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di Dario Neglia 01/08/2017

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Se si vuole andare per mare, i nodi sono importanti. In particolare, ce n’è uno che di solito s’impara per primo, semplice ma al contempo molto utile. È un nodo cosiddetto di giunzione, serve a unire due corde di uguale spessore e regge anche discretamente la tensione di carico: quanto più essa aumenta, tanto più le due corde si stringono tra loro. Si chiama nodo piano, in inglese reef knot.
Un nodo piano è il simbolo scelto dalla Cancelliera Merkel per il G20 appena conclusosi. Per due giorni, il 7 e l’8 luglio, i capi di Stato e/o di governo delle prime venti economie al mondo si sono riuniti nella città fluviale di Amburgo, nel nord della Germania. È stato facile per Mme Merkel, leader del paese ospitante, spiegare la metafora del nodo durante la sessione inaugurale del vertice. A fronte della crescente difficoltà delle sfide mondiali, i leader politici devono stringersi sempre più tra di loro, unirsi, senza spezzare la corda. Ma il simbolismo va oltre. Infatti, la stessa città ospitante, Amburgo, (oltre ad aver dato i natali alla Cancelliera) è stata un emblema di apertura fin dal XVI secolo, soprattutto commerciale ma anche lato sensu (politicamente è molto progressista). Si tratta di un riferimento evidente, data la situazione attuale della vita politica internazionale. A questo si aggiunge il titolo programmatico dell’evento: “Dare forma ad un mondo interconnesso”.
[caption id="attachment_9213" align="aligncenter" width="1000"] Il G20 del 2017 è stato il dodicesimo meeting del Gruppo dei Venti (G20). Si è tenuto il 7 e 8 luglio 2017 nella città di Amburgo, in Germania. È stato il primo vertice del G20 ospitato dalla Germania e il terzo ospitato da un Paese dell'Unione europea, dopo quelli del 2009 in Regno Unito e del 2011 in Francia. La riunione è stata guidata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.[/caption]
Ad ogni modo, simboli a parte, ci sono almeno tre ragioni per le quali il vertice della settimana scorsa merita di essere ricordato. In primo luogo, la tempistica. La politica internazionale è sempre stata dominata dall’incertezza, ma il livello che si è raggiunto al giorno d’oggi è tale che molti parlano di una vera e propria età del caos. Il mondo è diventato talmente complesso da essere ingovernabile, si dice, tanto all’interno quanto all’esterno dello Stato, a causa dei profondi cambiamenti geopolitici, tecnologici, socioeconomici degli ultimi vent’anni. Terrorismo internazionale, climate change, crisi finanziarie, migrazioni di massa, hanno aumentato a dismisura le variabili in questa equazione da risolvere, rendendo immane il lavoro dei policy makers.
Il vertice di Amburgo era importante, quindi, in primis per tale motivo: benché di rado tali incontri raggiungano conclusioni espressive, stavolta le attese erano se possibile anche più alte del solito. I leader mondiali erano chiamati a pareggiare la fortissima domanda di ordine e stabilità con un’offerta adeguata. D’altronde, rappresentando circa l’85% del PIL e i 2/3 della popolazione mondiale, le decisioni prese in una sede del genere – se implementate in modo adeguato – possono davvero essere efficaci e cambiare le cose. A fortiori, peraltro, se si considera che le più importanti date elettorali sono passate da tempo. Gli Stati Uniti hanno già eletto Trump, la Francia Macron, la Brexit è alle spalle, così come le elezioni anticipate inglesi. La stessa Merkel, unica tra i grandi leader europei a dover ancora passare dalle urne a settembre (in realtà ci saremmo anche noi, ma ormai la nostra situazione è diventata una triste costante…) sembra proiettata verso una vittoria quasi sicura. Insomma, i principali partecipanti della conferenza erano in una condizione di full powers, per così dire. Avendo superato buona parte dei principali giri di boa, il momento era quello di un “ora o mai più”, considerate le circostanze e l’assenza di scusanti.
In secondo luogo, il G20 di Amburgo era di per sé importante già per la sola gravità dei problemi in agenda. Al primo posto, il cambiamento climatico, uno dei fenomeni meno appariscenti (rectius più controversi) eppure più nefasti nell’intera storia del mondo. L’Accordo di Parigi siglato nel 2015 nell’ottica di un contrasto al riscaldamento globale è stato fortemente depotenziato dall’America di Donald Trump, che ha denunciato il trattato tirandosene fuori. Quella che sembrava una questione non di certo archiviata, ma se non altro indirizzata sulla buona strada, peraltro dopo un lungo e faticoso processo negoziale durato anni, oggi è tornata prepotentemente ai primi posti della lista di questioni più spinose da risolvere.
E che dire del terrorismo? Gli Europei ne sono stati testimoni e vittime negli ultimi anni. La crisi geopolitica in Medio Oriente, specialmente Siria e Iraq, ha prodotto un’ondata di attacchi nel Vecchio Continente – ad opera del sedicente Stato Islamico – che è quasi riuscita a piegare migliaia e migliaia di persone alla dittatura del terrore. Ma questo è niente se si guarda al fenomeno delle migrazioni di massa. Si tratta del vero e proprio trend di lungo periodo dei nostri tempi, destinato a durare per decenni. Demograficamente l’Africa è una sorta di bomba ad orologeria pronta ad esplodere nel prossimo futuro. Ceteris paribus, gli analisti prevedono che il continente supererà Cina e India come tasso di crescita della popolazione. Entro il 2100 quattro persone su dieci nel mondo saranno nate in Africa. Se a ciò si unisce la miseria e il sottosviluppo di molti paesi soprattutto nella fascia sub-sahariana, si capisce perché così tanti disperati provino ad attraversare il Mediterraneo rischiando la propria vita, nella speranza di ottenere un futuro migliore di quello a cui sono condannati.
[caption id="attachment_9200" align="aligncenter" width="1000"] Un gruppo di manifestanti travestito con le maschere dei leader mondiali che si incontreranno nella città tedesca il 7 e l'8 luglio. Per l'occasione è previsto anche il primo faccia a faccia tra il presidente Usa Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin.[/caption]
Il commercio e l’economia si inseriscono analogamente nell’agenda di Amburgo, quali temi anzi privilegiati, essendo appunto il G20 un forum per discutere principalmente di questioni economico-finanziarie. L’economia mondiale si è ormai quasi del tutto ripresa dalla crisi del 2008, tuttavia ora i rischi provengono dal protezionismo di matrice americana, che ha già mietuto le prime vittime, ossia i due trattati di libero scambio TTIP e TTP, rispettivamente tra USA e UE, e USA e paesi del Pacifico. Last but not least, i tre grandi focolai di crisi che avvelenano le falde della politica internazionale. Primo, la più grande crisi dell’ultimo decennio: la Siria. Secondo, il conflitto che allora si credeva avrebbe portato il mondo sull’orlo di una nuova guerra mondiale: l’Ucraina. Terzo, quello più recente e che con ogni probabilità ha il curriculum migliore per aspirare al ruolo di miccia se davvero dovesse scoppiare la Terza guerra mondiale: la Corea del Nord.
Come si vede, gli argomenti erano dunque molti, e la loro importanza era tale da fare tremare le vene e i polsi. Ma di certo Amburgo passerà ai libri di storia anche per un terzo motivo. C’era un incontro, un vero e proprio vertice nel vertice, che i media di tutto il mondo stavano aspettando, e che avrebbe dovuto avere luogo per la prima volta proprio in occasione del G20 in Germania: il primo faccia a faccia tra Donald Trump e Vladimir Putin. Eufemisticamente, si è detto tutto e il contrario di tutto riguardo alla relazione più che tra i due paesi, proprio tra questi due uomini. E se le cose che i detrattori di Trump sostengono fossero vere, anche in minima parte, sarebbe forse lo scandalo più grande nell’intera storia della presidenza statunitense. In ogni caso, l’incontro c’è stato ed è durato un’ora e mezza più del previsto. Segno che evidentemente qualcosa da dirsi i due l’avevano.
È inutile negarlo, Trump è il catalizzatore dell’attenzione di tutti gli osservatori di politica internazionale, né potrebbe essere altrimenti trattandosi del Capo di Stato e di governo del paese primo al mondo per forza militare e secondo per potenza economica. Ma il 45° presidente degli Stati Uniti è a digiuno di affari internazionali, sicché quando a maggio si tenne il G7 a Taormina, l’attenzione era su di lui a causa del suo debutto sulla scena dei Grandi. Ma adesso, oltre ad attendere la sua entrata in scena su un palcoscenico più grande come il G20 e il primo incontro con l’omologo russo, si cerca di studiarlo per cercare di intuire quali saranno le sue prossime mosse. Compito alquanto difficile per un presidente che, alla meglio, è stato definito erratico.
In effetti, tutta una serie di questioni latenti ruotano attorno all’America trumpiana, vera e propria incognita della politica internazionale ancor più della Gran Bretagna post-Brexit. Anzitutto la qualità delle relazioni transatlantiche. I paesi dell’UE, padrona di casa tedesca in primis, devono ancora prendere le misure al nuovo inquilino della Casa Bianca, soprattutto sui grandi temi della lotta al cambiamento climatico e del sostegno al commercio mondiale. Dal canto suo, la Cina pare si sia già portata avanti col lavoro, alternando tra loro toni conciliatori e perentori rivolti a Washington, e soprattutto cercando di riempire il vuoto geopolitico che il neo-isolazionismo trumpiano sta creando. In ogni caso la relazione sino-statunitense è più unica che rara, data l’eccezionalità dei due soggetti, una superpotenza militare e l’altra economica. Quanto alla Russia…cela va sans dire. Sulla presunta liaison tra Trump e Putin i critici dipingono trame fosche di intorbidimento del processo democratico americano, mentre i sostenitori la sbandierano come esempio di una nuova “distensione” che potrebbe finalmente regolare la politica mondiale. Amburgo è stato il contesto in cui tutte questi temi si sono incrociati, aumentandone di molto l’importanza.
[caption id="attachment_9201" align="aligncenter" width="1000"] In occasione del vertice del G20 di Amburgo, il 5 luglio 1000 figure coperte di argilla sono apparse per le strade della città dando vita a una performance artistica e sovversiva. Una protesta silenziosa organizzata dal collettivo 1000 GESTALTEN per invitare la Germania e il mondo a combattere, una chiamata alla partecipazione politica a una società in cui il cambiamento non deriva dall’alto, ma da ciascun individuo, una critica verso l’apatia politica e l’impotenza dell’individuo nella società odierna. La performance artistica di 1000 GESTALTEN si è svolta come una storia sulla trasformazione e la crescita individuale e collettiva. I 1000 zombie hanno iniziato ad aggirarsi coperti da gusci polverosi di argilla, metafora di una società che ha perso il suo senso di solidarietà, egoista e indifferente. I gusci hanno poi iniziato a crepare, spinti drammaticamente da una seconda pelle, a simboleggiare un popolo che si è liberato dalle rigide strutture ideologiche e che lotta contro la spersonalizzazione.[/caption]
Tuttavia, sottolineare l’importanza e il valore particolare di questa conferenza, non implica che alla fine, anche in questo caso, si possa dire che si sono prese decisioni sensazionali o dall’effetto dirompente. Su molti temi la distanza tra i paesi resta troppo grande. Eppure la Merkel ha cercato in ogni modo – aiutata anche dalla sua innata capacità diplomatica – di ottenere quel minimo grado di condivisione che permette di arrivare ad un compromesso. Anche a scapito dell’efficacia delle decisioni prese. Difatti, così è stato, e traspare in un modo o nell’altro nel communiqué finale.
Riguardo al cambiamento climatico, vero e proprio pomo della discordia e tema fondamentale della conferenza, i paesi del G20 si sono limitati a “prendere atto” della decisione statunitense di abbandonare l’Accordo di Parigi, ma allo stesso tempo hanno sancito che esso è – e resta – “irreversibile” per le altre parti contraenti. Se l’UE, Germania e Francia in testa, riusciranno a legare la Cina (principale paese inquinatore al mondo) e l’India agli impegni presi nella capitale francese, come pare avverrà, e considerando anche che molti singoli Stati degli Stati Uniti hanno già detto che si impegneranno per rispettare l’accordo, la decisione trumpiana non sortirà il tanto paventato effetto di rendere de facto inefficace il trattato. Peraltro, va segnalato che – mai come in questa occasione e su questo tema – si è verificata una notevole frattura tra i paesi mondiali, e specialmente tra i paesi del G7 e gli USA. Alcuni commentatori hanno già coniato l’espressione “G19 +1” per sintetizzare l’isolamento dell’America di Donald Trump sul tema, ma forse sarebbe più corretto parlare di un “G6 +1”. Infatti, di certo nell’ambito del G7 la frattura è nettissima, mentre in ambito G20 alcuni paesi potrebbero pur sempre scegliere di schierarsi dalla parte degli USA (ad esempio Arabia Saudita, o Turchia).
Allo stesso modo, parlando di commercio internazionale – un altro tema avvelenato – si è consumata un’altra frattura silenziosa nello scontro tra i fautori del protezionismo e quelli del libero commercio. Così, quantunque nel comunicato finale si scriva che il commercio internazionale va stimolato, in qualità di volano della crescita mondiale, si aggiunge anche che contro le pratiche commerciali scorrette va riconosciuto un ruolo agli “strumenti di difesa”. Ma quali? E su quali prodotti? Come sempre, l’ambiguità dell’espressione non è un buon segno, perché indica che i diretti interessati che hanno fatto pressione per inserire questa piccola frase (ovvero gli Stati Uniti) potranno sfruttare tale vaghezza per avere più margine di manovra. Le voci di corridoio indicano l’acciaio europeo come probabile bersaglio di nuovi dazi che Washington sarebbe pronta ad imporre, arrivando anche al 25%. Così, le relazioni transatlantiche verrebbero invelenite anche sotto l’aspetto commerciale, dopo quello del climate change e il già menzionato fallimento del TTIP.
Riguardo al terrorismo poco si è fatto, ma va detto che il G20 non è il luogo privilegiato dove discuterne e prendere decisioni degne di tale nome. Tra i paesi partecipanti non si riesce nemmeno a trovare una definizione comune riguardo a quali soggetti annoverare tra i gruppi “terroristi” e quali no. Per i Turchi sono i Curdi, ma non per gli Occidentali, mentre il legame tra Arabia Saudita e frange estremiste conclamate è stato ampiamente dimostrato, ma tant’è.
Riguardo all’immigrazione e – lato sensu – alla cooperazione allo sviluppo verso l’Africa, pur in assenza di decisioni definitive, va riconosciuto che la Cancelliera si è prodotta in un notevole sforzo in prima persona per promuovere uno schema di patti bilaterali tra i paesi industrializzati e quelli africani, onde stimolare l’afflusso di capitali e sostenere lo sviluppo economico soprattutto dei paesi della fascia centrale del continente africano. Se non altro, questa rappresenta una novità che mai prima d’ora un paese organizzatore del G20 aveva messo in atto. Al contrario, il problema degli sbarchi di migranti sulle coste italiane non è stato affrontato nel forum, ma la discussione – che di sicuro ci sarà stata a livello informale – principalmente tra il nostro paese e gli altri partecipanti ha fatto registrare toni abbastanza diversi da quella solidarietà di facciata che gli altri paesi sembrano fare a gara per mostrarci, appunto solo a parole.
È stata poi la volta del colloquio Trump/Putin. Analizzato in ogni fotogramma e studiato fin nella mimica facciale o nel linguaggio del corpo, i due maschi alfa, come è stato detto, hanno optato in realtà per una sorta di basso profilo durante il summit. Il presidente statunitense, peraltro, appena il giorno prima dell’inizio del G20, a Varsavia, aveva tenuto un discorso dai toni quasi da scontro di civiltà tra l’Occidente ed il resto del mondo, ammonendo la Russia di smettere di interferire negli affari di altri paesi sovrani. D’altronde, la Polonia non è solo uno dei pochi paesi della NATO che rispetti l’impegno del 2% del PIL da destinare alle spese militari – come hanno sempre richiesto gli Americani – ma anche uno di quelli dove la russofobia è più radicata.
Ma, al dunque, tra i due uomini forti ha prevalso la sintonia o il presunto sforzo per trovare un’intesa (e – chi può dirlo – forse qualcosa di altro?). Tuttavia, l’Ucraina è argomento poco importante per l’America (mentre vale l’opposto per Putin) perché si possa giungere ad una soluzione che non sia il congelamento dello status quo. In modo analogo si è arrivati ad un nulla di fatto sulla Corea del Nord, stante la volontà della Cina di gestire un suo alleato come il regime di Pyongyang che – seppur pericoloso – fa comunque parte di quello che Pechino considera il giardino di casa sua, dove quindi non tollera ingerenze, neppure dagli Stati Uniti. Il principale risultato è stato dunque sulla Siria: un cessate il fuoco nella zona sud-occidentale del paese, che si aggiunge ad altre quattro zone di de-escalation già negoziate in altra sede. Non è un granché, ma probabilmente si voleva dimostrare che il conflitto siriano potrà essere risolto unicamente da un accordo russo-statunitense, cosa che è vera solo in parte, perché in gioco ci sono molti altri attori, dall’Iran alla Turchia, dall’ISIS ad Assad.
In fin dei conti, cosa resta del vertice di Amburgo? Senza alcun dubbio rimarrà la frattura, abbastanza profonda finora, che si è venuta a creare tra gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali. Se aumenterà o meno in futuro dipenderà dalle scelte di Trump. Gli Europei, tuttavia, sembrano aver ormai capito che devono prepararsi a tempi duri. A voler guardare il lato positivo, questo potrebbe essere lo stimolo tanto agognato per far sì che il Vecchio Continente raggiunga finalmente una maggiore unità politica. In ogni caso, l’UE dovrà iniziare a giocare quel ruolo da player mondiale che si addice al suo peso economico e demografico. O altri faranno al posto suo… Nella geopolitica esiste infatti una legge ferrea, l’horror vacui, ed è curioso che soprattutto i sostenitori della distensione Putin-Trump (piuttosto che Russia-USA) non considerino quest’ultimo aspetto.
Riguardo a quest’ultimo punto, infatti, come ha detto efficacemente Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, non si sono mai visti nella storia «due leader così amichevoli a capo di due paesi con interessi così opposti». È quindi incredibile che lo stesso Trump, pur considerando il mondo un insieme di relazioni a somma zero, dove c’è chi vince e chi perde senza che si possano dare possibilità di mutua collaborazione per una vittoria condivisa, non applichi tale struttura di pensiero alle stesse relazioni russo-statunitensi. Qui, invece, si ritiene che l’America possa collaborare proficuamente con la Russia, in vista di non si sa bene quale fine. O meglio, per Mosca l’obiettivo risulta chiaro: uscire dall’isolamento geopolitico a cui il paese (giustamente) era stato relegato dopo l’illecito internazionale dell’annessione della Crimea. Tuttavia, ad esempio proprio sulla Siria, dove in più di ogni altro caso – si dice – dovrebbero vedersi i frutti di questa tanto declamata collaborazione, si osserva da più parti che Mosca ha vinto, ma cosa ne hanno ottenuto gli Stati Uniti oltre ad un loro disimpegno dalla regione con tutte le conseguenze del caso? Nella politica internazionale, come dicevo sopra, se lasci un vuoto altri lo riempiranno.
In conclusione, forse il vero aspetto di quest’ultimo G20 che bisognerà ricordare è legato ad un’altra celebre definizione, sempre di Ian Bremmer, che indica quale sarà il futuro a cui ci avviciniamo: un «G-Zero», un mondo confuso poiché privo di quei centri di potere capaci di dar forma alle relazioni internazionali in modo sistemico. Nella seconda parte del secolo scorso sono stati gli Stati Uniti a plasmare il nostro mondo, ma adesso assistiamo ad «un’America unilateralista, una Gran Bretagna che si ritrae, una Francia che si sta ancora riprendendo, una Russia revisionista e una Cina che ancora non è potenza dominante» (The Economist online, 7 luglio). A nulla servono questi consessi di leader politici, perché il mondo ormai è diventato tutto una grande incognita, e i processi sfuggono al potere che vorrebbe controllarli, di qualunque natura esso sia.
Tutto ciò è esemplificato proprio dalla stessa Germania merkeliana: una potenza commerciale, aperta e multiculturale, legata a doppio filo alla globalizzazione e che da essa trae la propria forza ed in essa prospera. Ciò nondimeno, essa è incapace di governarla da sola, debole sotto il profilo del potere militare a causa delle cicatrici del suo recente passato, disperatamente bisognosa di alleanze e diplomazia. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 6 luglio, la Cancelliera aveva detto che il vertice di Amburgo, il «suo G20», avrebbe dovuto rifondare «un ordine globale giusto». C’è da chiedersi se questo non sia un compito irrealizzabile, non tanto per la Germania quanto per la nostra epoca tout court. Forse dobbiamo sperare che si inventino altri nodi, per resistere alle tensioni future, perché pare che quelli vecchi – incluso il nodo piano – siano pericolosamente vicini al punto di rottura. E si sa, non si può andare per mare senza nodi che tengano.
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Giuseppe Baiocchi 20/07/2017

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Che l'aria era mutata nel paese di lingua francese, gli addetti ai lavori lo avevano compreso nei primi attimi della brillante vittoria di Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron all’Eliseo. Il leader di "En Marche" (in marcia) - definito dallo stesso Macron “né di destra né di sinistra” -, è stato eletto presidente della Repubblica in Francia domenica 7 maggio del 2017.  Ma chi è Macron? Coinvolto proprio nel mese di luglio nelle "poco eleganti" dimissioni del generale Pierre Le Jolis de Villiers Saintignon? 
Il nuovo politico transalpino si diploma all’Institut d’études politiques (Iep), presso l’Ecole nationale d’administration (l'ente che rappresenta l'inizio della formazione politica in Francia). Dopo la laurea in filosofia, conseguita nel 2004, la sua carriera inizia nell’amministrazione statale come vice-ispettore alle Finanze e nel 2008 entra a far parte della Commissione Jacques Attali, una sorta di think tank voluto dall’allora presidente di destra Nicolas Sarkozy, con l’obiettivo di individuare strategie utili a rilanciare la crescita economica del paese. Una volta esaurito l’incarico, Emmanuel Macron cambia strada e accetta un posto nell’alta finanza. Entra così in Banque Rothschild, della quale diventa in breve un alto dirigente, concludendo nel 2012, un accordo da nove miliardi di euro tra la Nestlé e il gruppo Pfizer, rimasto negli annali della banca d’affari: come ricorda il quotidiano Le Monde, “il soprannome di ‘banchiere di Rothschild’ non lo abbandonerà più”.
Anche per via degli stipendi galattici intascati nel corso dell’esperienza nella finanza: 2,4 milioni in soli 18 mesi, secondo le informazioni riferite dalla tv Bfm.
[caption id="attachment_9130" align="aligncenter" width="1000"] Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron (Amiens, 21 dicembre 1977) è un funzionario e politico francese che ha ricoperto la carica di ministro dell'economia, dell'industria e del digitale dal 2014 al 2016, nel secondo governo Valls. Il 7 maggio 2017 viene eletto Presidente della Repubblica francese, ruolo che ha assunto il successivo 14 maggio, subentrando a François Hollande.[/caption]
Per chi ha poca dimestichezza con il sistema politico francese, questo possiede una repubblica semi-presidenziale. La Costituzione della "Quinta repubblica" dichiara come il paese sia "una repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale". La Costituzione prevede la separazione dei poteri e proclama il legame della Francia ai diritti dell'uomo e ai principi di sovranità nazionale come definiti dalla Dichiarazione del 1789.
L'installazione di Macron, avviene in un contesto dove le istituzioni francesi seguono il principio classico della separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Il presidente è in parte responsabile della gestione del potere esecutivo, ma dirigere l'attività di governo il primo ministro. Sebbene quest'ultimo sia di nomina presidenziale, deve ricevere la fiducia dall'Assemblea nazionale, ossia la camera bassa del Parlamento. Il primo ministro è quindi espresso dalla maggioranza all'Assemblea nazionale, che non necessariamente appartiene al medesimo schieramento politico del presidente. In Francia il Parlamento è composto dall'Assemblea nazionale e dal Senato: il primo approva le leggi e il bilancio dello Stato, controllando l'operato del potere esecutivo attraverso interrogazioni e costituendo commissioni d'inchiesta (il controllo sulla costituzionalità delle leggi è devoluto al Consiglio costituzionale, i cui membri sono nominati dal presidente della Repubblica e da quelli di Assemblea nazionale e Senato). Fanno parte del Conseil anche gli ex presidenti della Repubblica. Il potere giudiziario si divide tra la giurisdizione ordinaria (che cura i casi civili e penali) e quella amministrativa (che giudica i ricorsi contro i provvedimenti amministrativi). L'ultima istanza della giurisdizione ordinaria è la Corte di cassazione, mentre la suprema corte amministrativa è il Consiglio di Stato. Esistono diverse agenzie indipendenti, come organismi che svolgono attività di controllo contro gli abusi di potere. La Francia è uno Stato unitario, ma gli enti locali (régions, départements e communes) hanno diverse attribuzioni, il cui esercizio è tutelato dalle ingerenze del governo centrale.
Questa brevissima descrizione dell'apparato statale è fondamentale per capire le funzioni di Emmanuel Macron all'Eliseo e le promesse effettuate in campagna elettorale. Se si pone la lente d'ingrandimento sulla sanità e istruzione il leader di "En Marche!", ha in mente il rimborso al 100% delle spese per occhiali, apparecchi dentali e auditivi da qui al 2022. Un piano da 5 miliardi che prevede anche il raddoppiamento delle case di cura sul territorio, per sopperire al fenomeno dei “deserti medici”. Per quel che riguarda l’istruzione, Macron vuole riformare la scuola investendo di più sulle periferie e pagando meglio gli insegnanti. Promette la creazione da 4.000 a 5.000 cattedre e di ristabilire le classi bi-lingue. Per la cultura invece propone un assegno da 500 euro per gli under 18, finanziati dallo Stato e dalle grandi multinazionali.
Sul tema dell'etica - molto caro ai francesi - il trentanovenne presidente della Repubblica crede che non esista un unico modello che rappresenti la famiglia “reale”. In campagna elettorale asserisce: «Le famiglie sono sempre più diverse: è necessario riconoscere e permettere a tutti di vivere le responsabilità dei genitori». Per questo spiega che difenderà il matrimonio per tutti, che si batterà contro l’omofobia quotidiana, in particolare nei luoghi di lavoro, moltiplicando le operazioni di controllo a campione (“test”) e individuando le società offensive in tal senso (“name and shame”). Macron promette di garantire la partecipazione della Francia ad un’iniziativa internazionale per la lotta contro il traffico e la mercificazione delle donne coinvolte dal fenomeno della surrogazione di maternità nel mondo. Il leader centrista vuole, inoltre, concedere il riconoscimento giuridico ai figli nati da maternità surrogata all’estero.
Macron nel 2007, è sposato con Brigitte Trogneux, (nata ad Amiens il 13 aprile 1953 e sua ex-insegnante di lettere e latino al liceo di Amiens) con cui aveva intrecciato una relazione a sedici anni. Brigitte è diventata sua moglie dopo aver divorziato dal precedente marito (2006), il banchiere André Louis Auzière, dal quale aveva avuto tre figli, ed è nonna di sette nipoti. Dunque l'ex banchiere Macron ha dato nel suo programma politico molto rilievo all'essere femminile.
Per il leader francese si tratta di una lotta culturale e interessa tutti i settori della vita. L’ex ministro del governo Valls, si pone come primo obiettivo quello di aiutare le donne a conciliare vita familiare e vita professionale attraverso, ad esempio, la creazione di un unico congedo di maternità garantita per tutte le donne indipendentemente dal loro status. Il candidato di "En Marche!" rivendica il diritto per le donne di poter vivere del loro lavoro e propone di accelerare la parità professionale e salariale nelle grandi aziende.
Altro tema scottante è quello dell'immigrazione, correlata al terrorismo in Francia: Macron ha promesso di occuparsi delle richieste di asilo nei primi sei mesi della sua presidenza e crede che la Francia debba essere un luogo dove i rifugiati sono i benvenuti. È contrario a chiudere i confini, ma afferma che occorre essere più severi con i controlli sull’immigrazione, non approfondendo come intervenire. Il francese ha elogiato il ruolo della cancelliera tedesca Angela Merkel nella crisi dei migranti e crede che la Francia dovrebbe fare di più. Vuole lavorare a stretto contatto con l’Europa per risolvere il problema e non vuole affatto rifuggire simili discussioni
«In tema di sicurezza, efficienza deve essere la parola d’ordine (...) dobbiamo disporre di leggi e servizi di intelligence che conducano una lotta efficace contro il terrorismo (...) dobbiamo anche essere efficaci contro la criminalità in tutte le sue forme. Il crimine affligge la vita quotidiana di coloro che lo subiscono. Solo un modello di polizia rinnovata, presente sul campo e ovunque sul territorio, ridurrà il crimine e migliorerà i rapporti con i cittadini», ha affermato in una recente intervista. 
 
Macron ha dichiarato come l’ecologismo sia una dei tre perni su cui poggia il suo movimento, assieme alla cultura social-democratica e quella liberale. L’ambizione del giovane candidato è rendere la Francia un leader mondiale nella ricerca in materia di transizione ecologica: intende quindi rispettare i trattati di Parigi, eliminando le centrali a carbone entro cinque anni e impedendo lo sfruttamento di nuove fonti energetiche da idrocarburi. Di contro prevede di raddoppiare la potenza ricavata da fonti rinnovabili in un quinquennio, anche grazie al piano di investimento da 50 miliardi di euro. Il candidato francese ha inoltre dichiarato guerra ai pesticidi e vuole promuovere l’acquisto di automobili a basse emissioni, grazie ad un bonus all’acquisto di 1000 euro.
Sicuramente il suo primo scivolone politico è arrivato dal settore militare: la "Grande Muette" ha detto una parola di troppo. L'armata francese è "muta" dal 1848, quando venne introdotto il suffragio universale maschile, con l’eccezione dei militari: fu negata loro l’espressione nelle urne per non sguarnire la difesa della nazione. Nel 1945 il generale De Gaulle attribuì anche ai soldati il diritto di voto, ma il soprannome è rimasto. I militari sono chiamati a obbedire, in silenzio, al potere politico. Il generale Pierre de Villiers, molto stimato dai francesi come capo di Stato Maggiore delle forze armate transalpine, protestava da mesi contro i tagli al budget della Difesa e ha pronunciato una frase di troppo.
Il 19/07/2017 ha presentato le dimissioni, le quali sono state subito accettate. Davanti ai deputati della commissione di Difesa, mercoledì scorso De Villiers ha spiegato che gli 850 milioni di risparmi (secondo altri calcoli un miliardo) non avrebbero permesso alle forze armate di svolgere le crescenti missioni alle quali sono chiamate. “Non mi farò ingannare”, ha apostrofato il Capo di Stato Maggiore francese. L’udienza è avvenuta a porte chiuse, ma lo sfogo del generale è arrivato al Presidente Macron, il quale alla vigilia della parata militare del 14 luglio, ha tenuto al ministero della difesa un discorso durissimo rivolto ai vertici militari: “Non è dignitoso portare certi dibattiti sulla piazza pubblica” ha asserito stizzito il leader di “En Marche!” - e continuando conclude – “Non ho bisogno di alcun commento. Sono il vostro capo”.
Domenica 16 luglio Macron insiste nuovamente: “Se qualcosa oppone il capo di Stato Maggiore al presidente della Repubblica, il capo di Stato Maggiore cambia”. Così a 61 anni Pierre de Villiers – da 43 anni nell’esercito e dal 2014 massima autorità militare del Paese – si è dimesso sostenendo di non essere più in grado di “garantire la protezione della Francia e dei francesi”.
Infatti i militari di uno degli eserciti più importanti del vecchio continente, sono chiamati già da troppo tempo a “fare uno sforzo” cioè a risparmiare, proprio quando sono in prima linea in patria, con l’operazione “Sentinelle” di protezione dal terrorismo, e all’estero con le missioni nel Sahel e in Siria e Iraq. Attualmente le forze armate francesi sono al 130% del loro utilizzo, per riprendere il dimissionario De Villiers che lamentava anche l’equipaggiamento troppo vecchio dei soldati che dovevano “come Démerde” letteralmente “arraggiarsi”. Al suo posto è stato nominato il 54enne François Lecointre, l’eroe di Sarajevo contro i Serbi nel 1995.
[caption id="attachment_9122" align="aligncenter" width="1000"] Pierre Le Jolis de Villiers Saintignon (Boulogne, 26 luglio 1956) è un militare francese, generale capo di Stato Maggiore dell'esercito francese dal 15 febbraio 2014 al 19 luglio 2017.[/caption]
Un evento che certamente stride con i primi propositi del nuovo presidente, il quale in campagna elettorale aveva proposto un aumento del budget dedicato alla Difesa pari al 2% del PIL (che è tra l’altro l’obiettivo NATO), e di riformare lo stato maggiore, rendendolo direttamente dipendente al consiglio di difesa, una sorta di consiglio dei ministri ristretto con la partecipazione del Presidente della Repubblica.
Sul tema della sicurezza, Macron vuole creare 10.000 posti di lavoro in più nella polizia, ripristinando la figura del poliziotto di quartiere “police de sécurité quotidienne” che era stata soppressa da Nicolas Sarkozy. Non è invece prevista una riforma del sistema giudiziario, ma la creazione di 15.000 posti in più per i detenuti nelle carceri di tutto il Paese. Il tema del carcere sembra - data la minaccia terroristica - essere molto rilevante per Macron, che vuole aumentare i posti disponibili nelle carceri francesi: 15.000 in più durante i 5 anni di presidenza, cioè un quarto più degli attuali per poter garantire che almeno l’80% dei detenuti sia in una cella individuale. Inoltre è prevista la creazione di centri penitenziari esclusivi per i foreign fighters. Questa proposta viene fatta, probabilmente, alla luce della capacità dei fondamentalisti di reclutare in carcere, un problema comune nel sistema penitenziario francese che preoccupa abbastanza l’intelligence transalpina. Riguardo proprio la lotta al terrorismo, Macron ritiene indispensabile potenziare i servizi di intelligence: proponendo la creazione di un’unità speciale permanente anti-Isis, comporta da 50-100 agenti, che coinvolga i servizi segreti principali, sotto la supervisione del Presidente della Repubblica. «Creeremo uno staff permanente che pianifichi le operazioni di sicurezza interna e che si combinerà ai servizi e al personale dei Ministeri dell’Interno e della Difesa, e vedrà in alcuni casi la partecipazione dei Ministeri dei Trasporti, Salute e Industria».
Il banchiere prodigio di Banque Rothschild, riuscirà a migliorare il paese? Domanda di difficile risposta: attendiamo gli esiti.
 
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di Federico Nicolaci del 08/05/2017

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L'epoca che permea l'attuale società ha da tempo smarrito il significato di un termine lungamente sviscerato: quello della politica. Se attuiamo un'attenta analisi, possiamo iniziare con l'affermare che "Respolitica" è il calco latino del greco “ta politikà”, che letteralmente significa “le cose che attengono alla polis (città)”. La politica è essenzialmente l’ambito in cui ne va del governo della città.
Ma come ci insegnano i padri della politica occidentale – i greci, naturalmente -, governare la polis è la tecnica più alta, più difficile e più delicata in cui possa declinarsi il fare dell’uomo – quella in cui molto si decide del suo destino: la prosperità o la miseria, la cultura o l’ignoranza, la libertà o la schiavitù, la felicità o l’infelicità di popoli interi o, più precisamente, di quelle comunità di uomini che, variamente organizzate nel corso dei secoli, corrispondono oggi alle nazioni, più o meno unite, del mondo.
La politica è così la suprema delle arti. Essa definisce infatti il perimetro, l’orizzonte e il contesto immediato in cui si dispiega e si svolge il vivere degli uomini.
Per questo è stata definita, sempre dagli antichi, come “arte regia”: chi governa è colui che guida per l’alto mare aperto della storia quel vascello che è la Città, la comunità, lo Stato. Immensa è la responsabilità del compito, e grande dovrebbe essere la saggezza del nocchiere: a differenza di quanto avviene nelle altre arti, infatti, colui al quale la tecnica politica si rivolge e risponde non è soltanto il singolo individuo, ma la comunità, presente e futura, in quanto tale.
Questa consapevolezza, che ci riporta alla vertigine della politica in grande stile, è tuttavia proprio ciò che sembra essere venuto progressivamente a mancare all’azione e alla riflessione politica negli ultimi decenni.
Si è smarrita o dimenticata la res – la “cosa” e insieme la “causa” (die Sache, per dirla con Weber) – che dovrebbe animare l’agire di chi si dedica alle “questioni politiche”. Si è perso di vista il senso più intimo del governare come ambito delle decisioni che riguardano il bene degli uomini che abitano lo spazio della polis.
Soprattutto, la politica stessa sembra aver rinunciato, in un folle gesto di auto-rinuncia, alla convinzione di poter e dover mantenere il comando della Nave, affidando ad altri – spesso espressione d’interessi particolari ed estemporanei – il compito di determinare la Rotta.
L’azione politica ha così perso unitarietà e coerenza, oltre che lucidità e lungimiranza, disarticolandosi e disperdendosi in miriadi di unità decisionali acefale e autoreferenziali, ognuna delle quali invoca – di volta in volta – l’assolutezza e la necessità del proprio punto di vista particolare (idiotès) spacciandolo per universale, spesso avendo i mezzi e le risorse per farlo con successo.
La storia degli ultimi trent’anni è tutta racchiusa in questa evaporazione della politica. Il risultato è stato catastrofico: un’azione politica senza strategia né memoria, un’interpretazione settoriale degli eventi, una miopia tecnicistica diventata suprema forma di saggezza, la rimozione e la dimenticanza del senso supremo dell’azione politica – il benessere della collettività – hanno riaperto le porte della Città alla figure inquietanti del disordine, della miseria e del conflitto. Eppure non siamo reduci dalle distruzioni di alcuna guerra (almeno in questa parte del mondo), né di qualche cataclisma naturale. Il presente che viviamo e che attraversiamo è l’immagine più impietosa del fallimento della politica degli ultimi trent’anni.
Da questa palude possiamo e dobbiamo uscire con uno sforzo collettivo. L’idea da cui nasce questa iniziativa editoriale, ad opera di un gruppo di trentenni, è quella di contribuire al faticoso quanto indispensabile compito di recuperare un’interpretazione coerente degli eventi e una visione più profonda della decisione politica.
Per questo abbiamo voluto chiamare questo spazio di analisi e riflessione Respolitica. La politica, infatti, non è solo la “cosa pubblica” (res publica), come forse in modo troppo semplicistico si suole ricordare, ma anche ed essenzialmente l’arte di (saper) condurre, che poi è l’etimo del greco kubernao, da cui l’italiano governo, l’inglese govern, il francese gouvernement…
Per sapere in quale direzione è meglio dirigere la Nave, occorre tuttavia capire dove siamo e come ci siamo arrivati, anche a costo di mettere radicalmente in discussione le nostre certezze e le nostre “idee politiche”: ovvero quei dogmi consolidati e quelle verità di comodo con cui abbiamo convissuto per anni senza troppo attardarci sul problema della loro effettiva consistenza.
Ecco perché a nostro avviso è assolutamente necessario recuperare una “prospettiva politica” su tutte le grandi questioni del nostro presente: dalla crisi dell’euro ai fenomeni migratori; dal futuro dell’integrazione europea alla definizione delle direttrici fondamentali della politica estera; dalle questioni monetarie ai problemi connessi ai processi di globalizzazione e di mobilità dei fattori produttivi.
Una prospettiva, questa, che sappia rimettere al centro dell’azione politica il benessere della comunità, e non parametri tecno-metafisici imposti da incomprensibili “vincoli esterni” in nome di altrettanti vuoti e, come la storia recente si è purtroppo incaricata di dimostrare, fallimentari dogmi politici, forzosamente applicati anche a costo di sacrificare interi popoli sull’altare di una presunta “necessità storica”. Per riformare la politica occorre, prima di tutto, ripensare a fondo il senso dell’azione politica – e si tratta di un esercizio che non può essere più rimandato, se non aggravando le già spaventose contraddizioni e difficoltà.
Questa intenzione definisce la linea editoriale di Respolitica: una linea che, è bene precisarlo, non si accoda ad alcun partito né corrente politica, anche se naturalmente rivendica una visione politica, precisa e coerente: una prospettiva che, in ultima istanza, trova nel tanto vituperato – e altrettanto frainteso – concetto di interesse nazionale il fuoco prospettico delle sue analisi e dei suoi contributi.
Perché interesse nazionale?”, si chiederà interdetto e forse infastidito più di un lettore. Perché interesse nazionale non è sinonimo di quel “sano egoismo” invocato nel 1915 da Salandra – una forma di opportunismo politico e dilettantistica improvvisazione che tanti danni ha arrecato alla credibilità della nostra azione diplomatica e all’immagine stessa dell’Italia -, quanto piuttosto la traduzione moderna di un concetto vecchio quanto la politica: l’idea, cioè, che governare sia lo sforzo che una comunità di uomini compie (in modo possibilmente collettivo e democratico) per giungere a deliberare nel modo più corretto intorno a ciò che è meglio per il benessere della comunità stessa, tenendo presente il contesto concreto delle relazioni storiche con le altre comunità politiche e il bene fondamentale del sistema internazionale.
Questo fa il “politico”. Tutto il resto, ancorché chiamato in senso lato politica, è catastrofica ignoranza o bieco interesse particolare, che come tale cade fuori dall’ambito del governare nel senso più alto del termine. Certo, per i sacerdoti del “liberalismo” – il piccone ideologico con cui è stato screditato pezzo dopo pezzo il concetto stesso di politica – ogni platea è buona per inneggiare alla “de-politicizzazione” come panacea di tutti i mali, accusando di “nazionalismo” (quando non di fascismo) chiunque osi timidamente ricordare che la politica è per definizione quella praxis in virtù della quale una comunità di uomini ha cura del proprio destino. È vero, l’eccesso di politica, la totale politicizzazione, soffoca le società e le conduce nel baratro del totalitarismo: questo è fuori causa. Ma è sorprendente come gli apologeti del tramonto della politica omettano di aggiungere, probabilmente per ignoranza, quello che i filosofi occidentali vanno spiegando da almeno due millenni, ovvero che senza politica e autentico governo dei fenomeni non c’è libertà, ma solo anarchia, caos e miseria.
 
Note:
_Su gentile concessione del giornale culturale "Respolitica".
 
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di Luca Steinmann del 05/05/2017

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Quale futuro si prospetta per i giovani palestinesi dei campi profughi? Di fronte alla guerra, allo sradicamento e all’assenza di una patria a molti non resta altro che l’opzione migratoria. A partire dal 2015, infatti, sono tantissimi i ragazzi che hanno approfittato dell’apertura delle frontiere garantita da Angela Merkel per attraversare il Mediterraneo e stabilirsi in Europa. Quasi ogni famiglia di palestinesi dei campi profughi della Siria e del Libano ha almeno un proprio figlio che oggi vive nel vecchio continente.

E’ il caso della famiglia di Leena, ragazza di 20 anni palestinese nata e crescita nel campo profughi di Yarmouk, a Damasco, in Siria. Dopo che parte di Yarmouk è caduta sotto il controllo dell’Isis diventando conseguentemente obiettivo dei bombardamenti del regime siriano, la sua famiglia è fuggita in Libano. Suo fratello, poi, ha deciso di non fermarsi e di continuare il proprio viaggio fino in Germania, dove oggi vive in un campo profughi di Berlino insieme a tanti suoi connazionali. La storia della famiglia di Leena è la stessa di quella di milioni di altri siriani-palestinesi. Oggi il Libano ospita circa un milione di profughi provenienti dalla Siria, oltre al milione di palestinesi già precedentemente presenti sul territorio e a un terzo milione di esuli provenienti prevalentemente da Iraq (400mila), Eritrea e Somalia (200mila), Bangladesh, Afghanistan e Filippine.

Molti dei palestinesi in fuga dalla Siria non si fermano in Libano, ma continuano il viaggio verso l’Europa. Il motivo? Innanzitutto le conflittualità in corso all’interno di alcuni loro campi profughi. Ma anche le difficili condizioni di segregazione e abbandono che questo popolo vive nel Paese dei Cedri ormai da decenni. A raccontalo è Samaa Abu Sharar, giornalista e ricercatrice palestinese-libanese di base a Beirut e animatrice della fondazione Majed Abu Sharar.

I palestinesi del Libano sono apolidi” spiega “non hanno nazionalità ma solo un documento che attesta che sono dei rifugiati”. Lo Stato del Libano, però, non ha mai voluto concedere la nazionalità a queste persone a causa soprattutto della conflittualità interna al mondo musulmano. La concessione della cittadinanza ai palestinesi, popolazione prevalentemente sunnita, genererebbe infatti uno squilibrio demografico all’interno di un Paese fragilmente diviso tra sciiti e sunniti e in cui gli equilibri tra le parti sono molto precari. Non essendo titolari della nazionalità libanese ai palestinesi è preclusa ogni forma di partecipazione politica, di impiego, di istruzione e di sanità pubblica. Le scuole, gli ospedali e ogni forma di welfare all’interno dei campi sono garantiti dalle Nazioni Unite, che non sono però mai riuscite a promuovere una vera forma di integrazione della comunità palestinese nella società libanese.

Ai giovani sono vietate le professioni specializzate e intellettuali, per esempio quella giornalistica. E’ per questo che spinge la gran parte di loro a vivere nell’eterna opzione migratoria. “I giovani palestinesi non hanno generalmente un’idea precisa dell’Europa” continua Samaa Abu Sharar “l’emigrazione rappresenta per loro soprattutto un mezzo per ottenere condizioni migliori di quelle che hanno in Libano, dove altrimenti resterebbero”.

E’ proprio per garantire loro condizioni migliori che Samaa organizza corsi di giornalismo all’interno dei campi profughi palestinesi. “Il nostro obiettivo è quello di dare ai giovani una formazione nel campo mediatico che altrimenti non avrebbero perché possano informarsi e scrivere autonomamente e diventare padroni del proprio destino”. L’obiettivo della sua fondazione, infatti, non è quello di incentivare i palestinesi alla fuga verso l’Europa, ma di fornire loro gli strumenti perché possano avere successo anche sul territorio in cui sono nati. Un messaggio, questo, di grande attualità per tutta l’Europa. I massicci flussi migratori, infatti, stanno incidendo profondamente sulle società in cui sono diretti e causando forti squilibri politici. Che, col tempo, potrebbero aumentare. E’ cosa poco nota, per esempio, che tra le centinaia di migliaia di siriani entrai in Germania negli ultimi anni ci sono anche tantissimi palestinesi, registrati dalle autorità tedesche come siriani proprio perché molti di loro sono effettivamente nati e cresciuti in Siria. Una presenza palestinese così massiccia in Germania potrebbe influenzare profondamente tutta l’Europa. La Germania è infatti il Paese leader nel processo di formazione di un’identità europea condivisa. Tale Paese è, per ovvi motivi storici, molto vicino alla sensibilità ebraica e fonda la propria identità nazionale anche e soprattutto sui rapporti con lo Stato d’Israele.

La presa di coscienza dell’ingresso in terra tedesca di così tanti palestinesi, persone visceralmente avverse a Israele, potrebbe portare a un profondo dibattito e a forti accuse di chi ha permesso l’affermazione di questa presenza, cioè Angela Merkel e il suo governo. E con loro anche tutto il processo di integrazione europea. La mancata risoluzione del conflitto arabo-israeliano e la destabilizzazione del Medio Oriente sono dunque questioni che riguardano direttamente tutta l’Europa, perché sono uno dei più forti motori dei flussi migratori.

 
Note:
_Su gentile concessione del quotidiano svizzero "Il Corriere del Ticino" pubblichiamo questo reportage andato in stampa nel febbraio del 2017, scritto da Luca Steinmann: corrispondente in Italia del Corriere del Ticino e reporter reduce di un recente viaggio in Libano, dove ha tenuto una serie di corsi di giornalismo all'interno dei campi profughi palestinesi.
 
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di Giuseppe Baiocchi 25/04/2017

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Il 25 aprile, a torto o a ragione, è una festa politica che divide il paese. L'Italia il 25 aprile è stata liberata dall'occupazione nazista - di stampo militare, simile al colonialismo di tipo francese (nazionalista) - ed invasa da un'iniziale occupazione militare da parte di un'altra forza straniera: quella degli anglo-americani, i quali conclusosi il conflitto hanno attuato un colonialismo di tipo commerciale, di stampo anglosassone. Va riconosciuto alle forze alleate, l'attuazione del "piano  Marshall", il quale  consentì  all'Italia  ed  alla  Germania occidentale di  risollevarsi  economicamente grazie ad economisti della scuola liberale Soleri ed Einaudi in Italia, ed Ehrard in Germania.
La sinistra - storicamente - ha fatto sua questa festa etichettandola come l'orgoglio partigiano e il coraggio dei tanti comunisti (molti dei quali erano fascisti, appena un anno prima) che hanno liberato il paese. Tale affermazione è storicamente non proprio veritiera, poiché l'Italia è stata liberata dai reparti statunitensi, canadesi, delle Indie Britanniche, dai sudafricani, dagli australiani, dai neo-zelandesi, dalla Francia libera,polacchi , dai brasiliani , dalla brigata ebraica e dal "Regio-Esercito Cobelligerante Italiano", informalmente definito "Esercito del Sud" - comandato dal generale Vincenzo Cesare Dapino (comandante  del  Raggruppamento  che  entrò  in linea  a  Montelungo) e diventato poi verso il termine del conflitto "Corpo di Liberazione italiano", comandato dal generale Umberto Utili.
Infine - merito e spazio - va concesso anche alle forze partigiane, le quali è bene dividere al proprio interno in cinque principali raggruppamenti: i partigiani di derivazione comunista (1/5), le formazioni  "Matteotti" di orientamento  socialista (1/5), i partigiani di "Giustizia e libertà" appartenenti all'ala azionista (1/5) - anche  se  nelle  stesse  presero  posto anche  militari che  non  condividevano  il  programma  del partito  d'azione -, i partigiani patrioti dell'ex regio-esercito (1/5) e i partigiani liberali e democristiani (1/5).
[caption id="attachment_8508" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto di sinistra: il principe di Piemonte Umberto di Savoia, in operazioni militari a Tavernelle (Appenino tosco-emiliano) al comando della 210a divisione. Nella foto di destra: Il Generale Vincenzo Dapino con il Comandante della V Armata USA, Mark Clark.[/caption]
L'unico corpo Italiano addestrato e sufficientemente equipaggiato per la lotta alla liberazione fu appunto proveniente dal Regio-Esercito Cobelligerante Italiano con sede principale la città pugliese di Brindisi, luogo dal quale il Re Vittorio Emanuele III riorganizzò i reparti armati, i quali  successivamente furono affidati al figlio, il principe di Piemonte Umberto di Savoia, il quale non  poté  mai  assumerne il comando  diretto. Il Regno del Sud fu sempre riconosciuto dagli alleati con il titolo di cobelligerante, elemento fondamentale per concedere all'Italia quella libertà che ha usufruito nel dopoguerra. Addirittura  nel marzo 1944,  l'Unione Sovietica  - con una mossa  abilissima, prodromica, al  successivo rientro  di  Togliatti, alias  "Ercole  Ercoli" ed alla  "svolta di  Salerno" -  riallacciò  i rapporti  diplomatici  con  il Regno  d'Italia. Il nuovo Governo, del servitore dello stato Badoglio, dichiara guerra alla Germania di Hitler, ma non alla Repubblica Sociale Italiana, che non riconosce in quanto non eletta dal popolo, ma soprattutto frutto di una  ribellione al  Governo legittimo ed al Sovrano.
Diamo uno sguardo anche sui partigiani, ai quali va fatto il nostro ringraziamento per aver fornito il contributo - non fondamentale - per la liberazione del paese, ma oggi le copertine di platino sono riservate unicamente a loro.
Di interesse sono anche le formazioni partigiane di stampo e simpatie monarchiche e badogliane (chiamati anche Partigiani Azzurri) erano principalmente composte da partigiani di estrazione borghese e di idee liberali o conservatrici, accomunati dalla fedeltà alla monarchia.
Facevano riferimento alla Casa Reale e riconoscevano in Raffaele Cadorna il loro capo militare. Erano nati dai reparti del regio esercito che rifiutarono la logica del «tutti a casa», abbracciando la lotta partigiana. Avendo conservato la loro struttura gerarchica, i partigiani azzurri poterono apportare alla resistenza l'esperienza bellica e la consuetudine di rapporti coi militari alleati, essenziale per ricevere rifornimenti ed aiuti, tra questi ricordiamo il 1º Gruppo Divisioni Alpine comandato da Enrico Martini. Gruppi come l'Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno rappresentavano il Partito Liberale Italiano ed i monarchici. Non sempre le denominazioni originarie erano strettamente collegate ai partiti di riferimento. Ad esempio le Brigate Osoppo del Friuli, che erano nate con un grande contributo del Partito d'azione, accentuarono la loro dipendenza dalla DC e dal clero friulano. Le Brigate Fiamme Verdi si diversificarono nel territorio: quelle lombarde, nate dagli intellettuali cattolici, si trasformarono in formazioni solo "militari".
Ed, infine, un'analisi doverosa e di grande rispetto, poiché non li considero morti di serie B, va a tutte le donne, a tutti i ragazzi e a tutti gli uomini che hanno creduto - non conoscendo o non capendo, i crimini del regime (in ambito razziale e di corruzione) - dell'ideale fascista repubblichino. Nascere sotto un unico dogma, per poi osservare il mito cadere nella polvere non è cosa facile da accettare. 
Eseguendo una brevissima analisi - non esaustiva - va semplicemente riferito che Mussolini, prima di essere arrestato nella residenza reale di Villa Savoia, alle ore 17,20 del 25 luglio 1943, come capo dell'esercito (il Re aveva delegato il compito al Capo del Governo) aveva perduto la seconda guerra mondiale.
[caption id="attachment_8511" align="aligncenter" width="1000"] 1944: uomini repubblichini della Xª Flottiglia MAS ©recolored[/caption]
Una persona di coscienza, si sarebbe dimessa, invece il duce, non compie tale gesto e arriva alla sfiducia - non da parte del Re, che lo riceve a cose fatte - ma dal Gran Consiglio del Fascismo che con 19 voti contro 3 (7  furono  quelli  all' Ordine del Giorno  Scorza , allora  Segretario  del  Partito nazionale fascista), fa decadere il maestro elementare di Predappio. Lì si sarebbe dovuta concludere la parabola della rivoluzione fascista, sfociata poi in regime, ma ciò non avvenne e il gesto di fondare una Repubblica non eletta dagli italiani e imposta da una forza straniera è imperdonabile, almeno da parte mia. Così molti altri ragazzi sono morti, per una falsa causa - quella dell'onore - che dovrebbe essere rivisitata e discussa al pari dei meriti dei partigiani comunisti, esistiti, ma mai determinanti come si cerca di far credere oggi.
Finché in questo paese non si riuscirà a superare la barriera politica "della storia" e non si tornerà a parlare con coscienza e pacatezza di alcune tematiche fondamentali per la coscienza del paese, non saremo mai veramente "liberi" e il 25 aprile non potrà essere ancora la festa di tutti gli Italiani.
 
NOTE: Una analisi sui reparti dell'Esercito Cobelligerante Italiano:
Unità di prima linea
 
1) Gruppo di combattimento Cremona (del V Corpo britannico, 9 aprile 1945) - comandante generale di brigata Clemente Primieri
_21º Reggimento fanteria "Cremona" (3 btg)
_22º Reggimento fanteria "Cremona" (3 btg)
_7º Reggimento artiglieria "Cremona" (-1 btg)
_CXLIV battaglione genio
 
2) Gruppo di combattimento Folgore (del XIII Corpo britannico, 9 Apr 1945) - comandante generale di brigata Guido Morigi
 _Reggimento paracadutisti "Nembo" (3 btg)
_Reggimento San Marco (3 btg)
_184º Reggimento artiglieria Folgore
_CLXXXIV Battaglione genio
 
3) Gruppo di combattimento Friuli (del X Corpo britannico, 9 aprile 1945) - comandante generale di brigata Arturo Scattini
_87º Reggimento fanteria "Friuli" (3 btg)
_88º Reggimento fanteria "Friuli" (3 btg)
_35º Reggimento artiglieria "Friuli"
_CXX Battaglione genio
 
4)  Gruppo di combattimento Legnano (del II Corpo statunitense), 9 aprile 1945 - comandante generale di divisione Umberto Utili
_68º Reggimento fanteria "Legnano" [3 btg]
_Reggimento fanteria speciale (2 battaglioni Alpini (resti del 3º Reggimento alpini) ed 1 battaglione Bersaglieri (dal 4º Reggimento bersaglieri))
_11º Reggimento artiglieria "Mantova"
_LI Battaglione genio
 
_Gruppo di combattimento Legnano (ingrandito e riassegnato alla Quinta armata statunitense, 23 aprile 1945)
_quartier generale Autoparco "Legnano"
_Officina meccanica campale "Legnano"
_34ª Sezione Carabinieri Reali
_51ª Sezione Carabinieri Reali
_51ª Compagnia rifornimenti e trasporti
_51ª Sezione medica
_LI Battaglione genio
_52nd BLU (British Liaison Unit- unità inglese di collegamento)
_244º Ospedale da campo
_332nd Field Hospital
_11º Reggimento artiglieria
_68º Reggimento fanteria "Legnano"
_I battaglione fanteria
_II battaglione fanteria
_III battaglione fanteria
_405ª Compagnia mortai (mortai Stokes)
_56ª Compagnia anticarro (pezzi inglesi da 6-pounder)
_69º Reggimento fanteria speciale
_I battaglione Bersaglieri
_II battaglione Alpini
_III battaglione Alpini
_15ª Compagnia mortai (da 3 pollici)
_16ª Compagnia anticarro (pezzi inglesi da 6-pounder)
 
5) Gruppo di combattimento Mantova - comandante maggior generale Bologna
_76º Reggimento fanteria "Napoli"
_114º Reggimento fanteria "Mantova"
_155º Reggimento artiglieria "Emilia"
_CIV Battaglione genio
 
6) Gruppo di combattimento Piceno - comandante maggior generale Beraudo di Pralormo
_235º Reggimento fanteria "Piceno"
_336º Reggimento fanteria "Piceno"
_152º Reggimento artiglieria "Piceno"
_CLII Battaglione genio
 
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di Luca Steinmann del 15/04/2017

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La conflittualità tra sciiti e sunniti che sta insanguinando tutto il Medio Oriente ha certamente fondamenta teologiche. Ma non solo: essa è soprattutto la conseguenza della contrapposizione tra diversi Paesi, in primis tra l’Iran e l’Arabia Saudita, che si contendono il potere e la titolarità del comando della regione. Per farlo non esitano a finanziare e supportare gruppi di combattenti in reciproco conflitto. E’ così che in Siria gli sciiti di Hezbollah combattono Jabhat al Nusra e l’Isis. Quando però gli interessi di entrambe le parti sono convergenti esse sono in grado di fermare la conflittualità e trovare un compromesso, mostrando dunque quanto in tutto ciò la componente teologica sia estremamente marginale.
 
Ciò è particolarmente evidente osservando le divisioni all’interno dei palestinesi dei campi profughi. Frammentati in diversi gruppi, alcuni fedeli all’asse sciita altri ai sunniti, alcuni di essi sono il vero e proprio braccio armato di organizzazioni o Stati terzi, che sfruttano le divisioni dei palestinesi per tentare di promuovere i propri interessi ed estendere il proprio controllo territoriale. Parte del campo di Ein el Hilwee, per esempio, è oggi caduta sotto il controllo del gruppo terroristico di Jabhat al Nusra, il cui nucleo locale è capeggiato dal giovane ed emergente leader Bilal Bader. Classe 1989, capelli lunghi fino alla vita, viso glabro e abbigliamento semplice: Bader si è messo alla testa di un gruppo di 60 jihadisti che stanno dando battaglia ai palestinesi che non accettano la loro presenza e non condividono i loro obiettivi. Come sta avvenendo in tutto il Medio Oriente, anche qui i gruppi radicali sunniti si fronteggiano con quelli sciiti. Gli equilibri interni ad ogni campo profughi, però, sono del tutto particolari.
A Ein el Hilwee, ad esempio, il gruppo di Bilal Bader - quindi di al Nusra - ha raggiunto un’intesa con Ansar Allah, braccio armato palestinese degli sciiti di Hezbollah. Mentre in Siria, a pochi kilometri di distanza, il Partito di Dio attacca le postazioni jihadiste in nome della difesa dal terrorismo, in questa zona tale formazione non esita ad acconsentire un accordo strategico con quelli che dovrebbero essere i propri principali nemici sul campo di battaglia.
[caption id="attachment_8423" align="aligncenter" width="1000"] Hezbollah o Ḥizb Allāh (in arabo: حزب اﷲ‎), ossia Partito di Dio, è un'organizzazione paramilitare libanese, nata nel giugno del 1982 e divenuto successivamente anche un partito politico sciita del Libano. Foto di Mahmoud Zayyat[/caption]
Una situazione del tutto inedita che mostra come la descrizione di questo conflitto sia molto difficile per chi non lo vive in prima persona. Ciò che è certo è che, all’interno del conflitto tra sciiti e sunniti, tantissimi attori stanno tentando di strumentalizzare i gruppi palestinesi per promuovere i propri interessi, armandoli e finanziandoli. I fucili che Bilal Bader ha in dotazione, ad esempio, costano circa 3000 dollari l’uno: difficile pensare che dietro il loro acquisto non ci siano dei ricchi finanziatori esterni. Chi questi siano, però, è difficile da stabilire con certezza. Non sarebbe la prima volta, che dei gruppi terroristici vengono assistiti e finanziati da governi stranieri o da partiti politici che siedono in parlamento. L’amministrazione americana è da tempo accusata - da diverse fonti - di avere supportato gruppi di cosiddetti “ribelli moderati” in Sira, molti dei quali sono risultati essere terroristi, col fine di destabilizzare il regime di Assad.
Altri governi, soprattutto quello dell’Arabia Saudita e quelli dei Paesi del Golfo, non hanno per lo meno mai messo in atto accurati controlli perché dei finanziamenti privati partissero dai propri Paesi per finire nelle tasche del sedicente Stato Islamico.
Un’operazione non dissimile avvenne ancor prima in Libano, proprio tra i palestinesi. Nel 2007 un gruppo di 300 jihadisti del gruppo di Fatah al Islam, legati ad al Qaeda e provenienti da tutto il mondo, si impossessò del campo profughi palestinesi di Nahr el Bared a Tripoli, nel nord del Libano. Si trattava di persone provenienti dall’esterno del campo originarie soprattutto da Siria, Kuwait, Arabia saudita, Marocco, Giordania e Afghanistan. Pesantemente armati, vi fecero ingresso e iniziarono a imporre le proprie regole ma anche a tentare di farsi accettare dalla locale popolazione palestinese regalando dolci ai bambini e tentando di prendersi come spose delle giovani donne del posto.
Da lì essi tentarono un colpo di mano contro lo Stato libanese: in nome della causa palestinese, attaccarono prima una banca nel centro di Tripoli, in seguito iniziarono a prendere di mira le postazioni dell’esercito libanese, dando vita ad una guerra che durò diversi mesi e che generò tantissimi morti prima che i terroristi venissero sconfitti e cacciati. Molti di loro vennero uccisi, altri riuscirono a fuggire, lasciando dietro di sé solo macerie. Per cacciarli, infatti, le truppe libanesi utilizzarono bombe e missili che, dall’esterno, riversarono sulle case di Nahr el Bared, costringendo la popolazione alla fuga e demolendo gran parte dell’area urbana. Secondo molti degli abitanti del campo quanto avvenne nel 2007 fu un tentativo di strumentalizzazione della causa palestinese da parte dei terroristi per mettere in atto una rivolta contro le autorità in modalità analoghe di quanto avverrà a partire dal 2011 in Siria.
 
Note:
_Su gentile concessione del quotidiano svizzero "Il Corriere del Ticino" pubblichiamo questo reportage andato in stampa il 01/03/2017, scritto da Luca Steinmann: corrispondente in Italia del Corriere del Ticino e reporter reduce di un recente viaggio in Libano, dove ha tenuto una serie di corsi di giornalismo all'interno dei campi profughi palestinesi.
 
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di Miriana Fazi 19/ 03/ 2017

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Tra gli scaffali d’una libreria mi sono imbattuta in un volume di modeste dimensioni e dalla copertina di colore rosso vermiglio. Il titolo, al contempo laconico e denso, dà voce a un’endiadi ideale di parole diverse, ma irrimediabilmente connesse tra loro: diritto e amore. L’autore, nel primo capitolo, s’interroga su quale sia il rapporto che intercorre tra gli anzidetti vocaboli, che al giorno d’oggi sembrano non avere molto in comune.
Diritto e amore sono compatibili, pronunciabili insieme, oppure appartengono a delle logiche conflittuali, tanto che l’uno e l’altro tentano di sopraffarsi? Il diritto è stato usato come sistema di neutralizzazione dell’amore, quasi che, lasciato a se stesso, l’amore rischiasse di dissolvere l’ordine sociale?”.
A una prima analisi la risposta sembra essere affermativa. Il diritto, per esigenze legate alla propria natura, richiede uguaglianza, regolarità, uniformità. È evidente come le sue premesse di fondo divergano da quelle che sottendono alle ragioni dell’amore. In effetti, volgendo il pensiero a un avveduto Montaigne, torna subito alla mente la definizione che questi diede alla vita: “un movimento ineguale, irregolare e multiforme”.
Se si facessero convergere amore e vita in un solo significato di più ampio respiro, sarebbe semplice individuare la netta antitesi che si pone tra questi termini e la parola “diritto”, intesa nella maniera precedentemente proposta.
Dunque, bisogna concludere che “l’amore è allergico alle goffagini del diritto civile”, come notava il giurista francese F. Terré, nella sua opera “Fait-on un bon droit avec de bons sentiment?” Sembra di sì, considerato che il diritto ha spesso confinato l’amore senza legge in uno stato d’eccezione. Si pensi, per esempio, alla disciplina codicistica del diritto di famiglia. Nella modernità occidentale, fino a tempi piuttosto recenti, il vincolo giuridico del matrimonio si basava su un rapporto tra coniugi innestato su alcune categorie tipiche del diritto patrimoniale. Prima tra queste, “la proprietà”: ciascun coniuge vantava un diritto sul corpo dell’altro.
[caption id="attachment_8215" align="aligncenter" width="1000"] Stefano Rodotà (Cosenza, 30 maggio 1933) è un giurista, politico e accademico italiano.[/caption]
In seconda istanza, “il credito”; giacché il diritto di esigere prestazioni sessuali connotava la relazione matrimoniale, all’interno della quale compariva il “debito coniugale”.
Tuttavia, com’è noto ai più, la posizione dei coniugi non godeva della parità che ad oggi qualifica le parti contraenti in altri rami del diritto. Basti pensare che l’error virginitatis (la mancata verginità della donna al momento della consumazione, ndr) rendeva nullo in radice il matrimonio stesso. La ragione che in passato sorreggeva tale pretesa va individuata nel fatto che un errore sulle “qualità personali del coniuge” non sembrava conforme a quella logica monogamica fondata sull’esclusivo possesso di una donna.
Tuttavia Ludovico Mortara, presidente della Corte d’Appello di Milano, in una sentenza del 1911 si espresse con un’opinione dissenziente rispetto all’ideologia ben radicata al tempo e più risalente.
Questi evidenziò come <<Elevare la verginità fisica della donna a qualità essenziale, il cui difetto, se non è stato prima dichiarato, diviene causa di annullamento delle nozze, significa abbassare il matrimonio a livello di un contratto commutativo, nel quale l’oggetto principale sarebbe costituito dal corpo degli sposi; vuol dire estendere al matrimonio i principi della garanzia che il venditore deve al compratore per i vizi e i difetti occulti della cosa venduta, assegnando precisamente al difetto di verginità la funzione di un vizio redibitorio, per la quale si considera la sposa deflorata non atta a raggiungere i fini del matrimonio; nello stesso modo che si soleva nel Medioevo subordinare la validità dei contratti di compra-vendita delle schiavette di Levante e Barberia alla condizione che la giovane fosse “non fatta” ma “sana, integra in tutte le sue parti e senza macchia”>>.
[caption id="attachment_8216" align="aligncenter" width="1000"] Lodovico Mortara (Mantova, 16 aprile 1855 – Roma, 1º gennaio 1937) è stato un avvocato, politico e docente universitario di Diritto Costituzionale italiano, divenne ministro della giustizia con il primo governo Nitti.[/caption]
Può l’amore essere associato alla subordinazione?
Nel 1942, all’alba delle discettazioni sulla nuova codificazione civile, il celebre giurista Francesco Carnelutti si espresse in questi termini : << Lo ius in corpus o in corpore dell’un coniuge verso l’altro è più vicino che non sembri al diritto nascente per l’imprenditore verso il lavoratore del contratto di lavoro>>. Dunque, considerate simili costruzioni culturali, è agevole comprendere il motivo per il quale nel codice civile del 1942 al “marito” venisse ancora assegnato il ruolo di “capo famiglia” ex articolo 144 c.c., rimasto in vigore fino alla riforma del 1975.
La lettera dell’art 144 c.c. disponeva << Il marito è il capo della famiglia. La moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo ovunque egli crede di fissare la sua residenza>>.
Questa corrente di pensiero all’epoca dominante spiega la difficoltà della Corte Costituzionale nel cancellare la discriminazione tra le diverse condizioni del marito e della moglie in caso di tradimento. In danno del primo non erano previste pene, contrariamente a quanto accadeva per la seconda, che era imputabile di “reato d’adulterio”.
In ogni caso, sembra che un composito gruppo di giuristi avversasse la condizione paritaria di uomo e donna finanche nel matrimonio . Tra questi figuravano Vittorio Emanuele Orlando, politico e fondatore del diritto pubblico italiano; Piero Calamandrei e Francesco Saverio Nitti.
 
 
Per approfondimenti:
_Diritto d’amore -Stefano Rodotà.
_Teoria generale del diritto – F.Carnelutti
_Politica e amore – A. Tonelli
_Fait-on un bon droit avec de bons sentiments – F. Terré
 
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di Miriana Fazi 15/03/2017

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Abbandonati lo spirito golliano (c.d. “politica della sedia vuota”) e la pretesa d’accentrare le competenze penali in seno ai soli Stati Nazionali, l’Unione Europea ha dovuto vieppiù prestare attenzione a un dilemma nascente nell’ambito del proprio quadro politico e legislativo. Le regole e i principali fondamentali del riparo di competenze sono le seguenti:
1) L’Ue non gode di una competenza penale diretta, difatti i rapporti tra diritto dell’Unione europea e diritto penale interno devono essere analizzati alla luce del "Trattato di Lisbona" del 2007, entrato in vigore il 1° dicembre 2009.
In primo luogo, non esiste una potestà sanzionatoria penale dell’UE, poiché nessuna norma dei Trattati attribuisce alle istituzioni europee la competenza a emanare norme penali incriminatrici.
Inoltre, il principio costituzionale della riserva di legge (art. 25 Cost.) impedisce l’ingresso, nel nostro ordinamento, di fonti penali europee. La riserva di legge, infatti, attribuisce esclusivamente al Parlamento nazionale (e al Governo) la competenza a emanare norme penali incriminatrici. La riserva di legge deve essere intesa, quindi, come riserva di legge statale, che verrebbe violata qualora si consentisse a norme europee di introdurre nel nostro ordinamento nuove figure di reato, individuando sia il precetto sia la sanzione, nonché nel caso in cui una legge statale rinviasse a una fonte europea per l’individuazione del precetto penale o di una parte di esso, con una formula del tipo “chiunque violi un regolamento dell’UE in materia di ... è punito con la pena di ....”.
2) L’incidenza indiretta dell’UE sull’ordinamento penale ... Il divieto, per l’UE, di introdurre direttamente fattispecie penali incriminatrici nei singoli ordinamenti statali non esclude, tuttavia, che l’UE eserciti comunque un’influenza notevole sui singoli ordinamenti. Infatti, gli atti dell’UE, e in particolare le direttive, possono prevedere:
−obblighi di criminalizzazione di determinate condotte a carico del legislatore penale statale;
−vincoli dettagliati sulla configurazione della fattispecie penale da parte del legislatore penale statale.
Da questa influenza non deriva alcun obbligo per i cittadini, che potranno essere assoggettati a sanzione penale soltanto se una legge nazionale, recependo le indicazioni provenienti dall’UE, preveda come reato il fatto commesso.
Normalmente gli Stati membri si conformano spontaneamente agli obblighi europei per evitare sanzioni. Numerosi settori del diritto penale italiano, soprattutto nell’ambito della legislazione penale complementare (si pensi, ad es., al settore del diritto penale alimentare) sono “dettati” dall’UE.
3) Sul giudice penale: il diritto dell’UE non vincola soltanto il legislatore nazionale ma anche il giudice penale. In virtù del principio di primazia del diritto dell’Unione sul diritto interno, le norme penali statali contrastanti con una norma europea dotata di efficacia diretta non saranno applicabili e devono, quindi, essere disapplicate dal giudice penale, il quale cioè non dovrà tenerne conto ai fini del processo. Le norme europee che possono rendere inapplicabili le norme statali, anteriori o successive a quelle sovranazionali, possono essere contenute nei trattati, nei regolamenti o nelle direttive (purché siano dettagliate e sia decorso il termine per la loro attuazione da parte dello Stato membro).
In caso di incompatibilità totale tra norma europea e norma penale interna, quest’ultima è neutralizzata in tutta la sua estensione: ad es., in materia di gioco e scommesse (v. l’approfondimento sulla Lezione di diritto penale n. 1), la normativa italiana (art. 4 L. 401/1989) punisce l’attività di raccolta delle scommesse svolta, per conto di una società con sede in un altro Stato membro dell’UE, in assenza di concessione o autorizzazione rilasciata dallo Stato italiano, ma la giurisprudenza ha ritenuto che tale attività non integra il reato in quanto contrasta con i principi europei di libertà di stabilimento e di prestazione di servizi. Invece, in caso di incompatibilità parziale, la norma penale si applica nella parte in cui non sussiste contrasto con la norma europea.
Inoltre, il giudice penale nazionale ha l’obbligo di interpretare le norme interne in modo conforme alla normativa europea, scegliendo, tra le interpretazioni possibili, quella più conforme alla lettera e alla ratio della normativa europea.
4) Il ruolo della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Così come le norme europee non possono introdurre fattispecie incriminatrici nei singoli Stati, delineandone il precetto e la sanzione, anche la Convenzione europea dei diritti dell’uomo non può incriminare determinate condotte né prevedere le relative sanzioni, perché ciò contrasterebbe con il principio di legalità e di riserva di legge in materia penale (art. 25, co. 2, Cost.).
Le norme Cedu:
a) assicurano la tutela (anche penale) di dei diritti fondamentali, ponendo dei limiti alla libertà di azione statale per proteggere la persona da arbitri e abusi, attraverso tre tipologie di limiti (VIGANÒ):
- divieto di violazione diretta, da parte del legislatore penale nazionale, dei diritti fondamentali della persona;
- divieto di incriminare condotte che costituiscono esercizio di diritti fondamentali;
- obbligo di incriminare condotte lesive di diritti fondamentali.
[caption id="attachment_8181" align="aligncenter" width="1000"] La Corte europea dei diritti dell'uomo (abbreviata in CEDU o Corte EDU) è un organo giurisdizionale internazionale, istituita nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) del 1950, per assicurarne l'applicazione e il rispetto. Vi aderiscono quindi tutti i 47 membri del Consiglio d'Europa. Sebbene abbia sede a Strasburgo, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo non è un'istituzione che fa parte dell'Unione europea; non dev'essere confusa con la Corte di giustizia dell'Unione europea con sede in Lussemburgo, istituzione effettiva dell'Unione europea.[/caption]
Rispetto ai diritti fondamentali la Corte europea dei diritti dell’uomo accade spesso che la Corte europea interpreti le norme Cedu attribuendo al soggetto una tutela più ampia di quella riconosciuta dai giudici nazionali nell’interpretazione delle norme costituzionali corrispondenti. In queste ipotesi, le norme Cedu come interpretate dalla Corte europea arricchiscono il contenuto delle norme costituzionali, elevando il livello di tutela dei diritti fondamentali, e tale nuovo contenuto delle norme costituzionali vincola il legislatore italiano che debba legiferare su quella materia, il giudice penale che debba applicarle e il giudice costituzionale che debba valutare la legittimità costituzionale delle leggi penali.
Se si prende ad esempio l’art. 8 Cedu, questo disciplina il diritto al "rispetto della vita privata e familiare": la Corte europea dei diritti dell’uomo ne ricava una serie di limiti alla possibilità, per lo Stato, di disporre l’espulsione dello straniero che abbia forti legami familiari o affettivi nello Stato dal quale dovrebbe essere espulso. Tali limiti devono essere rispettati dal legislatore nazionale nel prevedere i casi di espulsione dello straniero, dal giudice penale italiano nell’applicare la legge che disciplina l’espulsione dello straniero e dal giudice costituzionale che si trovi a valutare la legittimità della relativa disciplina.
Per quanto riguarda, invece, gli obblighi contenuti nella Cedu, rivolti ai singoli Stati, di incriminare determinate condotte, il principio di legalità ex art. 25 Cost. impedisce al giudice penale di rimediare alla mancanza di una norma penale incriminatrice conforme agli obblighi contenuti nella Cedu estendendo la portata di altre norme incriminatrici o introducendo nuove figure di reato: il giudice penale - ad esempio - non può rimediare in via interpretativa alla mancanza, nel nostro ordinamento, del reato di tortura.
b) Le norme Cedu, contengono obblighi internazionali alla cui osservanza il legislatore italiano è tenuto in base all’art. 117, co. 1, Cost., che impone al legislatore di osservare la Costituzione, i vincoli derivanti dall’ordinamento europeo e, appunto, gli obblighi internazionali. Ciò significa che il legislatore deve conformarsi agli obblighi internazionali e che una legge contrastante con tali obblighi sarà costituzionalmente illegittima per violazione dell’art. 117 Cost., a meno che gli stessi obblighi internazionali siano in contrasto con i principi fondamentali della Costituzione (c.d. controlimiti). Pertanto, anche le norme Cedu devono essere interpretate alla luce dei principi costituzionali.
Prima di rivolgersi alla Corte costituzionale, però, il giudice deve tentare di interpretare le norme penali in maniera conforme alla lettera e alla ratio degli obblighi internazionali. Pertanto, dovrà interpretare le norme in modo tale da armonizzarle con la Cedu (e con le altre norme internazionali), anche per non esporre lo Stato italiano a una responsabilità sul piano internazionale. Se il contrasto tra norma interna e norma Cedu non è superabile in via interpretativa, deve sollevare questione di legittimità costituzionale della norma interna per violazione dell’art. 117 Cost.
Il contrasto tra norma interna e norma Cedu non può quindi essere risolto dal giudice penale disapplicando la norma interna contrastante con la Cedu, come invece accade in caso di contrasto tra norma interna e diritto europeo: il giudice penale deve, in prima battuta, verificare se sia possibile risolvere il contrasto in via interpretativa con un’interpretazione della norma penale conforme alla Cedu e, laddove ciò non sia possibile, rimettere la questione alla Corte costituzionale.
5) Effetti espansivi ed effetti riduttivi del penalmente rilevante. Per quanto riguarda gli effetti concreti che il diritto europeo e le norme Cedu possono produrre sul diritto penale interno, possiamo individuare effetti espansivi ed effetti riduttivi delle condotte penalmente rilevanti (precetto) o dell’afflittività delle norme penali (sanzione).
Gli effetti riduttivi possono essere l’esito di un’operazione di interpretazione della norma penale interna conforme alle norme europee o alle norme Cedu o di una dichiarazione di incostituzionalità della norma nazionale per contrasto con la norma sovranazionale, e possono avere ad oggetto il precetto penale – circoscrivendo l’ambito applicativo della norma – o la sanzione.
Il giudice penale, ad es., deve interpretare restrittivamente le cause di giustificazione, che sottraggono determinati fatti alla sanzione penale in contrasto con le esigenze preventive e sanzionatorie sottese al diritto penale nazionale ed europeo: ciò comporta che la legittima difesa dovrà deve essere interpretata restrittivamente dal giudice penale per non consentire l’uccisione di chi attenti esclusivamente a beni patrimoniali, in omaggio alle esigenze di tutela del diritto alla vita ex art. 2 Cedu, che consente l’uccisione dell’aggressore soltanto quando la condotta risulti assolutamente necessaria per respingere una violenza illegittima, ossia un attacco alla persona.
Gli effetti espansivi possono essere prodotti:
• dagli obblighi di incriminazione di determinate condotte contenuti in norme europee o
norme internazionali;
•  dall’attività interpretativa dalle Corti europee;
• da un’interpretazione delle norme nazionali conforme alle norme sovranazionali.
 
Per approfondimenti:
Fiandaca- Musco : Manuale di diritto penale
Fornasari- Menghini: Diritto penale dell’unione europea
Pubblicazioni “Simone” sul diritto dell’unione europea
 
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di Miriana Fazi 06/02/2017

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Nell’ambito penalistico, la “legittima difesa” è universalmente riconosciuta come “causa di giustificazione”: anche l’Italia accoglie una simile posizione, tramite il disposto dell’articolo 52 del codice penale.
A tal proposito, un aspetto che accomuna i vari ordinamenti si può rinvenire in una clausola spesso utilizzata, ossia quella di “proporzione tra la reazione e l’offesa”. In Italia, Francia, Albania, Svizzera e Danimarca è prevista esplicitamente; in Slovenia e in Spagna è deducibile in via indiretta.
La Germania, invece, conta su una legislazione che non fa alcun cenno al requisito della proporzionalità: essa non è ricavabile dal dato normativo né direttamente, né indirettamente. Pertanto la prassi tedesca, informandosi riguardo ai principi generali dell’ordinamento, considera il requisito della proporzionalità come un fondamento implicito della legittima difesa, al fine di tutelare quei soggetti che, dopo aver commesso un illecito non eccessivamente grave, rischiano di essere puniti in maniera oltremodo aspra. Nel novero dei limiti etico- sociali della legittima difesa, inoltre, le posizioni assunte dai vari Paesi sono interessanti.
Il codice penale austriaco esclude che sia giustificato il fatto, allorché risulti evidente che il danno causato all’aggredito sia di minima entità e la sua reazione incidesse in modo eccessivo sui beni dell’aggressore, pur essendo presenti tutti i normali estremi della legittima difesa.
L’articolo 48 del codice norvegese fa eccezione all’applicabilità della scriminante quando, avuto riguardo alla gravità dell’aggressione, alla colpevolezza dell’aggressore e al diritto leso, debba essere considerato assolutamente inaccettabile cagionare con la reazione un danno grave quanto quello minacciato dall’azione. La dottrina tedesca si allinea su questa visione: reputa coessenziale alla natura della legittima difesa che la reazione debba essere particolarmente moderata di fronte a determinate caratteristiche:
_dell’aggressore (es. un minore, un malato di mente, un soggetto che agisce in errore o uno stretto parente)
_dell’aggressione ( es. quando essa consiste in un fatto bagatellare)
_o nel caso in cui l’atto lesivo sia stato provocato dall’aggredito stesso.
Un altro aspetto rilevante da tenere in considerazione è la “presunzione” di legittima difesa, che molti ordinamenti hanno scelto d’introdurre. Con questo espediente, si è voluto estendere la possibilità d’incriminazione alle aggressioni che si concretizzino in danno del domicilio e delle sue dipendenze. Come? In Italia la “novella del 2006” ha previsto l’ipotesi di “intrusione domiciliare”, ad esempio.
Il codice spagnolo propone una visione affine all’articolo 20.4; il codice francese tratta l’argomento nella rubrica dell’articolo 122.6.
Quanto alla situazione francese, tuttavia, la disciplina prescritta dall’art 122,6 subisce delle deroghe. Di fatto, i Tribunali e la Corte di Cassazione francese ritengono la suddetta “presunzione di legittima difesa” in termini relativi, non assoluti. Pertanto una simile presunzione difetta allorquando si dimostri che, al fine di difendersi, l’agente abbia commesso atti di violenza fuori dei casi di necessità attuale e in assenza di un pericolo grave e imminente.
Quindi si può desumere una regola generale, in virtù della quale l’eccesso rispetto ai limiti in cui è ammessa la reazione conduce alla punibilità dell’agente. Tuttavia la punibilità risulta esclusa, quando ,chi agisce per difendersi, eccede nella reazione a causa di motivi realativi a un turbamento, a un’eccitazione incontrollabile o a ingestibili situazioni di panico.
In ogni caso, la rinuncia all’inflizione della sanzione non discende dalla legittima difesa in sé, ma da una scusante particolare. I principali riferimenti normativi possono essere rinvenuti nei codici penali tedesco ( art 33 c.p.); sloveno (art. 11 c.p.); portoghese (art.33 c.p.); danese (art. 13,2 c.p.); polacco (art. 25 c.p.); svizzero (art 32,2 c.p.); turco (art 27,2 c.p.).
Con le eccezioni del tedesco, del turco e del danese, tutti i codici sopra citati prevedono anche, nel caso di eccesso punibile, una riduzione di pena, generalmente facoltativa, rispetto a quella che sarebbe normalmente applicabile per il fatto doloso realizzato in assenza degli estremi della scriminante.
Il codice polacco si spinge addirittura oltre: lascia al giudice l’opzione tra la mera diminuzione della pena e la sua esclusione. La mitigazione della pena, per altro, è tradizionalmente prevista anche dal sistema inglese.
Il sistema Irlandese, poi, si caratterizza per un aspetto peculiare: in caso di eccesso nella legittima difesa riferito a un caso di murder (omicidio di primo grado), si ha una derubricazione dell’accusa a “man- slaughter” (omicidio di secondo grado).
Si badi però, che le disposizioni adottate dagli ordinamenti esteri non corrispondono in toto all’articolo 55 del codice penale italiano e non ne costituiscono un riscontro. Esse infatti si riferiscono alla sola legittima difesa e non a tutte le scriminanti.
A proposito dell’eccesso di legittima difesa, molti Paesi si sono cimentati nell’elaborazione dottrinale di alcuni principi di fondo: ciononostante, gli ordinamenti stranieri non prevedono una specifica disciplina dell’eccesso colposo.Perché, questo? Probabilmente perché ,tali ordinamenti, si riservano di ricondurre la figura criminosa in questione entro la più ampia e ordinaria disciplina della colpa. Inoltre, i medesimi, si occupano dell’eccesso doloso e non di quello colposo.
 
Per approfondimenti:
_Fiandaca Musco, Manuale di Diritto Penale
_Marinucci , Manuale di Diritto Penale
_Forsasari Menghini, Percorsi europei di diritto penale
 
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di Miriana Fazi del 08/01/2017

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Ho l’onore di annunciare che Sua Eccellenza Antonio Guterres è stato nominato per acclamazione Segretario Generale delle Nazioni Unite dal 1 gennaio 2017 al 21 dicembre 2021” Con queste parole l’ambasciatore russo Vitaly Churkin ha reso noto il nome del nuovo Segretario Generale, successore del sud coreano Ban Ki Moon nella carica in parola. Dopo sei turni di voto informale, noti come “straw polls” (sondaggi di paglia, ndr), l’opinione dei 193 Paesi Membri in seno all’Assemblea Generale si è cristallizzata nell’elezione di un candidato, largamente appoggiato dal placet dell’intero Consiglio di Sicurezza. Antonio Guterres Nato a Lisbona il 30 aprile 1949, ed è una figura di spicco nella politica portoghese. Ha ricoperto l’incarico di Primo Ministro del Portogallo dal 28 ottobre 1995 al 6 aprile 2002. Allo spirare del suo mandato, gli è stata affidata la presidenza del Partito Socialista. È stato altresì Presidente del Consiglio Europeo dal 1 gennaio 2000 al 30 giugno 2000 venendo nominato presidente dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) dal 15 giugno 2005 al 31 dicembre 2015.
[caption id="attachment_7370" align="aligncenter" width="1370"] António Manuel de Oliveira Guterres (Lisbona, 30 aprile 1949) è un politico portoghese, attuale segretario generale delle Nazioni Unite; è stato Primo ministro del Portogallo dal 28 ottobre 1995 al 6 aprile 2002. Fa parte del Partito Socialista e, dopo l'incarico di governo del suo paese, è stato presidente dell'Internazionale Socialista. Dal giugno 2005 fino al 2015 è stato a capo dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Nell'ottobre 2016 viene proposto ed eletto dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite come nuovo Segretario Generale dopo Ban Ki Moon.[/caption]

"Le civiltà sono colpite da una forza mortale. Donne, bambini e uomini morti e feriti, espulsi dai loro luoghi. Nessuno vince con queste guerre, tutti perdono. Facciamo in modo che il 2017 sia un anno in cui tutti, cittadini, governi, leader, si sforzino per superare le nostre differenze. La pace deve essere la nostra meta e la nostra guida. Tutto quello per cui ci sforziamo come famiglia umana, dignità e speranza, progresso e prosperità, dipende dalla pace, ma la pace dipende da noi", ha aggiunto. Nel primo tweet dell’anno, il Segretario Generale ha infatti esordito con parole ferme e intrise di speranza, supportate con passione da un fervente bisogno di pace: “Decidiamo di mettere la pace davanti a tutto in questo 2017”.

 

IN CHE MODO VIENE ELETTO IL SEGRETARIO GENERALE? Ai sensi di quanto disposto dall’articolo 97 della Carta ONU, “Il Segretario Generale è nominato dall’Assemblea Generale su proposta del Consiglio di Sicurezza. Egli è il più alto funzionario amministrativo dell’Organizzazione”.

Di conseguenza, le selezioni sono soggette al veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Regno Unito, Francia, Cina, Russia, Stati Uniti). La Carta ONU si limita a prescrivere una disciplina normativa inerente alla nomina e al processo di approvazione del Segretario Generale; ma non estende tali previsioni ai termini massimi e al processo di selezione. Di conseguenza le suddette materie sono regolate da varie consuetudini extra normative, consolidatesi nella prassi delle Nazioni Unite. Sono stati fissati pertanto dei punti cardinali orientativi: Il limite di due mandati di cinque anni, una rotazione regionale (per continenti) in base alla nazione di origine del candidato, e la regola che il candidato non deve essere cittadino di uno dei cinque membri del Consiglio di Sicurezza.

 
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