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Averroè. Nel nome della Verità

di Danilo Serra del 03/07/2016

Tra le questioni fondamentali che emergono nel corso della lettura del Trattato decisivo sull’accordo della religione con la filosofia (Fasl al-maqāl fi-mā bayna al-hikma wa al-šarī‘a min al-ittisāl), spicca senza dubbio la problematica relativa alla legittimità della filosofia, o più in generale della “conoscenza”, nell’Islām.
In questo breve e denso trattato, Averroè ha l’obiettivo di definire giuridicamente la legittimità dell’attività filosofica secondo i parametri della legge religiosa islamica, la šarī‘a.

Il termine šarī‘a significa letteralmente “via diritta”, “via battuta”. La legge islamica (šarī‘a) è ciò che conduce verso la “via diritta”.
Essa orienta e disciplina l’attività umana, interessandosi, ad esempio, della preghiera, dell’elemosina religiosa, del culto ecc.
Il suo insegnamento è diretto, per dirla con Averroè, alla “vera conoscenza e al retto comportamento”.
Così, il Trattato decisivo assume un’impronta giuridica: esso è propriamente una fatwā. La fatwā è un parere giuridico/consultivo che si usa chiedere a un faqīh (giureconsulto specializzato), noto come muftī. Il muftī spiega e rende applicabili le prescrizioni dei trattati di fiqh.
Avveroè, fin dall’esordio dell’opera, pone il lettore in un tormentoso stato d’attenzione, annunciando e disvelando immediatamente quella che dovrà essere l’indagine adeguata da compiere.
Il tormento impresso da Averroè altro non è che una provocazione che ritornerà più e più volte nel corso dello scritto: “Ordunque: il fine di questo scritto è indagare, dal punto di vista dello studio della Legge religiosa, se la speculazione filosofica e le scienze logiche siano lecite secondo il shar’ o proibite o obbligatorie, sia perché commendevoli sia perché necessarie”.
Con queste parole, Averroè mette in scena il suo Trattato decisivo. Attraverso questo esordio, egli vuole centrare l’attenzione sul ruolo della speculazione filosofica, comprendendone il suo movimento ed il suo raggio d’azione. Nello specifico, Averroè intende incamminarsi nel sentiero della problematica circa la posizione della filosofia nei confronti del diritto islamico (fiqh). Il diritto islamico, riprendendo L’Islam di Bausani, distingue nell’ambito delle azioni umane cinque categorie legali. Ogni atto può essere:
_doveroso (fard) = la sua esecuzione è premiata; la trascuranza è punibile
_raccomandabile (mustahabb) = la sua esecuzione è premiata; la trascuranza non è punibile
_permesso (mubāh) = la sua esecuzione non è premiata; la trascuranza non è punibile
_riprovevole (makruh) = non punibile per legge, ma religiosamente riprovevole
_proibito = (harām) = punibile per legge.
E la prassi filosofica? Dove va collocata?
Per rispondere ad un tale quesito, bisogna anzitutto comprendere cosa sia “filosofia”.
Averroè ne dà una sua definizione, affermando come la speculazione (al-nazar bi-l-‘aql) sugli esseri esistenti è ciò che caratterizza in fondo l’attività del filosofo.
La comprensione dell’attività filosofica passa attraverso la comprensione del suo oggetto di studio o d’indagine, dal momento che la natura e la dignità di ogni scienza dipendono principalmente dal suo oggetto.
La risposta dell’autore alla domanda circa il che cos’è Filosofia chiama in causa l’esistenza degli esseri viventi. Il filosofo dovrà considerare il vivente, riflettere su di esso, sulla sua natura.
La riflessione sul vivente o sull’essere esistente conduce inevitabilmente verso una dimensione originaria. L’esistente, infatti, non esiste senza un “lavoro di produzione”. Egli, essendo prodotto, necessita per forza di cose di un Creatore. L’indagine sul vivente ha in sé un fine ben evidente: “andare al Creatore stesso”, alla sua comprensione, alla sua conquista. Gli esseri esistenti sono dunque testimonianze e tracce del Creatore divino, del Principio, di quel “primo termine a partire dal quale una cosa o è, o è generata, o è conosciuta” (Cfr. Aristotele, Metafisica, V, 2, 1013° 16-18).
Per questa motivazione, gli esseri esistenti vanno studiati ed esaminati.
Da chi? Dalla filosofia!
Filosofare per Averroè vuole dire riflettere sul mondo. Il termine “riflessione” gioca un ruolo decisivo nel Trattato. L’importanza del riflettere, d’altronde, è già, per il filosofo nato a Cordova, ben messa in luce nel Corano: “Che la Legge incoraggi la riflessione sugli esseri e la ricerca della loro conoscenza per via intellettuale, è palesato da molti versi del Libro di Dio”.
La frase rappresenta, per certi aspetti, il complesso tentativo di riconnettere su uno stesso piano ideale religione e filosofia, Corano e sapere dimostrativo.
La religione, se correttamente interpretata, orienta alla speculazione razionale, incoraggia la riflessione sul creato, rendendola, per così dire, obbligatoria.
La Legge prescrive lo studio razionale degli esseri esistenti, rendendo infatti “obbligatorio lo studio intellettuale degli esseri o la riflessione razionale su di essi”. Nessuna cesura, dunque. Nessuna considerazione antitetica. Ciò che, a parer del filosofo nato a Cordova nel 1126, la comunità dei Musulmani (di cui egli fa parte), la umma, conosce più d’ogni altra cosa è che la speculazione dimostrativa non conduce ad una bagarre con quello che la Scrittura ha insegnato e continua ad insegnare. Del resto, “il vero non contrasta con il vero”, vale a dire la Sacra Scrittura non contrasta con l’attività razionale, “anzi gli si accorda e gli porta testimonianza”. “Il vero non contrasta con il vero” è una potente affermazione che custodisce in sé quel principio di non contraddizione esplicitato da Aristotele nel libro IV, cap. 3, della Metafisica attraverso la formula “E’ impossibile che una stessa cosa sia e non sia”: l’asserto trascritto da Averroé nel Trattato Decisivo ne è l’applicazione più netta. È impossibile che il vero, in quanto vero, non sia [vero].
Non è possibile, dunque, che quella cosa che chiamo “il” vero sia e non sia “il” vero, poiché il motivo per il quale una cosa non può essere e insieme non essere è che essa, in maniera determinata, può essere solo una. Nessuna “doppia verità”, insomma. Eppure, nonostante la posizione esplicita di Averroè nei confronti di una distensione tra filosofia e religione (in Averroè la filosofia non sostiene assolutamente una verità alternativa a quella della religione!), nell’Occidente medievale egli fu noto come colui che elaborò la cosiddetta “teoria della doppia verità”. Bisogna precisare, per amor della cronaca, che il Trattato Decisivo non fu noto al Medioevo latino.

Scuola di Atene di Raffaello Sanzio, 1509-1511, situato nella Stanza della Segnatura, particolare Averroè

Le contraddizioni, quelle che la molteplicità umana riscontra tra filosofia e religione, sono solo apparenti, fittizie. L’eventuale dissonanza o contraddizione tra parola coranica presa alla lettera e ragionamento dimostrativo è soltanto apparente. Le due Verità si ricomprendendo, abbracciandosi, con-fondendosi e confrontandosi, facendosi una, divenendo una. Le due Verità non sono due. Tra filosofia e religione vige naturalmente l’armonia.
“La verità non può contraddire la verità” costituisce, riprendendo Francesca Lucchetta, il cuore pulsante della tesi averroistica. Anche Massimo Campanini dedica grande interesse a ciò che, a parer suo, si erge come la “forte affermazione” su cui si incentra e si dipana l’intero Trattato decisivo: “il Vero non può contrastare col Vero, cioè non vi è contraddizione tra Dio e la ragione, tra la religione e la filosofia. La filosofia non può invalidare la religione (né viceversa), ma anzi le due dimensioni del sapere si portano reciproco sostegno e testimonianza”.

Massimo Campanini

La religione islamica, che è vera, spinge allo studio della filosofia, che è ricerca della verità con le forze della ragione naturale. Averroè afferma dunque che “religione e filosofia tendono entrambe alla verità e la verità conquistata dalla filosofia con la pura ragione non può contrastare su uno stesso argomento quella rivelata nella Scrittura: la verità non può contraddire la verità”.
Così, con questo ragionamento, Averroè prende le distanze dal linguaggio e dal pensiero di al-Ġazālī, il quale aveva negato che la verità fosse raggiungibile e conquistabile attraverso un percorso logico-razionale, essendo per lui “luce che sgorga dalla generosità divina”, “dono di Dio”, “decisione divina”.
In uno dei passi più celebri del Trattato decisivo, Averroè sottolinea (a proposito di armonia e ricomprensione tra filosofia e religione):
“Le ferite inferte da un amico fanno più male di quelle inferte da un nemico: e siccome la filosofia è amica della religione, e anzi sua sorella di latte, le ferite inferte (alla religione) da chi vorrebbe essere affine ai filosofi sono più dolorose, senza mettere in conto le inimicizie, l’odio e le liti che ne vengono attizzate. Al contrario, filosofia e religione si accompagnano per natura, e per essenza e inclinazioni si amano scambievolmente”.
L’attività della filosofia procede al fine di speculare sugli esseri esistenti.
In questo procedere, la filosofia è autorizzata dal Corano: «Dice ancora il Corano: “Non han forse studiato il regno dei cieli e della terra e le cose tutte che Dio ha creato?”.
Questo versetto induce chiaramente a speculare sugli esseri esistenti nella loro totalità.
Ed è proprio nel sapere, nella riflessione, nella ricerca, che Averroè vede, aristotelicamente, il fine più alto dell’esistenza umana, quello che consente di raggiungere il massimo della felicità terrena. Per tale ragione, i filosofi sono descritti come la specie migliore di uomini. L’attività filosofica è dunque da ritenersi, secondo la šarī‘a, autorizzata e anzi necessaria. Averroè, per rendere ancor più convincente la sua tesi, riprende alcuni versetti coranici dove il ruolo della riflessione, dello studio e della ricerca sono messi bene in luce: si fonda anche su questo l’accordo della religione con la filosofia, la loro ritmata armonia. La citazione dei numerosi versetti coranici ha dunque l’obiettivo di rendere palese tale accordo.
L’attività filosofica, per realizzarsi, di cosa ha bisogno? Di cosa essa si serve? Averroè sostiene che il sapere filosofico proceda utilizzando il sillogismo (al-qiyās), ossia il ragionamento razionale. Per mezzo del sillogismo, infatti, la filosofia deduce l’ignoto da ciò che è già noto. In questo senso, Averroè è molto aristotelico. L’opera di deduzione dell’ignoto dal noto è, infatti, una tensione, un procedere dal più chiaro al più oscuro, dall’immediato al mediato, dal piano fisico (“tecnico”) a quello meta-fisico (“sapienziale”). Il sillogismo è per Averroè “la specie più perfetta di studio” ed anche la šarī‘a, la legge islamica, invita l’uomo a dedicarsi al ragionamento sillogistico. Per tale ragione, Averroè insiste sul grande ruolo esercitato nel teatro della conoscenza da parte dei filosofi antichi, i quali, servendosi del sillogismo e della dimostrazione apodittica, hanno dato un enorme contributo e donato grande dignità allo sviluppo dell’umanità. I loro libri, concordemente con quanto sancito dalla Legge, vanno analizzati e studiati con obbligo. In essi vi si troverà del vero, da accogliere, e del falso, da respingere ma non condannare:
“E ciò che costoro hanno detto di conforme alla verità, lo accetteremo con gioia e gliene saremo grati; mentre ciò che hanno detto di difforme dalla verità, lo evidenzieremo e ne diffideremo, pur perdonandoli per l’errore commesso”.
Non importa la professione di fede dei sapienti. Ciò che è fondamentale è il loro esporsi ed attivarsi, compiendo il supremo sacrificio, affrontando il próblēma (πρόβλημα), la “sporgenza”, “ciò che sporge”, “ciò che urta” e, per tale ragione, sommuove, stimola, eccita e libera rendendo attivi e pensanti.
“Se qualcuno si è già preso la cura di indagare sul ragionamento razionale, è ovvio che ci competa, per quanto ci poniamo sulla stessa strada da lui percorsa, di far riferimento a ciò che il nostro predecessore ha già affermato, si tratti di qualcuno che professa la nostra stessa religione oppure no. Invero, se nel praticare un sacrificio si usa uno strumento idoneo, non ha alcuna importanza per la validità del sacrificio se lo strumento appartiene a qualcuno che professa la nostra stessa religione oppure no. L’essenziale è che vengano rispettate le condizioni della cerimonia. È chiaro che per «coloro i quali non professano la nostra religione», io intendo gli antichi (che si sono occupati di questioni speculative) prima dell’avvento dell’Islām”.
Il compito del buon musulmano è anche, per Averroè, quello di studiare i libri degli antichi filosofi, seppure pagani. Può capitare, come si è precedentemente affermato, che i filosofi antichi abbiano commesso qualche errore e che lo studio delle loro opere sia fuorviante per altri. Tuttavia, non per questa ragione la filosofia va bollata o criminalizzata.
Per Averroè “solo la ragione e l’esperienza, dice Cruz Hernandez, possono sconfessare gli errori della filosofia, nessun altro tipo di conoscenza può influire sulla ricerca scientifica”.
Attraverso una semplice ed efficace metafora, Averroè designa una singolare apologia della filosofia. La filosofia, sostiene nel Trattato decisivo, è come il miele o l’acqua: non si può proibire di bere ad un assetato solo perché, in qualche circostanza, è capitato che qualcuno morisse annegato o strozzato. “Infatti, morire per un’acqua malamente ingurgitata è accidentale, mentre morire di sete è secondo sostanza e necessità”.
Allo stesso modo, non si può proibire la filosofia, che è in sé assolutamente buona, soltanto perché qualcosa di male è presente in essa per accidente. Del resto, gli antichi non potevano conoscere la verità rivelata dei Testi Sacri. Chiunque vieti lo studio e la lettura dei libri degli antichi va subito condannato, poiché «sbarra la porta attraverso la quale la Legge chiama gli uomini alla conoscenza di Dio».
Proibire lo studio della filosofia (e dunque lo studio di coloro i quali per primi affrontarono certe problematiche), vuole dire commette non solo un eclatante crimine contro l’umanità ma, nello specifico, nei confronti della Legge religiosa che incita, invita, stimola allo studio e alla conoscenza.
Gli errori presenti nelle singole discipline sono allora per Averroè errori singolari, accidentali, ovvero sono errori da attribuire ai singoli studiosi. Gli uomini, difatti, si differenziano tra di loro per le capacità conoscitive.
Forzando – forse – la tesi di Averroè potremmo affermare: gli uomini non sono uguali intellettualmente. Essi sono qualitativamente diversi.
Averroè individua e distingue gli uomini in tre classi (come aveva fatto il Platone della Repubblica). Queste tre classi sono propriamente tre vie diverse con le quali ogni uomo si approccia al Corano, sulla base delle proprie caratteristiche e capacità conoscitive. La prima via è quella apodittica o razionale, propria dei filosofi, dotati per natura di intelligenza, la “specie migliore di uomini”, quella specie che, aristotelicamente, ha la dinamicità di porre in atto (attualizzare) l’intelletto, ciò che distingue e rende peculiare l’uomo rispetto ad ogni altro essere vivente. Una via differente è quella dialettica, percorsa dai teologi, i cosiddetti mutakallimûn.
Kalām in arabo significa “discorso”. La radice k-l-m indica quella classe di parole relative al discorso, alla parola, alla conversazione.
I mutakallimûn sono coloro che professano il kalām: San Tommaso, non a caso, traduce mutakallimûn con loquentes. Essi affrontano le problematiche teologiche, parlano e discutono dialetticamente sugli argomenti teologici.
Infine, la terza via è quella retorica, propria della massa incolta (quella massa che Maimonide chiama nella sua Guida dei perplessi “il volgo”) che non è capace di cogliere autonomamente il significato autentico delle Scritture.
1) I filosofi lavorano attraverso i sillogismi e le dimostrazioni razionali.
2) I teologi prestano assenso alle dispute dialettiche.
3) La massa si affida ai discorsi retorici.
Che differenza sussiste, per Avveroè, tra la dimostrazione razionale, la disputa dialettica e il discorso retorico?
La differenza risiede nel grado di adeguamento alla realtà dell’oggetto a cui si riferiscono. La dimostrazione razionale è assolutamente vera poiché è in grado di cogliere l’intero dell’oggetto, la sua essenza. I filosofi sono coloro che affrontano in maniera perentoria e decisa l’oggetto in questione. Questa perentorietà è assente nella disputa dialettica, dove la realtà dell’oggetto può essere sviata e distorta nel discorso finalizzato a far prevalere un’opinione sull’altra. Il discorso retorico, invece, si concentra sulla complessa realtà dell’oggetto, dandone un’immagine semplice, diretta, “volgare” (in quanto intenzionata al volgo) ed immediatamente accessibile all’uditore.
Questa tripartizione (gli uomini divisi in tre classi) non possiede, ovviamente, il tratto della casualità o dell’accidentalità. La tripartizione è provvidenziale. Essa è il frutto del buon lavoro di Dio (Allah), il quale ha pro-gettato tre diverse vie perché ciascun uomo, secondo le proprie caratteristiche e capacità, possa trovare il modo che gli è più consono per avvicinarsi all’unica, somma, Verità. La Verità è dunque unica, nessun dubbio; molteplici (tre) sono invece le strade che conducono ad essa. A tal proposito, Jacopo Agnesina, nella sua introduzione al Trattato decisivo, reputa estremamente calzante il paragone che propone Josep Ignasi Saranyana: quasi tutti noi sappiamo come si conduce una autovettura, molti meno sanno come funziona e, soprattutto, pochissimi come si costruisce la stessa; stiamo parlando tuttavia della stessa, unica, autovettura.
 
Per approfondimenti:
_Averroè, Il trattato decisivo sull’accordo della religione con la filosofia, a cura di M. Campanini, Bur, Milano 2008.
_Averroè, L’accordo della Legge divina con la filosofia, a cura di F. Lucchetta, Marietti, Genova 1994.
_Averroè, Il Trattato decisivo sulla natura della connessione tra religione e filosofia, a cura di J. Agnesina, Il Prato, Padova 2005.
_Bausani A., L’Islam, Garzanti, Milano 2013.
_Il Corano, a cura di G. Mandel, Utet, Novara 2013.
 
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