palco affollato, con ampi corpi di ballo, cori, interpreti specializzati, una scenografia curata; il tutto completamente in lingua francese. Ben diversa era la coeva opera seria italiana, basata sulla maestria dell’esecuzione lirica, subordinata al testo e meno curata dal punto di vista drammaturgico. L’apporto dell’esperienza italiana risultò, tuttavia, fondamentale; numerosi compositori, come Niccolò Piccinni, o Antonio Salieri, emigrano in Francia nella seconda metà del ‘700, e, pur dovendo adeguarsi all’esigente aristocrazia dell’Ancien régime, travasarono, nei loro lavori, anche il proprio portato culturale. In epoca napoleonica, i testi dei classicisti italiani, con particolare riferimento alla romanità, godettero di molto successo (ne è un esempio Gaspare Spontini, con la sua celebre “Vestale”), ma la moda scemò dopo la Restaurazione, quando la neonascente borghesia rifiutò i patetismi dell’Ancien Régime in favore di intrecci a sfondo storico, spianando, inconsciamente, la strada al Grand opéra.

Gaspare Luigi Pacifico Spontini (14 Novembre 1774 – 24 Gennaio 1851) è stato un suddito dello Stato Pontificio, compositore e direttore d’orchestra .

La capitale era da tempo terreno fertile per gli emergenti artisti italiani. Fin dal XVII secolo, gli attori della penisola si esibivano sotto la protezione del re, lavorando per i più importanti commediografi francesi (fra i quali Moliére). Presso l’Hôtel de Bourgogne era possibile assistere ai più incredibili allestimenti di Commedie dell’arte, recitati in italiano, con tutte le sue coloriture dialettali, per un pubblico francofono. La gloria dei suoi più celebri personaggi è dovuta ad attori d’eccezione: Evaristo Gherardi, nei panni di Arlecchino; Angelo Costantini, nel ruolo di Mezzettino; Catherine Biancolelli, Colombina; Giuseppe Geratoni, Pierrot. Quando fu annunciata la rappresentazione di La Fausse prude (“la falsa pudibonda”), allusione celata alla moglie segreta del re Luigi XIV, Madame de Maintenon, questi si adirò, e il 13 maggio 1697 cacciò gli attori italiani da Parigi, dichiarando chiuso l’Hotel de Bourgogne.
Ben altro poteva allietare le orecchie dei parigini: storielle leggere, a carattere di commedia, dove alla prosa si alternava il canto di strofe di arie ben note, i vaudevilles, rappresentati dal 1792 al Theatre du Vaudeville, in rue de Chartres-Saint-Honoré. Il nome si riferiva, inizialmente, alla semplice canzonetta licenziosa, e potrebbe essere legato all’espressione voix de ville (appunto, “voce della città”), o alla Vau de Vire normanna, celebre vallata in cui si coltivava un repertorio popolare su temi contemporanei.
Ogni anno la capitale ospitava, inoltre, delle fiere di vastissima portata, che offrivano ogni tipo di diletto. Le più celebri, quelle di Saint-Germain, svolte nei pressi dell’Abbazia di Saint-Germain-des-Prés, esistono sin dal XII secolo, e diventano pratica annuale a partire dal 1482 su decreto di re Luigi XI. Si svolgevano intorno a Pasqua, in un periodo da tre a cinque settimane. In estate si svolgeva, all’aperto, la fiera di Saint-Laurent, e vi convogliavano numerosi artisti ospitati dalla precedente. Tutta la varietà di spettacoli indetti per queste occasioni rientra nella categoria di théâtre de la foire (“teatro della fiera”): esibizioni di attori, burattinai, satire ed ogni sorta di intrattenimento, arrivando perfino ad ospitare delle vere e proprie commedie, spesso di pregio. Dopo la fantomatica cacciata degli Italiens del 1697, gli artisti francesi ne presero pieno possesso, garantendo una qualità più “professionale” degli spettacoli, tant’è che la Comédie-Française, unica compagine teatrale a godere del monopolio per nomina regale, iniziò a vedervi una pericolosa concorrenza. Le dispute davanti al Grand Châtelet e al Parlamento non valsero la candela: agli attori dei theatre de la foire fu vietato di rappresentare pièce dialogate durante le fiere. Per aggirare il veto reale, iniziarono a svolgere spettacoli sottoforma di monologo, dove venivano coinvolte la musica e la danza. La componente dialogica mancante era trasposta su dei cartelloni sospesi sopra il palcoscenico, sorretti da dei bambini travestiti da Cupido, mentre alcuni artisti, mescolati tra il pubblico, li intonavano su motivetti popolari. Fu stavolta l’Académie Royale de la Musique a adirarsi, godendo del privilegio esclusivo del ballo, del canto e dell’accompagnamento musicale. Il dibattito, tuttavia, terminò presto: presi da crisi finanziaria, vendettero agli operatori de la foire il diritto di indire spettacoli cantati, e sorse così l’Opéra-Comique (1714). Nel frattempo, gli Italiens vennero richiamati in patria nel 1716, e si unirono all’Opéra-comique nel 1762, stesso anno in cui quest’ultima si fuse con la Comédie-Française. I loro spettacoli si svolgevano in concomitanza di ogni sorta di da fiera.
L’opera-comique, genere operistico francese associato al nome dell’omonimo teatro parigino, conteneva, a differenza della controparte seria, anche dialoghi parlati. L’argomento non doveva essere necessariamente comico-satirico: basti pensare alla “tragica” Carmen di Georges Bizet del 1873, che di comico non ha ben nulla. Il genere era ben distinto dall’opera buffon, nome con cui era definita, nella capitale, l’opera buffa italiana.
Gli spettacoli, ormai così celebri, finirono per invadere i boulevard, in particolare l’affollato Boulevard du Temple, poi noto come boulevard du Crime. Nel frequentato viale iniziano a sorgere numerosi locali che, oltre ai servizi di consumazione, offrivano spettacoli. Si trattava dei café-chantant, o café-concert, che i parigini chiamavano familiarmente caf’conc, il cui interno somigliava molto a quello dei teatri. Durante gli anni della Rivoluzione, questi locali si erano spostati sotto le arcate del Palais-Royal e, dopo i tempi difficili dell’impero, conobbero una nuova stagione con Luigi Filippo I. Dopo l’abolizione del monopolio dei teatri del 1791, la capitale pullula di cafés. I più in voga, come il celebre café d’Apollon di Parigi, potevano garantirsi artisti di calibro internazionale, mentre taverne più piccole ospitavano artisti girovaghi. In ogni caso, nonostante il preconcetto che aleggiava sulle loro esibizioni, sia gli interpreti che i fruitori ne rivendicarono sempre la dignità artistica. I tabarins, locali che offrivano servizi simili ai café-chantant, ma con l’aggiunta di piste da ballo aperte a tutti gli spettatori, prendono nome dal nome d’arte di un noto comico-girovago, Antoine Girard, detto appunto tabarin. Nel 1807 il monopolio venne ristabilito, interrompendo bruscamente il germogliare spontaneo di nuovi locali. Nei cafés, che contenevano una sala da concerto ed una sala da tè, il pubblico poteva guadagnarsi il piacere di uno spettacolo al prezzo di una consumazione (che poteva, però, essere sostituita dal pagamento di un biglietto d’ingresso). Lo scenario offerto era quanto più vario: brani d’opera, canzonette popolari, pieces recitate, come anche spettacoli di ballerini, burattinai, acrobati, e l’estro variegato dei tableaux vivants, dove venivano utilizzate le più avanguardistiche tecniche da palcoscenico.
Nel frattempo, a Parigi si è ormai registrata la nascita di un teatro musicale nazionale, comprendente grand opéra e opéra-comique. Il sontuoso grand opéra tiene le fila della scena drammaturgica francese sin dai primi decenni dell’Ottocento, scalzando del tutto la precedentemente in voga tragédie lyrique. Gli artisti producono drammi dall’apparato scenico fastoso, variegato e curato sin nel minimo dettaglio. In Italia come in Francia, i soggetti dell’opera non sono più le storie ed i miti, ma i più intensi momenti della vicenda storica europea, in particolare di quella medievale o moderna. Solitamente, si svolgono in cinque atti, scanditi da intermezzi danzati. Il tutto con l’impiego di enormi masse orchestrali e corali, che svolgono un ruolo di prim’ordine nell’intero spettacolo. Gli italiani continuano a calcare la mano sul lirismo. I tre nomi d’eccellenza, spesso citati insieme, di Vincenzo Bellini, Gioacchino Rossini e Gaetano Donizetti, migrano sul suolo francese e permettono la diffusione di differenti modi di trattare il lirismo, con l’infinito plauso del pubblico. Donizetti regala alla capitale ben tre grand œuvres, La Favorite (“La favorita”) e Les martyrs (“I martiri”), del 1840, e Dom Sébastien (“Don Sebastiano”), del 1843; Bellini trasforma la propria carriera col trasferimento a Parigi, dove viene a contatto con nuovi linguaggi e scrive in italiano per il Théatre Italienne: Rossini, che ben prima aveva sovvertito le scene parigine, lo considera il suo pupillo.

Il Palais Garnier o l’Opéra Garnier è un teatro dell’opera di 1.979 posti a sedere a Place de l’Opéra nel 9° arrondissement di Parigi, Francia. Fu costruito per l’Opera di Parigi dal 1861 al 1875 per volere dell’imperatore Napoleone III. Inizialmente denominato “le nouvel Opéra de Paris” (la nuova Opera di Parigi), divenne presto noto come il Palais Garnier, “in riconoscimento della sua straordinaria opulenza” e i piani e i disegni dell’architetto Charles Garnier, che sono rappresentativi dello stile di Napoleone III .

«È difficile scrivere la storia di un uomo ancora vivo» scrive Stendhal, nella sua Vita di Rossini, «lo invidio più di chiunque abbia vinto il primo premio in denaro alla lotteria della natura… A differenza di quello, egli ha vinto un nome imperituro, il genio e, soprattutto, la felicità». Gioacchino Rossini si trasferisce a Parigi nel 1823, dopo la prima rappresentazione della sua Semiramide al Teatro La Fenice di Venezia. Il suo successo fu immediato. Nel 1824 diventò directeur de la musique et de la scène al Théâtre de la comédie italienne, col vincolo di scrivere anche per l’Opéra. Il 19 giugno 1825 manda in scena Il Viaggio a Reims al Théatre Italienne, opera buffa in un solo atto, scritta in onore di Carlo X, re di Francia e Navarra. Trattandosi di un lavoro celebrativo, Rossini ne ordinò il ritiro dopo tre sole rappresentazioni. Ne riutilizzò, com’era ben avvezzo a fare, molto del materiale musicale per la sua penultima opera, Le Comte Ory, tratta dall’omonimo vaudeville del 1816 e rappresentata all’Opéra nell’agosto del 1828. Pochi mesi dopo, il turbolento compositore si sarebbe cimentato in uno dei suoi lavori più ardui, nonché più celebrati. Ce ne parla con parole sofferte: «Cinque mesi impiegai a comporre il Guglielmo Tell, e mi parve assai. Lo scrissi in campagna al Petit-Bourg nella villa dell’amico Aguado. Vi si faceva vita assai gaia: io avevo preso una gran passione per la pesca alla lenza e perciò mandavo avanti il mio lavoro con poca regolarità. Ricordo di aver abbozzato la scena della congiura una mattina, stando seduto sulla riva dello stagno, in attesa che il pesce abboccasse all’amo. Ad un tratto mi accorsi che la canna da pesca era sparita, trascinata da un grosso carpione, mentre ero tutto infervorato ad occuparmi di Arnoldo e Gessler».

Il suo lavoro sconvolse le sorti dell’opera. In apertura, un’intensa melodia di violoncello apre una sinfonia immensa, suddivisa in quattro parti, poi, una vivace alternanza di arie grandiose, audaci concertati, balletti, e un finale incredibile. Il plauso arriva da tutti, nazionali ed internazionali. «Io reputo il Guglielmo Tell la nostra Divina Commedia» dice Bellini; «il primo atto e il terzo li ha scritti Rossini, il secondo Dio» riporta Donizetti. La data della prima francese è il 17 aprile 1831, all’Opéra, mentre quella “italiana”, con testi in traduzione, avviene a Lucca, al Teatro del Giglio, il 17 settembre 1831. Nel corso di essa, Gilbert-Louis Duprez, nei panni di Arnoldo, decide di eseguire per la prima volta in un teatro pubblico il do4 senza falsetti, com’era d’uso, ma a voce piena e con forza, nella maniera cosiddetta “di petto”, e questa mossa gli valse la nomea di inventore del “do di petto”. Mossosi da precedenti esperienze tenorili, dopo essere rimasto affascinato dalla dolcezza e dal colore dei bari-tenori italiani, in particolare dalla vocalità di Domenico Donzelli, l’interprete cerca di unire le due correnti in uno stile unico per l’epoca. Rossini, forse, non ne fu troppo entusiasta: parlò del “do” come dell’«urlo di un cappone sgozzato». Nonostante tutto, l’audace tenore continuò la sua ascesa con un’altra strepitosa esecuzione all’Opéra nel 1837, imperversando nei nuovi stilemi da lui inventati. L’arditezza del tentativo non tarda a manifestarsi: Hector Berlioz nota l’indurimento della voce di Duprez già nel 1838, e, dopo numerosi alti e bassi, questa si va completamente deteriorando, costringendolo al ritiro. Dopo il Guillaume Tell, anche Rossini abbandona le scene, aprendo le porte ad una profonda crisi interiore. Di certo non fu la prima, vista la sua fama controversa di uomo inquieto, lunatico, irascibile, letargico, e gioviale, affabile e dalla buona forchetta, amante del buon cibo e delle belle donne. Fatto sta che non toccò più una partitura d’opera, ma nemmeno rimase inoperoso; la sua penna lascia ai posteri pagine di velata ironia, per un pubblico ristretto, come quelli che lui stesso definì, ironicamente, Péchés de vieillesse (“Peccati di vecchiaia”), pagine cameristiche per voci e pianoforte dove, come per passatempo, il compositore indaga l’infinita vanità e la presunzione contenutistica della musica coeva attraverso pagine estrose dai titoli burleschi, che vanno da memorie belcantistiche a sottili esercizi di stile. A soli trentasette anni, il compositore lascia le scene teatrali dopo aver dato alla luce quello che, assieme a La muette de Portici (“La muta dei portici”) di Giacomo Auber (1828), è considerato il primo esempio compiuto di grand opéra.

 

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L’epopea dello stile storico-romantico sull’arte del genere vandeano

L’epopea dello stile storico-romantico sull’arte del genere vandeano

di Giuseppe Baiocchi del 05-04-2020

La storia delle guerre di Vandea (1793-95-99 – 1815) nell’arte ufficiale del XIX secolo è strettamente legata a quella dei diversi regimi politici che si sono susseguiti. Gli eventi hanno lasciato un segno profondo e duraturo nella regione. Non esiste alcun potere politico che non abbia tentato di difendere la causa dell’una o dell’altra delle forze coinvolte. Poco dopo la fine della guerra, assistiamo a una vera “eroizzazione” della Repubblica.

Charles-Melchior Descourtis (1753 – 1820), Il giovane Darruder. Il tamburino Darruder vendica suo padre ucciso dai vandeani, nella battaglia di Fougères, nel 1793.

Attraverso le immagini, la giovane Repubblica cerca di mettere in evidenza gli eroi popolari che si sono distinti durante le guerre della Vandea: i Blues. Come gli scultori, ai pittori viene chiesto di fissare nell’eternità le caratteristiche di tali personaggi. Il coraggio è il pretesto per tutte le produzioni nazionali siano esse incisioni, poesie, canzoni. Ci sono figuranti umili, riuniti, ognuno più coraggioso dell’altro, il che servì alla propaganda rivoluzionaria, come il giovane Darruder di Charles-Melchior Descourtis (1753 – 1820), oppure il granatiere di Bressuire, l’eroina di Milhier di Jean-Baptiste Lesueur (1749 – 1826), o il fabbro della Vandea che curiosamente, non hanno lasciato tracce nella storia della Vandea militare.
Sotto l’aspetto pittorico i dipinti dei generali vandeani e più in generale l’arte che ha raffigurato gli scontri delle guerre di Vandea hanno ricevuto quasi interamente l’influsso della pittura romantica. Difatti in Germania, a Jena, nel 1796, i fratelli Wilhelm August (1767-1845) e Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel (1772-1829), Johann Christian Friedrich Hölderlin (1770-1843) e Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg (Novalis 1772-1801) diedero vita a un cenacolo intellettuale dal quale ebbero origine le idee di un nuovo movimento artistico-letterario, il Romanticismo che modificò radicalmente il modo di considerare l’uomo, la natura, l’arte, la religione, la politica. In primo luogo per i romantici la natura – al pari dell’anima – si fondava su un principio di ordine spirituale ed era un’entità organica, vivente e in divenire, non riconducibile a schemi oggettivi o meccanici e non conoscibile per via razionale.
Secondo i romantici gli antichi vivevano in una comunione immediata con la natura, irrimediabilmente persa nella modernità, che aveva prodotto una frattura insanabile, fonte di infelicità, tra l’uomo e il suo ambiente naturale e spirituale. A tale comunione ormai perduta l’uomo moderno continuava ad aspirare spinto dalla nostalgia, pur essendo consapevole della sua irraggiungibilità. La vita umana veniva caratterizzata così da una tensione infinita verso ciò che stava al di là della realtà concreta. I romantici tedeschi coniarono il termine “Sehnsucht” – letteralmente desiderio di desiderare – per indicare l’insaziabile inquietudine che portava l’uomo a tendere verso una realtà ulteriore, pur sapendo che essa, nella sua più intima essenza, era impossibile da attingere, poiché i processi di meccanizzazione, poi accellerati dalla rivoluzione industriale, furono la causa della frattura insanabile tra l’uomo e la natura prodotta dalla modernità.
La potenza della téchne, della scienza – ovvero tutte quelle modalità di dominio sull’ente –, che con la filosofia moderna e contemporanea avrebbero fatto dell’uomo il fondamento del reale, hanno sostanzialmente svuotato di contenuto il Dio della tradizione, il Dio cristiano.

L’uomo moderno e contemporaneo – che fonda i suoi cardini intorno al concetto di metafisica, derivante dall’idealismo tedesco –, ha sostituito il divino, con il credo di poter essere proprio “lui” il fondamento ultimo del reale, in quanto soggettività assoluta: individualismo. Non a caso Friedrich Wilhelm Nietzsche scrisse che: “Dio è morto”, annunciandolo nelle piazze. Tuttavia il grande filosofo tedesco, era consapevole che non si trattasse di una chiacchiera da pazzo, di un folle. Di contro, la presa di coscienza drammatica di un avvenimento che ha completamente ribaltato la comprensione di tutta la nostra epoca.

Con la prima Restaurazione del 1815, la situazione si modifica in modo significativo: in effetti, in un disegno permanente di riconciliazione e pacificazione nazionale, Luigi XVIII deve soddisfare sia coloro che lo accusano di voler dimenticare i sacrifici fatti dai suoi seguaci per il suo ritorno sul trono di Francia, sia i liberali che augurano una nuova Francia. Il re, sempre tiepido per non scomodare tutti, ordinò nel 1816 di ritrarre postumi i generali vandeani, da collocare nella sala delle guardie del castello di Saint-Cloud. I primi dipinti prodotti furono presentati all’Esposizione parigina del 1817. Le famiglie coinvolte e sopravvissute alle plurime guerre vandeane furono chiamate da Luigi XVIII per recepire le risposte che il re riceveva dopo la richiesta emessa ai pittori ufficiali.
Le opere presentarono fin da subito alcune contraddizioni: alcune delle famiglie non riconobbero i loro generali che avevano cresciuto, altri hanno stigmatizzato le posizioni scelte. Ad ogni buon conto le famiglie che fornirono ai pittori elementi di autenticità furono generalmente soddisfatte.
Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson (1767 – 1824) è uno dei primi pittori francesi ad aderire al progetto del Regno. In questo ritratto a figura intera, si mostra il generalissimo dell’Esercito Cattolico e Reale l’umile Jacques Cathelineau (1759 – 1793) rappresentato in piedi, di fronte, con la testa rivolta verso sinistra. Esposto al Salon tra il 1831 e il 1869, questo olio su tela del 1825 è alto 2,20×1,50m.

Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson, Jacques Cathelineau, olio su tela del 1825 è alto 2,20×1,50m.

Le saint de l’Anjou, così come venne ribattezzato, non è nel mezzo di una battaglia, ma è intento a dare ordini vicino ad una vegetazione dal gusto romantico. Afferra in mano una sciabola su cui è inciso il suo nome e un giglio. Porta il rosario reliquiario conservato tutt’oggi al Museo della Dobrée a Nantes. Sullo sfondo, dietro gli alberi, sono rappresentati due elementi simbolici: una croce e una bandiera bianca bianca con fleur-de-lis: Dio e il Re, sono in realtà un unicum. Questo ritratto è stato dipinto su richiesta della Maison du Roi e già nel 1817, Luigi XVIII l’aveva ordinato per il suo castello a Saint-Cloud. Successivamente, il Re accettò l’esecuzione di repliche di questo capolavoro destinato alle famiglie. Completato nel 1825, dopo la morte di Luigi XVIII, ha inciso sul retro il marchio del Re Carlo X e dei Musei reali.
Secondo generale eseguito da un pittore dalla non minore bravura è quello dello storicista Léon Cogniet (1794 – 1880), famoso per aver insegnato ad una generazione artistica di fenomeni. Anche lui non sfugge al fascino di dipingere un generale vandeano. Ne sarà un esempio “il principe di Talmont Antoine-Philippe de La Trémoille”, (1765 – 1794) olio su tela del 1825, conservato al Museo di storia dell’arte di Cholet.

Léon Cogniet “il principe di Talmont Antoine-Philippe de La Trémoille”, olio su tela del 1825.

L’energico e simpatico personaggio, di rilievo nelle guerre vandeane, è letteralmente in posa. Stride leggermente con lo sfondo cupo di un bastimento repubblicano ligneo che sta per essere assaltato e preso. Sempre sulla destra dello sfondo, si intravedono contadini realisti che impugnano il vessillo bianco e oro del Re di Francia Luigi XVI. Talmont rappresenta l’eroe classico, in prima fila, che senza paura incoraggia, alzando il cilindro, i suoi uomini. L’impatto cromatico è di una perfezione sconvolgente se osservato da vicino, così come dettagliatissimi sono i particolari del quadro.
La monarchia zoppa di Louis-Philippe I d’Orléans (1773 – 1850) adottò un nuovo atteggiamento nei confronti della memoria delle guerre di Vandea. Dal 1830 al 1848, il regime mise tutta la sua energia nel combattere ciò che poteva ricordare la guerra civile e di conseguenza rievocare rancori mai sopiti. Tutte le forme di espressione artistica sono influenzate da questa volontà ostile, che si impegna contemporaneamente in una politica di riabilitazione repubblicana.
Molti architetti e scultori sono certamente preoccupati, poiché la monarchia di luglio interrompe i lavori di costruzione della cappella neogotica di Mont-des-Alouettes (1825 – 1968) su progetto dell’architetto diocesano Maurice Ferré e demolisce la statua di Charrette del 1826 davanti alla La cappella di Notre-Dame della pietà presso Legé e interrompe il progetto di costruzione del monumento di Fortuné Parenteau (1814 – 1882) a Quatre-Chemins-de-l’Oie.
Durante la costituzione delle Gallerie storiche di Versailles, i ritratti dei leader vandeani vengono catalogati per essere respinti. L’assenza di alcune memorie militari è quindi giustificata: «Se ci sono alcuni che sono sorpresi di non trovare i dipinti, la motivazione è data dal pensiero che ha presieduto questo lavoro, che non ha voluto perpetuare il triste ricordo della nostra discordia civile» .
Fu così che il dipinto di Thomas Degeorge (1786 – 1854) evocante “La morte di Bonchamps” commissionato nel 1828, fu rifiutato dalla giuria del Salon nel 1837. Lo Stato si impegnerà a proporre un compromesso acquistando l’opera per donarlo alla città di Clermont-Ferrand. Tale opera sarà particolarmente singolare nello stile, poiché possiede anche molti elementi dello stile artistico neoclassicista: innanzi tutto la posa, poiché Bonchamps è adagiato morente come nelle antiche tragedie greche e spirando con la sua celebre frase «Ho servito il mio Dio, il mio re, la mia patria. Ho saputo perdonare», lasciava le sue ultime volontà, tra cui il perdono di circa 5.000 repubblicani catturati il giorno prima nella battaglia di Cholet (1793) al suo attendente Charles Marie di Beaumont conte d’Autichamp (1770 – 1859). Oltre ai due protagonisti principali in pose greco-antiche – da osservare con attenzione anche il panneggio delle vesti e dei teli –, un prete sta per concedergli l’estrema unzione e un contadino vandeano invoca il miracolo, ma per i martiri Dio ha sempre altre vie. Infine la luce è magnificamente inserita per dare risalto al gruppo principale del dipinto ad olio.

A sinistra possiamo osservare due particolari del dipinto di Thomas Degeorge, “La morte di Bonchamps”, olio su tela del 1828. A destra una foto del sepolcro del generale nella chiesa di Saint-Florent-le-vieil, capolavoro dello scultore David d’Angers.

Ancora più neoclassica è l’opera marmorea per la tomba del generalissimo, eretta nella chiesa di Saint-Florent-le-vieil, capolavoro dello scultore David d’Angers (1788 – 1856), e sicuramente il più bel monumento elevato alla memoria di un generale vandeano. Qui in questo angolo di pace, sopra le insegne borboniche e della famiglia, tutto si rifà squisitamente alla scultura classica della Roma antica, grazie all’estremo pathos che la scultura trasmette.
Le morti eroiche o il ricordo dei generali sono i motivi che attirano di più l’adrenalina degli artisti: è il caso del celebre Julien Le Blant (1851 – 1936). Pittore storicista del periodo, è considerato uno dei massimi artisti del genere vandeano: molte le scene della chouannerie e delle guerre della Vandea. Nel 1874 partecipò al Salon di Parigi e fu più volte premiato. Una delle sue opere più celebri è il cupo quadro “Esecuzione del generale Charette a Place de Viarmes a Nantes, marzo 1796” un olio su tela, del 1883 alto 1,60 m. e largo 2,80 m. Il 29 marzo del 1796, fu eseguita un’altra esecuzione celebre che stroncò la controrivoluzione: a Nantes in Place des Agriculteurs, che in seguito divenne Place Viarme, il generale vandeano François Athanase de Charette de la Contrie (1763 – 1796), è posto in primo piano di spalle. Il dipinto anche se scuro, attira l’attenzione proprio sul generale in veste bianca con dettagli rossi. Il portamento è fiero, nobile, sereno.

Julien Le Blant,“Esecuzione del generale Charette a Place de Viarmes a Nantes, marzo 1796”, un olio su tela, del 1883, alto 1,60 m. e largo 2,80 m.

Ferito alcuni giorni prima durante un combattimento a Guyonnière, la sua testa è fasciata da uno dei famosi fazzoletti di Cholet: davanti a lui un compagno si dispera; il soldato che gli è davanti quasi si vergogna, abbassando lo sguardo. Determinato davanti al plotone di esecuzione in arrivo in terzo piano, senza macchia, affermerà prima del trapasso indicando il cuore: “Regolate bene la mira, è qui che dovete colpire un uomo coraggioso” – il romaticismo, insieme allo storicismo regnano in questo dipinto. Un sacerdote “giurato” è retrocesso in fondo alla piazza, accanto ai soldati: il militare rifiuta i sacramenti da quello che considerava un eretico. La pennellata sulle pietre lucenti per lastricati, che occupa la maggior parte dell’opera, contribuisce alla gravità della scena. Questa tela fu esposta al Salon di Parigi nel 1883.
Qualche anno prima (1878) Le Blant presentò al Salon l’opera “Morte del generale d’Elbee” del 1878. Fucilato il 4 gennaio 1794, Maurice Joseph Louis Gigost d’Elbée (1752 – 1794) verrà giustiziato nella sua poltrona, accanto ad altre vittime, dopo che le truppe del generale Turreau situate a destra, lo trascinarono, ferito, a ridosso del castello di Noirmoutier che domina la costa occidentale dell’antica contea di Poitou.

Julien Le Blant, “Morte del generale d’Elbee” olio su tela del 1878. A destra la poltrona dell’esecuzione del generale con ancora i fori di proiettile del 1794. Si trova anch’essa presso il museo di Noirmoutier.

Tecnica pittorica legata allo storicismo, questo olio su tela 140x206cm oggi si trova al museo Noirmoutier. La scena è cruda: il generale franco-tedesco è già morto, trapassato con la testa leggermente inclinata sul corpo floscio. Sullo sfondo, con un grande realismo e minuzia di dettagli, si intravede il mare e le truppe repubblicane che si allontanano.
Nella seconda metà del XIX secolo, il ricordo delle guerre di Vandea è ancora molto presente. Ma sempre più, i criteri religiosi prevalgono sui motivi politici. L’era fu particolarmente propizia per il movimento cattolico. Con l’esaltazione dei martiri e l’inizio del processo di beatificazione, il culto delle reliquie contribuisce in gran parte a guidare il ricordo della difesa della fede e i quattro territori della Vandea militare si prestano al loro ricordo grazie alle numerose chiese.
Dal 1850 al 1913, le 90 opere d’arte che evocano le guerre di Vandea furono inviate nei saloni parigini. Ciò rappresenta una media annuale che varia tra quattro e nove dipinti. Per alcuni artisti, la guerra del 1793 non fu solo un tema occasionale, ma divenne una specialità a sé stante. Il soggetto si inserisce in un campo particolarmente apprezzato che rappresenta quindi il vertice dell’arte pittorica: la pittura dello storicismo, nella quale avviene lo sforzo massimale dell’artista per il realismo e il dettaglio dei particolari. Inizialmente è quello delle scene di battaglie, il pretesto per riproporre al grande pubblico le uniformi e le vesti della fine del Settecento.
Sarà di impatto visivo sicuramente il dipinto “Generale Lescure, ferito, attraversala Loira a Saint-Florent” di Jules Girardet (1856 – 1938); un olio su tela del 1882. Questo straordinario dipinto si trova nella Williamson Aryt Gallery di Birkenhead. La scena è epica: dopo la sconfitta del 19 settembre 1793 di Cholet, Louis Marie de Salgues, marchese di Lescure (1766 – 1793) fu ferito gravemente da un proiettile alla testa a Tiffauges.

Jules Girardet, Generale Lescure, ferito, attraversala Loira a Saint-Florent”, un olio su tela del 1882.

Nel ripiegamento ciò che resta del suo esercito attraverso il tratto denominato dal nome del quadro. Grande realismo e tensione emotiva in tutto il dipinto, gli sguardi sui volti di ogni individuo sono molto espressivi, le nuvole possiedono un grado di realismo parossistico, aleggia una rassegnazione mista a paura: il paesaggio, ben eseguito, rende a questa opera una grande profondità prospettica.
Come in passato, la pittura storica rimane un mezzo di propaganda al servizio dei regimi politici. Lo stato è un mecenate che incoraggia la produzione artistica per la Repubblica. Questo desiderio è particolarmente evidente dopo la nomina di Edmond Turquet (1836 – 1914) alla carica di Sottosegretario di Stato per le Belle Arti per quasi quattro anni, tra il 1879 e il 1887.
Alcuni artisti sono sensibili a non irritare la committenza statale e cercano sempre di dipingere un il soggetto rappresentandolo in una luce favorevole alla causa governativa. Ad esempio, “La battaglia di Le Mans” di Jean Sorieul (1825 – 1871) del 1852 raffigura la profonda umanità di un giovane generale repubblicano. Al contrario, altri artisti lavorano per difendere la causa monarchica, sia per affermare la propria libertà artistica, sia per rispondere a commissioni private di legittimisti.
Tuttavia, i pittori evocano le guerre di Vandea senza indulgere in alcun atto di attivismo politico. Le critiche mosse ai Saloni parigini evidenziano la popolarità di questi temi, ma anche i loro limiti.
La pittura del genere nel XIX secolo inserirà della confusione, creando una nuova immagine: la figura del vandeano-chouan bretone. Non è raro infatti osservare nelle scene dei dipinti, dei personaggi della guerra di Vandea presi in prestito direttamente dal repertorio iconografico di Bretagna, Finistère o Morbihan, vestiti con pantaloni a sbuffo stretti alle ginocchia, gilet ricamati e grandi cappelli. I paesaggi stessi a volte sembrano più ispirati alla brughiera bretone che alla Vandea. Inoltre, la letteratura popolare ha anche contribuito a diffondere questa immagine della “Vandea-Chouan”, che combina due diverse realtà storiche.
Parallelamente alle scene di battaglia, i pittori ufficiali evocano molto spesso il tema della difesa della fede, in particolare attraverso la rappresentazione di messe celebrate in segreto: appaiono i famosi preti “refrattari”, ovvero i religiosi che non giurarono sulla Costituzione civile del clero (1790), l’eresia che divise la Chiesa francese durante l’epoca rivoluzionaria.
Durante la Terza Repubblica i soggetti assumono tutta l’acuità del tormentato. Essendo la religione oggetto di incessanti minacce, non è inutile invocare le reminiscenze di un passato ancora chiuso nei ricordi e mettere sotto gli occhi di ognuno le qualità dei suoi antenati cristiani, tramite l’arte.
Chiudiamo questa esperienza riavvolgendo il nastro, con un dipinto di Paul-Émile Boutigny (1853 – 1929) “Henri de La Rochejaquelein combatte a Cholet (1793)” del 1899 conservato al Museo di storia dell’arte di Cholet. In questo tardo quadro del genere, lo storicismo domina la scena di una delle battaglie più significative dell’inizio del conflitto. C’è frenesia, l’olio dei colori sulla tela rende la scena accesa. Il giovane La Rochejaquelein, forse l’eroe più amato per la sua gioventù e coraggio, crea entusiasmo allo spettatore. Posto semi-girato in primo piano con una giacca verdastra e fascia blancs attira l’attenzione per le poche persone che ha intorno.

Paul-Émile Boutigny “Henri de La Rochejaquelein combatte a Cholet (1793)”, olio su tela del 1899.

La scena è in movimento e la luce è diffusa su quasi tutto il dipinto. Intorno a lui la battaglia si è trasformata in uno scontro all’arma bianca. Il giovane sembra quasi dire a chi lo segue: «Se mio padre fosse fra noi, vi ispirerebbe più fiducia, poiché mi conoscete appena. Io del resto ho contro di me la mia giovinezza e la mia inesperienza; ma ardo già di rendermi degno di comandarvi. Andiamo a cercare il nemico: se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi; se mi uccidono, vendicatemi»!

 

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Il marchese de Sade, tra scandalo, perversione e letteratura

Il marchese de Sade, tra scandalo, perversione e letteratura

di Daniele Paolanti del 01-04-2020

Divin Marchese, così la storia lo avrebbe ribattezzato. Eppure, il personaggio più sfrontato, eccessivo e smodatamente perverso del XVIII secolo, di divino aveva davvero molto poco. Taluni autori si riferiscono ai suoi personaggi letterari (sovente la critica usa il più spregiativo appellativo creature) come autentici mostri; non da ultimo Pierre Klossowski, il quale in una sua opera – Sade prossimo mio, edito nel 1947 – riuscì ad offrire una lettura del suo pensiero tutt’altro che didascalica, proponendosi – tra i primi se non per primo – di denotare alcuni elementi di carattere antropologico, psichiatrico e, perché no, anche letterario, del noto nobile, scrittore, filosofo, poeta, rivoluzionario.. e  criminale francese: fu ristretto a lungo alla Bastiglia, come si riferirà in appresso.
Neppure Pier Paolo Pasolini rimase immune dalla fascinazione sadiana: Salò o le 120 giornate di Sodoma è la trasposizione cinematografica dell’omonima opera di De Sade –sebbene il corsaro friuliano scelga come ambientazione Salò durante l’occupazione. De Sade ha rappresentato oggetto di studio anche per psicoterapeuti, psicanalisti e psichiatri, tant’è che il termine “sadico” trova derivazione proprio dal nome di Sade ed è impiegato per ricalcare tutte quelle condotte violente, smodate, di una incresciosità tanto perniciosa quanto basta ad appagare il desiderio (anche sessuale) dell’aguzzino. Il vocabolo è entrato appieno nel nostro gergo, donde di sicura utilità potrebbe rivelarsi una disamina, senza pretesa di esaustività, della persona del letterato francese, che tanto portò scandalo ai suoi tempi.
Donatien-Alphonse-François de Sade, signore di Saumane, di La Coste e di Mazan, marchese e conte de Sade, nacque a Parigi il 2 giugno 1740, in una famiglia di antica nobiltà (alla quale rinunciò agli inizi del XIX secolo, tant’è che finì col firmarsi come D.A.F. De Sade), una delle più antiche della Provenza; l’infante vide la luce nel Palazzo dei Condè a Parigi, residenza dei principi Borbone-Condè. Figlio di Jean-Baptiste François Joseph de Sade e di Marie Elénore de Maillé de Carman, questa nipote del cardinale Richelieu, trascorse l’infanzia nel Palazzo Condè sino all’età di quattro anni, momento in cui deve spostarsi nel palazzo avignonese di famiglia, poiché sua madre fu costretta ad accompagnare il marito (noto diplomatico) impegnato al servizio del principe elettore di Colonia. Di lì si trasferì poi presso l’abitazione dello zio, Jacques-François-Paul-Alphonse de Sade, dove ricevette i primi rudimenti anche di letteratura. Si formò presso i gesuiti e, in ragione dei titoli di nobiltà posseduti a quattordici anni, frequentò una scuola preparatoria di cavalleria annessa al reggimento di Versailles – concorrente e speculare a quella dei moschettieri -, affrontando quindi un primo periodo di rigore e rigida disciplina militare, ma entrando anche in contatto con la classe nobiliare parigina. Nonostante fosse un militare non mancò di condurre una vita dissoluta, sino al momento del congedo avvenuto il 16 marzo 1763, al termine della guerra.

Il padre del giovane marchese riuscì a combinare il matrimonio del rampollo con la figlia di un ricco magistrato, dacché era sensibilmente preoccupato per le risorse economiche della famiglia. La moglie di de Sade fu quindi Renée-Pelagie Cordier de Launay de Montreuil. Tuttavia de Sade inizia a costruirsi una pessima fama per via della sua dissolutezza, essendo propenso al gioco d’azzardo ed a sperperare denaro frequentando camerini delle attrici e delle prostitute. Non manca comunque di vezzeggiare e rendere prosaico corteggiamento a mademoiselle Laure-Victoire-Adeline de Lauris, discendente da un casato provenzale, alla quale invia poesie in stile trobadorico da egli composte. Tuttavia il rapporto si interruppe, presumibilmente, per episodi di violenta gelosia esternati da D.A.F., quindi la storia si concluse. Non passa molto tempo da quando si sposò che il Marchese venne recluso nelle carceri di Vincennes in ragione di un comportamento ritenuto “oltraggioso” che questi avrebbe tenuto in un bordello. Ed è solo l’inizio della serie di guai con la giustizia nei quali incorse.

La seconda incarcerazione la subisce nel 1768, quando viene arrestato e fatto recludere per sei mesi poiché accusato di aver rapito e torturato una donna. Il Marchese venne liberato per ordine del re e riprese immediatamente la sua vita dissoluta. Organizza feste e balli nella sua tenuta di La Coste e, nel frattempo, dà inizio anche ad una serie di viaggi ed intrattenimenti con la sorella della moglie, Anne, con la quale (così risulta agli storici) ha anche un’intesa sessuale.
Altri problemi giudiziari sopravvengono per il nostro nel 1772, nel corso della rappresentazione di una sua opera teatrale. In quell’occasione sarebbe stato accusato di avvelenamento. Risulta difatti che nel corso di un’orgia cui partecipò in compagnia del suo domestico e quattro prostitute, distribuì a costoro dolci adulterati con delle droghe, con la speranza producessero un effetto afrodisiaco. I dolci avvelenati, invece, provocarono alle donne forti malori.
Il Marchese scappò in Italia, venne arrestato a Milano dalle milizie del Re di Sardegna e rinchiuso nel locale carcere con condanna a morte. Dopo soli cinque mesi evade di prigione e trascorre i successivi cinque anni trastullandosi in orge e viaggi, dando vita a numerosi scandali. Fu arrestato nuovamente nel 1777 a Parigi e condotto nella prigione di Vincennes, dove cominciò a comporre opere teatrali e romanzi. Di lì venne trasferito alla Bastiglia, ove compose Le 120 giornate di Sodoma oltre ad un’altra opera altrettanto celeberrima, ovvero Justine, le disgrazie della virtù. Dalla Bastiglia è poi trasferito in un manicomio, a luglio del 1789, pochi giorni prima della presa del forte carcerario. Con il trasferimento abbandonò la sua voluminosa biblioteca e tantissimi manoscritti andati perduti. Ottenne nuovamente la libertà nel 1790, tentò di riconciliarsi con la moglie che, però, lo abbandonò a causa delle sue violenze (i figli invece emigrarono).
Rotto il rapporto con sua moglie intrattenne quindi una relazione amorosa con un’attrice, con la quale visse sino al resto dei suoi giorni, Marie Constance Quesnet.
La sua vita si trovò posta di nuovo a rischio poiché visse in un quartiere rivoluzionario e cercò quindi di dissimulare le sue nobili origini. Venne però riconosciuto, arrestato e condannato a morte. Ma la fortuna non abbandonò mai il divin marchese che, per puro caso fortuito, venne dimenticato nella sua cella. Fu liberato nel 1793.
Seguirono le sue pubblicazioni (alcune già concepite ai tempi della detenzione nella Bastiglia). Infatti nel 1795 vide la luce La filosofia nel boudoir, La nuova Justine e Juliette. Il romanzo Justine fu però considerato una pubblicazione oscena ed infame, donde l’autore, senza alcun processo, venne internato presso il manicomio di Charenton. Malgrado le sue rimostranze e doglianze venne ritenuto pazzo e trascorse nel manicomio gli ultimi anni della sua vita. Donatien-Alphonse-François de Sade morì il 2 dicembre 1814, all’età di 74 anni. Un dato desta particolare impressione: dei suoi settantaquattro anni di vita de Sade ne trascorse ben trenta in carcere. Per lungo tempo il suo nome fu oggetto di biasimo e con esso tutte le sue opere, bandite e ritenute oggetto di scandalo. La produzione di De Sade ottenne la riabilitazione solo nel Novecento, nel secolo dove tutto è relativo, anche il male.

Quills è un film del 2000 diretto da Philip Kaufman e adattato dalla commedia vincitrice del premio Obie di Doug Wright, che ha anche scritto la sceneggiatura originale. Ispirato alla vita e all’opera del Marchese de Sade, Quills reinventa gli ultimi anni di incarcerazione del Marchese nel folle manicomio di Charenton.

Sade fu sicuramente – rectius: dichiaratamente – ateo. La religione rappresenta un vincolo che imbriglia la pulsione libertina, la costringe in un paradigma di contegno e decenza che mal si conciliavano con la sua indole perversa e proclive allo scandalo. Dio è amore: questo credono i fedeli delle religioni monoteiste. Per de Sade Dio, ammesso che egli potesse anche solo concepirne l’esistenza, è un carceriere, colui che traccia i termini, il marcatore del limes tra lecito ed illecito, tra morale e immorale. In sintesi la demarcazione tra fas e nefas. Non a caso le punizioni inflitte alle vittime del libro Le 120 giornate di Sodoma, sono particolarmente crudeli laddove uno dei fanciulli o delle fanciulle rapite dovesse nominare il nome di Dio o alludere a temi di natura religiosa, ascetica, teologica. Per Sade non esiste limite al piacere ed al godimento, un godimento che supera anche i margini della Legge, sia divina che umana. Lacan, tra i progenitori della psicanalisi, riteneva che la vita umana oscillasse tra legge e desiderio. L’adeguato equilibrio dovrebbe risiedere nella ricerca del senso dell’esistenza, nel riconoscere la propria identità calibrandola ad un sistema composto dai simili, dall’altro. Per de Sade il desiderio è piacere, godimento, una continua copula dimentica dei vincoli normativi del sistema sociale. Lo stesso marchese si pone sovente al di là della legge stessa, violandola reiteratamente, manifestando sprezzante insubordinazione, capovolgendo la moralità invertendone le fondamenta. Nelle sue opere sono presenti numerose postille (glosse?), con le quali addirittura si rivolge a sé stesso – con reverenza ed in seconda persona, (es. Abbiate cura di evidenziare…et similia) – e in cui si propone di rimarcare concetti scabrosi, osceni, difficilmente tollerabili. Non di rado è capitato che i lettori dovessero distogliere gli occhi dalle pagine o che riferissero di provare sensazioni strane nel sorreggere quei volumi tra le mani, come se stessero toccando qualcosa di…empio.
Nella produzione letteraria sadiana un tema ricorrente è quello della scatologia. “La scatologia è politica?” chiese un giornalista a Pasolini, nel corso della sua ultima intervista. E lui “assolutamente!”. Eppure in quasi tutti gli scritti di de Sade la componente escrementizia è citata con una ricorrenza quasi ossessiva, maniacale, forse anche per l’inclinazione indiscutibilmente perversa dell’autoproclamato filosofo. La ragione per cui in de Sade la scatologia è indispensabile è strettamente interconnessa con la pratica della sessualità, vissuta ovviamente nelle declinazioni più estreme: per il marchese la base diventa il vertice e viceversa. Il libertino è prodigo nei banchetti, non limita l’assunzione di cibarie e bevande raffinate ed in proporzioni sconsiderate (Dante, solo per questo, lo taccerebbe per mancanza di continenza). Di conseguenza l’espulsione – esteriorizzazione di quanto ab origine assunto –, ha condotto alla traslazione dell’apologia genitale, che il marchese ritiene forse troppo conformista o di scarsa attitudine ad accelerare la voluttà, verso quella del culto di altri organi del corpo umano, proprio perché in ciò che viene espulso si sostanzia l’ebbrezza che conduce quindi a riassumere (interiorizzazione di quanto esteriorizzato) lo scarto. Questa è, in effetti, la logica del consumismo: la società dei consumi impone quotidie di pretendere quanto non è necessario. Quindi, così come i mostri di Sade consumano i propri escrementi, al pari nella lettura pasoliniana su Sade, il consumatore cerca il superfluo, l’eccedenza necessaria, quasi come se la lotta per la sopravvivenza si fosse posta in antitesi ex se: per sopravvivere l’uomo ha bisogno del superfluo.

Marquis de Sade – 100 Erotic Illustrations è uscito per Goliath Books.

Per de Sade, come riferito supra, non esiste limite alcuno al piacere. Piacere corporeo, fisico, materiale, epicureo (forse anche oltre la prospettiva di Epicuro). Il poeta massimizza il suo godimento nella condotta sfrenata e libertina che assunse nel corso della sua intera esistenza. Perché quindi, il piacere sadiano è così osceno? Alcuni autori ne hanno rinvenuto la motivazione nella dialettica condotta dal poeta/filosofo sull’orgasmo. I protagonisti delle sue opere difficilmente culminano, questo perché l’autore vuole enfatizzare taluni aspetti del suo desiderio: il perdurare del coito sadiano, se da un lato ha una lunga durata che acuisce il vizio ed il godimento, dall’altro specularmente provoca nella vittima (la sessualità sadiana non è quella ordinaria, ma è spietata, violenta, perversa ai limiti del patologico, valicando quasi sempre la linea di demarcazione con la legalità) dolore inimmaginabile, sofferenza fisica e psicologica, potendo facilmente essere qualificata come una forma di tortura. Ecco perché, nel vocabolario moderno, si impiega il termine sadico: in riferimento proprio a Sade, alla sua vita ed ai suoi comportamenti, oltre al modo pernicioso di leggere la vita. Parlare di filosofia, in de Sade, a giudizio dello scrivente, è impresa ardua se non inverosimile. Il marchese non trasmette alcuna logica teoretica nella sua vita, se non il macabro desiderio di godimento assoluto che lo condusse alla reclusione nei vari penitenziari che lo ospitarono per gran parte della sua vita. Tantissimi studiosi hanno riservato attenzione a de Sade: perché nell’oscuro, nei mostri sadiani, noi comprendiamo a cosa debba ispirare, al contrario di quanto sostenuto dal nobile parigino, l’essere umano. L’individuo nasce in un sistema al quale deferisce parte della propria libertà riconoscendo l’altro come suo prossimo, l’altro come oggetto del desiderio, ma desiderio inteso come ricerca della propria individualità e identità. L’utilità di Sade è quella che Pierre Klossowski individua in Sade prossimo mio: i mostri delle sue opere rappresentano la negazione della moralità, della pietà, del razionalismo etico e della cura del prossimo. Invero il prossimo, per parafrasare la letteratura evangelica cristiana, e tale a se stessi.

 

Per approfondimenti:
_Donatien-Alphonse-François de Sade, Les 120 journées de Sodome, ou l’École du libertinage, manoscritto datato 1785;
_Donatien-Alphonse-François de Sade, Justine o le disavventure della virtù (Justine ou les Malheurs de la vertu), manoscritto datato 1788;
_1795: La filosofia nel boudoir (La Philosophie dans le boudoir);
_1799: La nuova Justine, ovvero Le sciagure della virtù (La Nouvelle Justine, ou les Malheurs de la vertu), continuazione di Justine ou les Malheurs de la vertu;
_Pierre Klossowski, Sade prossimo mio preceduto da Il filosofo scellerato, trad. di Aurelio Valesi, SugarCo, Milano, 1970, Garzanti, Milano, 1975.

 

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Amedeo di Savoia duca d’Aosta: l’uomo, il soldato, il mito

Amedeo di Savoia duca d’Aosta: l’uomo, il soldato, il mito

di Giuseppe Baiocchi del 09-03-2020

A Torino presso il palazzo della Cisterna, nell’ottobre del 1898 nasceva il principe Amedeo di Savoia, definito dai posteri e dagli storici come “l’eroe dell’Amba Alagi”. Nella città sabauda rimase fino ai sette anni, quando il padre, Emanuele Filiberto, si trasferì a Napoli, al comando di quel Corpo di Armata.
La prima fanciullezza, come da tradizione, non era stata lieta per il piccolo aristos: all’età di due anni si era infatti svolta la tragedia di Adua (1896), evento che portò l’assassinio di suo zio, il Re Umberto I, il quale fu ucciso da un anarchico italiano Gaetano Bresci (1869 – 1901).
Iniziava allora in Italia lo strano e ben doloroso fenomeno per il quale – a somiglianza di un solo altro paese, la Francia – l’istanza sociale e la necessità materiale delle folle sembrava dovessero essere inscindibili da una furibonda, iconoclasta volontà di distruzione delle tradizioni patrie e della virtù militare. A Napoli l’ambiente era più sereno: quella reggia di Capodimonte era più sorridente con il suo magnifico parco, il cielo era più mite, l’anima popolare meno intristita dalla propaganda dei negatori. In tale ambiente crebbero Amedeo ed il suo fratellino minore Aimone – sopraggiunto dopo di lui – e quel vasto palazzo con parco senza fine, vide il di-sfrenarsi delle loro fanciullezze. Fu un ragazzo terribile Amedeo, di quelli le cui ragazzate lasciano il cuore sospeso.
In quell’epoca ormai lontana, l’aviatore Louis Charles Joseph Blériot (1872 – 1936) aveva attraversato la Manica, Jorge Antonio Chávez Dartnell (1887 – 1910) aveva sorvolato le Alpi; l’aviazione – con l’opera ed il sacrificio dei pionieri – faceva le sue prime asperrime prove, ed Amedeo aveva una voglia pazza di volare.
Voleva volare il giovane duca, ma macchine non ne aveva; trovati due vecchi ombrelli in un solaio, ne irrobustì le stecche con spago e filo di ferro, ed ecco i nostri due argonauti lanciarsi con questi ombrelli aperti, attaccati al manico, dal primo, ma pur altissimo piano della Reggia. Videro dal basso, col cuore sospeso, discendere precipitosamente i due ragazzi e fu un accorrere di gente: non si erano fatti quasi niente in quel volo precipitoso di otto metri, solo qualche ammaccatura: «Volare mi piace» – asserì serissimo Amedeo, strizzando un occhio alla gente accorsa ansiosa e trepidante a raccattare i due signorini.
Altro episodio curioso, fu alle spese del colonnello Emilio Montasini, aiutante di campo del padre e ottimo colonnello d’artiglieria: Amedeo, da promesso artigliere, volle rendergli onore.
Vi erano nel parco della reggia alcuni vecchi cannoni di bronzo del Settecento ad avancarica. Amedeo prese la polvere di molte cartucce da fucile, caricò il vecchio cannone, pose una lunga miccia, mise Aimone a far da palo per annunciare l’arrivo del colonnello e quando questi apparve al cancello, diede fuoco. Il vecchio palazzo tremò, il boato si udì per tutta Napoli: pallido, emozionato il colonnello accorse. Questa volta era stata troppo grossa, ed i due colpevoli furono trascinati davanti ai genitori per avere la giusta sanzione. Ma, nel salire la grande scalea, Amedeo diceva al fratello: «Hai inteso che colpo? Io di artiglieria me ne intendo»! Questo spirito avventuroso, questo sorridente arditismo spericolante lo accompagnarono per tutta la vita.

Nelle due foto, da sinistra a destra, Amedeo Umberto Lorenzo Marco Paolo Isabella Luigi Filippo Maria Giuseppe Giovanni di Savoia-Aosta, in una foto di giovane età (Torino, 21 ottobre 1898 – Nairobi, 3 marzo 1942). E’ stato un generale, aviatore e patriota italiano, membro di Casa Savoia appartenente al ramo Savoia-Aosta. Fu viceré d’Etiopia dal 1937 al 1941. Nella foto di destra Umberto I (Umberto Rainerio Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio di Savoia; Torino, 14 marzo 1844 – Monza, 29 luglio 1900) è stato Re d’Italia dal 1878 al 1900.

Infine evento che suscitò un simpatico scalpore europeo, fu durante il soggiorno spagnolo formativo, dove durante una corrida, il giovane Amedeo diede spettacolo all’entrata dell’arena durante lo svolgimento del gioco. Anche in questa esperienza vi fu – da parte dell’istitutore – molta paura. Di contro l’arena fu in tumulto tra applausi, urla di entusiasmo e lanci di cappelli. I giornali madrileni ne fecero un gran parlare e dissero chi era il protagonista: il nipote dell’ex Re di Spagna: Amedeo Ferdinando di Savoia. I giornali del Regno d’Italia censurarono l’accaduto. Tre erano gli elementi fondamentali della sua natura: la noncuranza assoluta del pericolo, che gli veniva da una tradizione secolare di gloria militare e civile; un senso pratico ed ordinato della amministrazione e della vita, che aveva assorbito dai suoi vecchi antenati piemontesi; ed infine una rara sincerità: virtù che ottiene comprensione, anima gli uomini e solleva entusiasmi ed affetti. Fu certo la sincerità più limpida che gli sgorgava dal cuore quella che guidò naturalmente la sua condotta tra gli allievi della Accademia Militare della Nunziatella di Napoli allorché, a 15 anni, fu rinchiuso in quel collegio per iniziare la sua vita militare. I primi periodi per il duca furono duri, ma con il suo carattere ben presto divenne fratello e amico dei suoi camerati, i quali nonostante la confidenza nutrivano sempre grande rispetto per Amedeo. Egli aveva, innata, questa incommensurabile virtù della semplicità che aggioga le anime: virtù che non si può improvvisare, che deve essere innata, che deve avere perciò origini lontane, come in lui le aveva, nei secoli. Aveva 17 anni quando nel 1915 scoppiò la guerra Europea. Scrisse di suo pugno una petizione al Re: voleva andare a combattere per il regio-esercito l’ultima guerra dell’Unità, così come era propagandata. Ma, data la sua età, era obbligatorio il consenso del padre.
Emanuele Filiberto firma: per il giovane ufficiale si spalanca la prima – piccola – avventura della sua vita. Vestito in grigio-verde in un reggimento di artiglieria a cavallo, si reca presso il Monte Sei Busi: impavido sotto valanghe di ferro e di fuoco, si merita una medaglia di bronzo. Dissero di lui: «noi, tuoi compagni, noi soli veramente sappiamo che se non fossi stato un principe di Savoia, la medaglia sul tuo petto sarebbe stata d’argento. Noi siamo testimoni che ci hai perduto ad essere principe». Leggendo la motivazione della sua seconda medaglia – questa di argento, quando aveva 19 anni – si comprende come l’avesse meritata: non vaghe ed altisonanti parole, non retoriche frasi, ma fatti precisi: era veramente un soldato, ed alla prova del fuoco quella sua temerarietà infantile, si era trasformata in ragionata e consapevole virtù guerriera.
Durante la guerra carsica, recatosi a visitare una trincea – che un generale aveva fatto costruire e che personalmente illustrava -, la quale doveva fungere a modello ed esempio di come sarebbero dovute essere strutturate tutte le trincee, egli non espresse giudizio guardando muto l’opera che pur era costata tanta sollecitudine e tanta fatica, finché, alla reiterata domanda espressa dallo stesso generale: «che gliene sembra Altezza Reale», Amedeo non esitò a rispondere nella sua invincibile sincerità: «la sto studiando attentamente per evitarla»! Questo episodio riferito da Beretta a De Vecchi trova il suo riscontro in altri successivi di epoche diverse, come ad esempio quello di quando, deliziandosene perdutamente, vide nel cielo di Gorizia – ove egli allora era addetto – un aeroplano eseguire la più ardita gamma di loopings, di tonneaux, di virate, di cabrate che si fossero mai viste e che pur erano severamente proibite; ed accanto a lui, vi era furente il comandante della brigata aerea, il quale si avvicinò all’avventuroso giovane pilota appena atterrato per comunicargli di tenere gli arresti. Amedeo era pieno di ammirazione, si avvicinò al giovane ufficiale, lo prese sotto braccio, gli disse: «che bello, ma perché non me lo ha detto che sarei venuto con lei»?

Nelle tre immagini da sinistra a destra. Il nonno di Amedeo: Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (1845-1890), era figlio del primo Re d’Italia Vittorio Emanuele II. Fu re di Spagna (1871 -1873) e il primo duca d’Aosta, capostipite del ramo Savoia-Aosta; al centro il padre: Emanuele Filiberto Vittorio Eugenio Alberto Genova Giuseppe Maria di Savoia-Aosta (1869 – 1931) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta, ed un generale italiano; infine il fratello Aimone Roberto Margherita Maria Giuseppe Torino di Savoia-Aosta (1900 –1948) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta, e un ammiraglio italiano. Fu anche re di Croazia con il nome di Tomislavo II, senza però mai prendere possesso del trono.

Quel giovano era il tenente Tait, che divenne poi il suo aiutante di volo e non lo abbandonò mai più: gli fu vicino nell’ora estrema. Finita la grande guerra, nel 1919 Amedeo se ne andò con lo zio in Somalia. L’amore dell’Africa lo dominava dall’infanzia, da quando bambino se ne andava al porto a vedere le navi che partivano. Abitava con lo zio un bungalow nel villaggio di Afgoi, a 20 Km. da Mogadiscio. Quel vecchio marinaio ed esploratore, quella grande anima chiusa ed ardente di Luigi di Savoia, che conobbe tutte le altezze tutte le discipline e tutte le rinunce, stava trasformando un lembo di Africa con la sua tenace volontà di colono.
Il senso eroico della vita non aveva bisogno di insegnarlo al nipote Amedeo, poiché era impresso nel suo spirito. Ma altre cose gli insegnò, rimanendo impresse e gli servirono da viatico quando si trovò venti anni dopo a dominare il vastissimo territorio dell’Etiopia. Gli fece comprendere la tenacia delle opere durevoli: ad amare la terra che risponde all’uomo che la lavora e la feconda col suo sudore. «Non mi sbaglio, – diceva suo zio –, ma se noi vogliamo, la Somalia ha un grande avvenire: canna da zucchero, cotone, arachidi, alberi di kapoc, possono rendere enormemente». Queste nozioni gli servirono come vedremo, più tardi, e le mise in pratica.
Rimase sei mesi presso lo zio e poi ritornò facendo il giro del Capo di Buona Speranza, ma si ammalò e dovette sbarcare a Zanzibar, ove stette un mese tra la vita e la morte, soccorso dalla madre, accorsa subito al suo capezzale. Della sua malattia e delle angosce materne troviamo indelebile nobilissima traccia nelle pagine scritte dalla duchessa madre nel suo libro: «Ma vie errante».
Ritornato in Patria nel 1920 fu destinato a Palermo. Era l’epoca tremenda del dopoguerra italiano, quando imboscati e disertori si riunivano per dare veste di ideale alla fellonia ed alla viltà. Del resto, sempre, nelle ore torbide della nostra vita nazionale la diserzione diventa un ideale, il tradimento una virtù e l’incitamento alla rivolta esige il suo premio. Fu per sfuggire a tale stato nauseante di eventi, che Amedeo – sotto il nome di capitano della Cisterna – se ne andò in Congo belga, a Stanleyville a fare l’operaio in una fabbrica di sapone. Della sua esperienza disse: «Voglio vedere cosa sarei capace di fare nella vita civile se fossi nato diversamente da come sono nato». Non si può dire che l’esperimento non sia riuscito, perché da operaio semplice divenne capo operaio, e poi assistente, ed alla fine del 13° mese era già vice-direttore della grande fabbrica e stavano per nominarlo direttore, quando dette le dimissioni per ritornare in Italia; e solo allora si seppe chi era. La cronaca pettegola dette un’altra versione di questa strana sosta di oltre un anno nel Congo. Così dopo 13 mesi – dalla lunga esperienza del Congo –, ritornò con una carovana da lui allestita, lungo i grandi laghi equatoriali: il Victoria ed il Tangunica. Sostò ai piedi del Ruvenzori, in memoria dello zio che ne aveva fatto la scalata, ed, ultima tappa del viaggio, prima di imbarcarsi a Mombasa, fu a Nairobi, quella fatale Nairobi, dove doveva venti anni dopo chiudere la sua nobile vita. L’Amore dell’Africa ormai lo teneva, e nel Continente Nero riuscì a farsi destinare nel 1925, rimanendovi per sei anni, fino al 1931, salvo brevi parentesi a Torino per la scuola di guerra, o quella ancor più breve – ma importante – del suo matrimonio nel 1926 con Anna di Francia, la dolce e nobile compagna della Sua vita. Il Regno d’Italia stava riconquistando la Libia, di cui non aveva potuto occuparsi durante la guerra, mantenendo solo la costa. In queste operazioni di polizia che talvolta si tramutavano in vere e proprie e sanguinose battaglie, seguito dal maggiore Volpini, suo aiutante – che doveva poi morirgli accanto da generale sul picco dell’Amba Alagi – Amedeo si distinse perché fu infaticabile e temerario, a piedi, a cavallo, a dorso di cammello, a bordo di aeroplani, mitragliando i ribelli a volo radente, tornando con l’apparecchio crivellato di colpi.
Tutte le marce e le battaglie, di Zella, dei pozzi di Bir Tagritt, Nufilia, Marzuk, Kufra, ricordano il suo nome. Con la occupazione di Kufra la colonia era ridonata totalmente alla patria, e la si poteva oramai attraversare in piena tranquillità dalla costa fino al più profondo deserto. Ritornato in patria alla morte del padre – comandante vittorioso della III Armata, avvenuta nel 1931 –, non solo per il passato glorioso del duca ma per un suo testamento spirituale che rimane una delle pagine umane più nobili e belle che siano mai state scritte, Amedeo divenuto Duca di Aosta, passò l’anno seguente nella aviazione. Si compiva così un Suo ardentissimo voto.
Cinque anni egli passò, assegnato a Gorizia, e dimorante con Sua Altezza Reale Anna e le sue due figliuole nel malinconico castello di Miramare: cinque anni, quale comandante, prima di stormo, poi di brigata aerea, indi di divisione.
Le sue squadriglie erano ragione di orgoglio per l’ala Italiana, per precisione di volo, per disciplina e coraggio ed allenamento di piloti. Intanto si era svolta la conquista dell’Etiopia. In uno slancio concorde di volontà l’Italia aveva conquistato un Impero; ed egli, andati via i due primi Vice-Re manifestò, per la prima volta nella vita, il desiderio di un comando.

Amedeo di Savoia, duca d’Aosta con i genitori, durante il primo conflitto. ©Maurizio Lodi

Era un poco rischioso, specie dopo un ultimo e grave attentato al Governatore del tempo, ed il Re era titubante, ma egli insistette, ed eccolo infine partire il 21 Dicembre 1937 da Napoli, Vice-Re dell’Etiopia. Queste sono vicende recenti, ogni Italiano le conosce, ed io non ho che da riassumere solo qualche dato, qualche fatto saliente che aiuti a mettere in rilievo la figura del nostro Principe. Egli sbarcò a Massaua, e la prima sosta fu al cimitero di Dogali, a salutare i cinquecento, i morti di De Cristoforis, ancora allineati in ordine di battaglia, sotto la terra arsa. Arrivato ad Addis Abeba si accorse subito che tra i veri pionieri si era mescolato un piccolo mondo di profittatori, e non esitò a buttarsi a corpo perduto per eliminare le iniquità, per mettere ovunque ordine e pulizia; non esitò a dire ai suoi funzionari: «se non mi chiamassi Savoia vorrei fare a cazzotti con certa gente»! Memore degli insegnamenti dello zio indimenticabile, Amedeo cominciò subito a realizzare un vasto piano di sfruttamento agricolo e minerario del vastissimo Impero.
Spesso egli asseriva: «gli Italiani non sanno quale immensa ricchezza essi hanno conquistato». Nell’Amara vi erano i giacimenti immensi di lignite e di torba, cave di marmo e di argilla, e c’era da sviluppare la industria del baco da seta. Nel Calla Sidama vi erano miniere di ematite e di limmite ed i grandi fiumi auriferi, le immense foreste ove già erano state catalogate ottantaquattro specie di legno pregiato. La foresta di Belleltà, non tutta ancora esplorata dall’uomo, poteva rivelare incredibili sorprese, sgominante quale era per la sua vastità, intersecata da fiumi torrenti e ruscelli, sbarrata da alberi secolari, intrecciata da liane, fauna favolosa di scimmie, di leopardi neri, di pitoni e bufali ed elefanti e rinoceronti. Nell’Harrarino le foreste degli Arussi, piene di podacarpi ed eucalipti gonfi di cellulosa, e le piantagioni di caffè e le miniere di mica. Nella Eritrea e nella Somalia il cotone, i semi oleosi, nella Migiurtinia l’incenso, la mirra, lo stagno.
Né aveva trascurato con sotterfugi ingegnosissimi che, dalle Indie olandesi, gli fossero inviati i semi del caucciù per svincolare la patria da questo gravoso tributo allo straniero. Era un mondo favoloso che si apriva al lavoro degli Italiani, già da secoli dispersi per tutto l’orbe terraqueo in cerca di pane: colà milioni e milioni di lavoratori avrebbero trovato sfogo e ricchezza! Questa era la sua opera dunque, grandiosa opera, alla quale si accinse con tutto il fervore dell’anima.
Ogni domenica, libero dai fardelli burocratici, dagli incartamenti e dai ricevimenti, si dedicava alle visite nei punti più lontani dell’Impero con il suo apparecchio ad Elolo, su piste di fortuna tra il Kenia Italiano e quello Inglese, ove c’era un presidio con un solo tenente bianco ed una banda di Dubat. Quel povero tenente non vedeva un bianco da sette mesi, rimase confuso e quasi singhiozzava quando riconobbe il Vice-Re che scendeva dall’aeroplano su quel campo di fortuna. In quell’angolo sperduto di mondo il Duca, sotto una tenda, divise con quell’ufficiale un piatto di pasta preparato dai Dubat.
Amedeo, nel viaggio di ritorno, ricordando gli occhi umidi, la voce trepida di quel tenente, asseriva ai suoi compagni di volo: «ci vuole tanto poco a fare contenti gli uomini»!
Un’altra domenica, a Ricchiè, un vecchio centenario, saputo dell’arrivo del Vice-Re in quella sperduta località, si fece portare alla sua presenza in barella da due servi. Si prosternò nella polvere, disse: io ho perduto un figlio in battaglia per l’Italia, io sono fiero di avere perduto mio figlio per te. Ed Amedeo concludeva, nel viaggio di ritorno: «la poesia è la sola regola della vita».
Un’altra domenica a Debra Sina, davanti ad una banda di 600 uomini ve n’era uno, alto quasi come lui, Basciai Uoldié, che era stato il più acre nemico degli italiani, il quale aveva tagliato a suo tempo il ponte di Termaber per ritardare la marcia italiana su Addis Abeba, che era considerato, ed a giusto titolo, un eroe nazionale Abissino. Basciai Uoldié aveva dichiarato che non avrebbe fatto atto di sottomissione ad altri che al Vice-Re in persona, ed Amedeo non aveva atteso che andasse da lui; volle – di contro – andare davanti lui stesso al suo valoroso avversario e stabilì che tutti gli uomini della banda avrebbero conservato le armi. L’indigeno si pose un ginocchio in terra e disse: «giuro di servirti, fino alla morte». E mantenne la parola, perché tre anni dopo perì da prode, combattendo per il Regno d’Italia. Alla inaugurazione della strada Dancala tra Dessié ed Assab – lunga 1000 chilometri -, un’opera romana costruita sotto il sole ardente dai nostri operai.
Uomo anche vicino ai lavoratori italiani in Africa Orientale: lungo le strade dell’Impero, numerose erano i tumoli degli operai deceduti per incidenti sul lavoro. Spesso Amedeo si fermava per l’ultimo saluto agli scomparsi: «Questi tumuli», diceva il viceré, «che si snodano lungo questa strada grandiosa sono come gli acini di un rosario, il rosario del lavoratore Italiano». Tale atteggiamento lo portò ben presto ad essere stimato e rispettato sia dai civili che dai militari.
Nelle ultime sue visite, sulla fine del 1939 fu a Bonga, nel Galla Sidamo, tra i pigmei. Tutta la popolazione indigena era schierata nuda lungo la strada, uomini e donne. La popolazione – che ancora accendevano il fuoco fregando due pezzi di legno – possedeva armi ancora primitive, e gli italiani, se consideriamo strettamente il periodo del comando del viceré monarchico, portarono civiltà e prosperità, abolendo le vessazioni alla popolazione civile del viceré fascista Graziani. Riportiamo un passaggio del bellissimo romanzo I fantasmi dell’Impero del trio Cosentino-Dodaro-Panella: «Sua Altezza Reale il Duca Amedeo di Savoia Aosta non aveva avuto fretta a riceverlo […]. Il suo rapporto stava sulla grande scrivania del nuovo Vice Re ordinatissima, così diversa da quella di Graziani, sempre ingombra di carte […]. Per carità, il duca era stato cortesissimo. Lo aveva accolto in piedi, sorridente, in uniforme da generale dell’Aeronautica, sovrastandolo di trenta centimetri buoni dall’alto dei suoi due metri, e gli aveva calorosamente stretto la mano. L’ufficio era lo stesso di prima, eppure niente sembrava uguale; anche Mazzi era stato sostituito da un segaligno maggiore di cavalleria piemontese, sicuramente con tutti i quarti di nobiltà in regola. E i saluti fascisti s’erano ridotti al minimo indispensabile: non ne aveva visto fare nemmeno uno da quando era arrivato».
Oggi, gli ex cittadini dell’Impero italiano sono ricaduti nuovamente nelle barbarie: l’abbandono – per causa del conflitto mondiale – del Regno d’Italia, portò queste regioni nel caos più assoluto, dove tiranni senza scrupoli adoperarono per lunghissimo tempo i loro interessi, in maniera brutale.

Luigi Amedeo Giuseppe Maria Ferdinando Francesco di Savoia (Madrid, 29 gennaio 1873 – Villaggio Duca degli Abruzzi, 18 marzo 1933) è stato un ammiraglio, esploratore e alpinista italiano.

Alla soglia degli anni quaranta, oscure nuvole si addensavano sull’orizzonte europeo. La Germania nazista invade la Polonia e la guerra europea era scoppiata. L’Italia vi entrò solo un anno dopo: il viceré ripartì in patria per discutere con il Capo del Governo Mussolini, i limiti delle truppe del regio-esercito in Africa Orientale. Espresse egualmente il suo pensiero, e ne possiamo trovare traccia nei diari di Galeazzo Ciano, nelle affermazioni dei sopravvissuti, nonché nella risposta scritta che egli inviò alle precise domande che gli furono rivolte nel 1940 e delle quali non si tenne, purtroppo, alcun conto: le condizioni militari dell’Impero erano tali che non solo un’offensiva non sarebbe stata possibile, ma neppure una azione difensiva. Avrebbe potuto, sì, esserci una resistenza più o meno lunga, avrebbe potuto l’esiguo corpo di spedizione, sprovvisto di armi per una guerra moderna, sacrificarsi, scrivendo pagine ardenti di gloria militare, ma l’Impero sarebbe stato perduto: i britannici disponevano di continui rifornimenti, dati dall’immenso patrimonio coloniale e soprattutto – in chiave africana – dal controllo del canale di Suez. Nonostante le problematiche Amedeo gioca d’anticipo, è spregiudicato: Mussolini promette la resa dell’Inghilterra con l’operazione tedesca “Leone marino” e l’acquisizione della Somalia britannica e francese, che avrebbe permesso al Regno d’Italia importanti contropartite al tavolo della pace.
Il primo anno si chiuse all’attivo con la spedizione del Somaliland, ma con il sopraggiungere delle armi, delle munizioni, dei viveri provenienti da tutto il Commonwealth, le truppe inglesi passarono alla offensiva mentre il nostro corpo di spedizione ripiegava ordinatamente dall’invasione – tatticamente di scarso rilievo, per mancanza mezzi – del Sudan britannico. In questi tempi amari, pagine che farebbero l’onore e la gloria di ogni popolo del mondo sono pressoché ignorate dagli Italiani, quando non sono calpestate ed irrise. Le pagine di Cheren, fulgide, non meno di quelle delle Termopili, le pagine di Culquabert che vide ad ondate sacrificarsi i Carabinieri Reali, sono oggi un libro chiuso. Sigillato sembra il libro immortale dell’Amba Alagi, ma ben si riaprirà un giorno se è vero che la patria è una verità eterna e che, nel nostro breve cammino mortale, la gloria illumina il cuore degli uomini.
L’ultimo consiglio di governo al Ghebì di Addis Abeba fu tenuto il 3 aprile del 1941. Con 3.800 uomini il viceré salì i 3.400 metri dell’Amba Alagi. Il 16 maggio, dopo 43 giorni di assedio e dopo avere reiterate volte respinto le intimazioni di resa, le condizioni erano queste: il comando italiano aveva ridotto gli effettivi a 2.500 uomini, poiché 1.300 erano periti negli aspri combattimenti, non esisteva più un solo colpo di cannone, vi erano ancora pochi caricatori per le armi leggere, i pochi muli erano stati già tutti sacrificati, la sete era allucinante, ma dalle pendici del monte si vedeva avvicinare sempre più una marea di fute bianche, i 30.000 armati di Ras Seium. No, non vi era più scampo! Ed il duca che aveva cercato più volte la morte su quell’Amba desolata, che aveva visto morire attorno a sé i migliori suoi fidi, pensò che aveva il dovere di risparmiare l’orrenda carneficina che attendeva i superstiti, adesso che era salvo l’onore della bandiera. Mandò fuori il suo Volpini a trattare con gli inglesi; ma gli armati di Ras Scium non rispettarono la guarentigia della bandiera bianca, una scarica di fucili uccise lui e gli altri parlamentari, così che furono gli inglesi a dover recarsi dal duca; e due giorni dopo vi fu la discesa dall’Amba Alagi.
Amedeo di Savoia fu l’ultimo ad abbandonarla dopo avere diviso con i superstiti le poche cose ed il danaro che gli restava; ma prima si recò nel forte Toselli, dove due giorni prima era stato sepolto il generale Volpini, l’amico del cuore, che per 15 anni aveva – ai suoi ordini – diviso la gioia e le asprezze della sua vita, ed aveva pagato l’estremo tributo alla sua granitica fedeltà. Venne portato ad Adi Ugri ove restò 15 giorni, chiuso in una piccola casa, in attesa della sistemazione definitiva, e fu ad Adì Ugri, nel chiuso di quattro pareti che seppe dalla radio della medaglia d’oro al valor militare assegnatagli da Sua Maestà il Re: «ho seguito con viva affezione e con ammirata fierezza la tua opera di comandante e di soldato. Ti ho conferito la medaglia d’oro al Valore Militare, desiderando premiare in te anche coloro che, combattendo ai tuoi ordini, hanno bene meritato dalla Patria». Sì! Egli si sentiva di essere il depositario dei mille e mille caduti nella difesa dell’Impero; nel suo cuore batteva quello di una moltitudine di morti e di superstiti.
La Sua nuova dimora fu stabilita a Nairobi. Gli fu assegnato il villino da caccia di Lady Me Millan, a 70 Km da Nairobi, edificio abbandonato da anni, infestato da pulci, da zecche e da topi, e dovette personalmente per una settimana intera, aiutato dai suoi, provvedere a liberarsi – per quanto possibile – da questi ospiti indesiderabili.
Le gazzette inglesi farneticavano sulla libertà di cui godeva il principe, che poteva recarsi ove volesse, ospite, dicevano, e non prigioniero di Sua Maestà Britannica; che da Addis Abeba gli erano stati portati i suoi cavalli, che possedeva una automobile per i suoi spostamenti. La verità era un’altra: Amedeo non poteva andare al di là di 380 m dalla casetta, vigilato da un bene attrezzato e numeroso corpo di guardia, ed invece dei cavalli e dell’auto, esisteva una carrozza di cui si servivano gli ufficiali inglesi, che dopo una settimana l’avevano resa inservibile. Era un prigioniero, come gli altri, che ebbe la prima lettera dei suoi dopo sette mesi di prigionia, e niente lo feriva e lo umiliava più delle letture delle riviste sud africane ed inglesi che gli ufficiali di guardia gli mostravano. In una si diceva che, sull’impegno della sua parola di onore, gli sarebbe stato concesso di andare in Italia a rivedere la sua famiglia. Il rossore gli salì al viso. Come si poteva pensare che egli avrebbe accettato un simile privilegio? Un’altra volta lesse in una rivista sud africana che i suoi magnifici soldati erano i «contemptible scavengings in the biways of the battle».
Umiliato, depresso, in quella solitudine disperata rotta solamente dalle notizie sempre peggiori che giungevano dai lontani campi di battaglia europei, fu punto un giorno da una zecca, e ne risultarono altissime febbri a tipo tifoideo, che gli durarono settimane e lo ridussero allo stremo, mentre il suo medico, il dottor Borra, invano chiedeva di poter fare delle analisi e degli esami speciali, ed invano chiedeva medicinali. Appena rimessosi chiese ed ottenne di poter recarsi al Comando del Campo da cui dipendeva, per avere la assicurazione che le donne ed i bambini internati nel Kenia sarebbero stati evacuati per primi, con precedenza su tutti.
Voleva entrare nel campo per salutare i suoi soldati prigionieri, ma gli fu vietato, ed allora girò attorno al filo spinato entro il quale erano rinchiusi, mentre i suoi vecchi soldati gli gridavano parole di amore. Fu visto pallido, diritto, con gli occhi gonfi di lacrime, e non si vergognò di dire a chi lo accompagnava: «talvolta piangere è una felicità»! Ma la febbre tornata altissima dimostrava i sintomi inequivocabili della malaria. 
In quell’organismo, debilitato dalla lunga sofferenza morale, dalle privazioni fisiche durate nelle lunghe settimane di assedio sull’Amba Alagi, i lunghi attacchi febbrili determinati dalla insalubrità del luogo, portarono il duca alla morte.

Nelle tre foto da sinistra a destra: la tomba del viceré Amedeo a Nairobi, capitale del Kenya; cartolina di propaganda che mostra un fante italiano coloniale, che riprende le fattezze del duca d’Aosta, intento ad attendere il momento del ritorno italiano; foto, antecedente al conflitto, di Amedeo di Savoia duca d’Aosta, viceré dell’Africa Orientale Italiana.

Quando si recò a trovarlo il maggiore Ray Wittit, unico tra gli ufficiali inglesi che, avendo in tempi felici conosciuto il duca di Aosta, non aveva dimenticato l’omaggio che a lui si doveva nella sventura, quando andò a trovarlo e lo vide in quelle condizioni, su quel lettino di ferro ove non poteva allungare i piedi, con gli occhi lucidi di febbre, nella più grande desolazione, non poté contenere il suo sdegno, che esplose in sacro furore: questo era il modo di trattare un principe reale della più vecchia dinastia regnante di Europa? Questo era il modo di trattare un glorioso nemico, leale e cavalleresco, tenendolo lì, a 70 km dal consorzio umano, in quella casetta abbandonata al limite di una foresta? Questa era la asserita, vantata ospitalità del Re di Inghilterra? Così riuscì ad ottenere che, a spese del duca, questo fosse ricoverato in una casa di cura, La Maja Cumbery Nursing Home.
Ma oramai il destino era segnato, ed ecco allora – per salvare la faccia – il medico inglese che appare all’ultima ora, ecco anche affacciarsi quel Rennel Road, compagno di giochi della sua fanciullezza, quando il padre era ambasciatore in Italia nei tempi felici. Il padre che amava ed era riamato dagli italiani aveva scritto al figlio: ricordati di quanto dobbiamo ai duchi di Aosta, e sii di conforto al prigioniero.
Ma il figlio era andato all’aeroporto, aveva salutato con ostentata indifferenza lasciando di ghiaccio il duca che gli era andato incontro per abbracciarlo; ed ora, eccolo lì, vicino al suo letto di morte: «Che sei venuto a fare ora? – gli disse il duca – ora è tardi, vattene». Si, oramai era tardi per le finzioni del mondo; adesso voleva essere solo con Dio e con i pochi fidi superstiti, per prepararsi a morire; oramai aveva gli occhi chiari della morte che guardano con distacco le cose vane e caduche. Il 1° marzo il comando inglese, convinto ormai della fine imminente, consente infine agli amici del duca di recarsi al suo capezzale.
«Scrivi, scrivi, io ti detto, ho paura di non fare in tempo, scrivi; giunga l’estremo saluto ai miei soldati di terra, del mare e del cielo, compagni di arme di tante campagne d’Italia e di Libia. Ai miei camerati di prigionia, ed a tutti quelli che con indomito valore mi hanno seguito in questa epopea africana, lascio il retaggio di portare il tricolore sulle Ambe dove i nostri morti montano la guardia. Scrivi, Verin, scrivi: riaffermo al mio Re, in questa ora suprema la fedeltà di tutta la vita». Poi asserisce al dottor Borra: «quante volte, caro dottore, ho pensato che sarebbe stato meglio morire sull’Amba Alagi. Colà la morte non mi ha voluto. Ma ora, di fronte a Dio, penso che sarebbe stata vanità: bisogna saper morire anche in mano al nemico, anche in un povero ospedale». Padre Boratto gli somministra i Sacramenti la sera del 2 marzo: mancano poche ore alla fine, ed il duca dice al cappellano militare «come è bello morire in pace, con Dio, con gli uomini, con se stesso. Questo solo è quello che veramente conta».
Alle ore 3:56, al duca sopravviene la fine. La morte del duca d’Aosta ci ha lasciato un pezzo di quel Regno d’Italia, oggi scomparso, che tanto di buono aveva prodotto per aumentare il prestigio nazionale fuori dal Bel Paese. Oggi, egli diviene esempio distinto di capacità umane e militari: un esempio gestionale per la classe politica. 
Per approfondimenti:
_Edoardo Borra, Amedeo di Savoia, terzo duca d’Aosta e Viceré d’Etiopia, Mursia, Torino, 1985;
_Dino Ramella, Il duca d’Aosta e gli italiani in Africa orientale, Daniela Piazza Editore, Torino, 2017;
_Gigi Speroni, Amedeo d’Aosta, L’eroe dell’Amba Alagi, Rusconi, Milano, 1998.
_Cosentino-Dodaro-Panella, I fantasmi dell’Impero, Serlio Editore, Palermo, 2017.

 

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